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La Signorina

PARTE TERZA IL SECONDO IMPERO

Reading edition

I. La festa di Lulù.

È il 29 di aprile, è il compleanno di Lulù: la signora Eugenia entra in camera della piccina prestissimo, non sono ancora le sette e mezzo, e la sveglia spalancando la finestra:

— Auguri e auguri alla signorina Elena Maria!

Lulù rimane un attimo trasognata; poi, vista la signora Eugenia, dà un salto sul letto, col visetto ridente, allungando le braccine.

La signora Eugenia corre a prenderla, la solleva, se la stringe al petto e baciandola, accarezzandola colla guancia, sembra aspirare la fragranza di quel bel fiore così fresco e roseo, ancora stillante di tepida rugiada.

— Cara!...

— Che cosa mi ha portato?...

— Prima si fa il segno della croce, così!; adesso l'Avemaria: Ave, Maria, gratia plena, Dominus teco...

— Tecum!...

— Brava! — E quando Lulù ha finito di recitare l'orazione, la signora Eugenia la riadagia nel letto, continuando ad accarezzarla.

— Che cos'è che desideri? Sentiamo. Che cosa ti si deve augurare per la tua festa?

— Un bell'ombrellino grande e il ventaglio colla capretta bianca.

— Invece, io voglio augurarti molto di più! Auguro alla signorina Elena Maria di essere sempre così bella e sempre così buona!... Avrei dovuto dire, buona prima, e dopo bella, ma siccome la bellezza non è altro che l'espressione e il premio della bontà, così, non è vero?... Fa lo stesso!

— Fa lo stesso.

— ... Sempre così bella e sempre così buona...

— Ma voglio anche l'ombrellino e il ventaglio colla capretta! Anche l'ombrellino e la capretta! — Lulù, già colla smania in corpo di far del chiasso, salta di nuovo sul letto battendo le manine e continuando a strillare: — L'ombrellino e la capretta!

— Sotto, sotto! Che pigli freddo!

— No! No! No! Prima vedere!

— Che cosa vuoi vedere?

— Il regalo!

Lulù diventa seria. Coi regali non si scherza e i suoi regali, per quel giorno, ella li ha già ben fissi in mente.

— Che regalo mi ha portato?

— Prima di tutto mi sono alzata apposta alle sei, per essere la prima a darti un bacio. Poi ti ho portato... la Storia di Roma!

— Quella grande, con le figure colorate?

— Appunto! — La signora Eugenia, che aveva messo il libro sopra una seggiola, va a prenderlo e lo porta alla bimba.

— C'è la lupa coi bambini?... Dov'è la lupa coi bambini?

— Eccola qui, guarda; la lupa che allatta Romolo e Remo, i due fondatori di Roma. Ma adesso sotto, sotto, da brava, così. Non voglio più che pigli freddo!

— Luisa! Luisa!... Vieni a vedere la lupa coi bambini!

— La Luisa non c'è; è andata a messa, perchè oggi è domenica.

— È domenica? — Nuovo strillo di gioia. — Allora andremo a prendere il biscotto colla granita.

— Cioè, prima andremo a messa, poi, dopo, ti condurrò a prendere il biscotto colla granita.

Adesso il biscotto colla granita tiene il posto del gelato rosso da molto tempo dimenticato... e a poco a poco, naturalmente, col gelato rosso, anche «il suo papà» è quasi sparito dalla memoria e dal cuore di Lulù. Il povero Nespola è in paradiso fra gli angeli, ed è ricordato soltanto, coll'aiuto della signora Eugenia, nelle orazioni della sera e della messa.

Lulù, che intanto continua a divertirsi ammirando e commentando i re di Roma e la madre dei Gracchi, si ferma ad un tratto alzando il visino verso l'uscio... Sente avvicinarsi un passo che ha già fatto arrossire fugacemente la signora Eugenia, e dà in un altro grido di gioia:

— Cochi!

Francesco, ancora in giacca da camera, caccia la testa dentro l'uscio e Lulù di nuovo salta fuori dalla coperta e corre in ginocchioni fino in fondo al letto:

— Cochi! Cochi! Cochi!

— Lei?... Già qui, — esclama il Roero sorpreso e contento vedendo la signora Eugenia.

— Ed io credevo di essere il primo a far gli auguri alla signorina! Invece lei è già qui: abito nero, collettino bianco, in tutto punto e tutti i giorni più bella!

Ma Lulù, ch'è scivolata dal letto, lo interrompe saltandogli al collo, baciandolo, stringendolo, soffocandolo.

— Che cosa mi hai portato?

Lulù, presa in collo dal Roero con un solo braccio, si volta, si rivolta, per poter vedere l'altra mano ch'egli tien sempre dietro, nascosta.

— Che cosa mi hai portato?

— Oggi hai compiuti i sette anni! Sei ormai una signorina! Vergognati! Non sta bene correre intorno in camicia, per la camera!

Mentre fa la predica, la signora Eugenia prende Lulù, la riporta a sedere sul letto, l'avvolge fino al collo in uno scialle di seta che le annoda dietro la vita, gonfiando bene il fiocco e lasciandole libere e scoperte soltanto le braccine.

— Così, almeno, non piglierai freddo!

— Che cosa mi hai portato? — Ripete Lulù, che sa sempre vincere, con un tono flebile di preghiera. — Fammi vedere!

Il Roero si avvicina, e lentamente pone sul letto un lungo involto.

— L'ombrellino grande! — Esclama subito Lulù.

— Guarda.

È proprio l'ombrellino! Un magnifico ombrellino! Lulù ha gli occhi scintillanti, batte le manine e domanda alla signora Eugenia:

— È mio, l'ombrellino?

— Sì: è tuo.

— E questo, non lo vuoi? — Il Roero scioglie un altro piccolo involto; è il ventaglio colla caprettina bianca.

La gioia diventa troppo grande; Lulù non può contenerla tutta, ha bisogno di espanderla, di dividerla con altri, e si mette a chiamare, a strillare:

— Luisa! Luisa! Giovanni! Venite a vedere! Ma venite a vedere! — E di nuovo domanda alla signora Eugenia ed al Roero: — Mio anche il ventaglio?

— Sì, tuo anche il ventaglio. Tutto per la tua festa!

— Ecco la Luisa ed ecco Giovanni.

Lulù siede con sussiego sotto l'ombrellino aperto, facendosi vento; ma appena entrano i due, si ferma attonita, spalancando i grandi occhioni neri:

— Ancora?... Ancora?... Regalo?

Giovanni e la Luisa si avvicinano a' piedi del letto e le offrono una magnifica torta di cioccolatta con fiori e ghirigori di zucchero colorato, punteggiati di confettini d'argento.

— Che cos'è?

— Leggi.

Lulù si alza sulle ginocchia, e insieme alla signora Eugenia legge compitando:

«Evviva la signorina».

Francesco, allo spettacolo di tanta felicità, sorride di tenerezza e di compiacenza:

— Mi vuoi bene, Lulù?

La bimba salta in piedi sul letto, e scotendo la testina per liberarsi gli occhi dalle lunghe ciocche dei capelli, con le ditine grassocce gli alza i baffi delicatamente e lo bacia forte proprio lì, sulle labbra nude.

— Tanto bene io... a Cochi!

Cochi è l'ostinazione di Lulù. Per quanto la signora Eugenia abbia predicato per farle dire Francesco, non c'è stato verso; sempre Cochi! Ella vuol provare anche adesso, e comincia in fatti colla severa ammonizione dei sette anni, ma resta subito interrotta da una grande scampanellata e dall'arrivo dell'avvocato Olivieri.

— Anche tu?... Così presto? — Esclama il Roero.

— Ho allungato fin qui il mio solito giretto mattutino, per portare i miei auguri alla signorina Elena Maria!

La signorina Elena Maria colla faccia seria e gli occhi ridenti, sempre seduta sul letto, e tenendo alto l'ombrellino aperto, si fa vento come una gran dama.

— Per bacco, quanti regali e che bei regali!... Te ne ho portato uno anch'io però piccolino, che adesso forse farà brutta figura.

— Un regalo?... Ancora?

Lulù non ride più; diventa seria. L'incognita di un nuovo regalo turba quasi la sua piccola mente. Che cosa sarà? Tutti quelli che aveva immaginato, desiderato, li ha già avuti. L'Olivieri si accosta al letto e dopo averle dato un bacio, presenta a Lulù un astuccetto di velluto: lo apre: c'è un piccolo anello con due diamanti e una turchina.

Lulù lascia cadere l'ombrellino e il ventaglio, ma questa volta non dice una parola. Guarda il Roero, guarda la signora Eugenia e diventa rossa rossa... L'Olivieri le prende una mano:

— Lasciami vedere se ti va bene... — Le infila l'anellino nel ditino medio.

Lulù rimane immobile colla mano aperta, poi si volta di colpo stendendola verso la Luisa.

— Che bellezza! Un anello di brillanti! — La Luisa si mostra incantata. — Ma adesso, dal momento che il signor avvocato ti ha già dato l'anello, gli devi promettere che quando sarai grande lo sposerai!

— No, — risponde subito Lulù, aggrottando le ciglia. — Io non sposo lui... Io sposo Cochi!

Tutti si mettono a ridere e Francesco più di tutti:

— Oh povera la mia Lulù!

Sulle prime ride anche la signora Eugenia, ma poi osserva:

— Quando Lulù sarà grande, da marito, il signor Francesco sarà ancora un giovinotto... quasi.

— Quasi, signora Eugenia! Quasi! Con vent'anni di differenza! Auguriamo qualche cosa di meglio alla povera Lulù per la sua festa!

Poi Francesco si volta verso l'Olivieri cambiando tono:

— Ho scritto una lettera che mi preme di leggerti. Voglio leggerla anche a lei, signora Eugenia. Venite nel mio studio, un momento. Intanto Lulù farà la sua toletta colla Luisa.

Lulù, ch'era di nuovo rotolata in mezzo a' suoi regali, alza il visino verso il Roero e ripete cantando:

— Io sposo Cochi!

— Brava, vedremo se sarai di parola! — Esclama il Roero, e prima di uscire le torna vicino per salutarla.

Lulù lo fissa, poi ridendo allegra, con un fremito di gioia, abbassa la testina, solleva i capelli e riceve il piccolo bacio sul collo.

