PECCATO E PENITENZA. (continued 3)
Reading edition
— Ohè!... e io?...
Rina si fermò, trasse di tasca un biglietto e senza guardare se fosse da cinque o da cento lire lo porse al cocchiere e fuggì. Il cocchiere sbirciò alla luce del lampione il biglietto, e visto di essere pagato lautamente, tanto per rimeritare come poteva la sua benefattrice, compose le labbra a un sorriso maligno che significava:
— Ho avuto a fare con una matta o....
Povera Rina! non mi basta l’animo di scrivere tutto intero il dilemma.
Quel che le passava nell’animo mentr’ella teneva dietro a Federigo può essere indovinato, descritto no. A un tratto Federigo intonò a mezza voce la mazurka di Chopin, che ella aveva tante volte sonata nella villetta della Val di Nievole.
— Chi sa, — pensò Rina tra sè, — che egli non si ricordi dei nostri amori.
Non era molto lontana dal vero. Federigo aveva passato il carnevale in mezzo al chiasso, al rumore, agli amori facili, brevi, frequenti; si sentiva stanco di corpo e di spirito. Per questo, era uscito così per tempo dal ballo; per questo, tornando a casa, cantarellava quel delicato motivo; per questo andava pensando tra sè:
— Oh! così non si vive; bisogna o voler bene davvero o non legarsi neppure per un giorno. Oh! se Clotilde ne trovasse un altro!
Giova dire due cose: che Clotilde era una ballerina della Scala e che il voto di Federigo era già esaudito da una settimana.
Rina, la quale camminava più presto, si trovò a poco a poco presso di lui; lo raggiunse; e senza sapere nè a quale legge fatale obbedisse, nè che cosa si facesse, passò il suo braccio magro e tremante sotto il braccio del fuggiasco. Federigo si fermò e gli balenò in mente che Clotilde lo perseguitasse anche a quell’ora. Sì volse e nonostante il velo che la copriva, riconobbe subito la sua bella abbandonata.
— Tu! tu, Rina mia? tu qui.... — e le strinse forte il braccio contro il proprio petto. Rina cercò di svincolarsi.
— Tu tremi, Rina; sei tornata dunque? Oh! povera piccina mia! — e le baciò, traverso il velo la fronte.
Rina si ritrasse.
— Oh! hai ragione, non son mica degno di baciarti io! Oh! sono stato cattivo, lo so.... povera bella, come sei pallida! Perchè non parli? C’è rimedio a tutto, non è vero? Vieni, vieni con me, e non ti lascierò più, più mai. Oh! Rina, perdonami. Come sei buona! Come t’ho fatto soffrire! Ma non t’ho scordata, sai?... Oh! ma vieni.... Si gela qui.
Rina non sapeva più dire una parola; l’ultima battaglia tra la ragione e la passione si combatteva forse per lei in quel momento; ma ella non ascoltava se non la voce del proprio amore, fatto più ardente, più imperioso che mai.
Quando volle rispondere a Federigo, non pronunziò che monosillabi; quando opporsi al suo desiderio di condurla seco, non trovò forza per resistergli. Un quarto d’ora dopo, ella entrava nel quartierino che Federigo abitava in prossimità dei giardini pubblici.
Sulla toilette di Federigo ov’ella posò il suo velo, stava una larga coppa di vetro di Murano; in quella coppa era il fazzoletto che egli le aveva preso quel tal giorno ed aveva conservato per caso.
— Non mi ha dimenticata, — disse Rina imprimendo su quella povera reliquia un bacio caldissimo. Guardava ancora il fazzoletto come assorta in una dolce estasi, quando fu scossa da uno schiamazzo che veniva dalla strada. Strinse con moto convulso il fazzoletto, guardò intorno a sè e fece per uscire. Federigo che era dietro l’accolse nelle sue braccia.
XVI.
Federigo fu tenero senza affettazione, passionato senza ipocrisia; durante un mese non uscì quasi mai solo, e passò i giorni interi sognando sveglio insieme con la sua bella.
Poi la primavera tornò; la campagna si coprì del verde vellutato de’ frumenti, interrotto a quando a quando dai gialli tappeti delle rape in fiore; i mandorli esalarono amare fragranze dalle loro bianche ghirlande, la viola mammola, ametista odorosa, fiorì celatamente tra l’erba. Sulle vette de’ freschi platani, e delle querci severe, tra’ longevi cipressi e le gracili acacie i fringuelli cantarono: da ogni lato s’alzarono al cielo profumi e armonie; profumi e armonie primaverili, onde lo spirito s’esalta, perchè sentiamo che v’è in noi qualcosa di così ricco e fecondo come l’olezzo degli alberi e il canto degli usignoli. Pensieri d’amore s’alzano anch’essi verso il cielo, e ci pongono negli occhi lacrime che hanno, come l’odore del biancospino, una soave amarezza.
In quei bellissimi tra i giorni dell’anno, Federigo e Rina partirono da Milano e percorsero lieti la Lomellina, il Monferrato, il Canavese; là, nell’oblio del mondo, s’amarono come angeli decaduti, ma senza timori e senza rimpianti. S’amarono più dolcemente di prima, ma più tristamente perchè si ricordavano d’essersi lasciati una volta e forse avevano il presentimento di doversi lasciare daccapo e per sempre. A Torino, la mattina, s’imbarcavano sul Po e si abbandonavano mollemente ai flutti e all’amore; passavano le ore calde del mezzogiorno ora qua ora là, e la sera andavano a respirare la brezza odorosa lungo i viali dei giardini pubblici, o tra i boschetti del Valentino.
Dopo quattro mesi di quella vita piena, sicura, Rina e Federigo ritornarono a Milano. Quivi Federigo sentì rinascere nell’animo il desiderio di quei romanzi che cominciano a mezzanotte e finiscono all’alba, e ogni capitolo dei quali narra la storia di una diversa eroina. Rina, che aveva gettato in quell’anima tanti germi d’affetto, s’accorse ancora che aveva seminato nel deserto.
Federigo fu bensì con quella disgraziata meno crudele della prima volta. Le nascose co’ sorrisi e le parole affettuose la propria indifferenza; ma ahimè! era inutile; le memorie tristi parlavano, e troppo spesso, al cuore di Rina. Intese che era venuto il tempo di partire e di partire per sempre.
Una mattina, mentre Federigo dormiva ancora del suo sonno tranquillo, ella si alzò piano piano, s’accostò ad una tavola e scrisse piangendo per più di mezz’ora; ogni tanto si voltava impaurita, ma Federigo seguitava a dormire.
Quando ebbe finito di scrivere si alzò; passeggiò un po’ per la stanza, poi aprì le finestre. Sorgeva l’alba; l’azzurro del cielo era screziato di nuvole brevi, rade; dappertutto silenzio; il vento della mattina asolava fresco tra gli alberi del giardino.
— Che bel cielo! — disse Rina; e guardando Federigo: — Si sveglierà sotto un raggio di sole, quando gli uccelli canteranno e il vento gli porterà fin sul letto, col canto delle lodole i profumi delle magnolie.
Ritornò verso il letto. Federigo si destò al rumore, e veduta Rina in piedi presso di sè, alzò il braccio, l’accarezzò, le sorrise; poi, voltandosi dall’altra parte, ricominciò il suo sonno.
E Rina stette lungamente a contemplarlo; fece, per così dire, provvista di ricordi, determinando bene nella mente i profili, i lineamenti, il colore, come un pittore che voglia dipingere un ritratto a memoria; poi lo baciò sulla fronte, si asciugò gli occhi ed uscì.
Quando Federigo si svegliò, non seppe darsi conto dell’assenza di Rina. Allora gli sovvenne di averla tra ’l sonno veduta girare per la stanza e balzò dal letto. Subito gli cadde sott’occhio la lettera che Rina aveva scritta per lui e per lui lasciata sul tavolino.
Era questa:
“Addio, Federigo, addio e per sempre; non t’adirare se ti lascio così. Se t’avessi detto la mia intenzione, tu m’avresti scongiurato di restar teco; e dove avrei trovato la forza per dirti di no? Restare sarebbe stata per me forse un’umiliazione, per te una sventura di certo.
