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La Signorina

PARTE QUARTA LA SIGNORINA

Reading edition

I. La casa vecchia.

La vecchia casa del babbo Roero spicca tutta bianca sull'alto della collina e al primo raggio di sole, pei vetri del piccolo balcone, riscintilla fra i glicini rampicanti e i vasi di garofani rossi e sorride fresca intima e semplice al cospetto dell'altra villa Roero, ampia nuova sontuosa, che si adagia laggiù in mezzo al piano verde del parco.

Le finestre della casetta sono sempre tutte aperte, quelle della villa sempre tutte chiuse. Nella villa, nel parco immenso passeggia soltanto qualche volta il custode, oppure lavora il giardiniere co' suoi uomini, ma per lo più tutto il recinto rimane silenzioso, disabitato: non vi gironzano altro che due grossi cagnacci col pelo rossiccio che fanno la guardia muovendosi lentamente, col testone basso, colla coda bassa, immusiti e brontoloni come due vecchi gottosi. Invece il piccolo giardino e il brolo della casetta sono pieni di vita e di moto; si vede correre, saltare, cantare, ridere una bella fanciulla in cui sbocciano come rose i diciott'anni irrequieti e chiassosi. E ridendo e scherzando e giocando e cantando e cogliendo fiori nel giardino e divorando frutti nel brolo, ella chiama «mamma, mammina, mammetta,» o «signora Eugenia, cara cara» una vecchia signora coi capelli tutti riflessi d'argento, alta e ancora elegante e piacente per la calma serena degli occhi intelligenti e indulgenti e per tutto ciò che è rimasto in lei e che spira da lei di fresco, d'intatto, di giovanile. La bella vecchia, vestita di nero, col solino di una candidezza immacolata, stretto alla gola, è sempre affaccendata attorno alla bella giovinetta o la tien d'occhio dal balcone; ride e scherza con lei e le dà queste terribili strapazzate:

— Elena! Elena! Gioia! Basta adesso! Fa troppo caldo! C'è troppo sole! Ti farà male! Vieni un po' in casa! Vieni un po' su con me!

— Mammina, mammetta, mammuzzoli, adesso non vengo!

— Ma, Elena, gioia, basta mangiar frutta! Basta! Non avrai più fame a colazione!

— Anzi, tutt'altro!... Le frutta mi mettono appetito!

— Insomma, basta! Vieni subito in casa o vado in collera!

— Eccomi! Eccomi, signora Eugenia! — Cantando, la giovinetta attraversa il giardino, imbocca l'uscio, piglia di corsa le scale e si precipita addosso alla vecchia signora con una pioggia di baci impetuosi, che la soffocano e la stordiscono.

— Basta!... Basta anche coi baci!... Auf! Che tormento! — E così dicendo la signora Eugenia ride mostrando tutta la sua compiacenza e ancora tutti i bei denti bianchi. — Sei diventata grande... ma sei rimasta sempre Lulù: anzi sei diventata più Lulù di prima.

La signora Eugenia ha ragione: adesso la signorina Savoldi la chiamano Elena.... ma è rimasta Lulù; più che mai Lulù; buona, cara e ancora un pochino capricciosa. A diciott'anni, non è diventata molto alta, anzi è un po' piccoletta, tarchiatella. È sana e forte, bianca e rossa e ben proporzionata. Ha i capelli nerissimi che si ravvolgono in una massa ondulata e indisciplinata sulla testolina rotonda; ha gli occhi nerissimi e fulgidi. Per la signora Eugenia non c'è al mondo una ragazza più bella; la Luisa l'ammira incantata, tutti le vogliono bene.

Appena è in casa e quando è ora di studiare o di lavorare, la signorina Elena si calma e diventa seria e più che la figliuola o l'allieva, appare ormai la compagna e l'amica della signora Eugenia. Leggono insieme, studiano insieme, lavorano insieme, e hanno molto da leggere, da studiare e da fare.

I primi studi, la signorina Elena li ha cominciati a Milano, e allora a Lodignola, non venivano, lei e la signora Eugenia, altro che alle vacanze; ma poi la naturale inclinazione, le attrattive della campagna, della libertà, della bella casetta tutta per loro due sole, dell'aria, della luce, dei prati, dei fiori, le avevano indotte ben presto a stabilirsi a Lodignola.

— Io potrò insegnarti tutto quel pochissimo che so, — disse la signora Eugenia alla sua allieva, — e il resto lo studieremo insieme.

In fatti, adesso, studiano insieme le lingue, — meno il francese, che già lo parlano tutt'e due benissimo, — e imparano a conoscere sui libri, il mondo e gli uomini.

E con quanta passione, con quanto spirito di emulazione! Però la signorina Elena è la più pronta e la più brava, e la stessa signora Eugenia, orgogliosa, lo dichiara per la prima.

A diciott'anni la signorina Elena è benissimo educata, senza affettazioni, senza smancerie; è coltissima, senz'essere pretenziosa e pedante. E non suona il pianoforte.

— Oh, questo no! Il pianoforte no! — Aveva detto l'Olivieri, sempre consultato sull'istruzione della giovinetta. — Il pianoforte no! È uno dei primi fattori dell'odierno decrescere dei matrimoni, perchè fa odiare le ragazze da lontano!

Invece tutti vogliono bene alla signorina Elena, anche quando vanno in furia contro di lei e la chiamano Lulù!

— Sei sempre Lulù!.... Diventi ogni giorno..... più Lulù!

Tutti adorano la signorina Elena-Lulù..... e qualcheduno, più d'uno, comincia anche ad amarla, proprio d'amore.

Ma di questo Lulù ne ride e la signorina Elena non ci pensa.

Il suo cuore, il suo essere, sono già presi e occupati, fino dai tempi più remoti.

Quando cominciò a susurrare in lei il primo canto della bella poesia della vita?... Ella non ricorda, non sa. Forse per lei si schiusero insieme la vita e l'amore.

Saper voler bene non è da tutti; anzi, è rarissima dote: e la signorina Elena sa voler bene. Ella ricambia la grande tenerezza, l'adorazione della signora Eugenia; sente amicizia, affetto, gratitudine per l'avvocato Olivieri, ma il suo bene per il signor Francesco è tutt'altra cosa: è poesia. La poesia che trasfonde luce e colore in chi è amato, che lo esalta, che lo innalza su su, fino al settimo cielo.

Non lo vedeva mai! Erano anni ch'ella non vedeva più il signor Francesco Roero e però la sola immagine che rimaneva sempre fissa in lei era quella del signore elegante, di dieci anni addietro; egli restava sempre anche per la signorina Elena il «Cochi bello» di Lulù!

E quante volte la mattina, appena alzata e aperta la finestra, ella rimane ritta, immobile appoggiata al davanzale, cogli occhi fissi laggiù, in mezzo al piano verde del parco dove si adagia la villa Roero, tutta chiusa, abbandonata dal suo padrone.... E quante volte interrompe quella sua contemplazione con un sospiro e un fremito, e passandovi adagio la mano sotto i capelli, sulla nuca, risente ancora la carezza morbida dei baffi odorosi e il calore del bacio. E come rimane in lei ancora evidente, viva l'ultima impressione, quella dell'hôtel de la Ville! Cochi, il suo «Cochi bello», le era stato portato via da quella cattiva signora alta e bionda.... la nemica sua. Sì, adesso aveva saputo tutto, un po' dalla mammetta, un po' dall'avvocato.

La nemica sua, perchè anche la baronessa Arcolei era di quella gente contro la quale il suo povero papà si era scagliato in battaglia e aveva persa la vita!

A questo pensiero, mentre Elena fissa la villa abbandonata, e dove soli i due grossi cani rossicci gironzolano lenti, dinoccolati, col muso basso, il suo cuore si stringe dolorosamente, e i suoi occhi si riempiono di lacrime. È malinconico l'aspetto di quella villa.... e deve essere ben malinconico anche il suo padrone! Tutta così chiusa, quella villa le sembra una prigione e lei pensa che anche il signor Francesco, il suo Cochi, è prigioniero, schiavo di quella donna cattiva, alta e bionda. No, no, lui non poteva essere felice! Era lontano dalla sua felicità; soltanto lì con loro, lì, in mezzo a loro, adorato da tutti loro e amato da lei, soltanto lì, egli sarebbe stato felice! Ed Elena, ripensando ai tempi in cui era Lulù, ripeteva sorridendo come Lulù:

— Io ti sposo!

Oh che gioia se avesse potuto vedere per un sol giorno aperte, spalancate le finestre di quella villa! L'opprimevano quelle finestre sbarrate, quel silenzio dell'abbandono!

Non aveva più veduto il signor Francesco da due o tre anni. Prima, a Milano lo vedeva, qualche volta, ma assai di rado.

Ella però gli scriveva a Natale, al suo giorno, due o tre volte nell'anno. Ma che lettere insipide! Ciò che ella gli avrebbe voluto dire: «venga» o «vieni», «torna» o «torni», non glielo poteva scrivere dunque.... Dunque non erano lettere! Faceva un bel componimento, col suo più bel caratterino, da sottoporre all'approvazione della signora Eugenia, ed all'ammirazione dell'avvocato Olivieri.

— Eh! eh! — La signorina Elena ride con una certa furbizia quando pensa fra sè: — Anche la mammetta ha un gran debole per il signor Francesco!... Ogni volta che ne parla, si riscalda, si entusiasma, le vengono le vampe alla faccia! Sembra che ritorni più giovine e più bella! E come anche la mia mammetta detesta quella donna Stefania! Stefania?... Che nome.... da vecchia! La mia mammetta non la nomina mai quella Stefania, nemmeno per isbaglio.... ma se parlan di lei, istintivamente aggrotta le ciglia! Cara! Cara! La mia mammetta cara!

— Ma però dev'essere molto astuta quella Stefania! Che arte deve avere!... Come si potrà mai fare per poter diventare così padrona di un uomo?... Del più bello... del più simpatico... del più degno di essere amato!... — Ed Elena dimentica Stefania e pensa solo a Francesco; non odia più, torna solo ad amare.

— È molto più bello anche dell'Olivieri! Molto più bello, molto più elegante, molto più giovine, molto più chic! Povero signor Olivieri! — La giovinetta sorride come prima con una certa malizietta... ma con una punta d'ironia più acuta, più spietata.

— Continua a vantarsi con me di essere più giovine di due anni del signor Francesco!... Povero avvocato!... Gli faccio una grande impressione. Ma... impossibile! È buono, quasi come la signora Eugenia, gli devo molta riconoscenza e gli voglio molto bene... potrà fare il paio per me colla mammetta. Ecco, sarà per me un signor Eugenio, ma niente di più!... Che begli occhi ha il signor Francesco, profondi, dolcissimi... Quando guardano accarezzano come un velluto! Come sta bene in cilindro e in stiffelius! E che belle mani!... Mi piacciono gli uomini forti che hanno le mani bianche e delicate come una signora! Le mani dell'avvocato, poveretto, come invece sono grosse e corte! Bruttissime mani!... Povero avvocato!... Da qualche tempo fa sforzi inauditi di eleganza, ma non ci riesce! E come gli secca proprio per me, di diventar calvo! È tanto buono, povero Olivieri!... Ma pure deve accontentarsi di essere buono, senza voler anche diventar bello! Io per altro... Io sì; faccio colpo! E ho fatto colpo anche al signor Francesco!

Elena alza, stende le braccia e sorride a questo pensiero, deliziosamente. Ella si sente forte: è la giovinezza che le martella nel sangue, che tutto rischiara e illumina d'intorno a lei e che corre in lei con un gorgoglio fremente di gaudi e di promesse.

Sì, l'ultima volta che si sono incontrati a Milano, nello studio dell'avvocato Olivieri, il signor Francesco è rimasto colpito.

— Come sei diventata bella! Sei diventata molto bella! — Glielo ha proprio detto!... E l'ha fatta ridere. Ma poi, ha continuato a guardarla senza più dirle niente e l'ha fatta arrossire.

— Bella, molto bella! — Ripete Elena di sovente quando è sola in camera sua, e pensa: — Allora avevo quindici anni, appena; ne sono passati altri tre! E adesso?... Bella o brutta?

Si affaccia allo specchio, si guarda... Alza, stende le braccia... e la giovinezza canta, in un sorriso, il suo trionfo.

— Ma lui è lontano, sempre lontano! Non lo vedo più! Oh se venisse a Lodignola! Se si fermasse per qualche giorno a Lodignola!... Allora, allora sì!

Elena, oltre ad una grande tenerezza, ha riposto una assoluta confidenza nella signora Eugenia: non ha segreti per lei... tranne uno. Non le ha mai detto che tutto quanto era rimasto di Lulù nella signorina Elena, era la volontà di sposare il suo Cochi!

Molte volte è stata tentata, ma non ha mai osato domandarle se fosse proprio vero che le bionde piacessero agli uomini molto più delle brune.

Era questa la sua inquietudine e la sua preoccupazione.

Se fosse stato vero, guai! Lei, così nera, avrebbe finito col fargli ribrezzo!