II. La vita nuova.

In due anni Francesco Roero ha cambiato abitudini e vita: ha cambiato quasi sè stesso. Rotto così brutalmente il fascino della Fáni e il giogo della baronessa Stefania, egli ha bisogno di nuovi affetti, di nuove commozioni ed anche di nuove distrazioni. Egli si attacca ancor più strettamente a Lulù e rende più viva, più intima l'amicizia e più frequenti i rapporti colla signora Eugenia. L'influenza su di lui perduta da Stefania è acquistata dall'Olivieri, al quale ha ormai interamente affidata anche la cura de' suoi beni.

In questo mutamento entra in gran parte il dispetto e il rimorso di aver sacrificato per tanto tempo le sue opinioni e i suoi gusti, nella politica come nell'arte, al catechismo angusto e un po' settario di casa Arcolei. La passione, la servitù amorosa gli hanno fatto tollerare fino allora quella gente e quelle idee, ma finalmente... basta! Si sente libero e forte, torna a pensare e ad operare colla propria testa e col proprio cuore.

È pieno di idee e lavora. Lavora con un ardore, con una alacrità prodigiosa. Tutte le sue energie, i suoi entusiasmi, il suo sangue, sono per il lavoro. Stefania colla sua perfidia gli ha lasciato troppo disgusto e colla sua bellezza troppo desiderio di sè. Aborre ogni donna perchè Stefania è donna, ed ogni donna gli è indifferente perchè nessuna donna... è Stefania! E questa vita così austera, casta, raddoppia l'intensità creatrice del suo cervello, la sua attività, la sua resistenza. È al tavolino che egli si eccita e che si stanca, è al tavolino che i suoi nervi vibrano e spasimano e che si calmano insieme, che la sua giovinezza sana e vigorosa trova le ansie e le gioie, le voluttà e insieme tutto lo sfogo nel pensiero che spossa la mente, ma che produce e crea.

Subito distrugge l'Arianna; ma non volendo aver l'aria di una abdicazione artistica, nè in certo modo, di rinnegare l'opera propria, serba il titolo e invece che ad una solita per quanto arguta anatomia dell'amore ispira la commedia al concetto della donna depressa ed oppressa dai pregiudizi sociali. Poi scrive — Vae Victis! — dramma di pensiero in cui svolge tra i primi in Italia la formula delle aspirazioni ancora latenti e incomposte delle masse.

Il successo di questi due lavori è incerto nel teatro dove la vecchia platea si sente perplessa e turbata dall'audacia della nuova arte; ma le discussioni accanite dei giornali e il pregio vero delle due opere danno ben altra importanza e ben altro valore al giovine commediografo del bel mondo che però, in breve, abbandona risolutamente il teatro, ormai troppo ristretto e troppo insidioso per la sua fantasia che bolle, che trabocca, e che ha bisogno di spazio e di libertà. Pensa un romanzo, ma finisce collo scrivere, più che un romanzo, un libro strano, originale, che risente de' suoi entusiasmi per Tolstoi e per gli umanitari del nuovo Cristianesimo. Gli scritti del giovine sociologo appaiono a intermittenze: sono frammenti, sono capitoli, primizie dell'opera concesse di tempo in tempo a riviste, a giornali; e sono accolte, chieste, richieste, lette avidamente, discusse, portate alle stelle, combattute con accanimento, ma con rispetto.

E tutto ciò che il Roero medita e pensa egli lo confida all'Olivieri, tutto ciò che scrive, lo legge la sera, nel suo studio, all'Olivieri ed alla signora Eugenia, la quale viene sempre, all'ora del caffè, per «mettere a nanna» Lulù e per dare poi il pretesto di una passeggiata al letterato fattosi certosino, che dopo sonate le undici, presa una tazza di thè, l'accompagna a casa, sempre laggiù, a porta Venezia.

Sono intime, care serate che danno al Roero i vivi godimenti e le soddisfazioni del trionfo, e nelle quali si riscalda e ritrae nuovo fervore per cacciarsi, per tuffarsi tutto, ancor più dentro nel lavoro.

Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di sbigottimento.

L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e ossequente; la direttrice delle scuole di San Celso, rigida osservante di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri, di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:

— Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... — E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnata dal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti, nobili e generosi.

— Buona notte!... A domani, presto! — Le dice il Roero.

— Buona notte, — risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre sulla porta si stringono la mano: — Le raccomando; non si stanchi troppo!

Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:

— Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mio io, a molta gente che non mi conosce bene. Mi s'invita, — continua guardando anche la signora Eugenia — ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze! Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è la mia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto ad un piccolo partito.

— Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.

La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.

Milano, 29 aprile 1883.

Amici carissimi;

Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.

Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.

Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.

È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.

Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suol dirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.

Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.

Francesco Roero.

— E così?... Dunque?... Che cosa te ne pare? — Questa volta il Roero dimentica affatto la signora Eugenia, più che mai in estasi, e si avvicina inquieto all'avvocato. — Dimmi francamente: Non ti persuade? Non ti va?

— Non mi persuade, ma va benissimo! — Risponde ridendo l'Olivieri. — Bella la lettera e bellissime le verità che vi sono espresse con tanta franchezza. Ma sono cose un po' campate in aria, che non cavano un ragno dal buco. Anche per conquistare la giustizia ideale bisogna sgombrare le vie della libertà pratica, se no, si resta al di qua del fosso, colle mani e coi piedi inceppati, a fissare il punto dove invece bisognerebbe arrivare col salto. Ma son cose che non si discutono. Tu hai scritto quello che senti. Copia dunque la tua lettera, mandala e tira diritto per la tua via, come la coscienza ti detta. Noi, intanto, andiamo a far la corte alla signorina Lulù.

Ma invece di raggiungere la bimba, quando sono in salotto l'Olivieri ferma la signora Eugenia, toccandola sul braccio:

— Sa che cosa c'è di nuovo?..... Don Giulio Arcolei s'è riconciliato colla moglie. Cioè, per esser più esatti, donna Stefania s'è riconciliata con suo marito.

— Possibile?...

— Altro che possibile! Sicurissimo!... L'ho saputo ieri sera, al caffè Martini, dall'assessore Corbolani, un collega dell'Arcolei, nientemeno! Mi ha raccontato il grande avvenimento con tutti i più curiosi particolari! E s'intende, pigliando le parti della baronessa. Anzi il marito, in tutto questo tempo, fu a mala pena tollerato in Municipio, nella certezza che si sarebbe riunito alla moglie, il solo, il vero valore della casa.

La signora Eugenia si mostra sempre più stupefatta.

— Ma come?... Adesso?... Si riconciliano adesso, dopo due anni di... Dopo due anni passati in campagna?

— È in viaggio col giovine tenentino: dal glacier du Rhóne alle Piramidi! Ma lei crede forse, o maliziosa e pettegola signora Eugenia, che donna Stefania al verde, sui ghiacci o sotto il sole, abbia mai commesso il più piccolo strappo alla virtù? Nemmeno per ombra! Tutte cattiverie, goffaggini delle borghesucce piene di rabbia e di livore contro le nostre grandi dame!

— Ma... però...

— Che ma! Che però! Se c'è una colpa, è solo di quella bestia di suo marito che, appunto, per essere uno scempio, vede sempre tutto doppio! Ha voluto fare il geloso, il furioso, il prepotente, e la baronessa, adirata e offesa, l'ha piantato come un cavolo e si è ritirata a Borgoprimo, a casa sua, a leggere, a dipingere, a divertirsi.

— Ma però quel... quell'altro?

— Quell'altro? Chi quell'altro? — L'avvocato deve sentir ancora un po' di bruciore perchè si riscalda troppo. Forse vuol riferirsi al tenentino Parodi?..... Uno sbarbatello qualunque, inconcludente!... Ancora un ragazzetto!... Mi maraviglio che lei possa pensare, solo per un momento, una cosa simile! Ma come?... Donna Stefania colla sua intelligenza e abilità, donna Stefania che aveva tutta una corte a' suoi piedi, un Faraggiola, un Estensi, un Francesco Roero, andarsi a perdere con quell'insulso tenentino?..... Col bel belée? Del resto, vuole una prova chiara e lampante dell'innocenza di donna Stefania?..... È lei stessa che oggi dà moglie al Parodi.

L'Olivieri scoppia in una grande risata sardonica, mentre la signora Eugenia continua a ripetere senza aver ben capito:

— Gli dà moglie?... Che moglie?

— Sicuro! È così! — L'Olivieri non ride più, cambia tono; diventa serissimo e pallido. — Queste donne... di giudizio, quando sono sazie di un amante, per sopprimerlo, gli danno moglie!

— Prende moglie? Il Parodi?

— Donna Stefania gli dà in isposa nientemeno che una sua cugina, la Luardi.

— La contessina Luardi?... Ersilia?... Ma se è ancora, quasi, una bambina?

— Diciott'anni. L'età necessaria per poter lasciar credere di non capire... certi intrighi. Mezzo milione di dote: un fiore di grazia e di bellezza. Per Dio! Se il premio corrisponde ai meriti, il tenentino deve vantarne molti!

— Ma il conte Luardi?... Il padre della ragazza?

— È un vecchio adoratore che è stato sempre tenuto dalla baronessa al regime dell'amor platonico e che quindi, anche per orgoglio, giura e spergiura sostenendo l'innocenza di lei. Anzi, per attestarle pubblicamente la propria stima ed il proprio rispetto e smentire così le infami calunnie della gente bassa, le nozze verranno celebrate a Borgoprimo, in casa della baronessa, sotto gli auspici della baronessa!

— E lei crede che la baronessa Arcolei... tornerà ancora a Milano?

La signora Eugenia, oltrechè stupita, sembra anche un po' inquieta.

— Certissimo! Dopo il matrimonio di sua cugina andrà un po' al mare e un po' in montagna per riposare, per dipingere, per rimettersi al corrente colla lettura del Pungolo e della Perseveranza, poi tornerà a Borgoprimo, dove si daranno feste, cacce, pranzi, grandi ricevimenti, e quando tutti rientreranno a Milano vi rientrerà solennemente anche la baronessa... con tutti gli altri.

— Ma e... e il signor Francesco? — La signora Eugenia parla sottovoce. — Chi sa che cosa dirà il signor Francesco, a udire tutte queste notizie!

