LA MARCHESA. (continued 2)
Reading edition
— Oh! non aver paura; nessuno ha osato e nessuno oserà aprir bocca sul conto tuo. Del rimanente, se ti pare che sia fatto male lasciarti sola in un luogo di bagni, resterò.
— No, Guglielmo, no; son curiosa io! non vorrei privar te di un divertimento e nel tempo stesso....
— Perchè non scrivi allo zio Sangiorgi che ti venga a fare una visita?
— Oh figurati! è a Stresa, e non si muove più fino a settembre. No, no, va’ pure; quindici giorni passano presto. Me ne starò in casa....
— Ma no, t’annoieresti.... Oh! aspetta....
— Che c’è?
— Un momento.
Guglielmo sedè innanzi al tavolino e preso un foglio scrisse, mentre Clara seguiva con lo sguardo la mano di lui.
“Michele Bruni
“Via Guicciardini 72 — Firenze.
“Venga subito portando seco perizia, disegni. Subito. Saluto.
“Villareale.„
Il Bruni era l’architetto di casa, il giovinetto che Alberto aveva trovato nel salotto di Clara il giorno avanti la partenza di lei.
Guglielmo suonò il campanello e al cameriere che si presentava: — al telegrafo — disse — consegnandogli il foglio; poi, subito che il cameriere fu uscito, voltosi a Clara, domandò: va bene così?
— Eh! — rispose Clara — è un po’ noiosino quel Bruni ma in tempo di carestia, dice il proverbio....
— Avrai da fare, potrai distrarti; ti do facoltà di buttare all’aria la villa; se il disegno ti va, bene; so no, proponi tu le modificazioni, di’ quel che desideri; per me sono indifferente, fa’ tu quel che vuoi e spendi quanto vuoi; io — conchiuse sorridendo — sono un uomo abile; perdo sessantamila lire in una sera e nonostante fo qualche risparmio. E ora addio perchè è tardi.
— Addio.... a presto.
— A presto — ripetè Guglielmo. — Clara gli porse la fronte, egli vi depose un bacio ed uscì.
La mattina dopo il Bruni, puntualissimo, quasi aspettasse da un pezzo il telegramma del Marchese, arrivò a Pegli.
E Clara, sia che si divertisse molto nell’esaminare i disegni architettonici e nel parlare de’ restauri da farsi alla villa, sia che giudicasse Michele meno noiosino del solito, stette tutto quel giorno chiusa in casa con lui e con lui ne uscì sul far della sera.
E chi fosse stato lungo il mare, mentre passavano, avrebbe udito due conoscenti di Guglielmo e di Clara parlare tra loro così:
— Chi è quel giovinotto?
— Quale?
— Quello che accompagna la Marchesa di Villareale.
— Ah! è l’ingegner Bruni.
— E che è venuto a fare?
— To’! è l’architetto di casa Villareale, è venuto a parlar di affari con la Marchesa.
— Ah! se ne occupa lei?...
— Sfido io; chi vuoi che se occupi? Guglielmo manderebbe in rovina ogni cosa. Ha piantato la moglie qui sola e quella povera donna profitta di questo tempo per rimediare, se può, alle scapataggini del marito.
XII.
Mario per un pezzo non si mosse da Firenze; voleva raccapezzarsi e aspettava il soddisfacimento di questo desiderio dal bisogno che Alberto doveva sentire di sfogarsi con un amico. Si serbò discreto, nonostante una curiosità che era affetto, fino al giorno in cui i ritegni del Valmarana scoppiarono in un’effusione tanto più calda e improvvisa quanto quelli erano stati più lunghi e penosi. E allora Mario incapace d’una ipocrisia o d’una menzogna l’aiutò in quelle confidenze sempre difficili alle anime non volgari. Conosceva l’articolo della Perseveranza; aveva udito pronunziare insieme il nome della Marchesa e quello d’Alberto; ma stesse tranquillo, nessuno aveva creduto ciò che importava tenere nascosto. A lui oramai poteva dire ogni cosa.
E Alberto gli raccontò difatti ogni cosa. L’anno passato nel maggio quand’era dall’amico a Campomoro aveva conosciuto la Villareale. Andavano spesso a farle visita la sera e Mario doveva ricordarsene.
— Eh! sicuro che me ne ricordo.
— Abbiamo seguitato a andarvi ogni tanto. Poi tu, stanco la sera dalle tue gite per i monti, diradasti le visite; io vi tornai spesso. La trovavo quasi sempre sola, perchè Guglielmo passava la più gran parte del tempo a Firenze; v’andavo volentieri, parlavamo lungamente; mi sentivo attratto a parlare di me, a manifestare le mie idee più bizzarre, a descrivere i miei sentimenti più intimi. Mi pareva che ascoltasse con tanta benignità.... Prolungai di qualche giorno la mia dimora a Campomoro, non per arrendermi a’ tuoi desideri.... (scusami), ma perchè quelle conversazioni erano divenute un bisogno. Nonostante che partissi di là con un po’ di rammarico, tornai a Firenze tranquillo. Un mese dopo tornò anche lei; Guglielmo mi si mise d’intorno e volle quasi per forza ch’io ripigliassi la consuetudine di quelle visite serali. E io profittai dell’invito; ma a Clara quest’invito di Guglielmo parve forse un’imprudenza.... non lo so di sicuro perchè ella non me lo ha detto mai, ma il fatto è che non istette più in casa la sera; la vidi dunque poche volte prima delle bagnature. Alla metà di luglio partirono per Pegli; io me n’andai a Livorno; mi annoiai, e per scotermi feci una gita a Pegli.... La ritrovai più bella di prima e passai un mese intiero con lei e con suo marito. Chi mi avesse detto a quel tempo che amavo Clara mi avrebbe fatto ridere; vedendola così bella, così simpatica, senza sentir nulla, proprio nulla, io giudicavo che il cuore si fosse messo in pace per sempre. Una sera capitò a Pegli suo cugino Sangiorgi, tenente di cavalleria. Ero così avvezzo a star solo con lei, che quell’arrivo mi seccò; il Sangiorgi mi fu antipatico prima di conoscerlo. Era cosa naturalissima che un parente venisse a trovarla, ma io ci soffrii; quella sera la lasciai prima del solito, non chiusi occhio tutta la notte; mi venne in capo il sospetto (un giorno avanti mi sarebbe parso un oltraggio) che il Sangiorgi....
— Tira avanti, ho capito.
— Sono ragazzate, lo so.
— Va’ là non hai bisogno di scusarti; e chi non è stato ragazzo a cotesto modo? Tira avanti.
— Io m’accorsi insomma d’esser geloso, anche prima di sentirmi innamorato. E da quel momento provai il bisogno continuo di starle vicino; ero tormentato nell’istesso tempo dal desiderio di dirle che le volevo bene e dalla paura di rompere, parlando, quella specie di incantesimo... forse non mi so spiegare.
— Ti spieghi benissimo.
— Per quanto mi studiassi di dissimulare, un po’ il mio contegno col Sangiorgi, un po’ la malinconia che mi s’era cacciata addosso, un po’ qualche mezza parola.... insomma Clara capì, mi si mostrò sostenuta, fredda. Mi pareva, credilo, d’impazzire. Presi il partito d’andarmene. Tornai a Firenze, girai, cercai distrazioni.... Oramai era tutto inutile.
— E la rivedesti.... dove?
— In campagna alla fine d’ottobre. Tu eri già in Sardegna. La ritrovai più gaia, più serena, meno sospettosa verso di me. Guglielmo volle che mi trattenessi in campagna due settimane; lei, così restìa ad accogliere gente in casa sua per lungo tempo, lei stessa me ne pregò. Credimi, Mario, io avevo risoluto di non dirle mai nulla e non le parlai.... Ma una sera.... Insomma mi voleva bene da un pezzo anche lei.... lo disse.... m’impose di partire il giorno dopo, e partii.
— E.... il giorno dopo.... era già troppo tardi?
Alberto fece col capo cenno di sì.
— Da quel giorno — continuò dopo una breve pausa — sono oramai passati cinque mesi; l’ho veduta sola tre volte; ha avuto sempre lo stesso abbandono per me, io sempre la stessa fiducia in lei.... Che hai?
— Come mai, scusa, in cinque mesi non l’hai veduta sola che tre volte?
— Ma non era possibile senza destare sospetti e...
— Va bene, seguita.
Seguitò; dopo la narrazione dei fatti venne la esposizione de’ sentimenti e Mario s’accorse che la malattia era grave e lunga la cura. Il contegno di Clara dava argomento a molti sospetti; ma nell’anima d’Alberto non allignavano; germogliavano e morivano. Era uno di quelli amori terribili, che colgono sulla trentina e fiaccano tutte le forze, vincono tutte le resistenze, sono fonte di dolori ineffabili e grati; e forse l’amore non è se non un dolore grato e null’altro. Consigli, quand’anche i consigli fossero utili in tali casi, Mario non sapeva darne; vagava d’ipotesi in ipotesi, di giudizio in giudizio. Dimenticare, potendo; ma Alberto asseverava che non avrebbe potuto; viaggiare: paesi nuovi, costumi nuovi; un po’ di forza d’animo sul principio, poi le distrazioni aiuterebbero. Nemmeno. — E Mario ammutoliva aspettando aiuti dal tempo.
E il tempo se non spense il fuoco smorzò la fiamma. Ora Alberto insieme con l’amico passava tutte le sere qualche ora in casa Alberici. La Contessa che aveva in altri tempi tollerata paziente la malinconia dell’uno, compativa amorevole la tristezza dell’altro. E questi vicino a lei che gli si dimostrava così serena, si faceva a poco a poco tranquillo; credeva tuttavia che gli sarebbe stato impossibile amare un’altra donna come aveva amato Clara; ma a volte pensava, rassegnato, che dovendo vivere lontano da lei, forse era savio cercare rifugio in un affetto pacato e salvare così per lo meno gli ultimi anni della gioventù. Quel suo proposito ingenuamente egoista era il nascosto disegno di Mario e la vaga speranza di Laura, quando alla metà di luglio questa partì per Livorno dove l’aspettavano il Loveni e il Valmarana.
XIII.
Livorno nell’estate porge, come qualunque altro luogo di bagni, argomento ad un libro intero. Ah! se quel birichino di folletto, che ne’ silenzi della notte s’aggira intorno alla mia scrivania e mi batte colle lievi ali la fronte, quasi a destarvi i fantasmi intorpiditi, volesse ascoltare da me una preghiera, io gli direi: portami, folletto bizzarro, portami il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io, pigliando argomento da’ bagni di Livorno, ti detterò le più leggiadre pagine fra quante ne dettarono sin qui gli scrittori acuti ed arguti.
Pancaldi! Palmeri! che lanterna magica! che mostra di vanità! che semenzaio di bugie! quante antipatie nascoste e quante gentilezze ostentate! E questi va e quegli viene; fra una scorpacciata d’ostriche e una trottata all’Ardenza, nascono le amicizie di un’ora e gli amori d’una settimana. Si balla sulla riva e si canta; e i flutti insonni, come il chiama Eschilo, accompagnano col loro cupo ritornello le melodie dell’orchestra. Poi tutto ad un tratto, l’incanto si rompe; chi fugge di qua, chi di là; l’uno torna al fondaco uggioso, l’altro corre ai campi pieni di luce; questi alle avide cure del commercio, quegli ai faticosi ozii della caccia. Le case, donde per le aperte finestre uscivano le grida de’ bambini e le note della romanza, ammutoliscono; il vento di libeccio sbatte le tamerici, sconvolge le arene della spiaggia e vi cancella le orme impresse durante i rapidi colloqui d’amore! Solo, ogni tanto, ritorna a’ luoghi deserti qualche melanconico pellegrino cui preme sciogliere il voto delle ricordanze, o ricercare il proprio cuore che una bella vagabonda ha portato con sè. Oh! dammi, capriccioso folletto, invocato compagno delle mie notti operose, dammi il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io ti detterò in fede mia un bel libro che avrà un sorriso in ogni linea e una lacrima in ogni pagina!