Si guardava, si guardava, e la leggerissima peluria vicina alle tempie la tormentava, e quella più fitta, che imbruniva la nuca, sotto i capelli, era il suo spavento!

Dio! Dio! Se proprio non gli piacevano che le bionde, ella gli avrebbe fatto orrore!

Ma se non parla mai del «Cochi di Lulù», se non fa mai nessuna domanda a proposito delle bionde, per altro, del signor Francesco parla anche lei e sarebbe impossibile farne a meno perchè a Lodignola ne parlano tutti, e lì, nella casa vecchia, è sempre lui l'argomento dei discorsi più importanti.

Francesco Roero, anche non andandovi mai, è amato a Lodignola e vi è diventato popolare; un po' per merito suo, molto per merito della signora Eugenia e dell'Olivieri.

A Milano, il Roero ha finito per accettare la carica di consigliere comunale, secondo le intenzioni di casa Arcolei. Il suo seggio è quindi fra quelli della maggioranza conservatrice, ma verso sinistra... tutto quanto gli è stato possibile. L'antico autore di Vae Victis è rimasto frondeur e qualche volta diserta o rompe le file... Ma troppe altre volte subisce l'ambiente sino al punto di rassegnarsi, quasi inconsapevole, alla parte di correttore della prosa ufficiale di palazzo Marino, di estensore di aulica retorica da manifesti e da indirizzi e — chi mai glielo avrebbe detto! — persino di anonimo polemista.

Per sottrarsi, fin dove gli riesce, alla politica militante, che non è la sua, si consacra più volentieri alla beneficenza cittadina. Ma, ahimè! quale abisso fra i suoi audaci ideali di previdenza e di solidarietà umana e la gelida e burocratica funzione elemosiniera che gli è permesso di compiere, usata ora come un freno, ora come un correttivo, più di sovente sfruttata come una imposizione, come una moneta spicciola di supremazia di casta!... De' suoi ideali, il Roero non parla, non scrive più, non si occupa più, non osa più guardar loro in viso, neppure nell'intimo suo, ma in compenso gran parte de' suoi redditi finisce a Lodignola fra le mani intraprendenti e sapienti dell'avvocato Olivieri e della signora Eugenia, che colle ricchezze del neo-commendatore, caro ai difensori della proprietà e dell'ordine, vanno applicando e svolgendo in nome suo tutto un programma di socialismo pratico ed umanitario, fra quella buona gente di campagna.

Così, ed è anche giustizia, tutto il bene fatto dall'Olivieri e dalla signora Eugenia, tutto ciò che riescono a creare, a fondare, a istituire, è attribuito all'iniziativa di Francesco Roero, è messo sotto il patrocinio di Francesco Roero, porta il nome di Francesco Roero.

L'Olivieri e la signora Eugenia hanno trovato nelle tenute del Roero le consuetudini pressochè feudali dell'epoca spagnolesca... le consuetudini che, pur troppo, sussistono tuttora in gran parte della Lombardia, e un po' dappertutto. I coloni sono giorno per giorno sfruttati dai fittabili o dai fattori che, pur condannandoli a fatiche improbe, rubano sul loro meschino salario anche più di quel che poi rubino sugli utili al proprietario e li fanno vivere abbrutiti, in case inabitabili, senza aria e senza istruzione, ignoranti perciò e superstiziosi, schiacciati moralmente e fisicamente.

Essi assistono, insomma, al trionfo inveterato di una grande e continua iniquità, che non è neppur compresa da chi la compie e accascia in un sordo livore i disgraziati che la subiscono.

Ebbene, la signora Eugenia, coll'aiuto morale dell'Olivieri e coll'aiuto materiale del signor Francesco, si è assunta, nel nome di questi, l'applicazione pratica, quotidiana, e illuminata della giustizia e della provvidenza.

Senza sapere affatto che l'istituzione va maturandosi, compone una specie di collegio di probiviri, fatto delle persone più autorevoli del paese, le quali esaminano e compongono i dissidi e impediscono le spogliazioni, fissando con energica e intelligente equanimità i rapporti fra imprenditori e salariati dell'industria agricola.

Destando così le buone volontà intorno a sè, e sempre coi consigli dell'Olivieri, l'antica direttrice delle scuole di S. Celso porta un aiuto efficace all'istruzione, oltre le classi elementari, perchè i ragazzi dei contadini, dai dieci anni in su, non ritornino a mano a mano all'ignoranza e all'avvilimento di prima. Quindi lezioni e scuole serali, domenicali, invernali, quindi diffusione di buoni libri nelle case, libri di educazione, e libri d'istruzione agraria, istruzione pratica pei giovinetti, e infine creazione del podere «Francesco Roero», un podere modello, vastissimo e ricchissimo, ove si provano tutti i progressi dell'agricoltura, nuove macchine, nuove colture, nuovi sistemi. Al podere vanno annessi, mercè l'Olivieri, un gran caseificio cooperativo, e una latteria sociale.

Lodignola, così trasformata, non può più essere il borgo perduto tra i campi, al quale non si arriva che colla diligenza. Deve essere congiunta a Milano col tram a vapore, ed è per ottenere questa nuova linea che da un paio d'anni l'Olivieri non si dà pace.

La casa vecchia di babbo Roero a Lodignola... è un po' la casa del Governo. I vari rami dell'amministrazione di quel minuscolo Stato della filantropia moderna risiedono nella casetta bianca, sull'alto della collina. Lassù vengono divise le varie ingerenze, di là partono gli ordini, e all'occorrenza i soccorsi. Tutto ciò che si riferisce alle scuole, all'istruzione, al personale del caseificio, dipende direttamente dalla signora Eugenia e dalla signorina Elena: il resto è sotto la giurisdizione speciale dell'avvocato Olivieri. Segretario e factotum delle signore, come dell'avvocato, è il figlio del fattore, un bravo giovinotto e anche un bel giovinotto, un po' rustico di modi, ma attivo e intelligente, e che tutti a Lodignola chiamano il Nino Moro per la faccia bruna e i capelli folti e crespi come un africano. Il Nino Moro che ha finito l'Istituto tecnico a Milano, è tornato a Lodignola col cappello a cencio sulle ventitrè, la cravatta rossa e la testa intronata e confusa da molte idee mal digerite sul patto sociale, la lotta di classe e il collettivismo marxista. Idee poi che invece di diventar chiare e ordinate, fermentano sempre più bislacche nel suo cervello, per la vicinanza appunto della signorina Elena Maria, della quale il povero Nino comincia a innamorarsi in segreto, disperato e rabbioso contro le ineguaglianze sociali.

Sono due i cuori che ardono segretamente per la signorina e se, fra tante fiamme, la buona e candida signora Eugenia pur rimane all'oscuro, Elena invece ha indovinato subito e perchè l'avvocato diventi sempre più brontolone e permaloso e perchè il Nino Moro si faccia sempre più fosco e più... collettivista!

— Ho capito! — Pensa Elena, sorridendo birichina come Lulù. — Ho capito! Io non sono nata per mettere gli uomini di buon umore!... Oh, se potessi rendere un po' rabbioso anche quell'altro!

Sente una soddisfazione intima, segreta, anche un po' egoista per quel suo potere, per quel forzato omaggio che vien reso da due uomini, i soli che l'avvicinino, alla sua bellezza ed al suo fascino; e ne gioisce, ma fantasticando dietro a quell'altro che non vede più e che pure un giorno, presto o tardi, dovrà rivedere....

Però non ha da rimproverarsi la minima civetteria. Capisce tutto, ma gli altri due credono invece che non abbia capito niente. Onesta e fiera, non lascia nè vuol lasciar sussistere il più leggero inganno. Sempre Lulù e nient'altro che Lulù per l'Olivieri; sempre la signorina, buona, affabile, gentile, ma sempre la «signorina» per il Nino Moro.

Grandi affari vanno maturandosi in quei giorni nella casa vecchia: la linea del tram a vapore da Lodignola a Milano, e la festa dei saggi scolastici e delle premiazioni. Per il tram, l'avvocato Olivieri, aiutato anche in questo dal Roero, ha già costituito il Comitato promotore e ha quasi raccolto tutto il capitale in azioni, mentre il Nino Moro ha lavorato e corso intere settimane cogli ingegneri, per fissare e rilevare il primo tracciato della strada. La signora Eugenia e la signorina Elena sono invece in grandi faccende per la festa delle premiazioni.

È vicina l'ora del pranzo; si aspetta da Milano l'Olivieri, il quale deve aver conferito appunto col signor Francesco pel tram a vapore, e nella saletta da pranzo, le signore danno gli ultimi ordini alla Luisa, che in quei dieci anni è diventata lunga e magra come una pertica, ha sposato Giovanni ed è già rimasta vedova... e chiacchierona.

La signora Eugenia è seduta alla scrivania e discute animatamente con Elena a proposito dei premi. La signora Eugenia vuol dar libri; la signorina Elena, che è la passione di tutte le ragazze di Lodignola, vuol dare vestiti; la Luisa, come sempre, senza mai volerne convenire, è del parere della signorina.

— Un bel libro è sempre il più bello dei premi! — Sentenzia la signora Eugenia, alzando la testa dai conti e accomodandosi gli occhiali che non le vogliono stare sul nasino profilato.

— Bel premio, un libro da studiare! — Esclama ridendo la signorina Elena.

— Un premio ha da essere un premio e non un castigo! — Brontola la Luisa, levando la tovaglia e i tovaglioli dalla credenza.

La signora Eugenia fa un moto di stizza, si distrae, perde il filo della somma che sta facendo, torna da capo scrollando la testa, bisbigliando i numeri a fior di labbro e segnandoli colla punta del lapis. Poi si toglie dal viso gli occhiali e si volta.

— Non si tratta già di regalare un libro soltanto di studio, un libro noioso!

— Oh scusi sa! — Ribatte ancora la Luisa. — In confronto di un bel vestito, tutti i libri sono noiosi!

— Sta zitta! Non sai niente e non capisci niente!

Elena ride — Ha già fatto la scelta la mammetta!... Sai Luisa?... La mammetta ha già fatto la scelta! Dica un po'... — Ed Elena, sempre ridendo, si avvicina alla signora Eugenia che per precauzione torna a levarsi gli occhiali. — Dica un po', ha deciso tra i divertentissimi Ricordi di Massimo D'Azeglio e i Promessi Sposi?...

— Un bel vestito per trovarselo lo sposo, altro che Promessi Sposi! — Mormora ancora la Luisa.

La signora Eugenia aggrotta un momento le ciglia ed Elena al solito, le salta addosso coprendola, soffocandola sotto i baci, mentre continua a ripetere cantando: — La mammetta si arrabbia! La mammetta va in collera! Va in collera! Va in collera!

— Gli occhiali! Sta attenta! Gli occhiali! — Geme la signora Eugenia alzando la mano cogli occhiali. Poi, quando Elena è stanca, si sforza per tornar seria ed assume un tono severo che non fa paura a nessuno.

— Coi baci... non devi creder sempre di accomodar tutto e di farti perdonar tutto! Questa volta hai torto, tortissimo. Anche tu dovresti invece aiutarmi nel far loro amare i libri!

— Sicuro, ma per farli amare, bisogna farli desiderare!

In quel punto, una carrozza entra nel cortile.

— L'avvocato! L'avvocato! — Elena corre alla finestra a vedere e poi si volta verso la signora Eugenia: — È proprio l'avvocato! Faremo giudicare dall'avvocato!

— Brava! Un altro famosissimo per darti torto! — La signora Eugenia sorride colla sua ironia bonaria, chiude nel tiretto della scrivania i libri dei conti e si alza per andare anche lei alla finestra a salutare l'Olivieri.

— Ben arrivato! Bravo! È stato di parola! Lo si aspettava a pranzo!

L'avvocato che sta per scendere dal legnetto alza gli occhi verso la finestra, levandosi il cappello.

— Non ho ragione? — Gli domanda Elena ad alta voce. — Non è vero che per farsi amare bisogna farsi desiderare?

— Oh, ci vogliono tante cose per farsi amare!

L'Olivieri, che al primo vedere la fanciulla aveva sorriso, torna serio a queste parole e quasi imbronciato, scende pesantemente dalla carrozza. Non ha ancora quarant'anni, ma è molto invecchiato. È troppo grasso, colle spalle incurvate, comincia a diventar calvo, ha la barba folta, rotonda, brizzolata.

Sono corse tutte giù per incontrarlo e fargli festa, ed anche la Luisa per prender la valigia e l'altra roba.

Corre per staccare il cavallo anche Nicodemo, un ometto ancora rubizzo, l'ortolano, il giardiniere, il cocchiere, ed anche il servitore della casa vecchia.

È una folata di voci allegre, di risa, di saluti, che circonda l'Olivieri, mentre egli leva dalla carrozza prima i pacchi e i pacchettini inerenti alle commissioni eseguite a Milano, poi le ceste e le scatolette dei regali che l'avvocato porta alle signore.

— Ti sei ricordato i cioccolatini di menta? — Gli domanda Elena, sempre un po' golosa.

L'avvocato la guarda di traverso, e presentandole un'enorme scatola di dolci, borbotta come se le offrisse del veleno:

— Qui ci sono cioccolatini di menta, cioccolatini di vaniglia, cioccolatini d'arancio, cioccolatini al pistacchio, al croccante, al caffè, al rosolio...

