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Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Volume 1 — CAPITOLO VIII. I Templi.

Reading edition

Fede e superstizione — Architettura generale de’ Templi — Collocazione degli altari — Are ed altari — Della scelta dei luoghi — Tempio di Venere — Le due Veneri — Culto a Venere Fisica — Processione — Descrizione del tempio di Venere in Pompei — Oggetti d’arte e iscrizioni in esso — Jus luminum opstruendorum — Tempio di Giove — I Sacri Principii — Tempio d’Iside — Culto d’Iside — Bandito da Roma, rimesso dopo in maggior onore — Tibullo e Properzio — Notti Isiache — Origini — Leggenda egizia — Chiave della leggenda — Gerarchia sacerdotale — Riti — Descrizione del tempio d’Iside in Pompei — Oggetti rinvenuti — Curia Isiaca — Voltaire e gli Zingari — Tempio d’Esculapio — Controversie — Descrizione — Opinioni sulla sua destinazione — Ragioni perchè abbiasi a ritener di Mercurio — Descrizione del tempio — Tempio della Fortuna — Venerata questa Dea in Roma e in Grecia — Descrizione del suo tempio — Antistites, Sacerdotes, Ministri — Tempio d’Augusto — Sodales Augustales — Descrizione — Pitture, Monete — Tempio di Ercole e di Nettuno — Detto anche tempio greco — Descrizione — Bidental e Puteal — Tempio di Cerere — Presunzioni di sua esistenza — Favola — I Misteri della Dea Bona e P. Clodio — Il Calcidico era il tempio di Cerere? — Priapo — Lari e Penati — Cristianesimo — Ebrei e Cristiani.

Quanto sono venuto fin qui dicendo ha indubbiamente già indotto nel lettore la convinzione che Pompei, se non avanzasse le altre città del romano impero nel sentimento religioso e nel culto superstizioso, certo non ne fosse ad alcun’altra seconda. Egli ricorda come al tempo della trasformazione di Pompei in militare colonia, assumesse l’appellativo di Colonia Veneria, per ciò appunto ch’essa si fosse posta sotto la speciale tutela di Venere Fisica e ricorda i speciali tabernacoli e numi esposti nelle sue vie, gli amuleti ed emblemi contro il fascino sulle case e botteghe scolpiti od in mostra; cose tutte codeste le quali attestano come la fede religiosa commista alla superstizione, colla quale anzi non era che un tutto, non fosse l’ultima delle qualità degli abitanti di questa città. Più innanzi, favellando delle Case e dell’Arti, accadrà eziandio di far cenno di immagini e storie di numi pinte sulle pareti delle prime e di statue grandi e piccole in marmo od in bronzo rinvenute in ogni parte, di cappellette consacrate ai Lari ed ai Penati nelle principali abitazioni e saranno altrettanti argomenti che ribadiranno e l’opinione non solo che ho più sopra enunciata circa le credenze pompeiane, ma più ancora mostreranno i costumi essenzialmente collegati alla teogonia in tutto l’orbe romano.

Io nel dire, in questo capitolo, de’ Templi, nel visitarne le rovine, necessariamente verrò segnalando qual culto si avessero peculiari divinità: pur non lasciando per ultimo di constatare, come, malgrado le nessune reliquie trovate del culto cristiano, la nuova credenza si fosse tuttavia insinuata in Pompei ed avesse la sua luce di verità e di libertà balenato alla mente di qualcuno; come non fosse unicamente una trovata di fantasia quella dell’inglese Bulwer e del nostro Vecchi l’avere introdotto ne’ rispettivi loro libri episodj di neofiti cristiani.

Premetto per altro alcune generali e brevi considerazioni, che reputo opportune a farsi una giusta idea delle ragioni di tanti e disparati culti e della molteplicità de’ templi; e come in altri argomenti, anche in questo della religione, Pompei riassumerà la storia dell’intero mondo romano.

Il politeismo era la religione dominante di questo mondo romano, e Roma, la capitale a cui traevano sudditi e stranieri d’ogni parte dell’universo, ospitava i numi di tutte le nazioni e ne accoglieva tutte le superstizioni; laonde si possa a buona ragione affermare ch’essa fosse il tempio comune de’ suoi sudditi e fosse stata concessa la cittadinanza a tutti gli Dei del genere umano.

La politica degli imperatori e del Senato, per riguardo alla religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi e da’ costumi della parte superstiziosa. I diversi culti religiosi che si osservavano nel mondo romano erano tutti considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una religiosa concordia.

E che io dica cose veraci, me ne fa fede Petronio quando esclama:

«Nessuno crede cielo il cielo, nè stima punto Giove[159]» e Giovenale in questi esametri:

Esse aliquos manes et subterranea regna Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur[160].

Tacito, l’austero Tacito, solo spera che dopo la morte le anime possano aver vita e senso di quanto si fa quaggiù, ma nulla indica ch’egli lo credesse[161].

Meritevole è del resto di osservazione la somma moderazione dell’antichità, veggendosi le nazioni essere meno attente alla differenza che alla somiglianza de’ loro culti religiosi. Il Greco, il Romano e il Barbaro nell’incontrarsi avanti i loro rispettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con diverse cerimonie essi adoravano le medesime divinità. I Galli, a cagion d’esempio, nel corso di uno o due secoli, come apprendiamo da Cesare, assegnarono alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio, d’Apollo[162]. Iside stessa, divinità egiziana sotto altro nome ed anche con egual nome, veneravasi così sulle sponde del Nilo, come su quelle dell’Ilisso, del Tevere o sulle sponde sequane, dove persino Parigi (Parisis) e Issy vuolsi derivassero da quella divinità il loro nome.

Nessun meglio di Erodoto, tra gli antichi, ha fornito la vera indole del politeismo; come Cicerone nel suo trattato De Natura Deorum ne lasciò la miglior guida che seguir si possa in mezzo all’inestricabile labirinto dell’antica teologia, e Omero colla elegante sua mitologia prescrisse le forme più belle e quasi regolari di essa. Ovidio non ne appare, nelle religiose leggende raccolte da tutti i libri e canti degli storici e poeti e da lui nuovamente col numeroso verso ammanite, che quasi il più illuminato ed ispirato de’ suoi sacerdoti. Nelle Metamorfosi la storia degli Dei, nei Fasti ne cantò il culto.

Se però ci è dato d’indagare le origini e la natura della religione de’ Pompejani, de’ quali noi peculiarmente ci dobbiamo occupare, non esitiamo a riscontrarvi tutti i caratteri grecanici. Templi, culto, pitture e marmi, tutto ne rende al proposito chiara testimonianza. I soli riti di Iside, come vedremo a suo luogo, ci avvertono dell’immigrazione degli Alessandrini, e quali solennizzavansi in Pompei, ne lasciano altresì a congetturare che i Greci ellenizzando il culto di Iside, avessero identificata questa divinità con Igia, la Dea della Salute, come argomenta il chiaro E. Brizio, poichè si trovi spesso congiunta con Serapide nell’attitudine propria ad Igia con Esculapio, ed una volta come Igea col serpe attorcigliato intorno al braccio; per cui sia lecito inferirne che anche in tutti gli altri dipinti pompejani, abbiano un rapporto analogo i serpenti dipinti nei lararii, in congiunzione con Iside[163].

Discorrendo ora, pur in generale, sulla naturale costruzione de’ Templi in Pompei, si può osservare che tutti, se si eccettui quello posto nel foro triangolare, si presentano eretti sopra sostruzioni; per lo che siasi dovuto praticarvi gradinate per entrarvi. La facciata d’ordinario è ornata di colonne che vi aggiungono maestà; il sacrario è circondato da mura, l’interno da colonne e da nicchie: il fondo ha un podio, dove si collocavano le statue delle divinità che vi si adoravano. Erano poi decorati di marmi, di pitture, di stucchi e di mosaici e di quelle altre particolarità che verrò notando mano mano che tratterò de’ singoli templi.

Vitruvio, che ho già invocato siccome autorità gravissima in fatto di architettura antica, tratta delle diverse forme architettoniche, delle parti e proporzioni e de’ fregi e d’ogni cosa consueta nella fabbrica de’ templi d’allora e persino delle collocazioni degli altari: quelle regole si riscontrano in buona parte de’ templi pompejani e dirò anzi che informassero anche di poi l’architettura de’ templi cristiani, come anche il culto di essi ha serbato non poche cerimonie pagane, perocchè queste possano essere uniformi espressioni e manifestazioni di adorazione e riverenza, senza condividere dottrine e dogmi, e come, ad esempio nel seguente insegnamento. «Gli altari hanno da esser posti dalla parte d’oriente, e sempre siano più bassi delle statue che saranno nel tempio, acciocchè i supplicanti e i sagrificanti nel riguardare la deità si situino a diverse altezze, secondo richiede il decoro di ciascuna deità. Quindi le altezze si regoleranno in questa maniera: a Giove e a tutte le deità del cielo si faranno quanto più alti si può: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; così con questi principii si faranno nel mezzo de’ tempi altari proprj e adatti»[164].

Presso gli antichi avevano diverse altezze gli altari: per le deità celesti erano alti e si dicevano specialmente altaria: per le terrene, bassi chiamati propriamente aræ, ed è a questa distinzione che per avventura accenna Virgilio in quel passo delle Bucoliche:

En quatuor aras: Ecce duas tibi, Daphni, duo altaria Phœbo[165];

quantunque neghi taluno siffatta distinzione, ammessa da Vitruvio tra gli antichi, e tra’ moderni da quel competente scrittore che è Raoul-Rochette[166].

Nè queste regole unicamente esistevano di materiale architettura de’ templi; ma norme altresì vi avevano per la scelta delle località dove erigerli e queste a seconda ancora della degnità dei numi ai quali consacravansi e della natura de’ loro speciali attributi.

«Per gli edifizj sacri, scrive il medesimo Vitruvio, e specialmente degli Dei tutelari, o di Giove o di Giunone, o di Minerva, dee scegliersi il luogo più eminente, da cui si scopra la maggior parte delle mura: a Mercurio nel foro, o pure, come anche a Iside e a Serapide, nell’Emporio; ad Apollo e a Bacco presso al teatro; ad Ercole, quando non vi fossero nè ginnasii, nè anfiteatri, presso al Circo, a Marte fuori della città e specialmente presso il Campo: a Venere fuori della porta: questo si trova fin anche stabilito negli insegnamenti dell’aruspicina etrusca che, cioè, i tempii di Venere, Vulcano e Marte si abbiano ad alzare fuori delle mura, e questo acciocchè non si famigliarizzi dentro la città co’ giovani e colle madri di famiglia la libidine, e tenendo lontana dalle mura la potenza di Vulcano colle preghiere e co’ sagrificj, restino libere le abitazioni dal timore d’incendio. La deità di Marte essendo adorata fuori della città, non vi sarà guerra civile; ma anzi sarà quella difesa da’ nemici e dal pericolo della guerra»[167].

Giova per altro avvertire come siffatte norme non sieno state sempre ed esattamente osservate, perchè si vide in Roma stessa il tempio di Marte nel Foro d’Augusto e quel di Venere nel Foro di Giulio Cesare, erettogli da Giulio Cesare stesso, che pretendeva discendere dalla Dea per parte di Julo figliuolo di Enea, e molti templi di Dei malefici persino erano dentro la città, come quei della Febbre, di Vulcano, della Mala Fortuna, della Pigrizia e va dicendo.

E così trovasi una tale deviazione dalle regole generali anche in Pompei, dove il tempio a Venere Fisica non era fuori della città, ma presso le Porte della Marina e in vicinanza del Forum. E sarebbe stato invero strano e indecoroso spettacolo che la principale divinità tutelare non fosse stata ospitata entro le mura.

Gli è anzi a tale riguardo, che derogando un tratto dal vecchio adagio: ab Jove principium, o, come direbbesi nell’idioma nostro:

Non s’incomincia ben se non da Dio,

mi farò primamente ad occupare del tempio di questa leggiadrissima Dea Venere Fisica o terrestre, come che mi paja doveroso e della buona costumanza il consacrare di preferenza le nostre cure alla signora del luogo.

Nè vi sarà alcuno d’animo sì poco cortese che mi dia torto in grazia di ciò che si tratti della Dea della bellezza e della voluttà.

Tempio di Venere.

Non v’ha chi non sappia Venere, nata dal seme insanguinato di Celo fecondato dalle spume dell’Ionio mare, essere stata una delle più celebri divinità de’ secoli pagani. Se si volesse scrivere una storia dei suoi fatti e ragione de’ diversi nomi, de’ suoi attributi svariati, del culto, delle feste a lei consacrate, di tutto che le si riferisce, sarebbevi materia a più d’un volume: più generalmente essa veniva riguardata come la Dea della bellezza, la madre dell’Amore e del Riso, la regina della Gioja, la compagna delle Grazie e de’ Piaceri. Presiedeva essa alla generazione ed era ad un tempo la protettrice delle cortigiane.

Delle diverse Veneri di cui si trova memoria, non terrò qui conto che delle due riconosciute da Platone[168], la Venere Urania o Celeste, caratterizzata da un diadema sul capo, e la Venere Pandemos, popolare o publica, ed anche terrestre, appellata Physica dai Pompejani. Alla prima faceva cenno Ugo Foscolo che può dirsi il cantore di essa ne’ tempi moderni, come negli antichi della seconda si direbbe Catullo, ne’ mirabili suoi versi de’ Sepolcri, dove apostrofando Firenze, dopo averla salutata ispiratrice all’Allighieri del divin carme, la saluta patria e ispiratrice altresì del Petrarca:

E tu i cari parenti e l’idïoma Desti a quel dolce di Calliope labbro Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere celeste.