— Sicuro! Passerà di maraviglia in maraviglia, perchè Francesco, a dispetto di tutto il suo gran talento, conosce molto bene gli uomini e molto male le donne. Del resto non c'è fretta. Egli vive ormai fuori del mondo; saprà tutte queste notizie con comodo, a suo tempo. Intanto lasciamolo lavorare in santa pace!

La signora Eugenia, rimasta pensierosa, approva col capo e sospira:

— Eppure, sarà tutto vero, signor avvocato, ma che vuole?... Ancora stento a crederlo.

— Perchè lei è una donna piena di cattiveria! Ma badi a ciò che fa: continuando a persistere nell'errore ed a volersi schierare contro la baronessa Stefania, finirà male. Nessuno la inviterà più a pranzo la domenica, e il conte Faraggiola e il marchese Estensi proclameranno la sua decadenza dal bon ton!

— Il Faraggiola e l'Estensi?.... Anche loro?..... Tornano daccapo?

— Più di prima e forse..... molto meglio di prima!... Per riconquistare la stima, l'onore e il proprio posto in società, una donna, nelle condizioni della baronessa Stefania, deve riconciliarsi non solo con suo marito, ma deve anche riconciliarsi, a qualunque patto, co' suoi amanti. Se no, guai! Potrebbe correre il rischio che qualche gran dama, di quelle più rigorose e scrupolose, si ostinasse magari... a non volerla ricevere.

III. Tornano a fiorir le rose.

La signora Eugenia passa ormai quasi tutto il suo tempo con Lulù: viene a prenderla la mattina, verso le nove, e poi, tra passeggiate, lezioni, giuochi, un po' a casa del signor Francesco, un po' a casa sua, tutto il giorno resta con lei. E anche la sera è immancabile all'ora del caffè; e quando la bimba, dopo aver saltato su e giù da tutte le poltrone e i canapè, dopo aver date tante botte a Cochi, casca addormentata morta sulle ginocchia di qualcuno, la signora Eugenia la mette a letto colla Luisa, dopo averle fatto dire le orazioni.

C'era un giorno, per altro, nel quale la buona signora voleva tenersi affatto libera e nel quale non veniva da Lulù, altro che la sera: era l'undici di ogni mese. La sua mamma era morta, appunto, l'undici di febbraio e quel giorno, tutti i mesi, la signora Eugenia lo dedicava alla sua mamma e voleva in tutto quel giorno, restar sola colla sua mamma.

Oh, quand'era giovinetta, nelle pene e nelle ansietà di quei primi anni, quante preghiere, quante cose la piccola maestrina aveva da dire alla sua mamma, quando si recava a portarle, l'undici del mese, il suo mazzolino di fiori e non poteva darle che pochi momenti, dopo un'ora di corsa, magari sotto l'acqua o nella neve, dalla scuola lontana fino al cimitero!

E quanto coraggio e quante speranze da ritrovare lì, loro due sole, loro due insieme, così unite le due anime, quella della povera mamma e quella della buona figliuola! E adesso invece, dopo tanti anni trascorsi così di volo, quante cose da ricordare, da ripensare e da godere sempre insieme... loro due sole, con un'intima profonda compiacenza: quella povera mamma, così cara, doveva essere contenta, soddisfatta ed anche un pochino fiera della sua figliuola!

Il giorno undici non è mai stato, del resto, un giorno di tristezza per la signora Eugenia. È stata ed è la festa della sua mamma! Ormai libera.... milionaria, padrona di sè, ella può darle tutte le ore e tanti bei fiori!

La mattina ascolta la messa che fa dire per la sua mamma, poi va a comperare i fiori, torna a casa, li dispone con cura, fa colazione e infine si reca al cimitero, dove rimane gran parte del pomeriggio.... Quando se ne torna nella sua casa così ordinata, tranquilla e linda com'è stata la sua vita e com'è la sua coscienza, leva dal cassettone tutte le care cosucce della sua mamma e degli altri suoi morti, guarda tutto a lungo, togliendo su ogni oggettino, ad uno ad uno, per riporli poi lentamente, ad uno ad uno, allo stesso posto, colla devota precisione della suora che richiude le reliquie nel tabernacolo, ma contenta, sorridente, tutta piena di memorie e.... sola.

Sola?.... Ma è propria sola anche adesso, quando è colla sua mamma? Proprio tutta sola come una volta?

No. Da qualche mese è venuto un terzo personaggio ad occupare un gran posto fra loro due. Francesco Roero s'è messo fra la mamma e la figliuola, è penetrato fra quelle due anime apertamente, francamente per le vie del cuore e della riconoscenza, nulla turbando, ma diffondendo un nuovo alito nella poesia della sua vita: il culto di quella tomba.

Francesco Roero era già caro alla signora Eugenia per le molte benedizioni di tutte le sue vedove e di tutti i suoi vedovi e i sorrisi di tanti poveri bambini da lui così continuamente e così largamente soccorsi.... ma adesso era benedetto anche da un altro celeste sorriso, il sorriso di quella sua povera morta.

Il giorno undici di ogni mese, la signora Eugenia inoltrando, quasi ansiosa nella melanconica galleria sotterranea del cimitero, scorge da lontano la nota lapide già tutta nascosta da fiori splendidi, freschissimi: una maraviglia, una fragranza che si effonde tutto all'intorno. È un pensiero, è un dono del signor Francesco, il quale sceglie poi l'occasione della festa d'Ognissanti per un altro dono, per un'altra improvvisata alla signora Eugenia, che la fa scoppiare in lacrime di sorpresa e di gioia: in mezzo ai fiori sorride, modellata con squisito amore nel bronzo, l'immagino mite e dolce della mamma bellissima.

È una limpida mattina di maggio; il Roero ha fatto la sua buona e bella cavalcata, ma un po' più breve del solito: è appunto il giorno in cui la signora Eugenia non si fa vedere; è il giorno undici. Bisogna essere a casa più presto, spogliarsi e far la doccia e rivestirsi in fretta, per poi uscir di nuovo per condurre a passeggio Lulù, e prima di tutto per andar a scegliere i fiori pel cimitero.

— È alzata Lulù? — Domanda ad alta voce il Roero, mentre attraversa il salottino e le altre stanze per entrare nel gabinetto di toletta.

— Sì! — Risponde allegramente la bimba con una vocina che sembra il trillo di un uccellino.

Era contentissima di uscire con Cochi, era contentissima di andare a prendere i fiori per la signora Eugenia.

E appena è permesso entrare, ecco Lulù in tutto punto, col vestitino di giaconetta bianca, ricamato, a trasparenti rosa, un gran nastro rosa con un fiocco enorme e un cappellone magnifico, tutto rosa, che chiude il visino tondo e fa risaltare ancor di più i capelli e gli occhi nerissimi.

— Sono pronta, io!

— Brava! Sei più brava di me! — Risponde il Roero che ancora in maniche di camicia sta annodandosi la cravatta, e scopre Lulù nello specchio.

— Io sto qui! — La bimba si diverte a veder il Roero vestirsi; salta sopra una seggiola e appoggiata alla finestra rimane in piedi, attentissima: — Che fai adesso?

— Non vedi? Mi metto la cravatta.

— Bello Cochi!

— Oh, bellissimo!

Francesco dà in una gran risata. È allegro quella mattina e lo ha messo anche più di buon umore quel grand'uomo dell'Arcolei.

Si sono incontrati poco prima; Francesco a cavallo, don Giulio in carrozza: e don Giulio, nell'espansione dei saluti, pareva, a momenti, che volesse buttarsi dallo sportello, mentre, fino a pochi giorni innanzi, fingeva sempre di non vederlo!... Da pochi giorni, invece, fingono di non vederlo il Faraggiola e l'Estensi, che gli avevano sempre mostrata una cordialità straordinaria.

— Perchè questo cambiamento?.... Mah!.... Le mie idee, i miei scritti, la politica!..... Per altro, per le mie idee dovrebbe tenermi il broncio anche don Giulio!

Francesco dà un'alzata di spalle e torna a ridere.

— Che bei matti! Il mondo è proprio una gabbia di matti! A stare fuori, a osservare, è divertentissimo!.... Andiamo, Lulù! Sono pronto anch'io! Vedi come ho fatto presto? Andiamo a prendere i fiori per la signora Eugenia! Vuoi bene alla signora Eugenia?

— Sì.

— E a me?

— Io ti sposo, dunque?

Fuori, sotto la Galleria e sul Corso, Lulù dando la mano a Francesco e facendosi anche tirare un pochino, continua sempre a parlare a parlare colla vocina chiara e carezzosa: fa un'infinità di domande, sempre le solite; si ferma dinanzi alle vetrine, sempre le solite.

Grandi soste e grandi esclamazioni di ammirazione e di maraviglia, dalla Bellotti dove ci sono le bambole, dalla Ghezzi dove ci sono i cappelli colle penne e gli uccellini, dal Guglianetti dove ci sono i ninnoli, i ventagli e gli ombrellini.

— Andiamo, adesso, a prendere i fiori per la signora Eugenia?

— Sì.

— Dove andiamo?

— Lo sai; andiamo dal Ferrario.

— E a prendere il biscotto colla granita?

— Andremo..... — Francesco finge di pensarci un poco. — Andremo a Santa Margherita o al Cova. Dove vuoi.

— Allora..... — Anche Lulù ci pensa, ma sul serio. Poi, siccome l'altra volta è stata a Santa Margherita, oggi sceglie il Cova, e continua a parlare a parlare e a camminare dando sempre la mano a Francesco e facendosi sempre tirare un pochino. La gente si volta e si ferma a guardarla, sorridendo.

Ad un tratto il Roero si sente avvolto da un fruscìo di vesti, da un profumo che lo turba, da una biondezza che lo abbaglia, mentre una voce fresca, gaia, argentina, lo fa trasalire, sussultare, gli fa battere il cuore con violenza.

— Che la veda anch'io questa bellezza, questo fiore, questo tesoro!

E donna Stefania — la Fáni — ancora più fresca, ancora più bella, ancora più bionda e più alta nell'abito di cheviot bigio, scuro, attillatissimo. Ella ha presa e sollevata Lulù fra le braccia e la copre di baci schioccanti, risonanti.

— Oh amore! Che amore!..... Amore, amore, amore... — E continuano i baci, per quanto Lulù, aggrottate le ciglia, divincolandosi, respinga colle manine quelle carezze, quella bocca.