— Che bravo! — Elena prende lo scatolone con un salto di gioia. — Ma guarda se mi devi regalare tante dolcezze... con quella brutta faccia!

L'avvocato non può a meno di ridere e ride anche la signora Eugenia.

Elena lo afferra per il soprabito e subito gli sottomette il gran quesito del premio: il libro o l'abito.

Povero Olivieri! Ha vicino quel bel visetto, quegli occhi, quei capelli, quella bocca, sente quel profumo caldo dei diciott'anni..... Come potrebbe darle torto? Anche lui vota per il vestito, poi, sentendo la Luisa che dall'alto della scala chiama: «In tavola, signori!», passa nella stanza terrena riservata a lui nelle gite frequenti a Lodignola per lavarsi in fretta e darsi una spazzolata.

Quel giorno l'Olivieri, oltre le provviste e i regali, ha portato molte novità.

È stato dal Roero ed è soddisfattissimo della visita. Ne parla subito, mentre rigirando il cucchiaio nella scodella, lascia che la minestra raffreddi:

— Ormai, per la linea del tram, siamo in porto. Ho con me l'atto costitutivo della Società. Francesco questa volta ha fatto miracoli! Mi ha procurato una grande quantità di firme e tutte di persone influentissime. Ora tocca a noi, per le altre, qui nei paesi interessati. Il Nino Moro è stato avvertito del mio arrivo?

— No, — risponde la signora Eugenia. — Credevo sempre di vederlo, e invece sono tre sere e anche più che non si fa vivo.

— Bisognerebbe farlo chiamare.

— Da un po' di tempo quel ragazzo mi sembra cambiato. Una volta era sempre qui, adesso invece bisogna mandarlo sempre a cercare!

— Già! Precisamente! — L'Olivieri approva col capo la signora Eugenia. — Anch'io lo trovo molto cambiato! È diventato irascibile, puntiglioso... Una volta capiva le cose per aria, adesso non capisce più un'acca e in compenso risponde di traverso.

Tutti e due, l'Olivieri e la signora Eugenia, guardano un momento Elena, come in atto d'interrogarla, di sentire in proposito anche il suo parere. Ma la signorina Elena, la quale sa benissimo perchè il Nino Moro è diventato un altro, continua quietamente a mangiare con appetito il pollo alla cacciatora facendone ben scricchiolare gli ossicini.

È per lei che il Nino Moro sta lontano dalla casa vecchia; per vederla il meno possibile e poter guarire, dimenticarla.

Elena, in questo, gli dà ragione; il Nino Moro mostra di aver giudizio, e lei lo stima anche di più.

Intanto l'Olivieri ha cominciato un altro discorso... e lei, pur non perdendo il buon appetito, sente il sangue che ora le monta alla testa, ora le fa un tuffo, e la fa diventare rossa rossa.

La signora Eugenia se n'accorge, ma crede sia effetto del caldo e del pranzo.

L'avvocato parla con aria di mistero, con circospezione, fissando la signora Eugenia e commentando le parole coi cenni e le strizzatine d'occhio. Tutto ciò per Elena che non deve capir niente di quei discorsi, ed Elena, in fatti, da signorina ben educata, sembra tutta dedita a preparare il solito piatto di bucce e di torsoli per un povero coniglio zoppo che ha preso sotto la sua protezione.

— Sicuro, signora Eugenia! — Grande occhiata espressiva dell'avvocato. — Don Giulio è ammalato seriamente, pare, di nefrite. La moglie, da vera moglie modello, sempre, — altra occhiata che colpisce in pieno come in un bersaglio la faccia attonita e intenta della signora Eugenia, — da vera moglie esemplare, lo cura, lo veglia giorno e notte e a Borgoprimo sono sospesi i ricevimenti... anche degli amici più intimi.

Elena si alza, dà alla Luisa il piatto da portare al coniglio e va alla credenza, dove voltando le spalle alla tavola si mette a preparare il caffè.

La signora Eugenia e l'Olivieri, sentendosi più liberi, aumentano i cenni e le occhiate esplicative.

— Già, appunto... Francesco... non avendo da fare a... Milano... e nemmeno a.... — soltanto colle labbra dice «a Borgoprimo» — verrà probabilmente per qualche giorno a Lodignola.

Sulla credenza si sente un forte tintinnio argentino: un cucchiaio è caduto di mano ad Elena, nel vassoio di metallo.

Anche la signora Eugenia ha gli occhi scintillanti e ripete contenta:

— Il signor Francesco?... a Lodignola?

L'Olivieri le impone la calma, con un'occhiata... sempre per non suscitare sospetti nella signorina.

— Sicuro! Come le ho detto, e trovandosi pel momento disoccupato, si interessa molto alla linea del tram...

— Buona sera, signori!

— Oh, buona sera, Nino!

— Arrivate in punto a prendere una famosa tazza di caffè! Oppure, senza complimenti, — domanda sorridendo la signora Eugenia, — preferite un bicchier di vino?

— Nè vino, nè caffè, grazie! — Risponde in fretta un po' bruscamente il Nino Moro, che non ha guardato dalla parte di Elena, ma che la sente muoversi alla credenza, ed è già tutto in orgasmo. — Sono venuto a prendere gli ordini per domani e poi torno a casa, perchè è a momenti ora di cena. Da noi si cena presto.

— Sedetevi almeno un minuto! Se non volete nè il caffè, nè il vino, prendete un bicchier di vermut, vecchio! Squisito!

La signora Eugenia abbonda in offerte e in garbatezze. — Può darsi, — pensa fra sè, non sapendo spiegarsi il cambiamento del giovinotto — che io qualche volta senza accorgermi non sia stata con lui abbastanza gentile. Luisa!

— Non c'è! — Risponde Elena sempre dalla credenza. — È andata un momento nel brolo col piatto del coniglio.

— Allora fa il piacere, porta tu il vermut.

— Subito, mammetta! — Elena, calma e sorridente, mette con grazia signorile un bicchierino dinanzi al giovinotto che si alza e ringrazia confuso, e gli versa il vermut con mano fermissima.

Intanto l'Olivieri riferisce anche al Nino Moro tutto ciò ch'egli ha ottenuto a Milano pel tram a vapore.

Ma il giovinotto, invece di mostrarsi soddisfatto, sfodera una quantità di critiche, di timori, di difficoltà. Si direbbe gli dispiaccia che l'Olivieri riesca nel suo intento, e cerchi ogni pretesto per contrariarlo e litigare.

L'Olivieri per un po' cerca di persuaderlo, poi perde la pazienza ed alza la voce.

— Lei non ha da discutere, nè da approvare. Domattina inforchi la sua bicicletta e via. Nicodemo porterà la nota dei nomi e lei andrà dove deve andare per le firme.

— Sissignore. Buona sera!

Il Nino Moro, i cui occhi hanno un lampo nella faccia bruna, ripete: — Buona sera! — E se ne va in furia guardando la signora Eugenia e non guardando la signorina.

L'Olivieri è seccato. Passeggia in su e in giù per la saletta, borbottando:

— Villani ignoranti! La cravatta rossa, arroganza e prepotenza, ed ecco per loro il socialismo!

La signora Eugenia ride e mette pace:

— Un ragazzo; un povero ragazzo!

Escono tutti insieme a far quattro passi, nel fresco della sera.

Elena si è attaccata, saltellante, al braccio dell'Olivieri. Egli si lascia prendere un po' in giro per la bianca luna che gli vien sorgendo tra i capelli radi, e pur borbottando è quasi felice.

— No, — pensa Elena sorridendo fra sè, mentre entra e si chiude nella sua camera. — No, povero Nino! Non è il socialismo che lo rende furioso... È invece la gelosia; è geloso dell'Olivieri! Che matto!... Ma non capisce che non amo l'Olivieri, che non lo amerò mai?

Dopo averla fatta ridere, quella gelosia così male a posto finisce per irritarla istintivamente.

Ella non ama l'avvocato, non lo avrebbe mai amato, dunque... perchè l'altro diventava geloso?.. In questa irritazione c'è anche un senso arcano di pudore; e fra il geloso e l'oggetto della gelosia, tra il Nino Moro e l'Olivieri, l'Olivieri finisce ad esser quello dei due che ha il torto maggiore. Il povero Nino soffriva, doveva soffrire molto! Amare e non essere corrisposto doveva essere certo un gran martirio!

— Ma e d'altra parte, che cosa io ci posso fare? Non amerò mai neanche lui; dunque?... A quella semplice interrogazione tutto il suo cuore, tutto il suo sangue, rispondono no; nè l'uno, nè l'altro; impossibile.

Per un istante la faccia turbata del povero Nino suscita in lei un senso di compassione.... Ma scompare presto.

Gli innamorati non corrisposti fanno più dispetto che compassione....

— No! No!... Mai! Mai!... — Ed ha come un brivido, una rivolta di tutta sè stessa.

Va a chiudere la finestra, la notte è chiarissima e la villa, laggiù in mezzo alla macchia buia degli alberi del parco, s'intravede misteriosa, fantastica e romantica. Spogliandosi lentamente, ella continua a vederla.

— Forse verrà!... Egli verrà.... Oh se venisse davvero a Lodignola!... Intanto, adesso a Borgoprimo non c'è! In questo momento non è con lei!... È il primo momento in cui sono sicura che non è con lei!...

Elena ride di gioia.... Salta sul letto, si caccia, sotto, ha ancora un sussulto, un fremito.... è felice.

— Verrà!... Forse verrà!... — Continua a pensare, a pensare a quella donna cattiva, alta e bionda.... Con che aria di trionfo l'aveva veduta uscire quella volta, l'ultimo giorno, dalla camera dell'hôtel de la Ville....

Come aveva fatto quella vecchia Stefania ad impadronirsi di lui.... in quel modo?

— Oh, se egli venisse qui a Lodignola, con me!....

Il sonno a poco a poco si avvicina.... ed ella vede sempre la villa, ma adesso la vede in mezzo al piano verde, colle finestre tutte aperte, spalancate.... È piena di voci, piena di gente, coi due grossi cani che corrono, saltando dall'allegrezza, incontro a lui, al signor Francesco, a Cochi.... Il sonno la prende ed Elena si stende con un sospiro e si addormenta come Lulù, mormorando: «Io ti sposo».

II. Malinconia.

In quell'estate, col gran caldo, la signora Eugenia ha cominciato a prendere un piccolo vizio: dopo colazione siede nell'angolo fresco della finestra, sotto la scrivania, sfoglia un vecchio fascicolo della Revue des Deux Mondes, e poi subito — trac — piega la testa e fa il suo bravo pisolino d'una mezz'oretta.

Un giorno, per altro, mentre la Revue le è appena caduta dalle mani sulle ginocchia, è destata bruscamente da un'interrogazione della Luisa.

— Ma lei, signora, dica un po'... non ha proprio capito che cosa c'è di nuovo?

— Capito?.... Di nuovo?.... Che cosa c'è?

La Luisa, che ha quasi finito di sparecchiare, si avvicina con aria di mistero, ripiegando un tovagliolo:

— Ma sicuro! Non ha capito il vero motivo di tutte le lune, di tutte le stranezze del signor Nino? Non ha ancora capito niente?

— Io no... cioè sì! A Milano gli hanno montato la testa colla politica!

— Ma che politica! Ma che Milano! Qui! — La Luisa abbassa la voce, e si curva un poco, parlando all'orecchio della padrona: — La signorina Elena!

— Come?...

— È innamorato morto della signorina!

La signora Eugenia, che alle prime parole aveva spalancato gli occhi, balza in piedi spaventata.

— Diventi matta!... Non farti nemmeno sentire! — E guarda dalla finestra, inquieta, spiando il ritorno di Elena che è andata nel brolo a portare al coniglio il suo piatto di bucce.

— Non sono matta, no! Soltanto, io ci vedo bene, e lei, invece, ha bisogno di occhiali.

— Di' su presto! Prima che torni Elena! Spiegati!

— La paglia vicina al fuoco!... Il signor Nino ha preso fuoco! Sfido io! A noi non fa colpo, perchè l'abbiamo sempre sotto gli occhi!... Ma non sa che s'è fatta una bellezza?... Fosse soltanto due dita più alta!

— Non far chiacchiere! Sempre chiacchiere! Chiacchierona insopportabile! che cosa hai saputo? Che cosa hai visto? — La signora Eugenia dà un'altra occhiata dalla finestra, poi ripete più forte: — Fa presto!

— Che cosa ho saputo! Che cosa ho visto!.... Non ci son fatti precisi da poter raccontare! Guardi anche lei, la prima volta che vien qui il Nino Moro! Sopratutto quando la signorina gli rivolge il discorso; quando gli dà la mano! Guardi, e vedrà, e saprà tutto anche lei! L'amore e la tosse non si nascondono!

— Ma Elena?... Elena?...