Ne’ primi tempi la Venere Pandemos presiedeva alla popolazione; poscia valse a indicarla la protettrice delle prostitute e veniva rappresentata assisa su di un becco, simbolo di lussuria e di impurità, onde l’epiteto a lei di Epitragia, ed ascrivevansi a lei mille invenzioni di piaceri, e la scoperta d’una infinità di cose che s’ignoravan dapprima, secondo ne cantò Ovidio:

Mille per hanc artes notæ, studioque placendi Quæ latuere prius, multa reperta ferunt.[169]

Queste due Veneri erano poi così fra loro distinte, da avere riti e sacerdoti affatto diversi.

Massime al tempo della decadenza, in cui corrottissimi eransi fatti i costumi, era in fiore per tutto l’orbe romano il culto a questa ultima Dea, e feste in di lei onore celebravansi al primo d’aprile, che perciò dicevasi mese di Venere. Vegliavano le donzelle pel corso di tre notti consecutive, si dividevano in parecchie bande e in ognuna di queste si formavano parecchi cori. Quel tempo s’impiegava nel danzare ed inneggiare in onore della Dea: di che un inno o ritmo antico ci informa in questi versi:

Jam tribus choros videres Feriatos noctibus Congreges inter catervas Ire per saltus tuos Floreas inter coronas Myrteas inter casas[170].

Figuri il lettore quante dovessero poi essere le feste in Pompei dove Venere Fisica o sensuale, era la Dea principalmente tutelare e quindi la più venerata.

Il Giornale degli Scavi, al quale collaborano illustri e dotti ingegni, nel fascicolo di maggio a giugno 1869 publicò una tavola assai interessante, un dipinto, cioè, trovato nel triclinio di una casa che ha l’entrata di fronte al lato meridionale del così detto Panteon, e consiste in una grande fascia a fondo giallo che occupa tutta la lunghezza di una parete: l’ordine e la distribuzione fornisce l’idea di una sacra processione, e però la sua descrizione trova qui il suo posto, ed io la reputo opportuna al lettore, perchè compie il dir mio intorno al culto di Venere Fisica.

La reco colle parole del chiarissimo E. Brizio, altro de’ più solerti e dotti scrittori del succitato Giornale, che la illustrò:

«Nel centro sovra tre gradini, si eleva un tempio ornato di colonne corinzie: ivi nel mezzo, ove è figurata la cella, sta in imponente atteggiamento la Venere pompeiana cinta la testa di corona murale: una lunga veste violacea la cuopre fino ai piedi, mentre un mantello ampio e leggiero, scendendole dalle spalle, le involge tutta la persona. Solamente le mani rimangono visibili: la destra teneva senza dubbio un ramo, ora svanito; nella sinistra ha lo scettro, ed appoggia parte del braccio sovra il timone al suo lato. Due figure assai più piccole in dimensione le stanno ai fianchi; alla sinistra un amorino con frigio berretto in capo, coperto di larga tunica ed una bulla sul petto, poggiato sovra un piedistallo cilindrico sta ritto al fianco di Venere, tenendosi con la destra allo scettro di lei, mentre porta nella sinistra lo specchio: dall’altro lato evvi Priapo barbato, con berretto alla foggia orientale.... Una giovine donzella vestita da sposa, colla χαλὺπτρα[171] intorno il capo, è in atto di scendere i gradini del tempio.... la destra nell’atto di discendere l’ha pôrta ad Ercole, il quale alla sua volta le ha steso la sua.... Più in lontananza seguita la processione quasi divisa in due parti ed ordinata a vari gruppi.... Due fanciulli coronati di fiori precedono la comitiva, la prima tenendo fra le mani un oggetto, sovra cui sono distesi dei panni: seguono due giovani a pie’ scalzi, involti in tuniche bianche listate di rosso con larghe maniche: portano, sorretta da due lunghe sbarre, una base quadrata, sovra cui si alza un grande albero avviticchiato da un serpe: dietro ad essi poi un gruppo di altri quattro giovani portan sulle spalle una larga tavola, dove posa un piccol tempio a colonne. Qui il gran tempio della Venere pompejana interrompe la processione, la quale si ripiglia dall’altro lato. Viene la prima una sacerdotessa di Iside, coperta di bianca veste con scarpe pur bianche ai piedi: ciascun braccio ha circondato da quattro armille ed ha tre collane intorno al collo e al petto: cammina col braccio destro sollevato, tenendo in mano il sistro. Vengono poscia due giovani involti a quanto pare nella toga e portano una tavola con suvvi una galea d’argento. Per il deperimento dell’intonaco in questa parte, resta impossibile a determinare l’oggetto collocato sovra un’altra tavola più ampia, portata da un altro gruppo di quattro persone. Nudo il torace vien poi dietro il popa reggendo nella destra la scure, e menando innanzi a sè un corpulento bue pel sacrifizio; lo segue uno con l’agnello attraverso le spalle. Finalmente chiude la processione un gruppo di due giovani portanti una κλίνη (sedia) abbellita di fiori, nel cui ricco sedile mirasi una corona.»

Brizio, riconoscendo in tutta questa rappresentazione di gruppi non altro che la solennità di una festa del culto di Venere, celebrata col più grande apparato, crede ravvisarvi l’apoteosi di Ercole, per mezzo delle sue nozze con Ebe, dopo ultimate le sue famose fatiche.

Un tale dipinto inoltre chiarisce per avventura la ragione per la quale i Pompeiani avessero a Venere Fisica accordato il primato su tutte l’altre divinità e l’invocassero propizia ai destini del paese, non già solo come fautrice di dissolutezza, ma piuttosto, — non altrimenti che sotto il nome di Venere Fisica veniva adorata nei paesi della Campania ed in Roma, — quale Dea della fecondità femminile, in qualità di Dea γαμήλια e γενετυλλίς, dell’amore materiale, cioè, ed anche del matrimonio.

L’epiteto di Fisica dato alla Dea Pompejana in parecchie iscrizioni, dice ancora il sullodato Brizio, doveva già persuaderci ad intendere sotto questo nome di amore, non la celeste e sentimentale attrazione di due spiriti, bensì il fervido e sensuale congiungimento di due esseri nell’esuberanza delle loro forze vitali. Considerata sotto questo aspetto, Venere da divinità dell’amore passava facilmente ad essere Dea della forza generatrice, del matrimonio e per conseguenza anche della fecondità femminile: e tale appunto è il molteplice concetto sotto cui veniva adorata dai Pompejani. Parecchi monumenti ne rendono testimonianza, ma le allusioni a Venere come Dea dell’amore sono troppo conosciute, troppo naturali e troppo frequenti nei dipinti, e specialmente nei graffiti pompejani, perchè sia necessario di numerare gli esempi: citerò invece una pittura, sotto alla quale è scritta una formula, che impreca l’ira della Venere pompejana sovra colui che avesse leso il dipinto: ciò rivela l’intensità del culto prestato dai Pompejani a questa forza dell’amore, e quindi a Venere che la simboleggia; poichè non si sapeva rinvenire pena maggiore da esser inflitta al colpevole che l’ira della Dea. La fusione della Dea dell’amore con quella del matrimonio, come sembra di ritrovarla in una iscrizione graffita, ove si dice di una donzella Methe, che ardentemente (chorde) ama Chrestum[172] e viene quindi invocata la Venere pompejana, perchè sia propizia ai loro amori e possano vivere concordi. La mancanza d’ogni illecita allusione e il dolce augurio di vivere concordi, ci avvicina assai più all’idea di due sposi, che non a quella di due amanti di ventura.[173]

Il tempio di Venere vedesi in questa città, come più sopra avvertii, presso il Foro alla sinistra di esso e di fronte alla Basilica; comunque il chiarissimo Garrucci[174], tanto benemerito illustratore di Pompei, ponesse pel primo in dubbio avere esso appartenuto a questa Dea, inclinando piuttosto a credere fosse a lei dedicato l’altro edifizio che trovasi in capo al Foro nel luogo più elevato e che più comunemente è detto tempio di Giove, e questo invece, chiamato generalmente di Venere, opinando sacro a Mercurio, e Maja. Quei dotti uomini che furono il Nissen[175], il Momsen[176], e l’Overbeck[177], di fronte agli eruditi argomenti dal Garrucci addotti ne divisero l’opinione; ma il Brizio li combattè e mi pare vittoriosamente; e pel rinvenimento di due statue, una di Venere e l’altra di Ermafrodito e per l’erma marmorea e panneggiata, che ancor oggi vedesi nel peribolo del tempio e che ritiene di Mercurio, non già come figlio di Maja, ma come sposo di Venere, e per le sigle della lapide votiva pur trovata T. D. V. S. interpretate naturalmente Tutrici Deæ voto soluto, Dea tutelare della città essendo Venere, conchiude riconfermando la primitiva assegnazione, essere veramente il tempio di Venere.

Esso nella prima architettura del santuario, e per conseguenza di tutto l’edificio, è quello di un tempio greco che si venne di poi trasformando, alla severità del dorico stile essendo subentrato nell’arte il gusto della jonica eleganza, fu mutata la faccia anche alle colonne, dandosi loro le basi, convertendo ai capitelli la forma, riempiendo per un terzo le scanalature di stucco e di stucco spalmando anche i triglifi. Esso è assai vasto e decorato di bei marmi. Diciotto colonne d’ordine corintio gli girano all’intorno, e deducesi come esse costituissero un portico coperto in tre lati da un tetto. Nel Santuario che sorge nel mezzo e di cui si vede la base, doveva certamente trovarsi la statua della madre di Cupido. Innanzi ad esso santuario evvi l’altare pei sacrificj e sui due lati leggesi ripetuta la seguente iscrizione, che ricorda i nomi dei quattro magistrati che la fecero costruire:

M . PORCIVS . M . F . L . SEXTILIVS . L . F . CN . CORNELIVS . CN . F . A . CORNELIVS . A . F . IIII VIR . D . D . S . F . LOCI[178]

A destra si osserva una scultura in marmo bianco, raffigurante una donna elegantemente palliata.

A sinistra su d’una colonna di marmo cipollino leggesi questa iscrizione:

L . SEPVNIVS . L . F . SANDILIANVS M . HERENNIVS . A . F . EPIDIANVS DVO . VIR . I . D . D . S . P . F . C .[179]

Pitture dai vivi colori rappresentanti paesaggi, sontuose ville ed istorie con figure, alle quali l’artista sovrappose a corpi mingherlini teste giganti, ornavano le pareti del porticato; ma di esse se ne ha conservate taluna al Museo di Napoli, dove vennero trasportate, le altre essendo state dal tempo o assai guaste o affatto distrutte. Fra’ soggetti summentovati erano quelli di Achille che trascina il morto corpo di Ettore attaccato al suo carro, e Priamo che implora Achille, spiccati entrambi all’Iliade, ed il primo rammentato altresì dalla Eneide.

Nella sua dotta dissertazione sulla Venus physica il Brizio afferma e dimostra come detto tempio di Venere abbia avuto un’origine greca per l’osservanza che vi si appalesa rigorosa di tutte le leggi dell’arte greca, e per la sua grande somiglianza coi templi di Pesto, Selinunte e Metaponto, che seguono le norme dell’antico stile dorico; e quantunque per le grandi trasformazioni a cui andò soggetto l’edifizio, non possa dirsi nulla di certo intorno alla sua epoca, ritiene innegabile che, dopo quello in vicinanza dei teatri nel Foro triangolare, sia codesto il tempio più antico di Pompei.

Non è da ultimo a passar sotto silenzio l’importante iscrizione che trovavasi in questo tempio e che fu trasferita al Museo e la quale suona così:

M . HOLCONIUS . RVFVS . D . V . I . D . TER C . EGNATIVS . POSTVMVS . D . V . I . D . ITER EX . D . D . IVS . LVMINVM OPSTRVENDORVM . HS . ∞ . ∞ . ∞ REDEMERVNT . PARIETEMQVE PRIVATVM . COL . VEN . COR VSQVE . AD . TEGVLAS FACIVND . COERARVNT.[180]

Questa lapide per il cenno che si dà del jus luminum opstruendorum porse occasione a diverse sentenze di dotti ed archeologi; ma il suo più probabile senso si è che l’erezione di questo muro venendo a causare ai continui edifizii privati una grande oscurità, i duumviri indicati nell’iscrizione ne indennizzavano i proprietarj, dai quali compravano quel diritto di servitù col prezzo di tremila sesterzj.

Schöne riconosce questo muro in quello all’ovest del tempio[181] e quivi doveva essersi stabilita la Colonia mandata da Silla, come ne fanno fede le mura della città per tutto questo lato abbattuto e gli edifizj costruiti sovra esse, posteriori alla colonizzazione sillana.

Nella parte postica del tempio, in fondo del santuario, a sinistra vuol essere veduta una cameretta, forse destinata a’ sacerdoti della Dea, decorata di pitture. A mano manca vi è quella di un Bacco col tirso in una mano e un vaso dall’altra, e un vecchio Sileno in atto di suonare la lira: al destro lato invece è praticata una nicchia e poteva essere un larario, o tabernacolo degli Dei lari.

Tempio di Giove.

Più vasto tempio e di superba architettura è quello che non è di molto discosto da quello di Venere e che per una bella testa di Giove che vi si è trovata ed una di Esculapio e di una donna, l’ha fatto assegnare siccome consacrato al più grande degli Dei. Copriva 434 piedi quadrati, grandissima estensione se si ponga mente alla angustia degli altri tempj pagani, ed anche a quella degli altri templi in Pompei ed al costume più generale che si aveva che in essi non convenisse tutto il popolo, come è pratica nella religione cristiana, ma solo i sacerdoti e quanti pigliavan parte a’ sacrificj, od alle matrone, bastando che il popolo deponesse alla soglia le ghirlande e i doni.