Annottava; il libeccio incominciato sulla metà del giorno era rinforzato dopo il tramonto; le onde si sollevavano in alti cavalloni e spingevano fin di là dalla spiaggia gli spruzzi della schiuma verdastra. La via dell’Ardenza, di solito così rumorosa a quell’ora per le molte carrozze, era deserta; poca gente a Pancaldi; soli sulla terrazza Alberto Valmarana e Laura Alberici.
Alberto guardava fisso e distratto il mare, Laura fissa ed attenta Alberto.
— E ora a che cosa pensa?... — gli domandò, dopo averlo osservato qualche minuto in silenzio.
— Io? — rispose Alberto — a nulla; guardavo il mare; questo povero mare che è tanto bello, e a cui non bada nessuno.
E tacque ancora. Laura dopo un altro po’ di tempo, sorridendo mentre egli si volgeva a lei:
— Sempre al mare?...
Alberto non rispose; ella continuò:
— Mi accorgo che non ha ancora acquistato il coraggio di dire le bugie.
— Non ne ho mai dette, perchè non ho mai avuto una ragione sufficiente per dirne. Non ho nulla da nascondere. Se avessi commesso qualche errore, ne porterei la pena io solo; ma, guardi un po’ che orgoglio! non credo di averne commesso nessuno; forse la gente pensa altrimenti, ma io non muto opinione.
— E perchè mi dice a codesto modo? Mette anche me fra “la gente?„
— No, Contessa, le pare? È un vizio che ho di parlare qualche volta tra me e me....
— Anche in presenza degli altri?...
— Ha ragione; ma lei, che è così buona, non dovrebbe rimproverarmi....
— Buona? Mi crede veramente buona?
— Veramente e profondamente buona; credo anzi che sia capace di tutte le bontà; di quella che viene dall’istinto e di quella, dirò così, di seconda mano, che viene dalla riflessione.
— Non la ringrazio, perchè non credo che mi faccia un grande elogio! ci vuol così poco a esser buoni a questo mondo. Perchè sorride?
— Sorriderei anche se sentissi Rotschild, dire: ci vuol così poco a non morire di fame! Fra tutti i doni che si possono avere nascendo, io credo che la bontà dell’animo sia il più pregevole, e, noti bene, il più utile.
— È un paradosso?
— No, è una verità. L’ingegno? È un gran dono, ne convengo, ma procaccia dolori senza numero e li fa più gravi. Non c’è un uomo d’ingegno potente che (scusi la metafora) non senta sonare dentro sè la nota dell’elegia. La salute? Un altro gran dono; ma è come una strada stupenda che meni a un precipizio; e per la via della salute o per quella dei malanni si procede ad ogni modo verso quell’abisso ignoto che è la morte. La ricchezza? Dio mio! a questo mondo non si comprano se non le cose che non mette conto di comprare. Non si comprano nè la salute nè l’ingegno, a buon conto, non la bellezza, non la speranza, non l’amore.
— La speranza bisogna non perderla mai... e l’amore....
— L’amore? — chiese Alberto.
Laura non rispose.
— L’amore! — riprese Alberto dopo qualche minuto; — l’amore poi.... basta, non ne so nulla; non so nemmeno se abbia veramente amato in vita mia; forse me lo sono figurato; e oramai posso dire anch’io col Petrarca: “La mia favola breve è già compita!„
Dopo una pausa breve Laura riprese.
— Mi ritratto.
— Di che cosa?
— Ho detto poco fa che lei non aveva ancora acquistato il coraggio di dire le bugie. Ho sbagliato. Scusi.
— Perchè? Ne ho detta qualcuna?
— Dunque lei non è sicuro di avere voluto bene?
— Bisogna distinguere.
— Io non le domando se ha voluto bene a suo padre o a sua madre. Parlo d’amore.
— E io ripeto che non lo so: forse. A ogni modo ho fatto punto.
— No — riprese fieramente Laura fissandolo in volto — non lo dica, Alberto. Ha amato una donna non forse, ma di certo, l’ha amata profondamente e lungamente. Non dica di no; l’ha dimenticata? Può dimenticarla? Non lo so. Ma comunque sia, mi par sempre presto per far punto.
— Lo crede?
— Perchè no? Dopo le burrasche bisogna ridursi in porto. Ma per amare un uomo che ha avuto come lei una passione violenta, una passione che cova forse ancora nel profondo del cuore, ci vuole una donna che sia capace di molta annegazione, che voglia fermamente, che sia pronta a sopportare tutto senza rammaricarsi mai.
— E questa donna si può trovare?...
— Chi lo sa? Mi pare bensì che metta conto di cercarla.
Alberto stava per rispondere; quando udendo de’ passi come di persona che salisse la scala, si volse verso quella parte della terrazza. Una donna comparve. Alberto rimase muto a guardarla durante un secondo, che gli parve un secolo; Laura s’era voltata anch’essa e aveva riconosciuto la Marchesa di Villareale.
XIV.
L’arrivo di Clara destò, come è facile intendere, sentimenti diversi nell’animo d’Alberto e di Laura; l’uno appena si fu rinvenuto dal primo stupore, si abbandonò tra le molte supposizioni alla più gradita e si compiacque nel figurarsi che Clara fosse venuta a Livorno apposta per rivederlo. Laura invece se ne sgomentò come d’una sciagura improvvisa. Intendeva che quell’arrivo distruggeva in un attimo gran parte delle sue speranze e che l’edifizio costrutto con tanta cura per tanti mesi, ruinava quel giorno stesso; per giunta sentiva, per istinto, che Clara era partita da Pegli con la determinata intenzione di nuocerle.
Nè Clara ignorava le intenzioni di lei. Alberto a Livorno viveva ritiratissimo; passava gran parte del giorno in mare, il resto in casa; la sera o andava con Mario da Laura, o al Giardino con lei. Questo suo contegno innocentissimo aveva dato nell’occhio e la gente ci aveva almanaccato su; e dopo avere osservato, esaminato, meditato, chiacchierato era venuta a questa conchiusione: che Laura Alberici era innamorata del Valmarana ed egli di lei; e per dare attrattiva e onestà maggiori all’aneddoto aveva anche inventato che si mariterebbero nell’inverno venturo. La notizia da Livorno in pochi giorni arrivò a Pegli e la seppe anche la Marchesa di Villareale. Ella subito, la sera dopo l’arrivo, in un crocchio, ne fece lontano accenno ad Alberto. Questi non rispose, ma più di prima smaniò d’avere un colloquio con Clara; molte cose voleva domandarle, dirgliene una sola: che, cioè, la notizia non aveva ombra di fondamento, che egli non amava altri che lei. Cercando sempre l’occasione di questo colloquio, il quale la Marchesa dal canto suo si studiava con sottile artifizio di evitare, da Laura non andò, non le badò, non le parlò più; ed ella, che vedeva morire le proprie speranze ma non aveva tanta forza da assistere all’agonia loro, anticipò la partenza e alla metà d’agosto ritornò a Firenze.
L’ultimo di quel mese, poche ore avanti che la Marchesa partisse da Livorno per andare col marito in campagna, Alberto potè parlarle per pochi minuti; più proprio sarebbe dire potè ascoltarla, perchè Clara non lo lasciò discorrere; volle invece discorrere lei; si lagnò che l’avesse troppo presto dimenticata, e soggiunse: che sebbene ella non avesse diritto di opporsi alla sua volontà, nondimeno lo consigliava, prima di avventurarsi, a pensarci bene; spesso nella vita d’una donna c’erano dei segreti.... non sapeva nulla di sicuro ma da certe voci.... La scusasse„; ella non poteva dimenticare così presto e voleva dargli ancora una prova, se non d’affetto, che oramai egli non se ne curava più, per lo meno dell’amicizia sua a tutta prova.
Quale effetto producesse nell’animo di Alberto questo discorso è facile imaginarlo. Aveva potuto dubitare di Clara, di Clara che ancora pensava a lui e profanare il proprio amore porgendo orecchio anche per poco allo parole di Laura? E che donna era questa Laura? Tra lei e Clara non c’era da far paragoni, nè egli li aveva mai fatti; ma l’aveva creduta buona e ora.... Dei segreti? Quali segreti?
Questi diversi pensieri confondendosi, cozzandosi nella mente di Alberto, ne cacciarono finalmente l’idea del giusto e del retto. E si propose di penetrare, a qualunque costo, il segreto di Laura; la quale ora gli pareva di odiare come un nemico. Se ne andò a Firenze col fermo proposito di tener d’occhio la Contessa, di conoscere ogni più minuto particolare della sua vita. E seppe questo: che ella una volta la settimana andava con abito dimesso, in carrozza fuori di Porta San Niccolò; scendeva a un certo punto e s’avviava sola per la strada che conduce verso l’Ema, sino a una casa di contadini, e là passava ore intere presso la culla di un bambino di diciotto mesi. I vicinanti e la balia istessa ignoravano il nome della signora, ma la sapevano vedova e affermavano sicuri che era la madre di quel bambino.
Alberto, senza porre tempo in mezzo, raccontò ogni cosa a Mario; tacque soltanto che la prima e vaga accusa era venuta da Clara. Quegli non dette gran peso alle parole dell’amico: non era certo che sapesse il vero, o lo sapesse tutto, e prima di credere a tanta ipocrisia di Laura voleva averne in mano le prove. Inoltre egli era dietro a cercare la soluzione di un problema difficilissimo: a tentare di raccapezzarsi tra le contradizioni di Clara.
“Come mai, pensava Mario, questa donna che vuole franto ogni legame tra sè ed Alberto, capita a rianimare l’incendio quando appunto era sedato, se non spento ancora? Come mai, lei che non gli ha scritto una riga sola da sei mesi, piomba a un tratto a Livorno?... Vuol dunque ricominciare?... E perchè, se è così, scansa lui quando la cerca e si fa cercare quando non la cerca più?„
Tra questo dubbiezze, verso la metà di settembre, lasciato l’amico a Firenze, partì per Campomoro dove erano andati a passare l’autunno i Marchesi di Villareale.
XV.
Alberto tornato a Firenze seguitò a vivere da solitario; di Laura non cercò e non ne seppe più nulla. A Mario scrisse molte volte e ognuna di quelle lettere lo dimostrava più che mai innamorato di Clara, più che mai cullato nei soliti inganni.
Sul finire dell’ottobre Mario capitò inaspettato a Firenze una mattina di bonissima ora; con studiata noncuranza, chiese ad Alberto come mai piuttosto che scrivergli così spesso non andasse da lui a Campomoro; che ci faceva Firenze? D’ottobre non c’è nessuno.
— Vieni stamani con me; passeremo una bella giornata in collina; se ti piace di restare resterai, se no, domattina potrai tornare a Firenze.
Alberto non se lo fece dire due volte; subito partì in carrozza con Mario, il quale lo ringraziò ripetutamente, fingendo di credere che l’amico si movesse pel solo desiderio di far cosa grata a lui.