— Da questo lato, stia tranquillissima. La signorina, in certe cose, è ancor più ignorante di lei, che è tutto dire! Si conserva un bicchier d'acqua in ghiaccio! Io le sto accanto, non la sento mai in tutta notte! Tira dritto filato le sue otto ore di sonno — beata lei! — svegliandosi la mattina allo stesso posto dove si è addormentata la sera!

— Silenzio, allora! Non una parola ad Elena del Nino! Che non sospetti di niente, per amor di Dio!

— Ma se non sospetta nemmeno che gli uomini possano cominciare a innamorarsi di lei!

— Per questo appunto... le prime impressioni... Chi sà che turbamento! Che sconvolgimento!

— Io non parlo! Io, del resto, non parlo mai con nessuno!... Basta che un giorno poi... non finisca a parlar quell'altro!

— Eccola! Sst!...

— Sst! — risponde la Luisa, alzando la mano in atto di fare giuramento.

Elena entra di corsa, cantando e rischiarando tutta la saletta col vestito di batista color rosa; poi si ferma dinanzi alla signora Eugenia, mostrandole giuliva il piatto vuoto:

— Guardi, mammetta! Mangiato tutto! Che appetito, oggi, il mio Rolando! — Rolando è il nome dato al coniglio. — E non zoppica quasi più! Le compresse han fatto miracoli! Ma, sai, Luisa?... Dobbiamo continuare ancora un bel pezzo, almeno tre volte al giorno!

La signora Eugenia e la Luisa si scambiano un'occhiata sorridendo: ancora non c'è proprio nessun pericolo. Elena non ha capito niente di niente.

Però il pericolo c'è sempre, dall'altra parte. Se il Nino Moro fa qualche sciocchezza?

Il pisolino per quel giorno è mancato. La signora Eugenia è in tutte le pene.

— Che cosa fare?... Trovare la persona e il modo per parlargli?... Per dirgli che cosa?... La Luisa non ha riferito nessun fatto positivo. Non si può proibire ad un giovinotto di cambiar di colore e di confondersi dinanzi ad una ragazza.... e non si può proibire a nessuno d'innamorarsi!

La signora Eugenia fa un lungo sospiro: pensa a quel suo quarto d'ora, quando anche lei è stata una vecchia matta!

— Basta, — conclude poi, — speriamo bene. Sabato sera o domenica, l'avvocato Olivieri tornerà a Lodignola: sentirò l'avvocato.

Intanto, in que' giorni, invece di mandar a chiamare e di adoperare il Nino Moro, fa sempre sgambettare il povero Nicodemo dalla casa vecchia al caseificio, dalla latteria alle scuole.

Il pensiero che più la conforta è quello del signor Francesco.

— Ha promesso di venire a Lodignola!... Lui può accomodar benissimo tutto quanto! Lui sì! Può allontanare il figlio del suo fattore, con una scusa qualunque. Il signor Francesco ha un altro stabile in Piemonte: può mandarlo in Piemonte per un paio di mesi.

Doveva essere un grande avvenimento quell'arrivo del signor Francesco a Lodignola! La signora Eugenia faceva già in suo onore, spese straordinarie. Aveva scritto al Beltrami, ordinandogli due paia di stivaletti. Due alla volta, nientemeno. Un lusso strepitoso! Un paio, di pelle gialla, di bulgaro, per le passeggiate, e l'altro, un magnifico paio di pelle verniciata, per la sera.

Pensandoci, aveva impeti di gioia e rideva tra sè.

— Voglio proprio fare la mia brava figurona! E, pur troppo, l'unica cosa ormai che mi sia rimasta, come una volta... l'unico mio vanto, sono i piedi!

Le mani cominciavano a diventare un po' secche, un po' gialle. Aveva provato a usare, invece del sapone, una certa pasta inglese all'ireos, ma...

— Ci vuol altro che pomata per ammorbidire i sessant'anni!

L'avvocato Olivieri arriva puntualmente al sabato sera, ma la signora Eugenia aspetta a parlare del Nino Moro, quando Elena è andata a letto.

La buona donna, nel raccontare la grande scoperta della Luisa, sembra disposta a compatire il povero ragazzo; ma l'Olivieri, invece, appena sente di che si tratta, monta su tutte le furie.

— Furbo, il villano! Senza un soldo, agguantare ottantamila lire di dote, è un bel fare il socialista!

La signora Eugenia protesta altamente:

— Lei va subito a pensar male! Subito la dote! Subito l'interesse! L'amore, secondo lei, non dovrebbe nemmeno esistere a questo mondo! Ma se non può più esistere per me, che sono vecchia, e nemmeno per lei che ha fatto ormai le sue campagne, può esistere benissimo per il signor Nino, il quale non ha che vent'anni; e la mia Elena è tanto bella e ha tante buone qualità da far colpo anche per sè stessa, senza la dote.

L'avvocato, col viso torvo, rabbioso, non bada nemmeno a quella vecchia esaltata e romantica! Lo colpisce soltanto il nome di Elena.

— Appunto! La signorina Elena! Elena... — Nel far la domanda, un senso d'angoscia subentra alla collera, diventa un po' pallido e cerca le parole. — Elena... ci pensa?

— Ancora no, per fortuna! — Gli occhi della buona signora sfavillano di tenerezza e di contentezza. — Ancora non pensa che a Rolando! Ma, capirà, è un momento! Basta una parola, una semplice occhiatina.

— Sicuro! Bisogna far presto! Subito! Cacciarlo fuori dei piedi!

— Adagio, adagio! Andiamo adagio! Cacciarlo via, perseguitarlo in qualunque modo, oltre che ingiusto, sarebbe anche imprudente. Se Elena venisse a saperlo? Caro mio, in amore come in politica, non bisogna mai fare dei martiri! Tanto più poi che, da parte sua, il signor Nino si contiene non solo prudentemente, ma nobilissimamente.

L'Olivieri alza le spalle con una risata ironica e la signora Eugenia si riscalda.

— Nobilissimamente! Sissignore! Schiva tutte le occasioni di trovarsi con Elena e non si fa quasi più vedere nè qui, nè in paese.

L'Olivieri continua a sogghignare.

— In nome della poesia e del romanticismo, lei, magari, sarebbe anche capace di dar Elena in moglie a quel tanghero... ad un contadino!

— Cioè, scusi tanto, avvocato: in questo caso toccherebbe proprio a lei a dargliela in moglie, in nome della sua democrazia!

— Ma come c'entra qui la democrazia?

— Oh, so anch'io che qui non c'entra affatto! — Anche la signora Eugenia sorride ironicamente. — La democrazia ce la facciamo sempre entrare per far discendere fino a noi chi sta più su... ma quando si tratta, invece, di far salire fino a noi chi sta più giù, allora la mandiamo a spasso e si diventa magari aristocratici!... Tuttavia, giudizio per carità! Che Elena non se ne accorga e che sopratutto non abbia da compiangere il suo innamorato. Guai! Di tutti i democratici, l'amore, quando ci si mette, è il democraticone più vero e più sincero. Io non voglio certamente che Elena sposi il signor Nino. Mai, mai! L'idea sola mi spaventa. Diversità di condizione, diversità di educazione. Elena merita molto e molto di più, siamo d'accordo. Ma per questo non si deve odiare il povero ragazzo. Tutt'altro! Se si è innamorato... è una disgrazia, non è una colpa. Elena è bella, buona, affabile, un tesoro. Se anche noi, tutti, ne siamo mezzo innamorati!... Quel povero diavolo non è corrisposto, non ha una sola speranza, non osa nè parlare, nè farsi vedere. Lui, come lui, fa pietà e merita tutta la simpatia.

— Brava! Anche la simpatia! — Borbotta l'avvocato.

— Sicuro! Tutta la simpatia! È nel suo diritto, se è innamorato, se ama! Ha vent'anni! Direi anzi che fa il suo dovere. Sì, perchè è a vent'anni che si deve amare! Allora l'amore è bello, allora l'amore.... è amore, anche se ci fa soffrire, anche se ci fa morire. — La signora Eugenia è commossa e sospira. — È quando siamo vecchi, amico mio, che diventa peccato! Quando siamo vecchi, allora no; allora non abbiamo più diritto di perder la testa; allora si diventa matti e ridicoli!

La signora Eugenia parla sempre per sè, solo per sè, tornando col pensiero indietro di dieci anni; ma quell'altro arrossisce per conto suo sotto la barba e fino alla radice dei pochi capelli che gli son rimasti. Che la signora Eugenia abbia indovinato, abbia scoperto ciò che lui stesso comincia appena, con un senso quasi di terrore e di sbigottimento, a confessare a sè stesso?

Appunto, anche quel giorno, in carrozza, in tutto il viaggio da Milano a Lodignola, egli non aveva fatto altro che sottrarre diciotto da trentotto. Ahimè! Restava sempre quel numero terribile: venti. Una ventina d'anni di diversità! Aveva spinto i diciotto di Elena a diventare quasi diciannove.... Aveva tirato indietro i suoi trent'otto fin quasi ai trentasette.... Ma la differenza era sempre troppo grande. Quando Elena avrebbe avuto trent'anni, l'età del fuoco, lui ne avrebbe avuto cinquanta.... l'età della cenere!

Adesso, tutte queste cifre tornano a ballare nella testa del povero avvocato. Egli guarda inquieto la signora Eugenia: — Che abbia inteso di fargli un rimprovero, di dargli un avvertimento? Ma si conforta subito: — No! No! Non è donna capace di sottintesi, capace di lanciar frecciate. Mi avrebbe dato addirittura del pazzo, senza tanti complimenti. Perchè è proprio così: non sono altro che un pazzo!

L'avvocato passeggia su e giù per la saletta immusito e a capo basso.... come i cani della villa Roero.

— Tanto arrabbiarsi contro il Nino Moro! — Continuava a pensare tra sè. — Ha ragione la signora Eugenia. Ed io?... sono ingiusto! Io... peggio di lui! La diversità della condizione? Ma che cosa sono le mie poche migliaia di lire messe da parte, il mio studio bene avviato, in confronto de' suoi vent'anni? La coltura? L'educazione?... L'amore fa tanti miracoli, quando si hanno vent'anni!

La signora Eugenia l'interrompe:

— Senta, avvocato!

— Che c'è?

— Il signor Francesco è il solo che può metter tutto a posto. Con una scusa, con un incarico qualunque, può allontanare il giovinetto da Lodignola per tre o quattro mesi..... e il tempo e la lontananza accomodano ogni cosa. Siamo ancora, fortunatamente, affatto in principio. Una simpatia, un po' di bruciore; ma, come diceva anche la Luisa, non può essere amore disperato. Il giovine non sarebbe in tal caso, tanto prudente, tanto timido.

— Va bene. Parlerò con Francesco. Domani sera vado a Milano; lunedì mattina andrò subito a cercarlo.

— Ma no! Aspettiamo che venga a Lodignola.

— Francesco a Lodignola? Se non ci vien più! Non ci pensa nemmeno!

Il bel viso, fresco e pieno, della signora Eugenia esprime un grande stupore, una dolorosa mortificazione.

— Non vien più a Lodignola?... Allora è tornato a Borgoprimo? Il signor Arcolei è guarito?

— Ma che Borgoprimo! Che Arcolei!... Don Giulio va sempre di male in peggio, e la moglie esemplare, l'ammirabile donna Stefania, non abbandona un solo istante la camera del marito! Francesco è a Milano! Si diverte a Milano col Faraggiola e coll'Estensi: tutti e tre a far gli scapoli! Mi dicono che frequentano i teatri di second'ordine, i caffè-concerti e si divertono colle ragazze... di buona volontà!

— Il signor Francesco?

— Francesco, appunto! E dovrebbe, invece, far giudizio, perchè ha due anni più di me!

L'avvocato ripete così il suo ritornello favorito; ma questa volta lo fa solo per abitudine.

Si sente vecchio quella sera, vecchio e stanco. Non vede l'ora di cacciarsi in letto.

— Buona notte, signora Eugenia. Combineremo domani che cosa dovrò dire a Francesco.

— Buona notte! A domani.

Anche la signora Eugenia è rimasta senza parole.

Ciascuno va in cerca della propria candela e l'accende, sopra pensiero. Si danno la mano, si augurano ancora la buona notte e poi si voltano le spalle e, senza più dire una parola, l'Olivieri attraversa il corridoio a terreno per entrare nella sua camera e la signora Eugenia sale al primo piano, dove è la sua.

— Due anni più, due anni meno, che importa! — Mormora l'Olivieri mentre comincia a svestirsi, e fa un sospirone così lungo, che gli vien su dal fondo dell'anima. — I vent'anni del Nino Moro! Ecco la gioventù! Eppure anche lui, con tutta la sua gioventù, a quest'ora deve essere rabbioso come un cane!

Sospira anche la signora Eugenia, mentre rimbocca le coperte del lettuccio; sempre quello suo antico, da ragazza, che si è portato con sè da Milano.

— Che scema! Che matta! Speravo tanto nel caso, nel tempo, che lo allontanassero da quella donna!... Perchè poi?... avrei dovuto pensare che dopo quella... ce ne sarebbe stata un'altra. Povero Nino!... Se è proprio innamorato, come dice la Luisa, deve soffrire assai!

