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La Signorina

PARTE SECONDA STEFANIA

Reading edition

I. I consigli dell'amico.

L'avvocato Olivieri si ferma a Bergamo soltanto fra una corsa e l'altra e si mette subito d'accordo coll'arrendevole marito della signora Canzi, col quale, del resto, s'era già inteso prima per lettera. L'avvocato sborsa un migliaio di lirette tutto compreso, a nome del suo cliente, il cavalier Francesco Roero: cinquecento, per il ritiro della cambiale, un altro centinaio di lire per i due o tre mesi arretrati di pensione; il resto, come si esprime poeticamente il maestro Canzi, «a titolo di sovvenir».

E patti chiari, espressi anche ben chiaramente nella lettera di ricevuta: i coniugi Canzi, si ritengono, colle mille lire, pienamente soddisfatti. Non hanno, nè avranno più niente da dire, nè da pretendere rapporto alla bambina del povero signor Savoldi.

Il maestro, prima di separarsi, fornisce anche gentilmente tutte le informazioni e le notizie, che può dare intorno a Lulù.

— La piccina è nata a New-York; è stata regolarmente riconosciuta dal Savoldi; ha nome Elena-Maria. La madre, ignota. Una...

Il pudibondo maestro si ferma e lascia indovinare il resto con un sospiro; quindi prosegue mal celando il proprio disgusto:

— Quando la mia Carlotta, nell'assumere la grave responsabilità dell'allevamento e dell'istruzione della neonata, volle prima chieder conto, naturalmente, anche della madre, l'Americano rispose, scandalizzandomi, con una delle sue più ciniche risate: «Lulù, non ha nessuna madre. L'ho fatta far io di commissione, a prezzi ridotti, alla fabbrica dei bebè Jumeau!...» Era un povero giovine disorientato e stonato!... Non il sentimento della famiglia; nessun rispetto alla società, alle istituzioni; non un principio, almeno, di un culto o di una religione qualsiasi, magari la turca! Niente! Il pandemonio! Soltanto gridare, contradire, distruggere, vituperare! E nessunissima educazione! Io ripetevo sempre, alla mia Carlotta, appunto per tenerla in guardia: costui non lasciartelo entrare in camera così facilmente; non è un gentiluomo, è un soqquadro.

Ritornato a Milano, dopo aver riferito al Roero l'esito del colloquio e le informazioni avute, l'Olivieri, onde meglio rassicurarlo, gli promette di scrivere al console italiano a New-York per identificare lo stato civile con l'età precisa della piccola Elena-Maria Savoldi.

— Così avrai già provveduto e sarai in regola anche per tutti i casi avvenire, che possano succedere.

— Sai, — esclama il Roero, dopo aver stretta la mano e ringraziato l'amico, — sai che adesso Lulù comincia a non far più capricci e a esser buona con Giovanni e anche con la Luisa?

La Luisa è una bella ragazzotta, una nipote di Giovanni, che il Roero ha preso provvisoriamente per bambinaia.

— Oggi, per la prima volta, Lulù mi ha visto uscire e non ha fatto tragedie.

— Me ne congratulo! — L'avvocato ride allegramente.

I capricci, le scene, le lacrime, il buono o il cattivo umore della bambina hanno ormai una grande importanza per il quieto vivere del Roero. In pochi giorni ella ha finito per entrare, spadroneggiando, nella sua vita, per riempire tutta la sua casa. Lo fa diventar matto; è un vero tormento, una disperazione certe volte, ma lo diverte anche, assai!

Adesso Lulù s'è abituata, dorme in camera con la Luisa; ma la mattina, appena il Roero suona per il caffè, gli portano la bimba in camiciolina sul letto, e ormai egli deve rinunciare all'ultimo pisolo e alla lettura della Lombardia e della Perseveranza per lasciarsi spettinare e pettinare e arricciare i baffi da Lulù. E tutte le mattine, immancabilmente, si ripete il solito giuoco: egli deve prendere Titi con sè, nel suo letto, sullo stesso guanciale, chiuder subito gli occhi, e finchè Lulù comanda, deve fingere di dormire profondamente accanto a Titi.

