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Racconti

GITE AUTUNNALI.

Reading edition

A Giulio Piccini (Jarro).

I. Sul torrente.

Chi da Verona muove verso Trento percorre luoghi pieni di memorie guerresche.

Qua Rivoli ove si fece illustre il Massena, là Roveredo ove il Wurmser si coprì di vergogna, più innanzi Caliano ove i Veneti combatterono contro gli Austriaci condotti dall’Arciduca Sigismondo, laggiù in fondo i leggieri declivi di Custoza infausti due volte. Sopra que’ monti, lungo que’ fiumi, per undici secoli Franchi e Longobardi, Tedeschi e Spagnoli si contesero il dominio delle terre italiane; ora sui campi ingrassati da’ cadaveri pasce la vacca, che lenta leva il muso dall’erba e accompagna col fesso tintinnìo del campanello il grave rumore della vaporiera.

Quanti milioni sciupati nel costruire le fortificazioni che servirono poi così efficacemente alla cessione della Venezia! Quante vite spente per serbare autorità ai congressi di Vienna e di Verona, dei quali non resta oggi che un motto del Metternich e un libro dello Chateaubriand.

Intanto ch’io pensava così, la carrozza s’avviava alla Chiusa. Tramontava il sole; dalle acque dell’Adige, screziate come le penne del pavone, s’alzavano freschi effluvi; e le cime giallastre dei massi calcarei brillavano irraggiate, quasi mosaici dorati sulla fronte d’una basilica bizantina.

Che portentoso contrasto di linee, di tinte, di proporzioni! I massi levano la enorme grigia mole sul fiume, quasi giganti a custodia; a’ loro lembi la fila delle casupole, gialle per i festoni di granturco onde le ornano, si stende lunga e sottile tra l’acqua e la roccia. E tutto il Trentino è così: singolare di austerità vigorosa e di grazia idillica, di balze selvaggie e di colline ridenti. La solitudine de’ gioghi più ardui è rotta dalla paziente fatica del montanaro; dappertutto dove è un tenue strato di terra vegetale egli lascia una traccia di sudata industria; fin sull’orlo degli abissi s’avventura a raccogliere un mannello di fieno; e ogni anno o l’uno o l’altro di quei burroni ha la sua lugubre istoria.

Nulladimeno i Trentini adorano quell’aspra terra, la quale non dà frutti, e scarsi, che al lavoro pertinace; quella ruvida nutrice che li culla bambini fra lo scroscio de’ torrenti e il rombo della bufera; condotti altrove dalla necessità si consumano in una malattia lenta, l’Heimweh de’ Tedeschi, il Laengtan degli Svedesi, la Nostalgia de’ Savojardi; lontani, non altro rimpiangono che i dirupi sui quali si inerpicarono ragazzi, le cime petrose delle loro montagne, le quete ombrie delle loro selve di pini; e resistono alle fatiche più gravi, a’ travagli più duri, per la speranza di morire nella capanna nella quale son nati.

Poco prima di Trento stanco, assetato, bussai alla porta di una povera casa per cercarvi un po’ d’acqua; al primo colpo nessuno rispose; bussai daccapo e di dentro una voce gagliarda domandò:

— Che volete?

— Un po’ d’acqua.

— Passate.

Spinsi l’uscio ed entrai. La stanza era bassa, angusta; l’intonaco qua chiazzato di larghe chiose d’umido, là sgretolato e rigonfio; rimpetto alla porta, nella parete verso la montagna, una piastra circolare di calcina recente; e sopra attaccati, un vestito da donna e un crocifisso. A sinistra un gran focolare come quello delle case coloniche di Toscana, aperto fino a terra; nel mezzo della stanza una tavola, qua e là qualche sedia fregiata di rossi intagli nella spalliera. Accoccolato presso al focolare un uomo di forme ercúlee; aveva la pelle bruna, quanto può essere la pelle d’un europeo, le labbra d’un rosso cupo fra le quali luccicava lo smalto dei denti forti e bianchi; l’occhio nero e mobilissimo. Era vestito d’una camicia color marrone e di un paio di calzoni simili che gli scendevano sino al ginocchio; le polpe del colore del cuoio nude fino alla noce, il piede sguazzante in un paio di scarponi colle suola di legno, ferrate, a punta larga, quadrata. Gli copriva la testa un berretto catalano di lana turchina, di sotto al quale i capelli neri scendevano ricciuti e lucidi verso le spalle. Con una stecca di legno bianco flessibile tagliava una polenta di granturco ancora fumante. Dal lato opposto del focolare, due ragazzi robusti, seminudi, sudici guardavano con un occhio me, con un altro la polenta; si leggeva loro in faccia una grande meraviglia e un maggiore appetito.

Gettata a’ ragazzi la loro parte di polenta, l’uomo s’alzò e sciacquato un bicchiere vi versò l’acqua da una fiasca, lo pose sul tavolino, e brontolò:

— Bevete.

Bevvi, ringraziai e feci per andarmene; ma vi era nell’aspetto di quella stanza, nella fisonomia di quell’uomo, nel suo desiderio manifesto di liberarsi di me, tanto da solleticare la mia curiosità e da invogliarmi a traccheggiare. Cercai un pretesto.

— Non ci avreste un po’ di latte, buono come ce lo dovete aver voialtri qui nel Trentino?

L’uomo accennò di sì col capo.

Uno dei ragazzi uscì. Al colpo del battente che si richiuse, un pezzo d’intonaco si staccò e cadde con rumore quatto, suscitando un polverìo sottile.