“Non domandare dove vado e a che fare. Vado in qualche luogo a pensare a te. Non aver paura, non ti cercherò più; mi dimostrerei ingrata del bene che mi hai fatto, e me ne hai fatto molto, perchè m’hai insegnato quanto si possa esser felici nel mondo.
“Non posso più legarti con una catena di rose e con una di ferro non voglio. Addio, Federigo mio; ti ringrazio, ti ringrazio del tuo amore, di questi mesi così belli, così ridenti; ti ringrazio di essere stato meco così affettuoso da principio, così cortese da ultimo. Ti ricorderai qualche volta di me, della tua povera piccina, non è vero? Il giorno che ripenserai a me, il cuore me lo dirà. Lo sai per prova, il cuore mi dice tutto. Se passi dalla Val di Nievole, da’ uno sguardo a quella nostra cara villetta. Io non la vedrò più; per me è un sepolcro ed io ho paura dei morti.
“Tieni a mente, Federigo, che ti lascio senza un rimprovero; prima di lasciarti per sempre ti bacierò anoora sulla fronte come si fa ad un fratello che vada lontano. Io ho chiesto al mondo ciò che non poteva darmi, e se mi sento trista, sconsolata nel fondo dell’anima, la colpa è tutta mia. Sii felice; avrei voluto far io la felicità di tutta la tua vita; non ho potuto; perdonami.
“Addio, Federigo.... Oh! Dio mio, è proprio vero che non ci vedremo più?„
XVII.
Dicono che la scienza della vita s’impara stando tra gli uomini; ed è opinione così universalmente accolta che io non mi proverò a confutarla. Forse anche quella sentenza dice la verità, ma, per lo meno, non la dice tutta. A quella guisa che leggendo, leggendo senza mai pensare da sè, s’imparano i fatti della storia, ma non le leggi che li guidano; così quando i documenti della nostra vita sieno raccolti nell’archivio della memoria, bisogna, a volerne dedurre qualche criterio, esaminarli partitamente, meditarli; lavorìo lungo, il quale non si fa che stando soli. Sotto questo aspetto la solitudine è una grande maestra.
E di ciò era prova il Conte di San Vittore. Egli non era più tornato a Firenze. Nella solitudine della sua villa delle Poggiola, aveva molto pensato, molto ricordato, molto dedotto. In diciotto mesi era divenuto un altro uomo; e se avesse potuto tornare indietro, il suo contegno verso Rina sarebbe stato diverso. Il Conte non era uomo da tollerare che altri si ridesse di lui; dopo la fuga di Rina aveva facilmente inteso che non poteva più stare a Firenze, senza andare incontro a mille guai e suscitare dispute e provocare scandali, che gli avrebbero fatto più torto che altro. Aveva preso il suo partito da uomo, senza perplessità, e da uomo aveva saputo mantenerlo, senza rammarico. E il mutamento operatosi in lui non era effetto della mancanza di compagnia o di qualsiasi desiderio non sodisfatto, ma di riflessione lunga e pacata intorno a quanto era successo. Passato l’impeto primo della collera, il Conte aveva saputo fare a ciascuno la parte che gli spettava e, caso raro, non s’era preso per sè la migliore.
Del rimanente, queste nuove idee del Conte non si distinsero, non si ordinarono se non per caso, un giorno in cui ricevè una visita inaspettata.
Quel giorno egli stava sul piazzale davanti alla villa, passeggiando e fumando; udì un chioccare di frusta e un tintinnìo di sonagli. Aggrottò le ciglia e guardò verso la strada, facendo brusca cera, come se quel rumore gli annunziasse una visita e quella visita lo seccasse di molto.
— Chi è? — domandò ad alta voce; ma nessuno gli rispose per la gran ragione che non aveva nessuno intorno a sè che potesse rispondergli.
In quel punto una carrozza sboccava nell’ultima parte del viale e saliva piano piano verso la villa. Il Conte le andò incontro per vedere chi fosse il seccatore che veniva a disturbarlo; nè ebbe gran cammino da fare, perchè riconobbe subito affacciata allo sportello la testa canuta, cartilaginosa, sardonica dello zio Varalli.
Subito che la carrozza si fu fermata sul piazzale, il Conte aprì lo sportello ed offrì il braccio allo zio; ma questi, senza curarsi dell’appoggio, saltò a terra in un attimo.
— Lei qui, zio? — disse allora il Conte.
— Eh sfido! Vi ho scritto di venire a Firenze, voi non mi avete nemmeno risposto; m’è toccato a ripetere il miracolo di Maometto.
— Scusi, zio.
— Sì... e un’altra volta non lo farò più, — riprese con una spallata il Marchese.
Il Conte non rispose; salendo lo scalone che metteva nella sala terrena, fece strada allo zio il quale lo seguiva in silenzio.
Giunti che furono nella sala, il Marchese depose sul biliardo il cappello e la cappa, e volgendosi al nipote:
— Non vi dirò che l’accoglienza sia molto affettuosa.... questo no.... vi dirò, invece, che non me ne ho per male; io non vengo qui come zio, ma come uomo d’affari.
— Cioè? — domandò il Conte turbato.
— Oh! Non vi mettete in apprensione.... Vi porto trecentocinquantamila lire. Le volete?
— Si spieghi, zio, la prego.
— Volete vendere il vostro palazzo?
— Il palazzo San Vittore!
— Eh! già! Se non fosse dei San Vittore non sarebbe vostro, e se non fosse vostro non potreste venderlo. Andiamo per le spiccie. Il conte Suardi di Macerata, che voi conoscete benissimo, è stato fatto senatore....
— Senatore! Come mai?
— In primo luogo ha mezzo milione d’entrata.... e questo è un gran merito, in uno Stato indebitato come il Regno d’Italia.... e poi non s’è mai occupato di nulla, e s’è acquistata la nomèa d’uomo d’ordine. Ma tutte queste cose non hanno nulla che fare col contratto che vi propongo. Veniamo al grano. Il conte Suardi, dunque, vuol sedere in Senato.... giacchè non ci può far altro; e siccome non è uomo da andar a stare a dozzina, vuol comprare un palazzo a Firenze. Mi ha domandato se vendevate il vostro. È pronto a pagarvelo trecentocinquantamila lire. Se guardate le carte dell’eredità lasciatavi da vostro padre, vedrete che nel 1854 quel palazzo era stimato centoquarantatremila lire. Il trasferimento della capitale vi fa dunque guadagnare.... sette e tre dieci.... dugentosettemila lire, se non sbaglio; dugentosettemila lire nette, perchè le spese di contratto e di registro saranno pagate dal compratore. Combinando io la faccenda, risparmierete anche la senseria; quando mai, vi permetto di regalarmi uno spillo da cinque luigi in segno d’affetto e di riconoscenza. Dicevo dunque: dugentosettemila lire di guadagno. Io venderei subito, ma con voi, io non faccio testo. Pensateci bene e risolvete.... Ma risolvete presto, perchè il Suardi è partito ieri; non vuol tornare a Firenze prima di avere una casa e d’altra parte il pover’uomo ha una grande smania d’andare a parlare al Senato.... con qualcuno dei suoi colleghi. Dunque, sì o no?
— Ma....
— Se l’offerta non vi quadra, ditelo; diecimila lire più, diecimila lire meno, non credo che vi saranno difficoltà....
— Oh! non è per questo! — disse il Conte con la stizza di chi fu capito a rovescio.
— Ah no? Per diecimila lire non vi scrollate? Siete più ricco o più... giovane di quel che credevo.
— Ma così.... subito....
— Avete bisogno di tempo? Vi concedo un’ora; intanto — e in così dire ripigliava il cappello — intanto farò una girata per il giardino. Sta bene?
— Sta bene. Fra un’ora le darò la risposta.
— Amen — soggiunse il Marchese.
Il Conte salì al primo piano e si chiuse nella sua camera; il Marchese uscì; per lo scalone trovò Giacomo, il cameriere del nipote, con un fascio di carte in mano.
— Che hai costì?