Francesco, prima pallido, poi rosso, colle tempie e i polsi che gli martellano, non sa dire una parola. Quella donna che lo fissa negli occhi e che gli parla avvicinando impercettibilmente la sua faccia alla sua, la sua bocca alla sua, è già ripenetrata in tutto il suo sangue, dentro tutti i suoi sensi.

— M'avevano detto ch'era molto bella, — continua Stefania guardando sempre lui, non la bimba, — ma è ancora più bella, molto più bella di quanto si può immaginare! Vuoi le mie rose?... Prendi, carina, tesoro, amore! — E slacciata la giacchetta e strappandole nervosamente dallo sparato della camicetta di batista color viola, che sussulta all'anelito del bel seno colmo, offre tre magnifiche rose rosse a Lulù, dopo aver immerso con voluttà le nari e la bocca... sempre fissando Francesco.

— Lulù ringrazia... ringrazia la signora.

Lulù non ringrazia, non vuol prendere le rose e invece tira più forte, per allontanarsi, la mano del Roero.

— Non vuoi le mie rose, tesoro?... Non le vuoi da me? No?... Ma da lui, sì, le prenderai, non è vero?... — E Stefania ride vittoriosa, dando le sue rose al Roero, che tenendo con una mano Lulù, e i fiori coll'altra, confuso, impacciato, non vedendo più che quella camicetta che palpita e si gonfia, quelle labbra rosse, quei denti bianchi e tutto quel biondo, risponde colla voce rotta;

— È una selvaggia... Una piccola selvaggia. Da brava, Lulù, ringrazia... ringrazia la signora...

— Andavate in giù? — Domanda Stefania, indicando con una mano il Corso verso San Carlo.

— Andavo... dal Ferrario.

— Allora accompagnatemi all'hôtel; sono alla Ville.

Francesco non dice una parola, si volta, per ceder la dritta a Stefania e la segue macchinalmente, facendo sgambettare Lulù, tirandosela dietro con forza.

— Sono stanca io... — borbotta la bimba sottovoce, imbronciata; ma nessuno l'ascolta.

Stefania, mentre risponde affabile, graziosa, ai saluti e alle scappellate che riceve, spiega a Francesco, sempre fissandolo negli occhi, le labbra mobili, umide, i denti scintillanti, le nari frementi, come mai, invece che a casa sua, è andata all'albergo.

— Sono arrivata stamattina, prestissimo, con Giulio, e la nostra casa è piena di operai. Mettiamo i caloriferi e cambio tutta la mia sala; vedrete! Si riparte subito, oggi stesso, per ora di pranzo! Carletto e Manòlo sono a Borgoprimo; non volevano lasciarmi partire! Sono furenti!... Quei nostri amici, invecchiando, diventano tiranni più che mai. Ma abbiamo dovuto fare questa corsa a Milano assolutamente. Giulio, oggi, ha una seduta della Giunta ed io ho una infinità di commissioni e di ordinazioni per i miei sposi...

— I suoi sposi? — Pensa Francesco, e la guarda stupito.

— Non sapete?... Ma come? Non sapete che mia cugina Luardi sposa Cencino Parodi?... Che il matrimonio l'ho combinato io? E che si fa il tre di giugno, a Borgoprimo, in casa mia?

Francesco Roero ha un sussulto, si ferma un attimo su' due piedi. Non capisce più niente! È un sogno! È un sogno! Stefania — la Fáni — gli è apparsa in sogno come tante altre volte!

— Ma sì! Cencino Parodi prende moglie e sposa mia cugina! Perchè quella faccia stupita? Che c'è di così strano? Ah, sicuro! Adesso capisco! Anche voi avete creduto che Cencino Parodi sia stato il mio amante!

Stefania non ride più, diventa pallida e i suoi occhi si riempiono di lacrime: lacrime di collera e di dolore, di fierezza e di vergogna.

— Anche voi! Già, sicuro, anche voi! — Mormora con voce più bassa. — Anche voi non avete capito niente! Anche voi come gli altri! Voi... peggio degli altri! Cencino Parodi, il mio amante?... Lo avete creduto, non è vero?... Lo credete ancora?... Voi! Proprio voi! Il solo che non avrebbe mai dovuto crederlo! Che non aveva il diritto di crederlo!

..... Il Parodi non è stato il suo amante? Prende moglie? Sposa sua cugina?... Ed è lei stessa che gli ha dato moglie?...

Sono giunti alla porta dell'albergo: Francesco è come stordito: si preme la fronte, non sa che cosa dire, che cosa fare, e si ferma a bocca aperta, guardando Stefania.

— Venite di sopra; un momento solo! Qui non si può parlare.

— Vuol salire in lift? — Domanda, inchinandosi dinanzi alla baronessa, il piccolo groom col giacchettino verde.

— No, non importa! Sono al primo piano! — Stefania vola su per l'ampio scalone, rapida, leggera, tra il fruscìo delle vesti che hanno il fremito dell'ali e spandono intorno il profumo dei fiori.

Francesco la segue, sempre macchinalmente, affrettando il passo, stringendo più forte la manina di Lulù e alzandola per un braccio, perchè non abbia a incespicare negli ultimi gradini.

— Sono stanca, io! — Ripete la bimba, ancor più pallida e più corrucciata.

Entrano in un salotto; dall'uscio aperto si vede la camera da letto.

— Sofia! — Chiama forte Stefania. — Sei lì?

— Sissignora! — Risponde una voce dall'altra stanza.

Donna Stefania si rivolge allora a Francesco.

— Mi aspettate un istante? Dò alcuni ordini alla mia cameriera e torno subito! — Fissa ancora Francesco, e negli occhi ha un sorriso, un lampo. — Sono stufa di sarte e di modiste!... Tutta la mattina su e giù! Adesso basta! Riposo! Manderò Sofia! — Nervosa, mobilissima, ridendo e arrossendo, pronta, ardita e ad un tratto confondendosi impacciata, va sin sull'uscio dell'altra stanza, poi torna indietro e si ferma ancora col pretesto di Lulù.

— Ma tu, carina, non essere in collera con me! Questo non si permette! E adesso che siamo qui soli, voglio un bacio! Mi devi dare un bacio! — Stefania prende le manine di Lulù, siede sul canapè, si tira Lulù sulle ginocchia, la stringe, preme il visino contro la sua faccia, mandandole il cappellone di traverso, per strapparle un bacio, ma è impossibile.

— Non voglio, io!

— Perchè sei cattiva! — Borbotta Francesco accigliato.

— No! No! Non sgridatela! Non fate il burbero! Poco male! — Esclama Stefania con una risata. Ma subito diventa seria, osservando la bimba freddamente:

— È molto bella! Ha il difetto, appunto d'esser troppo bella!... Non par vera!

Contenta del suo frizzo, donna Stefania dà un'altra risatina e accarezza a lungo i capelli di Lulù spartiti lisci in mezzo alla fronte e cadenti in lunghi e grossi riccioloni, ornati sulle tempie da due piccoli nastrini rosa. — Che bei capelli! Che bel nero lucente!... Adesso ti daremo i dolci, per placarti!..... Francesco, guardate lì, sul tavolino; quella scatoletta di legno.....

— Questa?

— Sì; grazie!

Stefania prende la scatoletta di dolci e l'offre aperta alla piccina che è scivolata giù dal canapè ed è corsa ad aggrapparsi alle gambe del Roero. Questi la spinge di nuovo verso donna Stefania.

— Prendi un dolce e ringrazia!... Comincia ad essere un po' gentile!

Lulù non prende niente; rimane ritta in piedi appoggiata con un fianco al canapè, senza nemmeno voler guardare la scatola.

— No?.... Proprio no?.... Allora i dolci li metteremo qui! — Stefania pone la scatola aperta sul canapè, dinanzi a Lulù. — E tu li prenderai quando saran passati i capricci!.... Va bene?... E le rose? — Guarda di nuovo Francesco. — Le mie rose non sono per voi! — Si alza in collera, gli strappa le rose che Francesco aveva ancora in mano e le butta sul canapè, vicino alla scatoletta dei dolci — Sono di Lulù! Le ho colte io stessa, stamattina prestissimo. E mi sono anche punta! Guardate! — Avvicinandosi al Roero gli mostra una piccola graffiatura sulla mano rosea e trasparente, fatta per le carezze..... abbassa la voce, si avvicina ancor di più, fino a bruciargli il viso con una vampa di fiato caldo, odoroso: — Voi non li meritate i miei fiori!... Cattivo! — Nelle pupille c'è il tremolio di una lacrima, l'espressione di un gran dolore, ma è un attimo; di nuovo una risata e corre nell'altra stanza chiamando la cameriera e dandole tutti gli ordini, camminando su e giù, levandosi il velo, il cappellino, la giacchetta.

Francesco, in faccia all'uscio rimasto aperto, la segue, la cerca ansioso cogli occhi; Lulù ritta, immobile, appoggiata con un fianco al canapè, non guarda i dolci, non guarda le rose: guarda ostinata per terra..... E la bella voce di Stefania continua a risuonare nell'altra stanza, alta e melodiosa come un canto.

— Sofia!

— Signora.

— Andrai tu dalla Challion; con tante cose, io ho fatto tardi e non ho più tempo!... Le dirai, sta ben attenta, che la contessina Luardi vuol tutto pronto, assolutamente, per la fine del mese e che per l'abito da viaggio ha scelto la popeline noisette e la fodera di gros celeste. Hai capito?

— Sissignora!

— Andrai dalla Magugliani e le dirai, sempre per la contessina Luardi, che le valenciennes, per i sauts de lit, le trova troppo basse.

— Sissignora!

— Andrai dalla Paulet: i miei due cappelli, quello di gaze coi lilà per giardino e quello di paglia coi bluets, voglio averli all'hôtel, per le cinque, senza fallo!

— Sissignora.

— Poi, va in cerca di monsignor Fabiani: se non lo trovi a San Fedele lo troverai a casa sua. Gli dirai che il matrimonio, come gli ho già scritto, è fissato per il giorno tre di giugno e che per la cerimonia religiosa.... No! no! Da monsignor Fabiani andrò io e se non posso oggi, farò un'altra corsa venerdì o sabato! E non dimenticarti della Laforet! Non ho quasi più guanti.... Lei sa già che cosa mi deve mandare.

— Sissignora!

