LA MARCHESA.
Reading edition
I.
Il ballo era finito allo otto della mattina; le carrozze sfilavano lente innanzi al palazzo del principe Dolgoruki, russo ricchissimo, che spendeva a Firenze le verghe d’argento tratte dalle miniere della Siberia e aveva raccolto in quella notte nelle proprie sale quanti nella città erano noti per nobiltà di lignaggio, o per larghezza di censo; ogni tanto compariva sulla soglia dell’atrio un servitore in livrea, una signora s’alzava per andarsene, e si vedeva un brulichìo, un mover di mani, un curvarsi di schiene; saluti e sorrisi a bizzeffe.
Perchè nell’atrio tutto ornato con piramidi di camelie si adunavano, aspettando la carrozza, le signore alle quali era piaciuto godere sino alla fine il più gaio dei balli carnevaleschi; e là sedute, continuavano le chiacchiere incominciate la sera innanzi. Gli uomini recitavano al solito la filastrocca dei complimenti e le donne al solito gli stavano a sentire con interno indicibile compiacimento; si parlava d’un po’ di tutto; qua uno raccontava in segreto a dieci o dodici persone gli scandalucci della festa: là un altro teneva allegro un crocchio canzonando questo e quello. Guardinga, silenziosa con l’occhio e l’orecchio attento si raccoglieva intorno ai gruppi delle signore la falange innocente degli accompagnatori; gente che forma un solo desiderio dorante il giorno e si prepara un solo godimento durante la sera: quello di dare il braccio a una signora purchessia quando va al ballo, al teatro; condurla quand’esce sino alla carrozza, e chiudendo lo sportello augurarle la felice notte. Ciambellani delle corti d’amore, introducono gli altri nelle sale del re, e aspettano fuori dell’uscio che sia finita l’udienza.
Più ammirata, più festeggiata d’ogni altra, sedeva tra due grandi gruppi di camelie bianche la Marchesa Clara di Villareale; intorno a lei la conversazione era meno rapida, meno festosa che altrove. La Marchesa appariva così portentosamente bella, che gli uomini la guardavano e basta; per discorrere bisognava distrarsi ed eglino se ne stavano a contemplarla in silenzio.
Vi sono al mondo donne le quali non piacciono a nessuno; è difficile trovarne che piacciano a tutti. Perchè gli uomini le guardano con occhio diverso; quegli desidera la maestà delle forme, il torso vegeto, le braccia robuste; ammira le statue di Giunone e vagheggia i ritratti della Fornarina; questi cerca invece nelle donne la grazia della fisonomia, la dolcezza del sorriso, e darebbe non so che cosa per far la conoscenza della Mimi Pinson di Alfredo De Musset. Lasciamo da parte l’estetica e studiamo i fatti quotidiani della vita; come va che spesso noi preferiamo ai lineamenti purissimi di una Venere in carne e in ossa gli angoli bizzarri di un visetto scontorto? Come va che restiamo impassibili innanzi a una donna bella nel compiuto svolgimento delle forme femminili dai grandi occhi umidi, dalla pelle bianca, dai capelli folti, morbidi, lunghi e ci sentiamo attratti verso una donnina magrina, diafana, con gli occhi semichiusi, coi capelli corti, aridi, scarruffati?
Eppure ciò è così vero, che alla donna non importa tanto di essere realmente bella, quanto di parere bella a qualcheduno; e se domani una di quelle leggi che nessuno fa e tutti rispettano, in nome della moda e in onta alla Grecia classica mettesse al bando i volti di un purissimo ovale, voi vedreste le donne affaticarsi a togliere dai propri lineamenti ogni lontana rassomiglianza con la Afrodite di Cnido per terras inclyta o con la Diana del Museo di Versailles. Credete voi che la bellissima signora Tale dei Tali la quale, metto caso, non è stata al ballo di iersera lodata nè curata da alcuno, possa consolarsi stamani leggendo ciò che della bellezza sta scritto nel Convito di Senofonte o nelle Grazie del Wieland? Neanche per sogno. Quell’altra invece godrà che, guardandosi nello specchio e persuadendosi di non essere bella, potrà con una scrollatina di spalle dire a sè stessa: “Che importa? mi basta di piacere a lui!„ Piacere a lui: ambizioni e speranze, cure e desideri sono tutti chiusi per la donna in questo tre modeste parole.
La Marchesa di Villareale era una delle poche donne innanzi alle quali tutti gli uomini fanno un atto di meraviglia e un peccato di gola. Aveva ventotto anni; rare volte sopra un volto femminile s’aprì più rigoglioso e vago ad un tempo il fiore della gioventù; bionda, alta, snella, nel suo viso pallido, marmoreo, spirava non so quale fierezza selvaggia temperata in parte dalla dolcezza quasi infantile dei suoi grandi occhi celesti; la vita sottilissima, larghe le spalle, il tronco voluttuosamente flessuoso. La natura che di rado illumina la fronte delle donne bellissime col raggio dell’intelletto aveva fatta per la Marchesa un’eccezione; bastava guardarla per ammirarne la bellezza, parlarle per intendere ch’era una donna d’ingegno, vederla volgere li occhi per crederla buona.
Quella notte pareva anche più bella del solito, con un vestito di stoffa bianca guernito di marabù, il quale, sebbene ampio e ricchissimo, la cingeva stretta ai fianchi e ne disegnava le forme con elegante armonia; Worth, il più gran sarto da donna fra quanti fiorirono a Parigi, l’Atene de’ sarti, aveva con quel vestito superato sè stesso. Al collo la Marchesa portava una collana, lavoro di arte squisito uscito dalle officine del Castellani e raffigurante una corona di quercia, di cui ogni ghianda era una grossa perla; sulla testa un diadema simile alla collana; accomodato con tanto gusto, da evitare il gran difetto dei diademi, che danno alle signore una tal quale rassomiglianza con le regine di palco scenico; i capelli fermati sulla parte posteriore della testa le scendevano a ricci, gradatamente sulle spalle. Quando tutte le altre mostravano nella cera giallognola, nelle occhiaie profonde, nel corpo accasciato la traccia della veglia e delle fatiche, ella invece era fresca come se si levasse allora.
Quando comparve sulla soglia il servitore di casa Villareale, la Marchesa si alzò; tre o quattro uomini si fecero innanzi per darle il braccio; ella fingendo non accorgersi di quelle offerte cortesi, si volse ad Alberto Valmarana che stava immobile a guardarla, e:
— Andiamo, via, si scota: che cos’ha stasera? Mi dia il suo braccio.
E appoggiata al braccio di lui traversò l’atrio, strinse la mano alla Contessa Alberici che era stata in conservatorio con lei, salutò col più amabile dei sorrisi amici e conoscenti ed uscì.
Alberto l’accompagnò sino alla carrozza; e chinandosi per raccogliere un lembo della veste di lei rimasto fuori dello sportello, sussurrò queste parole:
— Stasera alle nove dunque?...
La Marchesa abbassò lievemente la testa; la carrozza partì. Alberto rientrando nel palazzo trovò dietro a sè il Marchese di Villareale, marito di Clara.
— Torni dentro? — domandò questi ad Alberto.
— Cinque minuti; voglio stringere la mano alla Contessa Alberici che non ho ancora salutata.
— E poi?
— E poi.... vado a letto.
— Potresti venire a far colazione da noi.
— No, grazie.
— Ci vediamo dunque al teatro?...
— Può darsi.
Il Marchese se ne andò, Alberto s’incamminò verso la Contessa Alberici. Ella appena lo vide accostarsele gli stese la mano.
— Andiamo, via, meglio tardi che mai.
— Scusi, ma....
E la contessa a bassa voce perchè gli altri non la udissero:
— Che cosa vuoi dire esser felici! si diventa egoisti; non si pensa più che alla propria contentezza! — E... lei è felice molto, non è vero? Eh non dica di no: le si legge in viso. Vada, vada, non la voglio trattenere.
Alberto s’allontanò senza rispondere. La Contessa aveva bensì detto il vero: gli si leggeva nel volto la gioia; nondimeno ella gli tenne dietro con uno sguardo pieno di mestizia e di compassione.
II.
Se Alberto Valmarana avesse avuto venti anni, egli uscendo dal palazzo Dolgornki, imbrancatosi con gli amici, sarebbe andato probabilmente a far colazione con loro, avrebbe bevuto alla salute della sua bella e, senza nominarla, adoperato per guisa da fare a tutti intendere facilmente chi fosse.
Alberto s’avvicinava ai trenta e voleva godere le estreme gioie della gioventù, goderle col desiderio prima, colla memoria poi, e se ne andava a casa solo mentre sonavano le nove della mattina, pensando all’appuntamento che Clara gli aveva dato per le nove della sera; ci pensava come se quello fosse stato il loro primo convegno segreto.... e non era.
Io che so di raccontare una storia vera, m’impensierisco se imagino che qualcheduno già dica fra sè:
— Oh Dio! questo Alberto! come si sente subito che è il personaggio di un romanzo.
Lo so. Lei, uomo sodo, che piglia il mondo come viene, che s’è avvezzato oramai a sorridere delle passioni umane, lei dirà che Alberto non aveva tutti i suoi giorni.
Lei, signora mia, che strascicando faticosamente amori infiacchiti perdè non pure il ricordo, ma il desiderio delle commozioni prime, lei dirà che Alberto la fa ridere.
Pazienza! Alberto era così ed io non posso mutare l’indole sua per far piacere a lor signori; se lo avessi educato io me lo sarei tirato su un egoista, giovandomi dei consigli preziosi di lei, uomo sodo, e dei suoi, anche più preziosi, signora mia; ma lasciato a sè stesso egli, povero ragazzo, crebbe pieno d’ubbìe; aveva tra l’altre quella d’amare, vivendo in mezzo a gente che a mala pena ha vigori sufficienti per fare all’amore.
Quando Alberto entrò in casa, il cameriere gli si fece incontro.
— C’è il signor Mario.
— Dove?
— In salotto.
Alberto aprì la porta; sopra il canapè Mario Loveni, più che amico fratello suo, dormiva saporitamente, ravvolto in un cappotto alla maremmana.
Reno, un bel cane da caccia di razza spagnola, dormiva anch’esso vicino al padrone.
III.
Al rumore che Alberto fece entrando nella stanza, Reno si svegliò e con un salto gli fu addosso dimenando la coda e divincolandosi. E Mario balzato in piedi,
— Finalmente! — gridò, andando incontro all’amico.
— Caro Mario!
Alberto era andato a casa per starsene solo; dirò meglio: per stare con lei, per ripensare a tutte le parole che Clara gli aveva dette durante il ballo, per raccogliere le memorie e aprire a sè stesso i tesori adunati nel proprio cuore.
Per quanto dunque volesse bene a Mario, per quanto fossero passati quattro mesi dacchè egli non l’aveva veduto, non potè non essere un tantino disturbato dalla presenza di lui; volle vincersi e simulare una festosa accoglienza; ma negl’infingimenti era poco abile e Mario tanto accorto da non lasciarsi pigliare a quei lacci.
— Come mai sei qui? Quando sei tornato? Di dove vieni?
Mario stette un momento senza rispondere poi:
— Vengo, — disse — da Campomoro dove sono arrivato ieri sera; son qui e non so nemmeno io perchè ci sono. Ero venuto per rivederti e per abbracciarti.... sperando di essere accolto un po’ meglio. T’ho rivisto, non t’ho abbracciato, ma non importa, e me ne torno via....
— Come? Subito?
— Eh perdio! che vuoi che ci resti a fare? Sono stato quattro mesi a caccia in Sardegna e in quattro mesi mi hai scritto una volta per ringraziarmi delle pernici che ti mandai. Torno ieri sera in villa stanco morto; le strade sono ghiacciate e non mi riesce di trovare un legno che mi conduca a Firenze; senza sgomentarmi fo a piedi, di notte, dieci chilometri per il tuo bel muso. Arrivo alle cinque, sei fuori; torno alle nove e mi accogli come un seccatore.... Reno, qui, smetti di far le carezze a cotesto signore; l’uggisce il padrone.... o figurati il cane!...
— No, aspetta, Mario.... ti dirò....
— Che cosa? Quel che mi diresti l’ho indovinato; il resto non lo so e non me lo dici di certo.
— Non ti capisco.
— Oh! mi spiego subito io; ma prima fammi il piacere d’andarti a levare cotesta maledetta cravatta bianca.