— I giornali del signor Conte. Se li vuole....
— Dio me ne guardi! — rispose il vecchio.
E continuò a scendere lo scalone. Andando verso il parco pensava:
“È proprio vero che questi ragazzi spendono molto male il loro tempo. Perdio! verrà il giorno che se ne pentiranno. Questo qui, a voi, s’ingurgita quotidianamente una mezza dozzina di giornali, per saper che, poi? Che c’è una rivoluzione in Grecia, un’altra in Ungheria, un’altra a casa del diavolo che se li porti tutti.... Che cosa me ne viene a me delle rivoluzioni? Se cominciassero come nel 48 la storia del comunismo, tanto tanto.... ma se aspettano un altro po’, li concio io per il dì delle feste anche i comunisti. Basta, speriamo bene; ora che hanno fatto senatore il conte Suardi....„
Quando ebbe compiuto dentro di sè questo monologo singolare, il Marchese si fermò in mezzo a un viale, dette intorno un’occhiata e continuò:
“Che villa! Che giardino! Se l’avessi io, vi do parola, mio caro, che me ne saprei servire un po’ più di voi.... Che belle villeggiature ci ho fatto cinquant’anni fa! Ah! son nato troppo tardi.... Eh! quel benedett’uomo del signor padre.... tutti i gusti son gusti... ma anche aspettare di essere arrivato alla fresca età di settant’anni per mettere un figliolo al mondo!... Già, ogni medaglia ha il suo rovescio; forse se fossi nato prima, a quest’ora sarei morto.... Uhm! Già, poi alla fine, che importa? Almeno avrei vissuto un po’ meglio; e mi tocca a passare il tempo tra’ vecchi rimbambiti e i bimbi decrepiti.... Eccolo là.... quel famoso boschetto.... ci ho dato il mio primo bacio all’Emilia. Che spalle aveva quella fattoressa! Pensare che ero arrivato a vent’anni senza dare un bacio ad una donna. Ma.... ho rimesso il tempo perduto.„
E si fregò le mani.
“Che divario! mi par d’essere in un deserto.... Ma allora si veniva in campagna per divertirsi, ora ci si viene per guardare alle cose sue.... Come è divertente questa generazione di Cincinnati! A me già è sempre parso che Cincinnato avesse meno giudizio del suo figliolo.... Come si chiamava? Quinzio.... Quinzio.... Eh! vattel’a pesca! Lui sì che se li sapeva godere. Dicono fosse una birba; più ci penso e meno mi pare.... Ma ora è di moda guardare alle cosidette proprie terre. Ma, dico io, se s’ha a fare i contadini, che vantaggio c’è ad esser nati signori? Potate, ragazzi, seminate e divertitevi. Coraggio, e andate fino in fondo.... attaccatevi addirittura all’aratro, e buon pro vi faccia.„
Mentre così pensava, gli dètte nell’occhio, lungo un viale, un alberello. Vi avevano inchiodato un cartellino di porcellana bianca su cui stavano alcune parole di colore turchino lucido. S’accostò e lesse: Oesculus hippocastanum.
“Oesculus hippocastanum! che diavolo d’albero sia?„
Guardò e riguardò, esaminò la corteccia, i rami e le foglie, poi ad un tratto dètte in un grande e sonoro scoppio di risa.
“Oh! perdio! è un marrone d’India!... Oesculus hippocastanum! Oh! buffoni!... maledetto secolaccio, che non vuol mai chiamare le cose col nome più semplice! Dio sa che cosa gli par di fare a quel mio nipote quando mette questi cartelli!....„
Sghignazzando guardò l’oriolo; l’ora era passata di qualche minuto e con passo frettoloso si diresse verso la villa.
Il Conte era novamente sceso nella sala terrena e aspettava. Il Varalli entrò, depose al solito il cappello sul biliardo, e vôlto al nipote domandò serio:
— Qual è il nome botanico del melo cotogno?
— Cydonia vulgaris, secondo Linneo.
— Me ne rallegro con voi e con lui. Quanta scienza, caro nipote!... e quanti cartellini di porcellana!
Il Conte capì di essere canzonato; ma non se ne curò e tacque aspettando che lo zio riportasse il discorso sull’argomento del palazzo.
— Avete risoluto?
— Sì.
— Vendete?
— Vendo.
— A porte chiuse?
— A porte chiuse; ma desidero che alcuni oggetti non facciano parte della vendita.
— Sta bene; venite a prenderli.
— No; mi faccia il piacere di mandarmeli lei, zio.... io non ci rimetto piede.
— E questi oggetti sono...?
— I ritratti di famiglia.... s’intende.... la mia scrivania e....
— E?...
— E tutti i mobili della camera celeste.
— Della camera di vostra moglie?...
— Sì.
Il Marchese sgranò gli occhi e li fissò verso il nipote. E questi:
— Capirà che non voglio vendere il letto di mia moglie....
— Volete avere la consolazione di dormirci voi.... si capisce.
— Zio, parliamo del contratto e non d’altro — soggiunse il Conte.
Ma fu come dire al muro; l’altro non gli badò, si mise a passeggiare su e giù per la stanza, poi ad un tratto, fermandosi, domandò:
— Non vi frullerebbe mica pel capo l’idea di ripigliar Rina con voi?
— No.
— Ah!
— Perchè Rina non consentirebbe a tornarci.
È impossibile dire l’aspetto che prese la faccia del Marchese; forse l’ironia e lo stupore non s’accoppiarono mai siffattamente sopra volto umano. Non rispose nulla e si mise a passeggiare daccapo in lungo e in largo la stanza. A un tratto, trovandosi innanzi fermo il nipote, si fermò egli stesso e lo guardò. Il Conte era pallidissimo; i suoi occhi grigi sfavillavano; aveva fisonomia serena ed altera, il piglio dell’uomo risoluto. Con tutto il suo cinismo, lo zio fu costretto ad abbassare gli occhi innanzi al nipote.
— Zio, — prese a dire Emilio di San Vittore, — non avevo l’intenzione di toccar questo tasto.... anzi.... Lei ha voluto toccarlo, stia dunque a sentire il suono che manda. Rina è colpevole, lo so; ma possiamo noi, lei ed io, possiamo condannarla?
— Mi pare che voi l’abbiate condannata il giorno in cui vi siete separato da lei.
— Non n’esca per il rotto della cuffia; mi risponda a tono. Lei, a buon conto, non può. Le colpe di Rina sono di quelle verso le quali lei mi è parso sempre molto indulgente. Tanto è vero, che se Rina fosse stata più esperta nell’arte d’ingannare o io avessi figurato di non accorgermi dell’inganno, lei, zio, avrebbe chiuso un occhio e lasciato che l’acqua corresse alla china. I suoi tempi... que’ famosi tempi che ricorda sempre con tanto compiacimento, ne hanno vedute di molte delle donne colpevoli come Rina....
Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese, ripigliando la solita cera dell’uomo spregiudicato:
— Volete — disse — che vi risponda a tono? Sarete servito. A’ miei tempi, sicuro, le mogli erano... mogli, ma i mariti erano rassegnati. Da una parte e dall’altra c’era infedeltà, sicuro; ma non c’era inganno. In materia di morale c’è molto del relativo. Quelli della Nuova Orléans offrono la moglie all’ospite, ma non la bastonano il giorno dopo perchè li ha traditi. A’ miei tempi in queste faccende non si metteva importanza. Ve l’ho già detto: si chiamavano galanterie e ci si rideva su. Ma poichè voialtri le stimate colpe e colpe gravi, bisogna che siate logici, anche se l’esser logici vi secca, e alla colpa facciate seguire la condanna.
— Ma e io?...
— Lasciatemi finire. Sapete un po’ che cos’ha fatto quel bel secolo colle sue innovazioni e co’ suoi progressi? Ha sciupato la macchina del mondo e ora non si sa più come farla andare. Avete un bel presumere; a fare che il mondo diventi un vivaio di Catoni, non ci arriverete mai. Di questo a’ miei tempi s’era tanto persuasi, che il fiume delle passioni si scavava perchè non traboccasse. Voi, invece, colla vostra sapiente austerità, avete ristretti gli argini. Siete una massa di buffoni. Ecco fatto.