L’uomo taceva. Io quasi mi pentivo di non essermene andato; si sarebbe sentito volare una mosca. Il silenzio fu rotto dal cigolìo dell’uscio; il ragazzo tornò con una ciotola di legno nero piena di latte caldo, aromatico.

Lo bevvi d’un fiato e posata la ciotola esclamai:

— Che buon latte!

Ma l’uomo non rispose; seccato, soggiunsi:

— È del vostro?

— Sì.

— E... che cosa costa?

— Nulla.

— Come nulla?

— Nulla.

— Va bene, farò così....

E tratta fuori dalla borsa una lira: — Tieni, ragazzo, dissi, dàlla alla mamma.

Non l’avessi mai detto. L’uomo poggiò le mani alle tempie, strinse e scosse la testa poi piegandola sul petto s’alzò lentamente e mormorò:

— Non l’hanno la mamma.

Capii d’aver fatto una sciocchezza; pensai al the absents are the dead del Byron, e presa la mano del montanaro:

— Abbiate pazienza, — soggiunsi.

Non so se per effetto di quella stretta di mano, o della mia voce commossa, il montanaro mi osservò con l’attenzione indagatrice di chi rintraccia tra’ lineamenti una fisonomia nota; e sebbene fossi certo che non c’eravamo veduti mai prima d’allora, parve riconoscere un amico; tanto gli si leggeva in viso quando ero entrato in casa il desiderio di silenzio, quanto ora la voglia di discorrere. In me alla curiosità era sottentrato più pietoso movente: vedevo quell’uomo soffrire, volevo che si sfogasse.

Abbuiava; i ragazzi si trastullavano in un cantone. Il montanaro aprì la porta, sedè sopra uno degli scalini e dato un gran sospiro:

— E glielo avevo detto che venisse con noi!

— Quant’è che avete avuto questa disgrazia?

— Sarà un mese quest’altra settimana.

— E di che male?

Crollò il capo e soggiunse:

— Se aveva ventisette anni e era sana e robusta come me.

Tacque un momento, poi seguitò:

— Eran cinque giorni che veniva giù l’acqua che Dio la mandava. L’Adige cominciava a mugliare. Una mattina mi levo e dico: — “Maria, porto le bestie sul monte, a volte non si può sapere.... Se seguita a piovere e l’acqua c’entra nella stalla pover’a noi. Porto i bimbi con me.„ Dice: “lasciate andare, tanto, pare che si rassereni.„ “Tant’è, le porto,„ dico io; e non ero arrivato qui su quest’uscio che guardai là e vidi de’ nuvoloni neri che si rincorrevano. Dissi: “Sarebbe meglio che veniste anche voi.„ — “O come volete che faccia, Vergine santa, col bimbo al petto? Piove, fa freddo.... Non lo vedete che trema accanto al foco? O figuratevi, lassù!„ — E non venne. Portai le bestie alla capanna che è sul monte. Non dubitate che si rasserenò.... Pioveva, pioveva e l’acqua pareva che ci levasse la terra di sotto a’ piedi. Dal monte vien giù una cascata che dà proprio qui dietro casa. Verso sera la veggo ingrossare e mi sentivo una voglia di andarmene.... Che avevo a fare? Riportare sin qui le bestie? Lasciare quelle povere creature sole lassù? E diluviava. Esco dalla capanna, l’acqua nello scendere mi copriva le scarpe. Dico: — “Via„ — piglio i figlioli in collo e fo per venirmene. Avrò fatto venti passi, che mi sento un rumore dietro; l’acqua rotolava i pini tagliati e lasciati sul monte. Cercai un viottolo che sapevo; non si distingueva più. Si levò un vento forte che mi sbatacchiava tra le braccia i figlioli; il rumore crebbe e dalla cima cominciarono a smoversi terra, alberi, massi e a ruzzolare per l’erta. Salvando, ci pareva l’inferno. “Addio, — dissi — si resta schiacciati.„ — E tanto tiravo innanzi. Il torrente s’allargò, l’acqua veniva giù, schiantando ogni cosa. E io avanti.... Ma a un tratto fu come un gran rombo; io stetti così un momento.... ma poi lo conosco io l’Adige, e capii che era lui; difatti si sentiva il muglìo dell’acqua quando fa forza contro gli argini. Oh! la mia povera donna, — dissi — e mi raccomandai alla santissima Vergine. Non avevo finito di recitare un’Ave Maria che si sentirono dei colpi morti verso casa. Saran durati dieci minuti, e poi un urlo. “La mamma, la mamma,„ — gridarono le creature; io non dissi nulla, ma scaracollai qui a precipizio sempre diritto, cascando, rizzandomi, che non so chi mi portasse.... Quando arrivai a cento passi di qui non fu più possibile, l’acqua mi dava al collo. Chiamai: — “Maria, Maria„ — ma, Dio santo! non rispose nessuno.

Pianse. Il vento di ponente soffiava cupo per la montagna e pareva accompagnare, come un organo invisibile, i singhiozzi del povero vedovo.

— Fino all’alba — seguitò — stetti nell’acqua co’ figlioli fradici mézzi, che tremavano e piangevano; fino all’alba a chiamare la mia povera donna, e via via che la chiamavo mi scemava la speranza di sentirmi rispondere. All’alba l’acqua abbassò e arrivai sin qui. Pensato un po’: tornate a casa, ci avete lasciato la moglie e un bambino e non ci trovate nessuno; e se non ce li trovate vuol dire che son morti, morti affogati.... perchè, già, qui, si muore d’acqua o di foco.

E accennò collo sguardo innanzi a noi il lontano villaggio di Salorno, quasi distrutto da un incendio nel cinquantaquattro.

— Ma e come andò?...