Infatti se l’odierno tempio cristiano in Roma occupa 20,000 metri, il tempio più grande di Roma antica, cioè quel della Pace, ne occupava soli 6240; il Panteon ne copre 3182; quello di Giove Tonante 874; 195 quello della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto; 636 quello della Concordia ad Agrigento, e quindi vi tien dietro questo di Giove in Pompei; mentre poi la più parte de’ templi pagani, potevansi dire semplici fani, come quello di Iside in Pompei stessa e gli altri, e come quello sacro a Giove Feretrio in Roma, che, sulla fede di Plinio, non occupava in lunghezza più di quindici piedi.

A questo tempio di Giove dei Pompejani si ascendeva per un’ampia gradinata or rovinata, che tutto fa credere fosse fiancheggiata di statue colossali. Si compone di un vestibolo esastilo che risulta di sei colonne corinzie di fronte e da quattro dai lati, di una cella quadrilatera decorata di otto colonne d’ordine jonico per ciascun lato, onde questo genere di templi aventi colonne ai lati designavasi col nome di peripteri. Di palmi cinquantanove in lunghezza, e di quarantaquattro in larghezza, questa cella ha un bel pavimento in mosaico e le mura dipinte a fresco di un rosso brillante.

Scrive Vitruvio: «Ærarium, carcer, curia foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat[182]»: or bene tali condizioni riscontrandosi in questo edificio, ed al fondo della cella essendo aperte tre camere fornicate, difese da cancelli di ferro, si argomenta che fosse questo l’erario publico, per riporvi il denaro della colonia e gli archivii.

Per una scala a mano manca di queste tre camere si monta ad un piano superiore, da cui si gode del più bel panorama.

«Le colonne composte di tufo ricoperte di stucco, scrive l’architetto G. Vinci, sono ridotte in pezzi, gli avanzi di due soldati, che non vollero abbandonare il posto, ove forse erano di guardia, giacciono in questo sito: uno di essi era stato schiacciato dall’improvvisa caduta d’una colonna: una moneta di bronzo ed una visiera si raccolsero presso di loro»[183].

Finalmente non obblierò la seguente iscrizione, che da questo tempio in cui fu raccolta or fu portata ad arricchire il Museo:

SP . TVRANNIVS . L . F . SP . N . L . PRON . FAB PROCVLVS . GELLIANVS . PRAIF . FAB . PRAIF . CVRATORVM . ALFEI . TIBERIS . PRAIF . PRO . PR . I . D . IN . VRBE . LAVINI . PATER . PATRATVS . POPVLI . LAVRENTIS . FOEDERIS EX . LIBRIS . SIBILLINIS . PERCVTIENDI . CVM . P . R . SACRORVM . PRINCIPIORVM . P . R . QVIRIT . NOMINISQVE LATINI . QVAI . APVD . LAVRENTIS . COLVNTVR . FLAM . DIALIS . FLAM MART . SALIVS . PRAISVL . AVGVR . PONT . PRAIF . COHORT . GAITVL . TR . MIL . LEC . X . LOC . D . D . D .[184]

Spiegai altrove che significasse il pater patratus con cui si qualifica Spurio Turannio, cioè perchè il feciale giurava a nome di tutto il popolo, pro toto populo patrabat; dirò solo una parola sul significato dei sacri principii presso i Romani. I sacri principii erano in un campo di guerra, negli alloggiamenti, e nella castramentazione romana in cui ad una delle sue vie si dava il nome di principia, e secondo si spiega dagli archeologi[185], perchè formava il principio dell’accampamento; onde Plutarco in Galba l’appellò Archea (Αρχαια) sive initia quæ Romani principia appellant. Era questo un luogo più sacro e venerabile, perchè qui dal tribuno si rendeva giustizia, qui si conservavano i vessilli e le aquile, qui sovra le are castrensi si immolavano i sacrifici e si custodivano le immagini degli Dei e dei principi, qui si prestava il giuramento e qui finalmente si reputava un gran sacrilegio commettere il benchè menomo delitto. Così Cicerone poteva uscire in quella sentenza favellando de’ Principii: Spes libertatis nusquam, nisi in vestrorum castrorum principiis est[186]. Nel medio evo in Italia il Carroccio tenne luogo de’ Sacri Principi della antichità.

Tempio d’Iside.

In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che si presenta forse più interessante d’ogni altro.

Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.

Illustration from Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Il Tempio d’Iside in Pompei. Vol. I. Cap. VIII. I Templi.

Infra l’altre, la superstizione egiziana, la più spregevole ed abbietta di tutte, venne più volte bandita da Roma e dall’Italia; ma Silla, se per ispirito di devozione o per ragioni d’interesse non saprei dire, l’aveva ricondotta nel suo ritorno dall’Egitto. Nell’anno di Roma 701, a cagion d’esempio, il tempio di Iside e di Serapide fu demolito in questa città per ordine del Senato, portandovi a tale fatto la mano stessa del Console[187]; ma dopo la morte di Cesare fu riedificato a spesa del publico erario, perchè lo zelo di fanatismo prevalse ai freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati numi dalle sponde del sacro Nilo tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i templi furono riedificati con maggior lustro ed Iside e Serapide ebbero alfine un posto fra le romane divinità. Quali ne fossero anzi gli entusiasmi, e quanto generali, ce lo dicano i seguenti versi di Tibullo:

Nile pater, quænam possum te dicere causa, Aut quibus in terris occuluisse caput? Te propter nullos tellus tua postulat imbres. Arida nec pluvio supplicat herba Iovi. Te canit, atque suum pubes miratur Osirim Barbara, Memphitem piangere docta bovem. Primus aratra manu solerti fecit Osiris, Et teneram ferro sollecitavit humum. Primus inexpertæ commisit semina terræ, Pomaque non notis legit ab arboribus. Hic docuit teneram palis adjungere vitem, Hic viridem dura cædere falce comam. Illi jucundos primum matura sapores, Expressa incultis uva dedit pedibus. Ille liquor docuit voces inflectere cantu, Movit et ad certos nescia membra modos. Bacchus et agricolæ magno confecta labore Pectora tristitiæ dissoluenda dedit. Bacchus et afflictis requiem mortalibus affert, Crura licet dura cuspide inulta sonent. Non tibi sunt tristes curæ, nec vultus, Osiri: Sed chorus, et cantus, et levis aptus amor. Sed varii flores, et frons redimita corymbis, Fusa sed ad teneros lutea palla pedes, Et Tyriæ vestes, et dulcis tibia cantus, Et levis occultis conscia cista sacris.[188]

Facevasi Iside presiedere singolarmente alla Navigazione ed alla Medicina; onde si capisce perchè Tibullo nella sua Elegia III del Lib. I, lamentando la malattia che lo incolse in Corcira, l’odierna Corfù, e gli aveva vietato seguir Messala, dice a Delia sua amante:

Quid tua nunc Isis mihi, Delia, quid mihi prosunt Illa tua toties æra repulsa manu? Quidve, pie dum sacra colis, pureque lavari Te memini et puro secubuisse toro? Nunc, Dea, nunc succurre mihi; nam posse mederi Picta docet templis multa tabella tuis.[190]

Come malato e come viaggiatore per mare, Tibullo aveva più titoli alla protezione della Dea: quelli infatti che redimevansi da alcuna grave malattia, o che si erano salvati da naufragio, non mancavano di consacrare quadri votivi che si sospendevano nel tempio della Dea, di che fa cenno ne’ surriferiti versi il poeta, e fece dire a Giovenale:

. . . . Pictores quis nescit ab Iside pasci?[191]

e noi di presente facciamo del resto nè più nè meno davanti agli altari della Madonna e dei Santi nelle nostre chiese.

Proverà poi l’estensione del culto Isiaco in Roma e le ragioni del favore che vi aveva ottenuto, il lamento di Properzio per l’anniversario che ogni anno ad una determinata stagione vi si faceva delle feste di Iside, nelle quali le donne, colla scusa di un ritiro di dieci giorni e dieci notti, durante il qual tempo non ammettevano consorzio d’uomini e neppur de’ mariti, e dormivano sole nel tempio della Dea, davansi liberamente in braccio ad altri amanti.

Tristia jam redeunt iterum solemnia nobis: Cynthia jam noctes est operata decem. Atque utinam Nilo pereat quæ sacra tepente Misit matronis Inachis Ausoniis. Quæ Dea tam cupidos toties divisit amantes, Quæcumque illa fuit, semper amara fuit.[192]

Anche Giovenale stigmatizza l’abuso di questi riti, chiamando Isiacæ lenæ (mezzane) queste sacerdotesse, o devote di Iside, che sotto il manto della religione si davano alla più sfrenata prostituzione.

Augusto stesso, nella sua dimora in Egitto aveva rispettato la maestà di Serapide, quantunque proibisse nel pomerio di Roma ed un miglio all’intorno il culto dei numi egizii. Questi per altro finchè durò il suo regno ottennero voga moltissima, non perduta pur sotto del suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta, al dir di Tacito[194], ad usare qualche severità, dalla quale si scostarono i suoi successori ben presto, e Gibbon è dell’avviso che il sicuro e pieno stabilimento del culto di questa egizia divinità si possa attribuire alla pietà della famiglia Flavia[195].

Se tali erano state sotto la republica e sotto i Cesari in Roma le condizioni del culto isiaco, più fiorenti, nè mai turbate erano state nella bassa Italia e massime in Pompei. Esercitandovelo sacerdoti non provenienti dall’Egitto, ma romani e greci, vi avevano fatto tale un miscuglio di riti superstiziosi che poco del carattere primitivo vi ritenesse. Nondimeno a tanto fu mantenuto e spinto l’entusiasmo che le matrone pompejane spacciassero a loro spesa proprj incaricati in Egitto a pigliare l’acqua del Nilo stesso per le sacre cerimonie; lo che pur facevano le romane, stando alla testimonianza di quel verso dì Giovenale:

A Meroe portabat aquas, quæ spargat in ædem Isidis[196]

e Meroe era tra le più grandi isole del Nilo e città interessante dell’Africa,

Toccando l’argomento di questo culto, si è invogliati di indagarne le origini e il vorrei fare, molto più che alcuna idea mi sarebbe ingenerata che scostandosi dalle ipotesi più generali, le quali seguendo una interpretazione data a un passo di Erodoto, derivar vorrebbero la famiglia Egizia dalla Etiopia, avvalorando l’opinione colla testa della Sfinge delle piramidi, la quale offre i caratteri distintivi del tipo negro. Io, il carattere dell’architettura principalmente egizia raffrontando con quello del Messico e Indiano e l’analogia fra i riti e le istituzioni di un luogo e dell’altro, argomento piuttosto ad una comune sorgente nell’India; se pure, rammentando quello immenso fenomeno ricordato da Platone della graduata sparizione di quella grande Isola che fu l’Atlantide, non si possa con più ragione congetturare che i popoli che l’abitavano dovendo per necessità abbandonarla, chi da una parte volgesse e chi dall’altra, gli uni passando al Messico, gli altri a popolare le terre fecondate dall’onda sacra del Nilo. La cronaca d’Eusebio appoggierebbe in certo qual modo codesta ipotesi mia, affermando che a un’epoca assai remota Etiopi venuti dall’India si sarebbero stabiliti nell’Egitto.

Ma ciò non accenno che di volo: la materia sarebbe vasta, ardua a trattarsi e superiore alle mie forze ed al tempo che mi è concesso: mi restringerò piuttosto a fornire sotto brevità alcune nozioni intorno alla teogonia egiziana.

Il politeismo egizio riducevasi a stretto rigore all’unità; tutti que’ Dei venendo considerati come altrettante emanazioni d’Amon-Ra, l’essere increato, immutabile, onnipossente, autore, conservatore ed anima della natura, costituente una trinità formata di lui stesso, di Moûth la femmina e la madre, e di Khons il figliuolo nato da essi. Questa trinità ne creava altre e la continua catena scendeva ben anco dai cieli e si materializzava sotto forme umane. Ogni regione dell’universo aveva la sua triade: quella che aveva la direzione della terra componevasi d’Osiride, d’Iside e di Horo, poi d’Horo, d’Iside e di Malouli. Il regno di quest’ultima triade aveva immediatamente preceduto la generazione degli uomini. Ella rappresentava il principio d’ordine nel mondo, mentre Tifone, fratello e nemico d’Osiride, rappresentava il principio del male.

«La leggenda egizia — scrive Clavel — raccontava che dopo aver civilizzato l’Egitto e fondata Tebe, Osiride volle estendere i suoi beneficj alla terra intera, e che visitò tutti i popoli, che sotto i diversi nomi le avevano inalzato altari. Ma al suo ritorno, Naphtis sposa e sorella di Tifone, si invaghì di sua bellezza e rivestendo l’apparenza d’Iside per ingannarlo si unì a lui e diede alla luce Anubi. Tifone così oltraggiato, ne concepì un fiero risentimento, tese agguati ad Osiride, l’uccise e gettò il suo corpo nel Nilo. Iside si mise alla ricerca della spoglia del proprio sposo, e giunse a rinvenirla, meno gli organi della generazione, ch’erano stati divorati da un pesce della specie chiamata fagro. Osiride ritornò dagli inferni, ma nella persona di Horo suo figlio. Poco a poco crebbe in forza e potenza, assunse il nome di Serapide e vinse il cattivo principio, che, latente nell’universo, non cessa di sconvolgerne l’ordine e di produrre ogni sorta di mali.»[197]

Il citato Clavel spiega nella seguente forma il senso che si asconde

Sotto il velame degli versi strani

della leggenda.