— Mi permetta dirle, che Ella conosce tanto il matrimonio quanto io l’Abissinia, che ho veduta solamente sulla carta geografica e non è competente a giudicare nè di me nè di Rina, nè del mio contegno di ieri, nè delle mie idee d’oggi. Ella ha guardato certe cose distratto, da lontano, e non vi ha mai riflettuto sul serio; ma sempre con quel suo animo un po’ scettico, e, scusi, un po’ corrotto da’ tempi e dagli usi. Vede che parlo franco....
— Tirate avanti....
— La donna è lasciata più dell’uomo in balìa del male, perchè nella vita ha meno cose da fare. Il lavoro è un grande preservativo. Per questo io credo che il matrimonio ci faccia o molto felici, o disgraziati senza rimedio. A Rina e a me è toccata questa sorte.... Chi ne ha colpa? Io. Che ho fatto di Rina? Perchè avrebbe ella dovuto darmi il suo affetto, quando le negavo il mio? È rimasta vedova il giorno in cui s’è maritata. Io non ho mai capito quella donna, altro che quando l’ho perduta. Aveva bisogno di essere amata, ed io non sapevo ancora, come ancora non lo sa lei, zio, che cosa fosse l’amore. Non trovandolo in me, l’ha cercato altrove. Ha mancato? Forse. A ogni modo, io che ho colpe tanto più numerose e tanto maggiori, posso condannarla?
— E allora fate l’ultima corbelleria e perdonate.
— Se il perdonare è uno sbaglio, peggio per quelli che non sbagliano mai.
— Bravo! dunque ripigliatela con voi e che il Signore vi benedica. Lei mi è parsa sempre un po’ esaltata, voi siete ammattito addirittura, farete una coppia numero uno.
— Zio, la prego, non scherzi. Ho passato due anni qui, solo, con un pensiero solo. Sono nel fiore della vita, e mi sento morire; non so se morrò, nè come vivrò. Con me si estingue la mia famiglia. Mi sento fiacco, annoiato; desidero gli affetti che non ho saputo acquistarmi, desidero d’amare e di essere amato davvero, e sono innamorato di un’ombra che si è dileguata. Sono un disgraziato, zio, e co’ disgraziati non si scherza.
Il Conte portò il fazzoletto agli occhi gonfi ed umidi. Il Marchese si avvicinò a una parete della sala e tirò forte il cordone del campanello.
Giacomo comparve.
— Dite al cocchiere che attacchi.
Quando Giacomo fu uscito dalla stanza, il Marchese s’avvicinò al nipote, e stesagli la mano:
— Dunque sul contratto siamo intesi. A rivederci, Emilio.... o addio forse, perchè voi non mi parete intenzionato di venire a Firenze, ed io non ho punta voglia di tornare quassù. Non vi prometto neanche di chiamarvi al mio letto quando sarò al lumicino, perchè ho proibito al mio medico di avvertirmi.... Oh! a proposito, lo sapete eh? quale è stato il contegno di Rina dal giorno che partì da casa vostra?
— Lo so.
E il Marchese, accompagnato dal nipote, scese lo scalone; nel piazzale montò in carrozza e di là, salutato un’ultima volta il Conte, sdraiandosi sui guanciali borbottò tra sè:
— Lo sa ed avrebbe il coraggio civile di ripigliarla? Già, in che consiste po’ poi questo coraggio civile? Nel fare uno sproposito e nell’avere il fegato di confessarlo.
E passando di pensiero in pensiero, guardando gli alberi, i prati, i boschetti che gli ricordavano i suoi primi amori, incominciò a cantarellare:
Cari luoghi io vi trovai Ma quei dì non trovo più.
Mentre il Marchese si godeva e si torturava ad un tempo con questi ricordi della gioventù, il Conte saliva nella propria camera.
E per una settimana non fu più veduto uscirne.
XVIII.
Io non posso assistere con animo tranquillo alla demolizione di una casa. S’intende che non parlo di quelle che sono stimate capolavori dell’arte; per buttar giù uno di quei mirabili edifizi, ci vuole un barbaro del quinto secolo, o un sindaco del decimonono; ma in ogni casa, per modesta che sia, sta chiuso un tesoro di memorie e sopra ognuna delle sue pareti è scritta a caratteri invisibili la storia di qualche affetto: e mi pare che ogni colpo di martello dato in que’ muri debba rimbombare per consenso nel cuore di qualcheduno. Se buttassero giù la casa dove mio padre è nato, dove mia madre è morta, non me ne saprei dar pace. E mi dispiacque molto quando gli inesorabili ingegneri della Comunità di Firenze, nel tracciare il nuovo Viale dei Colli, demolirono una villetta singolarissima del piano di Giullari. Forse dispiacque solamente a me; perchè aveva cattiva fama e le donne del vicinato spacciavano che ogni tantino vi succedeva qualche disgrazia.
Ho detto singolare ed era per questo: che la non si mostrava mai tutta intera. S’aveva un bel girare, guardare, scendere e salire su per le collinette che le stavano intorno; di qua si scorgeva l’altana, di là il lato destro e via discorrendo. Il peggio era d’andare difilato innanzi al cancello; traverso a’ ferri alla distanza di un metro si vedevano due filari di cipressi fiancheggianti un vialetto che torcendo di lì a poco non si capiva dove menasse. La gente del popolo, avvezza a scolpire co’ soprannomi, la chiamava la Vergognosa e aggiungeva: “E ha ragione di vergognarsi! Ce n’è successe di tutti i colori là dentro.„
Era stata fabbricata una trentina d’anni fa da un tale di cui i vicini ignoravano il nome, gli usi, la patria, perchè viveva solo ed usciva di rado fuori del cancello. Nessun prete c’era entrato mai; e il curato che ogni anno andava in giro a far lo stato delle anime, sonava indarno il campanello della villetta; non gli aprivano. All’incontro, un povero non s’era mai attentato inutilmente a chiedere l’elemosina a quel solitario. Ma anche la carità di quell’uomo, dicevano le donnaccole, portava disgrazia. E citavano esempi: una volta un muratore che s’era tronco un braccio cadendo da una fabbrica ebbe dallo sconosciuto uno zecchino; lo spese in tanta acquavite e il giorno dopo morì lasciando quattro creature. Già si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca.
A’ tempi ne’ quali avvennero i fatti che qui si raccontano, la fama della villa aveva avuto l’ultimo tracollo. Il vecchio padrone di circa novant’anni era morto ad un tratto. Saputasi la notizia un nuvolo di nipoti, di cugini, di zii con tanto di bruno al cappello, s’erano messi in riga per chiappare l’eredità. Poco importava loro se la villa fosse maledetta o no; gli eredi sono gente spregiudicata. Onde liti, contumelie, tanto che s’era andati ai tribunali. E le donne del vicinato conchiudevano:
— Quel vecchiaccio non lascia in pace la gente neanche dopo che è morto!
Il tribunale aveva nominato un amministratore e si cercava di appigionare la villa, fino a che non fosse giudicata la causa. Le cose stavano a questo punto, quando Rina, abbandonato Federigo, ritornò a Firenze.
C’è sempre nello spirito umano anche più illuminato un cantuccio oscurissimo in cui si rannicchiano le schifose chimere della superstizione. Negli scavi di Pompei si trovano de’ piccoli priapi, dei rami di corallo ritorti o biforcati, quali si usano oggi a Napoli come talismani contro la jettatura. Il paganesimo è passato, la credenza nella iettatura è rimasta; la religione è morta, la superstizione vive.
Sebbene Rina cercasse un asilo solitario ove ella potesse, separata dagli uomini, vivere insieme col proprio dolore, nondimeno la nomèa paurosa della villa la trattenne sulle prime dall’andarvi. Ma era d’estate; quasi tutte le ville de’ dintorni riboccavano di abitatori; verso Fiesole se ne trovava qualcuna ancora sfittata; ma bisognava andarsi a cacciare nel tumulto della gente allegra e Rina voleva stare da sè, avere la piena libertà di pensare e di piangere sola. Alla fine la repugnanza fu vinta; ella si persuase che alla sua tristezza, il luogo triste si oonfaceva meglio d’ogni altro.