— Andò che l’Adige ruppe gli argini, l’acqua arrivò sin qui e buttò all’aria l’uscio. La Maria, secondo me, non potendo uscir dalla porta, tentò con un martello di fare un’apertura nella parete che dà verso il monte, per salvarsi in alto col bimbo; aperto il foro, l’acqua entrò da due parti e portò via ogni cosa. Quando tornai io, in questa stanza ci faceva il mulinello. Quel vestito là attaccato al muro è tutto quel che mi è rimasto; lo trovai avviluppato ne’ campi sopra una siepe di pruni.

— Sicchè il più gran danno ve lo fece il torrente?

— Sicuro; dall’acqua del fiume si poteva salvare in collina, benchè l’Adige ne volesse parecchi anche lui quella notte; ma quelli almeno si trovarono e la mia non s’è potuta rinvenire. Chi sa dove l’acqua l’ha portata?... E quando passo davanti al camposanto non posso nemmeno dire:

— “Maria, pazienza, tanto, o prima o poi ci ho a venire anch’io.„

— E il bimbo?

— Il bimbo lo ritrovai quaggiù nel piano; si vede che l’acqua glielo portò via, perchè lei non lo lasciò di certo. Il corpicino tutto pieno di lividi era aggomitolato sopra un mucchio di giunchi.... Dio santo! ma che ho fatto io?

S’alzò, le lacrime gli scorrevano per le gote; andò alla parete ov’era appeso il vestito, ci posò sopra orizzontalmente il braccio sinistro e su quello la testa. Mi voltai verso i bambini: dormivano.

Poco dopo uscii e presi la via del monte; non v’era alle falde quasi più traccia di vegetazione. I campi ricoperti di mota e di ghiaia; mucchi enormi di foglie secche cementati dalla rena umida parevano nidi abbandonati di uccelli giganteschi: pochi arboscelli avvizziti piegavano sotto il peso del fango che li copriva. Qua e là tronchi d’albero divelti dall’acqua e confitti tra le ghiaie; frantumi di scranne, di tavole, di oggetti rurali.

Cercai il torrente. Per la cavità di due grandi roccie di dolomite verdognola scendevano, modeste fra le borraccine, poche fila di acqua. Vi sedei vicino e mi sembrò una voce sussurrasse tra gli scogli: — “La mia naiade vagabonda ha rotto l’urna di cristallo e abbandonati i silenzi della rupe natale; lasciatemi scorrere tra i muschi vellutati e gli amari steli della menta, lasciatemi correre al fiume e la goccia, ove male si sarebbe dissetata la capinera, menerà navigli all’Oceano.„

Quelle poche fila di acqua erano allora tutto il torrente che aveva uccisa la moglie del montanaro. Quando le nevi si sciolgono al soffio dello scirocco, o la tempesta si distende sulle vette della montagna, le cascatelle, conforto e poesia del viandante, si mutano in torrenti ruinosi, e sulle pendici smaltate di fiori portano gli squallori della solitudine e della morte.

Tali le perfide cascate di quelle alpi.

II. Sul lago.

Il cielo ha una fisonomia come il volto umano; il giorno in cui traversai il lago di Costanza sul battello che si dirigeva a Friedrichshafen doveva essere per gli abitatori dell’aria giorno di festa. Il tramonto era stupendo; una nebbia bassa e densa copriva il lago e gli dava l’aspetto di una vasta superficie di lavagna; il cielo pareva un’immensa cupola azzurra; alla sua estremità inferiore si ripiegava senza gradazioni di tinte una larga striscia circolare di giallo croma; l’anfiteatro delle colline, sulle quali si riflettevano i raggi estremi del sole, scintillava quasi coperta di teletta d’oro trapunta con i diamanti.

Se il mio amico Cabianca avesse tratto da quel motivo uno dei suoi vigorosi acquerelli, chi sa che cosa avrebbero detto gli scrittori di appendici. La natura, che non conosce quei signori e che eglino forse conoscono poco, si divertiva a colorire con le calde tinte della sua tavolozza uno de’ suoi quadri più singolari.

Alla prua del battello stavano i viaggiatori di seconda classe, a poppa quelli di prima; ma l’uno e l’altro dei due scompartimenti erano per la più gran parte ingombri di casse; su’ battelli del lago di Costanza i viaggiatori sono accessori che tolgono spazio e comodità alle mercanzie; ed io sul lago di Costanza, per la prima volta in vita mia, ho desiderato di viaggiare come i bauli.

Le rive del lago appartengono a cinque Stati: la Svizzera, la Baviera, il Würtemberg, il Baden, l’Austria. V’erano dunque tra gli operai che stavano nella seconda classe, sudditi di repubbliche, di monarchie costituzionali per amore, di monarchie costituzionali per forza. M’avvicinai a loro, non parlavano di politica; ma dallo aspetto, dagli atteggiamenti, da’ discorsi che facevano, mi formai il convincimento che i sudditi degli Stati tedeschi non invidiavano agli Svizzeri la loro libertà. V’erano sul battello alcune contadine dell’Alpe Sveva, notevoli per i due contrassegni della beltà, quale la vagheggiò il Tiziano: la robustezza del tronco e la grazia della fisonomia; orbene, io avrei giurato che posti a scegliere tra instaurare la repubblica e baciare le contadine, quelli operai sceglievano le contadine. — Opinioni!

