PECCATO E PENITENZA. (continued 2)
Reading edition
— Vuole star sola tutta la sera?
— Sì.... già non verrebbe che lo zio Varalli a far la partita e stasera non ne ho proprio voglia... Leggerò.
— Se ha bisogno di me....
— No, no, grazie, signor Luigi... grazie; faccia l’ambasciata a Giacomo... buona notte.
— A’ suoi comandi, signora Contessa, — replicò l’altro ed uscì.
Rina rimasta sola pensò, — pensò; — poi, non erano ancora sonate le dieci, si coricò.
La notte sognò. Le pareva di essere al Poggio Imperiale e di trovarvi le stesse persone del giorno antecedente. La mattina dopo fa presa da una smania indicibile di vedere se il sogno si verificasse; e montata in carrozza verso le due, si fece condurre al Poggio. A piè del viale lasciò il legno e salì verso il palazzo.
Il Poggio di quei tempi non somigliava in nulla al Poggio d’ora; la nuova cinta era di là da venire; que’ viali oggi aperti, popolati di case, erano allora modesti, malinconici, solitari; passeggiata favorita dalla gente che stanca de’ rumori cittadineschi, andava a cercare un po’ di pace sui colli di Bellosguardo e d’Arcetri, o per i viottoli remoti del piano di Giullari.
Rina co’ suoi occhi lincei sbirciò fino alla cima del viale, ma non vide nulla; si persuase che i sogni sono sempre sogni, e se ne ritornò silenziosa verso la carrozza. Il cocchiere sonnecchiava a cassetta e dovè chiamarlo più volte.
Ma nella carrozza, dov’ella entrava con tanto visibile malumore, l’aspettava una sorpresa; v’era su’ cuscini un mazzolino di fiori e un pezzetto di carta su cui si leggeva questo verso, col quale il signor di Voltaire ha provato di conoscere profondamente l’essenza dell’amore:
C’est moi qui te dois tout, puisque c’est moi qui t’aime. Federigo.
Pigliare il mazzolino, leggere il foglio e portare l’uno e l’altro alle labbra fu un momento, ma quale momento! E il bacio impresso alla carta e a’ fiori fu così lungo che quando la carrozza passò dalla porta Romana ov’era fermo Federigo, egli potè agevolmente vedere la bella Contessa di San Vittore premere colle labbra le gaggìe ed il foglio che egli, grazie al dormiveglia dell’incauto cocchiere, aveva gettato nella carrozza.
Anche Rina lo vide; si dettero un’occhiata sola, ma che, secondo il solito, disse all’animo di que’ due, più che non direbbero mille discorsi o mille volumi. Quelle gaggìe, quel verso ripetuto a diecine di volte, avevano insegnato a Rina la strada del paradiso; accadeva nell’anima di lei, ciò che avviene in certe zone dove il levare del sole non è preceduto dal crepuscolo; era notte... è giorno.
Federigo rimase così assorto, che per un momento non vide più nulla intorno a sè; gli parve lo cogliesse una vertigine. Quando l’estasi finì, notò che un giovine pallido, biondo, stava fermo innanzi a lui. Federigo si mosse dando facoltà alle gambe di condurlo dove volevano purchè lasciassero alla testa intera la libertà.
Anche il signor Luigi (era lui il giovane che aveva dato nell’occhio a Federigo) si mosse; e mentre questi infilava la via de’ Serragli, egli se ne andò cupo e cogitabondo verso Annalena.
Federigo, tornato nella sua cameretta del Maglio, aprì le finestre le quali davano sopra uno di quegli orti modesti nelle cui aree hanno oggi fabbricato le case del quartiere Savonarola; si appoggiò al davanzale pensando a mille cose senza fermarsi su di alcuna, e riconducendo ognuna di esse ad un solo principio: Rina. Avvertì allora per la prima volta che due nidi di rondine erano appesi al tetto di una casa vicina, e si domandò: — Povere rondini! o che ci sono di già? — E non ricordava che le rondini se n’erano andate da un pezzo verso il Nilo ospitale; non ricordava che quelle rondini, delle quali ora mirava i nidi, le aveva tante volte maledette nell’estate, perchè troppo mattiniere gli guastavano il sonno. Scôrse in mezzo allo squallore quasi invernale dell’orto una pianta di crisantemi, la carezzò lungamente col guardo; seguì le nuvole che vagavano pel cielo, respirò a pieni polmoni un’aria fresca che da’ colli di Fiesole scendeva fino a lui, e, come se non l’avesse mai visto, esclamò: — Come è bello quest’orto! — Sonarono le nove di sera, era ancora alla finestra e si compiaceva guardando le luci giallastre de’ lampioni lontani tremolare tra gli alberi nel buio della notte. Il freddo lo punse, ma non seppe risolversi a chiudere. La solitudine, di notte presso la campagna, ha un incanto che non si ridice; ci par d’esser signori dell’universo; vien voglia di ordinare a Zeffiro che carezzi quei certi capelli, di imporre alla brina che non sciupi le azalèe di quel tale giardino.... Questo incanto dolcissimo provava appunto Federigo; ed egli suscitava le memorie, vagheggiava le speranze, confondeva nelle grandi armonie della natura le forti armonie dell’anima sua.
In quelle ore istesse, Rina faceva la partita di écarté collo zio Varalli. Egli le aveva insegnato il gioco e se ne teneva, perchè l’allieva aveva fatto in poco tempo progressi tali, da arrivare il maestro. Quella sera bensì non fu contento di lei; Rina sbagliava, si distraeva... quando, lasciava al Marchese le date che non gli toccavano, quando, le pigliava tutte per sè, quasi ogni carta diventasse atout in mano sua; talchè lo zio, impazientito, domandò alla fine:
— Ma dov’hai la testa stasera?
Rina non glielo volle dire.
VIII.
Il marchese Varalli, dopo la famosa lettera del Duca, s’era messo a osservare le consuetudini di Rina; non già che gli premesse di salvarla, se in procinto di fallire, o di unirla strettamente con il marito, se gli si serbasse fedele; ma per amore della scienza, perchè Rina gli pareva, come dicono i medici, un bel caso ed era curioso di vedere che cosa avrebbe fatto da ultimo quella donna, con quell’indole, in quell’età, in quello stato d’animo, in quella condizione domestica.
E anch’egli, il Marchese, che aveva detto addio da un pezzo all’età de’ facili inganni e degli amori cominciati da lontano, prese, in questa faccenda, un abbaglio. Sapeva che nessun giovinotto frequentava la casa San Vittore, sapeva che Rina non usciva di casa che nella carrozza propria, accompagnata, s’intende, da un servitore; aveva scandagliato l’animo di questo servitore, senza trovare il menomo argomento di sospetto e aveva conchiuso a modo suo:
— Quella donna lì è di marmo; è una donna senza nervi. Po’ poi, nella disgrazia, mio nipote ha avuto una certa tal qual fortuna, trovando una moglie che non lo secca nè con l’amore, nè col cattivo umore e che può faro a meno dell’assiduità del marito senza.... Basta, anche queste son cose che succedono!
S’era bensì accorto che Rina non era da qualche tempo tranquilla come prima, che non giocava più con la stessa attenzione, che aveva la cera un po’ malandata; una volta entrando, come usava, senza ambasciata, l’aveva trovata a leggere una lettera nascosta in fretta e in furia: ma questi non erano per lui indizi tali da farne gran caso: con un mezzo o con un altro arrivava sempre a raccapezzare se Rina era uscita sola a piedi; se nessun viso novo s’era visto in casa sua; e poichè aveva la certezza che questi due fatti non erano accaduti, del resto non si curava. Agli amori sospesi tra le finestre di un primo piano e il lastrico di una strada, egli non ci credeva; aveva dimenticato oramai le passeggiate notturne, fatte cinquant’anni prima sotto le finestre chiuse di una bella addormentata.
Così Rina lasciata a sè stessa dal marito dissoluto, dal tutore lontano, dallo zio sbadato, correva verso l’abisso della colpa e vi correva per la via più facile: quella del carteggio.
C’è meno pericolo, secondo me, nel chiudere un uomo e una donna giovani in una villa solitaria e farceli stare tutta una settimana, che nel lasciar loro la libertà di scriversi quando vogliono e quello che vogliono. Quando un innamorato parla, la ragione, se anche poco, qualcosa suggerisce; quando scrive, chi detta è la fantasia.
In quel tempo giunse a Firenze da Costantinopoli Paolo Carpi. Era il solo cui fosse dato salvare quella donna giovane e non fortunata, il solo che potesse col linguaggio del cuore mostrarle tutti i pericoli, verso i quali la conduceva l’affetto; il solo finalmente che avesse tanta autorità presso il Conte, da movergli i rimproveri meritati per non avere alimentato a suo pro un affetto eguale nell’anima della moglie. E Rina lo accolse, allorchè le fu presentato da suo marito, con affabilità quasi affettuosa. Vi fu un momento, anzi, nel quale si propose di dire a Paolo, con la risolutezza che era sua, ogni cosa; ma poi o che non avesse sufficiente fiducia in lui, o che la passione la dissuadesse con uno de’ suoi tanti sofismi, fatto sta che non ne fece più nulla; e quando Paolo ripartì pochi giorni dopo per Torino, dove lo chiamava il ministero, portò seco il convincimento che il matrimonio dei San Vittore era de’ tanti matrimoni dell’alto ceto: un affetto tranquillo tanto da parere sopito, una valuta intesa tra i coniugi per vivere senza gelosie, senza uggie reciproche: la solita scapataggine per parte d’Emilio, poco pericolosa alla rassegnata pacatezza della moglie.
Paolo Carpi si trattenne a Firenze una quindicina di giorni; durante la sua dimora, il palazzo San Vittore aveva preso un altro aspetto; Rina era più gaia, il Conte stava un po’ più in casa; c’era da sperare che questo suo costume casalingo fosse per durare. Ma partito Paolo, il Conte tornò alle proprie consuetudini; una parte della sera Rina dovè passarla vicino al fuoco, così triste le prime volte che s’accende sul finire dell’autunno, e un’altra giocando al solito la solita partita col solito Marchese. Otto giorni dopo la partenza di Paolo, accadde in casa San Vittore un fatto così nuovo da meravigliare tutti coloro che lo seppero, e da porgere soggetto per parecchie ore ai chiacchiericci dei servitori.
Rina, fatta dopo mezzogiorno colazione in fretta, chiamò la cameriera.
— Datemi il mio cappello nero.
— Esce, signora?
— Sì.
— Vado a ordinarle la carrozza.
— No, vado a piedi.
— Ma il signor Conte è uscito.
— Lo so.
— Ah! viene a prenderla il signor Marchese?
— No... non mi seccare... non viene a prendermi nessuno; vado sola.
Rina si studiò di pronunziare queste parole col tono altero della padrona, che non vuole render conto di ciò che fa; ma non ci riescì, le tremava la voce. Giustina non ci badò; un osservatore più attento o più acuto di lei avrebbe capito subito che c’era per l’aria qualche cosa di nuovo.
Licenziata Giustina, Rina si chiuse nella propria camera, che era un modello di vaghissima semplicità. V’era da un lato un armadio di noce opaco che si giudicava alla prima scolpito da artefice abilissimo, dal Barbetti o dal Lienhart. Là dentro stavano chiusi i vestiti di velluto, di seta, le trine di Fiandra, le martore, i cappelli d’ogni foggia e d’ogni colore, tutto il corredo, insomma, d’una donna elegante. Dirimpetto all’armadio una Psiche, anch’essa di noce opaco, sorretta da due statuette scolpite nel legno istesso e raffiguranti la Salute e la Gioventù; vicino alla finestra, appoggiato al muro, un lavamano di marmo nei cui bacini di porcellana finissima, incastrati in fori circolari, cannelle d’argento versavano l’acqua fredda e la calda. Nel fondo della stanza il letto a padiglione tutto bianco, a’ cui piedi si stendeva uno stupendo tappeto di Smirne; accanto al letto un ritratto a acquerello della madre di Rina. Innanzi alla finestra, sopra una tavola insaccata in una sottana di mossolina, stavano raccolte e simmetricamente disposte cesoie d’ogni misura, lime d’ogni forma, spazzole dure e soffici, pettini di tartaruga e d’avorio, acque salubri e polveri odorose. Quante frivolezze direbbe un filosofo! E direbbe male, perchè il dilemma del buon Gautier è giusto: una delle due: o l’anima c’è, e importa tener lindo e aspergere di aromi il corpo che le è vaso e tabernacolo; o non c’è in noi che materia e giova che ognuno la faccia più bella che può.