Una mattina si vestì e sul mezzogiorno, salita in una carrozza chiusa, si fece condurre per le vie più popolate; passò dinanzi al palazzo San Vittore e uscì dalle mura per quella stessa porta onde era uscita per andare al suo primo colloquio d’amore; rivide il viale del Poggio; quando fu sulla collina dette una guardata all’orizzonte nebbioso entro cui si nascondeva Firenze e sorridendo, colle lacrime agli occhi mormorò:
— Addio!
Sulla porta della villa stava ad attenderla una sua vecchia conoscenza, il signor Luigi. A lui il tribunale aveva affidata l’amministrazione della contesa eredità.
Quantunque fosse d’estate, si ravvisava nel giardino, alla prima, la traccia di un lungo abbandono; i licheni e le ortiche prosperavano in mezzo a’ viali, le larghe malve deturpavano i prati; gli alberi confondevano insieme i loro rami, li intrecciavano ingombrando le aiole, ripigliando il posto già loro disputato dalle forbici del giardiniere; la felice petulanza della natura meridionale libera di sè stessa aveva fatto d’un giardino una selva.
Rina, riconosciuto il signor Luigi, gli stese la mano senza pronunziare parola. Anch’egli tacque; e facendo strada alla nuova ospite la condusse nella villa.
Il quartiere aveva lo stesso aspetto del giardino; la stoffa delle seggiole era sbiadita; l’oro delle cornici divenuto rosso sotto la polvere; gli orologi a pendolo, scarichi, segnavano tutti un’ora diversa; le stanze, da molto tempo disabitate, apparivano fredde, oscure; aprendo le porte, si sentiva un soffio d’aria gelida e tanfita come quando si apre un sepolcro.
Sebbene la stagione propizia e i luoghi bellissimi invitassero alle passeggiate, Rina non oltrepassò mai il limitare del giardino. Il suo grande conforto era di salire sull’altana, di sera, quando nessuno poteva vederla; là i suoi sguardi si volgevano verso Firenze e fissi parevano ricercare nelle ombre lontane le fila d’un sogno interrotto. Talvolta passeggiava sola pe’ viali e si fermava con doloroso compiacimento innanzi ad una magnolia, il cui fusto unico verso la radice si biforcava poi per guisa, che mentre l’un ramo spandeva acri profumi nel giardino, l’altro scoteva i fiori pomposi di là dal muro di cinta. E guardando que’ due rami diceva tra sè:
— Anche noi uniti per un momento poi divisi per sempre.
Passava le notti in una insonnia dolorosa; invocava il sonno e s’accorgeva che il sonno, come la felicità, fugge quando si chiama.
Se fosse stata iniziata ai tristi e fecondi misteri dell’arte, ella avrebbe immortalato il suo dolore, lo avrebbe scritto a lettere eterne in qualche capolavoro, avrebbe potuto godere delle sue angoscie medesime; ahimè! anima oscuramente sublime, Rina non sapeva che amare e morire.
La monotonia di quei giorni era rotta soltanto dalle visite del signor Luigi. Da principio andava a trovarla ogni due o tre sere, per prendere, come diceva lui, gli ordini della signora; poi le visite si fecero più frequenti e più lunghe. Egli le portava le notizie della città, parlava finchè gli pareva che il dialogo le facesse piacere; e quando Rina s’abbandonava alle proprie malinconie, ai propri fantasmi, alle proprie memorie, taceva. Spesso in que’ volontarii silenzii, ella s’accorse che gli occhi gli s’empievano di lacrime. Nell’anno che era stata con suo marito aveva visto mille volte quell’uomo; lo aveva rivisto dopo assai spesso, quand’egli, con puntualità mirabile, andava a portarle le sue mesate d’assegno; eppure, assorta in altri pensieri, si può dire non l’avesse mai guardato bene. Ma la solitudine, lo abbiamo già detto, aguzza l’intelletto; e Rina nella quiete della Vergognosa intravide ciò che si nascondeva sotto quei lineamenti così regolari e così mobili, sotto quel viso così queto e così espressivo ad un tempo.
Una sera, mentre ella se ne stava pensando, come avveniva spesso, a’ giorni beati trascorsi con Federigo in Piemonte e fuggiti oramai senza lasciare speranza di ritorno, udì battere alla porta del salottino.
— Chi è? — domandò.
— Son io — rispose di fuori la voce del signor Luigi.
— Avanti.
Per quanto Rina si studiasse di pronunziare con dolcezza tale parola, non potè togliere alla voce quel non so che d’annoiato che c’era; e il signor Luigi entrando nella stanza capì agevolmente che disturbava.
— Segga, signor Luigi.
— No, sono arrivato in un cattivo momento. Ho creduto che nella solitudine soffrisse, che pensasse troppo; e il pensiero ammazza come il veleno. Ho voluto distrarla e sono stato importuno. Mi perdoni. E poi anch’io son solo.... e, lo so, guai all’uomo che è solo.
La voce del signor Luigi era così piena di singhiozzi vicini a scoppiare, che Rina gli prese la mano e gliela strinse. Due lacrime caddero dagli occhi del giovane e bagnarono la mano che egli teneva fra le sue. Si sciolse e balbettate ancora poche parole di scusa salutò ed uscì. Nè da quel giorno fu più veduto passare il cancello della Vergognosa.
XIX.
Erano corsi quaranta giorni dacchè Rina era partita da Milano, e le parevano quattro anni. E doveva parerle così, perchè tutto era cangiato in lei e intorno a lei; e tra i giorni che aveva vissuti accanto a Federigo e questi che ella trascorreva sola alla Vergognosa, passava tanta distanza, quanta ve n’è tra la luce e le tenebre, le fantasie lusinghiere e le tristi realtà.
E intanto ogni ora che fuggiva, spengeva un raggio nelle pupille di Rina, faceva più mesto uno dei suoi sorrisi. A po’ per volta le dita le divennero lunghe, affilate, le unghie trasparenti come l’agata; la testa s’alzò snella sul debole sostegno di un collo che mostrava i muscoli sotto la pelle e questa parve penetrarsi di raggi come una lampada d’alabastro per entro a cui splenda un lume fioco. Due sole e piccole macchie si staccavano sul pallore cereo di quel viso e ne coloravano gli zigomi, quasi due foglie di rosa cadute in una tazza di latte.
E piangeva; e le lacrime cadendo, a quella guisa istessa che la gocciola d’acqua fora il granito, le passavano il cuore da parte a parte. Perchè non v’è nulla al mondo di più semplice e di più antico di un amore tradito, di un giuramento violato; è una vecchia storia, ma, come dice la canzone dell’Heine, par sempre nuova a chi soffre per essa.
················
Un giorno Rina s’accorse che stava per divenir madre.
Oh! che giorno fu quello per lei! Per la prima volta ella chiese a sè stessa se non le serbasse ancora la vita qualche conforto, e se avesse vuotato fino all’ultima stilla il calice del dolore. Per la prima volta andò fino al cancello, cercando cogli occhi dello spirito il mondo che ella aveva abbandonato così risolutamente, che così presto si era dimenticato di lei! Accarezzò con la mano livida un bel bambino biondo che passò di là a caso e pensò: — Oh! l’avrò anch’io dunque un bambino!
Risalì in casa e dando un’occhiata al quartiere modesto, desiderò ancora le stoffe, i fiori, i libri, la musica; tutto ciò che potesse ricordarle la sua felicità fuggita. Per la prima volta, finalmente, Rina sentì il bisogno d’aria e di luce; e si preparò ad andare verso la collina.
Si guardò allo specchio per accomodare intorno al volto il più leggiadro de’ suoi cappellini. Ahimè! si vide.... vide le traccie che il dolore aveva lasciate sulla sua pelle; le parve che si riflettesse nello specchio l’imagine di una moribonda. Chiuse dapprima gli occhi, poi raccogliendo tutta la forza, li riaprì e contemplò con orgoglio freddo i resti della sua bellezza intristita.