— Sonno... Titi.

— Sì, Titi ha sonno.

— Buona... Titi?

— Buonissima!

Poi, quando il Roero è nel suo studio a lavorare, Lulù mette su casa sotto la scrivania; vi apre il salotto e la sala da pranzo e fa grandi ricevimenti e grandi inviti a Titi.

— E il papà? — Domanda l'avvocato al Roero. — Comincia ad essere dimenticato?

— No! No! Ma oramai l'ho persuasa che è in viaggio, un gran viaggio, lontano, lontano! Tornerà.... dopodomani. Dopodomani per Lulù è il futuro indefinito. Quando poi fa i capricci e ricomincia ancora col «mio papà, voglio il mio papà», la fo star zitta minacciandola di condurla ad aspettare il suo papà dalla signora Carlotta. Allora — vedessi! — aggrotta le ciglia, mi pianta tanto di muso, ma non fiata più.

— Povera piccina!

I due giovani rimangono per alcuni istanti silenziosi e pensierosi.

Quella bimba, così costante nelle simpatie e nelle antipatie, che ricorda tutto, che vede tutto, alla quale non sfugge una parola, un ette, non avrebbe certo dimenticato tanto presto «il suo papà!»

Ormai, per prudenza, non bisogna più parlare di gelato rosso. Col gelato, Lulù comincia a volere anche il papà e se non si fa presto a distrarla, sono lacrime e strilli.

Anche a proposito delle scarpine nuove c'è stato un po' di pericolo, ma poi la vanità femminile ha finito per avere il sopravvento.

— Anche il mio papà, ha promesso... belle scarpine... nuove... dopodomani.

— Sì; anche il tuo papà.

— Voglio scarpine mio papà!... Scarpine mio papà! Più belle... scarpine del mio papà!

— Sì cara; molto più belle! Ma intanto queste che hai, bisogna cambiarle. Sono rotte! Sono brutte!... Guarda come sono brutte!

— Brutte... rotte... brutte... — continua a borbottare Lulù, ma docilmente allunga intanto i piedini, si lascia mettere le scarpette nuove e dopo, compiacendosene, rimane un pezzo seduta per terra a guardarle, a toccarle, a palpeggiarle, stringendo i piedini colle manucce.

Il Roero si rivolge a un tratto all'Olivieri, domandandogli:

— E la signora Eugenia, ha poi risposto?

— Sì. Domattina sei libero, verso le dieci?

— Sempre; sono sempre libero, tutto il giorno.

— Allora vengo a prenderti e si va insieme dalla signora Eugenia, per combinare.

— Speriamo che non dispiaccia a Lulù!

— Speriamo!

Questa signora Eugenia è la maestra, l'educatrice, l'istitutrice proposta dall'Olivieri.

— Domattina, alle dieci... — pensa fra sè il Roero. — Allora, aspetterò domani mattina.

Egli vuol parlare all'amico di Stefania, per sfogarsi contro Stefania; gli vuol raccontare di una certa visitina che gli ha fatto don Giulio, e lo vuol pregare — è questo che più preme — di recarsi dalla baronessa col pretesto di sapere che cosa dice di lui, o inventa contro di lui, ma in realtà, nella speranza che quell'incontro fra donna Stefania e l'avvocato possa rendere inevitabile un riavvicinamento.

Egli è deciso: non vuol più andare da quella civetta insopportabile!... Ma come vorrebbe esser costretto «per forza» a ritornarci!

La mattina dopo l'avvocato è puntuale; ed anche il Roero è già pronto, sulla porta, ad aspettarlo.

— Lulù stamattina sente il tempo! Ha fatto il diavolo a quattro! Non voleva a nessun costo lasciarmi alzare! Mi ha strappato i capelli, mi ha rintontito a furia di baci e di botte! Finalmente, stanca morta, s'è addormentata sul mio letto.

— Ha ragione Giovanni: hai proprio trovato il tuo bel da fare!

— Ma è strano, come dal primo giorno, fin dal primo momento, ha preso subito a volermi bene.