Nella prima classe si adunava una società cosmopolita addirittura; inutile il dire che i più erano Inglesi. Come le quaglie in certe stagioni dell’anno si gettano a migliaia sull’isola di Helgoland, così a giugno gl’Inglesi invadono per legioni il continente europeo. È un’usanza che dura da un pezzo, sebbene il tipo dell’Inglese, quale i nostri babbi lo videro e lo descrissero, sia oramai perduto. L’Inglese, vittima degli osti e dei vetturini, che comprava un pollo per una ghinea non lo trovate più; ora, se ricco, viaggia come i ricchi di tutte le altre nazioni; se di fortuna modesta, ammaestrato dalle soperchierie un tempo sofferte, viaggia imaginando di continuo frodi ed inganni; tenta di ottenere un ribasso alla tavola rotonda e poco manca non rubi al locandiere per rifarsi di quanto sospetta che il locandiere abbia rubato a lui.

Sul battello v’erano individui d’ognuna di coteste specie: il lord che ha palazzo a Londra e castelli in questa o in quella Contea, e l’oscuro mercante che tiene bottega in una città di provincia. Stretta conoscenza sulle montagne dell’Oberland ascese insieme, facevano, traversando il Bodensee, crocchio fra loro.

Per fortuna nacque una disputa sull’elevazione del lago, particolare del quale il Murray pare avesse taciuto; chi diceva una cosa, chi un’altra; volendo por fine alla disputa, uno di loro, il quale scorse la Guida del Joanne ch’io teneva fra mano, mi si accostò e me la chiese. Gliela porsi; mi ringraziarono e fui ammesso alla conversazione.

Colui che mi aveva parlato per il primo vantava un nome scritto nel magno libro del Peerage and Baronetage. Era vestito colla linda diligenza consueta negl’Inglesi: soprabito nero, panciotto, cravatta e pantaloni bianchi, scarpe di vitello lucido; vestiario che avrebbe potuto portare in Piccadilly o a Trafalgar-Square e di cui s’era servito anche sulle Alpi di Berna. Aveva viaggiato mezzo mondo e tratto dai viaggi una quantità molto considerevole di nozioni varie e curiose; e si compiaceva di seminare nella conversazione i tesori della sua dottrina, come il principe Estherazy seminava ballando le perle e i diamanti dei suoi stivali. Conosceva gli nomini più popolari dei paesi da lui percorsi. Aveva parlato in Spagna con l’Arjona e col Montès, a Montevideo col Rosas, a Buenos-Ayres con l’Urquiza e insieme con lui assistito alla battaglia di Caceros. A Washington strinse amicizia col Lincoln; passeggiò al braccio del Brigham Young per le strade di Utah e pranzò col Manin a Venezia. — In Russia udì leggere dal Ponchkine il Dmitri Godunoff, vide il Gogol scrivere le Anime morte. In Persia pregò con gli Yezidi, a Nowo-Tscherkask giocò coi Cosacchi.

Viaggiava solo: “Se il compagno di viaggio, diceva, ha le nostre opinioni, le nostre consuetudini, perchè portarsi dietro un pleonasmo ambulante? Se non le ha, che gusto c’è a viaggiare con un avversario da combattere, con un reprobo da convertire?„

Unico compagno delle sue peregrinazioni, un ombrello, ch’era nello stesso tempo ombrello, bastone, stocco e telescopio.

In un’ampia cassa portava seco gli oggetti curiosi d’arte e d’antichità, raccolti in un viaggio recente per la Francia e per l’Italia. Due vasi di Capodimonte, un piatto di Giorgione, un altro di Orazio Fontana; un Decamerone del Valdarfer, una statuetta in diaspro di Volterra attribuita a Orazio Mochi, un libro d’oro appartenuto ad Anna di Brettagna colle miniature del Poyet; un Elogio della Pazzia di Erasmo rilegato dal Grolier e via discorrendo.

Ricco e artista, archeologo e uomo di spirito, aristocratico e culto, in Italia sarebbe passato per un originale.

— Sono stato la prima volta in Italia, — mi disse, — vent’anni fa, e da quel giorno ho tenuto sempre dietro alle cose vostre; credevo con un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali politici, d’avere un giusto concetto del vostro stato presente. Vedendo le cose da me ho numerato le corbellerie che possono entrare in testa in vent’anni a un galantuomo con un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali politici. — Voi altri Italiani....

— Chi le ha detto ch’io sia italiano?...

— Lo neghereste?

— Non lo nego. Le domando come fa a sapere che sono italiano.

— Mio caro signore, voi non siete un mio compatriotta; questo è certo.

— Sta bene; e poi?

— E poi siete troppo linfatico per un greco, troppo vivace per un olandese; parlate da mezz’ora con un uomo di cui non sapete il nome, non siete un tedesco; parlate poco, non siete francese; viaggiate senza servitori, non siete un russo; non avete ancora lodata l’Ungheria, non siete un ungherese; avete data la mancia al facchino, non siete uno svizzero; non avete le mani sudicie di tabacco, non siete uno spagnolo; non portate diamanti alla camicia, non siete un americano del sud; non vi pigliate i piedi in mano, non siete un americano del nord. Dunque siete un italiano.

La conversazione continuò; il suo giudizio sugli Italiani era severo.

— Siete, — diceva — il popolo delle perpetue contradizioni; infingardi e irrequieti: avete il sole e c’invidiate il carbon fossile: vi occupate troppo di politica e non abbastanza; e questo nuoce all’incremento del vostro credito e de’ vostri commerci.

— Perchè? — soggiunsi. — Nelle repubbliche antiche i cittadini si adunavano nel Fôro e disputavano delle faccende dello Stato; usciti di là tornavano a’ loro campi, a’ loro negozi.

— E sta bene; sarebbe curioso che io, inglese, vi dicessi l’opposto; ma voialtri vi occupate di politica quanto basta per distrarvi dagli studi e dalle faccende, non tanto da dare un impulso vigoroso al vostro incremento civile. In sostanza gl’Italiani non amano la libertà....