Alberto entrò in camera sua, Mario si sdraiò sopra una poltrona vicina al caminetto e ponendo tra le ginocchia la testa del cane, e accarezzandolo pensava:
— Oh! Reno, Reno, povera bestia! campate dimolto se vi riesce; voi almeno siete sempre lo stesso; e quando farete la corbelleria di morire, l’ultimo sguardo di cotesti vostri belli occhioni sarà per il vostro padrone. Campate dimolto, povero Reno! morto voi, morti tutti; sopra Alberto non c’è da contarci più.... ce lo hanno portato via e a me pensa tanto, quanto voi al primo beccaccino che avete puntato. Pazienza! seguiteremo a andare a caccia, a star soli; ci annoieremo insieme, mugoleremo insieme; voi seguiterete a dimostrarmi che la vostra specie è migliore della mia ed io seguiterò ad ammirarvi e a volervi bene.
L’uscio s’aprì e Alberto rientrò nella stanza.
— Mettiti lì, — disse Mario, accennandogli una poltrona dirimpetto alla propria; — mettiti lì e rispondi.
— Ah! si tratta proprio di un interrogatorio? — domandò sorridendo Alberto.
— In tutte le regole. Avanti dunque: come si chiama?
— Chi?
— Come chi? Lei.
— Lei?.... — domandò Alberto facendo il meravigliato; e arrossì.
— Ah! fai il viso rosso? T’hanno guastato meno di quel che credevo. Dunque come si chiama?
— Oh! spiegati più chiaro perchè io non ti capisco davvero.
— Ah! non mi capisci? Senti, figliolo mio, può darsi che in quattro anni dacchè sto in campagna senza vedere anima viva quasi mai, io sia diventato un villano, ma un imbecille no.... Tu sei innamorato fino alla punta dei capelli....
— Ma che!...
— Fino alla punta dei capelli... Dacchè ci conosciamo, ed è molto tempo, non è passata settimana che tu non mi abbia scritto; sei venuto spesso a trovarmi a Campomoro e mi hai ricevuto a braccia aperte ogni volta che comparivo a Firenze. Oggi invece stai sulle spine; non hai coraggio di dirmi “vattene„ ma se me ne andassi ti farei un piacerone. Un mutamento c’è. La ragione? Io l’ho trovata, tu provati a darmene un’altra se ti riesce.
— E se fossi innamorato?
— Se fossi! Bella ipotesi; se tu fossi, giocheresti, caro mio, un gioco pericoloso. Potrebbe essere una fortuna o una disgrazia; ma le fortune capitano tanto di rado!...
— Non mi fare lo scettico; hai una benedetta smania di apparire peggio.... cioè meno buono di quel che sei; ma tanto, lo sai, non ti credo....
— Che c’entra lo scetticismo? Se tu avessi diciotto anni sarebbe un altro paio di maniche. A quell’età l’amore viene in un giorno e se ne va in un’ora! Ma tu ne hai trenta, caro mio, a momenti. Se si trattasse d’una ragazza e tu volessi pigliar moglie....
— Ma e che cosa ne sai?
— Oh! fammi il famoso piacere!... Se tu avessi avuto un’idea simile, a quest’ora m’avresti scritto più lettere che non ho capelli in capo. Già, si comincia, che una ragazza me la avresti fatta conoscere. Non perdiamo tempo in chiacchiere.... Niente ragazza, niente matrimonio. Dev’essere un de’ soliti amoracci....
— Mario!...
— Eh! non c’è nè Mario nè Silla. Ho detto amoracci e non mi ricredo. Contentezze poche e guai dimolti. È così, dev’essere così ed è giusto che sia così. E meno male se t’intoppi in una donna buona; ma con la poesia che ti frulla per il cervello e cotesta bella esperienza che ti ritrovi, non mi farebbe specie tu cascassi fra le unghie di qualche strega, che ti desse il mal d’occhio per tutta la vita.
Alberto si alzò come spinto da uno scatto di molla; era impallidito ad un tratto. La ipotesi gli parve tale un oltraggio per Clara, che, dimenticando in un momento tutte le prove d’amicizia vera che Mario gli aveva date, non accorgendosi neppure che quella era una testimonianza d’affetto:
— Ma che te ne importa? — disse. — Lasciami un po’ fare quel che voglio e non mi seccare.
Mario si alzò alla sua volta:
— Ah! che me ne importa? Eh capisco! Tu ti scordi d’ogni cosa, e per conseguenza ti scordi anche che siamo amici da un pezzo, che dal giorno in cui t’ho conosciuto t’ho voluto bene come a un fratello. Sicuro che me ne importa; perchè anch’io ho la mia buona parte di egoismo e forse quello che amo in te non è che l’ombra di me medesimo. La vita, caro mio, la conosco più di te.... Sì; non c’è da alzar le spalle, più di te. Pochi uomini sono entrati nel mondo con tanta fede quanta ne avevo io; negavo il male con la sicurezza dello stoico che nega il dolore. Passò quel tempo; e se ora ti secco con le mie sorveglianze gli è perchè ho paura. Già, ho paura che tu ti trovi un bel giorno, come è successo a me, a aver due soli affetti nella vita: un uomo e un cane; un uomo al quale do noia e un cane che non m’intende.... Povero Reno! abbi pazienza!
— Mario, scusa....
— No, lasciamo andare. È inutile di seguitare a discorrere; tra le cose che ho imparate c’è anche questa: che dar consigli e prestar danari son i due mezzi più spicciativi per disfarsi degli amici. Lasciamo andare. Ho capito. Torno a Campomoro. Reno, su; se hai bisogno sai dove sto....
Prese sul canapè il cappotto, fece un cenno al cane ed uscì. Alberto gli corse dietro fin sulle scale, richiamandolo; inutilmente.
Rimasto solo si dolse seco stesso del contegno tenuto con Mario; sapeva i suoi passati dolori e si rammaricava d’aver riaperto vecchie piaghe. Fu l’affare di dieci minuti poco più; poi si sdraiò di nuovo sulla poltrona....
Come sono egoisti gl’innamorati!
IV.
Mario Loveni era nato a cattiva luna; arrivato ai trent’anni non poteva, richiamando alla mente il passato, trovarvi conforto di memorie care. Sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre, banchiere tutto dedito ai negozi, lo pose in collegio a otto anni; andava un paio di volte al mese a vederlo per una mezz’ora, gli portava de’ dolci, gli faceva due carezze svogliate e partiva; non aveva nell’animo del figliolo seminato l’affetto e non lo raccolse. Mario stette sei anni in collegio, sei anni di tormenti. I compagni lo burlavano per la sua cera malinconica e la ritrosìa, i precettori lo trattavano con sussiego; ed egli che, quantunque bambino, desiderava un po’ di affetto, trovava lo scherno sciocco da una parte, la fredda autorità dall’altra. Un giorno il socio di suo padre gli annunziò che questi era morto per una caduta da cavallo, e prima di chiudere gli occhi, lo aveva nominato tutore del figliolo. Il tutore levò Mario dal collegio; uomo che al padre di lui rassomigliava nell’indole, nelle consuetudini, nei pensamenti, seguitò col ragazzo la stessa musica; lo confinò in campagna a Campomoro, gli andò a fare una visitina a scappa scappa di quando in quando, gli raccomandò al solito di studiare e di farsi uomo, e non se ne curò più che tanto.
Mario nelle solitudini della sua villa si dette tutto agli studi, e dai quattordici a’ venti anni non visse che per imparare; così che quando uscì dalla minore età ed il tutore, consegnandogli il ricco patrimonio lasciato dal padre, lo fece libero di sè, Mario era un dotto, ma non un uomo; sapeva a mente Plutarco e si figurava di non trovare lungo il proprio cammino che eroi. Tutti i suoi pensieri volavano colle ali dell’entusiasmo verso un polo unico: l’amore del buono. Era ricco, simpatico e trovò nel bel mondo, di cui si fece assiduo frequentatore, molti che gli proffersero la propria amicizia; ed egli in compenso aprì loro il cuore riboccante di affetto e la borsa pingue di danari. Gli amici, da gente discreta, scelsero, s’intende, la cosa meno preziosa: i danari; e in capo a due anni facendo i conti, Mario s’avvide che aveva buttato via un quinto del suo patrimonio in imprestiti forzati, consolidati, senza pagamento di frutti.
— Meno male, pensò, che ho scapitato solamente qualche centinaio di migliaia di lire; poteva andarmi anche peggio!
Volle dare alla propria vita un intento. Nei libri aveva attinto anche lui il desiderio onde è oggi tormentata la più gran parte degli uomini che pensano, di trovare una medicina per guarire le piaghe della umanità. Dato un addio ai salotti, scese nelle officine; gli pareva di conoscerlo il popolo; glie lo avevano dipinto con tanta evidenza il Fourier, il Cabet, il Blanc, il Proudhon. Praticò gli artigiani; nelle anime loro esulcerate dalla servitù, egli voleva versare il balsamo della pace; e sedate le collere, suscitare, aiutare le oneste speranze.
E trovò nelle officine e nelle soffitte ciò che aveva trovato altrove: appetiti infingardi, bramosie selvagge, alimentati quotidianamente dalla superbia e dall’invidia; prepotenze, rivalità senza fine, brutture d’ogni maniera.
Dure prove, dalle quali un altro sarebbe uscito sgomento. Mario no; era tale in lui il bisogno di credere, che quando un sogno si dileguava egli si cullava in un altro.
Alcuni chiamano debolezza questo creare i fantasmi per adorarli poi, incielati in una specie di paradiso morale. Ma chi soffre della triste realtà di questo mondo mediocre, trova, sollievo ineffabile, vigori rinascenti di continuo per spandere le proprie effusioni sopra queste creazioni ideali della fantasia, le quali traggono da noi quanto v’ha di buono, di puro, di sacro in fondo a noi stessi.
— “Ma è inutile!„ soggiungono.
Già; inutile, come contemplare commossi il sole che tramonta, o la luna che sorge; inutile, come lo infiammarsi di fervore e di affetto innanzi a qualche capolavoro dell’arte; inutile come l’amare, come il soffrire, come la vita istessa che ha due sole cose veramente grandi: l’amore e il dolore.
Eppure v’hanno uomini d’acciaio e donne di neve che non intendono queste caste voluttà dello spirito; sogghignano e compiangono. Anche i soldati d’Attila schernivano i banchetti dei nipoti d’Apicio!
Al tempo del suo apostolato democratico, Mario conobbe una di quelle ragazze che credono in coscienza di fare le crestaie ed hanno la pericolosa consuetudine di lasciare la chiave nell’uscio di casa. Non era bella, ma passionata nello sguardo pieno di mistero. Mario credè leggervi il tedio della vita che ella menava, il desiderio di pace, il rammarico d’averla perduta forse per sempre. L’amò come sapeva amar lui; la vestì al solito dei colori dell’imaginazione e le prestò generosamente tutti i requisiti che le mancavano. Fu seco imperioso come un uomo e ad un tempo docile come un bambino; era ignorante, si piegò con pazienza a educarla, era corrotta, volle correggerla! ahimè!...
Avete un bel serrare la cingallegra in una gabbia d’oro e darle ogni giorno il panìco e ripararla dai geli del verno, dagli ardori della canicola; lasciatele l’usciolino socchiuso ed essa tornerà a’ campi aperti. Un bel giorno Mario tornando a casa trovò la gabbia vuota; la cingallegra aveva ripresa la via delle selve. Giulia se n’era andata lasciando a Mario una lettera, documento importantissimo per il quale si faceva manifesto che egli non era riuscito a insegnarle nè la morale, nè la calligrafia.
Fu quello un brutto giorno per Mario; si sentì scosso; e capì che oramai nulla, se non amarezze solitarie, poteva aspettare dalla vita.
Comprò un cane, Reno, e andò a nascondersi a Campomoro.
Là in campagna, stracco qualche volta per le lunghe passeggiate sulla collina, godeva se non altro, dei benefizi del sonno, e fino all’autunno le cose andavano meno male; quando l’inverno arrivava, Mario era costretto a passare le sue giornate innanzi al fuoco; e, solo, vagheggiava gli antichi inganni, e gli era unico conforto il ricordarsi di avere sperato!
Reno compieva alla meglio il suo ufficio d’amico affezionato e discreto.
Ma quando la sera sul tardi la povera bestia si poneva a dormire sopra una seggiola in prossimità del camino, Mario pensava tra sè:
— Amare una bestia è qualcosa, ma non basta! Se là su quella poltrona fosse seduta una donna, eh! il tempo passerebbe senza ch’io me ne accorgessi; la tramontana soffierebbe senza ch’io mi domandassi al solito: “Che farò domani?„ E vivrei un po’ meglio che in questa solitudine notturna, dove non ho altra occupazione che attizzare il fuoco e porgere l’orecchio al vento che mulina tra i platani del viale!...
Eppure, se dopo una notte insonne apriva la finestra e la luce dell’alba entrava nella sua stanza insieme con l’aria fresca impregnata d’aromi silvestri, sentiva rinvigorire il corpo e l’animo rinnovarsi; usciva a godere delle commozioni dolci e tranquille che la natura dà per nulla ai suoi amici più oscuri; e se una nuova speranza non fosso venuta a tormentarlo, succeduta da un nuovo dolore, forse egli si sarebbe acquetato per sempre nel convincimento che un breve lembo di terra, qualche albero, un sentiero angusto cui fiancheggino le borraccine e il lavoro facile e portentoso della natura bastano ai bisogni dell’uomo che pensa e che sente.