Chiusa a chiave la porta, Rina si gettò attraverso il letto e, serrati gli occhi, stette per un pezzetto immobile. Le si agitavano nell’animo molti sentimenti diversi; era nell’ora delle titubanze terribili che tormentano la donna innamorata, quando cede la prima volta a un comando della passione, al quale le sembra che sarebbe bello resistere; quando il sì e il no le tenzonano nel capo; quando capisce che una volta fatto il primo passo, non c’è più strada per tornare indietro. Rina sentì allora di che forza fosse oramai il suo affetto; pensò anch’essa forse come il poeta che “il vento dell’amore manda il naviglio della vita„ e pur temendo la tempesta, giudicò men triste il morire in alto mare, che poltrire nella solitudine della riva.
Si alzò, interrogò lo specchio, perchè le ripetesse anche una volta che era bella; per consiglio suo, buttò via un mantello che s’era messo dapprima, e prese invece un leggiero scialletto di trina di Malines, uno de’ più graziosi oggetti del suo corredo di sposa; si guardò daccapo; pose in tasca un libro che aveva accanto al letto, si guardò un’altra volta ed uscì.
Se la disgrazia fa ch’io abbia tra’ miei lettori alcuno di coloro, che nel mondo delle passioni hanno fatto soltanto una gita di piacere e studiato le donne ne’ romanzi del Bertolotti o del Ducange, si meraviglierà della cura che Rina poneva nel suo abbigliamento, dubiterà della profondità dell’affetto suo, la piglierà per una donna vana e via discorrendo; e in queste cure di Rina stava appunto una delle prove del suo affetto per Federigo, che ella andava in quel giorno a cercare.
Molte donne sanno e pochi uomini intendono tutta la poesia che è talvolta ne’ colori bene accozzati d’una veste, nell’armonia d’un abbigliamento femminile. Quante cure spese non ad attrarre l’attenzione del volgo, ma a compiacere lo sguardo delicato dell’uomo per il quale vorreste esser perfetta! Ogni nastro è un sospiro, ogni fiore un sorriso; per una donna che vuol bene, il vestirsi è uno degli innumerevoli episodi del poema d’amore.
E poi, siamo giusti, Rina aveva proprio ragione di guardarsi, di riguardarsi. Era simpatica; non dico bella addirittura, perchè qualche imperfezione ne’ suoi lineamenti si sarebbe potuta trovare; ma la sua testa, se non per il disegno, meravigliava, come gli stupendi dipinti della scuola veneta, per il colore. Aveva i capelli neri, morbidi, lucidi; gli occhi neri del pari, vivissimi e la pelle coperta di quella leggiera tinta rosea che fu il segreto degli statuari greci e di cui possono dar soli una idea il tono incarnato di qualche camelia bianca, o i primi vapori dell’alba sulla cima d’un’alpe.
Rina uscì al solito fuori della porta Romana; se non che invece di tirar diritto, voltò a destra e prese a salire il viottolo ripido, che mena verso Bellosguardo. Saliva guardando di qua e di là come chi cerca qualcuno; sfogliava ogni tanto una pagina del libro, figurandosi di leggere; ma leggeva in un altro libro: nel proprio cuore.
Quel volume che ella teneva fra le mani, lo avea letto pur troppo! Era un romanzo che Federigo aveva trovato modo di farle pervenire e di cui aveva segnato colla matita i passi più caldi e più tristi.
Là dove il viottolo sbocca in un’altra stradicciola, Rina si fermò; Federigo stava aspettandola vicino alla cantonata.
I canoni dell’arte e il desiderio di conciliare al mio eroe la simpatia altrui vorrebbero ch’io lo dipingessi come un uomo compito, ma in omaggio alla verità debbo dire che quel giorno aveva l’aria molto impacciata; un po’ perchè un innamorato di quell’età, che va al primo appuntamento, disinvolto non è quasi mai; un po’ perchè s’era messo un vestito nuovo, e tutti sanno che il vestito nuovo dà l’aria impacciata anche al più avvezzo diplomatico del mondo.
Tanto Federigo quanto Rina avevano pensato e preparato un mondo di interrogazioni da fare, di cose da dire, e per la strada, scelto via via le principali perchè tutte non ci poteva esser tempo bastante. Subito che si videro vennero l’uno incontro all’altro; egli prese la mano tremante di lei fra le sue e la strinse. E zitti. Dove erano andate le tante cose che avevano da dirsi? Non se le ricordavano più, non sapevano nè l’uno nè l’altro da che parte rifarsi.
Federigo si sgomentò subito di quel silenzio e a torto; prima, perchè per dirsi che ci si vuol bene non importa una lunga conversazione; basta una parola, un’occhiata, il tono di voce onde si pronunzia un buon giorno o un addio; poi, perchè gli innamorati discorrono tra loro anche stando zitti; v’è una forza fatale, che spinge il pensiero di ambedue sopra una medesima via. Alla fine, come Dio volle:
— Come ti ringrazio, — disse, — d’esser venuta....
— Sì.... Oh! ma perchè siamo venuti qui?
— Perchè? Come si faceva se no? Qui nessuno ci vede.
— E se ci vedessero? — domandò Rina con naturale fierezza. — Oh! non ho paura di questo, ma io te lo domando: dove andiamo?
Federigo credendo ella ripetesse la prima interrogazione con parole diverse, replicò:
— Dove vuoi.
Rina alzò la testa e lo guardò fisso; questa volta fu lei che si trovò corta a parole.
Passarono due secondi e a Federigo parvero due secoli, tanto che trovò il tempo di scaricare sopra la propria stoltezza tutti i vituperi imaginabili; una frase volgare che gli serviva per riattaccare il discorso gli parve una trovata da oratore:
— Come sei bella!
— Ti pare?
— Dio mio, Rina!
— E mi vuoi bene?
— Perchè te lo direi?
— Mi vuoi bene solamente perchè sono bella?
— No....
— Se non sai nulla di me! Mi hai veduta, e....
— Ma e le tue lettere? E poi non mi domandare tante cose, Rina mia; so che ti voglio bene e basta.
— È tanto facile a dirsi. E se io non lo credessi?
— Oh! sì che lo credi; se no, non saresti venuta qui.
— Hai ragione, — replicò Rina e chinò pensierosa la testa.
— E... lui? — domandò Federigo.
— Cioè?
— Se se ne accorgesse?
— Confesserei.
— Tu?
— Non posso nè fingere, nè dir bugie. Promettimi che non me ne dirai neanche tu.
— Mai.
— Bada, Federigo, bisogna volermi molto bene.... la mia divisa la sai: J’aime, quand on m’aime, que l’on m’aime, comme j’aime. Ma perchè stai zitto? Che fai la sera? Ci pensi mai a me?
— Sempre, Rina; oh! saremo tanto felici se tu vorrai; tu puoi fare di me tutto quello che ti piace; ho menata una gran bratta vita sin qui... brutta perchè inutile; ho uno scopo ora, sei tu, ho una gioia, sei tu, ho una speranza, sei tu.
Rina strinse forte la mano a Federigo, poi alzò novamente la testa e guardandolo con grande dolcezza: — Addio, — gli disse.
— Di già?
— Addio, — replicò Rina.
— A quando?
— Non lo so.... Scrivimi, Federigo.... Avevo tante cose da dirti....
— E anch’io....
— Che n’hai fatto della mia foglia di lauro?
— L’ho qui; — e mostrò custodita tra le carte di un taccuino una foglia che Rina gli aveva mandato in una lettera pochi giorni prima.
Rina sorrise serena come sorridono le madonne nei quadri del Perugino; Federigo le strinse ancora una volta la mano e si separarono. L’uno andò verso Marignolle, l’altra riprese la strada di porta Romana. Egli fischiettando, ella se ne andò giù giù a passo lento, ripensando a tutto ciò che le aveva detto Federigo, il quale in sostanza non le aveva detto nulla. Quando tornò a casa, sonavano le cinque; era stata fuori quasi tre ore e i servitori facevano un gran cicaleggio su questa assenza inconsueta della signora.
Ma quel cicaleggio non arrivò sino alle orecchie del marchese Varalli; quando il vecchio gentiluomo entrò la sera alla solita ora nel palazzo San Vittore, trovò tutta la casa sossopra; aveva preso male al signor Luigi.
IX.
O felici di vent’anni, non invidiate nulla a nessuno! Non gli agi al ricco, non la potenza al monarca, neanche con più nobile desiderio gli applausi al poeta. Il tempo fugge; e se la fortuna serbi a voi in altra età l’oro, la possanza o la gloria, verrà giorno che vorrete dare (e ahimè! non vi sarà conceduto) oro e possanza e gloria per un palpito solo delle commozioni antiche, per un’ora della giovinezza perduta, per una sola delle speranze de’ lontani “vent’anni.„ De’ tuoi vent’anni, amico, quando tutto ti sorrideva d’attorno e la fantasia volava dietro a mille lusinghieri fantasmi, e t’erano ignoti i dolori, le delusioni che t’è toccato provare; dei vostri venti anni, signora mia, quando vi credevate una creatura tanto privilegiata da non saper mai che fosse il soffrire; e piangevate lacrime di tenerezza sopra una rosa offertavi di nascosto e un sorriso e una stretta di mano v’empievano l’animo d’un godimento ineffabile! Ahimè! quell’età è passata! Tu sei intristito, amico; voi siete invecchiata, signora mia; il dolore, cancro della bellezza, ha lasciato sul vostro volto le sue indelebili impronte. Altri gode oggi, altri sorride, altri spera, altri rimpiangerà dopo voi.... O felici di venti anni, non invidiate nulla a nessuno!
E l’esperienza? — dicono. — Oh! sì, bella cosa! ci costa patimenti d’ogni maniera e non ci serve a niente; ogni giorno impariamo il modo di navigare fra le sirti e gli scogli, in mari che non varcheremo mai più. Lasciate un lembo dell’anima vostra tra le unghie rosee d’una bella infedele e avrete imparato che ci sono a questo mondo delle donne pericolose; macchiate d’un fallo la vostra vita e vi porrete in grado di giudicare da voi che tutti gli errori si scontano; riducetevi povero in canna e confortatevi dello avere appreso la utilità del risparmio. Se l’esperienza fosse utile a qualcosa, in tante migliaia di secoli il mondo sarebbe divenuto un Eden. E non mi pare che sia.
Questa famosa esperienza Rina non l’aveva; altrimenti avrebbe saputo che la paura quando entra nell’animo col suo proprio nome, sgomenta e invilisce, ma se si dà per prudenza aiuta e difende; che il mondo, il quale sa che la colpa c’è, chiude un occhio sul peccato, purchè sia fatto con garbo. Ma Rina, ripeto, tutte questo belle cose non le sapeva; lasciandosi menare dalla passione che la signoreggiava, seguitò le sue gite solitarie pei dintorni di Firenze, non pensando o non curando che altri s’occupasse di lei. Così la cosa giunse agli orecchi del Marchese. Rina non aveva veduto Federigo che per la via; ma il vecchio zio, quando seppe di queste passeggiate della bella nipotina, sospettò che il dramma fosse già molto innanzi e aspettò sogghignando la catastrofe; la quale, e lo confessava a sè stesso, gli era difficile imaginare. Non supponeva bensì che fosse per finir male; dal contegno del Conte egli aveva creduto potesse dedursi, che questi, prevedendo da lungo tempo ciò che succedeva, si sarebbe portato da gentiluomo e da uomo di mondo qual era.
E s’era proposto di non parlargli mai di ciò che sapeva, quando ad Emilio, per sua mala ventura, venne in mente d’andarsi a godere il Carnevale a Parigi. Egli capiva che lasciare Rina sola a Firenze era non un pericolo (a questo non ci pensava neppure) ma una scortesia, e d’altra parte il condurla seco toglieva ogni diletto alla sua gitarella. Pensò di rivolgersi allo zio Varalli, con questo disegno: egli, il Conte, avrebbe invitato Rina a andar seco; lo zio l’avrebbe dissuasa dall’accettare l’invito.
Verso gli ultimi dell’anno, zio e nipote si trovarono alla Pergola; in que’ giorni appunto il Varalli aveva, non visto, veduto co’ propri occhi Rina sola uscire fuori della porta a Pinti e salire nel Camposanto degli Inglesi, ove qualcheduno l’aspettava di certo, e aveva esclamato con un sogghigno:
— Poveri morti!
E nemmeno quando vide il Conte accostarglisi quella sera per parlargli, il Marchese potè trattenere un sorriso sardonico; ma il nipote c’era avvezzo e non ci badò più che tanto.