Per un certo tempo chiacchierarono, ma quando dall’ampia vallata si scorsero le colline che sovrastano a Campomoro e tra le vigne e gli oliveti si disegnò allo sguardo di Alberto la villa di Clara, tacque; chinò la testa sul petto come se la curvasse sotto il peso delle memorie.
Quante cose erano mutate dalla sera beata e funesta in cui là, tra quelle mura, egli reclinava la fronte sulla spalla di Clara! La villa stessa aveva mutato d’aspetto; v’erano stati fatti molti restauri, altri se ne compievano e se ne preparavano tuttavia.
La villa era esposta a mezzogiorno, e dava in un ampio prato; di là dal prato il giardino all’uso inglese; traversava il giardino lo stradone tortuoso, cui fiancheggiavano da cima a fondo antichi cipressi, cioè dal prato di prospetto alla villa sino al cancello che metteva nella via provinciale. Dietro alla villa selve d’olivi. Ai lati estremi della casa le camere dei coniugi Villareale; quella della Marchesa nell’angolo tra mezzogiorno e levante. Da codesta camera per una scaletta segreta si scendeva a terreno nell’archivio; accanto all’archivio la cappella colla facciata a levante; e presso alla cappella lo stanzone dogli agrumi che aveva l’uscita sull’oliveto. Il signor Bruni dalla metà di luglio a’ primi di settembre aveva lavorato quanto più poteva e condotto a termine alcuni dei restauri desiderati dalla Marchesa; ma l’archivio e lo stanzone degli agrumi erano sossopra; così la cappella intorno alla quale i muratori lavoravano ancora; di fatti era spoglia di ogni arredo sacro, le avevano tolto uscio ed imposte; e un assito tenuto ritto da due stanghe orizzontali, le cui estremità erano ficcate nel muro, chiudeva il vano della porta, la quale dalla cappella metteva nelle stanze dell’archivio.
I due amici saliti fino sull’estrema vetta del colle passarono lassù nella silenziosa ombrìa di una gran selva di pini quella breve giornata d’autunno.
La sera dopo il pranzo Mario propose d’uscire; e poichè Alberto gli domandò dove volesse andare a quell’ora:
— In casa Villareale — rispose. — Mi pare che essendo qui, tu abbia il dovere di far una visita a Guglielmo... e... agli altri.
Alberto sorrise e presa la mano all’amico gliela strinse come per ringraziarlo.
Mario aveva ragione; difatti andando verso la villa s’imbatterono nel Marchese, il quale istrutto della presenza di Alberto girava in traccia di lui. Si lagnò Guglielmo; e più la Marchesa, e più apertamente perchè non erano andati a pranzo da lei; disse che la colpa era grave e che una visitina fatta così a sera inoltrata non le pareva pena sufficiente. Per gastigarli dunque voleva che Mario ed Alberto pranzassero in casa sua il giorno dopo. Mario addusse non so quale scusa per rifiutarsi all’invito, e anche Alberto, così per non parere, si preparava a fare altrettanto; ma Guglielmo:
— Oh! per te poi — disse — non ci sono scuse. Mario sta qui e verrà da noi invece di domani un altro giorno. In questa settimana veh! perchè dopo torniamo a Firenze; ma tu te ne vai, ti vogliamo dunque con noi domani. Che diavolo! non ti si vede da un secolo! che cos’è successo? Una delle due: o per imitare Mario ti sei buttato a fare l’anacoreta anche tu, o è vera la notizia che correva a Livorno e tu prendi moglie.
Alberto fece una spallata, la Marchesa sorrise, gli occhi di Mario fiammeggiarono di sdegno.
D’uno in un altro argomento vennero a parlare della caccia; e Mario fu pregato dal Marchese a passare nel gabinetto ove quegli teneva le armi e a dire la sua intorno ad un fucile arrivato allora da Londra. Appena Mario e Guglielmo furono usciti dalla stanza, Alberto corse verso Clara, e sedendosi sul sofà accanto a lei:
— Oh! Clara, Clara, dimmi, per carità, che mi vuoi bene ancora.
— Alberto mio — rispose Clara passando la sua mano bianca e affilata nei capelli di lui — c’è proprio bisogno che te lo dica? Ho sperato dimenticarti, non ho potuto. Che importa? rispettiamo la nostra promessa; viviamo l’uno lontano dall’altra; non ti basta di sapere che ti voglio bene? A fingere, a simulare non ci son buona e alle paure, ai rimorsi d’una volta non voglio tornarci più. Ti-vo-glio-be-ne. Sei contento? Lo spero; e spero anche che sia l’ultima volta che mi fai cotesta domanda; d’ora in poi non ti risponderò più.
Quando il Marchese rientrò nella stanza con Mario, Alberto si licenziò. Voleva conservare immacolata la impressione dolcissima avuta per le parole di Clara; non aveva nè forza di parlare, nè voglia di ascoltare. Prima che partisse, il Marchese gli fece promettere di andare a pranzo da lui il giorno dopo. E Alberto accettò.
Mario e Alberto uscirono insieme e s’avviarono per lo stradone preceduti da un servitore, che aprì loro il cancello. Il cielo era minaccioso; la luna splendeva nel cielo, ma neri nuvoloni rincorrendosi la coprivano di tratto in tratto; lo scirocco sbatacchiava i lauri e piegava le vette ai cipressi del giardino. Quando il servitore si fu allontanato, Mario si volse ad Alberto e gli domandò:
— Dunque?
— Non s’è mai scordata di me; ma è la moglie d’un altro. Le paure, i rimorsi....
Alberto non potè vedere la fisonomia di Mario; udì uno scroscio di risa e rabbrividì.
— Perchè ridi a cotesto modo?...
Mario non rispose; e invece di prendere la strada che menava a casa sua girò lungo il muro della villa dirigendosi verso l’oliveto col quale essa confinava dal lato di settentrione.
— Dove andiamo? — domandò Alberto.
Mario continuò silenzioso a camminare; e Alberto, fatto oramai silenzioso del pari, lo seguì. Quando furono giunti presso al cancello che metteva nello stanzone degli agrumi, Mario vi s’accostò; il cancello era socchiuso. Mario si volse all’amico, e:
— Hai coraggio?
— Perchè...?
— Rispondimi.
— Sicuro.
— E prudenza?
— Oh! insomma spiegati....
— Promettimi che avrai prudenza, che qualunque cosa tu vegga, qualunque parola tu ascolti, saprai contenerti. Promettimelo, perchè un atto, un sospiro potrebbero avere molto tristi conseguenze per te; me lo prometti?
— Te lo prometto.
— Dunque va’; traversa lo stanzone, entra nella cappella. Guarda e giudica. T’ingannano.
— Mario!
— T’ingannano. Non stiamo a discutere. Va’ e vedi.
E partì.
Alberto, rimasto solo, si guardò intorno, come per accertarsi che non usciva da un bruttissimo sogno. Le parole di Clara un quarto d’ora innanzi gli avevano empiuta l’anima di queta dolcezza; quelle di Mario vi gettavano invece una paurosa curiosità, un vago sgomento. Stette per tornare sui propri passi, poi fece cuore, e dopo aver traversato lo stanzone entrò nella cappella.
Era deserta; Alberto dette un gran respiro; sperò di cogliere in fallo l’amico; meglio negar fede a lui che a Clara. A un tratto, orecchiando, gli parve udire un bisbiglio nelle stanze dell’archivio, separate dalla cappella per un intavolato posticcio. S’accostò; a poco a poco in quel sussurrare diverso riconobbe lo voci di Clara e del Bruni.
Sebbene non gli fosse dato intendere le parole loro, desiderò che tacessero; e quando tacquero per un minuto, spasimò di quel silenzio che a lui parve d’un secolo. Rifiutò anche una volta l’occhio alla verità; gli piacque di abbandonarsi ad un ultimo inganno e suppose che nonostante l’ora ed il luogo non fosse in quel convegno colpa veruna. Appoggiando la mano all’impalancato si trovò sotto le dita una fessura e vi posò risolutamente gli occhi; ma in quel punto la luna era coperta dai nuvoli e la stanza involta nella più cupa oscurità. I rumori uditi dapprima giungevano bensì a lui più distinti; col suono fioco di un respiro affannoso si univa quello di uno scricchiolìo monotono e sottile. Fece per moversi e non potè.... a poco a poco il raggio della luna piovendo dall’alta finestra rischiarò il pavimento e Alberto vide il piede breve, elegante di una donna sovrapposto ad un altro piede più largo: il piede d’un uomo.... A un po’ per volta la luce salì e si diffuse. Alberto scôrse sul canapè dell’archivio una massa della quale non potò determinare i contorni; ma dalla spalliera pendeva riversa, inanimata, quasi cadaverica la bella testa di Clara.
Sentì una corrente calda salirgli dai piedi alla testa; gli occhi gli si velarono, non udì, non vide più nulla; uscì sorreggendosi a mala pena dalla cappella e arrivato verso la metà dello stanzone alle cui pareti s’appoggiava con la mano, gli vennero meno le forze e cadde tramortito per terra.
Si riebbe un po’ prima dell’alba; al rumore di passi frettolosi aprì gli occhi e riconobbe il Bruni che si allontanava.
Fece per uscire; Michele, partendo, aveva chiuso il cancello dietro a sè; Alberto dovè, stremo di forze com’era, scavalcarlo; si ferì in quell’ascensione una mano, ma non sentì il dolore della ferita; troppo più dolorosa era quella che gli s’era aperta nel cuore.
Trovò Mario che passeggiava innanzi alla casa. Questi gli si fece incontro e stava per parlare, quando Alberto:
— Hai detto il vero — esclamò. — Ma io non te lo aveva chiesto: dicendo il falso avresti meritato d’essere ucciso; dicendo il vero uccidi me. Addio.
E si avviò verso la strada.
Mario rimase come intontito e non ebbe forza di dire in quel subito una parola; soltanto quando vide l’amico allontanarsi,
— Alberto! — gridò.
L’altro non si voltò neppure.
Mentre Alberto partiva cupo e silenzioso senza sapere nè dove andasse, nè che facesse, una contadina dall’alto di un olmo cantava:
Fiorin d’argento, E per amarvi voi ho pianto tanto, Povero pianto mio gettato al vento!
XVI.
Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, giornalisti e magistrati, uomini gravi e donne leggere. In qualche ora della sera i vecchi fiorentini avvezzi alla quiete della loro città, nel vedere quel movimento, quel viavai di gente diversa sognavano di essere trasportati per non so quale incantesimo a Londra o a Vienna. Via de’ Tornabuoni, nel suo piccolo, ricordava lo Strand o il corso di Porta Carintia. Gente alle Cascine, al Viale dei Colli, al Tivoli, dappertutto. Non si entrava nel Caffè di Parigi senza intoppare una ventina di ministri tra passati e presenti; di ministri futuri poi, uno per cantonata. La sera alla Pergola, come sempre, mostra di donne belle, di donne che passavano per belle e di donne belle che passavano; convegni di diplomatici, e ritrovi di amanti; pettegolezzi sul vestito della signora Tale e dispute sull’ordine del giorno del deputato Talaltro. V’era come un’imagine della Firenze di tutte l’età. Il popolino, Firenze de’ Ciompi, bestemmiava alla porta; la signoria, Firenze de’ Medici, si pavoneggiava ne’ palchi; i vecchi borghesi, Firenze lorenese, sonnecchiavano ne’ posti distinti.