— Oh! — pensò — vorrei che fosse qui e vedesse da sè a che mi ha ridotta; son brutta e malata, e per opera sua.
Fu il suo primo moto di sdegno e fu breve. Lasciò cadere le braccia, reclinò la testa, sentì piegare i ginocchi e cadde mezza tramortita sopra una sedia.
La natura parve impietosire di tanta angoscia. Rina fu richiamata a’ sensi da un temporale di estate che scoppiò ad un tratto. Si avvicinò alla finestra, e appoggiando la fronte madida per la febbre ai cristalli, guardò le viole reclinare le loro fresche corolle sotto l’urto dell’acqua che cadeva a rovesci, e desiderò che la tempesta passasse anche sopra di lei e reclinasse per sempre quel suo povero capo. Ma si pentì quasi subito di quel desiderio, riflettendo che la sua vita apparteneva oramai alla creatura che portava nel seno.
E da quel giorno un triste presentimento la funestò: il presentimento che ella sarebbe morta nel dare alla luce il suo bambino!
XX.
O vecchio mondo, tu ripigli ogni anno il tuo sorriso di gioventù ed esci dall’inverno come se tu non ci fossi entrato mai!
La primavera tornò; le rondini rifecero il nido sotto il tetto della villa, gli usignoli cantarono su’ castagni, le api succhiarono il miele nel calice de’ mughetti, le margherite stellarono i prati, le lucciole scintillarono per le siepi, i grilli ruppero col loro sibilo il silenzio della sera, la luna risalì al cielo circondata dalla calda nebbia; ma la bellezza e la salute di Rina non rifiorirono.
E intanto che s’avvicinava il momento solenne, ella provava un senso nuovo: aveva paura a restar sola. Scrisse una lettera a Paolo Carpi che sapeva tornato allora dall’Oriente; questi accettò con gioia l’invito della solitaria, e non lasciò passare giorno senza andarla a trovare in quella Tebaide.
Un giorno all’approssimarsi di quello che doveva essere, secondo i presentimenti, l’ultimo della sua vita, Rina si sentì stanca; il medico, che, per compiacere a Paolo, ella consentì a vedere la prima volta, le ordinò il riposo; le ingiunse di non alzarsi più (per dire come diceva) che a cose fatte. E Rina obbedì; ma prima di coricarsi volle ancora scendere in giardino; e come se non dovesse vederlo più mai, volle contemplare il sole, il cielo turchino, le catene azzurrognole dei monti lontani; studiare ogni colore, ogni forma nel grande quadro della natura. Paolo Carpi, che la guardava da lontano e che è spiritualista, dice, ricordandosi di quel momento: “pareva che l’anima sua inebriata dalle brezze odorose di primavera, tentasse di spiegare le ali per volarsene al cielo!„
Rina pensava alla fanciullezza, all’educazione che le era stata data; e i ricordi del passato la conducevano a interrogare i misteri dell’avvenire. Dirimpetto a quello spettacolo, rammaricava di non avere una fede. Poco importa che si creda ai misteri o ai fenomeni, alla rivelazione o alla scienza; questo è bensì certo: che l’anima umana per acquetarsi ha bisogno di essere persuasa di una verità qualsiasi. Rina, mirando le erbe, i fiori, gli alberi, si rammentava delle lezioni ricevute in convento; del Dio che le avevano insegnato ad adorare colà, un vecchio barbuto e severo, seduto sopra un trono di nuvole e coperto da una tunica rossa stretta ai fianchi da un mantello turchino; e sentiva che se c’è qualche cosa di divino, il raffigurarlo in quella guisa è un oltraggio alla divinità; e dal feticismo delle suore, passava col pensiero alle dottrine del suo secondo padre, il duca Esmeraldi. Ma, ahimè! il volterianismo del Duca non era fatto per lei; quella sardonica incredulità aveva avuto una lama per aprire una ferita nell’anima di lei, non il balsamo per sanarla.
Così pensando, era arrivata presso una vasca piena d’acqua stagnante che non aveva mai osservata da vicino. Si fermò e mirò la opulenta vegetazione di un verde smeraldo che la copriva, e i milioni d’insetti che si movevano su quelle alghe natanti.
— Ma chi è, chi è — domandava a sè stessa angosciosamente — quegli che fa ogni cosa? Chi ha fatto queste alghe, questi insetti e quella nuvola grigia che corre innanzi al sole, e il vento che la spinge, e questa pietra su cui siedo? Chi ha fatto quel giglio di cui respiro il profumo, e il sole che lo riscalda e l’ape che ne succhia gli umori? Come si chiama? Dio, caso, natura? Morrò dunque senza saperlo? Morire! e perchè si muore? Perchè tutte queste belle cose hanno da distruggersi? E se la morte non fosse che una trasformazione, un transito breve? Se, quando non sarò più donna, divenissi albero, nuvola o fiore? — E seguitando di questo passo, scavava intorno a sè gli abissi pericolosi della filosofia. Paolo la chiamò. Ella tornò in casa e per tutto il giorno rimase assorta in una dolorosa meditazione.
················
Un delirio violento precedè il parto e non lasciò più benavere quella povera madre. Il presentimento s’avverava; Rina non potè vedere il suo bambino, un amore di bimbo vegeto, che nacque quasi senza piangere, come se desiderasse la vita. Ogni parte del corpo di lei si enfiò; il respiro le si fece affannoso. Il medico, interrogato da Paolo, tacque la prima volta, poi ordinò i vescicanti. Quando n’ebbe osservato l’effetto, disse riciso: — Secondo me, non c’è rimedio; può bensì vivere ancora due o tre giorni; intanto se vogliono chiamare qualcuno di loro fiducia, padroni, io non saprei che farci — ed uscì.
Ma, ahimè! il caso era uno di quei pochissimi nei quali tutti i medici si trovano d’accordo.
Durante quei giorni, le donne del vicinato osservarono un uomo, che di giorno e di notte girava intorno alla villa; se visto scansava, se avvicinato fuggiva. Le donne ne traevano, per la salute dell’ammalata, tristissimi auspici.
Giunse l’alba del terzo giorno. Per le finestre aperte entravano nella camera le luci scialbe e le brezze roride del mattino. Paolo e la cameriera stavano intorno al letto di Rina. Il bambino adagiato in una culla, si destò ed uscì in que’ lamenti fiochi e interrotti che sono de’ fanciulli appena nati. Rina, come se la voce del suo povero piccino l’avesse ad un tratto fatta tornare in sè, girò intorno gli occhi già vitrei, stese le braccia, fece uno sforzo per alzarsi e ricadde.
Era morta.
Il bambino pianse più forte.
Un doppio grido risonò nella camera, e gli echi del giardino, percossi, lo ripeterono.
La porta s’aprì ed un uomo si fermò sulla soglia. La cameriera cacciò un altro grido dallo spavento; le parve vedere colui che da tre giorni s’aggirava solitario intorno alla villa.
Paolo riconobbe il Conte di San Vittore.
Il Conte fece alcuni passi, poi si fermò; sentiva il cuore spezzarglisi, gli occhi coprirsi di un velo, le ginocchia piegarsi. Tentò parlare e non potè; si mosse in silenzio e si gettò ai piedi del letto.
Paolo e la donna uscirono.
Il Conte rimase tre lunghe ore, che gli parvero un minuto, inginocchiato presso il cadavere di Rina. Poi si alzò, la guardò. Era così pallida negli ultimi tempi della sua vita, che la morte non l’aveva cambiata di molto. Ma per lui che non l’aveva veduta da tanto tempo! Le prese la mano, e al contatto di quelle membra gelide, tremò, sentì stringersi il cuore più forte, e si gettò, quasi fuori di sè, traverso al letto.
E fu quello il primo amplesso veramente affettuoso che Rina avesse da lui.
Riavutosi, il Conte contemplò con dolore ineffabile quel corpo abbandonato, lo alzò e depose un bacio sulla fronte della sua povera moglie. Lo adagiò di nuovo sul letto ed uscì.