— Oh!...

— Lasciatemi dire: non l’amano per i beni che porta seco, bensì per i mali che risparmia; ma in fondo, un governo dispotico che desse guarentigie di sapienza e di temperanza, se tali guarentigie fossero possibili, compirebbe i loro voti; tant’è vero che da Taranto a Susa io ho sentito ripetere mille volte quest’antifona: “un uomo! un uomo! ci manca un uomo che pigli le redini e guidi lui.„

— Le pare tanto bizzarro questo desiderio?

— Sicuro. Un uomo! Gli avvenimenti, mio caro signore, in oggi sono giganteschi, e gli uomini si mantengono della loro statura ordinaria. Fra gli uomini e gli avvenimenti c’è una sproporzione grandissima; potete lamentarla in mille modi, e rimediarci in un modo solo: lavorare in molti. Il tempo degli uomini che tenevano in mano le sorti di tutto un popolo è finito con Napoleone primo; e anche lui, sebbene imponesse all’Europa la sua volontà per tanti anni di seguito, ha, in ultima analisi, obbedito alla legge de’ tempi nuovi. Difatti, molte cose che voleva, dominio in Spagna, in Italia, sono distrutte; molti regni che gli era piaciuto annientare, la Prussia per esempio, sono più forti e più potenti che mai. Cercare l’uomo è tempo perso; impiegatelo meglio a fare degli uomini. E lavorate.

Mi strinse la mano lasciandomi sperare che lo avrei ritrovato a Salisburgo; e, presentatomi ad uno dei suoi compagni, scese a Friedrichshafen.

Quest’altro, lungo, secco, aveva il viso cartilaginoso, d’un giallo opaco chiazzato qua e là da macchie d’un giallo più forte, a simiglianza dei vecchi avori rinchiusi negli armadi delle sagrestie; mani da apostolo, piedi larghi larghi. Viaggiava insieme con la sua figliuola, vera ragazza del West-End: pelle liscia, zigomi lucenti, sguardo vago; una figura di Lawrence nata da un personaggio di Hogarth.

Stavano seduti ambedue; il padre teneva fra le gambe uno di quei bastoni ferrati che servono per salire sulle montagne e gl’Inglesi riportano a casa come l’Haji dalla Mecca il caftan verde. Leggeva con una certa tenerezza la Guida del Murray e secondo il Murray lo consigliava, si preparava a provare una commozione triste, o a uscire in grida di ammirazione. Due terzi degli Inglesi viaggiano come lui. C’è al Museo di Brera un quadro del Guercino: Agar e Abramo; tipi volgari, toni sgradevoli: ho detto che è del Guercino, ma si piglierebbe per un Caravaggio sbiadito. Piacque, non so come, al Byron. Il Murray non potè non ammirarlo, dappoichè l’aveva ammirato il Byron, e gl’Inglesi lo ammirano a bocca aperta sulla fede del Byron e del Murray.

La ragazza disegnava. Il Murray aveva segnalato all’attenzione dei viaggiatori le rive del lago di Costanza e il padre aveva pregato la figliola di pigliare col lapis un ricordo; il Murray non aveva preveduta la nebbia e il padre non se n’era occupato. Il disegno era fatto con sentimento; le rive, com’è naturale, non si vedevano; e i segni della matita sfregacciati con lo sfumino ritraevano con bella evidenza la nebbia che le copriva.

L’Inglese, dopo avermi accennato con un’occhiata di compiacimento il capolavoro della figliola, mi confidò che i disegni de’ quali l’album era pieno dovevano illustrare le impressioni del loro viaggio nel Tirolo e nella Svizzera. Me le dette a leggere come stavano nel portafogli; ne ricordo questi frammenti che traduco e trascrivo:

14 Agosto. Mercoledì. Sveglio Mary alle cinque; dice che avrebbe dormito volentieri un altro paio d’ore. Arriviamo al Pfändler alle nove. Panorama delle Alpi tirolesi; molti pini. Hohenents: due cascate. Spettacolo stupendo.

16 Agosto. Venerdì. Bludenz. Fabbrica di carta del signor Gassner. Mary vorrebbe riposarsi. Montiamo sull’Arlberg. Valle strettissima. Spettacolo bellissimo.

9 Settembre. Lunedì. Cresta nell’Engadina, il più alto villaggio dell’Europa. Strada cattiva. Mary è stanca. Semaden 522 abitanti. Vi dimora il banchiere Tosio. Corrispondente a Londra, Johnson Happ and Co., Albrecht-street, 15. Ghiacciaio di Morteratsch che somiglia agli altri già veduti. Spettacolo meraviglioso. Mary si riposerebbe volentieri.

················

Un fiorentino ch’io conoscevo di vista passeggiava lungo il battello, pensieroso colle mani dietro come D. Abbondio prima che incontrasse i bravi; lo scansai. In patria lo derisero, io lo compiango. Lo dicono invidioso; si può fargliene rimprovero? Siamo di buona fede: qual’è l’uomo che non invidia un altro uomo? Alcuni invidiano la fantasia al Verdi, la gloria al Manzoni, i danari al Torlonia; altri più modesti invidiano il trono al Re; il mio compagno di viaggio, modestissimo fra tutti, invidiava alla gente più di lui fortunata un ufficio diplomatico e la commenda della Corona d’Italia.

La diplomazia fu il suo primo amore; egli pensò: “Dio buono! che mi manca per essere un ottimo diplomatico? Parlo la lingua degli altri meglio della mia, so dire, pensandoci, un complimento e una bugia senza pensarci; non ho titoli, ma ho quattrini per comprarli; fumo manillas; mi spalmo le mani due volte al giorno con la pasta di mandorle; ho i modi affabili, l’inchino spontaneo; in gastronomia sto tra’ primi, so che i migliori piselli nascono a Macon e che la mortadella di Reims supera quella di Bologna. La pratica... l’abilità!... oh! poi in fondo, questo mestiere di diplomatico dev’esser molto facile... se se ne giudica dall’ingegno di coloro che lo esercitano.„

Argomentazioni acute e nondimeno inefficaci. Gli toccò per entrare nella diplomazia sobbarcarsi a un esame. Gli esami, è sentenza antica oramai, non provano nulla e non provarono nemmeno ch’egli sapesse verbo di quei tanti diritti che si vuole opportunamente i diplomatici conoscano, posto che debbono aiutare a violarli. Lo bocciarono e addio legazione e commenda!

Allora raccolse intorno alla propria valentìa misconosciuta tutti gli ordini eterocliti che il sacro sentimento dell’eguaglianza coltiva e la rugiada democratica irrora sui soprabiti dei grandi italiani negletti dal Governo o perseguitati dalla fortuna.

Il nastro paonazzo de’ Salvatori, l’amaranto dei Fratelli universali, l’avana de’ Pionieri del progresso, il glauco degli Araldi della civiltà gli fregiarono l’occhiello composti e confusi per lui in una rosetta elegante ostentata nella gloria del sole. Ed egli passeggiando su e giù per il battello la sbirciava colla paga alterezza di chi, nonostante la tristizia dei tempi, si sente al tempo stesso salvatore, fratello, pioniere ed araldo!

Io rimpiangevo di non essere sceso a Friedrichshafen col mio simpatico Inglese. Ci sono dei giorni nei quali lo star zitti rincresce; io morivo di voglia di chiacchierare con qualcheduno; con chi? Col capitano del battello? Aveva da fare; barattammo qualche parola, poi rientrò nel suo stambugio; additandomi un giovanotto suo parente, dottore in filosofia, che s’era ammogliato di fresco, e dopo avor fatto con la sposa il viaggio di nozze (Heirath-Reise) se ne ritornava con lei a Stoccarda.

Erano seduti l’uno accanto all’altro; il marito aveva una faccia rossa, grassa, concupiscente, la moglie floscia, pallida. Se avessi a cercare anche per loro una rassomiglianza nella storia della pittura, paragonerei lui a uno dei fumatori di Adriano Brawer, lei a una delle Madonne clorotiche del Sassoferrato. Lui gesticolava ed istruiva a voce alta la compagna intorno all’autorità del senso interiore, alla obiettività e alla personalità dell’infinito, lei a occhi bassi pareva compresa della picciolezza propria innanzi a tanto sapere, e ricamava, non senza compunzione, una papalina, da coprire la testa al marito finohè non gliela circondasse un’aureola di gloria.

Vicino a loro un vecchio scienziato; teneva una scatola da sigari tutta piena d’insetti diligentemente infilzati in altrettanti spilli; l’apriva e chiudeva ogni tantino. M’accostai a lui, ed egli mettendomi vicino al naso or una, or un’altra di quelle bestiole, mentre mi guardava di sopra gli occhiali, disse:

— Eleater rugosus, Platinus cærulæus — Platinus cærulæus, Eleater rugosus.

Non potei levargli altro di bocca; non so nemmeno di che paese fosse; chiamava gl’insetti col nome latino e aveva il collo del soprabito unto; e queste sono consuetudini comuni a tutti gli scienziati del mondo.

Parte di questa gente scese ad Immerstad, parte ad Hagnau; l’Inglese e la figlia a Moersburg, patria del Mesmer. Il viaggio sarebbe loro parso incompiuto, se non avessero calcato la terra che vide nascere il gran profeta del magnetismo animale.

Sarei rimasto solo se non fossero salite sul battello due persone: una donna ed un giovine, che mi dettero subito nell’occhio, l’una per la stupenda bellezza del corpo e la espressione della fisonomia, l’altro per la semplice eleganza delle vesti e la nobile disinvoltura del portamento. Lui, se mettesse il conto, potrebbe descriversi, Lei no. Nei ritratti di donna ci vuole una finezza alla quale difficilmente si arriva; poeti e romanzieri, delineando con la penna figure di donna, cadono per lo più nel massimo difetto dello fotografia: esagerano i tratti rilevanti, alterano i delicati e guastano i più attraenti aspetti femminili.

Quanti anni aveva? Chi lo sa? Che ha da fare con l’estetica il calendario? Quando una donna adempie scrupolosamente il primo de’ suoi doveri, — essere bella, — chi sarà così audace da investigare quante volte agli albori autunnali abbia fissato gli occhi nel pianeta di Venere, quante abbia destato l’invidia delle Oreadi che l’han vista, d’estate, tuffarsi nella marina? Una battaglia terribile si combatte quaggiù tra la più stupenda delle cose umane, — il volto di una bella donna, — e la più crudele delle potenze misteriose: — il tempo; quando il tempo è vinto dalla bellezza, io non interrogo, ammiro.

Aveva un vestito nero, leggiero, scollato; le spalle coperte da una finissima trina di Malines nera anch’essa, sotto ai cui confusi arabeschi appariva la pelle rosea, luminosa. Le pieghe del vestito, il garbo ond’era ripreso sui fianchi, la semplicità con la quale era tutto quanto foggiato, attestavano lo studio amorevole e quel felice istinto de’ piaceri squisiti che si chiama gusto.