Si sente chiudere un uscio.... si sentono allontanarsi lungo il corridoio dei piccoli passettini affrettati: è la cameriera che se ne va. Un momento di silenzio e di nuovo la voce di Stefania che chiama:

— Signor Roero! Francesco!... Guardate un po' voi! Sofia ha chiuso il mio nécessaire e non so più aprirlo!

Francesco si presenta sull'uscio e vede donna Stefania che si tien ritta nell'angolo tra la parete e i pie' del letto: ella gli fa cenno di chiudere e appena scattata la molla, gli afferra una mano tirandoselo vicino, nell'angolo, con un atto d'inquietudine.

— Che non mi veda! Che non ci veda quella vostra Lulù! Guai se.... — Ma Stefania non può finire, le sue parole rimangono rotte, la sua bocca è soffocata da una furia di baci.

Stefania con una mano allontana la faccia di Francesco dalla sua, ma coll'altra lo tien forte serrato contro il suo petto.

— Sì, sono stata pazza, pazza! Ma per vendetta! Perchè volevo vendicarmi di voi! Ho perduta la testa, ma per voi! E voi, invece, avete creduto.... come gli altri! Dopo che per voi avevo tutto arrischiato! Dopo quella sera! Vi ricordate? Quella sera in casa vostra? Invece di amarmi di più, siete fuggito; non vi siete fatto più vedere, ed io ero furente, furente, disperata! Per questo, mio marito, Carletto, Manòlo, vedendomi sempre nervosa, come matta, diventavano ancor più insopportabili! Non potendo più esser gelosi di voi, eravate sparito, hanno inventato il Parodi! Mi fanno scene per il Parodi; mettono su mio marito, che a sua volta mi fa scene per il Parodi; ed io allora che avevo già perso la testa, ma per voi, perdo anche la pazienza e mi servo del Parodi — un ragazzo — lo conoscete? — nient'altro che un ragazzo — per vendicarmi di voi e per liberarmi di tutti quegli altri.... che non posso più soffrire!

Francesco fissa sempre Stefania, acceso, sconvolto da quella voce sommessa, ma calda, armoniosa voluttuosa; quella voce lo esalta, lo eccita, ma la voce soltanto, senza intendere, senza badare alle parole, al senso delle parole. Che importa se sia la verità o sieno tutte menzogne? È la donna che lo ha ripreso, quella donna così bella e così bionda, che gli è sfuggita, ed ora è tornata, la sola donna che esiste per lui da due anni, ch'egli vuole da due anni e che è lì, che ha lì, finalmente!... Essa è lo scopo, la vita, il perchè! Si è sempre ingannato, ha voluto ingannarsi! Lei, lei, per un'ora, per un attimo, e che tutto il mondo precipiti!... Che importa a lui di tutto il mondo?

Stefania, vicina, accarezzandogli le mani, continua a parlare a parlare, a piangere, a sorridere e a parlare ancora sottovoce, sommessamente, non più offesa, adirata, nervosa, ma languida, tenera, appassionata:

— Non ho rimorsi, però; no, non ho rimorsi! Posso aver fatta la mia infelicità, ma non la vostra! A me sola ho fatto del male, non a voi! Voi avete lavorato, siete salito in alto! Tutti parlano di voi con entusiasmo, con ammirazione! Io ho letto tutto, sempre! Mentre voi mi avete dimenticata, io invece ho sempre vissuto di voi, con voi!

— No! No! Io non ti ho dimenticata, no! E da quella sera che ti aspetto!... Quando sei stata a casa mia!

La voce di Francesco è rauca, rotta, tremante.... la bella voce di Stefania continua invece dolcissima, chiara anche fra le lacrime.

— Non volevo più rivedervi! Capivo che non sarei stata più sicura di me e volevo serbare, chiusa nell'anima, tutta la mia poesia! Rivedervi? E poi?... Non avevo niente da dirvi perchè vi avevo perdonato; non avevo niente da chiedervi perchè mi avevate dimenticata! E ciò è stato possibile, e l'anima ha vinto finchè siamo rimasti lontani l'una dall'altro... Ma poi, stamattina, appena mi siete apparso, addio fierezza, dignità, proponimenti, giuramenti... Adesso andate, andate... vi prego... andate via!

— Ah no, questo no, no! — Risponde il Roero pallidissimo, torvo in viso, afferrandola minaccioso per un braccio.

Stefania, coi muscoli che diventano d'acciaio sotto la pelle morbida di raso, si scioglie ancora, lo respinge lontano e indicandogli l'uscio chiuso, bisbiglia sottovoce:

— Lulù!... Di là c'è Lulù!

— Allora?

Stefania lo guarda e promette cogli occhi prima di rispondere:

— Passate con un brum dalle Grazie... alle due. Mi prenderete con voi, mi terrete con voi, dove volete, fino a stasera... — Subito si asciuga gli occhi, si aggiusta i capelli, corre nel salottino e di nuovo scoppia in una gran risata avvicinandosi a Lulù.

— Che cosa hai fatto, carina?... Ma che cosa hai fatto?

Lulù era sempre ritta, immobile al suo posto, sempre imbronciata, appoggiata di fianco al canapè: tutti i dolci erano stati buttati, sparsi per terra, la scatola rotta, le rose strappate e peste.

Francesco febbricitante, scomposto, cogli occhi stravolti, non guarda Lulù, non la vede nemmeno: l'afferra per una manina e la trascina via precipitosamente, quasi di corsa, facendosela trottar dietro col gran cappellone rosa tutto di traverso.

IV. I fiori secchi.

Com'è bella, benedetta d'aria e di sole, quella giornata di maggio!

Oh il sole! Il sole!

La signora Eugenia è ferma all'ingresso del cimitero, e sotto la volta del Famedio, sempre un po' nella pen'ombra, le si offre dinanzi la grande distesa tutta verde e fiorita delle aiuole, colle innumerevoli chiazze candide dei marmi e le fiamme d'oro dei bronzi sotto la gran luce del sole... E il palpito di quella luce, di quel colore, di quel tepore, rompe il gelo e dissolve l'angustia e l'orrore delle tombe.

La signora Eugenia ha già negli occhi la cara effige circondata di fiori e quei sepolcri non le fanno nè sgomento nè tristezza.

Anche dopo si vive, e l'amore e il ricordo non ci lasciano mai soli!... Lei anche dopo, avrebbe avuto i fiori e la compagnia di Lulù...

— Cara!... — E sorride pensando a Lulù, pensando al signor Francesco. — Verranno qui insieme, qualche volta, a trovarmi.

La lunga passeggiata da casa al cimitero non l'ha stancata, anzi le ha infuso nuovo vigore. Il sorriso negli occhi, le labbra socchiuse, alacre il corpo, lo spirito lieto e il pensiero sereno, ella respira quell'aria leggera sottile che spazza via ogni nube e gode di quel sole, di tutto quel sole che la illumina e la riscalda e che fa salire su, dal fondo dell'anima, gli ardori, i fremiti dell'ultima gioventù. E prima di scendere i noti gradini, si ferma ancor un istante, diritta, alta, bella, nel semplice abito nero, a contemplare lo spazio immenso: e inconsapevolmente lo sguardo non scorge più dinanzi a sè una gran distesa di morti, ma al pari del pensiero, si volge verso l'alto, verso l'azzurro, tutto purezze, speranze, promesse...

Non diventa triste, nemmeno quando è discesa giù nel sotterraneo; anzi le sorridono ancor di più gli occhi, le labbra e il cuore perchè pregusta già la solita cara sorpresa; i bei fiori sempre diversi, sempre freschissimi, sempre i primi e i più rari, il dono, l'omaggio, il pensiero delicato del suo giovine amico, buono e affettuoso, che rivela tutto «il suo gran talento» anche nelle manifestazioni del cuore.

Il medaglione di bronzo, in mezzo alla lapide, ella lo scorge subito, di lontano, appena nel sotterraneo: — Eccolo! Eccolo! — e già cogli occhi e coll'animo fa festa al ritratto e ai fiori e ne sente la dolcezza e la fragranza... ma quando la tomba della mamma le si scopre tutta, si arresta, il cuore le dà un balzo; continua ad avvicinarsi, ma lentamente: ogni sorriso è sparito, e più e più s'inoltra, il lungo e alto sotterraneo diventa freddo e cupo.

Il medaglione di bronzo è circondato da frasche, da rovi, da lunghi rami ingialliti e spinosi, costellati di neri grumi di petali avvizziti, e tutte le foglie aride e secche si spargono e terra, sul marmo, e il vento le allinea lungo il muro. Sono i fiori del mese scorso; ancora i fiori dell'undici di aprile!... E allora per la prima volta, in tanti anni, la signora Eugenia rimane immobile, esitante, col cuore stretto, lì, dinanzi alla mamma... finchè le sue pupille, le sue labbra, tutta la sua persona, son corse da un tremito: ella si avvicina al ritratto e lo bacia, lo ribacia singhiozzando.

— Oh povera la mia mamma! La mia mamma! Dimenticata da tutti!

Ma poi rimane confusa: ella stessa non trova, non sa darsi la ragione di quel suo grand'impeto di dolore. — Perchè? — E si stringe nelle spalle mormorando: — Se ne sarà dimenticato!... No, impossibile! — Continua a pensare ed ha una nuova inquietitudine: — Forse Lulù è ammalata? No; in tal caso mi avrebbero avvertita, mi avrebbero mandata a chiamare!... Allora che cosa può essere?... Che cosa è successo?... Perchè qualche cosa dev'essere successo... — Continua a pensare a pensare, appoggiata alla lapide e con la fronte sul ritratto, e per la prima volta, in tanti anni, il suo cuore e i suoi pensieri corrono lontani lontani, mentre essa si trova lì, così vicina alla mamma.

— Sì; se n'è dimenticato!... Ma pure qualche cosa deve essere successo, perchè abbia potuto dimenticarsene! Ancora ieri sera se ne ricordava benissimo... «Dunque», mi ha detto, «domani non ci vediamo?»... I suoi occhi mi fissavano con una espressione affettuosa, piena di melanconica tenerezza. Pensava anche lui alla mamma in quel momento e ha soggiunto: «Venga almeno più presto, domani, a prendere il caffè!... Non ci vediamo in tutto il giorno!»

La signora Eugenia torna a stringersi nelle spalle con grande tristezza.