— Senta, zio — disse Emilio, — ho intenzione di fare una gita.
— Solo?
— Ecco, in sostanza... sicuro... solo.
— Bravo! — disse il Marchese ridendo senza riserbo.
— Cioè?.... — domandò l’altro.
— Cioè.... Sapete chi era il Principe de’ Conti?...
— Lo so, ma non capisco....
— Ecco: il Principe viaggiava e viaggiando scriveva a sua moglie: “Non mi tradite, Principessa, per carità.„ “Siate tranquillo, signor mio, — rispondeva la Principessa, — non me ne vien la voglia altro che quando vi vedo.„
E rise da cupo.
— Zio, — riprese Emilio dopo una pausa, con un po’ d’impazienza, — io le parlo sul serio.
— E io?
— Dunque, ho intenzione di passare il Carnevale a Parigi, ma vorrei che Rina non venisse; già il viaggio ci costerebbe più del doppio....
— Se l’ho sempre detto che siete un buon amministratore....
— Insomma....
— Dunque?...
— Dunque.... bisogna pur nonostante che offra a mia moglie di condurla con me; ma vorrei che lei la persuadesse....
— A rimanere a Firenze? Caro Emilio, se tutte le missioni diplomatiche fossero come questa, darei dei punti a lord Palmerston.
— Crede che si persuaderà?
L’ingenuità con cui furono profferite queste ultime parole, fece uscire da’ gangheri il Marchese.
— Io ho sempre avuto un vago sospetto — proruppe egli — che il matrimonio rechi molto nocumento alle facoltà ragionative e per questo son rimasto scapolo. Ma ora, altro che vago sospetto! Come? Conoscete Rina, sapete che ha vent’anni, la vedete a pranzo e basta.... e v’imaginate che possa dolersi se ve ne andate? Ma, caro mio, che ve ne andiate voi o... che so io?... il cocchiere, per lei è lo stesso. Fino a stasera v’ho creduto un uomo di mondo; m’accorgo che mi sono sbagliato. Che diavolo! Siete entrato da voi nel laberinto e volete che vi ci levi io? Bravo! Mi parete un ragazzo con questi vostri sotterfugi. Lasciamo andare. Ve l’ho detto fin dal giorno in cui m’avete dato la fausta notizia del vostro stabilito accasamento: le cose andranno così e così. Sono stato profeta e non ci voleva di molto; ma Dio santo! speravo che avreste fatto le cose un po’ meglio; e non vi sareste ridotto alla parte di fanciullone e a mettere vostra moglie nella necessità di dare appuntamenti campestri. Volete viaggiare? Viaggiate; che bisogno c’è che c’entri io? Andate a casa, salutate la cara metà, auguratele buon divertimento e partite; al resto ci penserà lei; ma come una signora, non come una crestaia.
— Zio, pensi a quello che dice....
— Eh! figliolo mio! così aveste pensato voi a quello che facevate.
Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese domandò come se nulla fosse:
— Chi è quella forestiera al numero tredici second’ordine?
— Non la conosco, — rispose Emilio senza neanche voltarsi verso il palco indicato dallo zio ed uscì dal teatro.
Quando fu nella strada, si ricordò che aveva ordinato la carrozza per la mezzanotte. Battevano allora le undici all’oriolo di Santa Maria Nuova. Andò a piedi. Abitava di là d’Arno; la strada per arrivare a casa era lunga ed egli aveva tutto il tempo per pensare ai casi suoi.
Lo zio non gli aveva detto nulla d’esplicito; ma egli, se non sapeva, sentiva che Rina amava un altro. Se ne meravigliava? No. Corrotto dalla gente tra cui viveva e dalle consuetudini prese, si può dire che Emilio avesse preveduto, sin dal primo giorno, ciò che ora avveniva. Prevedendolo, aveva messo le mani avanti e s’era fatto nei festosi banchetti della vita galante la sua parte anticipata. Se dunque Rina fosse stata un’altra, se la cosa gli fosse stata annunziata da altri e con altre parole, chi sa che cosa sarebbe successo? Ma Rina gli dava soggezione; sentiva egli tutta la fiera nobiltà di quell’indole; sentiva d’avere molti torti verso Rina e non gli pareva vero che ella gli desse buon gioco, avendo una volta torto anche lei. E due frasi del Marchese lo avevano specialmente colpito; gli “appuntamenti campestri„ e “il contegno da crestaia„ lo mettevano in pensiero sì perchè accennavano a fatti positivi, sì perchè lo inducevano nel sospetto che Rina avesse fatto qualcosa di grosso; il che significava nel vocabolario del Conte e del suo ceto, ch’ella si fosse data in braccio a qualche amore volgare, per cui venisse a macchiarsi l’antica purezza della casata.
Queste cose mulinava tra sè il marito; l’uomo poi pensava alla propria umiliazione, cui sottostà sempre mal volentieri, anche quando gl’importa poco della donna che gliela infligge.
Così, tra una cosa e l’altra, il Conte si metteva su da sè medesimo, si accendeva nel petto gli sdegni e le collere; dove avesse avuto il tempo di rifletterci o anche di dormirci sopra, le cose sarebbero andate meno male. E fu difatti primo suo pensiero di aspettare la mattina per parlare con la moglie; ma il caso, il solito caso, il quale ha, come ho detto altra volta, tanta importanza nelle vicissitudini della vita, volle che entrando in casa, egli s’accorgesse che Rina era sveglia e si risolvesse ad andare da lei.
Mandò a letto il cameriere, poi, preso un lume dalla scrivania, traversò la lunga fila di salotti che separavano la sua dalla camera della moglie e si fermò innanzi alla porta.
Tale era la sua stizza in quel momento, che, l’uscio sembrandogli chiuso, gli venne l’idea di buttarlo all’aria con un calcio; (anche i Conti quando sono soli e arrabbiati sono uomini come tutti gli altri), poi si accorse dalla gruccia che era aperto, posò il lume in terra ed entrò.
Rina, seduta sul letto, leggeva.
La sua gentile figura si staccava mirabilmente sul fondo del cortinaggio; dalla nuvola di mussolina leggiera che le nascondeva il collo ed il seno usciva, trattenuto appena dalle pieghe eleganti di una camicia di battista, il braccio, rotondo come se lo avessero modellato Prassitele o Dupré nel marmo di Paro o di Carrara. Il pettine le era caduto di testa e i capelli neri come l’ebano, lunghi come i rami del salice, cuoprivano di leggiadri ghirigori le trine onde era guarnito il guanciale.
Quando il Conte girò la gruccia, Rina lasciò cadere lentamente il libro sulle ginocchia e fissando lo sguardo verso la porta domandò:
— Chi è?
— Son io, — rispose l’altro ed entrò.
— Tu?...
— Io.
Il contrasto era singolarissimo; negli occhi nictalopi del Conte di San Vittore, sfavillava l’impeto di mille sentimenti diversi, anzi, per dir meglio, delle molte gradazioni di un sentimento solo: lo sdegno; in quelli di Rina si specchiava invece la più sicura tranquillità.
— Tu.... qui.... a quest’ora?
— O a quest’ora o ad un’altra, — soggiunse il Conte, andando di passo lentissimo verso il letto della moglie — poco importa; bisogna che ci spieghiamo e per questo tutte le ore son buone.
— Spiegare?... Che cosa? — interrogò Rina.
— Ma... il tuo contegno, se non ti dispiace.
Rina tacque; il Conte prese in fondo al letto una graziosa berretta di trina che stava sul piumino e stazzonandola ripigliò:
— Abbiamo da far dei conti; meglio era farli prima d’ora, ma....
— Lascia stare quella berretta che non ci ha nulla che fare... e quel tono da dramma, che anche questo non ci ha che fare proprio nulla. Che cosa hai? Hai da lagnarti di me?
— Molto: e bisogna finirla.
— Se non ti spieghi più chiaro....
— Finirla... con lo passeggiate campestri, e....
In sostanza il Conte non sapeva nulla; non un solo fatto da citare; si accorse allora che la sua furia era stata soverchia e si trovò imbrogliato.
— E?...
— E... solitarie.
— Non posso dunque più uscire di casa quando mi pare e piace?
— Nessuno ve lo impedisce; si vuole impedirvi soltanto e io, perdio! lo impedirò ad ogni costo, di macchiare il nome dei San Vittore, che io ed i miei abbiamo sempre mantenuto purissimo.
— Emilio, sta’ a sentire, tu reciti una parte che non hai studiata e la reciti male. Io non so dove tu voglia andare a parare con questa scena, nè posso imaginarlo. Mi vieni a fare il geloso.... tu!...
— Non mi avete dato il diritto di esser geloso forse?...
— Emilio mio, è un diritto questo che bisogna acquistarselo. Per averlo, non basta, credilo, di venire in camera di una donna a mezzanotte e dirle delle parole scortesi....
— Ma, Dio santo!... io son pur tuo marito. Che cosa dev’essere dunque, secondo te, un marito?
— Ma... secondo me... dovrebb’essere un amante o null’altro. Siamo giusti, Emilio; la vita che meno, non è, Dio lo sa, quella che desideravo. Questa famiglia che non è famiglia, questo matrimonio senza nè diritti nè doveri, quest’abbandono in cui vivo, che qualche volta diventa noia, noia addirittura.... Ma già lo sai tu che cos’è la noia? Tu non lo sai, non l’hai mai saputo; e poi non basta provarla, bisogna capirla. È una pena, sai?.... È una pena grande, un dolore, proprio un dolore.... Ma dove sono andata?... Ah! questa vita, dunque, non è quella che io avevo sognata; ma tu hai voluto così, così sia. T’ho io mai domandato conto dei tuoi giorni, delle tue sere... delle tue notti?... E vieni a domandarlo a me di qualche passeggiata campestre come tu la chiami?... Via, via, Emilio, siamo di buona fede; tra noi due non c’è bisogno di spiegarsi nulla. Giacchè sei venuto, parliamo di qualche altra cosa.
Dette queste parole, Rina appoggiando le mani sul letto, fece forza per sollevarsi; il velo che le nascondeva il seno, scombuiato da quel movimento, s’aprì, e sotto la camicia di battista si disegnò sino alle anche la leggiadra e smilza personcina di lei.
Il Conte vedendosi innanzi quella donna così vaga nell’aspetto, così gentile nelle movenze pensò che ella era e non era sua; sentì un battito forte e frequente tormentargli le tempie, una corrente calda montargli dai piedi alla testa e riversarsi con impeto verso il cuore. Si guardò intorno; la camera era avvolta nell’ombra, l’orologio a pendolo batteva i suoi colpi monotoni, un’aria tepida spirava d’intorno; si slanciò verso il letto di Rina e presole il braccio che ella teneva abbandonato sul lenzuolo susurrò;
— Rina....
Rina svincolò il braccio, pose le sue mani al petto di Emilio e lo respinse; egli, che non si attendeva a quello sforzo, retrocedè stupito e Rina schizzando dal letto infilò una veste da camera di flanella a righe bianche e rosee che stava sopra una poltrona; quando il Conte si riebbe dal momentaneo stupore, ella era già in piedi, pallida, facendo a sè riparo di una seggiola.
Il Conte mosse un passo verso di lei.
— Emilio, in verità, stasera tu hai perduto il giudizio.
— Rina, Rina, perdio!
— Emilio, io non posso lottare: i tuoi muscoli sono più forti dei miei, e il rispetto che porti a te è anche minore di quello che porti a me.... Ma io, lo sai.... io non ti amo.... Tu dunque dimentichi tutto?... anche il nostro colloquio alle Poggiola e?...
S’interruppe; prevedendo la piega che avrebbe preso il colloquio parve inclinata a tacere, ma un pensiero la vinse e seguitò:
— Che vuoi fare? Vuoi invocare la legge? Le vostre leggi le hanno fatte i vecchi e noi povere donne ce ne accorgiamo. Io non ti amo, te lo ripeto. Eppure ci è stato un tempo, in cui non ho desiderato, non ho sognato altro che di amarti ed essere amata da te. Ma tu hai seguitato la tua solita vita... io ho trascinato tristamente la mia. Che vuoi ora da me?
— Oh! insomma, Rina, finiamola....
— Ho finito; te lo ripeto: non ti amavo più, ti stimavo, domani ti disprezzerò.
E gettata lontana da sè la sedia che la separava dal Conte, lasciò cadere le braccia e aspettò.
Il Conte non si mosse; ma dopo poco fissando gli occhi irosi negli occhi severi di Rina, riprese:
— Ditemi dunque che avete un amante!