Ma in un dato momento, quasi tutti li spettatori, per diversi che fossero d’indole, d’età, di consuetudini, discorrevano della medesima persona, della marchesa Clara di Villareale.
Quando la Marchesa si mostrava dal suo palco di seconda fila, tutti gli occhi si volgevano verso di lei; perchè non soltanto era stupendamente bella nel volto e nella persona, squisitamente elegante nelle vesti e negli atti, ma sapeva anche il segreto di mostrarsi ogni sera bella ed elegante in aspetto diverso. La si poteva guardare ogni sera, sicuri di trovare in lei qualcosa di nuovo; come si possono leggere i versi di un grande poeta cento e cento volte, sicuri di scoprirvi sempre qualche bellezza riposta, dapprima non scorta o non pregiata abbastanza.
Il bisbiglio ond’era salutato l’arrivo di lei fu, in una sera del novembre 186.., più lungo del solito; perchè la Marchesa era stata otto mesi lontana da Firenze, e la gente si rallegrò nel rivederla anche più bella di quando era partita.
Claudio Piccardi stava in un palco dirimpetto col Conte Olivares. Il ballo era incominciato; il Conte coi cannocchiali fissi verso la scena guardava le forme rachitiche e la pelle variopinta delle alunne di Tersicore, quando Claudio gli dette nel braccio, e:
— Avete visto chi c’è? La Marchesa.
— La Marchesa! — esclamò il Conte; e si volse verso il palco Villareale; poi, dopo una breve pausa, continuò:
— Ah! come rimpiango i tempi del feudalismo!
— Che vorreste fare?
— Obbligarla a star chiusa in casa, o confinarla in un castello solitario in mezzo alla campagna, che non potesse più vederla nessuno. Dicono che bisogna pensare alla salute dell’anima: sta bene, ma bisognerebbe anche che Satana fosse un po’ più discreto e certe tentazioni supreme ce le risparmiasse!
— A proposito.... e gli amori di Alberto? — domandò sorridendo il Piccardi.
— Voi siete padrone di ridere quanto volete; ma fino a prova in contrario, io credo che qualche cosa tra la Marchesa e il Valmarana ci sia; a che punto abbiano condotto il romanzo non so; ma questo è certo: ch’io l’ho visto a Livorno il signor Alberto, e prima e dopo l’arrivo della Marchesa. L’ho visto, l’ho osservato....
— E avete conchiuso...?
— E ho conchiuso che il Valmarana è innamorato della Marchesa, come io ebbi l’onore di dirvi otto o nove mesi fa. Aggiungo che secondo me non è innamorato solo. Ridete, quanto vi piace; è innamorato della Marchesa di Villareale....
— E non della contessa Alberici? — domandò Claudio sorridendo.
— Di questo non mi faccio garante. Una cosa non guasta l’altra. Io sono di manica larga e credo che si possa essere innamorati di due donne nel medesimo tempo.
················
Mentre tutti guardavano Clara, Clara, pareva attentissima a quanto si faceva sul palco scenico. “Pareva„ perchè in realtà se i cannocchiali erano vôlti verso la scena, gli occhi guardavano furtivamente altrove. Entrata nel palco, aveva scorto in platea appoggiato alla soglia della porta Alberto; e non le era parso l’Alberto di altri tempi che soleva salutarla ogni volta che la vedeva d’un guardo lungo e passionato. Quella sera aveva gli occhi infossati; e nel viso, ove per solito sorrideva malinconicamente l’affetto, la Marchesa lesse lo sprezzo, il sarcasmo, lo sdegno.
Lo vide uscire dalla platea e sperò per un momento che se ne andasse dal teatro; poi ripensando che ella non lo aveva mai veduto con quell’aspetto, conchiuse esserci qualche cosa di nuovo per l’aria, o bisognare armarsi di tutto punto; se Alberto si fosse chiarito nemico, sgomentarlo con l’audacia sin dalle prime avvisaglie.
Di lì a poco infatti Alberto entrò nel palco Villareale; v’erano il Piccardi, il Ferreri e Guglielmo rincantucciato in un angolo.
XVII.
Quando Alberto entrò nel palco Villareale, Claudio Piccardi dichiarava al solito una delle sue tante teorie. Faceva la storia del ballo discorrendo della Cerrito, dell’Essler che gli erano note soltanto per i discorsi de’ più vecchi di lui; dipingeva la danza delle Almèe come se avesse visto l’Egitto, quella degli Assiaoua quasi fosse stato ad Algeri.
— A sentirti, — esclamò Alfredo Ferreri quando Claudio ebbe finito, — e’ parrebbe che tu fossi un Vestris o un Saint-Léon; e dire che, nonostante tutta la tua erudizione, balli tanto male!
— Difatti non mi occupo che della teoria; in pratica detesto il ballo e più anche le ballerine.
— Non ne dica male via, Piccardi — soggiunse la Marchesa, la quale aveva una gran smania di dir qualcosa per togliersi allo sguardo fisso, penetrante di Alberto, che s’era seduto di rimpetto a lei. — Povere donne! che brutto mestiere il loro! Che si fa celia? Tutte le sere il solito sorrisetto, le solite moine anche quando non ne hanno voglia. Deve essere una vita d’inferno!
— E poi quella benedetta nomèa, — aggiunse il Ferreri. — Perchè insomma una ballerina potrebbe essere una santa, per il mondo è sempre una ballerina.
— Una delle solite ingiustizie — mormorò Alberto.
— Sarà un’ingiustizia — replicò il Piccardi — felicissimo di poter far mostra un’altra volta della sua facile erudizione. Fatto sta che in Francia, fino al 1681, le dame di corte salivano sulla scena e ballavano, perchè era proibito alle donne di prender parte ai balli ne’ teatri pubblici; da quando furono inventate le ballerine, le signore non vollero ballare più neanche sul teatro di Corte.
— Bravo — riprese Alberto — per spiegare una ingiustizia tu mi citi un’ipocrisia — Vorrei un po’ che tu mi dicessi perchè una ballerina che si mostra a duemila persone dal palco scenico debba essere più svergognata di una duchessa che si mostra a tre o quattro uomini successivamente nello stesso giorno nella camera propria fra i ritratti degli antenati e magari nell’archivio di famiglia. Qualche volta le ballerine salgono e le duchesse scendono.
— Lasciamo andare, — interruppe il Piccardi desideroso di troncare quel discorso che gli pareva Alberto spingesse innanzi un po’ troppo. — Lasciamo andare; ti dimostrerò più tardi che c’è una bella differenza.
Ma l’altro insistè:
— Sì, differenza di amanti giovani o vecchi, ricchi o poveri, biondi... o bruni; poi signore e ballerine valgono tutte lo stesso.
La ostinazione d’Alberto, il discorso suo parvero insensati a tutti tranne a Clara che dalle allusioni e dai doppi sensi intese il movente di quel contegno. Non si sgomentò; e fredda, altera, fissando gli occhi, quasi minacciosi, in quelli del Valmarana.
— La prego di credere, — disse, — che vi sono delle eccezioni.
— Alle signore non si contradice, — replicò secco Alberto.
La Marchesa lo squadrò e tacque; parve lo volesse fulminare col disprezzo. Guglielmo intanto s’era alzato dal suo cantuccio ed era venuto sul davanti del palco.
Succedè una pausa breve che parve lunghissima, perchè tutti cercavano un argomento per ripigliare la conversazione.
Alla fine il Piccardi:
— Mi pare che quest’anno il corpo di ballo non si distingua per la venustà delle forme.
— C’è la Molucchi che è una bella ragazza, — disse il Ferreri.
— Qual’è? — domandò Guglielmo.
— Quella bionda nel secondo grappo.... Aspetta.... Ecco... guarda la seconda a sinistra.
— Eh! sì, è molto bellina.
— Un mostro! — esclamò Alberto.
E Guglielmo:
— Valmarana, tu sei di cattivo umore da un pezzo in qua e stasera anche più del solito: quando si hanno i nervi non si va per il mondo a seccare la gente coi paradossi e con lo spirito di contradizione.
— C’è della gente che non tollera i paradossi,-rispose Alberto — ce n’è di quella che non tollera le lezioni.
E, salutata a mala pena la Marchesa, uscì.
Sul tardi, all’uscire dal teatro, la gente parlava di un alterco nato fra il Valmarana e il Villareale, di una sfida corsa e di una ballerina che era la cagione di sì brutta contesa.
Inutile dire che in tutti que’ discorsi non c’era l’ombra della verità; ma quella sera tutto le mamme fecero presso a poco alle figliole questo discorso:
— Figliole mie, pensateci bene prima di pigliare marito. Lo vedete! non basta esser buone, pazienti, virtuose come la povera Clara: quando ci s’imbatte in uno di questi uominacci perfidi come il Marchese, che ci pospongono alle ballerine, non si hanno altro che dispiaceri.
XVIII.
Guglielmo andò a casa insieme con Clara; non le fece parola di ciò che era accaduto al teatro, nè ella, tacendone lui, volle essere la prima a parlarne. Licenziata la cameriera, si coricò, ma non le fu possibile chiudere occhio in tutta la notte; tante idee le passarono per la testa, tanti sentimenti e diversi le tumultuarono nell’animo. Temeva di Guglielmo; le pareva naturale ch’egli mostrasse aperto il proprio risentimento ad Alberto e la impauriva lo scandalo, sicuro effetto della contesa. Era convinta oramai che Alberto sapesse gli amori di lei con Michele, ma convinta del pari che, qualunque cosa fosse per accadere, Alberto dopo quel primo impeto tacerebbe a qualunque costo.
Nondimeno si preparò ad ogni evento; sebbene non le riuscisse addormentarsi, la mattina dopo chiamò la cameriera più tardi del solito; e quando, giunta l’ora della colazione, l’avvisarono che il Marchese l’aspettava, ebbe cura di tardare venti buoni minuti ad uscire dalla camera.
Nella stanza da pranzo Guglielmo stava intanto leggendo un giornale. Clara entrandovi,
— Abbi pazienza — disse: — ho dormito tanto; mi sono svegliata tardi e t’ho fatto aspettare....
— No, no; ho anticipato io nel chiedere la colazione. Non m’è stato possibile chiuder occhio in tutta la notte....
— Come mai?
— Il Valmarana m’ha talmente stizzito ieri sera....
— Oh! per carità, Guglielmo.... non mette conto neppure di parlarne.... sai che è tanto strambo quel povero ragazzo....
— Sì, sì; ma quando uno è strambo fino a quel punto deve viver da sè; glielo ho detto e glielo ripeterò.
— Guglielmo, per amor di Dio, non mi dar dispiaceri.
— No, sta’ tranquilla; voglio che Alberto ti domandi scusa.
— Di che?
— Come di che? Di quel che ha detto ieri sera.
— Ma forse, chi sa? non ebbe nemmeno l’intenzione di dire un’impertinenza a me.
— Lo credo anch’io, ma che importa? C’erano in palco il Piccardi e il Ferreri; conosco i miei polli e non voglio chiacchiere.
— Fa’ come credi; non mi accôro, perchè son sicura che il Valmarana farà tutto quello che vuoi. Solamente, o lasciar correre o far la campana tutta d’un pezzo.
— Sarebbe a dire?
— Bisogna pagare il Bruni e servirsi d’un altro architetto.
— Perchè?
— T’è sfaggito forse: il Valmarana parlò d’amanti biondi; poi si fermò un secondo e soggiunse: “o amanti bruni.„ Sarà un’allusione o non sarà....