— Se ieri sera se ne ricordava, se ne sarà dimenticato stamattina! Qualche lettera, qualche visita, qualche affare urgente... Oppure, anche rammentandosi ch'era l'undici del mese, non avrà mandato i fiori lo stesso. Perchè mandare i fiori tutti i mesi? Bella pretesa! Ma, intanto, povera la mia mamma, non hai i bei fiori del signor Francesco, e nemmeno il povero mazzolino della tua figliuola. Domani! Domani! Tornerò domani!...

Strappa dalla lapide le fronde, i rami spinosi, col fazzoletto pulisce le macchie gialle, nericce, raccoglie col piede le foglie secche, e fa spazzar via ogni cosa da un inserviente, seguendo con uno sguardo pieno di mestizia e con un grande, improvviso accasciamento quella cesta che si allontana coi miseri e pochi avanzi dei bei fiori dell'undici aprile...

— Tutto finisce a questo mondo!... E se si ha anche la disgrazia di morir tardi, tutto finisce prima di noi! Se n'è dimenticato, certo! Che vi abbia pensato e non abbia voluto mandarli apposta, non è possibile! — Ella sorride amaramente: quei fiori ch'erano stati tutta la sua poesia, perdono a un tratto la loro. Ella per la prima volta apprezza il dono e il pensiero gentile del signor Francesco per quello che valgono in realtà: il ricambio, il compenso, la mercede, sebbene nella forma più delicata e squisita, delle lezioni che dà a Lulù.

— È il mio mensile, che mi vien pagato in tanti fiori! Stasera mi farà le sue scuse per essersene dimenticato; il mese venturo me ne manderà di più e così i conti saranno pari... Stasera?... Chi sa, forse non vi andrò nemmeno stasera. Mi sento tanto stanca! È lunga, a farla tutta a piedi, la strada da casa mia al cimitero.

Si sente affranta anche nel risalire i gradini, nell'uscire di nuovo all'aperto... Tutto quel sole l'accieca, il suo occhio non si volge più in alto, ma fissa con uno sguardo obliquo le infinite e sterminate fila di morti che restan lì soli tutto il giorno, tutta la notte... sempre soli.

Monta su nel primo tram che passa: ha fretta: le è venuta a un tratto una gran fretta di tornare a casa.

— Chi sa!... Sono uscita prestissimo! Forse, intanto c'è stato qualcuno a cercarmi! Forse a casa trovo una lettera che spiega tutto.

Quando il tram è vicino, appena rallenta, salta dal montatoio, attraversa la strada e imbocca la porta coll'agile sveltezza che in certi momenti rammenta ancora la giovine maestrina di una volta.

— C'è stato nessuno a cercarmi? — Domanda fermandosi rossa, ansante dinanzi all'uscio aperto della portinaia.

— Nossignora, nessuno.

— E lettere?...

— No, proprio niente. — La portinaia, vedendo che la signora Eugenia rimane lì, ferma, attonita, domanda a sua volta: — Aspettava forse qualcheduno, o qualche risposta?

— No, no, grazie.

Anche l'ultima speranza è perduta; l'hanno proprio dimenticata! Infila di furia la scala, e quando è dentro, nella sua camera, sola, l'agitazione nervosa, la fatica, il dolore la vincono, vuol frenarsi, non può... e dà in uno schianto di lacrime.

È un dolore, un affanno, un'angoscia una desolazione, un gran vuoto d'intorno a sè, dentro di sè, ch'ella sente e soffre senza fermarsi a pensare, senza rendersene conto.

Così, per più d'un'ora, la signora Eugenia continua a piangere, buttata attraverso il suo lettino modesto e semplice sotto la coltre candida; sempre quello, ancora il lettino della povera maestrina.

Verso le cinque soltanto, il campanello della scala dà un piccolo suono discreto... La signora Eugenia alza la faccia verso l'uscio, pensa un istante, poi bisbiglia tra sè: — Sarà la Gentilina! — E va lentamente ad aprire.

È proprio la vecchia donnetta di servizio, che viene come di consueto a prepararle il desinare.

— Ancora col cappellino, signora padrona?... Ancora vestita?

— Già!... Sicuro!... — La signora Eugenia è maravigliata lei stessa d'essere ancora vestita e col cappellino. — Sono appena... Ero di là!... — Non sa mentire e non aggiunge altro.

— Ma che cera! Che brutta cera! — Continua la Gentilina osservandola... — Si sente poco bene?

— Mi sono stancata, mi sono buttata un po' sul letto.

E diventa rossa, si confonde. Perchè quel turbamento? Perchè sente che quel suo dolore deve nasconderlo, che non può confidarlo ad alcuno?... Subito si sforza per ridere ed esclama con uno scatto nervoso nella voce:

— Da brava, Gentilina!... Oggi voglio una zuppa, un pranzettino eccellente!...

— Ho preso i piselli freschi e i petti di pollo per fare le costolettine! — Esclama la vecchietta trionfante.

— Evviva! Sei un portento, Gentilina! Vengo subito ad aiutarti!

La signora Eugenia rientra in fretta nella sua camera, confusa, nervosa, agitata da un nuovo turbamento, si avvicina allo specchio dell'armadio per levarsi il cappello e la mantellina e ad un tratto si ferma, rimane a lungo a fissarsi esterrefatta.

Dio, Dio! Che cosa le rivelano in quel punto i suoi occhi rossi e i suoi capelli bianchi!... Ha un sussulto che le fa balzare il petto violentemente, una vampa di fuoco le corre fin sulla fronte... una gran vergogna, la vergogna di sè stessa, vince il suo dolore, e scoppia a ridere in mezzo alle lacrime.

Sì, sì, sì, era vero! Si era un po' innamorata del signor Francesco!

— Oh, vecchia matta! — Esclama fissandosi nello specchio, continuando a ridere ed arrossire. — Vecchia matta! Vecchia matta!

Una subita, violenta reazione succede in lei: butta il cappello, il velo da una parte, la mantellina dall'altra, e corre in cucina, parlando forte, affaccendandosi per aiutare la vecchietta che le prepara il pranzo, sforzandosi per scherzare, per cantarellare, ma sempre colle vampe di rossore che le bruciano le gote e la fronte, e il cuore che continua a ripeterle: — Vecchia matta! Vecchia matta! Vecchia matta!

— Per amor del cielo, che nessuno se ne sia accorto! — A questo dubbio le fiamme tornano ad accenderle la faccia, ma subito si calma pensando tra sè: — Nessuno mi crederà mai una vecchia tanto matta!

La Gentilina prepara sull'angolo della piccola tavola la zuppiera fumante, le costolettine di pollo coi piselli, due mele e un'arancia.

— Comanda altro, signora?

— No, grazie.

La Gentilina, come al solito, se ne va.

Seduta sola dinanzi al suo desinaretto, la signora Eugenia ritorna pallidissima e triste. Si può comandare alle lacrime, al cuore fino a un certo punto, ma non allo stomaco. Si prova, vorrebbe mangiare a tutti i costi, ma non può cacciar giù un boccone.

— E... e per poter trovare una scusa, scrivere un bigliettino e non andare stasera da... da Lulù?

Ci pensa, ci ripensa; che gran sollievo, per lei, buttarsi in letto, spegner subito il lume e dormire, dormire fino a domani! Che riposo, rimaner sola nel silenzio, all'oscuro! Ma finisce scrollando la testa e mormorando:

— No, no; è impossibile! Sarebbe la prima volta che manco all'ora del caffè, che non vado a mettere a letto Lulù!... Proprio oggi... che non ho avuto i fiori. No! No! Bisogna andare!... E poi, a qualunque costo, bisogna serbare gli stessi rapporti, la solita intimità col signor Francesco. Per Lulù... e per i miei poveri: se io sono una vecchia matta, i miei poveri non ne devono soffrire. I miei poveri, che vivono della carità del signor Francesco e che lo benedicono senza neppure conoscerlo! Questo è il vero sentimento di carità; far il bene per il bene, di nascosto... dare con tanta nobiltà e con tanta delicatezza... celare perfin la mano... La vera carità dev'essere proprio intelligente. Non basta avere un gran cuore, bisogna avere un gran talento come il signor Francesco per poter...

La signora Eugenia si arresta... e sospirando arresta il corso dei suoi pensieri.

— Andiamo! È tardi! Bisogna andare! Così anche se è successo qualche cosa stamattina, lo saprò. A quest'ora ci sarà già il signor Olivieri. — L'idea di non trovar solo il signor Francesco la conforta nella sua improvvisa e strana timidezza; ma poi, pensando all'Olivieri, rammenta il discorso che egli le ha fatto qualche giorno innanzi, e un lampo le attraversa la mente e rischiara ogni suo dubbio:

— Quella donna! È arrivata quella donna! C'è di mezzo quella donna!

Ogni timore, ogni timidezza, ogni altro sentimento è vinto da quella nuova ansia, da quel nuovo orgasmo, da quella nuova, terribile inquietudine.

— Donna Stefania! Donna Stefania! Certo! Certo! È arrivata donna Stefania!

In fretta si caccia su il cappello, la mantellina, corre da Lulù e subito si accorge che il suo cuore non l'ha ingannata.

Il signor Francesco non c'è; non è venuto a pranzo, non ha mandato a dir niente: Lulù dorme sulle ginocchia della Luisa. La signora Eugenia guarda la bimba: anche così addormentata è pallida, ha il visino gonfio di chi ha molto pianto.

— Che cosa ha avuto? — Domanda subito alla Luisa.

— Ha fatto capricci! È stata cattiva tutto il giorno!... Deve essere successo qualche cosa per altro, quando è uscita stamattina col signor Francesco... Chi sa, devono forse averle fatto dei dispetti. Ha continuato tutto il giorno a dire: «Cattiva signora! Brutta signora!...» Deve aver incontrato qualcheduno che non le è andato a genio! È tanto capricciosa!

— Il signor avvocato non è venuto stasera? — La voce della signora Eugenia si è improvvisamente abbassata.

— No; Giovanni mi ha detto che il signor avvocato dev'essere andato a Genova.

— Allora, andiamo a mettere a letto Lulù, e poi andremo a dormire anche noi!

La signora Eugenia prende in braccio Lulù e si avvia preceduta dalla Luisa che tiene il lume. Per andar nella camera della bambina si passa dinanzi all'uscio dello studio del signor Francesco; l'uscio è aperto, lo studio è buio...