Quando Paolo rientrò nella stanza, il bambino non c’era più. Il Conte l’aveva portato seco.
XXI.
Il giorno dopo arrivarono alle Poggiola due lettere, che Giacomo depose al solito sulla scrivania del padrone assente. Erano queste:
Ill.mo signor Conte,
In obbedienza ai suoi riveriti ordini significatimi con pregiatissima lettera del dì 15 stante, intorno alla prolungata assenza del signor Luigi, già segretario ed ora facente funzione di cassiere, assenza tanto dall’ufficio, quanto dalla sua casa di abitazione, via de’ Pucci, n. 5, secondo piano, ove da sei giorni non si è più veduto; mi faccio un dovere di notificarle che stamani con l’opera del fabbro, in presenza del notaro e di due testimoni cogniti ed idonei, si è aperto la cassa dello scrittoio, la cui chiave sta nelle mani del signor Luigi summentovato; e numerati così i denari contanti, come i titoli contenutivi (de’ quali tutti Le unisco qui analoga noticina) e confrontate le somme con quelle da me segnate nei libri di riscontro, si è trovato tutto essere in regola; salvo un’eccedenza di lire dugento quindici, verificatasi nella cassa e proveniente dallo stipendio del mese di marzo spettante al più volte ricordato signor Luigi, stipendio da me già allibrato, ma da lui non peranche riscosso.
E in attesa de’ suoi pregiati comandi ho il bene di segnarmi con profondo ossequio
Di Lei Ill.mo signor Conte,
Dallo scrittoio, 21 aprile,
Devot. e Obblig. Servo Torello Savi, computista.
Altra della stessa data:
Ill.mo signor Conte,
Aggiungendo ragguagli alla mia di stamani, mi faccio un dovere di parteciparle senza frapporre indugio, che ieri sera, sulle sponde dell’Arno presso il ponte di Signa, fu rinvenuto da alcuni pescatori il cadavere del povero signor Luigi. I magistrati, accorsi prontamente sul luogo, pare riconoscessero che l’infelice si era da sè volontariamente gettato nel fiume. S’ignorano fin qui le cagioni che possono averlo condotto a risoluzione così deplorevole.
Ho il bene di ripetermi con profondo ossequio
Di Lei, Ill.mo Signore,
Devot. e Obblig. Servo Torello Savi, computista.
Insieme con esse, giunse anche alle Poggiola questo avviso stampato:
Milano, 18 aprile 186...
Il commendatore ingegnere Serafino Crolli ed Emilia Crolli nata Landi Cambiasco danno parte alla S. V. delle nozze della loro figlia Carolina, col signor Federigo Ripàri.
XXII.
I lettori ricordano che questo racconto, da me trascritto alla meglio, fu cominciato da Paolo sul punto di partire da Airolo e continuato per la via mentre costeggiavamo il Ticino, lasciando dietro a noi Bodio e Faìdo allora quasi per intero sommerso da un’inondazione. Quando Paolo tacque, annottava; e noi guardando le alture che ci stavano dinanzi, vedevamo disegnarsi sopra un fondo turchino trasparente i sinistri profili delle torri di Bellinzona.
Il silenzio durò lungamente. Paolo era commosso ed io non osavo turbare con le mie inchieste importune le memorie malinconiche dell’amico.
················
Quando fummo montati nella vecchia carrozza che da Bellinzona, per Lugano, doveva menarci a Camerlata, Paolo, di cui d’ora innanzi riporterò pressochè testualmente le parole, riprese:
— Abbrevio più che posso il racconto. Ieri sera....
— Ma — domandai interrompendolo, — e Federigo?
— Ah! hai ragione. Federigo.... che vuoi? Io sono, to l’ho giù detto un’altra volta, imbrogliato nel giudicarlo. Debbo dire che non ha cuore? Sarebbe il giudizio più spicciativo. Ma quest’uomo così funesto alle donne che lo hanno amato, ha pur sentito anch’egli tutta la violenza della passione; ha amato profondamente, lealmente.... ma brevemente; ha sofferto e molto dei dolori che infliggeva altrui, ma non ha mai saputo vincere sè stesso. Poco dopo la partenza di Rina, Federigo andò sul Lago di Como; a Tremezzina, conobbe l’ingegnere Crolli e la sua figliola che hai veduta ieri sera, che è bella ora, ma era anche più bella a quel tempo. Conoscerla e innamorarsene fu tutt’uno. Gli parve di avere dinanzi a sè il suo primo ed ultimo amore; vide svanire come ombre leggiere i ricordi delle donne alle quali gli era parso di voler bene; sentì l’anima sua rifarsi, per così dire, vergine da ogni commozione antecedente. Carolina Crolli era ragazza; Federigo vagheggiò subito il pensiero di sposarla. Vedi, per esempio, se una fata benigna in quel giorno gli avesse mostrato il futuro, gli avesse detto: “bada, sposando questa donna, tu la farai disgraziata per sempre,„ Federigo non sarebbe fuggito, non avrebbe vinto l’affetto con la volontà, no... si sarebbe buttato nel lago. Geroglifici del cuore umano, mio caro, io non son buono a spiegarli. Fatto sta che l’amò di un amore subito corrisposto.
— Ah!...
— Sì; e Carolina è tale donna che non si può dire andasse in cerea di marito e afferrasse una bella occasione. Ma vi sono degli uomini i quali hanno gli occhi e il sorriso che incantano. Parlano, guardano, sorridono e sono amati; a vent’anni vincono nel paragone gli uomini di trenta, a quaranta sono preferiti ai giovanotti di venti; Federigo è uno di loro. Il matrimonio fu celebrato nell’aprile dell’anno scorso. Dopo lo nozze gli sposi partirono per fare una gita e, girata l’Italia in lungo ed in largo per tre mesi, si fermarono a Firenze. Carolina, che amava già la Toscana come patria di suo marito e che non l’aveva veduta mai, si rallegrò nella letizia delle nostre campagne e propose a Federigo di passare l’estate e l’autunno in collina. Il caso è qualche volta crudele. Federigo e Carolina andarono ad abitare alla Vergognosa.
Dopo tre giorni la gente di servizio era informata per filo e per segno della triste fama che la villetta aveva ne’ dintorni. Quelle chiacchiere giunsero, non so come, all’orecchio di Federigo. Le raccontò a Carolina, e scherzandoci su e baciandole la mano, disse:
— È rotto l’incanto; la sorte della villa è mutata; prima la sventura, ora vi sta di casa la felicità.
Un giorno, imbattendosi in un viale col vecchio contadino che aveva conosciuto tutti gli ospiti della villa, lo interrogò. Il contadino si schermì da prima; poi raccontò quel po’ che sapeva e che, anche a suo credere, non giustificava per nulla le ciarle delle donnicciole.
— Ma che vuole? — conchiuse. — Tre mesi fa l’amministratore s’è buttato in Arno; e una signora che c’era venuta a stare è morta di parto. La si può figurare se la gente ignorante ne ha dette!
Federigo domandò il nome della signora; il contadino che lo aveva dimenticato, indicando uno dei pilastri del cancello, rispose:
— La lo ha lì scritto da sè, povera signora, l’ultima volta che uscì di casa, tre o quattro giorni prima di morire.
Quando il contadino se ne fu andato, Federigo s’accostò al pilastro; v’erano difatti scritte colla matita queste parole:
Rina Miriani 18 aprile 186....
Federigo cacciò un grido e cadde tramortito sul lastrico.
Quando rinvenne, si trovò nel suo letto presso a cui stavano la moglie e il medico-condotto, che Carolina aveva in fretta fatto chiamare. Pensando che il letto su cui giaceva, era forse quello sul quale Rina era morta, schizzò spaventato sul pavimento; fece uscire dalla stanza la moglie e dette ad intendere al medico che soffriva sin da ragazzo di quegli svenimenti subitanei e sapeva quale era il metodo di cura meglio efficace. Poi, così bel bello, lo condusse sul discorso della signora che era morta in quella villa pochi mesi avanti; e il medico gli narrò per minuto tutto l’andamento della malattia. Federigo seppe da lui che il bambino, sopravvissuto alla madre, era stato involato dal Conte.