— Non so i segreti del tuo linguaggio, e non so che cosa s’intenda per amante nei luoghi che tu frequenti. Ma c’è al mondo un uomo che mi vuol bene....
— E che voi amate?
— Sì.
Può darsi, come credeva il Rousseau, che il selvaggio sia migliore dell’uomo incivilito; il braccio che il Conte aveva alzato verso Rina fu bensì trattenuto per aria dall’uomo educato.
Scorsero pochi secondi.
Rina se ne stava immobile; i suoi occhi soli si volgevano verso la porta donde le era parso venisse un lieve rumore.
— Tornate a letto. Domani scioglieremo questa questione e provvederemo perchè queste farse... o questi drammi non si replichino. Voi non potete consentire a rimanere ancora in casa mia, io non posso permettervi di fondarci una fabbrica di eredi legittimi. Scusate se ho interrotto la vostra lettura. Buona notte.
Ed uscì.
La stanza accanto era rimasta quasi al buio; il lume lasciatovi crepitava per mancanza d’alimento e mandava interrotti chiarori.
Il Conte lo prese, lo alzò cacciando lo sguardo in ogni angolo della stanza; gli aveva ferito l’orecchio un rumore come di passi che si allontanino. Non vide nulla; traversò novamente con passo rapidissimo la lunga fila di salotti ed entrò nella propria camera, ove si chiuse.
Se l’animo del Conte fosse stato più tranquillo, egli avrebbe potuto scorgere agevolmente l’ombra del suo segretario ritto presso uno stipo, disegnarsi tra le Amadriadi e i Fauni, onde il Poccetti istoriò le pareti del palazzo dei San Vittore.
X.
Subito che il Conte se ne fu andato, Rina corse, quasi per istinto, a chiudere la porta a chiave; poi si gettò sopra una poltrona, e coi gomiti appoggiati ai ginocchi e la testa chiusa tra le palme, pensò. Pensò subito, s’intende, a Federigo, ai giuramenti di lui, alle sue lettere; le parve di potersi fidare e il fidarsi era in quel momento così dolce per lei! Poi riandò, con quella minuzia di analisi che è tutta propria delle donne, ogni frase pronunziata, ogni atto compiuto in quella sera da suo marito; e, bisogna pur dirlo, conchiuse che ella aveva fatto quanto le ordinavano l’affetto e la dignità. Perchè Rina pensava con la propria testa e sebbene non le prendesse mai, e molto meno in quella congiuntura, la voglia di filosofare, pure le vagava per la testa indistinto il problema, che ha incuriosito e tormentato le donne di tutte le generazioni.
“Perchè una legge darà me, donna inerme, debole, bisognosa di assistenza e di affetto a un uomo che non mi ama e che non amo neppur io? Perchè mi toglierà all’uomo di cui sono il desiderio solo e la sola speranza? E chi mi fa colpevole, colui che adoro o colui che mi disprezza?„
Si alzò come per divagarsi e passeggiò per la stanza. Adocchiò per caso un ritratto di sua madre che stava appeso alla parete, vi si fermò lungamente davanti cogli occhi inumiditi. — Povera mamma! — pensò, — mi sorride! Chi sa se quel sorriso è un artifizio del pittore? Sarà stata felice lei?.... Avevo due anni solamente quando morì e dicono che facesse un gran piangere per lasciare me tanto piccina.
E si rivide bambina, ricca di vestiti e di trastulli, povera di baci.
— Se avessi un bambino io! Dio, come gli vorrei bene!
Oh! se le donne sapessero che negli amori colpevoli stanno chiusi insieme il peccato e la penitenza! Se sapessero che la vera gioia della loro vita è un bambino concepito senza paure, carezzato senza rimorsi; memoria e speranza ad un tempo, raggio che illumina equamente le floride rive della giovinezza e i freddi orizzonti della vecchiaia! E l’hanno detto, ma invano: il vero tipo della donna contenta è Maria che allatta Gesù.
— Come gli vorrei bene! — ripetè; ma le tornarono alla mente, come uno scherno crudele, le ultime parole del marito; si sentì mancare la forza, si buttò sul letto e pianse.
Quando si riscosse sonavano le cinque; due ore era stata senz’accorgersene in quel torpore cocente.
Allora ritornò col pensiero più tranquillo ai casi di quella sera, al — domani — di suo marito e ci vide chiara, aperta una minaccia di mandarla via.
Dove sarebbe andata? Che avrebbe fatto?
I chiacchiericci, le mormorazioni del mondo non le davano pensiero; e poi, in quel momento, se anche avesse sentito il rossore della vergogna salirle alle gote non avrebbe saputo far altro che nascondere il viso sul petto di Federigo.
Si vestì alla meglio; ma cercando nell’armadio questa cosa e quell’altra, le venne tra mani un libro di preghiere colle iniziali del suo nome da ragazza. Era un premio che le avevano dato in convento; e ripensò alla vita di allora, alle sue compagne; ne compianse alcune, quelle principalmente che le erano parse fredde, egoiste; quando si fu sul punto dell’invidiare — un difetto col quale le più fra le donne nascono e di cui guariscono di rado — passò in rassegna le più ricche, le più contente delle sue giovani amiche; le vide liete nella famiglia, circondate di rispetto e di cure, ma non ne invidiò nessuna; nessuna era, come lei, amata da Federigo.
XI.
Compiangete chi si leva tardi. Quanti sono che non hanno mai sentito le fresche carezze dell’alba, quanti che non hanno mai salutato il levarsi del sole; e non goderono una delle delizie più salubri e più pure! Dall’aria fresca della mattina traggono forza nuova le membra; e gli acri profumi che manda la terra bagnata di rugiada pare dieno vigori insoliti alla fantasia. La notte è finita, ma i sogni aleggiano ancora; si sogna desti e ogni desiderio sembra facile a compiersi, ogni lavoro a farsi, ogni voto a serbarsi.
Dal monte e dalla pianura, dai fiumi e dai prati si estolle un’armonia indefinita e solenne, una sinfonia piena in cui si confondono le mille voci della natura e che nessun Beethoven eguaglierà mai. È canto d’uccelli, pei campi, è suono di campane pei borghi; momento il più tranquillo del giorno; s’avverte il volo d’un insetto. La natura parla sola e dà ad intendere che essa, buona madre, provvede da sè ai bisogni dei figli; pare che quella pace non debba finir mai, che s’abbia a vivere contemplando e contemplare benedicendo. Più tardi il canto dei contadini cuopre lo spinciare dei fringuelli; nelle selve lontane l’eco porta dai casolari il grave rumore dell’incudine; il rumore cresce, cresce, a poco a poco, come rombo di tempesta che si avvicina; e dalle officine stridenti, dai campi vangati, dai fondachi uggiosi s’alza terribile la voce della necessità.
L’albeggiare in città è meno pittoresco, non meno singolare. Quando Rina uscì sola dal palazzo San Vittore, avviluppata nella sua pelliccia, con le mani aggranchite nel manicotto di martora, sonavano le sette. Mentre scendeva le scale, il cuore le batteva forte; la sgomentava il pensiero di esser vista sola per le vie così di buon’ora, le pareva che la gente dovesse indovinare chi era, dove andava e perchè. Desiderava, tanto le sembrava lungo il cammino, che la portassero a volo, o, per lo meno, di potere giungere sino alla casa di Federigo senza imbattersi in anima viva. Ma quando, traversato l’atrio, oltrepassò il portone e fu nella strada sola davvero, il cuore le si strinse; era avvezza a vederla popolata, e la trovava deserta; la solitudine le fece pena. Nella casa dirimpetto, un lume mandava un fiochissimo raggio tra le imposte socchiuse e Rina si ricordò d’una povera malata che soffriva senza speranza là dentro. Era quello il solo segno di vita che giungesse sino a lei e le rammentava la morte.
Si fece coraggio e si mosse. Al primo piano di una casa della cantonata, un servo scamiciato scoteva dalla finestra un tappeto; quando Rina passò, egli cessò dal moto e pronunziò qualche parola a voce alta, di cui la povera fuggitiva udì il suono, ma non intese per fortuna il significato.
Arrivò, come Dio volle, fino in via de’ Martelli, trovando soltanto qualche operaio, che le passò accanto senza guardarla nemmeno; procedendo ratta ratta sul marciapiede, presso San Giovannino si scontrò con una vecchierella tutta vestita di nero, che usciva dalla messa e teneva ancora tra mano il libro delle preghiere.
Rina andava di passo così rapido, che per quanto si studiasse di scansare la vecchia devota, le fu impossibile di non urtarla lievemente col gomito. Quella si rivoltò come un basilisco e squadrò Rina da capo a piedi.
— Scusi, — balbettò Rina tremando.
— Che scusi! vada più adagino! se andasse in chiesa non avrebbe tanta furia!...
E via, via, una filastrocca di parole che si perderono in suoni confusi dietro la bella fuggente.
Erano lievi accidenti, ma nella imaginazione di Rina divenivano avvenimenti terribili. Traversò la piazza San Marco di passo più lesto; le pareva che ogni pena sarebbe finita per lei, appena avesse vista da lontano la casa di Federigo; entrò nel Maglio e subito fissò gli occhi verso il porto desiderato.
Fermi innanzi alla porta stavano un uomo e una donna, presso ad uno di quei carretti con i quali i contadini dei dintorni portano il latte a Firenze; quando Rina passò vicino a loro, la donna dette all’uomo un’occhiata e tossì; l’uomo tossì anch’esso e più forte per significare che aveva, come suol dirsi, mangiata la foglia.
Rina arrivò finalmente alla casa di Federigo; era tempo! La trovò aperta, volle salire lesta le scale, e le forze le mancarono. — Ma perchè, — si domandava, — perchè questa gente che non mi conosce, che non sa nè di dove vengo, nè dove vado, crede avere il diritto di insultarmi e di scherzare su di me?
Salì, meglio che potè, le scale. Quando fu in cima le parve di rinascere. Picchiò alla porta; Federigo venne ad aprire.
················
Felice, dice Aristofane negli Acarnesi, chi ti stringerà fra le braccia al levarsi del sole.
XII.
Alle undici, il Conte di San Vittore era sempre nella sua stanza.
Nell’anticamera, la cameriera passeggiava su e giù, aspettando che la signora sonasse il campanello e il signor Luigi stava muto, immobile, pronto agli ordini del padrone, quando il marchese Varalli entrò, senza farsi annunziare, nel quartiere del nipote.
— Chi è? — domandò brusco Emilio udendo aprire la porta.
— Io, — rispose col suo solito sorrisetto il Marchese.
— Lei, zio? A quest’ora?
— Vi par presto? Aspettate un tantino e vi persuaderete che è tardi.... molto tardi.... Facciamola corta. Rina è fuggita.
— Eh? — urlò il Conte.
— Se vi par dura la parola, dirò: è andata via, ma la sostanza è la stessa. M’ha scritta una lettera.
— Me la faccia vedere.
— Non posso. Ella confida nella mia fede di gentiluomo e vuole che la lettera non vi sia mostrata.
— Oh! ma la ritroverò.... — E in così dire il Conte gettò via la veste da camera ond’era coperto e infilò il primo vestito che gli capitò fra le mani.
— Voi farete quel che vi parrà; ma prima farete a me la grazia di starmi a sentire.
— Sì... ma faccia presto, zio.
— Non mi perdo mai in discorsi lunghi, lo sapete; dirò tutto quello che ho da dire e niente di più.
— Dunque?
— Dunque c’è una parte della lettera che mi tocca passare sotto silenzio; ce n’è un’altra di cui posso dirvi brevemente il contenuto. Rina asserisce che voi sapete la ragione per la quale s’è indotta a lasciarvi; dopo le vostre minaccie, ella ha pensato che, partendo, vi risparmiava la parte odiosa di mandarla via. Io non so nulla di questa faccenda; voi potete dunque capire, io no. Il meglio è, mi pare, che mi diciate tutto.
— Rina ha un amante.
— Eh! grazie della notizia.
— Lo sapeva?
— Il giorno in cui vi siete sposati, ho saputo che l’avrebbe avuto o prima o poi e ve l’ho detto; ieri sera poi, se non sbaglio....
— Ha ragione.
— C’è stato dunque qualche cosa di grosso da ieri sera in poi?
— Sì; non ho nessuna difficoltà a confessarlo; io mi sono portato molto male con Rina, ho dimenticato perfino di essere un gentiluomo; ma credo d’avere il diritto....