Un giorno ch’egli faceva appunto una di queste camminate s’imbattè in una bambina di circa otto anni, sudicia, stenta. Vedendolo, ella si fermò, e parve volesse chiedergli qualcosa; poi, come vinta dal ritegno, abbassò gli occhi e tirò per la sua strada. Mario prima le tenne dietro con lo sguardo, poi la chiamò.
La bambina si volse.
— Come ti chiami, bimba?
— Carmela.
— E dove stai?
— Alla Pieve de’ Monti.
— Così lontano? E dove vai?
— A Firenze.
— A che fare?
— A vedere la mamma.
— E vai sola?
— Chi m’ha a accompagnare? Il babbo non l’ho più.
— E la mamma t’ha lasciato? Dov’è?
La bambina si strinse nelle spalle e non rispose. Mario sedè sopra un mucchio di sassi, fece sedere accanto a sè quella povera creatura, le ripetè molte volte e senza frutto l’istessa domanda. Alla fine:
— Tu non puoi andare da te, bambina mia, a Firenze.
— Posso.
— Ma a casa non ci hai nessuno?
— No.
— Facciamo così, vieni da me; stasera ti riposerai e domattina, se ti parrà, te ne anderai via.
La bambina non fiatò; ma quando Mario si mosse gli tenne dietro silenziosa. Egli la prese per la mano, che scottava e tremava; vinse la repugnanza destata in lui dalla pelle della piccina coperta di sudore e di polvere e se la portò in collo fino a Campomoro.
Il giorno dopo Mario, che aveva chiesto informazioni alla Pieve dei Monti, sapeva per filo e per segno la storia di quella creatura. Era la figliola di un muratore morto un anno innanzi; la madre di lei era stata condotta in carcere pochi giorni prima, rea confessa di furto qualificato.
Quando si dimostrò con la bambina al fatto d’ogni cosa, questa dette in un dirotto pianto, nascondendo dalla vergogna il viso tra le mani; e tanto lo pregò e scongiurò perchè la mandasse a vedere la madre, che Mario prese il partito di condurla egli stesso a Firenze.
Ottenne non senza qualche difficoltà il permesso di accompagnarla nella prigione.
Quando v’entrarono, la donna se ne stava accoccolata in un angolo; appena riconobbe la bambina:
— Che sei venuta a fare? — domandò brusca.
— L’ho condotta qui perchè voleva vedervi — rispose Mario — la trovai l’altro giorno sulla strada maestra. Buon per lei e buon per voi! se non ero io a quest’ora sarebbe morta di freddo e di fame.
— To! chi gl’insegna a far la girellona? Se restava a casa, qualcheduno ci avrebbe pensato anche a lei; sta meglio lei fuori che io dentro.
La bambina intanto singhiozzava a capo basso senza dire una parola.
— Siete disposta a dare legalmente il vostro consenso perchè io la tenga con me? Ve la restituirò quando avrete scontata la vostra pena.
— Per me? Uhm! faocia un po’ lei! O fuori o dentro con che l’ho a campare io? Se il mi’ omo mi avesse dato retta la sarebbe ita più liscia. Glielo dissi io quando la venne al mondo: portala agl’Innocenti... la rota la c’è apposta per buttarci i figlioli de’ poveri. Ma lui no!... volle far di su’ testa. E c’è cresciuto in casa cotesto tisicume che non sa far nulla, che non può far nulla... ora gli dole il capo... ora ha gli stomachini....
— Dunque me lo date il permesso?
— Magari!
— Bene: via, piccina, di’ addio alla mamma e vieni con me.
La bimba, che il linguaggio della madre non aveva meravigliato perchè c’era assuefatta, le si accostò, le dette un bacio e,
— Addio, mamma — disse; — vo con questo signore: quando ti manderanno via, se mi vorrai, verrò... se, no... pazienza! ma quand’esci di qui, per l’amor di Dio e del povero babbo bada di non ci tornar più!
Quel dialogo breve bastò a mutare in affetto profondo la pietà che nell’animo di Mario aveva ispirata la bambina; la ricondusse a Campomoro, le insegnò leggere e scrivere e, sebbene non credente, le parlò di Dio; conosceva gli angosciosi accasciamenti del dubbio e lei volle paga nella serenità della fede; si adoperò con ogni sollecitudine a rattoppare, come suol dirsi, quel corpicciattolo smunto e malaticcio; e a poco a poco nella dolce consuetudine dimenticando il passato, si figurò a volte che Carmela fosse sua figliola.
Ella obbedì a ogni volontà del benefattore e l’amò; ma non potè mai dargli una consolazione da lui desideratissima; quella di vederla sorridere.
Una gran fatica dovè durare Mario per indurla a dargli del tu. Non c’era verso di piegarcela; dapprima non volle, poi per far piacere a lui ci si adattò; ma non le riusciva e i dialoghi loro erano qualche volta curiosissimi.
— Senta, — diceva Carmela.
— No: senti. Te l’ho già detto, voglio che tu mi dia del tu.
— Se non mi riesce!
— Provati; ci piglierai l’assuefazione.
— Sì, ma si comincierà un’altra volta, ora no...
— Ora, ora....
— Senti dunque: l’ho letto quel libriccino che tu mi desti ieri sera....
— Ebbene?
— Ma non l’ho capito; se non me lo spiega....
— ..... Spieghi.
— Spieghi tu... quando tu mi dici una cosa intendo subito; da me non son buona a nulla: non mi insegnavano niente lassù al paese.... e se quel giorno non avessi incontrato lei....
— Daccapo!
— Ah! già!... ma se glielo dico che non mi riesce.
E gli buttava sorridendo le braccia al collo, ed egli la copriva di baci.
Mario menandola a passeggiare seco per la campagna si studiava con la parola piana, amorevole di addentrarla nei segreti della natura; una foglia mulinata dal vento, un grappolo d’uva indorato dal sole, un pettirosso svolazzante per la siepe porgevano argomento a quelle lezioni che Carmela ascoltava a bocca aperta come novelle di fate. Nondimeno qualche volta si faceva trista ad un tratto e Mario, ripensando le cose dette, raccapezzava l’associazione d’idee per cui ella s’era condotta col pensiero al padre morto, alla madre imprigionata.
E passarono tre anni.
Una volta Mario costretto ad allontanarsi per qualche giorno da Campomoro fidò Carmela a una donna di casa e partì.
La bambina, che in tre anni non s’era staccata da Mario un giorno solo, divenne triste. Non faceva che piangere; la donna inquieta, la quale cercava ogni mezzo per distrarla, si arrese al desiderio che quella mostrò di andare a vedere il proprio paesetto e ve la condusse. Arrivata là Carmela ebbe un solo pensiero: domandare notizie di sua madre; e seppe che, scontata la pena, era tornata a casa, rimastavi sei mesi, arrestata daccapo e daccapo condannata per furto.
Quando, la settimana dopo, Mario tornò a Campomoro trovò la bambina malata; dalla gita alla Pieve de’ Monti non aveva avuto più bene; ogni giorno l’assaliva, prostrandola, una febbre violenta. Parve da principio cosa non grave, poi Carmela peggiorò, lagnandosi di fortissimi dolori alla testa. Il medico discorse di tifoidèa ed espresse il timore che la bambina, debole com’era, non giungesse a superarla.
Dodici giorni, dodici notti stette Mario al capezzale di quella povera bimba. Ella destandosi talvolta dall’assopimento morboso, lo sorprendeva piangente e,
— Perchè piangi? — diceva. — Non ti lascio mica, sai?
Quella rinascente fiducia di lei alimentava nel cuore di Mario la speranza, che il medico procurava invece di spengere. Una mattina Carmela, sollevando lo scarno braccino, gli fece cenno d’accostarsi e colla voce fioca così che pareva respiro:
— Sto male, — disse — non ti veggo quasi più....
Poi, dopo una pausa affannosa:
— Se mai non guarisco, ci penserai, eh? alla mamma... non ha da mangiare, poverina... e per questo...
Cercò la mano di Mario la tenne un pezzo fra le sue senza aggiungere sillaba, poi l’abbandonò e parve uscire di sentimento.
Non parlò, nè si mosse più.
A notte inoltrata il modico e Mario stavano in piedi ambedue, questi da un lato, quegli dal lato opposto del letto; la donna di casa s’era appisolata sopra una poltrona. Carmela giaceva supina, immobile; a un tratto aprì gli occhi e sorrise.
— Ha aperto gli occhi — mormorò Mario volgendosi al medico.
— Aspetta, signor Mario, — disse quegli dopo un momento — la sua mano che glieli chiuda.
Era morta.
················
Poco dopo quel tempo nella casa di campagna dei Villareale che era prossima a Campomoro, Mario conobbe Alberto Valmarana. Questi veniva da una piccola città del Veneto; nel fiore della giovinezza sorrideva alla vita e le speranze sorridevano a lui. Mario ritrovò in Alberto sè medesimo ed ebbe come il presentimento che anche ad Alberto sarebbero toccati que’ medesimi dolori per i quali egli aveva tanto sofferto.
Provò dapprima un senso di pietà; stimò quasi una colpa lasciare andare solo quel giovinotto così buono, così credente, per la sua strada, senza sgombrarla da’ triboli; e pose in Alberto quell’affetto che era per lui un bisogno, un intento alla vita, un mezzo per sostenerla.
Perchè Mario era vittima di uno dei mali più pericolosi fra quanti affliggono l’umanità: il male dell’imaginazione. Chi ne è affetto non guarisce mai, sebbene gli paia talvolta, specie dopo le crisi più fiere, d’essere risanato. È una specie di daltonismo morale per cui il mondo e la vita si veggono diversi da ciò che sono. Gli uomini serî, a sentirli, hanno per curarlo una quantità considerevole di specifici, i quali tutti si compendiano in questa semplice ricetta: mutare la propria indole, ossia divenire un altro uomo, differente in tutto da quallo che v’ha fatto madre natura in un momento di cattivo umore. Quegli uomini serî somigliano un po’ a’ medici, che visitando un operaio logorato dalle soverchie fatiche, sfinito per i cibi insalubri, intisichito nella miseria, gli consigliano di non lavorare, bere ogni giorno una mezza bottiglia di Bordeaux e fare ogni tanto una trottata in carrozza. Potere!
Ah! che profondi conoscitori del cuore umano gli uomini serî.
V.
Ciò che Alberto facesse dopo la partenza di Mario anche i lettori meno sagaci indovineranno facilmente. Aspettò che sonassero le nove, ora in cui doveva vedere Clara; aspettando, si provò a leggere uno de’ suoi autori favoriti e scorsa, distratto, una pagina, buttò via il volume; ebbe dei momenti di profonda malinconia e delle ore di una letizia quasi infantile. A pranzo non mangiò; bevve una mezza bottiglia di vecchio vino di Borgogna; avanti d’alzarsi da tavola riempì il bicchiere, e porgendolo a Stefano, suo cameriere,
— Bevi anche tu — gli disse.
Stefano, stupefatto da quell’offerta del padrone, non s’attentò sulle prime a pigliare il bicchiere; e Alberto:
— T’ho detto che tu beva.
L’obbediente Stefano si rassegnò ad assaporare il Borgogna e lo sentì così robusto, che ripensandoci giudicò la robustezza sua essere la cagione sola della confidenza insolita datagli dal padrone.
E finalmente alle otto e mezzo, Alberto uscì e s’avviò verso casa Villareale.
Era giunto in prossimità del palazzo quando s’udì chiamare ripetutamente per nome; non rispose; sentì una mano posarglisi sulla spalla, si voltò e riconobbe Alfredo Ferreri, una delle sue conoscenze.
— Dove vai?
— Ma.... — rispose Alberto — in nessun luogo.... passeggio per far del moto....
— E dove la passi la serata?
— Non lo so, sono stanco del ballo di stanotte; ho una gran voglia d’andarmene a letto presto.
— Perchè non vieni dalla Marchesa?
— Da chi?
— Dalla Villareale.
— Ma.... — balbettò Alberto — è sabato oggi, e la Marchesa riceve il mercoledì.
— Lo so; ma stasera fa un’eccezione alla regola.
— Chi te lo ha detto?
— Me l’ha detto Claudio Piccardi che le presenta stasera l’Olivares... Sai? quell’addetto alla legazione di Portogallo che è arrivato giorni sono.... Dunque vieni?
— No.
— Vieni, vieni, dammi retta. Si piglia una tazza di thè e si fa l’undici. Non foss’altro si guarda la padrona di casa. Hai visto com’era bella stanotte? Che occhi, che spalle! Vieni, vieni, lasciati persuadere.