«Tifone è la personificazione delle tenebre e del freddo; Horo il sole del solstizio d’inverno; Serapide il sole del solstizio d’estate: Osiride il sole dell’equinozio d’autunno, che perisce sotto i colpi del suo eterno avversario. Gli organi della virilità sono il phallus, emblema della fecondità solare. Iside è la luna, sposa e sorella del Re, da cui ella riceve la influenza e ch’ella segue costantemente nella sua immensa carriera[198].» Plutarco ci porge del pari identica la chiave della astronomica allegoria, ed io d’altronde in questa mia opera, pur d’Ercole parlando, ho chiarito l’allegoria astronomica del pari che si cela sotto le famose sue gesta; sì che paja che la sapienza degli antichi sacerdoti nascondesse dei veri sotto tutti i miti, sotto tutte le leggende della pagana teogonia, nè fossero essi soltanto stranezze ed ubbie superstiziose.

Le divinità egizie ebbero per simbolo un animale qualunque, ed anzi questo emblema vivente teneva luogo quasi sempre nei templi della statua del Dio stesso e riceveva così le adorazioni de’ fedeli. Erodoto dice che gli Egizi rappresentavano Iside colle corna di bue, forse come emblema di potenza: Plutarco afferma che Mercurio posò una testa di bue su quella di Iside invece del diadema che Horo le aveva levato.

Addetta al culto di questi numi eravi tutta una casta sacerdotale, che formava la parte sapiente della nazione, consacrata a studiare le scienze positive, la fisica, l’astronomia, la storia naturale, la geografia, la medicina; a coltivare la teologia, la filosofia, la divinazione, occupandosi altresì di architettura, pittura e musica, ed a raccogliere gli annali e le cronache del proprio paese e dell’altrui. Essa era investita dell’amministrazione della giustizia, della riscossione delle imposte, e della disposizione degli impieghi. Dividevasi in profeti, in comasti e zaconi: i primi eran d’ordine superiore e vivevano assai sobrii e puri. Il desiderio di conservarsi in uno stato della più rigorosa purezza, aveva introdotto in mezzo ad essi il costume della circoncisione, e gli aveva impegnati a vestire stoffe di lino candidissime, in memoria altresì ch’Iside fosse stata, come afferma Ovidio, l’introduttrice del lino; onde così vennero designati da Marziale in un epigramma:

Linigeri, fugiunt calvi, sistrataque turba, Inter adorantes cum stetit Hermogenes[199].

Malgrado questo, io credo giustificare la qualifica di spregevole e abbietta superstizione, che ho dato testè alla egiziana, oltre che coll’autorità di Properzio, già riferita, e colle orgie cui eran pretesto i riti isiaci, ch’eran pur quelli detti eleusini in Grecia, e che di là in Roma aveva Claudio derivati[200], pure col seguente passo di Erodoto.

«Anche i sepolcri di lui, del quale in tale occasione mi saria sacrilegio confessare il nome, sono in Sais, nel sacrario di Minerva, dopo il tempio, contigui a tutta la parete di Minerva e nel sacro terreno, stanno grandi obelischi di pietra e v’ha dappertutto un lago col bacino incrostato di pietre e ben lavorato in giro, di grandezza, come parevami, quanto il lago, chiamato in Delo in forma di ruota. In quel lago fanno di notte la rappresentazione delle passioni di lui, e gli Egizii le chiamano misterii; ma intorno ad essi, quantunque mi sappia assai ogni particolarità, sarà non pertanto bello il tacere»[201]. Si han poche nozioni sui misteri di Serapide e Osiride, dice Clavel; si sa solamente che negli ultimi, si commemorava con un cerimoniale emblematico il fine tragico d’Osiride, proditoriamente messo a morte da Tifone.

Per chi sa che in Egitto i misteri d’Iside, la generatrice di tutte le cose, fossero sempre casti e irreprensibili, perocchè soltanto sotto allegorie rappresentassero la creazione del mondo e degli esseri, il destino dell’uomo, l’investigazione della sapienza e la vita futura delle anime, non potrà rendersi ragione del severo giudizio che di tal culto i dominatori di Roma portassero così da proscriverlo sì spesso: ma ogni sua maraviglia cede ove si pensi come in Roma il culto vi giungesse travestito all’asiatica, molto diverso però dalla egizia ed anche dall’origine italica[202].

«Presso i Romani, scrive Pietro Dufour nella sua Storia della Prostituzione[203], come in Asia, tali misteri erano meri pretesti ed occasioni di disordine d’ogni sorta; la prostituzione singolarmente v’occupava il primo posto. Ecco perchè il tempio in Roma fosse distrutto e riedificato per ben dieci volte; ecco perchè il Senato alla fine non tollerasse le isiache, che per la protezione interessata, accordata loro da cittadini ricchi e possenti; ecco perchè non ostante la prodigiosa diffusione del culto d’Iside sotto gli imperatori, gli onesti s’allontanassero con orrore, e nulla più disprezzassero quanto un sacerdote d’Iside. Apulejo, nel suo Asino d’Oro, ci fa una ben mite descrizione di tali misteri, a cui s’era iniziato e non permettevasi di svelarne i riti segreti; descrive la processione solenne, in cui un sacerdote porta nelle sue braccia la venerabile effigie della Dea onnipotente, effigie che nulla ha dell’uccello, nè del quadrupede nostrale o selvaggio e più non somiglia all’uomo, ma nella stranezza sua medesima venerabile, e che ingegnosamente caratterizza il misticismo profondo e l’inviolabil segreto di cui si cinge codesta augusta religione. Davanti l’effigie, che non era che un phallus d’oro, cioè l’emblema dell’amore e della fecondità, andava una folla di gente iniziata d’ogni sesso, età e condizione vestita di lini bianchissimi; le donne cingevano di veli trasparenti i capelli pregni d’essenze, gli uomini, rasi sino alla radice de’ capelli, agitavano sistri metallici. Ma Apulejo serba prudente il silenzio su quanto si faceva nel santuario del tempio, ove compivasi l’iniziazione a suon di sistri e piccole campane. Gli scrittori antichi tacquero tutti intorno al soggetto delle misteriose iniziazioni, che dovevano essere sinonimo di prostituzione. Gli imperatori stessi non arrossirono di farsi iniziare e di prendere per ciò la maschera a testa di cane in onore di Anubi figliuolo di Iside.»

Era quindi questa Dea, ben più di Venere, la regina della prostituzione sacra a Roma e in tutto il romano impero ed aveva semplici cappelle dappertutto, al momento della maggior depravazione dei costumi. Il tempio principale era nel campo di Marte; le adiacenze, i giardini, i sotterranei d’iniziazione dovevano essere bene ampii, ascendendo a più migliaja d’uomini e donne gli iniziati che accorrevano a processione nelle feste isiache.

Di più nel recinto sacro eravi commercio continuo di dissolutezza, al quale i sacerdoti d’Iside, lordi di ogni vizio e capaci di ogni delitto, prestavano volentieri l’opera loro. Formavano essi un ben numeroso collegio, che viveva in una oscena famigliarità; lasciavansi andare a’ traviamenti tutti de’ sensi, nella sfrenatezza delle passioni, ubbriachi sempre e ripieni di cibo, giravano le vie della città vestiti dei loro lini macchiati e sudici, colla maschera da muso di cane sulla faccia, ed in mano il sistro, scrollando il quale chiedevano l’elemosina, battevano alle porte e minacciavano la collera d’Iside a chi si rifiutava di farla. Essi esercitavano nello stesso tempo l’infame mestiere di lenoni, incaricavansi, concorrendo colle vecchie meretrici, di tutti i negozj amorosi, delle corrispondenze, degli erotici convegni, dei traffici e delle seduzioni. Il tempio e i giardini erano asilo ai protetti amanti e agli adulteri da lor travestiti con abiti e veli di lino. I mariti ed i gelosi non penetravano impunemente in quei luoghi consacrati al piacere, ove non si vedevano che coppie amorose, ove non si ascoltavano che sospiri coperti dai suoni dei sistri. Giovenale — come gli altri poeti che già citai — parla in più luoghi nelle sue Satire delle pratiche dei santuarj d’Iside. Rammento questi versi della Satira IX a Nevolo Cinedo:

Nuper enim, ut repeto, fanum Isidis et Ganymedem Pacis, et advectæ secreta palatia matris, Et Cererem (nam quo non prostat femina templo?) Notior Aufidio mœchus et celebrare solebas[204].

Il tipo di Arbace nel bel romanzo di Bulwer è l’espressione fedele della dottrina e della brutale passione ad un tempo del sacerdote di Iside: quello di Caleno del sacerdote lenone, scellerato e schifoso. Apecide, il severo fratello di Jone, aveva avuto ben d’onde d’essersi presto stomacato di quelle sacerdotali nefandità.

Era stato in Pompei questo culto introdotto dagli Alessandrini, che pei loro commerci avevano assai frequenti occasioni di venirvi; e però molti di que’ del paese eransi presto a’ misteri Isiaci iniziati, questi essendo in venerazione di tutti. Più tardi s’era infiltrata indubbiamente anche in Pompei la corruzione isiaca, greca e romana. Se non temessi dilungarmi di troppo e non avessi presente l’economia dell’opera, riferirei i riti dell’iniziazione, diversi assai nell’origine loro egizia dalla degenerazione europea, e l’importanza che vi si assegnava; ma essi inoltre avevan luogo, nel solo Egitto, e non riguardavano d’altronde i misteri minori che celebravansi, ne’ templi altrove.

Mi restringerò dunque alla descrizione materiale del tempio d’Iside pompeiano.

Sul frontispizio della porta di questo tempio in una tavola di marmo si leggeva un’iscrizione che importa riferire per racchiudere essa dati storici di non dubbio interesse:

N . POPIDIVS . D . F . CELSINVS ÆDEM . ISIDIS . TERRÆ . MOTV . CONLAPSAM A . FVNDAMENTO . P . S . RESTITVIT . HVNC DECVRIONES . OB . LIBERALITATEM CVM . ESSET . ANNORVM . SEXS . ORDINI . SVO GRATIS . ADLEGERVNT[205].

Poco monta a noi di risollevare la questione agitatasi calorosamente tra i dotti sulla interpretazione di quell’abbreviatura sex, parendomi d’accettare quella che mostrasi più razionale, cioè, di sexsaginta, non sex, perocchè basti l’avvertire quel che Cicerone ebbe a dire essere, cioè, più difficile venir nominato decurione in Pompei che senatore in Roma, per respingere senz’altra discussione l’assurda pretesa di coloro che avrebbero voluto leggere in questa iscrizione l’aggiunzione gratuita di Numerio Popidio Celsino all’ordine dei decurioni nell’età di anni sei, non già in quella d’anni sessanta. Come avrebbe l’infante di sei anni potuto disporre di tanta liberalità, s’anco si volesse supporre che la massima delle dignità si fosse voluto conferire ad un fanciullo?

Piuttosto noterò e in questa e nelle altre iscrizioni che pur riferirò nella descrizione di questo tempio, come la famiglia Popidia fosse tutta benemerita del culto isiaco che si osservava in Pompei.

All’ingresso del tempio stava una cassetta per ricevere le offerte in denaro e due fonti lustrali, che si appellavano aquiminaria, su d’una delle quali l’iscrizione: Longinus Duumvir.

Esso appartiene al novero di que’ templi che si dicono ipetri, parola greca che significa scoperto, ed è assai piccolo, per la ragione che ho già superiormente addotta, della costumanza cioè che il popolo non vi fosse ammesso, deponendo egli le sue offerte sul sacro limitare. Molto più il culto d’Iside aveva bisogno d’essere circondato da misticismo e segreto, per meglio accreditarne i misteri. Infatti sotto il podio su cui posava il simulacro della Dea, ancor di presente si vede una fornice od angusta cameretta cui si accede per una dissimulata scaletta, dalla quale non visti i sacerdoti dalla vuota statua emettevano responsi, accreditandone autrice la Dea: esempio strettamente imitato da certi cattivi ministri dell’altare fino a’ nostri giorni nel far muovere gli occhi o nel farli piangere di madonne e di crocifissi.

Lungo i lati esterni del tempio corrono otto colonne di stucco per ogni parte e sei si accampano di fronte e sono d’ordine dorico, senza base e dell’altezza di nove piedi e mezzo. L’edificio di materia laterizia è per altro ricoperto di un intonaco assai duro.

Il santuario, o cella, come si soleva denominare, che non è che un tempietto quadrato nel fondo dell’edificio, aveva due nicchie per parte, mentre nel prospetto sorgevano due are fiancheggiate da due podii, su cui si rinvennero due tavole isiache, di cui una affatto intera con caratteri geroglifici, come sogliono osservarsi nel rovescio delle statuette d’Iside e de’ Pastofori nei musei, giusta l’osservazione che ne fa il Romanelli.

Due are erano ai lati, una per ardervi le vittime, l’altra per accogliervi le ceneri, che allo scoprirsi del tempio vennero ancora vedute. Altre are minori appoggiate alle colonne servivano per ardervi timiami ed incensi di continuo per aggiungere reverenza al luogo.