Vennero ambedue a sedersi vicino a me; parlarono e seppi così ch’erano italiani. Non avendo nessuna voglia d’occuparmi de’ fatti loro, me ne andai all’estremità opposta del battello. Il fanale rosso fu acceso a poppa e rimasi nell’oscurità; credendosi soli cominciarono a parlare più forte; un vento leggiero che cacciava la nebbia dalla superficie del lago, portava sino a me le loro parole.

Lei. — Sicchè.... viaggia senza un fine determinato?

Lui. Per ammazzare il tempo.

Lei. Sarà.... ma....

Lui. Non mi crede?

Lei. Sì.... bensì è una cosa curiosa che lei, viaggiando senza saper dove va, faccia la mia stessa precisa strada, si fermi alle stesse locande alle quali mi fermo io, che so dove vado e perchè ci vado.

Lui. Ma! è un caso, un bel caso, ma un caso.

Lei. Badi; al caso io ci credo poco.

Lui. Che posso dirle? Lei sa dove va e ha preso la strada che doveva prendere, stabilì prima di partire a quali locande si sarebbe fermata. Io vado a zonzo in questo paese, in quell’altro, scendo sempre alla prima locanda....

Lei. Non è vero.

Lui. .... alla prima che trovo.

Lei. Va bene: ma senta....

Lui. Mi faccia il piacere, metta da parte il lei; ho avuto l’onore di ballar seco una mazurka in casa di Rustem-Bey e le ho lasciato il giorno dopo il mio biglietto di visita; siamo stati insieme nel Comitato per gli Asili infantili.... si può quasi dire che siamo in intimità.

Lei. Odio il voi, non do del voi che ai servitori.

Lui. Allora....

Lei. Senta, le propongo una impresa eroica.

Lui. Dica, marchesa, dica.

Lei. Il caso la perseguita, a quel che pare, con una pertinacia insolente; lo gastighi, lo deluda, lo vinca.

Lui. Cioè?

Lei. Cioè.... io vado a Baden; il caso, se lo lascia fare, ci conduce anche lei.... lo canzoni: pigli la strada di Monaco.

Lui. Marchesa, mentre ella scherza sul fato, il fato le insegna a rispettarlo. Guardi, io non sapevo che lei fosse diretta a Baden; le ho detto che viaggiavo senza scopo, ma fra tante irresolutezze, ad una cosa sola ero risoluto: a passare da Baden. Sa che ho studiato medicina; non ho mai voluto esercitare e sono per conseguenza il mio unico cliente. Per guarire da certi piccoli malanni mi sono ordinato per quest’anno le acque di Baden. È un’ordinazione del medico, marchesa, ci va della sua coscienza.

Lei. Ah! ah! glielo diceva io che il caso si sarebbe stancato alla fine? Ho detto per chiasso; mi fermo a Carlsruhe da un vecchio amico del mio povero marito, un antico segretario della legazione d’Austria in Toscana.

Lui. Stamani a Friedrichshafen, quando caricavano i suoi bauli sul battello, io vi ho visto mettere un cartellino su cui era scritto: per Baden; le bugie hanno le gambe corte.

Lei. Cortissime, e lei ne ha detto una affermando di non sapere dove io fossi diretta.

Lui. È vero!... Una bugia per uno; — dimentichi e perdoni, marchesa, come io dimentico e perdono.

Lei (dopo una breve pausa). Lasciamo andare gli scherzi; siamo intesi dunque.

Lui. Eccome; lei va a Baden per.... non ho capito bene perchè ci vada; io ci vado perchè il mio medico, l’uomo che mi conosce meglio e che gode più d’ogni altro la mia fiducia, mi ha ordinato le acque.

Lei. L’avevo pregato di lasciare da parte gli scherzi non senza una ragione. Parliamoci chiaro. Questa conversazione fatta nel mio salottino mi spaventerebbe o mi farebbe ridere; qui sul lago di Costanza, in battello, ci si può permettere un discorso franco, anche con uno spensierato come lei. Io vado a Baden; troverò là molte nemiche intime.... desidero che la sua compagnia così assidua non dia motivi a chiacchiere sul conto mio. Quelle signore, dacchè son rimasta vedova, si son sempre compiaciute nell’imaginarsi ch’io abbia così, di nascosto, qualche capriccetto; io che bado pochissimo a quel che dice il mondo, m’arrabbio ogni volta mi sento lanciare un’accusa simile. Segreti, capricci no: potrei voler bene a un uomo, ma lo direi.

Lui. E lo sposerebbe...?

Lei. Secondo.

Lui. È tanto sincera quanto è bella.

Lei. Lasci stare i complimenti.

Lui. Se il complimento è una menzogna cortese, questo un complimento non è. Che è bella lo sentirebbe anche se non lo sapesse, perchè una donna sente d’esser bella prima che glielo dicano. Che è sincera poi.... Sfido io! non c’è che lei capace di dire a un uomo: posso avere un amante, e non provare il desiderio di mutarlo in marito.

Lei. Primo punto, non ho parlato di amanti... Ma via, sì, non voglio fare ipocrisie; il significato era cotesto; oramai è andata. Sono vedova e la mia schiettezza non fa danno a nessuno. Sicuro: potrei avere un amante e non sentire il desiderio di farmene un marito. Che vuole? Ho letto, non mi ricordo più in che libro, ma di certo in un libro francese, perchè italiani non ne leggo mai....

Lui. Mai?

Lei. Mai; mi annoiano; dopo che s’è fatto l’Italia non vogliono che si dica; ma siccome i libri italiani seguitano ad annoiarmi anche dopo che s’è fatto l’Italia, io seguito a leggere i libri francesi. Le amiche mie tengono i romanzi di Montépin consunti, accanto al letto, e i libri indigeni sul tavolino di salotto. Io abborro da queste finzioni meschine.... E poi non è vero che i libri francesi divertono di più?