Intanto erano giunti innanzi alla porta di casa Villareale. Alberto, per quanto avesse dapprima negato, moriva di voglia, come ognuno capisce, di veder Clara; si fece pregare un altro po’ dal Ferreri, poi salì risoluto le scale.
Non era nell’animo suo ombra di rancore verso Clara; anzi più che della pena provata da lui, si doleva in cuor suo del rammarico che Clara anch’ella aveva dovuto provare. E sperava che glielo avrebbe dimostrato questo rammarico, con un sorriso, con un’occhiata, con una di quelle strette di mano che dicono più di qualunque parola.
Quando entrò con Alfredo nel salottino della Marchesa v’erano già Claudio Piccardi, il conte Olivares e due o tre altri individui di sesso mascolino, solite comparse delle quali non giova neppure ricordare il nome. Clara, seduta sopra un sofà vicino al caminetto, seguitava col diplomatico una conversazione animatissima sulla Germania, che l’Olivares conosceva bene e dove Clara aveva, prima del suo matrimonio, dimorato qualche tempo. Alberto le s’accostò e le stese la mano.
— Buona sera, Marchesa.
— Buona sera, Valmarana.
Non battè palpebra. Alberto che aspettava lo sguardo, il sorriso, la stretta di mano, fu deluso compiutamente nella sua aspettativa.
Che tumulto di pensieri si suscitasse allora nella mente di lui, che pena crudele gli stringesse il cuore, sarà, penso, inutile dire. Si sedè sopra una poltrona senza aprir bocca; poi si alzò, osservò con molta attenzione le figurine di vecchia porcellana di Sassonia, che guarnivano le étagères del salotto; si fermò dieci minuti innanzi a due battaglie del Borgognone che aveva veduto le mille volte; apri gli albums delle fotografie, sfogliò i giornali.... e soffrì.
Sarebbe rimasto zitto chi sa per quanto; ma quando venne l’ora del thè Clara lo chiamò:
— Valmarana vuole una tazza?
— Grazie.
— Grazie sì o grazie no? Non può fare nemmeno lo sforzo di dire un monosillabo di più? Prenda, prenda una tazza di thè, le farà bene; è stanco e si vede. Piccardi, vuol farmi il piacere di passargliela?
Alberto prese la tazza dalle mani di Claudio e non rispose, Clara continuò a discorrere cogli altri che le stavano attorno e a guidare abilmente la conversazione. Di lì a poco fece cadere il discorso sopra un paravento di lacca comprato il giorno innanzi e richiese il Piccardi del suo giudizio. Questi che era un di quegli uomini i quali sanno un po’ di tutto e hanno una gran smania di sfoggiare la loro erudizioncella, lodò il paravento: ma una volta preso l’aire s’ingolfò in una specie di dissertazione intorno alle differenze per le quali le vecchie vernici del Giappone si distinguono dalle recenti. Intanto che gli altri lo stavano a sentire, Clara s’accostò ad Alberto che s’era rincantucciato presso al camino figurandosi di leggere un giornale della mattina, il quale aveva la data di due mesi innanzi, e intavolò ad alta voce con lui una conversazione sul quartiere del principe Dolgoruki. Alberto la ascoltava trasecolato.
— Così è — seguitava il Piccardi. — Ne volete una prova? Nel 1874 il Nilo che portava le casse contenenti gli oggetti spediti dal Giappone all’Esposizione di Vienna affondò ne’ pressi di Yokohama e le casse rimasero più di un anno in fondo al mare. Le recuperarono. Sapete che cos’era successo? Le lacche antiche erano rimaste tali e quali; i prodotti moderni di Kioto e di Yeddo tutti quanti distrutti.
Si udirono esclamazioni di sorpresa, e in quel gruppo il dialogo al quale oramai prendevano parte in tre, in quattro nel medesimo tempo, si fece rapido, alto e confuso.
Clara allora con voce sommessa ad Alberto:
— Hai torto, era un impegno antecedente di cui non mi rammentavo; scusa... ti spiegherò, sii buono.
Poi, lasciandolo e dirigendosi verso l’altro lato della stanza:
— Che racconta di bello Piccardi? Voglio sentire anch’io.
Dopo quelle parole, le collere adunate nell’animo d’Alberto si dileguarono; egli non soltanto si adirò seco stesso di aver potuto dubitare di Clara ma ne stupì. Alle undici il conte Olivares s’alzò e gli altri con lui. Alberto si tenne indietro procurando di uscir l’ultimo dalla stanza, tanto per aver tempo di dire una parola di soppiatto alla Marchesa; ma il suo piano strategico bene meditato e meglio eseguito non ebbe successo felice. Clara subito che si trovò sola nel salotto, donde Claudio era uscito in quel punto,
— Piccardi — chiamò.
Claudio rientrò nella stanza.
— Non si dimentichi della mia commissione.
— Non dubiti, Marchesa, le pare?...
Claudio salutò daccapo, e Alberto fu giocoforza uscisse dal salotto con lui.
Quando furono nella strada:
— Vi siete divertito? — domandò Claudio al diplomatico.
— Molto.
— Io no; — e levando di tasca l’orologio, — a voi; con queste piccole riunioni si sciupa la serata senza costrutto; son le undici, poco più. Che cosa si fa ora?
— Pare che tu ti creda un uomo necessario, caro mio, — soggiunse Alfredo; — se t’annoi, perchè ci vieni?
— Sei curioso, sai? Oggi alle Cascine la Marchesa mi ha tanto pregato di condurle gente, come si fa a dir di no? Avevo promesso al conte di presentarlo, ho colto l’occasione.
Passava per l’appunto un fiacre.
— Ferma! — gridò Alberto al cocchiere; poi congedandosi dagli amici:
— Buona notte.
E senz’aggiungere parola aprì lo sportello della carrozza e v’entrò. Solo, lo colse la smania; gli parve che una mano di ferro gli premesse il cuore e gl’impedisse il respiro. Non c’era più dubbio possibile; l’impegno precedente era una solenne bugia, Clara aveva mentito. Perchè? Per non fargli capire che non voleva star sola con lui quella sera. E allora perchè dargli l’appuntamento? Che cos’era accaduto? S’era pentita... perchè? O aveva promesso coll’intenzione di non mantenere? Di certo doveva esser così; la menzogna della sera spiegava l’inganno della mattina. E con che tono carezzevole, con che aperta confidenza gli aveva detto “scusa, sii buono.„ Oltre la menzogna, la simulazione. Ma si mentisce, si simula con un uomo a cui si vuol bene? Quanti e quanto tristi quesiti!
Entrò in casa, si sdraiò sopra una poltrona e la smania gli si fece più intensa. Sentì destarsi il coro delle memorie che cantavano le gioie dei giorni fuggiti, e gli passarono innanzi agli occhi tutti gli episodi del suo poema d’amore.
Molti degli oggetti che guernivano la sua scrivania, muti per altri, avevano per lui una voce.
— Ti ricordi, — diceva un piccolo vaso di vetro di Murano, — ti ricordi quando mi confidasti il primo fiore che ti era riuscito carpire dalle sue mani? Era una viola di maggio! La custodii per tre giorni gelosamente; ahimè! dai petali riarsi più non s’innalzano olezzi! breve come la vita di quel povero fiore è stato il sorriso della tua gioventù!...
— Ti ricordi, — ripigliava un portafogli in cuoio di Russia, — ti ricordi del giorno in cui ti fui regalato da lei? Come ti tremava la mano quando la stendesti per prendermi! ti ricordi come corresti a nasconderti nel folto degli alberi per baciarmi e ribaciarmi? E la notte, svegliandoti, ti ricordi come balzasti dal letto, per pormi sotto il tuo capezzale?... E ora? Ora io conservo le corolle scolorite di quella viola di maggio e una ciocca di capelli biondi; in me si chiudono, come in una tomba, i resti delle tue morte speranze!
Intanto, il conte Olivares, Claudio Piccardi e Alfredo Ferreri cenavano al Caffè di Parigi. Il conte Olivares domandava agli altri notizie delle persone che aveva conosciuto nei pochi giorni dacchè era arrivato a Firenze. Quando venne la volta d’Alberto:
— A proposito: e quel signor Valmarana?
— Lo avete conosciuto in una cattiva serata; ha dogli alti e bassi, certe volte è piacevolissimo, certe altre funebre.
— Mi era venuto in testa..., — riprese l’Olivares, — basta, non mi arrischio a dirlo....
— Dite, dite pure.
— Posso sbagliare.... m’era venuto in testa che fosse innamorato della Marchesa.
Claudio e Alfredo dettero in un gran scoppio di risa. Poi il Piccardi:
— Povero Alberto! caso mai l’avrebbe fatta buona!
— Perchè?
— Eh! il perchè sarebbe lungo a spiegare.
— Poco male; io non ho fretta e poi ricordatevi che avete assunto l’impegno di farmi da guida nei laberinti della società fiorentina.
— Sta bene ma... vedete? Per quanto mi conosciate da poco, spero che non mi avrete preso per un collegiale. Eppure che volete che vi dica?... Ho una certa repugnanza a parlare della Marchesa qui a cena al Caffè....
— Eh! perdio! — interruppe l’Olivares, — che cos’è questa Marchesa, una santa?
— Ci corre poco. È una di quelle creature, caro mio, che noi gente corrotta abbiamo bisogno di trovare ogni tanto nel mondo per non perdere addirittura la fede nell’umanità. Se sapeste la sua vita!
— Raccontatemela; chi ve lo impedisce?
— Sì, ma prima lasciatemi bere il caffè.
Claudio sorseggiò la tazza poi riprese:
— Badiamo, bisogna andar d’accordo su certi principii. O ci s’intende sull’ufficio che la donna ha nel mondo e va bene; o altrimenti....
— Bagattelle, — osservò il Conte, — la prendiamo larga. L’ufficio della donna!...
— Ma — interruppe il Ferreri — non saprei.... Accompagnare gli uomini all’inferno facendoli passare per il paradiso.
— Se cominciamo coi paradossi è inutile. Studiate la storia cominciando dall’India.
Il Conte fece per alzarsi. E Claudio:
— Se mi state a sentire, bene, se no....
— Caro Piccardi, io sto a Firenze e voi partite per l’India; mi avete promesso una biografia e mi preparate una teorica. Seguitate pure, io intanto andrò ad accendere il sigaro. Teoriche non ne voglio. Gli uomini... notate bene che non ho detto i maschi. Cameriere, fuoco. Vi concedo tre uomini ogni cento maschi e credo di essere generoso; gli uomini se ne fabbricano una per giorno di coteste teoriche sugli uffici della donna, e via via la mutano secondo i casi e gli anni, io non so quale sia la vostra; ma quanti anni di esperienza vi costa? Mettiamo venti. Purchè una donna voglia, ve la farà rinnegare in una settimana. È la solita storia dei capelli bruni e dei capelli biondi. Per un gran pezzo ho detto e ripetuto che soltanto le donne brune erano belle; non mi capacitavo come ci si potesse innamorare d’una bionda. Trovai una bionda che me lo fece capire. Fra le donne che un uomo giovane frequenta ce n’è sempre una che gli piace più delle altre. Quella donna è per lui in quel momento “la donna ideale.„ E quindi la sua brava teoria. Cartesio affermò una volta che lo strabismo aggiunge dolcezza alla fisonomia femminile; segno che in quel tempo era innamorato d’una guercia. Mi fate il piacere di dirmi quale fosse per esempio la teorica di Luigi XIV? Prima s’innamora della La Vallière che diceva: “Ah! se non fosse re!„ e non voleva del principe che l’amante; poi della Montespan che sospirava: “Ah! se fossi regina!„ e nell’amante non cercava che il principe.
— E forse aveva ragione, — soggiunse Claudio, — ai tempi della Montespan non sopravviveva che il re; l’amante s’era perduto nell’ultimo abbraccio della La Vallière.
— Mi pare che si divaghi — osservò il Ferreri.
— Torniamo alla Marchesa, Piccardi.
— Torniamo alla Marchesa. La sua vita non è stata altro, caro Conte, che un continuo succedersi di sacrifizi compiuti senza titubanze e senza rammarico. È una Sangiorgi, credo che lo sappiate.
— No.