— Noi abbiamo avuto, caro Emilio, parecchi colloqui su questo argomento. Ve l’ho detto: io reputo il matrimonio, come tante altre instituzioni umane, una cosa necessaria e priva di senso comune. Chi ha passata la leva sa che un affetto non dura mai tutta la vita; e chi si marita figura di credere tutto l’opposto. Bisogna dunque preparare le cose in modo che quando l’affetto passa, uno riacquisti la propria libertà, senza che l’altro se ne disperi; ma bisogna pensarci per tempo. Voi, con tutta la vostra esperienza, non ci avete pensato, avete offeso vostra moglie....
— Io? Mai.
— Mai? Ma le avete fatto la peggiore offesa che si possa fare ad una donna giovane; le avete fatto capire che non vi piaceva, o che se vi era piaciuta un giorno, v’era venuta a noia il giorno dopo. L’arte del marito è un’arte difficile e voi non l’avete mai saputa. Con una donna delle solite, la cosa sarebbe andata più piana; con Rina no. Io ve l’ho dotto il primo giorno, ve l’ho pestato in testa mille altre volte, non m’avete voluto dar retta, la colpa è vostra.
— Senta, zio: confesso d’essermi lasciato un po’ troppo acciecare dallo sdegno ieri sera; ma deve convenire che una donna la quale dà all’amante appuntamenti per le piazze e per le strade e se ne fugge da casa ha le sue brave colpe anche lei, e mi pare che il marito abbia il diritto di essere severo.
— Ah! quand’è così non dico più nulla.
— Ma, no.... Dio santo! Dica, dica.
— Ma che volete che dica? In verità ve l’ho cantato un’altra volta, mi par di discorrere con un ragazzo; a voi toccava e non a lei pensare a tutte queste belle cose. Ma che cosa credete che ci stieno a fare le donne in questo inondo? Ci stanno per amare sino ai trent’anni e per essere amate da trent’anni in là. E quando una donna, dell’indole di Rina, ama, ama in modo tale che si cura pochissimo di ciò che gli altri penseranno o diranno di lei.
Queste ultime parole furono perdute pel Conte; egli pensava ad altro. Quando lo zio ebbe finito:
— Insomma, dov’è Rina?
— Non posso dirvelo.
— E io le ripeto che la troverò.
— E quando l’avrete trovata?
— La condurrò meco.
— Non verrà.
— Non verrà?
— No. Ma andiamo avanti; e quando l’avrete con voi?
— Allora.... allora vedremo.
— Volete, dunque, fare uno scandalo?
— Voglio anzi che scandali non avvengano.
— Bravo; scegliete proprio la strada buona.
— Ma che cosa farebbe dunque lei nel mio caso?
— Io?.... Io nel caso vostro.... io già non sarei mai venuto a questi ferri....
— Sì, sì, ho capito, ho capito.... ma insomma?
— Insomma io a quest’ora mi sarei convinto che questa scappata di Rina si risaprà; a buon conto dovranno saperlo i servitori, che è quanto dire il popolo e il comune. Sicchè il meglio sarebbe, io penso, far credere al mondo che voi non soltanto avete consentito la partenza, ma domandato una separazione per la solita incompatibilità di carattere. Ecco quel che farei io: il minor chiasso possibile.
Il Conte non rispose. La pausa che succedè al discorso del marchese Varalli fu lunghissima. Emilio passeggiava su e giù per la stanza visibilmente agitato; lo zio lo stette a guardare per un pezzo, poi, stanco di quel silenzio, si messe a sfogliare un album di fotografie. Finalmente il Conte andò verso il tavolino presso il quale era seduto il Marchese, e:
— Ho preso il mio partito, — disse. — Ha ragione, zio; soltanto la prego di occuparsi lei di tutto quel che c’è da fare in questi frangenti. Io parto oggi.
— Per dove?
— Per ora vado alle Poggiola, poi chi sa?... Un uomo che si trova nei miei panni o ha da sfidare le dicerie del mondo, o andarsene. Bisogna, dunque, o che io vada stasera al ballo dell’Altenstein, domani sera a quello della marchesa Genziani e poi a quello del casino e via discorrendo, o che mi seppellisca tra gli abeti della villa. Scelgo quest’ultimo partito che mi risparmia molte noie e qualche vergogna. Ora che mi son risoluto, mi può mostrare liberamente la lettera.
— La vostra risoluzione non mi libera dall’impegno che ho con Rina; ha fatto assegnamento sulla mia parola, debbo mantenerla.
— Sia pure; le dica dunque che io voglio, intenda bene, voglio che ella non stia a Firenze; le dica altresì che i frutti della sua dote, alla ragione del sei per cento, le saranno pagati dal mio segretario o dal mio maestro di casa, mensilmente, dove ella dimorerà.
— Ho inteso.
— Le pare che sia fatto tutto?
— Tutto.
— Allora le domando il favore di lasciarmi solo. Verrò a trovarla alle tre, prima di partire; ora ho proprio bisogno di rimaner solo. Se le dicessi che sono addirittura innamorato di Rina, non mi crederebbe; mi crederà, se le dico che questo dramma ha uno scioglimento che mi dispiace. Sarà la consuetudine.... non lo so.... insomma.... E se Rina preferisse di tornare con me?
— Non lo credo.
— Purchè ella troncasse ogni cosa, non potrei perdonare.... e....
— Ma, e tocca propriamente a voi a perdonare?
— Non ci pensiamo dunque più.
— Vi aspetto alle tre.
— E.... chi è.... costui?
— Non lo so; ma se volete evitare gli scandali, che ad ogni modo tornerebbero a danno del vostro nome, mi pare inutile di indagarlo per ora; — per ora, — ripetè il Marchese battendo sulle parole.
— Cioè?
— Cioè, dato e non concesso che Rina si stanchi di quest’uomo e lo pianti, o egli, il che è più facile, pianti lei; allora potrete cercarlo, e con un qualunque pretesto....
— La ringrazio del consiglio, ma su questo intendo di fare a modo mio.
— V’ho detto al solito quello che avrei fatto io, se fossi stato così.... Insomma; a rivederci... vado a scrivere al Duca.
— A proposito; e se Rina andasse da lui?
— Dio buono! ma se Rina per resistere alla tentazione avesse voluto andarsene da Firenze, vi avrebbe pregato di portarla via. È partita da sè senza dirvi nulla, è segno che vuol esser libera. Non andrà dunque certo a Parigi a recitar daccapo la parte di pupilla; a meno che il Duca non facesse per lei quel che fanno le peccatrici quando sono lontane tanto dalla gioventù, quanto dal pentimento.... Povero Duca! lasciatelo in pace... Io gli scriverò.... egli al solito, rimarrà a bocca aperta, poi si persuaderà e tutto sarà finito. Oh! faccio tardi, a rivederci alle tre.
Uscendo il Marchese udì il Conte chiudere per di dentro la porta della sua camera, donde non si mosse che quattro ore dopo; ciò che facesse o pensasse in quel tempo, nessuno lo ha mai potuto sapere.
Il Marchese trovò il segretario del Conte nell’anticamera.
— Oh! signor Luigi.
— Ai suoi comandi, signor Marchese.
— Giusto lei... venga un po’ con me.
— Ma il signor Conte....
— Non vuol nessuno per ora; ad ogni modo potrà dirgli che è stato meco.
— Eccomi.
Scesero le scale in silenzio; quando ebbero oltrepassato il portone, il Marchese prese per la mano il segretario e, con quella cera di benevola protezione che i gentiluomini dell’antica stampa sanno pigliare a tempo opportuno, gli disse:
— Senta, signor Luigi; io ho conosciuto suo padre e conosco lei; perle d’uomini tutti e due; l’onestà discende per li rami in casa sua. Mi dia la sua parola che farà e non dirà ciò che sto per ordinarle.
— Mi fa un onore che so di meritare, signor Marchese; può fidarsi.
— È detto dunque. — E gli strinse la mano. — La signora è partita.
Il signor Luigi impallidì e guardò il Marchese con un occhio, il cui languore esprimeva ad un tempo la meraviglia e lo spavento.
— La Signora!...
— È partita... oh!... signor Luigi, non caschi dalle nuvole; son cose umane. Il Conte non deve sapere dov’è, ma, in confidenza, è a Pisa all’albergo delle Tre donzelle. Io dovrei andare a vederla; ma s’immagini se io vado a Pisa... ci passerò l’inverno quando avrò male ai polmoni. E poi non voglio commozioni. Dunque le darò una lettera, la rimetterà in proprie mani alla Contessa da parte mia, aspetterà la risposta e ripartirà. Ha capito?.... Ohè! signor Luigi... che cos’ha?
— Oggi non mi sento bene; lo sa, ho una salute così capricciosa...
— Dunque non può?...
Il signor Luigi, che aveva tremato sino allora come preso dalla febbre, si scosse, guardò il Marchese e rispose:
— Posso sempre quel che voglio, signor Marchese, e voglio sempre far ciò che Ella mi comanda.
— Comanda? Domanda, dica, domanda come un vero servizio.
— Grazie. Sarà fatto.
— Venga a casa; le darò la lettera; potrà partire colla corsa del tocco. Non più tardi, mi raccomando.
— Stia sicuro.
Pare che il signor Luigi si vantasse, asseverando di poter sempre fare ciò che voleva. Fatto sta che aveva promesso di partire al tocco; ma quando uscì di casa Varalli, si mise a girare per tutte le strade, tranne per quella che conduceva alla stazione e quando vi arrivò credendo che fosse il tocco a mala pena, erano le quattro sonate.
Alle cinque, mentre egli partiva per Pisa, il Conte di San Vittore se ne andava alle Poggiola. Il signor Luigi tornò a Firenze il giorno dopo; il Conte mai più.
XIII.
Chi ha ragione, Esiodo che saluta Amore architetto dell’universo o Bacone che lo paventa perturbatore del mondo? È egli vero che
“Amor è quel che ’l core a valor chiama„
come affermava sei secoli fa in uno de’ più brutti versi che sieno stati scritti, messer Caccia da Castello, o vero invece che “amore è odio, gemiti, grida, onta, dolore, ferro, lacrime, sangue, cadaveri, ossami, rimorsi„ come, tra le mattìe della gazzarra romantica, bandiva Pietro Borel il licantropo? Questioni inutili; quando si dice amore si accenna ad un sentimento, la cui natura muta secondo la diversa natura di coloro che lo provano; innamorati Catullo e il Leopardi, il Petrarca ed il Byron. Mi ricordo d’una povera ragazza, figliuola di uno speziale di campagna, la quale mi aveva scelto per confidente; doveva sposare un giovanotto del paese e i suoi pensieri di tutti i giorni erano la casa, la biancheria, la batteria da cucina, la lana, l’armadio: col suo damo parlava di queste e di poche altre cose. Una signora che sapeva a mente tutto il De Musset, e che era a parte anche lei di quelle confidenze, mi diceva:
— Eppure quella ragazza crede d’amare sul serio! Povera Elisa!
Povera davvero; il suo damo la lasciò ed ella s’avvelenò coll’atropina.
Rina aveva carezzato l’amore nei sogni di giovinetta, l’aveva indarno aspettato nelle solitudini di sposa; prima e poi la sua fantasia s’era serbata vergine, e le duravano tuttavia immacolate nell’anima la speranza e la fede. La condizione impostale dal marito le parve dunque molto facile a osservare. Non voleva che ella stesse a Firenze; per che farci a Firenze? Se le fosse stato ingiunto di domiciliarsi a Calcutta, Rina avrebbe obbedito senza rammarico. Il paese prediletto, veramente suo, era quello dove Federigo dimorava con lei; di là da quel paese il deserto. Non c’era che un uomo a questo mondo: Federigo; un intento alla vita: amarlo. Pronta, dunque ad obbedire in questo alla volontà del Conte, si rallegrò molto quando Federigo le propose di passare la primavera e l’estate in campagna.
Sola con lui, senza disturbi.... Ma era questo il suo sogno, povera donna, e diveniva realtà! il suo sublime egoismo stava per esser soddisfatto.
E pochi giorni dopo la visita del signor Luigi, Rina e Federigo partivano per la Val di Nievole.