— Ma nemmeno per idea. Che diavolo ti viene in testa? Non ci mancherebbe altro: ora che deve costruire l’ala nuova del palazzo.... E chi vuoi che dica?...
— Lasciami finire. Non ho mica paura; figurati! nessuno ci crederebbe, e poi mi basterebbe che non ci credessi tu.... Ma io veggo in tutto questo la mano di una mia carissima amica, e siccome la so capace di tutto....
— La mano di chi?
— Di Laura Alberici. Sai che a Pegli ci hanno detto che il Valmarana doveva sposarla; arrivata a Livorno, io, che sono franca e non so capire i sotterfugi perchè non li so fare, domandai ad Alberto, dirimpetto a molta gente, se la notizia era vera. Non mi rispose; Laura se ne impermalì, ed ora per vendicarsi di me, che ho avuto il torto d’immischiarmi nei suoi pasticci, mette su il Valmarana contro di me e fors’anche mi favorisce un amante; e siccome non sa chi scegliere, perchè da mesi e mesi non vediamo nessuno, m’appiccica forse il signor Michele che è stato a Pegli, ti ricordi? quando tu sei andato a Courmayeur. L’architetto, il quale, nota bene, ha cinque anni meno di me! È una supposizione, bada, ma mi pare sia meglio liberarsene e....
— Scusa, mi pare invece che il rimandare il Bruni, il toglierlo da’ lavori ora che sono incominciati, darà più che mai ragione a questa signora di spargere calunnie.
— Oh! no, perchè diremo chiara e tonda, a chi la vorrà sapere, la ragione per la quale, sebbene con molto rammarico, abbiamo dovuto allontanarlo da casa nostra.
— Fa’ tu.
— No, scusa, non è una bella parte e non mi sento punto la voglia di farla io. Stamani quando viene....
— Stamani non lo vedrò, devo uscire; avrò tempo in giornata, mi pare; non c’è fretta. E poi, siccome è capacissimo, non ti nascondo che mi dispiace.
— Ti prego....
— Sì, sta’ tranquilla, te lo prometto — conchiuse Guglielmo.
E stretta la mano alla moglie uscì dalla stanza, scese le scale e s’avviò lentamente verso la casa d’Alberto.
Era caduta molta neve e gli fu forza andarsene a piedi.
Un’ora dopo Giovanni bussava allo porta del gabinetto di Clara.
— Avanti. Che c’è?
— Il signor Bruni ha cercato del padrone. Gli ho detto che è fuori e mi ha mandato a domandare se la signora Marchesa ha bisogno di lui.
— No — rispose risoluta Clara.
Poi, mentre Giovanni stava per oltrepassare la porta:
— Ah! sì... a proposito, ditegli che ho bisogno di parlargli un momento, se non ha nulla da fare, salga subito; se no, più tardi; non è cosa che prema.
Quando di lì a poco Michele entrò nel gabinetto, Clara gli andò incontro, e parlandogli in fretta e a bassa voce:
— Non restar qui — gli disse — fa’ che Guglielmo non ti trovi in tutto il giorno; e se mai per caso ti imbattessi in lui, non ti meravigliare di quello che ti dirà... non rispondere nulla, aspetta: e sta’ tranquillo... ci sono io... che ti voglio bene.... E ora va’..., va....
Michele attonito avrebbe voluto domandare chi sa quante cose; ma Clara, senza aggiungere sillaba, lo spinse con dolcissima violenza fuori dell’uscio.
Appena fu uscito, Clara s’accostò allo specchio, e rialzati i capelli sulle tempie stette immobile guardandosi per un momento; poi sorrise, di un sorriso pieno di sdegno, di scherno, di sprezzo, di compiacimento. Se il marchese di Villareale fosse a caso rientrato in quel momento nel salotto, la faccia di sua moglie gli avrebbe messo paura.
Sui tetti, sulle finestre, per le vie s’era alzato già più d’un palmo di neve. Alberto, levandosi, aveva acceso nel camino un gran fuoco, alimentato poi per cinque ore con carbon fossile e legno di quercia. Il termometro segnava diciassette gradi, e Alberto sentiva un brivido serpeggiargli per le ossa. Se ne stava semisdraiato sopra una poltrona profonda vicino al caminetto, quando Stefano, entrando, gli annunziò il marchese di Villareale.
— Padrone — rispose Alberto, e si alzò.
Guglielmo si fermò sulla soglia; un po’ perchè, dolente della cagione che lo conduceva colà, gli sapeva male andare innanzi; un po’ perchè le vampe di calore che venivano dal salotto gli mozzarono sulle prime il respiro.
S’avanzò, dopo un momento, tenendo in mano il cappotto, verso il Valmarana e con severa tranquillità:
— Non credo che ci sia bisogno di dirti il perchè son venuto.
Alberto immobile non rispose.
— Se non ti conoscessi da un pezzo, avrei mandato due amici a chiederti conto delle tue parole, del tuo contegno; credo che tu non sia persuaso, nemmeno in tesi generale, di quello che dicesti, ma poco importa; credo altresì che non ti sia passato per la testa di offendere me e mia moglie che ti abbiamo accolto sempre, scusa se te lo ricordo, con cortesia. Ma il tono, le parole che dirigesti a Clara ed a me in presenza di testimoni.... Insomma bisogna che tu chieda scusa a mia moglie e subito.
— Non ebbi intenzione di offendere nessuno; risposi un po’ bruscamente a te perchè m’avevi parlato con un po’ troppa alterigia. Non mi pare che ci sia bisogno di scuse.
— Non divaghiamo — riprese il Marchese anche più severo e alzando un tantino la voce — questo nostro colloquio non può molto protrarsi. Se avessi supposto che t’era passato per il capo di fare offesa a me o ad altri, avrei operato diversamente; non domando che mi dichiari il significato delle tue parole; per me non hanno nessun significato. Fatto sta che hai mancato di rispetto ad una signora; se intendi chiederle scusa bene, se no....
S’interruppe; poi:
— Andiamo, via, Alberto, vedi un po’ dove mi trascini.... Stasera Clara sarà al teatro... potrai venire nel palco e con due parole....
— No — rispose subito Alberto.
— No? Sta bene — disse il Marchese.
E si mosse verso la porta.
— Un momento.
Alberto s’accostò al tavolino, prese una penna e un foglio da lettere ornato del suo monogramma e scrisse:
“Le domando scusa, Marchesa; spero che vorrà dimenticare i paradossi che mi uscirono di bocca ieri sera in un momento di cattivo umore.„
“Valmarana.„
Porse il foglio a Guglielmo; questi lo lesse, e:
— Grazie, Alberto — disse.
E gli prese la mano e la strinse; poi, vedendo che Alberto restava zitto e in piedi,
— Addio dunque — riprese.
— Addio.
Il Marchese uscì; e per le scale pensava:
“Quel povero Alberto m’è sempre parso un po’ bizzarro, ma ora poi mi par diventato matto addirittura.„
Quando il Marchese fu uscito, Alberto si gettò sopra la poltrona; appoggiò i gomiti sui ginocchi e si coprì colle palme la faccia. Così stette lungamente, quando sentì il capo farglisi grave tentò d’alzarsi, ma gli occhi gli s’abbagliarono, gli si piegarono le gambe e ricadde. Gli pareva come d’udire un ronzìo confuso di mille voci sottili; fece un nuovo sforzo; appoggiandosi con una mano al muro, con l’altra alle seggiole sparse per la stanza, s’accostò alla finestra, l’aprì e tuffò la testa nella spessa neve che s’era accumulata sul davanzale. Si sentì sollevato e rimase come sbalordito per più di due ore alla finestra; un vento ghiacciato gli illividiva il volto, e la neve gli copriva co’ suoi fiocchi bianchi i capelli.
Guglielmo non tornò a casa che all’ora di pranzo: e quando mostrò a Clara le poche righe scritte da Alberto.
— Povero Valmarana! — disse quella, — l’ho sempre pensato che non è cattivo, ma ha un benedetto naturale.... oh! meglio così! non ci si pensa più; ha fatto bene a scrivermi.... star lì ad ascoltare uno che fa delle scuse non è punto piacevole per una donna; e, confesso il vero, mi sarei sentita impicciata....
Stette pensosa un momento, accartocciando il foglio con naturale noncuranza, poi:
— Del rimanente — continuò — abbiamo fatto uno sproposito anche noialtri.
— Quale?
— Quello di mandar via il Bruni. È stato quasi un venire a patti colla calunnia. Oramai è fatta....
— Non è fatto nulla, — rispose il Marchese — perchè io ho cercato Michele e non l’ho potuto trovare. Te l’ho detto sin da stamani che era uno sproposito; ora che ne sei finalmente persuasa anche tu io non gli dirò nulla e festa finita.
— No.... aspetta, lasciamici pensare ancora ventiquattr’ore.
— Pensaci, ma che se n’esca dentro domani.
Ventiquattro ore dopo la Marchesa non aveva ancora pensato abbastanza; ma poichè Guglielmo s’impazientiva, ella disse d’accostarsi, per deferenza verso il marito, all’opinione di lui; e così fu conchiuso che il Bruni seguiterebbe a prestare i propri servigi alla famiglia Villareale.
Due giorni dopo arrivava a Campomoro un dispaccio diretto a Mario Loveni dal cameriere d’Alberto e concepito in questi termini:
“Il padrone sta malissimo. Venga subito.„
XIX.
Mario, quando gli portarono il telegramma di Stefano, passeggiava innanzi alla villetta cogitabondo; Reno lo segniva lento colla testa dimessa. L’animale era attristato della mestizia dell’uomo.
Leggere il dispaccio e montare in carrozza fu per Mario l’affare di dieci minuti. Reno voleva montare anch’esso, ma il padrone lo respinse bruscamente e partì. Partì subito pensando che la malattia di Alberto doveva essere molto grave, se Stefano lo chiamava con quella fretta, adoperando quelle parole; e in tale pensiero si confermò quando giunto alla casa del Valmarana vide Stefano medesimo venirgli incontro addoloratissimo e lo udì esclamare:
— Ah! signor Mario, signor Mario! che disgrazia! che disgrazia!
Ma per quanto supponesse grave lo stato di Alberto, provò, entrato che fu nella camera di lui, uno sgomento da non ridirsi. Alberto giaceva supino sul letto con la testa sollevata da tre guanciali sovrapposti l’uno all’altro; livido, aveva gli occhi semichiusi, immobili, come di vetro. Il respiro affannoso e il continuo moversi delle mani che pareva cercassero qualche oggetto erano soli segni che la vita non aveva ancora abbandonato quel corpo.
Mario gli si accostò, lo chiamò più volte per nome; ma Alberto non si mosse, nè rispose. E allora voltosi a Stefano:
— Quando l’ha visto il medico? — domandò Mario.
— Ieri sera a mezzanotte.
— E tornerà?
— A star di molto, fra mezz’ora sarà qui.
— E quant’è?...
— Due giorni.
E Stefano raccontò per filo e per segno a Mario come Alberto tornato dal teatro si fosse gettato vestito sul letto; e alzatosi di buonissima ora la mattina e acceso un gran fuoco, fosse rimasto presso al camino finchè non giunse il Marchese di Villareale; che partito il Marchese, Alberto aveva aperto la finestra e v’era stato affacciato col capo scoperto più di due ore.
— Ah! il Marchese Villareale è venuto qui? — domandò Mario.