Lui. Non lo so; a me divertono le conversazioni come quella che era cominciata e mi annoiano le discussioni letterarie come quella a cui vorrebbe condurmi. Dunque ha letto?...

Lei. Ah sì!... ho letto in un libro francese che ci sono due specie di cantanti: quelli che hanno la voce e non sanno servirsene, e quelli che saprebbero servirsene ma non l’hanno; lo stesso si potrebbe dire della più gran parte dei mariti; quelli che sono adorati dalle mogli, non se ne curano; quelli che fanno una grazia speciale ogni volta che escono di casa, credono d’essere amati più della luce degli occhi e opprimono a furia di tenerezze; sicchè bisogna star male con gli uni e con gli altri.

Lui. E le eccezioni? Gli uomini che vogliono amare riamati e....?

Lei. Restano celibi; hanno troppo cuore e per conseguenza troppe paure; formano la legione degli amanti onesti e devoti. Tutto ben considerato non mi rimariterò. Circa all’avere un amante, — non mi lodi tanto della mia sincerità, — son sincera... non voglio amare nessuno.

Lui. Eppure sono tanto vanesio da credere che muterà proponimento.

Lei. Oh! (pausa).

Lui. Tant’è; oramai mi pare inutile....

Lei. Un momento. Anche nei romanzi francesi che leggo, salto a piè pari tutte le riflessioni dell’autore: roba inutile, le riflessioni le faccio da me; segua il mio esempio e salti la sua dichiarazione; la faccio da me. Appena ha saputo ch’ero partita da Firenze m’è venuto dietro, sebbene fosse ad Innsbruck da due settimane; ha ballato con me da Rustem Bey una mazurka, che le ha mostrati fra una battuta e l’altra tutti i miei pregi morali; è stato con me nel Comitato degli asili dove non ho mai aperto bocca, e dal mio silenzio ha arguito non soltanto il mio ingegno, ma anche la mia modestia.... A Firenze m’ha sempre cercato, per disgrazia non m’ha trovato mai.... Sta bene?

Lui. Nulla di tutto questo.... parlo sul serio, Emilia....

Lei. Può seguitare a chiamarmi marchesa, non me ne ho per male.

Lui. Oh! non rida! Guardi un po’ intorno a sè. Se i raggi della luna non penetrassero traverso la nebbia che copre il lago, avrebbe ragione di credere che un raggio d’affetto non possa mai illuminare il cuore d’uno scapato.... Io le voglio bene.

Lei. Quasi quanto a Rustem Bey e un po’ più che agli Asili infantili.

Lui. Non rida. Da quando? Che le importa? Ora che fissa nella luna cotesti occhi fatati, le preme forse di sapere da quanti secoli gira lassù? Come è nato quest’affetto? Ora che respira le brezze del lago, si cura forse di conoscere quale fenomeno fisico ne abbia scavato il bacino?

Lei. Sa che parla bene? Un po’ troppo elegante per una orazione improvvisa forse....

Lui. O bene o male poco importa; ma ripeto che parlo sul serio.

(Pausa).

Lei. Me l’avevano detto che era un uomo singolare: mi vuol bene e non mi conosce.

Lui. Le voglio bene non per quello che so, ma per quello che credo d’indovinare. La conosco poco e l’amo giù molto.

Lei. E forse m’ama molto perchè mi conosce poco.

Lui. Ma c’è proprio bisogno per voler bene a una donna d’esser stati a scuola con lei? Io agli amori che cominciano da bambini non ci credo. Mi ricordo benissimo di tutte le compagne della mia adolescenza, e mi pare impossibile di sentire oggi la commozione più lieve per una di quelle donne che mi figuro bambine con le labbra piene di conserva e trafelate per aver giocato troppo al volano. L’amore ha bisogno di veli dietro ai quali la percezione o l’istinto indovini ciò che non appare; sotto l’aspetto di una donna bella come lei, l’amore nella sua malinconica curiosità cerca e scopre tutti i requisiti dell’intelletto e del cuore.

Lei. È uno spensierato o un poeta?

Lui. Perchè non tutte due le cose nello stesso tempo?

Il battello si fermò.

— Costanza! — gridò una voce dalla riva del lago.

Lei. Oh! eccoci. Mi pensi ai bauli. Dicono che Costanza è una bella città.

Lui. Tocca a lei, marchesa, a farmici domiciliare.

Per le vie deserte di Costanza, per i palazzi e le chiese dove più solenni durano le memorie di Lotario I, di Enrico III, di Federico Barbarossa e di Giovanni Huss, io cercai invano per più giorni i due simpatici viaggiatori.

Una sera finalmente li vidi seduti sulle rive del lago; parlavano poco e di rado; ella coi suoi belli occhi umidi seguiva le striscie luminose che le stelle cadenti tracciavano sull’azzurro del cielo; egli fantasticava distratto dietro alle nuvolette che uscivano da una sigaretta di Latakia.

Parlavano poco e si dicevano tante cose!

Ogni tanto cessavano da quella contemplazione, misteriosa voluttà dello spirito, si guardavano e sorridevano. E Victor Ugo opina che due sorrisi quando s’accostano spesso si confondono finalmente in un bacio.

— Wollen sie gefälligst Ihren werthen Namen auf das Fremdenbuch schreiben?[1] — disse il cameriere del Zühringer Hof a Friburgo, presentando il libro de’ viaggiatori.

E Lui seduto, mentre Emilia in piedi seguiva col guardo lo scorrere della penna, vi scrisse:

— Il conte Carlo F.... e sua moglie.

Monsummano. 1869.

Notes in this chapter

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