Tradizioni domestiche, dimore grate, reverenza di sepolcri troppo presto dischiusi, amicizie numerose e dilette, memorie della adolescenza ignara e della giovinezza felice mi fanno cara la Val di Nievole sopra ogni altra regione d’Italia; pur s’io la miro bellissima non credo sia quello inganno di occhi amorosi. Ne’ monti che la chiudono è una armoniosa varietà di tinte e di linee, sulle quali e lo sguardo e l’animo si riposano insieme. Dai vertici che si colorano nel cupo delle querci si stacca per le falde l’allegro verde de’ castagni, e la infima costa ricca dei prosperi ulivi, cinge di una glauca ghirlanda i fertili terreni della pianura. La Nievole ora torrente, ora ruscello corre in mezzo alla valle tra gli argini ombreggiati dai pioppi e dai canneti. Lungo tutto il piano, da Serravalle a Collodi qua paeselli nuovi, là rôcche antiche, testimoni delle lotte civili, ruderi scampati alle ingiurie del tempo e degli uomini. Ne’ villaggi, quivi come dappertutto, poca la gente ammodo, molta la plebe curiosa, fastidiosa, piccosa, irosa, oziosa, viziosa, invidiosa, velenosa; ma da’ colli, dal piano, vola un’aura di prosperità e di pace. Il popolo della campagna, tutto dedito all’agricoltura, lavora e canta; canta quelle canzoni che solo sa comporre nella più melodica lingua del mondo; popolo di agricoltori e di poeti accoglie inconsapevole nell’animo i godimenti che la natura gli offre, e li trasfonde e ritrae spontaneo negli umili ritmi stupendi. In un angolo della valle, l’immenso piano del padule di Fucecchio interrotto da canali malagevoli, avvolto da nebbie basse, rade. Fra quelle nebbie, a dispetto dei bonificatori importuni, vivono famiglie d’atleti; cacciatori e pescatori, eroi della miseria che aspettano il loro Plutarco. O valle benedetta, amore della mia gioventù, desiderio dell’età virile, invocato asilo della stanca vecchiezza, serba insieme con il ricordo del figliuolo lontano, i sorrisi del cielo benigno, i tesori della terra feconda.
Rina non aveva predilezione alcuna per la Val di Nievole; non c’era mai stata; ma quando, affacciandosi a una villetta in collina, tra Serravalle e Monte Catini, mirò tutta la splendida varietà dello spettacolo che aveva dinanzi agli occhi, pianse di tenerezza e di gioia e desiderò di morire là giovane e bella, per morir degna, come viveva, dell’amore del suo Federigo.
E Federigo?
Provò le medesime sensazioni anche lui; ma la vita gli pareva quel giorno così lieta e desiderabile, che a morire non ci pensò.
Rina, che viveva in un affetto solo, che aveva posto vita e mondo, anima e intelletto, desideri e speranze, tutto in Federigo, poteva e sapeva riunire i due estremi del cerchio fatale e illuminarli con la luce del suo amore sublime; Federigo voleva vivere; più forte di ogni altro gli batteva nel cuore il palpito della gioventù. Amava Rina bensì: anzi giurava a sè ed a lei che l’avrebbe amata eternamente. Eternamente!... intercalare d’innamorati che i re dell’Egitto non osarono incidere sulla cima delle piramidi.
Non mi provo nemmeno a descrivere la letizia di quei due innamorati. La felicità, fu già osservato, è così rara che l’uomo per descriverla, ha inventato poche parole soltanto; laddove i contrassegni dell’idea del dolore occupano parecchie colonne nei vocabolari di tutte le lingue del mondo. Federigo e Rina lontani dal mondo, si ridicevano ogni giorno le stesse cose, ogni giorno le ascoltavano collo stesso piacere. Erano allegri? Godevano apertamente della loro allegrezza; veniva l’ora della malinconia? Piangevano insieme. Di che piangevano? Di nulla. Che trovavano nel pianto? Tutto. Federigo avviava sempre il discorso parlando delle memorie di Rina, delle sue consuetudini, dei suoi desiderii; l’istinto gl’insegnava che per arrivare al cuore di una donna bisogna discorrere non di sè, ma di lei.
Il Duca Esmeraldi, sebbene possedesse ville e poderi, non poteva soffrire la campagna e non aveva condotto quasi mai la pupilla fuori di Firenze; alle Poggiola sappiamo che vita menasse Rina, con che animo ci stesse. La vita dei campi era dunque per lei una cosa nuova; e difatti correva, batteva le mani, si stupiva di ogni cosa con ingenuità infantile; sorrideva ai fiori ed al sole, alle lucciole che brillavano tra le siepi, alle stelle che scintillavano nel cielo.
Ignorava i nomi di ogni pianta e di ogni albero; smaniosa di impararli presto si confondeva in guisa da far venire i bordoni a un orticultore; appena si fu raccapezzata, cominciò a scherzare sulla passata ignoranza e a dare lezioni di botanica a Federigo.
Un giorno passeggiando nell’orto della villetta colse un fiore di margherita.
— Lo sai che cosa è questa, Federigo?
— Dio mio! è vero che non ho studiato scienze naturali, ma fin qui ci arrivo anch’io. È una margherita.
— No.
— È vero, come è vero che tu sei bella.
E, perchè Rina non dubitasse, confortò la comparazione di un lungo bacio.
— Andiamo, Federigo.... se ci vedessero....
— E poi?
— E poi così non si ragiona. Questa è una margherita, grazie, tutti lo sanno; ma è anche un’altra cosa.
— Che cosa?
— È un’indovina.
— E che cosa indovina?...
— Ora sentirai. Il m’aime, un peu....
— No, Rina, lascia andare. Che bell’abilità! Senti, se dice di sì indovina quello che sai; se dice di no, si fa canzonare.
— Il m’aime, un peu....
— Andiamo via, Rina, sei pur bimba qualche volta.
— Ma, Federigo, mi pigli per così stupida da credere a queste scioccherie?
— Ma perchè le fai?
— Ma lasciami fare....
— No, ho detto di no....
— Ti prego, Federigo, sii buono... lasciami fare; tanto deve dir di sì, se è indovina, non è vero?
— Ma... crederei.
E Rina sfogliò sorridendo la margherita sino alla fine. L’oracolo risposo point du tout.
Rina trattenne nelle mani il fiore spogliato dei suoi poveri petali; lo guardò, lo riguardò, poi lo lasciò cadere in terra e dette in uno scoppio di pianto.
— Ma, Rina, è possibile che tu pianga per queste cose? Ma via, son fanciullaggini; lo hai pur detto tu che sono scioccherie.
— Sì, sì... lo so... ma intanto... È la prima volta che lo faccio, sai?
— Pare incredibile! hai tanto ingegno, e delle volte ti pigliano certi pregiudizi....
Federigo si dimostrava, qual era, molto giovane. È lecito non credere a Dio; ma come non metter fede ne’ tavolini che girano, ne’ malefizi del sale versato sulla tovaglia e ne’ vaticinii di una margherita?
— Sì... e se fosse vero? — domandò Rina rasserenandosi.
— Se fosse vero, la margherita avrebbe ragione, ma siccome non è.... Vedi, Rina, dicono che la natura ha fatto tutto bene.... io ci ho i miei dubbi.
— Perchè?
— Perchè avrebbe dovuto dare a quel fiore una foglia di meno....
— E allora avrebbe risposto?...
— Passionnement — conchiuse Federigo, e per non far la conchiusione diversa dalle premesse attirò Rina tra le braccia e le coprì la fronte di baci.
E Rina svincolandosi da lui:
— Me l’ha fatto proprio per dispetto!
— O per vendetta, — soggiunse Federigo raccogliendo il fiore, e mostrandolo mal ridotto come era: — Sfido! L’hai rovinato così.
Rina sorrise; prese la mano di Federigo, gliela strinse forte e così uniti andarono a correre per i campi.
Era di primavera; intorno a que’ due amanti gioiva l’imene universale, quell’amore salutavano per la terra e per l’aria altri amori d’insetti e d’uccelli. Da ogni fronda s’ergeva un cantico, ogni filo di erba era un letto nuziale.
················
La sera Rina sonava un po’ sopra un vecchio pianoforte; una mazurka dello Chopin, studiata da lei per la prima volta il giorno che s’imbattè al Poggio in Federigo, poneva fine tutte le sere all’accademia.
— È il nostro inno reale! — diceva Rina sorridendo.
Cessata la musica, veniva l’ora della poesia. Federigo leggeva a voce alta qualche squarcio del Leopardi, dello Shelley, del De Musset; Rina (guardate un po’ che gusti!) sarebbe stata più volentieri a sentire i versi di Federigo, ma egli non ne scriveva più; capiva che la sua musa era debole, nè le era consentito levarsi all’altezza di quell’amore.
La posta arrivava tutte le mattine, ma i giornali, stretti ancora nelle loro fasce inviolate, s’accatastavano sui tavolini; le lettere degli amici di Federigo giacevano dimenticate per più giorni nelle tasche del suo vestito; stando alle apparenze, non ve n’era nessuna che meritasse risposta.
Quando, sulla metà d’agosto, s’aprì la caccia, Federigo mostrò desiderio di andare in cerca di quaglie. Se ne discorse molto tempo innanzi; Rina era restìa a concedere il permesso, ma Federigo persisteva.
— M’alzerò pianino pianino, — diceva, — che non mi sentirai neppure. Uscirò alle quattro per tornare alle nove; tornerò che tu, poltrona, dormirai ancora e ti sveglierò con un bacio. Toglierò un po’ di tempo al sonno, a te neanche un minuto.
E fu fissato che Federigo andrebbe a caccia la mattina dopo; ma Rina, che dormiva del sonno leggiero di chi vuole svegliarsi, udì Federigo fare i preparativi per la partenza.
— Dunque vai proprio? — domandò a lui che la credeva addormentata.
— Vedi, m’avevi promesso di non svegliarti.
— Come si fa, Dio mio? È la prima volta che mi lasci sola....
— Senti, Rina mia, veggo che ti dispiace e rimango.
— Ma perchè deve dispiacere a me di vederti andar via e non a te di lasciarmi?
— Ma se ti dico che non vado. — E si affrettò a deporre gli oggetti che teneva fra mano.
— No, no, Federigo, voglio che tu vada. Perchè non ti devi divertire?... No.... No... sono una sciocca.
— Dunque andrò.
— Sì, ma ancora no.... resta un altro pochino con me, Federigo mio.
Due ore dopo, erano lo sei della mattina, Federigo uscì, lasciando Rina appisolata. Passando dalla porta di casa sentiva qualche cosa di nuovo, di straordinario moverglisi nell’animo; da quattro mesi non aveva lasciato sola Rina neanche per un’ora; allontanandosi da lei per la prima volta, se ne angustiava come di un rimorso. Girò intorno casa, le quaglie gli frullarono davanti, rumorose come al solito; non se ne accorse neppure. Alle sette, senza essersi macchiato di alcun omicidio, senza aver nemmeno scaricato lo schioppo, era daccapo sulla porta della villetta.
Salì le scale pian piano pensando tra sè: — Le ho detto che sarei tornato alle nove e sono appena le sette! Chi sa che sorpresa svegliandosi! — Entrò in camera con tutte le precauzioni per non destarla ad un tratto. Rina s’era alzata, vestita, e, rannicchiata sopra una poltrona in un angolo della stanza, piangeva aspettandolo.
Le imposte erano chiuse, sopra un tavolino filava dimenticato il lume da notte.
Quando Rina vide Federigo cacciò un grido, un di quei gridi che valgono molte parole e gli si gettò al collo. Egli le rispose con un bacio; le sorrise come un uomo che ha sollevato l’animo da un gran peso, poi corse ad aprire le finestre; e insieme con l’aria profumata della mattina, rientrarono nella stanza la poesia e la luce.
XIV.
Uno de’ primi giorni di ottobre, sul tramonto, Rina e Federigo giravano al solito per la collina; si destò un venticello freddo, poi cominciò a venir giù un’acquerugiola fina e ghiacciata. Per quanto cercassero di far presto, quando tornarono a casa, erano fradici mézzi. Rina ammalò, e dovè stare a letto per otto giorni; la colse una febbre così violenta, che ne uscì estenuata come da una malattia gravissima. Federigo passò tutta la settimana al letto dell’ammalata; non chiuse occhio per sei lunghe notti; qualche volta si sentiva venir la cascaggine e sul fare del giorno un freddo pungente gli entrava nell’ossa. Gli veniva voglia di moversi, ma, per non svegliare Rina, rimaneva inchiodato sulla poltrona combattendo freddo e cascaggine con l’unica forza che avesse: la volontà. La gioventù gli era a carico; all’età di Federigo il sonno è, secondo i casi, un amico fedele, o un poderoso nemico.
Rina, uscita di febbre, volle che Federigo se ne andasse a respirare le aure fresche di un bel giorno di ottobre, sui poggi dove erano stati tante volte insieme. Federigo obbedì. Nel lasciare la sua bella convalescente, le si accostò per darle un bacio; appena ebbe posate le labbra su quelle di lei, si ritrasse; aveva sentito l’alito dell’inferma.