— Sì signore.
— Dio santo! quanto sta questo medico?... E si trattenne il Marchese?
— Pochi minuti.
— A che ora suol venire?
— Il medico? Alle nove; sono le otto e tre quarti...
— Di’.... e quando uscì dalla finestra?...
— Si buttò daccapo sul letto; mi chiamò, disse che si sentiva molto male, ma non volle che chiamassi il dottore. Poi nella notte peggiorò tanto e.... Creda, signor Mario, creda che peggiora di minuto in minuto. Ieri sera qualche parola la diceva, e ora....
— Zitto! è sonato....
— No signore; oh! sto attento, non dubiti, e poi c’è Francesco di là in sala....
— Sai per che motivo venisse il Marchese?
— No signore.
— Chi è il dottore?
— Una brava persona, un po’ rotto.... il dottor Ramelli.
— Ah!
— Lo conosce?
— Sì.... questa volta è sonato di certo.
— Sì signore.... questo è lui....
Stefano non s’ingannava; difatti di lì a poco il medico entrò nella stanza.
Mario, che lo conosceva avendolo trovato qualche volta in casa della contessa Alberici, gli si fece incontro come per interrogarlo; il dottore non gli badò e senza pronunziare parola s’accostò al letto del malato.
Dopo un po’ di tempo:
— Dunque? — domandò Mario con ansietà.
Il dottore gli fece cenno di seguirlo nella stanza contigua e:
— Caro signore, — disse, — che vuol che le dica? lo vede da sè: il malato è gravissimo.
— Una polmonite?...
— Eh! magari fosse una polmonite soltanto; ma c’è congestione polmonare e congestione cerebrale.
— Ma c’è speranza?...
— E congestione cerebrale — ripetè il dottore.
— Ha sentito da Stefano?....
— Sì, sì, cause occasionali e non bene accertate; la causa prima è un disturbo di circolazione; la flussione del petto è avvenuta così sollecitamente a cagione di una precedente alterazione del cuore. E questo è confermato dalla complicanza della congestione cerebrale.
— Ma come? Alberto?....
— Ha un vizio cardiaco.
— Un vizio cardiaco?
— Eh! la diagnosi è facile; non c’è neanche da dire posso ingannarmi.
— Ma se non s’è mai lagnato di soffrire di cuore!
— Caro signore, non si sarà lagnato, ma il vizio c’è.
— Può darsi che qualche grave dolore.... qualche commozione violenta?...
— Tutto può darsi.
— Ma si può sperare?
— Io non posso dirle nè di sperare nè di disperare. Io ho fatto tutto quello che sapevo e potevo. A ogni modo nel vedere quel disgraziato uomo spossato, denutrito con un’alterazione al cuore grave, molto, molto grave non mi sgomento dell’ora mi sgomento del poi. Più della malattia temo le conseguenze.... A rivederla, tornerò a mezzogiorno. Se mai ci fosse un peggioramento il cameriere sa dove trovarmi.
Partito il medico, Mario si sedè accanto al capezzale d’Alberto e ripensò i fatti narratigli da Stefano; la visita di Guglielmo, che era pur cosa da non meravigliare, lo aveva posto nel timore che qualche cosa di serio fosse avvenuto tra lui ed Alberto; e soffriva, riflettendo che forse egli, Mario, era causa involontaria di tanto guaio. Per buona sorte il Marchese di Villareale venne a toglierlo da quell’angustia, chiedendo con affettuosa premura notizie del Valmarana.
Mario stava dunque presso al letto, assorto in tali pensieri, quando udì un rumore alla bussola. Stette un momento in orecchio e poichè il rumore durava ed egli non sapeva raccapezzare da che fosse cagionato, si alzò; in punta di piedi andò fino all’uscio e l’aprì.
E Reno entrò dando un lungo sguardo al padrone, come se volesse chieder perdono di aver trasgredito gli ordini seguendolo a Firenze. Ma il padrone non gli badò; gli era parso di udir de’ passi nel salotto e aveva veduto mentre apriva la porta un’ombra dileguarsi; traversò il salotto, entrò in un gabinetto e si trovò a faccia a faccia con la contessa Alberici.
— Lei? — esclamò Mario.
— Io. Di che si meraviglia? Di trovarmi qui? Dovrebbe meravigliarsi se non ci fossi. Da che ho saputo dal dottore lo stato del povero Alberto, sono venuta e non mi sono più mossa. Egli non era in grado di riconoscermi e potevo assisterlo senza che si adirasse della mia presenza. Che le ha detto il medico?
— Nulla di buono.
— Oh! si salverà, Loveni, si salverà. Io lo sento; il cuore mi dice di sperare. Non è vero che stia peggio di ieri sera. Stefano non lo ha visto bene.... Non lo rimproveri Stefano; glielo ho inibito io di dirle che ero qui.... perchè nonostante che le avessi fatto spedire quel telegramma ieri sera, stamani m’è mancata la forza per venirle incontro. Ho temuto di farle paura.
Udendo quelle parole Mario fissò gli occhi nel volto di Laura: faceva paura difatti, tanto la sua fisonomia era sconvolta, tanto profonde v’erano impresse le tracce della veglia, dell’angoscia, del pianto.
— Santa creatura! — disse Mario. — Presala per mano la condusse nella camera di Alberto e ambedue si sederono silenziosi, l’uno ai piedi del letto, l’altra presso al capezzale.
Reno andò ad accoccolarsi in un canto.
Per le imposte socchiuse penetrava un sottile raggio di luce e il silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso e frequente dell’ammalato.
XX.
La mattina dipoi il dottore avvertì che la congestione cerebrale cedeva alla pronta efficacia della cura e lo stato del petto si era fatto migliore. Quell’annunzio doveva essere e fu una consolazione per Laura, ma succedè presto un nuovo rammarico. Fino allora infatti Mario e Laura tutti intenti a scrutare la fisonomia d’Alberto, a osservarne ogni mutamento più lieve, non avevano parlato tra loro che per certificare i fenomeni della malattia di lui, o per commentare coi criteri del cuore le parole del medico. Quel giorno, fatti più fiduciosi intorno al futuro, si volsero volentieri al passato; e Mario, ricordandosi del racconto fattogli dall’amico e dei sospetti che aveva accolto nell’animo rispetto a Laura, le disse ogni cosa. Le parole del Loveni furono per lei, secondo la frase solita, un fulmine a ciel sereno; e le dolse più di essere stata spiata da Alberto, che creduta colpevole; per un momento piegò la fronte; ma rialzatala subito con fierezza rispose a Mario che l’accusa lanciata contro di lei era la più codarda delle calunnie; il bambino mandato a balia fuori della porta San Nicolò, e da lei visitato ogni tanto, non era figlio suo; di chi fosse non voleva nè poteva dire; non poteva perchè era suo stretto debito tacere, non voleva perchè aveva diritto di esser creduta, anche senza fornire le prove della propria affermazione, ella che non mentiva mai.
Mario le credè; ma per Laura il colpo era così forte che sentì il bisogno di divagarsi e di uscire. Uscì difatti lasciando il Loveni a custodia di Alberto, presso il cui letto ella si propose di tornare la sera.
E giunta sulla porta della casa vide in carrozza la Marchesa di Villareale. La Marchesa, fatto fermare il legno, accennò a Laura di accostarsele; e quando fu allo sportello,
— Come sta il Valmarana? — domandò simulando con artifizio squisito un’inquieta premura.
— Un po’ meglio.
— E chi lo cura?
— Il dottore Ramelli.
— E c’è chi lo assista?
— Mario Loveni ed io.
— Ah! tu?... — rispose Clara dando col sorriso e con la voce un significato alquanto maligno a quelle parole.
— Io — rispose grave Laura; poi con fare disinvolto: — a proposito, mi pare che tu avessi giurato, giurato, bada bene, di serbare un segreto che non era nè mio nè tuo e che io feci male a confidarti. Ma! t’ho conosciuta tardi.
— Laura, ricominciamo?
— Dunque, poichè avevi giurato, mi sapresti dire con che cuore hai potuto violare il giuramento?
— Io?
— Tu.... Il Valmarana non ha potuto saperlo che da te.... Credo anzi che sebbene sapessi che quel bambino è di mia sorella nato nell’assenza del marito, tu gli abbia fatto credere che è figliolo mio.
— Io mi meraviglio.
— Tu ti meravigli, s’intende; non mi puoi rispondere altrimenti. Addio, demonio.
E s’allontanò. La Marchesa proseguì per la sua strada, pensierosa più dell’usato. Oramai Laura, se anche non possedeva, credeva di possedere ella pure un segreto. E poi chi guarentiva che Alberto, inasprito com’era, non avesse parlato? O che nel delirio non gli fosse sfuggita qualche frase, un nome?
Scese in via Tornabuoni alla farmacia inglese e vi trovò il Marchesino Lunati.
— Come mai, Marchesa, così mattiniera?
— Sono stata a prendere le nuove del Valmarana.
— Ah! già. Ci volevo andare anch’io e me ne sono sempre scordato. Come sta?
— Meglio.
— Meno male; l’avevano dato per morto.
— Oh! no pare anzi che ci sia molta speranza.... Lo cura il dottor Ramelli che è bravissimo, dicono. È ben custodito.... si figuri: ci stanno giorno e notte Mario Loveni e Laura Alberici.
— La Contessa? Ma allora è vero quel che si diceva a Livorno!
— Perchè? È necessario forse che un’infermiera sia una fidanzata?
— Scusi, Marchesa, ma...
— Può darsi anche che sieno fidanzati, non dico di no, ma questa prova non basta; tanto più che lei lo sa com’è Laura.... senza rispetti umani; quando le piace di fare una cosa la fa senza curarsi di quel che dirà la gente....
— Senta, Marchesa, scommetto che se m’ammalo io la Contessa a farmi da infermiera non viene....
— Oh! no....
— E dunque?
— Lei è padrone di pensare come vuole; solamente mi faccia il piacere di non raccontare a nessuno questo che le ho detto. Non voglio essere io cagione di chiacchiericci.... Me lo promette?
— S’imagini!
Successe quel che la Marchesa s’era proposta. Il Lunati raccontò tutto senza dire bensì d’averlo saputo da lei; e il giorno stesso sul piazzone delle Cascine non si parlava che dell’assistenza dell’Alberici al Valmarana.
— Congestione cerebrale — diceva il Ferreri — seguita da matrimonio. Esito funesto.
E il Piccardi, sempre per far l’erudito, citava i versi dell’Otello di Shakespeare:
Ella m’amò per le sventure mie Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.
XXI.
Passato qualche giorno, sebbene Mario e Laura si spaventassero del sonno quasi letargico dell’ammalato, il dottore annunziò che la congestione cerebrale doveva tenersi vinta e predisse che, svegliandosi dopo quel sonno morboso, Alberto avrebbe certamente riconosciuto chi gli stava d’attorno e pronunziato a fatica qualche parola.
Partito il medico, anche Laura volle andarsene. Le molte preghiere di Mario, i molti argomenti adoperati da lui per indurla a restare non giovarono a nulla; Laura sapeva di non essere più nelle buone grazie di Alberto, non voleva che vedendosela accanto si sdegnasse; ogni più lieve commozione gli era dannosa: dunque partiva, pregando Mario di non dire mai una parola all’amico intorno a ciò che era avvenuto, quando egli giaceva inconsapevole in presentissimo pericolo di vita.