— Ha subito capito che con te avrebbe potuto fare a suo modo. Le bambine, caro mio, sanno mettere il loro cuore a posto, molto meglio delle donne.

— La signora Eugenia dove sta?

— In fondo al corso Venezia.

— Andiamo a piedi. C'è tempo!

Il commediografo prende a braccetto l'avvocato.

— Discorreremo, intanto. Voglio dirti una cosa... e chiederti forse anche un favore. Ma tutto ciò, prometti, deve restar fra di noi.

L'avvocato gli dà un'occhiata, poi risponde sorridendo:

— Ho capito!... La baronessa!... Prometto il segreto professionale.

— Ieri mattina è stato da me don Giulio Arcolei a farmi la predica, a darmi grandi consigli a proposito di Lulù!

— Che diamine! Perchè mai donna Stefania non te l'ha fatta lei stessa la predica, direttamente?

— Non ho più messo i piedi in casa Arcolei — te l'ho detto? — da quella sera famosa, dopo il duello!

— E allora, come mai la baronessa ha saputo di Lulù?

— Quella gente sa sempre tutto! Ha un servizio di polizia particolare.

L'avvocato dà un'altra occhiatina all'amico:

— Siete in collera?

— No. Mi secco in quella casa, e non ci vado più; ecco tutto!

— Gelosie di Zelinda... o gelosie di Lindoro?

— Ho detto che mi secco, mi secco, mi stufo!

Il Roero quasi si arrabbia; non è più tornato dalla Fáni, verissimo, ma per certi suoi calcoli che ormai, pur troppo, comincia a riconoscere sbagliati.

«Non andandoci più io», aveva pensato, «finirà col venir lei!... Verrà lei!»

E già la rivede seduta lì, nel suo studio, proprio lì, dinanzi alla sua scrivania, e colla smania, colla febbre sente ancora quel bacio... il tremito delle labbra, quella carezza della guancia ardente, vellutata, mentre il povero Nespola urla e strepita sotto la finestra!

— Tornerà! Tornerà! — Invece...

Ma invece di tornar lei, ha mandato suo marito

— E così, — domanda l'avvocato scotendo Francesco per un braccio, — che cosa ti ha detto quel bonomo dell'Arcolei?

— Di non pregiudicarmi troppo leggermente, di pensare al mio avvenire, di non arrischiare la mia libertà. Il giorno, per esempio, in cui volessi prender moglie?... «Che impiccio in casa propria una figlia, non si sa di chi!» Mi ha detto, quasi mi ha imposto di mettere Lulù in collegio, in qualche istituto femminile. Figurati! una bimba che non avrà più di cinque anni! «Fatela istruire, fatela educare! Assegnatele un piccolo capitale, una dote; ma tenerla con voi? Allevarla come figlia? Diventate matto? Sarebbe un gravissimo errore! Una pazzia!» Ah! Ah! Sua moglie deve odiarla molto la povera Lulù!

L'Olivieri si ferma un momento su due piedi, poi domanda:

— Posso parlar chiaro?

— Quanto vuoi.

— Ebbene, mi par naturalissimo che donna Stefania voglia sbarazzar lei e te da questo impiccio. Aggiungi poi, nel caso particolare, che Lulù è anche la figlia... di Nespola! Ma come? — esclama l'avvocato con una risatina ironica. — La baronessa fa di tutto per nobilitarti, per renderti, almeno all'aspetto, somigliante al marchese Estensi e al conte Faraggiola, e tu continui ancora a sgusciarle di mano? Prima, incanaglisci democraticamente facendo da testimonio al padre contro il Bonaldi e adesso vorresti addossarti anche la figlia, non si sa di chi?... Ohibò!

— Che cosa credi? Tu credi che donna Stefania sia la mia amante?

— Non credo. Suppongo, immagino!

— Ebbene, no! — Prorompe il Roero con impeto, arrossendo di collera e anche di dispetto.

L'altro, allora, finge comicamente il massimo stupore.

— Noo?...

— No! Quella donna, — e non gliene faccio un merito, — non sarà mai l'amante di nessuno.