Presso all’ara sinistra vedesi un’altra cameretta con sotterranea scala e deve essere stata destinata alle lustrazioni, o purificazioni volute dal rito, a cagione del lavacro che nel fondo si osserva. Bassorilievi di stucco ne decorano le pareti e in una nicchia è dipinto un Arpocrate che, il dito sulla bocca, intima silenzio. Una statua d’Iside in terra cotta ed una d’Anubi colla testa canina, ch’eran pur qui, andarono ad arricchire in un colle altre immense preziosità scoperte il Museo Nazionale. Quella d’Iside dorata aveva nel suo piedistallo questa iscrizione:

L . CÆCILIVS PHOEBVS . POSVIT L . D . D .[206]

Diversi oggetti di non dubbio interesse ed attinenti il culto si rinvennero del pari, come lettisterni di bronzo, su cui era inteso si assidessero le divinità in certe feste; lampade, lucerne, pàtere, lebeti, turiboli, accerre, prefericoli, simpuli, mallei, secespiti, cultri, litui, crotali, aspergilli[207], utensili tutti religiosi, aghi augurali per iscrutare entro le viscere delle vittime, e sistri, istrumenti, questi ultimi specialmente in uso nelle cerimonie isiache, come anche nel dipinto della Dea in questo tempio trovato su d’una parete, si vede stringere un sistro nella destra, e del quale perchè caratteristico di questo culto, e perchè spesso si riscontri accennato nelle poesie e negli scritti antichi, convien che ne dica qualche parola.

Già vedemmo, citando Tibullo, come il poeta ricordasse la sua Delia agitare e rintronar l’aria de’ sistri in onore di Iside, e questo istrumento di argento o di bronzo che certo non poteva rendere alcuna armonia, ma solo un suono acuto che congiunto alla grossolana tibia, appellata chnoue nell’Egitto, ed al muggito del bove Api, produceva quell’orribil frastuono che Claudiano espresse in questi versi imitativi:

Nilotica sistris Ripa sonat phariosque modos Ægyptia ducit Tibia, submissis admugit cornibus Apis[208].

Nè vanno obbliate la statua di Venere Anadiomene in marmo, qui del pari trovata posata su d’un pilastro, avente le braccia, il collo e l’ombelico dorato, e quelle di Bacco e di Priapo in marmo greco; non inutile osservazione codesta, perocchè tenga a provare come il tempio sacro ad una divinità non escludesse i simulacri di altre. Sul plinto della statua di Bacco, che era lo stesso che presso gli Egizi Osiride, si legge questa iscrizione:

N . POPIDIVS . AMPLIATVS PATER . P . S[209].

Passando alla sala de’ Misteri, voglionsi riguardare alcune pitture, ma più ancora l’iscrizione nel pavimento di mosaico che così suona:

N . POPIDI . CELSINI N . POPIDI . AMPLIATI CORNELIA . CELSA[210].

Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’ sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano, altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero 360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte nell’opera sua di questi due personaggi.

Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca. È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si trovò e che fu letta da Jannelli per Cereiiai Pumpaiianai, cioè Curia Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure scoperta e che, letta, si chiamava trebus.

Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al 1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento, l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran patera, erme e teste di numi.

Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo culto bandite.

Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside, misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri, vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati. Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale, conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi ancora ci inspirano rispetto.»

Tempio d’Esculapio o di Giove e di Giunone.

Un altro tempio è nella strada di Stabia, stato scoperto dal 1766 al 1768, nel lato destro; e per una statua figulina rappresentante Esculapio, il Dio preposto all’arte medica, venne dai più ritenuto per sacro a quella divinità e nelle Guide è così designato, e sotto questo titolo l’ha pur descritto Dyer nella sua Pompeii (pag. 138). Gau, continuatore di Mazois, invece lo pensò dedicato a Nettuno: a questo Dio marino credendo attribuire una testa barbuta e di gran carattere vedutavi su di un capitello, e del resto si sappia da medaglie, bassorilievi e statue in altri luoghi trovati, non che dagli scritti d’uomini dottissimi, che anche Esculapio venisse rappresentato con gran barba. Altri, scrive Galanti, lo pretende tempio di Priapo, pur senza che ragion di sorta ne venga addotta[211].

Ma scostandosi da tutti questi chiari scrittori, Ernesto Breton nella sua Pompeja (pag. 53) lo proclama sacro a Giove e Giunone, rifiutando così l’opinione di altri che l’assegnavano a Minerva o alle tre divinità del Campidoglio.

«Deux statues, scrive egli, médiocres en terre cuite, trouvées dans ces ruines et placées aujourd’hui au Musée, représentent, dit-on, Jupiter et Junon; mais elles ont été prises aussi pour Esculape et Hygie, et de là sont nées des nouvelles conjectures qui ont étés émises par Winkelmann dans le premier volume de l’Histoire de l’Art. D’un autre côté, comme on y a trouvé aussi un buste de Minerve, Overbeck a cru pouvoir supposer que le temple était dédié aux trois divinités du Capitole. Aucune de ces suppositions ne nous paraît suffisamment justifiée; cependant nous avons cru devoir donner à cet édifice le nom que lui assignent les plans et les ouvrages les plus récentes, tout en reconnaissant que des nombreux ex-voto, pieds, mains, etc. en terre cuite, aient pu fournir un argument puissant en faveur de la dédicace du temple aux divinités de la médicine.»

Gli intenti dell’opera mia non sono, e l’ho già detto, di misurarmi in polemiche co’ dotti che dichiararono le preziose antichità di Pompei; nondimeno se m’è lecito esprimere un dubbio sull’assegnazione che si dice fatta di questo tempio a Giove e Giunone, le due maggiori divinità dell’Olimpo pagano, io l’appoggerei alla circostanza che un tal tempio sia il più piccolo di tutti gli altri pompejani, non misurando che 21 metri in lunghezza e sette in larghezza, e che forse a quelle maggiori divinità sarebbesi eretto più grande e dicevole delubro. D’altronde, poichè in Pompei abbiam trovato un altro tempio, anzi il più grande di tutti i templi di Pompei e tale da annoverarsi fra i più vasti anche d’altrove, dedicato al Tonante, perchè in città non amplissima sarebbesi alla medesima divinità un secondo tempio consacrato?

Non entrerò pure in disquisizioni mitologiche, trattando di parecchi Esculapii esistiti; ma mi giova per altro combattere qui l’opinione di coloro che vorrebbero questo nume proveniente d’altra regione che dalla Fenicia. Sanconiatone, venerando scrittore dell’antichità, afferma questa sentenza ch’io reco, e dichiarandolo figlio di Sydic e di una delle Titanidi, lo presenta qual fratello dei Cabiri o grandi dei, come significa il loro nome orientale, anzi il più distinto di tutti sotto il nome di Esmuno.

Secondo lo stesso Sanconiatone, la Titanide madre d’Esculapio era Astarte bellissima Dea; secondo Ovidio, nei Fasti, è Arsinoe; comunque sia, Esculapio essendo fra gli Dei Cabiri, mi persuade ognor più che i Pompejani gli avessero dedicato un tempio, perchè provenienti essi da’ Pelasgi, od anche da’ Greci, i Dioscuri o Cabiri, che ho già detto altrove essere una cosa sola[212], vi erano in grande venerazione. Or come conciliare cosifatta somma venerazione col non avere essi in Pompei alcun tempio, se questo di cui tratto non era sacro ad Esculapio?

Un’altra ragione io deduco dall’aver veduto in sommo onore in Pompei il culto d’Iside. Venuto questo, come superiormente dissi, dall’Egitto, poteva essere stato parimenti recato quello d’Esculapio dall’Egitto, ove i Fenicj il portarono e dove ottenne d’essere adorato, forse più che presso ogni altro popolo, perchè, secondo l’autorità di Ammiano Marcellino, gli Egizj vantavansi che questo Dio più d’ogni altro popolo li onorasse di sua presenza[213].

Narra la favola come Esculapio inventasse un gran numero di salutari rimedj, unisse la chirurgia alla medicina, e accompagnando Ercole e Giasone nella spedizione della Colchide, prestasse grandi servigi agli Argonauti. E aggiunge che non contento di risanare i malati, risuscitasse anche i morti; onde Plutone l’avesse a citare davanti al tribunale di Giove, lagnandosi che l’impero dei morti si fosse notabilmente diminuito e corresse rischio per lui di rimanere interamente deserto; di modo che Giove irritato avesse con un colpo di fulmine a uccidere Esculapio, il quale vendicato poi da Apollo, ottenesse quindi gli onori divini[214]. Questo ammesso, si capisce perchè i medici lo eleggessero a propria divinità tutelare.

Certo è che Pausania e Diodoro Siculo ne fan sapere come gli ammalati traessero in folla ne’ templi di questo Dio, ond’essere dalle loro infermità risanati; d’ordinario vi passassero la notte e allorquando avevano ricevuto qualche sollievo o guarigione, vi lasciassero delle immagini rappresentanti le parti del loro corpo che erano state guarite.

È questa allora altra particolarità che vale d’argomento non lieve a ritenere questo piccolo tempio pompejano sacro ad Esculapio, appunto per i numerosi ex voto, piedi e mani ecc. che Bréton conferma esservisi rinvenuti.

Se non che, dopo tutto, con maggior probabilità potrebbe questo delubro essere stato ad un tempo stesso sacro ad Esculapio e a Giove e Giunone, da che si ponga mente che in uno stesso giorno si celebrava a queste tre divinità ed a Giano dai Romani la festa. Nel Kalendarium, che dicesi d’Ovidio, il quale venne stampato in capo a molte edizioni delle opere di tal poeta e riprodotto pur da Heinzius nella nitidissima edizione di esse fatta nel secolo scorso a Parigi da J. Barbou e ch’io pure posseggo, Kalendarium che ha molta attinenza coi Fasti dell’illustre Poeta, m’accadde appunto di constatare tale particolarità consegnata nel primo di gennajo sotto questa precisa rubrica: A. Kal. Januari; Jani festum, Junonis, Jovis et Æsculapii. Così potrebbe essere allora ogni differenza conciliata, collo ammettere, cioè, che sacro fosse il tempio in questione a tutte e tre queste divinità.

Tale delubro era ipetro, per dirla con termine greco, o subdiale con parola latina, vale a dire scoperto, e le mura già rivestite di stucco, ora sono affatto scrostate. Si ascende al santuario per nove gradini; doveva avere colonne, scomparse affatto, e nel centro dell’area sta una grand’ara di tufo ornata di triglifi dorici, di buon gusto, e che taluni paragonano al celebre sarcofago trovato a Roma ne’ sepolcri degli Scipioni, conservato ora nel museo del Vaticano. Il santuario poi aveva il pavimento di mosaico e le pareti erano tutte quante istoriate di pitture, di cui appena è rimasta qualche traccia.

Tempio di Mercurio.

Come per gli altri templi pompeiani, così anche per questo piccolo tempio, che dal suo principio, cioè dalla scoperta fattane nel 1817, ebbe dalla Direzione degli Scavi la designazione di Mercurio, per una statuetta che di questo Dio fu tosto rinvenuta, si affaticarono gli archeologi a supporvi altra destinazione. Il prof. Garrucci[215] lo volle consacrato ad Augusto, senza per altro ristare davanti all’esistenza in Pompei d’un altro tempio sacro allo stesso divinizzato imperatore, pur da lui riconosciuto nel Panteon di cui fra poco avrò a dire. Altri poi il pretesero sacro a Quirino.

Questi ultimi almeno si fecero forti nella opinione loro della iscrizione tutta guasta rinvenuta su d’un piedistallo in vicinanza delle porte del tempio e che il celebre storico ed archeologo tedesco Mommsen, tanto benemerito de’ nostri patrii studj, ha creduto di potere ristabilire e leggere in questo modo[216].

ROMVLVS MARTIS FILIVS VRBEM ROMam CondidIT ET REGNAVIT ANNOS Duo de quADRAGINTA ISQVE Primus dux DVCE HOSTIVM Acrone rege CAENINENSIVM interfECTO SPOLIA opima Iovi FERETRIO CONSECRavit RECEPTVSQVE IN DEORUM NVMERVM QVIRINVS APELLATVS EST[217].

Se non che non può essere questa una perentoria ragione che prodursi voglia ad accogliere siffatta opinione, da che elevandosi questo tempio nel mezzo del lato orientale del Foro, dal quale non è separato che da un angusto vestibolo, il piedistallo e la statua di Romolo che vi sarà stata sopra, potessero servire di decorazione al Foro stesso, senza quindi aver relazione alcuna col prossimo tempio. «D’altronde, osserva opportunamente Dyer, siccome un’altra iscrizione simile relativa ad Enea, si trovava al lato opposto, è evidente ch’esse hanno appartenuto a due statue di questi personaggi. Del resto non è una iscrizione di questa specie che sarebbe stata collocata sotto la statua d’una divinità»[218].

Quando invece si rifletta che Pompei era, come feci notare in addietro più volte, navale di molto momento, ossia porto marittimo importante e commerciale, doveva esser più che giusto che i Pompeiani avessero in onore e in venerazione il Dio de’ commercianti e de’ naviganti, oltre a tutti gli altri attributi che la superstizione pagana gli concedeva e che Ferrante Guisoni compendiò in questi versi:

Quasi in cotal maniera Erme celeste Guida a’ nocchier, ritrovator dell’arti, Scala al sommo Fattore, e delle Muse Amico ed oratore e cortigiano, Accorto trafficante e ne’ cammini Dubbj scorta fedele....

«Il culto di questo Dio, dice il Dizionario della Mitologia di tutti i popoli, era specialmente adottato ne’ luoghi di gran commercio.» Vitruvio poi nel passo che già m’avvenne di citare nel principio di questo capitolo, dicendo che il tempio a Mercurio debba essere nel Foro, porge argomento maggiore a ritenere il tempio di che parlo per veramente sacro a Mercurio, molto più poi che il Foro pompejano fosse in vicinanza alla marina e quindi più proprio a’ nocchieri e naviganti, che l’invocavano propizio a’ loro viaggi e negozj.