La signora Eugenia pensa a tutte le altre sere... e non può a meno di sospirare. Sente in quel punto che tutto è finito, che le belle sere non torneranno mai più.

Anche Lulù ha un piccolo sussulto nel sonno; apre gli occhi, si sveglia un poco... e si sveglia del tutto mentre la signora Eugenia e la Luisa, uno per ciascuna, le levano gli stivalini.

Appena vede la signora Eugenia, la bimba sorride, ma poi torna subito seria, e aggrotta le ciglia:

— Cattivo, Cochi!

— L'hai adesso col signor Francesco? — esclama la Luisa — Sei tu la cattiva! Il signor Francesco è tanto buono!

— No, cattivo Cochi! Cattivo!

La signora Eugenia vorrebbe far qualche domanda alla bimba, ma non osa per la Luisa. Quello che più temeva è ormai una certezza: lo sente, è sicura oramai. Per sapere il resto c'è tempo domani.

— No! nessuno è cattivo! La mia Lulù non è cattiva, non è mai cattiva!... È buona, è brava Lulù, e adesso, prima di andar in letto, prima di andar sotto sotto, dirà le sue orazioni...

Inginocchia la bimba sul letto, le congiunge le due manine, e s'inginocchia anche lei appoggiandosi alla sponda.

— Ave Maria.... gratia plena.... Dominus tecum... — principia la bimba.

— No, no; prima devi dire alla Madonna che l'Avemaria... è per il tuo papà.

— Per il mio... papà?... — Lulù fissa la signora Eugenia come per ricordarsi di qualche cosa.

— Sì, pel tuo papà..... che è in cielo col buon Dio, che ti ha voluto tanto bene... che te ne vuol tanto ancora, e che tu non devi mai dimenticare...

— Il mio papà? — Domanda ancora Lulù. — Il mio papà?..... — Poi di colpo si mette a piangere e a strillare, buttandosi sul letto, rotolandosi sul letto: — Il mio papà!... Il mio papà! Io voglio il mio papà, io voglio il mio papà!...

— Ancora capricci! Adesso fa capricci per il suo papà! — La Luisa non sa più se ridere o se arrabbiarsi.

Ma la signora Eugenia, invece, si getta sulla bimba, se la stringe forte contro il petto, la copre di baci.

Oh, quel piccolo cuoricino della bimba cara, come sente il suo, come risponde al suo, come batte col suo! E piange anche lei con Lulù, continuando a coprirla di baci e mormorandole sugli occhi, sulla bocca, in mezzo ai capelli:

— Io non ti lascierò mai! Non ci lascieremo mai! Voglio essere la tua mamma! Dimmi mamma, Lulù, chiamami mamma!

Lulù si stringe forte al collo della signora Eugenia, ma continua a gridare:

— No, no, no! Voglio il mio papà, io! Io voglio il mio papà!

V. — ... ho finito di fare a mio modo!... —

Quando donna Stefania ripensa fra sè e sè, tranquillamente, a' casi suoi, finisce sempre col sorridere mormorando con un senso di stupore:

— Con Cencino Parodi ho proprio perso la testa!... Come ho fatto? Com'è successo? Ma!... — E invece di sospirare continua a sorridere.

Donna Stefania, in fondo, non è pentita e non è punto sbigottita: perder la testa, poco male; basta poi saperla ritrovare. Ma stupita, sì; donna Stefania è stupita moltissimo.

— Come ho fatto? Com'è successo?

Un caso di forza irresistibile... — Davvero! — È stato un impeto di passione irresistibile!... Per Cencino Parodi, sarebbe stata capace di qualunque pazzia! Ne ha fatte di grosse, ma ne avrebbe commesse anche di maggiori.

Aveva cominciato a ridere, a scherzare, a giocare, come al solito; forse più del solito, sentendosi più sicura perchè si trattava di un ragazzo: lui, ventitrè anni, mentre lei ne aveva, senza che nessuno lo sapesse, trentatrè!

Aveva cominciato a ridere, a scherzare e a giocare... ma poi, ad un tratto, nella sua civetteria languida e sentimentale, nella freddezza calcolatrice della donna astuta e prudente, corse una vampata: l'istinto dell'altra razza ch'era in lei, quella più forte e più brutale del padre tedesco, ebbe il sopravvento.... — Come ho fatto? Com'è successo? — ..... Mah! Un capogiro, una pazzia! Quella bocca fresca, intatta, quella fanciulla bionda vestita d'ufficialino di cavalleria, quel monello impertinente avevano suscitato in lei ardori ed impeti selvaggi!

Adesso la furia, l'ardore sono passati; ma un po' di bruciore rimane ancora. Quel Cencino Parodi è sempre un gran tesoro!.... Ah!..... Peccato che spuntino i baffetti a rompere l'incanto!

Il tenentino, per combinazione, era anche arrivato a buon punto. Donna Stefania, sempre cullata, assopita, addormentata dalla duplice e innocua adorazione di Carletto e di Manòlo, era stata destata piacevolmente dall'amore, dalla passione del giovine Roero..... ma poi, nel giorno stesso che avrebbe potuto essere il più bello, Francesco Roero si mette a fare il radicale, poi a fare il permaloso e a tenere il broncio — anche lui come gli altri due!... — Comincia a non lasciarsi più vedere, a scappare, sperando che Stefania gli corra dietro... e invece quell'altro, Cencino Parodi, che, intanto, colle sue piccole manine paffutelle avea saputo dare all'albero una fortissima scossa, fa staccare dall'albero il frutto già maturo!

Allora..... al diavolo Carletto, Manòlo e anche don Giulio, più noiosi della pioggia! Al diavolo gli scrupoli e la prudenza; al diavolo le elezioni e le missioni, il prefetto, il sindaco e l'arcivescovo! Al diavolo le feste, le corse, i lunch... e le dame visitatrici!... L'amore! L'amore! L'amore allegro e bello, spensierato e giovine... sopratutto giovine!

Era la prima volta!.... Era la prima volta che amava!... Che noia, essere amati; e che gioia, amare! L'amore! L'amore! Non c'è altro divertimento al mondo! Che stupida aspettare tanti anni, più di trent'anni, per capirlo! L'amore, l'amore, non c'è altro divertimento al mondo che l'amore, l'amore bello, allegro e giovine, soprattutto giovine! Oh che delizia a Borgoprimo, tra le selve ombrose e i prati odorosi di fieno falciato! Che delizia, in Isvizzera, sui ghiacciai, col freddo frizzante e ravvivante... e in Egitto, le Piramidi, il Nilo, la calda voluttà dell'Oriente...

— Ma, pur troppo, adesso..... basta! Dinanzi a quei baffettini che spuntano bisogna mettersi a riflettere; bisogna far giudizio!

E sono baffettini appena percettibili — Figurarsi! — Donna Stefania e Cencino Parodi scherzano alle volte tra loro due a proposito di chi li ha più lunghi! — Ma quei del tenentino, appena spuntati, subito, avevano già messo le puntine in sù... Presto sarebbero stati terribili, quando si sarebbero accorti..... — ventitrè e dieci fa trentatrè — che quegli altri, i piccoli baffettini della dolce amica, hanno dieci anni di più!

E allora?... Se fosse stato lui, il primo, a darle un bel saluto? Ahimè! Allora sarebbe stato troppo tardi anche per far giudizio, perchè la donna comincia ad essere perduta, precisamente quando il suo amante comincia a piantarla.

Ah, no! Questo no! Questo mai! Delizioso Borgoprimo, deliziosa la valle del Rodano, deliziosissime le Piramidi, ma, per bacco, anche Milano è sempre una gran bella città!

Si raccoglie in sè stessa, si figura a Borgoprimo dopo l'abbandono del Parodi... in pieno romanzo borghese col medico condotto! Si figura invece di nuovo a Milano, signora, padrona di Milano... Sì, sì! Non c'è dubbio! Si sente ancora troppo giovine e forte, si vede troppo bella, per rinunciare a vivere nel mondo, per rassegnarsi ad essere dimenticata e non esser più di moda; e subito, finchè ha tempo di poter scegliere fra Borgoprimo e Milano, opta per Milano.

Il poter ritornare a Milano come prima, anzi ancor più festeggiata e più ammirata di prima, dipende solo da lei.

Suo marito?...

Donna Stefania sorride argutamente. Di tanto in tanto le capitavano certi numeri del Pungolo e della Perseveranza con gli elogi all'integerrimo ed attivissimo assessore Arcolei segnati in blù! L'indirizzo, sulla fascia, è scritto dal ragioniere; ma l'ordine di spedirli è stato dato da suo marito.

Suo marito?... Povero diavolo! Non ha mai tanto apprezzato e forse non ha mai tanto desiderato sua moglie. Tutti gli hanno detto che quella... partenza è avvenuta per colpa sua, ed è rimasto il solo a crederlo veramente. Sua moglie non avrebbe che a ritornare e lo vedrebbe subito a' suoi piedi, pentito.

Ma suo marito non basta. E Carletto e Manòlo?... E Francesco Roero?... Il più importante, l'uomo del giorno?

Anche Carletto e Manòlo ella li avrebbe di nuovo aggiogati con nessuna fatica e con nessun incomodo. Lusingare il loro amor proprio facendo credere alla gente ancor di più di quello che... non c'era mai stato e non ci sarebbe stato mai. Si erano sempre accontentati delle apparenze. Abbondare ancor di più nelle apparenze! E basta, s'intende! Donna Stefania è troppo artista nell'anima e pensa che bisogna aver buon gusto, soprattutto negli spropositi. Avevano intanto il torto grandissimo, quei due, di essere due copie di una stessa edizione e poi... l'opposto del suo genere. Le labbra scolorite, appassite, la pelle arida e tesa, le grinze agli occhi. Moltissima eleganza, ma..... un grave sospetto. Il biondo del Faraggiola e il nero dell'Estensi, così vivi, così lucidi, eran proprio sinceri?

Cento volte meglio Francesco Roero; questo poi sì!

Meno ortodosso in fatto di aristocrazia, di eleganza, di sport, ma molto più giovine; e anche un bel giovine! Le era sempre piaciuto del resto, anche prima, e forse... senza quel terribile seccatore... A questo punto, un dubbio attraversa l'animo di donna Stefania: anche Francesco Roero è più giovine di lei.... ma non di dieci anni come Cencino Parodi.... soltanto di tre o quattro anni.... e l'animo di Stefania si rasserena.