— Questa poi... è un'esagerazione!... Perchè?

— Perchè non ha cuore.

— Che c'entra il cuore? Le donne che non hanno cuore sono quelle, anzi, che amano di più! E il cuore, precisamente, che spesso spesso impedisce di amare! Per lo meno di amarne più d'uno... alla volta!

L'ironia dell'avvocato diventa sempre più acre, pungente. Sembra ch'egli abbia una ruggine secreta colla baronessa e che abbia in odio tutti gl'innamorati. Presto però s'accorge d'essere andato troppo oltre e prende lui sotto braccio l'amico domandandogli per rabbonirlo:

— Hai detto di volermi chiedere qualche cosa, un favore?... Che cosa vuoi?

Il Roero non risponde; ha un muso lungo un palmo.

— Sei in collera?

— No.

— Che cosa vuoi, dunque? Che cosa devo fare?

— Nel favore che volevo chiederti, c'entra appunto... donna Stefania.

È l'avvocato, questa volta, che raggrotta lo ciglia.

Il Roero continua:

— Tuttavia, ti dirò di che si tratta. Capirai se non altro che sebbene io abbia fatto la corte a quella signora, sono rimasto... a mezza strada. E adesso mi hanno troppo seccato lei, suo marito... e compagnia! Rinuncio all'impresa! Pure, soltanto per curiosità ed anche per regolarmi all'occorrenza, vorrei sapere che cosa dicono di me, o stanno inventando sul mio conto in casa Arcolei. Il favore che pensavo di chiederti, che ti chiederei ancora, è questo: fare una visita a donna Stefania, per sentire, per capire... così, che vento spira.

— Come?... Come?...

L'avvocato rimane attonito, e pensa tra se: — Ma è vero? Proprio vero? Non è ancora l'amante? In fatti, se già lo fosse, non avrebbe più bisogno di mandar qualcheduno a tastar terreno! Non avrebbe più bisogno di me!... Ma allora se c'è tempo, finchè c'è tempo, bisogna salvarlo! Tentare di salvarlo! — Si avvicina all'amico e gli parla, adesso, con un'espressione affettuosa, con un tono che diventa, a mano a mano, più confidenziale, più intimo:

— Caro mio, questa volta... non posso proprio servirti.

— No?

— No. Devi sapere che anch'io, come te, non vado più dalla baronessa Stefania.

— Oh?... — Francesco si ferma di colpo e fissa a lungo interrogando cogli occhi l'Olivieri che lentamente, accennando col capo, risponde di sì. — Anche tu?...

— Anch'io.

— Ma... se non me ne sono mai accorto?

— È stato un baleno, un lampo, fortunatamente senza tuono, senza fulmine!... Al primo indizio del temporale mi son messo a scappare... e scappo ancora!

— E donna Stefania?

— Donna Stefania?... — L'Olivieri continua a ridere, ma il suo riso diventa forzato. — Ella non se n'è accorta, o non ha voluto accorgersene! De minimis... eccetera! Ed io non sono nè un uomo alla moda, nè un uomo influente, nè un uomo celebre e nemmeno un bel giovane. E tu... tu, amico mio, se appena puoi, se sei ancora a tempo, ascolta il mio consiglio, scappa scappa a tua volta, scappa come il vento, scappa, scappa a costo di dar la testa nel muro! Meglio rompersi il naso, che rompersi il collo! Queste donne sono la rovina, sono il fallimento, mio caro, per chi ha da lavorare come noi; per chi può e deve riuscire a far qualche cosa di buono, come te! Per chi, sopra tutto, vuol pensare colla propria testa e vuol agire secondo la propria coscienza!

— Certo!... Sicuro!... Hai ragione!

Il Roero è sbalordito, confuso. Anche l'Olivieri c'è cascato... e anche l'Olivieri ha fatto fiasco!

— Si, certo, è una civetta insopportabile che bisogna fuggire. — Ma intanto, per quella stessa confessione così straordinaria la Fáni diventa più viva che mai, più viva e più bella e, dal profondo del cuore, sfugge a Francesco un lungo sospiro di desiderio, di rimpianto.