Tra l’edificio detto d’Eumachia e la Curia sorge codesto tempio. Il suo vestibolo è coperto e il suo tetto era sorretto da quattro colonne d’ordine corintio, da quanto almeno s’argomenta da’ loro capitelli, esse più non esistendo. Il muro di cinta del peribolo era decorato di modanature; e da ciò che le muraglie non furono mai rivestite di stucco, nè l’altare era stato terminato, Dyer suppone che i Pompejani fossero stati sorpresi dalla eruzione del Vesuvio nel tempo in cui ricostruivano il tempio distrutto dal tremuoto nell’anno di Cristo 63[219]; quantunque, s’egli avesse ben ripensato, avrebbe veduto in qualche punto frammenti di marmo aderenti alle pareti, che lascian a ragione sospettare che tutte le mura dovessero invece essere rivestite di lastre di marmo.

Alla cella, o santuario, si ascende per due scale laterali: nel centro del recinto, o area, vedesi un’ara di marmo bianco, ornata di un bassorilievo che appare incompiuto e rappresenta un sacrificio. Taluno ha creduto di ravvisare la testa di Cicerone in quella del sacerdote sagrificatore.

A destra dell’angusto santuario, che non misura, a dir di Bréton, più architetto, a vero dire, che archeologo nell’opera sua, quattro metri di larghezza su tre e cinquanta di profondità, e a basso del podium, scopresi l’ingresso a tre sale, già abitazione de’ ministri del tempio.

Ora questo tempio si fa servire a ripostiglio di frammenti di scultura o d’altri oggetti che si vengono scoprendo negli scavi, finchè non si credano meritevoli di migliore conservazione nel Museo Nazionale di Napoli; e però il suo ingresso è chiuso da un cancello di ferro.

Tempio della Fortuna.

Capricciosa dispensiera de’ beni come de’ mali, de’ piaceri come de’ dolori, della ricchezza come della povertà, non era possibile che la Fortuna, che il Guidi felicemente dipinge

Una donna superba al par di Giuno Colle treccie dorate all’aura sparse E co’ begli occhi di cerulea luce[220],

e che si dice, per la bocca dello stesso poeta

Figlia di Giove, e che germana al Fato Sovra il trono immortale A lui mi siedo a lato,

non si avesse in Pompei il proprio delubro. Sia che vogliasi aver serbato sempre questa città le tradizioni della Grecia, dalla quale se ne ripetono da molti le origini, sia che vogliasi invece aver essa adottate consuetudini e vita romane, questa Dea essendo sì in Grecia che in Roma venerata, aveva il di lei tempio tutta la ragion d’essere anche in Pompei.

Il nominarsi Tyche in Grecia, fu causa che diversi scrittori opinassero fosse una tale divinità sconosciuta alla più remota antichità greca, non trovandosene menzione in Omero ed in Esiodo. Ma sotto il nome di Tyche è memorata da Omero nel suo Inno a Cerere, che la fa, diversamente da altri, figliuola all’Oceano, e da Pindaro. Le greche derivazioni ed attinenze in Pompei sarebbero così ancora una volta attestate da questo nome greco che vi ritroviamo portato da persone, come oggidì portasi tra noi il nome di Fortunato e Fortunata. Già ho ricordato nel quarto Capitolo di questo libro la funebre iscrizione scolpita sulla tomba di Nevoleja Tyche, e di un’altra Tyche avverrà pur ch’io parli nel Capitolo delle Tombe.

Il tempio pompejano sacro alla Fortuna era piccolo, ma vi si ascendeva per una bella gradinata di marmo bianco, dietro la quale si ergevano quattro colonne di cui per altro non si trovarono che i capitelli. Questo tempio fu scoperto, secondo Bonucci, nel 1827; secondo Bréton nel 1823. Una iscrizione già collocata sull’architrave del santuario ci apprende a chi fossero i cittadini debitori di quell’edificio:

M . TVLLIVS M . F . D . V . I . TER . QVINQ . AVGVR . TR . MIL . A . POP . ÆDEM . FORTVNÆ . AVGVSTI . SOLO . ET . PEC . SVA[221].

Per coloro che potessero supporre, a cagion di questi nomi e d’una delle belle statue rinvenute a fianco al santuario colla pretesta tinta in violetto, — attribuita all’Oratore Romano, poichè l’altra è di donna ed aveva le fimbrie della tonaca dorate e quelle della stola di porpora, — che questa iscrizione accenni a M. T. Cicerone, osserva ragionevolmente Overbek, che l’epiteto di Augusta assegnato alla Fortuna indica un’epoca posteriore alla fondazione dell’Impero; sì che il fondatore del tempio, quando lo si voglia ritenere della famiglia di Cicerone, ne dovrebbe essere un discendente[222].

Su d’un’altra pietra infissa nel terreno si ricordava ancora il nome del fondatore del tempio:

M . TULLII . M . F . AREA . PRIVATA[223]

Un’ara, o tronco, per le offerte publiche sorgeva in mezzo alla gradinata.

Entrati nel tempietto per la porta aperta fra le due colonne medie del pronao, nel fondo della cella, che era coperta e rivestita di preziosi marmi, rimpetto all’ingresso è una gran nicchia ovale; due sono ai lati quadrate, forse destinate alle statue della famiglia del fondatore: un’edicola sorge nel mezzo, composta di un basamento con due piedistalli sporgenti, su cui posano due colonne corintie che ne sostengono il frontispizio e dentro di essa posta l’immagine della Fortuna.

Un plinto di bianco marmo doveva certo servire a qualche cosa di sacro; esso reca la seguente iscrizione:

VETTI . AGATHEMERVS SVAVIS . CÆSLÆ . PRIME POTHVS . NVMITORI ANTEROS . LACVTVLANI MINIST . PRIM . FORTVNÆ . AVG . IVSS . M . STAI . RVFI . GN . MELISSÆI . D . V . I . D . P . SILIO . L . VOLVSIO . SATVRN . COS .[224].

Dalla quale iscrizione due nozioni apprendiamo: la prima, nella qualifica di ministri primi, che ci richiama alla divisione de’ sacerdoti de’ templi in tre classi: antistites, sacerdotes, ministri; la seconda che il servizio di questo tempio essendo confidato a’ ministri, dell’ordine, cioè, inferiore del sacerdozio, ministri potessero essere anche gente non libera, perchè Agatemero indicato senza la polita indicazione di F. (Filius) o di L. (Libertus), succeduto dal genitivo del nome Vetti significava appunto schiavo di Vezio, come Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore e Antero di Lacutulanio.

In un altro plinto di marmo, esistente nel santuario stesso, si lesse quest’altra iscrizione:

TAVRO . STATILIO TI . PLATILIO . ÆLIAN . COS L . STATIVS . FAVSTVS . PRO SIGNO . QVOD . A . LEGE . FORTVNÆ AVGVSTÆ . MINISTORVM . PONERE DEBEBAT . REFERENTE . Q . POMPEIO . AMETHYSIO QVÆSTORE . BASIS . DVAS . MARMORIAS . DECREVERVNT PRO . SIGNO . PONIRET .[225]

Finalmente non lascerò di tener conto d’altro frammento di iscrizione, che conserva queste parole:

. . . . STO CÆSARI PARENTI . PATRIÆ

La quale essendo stata letta Augusto Cæsari Parenti Patriæ, congiuntamente agli altri aggiuntivi dati nelle altre iscrizioni alla Fortuna, oltre il determinare che l’epoca della erezione del delubro è posteriore, come già si notò, ad Augusto, chiarisce che a questo Cesare il delubro stesso era indubbiamente dedicato.

Tempio d’Augusto.

Contuttociò in Pompei v’era uno speciale tempio conservato a questo Cesare divinizzato dalla adulazione romana e più ancora dalla tirannide di Tiberio, ed esso venne rimesso alla luce interamente dal 1821 al 1822.

Al momento della sua scoperta venne denominato Panteon, qual tempio sacro a tutti gli Dei Maggiori, perocchè in tale supposizione si indusse per il ritrovamento di dodici piedistalli, che si reputò avessero dovuto servire a sostenerne le statue. Bonucci affermò ch’esso si potrebbe chiamare la galleria delle feste pompejane e giudicò dedotto il suo piano da quello del tempio di Serapide in Pozzuoli. Per siffatta somiglianza da taluni si pensò che pur a questa divinità fosse dedicato; ma con migliori ragioni lo stesso Bonucci fissò la denominazione in quella di Tempio d’Augusto. «Vitruvio, scrive egli, che colloca questo nel Forum, e le innumerevoli iscrizioni trovate a Pompei che fanno menzione dei sacerdoti d’Augusto (gli Augustali), sembrano confermare la nostra opinione. Questi ultimi erano stati eletti da due magistrati ai quali era confidato l’incarico di procurare col mezzo dei voti publici l’esecuzione delle solennità consacrate ad Augusto. E tutti i segni del banchetto sacro (epulum), e della distribuzione delle viscere al popolo (visceratio), non altrimenti che le immagini dei Ministri sì spesso ripetute in questo tempio, non vogliono essi forse indicarci la storia di ciò che queste iscrizioni ci spiegano brevemente?».

Si sa da Tacito che i Sodales Augustales erano sacerdoti che sagrificavano ad Augusto. Istituiti da Tiberio per soprantendere agli onori divini prestati ad Augusto ed alla famiglia Giulia, erano in numero di ventuno e venivano trascelti fra le principali famiglie romane[226]. Vogliono quindi essere distinti i Sodales Augustales dai semplici Augustales, che formavano un ordine di sacerdoti istituiti da Augusto e scelti nella classe dei liberti; di cui l’ufficio consisteva nel presiedere ai riti religiosi del culto dei Lares Compitales, deità le quali, come più innanzi dirò, avevano tabernacolo e culto nel posto ove le strade s’incrocicchiavano[227]. A qualche passo dall’ingresso principale del nostro monumento, leggevasi su d’un marmo il seguente frammento che parla precisamente di questi confratelli (sodales), che dovevano avervi il loro collegio:

. . . . AMINI . AVGVSTALI . SODALI AVGVSTALI . Q .

Ho già altrove ricordato l’esistenza degli Augustali in Pompei; erano tali Calvenzio, Munazio Fausto, Arrio Diomede, Nistacidio, Olconio Rufo e altri, che figurano nelle iscrizioni pompejane publicate.

Nell’interno del tempio, nel fondo della cella, fu trovato un podio: esso doveva reggere la statua di Augusto; di questa non fu trovato che un braccio sorreggente un globo; certo che la rovina doveva essere avvenuta nel tremuoto del 63.

L’edificio ha una porta decorata da due ordini di colonne che formano un portico e circondano un atrio scoperto, nel mezzo del quale sta un’ara. Nel peristilio di esso atrio sulle pareti son dipinte le imbandigioni d’una lauta mensa; poi Psiche colle ali di farfalla che accompagna l’Amante al convito degli Amori.

Al destro lato sono distribuite dodici stanze decorate tutte di pitture d’una uniforme tinta rossa per l’uso degli Augustali; quindi, evvi il loro triclinio capace forse d’una trentina di banchettanti.

Nel santuario v’eran nicchie pei simulacri della famiglia imperiale, di cui non vennero occupate che due, l’uno a Livia, ed era di buono scalpello, l’altro a Druso, morto in Pompei, come già a suo luogo ho mentovato.

Al sinistro lato vi è un sacello e grandi are di marmo. Per alcuni pezzi di musicali istromenti rinvenuti, si corse a pensare da taluni che quivi potesse essere stata una orchestra, altri invece immaginarono poter essere un semplice ripostiglio di istromenti.

Molte pitture si trovarono su tutte le pareti del tempio; ricorderò le principali: Etra che scopre a Teseo la spada nascosta da Egeo sotto di un masso; Ulisse e Penelope; Io ed Epaso cui narra le proprie avventure; Latona, Apollo e Diana; una suonatrice di lira; una Baccante; l’offerta a Cerere delle sacerdotesse; Romolo e Remo allattati dalla Lupa e per ultimo, sulla porta dell’ingresso principale, Augusto seduto su d’un fascio d’armi coronato dalla Vittoria e il naviglio che ricorda la battaglia navale d’Azio. Se non l’ho detto altrove, sappia il lettore che pressochè tutte codeste dipinture, come le altre scoperte in Pompei, vennero dal disegno riprodotte nell’opera Il Museo Borbonico e in altre parecchie colle relative dichiarazioni storiche ed artistiche.

A fianco della minor porta fu trovata una cassetta colla sua serratura, nella quale stavano 1036 monete di bronzo e 41 d’argento, prodotte per avventura dalla vendita delle carni vittimate, un bell’anello con pietra incisa ed un altro d’argento. Verso la porta maggiore si raccolsero altre 93 monete di bronzo. Frammenti di vetro che avevan servito alle finestre erano giacenti per terra, documenti non insignificanti per chi vuol l’introduzione del vetro d’assai posteriore.

Tempio di Ercole o di Nettuno.

Una reliquia della più antica arte greca offre Pompei nel mezzo del Foro Triangolare ne’ pochi resti di un tempio, che per la sua vetustà, per le favolose origini, ne’ capitoli della storia da me recate, non che per la prossimità del bidental, di cui dirò fra breve, con tal quale fondamento venne ritenuto sacro ad Ercole, come reputo pur io doversi ritenere a questo semidio; ma il dotto Gau, per la situazione di esso vicina al mare, che domina dalla sua altura, sentenziò invece consacrato a Nettuno. In molte Guide e in libri che trattano delle pompejane antichità, senza entrare in tante congetture e archeologiche disquisizioni, venne questo vetustissimo monumento designato del resto benanco col semplice nome di tempio greco. Avverto ciò, onde il lettore che consultando quegli scritti, raffrontandoli col mio, non vi trovando detto del tempio greco, credesse farmene un appunto.