È verissimo quanto ha riferito l'avvocato Olivieri. Il Roero non si muove da Milano, perchè a Milano si diverte a «far lo scapolo» in compagnia dell'Estensi e del Faraggiola. Sembra che sia un po' di vacanza, capitata all'improvviso a tre vecchi collegiali: appena fuori, non sanno da che parte andare. Aprono la bocca per tirare il fiato e finiscono sbadigliando.

Da tanto tempo erano ligi ai voleri di donna Stefania, sempre così rigorosa nell'orario! La sera specialmente!

Come avrebbero potuto passar la sera, lontani, fuor dal raggio di donna Stefania?

Sempre agli ordini, sempre di servizio presso la baronessa Arcolei, o nei dintorni della baronessa Arcolei, così a Milano come a Borgoprimo, così al mare come in montagna, che cosa farsene, in che modo approfittare di quella improvvisa libertà?

Sempre in tutto punto, anche moralmente, sempre colla serietà misurata degli uomini importanti, sempre colla rigida freddezza dei grandi modelli inglesi, sempre fissi cogli occhi sulla sovrana, movendosi a' suoi cenni, respirando secondo ella batteva il tempo, largo o andantino, si guardano adesso l'un l'altro, quasi sbigottiti.

Fino a quel giorno avevano vissuto tutti e tre, in politica, con la visione delle tenebre e del precipizio, mancando oramai il provvido puntello della forca. In arte, tutto il difficile e nessuna allegria: alla Scala quando si dava Wagner, al Manzoni quando si dava Ibsen. In pittura, non sane e gioconde nudità scaldate al sole, ma nebulose pallidezze nordiche o magre e gelide allegorie di Botticelli londinesi. E tutto ciò... da più di dieci anni.

Appena a Milano, il Faraggiola pensò subito di ripartire per la sua villa coll'Estensi, e anche il Roero di andarsene a Lodignola. Più lontani, no, per esser pronti alla prima chiamata da Borgoprimo.

Ma quella sera? Quella prima sera? Come far venire le undici?

È d'estate; di teatri aperti non v'è che la Commenda: vi si rappresenta il Paradiso. Le pochades erano proscritte e scomunicate dai gravi personaggi di casa Arcolei. Pure, in ognuno dei tre, era rimasta una reminiscenza eccitante di tutta la pornografia condannata in quella commedia... La prima donna che mostrava grandi cose...

— Andiamo a vedere... di che si tratta!

Ci vanno col broncio, sbadigliando alle prime scene per convenienza, ma poi... — tutto il loro mondo era lontano; il mondo elegante in Engadina; il mondo politico a Carlsbad... — potevano anche permettersi di ridere. Ridono, in fatti, come matti, e al ritorno discutono animatamente la prima donna, come se fossero in discussione le varie parti, i diversi capitoli, del bilancio comunale.

Contentissimi della Commenda, risolvono di fermarsi a Milano un altro giorno, vogliono avere un'idea anche dell'Eden.

— Le coucher de Jeannette?

— Che roba è?

Vanno all'Eden, e rimandano la partenza di giorno in giorno, finchè a partire non ci pensano più. Introdotti da un senatore un po' monello e incartapecorito protettore di ragazze, salgono nel minuscolo palcoscenico, entrano nei piccoli camerini... e poi uno dopo l'altro, come congiurati, le ragazze prima, il biondo senatore dopo, col suo passetto di giovinotto galvanizzato, loro tre infine, si riuniscono in un salottino riservato, a cena...

E finiscono col divertirsi a Milano, come non si sono divertiti mai. Fanno ora i giovinotti, e anche i giovinetti: capriccetti, dispettucci, bacettini, gelosiette...

È una Milano tutta nuova, che avevano avuto lì a due passi e che non avevano mai conosciuta, così vicina e così lontana da casa Arcolei, da quell'ambiente di sonnolenza, da quello stringimento di tutti i freni! Naturalmente fingevano anche, qualche volta, di annoiarsi, di patire il caldo; si mostravano addolorati per donna Stefania e inquieti per don Giulio; brontolavano di dover restar lì a Milano, perchè Milano è vicina a Borgoprimo.

E intanto il biondino senatore annunciava loro il Catenaccio alla Commenda e all'Eden l'arrivo della Lola Faller, nientemeno! Una maraviglia! Eccellente ragazza! Nella danza serpentina, una apparizione! Nel Coucher d'une jeune mariée, carina, carina, irresistibile!

— Vi presenterò subito. Ho avuto io l'incarico di trovarle un appartamentino pieno di discrezione...

Ed è così che Francesco Roero abbandona l'idea di passare qualche giorno a Lodignola.

Del resto egli non avrebbe mai supposto nè immaginato gli effetti prodotti alla Casa Vecchia dalla sua permanenza in città.

— Ci siamo! — Dice una mattina la Luisa, sempre colla sua aria di gran mistero, alla signora Eugenia.

— Come ci siamo?

— La signorina ci casca.

— Ci casca?

— Sicuro. C'è un grande cambiamento. Ma non se n'è accorta anche lei, signora Eugenia?

— Elena?...

— Da qualche giorno non canta più, è meno allegra.

— È vero.

— Non salta, non grida, non corre. Fa invece delle lunghe passeggiate solitarie.

— È vero.

— Continua a mangiare con buon appetito, questo sì; ma rimane indifferente a tutte le mie improvvisate, e non si occupa più del povero Rolando.

— Ma pure... il signor Nino, qui, non ci viene quasi più. Non si vedono mai.

— Che si vedano o non si vedano, io non so. Un cambiamento c'è; questo è sicuro. Ci stia attenta anche lei.

Poco dopo, Elena entra silenziosa nella saletta, a passo lento, coll'aria svogliata; ha una lettera in mano.

La signora Eugenia le aveva detto di scrivere al signor Francesco, pregandolo di voler venire a Lodignola, come aveva promesso tempo addietro anche all'avvocato Olivieri, per assistere alle feste del saggio scolastico.

— Hai scritto. Elena? — La signora Eugenia si mette a fissare la giovinetta con uno sguardo più inquieto che scrutatore.

— Sì. Vuol leggere? — E fa per darle la lettera.

— No! No! Figurati! Sono certa che gli avrai scritto una bellissima letterina, con tutto il tuo cuore. Devi voler molto bene al signor Francesco... E ricordati, per il tuo avvenire e per la tua felicità, devi promettere a te stessa di fare in modo di obbedirlo sempre, in tutto, e di amarlo sempre... più di tutti.

La fanciulla alza i suoi occhioni interrogativi in faccia alla signora Eugenia... poi commossa le butta le braccia al collo, la bacia, la stringe, muta, con espressione profonda di mestizia, e se ne va lasciando la povera donna ancora più inquieta.

— Oh Dio! Dio! Se la Luisa avesse proprio indovinato! Se incominciasse anche lei ad innamorarsi del Nino!

Elena porta ella stessa la lettera per il Roero alla posta vicina.

... No, non gli ha scritto con tutto il suo cuore! Il suo cuore, lo ha fatto tacere... Gli ha scritto due paginette stupidissime. Prima di tutto, scrivergli di venire per il saggio, era già una cosa sciocca per sè stessa... e poi sentiva di essere irritata, di essere molto in collera contro il signor Francesco. No! Egli non le voleva più bene! Come l'aveva dimenticata! Adesso quella signora cattiva non ci entrava più... Adesso era lui, proprio lui, soltanto lui, che non pensava nemmeno di venirla a vedere. Era lui, adesso, il cattivo che non le voleva più bene, il cattivo che l'aveva dimenticata!

Guarda la lettera, scrollando il capo, mentre la lascia cadere nella cassetta:

— Va! Va! Va pure a Milano anche tu, lettera stupida! Sei la lettera che egli si merita, nè più, nè meno.

Ritornando alla Casa Vecchia, fa un'altra strada e passa dinanzi alla scuola per vedere se son cominciati gli addobbi per la festa del saggio. Trova tutti in grandi faccende e il signor Nino che dirige il lavoro.

— Povero Nino! — Pensa fra sè, vedendolo. — Se mi ama davvero, deve soffrire anche lui!

Gli si avvicina gentile, domandandogli molti particolari, e lodando tutto quanto egli ha fatto. Non per civetteria, ma per bontà... per pietà.

Il giovine è diventato pallido. Il pallore, in quella faccia bruna, dà l'impressione di una sofferenza più acuta. E nel rispondere alla fanciulla, il suo sguardo è dubbioso, la sua voce trema... Povero Nino!

Ella partendo gli stringe la mano, e quando è di nuovo sola, nel viottolo ombroso che sale alla Casa Vecchia, cammina lenta, pensierosa. L'anima le trema, come presa da uno scoramento ignoto, profondo, indefinito...

— Se proprio mi vuol bene... quanto deve soffrire anche lui!

III. La villa Roero.

Elena si agita nel sonno, si scote, si sveglia: sente giù in istrada lo scalpitìo, il nitrito di un cavallo, sente dal balcone la voce della signora Eugenia...

Si rizza a sedere sul letto e tende l'orecchio:

— La mammetta?... Con chi parla?... Chi è arrivato?

La signora Eugenia continua, sempre dal balcone:

— Che bravo! Finalmente!... Ormai avevamo perduta anche la speranza!

— Sono partito da Milano ieri sera, dopo pranzo, per schivare il caldo!

Alla voce nuova, a quella voce d'uomo Elena trasalisce e spalanca gli occhi nel buio.

La signora Eugenia ricomincia i complimenti:

— Era tanto aspettato a Lodignola per le feste del saggio scolastico!

— Non ho potuto!

— Anche Elena le aveva scritto, pregandolo di venire!

— È proprio lui! È lui! È lui! — Elena balza dal letto e a pie' nudi corre ad ascoltare alla finestra, allungandosi per poter vedere il signor Francesco traverso le stecche delle persiane. — Sì! Sì! Eccolo! Eccolo! È proprio lui!

In quegli anni Francesco Roero non è che diventato più magro e più pallido. Sempre elegantissimo, coi baffetti castagni chiari rivolti in su, fa caracollare il cavallo, sotto il balcone, con sicurezza e con grazia, mentre risponde alla signora Eugenia:

— Non ho scritto a Lulù sapendo di dover venire a Lodignola... — Il cavallo s'impenna: Francesco s'interrompe un istante, battendogli colla mano sul collo per quetarlo, poi ripiglia: — E Lulù come sta?... Io, già, la chiamerò sempre Lulù!

— Benissimo!... Dorme ancora!... È quella lì la sua camera!... Le finestre sono ancora chiuse!... Dorme sempre sin tardi!

Ad Elena, ritta dietro le persiane, batte il cuore con violenza. Ella vede il Roero fissare cogli occhi sorridenti la sua finestra, mentre domanda alla signora Eugenia:

— È sempre così carina?

— S'è fatta mollo bella! Una bellezza!... Anzi ho da parlarle anch'io... per un certo discorso che le ha fatto l'Olivieri!

— Oh! Oh!... Ancora novità?... — E il Roero dà in una risatina, accarezzando la testa del cavallo.

Elena aggrotta le ciglia. Quel riso le fa dispetto: ha un lampo di collera, non contro il Roero, ma contro il Nino Moro.

— Novità, proprio, no!... — È sempre la voce della signora Eugenia, — ma ho da parlarle!

— Va bene! Verrò verso le tre!

— Venga a far colazione qui!... Le preparerò io una certa costoletta alla scatola, squisita...

— Grazie, ma non posso! Ho molto da fare! Sono venuto anche per il vostro famoso tram... Stasera parto!

— Così subito? Riparte? — Esclama la signora Eugenia vivamente.

Anche Elena ha una stretta al cuore e rimane immobile, assorta, trattenendo il respiro.

— Ho appena una settimana disponibile, avendo molti impegni a Milano, e voglio andare a Zermatt e al Gornergrat.

— Va via! Torna via! Vuol tornar via! — Ripete Elena tra sè, con un senso di dolore, di disperazione; poi, più per istinto che per ragionamento, così quale si trova, le braccia nude, i bei capelli sciolti, la camicia che le casca dalle spalle, spalanca d'improvviso le imposte in pieno sole, come saltasse in quel punto dal letto, guarda il Roero, dà un piccolo grido e si tira indietro vivamente, si caccia ancora in letto ravvoltolandosi nelle lenzuola, confusa, inquieta... arrossendo ed anche ridendo.

Il Roero a quell'apparizione dà una spronata al cavallo e si fa sotto la finestra di Elena.

— Lulù! Lulù! — Continua a chiamare, — Lulù!

Elena non si fa più vedere. È la Luisa, invece, che viene alla finestra a fare i suoi complimenti.

— E Lulù? Dov'è scappata Lulù?

— Sta vestendosi, e scende subito a salutarla.

— No! No! Ci vuol troppo tempo! Ditele, Luisa, di tornare un momento alla finestra!

La Luisa rientra e poco dopo Elena si affaccia di nuovo, ma imbacuccata in uno scialle grande a righe rosse e nere. Non è la stessa cosa, ma è molto carina anche così.

— Brava Lulù! Ti fò paura adesso?... Ti fò scappare?

Elena, rossa, confusa, balbetta appena qualche parola.

Il cavallo continua a scalpitare, a sbuffare, a impennarsi... Il Roero non può più tenerlo, saluta ridendo e via di carriera.

Elena, spaventata, dà un grido e la signora Eugenia ripete più forte:

— Arrivederci a colazione! L'aspettiamo! Si ricordi!

Il Roero è venuto a Lodignola dopo i funerali di don Giulio Arcolei, morto quasi improvvisamente per l'aggravarsi del suo vecchio male.

Durante otto o dieci giorni almeno, non sarebbe stato conveniente nè per lui nè per gli altri due, insomma per i tre amici più intimi del compianto Arcolei, il farsi vedere al caffè a mangiare di buon appetito e tanto meno a divertirsi all'Eden e alla Commenda. Stare in casa o al club, ritirati, tutto il giorno, tutta la sera?...

L'Estensi e il Faraggiola prendono subito il primo treno e vanno insieme in campagna, come già avevano fissato. Il Roero si ferma ancora un giorno a Milano e poi parte anche lui per Lodignola. Egli ha dovuto aspettare un dispaccio, un ordine di donna Stefania. Francesco Roero deve sempre ricordare, e in quel momento sopratutto, di aver obblighi e doveri maggiori degli altri due. In fatti donna Stefania gli ordina Lodignola o la Svizzera. Ella desidera la solitudine: vuol tutta consacrarsi alla devozione delle memorie. Rispetti, sentimenti e scrupoli le impongono, per alcuni giorni, che il Roero, più di ogni altro, rimanga lontano da Borgoprimo; ed il Roero approva, in cor suo, pienamente, quel delicato riserbo, quel breve periodo di ritiro, di austerità e di penitenza imposto a sè stessa dalla vedova modello.

Egli parte, abbastanza di buon umore; ma tutto quel viaggio in carrozza è troppo lungo, troppo pesante.

— Auf! Che caldo! Che afa, anche di sera!... Bisogna cercare un luogo più fresco!

Quella campagna, quella pianura monotona lo hanno già annoiato; la vista di que' suoi luoghi sotto la tenue luce del crepuscolo e tra le ombre della notte lo rattrista.

— Si diventa vecchi!... In tutti questi anni son diventato vecchio... e nient'altro!... Auf! Che caldo! Sarà meglio andare un po' in Isvizzera. A Zermatt e al Gornergrat.

Ma l'apparizione di Elena ha dissipato ad un tratto il tedio improvviso della campagna, l'impressione uggiosa, triste di Lodignola.

— Che bella mattina limpida, fresca!... E, per Dio, che bella ragazza!

Trottando e galoppando allegramente verso la villa Roero, egli sorride pensando a Lulù... e anche a quell'altra, che sta compilando a Borgoprimo l'orario della vedova.

— Stefania, scommetto, non arrischierebbe di farsi vedere in pieno sole in una toletta così... mattutina! Ormai, cogli anni, anche il suo pudore si è fatto più scrupoloso. Ma chi sa quanti anni ha veramente?... A guardarla in fretta, sembra ancora la stessa. Eppure come è rimasta soltanto «donna Stefania»! Come la Fáni è completamente sparita! I capelli sono biondi, è ancora tutta bionda, ma che biondo... inconcludente!... I capelli di Lulù!... Che splendore!... In poco tempo si è fatta una gran bella ragazza! È la giovinezza è la salute in tutta la sua... prepotenza! — È proprio la vera parola: prepotente!... — Il Roero pensa alla bambina; la rivede ancora col suo grande cappellone tutto rosa, e sorride: — È stata sempre prepotente, la piccola Lulù!

Giunto alla villa, appena smontato da cavallo, si ferma un po' in giardino ad accarezzare Flick e Flock, i due grossi cani, che continuano a saltargli intorno e ad abbaiare per fargli festa. Ride e scherza col custode e con sua moglie: la trova sempre sul punto di fare un nuovo figliolo!

— Quanti sono, anzi, quanti saranno?

— Sette, signor padrone!

— Sette?... Per bacco!... Aria buona a Lodignola!... — Passeggia un po' col giardiniere: le piante son cresciute benissimo. Approva tutto, loda tutto, è contento di tutto e di tutti.

La gente che passa dalla strada, e che lo vede nel giardino, si ferma a salutarlo festevolmente ed a complimentarlo per il suo arrivo.

— Mi vogliono bene, — pensa tra sè. — Non sapevo di essere tanto popolare a Lodignola. Tutto merito della nuova linea del tram e più ancora della signora Eugenia.

Ordina la colazione:

— Due uova al burro e una costoletta. Deve esser tutto pronto per le undici. Mi raccomando, — ripete a Patrizio il servitore succeduto al povero Giovanni. — Per le undici in punto! Intanto una buona doccia e mi vesto...

Che doccia deliziosa!... Che buona acqua, fresca, limpida, odorosa!

A colazione, mangia in fretta e furia, e subito dopo, sfidando il caldo e il sole di mezzogiorno, fa a piedi la salita alla Casa Vecchia.

— Eccomi qui cara signora Eugenia. Le domando una tazza del suo deliziosissimo caffè!

Il Roero, che un po' è stato aspettato a colazione, ma senza molta speranza e che arriva quando ormai non lo si aspetta più, è accolto da grida di giubilo.

La signora Eugenia è raggiante; la Luisa, fatti i suoi complimenti, dichiara che il signor Francesco è diventato ancora più giovine, ed Elena, sorpresa e trasportata dall'improvvisa gioia, gli corre incontro come per buttargli le braccia al collo. Francesco ha un leggero turbamento, non abbraccia Elena, le prende invece le due mani e la conduce vicino alla finestra.

— Qui, qui, con me, ben al chiaro: vediamo se questa mia figliuola è diventata bella o brutta. Non voglio rinunciare a' miei diritti di papà!

— Papà, papà... — La Luisa che è sempre stata una grande ammiratrice del signor Francesco, scrolla il capo con una smorfietta sua particolare. — Mi lasci dire che la signorina potrà vantarsi di avere un papà molto giovine e molto bello.

La signora Eugenia, beata e tutta occupata nel preparare il caffè, sorride appena all'esclamazione della Luisa, mentre il Roero, che ne ha avuto piacere, ma finge di non averla udita, continua a fissare, a osservare Elena, che pur arrossendo un poco e sorridendo, lo fissa a sua volta tranquilla e sicura.

— Non c'è male, sono abbastanza contento.

Elena arrossisce di più, ride, ma non abbassa gli occhi. Per quanto nerissima, è sicura ormai che non gli fa orrore... Invece.....

— Ecco pronto il caffè! — La signora Eugenia è gongolante. — Un caffè che spero degno del signor Francesco.

— Cioè, vuol dire che sarà degno della signora Eugenia! — Francesco si avvicina al tavolino sul quale la Luisa ha posto il vassoio. Elena corre ad offrirgli la tazza, egli la prende inchinandosi e coll'altra mano leva di tasca l'astuccio delle sigarette.

— A lei, signora Eugenia. Ogni fatica merita premio. Sono sigarette eccellenti.

— Grazie, signor Francesco. Mi fa riprendere un vizio che avevo smesso.

— Come?... La grave imposta della sigaretta?... Non si esige più? L'Olivieri non ha protestato?

— Ma che! Il signor Olivieri, ormai, non fuma altro che sigari virginia.

Elena è buona, vuol bene all'Olivieri, ma l'amore e l'istinto in quel punto la rendono spietata e ride con un'alzata di spalle a quel «sigaro virginia» che segna il decadimento del povero avvocato.

— Non mi offre più sigarette perchè io non ne voglio più! — Soggiunge la signora Eugenia, sempre pronta invece, alla difesa dei deboli. — Ho smesso di fumare per non dare cattivi esempi ad Elena.

— Sì! Sì! Oggi voglio provare! Mammetta, mammuzzoli, oggi voglio provare!

— Guarda che idea!

Anche la Luisa si mostra scandalizzata: — Fumare?... Una signorina!

— Sì! Sì! Sì! Mammetta! — continua Elena, accarezzando e baciando le gote pienotte della signora Eugenia. — Mi lasci provare!

— Mai più!... Sta ferma! Basta, tormento che sei!... No e no! Assolutamente!

Elena si volta, corre dal Roero. — Allora lei! Me la darà lei! — Gli afferra il braccio, per afferrargli anche la mano ch'egli tiene alzata stringendo la scatoletta. — La prego! La prego! La prego! — Si rizza in punta di piedi, fa un salto... non può arrivare a prender la scatoletta e si arrabbia.

— Cattivo!

— Elena!... — Esclama severamente la signora Eugenia.

Francesco abbassa la mano e intercede per la sigaretta:

— Dobbiamo permettere? In via d'eccezione?

La signora Eugenia tien duro, ed anche la Luisa, s'intende, fa gli occhiacci, ma poi tutte e due ammirano estatiche quella... Lulù — sempre Lulù — persino nei capricci.

— Come sa fare!... — Pensano in fondo al cuore. — Come sa sempre ottenere tutto ciò che vuole!

Elena ha già presa la sigaretta e Francesco le accende il fiammifero.

— Basta che poi non le faccia male, — borbotta la Luisa.

E la signora Eugenia domanda:

— Almeno, sono leggere?

— Leggerissime.

Elena allunga i labbruzzi per stringere la sigaretta; fa le più comiche boccucce per soffiar il fumo lontano, ma un po' di fumo le va sempre in gola o negli occhi. Ride e domanda a Francesco:

— Ma come si fa?

Francesco scherza, giuoca e si diverte a tormentarla:

— In tanti anni sei rimasta... Lulù!

— Lo so.

— Piccola! Piccola!

— Lo so.

— Nera, nera!

— Lo so.

— Brutta!...

— Questo non è vero!

Francesco rimane fino alle quattro alla Casa Vecchia, poi verso le sette ci torna per pranzo.

Alla Casa Vecchia c'è una ragazza di Lodignola, la Pinella, che fa benissimo da mangiare. Il Roero, dopo pranzo, col permesso della signora Eugenia, e colla piena soddisfazione della Luisa, la chiama in salotto e si profonde in elogi.

La signora Eugenia non ha insegnato a Elena a far la cucina, e ne spiega il perchè al signor Roero, che l'approva pienamente.

— Io non credo che la missione della donna sia quella di saper preparare manicaretti e ghiottonerie al proprio marito. Adesso fanno entrare anche la cucina nell'istruzione obbligatoria! Per me, sarò una vecchia testarda, ma son di parere che si dà troppa importanza al mangiare! Si fanno diventar le ragazze troppo golose e schifiltose! Dato un bisogno, ci sono le uova, il suo bravo pollo o la sua brava carne lessa, e per gusto mio, in ogni momento, una bella manina bianca e morbida è da preferirsi a qualunque patè!

— D'altronde, anche per far la cucina bisogna averci inclinazione! — Sentenzia la Luisa, mentre, aiutata da Elena distende sulla tavola sparecchiata il gran tappeto amaranto dei ricevimenti di gala. — Bisogna averci passione, appunto come la Pinella! La signorina... è troppo signorina! Fin da bimba, quando giuocava coi suoi fantocci, voleva che fossero tutti grandi signori! Altro che cuochi e cuoche! A proposito, signor Francesco, sa che la signorina Elena conserva ancora... la contessa?

Il Roero non capisce.

— La bambola... — spiega la signora Eugenia.

— Quale? Ne ha... rotte tante di bambole!

— Quella famosa. La prima. Signorina! Gliela faccia vedere!

— Sì, sì, subito! — Esclama Elena allegra, contenta, e sparisce.

Come la saletta rimane vuota e silenziosa senza quella fresca gaiezza, senza quella rotonda testolina bruna, senza quel semplice vestito bianco di mussolina, coi nastri di seta lilla! Ma, dopo un istante, eccola ricomparire con un grande scatolone, in cui sono riposti «i suoi tesori».

— Aiutami, Luisa!

La Luisa corre a prendere lo scatolone e il Roero, ch'era diventato serio, torna a sorridere:

— Oh, brava! Vediamo dunque la signora contessa!

La magnifica bambola coll'abito di giaconetta ricamato e il cappellone celeste è conservata benissimo; ha soltanto la faccetta un po' screpolata e il naso rotto.

Francesco prende la bambola, l'accarezza, la guarda a lungo e sospira. Egli ripensa a quegli anni, ormai così lontani; rivive, per un istante, uno di quei giorni... che non torneranno mai più.

Elena si diverte: leva tutti i giocattoli dallo scatolone.

— Guardi, signor Francesco!... Il piccolo canapè e la piccola poltrona della contessa!

Francesco guarda... e continua a pensare:

— Potrei avere anch'io una famiglia... l'affetto, il conforto, la tenerezza e le compiacenze vere, serene, oneste della casa... Una donna mia... soltanto mia. Potrei avere un amore di figliuola, una figliuola così buona, così bella...

— Signor Francesco!...

— Cara!

— Guardi!... La povera Titi.

Elena ride, ride, ride... È tutta la sua fanciullezza innocente, il suo ardore spensierato, la contentezza del suo cuore felice e del suo sangue sano, che allegramente le scoppiettano sulle labbra.