Fece fare i bauli e, sebbene fossero le undici di sera, costrinse Carolina a partire; la condusse ad un albergo, uscì e non si fece più vedere sino alla mattina. Ciò che sia avvenuto da quel tempo, lo sai; il dialogo tra Federigo e Carolina, udito da te ieri sera, deve avertelo insegnato.
Ha vissuto con sua moglie fraternamente. Se qualche volta, trovandosela accanto, la dolcezza, le lagrime, la bellezza di lei lo commovono; se il senso, mettiamo, sta per ripigliare il disopra, il ricordo di Rina lo fa fuggire lontano. Povera donna! Egli l’ha costretta a viaggiare un anno, cercando sempre del Conte che lo sfuggiva e che ieri soltanto, per un accidente imprevedibile, ha trovato ad Airolo. Carolina è disperata. Federigo.... debbo dirlo? Fra tante donne amate da lui, egli si serba oggi fedele a una sola.... a quella che è morta.
— Ma ieri sera, uscendo così repentinamente dalla camera di sua moglie, Federigo bussò pure a quella del Conte....
— Un momento e saprai tutto. Quando il Conte di San Vittore uscì dalla sala da pranzo per salire nel suo quartiere, io lo seguii; lo consigliai d’andarsene dall’Italia e domiciliarsi altrove per evitare ogni occasione di ritrovarsi con Federigo; occasione pericolosa perchè io, compiendo la volontà di Rina, ho fatto promettere al Conte di non incrociar la sua spada con quella del Ripàri. Mentre si parlava, picchiarono alla porta. Indovinammo subito che era Federigo. Ci demmo un’occhiata e il Conte prima di rispondere mi indicò una retrostanza in cui potevo, senza esser visto, ascoltare ciò che si diceva.
Federigo entrò difatti ed avanzandosi verso il Conte gli disse asciutto:
— Mi chiamo Federigo Ripàri.
— Ho conosciuto a Firenze un banchiere Ripàri.
— Era mio padre.
— Me ne congratulo.
Il Conte parlava con tanta tranquillità che pareva recitasse una parte imparata a memoria. Federigo, indispettito, riprese:
— Insomma, signor Conte, è un anno che la cerco. Se dovremo batterci in duello ci batteremo; ma finiamola. Ci sono conti che si saldano presto....
— E conti che non si saldano mai, — interruppe il Conte, alzando fieramente la testa sdegnosa. — Non ci batteremo in duello, perchè ho promesso di non lo fare e i San Vittore sono avvezzi a mantenere ciò che promettono. Io figurerò di non accorgermi delle vostre offese meschine, come ho fatto stasera....
— Ma, e se v’insultassi più gravemente?
— Badate: non ho promesso di non ammazzarvi; ma....
— Ma?...
— Ma non vi ammazzerò. Che cosa volete da me?
— Il mio figliolo.
— Avete un figliolo?
— Quello che mi avete portato via.
— Io? Io ho un fanciullo che tengo nascosto e che ho raccolto un giorno presso il letto di una povera morta. Due uomini la menarono alla tomba. Mentre ella moriva, uno di questi uomini, che avrebbe voluto riparare il proprio fallo a costo della vita, lo espiava in parte in un dolore muto ed acerbo; l’altro non si ricordava neppure di averle un giorno sussurrata all’orecchio una parola d’amore. Di questi due uomini uno è di gran lunga più colpevole dell’altro. Voi. Io.... io ho raccolto quel fanciullo perchè ho supposto che chi aveva atterrato l’albero non si curasse del frutto.
— Avete sbagliato e mi renderete il mio figliolo.
— È vostro? Non lo so. Gli darete voi il vostro nome?
— Che ve ne importa?
— Me ne importa perchè gli ho dato il mio e l’ho adottato; gli ho donato sin d’ora tutto ciò che posseggo. Egli si chiama Alessandro di San Vittore; ho fatto per lui ciò che voi non avreste mai fatto.
Federigo piegò il capo e tacque; il Conte continuò:
— Poco importa che quest’atto meravigli voi e faccia ridere gli altri. Quel fanciullo nessuno può togliermelo. Voi gli avete data la vita fisica, misera cosa; io gli darò quella dell’intelletto e dell’onore; e voi non mi insulterete più.... perchè.... perchè avreste rimorso, lo sento, di offendere il padre vero di quel povero bimbo. Non ho altro da dirvi; confido che la sorte ed il senno d’entrambi ci concederanno di non rivederci mai più.
Federigo guardò un momento intorno a sè, poi uscì rapidamente dalla stanza.
Il Conte è partito stamani per Bruxelles ove si stabilisce, ed ove io lo raggiungerò fra una diecina di giorni. Ora debbo andare a Firenze a dar conto al Marchese Varalli della risoluzione di suo nipote.
················
Accompagnai Paolo sino al palazzo del Marchese. Quando entrammo, egli stava per uscire, e nel cortile accarezzava Blood Royal, suo baio prediletto.
Accolse con molta cortesia Paolo, e quando ebbe saputo da lui dell’adozione del figlio di Rina, dette in un gran scroscio di risa e soggiunse:
— Oh! perdio, questa è bellissima! bisogna campare e poi se ne sentono ogni giorno delle più nuove e delle più belle. Sicchè ha perdonato!... Eh! già! il perdono è più dolce della vendetta.... l’ha detto, se il mio maestro di storia non mi ha messo in mezzo, Pittaco di Mitilene.... Lo ringrazi, sa, cavaliere, della notizia che mi ha mandato, e più di avere scelto lei per ambasciatore. Io non scrivo perchè son vecchio e le lettere mi uggiscono.
E dette in un altro scroscio di risa.
— Non mi ricordo chi ha paragonato il marito al gerente responsabile. Corbezzoli! Emilio ha preso il paragone sul serio; firma anche gli articoli degli altri. Pittaco, sicuro, Pittaco, Pittaco di Mitilene.
E, saltato a cavallo con tanta agilità, quanta ne può avere un giovinotto di primo pelo, strinse la mano a Paolo e partì.
XXIII.
Pochi mesi fa, scrissi a Paolo che era a Milano, perchè mi desse notizie del Conte, di Carolina e di Federigo. Trascrivo qui un passo della lettera che mi rispose.
················
“Ho parlato con gli amici di Federigo; sanno poco di lui, perchè vive solo sul Lago Maggiore, separato, sebbene non legalmente, da sua moglie. Fa frequenti gite a Firenze delle quali non dice il motivo, nè dà conto ad alcuno. Sono andato l’altra sera in casa Crolli e ho discorso un momento con Carolina. Se tu la vedessi, non la riconosceresti più. Il vecchio ingegnere mi ha descritto lo stato miserevole della sua figliola. Questo povero vecchio teme, e i medici con lui, che le dia balta il cervello. Povera donna! Alla sua sventura aggiunge la sventura più grave di ignorarne la causa. Col suo istinto di donna ha indovinato che il marito è innamorato di un’altra. Di chi? Qui sta il mistero. Federigo vive solo; nelle cassette della sua scrivania, frugate con diligenza irrequieta, durante l’assenza di lui, non s’è trovato neanche una lettera che fosse prova di questo amore. Povera donna! ella cerca tra la gente felice la sua rivale! Chi le dirà che bisogna andarla a cercare tra i cadaveri del camposanto?
“Il Conte Emilio è a Bruxelles e compie con amore che non potrebbe ridirsi i suoi doveri di padre adottivo.
“L’ultima volta che lo vidi, parlandomi dei casi passati, mi disse:
“— Sono stato crudelmente ferito; non avrei però la coscienza delle mie piaghe se non fosse il balsamo fresco che le ricopre; il bisogno di signoreggiare il dolore mi ha rivelato il segreto della virilità.
“Ma pur troppo dei personaggi di questa storia, quanti peccarono, soffrirono tutti la penitenza. Anche il Conte ha la sua che sarà tanto lunga quanto è crudele. Sandrino di San Vittore, che compie tra poco due anni, somiglia tale quale Federigo Ripàri.„
Vercelli, 1870.