V’ha qualcuno che ne fa rimontare l’edificazione nientemeno che all’ottavo secolo avanti l’era volgare; lo che se fosse constatato, proverebbe avere Pompei esistito qualche secolo prima di Roma. Certo è che tale edificio si chiarisce infatti anteriore d’assai ai monumenti romani. Esso venne scoperto nel 1786.

I pochi avanzi che si hanno attestano da un lato la purezza de’ principj dell’arte che v’ha presieduto, e dall’altro che già dovesse essere in istato di deperimento e rovina assai prima che il Vesuvio lo seppellisse sotto i proprj furori.

«Il suo piano, scrive Bréton, — che in fatto d’architettura specialmente è utilissimo consultare nell’opera sua Pompeja, già da me più volte invocata ad autorità, — era intieramente conforme a quello de’ templi greci, e lo stile di qualche frammento della sua architettura non permette di dubitare che questo monumento non sia stato uno de’ primi costruiti dalla colonia greca che fondò Pompei. Questo tempio era ottastilo e periptero: i quattro capitelli dorici che si rinvennero sono pressochè in tutto simili a quelli dei templi di Selinunte e Pesto e scolpiti nella pietra calcare formata dal deposito delle acque del Sarno»[228].

Si innalza esso su di un basamento costituito da cinque gradini o piuttosto scaglioni, perchè su d’essi nel mezzo dell’asse della facciata era costruita una gradinata più praticabile e comoda. Nel centro dello stilobato eravi il pronao, per il quale si entrava nella cella o santuario. Nel mezzo di esso sussiste un piedistallo rotondo che aveva servito alla statua della divinità alla quale il tempio era consacrato.

Avanti la facciata riscontransi pure gli avanzi di un recinto, che il succitato continuatore di Mazois, il sullodato signor Gau, crede avesse dovuto servire a ricevere le ceneri de’ sacrificj. Alla destra del recinto veggonsi tre altari: quello di mezzo per le libazioni, quello più elegante per i sagrificj delle vittime piccole e l’altro per le più grosse.

Dietro questo recinto si scorge un Puteale, o forse più propriamente ciò che i Romani chiamavano Bidental. Importa il farlo conoscere, perocchè sia per avventura l’unico monumento che esista di questo genere di costruzioni.

Festo afferma come si chiamasse bidentale qualunque tempio in cui si immolassero bidenti, cioè pecore atte al sagrificio, e Virgilio e Fedro e Orazio e tutti gli scrittori pur del buon secolo, bidenti usarono senz’altro promiscuamente per pecore. Eccone i loro esempj:

Centum lanigeras mactabat rite bidentes[229] Bidens jacentem in fovea prospexit lupum[230] Tentare multa cæde bidentium Deos[231]

Stando pertanto alla definizione di Festo, tutti i templi minori sacri a qualsiasi divinità, nel cui mezzo fosse un’ara acconcia al sacrificio de’ bidenti, dicevansi bidentali.

Del monumento di cui ora m’intrattengo, così Carlo Rosini, nella sua Dissertatio Isagogica, già da me citata altrove, rende conto: habet figuram bidentalis Pompejis effossi, quod puteal medium, et templum rotundum octo columnarum sine tecto, sed epystilio tantum ornatum habebat, cum inscriptione oscis litteris exarata, quæ latine ita sonat: Nitrebes ter Meddix tuticus septo conclusit[232].

Non è poi inopportuno osservare, — a meglio far ritenere sacro questo greco tempio ad Ercole, come dio minore, e non a Nettuno ch’era fra gli Dei Consenti o maggiori, — che i sacerdoti che sagrificavano i bidenti si dicevano sacerdotes bidentales, ed eran quelli che dediti ad Ercole e forse agli altri Semoni, Dei Minori, avevano in cura i templi di minor levatura, chiamati bidentali[233].

Il monumento pompejano in questione costituivasi adunque d’un puteale circondato d’un bidentale in forma di tempio monoptero.

Avverrà poi che si trovi nelle opere de’ romani scrittori scambiata la parola puteale perfino per tribunale, leggendosi anzi in Orazio:

Ante secundam Roscius orabat sibi adesses ad puteal cras[234].

Di ciò fu causa che il più antico puteale costruito nel Foro di Roma nell’anno 559 di sua fondazione dal pretore Sempronio Libone; questi avendo stabilito il proprio tribunale presso tale monumento, divenne codesto il punto di riunione degli oratori, ed avendone i suoi successori imitato l’esempio, puteale divenne ben presto sinonimo di tribunale.

È curioso che anche nella mia Milano, ne’ tempi scorsi e fino al nostro secolo, si avessero a raccogliere intorno al Pozzo di Piazza Mercanti legulei e faccendieri legali, a trattazione d’affari ed a ricevimento di volgari clienti, sì che avesse poi ad invalere nel comune linguaggio l’ingiuria a cattivo o tristo avvocato di chiamarlo avvocato del pozzo. Oggi invece il nostro Pozzo di Piazza Mercanti è modesto convegno de’ poveri fattorini di piazza.

Tempio di Cerere.

Nella Via delle Tombe, per la quale ci metteremo in ultimo, ci avverrà di trovare un altare sepolcrale, scoperto nel 1812, fatto di tavole di travertino quadrangolari di bello ed elegante lavoro, eretto, secondo l’iscrizione ripetuta da due parti, in memoria di Marco Allejo Lucio Libella padre, duumviro, prefetto e censore, e di Marco Allejo Libella figlio, decurione, morto a diciassette anni, dalla pietà di Alleja Decimilla figliuola di Marco e sposa del primo. Costei è in detta iscrizione indicata Sacerdos Publica Cereris (publica sacerdotessa di Cerere).

Sulle pareti esterne della Basilica, che più innanzi visiteremo, e che eran ricoperte di stucco, sulle quali vennero dipinte capricciose rappresentazioni architettoniche, si lessero parecchie iscrizioni, o fatte col pennello o graffite, d’ogni natura e colore, di cui taluna già riferii parlando delle Vie e fra le stesse mi richiamò la speciale attenzione codesta:

. . . . AQVIAMI QVARTA SACERDOS CERERIS PVBL.

Dalle quali due iscrizioni, che ci fanno fare la conoscenza di Quarta e Decimilla sacerdotesse di Cerere, e forse anche dalle altre due iscrizioni che si leggono sul mausoleo di Mamia e sul cippo di Istacidia, indicate soltanto come pubbliche sacerdotesse (sacerdos publica) e lo erano per avventura entrambe della suddetta medesima divinità, ci è dato inferire esservi stato in Pompei un tempio sacro a Cerere, la dea che insegnò agli uomini l’arte di coltivare la terra, di seminare le biade, di raccogliere le messi e fabbricare il pane. La Campania, così frugifera, non poteva di certo non erigerle templi ed altari. — Sorella a Giove, l’incestuoso dio ebbe da lei Proserpina, la quale mentre coglieva fiori in Sicilia, venne rapita da Plutone che la trasse nel suo regno inferno. Claudiano, di questo Ratto, ordì un vago poemetto, egregiamente voltato in versi italiani da quel valente che è l’abate Giuseppe Brambilla da Como; e quali poi per esso rapimento fossero gli spasimi della madre, venne pittorescamente così espresso dall’Ariosto nel suo Orlando:

Cerere poi, che dalla madre Idea Tornando in fretta alla solinga valle, Là dove calca la montagna Etnea Al fulminato Encelado le spalle, La figlia non trovò dove l’avea Lasciata fuor d’ogni segnato calle, Fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini E agli occhi danno, alfin svelse due pini; E nel fuoco gli accese di Vulcano, E diè lor non poter esser mai spenti, E portandosi questi uno per mano Sul carro che tiravan dui serpenti, Cercò le selve, i campi, il monte, il piano, Le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, La terra e il mare; e poi che tutto il mondo Cercò di sopra, andò al Tartareo fondo[235].

È noto il resto della favola che fece Proserpina, sposa al sire del tartareo regno.

Restò per tutto ciò sacra a Cerere la Sicilia specialmente, dove que’ fatti s’erano compiuti e dove le furono istituite feste. Roma l’ebbe pure in reverenza sotto i nomi di Vesta dapprima, quindi della Bona Dea. Nella festa principale che le si faceva a’ diciannove d’aprile in suo onore e dicevasi cereale, celebravansi i suoi misteri nella casa del Console, cui non intervenivano che le donne, pena la morte agli uomini che introducendovisi li avessero profanati di loro presenza, ed eran preceduti da otto giorni d’astinenza e di castità, ciò che veniva detto essere in casto Cereris. — Non v’ha a questo proposito chi non rammenti, letto che abbia le arringhe di Cicerone, quanto scandalo e scalpore avesse menato e di quanta calamità fosse origine la profanazione di que’ misteri fatta da Publio Clodio, che mentite le spoglie femminili, si introdusse nella casa di Cesare, ove essi celebravansi, per amoreggiarne la moglie Pompea, altrimenti troppo vigilata. Scoperto, rumore, come dissi, ne venne per tutta Roma grandissimo. Cesare, comunque lusingato dagli amici che Pompea non gli fosse stata infedele, ripudiavala, allegando la moglie di Cesare non dover pur essere sospettata. Cicerone stesso che ne avea fatto un capo grosso che mai il maggiore, raccolse odj implacabili, ond’ebbe poi da Clodio adeguate al suolo e casa e ville ed esilio dall’Italia, da cui richiamavalo poscia Pompeo, e finalmente ricercato a morte da Antonio, per istigazione di Fulvia sua moglie, vi perdeva la vita per mano di sicarj; riempita poi tutta quanta la città di disordini e stragi.

Nel linguaggio del Lazio, Cerere pigliavasi metaforicamente pel pane, come Bacco pel vino, onde in Terenzio si legga:

Sine Cerere et Baccho friget Venus[236].

Ma finora questo tempio di Cerere, ch’io presuppongo essere stato in Pompei per quelle due iscrizioni che ho accennato, è un desiderio soltanto che i futuri scavi saranno per soddisfare; quando accogliere non si voglia la mia conghiettura che forse ai riti di Cerere non servisse il Calcidico, o edificio di Eumachia, del quale verrò ampiamente parlando nel Capitolo che tratterà appunto del Calcidico, esaminando pur le diverse altre opinioni. Perocchè se calcidica chiamò Stazio la corona con cui nelle sacre cerimonie o ludi di Cerere, che celebravansi in Napoli, solevansi cingere gli adepti; nulla di più probabile che nel Calcidico di Pompei, città campana, come Napoli, si celebrassero i sacri riti di Cerere e ne fosse anzi il Calcidico il tempio che noi cerchiamo. Eccone i versi:

Hei mihi quod tantum patrias ego vertice frondes Solaque Chalcidicæ Cerealia dona coronæ Te sub teste tuli[237].

D’altra parte Eumachia, colei che a propria spesa erigeva il Calcidico, non era essa pubblica sacerdotessa? Tale la indica l’iscrizione seguente che fu letta sull’architrave di marmo della facciata principale di questo edificio, scolpita in bei caratteri onciali:

EVMACHIA L. F. SACERD. PVB. NOMINE SVO ET M. NVMISTRI FRONTONIS FILI. CHALCIDICVM CRIPTAM PORTICVS CONCORDIÆ AVGVSTÆ PIETATI SVA PEQVNIA FECIT EADEMQVE DICAVIT[238].

Vero è che in questa iscrizione non è indicata che come sacerdotessa, senza dirla addetta al culto di Cerere, al par di Mamia e di Istacidia summentovate; ma per le suddette cose, l’idea del Calcidico la farebbe ritenere piuttosto sacerdotessa di Cerere che d’altra divinità.

Se poi si pon mente che Arnobio, apologista della religione cristiana che scriveva nei primi anni del quarto secolo, ha questo passo: «Vorrei vedere i vostri dei e le vostre dee alla rinfusa nei vostri grandi Calcidici ed in questi palagi del cielo»; credo che la mia conghiettura resti meglio avvalorata, poichè i calcidici ove sono gli dei e i palagi del cielo, non possano altrimenti spiegarsi che coll’idea dei templi.

Un ultimo argomento mi si conceda, e questo desunto da qualche particolarità della struttura dell’edificio, ad appoggio di questa mia nuova supposizione.

Nell’impluvium di esso si sono vedute delle vasche, ed han lasciato supporre l’esistenza di sacerdoti addetti ad esso, forse per purificazioni od altri riti religiosi, e allora non è egli naturale argomentare la presenza di un tempio? — Al dottissimo Fiorelli e ai suoi egregi discepoli lo studio e la risoluzione dell’archeologico quesito che lor propongo in queste pagine.

Ad ogni modo io di tal tempio a Cerere consacrato doveva far cenno in questo capitolo: forse chi sa non ritorni non affatto inopportuno fra qualche tempo a concretar alcuna migliore idea sulla scoperta d’altro delubro, e fors’anco di qualche simulacro, a questa divinità consacrato.

Detto dei templi pompejani, a fornire l’intero quadro religioso, dovrei dire qualche parola di quell’altro nume derivato da Grecia, a cui alcuni pretesero dedicato uno dei templi che abbiamo insieme visitato e che infatti in Pompei si vede spesso ritratto o sui freschi delle domestiche pareti, o sugli utensili, o altrimenti in parecchi luoghi publici; intendo dire di Priapo,

Il barbuto guardian degli orti ameni,

come lo appella l’Alamanni.