Uscito, Federigo si trattenne lungamente a passeggiare su pei colli che sorgevano a ponente della villetta; Rina, con l’acume della donna innamorata, notò due cose: la prolungata assenza di Federigo, la sua negligenza.
Egli infatti dimenticò, tornando, di darle la buona sera, secondo era solito, con un altro bacio.
I giorni seguenti uscì daccapo e non ritornò dai campi più sollecito o più affettuoso. Nell’animo di Federigo il bisogno di star sempre presso Rina andava estinguendosi; egli stesso se ne meravigliava, ma pur meravigliandone, non provava, per quel fatto psicologico, rammarico veruno.
La sera aspettava con ansietà la posta, leggeva con diligenza i giornali, con diletto le lettere degli amici e rispondeva subito.
— Federigo, sei stato fuori tutto il giorno, hai letto i giornali, sta’ un po’ con me; risponderai domani.
— Rina mia, è impossibile. Come si fa? Devo scrivere per un affare importante e se tardassi nascerebbero guai.
Un’altra volta, Federigo levandosi di buon mattino disse a Rina che andava a Pistoia.
— A che fare?
— Ho bisogno di veder uno, ma mi trattengo poco. A mezzo giorno sono a casa.
— Perchè non condurci anche me?
— Che vuoi venire a fare? Con questo fango... e poi, Dio mio! è una città così noiosa....
— E allora.... allora va’ solo, ma torna presto.
— A mezzogiorno.
Mezzogiorno passò, venne la sera e Federigo non ritornò. Alle otto, quando già da un pezzo Rina si torturava con timori crudeli, il postino le portò una lettera; era questa:
Rina mia, non posso tornare; ho da fare in serata. Che noia! Scrivo in fretta da un caffè. Ti mando un bacio; sii buona.
FEDERIGO.
Rina lesse con un’occhiata tutta la lettera e sentì come una mano gelata posarlesi grave sul cuore. Era la prima volta che Federigo passava la sera fuori di casa, era la prima volta che mancava ad una promessa.
Si provò a scusarlo; e sebbene ferma nel credere che le dicesse il vero, la conchiusione delle sue meditazioni su quel fatto così semplice ma così solenne per lei fu che egli doveva tornare, magari anche a mezzanotte, ma tornare. Questo lo dicevano la ragione ed il cuore; per uno sforzo di volontà poi, col quale si studiava di trovare in fallo piuttosto sè che Federigo, arrivò a persuadersi che ella era troppo esigente e che non si poteva pretendere un uomo facesse a mezzanotte tre miglia di strada, mentre pioveva a dirotto. E si acquetò in quest’idea per un momento; poi riflettendo disse fra sè:
— Eppure un mese fa sarebbe tornato!
Da quella sera angosciosa, da quella notte insonne, Rina non fece che studiare ogni moto, ogni parola di Federigo.
Quando le parlava la sua parola era più calda, meno affettuosa; tutti gli atti di lui più riguardosi forse, meno spontanei. E Rina piangeva, ma in segreto perchè sperava ancora; assisteva all’agonia della sua felicità e pur si sforzava di non credere alla morte.
Le donne, non mi ricordo più chi l’abbia dotto ma ha detto bene, specie le donne di una certa età, sono deboli e credule come i popoli; per condurseli dietro e questi e quelle basta un sofisma messo innanzi con garbo. Vi fu un momento in cui Rina si lasciò vincere dai sofismi di Federigo; ed egli che la vedeva tanto soffrire ebbe per lei la postuma compassione dell’amante; rialzò con mano amica quella povera donna curvata sotto il peso di un grande dolore, le nascose la noia sotto un sorriso, e nei simulati ardori di un baciò dimoiò il ghiaccio dell’anima sua.
Una volta, per tutta una giornata Federigo non si mosse di casa, passò la sera accanto a Rina, con la testa reclinata sulla spalla di lei; ella lo accarezzava, Federigo piangeva. — Sinceramente? — Sì. Di che? Non lo so. Forse ella gli destava un vago senso di pietà e lo movevano a piangere un po’ lo stato di lei, un po’ la immatura morte di un amore che lo avea fatto contento.
E Rina, non peranche ammaestrata intorno al casi della vita, si ostinava nel proseguire i sogni, che oramai volavano per un cielo diverso; diceva a sè stessa che ove Federigo potesse serbare per lei la tenerezza di un fratello, ella avrebbe trovato in sè tanta forza da obliare la felicità perduta. Così i pallidi raggi della speranza illuminavano ancora il suo cuore; poi venne il crepuscolo del dubbio, poi le tenebre della certezza. Bisognava rassegnarsi, ma Rina ebbe un bel tentare, l’affetto vinse la ragione e il dolore la volontà. Un giorno ella si lagnò apertamente come chi di lagnarsi ha diritto; e Federigo straziò quel cuore già tanto piagato con queste parole:
— Rina, mi hai seccato!
Rina aspettò che Federigo fosse uscito ed uscì anche lei, per non tornare più.
Perchè l’amore vive di tutto e muore di nulla. Le donne sono, checchè se ne pensi, più costanti degli uomini. L’uomo è fatto così: vorrebbe vedere la donna nelle sfere degli angeli e pone ogni studio per trarla con sè nei gorghi umani del senso; poi se ne duole e si rammarica che l’angelo non ha più le ali che egli stesso ha recise. L’angelo è caduto; va bene che è caduto nelle nostre braccia, ma intanto cammina sulla terra accanto a noi; e viene il giorno in cui ogni lieve imperfezione dà noia. Un amico mio, che aveva amato molto una ragazza, l’abbandonò poi perchè la vide un giorno con gli stivalini spaccati. L’amore dura meno in coloro che lo sentono più ardente e profondo; tutti gli entusiasti sono incostanti; consumano, per così dire, in un giorno le commozioni di un anno, suggono la vita come il ferro rovente la gocciola d’acqua; e ciò spiega il continuo mutare d’affetti che si rimprovera ad alcuni fra gli artisti più grandi.
Federigo non era davvero un grande artista; ma poichè non poteva animare come Pigmalione la statua, oggetto dei suoi sogni e dell’amor suo, spezzava quelle che non raggiungevano la purezza e la perfezione dell’ideale vagheggiato.
Per questo, a coloro i quali sanno adattarsi alla realtà della vita, l’amore è riposo, sventura agli altri che sognano una vita e un mondo diversi. I sogni non si verificano mai; quando uno ha ottenuto l’amore agognato come il colmo della felicità, è contento, ma non come aveva sperato.
L’amore è un desiderio; appagato si estingue.
E si muta, dicono, in amicizia. Non è vero. Io non so in che modo il Rivarol, che pure leggeva nel cuore umano come in un libro, abbia potuto scrivere all’amante: “È tempo di edificare il tempio dell’amicizia.„ La risposta della sua bella gli provò che le donne intorno a certi argomenti ne sanno più di qualunque filosofo. Ella gli rispose difatti: “non si edifica sulle ceneri.„
XV.
Federigo, finchè Rina rimase con lui, ebbe per incomportabile quel vincolo, e perchè non era più innamorato lui s’adirava che l’altra si ostinasse a volergli bene. “Che diavolo! Se avesse voluto legarsi per sempre, meglio pigliar moglie e farla finita; poi, si sa, tutto passa a questo mondo; se non lasciava sarebbe lasciato. Ora c’era di mezzo l’amor proprio, ma fra qualche mese anche Rina si sarebbe consolata, come tutti si consolano di un affetto perduto o d’un’illusione dileguata.„
Eppure quando fu solo, solo in quella villa deserta, quando rivide il letto di Rina, la sedia rustica su cui ella soleva riposarsi in giardino, il pianoforte tuttavia aperto si sentì come un gruppo alla gola e pianse. Di che? O non aveva fatto di tutto per rimaner solo? Si provò a dormire e si svegliò più volte in sussulto. Il giorno dopo si propose di andare a Pistoia per distrarsi ma non ne fece nulla. Gli pareva tutti dovessero domandargli di Rina, tutti rimproverarlo del suo contegno verso di lei; e andò invece a Firenze con l’intenzione di cercare un amico con cui sfogarsi, o una stanza che non chiudesse, come la villetta della Val di Nievole, tanta malinconia di memorie; una stanza ove stare solo a pensare, e.... a cercare modo di richiamare Rina? No; questo pensiero non gli venne neppure.
Andò per pochi giorni, vi si trattenne un mese; nel frattempo gli amici suoi gli proposero una gita a Milano. Accettò; e si ricordò allora, dopo molti giorni di oblìo, che prima di partire bisognava tornarsene alla villa. Vi tornò infatti tranquillo, molto diverso da quello che era partito.
Nel fare i bauli gli occorse aprire uno dei cassetti della scrivania. V’era dentro tutto il museo archeologico dell’amore; ciocche di capelli, fiori, guanti, chiusi in tante buste, sopra ognuna delle quali era diligentemente scritta una data. I fiori avevano perduto il profumo e il colore, le date il significato. Federigo ne lesse due o tre sbadatamente, frugò invano nei ripostigli della memoria, poi gettò tutti quei poveri monumenti del proprio e dell’altrui affetto, sul fuoco.
Da ultimo, gli capitò un fazzoletto che aveva preso a Rina il giorno nel quale s’erano parlati al Camposanto degl’Inglesi. Lo avvolse e lo pose nella valigia. Non come il superstite che custodisce religiosamente il ricordo del morto, ma come il soldato che appende alle pareti della sua sala un brano della bandiera strappata al nemico.
Rina soffriva intanto crudelissime pene; soffriva come chi, guardando al passato, dice: — Ahimè fosti pur breve! — e all’avvenire: — quanto sei lungo!
Ella se ne stava chiusa in una locanda a Firenze, ov’era giunta di sera, aspettando che il cuore o la mente le suggerissero il da farsi.
L’inverno s’approssimava, ed ella passava le intiere giornate accanto al fuoco, attizzandolo senza tregua. Nonostante le fiamme che uscivano dal camino, e il calore tropicale della stanza, sentiva freddo; si ricordava quel giorno d’autunno quando sulla collina solitaria, presso alla villetta di Val di Nievole, la brezza ghiacciata dopo il tramonto del sole aveva soffiato sopra di lei. — Ah! pur troppo il sole è tramontato! — diceva tra sè.
Una sera volle scrivere a Federigo, e scrisse, infatti, una lettera da far piangere i sassi. Voi lo sapete come scrivono queste povere donne abbandonate, quando intingono la penna nelle loro lacrime! Fu lì lì per mandare la lettera; poi impose silenzio al cuore e la stracciò.
Rina, cresciuta tra il volterianismo del duca Esmeraldi, il puritanismo anglicano della sua governante e le puerili superstizioni del convento, non aveva per sè i conforti della fede cristiana; sebbene ella non sapesse ancora che cosa credere, sentiva che lo zio, la governante e le monache avevano tutti torto. Ma negare non consola; credere sì, perchè equivale a sperare. La più bella e più durevole delle mitologie ha un farmaco per ogni dolore, un balsamo per ogni ferita, perchè facendo cominciare la vita vera dell’uomo, non alla nascita ma alla morte, lo sovviene in ogni tempo di conforti ineffabili e di speranze immortali.
Alla povera abbandonata era dunque amara quella solitudine che si era imposta; e cercava la via di uscire quando seppe che ad una compagna di collegio, allora dimorante a Bologna, era morto in que’ giorni il marito, maggiore di cavalleria. Pensò andare da lei e le scrisse. N’ebbe la risposta che si può imaginare; la vedova era in uno stato da far pietà, l’aspettava a braccia aperte.
E Rina andò a Bologna.
Quei giorni di confidenze aperte, di mutui conforti, di memorie evocate insieme, furono dei meno tristi fra quanti ne passò Rina dopo l’abbandono di Federigo. Le era lecito piangere e non sola; narrare tutto era uno sfogo, udire il racconto delle pene dell’amica, confortarla era una buona azione.
Ma quel tempo passò presto. In capo a qualche mese gli ufficiali del reggimento si presentarono alla vedova del loro commilitone, cercando con tutti i mezzi di distrarla. Il comandante, forse per dare il buon esempio, fu più sollecito e più assiduo di ogni altro nel compiere quest’opera di misericordia. Così, a poco a poco, di quelle due donne infelici, ambedue apparentemente inconsolabili, una si consolò. Frequentando gli ufficiali, la vedova del Maggiore si fece naturalmente desiderosa di promozioni e sposò il Colonnello. E Rina imparò che era meno doloroso piangere un morto, che portare il bruno d’un vivo!