— È figliola del barone Sangiorgi, un veneto che fu amico intimo del marchese Piero di Villareale, suocero della Marchesa, morto cinque anni fa. Si compromise nel 1848 e gli sequestrarono i beni. Venne in Toscana e insieme col Villareale si dette alle speculazioni; siccome se ne intendeva, gli riescirono bene e in poco tempo mise assieme qualcosa più di un milione di parte sua. Nel 1859, al tempo della guerra, i due nobili soci conchiusero non so che contratto coll’intendenza deil’esercito francese; per via di questo contratto nacque tra di loro una lite, che durò parecchi anni, costò parecchie diecine di migliaia di lire, e, avrebbe da ultimo messo sul lastrico quello dei due contendenti a cui fosse toccato il torto. Gli amici si erano intromessi più volte per un accomodamento; il Barone era disposto, ma il Marchese montava sulle furie solamente a sentirne parlare. Nel sessantadue il Marchese morì, lasciando un figliolo, Guglielmo che voi conoscete. Gli amici si interposero di nuovo; uno di loro ebbe anzi tanta malizia da accorgersi che Guglielmo era unico erede del Marchese; Clara unica erede del Barone; e che il mezzo più semplice per mettere in pace le due famiglie era di farne una sola. Pochi mesi dopo fu concluso il matrimonio. La signorina Sangiorgi Guglielmo non l’aveva mai nè visto nè conosciuto; lo sposò temendo che la lite conducesse il padre alla rovina, o riducesse alla miseria un povero ragazzo, il quale in fondo non aveva nessuna colpa in tutto quel tramestìo di giudici e d’avvocati. E il suo sacrifizio fu tanto più grande in quanto che ella sapeva benissimo che Guglielmo a venticinque anni era un libertino numero uno.
— Ah! davvero? — domandò l’Olivares.
— E di che tinta! — rispose il Ferreri. — Qualità sopraffine: ditta Ozio e figli.
— Guglielmo condusse la moglie in campagna e seguitò nella vita di prima. Giocò, perdè spesso e molto; in una sera sola settantacinquemila lire; e la Marchesa, che non era stata ancora ad un ballo, dovè, per pagare, impegnare la sua collana di diamanti.
— Perchè — soggiunse Alfredo — ci sono ancora a Firenze dei diamanti veri. Non molti, ma ce ne sono.
— Voi l’avete avvicinata stasera per la prima volta; giudicherete in seguito quanto valga la sua intelligenza; ma gli occhi, la persona tutta imperiosa e seducente, basta vederli per capire che passioni può destare e provare quella donna. Se avesse voluto, imaginatevi!... Ma non ha mai voluto; non ha pensato che a una cosa sola: a tentare di correggere il marito. Non dico di farsi voler bene da lui; non lo ha mai ottenuto, e non può averlo neanche sperato. Senza lamentarsi è rimasta chiusa per tre anni in villa; da due soltanto è entrata nel bel mondo e v’è stata accolta come meritava; gli uomini l’adorano....
— Come una Dea, badate, — disse il Ferreri, — ma non s’arrischiano ad amarla come una donna.
— Le donne, persino le donne, che le invidiano la bellezza, l’ingegno, la virtù, non s’attentano a dire sul conto suo la più piccola cattiveria. E lei, che superiore a tutte per ogni verso potrebbe giudicare e mandare, non ha che silenzi indulgenti, o parole di scusa. Non può credere al male; e quando è costretta a crederci, si sforza di compatirlo. Ecco perchè, caro conte, il vostro sospetto sull’amore d’Alberto ci ha fatto ridere; non credo che Alberto sia innamorato della Marchesa; se fosse, ve lo ripeto, la farebbe buona!
— Quand’è così, — rispose il Conte Olivares, — mi pento e mi dolgo di avere supposto, anche per un momento, una cosa tanto inverosimile. E quando presenterò i miei ossequi a S. M. il re Luigi, lo ringrazierò d’avermi mandato a Firenze e offertomi l’occasione di conoscere questo miracolo di donna, saggia, forte, pura.... c’è altro?
— Voi scherzate, ma io vi dico...
— Non scherzo, mio caro; noto solamente che la Marchesa ha ventotto anni; aspettate, in nome di Dio, a darle questi certificati di donna-modello.... non ho mai visto distribuire ai soldati le medaglie del valor militare, prima che partano per la guerra. E poi non potrebbe darsi il caso che questa virtù celestiale fosse un fantasma creato e temuto dalla vostra superstizione? Sicuro, se vi contentate di adorarla come una Dea, senza arrischiarvi ad amarla come una donna, non sarà lei che si affaccerà alla finestra e getterà il fazzoletto al primo uomo che passa.
— Ma quando tutti tutti vi ripetono la stessa cosa, tutti pronunziano lo stesso giudizio?... Avevo ragione di dire dianzi che bisognava intendersi su certi principii. Se voi a priori non credete all’onestà delle donne....
— Ah! un momento, caro mio, all’onestà sì. Che la Marchesa non abbia avuto e non abbia amanti, sarà verissimo.
— Sarà?
— È, è verissimo; siete contento?
— E allora?
— E allora dico che è onesta, virtuosa non lo so e non lo dico. Un bel merito a non peccare quando non si provano le tentazioni! Se non c’è battaglia non ci può esser vittoria. A questo modo tutte le donne deformi sarebbero virtuose. Voi stesso credete la Marchesa capace di sentire la passione. Aspettiamo dunque; se la vedessi, adorata un po’ meno e amata un po’ più, correre pericolo, combattere la grande, la formidabile battaglia nella quale non c’è neppure parità di forze, perchè la passione ha sempre per alleati la gioventù, il senso, l’amor proprio, la fantasia, l’incitamento stesso che viene dagli ostacoli, se la vedessi combattere e trovare in sè stessa tanto vigore da resistere e da vincere, oh! allora....
— Allora, — interruppe Alfredo, — il Conte scriverebbe tra i ricordi del suo viaggio in Toscana: “Ho visto a Pisa un campanile e a Firenze una donna che pencolano sempre e non cascano mai.„
— Ma finchè tutto ciò non sia dimostrato, abbiate pazienza, caro Piccardi, rispetto le vostre opinioni e serbo le mie.
— Sta bene. Siete arrivato da poco e non è probabile che ve ne andiate da Firenze presto. Ci riparleremo. La Marchesa è la femme loyale come se la figuravano certi scrittori del secolo XVI. Sapete che cosa dice Olivier de la Marche, biografo di Carlo il Temerario? Che la donna virtuosa deve avere ceinture de chasteté, tablier de diligence et pantoufles d’honnesteté.
— Ahi! ahi! — gridò Alfredo, — gli ripiglia l’accesso dell’erudizione. Cameriere, il conto.
Pagarono e uscirono.
VI.
La mattina seguente la Contessa Laura Alberici, avvolta in una elegante veste da camera di flanella celeste guarnita nell’apertura da rovesce di seta bianca felpata, gingillava svogliatamente innanzi allo specchio con due ciocche di capelli che non volevano stare a modo suo, quando la cameriera entrò nella stanza.
— Che c’è? — domandò la Contessa.
— La signora Marchesa.
— Chi? Clara?
— Sì signora.
— Ma che ore sono?
— Le dieci, signora.
— Le dieci? A quest’ora?... È acceso il fuoco in salotto?
— Sì signora.
— Falla passare.... Vengo.
Mentre la Contessa Laura entrava nel salotto, dalla porta opposta v’entrava la Marchesa di Villareale.
Laura e Clara avevano, mese più mese meno, la stessa età. Due tipi differenti di donna. Clara sovranamente bella, Laura non bella, ma simpatica per la grazia della fisonomia, e per la vivacità dello sguardo. Clara pallida e bionda, Laura colorita, bruna. Clara una donna, Laura una donnina; questa aveva bisogno di studiare qual foggia di vestito, quale accozzo di colori si addicesse meglio alla sua persona, quella comunque vestisse appariva sempre bella nel medesimo modo. E bellissima era anche quella mattina; in testa aveva una toque di velluto nero, addosso un giacchettino a vita in panno inglese bigio con doppia sottana della stessa stoffa, ripresa da svelte pieghe sui fianchi, e sulla quale scendeva da uno dei lati una borsa elegantissima in cuoio nero.
— Come mai, a quest’ora? — domandò Laura andando incontro alla Marchesa.
— Volevo vederti prima di partire — rispose Clara sedendosi sopra una poltrona presso alla stufa; — più tardi avrò qualcosa da fare, poi c’è il corso....
— Prima di partire?... O dove vai?...
— Vo al carnevalone.
— E ritorni.... quando?
— Non lo so; forse passeremo a Milano tutta la quaresima, per andare in aprile sui laghi.
— E quando l’hai presa questa risoluzione?
— Io?... Lo sai, io non ho volontà; ma Guglielmo lo desidera.
— Ma l’altra sera, al ballo, non ne hai parlato; quelli che ho visto ieri sera dopo il teatro non ne sapevano nulla.
— Non ci sono andata; sono stata in casa.
— Ah! è venuto gente?...
— Sì, il Piccardi, il Ferreri, il Valmarana, il Lunati, quel conte Olivares addetto alla legazione di Portogallo.... Lo conosci?
— L’ho visto in casa Dolgoruki.
— Ma non l’ho detto neppure a loro.
— Ah! vuoi proprio che la notizia della tua partenza sia più dolorosa, perchè inaspettata?...
— Oh! dolorosa poi,... non saprei. Resta tanta gente a Firenze, chi vuoi che si lamenti della mia assenza?
— Eh!... conosco qualcuno che se ne affliggerà molto.
La Marchesa fissò gli occhi in viso a Laura e, dopo un breve silenzio, domandò:
— Qualcuno?... Non capisco.
— Mi capisci benissimo, cara mia, — soggiunse l’altra sorridendo.
— Quando ti dico che non capisco... — ripetè Clara.
— Andiamo, è inutile che tu mi faccia la misteriosa. Quand’anche io riuscissi a penetrare tutti i tuoi segreti, sai benissimo che non gli andrei a raccontare alla gente. Non vorrei, perchè odio i pettegolezzi; non potrei, perchè tu conosci un segreto mio e potresti vendicarti a tutte le ore. Dunque quello che so lo so e....
— E che cosa sai?...
— So che il Valmarana ti vuol bene e mi pare che anche tu...
— Io! — esclamò Clara. — Tu sogni, Laura.
— Sarà. Non ne parliamo più.
— Oh! che il Valmarana m’abbia fatta un po’ di corte, è vero; un capriccio di carnevale.... gli passerà.
— No, non è un capriccio. Il Valmarana ti vuol bene, cara mia, e sul serio. Quello piuttosto che non capisco è come un uomo, che, siamo giusti, non è un uomo comune e non è più un ragazzo, oramai si sia lasciato andare così, per la china... senza nessuna speranza, senza nessun’incoraggiamento... È singolare.
— Lo sai come sono gli uomini, pigliano tutto per moneta contante. Se siamo cortesi con loro, gli accogliamo con affabilità, gli invitiamo un po’ più spesso, subito si montano la testa e si imaginano Dio sa che cosa.
— Sì sì, tutto questo va bene quando si tratta di tanti imbecilli che ci vengono pur troppo ogni giorno fra’ piedi.... ma un uomo come il Valmarana! Via, Clara, non siamo più in conservatorio.
La Marchesa tacque per un momento pensando se le convenisse meglio seguitare o troncare quel dialogo, poi:
— Io non nego che il Valmarana mi sia simpatico più di tanti altri. Forse non ho saputo abbastanza nascondere la mia preferenza; anche questo è possibile; ma siccome non voglio nè coltivare in lui un’illusione, nè dare occasioni di chiacchiericci al rispettabile pubblico, me ne vado. Di più non posso fare. Che ne dici?
Invece di rispondere, Laura domandò:
— E quando parti?
— Domattina col primo treno.
— Ti verrò a salutare alla stazione — soggiunse distratta la Contessa.
— Laura — riprese Clara dopo un silenzio breve — tu pensi qualche cosa che non mi vuoi dire.
— No. Sono io ora che non capisco. Se le cose stanno così, che necessità c’è di questa gita a Milano?...
— Ma ti ho detto che è mio marito....
Laura alzò le spalle; l’altra continuò:
— Ora sicuro m’hai messo mille dubbi in testa....
— Io?
— Sì, tu.... Io credevo e te l’ho detto che il Valmarana avesse una simpatia incipiente e che si sarebbe scordato di me prima che arrivassi a Piacenza: secondo te invece è una cosa grave, un sentimento profondo. Imagina un po’ che tu abbia ragione e che con quella benedetta testa gli venga l’idea di corrermi dietro. Sarebbe peggio il rimedio del male....
— Ma e per questo dico: invece di andar via, mi par tanto semplice che tu gli faccia intendere che batte una falsa strada e che tu lo levi di speranza una volta per sempre. Tanto, credilo, a questo mondo il meglio è essere schietti; da ultimo ci se ne trova sempre bene.
— No, no, cara mia; a questa parte non ci son buona — replicò la Marchesa; poi quasi le balenasse improvvisa un’idea: — Aiutami tu.
— Io? Che cosa posso fare io?