Se nei mille oggetti trovati in Pompei, se nei tanti preziosi gingilli pur di dame pompejane, è perfino assai spesso riprodotto sotto forme itifalliche e nei più ridicoli modi, perocchè lo si trovi ben anco alato, trafitto da frecce e va discorrendo, e se di dice che presso i Romani la sua immagine e gli attributi suoi, ch’erano gli organi della generazione, si sospendessero al collo delle donne e de’ fanciulli, e impunemente si veggano tuttora in qualche taberna di Pompei eretti a segno di buon augurio; nondimeno non si ha finora prova inconcussa che l’osceno dio avesse tempio in questa città. Noterò per altro che questo di dar forma itifallica o priapica a molti oggetti e perfino a stoviglie ed a vasi a bevere, e di fabbricar frequenti priapi, non fosse uso pompejano unicamente, ma del tempo e massime di Roma, e vi ha certo riferimento non dubbio il principio della Satira VIII del Libro I. di Orazio:

Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum; Cum faber, incertus, scamnum faceretne Priapum, Maluit esse Deum. Deus inde ego furum, ariumque Maxima formido[239].

Passo quindi oltre, e appena faccio un cenno del pari degli Dei Lari Compitali o de’ Crocicchi,

qui compita servant Et vigilant nostra semper in urbe Lares[240],

gli altari dei quali vedevansi per appunto sugli angoli de’ viottoli cittadini; e dei Lari della campagna chiamati perciò rurales[241], non che degli Dei Penati, protettori del domestico focolare, che avevano fra le domestiche pareti sacelli (lararium) e sagrificj; ma de’ primi ho toccato alcun poco eziandio parlando delle vie; de’ secondi accadrà di dire qualche parola ancora nel Capitolo delle Case.

Cristianesimo.

Gli scavi di Pompei non misero, ch’io mi sappia, in luce oggetto alcuno che ne possa condurre a ritenere irrecusabilmente introdotta già la religione di Cristo all’epoca di sua distruzione. Tutto, per altro, ne porta a ritenere che già vi fossero neofiti, come ve n’erano nella vicina Neapoli, che altra delle dodici città campane, ebbe sempre comune le sorti con Capua e colle altre città sorelle.

Sappiam dagli storici come gli Ebrei dopo la conquista de’ Romani nell’Asia si fossero, al par degli altri popoli, diffusi nel restante dell’orbe romano e tenuti molto più nell’Urbe; sappiamo egualmente che anche i Cristiani esercitassero in segreto nelle catacombe i loro sacri misteri e facessero opera di propagazione; Nerone gli aveva accusati perfino d’essere gli autori dell’incendio ch’egli aveva fatto appiccare alla città.

Giovenale confondeva per avventura insieme ebrei e cristiani in questi versi della Satira XIV che piacemi recare; perocchè e pel medesimo Dio che costoro adoravano e per molti medesimi riti e per la poca profonda conoscenza che si aveva generalmente di essi, questi da quelli si dicevano originati e nell’apprezzamento si confondevano facilmente insieme:

Quidam sortiti metuentem sabbata patrem, Nil præter nubes et cœli numen adorant, Nec distare putant humana carne suillam Qua pater abstinuit; mox et præputia ponunt, Romanas autem soliti contemnere leges, Judaicum ediscunt et servant ac metuunt jus, Tradidit arcano quodcunque volumine Moses, Non monstrare vias, eadem nisi sacra colenti, Quæsitum ad fontem solos deducere verpos. Sed pater in causa, cui septima quaque fuit lux Ignava, et partem vitæ non alligit ullam[242]

Disprezzo delle leggi romane ed odio per le altre genti erano infatti accuse date agli ebrei ed anche a’ primi cristiani, imputati questi ultimi perfino di sagrificare e mangiare bambini nelle loro agapi; comunque non occorra qui di provare accadesse proprio allora perfettamente il contrario, troppo nota la carità di que’ primi seguaci del Cristo.

Ecco ora come la nuova fede del Nazareno venisse nella Campania introdotta, stando almeno alla tradizione, che da taluni critici per altro, i quali la sanno tutta quanta, si vorrebbe infirmare.

«La maggior gloria dell’inclita e nobilissima città di Napoli, scrive Gaetano Moroni nel suo Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, è di aver ricevuta la fede cristiana dallo stesso principe degli Apostoli e primo Sommo Pontefice San Pietro, il quale partito d’Antiochia per portarsi in Roma a fondare la sua sede, passò per Napoli, ove trovata Candida inferma, si informò da essa della religione e costumi de’ napoletani, la guarì dal suo male, ed istruendola ne’ misteri della religione cristiana, la battezzò. La pia donna chiese a San Pietro lo stesso benefizio a pro del suo parente Aspreno, anche infermo, al quale l’apostolo gliela impartì, inviandogli il suo bastone, che tuttora è alla cattedrale; e portatosi Aspreno da San Pietro fu da esso guarito, battezzato e consacrato sacerdote e vescovo della città; e ricevuto il prezioso deposito della fede, imitando il suo maestro che nell’anno 44 giunse in Roma, istruì il gregge a sè affidato e verso l’anno 79 passò nel cielo. Vuolsi che ne fosse successore S. Patrona, uno de’ settantadue discepoli»[243].

Stando a tal tradizione, condita al solito da puerilità e miracoli, il primo vescovo Aspreno sarebbe morto l’anno stesso della eruzione vesuviana che seppellì Pompei.

Bulwer, accogliendo egualmente la credenza che in Pompei fosse già entrata la luce dell’Evangelo, vi immaginò l’interessante episodio di Olinto e la conversione di Apecide, fratello di Jone, la protagonista del suo romanzo, alla divina religione di Cristo; ed altrettanto sembrò opinare nel suo bel libro intorno a Pompei il già per me lodato C. Augusto Vecchi; nè io poi mi so addurre argomenti che ripugnar possano alla pietosa sentenza di questi due valentuomini ed egregi scrittori.

Chi può dire che ne’ quartieri che ancor rimangono a disotterrare di Pompei, non si abbia a discoprire qualche cosa la qual confermi una tale supposizione? La parte ancor non nota è quella che doveva essere abitata dalle classi più povere; e tra i più poveri e nelle menti men colte metteasi d’ordinario più prestamente la luce delle evangeliche dottrine.

All’avvenire pertanto è riserbato ben anco lo sciogliere una tale questione, che finor non ripugna ammettersi del modo che ho detto.

Notes in this chapter

Note 1 · Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit. Petron. Satyricon c. 44.Note 2 · Juven. II. 149. «Che vi sien mani e sotterranei regni Pur non credono i bimbi, in fuor di quelli Che non ancor si lavan nel catino.»Note 3 · In Agricola 4. 6.Note 4 · De Bello Gallico, VI. 17.Note 5 · Giornale degli Scavi, maggio, giugno 1869.Note 6 · Libro IV. Cap. IX.Note 7 · «Ecco le quattro are: Dafni, a te due, e due altari a Febo.» Egloga V.Note 8 · Monuments inédits d’antiquité figurée, tav. XXVI. 2.Note 9 · Id. Lib. I. cap. VII.Note 10 · Nel Convito. Vedi anche l’epigramma XIII di Teocrito.Note 11 · Mille per lei si dicono Arti d’amor trovate, Che prima in mezzo agli uomini Vivevano ignorate.Note 12 · Per tre notti continue Gli spensierati cori, Scelti fra tanto numero, Coronati di fiori, Correr vedresti lieti Pe’ tuoi boschi e mirteNote 13 · Latinamente Calyptra, e quindi anche in italiano caliptra, essendo voce derivata dal greco, ed era, secondo Vesto, genere di abbigliamento mNote 14 · Vedi il precedente Capitolo VII.Note 15 · Giorn. Scavi di luglio e agosto 1869.Note 16 · Questioni Pompejane, p. 72.Note 17 · Das Templum, p. 207.Note 18 · Inscr. Neap. 2199.Note 19 · Pompeji Tom. I, p. 101.Note 20 · Marco Porcio figlio di Marco, Lucio Sestilio figlio di Lucio, Gneo Cornelio figlio di Gneo, Aulo Cornelio figlio di Aulo, quadrumviri, fecerNote 21 · Lucio Sepunio Sandiliano figlio di Lucio, Marco Erennio Epidiano figlio di Aulo, duumviri di giustizia, fecero erigere a loro spesa questo mNote 22 · «Marco Olconio Rufo duumviro di giustizia per la terza volta e Cajo Egnazio Postumo duumviro di giustizia per la terza volta, per decreto deNote 23 · Bull. Inst. 1866, p. 11, citato dal chiarissimo Brizio nel Giorn. Scavi, settembre e ottobre 1869.Note 24 · L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al Foro; ma in modo tale che la grandezza loro sia proporzionata a quella del ForNote 25 · Descr. delle Rovine di Pompei, Napoli 1832, p. 135.Note 26 · «Spurio Turannio Proculo Gelliano figlio di Lucio nipote di Spurio, pronipote di Lucio della tribù Fabia, prefetto de’ Fabbri per la secondaNote 27 · V. Giusto Lipsio, De Milit. Roman. Lib. V.Note 28 · Non più speranza di libertà esiste se non nei principii de’ vostri accampamenti.Note 29 · Dione I, XL; e Valerio Massimo I, 3.Note 30 · Lib. 1. Eleg. 8. Così parmi tradurre: O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde Tu proceda narrar, e come e dove Misterioso il capo tuo s’Note 31 · Traduco io ancora: Che fa, Delia, la tua Iside intanto, Che fa per me? Che giova a me che l’arie Abbi a stancar de’ sistri tuoi cotanto? Note 32 · Chi non sa che i Pittori Iside ingrassa?Note 33 · Ecco il tristo anniversario Per gli amanti e pei mariti: Cinque e cinque notti Cinzia Già passò fra i sacri riti. Mal ne venga a quellaNote 34 · Annali II, 85. V. anche Giuseppe Antichità I, XVIII, c. 3.Note 35 · Decad. Imp. Rom. Vol. I, cap. II.Note 36 · Da Meroe la sacra onda recava Per ispargere d’Isi il tempio...Note 37 · Histoire pittoresque des Réligions. T. II, p. 185. Paris, Pagnerre 1845.Note 38 · Vedi anche Macrobius: Saturnaliorum lib. I. cap. 20, 21; e l’opera Des Divinités Egyptiennes. Paris, Lacroix, 1866, p. 161, e Dupuis, OriginNote 39 · Epig. lib XII. 29. Coi lini e i sistri involasi Lo schiomato drappel Se Ermogene si accosta al sacro ostel. Trad. Magenta. Come la Dea liNote 40 · Sveton., in Claudium.Note 41 · Collana degli antichi storici greci volgarizzati. Erodoto è tradotto dal corcirese Andrea Mustoxidi. Lib. II, p. 300.Note 42 · Il Mazzoldi nelle sue Origini Italiche provò con isplendida erudizione che il culto d’Iside è d’origine italica. Vol. II.Note 43 · Cap. XIV.Note 44 · D’Iside profanavi, io ben rammento, Il delubro, d’Ausidio assai più empio, Testè e di Ganimede il monumento. E della Buona Dea l’asilo eNote 45 · «Numerio Popidio Celsino figlio di Numerio restituì dalle fondamenta col suo denaro il tempio d’Iside dal tremuoto rovinato. I Decurioni perNote 46 · «Lucio Cecilio Febo pose, concedendone il luogo i Decurioni.»Note 47 · Lettisterni, letti triclinari su cui ponevansi le statue degli Dei, a’ quali in data cerimonia religiosa, offerivasi sontuoso banchetto. PatNote 48 · Così traduco: De’ sistri suona La nilotica riva e la zampogna Egizia guida i farii salti, ed Api Colle corna dimesse intanto mugge. PharoNote 49 · Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.Note 50 · «Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»Note 51 · Napoli e Contorni. Pag. 360.Note 52 · Vedi Cap. II. pag. 47.Note 53 · Amm. Marcell. Lib. 22.Note 54 · Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voce Esculapio.Note 55 · Questioni Pompejane, p. 74.Note 56 · Corp. inscrip. regni Neapol. N. 2189.Note 57 · Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’Note 58 · Pompeii, p. 115.Note 59 · Pompeii, p. 117.Note 60 · Poesie di Alessandro Guidi, La Fortuna. Milano 1827.Note 61 · «Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal pNote 62 · Pompeii I. 95.Note 63 · «Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»Note 64 · «Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Note 65 · «Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della FortNote 66 · Tacito Annales, 1, 15 e 54. V. anche Reines Inscr. 1, 12.Note 67 · Petronio, Satyricon 30, 2. Orelli, Inscript. 3959.Note 68 · Pag. 43.Note 69 · Virgil. Æneid. XII. 170: «Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»Note 70 · Phædr. 1. 17: «Una pecora (bidente) vide entro una fossa Giacente un lupo.»Note 71 · Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui: «Con sagrificj di ben molte agnellNote 72 · Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato Note 73 · Forcellini, Totius Latinitatis Lexicon. Voc. Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.Note 74 · Satyra 6 del Lib. II. In tribunal ti prega Roscio, pria delle due, trovarti seco Per domani. Trad. Gargallo. Per conservare il carattere Note 75 · Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.Note 76 · «Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.» Eun. act. 4, sc. 5, v. 6.Note 77 · Misero me che sol le patrie frondi Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale Del calcidico serto ambito dono, Lib. V, 4, 226. Epicedion Note 78 · Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla ConcordNote 79 · Fui già pedal di fico, inutil legno, Quando tra il farne un scanno od un Priapo, Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio. Eccomi dunNote 80 · ..... i Lari a noi guardano ognora Le anguste vie, del nostro aver custodi. Ovid. Fast. Lib. II.Note 81 · Vedi Svetonio, Aug. 31; Plauto, Mercat. v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.Note 82 · Reco nella nostra lingua: Taluni usciti da parente, esatto Osservator del sabato, non altro Adoran che le nubi e il firmamento E tra l’umNote 83 · Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.
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