Povera rondine, che il gelo cacciava da ogni dove, ella lasciò l’amica sua alle pallide commozioni delle seconde nozze e partì per Milano. Aveva saputo che Federigo era là e le pareva che il solo balsamo alla propria ferita fosse la possibilità di vederlo ogni tanto, e il sapere che vivevano insieme tra la stessa cinta di mura, sotto un medesimo cielo!
Rina aveva giurato a sè medesima di non cercare Federigo; vederlo qualche volta a caso e senza che egli se ne accorgesse, perchè non gli venisse voglia di fuggire, era il solo suo desiderio e le pareva potesse facilmente appagarsi. Dapprima il giuramento fu scrupolosamente osservato, ma poi....
Da quindici giorni ella era arrivata a Milano e Federigo non l’aveva veduto ancora. Un lunedì, verso le tre, all’ora della passeggiata, si vestì con la solita semplicità elegante, calò un velo sugli occhi e s’avviò verso il Corso Vittorio.
E quel giorno e molti altri successivi, il giudizio e la passione disputarono così nella mente di Rina:
— Usciamo? — diceva il giudizio. — Che andiamo a fare con questo freddo? È egli tempo questo da andare a zonzo per la città?
— Pare che sia freddo, ma è forse più in casa che fuori — soggiungeva la passione. — E poi il moto riscalda. Io non ho freddo, io.
— E dove andiamo?
— Ma... per il Corso....
— Andiamo piuttosto sui bastioni, se proprio usoiamo per far del moto.
— Tu le consigli d’uscire, o mia perpetua nemica, — conchiudeva il giudizio — per il gusto di farle violare una promessa fatta a me; noi usciamo col solo fine di cercare Federigo....
— E sia; ma in fondo, poi, qual è il tenore della promessa? Staremo a Milano senza cercarlo, paghi di vederlo qualche volta alla sfuggita e di vivere nella stessa città. Se non usciamo e se non andiamo nei luoghi più popolosi, rischiamo di non vederlo mai; e importa vederlo, non foss’altro per accertarsi che egli è ancora qui....
— Rina, Rina, non dar retta ai sofismi di costei; se tu mi avessi sempre ascoltato, quanti dolori ti saresti risparmiati!
— Rina, Rina non badare a quel pedante; senza di me, avresti tu provato tante gioie? E i tuoi giorni beati li devi tu forse a costui?
— Torna a casa, Rina....
— Va’, cercalo... che male c’è? Sarai in tempo a fuggirlo.
— No; vistolo, lo seguirai.... Pensaci, Rina... io ti preparo molti anni di quiete....
— E io ti preparo chi sa? forse un altro giorno d’amore!....
Un altro giorno d’amore! Il giudizio, da quella persona assennata che era, dopo questa vaga promessa giudicò inutile ogni altra parola e, sentendosi vinto, lasciò a sè medesima Rina, la quale senza più alcun ritegno si mise a girare per Milano con la ferma intenzione di cercare e trovare. Quando la passione ha debellato il giudizio, non solamente compie i suoi propositi, ma ha anche l’audacia di confessarli.
Quel giorno non lo trovò. Passeggiando per il Corso le parve invece di vedere una sua antica conoscenza, il signor Luigi; o almeno qualcheduno che gli somigliava, come si somigliano tra loro due gocciole d’acqua. Rina ne fu meravigliata; e si fermò presso la vetrina di una bottega, per aver modo di osservare quell’uomo e sincerarsi. A un tratto l’altro, volgendosi, vide Rina. Si guardarono. L’una si mosse e proseguì il suo cammino. L’altro rimase immobile nel mezzo della strada; sordo alla voce del conduttore, poco mancò non rimanesse sotto ad un omnibus che passava in quel punto.
— Non mi saluta, non è lui, — disse Rina. — Che singolare rassomiglianza!
E non ci pensò più.
Ma nè quel giorno, nè i seguenti, fu così fortunata da rinvenire colui del quale andava in traccia. E così ciò che il giudizio non aveva potuto ottenere, ottennero il dispetto e lo sconforto. Rina per un pezzo non uscì più di casa.
Una sera, verso la fine del carnevale, se ne stava sola presso il caminetto, seguendo col pensiero cento imagini dolorose; per la strada era un viavai di carrozze, di maschere, un frastono da non si ridire. Non c’è per la gente che soffre cosa più spiacente della allegria clamorosa degli altri. E Rina disturbata in quel suo sconsolato e pur dolce abbandono, s’alzò per uscire. Le pareva che in mezzo alla folla, al chiasso si sarebbe divagata; ed uscì difatti, nonostante la sua cameriera le facesse presente che l’ora era tarda e non le conveniva andar sola per le vie della città, così popolate in quella sera.
A chi consiglia non gli duole il capo, insegna il proverbio. Così anche le cameriere, se hanno la testa a segno e il cuore libero, danno lezioni di convenienza; ma anche le signore se ne dimenticano, quando il cuore batte più forte e la testa ragiona più debole.
La serata era scura e freddissima; ma la gente pareva non si sgomentasse nè del bujo, nè del gelo. I perpetui convalescenti, che ai primi freddi dell’autunno s’erano chiusi in casa paurosi delle polmoniti, quella sera, nel cuor dell’inverno, giravano per Milano sfidando i rigori della stagione; i cittadini precisi che hanno la consuetudine di spazzolare diligentemente i vestiti e lisciare e lustrare il cappello ogni volta che ritornano a casa, permettevano quella sera che gente ignota, nascosto il viso sotto una maschera di carta pesta, sporcasse loro il pastrano e ammaccasse il cilindro. E la cosa si spiega. Dio buono!... era di carnevale e bisognava divertirsi; se l’uomo non si diverte dalla Epifania alle Ceneri, quando mai si divertirà?
Queste considerazioni Rina non le faceva; poichè era stata costretta a togliersi alla quiete del suo salottino, si svagava tra quel frastono; un tale svago forzato era anch’esso, forse, un tormento; ma così nell’ordine fisico, come nel morale qualche volta l’accrescimento del dolore dà refrigeri momentanei. Rina dunque andava di qua e di là, per questa o per quella via; camminava con passo rapidissimo, dirigendosi non sapeva neppur lei dove, e non avendo che un solo fine: sbalordirsi.
Finalmente seguendo sempre, senza avvedersene, i passi altrui, e andando dove la maggior parte della gente andava, si trovò in una piazzetta. A un lato della medesima si alzava uno di quei vecchi e cupi palazzi che nelle città medievali stanno fra le casupole moderne come Sansone in uno spedale di tisici; le finestre inferiori del palazzo, che corrispondevano al piano terreno, erano illuminate di fuori; innanzi alla porta ampia, avevano costrutto un padiglione posticcio, con antenne e tele di vario colore. Una lunga fila di carrozze ingombrava la piazza; ad una ad una infilavano sotto il padiglione e vi si fermavano; la gente che v’era dentro scendeva, e la carrozza, proseguendo verso un cortile interno, andava a riuscire per un altro portone, nella strada parallelamente opposta. Dentro l’atrio un nuvolo di servitori, di lacchè, di guardaportoni, dalle livree ricchissime. Ai fianchi del padiglione gran numero di popolani che sfidavano il freddo di una notte di febbraio, per levarsi il gusto di vedere i signori che andavano a divertirsi.
Spesso, quando fermata la carrozza ne discendevano una o più persone, si udiva un mormorìo confuso; era una specie di plebiscito col quale il popolo salutava la sterminata ricchezza di un uomo, o la singolare beltà di una donna; era un grido di ammirazione per le collane, per le trine, per gli smanigli, per le croci. Salutava il popolino, ammirava e invidiava; sentiva un tal quale desiderio di comunismo, che si manifestava spesso, secondo i casi e gl’individui, in un’occhiata, in un sospiro, in una bestemmia; ognuno di quelli spettatori desiderava di essere il duca tale, o il marchese tal altro, o almeno uno di quei fortunati lacchè tutti vestiti di verde e coperti d’oro da capo a piedi.
Rina, entrando nella piazzetta, dovè fermarsi ad una cantonata; andare innanzi non poteva per via delle carrozze, tornare indietro nemmeno, per via della calca che ingombrava la strada. Rimase lì senza badare a ciò che avveniva intorno a lei; pallida, con gli occhi stralunati, immobile; pareva una sonnambula. E le carrozze passavano. A un tratto l’abbassarsi di uno dei cristalli laterali di un fiacre fece un po’ di fracasso. Rina si scosse e guardò; dallo sportello si affacciò la testa di un uomo che, toltasi di bocca una sigaretta, la buttò sul lastrico. Lo sportello si richiuse; la carrozza entrò sotto il padiglione.
Rina si mosse con passo rapido e procedendo con molto vigore, si cacciò tra la folla accalcata presso la porta.
In quel punto la carrozza si fermò, e l’individuo che v’era dentro discese.
Rina aveva riconosciuto Federigo.
Accade qualche volta di formare un disegno dal quale speriamo trarre molto utile e lo vagheggiamo con la fantasia nelle ore più tranquille del giorno, lo carezziamo nelle notti piacevolmente insonni; poi per un caso o per un altro ci conviene abbandonarlo e separarci da quei lusinghieri fantasmi. Qualche tempo dopo, mutate le circostanze succede altresì che ci appare tutto ad un tratto, e quando meno ce lo aspettiamo, la possibilità di condurlo ad effetto. Allora l’animo sulle prime è invaso da molti sentimenti diversi; la speranza che risorge più calda, la dubitazione di non aver fatto dapprima tutto ciò che potevamo e il dispetto di trovarci in colpa di negligenza; il timore di lasciar fuggire anche questa volta l’occasione propizia, lo stupore finalmente che la fortuna, cui siamo corsi dietro per molti mesi, ci venga ora innanzi da sè.
Questi sentimenti irruppero tutti insieme nell’animo di Rina, subito che le apparve Federigo; e con tale subitanea violenza, che Rina non si accorse neppure del sogghignare della gente, meravigliata di vedere una donna di condizione civile, sola, a quell’ora, in quel luogo, con quell’aspetto; e non udì le crudeli ironie e le parole invereconde, con le quali quella stessa gente spiegava sicura un fatto che non intendeva.
Rina uscì di mezzo alla calca e si diresse a passo lento verso una cantonata dove stava ferma una vettura di piazza. Vedutala vuota vi entrò. Il cocchiere sceso da cassetta per richiudere lo sportello, e le domandò:
— Dove comanda?
— Qui.
Il cocchiere non avendo inteso bene, ripetè l’interrogazione.
— Voglio restar qui per ora; vi dirò poi....
Il cocchiere tacque; sebbene un po’ meravigliato, rimontò a cassetta e ripigliò, involto nell’ampio pastrano, il sonno interrotto.
Dalla carrozza Rina vedeva la facciata del palazzo ov’era entrato Federigo. Si era propriamente nascosta in quella carrozza col proponimento di aspettare che egli uscisse? No. Federico poteva trattenersi a lungo, uscire accompagnato dagli amici; Rina tutte queste cose le aveva pensate, e montando nella carrozza cedè a uno di quei moti naturali che ci sospingono senza che noi ci diamo la briga di spiegarli neppure. Tutti noi abbiamo passeggiato di notte sotto le persiane chiuse della nostra bella; abbiamo cantato lontani da lei la canzone che prediligeva, trovando così compagnia nella solitudine, pace nella lontananza, e qualche volta conforto nell’abbandono. Perchè?
La gente andava intanto via via diradandosi; quando suonarono le due all’oriolo di una chiesa vicina non era più innanzi alla porta del palazzo anima viva. Il cocchiere dormiva sempre; Rina vegliava aspettando.
E per fortuna sua non aspettò lungamente. Fissa sempre con lo sguardo verso la porta, vide aprirsi una grande invetriata che metteva alle scale ed uscirne Federigo. Egli si fermò un po’ sotto l’androne per accendere un sigaro; poi camminando dinoccolato, lento come chi è preso dalla stanchezza o dalla noia, traversò la piazzetta; passò senza voltarsi neppure presso la carrozza e scantonò.
Rina era rimasta là col solo desiderio di vedere Federigo ancora una volta e per un momento; ma quando lo perdè di vista non ebbe più che un pensiero: seguirlo.
Uscì in fretta dalla carrozza e si diresse verso la strada nella quale egli era infilato; il cocchiere che s’era svegliato al rumore, la trattenne gridando: