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Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Note 188 — CAPITOLO VIII. I Templi.

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Lib. 1. Eleg. 8. Così parmi tradurre:

O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde Tu proceda narrar, e come e dove Misterioso il capo tuo s’asconde? Per te, la terra tua, s’anco non piove, Dal ciel non fia che l’acque mai sospiri, Nè l’erba chieda le rugiade a Giove. T’inneggia e cole come onora Osiri La strania gioventù, nè per te fia Che Menfi il bove a ricercargli giri. Osiri, il primo cui la man venìa Componendo l’aratro industrïosa E col ferro solcò la terra pia. Ei pur fu primo ch’ebbe in grembo ascosa Alla terra inesperta la semente E colse ignote frutta ardimentosa. E insegnò come a’ pali la recente Vite si debba maritar, le frondi Toglier soverchie coll’acciar tagliente. Opra è di lui s’anco da’ piedi immondi I tumefatti grappoli pigiati, I sapor elargiron più giocondi. Tanto licor la voce a’ modulati Canti piegò e le membra ancor non use Addestrò a’ moti armoniosi e grati. Bacco per lui tutte le gioje infuse In petto degli affranti agricoltori, Ov’eran pria tolte le angosce chiuse, Bacco sollievo degli afflitti cuori, Ancor che invendicato il pie’ trascini La sonante catena infra i dolori. Non teco, Osiri, son tristi destini E mesto volto; ma le danze e i canti e i lievi amor’ t’allietano i cammini. Son teco i fior più varii ed olezzanti, E d’eriche la fronte redimita, Le crocee palle[189] a’ brevi pie’ cascanti, Le tirie vesti e il suon de la gradita Tibia son teco e la leggiera cesta Sola de’ tuoi mister sacri istruita.

Questa è la cesta misteriosa che si portava ne’ sacrificj d’Osiride, in memoria del cofano in cui fu chiuso da Tifone, il famoso Re egizio. «Quando Osiride, scrive Plutarco, fu di ritorno da’ suoi viaggi, Tifone gli tese insidia, avendo indotto nella sua trama altri settantadue uomini, senza tener conto di una regina d’Etiopia, che si chiamava Azo, partecipe e complice della congiura, ed avendo segretamente presa la misura del corpo di Osiride, fece fare un cofano della stessa lunghezza, maravigliosamente bello, quadrato e squisitamente lavorato, il quale ordinò recare nella sala in cui banchettava la brigata. Ognuno si compiacque ammirar sì bell’opera e stimarla, e Tifone fingendo celiare, disse darebbela volentieri a colui che il corpo avesse eguale alla misura di un tal cofano. Tutti della compagnia, l’un dopo l’altro, lo provarono, ma non fu trovato ben proporzionato, nè eguale ad alcuno. Finalmente Osiride vi entrò e s’adagiò, ed allora i congiurati accorrendo vi imposero il coperchio e assicurandolo con chiodi, vi sparsero sopra piombo fuso e portaronlo al fiume, gettandolo pel confluente del Nilo, che si chiama Janitico, dentro il mare; onde fino oggidì questa bocca è esecrabile agli Egizj e la chiamano abbominevole. De Iside et Osiride.»

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