— Oh molto!... Quando sarò partita, tu, come di cosa tua, figurando d’aver indovinato.... Già non si dice bugie perchè hai indovinato difatti; potresti parlargli e persuaderlo a non fare imprudenze, a metter l’animo in pace e a lasciarmi tranquilla. Le ragioni non ti mancano. Hai più esperienza di me....
La Contessa riflettè un momento e riprese grave:
— Senti, Clara, io ho il mio convincimento oramai; credo che il Valmarana non sarebbe al punto che è, se tu per una via o per un’altra non ce l’avessi condotto; cotesti sotterfugi, cotesti scappavia non mi vanno e cotesto tuo disegno mi pare, scusa, che pecchi un po’ d’egoismo.
— Ma che cosa devo fare secondo te? — interrogò la Marchesa alzando la testa con alterigia. — Il mio dovere sì o no? Mi pare che la tua sia una morale curiosa.
— Meno curiosa di quel che pensi, — replicò pacatamente Laura. — E poi curiosa o no è la mia. Il dovere.... eh! ce ne sono tanti dei doveri, io, vedi, son disposta a scusare un bacio e a condannare, come una iniquità, una stretta di mano, secondo i casi e le intenzioni. Compatisco e per questo perdono molto alla passione; nulla al calcolo, alla vanità, all’ipocrisia.
Il tono onde furono pronunziate queste parole scombussolò la Marchesa. S’alzò e sforzandosi di celare il turbamento, soggiunse:
— M’avveggo, cara mia, che il mio disegno, per dire come dici tu, è stupendo; non potevo trovare al Valmarana una confortatrice migliore.
E l’altra più fiera:
— Ah! E cotesta che cos’è? Un’offesa? Una vendetta? Per lo meno è una vigliaccheria.
— Laura!
— Eh! Clara, ci conosciamo. In cotesta anima di ghiaccio un sentimento delicato non c’entra. Hai fatto un uomo disgraziato per colpa tua.... sì, sì, è inutile che tu scota la testa.... per colpa tua e ora lo pianti senza rimorso. Soffra, pianga, muoia, peggio per lui; a te, ai tuoi desiderî, alla tua vanità deve essere sacrificata ogni cosa. Eri così in conservatorio, e dopo quindici anni sei sempre la stessa.
— Peccato, — replicò sogghinando Clara, — che il Valmarana non sia ad ascoltare coteste belle tirate dietro un uscio, come usa nelle commedie; — e senza voltarsi, traversata la stanza, uscì.
Laura immobile le lanciò dietro un’occhiata piena di sdegno.
La Marchesa arrivata a casa prese due de’ suoi biglietti di visita; sopra uno scrisse: “Caro Piccardi, vuole avere la cortesia di passare da me al tocco e mezzo? Non più tardi, badi. L’aspetto.„ Sopra l’altro “Caro Valmarana. Ho bisogno di vederla, venga da me al tocco e un quarto preciso.„ Li chiuse in due buste e fattaci la soprascritta ordinò a un servitore di recapitarli immediatamente.
VII.
Quando il Valmarana fu dal servitore annunziato alla Marchesa, questa non era sola. Un giovanotto sui venticinque anni, alto, bruno, di capelli nerissimi, stava in piedi davanti a lei. Era l’architetto di casa Villareale. Subito che Alberto entrò, la Marchesa gli fu incontro, gli stese la mano e:
— Buon giorno, Valmarana. Mi permette un momento?...
Alberto s’inchinò; ella, preso un fascio di carte sopra il tavolino, lo consegnò al giovinotto, e, conchiudendo un discorso incominciato da un pezzo:
— Riprenda pure le carte, Bruni; oramai mi sono convinta che il miglior partito è quello proposto da lei. Ne parlerò con Guglielmo più tardi. A rivederla.
L’altro salutò ed uscì.
Alberto, vegliata tutta la notte, era pallido, sfinito; aveva gli occhi rossi, umidi. La Marchesa andò a lui, lo prese per mano e costringendolo a sedersi sopra il sofà accanto a lei:
— Alberto, Alberto.... — disse, — per carità, coraggio.
— Dio ti perdoni, Clara, d’avermi fatto tanto soffrire. Perchè dirmi una bugia?
— Io?
— Sì, Clara. Tu m’hai parlato ieri sera d’un impegno preso anteriormente e dal quale non avevi potuto svincolarti. Ho poi saputo dal Piccardi....
— È vero. Per quanto mi repugnasse, nel vederti ieri sera stralunato, afflitto a quel modo pensai che una bugia era proprio questa volta un’opera di carità. Sì è vero; volli non esser sola con te ieri sera, ma....
— E stamani?... Aspettavo da te una parola affettuosa, e tu, che non mi hai scritto mai, mi scrivi la prima volta sopra una carta di visita dandomi del lei.... Oh! dimmi che cos’è accaduto. Da ieri sera in poi io dubito di tutto.
— Anche di me? Spero di no. Alberto mio, voialtri uomini, anche quando siete dotati di una rara squisitezza di sentimento, non arrivate a sapere che battaglie si combattono nel cuore di una povera donna! Ricordati, pensa che una donna, che ha marito e che si rispetta, non si mette nella condizione in cui sono io, senza aver vinto prima una grande resistenza. Certi rammarichi, certi rimorsi — diciamo la parola — gli devi intendere mio Dio!
E fissò gli occhi smorti in quelli del Valmarana.
— Perdonami, Clara; credi che non so dire ciò che penso. Vedi, lontano da te dubito.... qui quando ho le tue mani fra le mie divento un altr’uomo.... Sento che sei incapace di fare il male e ti credo....
— Eh! Alberto.... t’ho creduto anch’io; ecco il guaio....
Tacquero ambedue; Clara a capo basso si gingillava intanto coll’oriolo che aveva tolto dalla cintura; alla fine lo posò sul tavolino innanzi a sè e riprese:
— Tu mi parlavi del tuo amore con una delicatezza quasi femminile; vedevo che mi volevi bene, il tuo ritegno era una prova.... Abbiamo passato di bei giorni.... non te ne scorderai, non è vero?
— Come? Cioè?
— Coraggio, — disse Clara dando una rapida occhiata all’oriolo. — Coraggio, Alberto....
— Oh Dio! che c’è?
— Per amor di Dio sii calmo. Bisogna finire.
— Eh? — urlò Alberto.
— Sss, per carità.
— Ah! ora intendo; hai mentito ieri per venire a questa conchiusione oggi....
— Alberto, soffro troppo in questo momento e ti prego di risparmiarmi un dolore che sarebbe il più forte di tutti; mi raccomando: ch’io non abbia a sospettare mai d’essermi ingannata sul conto tuo. Vedi, Alberto mio, il sacrifizio è necessario. Dio mi aiuterà e mi darà la forza di sostenerlo.... non chiedo che di poter pensare al passato senza rammarico; dimmi dunque che mi credi. No? Non vuoi dirmelo?... Pazienza! Mi fa male pensarlo, ma tu non sai ancora com’io t’abbia voluto bene!...
Alberto guardò fisso Clara poi sentì al tempo stesso parole e singhiozzi fargli gruppo alla gola. Fece per alzarsi, ma Clara lo trattenne e reclinò la testa sulle spalle di lui.
— No, no — riprese Alberto a un tratto — è possibile? Ma che rimorsi puoi aver tu povero angelo a cui nessuno prima di me ha voluto bene? Senti, io consento a tutto, Clara, a tutto; non ti vedrò più sola, non ti ceroherò più, non ti scriverò se occorre; ma che sappia che tu mi vuoi bene, che te lo legga ogni tanto negli occhi.
— Bambino, e credi tu che la manterremmo cotesta promessa? Siamo troppo giovani, ci vogliamo troppo bene, Alberto. No, io parto domani.
— Domani?... Ma perchè?...
— Mi credi? Credi che soffra lasciandoti? Sì? Non mi chiedere il perchè; non te lo posso dire.... Parto domani; tornerò più tardi che sia possibile. Non cercare di me.... pensaci qualche volta....
Fu picchiato alla bussola.
— Avanti, — disse Clara.
— Il signor Piccardi.
— Padrone.... Alberto.... Alberto, per carità....
Claudio entrò; la Marchesa ricompose le labbra al più sereno dei suoi sorrisi.
— Venga, venga, ho un gran bisogno di lei. E, prima di tutto, guardi qui.
Prese un album sul tavolino, glielo dette, e mostrandogli tre o quattro disegni che v’erano contenuti:
— Osservi e risolva.
Poi s’accostò ad Alberto e a voce alta:
— A rivederci dunque, Valmarana, al ritorno. Poi, piano: — Coraggio, Alberto, va’, sei troppo turbato.... ti vorrò bene sempre.
Alberto salutò a mala pena Claudio; e dissimulando meglio che potè la propria commozione, stretta la mano alla Marchesa s’inchinò ed uscì.
La sera stessa il conte Olivares, incontrato al Club Claudio Piccardi, gli battè sulla spalla ed esclamò sorridendo:
— Giusto voi: pare che il signor Valmarana così taciturno ieri sera avesse da dire qualche cosa alla Marchesa e gli seccasse dirgliela in presenza nostra.
— Perchè?
— L’ho visto stamani alle due uscire da casa Villareale.
— Caro Conte, anche questa è sbagliata. Alberto è stato in casa Villareale quando c’era io. A voi; eccovi il biglietto col quale la Marchesa mi ha pregato di passare da lei. Siete persuaso?
— Amico caro, — rispose pacato il Conte, — l’ufficio de’ diplomatici non è quello di persuadersi, è quello di persuadere.
VIII.
Alberto uscì da casa Villareale più sorpreso che afflitto. Clara non si sacrificava anche lei? Avrebbero sofferto insieme, sebbene lontani l’uno dall’altro, patimenti che hanno in sè il sollievo. E poi Clara sarebbe tornata prima o poi e allora.... Erano propriamente irrevocabili i giorni trascorsi?
Si cullava in cotesta speranza, e fu male; perocchè lo spirito, tranquillo rispetto all’avvenire, si volse con la propria operosità a scandagliare il passato. E tornarono alla memoria di Alberto le bugie di Clara che non meritavano scusa e la fretta dell’ultimo colloquio e il lei della lettera, della unica lettera, e la grazia sicura onde ella padrona prontamente di sè aveva accolto il Piccardi. E via di questo passo si condusse alle conchiusioni della sera innanzi. Clara non gli voleva più bene, questo era certo. Glielo aveva voluto mai? Ma come? Tutto finzione? A che fine? I ritegni, gli abbandoni, i baci, le lacrime avrebbero dovuto essere altrettante scene di una commedia turpe! Bisognava che quella donna fosse un demonio. Ma se era un angelo!... Ma!... Eppure!...
E ricominciava daccapo il ragionamento e movendo dallo stesso punto, passando per la stessa via arrivava alla solita conchiusione. Gli succedeva ciò che succede qualche volta nel fare un conto: che incorsi in un errore ci se ne accorge dal risultato; e non si sa dove sia e ci s’incoccia a rifare il calcolo, e quante volte si ricomincia tante si ricade nello sbaglio medesimo.
Passò così parecchie ore agitato, passeggiando su e giù per la stanza, sedendosi, rialzandosi, senza requie. Sull’imbrunire si gettò sopra una poltrona presso la stufa. Alberto non era uno di quei fortunati eroi di romanzo, ai quali madre natura s’è compiaciuta di concedere un organismo apposta, perchè possano stare un mese senza chiuder occhio, o una settimana senza bere una gocciola d’acqua, mantenendosi vegeti e freschi. Alberto era gracile; aveva perduto tre nottate di seguito, quell’agitazione lo aveva perturbato e lo travagliava; s’addormentò.
Sonno breve, non continuo, nè quieto. Si svegliò all’alba infreddolito; nel caminetto il fuoco era quasi spento; da un tizzone usciva a intervalli una fiammella languida; pioveva e le gocce dell’acqua battevano fitte ne’ cristalli.
S’affacciò alla finestra; il cielo era coperto da nuvole; per la strada non un’anima; gli parve in quella solitudine malinconica di respirare più libero. Si sentì sollevato e restò lì per un poco senza pensare a nulla, guardando i cerchi concentrici che le gocce della pioggia facevano, cadendo, nelle pozzanghere della via.
Alberto dimorava in prossimità della stazione. Volgendo gli occhi a caso da quella parte ripensò che quell’istessa mattina alle nove Clara partiva per Milano. Pensarlo e proporsi di andare a salutarla fu un punto solo; poi riflettè che avrebbe dovuto parlare al Marchese, uso a vederlo quotidianamente e che non l’aveva visto da tre giorni, dargli spiegazioni, inventare frottole che non sapeva neppure imaginare. Poi temova di tradirsi; finalmente, poichè era nel periodo buono rispetto a Clara, gli pareva dimostrare meglio a lei la propria forza di abnegazione, lasciandola partire senza cercarla.
Se ne stette alla finestra fino alle nove; vide passare la carrozza di casa Villareale e, quando più tardi udì il fischio della locomotiva che gli portava via la sua Clara, mormorò: — Addio.
················
“Addio!„
Avete mai pensato ai tanti e tanto diversi significati che può avere questa parola secondo le occasioni nelle quali si adopera, o il tono di voce con cui si profferisce? “Addio!„ e si scansa un seccatore che vorrebbe fermarci per istrada; “Addio!„ e si saluta il fratello che sfida le ignote venture de’ mari lontani; “Addio!„ e si dà l’ultimo bacio sulla fronte dell’amico che muore.
“Addio!„ alle città non cercate, senz’ombra di memorie, lasciate senza rimpianto; “Addio!„ a’ luoghi dove crebbero i nostri affetti più santi, dove passarono i più lieti giorni della vita, dove ogni pietra è una pagina e gli alberi non stormiscono, non si piegano, sussurrano e ci salutano.
E nel vocabolario d’amore quante cose significa: “Addio?„
— “Addio! Silvia, dice, per esempio, Riccardo. Pigliate per la vostra strada, io seguiterò per la mia; gran sapiente il caso, che ci separa appunto ora che non abbiamo più ragione di vivere insieme. Io già non penso più a voi, domani voi non penserete più a me. Conserverò le vostre lettere come un registro dello stato civile, per sapere soltanto quando il nostro amore nacque, quando morì. Visse poco e male, lo so; ma bisogna ricordarsi che venne al mondo rachitico nel brusìo d’una cena, si consumò nella noia e morì di stanchezza dopo un ballo di carnevale. Addio, Silvia!...„
— “Addio, Bianca, — dice Giorgio. — Tu vai lontana e abbandoni piangendo questa terra che è mia, questo cielo che mi sorride. Che importa? Io ti raggiungerò dovunque tu sia, lascerò per te i campi che mi videro scherzare bambino, la chiesa ove pregai la prima volta; la patria mia, è là dove tu vivi, dove l’eco ripete il suono della tua voce, dove l’aura carezza i tuoi capelli, dove tu m’apri le braccia, dove i tuoi baci m’aspettano. Addio, Bianca!„
— Addio, Clara, — pensava Alberto. — Che solitudine, senza di te! oh! perchè non sei una di quelle modeste ragazze che ho sognato tante volte prima di conoscerti? T’avrei portato con me; saresti stata mia, tutta mia e per sempre. Lontana, nascosta agli occhi di tutti... t’avrei fatto, a forza d’amore, lieta la solitudine e caro il silenzio.... E ora... Quando e quale ti rivedrò? Torna, torna presto, Clara; riportami la mia fede; sei triste? Oh! che non darei per sapere che piangevi nell’andar via? Ah! che sgomento!... addio, Clara... addio!
IX.
Intanto che Alberto pensava a Clara, v’era un’altra persona che pensava a lui: Laura Alberici.
Clara aveva detto a Laura che sarebbe andata via la mattina dopo e questa aveva mandato il servitore a casa Villareale perchè s’informasse se la Marchesa era partita o no. Gli avevano risposto di sì; ma questa notizia non bastava all’Alberici. Clara aveva riveduto Alberto? Che gli aveva detto? E lui?... Laura la quale, vivendo a sè, usciva raramente di casa e non andava nel bel mondo, se non quando glielo imponeva un debito di convenienza, in quegli ultimi giorni di carnevale fece di notte giorno; fu al corso, a’ balli, al teatro, a’ veglioni; cercò d’Alberto, ma inutilmente.
Con quel tatto delicatissimo che hanno certe donne e che non s’impara a nessuna scuola, si adoperò nel far notare l’assenza d’Alberto alle conoscenze comuni, senza pur mostrare di notarla ella medesima; e tanto fece e con tanta arte, che Alfredo Ferreri si offrì d’andare il giorno dopo da Alberto e indagare che cosa fosse stato di lui.
E dopo ventiquattro ore Laura sapeva che Alberto non era uscito da tre giorni; e ad Alfredo aveva fatto chiedere scusa di non poterlo ricevere, a cagione di un forte dolor di testa che lo tormentava.
Alberto era stato presentato alla Contessa da Mario Loveni, che, negli ultimi mesi della sua dimora in città, frequentava casa Alberici, perchè Laura sapeva tollerare quella malinconia che avrebbe annoiato altri e in lei destava un senso di profonda pietà. Sapeva Laura l’affetto fraterno di Mario per Alberto; senza porre tempo in mezzo scrisse dunque questo biglietto:
“Caro Loveni,
“Il Valmarana sta da qualche giorno poco bene: credo che Lei non lo sappia; se lo sapesse sarebbe a quest’ora già qui.... Le scrivo perchè mi pare utile che il Valmarana abbia in questo momento presso di sè un amico, un amico vero, s’intende; e non ha altri amici veri che lei o me: ma io sono, per mia disgrazia, una donna.... e non ho ancora i capelli bianchi.
“Sua affez. “Laura Alberici.„
La lettera arrivò a Campomoro la sera alle otto, la mattina dopo alle sei Mario, che pare avesse l’uso di viaggiare di notte, giungeva con Reno a Firenze.
Mario partì da Campomoro subito dopo ricevuta la lettera della Contessa, perchè trattandosi d’Alberto non sapeva frapporre ritardi, ma in sostanza dalla lettera intese poco; aveva lasciato pochi giorni innanzi l’amico in ottima salute e gli pareva impossibile che si fosse ammalato così ad un tratto e tanto gravemente, da bisognare della presenza di un amico vero; poi se la malattia fosse stata grave Alberto non lo avrebbe fatto chiamare? E non potendo Alberto, non lo avrebbe avvisato il cameriere? E d’altra parte il biglietto diceva “sta poco bene.„ Fra queste dubbiezze arrivò a casa di Alberto.
Stefano venne ad aprirgli.
— Come sta?
— Chi?
— Alberto.
— Bene.
— Come bene?
— Bene per grazia di Dio.
— Ma.... è stato malato?
— No signore.
— Dov’è?
— In camera.
— Dorme?
— Non ha ancora chiamato: e, lo sa, non vuole che s’entri in camera finchè non suona il campanello. Ma quando arriva lei è un altro affare. Ora vado....
— No.... aspetta. A che ora è tornato ieri sera?
— Eh! son tre giorni che non esce di casa.
— Ah!... e.... è venuta gente da lui?
— Il signor Ferreri, ma non ha voluto riceverlo; gli doleva il capo.
— A che ora è andato a letto?
— Eh! tardi, se è andato....
— Come?
— Già, sì signore: a volte non va; trovo il letto la mattina tale quale l’ho lasciato la sera innanzi.
— Va’ a dirgli che ci sono.
Nei pochi minuti che Stefano impiegò per andare nella camera del suo padrone, Mario ebbe campo a riflettere su parecchie cose. Alberto era malato, ma non fisicamente: di quel solito male, dunque, di cui Mario stesso fece la diagnosi, la mattina in cui lo vide tornare dal ballo; le cose erano, al vedere, peggiorate alquanto.
E la Contessa come sapeva tutta questa storia per filo e per segno? Mario entrò nel campo fertilissimo delle supposizioni e di ipotesi in ipotesi arrivò a imaginare che Alberto fosse innamorato di Laura; che tutta la malattia dell’uno e la premura dell’altra venissero da qualche leggero dispetto pel quale fossero crucciati; e che a lui toccasse accomodare le cose e acquetare gli sdegni e spiegare i malintesi. Si fermò su questa idea con molto compiacimento; que’ due gli parevano proprio fatti per stare insieme; e con un moto di letizia quasi infantile presa fra le mani la testa del cane e alzatala verso di sè:
— Buone notizie, caro Reno, — esclamò — buone notizie!
In quel punto Alberto entrò nel salotto.
X.
Il colloquio tra Mario ed Alberto fu lungo. Parlarono di Reno, di Campomoro, della dimora che il Loveni aveva fatto in Sardegna; ma degli amori di Alberto non fu detto parola. Questi non ne discorse, pauroso che Mario gli uscisse fuori con un predicozzo; Mario non volle entrarvi perchè aspettava le confidenze. Inoltre chi guarentiva che egli fosse nel vero? Meglio scansare gli equivoci. Dalla Contessa doveva andarci; là avrebbe messo in chiaro le cose. Così dopo aver fatto colazione con Alberto e annunziato che si sarebbe trattenuto qualche giorno a Firenze, si vestì, lasciò l’amico e prese la strada di casa Alberici.
Quando il Loveni, annunziatole dal servitore, entrò nella stanza, la Contessa arrossì; l’altro se ne accorse e credè trovare in quel rossore subitaneo la conferma della opinione in cui era venuto rispetto a lei e al movente della sua lettera.
— Buon giorno, Contessa.
— Buon giorno, Loveni: bisogna proprio dire con lei “chi non muor si rivede.„
— Lo sa, vado l’inverno a caccia in Sardegna; mi ci son trattenuto quattro mesi; ma lei queste assenze deve condonarmele, i miei gusti e le mie abitudini gli conosce da un pezzo.
— Gusti, me lo lasci dire, un po’ singolari, e abitudini un po’ selvatiche. Dio mio! chi avesse avuto a dire che quel Loveni elegante, pieno di brio che tutti abbiamo conosciuto qualche anno fa, sarebbe andato a fare l’anacoreta a Campomoro e a passare il carnevale in Sardegna? Mi pare un sogno. Ma che cosa ci fa tutto l’anno in campagna?
— Primo punto dimentico la città, e non è poco. Sto solo; è un danno largamente compensato dalla lontananza di tutta la gente noiosa. I pochi amici dei quali mi preme vengo ogni tanto a trovarli spontaneamente o quando hanno la bontà di chiamarmi.
Laura arrossi di nuovo; poi:
— Ma perchè non viaggia piuttosto?
— Perchè non mi pare che ne metta conto; a Parigi, a Berlino troverei costumi ed usanze che conosco. Per vedere qualche cosa di nuovo bisognerebbe star fuori qualche anno; rischierei di trovare Reno morto, al ritorno.
— Oh via! non dica di questo cose. Perchè vuol far credere di essere divenuto così misantropo da non amar più che il suo cane?
— Scherzo, ma è proprio vero che il viaggiare solo non mi divertirebbe. Il disegno di un lungo viaggio l’ho fatto da anni ma credo che non lo effettuerò mai. Vorrei andare nella Nuova Zelanda; se Alfredo si risolvesse a venir con me allora.... Oh! a proposito l’ho veduto, sa?
— Ah!... — disse Laura nascondendo con sufficiente artifizio la propria commozione. — Dunque?
— L’hanno ingannata, fortunatamente, Contessa. Alberto non è malato; ha quella solita malinconia che gli si è cacciata addosso da qualche tempo... e che accenna, è vero, a una malattia morale. Ma se è così, io ci posso far poco o nulla.
— Ma... è tranquillo?
— Mi è parso.
— Tanto meglio. Non mi scuso con lei d’averle scritto a quel modo, prima perchè l’ho fatto con una buona intenzione, poi perchè ci ho guadagnato una sua visita. E quando lo ha veduto?
— Stamani.
— Hanno parlato?
— Sì, di cose indifferenti. Le dico, non mi è parso peggiorato. Son persuaso che qualche cosa mi nasconde.... Ma che cosa, poi? Chi lo sa? È arrivato anche lui all’età critica; a quell’età, in cui un partito bisogna prenderlo, una passione bisogna averla. Certo non è più il Valmarana di prima, di cinque o sei mesi fa. Non può essere nè ambizione delusa, nè desiderio di agi; ambizioso non è, è ricco.... Potrebbe, capisco, essere innamorato. Eh! se fosse innamorato....
Laura stette per un momento in silenzio: poi, fissando gli occhi in quelli di Mario, domandò;
— E se fosse innamorato?
— Eh! se fosse innamorato, — continuò Mario fissando a sua volta gli occhi in quelli della Contessa, — mi darebbe da pensare. Alberto è fatto in un modo curioso; tutte le volte che ci penso mi vengono in mente i vetri antichi di Murano; se chi li possiede li sa fragilissimi, acquistano ogni giorno di pregio; messi in mano a profani rischiano d’andare in bricioli. Io voglio molto bene ad Alberto....
— Lo so.
— Perchè non faccia la mia fine anche lui bisogna che trovi una donna capace d’intenderlo e di amarlo con quella delicatezza di sentimento che perdona molto perchè intende tutto. La troverà? L’ha trovata?
Gli parve d’aver detto ogni cosa, parlato anzi con un certo garbo e con la maggiore chiarezza che fosse lecita; tacque dunque e aspettò.
Laura sembrò riflettere un momento, poi:
— Non lo so — disse — ma non lo credo.
— Cioè? — domandò Mario guardandola attonito.