Francesco ne è rapito, incantato, ma poi a poco a poco la bianca, la casta figura sparisce... Un'altra immagine gli si presenta dinanzi... severa in quel punto, quasi arcigna.... È una biondezza opaca e giallognola, è un sorriso ironico e imperioso, è una voce interna che gli ripete: — Eccola... questa è la tua! Ogni uomo ha la donna che si merita!

La signora Eugenia lo osserva un po' inquieta: il Roero sente quello sguardo e si scuote con una risata:

— Proprio così! Mah!... È proprio così! — Poi a un tratto non ride più, sorride soltanto. — Ognuno di questi giocattoli, quanti ricordi, quante memorie porta con sè! Allora ero giovine anch'io, quasi quanto Lulù..... almeno nelle illusioni! E il mio «genio», buona signora, si ricorda?... Il grand'uomo dell'avvenire! Sono diventato appena appena, un mezzo grand'uomo a Lodignola... e per merito suo e del buon Olivieri.

— Signorina! Gli faccia vedere l'anellino! — Esclama a questo punto la Luisa.

— È l'anellino, — la signora Eugenia s'è fatta pure un po' malinconica e pensierosa, — che il signor Olivieri ha regalato ad Elena quando ha compito i sette anni.

Elena continua a cercarlo, nascondendo la faccia nello scatolone: si sente agitata e confusa.

— Non lo trovi più! Non l'hai più! — Francesco si diverte a farla arrabbiare.

— Si! Si! Eccolo! Quando l'Olivieri vuol fare il cattivo, il burbero, gli dico sempre: «Bada, l'anel ti rendo!...»

— Ti? Come ti? — Domanda Francesco vivamente. — Dai del tu all'Olivieri?

— Sicuro.

— E a me no? Perchè?

— Perchè... perchè all'Olivieri... — Elena non abbassa gli occhi, ma torna a diventar rossa... — Perchè l'Olivieri...

— Bada Elena.... non dire sciocchezze, — ammonisce la signora Eugenia.

— Perchè l'Olivieri?... — Ripete Francesco per farla continuare.

Elena si arrabbia, dà un'alzata di spalle:

— Perchè, perchè! O quest'è bella! Perchè all'Olivieri ho sempre dato del tu... senza perchè.

— Anche a me, hai sempre dato del tu.

— Non è vero!

— Elena! — ribatte la signora Eugenia. — Non si risponde così!

— A lei, proprio a lei, — continua Elena sempre rivolta al Roero senza badare ai rimproveri della mammetta, — non ho mai dato del tu.

— Sì!

— No! A lei, proprio a lei, no, mai! Io ho dato del tu soltanto... a Cochi!

— Brava signorina! Ha ragione! — La Luisa è raggiante e la signora Eugenia, che si è alzata e avvicinata ad Elena per imporle il dovuto rispetto verso il signor Francesco, la bacia invece commossa, tuffando il viso, nei capelli neri, odorosi.

Ad un tratto si ode un forte abbaiamento, uno sbattere d'usci, un gran fruscío, e due grossi cani si precipitano nella saletta, rovesciano le sedie, fanno spaventare la Luisa, e saltano addosso al Roero, scodinzolando festosamente. Sono Flick e Flock venuti alla Casa Vecchia, dietro al custode che ha portato le lettere. Al fiuto hanno sentito subito il padrone.

Francesco accarezza i cani, scusandosi per quella rumorosa invasione e distrattamente, in fretta, dà un'occhiata alla posta, guardando appena che cosa c'è.

Elena raggrotta le ciglia, poi subito si rasserena. Ha lanciato sul pacco una sola occhiata: ha visto tutto. Ci sono giornali, ci sono lettere... ma non «quella lettera» che teme. Corrispondenza d'affari; si capisce dalle buste. Elena è di nuovo contenta, torna bambina e con biscotti, zucchero, carezze e baci, si fa presto amicissima di Flick e Flock.

— Povere bestie! — Pensa tra sè. — Sembravano così brutte, così cattive! Invece soffrivano perchè non c'era il loro padrone! — E non vuole assolutamente che il custode le riconduca a casa.

— Torneranno alla villa più tardi! Col signor Francesco. Intanto restano qui a giocare con me. Flick! Flock! Ohp! Ohp! Se volete ancora zucchero bisogna saltare! Ohp! Ohp! Là là!

E più tardi, molto più tardi, quando Francesco lascia la Casa Vecchia dopo aver indugiato un'ora a salutare la ragazza, chiamandola piccola Lulù, piccolissima Lulù, nera nera e bruttissima, Elena tempesta di baci la signora Eugenia prima di andare a dormire ed entra nella sua camera cantando.

È la gioia che le trabocca dall'anima, è l'amore che riluce negli occhi, è la balda sicurezza dei diciott'anni che saluta la vita tutta piena di rose e di sole!

Prima di chiudere le persiane, rimane per un bel pezzo ritta alla finestra a guardare.

— Finalmente! — Mormora tra sè. — Oh finalmente!

La villa è tutta illuminata, aperta... Non sembra più una prigione! È un palazzo incantato! È un giardino incantato!

Elena continua a guardare e pensa sorridendo:

— ... No, no. Più niente Svizzera! Più niente Zermatt! Si resta lì, perchè lo voglio io.

La mattina dopo Francesco Roero, prestissimo, è di nuovo a cavallo, sotto il balconcino della Casa Vecchia.

— Buon giorno, signora Eugenia! Buon giorno!

Egli chiama, è vero, la signora Eugenia, ma guarda sempre la finestra di Elena che è già spalancata.

— Signora Eugenia! Buon giorno!

Elena continua a non farsi vedere. Invece la mammetta si presenta quasi subito al balcone, già messa in tutto punto: i bei capelli bianchi ben pettinati, l'abito nero, il candido solino stretto alla gola:

— Signor Francesco, buon giorno!.... Come ha riposato?

— Benissimo! E quella gran dormigliona di Lulù?

La signora Eugenia si sporge dal terrazzino: guarda verso la camera della ragazza.

— La finestra è aperta; dev'essere svegliata. Elena!

— Lulù! — Chiama Francesco a sua volta.

Nessuno risponde: un momento di silenzio, poi un grido della signora Eugenia che si sente stringere e baciare d'improvviso e la bella testolina di Elena che sporge dalla ringhiera:

— Bravo, signor Francesco! A furia di elogi e di complimenti ha fatto girar il capo alla Pinella. Sta già in cucina a quest'ora, compilando il menu per la colazione: risotto bianco o risotto giallo coi fegatini? Questo è il gran problema!

— Come? Dovrei venire a colazione anche stamattina?

— S'intende.

La signora Eugenia, sebbene soddisfattissima, si crede in obbligo di correggere e di spiegare l'imperativo di quella matta figliuola:

— È un gran piacere ch'ella ci fa!... Perchè vorrebbe restar solo alla villa? Non è in casa sua, anche qui? Dunque, ormai, siamo intesi: tutti i giorni, colazione e pranzo alla Casa Vecchia.

— Tutti i giorni? E se poi... non vado più in Isvizzera? — Il cavallo in quel momento è tranquillissimo: è il Roero stesso che lo tocca leggermente cogli speroni per farlo caracollare sotto il balconcino. — Tutti i giorni no! Sarebbe troppo abusare.

— Tutti i giorni, sì! Lo ha detto la mammuzzoli! E non si faccia aspettare!... Per non mettere la Pinella alla disperazione!

— Ho detto.... tutti i giorni no!

Il cavallo fa un'impennata, ma la signorina non si spaventa più. Ormai ha capito il giuoco.

— Ho detto, tutti i giorni, sì!

— Ma, ma, ma, Elena! — La signora Eugenia al solito, vorrebbe imporsi, far la seria. — Al signor Francesco si dice così?

— Al signor Francesco si dice: Voglio così! — E la bella testolina bruna sparisce dal balcone.

Alle undici in punto, attillato, profumato, i baffetti ancor più rivolti in sù e le ghette bianche, il Roero, che colla persona svelta elegante e il viso un po' scarno e pallido, sembra proprio un giovinotto, si presenta sull'uscio della saletta.

— Eccomi pronto: la piccola Lulù ha detto «voglio» ed io obbedisco.... per paura dei capricci.

Elena quella mattina, si comporta in tutto come quando è sola colla signora Eugenia, da brava ragazza di casa, attiva, attenta e tranquilla. È vestita di picchè celeste, con un grande colletto bianco ripiegato, e con un bel cravattone di seta nera. Aiuta la Luisa a finire di preparare la tavola e l'aiuta pure, quando occorre, anche durante la colazione.

Alle frutta prepara come al solito, il piatto per Rolando e lo porta lei stessa nel brolo.

La Luisa, appena uscita Elena, si avvicina al signor Francesco:

— Dica la verità: se la signorina fosse soltanto due dita più alta? Che bellezza?

— Anche così ce n'è abbastanza per far perdere la testa! A proposito dei nostri discorsi, e delle sue raccomandazioni, signora Eugenia, saprà che il.... signor Nino è partito fino da ieri per Casalpò. Fabbrico a Casalpò. Faccio riparare la casa colonica e ricostruire varie cascine. Ho mandato apposta il giovinotto a sorvegliare i lavori. E resterà laggiù, in Piemonte, finchè voglio io. Ha posto le mire troppo in alto il nostro socialista!

La signora Eugenia fa un sospirone, compassionando il povero innamorato:

— In quanto alla mia Elena, fortunatamente in questi giorni è tornata di buonissimo umore. È stato un certo falso allarme della Luisa, la quale a furia di voler veder tutto, vede alle volte anche quello che non c'è.

— Scusi, signora, io....

La Luisa vorrebbe difendersi, ma Elena ritorna col piatto vuoto di Rolando e il discorso a proposito del Nino Moro, resta interrotto....

Francesco, molto prima di sera, è già dinanzi al cancello della Casa Vecchia. Vede Elena che sta cogliendo fiori nel piccolo giardino, e si ferma ad osservarla:

— Signorina... Lulù!

Sentendo la voce di Francesco ella si volta, rossa di piacere.

— Bravo! Non lo aspettavo così presto! È stato bravo! Venga ad aiutarmi! Sto cogliendo i fiori per la saletta.

Francesco non si muove. Si gode invece a stuzzicarla:

— Un altro abito nuovo! Ambiziosissima Lulù! Ieri, vestita di mussolina bianca e nastri lilla; oggi mussolina crème, coi nastri verde oliva...

— E stamattina?... Ecco, non si ricorda più!

— Picchè celeste, colletto bianco, cravatta nera.

— Vede, dunque? Se lei osserva e si ricorda così bene.... val la pena di cambiare.

Non sono le parole, è il tono che conta; il tono di Elena nel dare la sua risposta è stato tanto carino e gentile! Francesco ne è rimasto colpito, ma continua a scherzare:

— Piccola Lulù! Piccola, piccola, piccola!

— So che sono piccola. Me l'hanno detto degli altri.

— L'Olivieri?

Francesco entra nel cancello e si avvicina.

Elena ride, in un modo un po' strano:

— Oh, l'Olivieri no! Me lo dice sempre la signora Eugenia ed è il grave dolore della Luisa.

— Perchè hai detto: «l'Olivieri no»?

— Perchè l'Olivieri.... non si è pronunziato.

— Voglio sapere la verità e subito, e voglio sapere perchè ridi in quel modo, birichina di una Lulù! Scommetto che l'Olivieri ti fa un po'.... la corte e tu sei anche capace di lasciartela fare!

— Questo poi no!

— Dunque te la fa?

— Tenga i fiori! Intanto io colgo delle rose.

Francesco prende il mazzo colle due mani, ripetendo:

— Dunque ti fa la corte?... Oppure lui vorrebbe, ma tu.... niente? Ridi, birichinissima? Ho indovinato.

— Stia attento!... Lascia cadere i fiori!

— Tu.... niente corte, perchè l'Olivieri è troppo vecchio.

— Intanto l'Olivieri non è vecchio, tutt'altro. E poi, anche fosse, l'età che cosa conta?

— Allora.... perchè è brutto?

— Anche l'esser bello o brutto, che cosa conta?

— Che cos'è che conta, dunque, per te?

— Una cosa sola: grande, grande. — Ed Elena, pur sorridendo, sospira nel fissare Francesco. — Farsi tanto voler bene!

La signora Eugenia sta leggendo la sua vecchia Revue, seduta alla finestra della saletta. Alza gli occhi, vede Francesco ed Elena nel rosaio, si ferma a guardarli pensierosa.... e un senso amaro, profondo di tristezza penetra a poco a poco nella sua anima:

— È proprio vero.... — mormora tra sè, scrollando il capo. — Io non sono mai stata così giovine.... giovine come Elena.

Dopo un momento fa per rimettersi a leggere, ma le si appannano gli occhiali.

Francesco Roero passa così la sua vita allegro, contento, non pensando più ad altro. Nel piccolo mondo di Lodignola egli ha trovato la quiete, la felicità.... ed anche la gloria. Col tram a vapore e col podere modello, colle scuole, il caseificio e la nuova magnifica uniforme da lui regalata alla banda comunale è diventato a Lodignola l'eletto e il prediletto del popolo, il vero padre della patria!

Si è fatta una grande illuminazione in onore di Francesco Roero, con sparo di mortaretti, con fuochi artificiali e la banda ha inaugurato il nuovo uniforme, suonando nel giardino della villa l'inno di Garibaldi, la marcia reale, la Marsigliese: un po' per tutti i gusti, non essendo ancora ben conosciuto il suo gusto preciso.

Un giorno, a metterlo di malumore gli capita una lettera del Faraggiola che, anche a nome dell'Estensi, gli domanda notizie della baronessa Arcolei:

«Sai dirmi qualche cosa della nostra cara donna Stefania? Abbiamo scritto, riscritto a Borgoprimo e a Milano, ma con noi continua a non dar segno di vita. E con te?... Sei stato più fortunato?....»

— Uff!

..... Risponderò stasera, risponderò domani..... Francesco non ha mai risposto. Non è già il tempo che gli è mancato; è stata la voglia. Ormai gli secca, gli pesa tutta quella gente egoista, monotona e così vecchia d'idee, di giudizi.... di tutto.

— Risponderò dalla Svizzera!

Ma presto anche alla Svizzera non ci pensa più....

Alle cavalcate succedono adesso le scarrozzate. Egli stesso guida i due cavalli del brèc, e con una scusa o coll'altra, passa sempre dalla Casa Vecchia a prendere anche le signore. Una sera, appunto, Francesco ed Elena hanno combinato, insieme alla signora Eugenia, una grande trottata per la mattina dopo fino a Valpiana, dove ci sono da visitare i lavori di un nuovo ponte sul Lambro.

Il brèc deve trovarsi alla Casa Vecchia per le otto e mezzo, e alle otto in punto aspetta già nel cortile dinanzi alla villa. Anche Francesco scende quasi subito: dà un'occhiata ai cavalli, scambia qualche parola col cocchiere e sta già per montare a cassetta, quando vede entrare dal cancello il fattorino del telegrafo.

— Ci siamo! — Borbotta rannuvolandosi. Apre in fretta il dispaccio, legge e fa un atto di stizza:

«Vado a Milano per poche ore: vi aspetto in casa verso mezzogiorno».

— Eh, già! — sospira — una volta o l'altra mi doveva capitare!

Fa due o tre passi per uscire, per correre alla Casa Vecchia a portare quella notizia, poi subito si ferma:

— Ed Elena?.... Se mi domanda dove vado?... Perchè vado via?...

Non gli regge l'animo di tornare lassù, di rivedere Elena, di salutarla, chi sa per quanto tempo!

— Chi può mai indovinare i nuovi progetti e i quarti di luna della baronessa?

Scrive in fretta due righe alla signora Eugenia scusandosi «per dover rimandare la gita ad un altro giorno» e colla stessa carrozza già attaccata, sbuffando e brontolando, parte per Milano.

— Rimandare la gita!... Un altro giorno! — pensa in cuor suo. — E se invece non potrò più ritornare a Lodignola?

Quella campagna, que' suoi luoghi non gli sono mai sembrati tanto belli e tanto cari.

IV. Il culto delle memorie.

Il Roero trova donna Stefania che lo attende nel salottino solito, vicino alla camera da letto. Le finestre sono spalancate; c'è una gran luce, un gran caldo e un gran disordine. I mobili sono ricoperti colle federe di tela greggia; sul canapè, sulle poltrone un monte di pacchi e pacchetti, di scatole e di ceste: tutta roba da portare in campagna.

Appena entra il Roero, donna Stefania gli va incontro guardandolo con un'espressione afflitta e compunta, senza dirgli una parola, senza dargli la mano: fa un gran sospiro, leva da una borsetta appesa al braccio un fazzoletto con un grande orlo nero e si asciuga gli occhi.

Anche il Roero sospira profondamente;

— Coraggio!... Bisogna farsi coraggio!

— Dite, dite la verità! — Prorompe Stefania con uno schianto di cuore. — Chi lo avrebbe immaginato?... Oh povero Giulio! Chi lo avrebbe mai immaginato?

— Così giovine ancora....

— È così buono.

— Buonissimo! Eccellente! Pure.... bisogna farsene una ragione. Da molto tempo le sue condizioni erano disperate. Consolatevi pensando che ha finito di soffrire e che voi lo avete assistito fino all'ultimo con ogni cura più affettuosa, col sacrificio di tutte le ore, in un modo mirabile, commovente.

— Oh sì, sì! Povero Giulio! Egli ha avuto tutte le mie ore, tutta la mia vita! Questo sì. In questo almeno ho fatto il mio dovere. È un grande conforto per il mio cuore e per la mia coscienza.

Altri sospiri.... e ancora il fazzoletto.

Il Roero rimane muto, a capo chino, atteggiato a dolorosa mestizia; pure ogni sospiro della baronessa gli rialza lo spirito. Egli sente in quel momento che la catena invece di essergli ribadita comincia ad allentarsi, ed è proprio quello, per lui, il momento decisivo, il momento critico. Il suo avvenire, la sua libertà, e la sua felicità dipendono ormai da quella prima visita, da quel primo incontro... dalla prima parola che gli avrebbe detto donna Stefania rimasta vedova.

«Ci siamo!» Aveva pensato Francesco appena ricevuto il dispaccio, e durante il viaggio da Lodignola a Milano egli si era fatto forte cercando di prevedere e di prepararsi per tutti i casi possibili.... quello fra gli altri che Stefania gli buttasse le braccia al collo esclamando:

— Ora sono tua... anche colla coscienza!

Ogni uomo ha la donna che si merita: egli avrebbe dovuto accettare e mostrarsi grato della nuova offerta.

Invece, insperatamente, la coscienza della baronessa è rimasta fedele al povero defunto. L'orario, anche per quella prima visita, indica il culto delle memorie e il dolore della vedova.

Francesco ha uno slancio: prende una mano della baronessa e gliela stringe con sincera effusione.

Ella scioglie dolcemente la mano, si scosta dal Roero, vorrebbe vincersi ed esclama con un tono di voce diverso, troppo forzato, per poter sembrare indifferente:

— Troviamoci un posticino; sediamo, almeno un momento. Sono tanto stanca! Anche voi: aiutatemi a sbarazzare il canapè.

Il Roero le corre vicino, prende i pacchi e le ceste e intanto l'osserva alla sfuggita:

.... Sta malissimo in nero! Il biondo dei capelli è troppo giallo. È molto giù. È molto invecchiata.

— Scusate, Francesco, tutto questo disordine. Sapeste quante cose ho avuto da fare stamattina! Adesso, aspetto la sarta e poi torno subito a Borgoprimo.

— Allora anch'io, — pensa il Roero, — torno subito a Lodignola!

Ha un nuovo slancio e con un braccio cinge la vita della baronessa.

— No! No! — Ella ha ancora uno sfogo di dolore. — Perdonatemi, Francesco! È più forte di me. Voi avete tutto il diritto di pensare e di dire che è un'assurdità, che è una contradizione.... Eppure, che volete? È proprio così! Sto poco bene; soffro; non posso vedermi a Milano. Qui tutto mi ricorda il povero Giulio.... e il povero Giulio non c'è proprio più!... È una pazzia? Sono pazza? Dite la verità.

— No... tutt'altro! Anzi, vi assicuro, a me pure ha fatto molto senso.... un gran senso.

— Così buono! Così profondamente buono! È morto come un angelo, domandando perdono a tutti.... anche a me.

Il Roero, che guardava Stefania, guizza via con gli occhi e abbassa il capo: sembra umiliato e confuso, da tanta bontà.

Ella continua colla voce sommessa, dolorosa:

— Mi sono buttata sul suo letto per confessargli tutto! Io, io sola, dovevo chiedere, implorare il suo perdono!... Oh come avrei voluto ottenere il suo perdono!

S'interrompe un istante... rivolge in alto il cuore e gli sguardi.... poi l'anima si prostra e rimane accasciata nell'angolo del canapè, mormorando, le grandi pupille fisse nel vuoto:

— Adesso.... lo sa.

Il Roero sogguarda la baronessa colla coda dell'occhio, la studia.

— Ma perchè mi ha fatto venire a Milano? Per assistere a' suoi rimpianti vedovili è troppo poco. Ci deve essere un altro motivo.... Quale sarà?

Egli è sempre un po' inquieto.

— Anche nel suo testamento — ripiglia Stefania con un lungo gemito, — persino nelle sue ultime disposizioni mi ha dato prova di tanto affetto, di tanta fiducia e di tanta stima! Mi ha nominata sua erede universale ed ha lasciato a me anche la cura dei legati di beneficenza, dei ricordi ai parenti, agli amici.

— Ha fatto molto bene. Bravo!

— Tutto ciò.... capirete anche voi, impone nuovi riguardi verso la sua memoria; nuovi doveri....

Il Roero annuisce con un'aria contrita e rassegnata, ma sta sempre più attento.

— E impone anche nuovi sacrifici. Adesso, per esempio, coi suoi parenti devo mostrarmi gentilissima.

— Sicuro!

— Aspetto da Novara mia cognata e mia nipote. Le ho invitate a Borgoprimo, si fermeranno un mese e forse più.

— Tutt'e due?

— Tutt'e due.

— Madre e figlia?... Questo, per esempio, è un vero eroismo. Sarebbe già un bel peso.... una alla volta.

— Curiose, pettegole, sofistiche. Dio mio! Portano sempre a spasso la loro virtù!

— Non hanno nient'altro da portare a spasso... di bello!

La baronessa non può frenare una risatina. Le due brave signore erano sempre state il babau de' suoi amici: quando o l'una o l'altra capitava a Milano, scappavano tutti come il vento!

Ella si avvicina a Francesco più insinuante e per la prima volta, in quel giorno, gli dà del tu:

— Per tante ragioni di convenienza, di delicatezza e di prudenza, capirai, appena successa la disgrazia, desidero che mia cognata e mia nipote, venendo da me, mi trovino sola.

— È giusto, pur troppo! Giustissimo!

La baronessa guarda l'amico e lo ringrazia senza dire una parola, con un malinconico sorriso.

Ella pure è stata, fino allora, un po' inquieta; non molto, ma un po' inquieta, sì. Da lungo tempo aveva già capito, aveva già sentito che Francesco ormai le era legato soltanto per dovere di gratitudine e per forza di abitudine; tuttavia aveva temuto un po' di burrasca. Morto l'amore gli sopravvive sempre l'amor proprio.

— Sei buono! — E teneramente avvicina la fronte alla bocca del Roero. Questi continua a osservarla; Stefania deve aver preso troppo sole; ha la pelle ruvidetta; ha due rughe agli angoli della bocca... Non se n'era mai accorto! Due rughe lunghe, profonde!... La bacia appena sui capelli... e le stringe molto forte la mano.

— Tutto questo, — continua donna Stefania, appoggiando il capo sul petto di lui, — dovevo dirtelo e ho voluto dirtelo. Scriverti? Che cosa mai avresti potuto pensare di me? Ci sono certe sensazioni, certe impressioni che si possono rivelare con una sola parola, con uno sguardo, ma che cento lettere non basterebbero a spiegare. Io a te non avrei mai potuto scrivere di non venire. Adesso, invece, sei tu stesso — non è vero? — che trovi ciò conveniente, necessario...

— Bisogna sottomettersi a certi riguardi... sia pure con dispiacere.

Francesco le stringe ancora la mano, gliela accarezza e gliela bacia. La baronessa comincia ad essere più disinvolta:

— Oltre a ciò che t'ho detto, volevo poi vederti, invece di scriverti, prima di tutto... per vederti, poi anche per chiederti un favore.

— Finalmente! Adesso ci siamo! — Pensa il Roero. Non la guarda, ma rimane attentissimo.

— Tu stesso devi consigliare a Carletto e a Manòlo di non tormentarmi con lettere e con telegrammi, di lasciarmi in pace.

— Io?

— Sì, sì! Ti prego. Se fo' l'immenso sacrificio di non veder te, che almeno mi sia risparmiata la noia di quei due insopportabili egoisti! Figurati, hanno già incominciato a scrivermi a due e a quattro mani!... E con certe allusioni, con certi scherzi a proposito dei miei voti, del mio ritiro, della mia vita claustrale, che mi hanno molto irritata. No, no; l'esprit non è proprio il loro forte! Quando era vivo il povero Giulio, pazienza! Hai visto anche tu, erano utilissimi, specialmente in campagna. Di giorno lo tenevano occupato, la sera giocavano a biliardo, senza notare che nel nostro caso in cinque, si è molto più liberi che non in tre. E poi allora c'era la politica, allora c'erano le influenze da coltivare, il Municipio... ma adesso? Tu andrai in Isvizzera, e tutto il resto.... aveva uno scopo soltanto quando c'era il povero Giulio. Io non ho più voglia di niente. Non ho più fatto uno sgorbio, non mi sono più seduta al pianoforte. Impossibile! Ti prego; è una grazia che ti domando: in compenso del grandissimo sacrificio di non vederti, salvami da Carletto e da Manòlo!

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