Mario, rimasto solo al capezzale del malato, vide avverarsi tutte le previsioni del medico. Alberto sulla sera si destò; scôrto l’amico fissò a lungo gli occhi su di lui, come per raccapezzare chi fosse; riconosciutolo finalmente, sia che avesse dimenticato come e quando s’erano lasciati, sia che gli piacesse farlo dimenticare, gli prese la mano e gliela strinse. Volle parlare e non potè, ma mostrò con gli atti e col guardo di intendere tutte le parole che l’altro gli disse, e con gli atti e col guardo si studiò di rispondere alle domande che gli furono rivolte.
Alla fine di quella settimana Alberto entrò nella convalescenza lunga e penosa; superata la congestione polmonare e la cerebrale, rimaneva pur sempre quel disturbo di circolazione che, al dire del dottor Ramelli, era stato causa prima al precipitoso svolgimento e alla singolare violenza della malattia. Era preso così spesso dall’affanno, che lo stare giacente gli si faceva di giorno in giorno più intollerabile. Fu dunque giocoforza adagiarlo sopra una poltrona.
E Mario stava seduto accanto a lui e si sforzava, per fargli meno tristi le lunghe sere dell’inverno, di indurlo a parlare, a distrarsi. Inutilmente: Alberto ascoltava, non rispondeva o rispondeva soltanto con un sorriso pieno di malinconia. E la conversazione languiva perchè di Clara, argomento favorito a’ discorsi di Alberto, Mario non voleva parlare; nè Alberto avrebbe tollerato che gli si ragionasse di Laura, argomento inesauribile alla eloquenza di Mario.
Alberto aveva bensì notato che ogni giorno, verso le due, Stefano entrava in camera con un pretesto qualsiasi e subito Mario si alzava ed usciva, nè tornava che dopo mezz’ora a ripigliare il suo posto. Questo fatto semplicissimo, ripetendosi tutti i giorni e sempre all’ora medesima, aveva destato nell’animo d’Alberto una sospettosa curiosità. Gli pareva che la cosa non fosse liscia, che gli si nascondesse qualche segreto e aveva fatto proposito di indagare che segreto fosse.
Una volta che s’era appisolato sopra la poltrona, svegliandosi non trovò Mario presso di sè; guardò l’oriolo, era l’ora solita; tese l’orecchio verso la porta che dava nel salotto e udì Mario che parlava; con chi? Gli parve parlasse con una donna. S’alzò e a passi lenti, appoggiandosi al bastone s’avviò piano piano verso la porta. Giuntovi, si fermò per un momento, poi aprì l’uscio ad un tratto.
Seduti innanzi al camino stavano Mario e la Contessa Alberici.
Laura s’alzò, pallidissima, Mario rimase seduto senza neanche voltarsi. Alberto, fermo sulla porta, volgeva intanto ora sulla Contessa ora sul Loveni gli occhi attoniti, severi.
Fu l’affare d’un minuto; poi Mario, alzandosi, vôlto ad Alberto:
— Andiamo per le spiccie — disse. — La Contessa è venuta a chiedere notizie della tua salute; ne aveva diritto perchè quando tu eri in pericolo....
— Mario! — esclamò Laura.
— Mi lasci dire.... quando tu eri in pericolo di vita ha vegliato giorno e notte insieme con me al tuo capezzale. Cogli dunque l’occasione per ringraziarla e, giacchè ci sei, scusati di aver prestato fede alle calunnie che ti dissero sul conto suo.
Ed uscì.
Gli altri due rimasti soli stettero un momento fermi, silenziosi. Poi Laura si mosse verso Alberto e stesagli la mano:
— Addio — disse.
— A rivederci — replicò Alberto.
— No, addio.
— Come? Vuole che non ci vediamo più?
— No.
— Perchè?
— Importa dirlo il perchè? Non lo sa lei come lo so io? Oramai non abbiamo più nulla da dirci. Possiamo restare amici a patto di vivere lontani l’uno dall’altra. E resteremo, spero.
E gli stese la mano; Alberto la prese fra le sue.
— No, Contessa, non parta. Mi fa male pensare che io le costo anche questo sacrifizio. Io debbo ringraziarla, debbo scusarmi con lei che è la più nobile creatura ch’io abbia trovato nel mondo. Sono un disgraziato, non merito forse l’affetto di nessuno, merito di certo la pietà di tutti. Non mi dimentichi e mi compianga.
Laura fece per rispondere e non potè; si sentì serrata la gola; raccolse le proprie forze e svincolandosi:
— Non la dimenticherò.... Addio. — E fuggì.
Quando Mario tornò, Alberto era stato ripreso dall’affanno più frequente e più grave.
XXII.
Al signor Alberto Valmarana — Firenze.
Campomoro, 8 gennaio.
Caro Alberto,
Hai voluto che ti lasciassi solo, ed io ho fatto la tua volontà; ma prima di partire ho pregato il buon dottore che mi desse ogni giorno le tue notizie. Secondo che mi scrive, tu non sei ancora rimesso, nè potrai facilmente, a Firenze, dove il clima è funesto a cotesta specie di malattie. Non ho in animo di darti un consiglio, ma ti fo una proposta. Vuoi andare in qualche altro luogo? T’accompagnerò, starò con te finchè tu non sii guarito e non ti sia venuta in uggia la mia compagnia. Rispondimi, se lo scrivere non ti dà soverchio fastidio; se no, prega il dottor Ramelli che mi scriva lui e mi dica ciò che pensi di fare.
Il tuo Mario.
Al signor Mario Loveni — Campomoro.
Firenze, 9 gennaio.
Mario mio,
Se non sapessi per molte prove oramai di che tempra è l’amicizia tua, me lo insegnerebbero oggi le tue pietose bugìe. Tu e il medico sapete come me che di queste malattie non si guarisce; è gala se si riesce a morire. Non mi parlare dunque di clima; tutti i climi sono buoni per chi ha da soffrire a questo modo; di’ piuttosto che tu vuoi distrarmi, divertirmi e fare che passino meno tristi i giorni che verranno e che la mia gioventù mi fa temere troppo lunghi, troppo crudelmente lunghi.
Non ho più nè forza, nè volontà; fa’ tu di me quello che vuoi. Vuoi che partiamo? Partiamo. Verrò dove mi condurrai. Pongo una sola condizione: che di quanto è avvenuto non si parli mai più.
Ho sciupato la vita. Sono un uomo senza vigore, senza forza d’animo; lo so, che colpa ne ho io? Dio sa come mi giudicherebbe severamente la gente, se un giorno saltasse in testa a qualcuno di raccontare la mia storia.
Tu sai ogni cosa; e come io l’abbia amata e come mi abbia fatto soffrire; mi ha cacciato nell’anima il più crudele dei sospetti, il sospetto che abbia mentito sempre con me, come ha mentito con suo marito, con Laura, col mondo; sono persuaso che mentirà sempre. Dico abbastanza, mi pare; ma non ho detto tutto. Gli uomini a modo sentenziano che non v’è amore senza stima. Io, Mario, la disprezzo, ma l’amo. Dunque non parto con te, Mario, fuggo; fuggo perchè se domani ella vuol fare ancora di me il suo trastullo, io, consapevole, mi lascerò ancora tormentare da lei. Quando ci penso faccio paura a me stesso, ma è pur vero che per un suo bacio le darei il mio perdono.
E pensare che fra le memorie della sua vita, questo affetto mio non terrà maggior posto del più semplice avvenimento.... Ah!...
Non ne parliamo dunque più. Vieni, io farò quello che tu vorrai.
Il tuo Alberto.
Due giorni dopo Alberto partiva per Milano, dove Mario doveva raggiungerlo, sistemate alcune urgenti faccende, poche ore dopo.
Il clima rigido di Milano si confaceva anche meno che quel di Firenze alla salute rovinata d’Alberto. Mario propose di andare a passare l’inverno sotto cielo più clemente, a Nizza; ma Alberto non vi consentì e dopo lunghi e ripetuti discorsi dell’uno, ai quali l’altro rispondeva a mala pena con un monosillabo, fu preso il partito d’andar girando qua e là sinchè, venuto marzo, gli accogliesse una villetta sul lago di Como ove avrebbero aspettato insieme i profumati tepori della primavera.
— Sul lago di Como c’è stata anche lei! — pensava Alberto tra sè.
E la primavera tornò, ma non tornarono ad Alberto la letizia e la forza.
Una mattina d’aprile, scese a Menaggio dal battello il dottore Ramelli. Non ebbe a cercare la casa solitaria e modesta ove Alberto s’era rifugiato con Mario, perchè questi lo aspettava nel giardino il cui lembo estremo bagnavano le acque del lago.
Mario gli andò incontro e prendendogli la mano:
— Grazie, dottore — disse.
E si avviarono silenziosi verso la villa.
Quando entrarono in camera, Alberto era seduto sul letto. Aveva il volto livido, le braccia abbandonate, gli occhi infossati; la testa, che egli si sforzava di tener alta, ricadeva verso il petto accompagnando con un movimento regolare e continuo il respiro grave e affannoso. Da un lato del letto, Stefano, affranto dalla veglia e dal dolore, dall’altro Reno, accoccolato sopra una poltrona.
Vedendo il Dottore, Alberto lo salutò col guardo poi, volto a Mario: — perchè lo hai chiamato?
— Non mi ha chiamato nessuno; sono venuto a Monza per un’operazione e, giacchè ero lì, ho dato una corsa a Como.
Alberto sorrise melanconicamente e replicò:
— Bugìe.
— Non si sgomenti, non va mica peggio, sa?...
— Oh! anzi.... va meglio.... grazie a Dio.... siamo verso la fine. Lo so, dottore, e lei lo sa meglio di me.
Il medico tacque. Mario andò verso la finestra per nascondere la propria commozione, Stefano dette in uno scoppio di pianto.
Il dottore lo prese per un braccio e lo condusse fino alla porta.
— Povero Stefano, mi vuol bene — mormorò il malato.
— Lo so, ma in camera dei malati non si piange.
— Si trattiene, dottore?
— Fino a domani.
— Mario conduci il dottore in camera sua.
Mario desideroso di sapere ciò che veramente questi pensasse dello stato d’Alberto, fece per obbedire alla preghiera d’Alberto; ma il dottore lo trattenne e presolo per la mano:
— Non faccia complimenti, c’è di là il servitore, — disse — ed uscì.
E Mario restò; dal contegno del medico aveva oramai inteso tutto.
Durante quel giorno, sebbene il respiro si fosse fatto meno frequente, Mario e il medico non si allontanarono mai dal letto dell’ammalato. Soltanto sul far della sera il dottor Ramelli salì nella propria camera per scrivere alcune lettere da mandarsi per il battello. Mario rimasto solo con l’amico gli si avvicinò, e:
— Come va? — gli chiese.
— Bene — rispose Alberto — questo bel cielo che veggo.... questo silenzio.... mi fanno ritornar buono.... mi dimentico il male che mi hanno fatto, per ricordarmi solamente....
— Non ti affaticare.
— .... solamente delle cose belle che ho trovate nel mondo; i rancori svaniscono.
— Alberto, per carità!...
— No.... no.... non mi fa mica male....
Non potè andare innanzi; poco dopo:
— Vorrei quel portafoglio in cuoio di Russia.... sai?...
— Alberto, mi raccomando, non ti tormentare con questi ricordi....
— Dammelo.
— Dov’è?
Alberto accennò colla mano tremante una scrivania posta in un angolo della stanza.
— Non c’è la chiave.
— Chiedila.... a Stefano.