Lui, questo non lo sapeva, lei non gliel'avrebbe mai detto e così sarebbero diventati vecchi insieme.

Sentiva per altro che ormai con Francesco Roero non avrebbe potuto più scherzare. Ma sentiva pure che per ritornare a Milano come prima, per avere autorità ed influenza come prima e più di prima, Francesco Roero le occorreva più di tutti.

Ah! Ah! Adesso che era salito tanto in alto, adesso che era andato tanto lontano, richiamarlo in casa Arcolei e ai buoni principi... Questa non solo sarebbe stata per lei l'assoluzione; sarebbe stato il trionfo!

Ma, s'intende, tutto..... per tutto! Anche Francesco Roero, sommissione intera. Soffocato ogni spirito di ribellione e d'indipendenza: una sola volontà, la sua, di lei! Oh, il signor Roero avrebbe dovuto scontare l'indocilità di un tempo! C'erano molti piccoli conti da aggiustare, e lei aveva molte piccole vendette da compiere! Quella bastarda, fuori di casa!... Ed anche quella vecchia antipatica, odiosa, fuori di casa! E quel democratico avvocatino, che a lasciarlo fare si sarebbe innamorato di lei tanto volentieri, fuori dei piedi!

Ma... e Cencino Parodi?... Oh, povero tesoro! Colla testa negli affari lo aveva dimenticato!..... Come avrebbe fatto a metterlo in libertà?..... Era ancora innamoratissimo!...

Nei loro trasporti, essa lo aveva trattato sempre un po' da mammina... A poco a poco sarebbe diventata più mammina, più seria... Avrebbe cominciato a dargli dei consigli...

— Bisognerebbe trovargli una moglie..... Una ragazza adattata alla circostanza... Di quelle che non capiscono niente!...

Pensa, ripensa...

— Il conte Luardi, a proposito, deve avere una figlia ancora in collegio..... o appena uscita di collegio...

Il conte Luardi è una buona pasta d'innamorato, uso Carletto e Manòlo.

— Ma come fare a riannodare i rapporti e l'intimità dopo tanto oblio?...

Pensa ancora un momento e ha subito un lampo:

— San Giuseppe!

Il conte Luardi ha nome Giuseppe; fra un paio di giorni, il diciannove di marzo, è San Giuseppe... E il conte Luardi riceve da Borgoprimo, per il suo giorno onomastico, un bel ritratto di donna Stefania a cavallo, «coi migliori auguri di un'amica affettuosa che non dimentica...»

Il brum col Roero, che aspetta alle Grazie, appena salita donna Stefania, con la faccia nascosta da una fitta veletta bianca sparsa di miche lucenti, azzurrine, comincia a fare un lungo giro, che finisce poi secondo gli ordini ricevuti, nelle vicinanze della stazione, dinanzi all'hôtel Firenze.

Il Roero ha messo nel brum una piccola valigetta, assai leggiera, che deve calmare, come li calma in fatti, tutti gli scrupoli del locandiere.

Sono le cinque e mezzo quando escono insieme dall'albergo, sospettosi e un po' inquieti. Donna Stefania, dopo una rapida stretta di mano e un'occhiata che brucia di sotto il velo, si avvia risoluta verso il cuore di Milano, l'andatura ardita e superba, il petto sporgente, il passo rapido e franco da conquistatrice... Il Roero invece, che deve più tardi ritornare alla locanda per il conto e per la valigetta, s'inoltra a caso, passo passo, curvo, dinoccolato, imbronciato e si perde per le vie fangose ancora in fabbrica e i terreni incolti dietro alla stazione. A un tratto si ferma, guarda macchinalmente l'orologio senza nemmeno veder l'ora e dà un grosso sospiro di stanchezza e di scontento.

Il dì dopo, com'era stato convenuto con donna Stefania, va per una visita a Borgoprimo; vi ritorna alla domenica e vi si ferma due o tre giorni; poi da Borgoprimo non torna a Milano, ma va direttamente a Lodignola.

In tutto quel tempo s'era appena intrattenuto alla sfuggita con Lulù e aveva sempre cercato di schivare la signora Eugenia e l'Olivieri. Ma all'Olivieri telegrafa subito, appena a Lodignola: «Ti aspetto domattina, devo parlarti: affari urgenti». Ma poi, dopo un'ora, durante la quale rabbioso, nervoso, furioso, aveva strapazzato il fattore, il giardiniere, il cocchiere, tutti quanti, pensa che invece di parlare coll'Olivieri è meglio scrivere e spedisce subito un secondo telegramma: «Non venire domattina; parto oggi stesso: segue lettera e spiegazioni».

Trovarsi a tu per tu coll'Olivieri?... Sapeva già che cosa l'amico gli avrebbe detto. L'Olivieri avrebbe avuto tutte le ragioni, lui tutti i torti; l'Olivieri avrebbe parlato da uomo serio, di proposito, e lui avrebbe risposto... da bestia. Ma la conclusione quale sarebbe stata?... Disgustarsi, romperla, forse irreparabilmente, certo inutilmente.

E poi... un'altra ragione gli consiglia di scrivere invece di parlare: quella stessa che in quei giorni gli ha fatto sfuggire Lulù. Francesco si sente debole. Forse non è il cuore, sono i nervi; ma non vuol più vedere nè Lulù, nè tutta quella gente. Non potendo più essere come prima, gli farebbe troppo male. E poi, che male!... Tutti quegli occhi pieni di sottintesi, di rimproveri, di lamenti gli darebbero tremendamente ai nervi. È meglio finirla e cavarsela collo scrivere!... E scrive, in fatti:

Carissimo Olivieri,

Poche parole per far più presto. A quest'ora tu sai già che cos'è successo: un po' ti sarà stato riferito, il resto lo avrai immaginato!

... È proprio così; e non parliamone più.

Quand'è così, sono inutili le discussioni, anzi sono pericolosissime e io non desidero farne assolutamente. Per questo, appunto, invece di farti venire a Lodignola, ho preferito scriverti.

Tu per indurmi a cambiar strada, per ammonirmi, per rimproverarmi non potresti dirmi niente che già non mi sia detto anch'io. Ho fatto io per il primo l'esame di me stesso e del mio stato. Ascoltami bene: io non amo quella donna, non stimo quella donna, ma mi piace, ne sono geloso e ne ho paura. Sono debole di cuore e di carattere e ti riassumo la mia condizione presente e la mia vita avvenire in questo: ho finito di fare a mio modo.

Caro amico, nel giudicarmi vi siete tutti sbagliati: e per un momento mi sono sbagliato anch'io credendomi diverso.

Oh le mie aspirazioni alla giustizia, alle riforme, a un nuovo avvenire! Oh tutto il mio lavoro, la mia resistenza al lavoro, la mia fantasia, la mia febbrile attività. Ci siamo tutti sbagliati... ed io più di tutti. Ciò che la buona signora Eugenia, nel facile entusiasmo del suo cuore espansivo, chiamava genio non era altro che una sovrabbondanza di sangue che eccitava il mio cervello. La mia stessa intelligenza, colla sua feconda esuberanza di idee... non era altro che un fatto fisiologico semplicissimo, dovuto all'economia dell'organismo, ad un risparmio anormale di forze. Oggi, cessata la causa, è cessato il fenomeno. Oggi l'esuberanza di fantasia, l'attività, il genio... — addio, mio caro! — Oggi sento che stenterei un'intera giornata per riuscire a scrivere una pagina, per afferrare un'idea... e che penerei un'ora per scegliere un aggettivo.

Concludendo: nessun rimpianto e, soprattutto, nessun rimprovero. Era legge fatale che un giorno o l'altro io dovessi ritornare quello che sono in realtà. È per legge fatale che ogni uomo ha nella vita la donna che si merita ed io ho meritato e merito, appunto, di aver finito di fare a mio modo. Per quanto la signora Eugenia abbia decantato i miei meriti morali, per quanto mi abbia fatto benedire e ribenedire da tutti i suoi vedovi e le sue vedove, io non sono altro che uno scettico dal cuor tenero: penso che il mondo gira e non cammina, e per ciò è meglio lasciarlo girare come vuole, chè, tanto, ritornerà sempre a rifare la stessa strada... e sento che voglio bene ancora a troppe persone, essendomi ormai ridotto per la mia debolezza a non dover fare altro che la felicità e la volontà di una sola.

Questo è il mio testamento morale che ti affido sul punto di passare a nuova vita. Quando avremo occasione di rivederci, lo desidero e te ne prego, non parleremo altro che de' miei affari e, occorrendo, verrò io a cercarti al tuo studio.

Hai già la mia procura. Il mio ragioniere, tutta la mia gente hanno l'ordine di rivolgersi a te, di consigliarsi con te, di dipendere da te, come prima.

E a te pure rimane la tutela degli interessi di Lulù, che desidero sempre affidata alla signora Eugenia.

A Lulù ho assegnato un piccolo capitale, ottantamila lire: questo capitale è già investito in altrettanta rendita intestata al nome di Elena Maria Savoldi. Alla signora Eugenia consegnerai inoltre trecento lire al mese per tutto il mantenimento e l'educazione di Lulù. In fine, da oggi, metto a piena disposizione della signora Eugenia e di Lulù la vecchia casa di Lodignola, dove io sono nato e che fu da me abitata con mio padre, prima che mio padre fabbricasse la nostra villa.

A Lulù farà bene la vita di campagna: e la signora Eugenia diceva sempre che il suo sogno era una villetta con un piccolo giardino e un balcone dove restar seduta a contemplar le montagne. La casa ha un piccolo giardino e un frutteto. Tu vi farai fare tutte le riparazioni e le innovazioni necessarie, compreso il piccolo balcone, che adesso non c'è. E dirai alla signora Eugenia che io non regalo questa casa alla nostra Lulù per due ragioni: la prima, perchè la casa paterna non si cede a nessuno; la seconda, perchè desidero che Lulù, anche lontana, resti sempre in casa mia.

Ed ora una stretta di mano e un abbraccio.

... Ricordi le tue profezie di due anni fa?... In un punto solo hai sbagliato: tu non hai perduto un amico....

E nello scrivere l'indirizzo: «all'avvocato Olivieri, Milano», gli occhi del Roero erano pieni di lacrime.

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