— Cioè, caro Loveni, temo che il Valmarana non trovi fra le donne che frequenta quella che lei gli desidera. A buon conto, tra le mie amiche una donna simile non c’è. Non mi accusi di malignità; alcune sono troppo vane, altre troppo contente.
— Sicchè Alberto....?
— Alberto, creda a me, farebbe, bene a venire con lei nella Nuova Zelanda. Si risparmierebbe probabilmente molti dolori, o almeno troverebbe fra gente nuova in paesi nuovi una gran medicina. Lo sa ciò che fu detto di noi altre donne: alle mani che ci fece Iddio, il diavolo aggiunse le unghie.... e non si può mai sapere....
— Ma lei dunque, Contessa, sa qualche cosa?...
— Non mi faccia domande, Loveni, non so nulla, non posso dirle nulla; conosco Alberto come lo conosce lei e... lo compiango. Del rimanente, se trovasse una donna degna di esser amata da lui e che lo amasse con la stessa devozione di cui egli è capace, sarebbero due creature troppo felici. E ora, conchiuse Laura sforzandosi di sorridere, parliamo d’altro; deve avere tante cose da dirmi!... è tanto tempo che non ci siamo veduti!
— Volentieri — rispose distratto Mario.
E si provarono a continuare la conversazione, ma non poterono fare un discorso filato. All’interrogazione dell’uno, l’altro rispondeva con un monosillabo; poi tacevano ambedue, perchè ambedue pensavano a ciò che più loro importava e di che s’erano proposti di non parlare.
Finalmente Mario si congedò ed uscì da casa Alberici con opinioni molto diverse da quelle che professava quando vi entrò; persuaso, cioè, che Laura amava Alberto; Alberto non pensava a Laura nè punto nè poco, ma era innamorato di un’altra donna di cui la Contessa sapeva e voleva tacere il nome; delicatezza squisita che dava credibilità alle previsioni di lei. Bisognava dunque, senza por tempo in mezzo, scongiurare il danno che sovrastava all’amico, e che gli veniva da una donna.... Ma qual era questo pericolo? Qual era questa donna?
Mario si propose di saperlo innanzi sera; e a cominciare le indagini si mise a girare per la città in cerca di chi fosse in grado di dargli qualche notizia utile, qualche indizio importante. Ma anche questa non era facile impresa.
De’ giovani frequentatori del bel mondo, Mario, negli ultimi anni della sua dimora a Firenze, ne avvicinava pochi soltanto. I giovanetti scettici per ozio e briachi di noia, non di altro smaniosi che di dissimulare la istintiva gentilezza de’ modi; signori per nascita e facchini per gusto; prodighi senza generosità, fastosi senza eleganza, viziosi senza piacere; ragazzi decrepiti, che studiano a Doney e pensano alle Cascine, questi urtavano singolarmente i nervi di Mario, che non aveva pazienza per sopportarli. Con loro era brusco sempre, qualche volta, pur non volendo, scortese.
Un giorno uno di loro gli domandò:
— Perchè alla tua età non pigli moglie?
E Mario:
— Per paura di avere un figliolo che ti somigli.
Egli dunque non frequentava che coloro i quali, come lui, tenevano, per dirla col Giusti, una gamba nel mondo del buon tono e un’altra in quella del buon senso; che sapevano a tempo godere la vita e a tempo adoperarla utilmente; degni rampolli di quella stirpe di gentiluomini che fu decoro della Toscana, prima che l’aristocrazia del sangue cedesse il luogo alla più superba aristocrazia del danaro sordida, presuntuosa e dispotica.
Questi giovani co’ quali Mario si compiaceva in altri tempi vivere in qualche dimestichezza erano pochi; inoltre, egli, dimorando in campagna, gli aveva persi di vista. Nulladimeno non si sgomentò. Sapeva che Firenze, sia detto con tutto il rispetto alla madre patria, è una città pettegola alquanto e gli pareva impossibile che nulla fosse trapelato degli amori di Alberto.
Entrò al Caffè di Parigi.
Insieme con lui v’entrò anche Alfredo Ferreri che Mario non conosceva, perchè Alfredo giovanissimo era entrato nel bel mondo appunto quando Mario ne usciva. Alfredo fu salutato con un “finalmente!„ da parecchi giovanotti che stavano seduti attorno ad un tavolino, fra i quali Claudio Piccardi e il Conto Olivares.
— Una bell’ora! — disse Claudio — era fissato per mezzogiorno e son le due fra poco!
— Mi son levato in questo momento — rispose Alfredo — mi pare che, finito il carnevale, a Firenze non si possa far altro che dormire!
— Eh! Dio mio! aspetta a lagnarti; è il terzo giorno di quaresima.
— Ma che importa? Non c’è vita, non c’è brio: un mortorio; guarda le città grandi, le vere città: Parigi, Vienna.... là almeno ci si diverte tutto l’anno.
— Andate a Vienna — disse l’Olivares.
— Andate.... si fa presto a dirlo!... come volete che faccia? Quando i governi invece di abolire i passaporti aboliranno i biglietti delle strade ferrate e il ministero dell’istruzione pubblica pagherà il vitto e l’alloggio ai giovani che viaggiano per istruirsi, anderò; ma per ora il genitore non vuol sentir parlare di viaggi; da un pezzo in qua s’è fatto generoso come uno svizzero.
— Fa’ un debito....
— Son vecchi; la divisione del lavoro non la vogliono intendere. Lo dico sempre io: dividiamoci le occupazioni: i figlioli facciano i debiti e i babbi li paghino. Fiato buttato via....
— Ma se non mette conto, — soggiunse il marchesino Lunati, ragazzo di diciassette anni, già annoiato della vita e a cui non rimaneva oramai da desiderare che una sola cosa: la barba. — Se non mette conto! Parigi, Vienna o Firenze.... sempre le medesime cose....
— Ci sei stato tu?
— No, lui non è stato — rispose Claudio — che ai Bagni di Livorno l’estate scorsa. Ma, povero ragazzo, ha perduto le illusioni tra Empoli e Pontedera.
— Caro mio, — replicò l’altro impermalito, — non c’è bisogno di essere stato a Vienna per sapere che su per giù ci si fa quel che si fa a Firenze! I soliti teatri, i soliti balli....
— E.... le Viennesi?
Il Lunati scrollò le spalle. Claudio continuò:
— Povero vecchio! eh! si capisce.... alla sua età! ha diciassette anni compiti! E pensare che io, che ne ho dieci di più e sono con un piede nella tomba, provo un certo turbamento a vedere le spalle di Giunone o il piede di Cenerentola.
— Là, via, Claudio, finiscila — disse Alfredo — non tormentare il povero Lunati. Lo fai apparir peggiore di quel che è. È vero che disprezza molto le donne quando è con noi; ma se sapeste come le rispetta quand’è a quattr’occhi con loro!
— Sciocco.... dammi un virginia — conchiuse il Marchese. — Sei tu che hai detto per il primo che ti annoi a Firenze.
— Sicuro; mi annoio a Firenze, ma mi sarei divertito, per esempio, a Milano. Hai letto, Claudio, che bel ballo ha dato il Barone Sangiorgi?
— No; chi te lo ha scritto?
— L’ho letto nella Perseveranza di stamani.
— Ce l’hai?
— Eccola.
— Da’ qua.
— No, leggo io.
E lesse: “Il ballo dato ieri sera dal Barone Sangiorgi nel suo magnifico palazzo presso Sant’Eustorgio fu dei più fastosi ed allegri fra quanti se ne sono visti da anni a Milano. Ricchi ed eleganti i costumi, quartiere magnifico, donne bellissime, cena stupenda. La nipote del barone maritata al marchese di Villareale, venuta appositamente da Firenze, faceva gli onori della casa con quella cortesia, quella festività, quella squisitezza di maniere che tutti conoscono. Portava il costume di Caterina Howard con una grazia e una dignità veramente regale.„
— Ah! — interruppe l’Olivares — guardate un po’ che idee! andarsi a vestire da Caterina Howard! ve lo figurate voi Guglielmo Villareale messo a un tratto ne’ panni di Enrico ottavo? Pagherei qualcosa per sentirlo parlare con Tommaso Moro. E Mannoc? C’era un Mannoc al ballo Sangiorgi?
— La Perseveranza tace su questo punto — disse Alfredo: — ma noi sappiamo, non è vero, Claudio? che Mannoc è rimasto a Firenze.
— Come dire? — domandò il Lunati.
— Il Valmarana.
— Che ci ha che far il Valmarana?
Mario, che s’era rannicchiato in un angolo del caffè, ascoltava intanto il dialogo con molta attenzione.
— Alberto è innamorato della Marchesa di Villareale. È una scoperta che ha fatta... qui... il Conte Olivares e di cui il gabinetto di Lisbona dev’esser già informato a quest’ora. Tu non te n’eri accorto, eh? Nemmeno io; ma noi non siamo diplomatici, amico caro.
— Difatti vi mancano due requisiti — soggiunse l’Olivares — necessari agli uomini di Stato: la prudenza e la pertinacia. Voi chiacchierate di tutto e dappertutto e siete molto abili nel canzonare gli avversari; circa a dimostrare che sono dalla parte del torto è un altro paio di maniche. Basta: riderà bene chi riderà l’ultimo.
Queste parole suscitarono un vero baccano; risa, grida, arguzie. Tutti volevano dire la loro e tutti parlavano nello stesso tempo.
Mario, cui premeva di non esser visto dal Piccardi che non lo aveva scorto sino allora, profittò di quella confusione ed uscì dal caffè.
XI.
I Villareale rimasero tutto l’aprile a Milano; nel maggio corsero sul lago di Como già sorridente tra gl’incanti primaverili; vagarono un po’ alla ventura per il Canton Ticino e ai primi di luglio si condussero a Pegli per passarvi la stagione delle bagnature.
Il marchese Guglielmo di Villareale era alto e robusto; capelli biondi e ricciuti, carnagione bianchissima, lineamenti così regolari da apparire perfetti. La natura, per dimostrare forse che non v’ha bellezza senza unità, s’era divertita a fare del corpo di lui uno strano accozzo di bellezze disparatissime; tutto era bello in Guglielmo, ma Guglielmo era brutto. Chi lo vedeva per la prima volta provava una impressione singolare; pareva che quella testa di cherubino fosso stata appiccicata per voglia di contrasti sopra quel corpo d’atleta.
Quand’egli entrò nel salotto, Clara stava leggendo. Le si accostò, le prese la mano e:
— Addio, — disse.
— Dunque te ne vai davvero?
— Sì; a veder sempre la stessa gente mi son seccato. Pegli non è fatto per me. Vo a Torino per un paio di giorni; poi... chi sa? Ho una gran voglia di fare una gita a Courmayeur. Tornerò fra un paio di settimane.
— E io resto sola?
— Sola? Hai qui non so quante conoscenze... qualche amico....
— Sì, ma vedi, Guglielmo, mi dispiace che tu mi lasci così spesso. Non ho il diritto d’importi la mia volontà e d’altra parte ho piacere che tu ti diverta; ma la gente chiacchiera.
— Lasciala chiacchierare. Se c’è al mondo un uomo calunniato, sono io. Oramai, secondo la gente, io sono il peggiore marito che sia mai comparso sotto la cappa del cielo. Se è vero, dillo tu che lo sai. Ma che vuoi farci? Oramai res judicata pro veritate habetur, dice l’avvocato Terzolli. È destino; qualunque cosa faccia la interpretano a rovescio....
— Tutti fuori che io.
— Spero bene — esclamò Guglielmo e sorridendo la baciò sui capelli. — Non ci mancherebbe altro! Ma vedi un po’ se non ho ragione.... La gente dice che non mi dovevo ammogliare. E tu sai, e ti domando scusa di tornarci sopra, che quando ti chiesi cedei a un sentimento di generosità. Se la lite andava avanti tu eri rovinata. Ma la gente ha detto che ti ho sposata per speculazione. Sei stata tu che hai voluto passare due anni in campagna; no, signore, ero io che ti rinchiudevo in villa per seguitare a far la vita di prima. Ho giocato qualche partita di picchetto ogni tanto, ho perso mille lire una sera. Poco male. Le mille lire son divenute cinquanta, sessantamila: tu hai dovuto impegnare le tue gioie, come se, dato il caso, io avessi bisogno d’impegnare le gioie di casa per pagare cinquanta o sessantamila lire. Oramai ci sono avvezzo e le chiacchiere non mi fanno più nè caldo nè freddo. Dunque lasciamoli cantare e facciamo quel che ci pare e piace.
— Sta bene; tu puoi sfidare la pubblica opinione, ma io no....
— Tu?
— Già, io; oggi dicono che mi trascuri, domani diranno che mi sono stancata di sopportare con rassegnazione il sacrifizio e....
— E?...
— E.... Certe cose non le ho mai dette e non le so dire; ma mi pare che sia facile indovinarle.