Mario uscì; aveva di poco oltrepassata la soglia della stanza che gli occhi di Alberto parvero gonfiarsi ad un tratto; egli fece un moto per alzarsi, aprì la bocca come tentando con un estremo sforzo di parlare; poi piegò la testa verso il petto e ricadde sopra i guanciali.
Reno schizzò dalla poltrona e dette in un lungo mugolìo.
Mario, che era giunto in fondo alla scala, udendo il pietoso richiamo della povera bestia tornò rapidamente in camera, cacciò un urlo disperato e si gettò piangendo sul cadavere dell’amico.
E Reno intanto, mugolando sempre, leccava la mano che Alberto, morente, aveva lasciato cadere penzoloni lungo un lato del letto.
Mario stette così fino a che il medico e Stefano, avvertiti dai suoi cupi singhiozzi, non vennero a toglierlo al triste spettacolo. E allora, dando uno sguardo a quella fisonomia che gli era stata così cara mormorò le più desolate parole che uomo possa pronunziare: son solo!
XXIII.
Mario, dato all’amico il tributo estremo, partì in fretta per la Toscana. Gli pareva di non essere più lui; uno sgomento profondo gli gravava sull’anima, si sentiva stanco e pauroso.
A Bologna stava per salire nel treno che doveva menarlo a Firenze, quando gli parve di scorgere in un vagone di prima classe un noto aspetto di donna; volle sincerarsi. Era proprio lei. Mario stette un momento incerto se dovesse fuggire lontano o entrare in quello stesso vagone; poi aprì lo sportello e salì.
— Oh! lei Loveni!
— Marchesa, lei qui? Di dove viene?
— Da Milano; sono stata al solito dallo zio. E lei?
— Io? Da compiere un tristo ufficio.
— Quale?...
— Alberto Valmarana....
— È morto?
— È morto tre giorni fa a Menaggio sul Lago di Como.
La Marchesa tacque; non un muscolo le si contrasse; non un lampo negli occhi, non una piega sul viso. Mario la guardava fisso, tacendo anche lui. Clara scrollò la testa finalmente e,
— Peccato! S’è voluto rovinare! Glielo ho detto tante volte.... Faceva una vita che non era per lui... Lo credevo in convalescenza. E di che male?
— Delle conseguenze della congestione polmonare che ebbe mesi sono....
— Avrà sofferto molto, poverino, eh?
Mario non rispose; strappò con moto violento la frangia che pendeva dal bracciuolo al quale stava appoggiato.
— Loveni, che fa?
— Mi compatisca; non posso parlare di quest’argomento senza commovermi; se fossi qui solo, a ripensare quella vita florida sino a pochi mesi fa di tutto il vigore della gioventù, troncata ad un tratto, darei, creda, in imprecazioni. Dirimpetto a lei non posso e mi contento di strappare la frangia. Ma scusi.... credo di non averle risposto.... Diceva?
— Ha sofferto molto?
— Molto.
— E.... è morto in sè?
— Si figuri! Fino alla fine.... si ricordava delle più piccole cose, dei più piccoli accidenti della sua vita. È morto aspettando ch’io gli dessi un portafoglio di cuoio di Russia che aveva chiuso nella scrivania.
E la guardò più fisso che mai. Clara tremò, ma internamente; abbassò per un istante gli occhi ai quali fu impossibile sostenere lo sguardo di Mario che le stava di faccia, poi gli rialzò sicura e fissando alla sua volta l’interlocutore:
— Si ricordava anche delle offese fatte in un momento di cattivo umore ai suoi migliori amici? Ah! già forse lei non lo sa.... Non era a Firenze quando avvenne quella questioncella al teatro.... Povero Valmarana! Quel suo cattivo umore e quella acrimonia che aveva contro tutti negli ultimi tempi erano forse un sintomo della malattia. Non crede?
— Può darsi....
— Perchè lei lo sa, non è vero, quel che successe?
— So tutto, Marchesa della vita di Alberto: tutto.
Si alzò e andò a sedersi accanto a Clara; poi prendendolo la mano, con aspetto e voce benevola seguitò:
— So tutto, Marchesa, e non abuserò del segreto.
— Di quale segreto? — domandò impavida Clara.
— Di quello al quale m’è impossibile di non prestar fede, perchè i moribondi non mentiscono.
— Oh! intendiamoci, — replicò Clara sentendosi spinta nell’ultima trincea e tentando difenderla. — Lei mi ha detto che il Valmarana era morto in sè.... Comincio a dubitarne....
— Clara.... non disputiamo. Io credo; negare è inutile. Alberto era incapace di vanterie e di calunnie; se domani io ripetessi quel che egli mi disse morendo....
— Ah! no! — urlò Clara.
— Tutti mi crederebbero, qualunque fosse la persona che si attentasse a smentirmi.
Finalmente l’involucro s’era squarciato: il grido che le era uscito di bocca era una conferma ed uno scongiuro.
— Oh! Loveni.... — continuò Clara alzandosi — Loveni quel momento sarà il rimorso di tutta la vita.... Mi raccomando....
— Perchè? Alberto meritava, lo creda, di essere amato. Vuol che faccia rimprovero a lui d’essersi lasciato attrarre da cotesta bellezza meravigliosa? Ah! Marchesa, lei ha amato brevemente un uomo; ma chi le dirà il numero degli uomini che si sono tormentati in una lunga e silenziosa adorazione dinanzi a lei?
Si chetò; ma la voce e lo sguardo dissero a Clara il resto.
— Loveni!... Guardi... apra un po’ la finestra, si soffoca e a momenti cominciano le gallerie.
Mario obbedì.
Dopo una pausa Clara riprese:
— Lei manterrà il segreto, non è vero? Non rovinerà una donna che ha fatto del dovere l’unico idolo della propria vita e che.... Ah! vigliacco! aveva dei confidenti.... Mario.... Mario, la sua parola d’onore....
E gli stese la mano.
E Mario stringendola o baciandola:
— Clara, io parto domani per la Nuova Zelanda per non tornare mai più. Vedete? Ho torto di maledire! Qualche momento felice c’è nella vita! Questo è il primo per me: posso senza tradire un amico baciare la tua mano, Clara.
— Mario.... ma insomma....
— Perchè non te lo direi? È tanto che taccio! Ti ho amata, Clara, ti ho desiderata sempre....
E le cinse col braccio la vita.
— Mario, mi lasci, mi lasci....
— Oh! sii mia, Clara, sii mia!... chi lo saprà? Nessuno: siamo soli. Io che sono custode geloso di un segreto perchè non saprò custodirne due? E poi, parto.... te lo giuro e non ho mai mancato a un giuramento. Parto domani per non tornare mai più.
— Ma no no.... glielo ho detto, un momento di follia sarà un rimorso perpetuo per me.... lasciatemi.... lasciatemi.
E Mario gettandosi in ginocchio davanti a lei e afferrandole lo braccia:
— Oh! non negare, Clara, non negare. Questo momento non tornerà più.... Vuoi il mio silenzio? Compralo....
E Clara, guardandolo intenta come se volesse penetrargli nel cuore....
— Partite?
— Domani.
— Davvero?
— Sull’onor mio, parto domani per la nuova Zelanda.
Clara mandò un gran sospiro; poi chiudendo gli occhi reclinò la bella testa bionda sulle spalle di Mario, mormorando:
— Mio Dio!
— Ah! sì? — esclamò Mario afferrandolo i capelli e rovesciandola sul sedile. — Ah! sì? Lo hai creduto? Eri per me come per Alberto, come per tuo cugino, come per il Bruni, come per tutti?
— Ah! — urlò Clara con un grido ferino. — E fece uno sforzo per svincolarsi dalle braccia vigorose del Loveni che la costringevano.
— È inutile, non ti lascerò, non ti lascerò più finchè non ti abbia detto come ti disprezzo e ti odio. Oh! perchè non posso tradire il giuramento fatto ad Alberto, perchè non posso dire a tutti quel che tu sei?
Un sorriso cinico, beffardo, dispregiatore sfiorò le labbra della Marchesa.
— Sì, hai ragione: tu più vile, più abietta di quante cortigiane hanno vissuto mai, tu sei più forte di me. Il tuo peccato è chiuso in due sepolcri: nella tomba d’Alberto e nell’animo mio. Ridi; ma io, qui, posso almeno rinfacciarti la tua abiettezza, posso dirti almeno che hai ucciso un nomo, posso strappare da cotesto tuo viso di marmo la maschera insudiciata delle virtù. Ah! sì? Ah! tu porgi il viso ai miei baci? Perchè sei una donna? Perchè non posso farlo arrossire una volta sotto il colpo delle mie mani?
Clara cacciò un altro urlo e con uno sforzo supremo, non previsto da Mario si alzò; il treno era già sotto la galleria; per le finestre aperte, il fumo entrava soffocante, mefitico. Fu una breve lotta: e in quell’oscurità, Clara debole, mal sicura, cadde rovesciata traendo Mario con sè.
Nè più si udì se non le strida soffocate dell’una e le imprecazioni sommesse dell’altro.
Uscito dalla galleria, il treno si fermò. Clara pesta, malconcia non s’era ancora riavuta, che Mario era sparito.
XXIV.
Era una bella giornata d’aprile: i viali delle Cascine, il prato del Quercione erano gremiti di gente: da un lato, lungo lo stecconato del viale, il popolino, dall’altro, nelle carrozze signorili, tutto quanto v’ha di più nobile, di più ricco, di più elegante nell’aristocrazia fiorentina.
La Corsa dell’Arno stava per incominciare: e non si udiva parlare che di quarti di sangue, di peso, di proporzioni. Intorno alle carrozze delle signore molti uomini come sempre, moltissimi intorno a quella della Marchesa di Villareale. Fra gli altri il Lunati, il Piccardi, l’Olivares.
— Dunque, — diceva il Lunati, — scommettiamo, Marchesa?
— Volentieri; tengo per The Duchess, la cavalla del Duca di Sant’Arpino e le do il campo.
In quel momento Alfredo Ferreri s’accostò alla carrozza.
— Ha saputo la notizia, Marchesa?
— Che c’è?
— Il povero Valmarana è morto.
— Oh! quando?
— Otto giorni sono, in una villa sul lago di Como.
— Lo sa di certo?
— Eccome! me l’ha detto il dottor Ramelli che è tornato oggi e che l’ha assistito fino all’ultimo.
— Povero Valmarana! peccato! era simpatico....
Poi dopo un istante volgendosi al Lunati: — Dunque siamo intesi; va per la cavalla del Duca di Sant’Arpino?
Claudio Piccardi e l’Olivares si guardarono e come mossi da uno stesso pensiero si scostarono dalla carrozza; quand’ebbero fatti pochi passi:
— Avete veduto? — chiese Claudio. — Siete persuaso? Vi pare che s’accolga a quel modo la notizia della morte d’un innamorato, secondo voi non infelice?
— Caro Piccardi, ho torto per metà; è una donna di ghiaccio. Virtuosa dunque no; per onesta non v’è nulla a ridire, e sono il primo io ad affermarlo.
Il giorno stesso che così si parlava sul prato delle Cascine, Mario s’imbarcava insieme con Reno sopra il Manchester, vapore che salpava da Liverpool per la Nuova Zelanda.
Cinquanta giorni dopo entrava nella baia dell’Abbondanza e s’inoltrava nell’isola di Ika-Na-Maoni. Solo; Reno era morto durante il viaggio.
Pisa, 1872.
FINE