L'avvocato osserva il Roero:

— Coraggio! Strapparsi una bella donna dal cuore è doloroso come farsi strappare un dente, ma il giorno dopo che liberazione! Coraggio! Coraggio, poeta! — Gli batte colla mano amichevolmente sopra una spalla e ormai, sbandita ogni ombra di amarezza, si mette a ridere di cuore: — Veniamo alla conclusione?

— Bisogna guardarsi dalle donne?

— Dalle donne... che amano ad occhi aperti.

L'Olivieri continua a ridere, sperando di far ridere anche l'amico. — Non hai osservato, tu che scrivi commedie? Tutte queste donne serie e savie per le quali l'amore è un mezzo per governare, per trionfare, per fare della politica, per preparare le elezioni, per avere in mano il Municipio, amano tutte ad occhi aperti! Anche nell'estasi dell'abbandono, esse non chiudono gli occhi, non li socchiudono nemmeno: la loro pupilla è sempre lì, fissa su di te, vigile, diffidente, scrutatrice. Persino il bacio! Ti danno anche il primo bacio cogli occhi spalancati: vogliono vedere fino a che punto ti fanno tremare e impallidire! Oh queste donne sono brave! Si divertono, ma con giudizio, studiando e imparando dall'esperienza e così potendo a buon diritto esclamare anche dopo la resa: tutto è perduto, tranne l'onore!

Francesco sorride appena scrollando il capo.

— No? Tu dici di no? Guarda... donna Stefania! Ti serva di esempio, appunto, la nostra carissima donna Stefania! Studiando, osservando essa ha imparato che il mondo perdona tutto facilmente a chi sa farlo ridere alle spalle di qualcheduno, ed essa riesce a mantenersi a galla in mezzo alla pubblica stima, facendolo ridere alle spalle de' suoi... diremo, amici! Sai come ti chiama il pubblico, cioè quelle cinquecento persone che costituiscono «il gran pubblico» dei club, dei teatri, dei salotti?

Il Roero fissa inquieto l'Olivieri.

— Non capisco! Mi chiameranno, spero, col mio nome?

— No! Ti chiamano Francesco primo.

— Francesco primo? Perchè Francesco primo?

— Per la stessa ragione per la quale chiamano il marchese Estensi, Emanuele secondo, e il Faraggiola, Carlo terzo. Siete uno dopo l'altro e tutti insieme, i tre re, regnanti!

— Per Dio!... Potrei dare una lezione...

— A chi? A cinquecento persone che diventano mille, che diventano tutti, come, quando le cerchi, possono anche diventare... nessuno?

Il Roero si arriccia, si morde i baffi, vorrebbe ribellarsi, attaccar lite, rispondere all'Olivieri, che parla così per dispetto, per rabbia, perchè... ha fatto fiasco... Ma pure in tanta esagerazione c'è, pur troppo, anche qualche cosa di vero!

— E questa signora Eugenia, — esclama a un tratto, pieno di stizza, — dov'è cacciata?... In capo al mondo?

— A porta Venezia; te l'ho detto. Attraversiamo i giardini; ci siamo subito.

L'Olivieri vede bene di aver fatto andare in collera l'amico senza essere riuscito ancora a persuaderlo, a convincerlo e perciò, affrettando il passo, ripiglia con più calore, con più forza:

— E oltre le beffe, il danno! Queste donne prudenti, che riflettono, che calcolano, che sanno dominarsi per poter dominare, vogliono tutto, ti prendono tutto, come sei, intelligenza coscienza e cuore, e ti cambiano, ti mutano, ti trasformano a loro talento! Ma non hai notato come gli amanti, gli amici di queste signore in voga, finiscono per rassomigliarsi tutti, il marito compreso? Il loro seno è un gran crogiuolo nel quale entrano per fondersi insieme e prendere la stessa anima e quasi anche la stessa faccia, l'uomo di talento e l'imbecille! Sei ancora a tempo? — L'Olivieri obbliga il Roero a voltarsi, ad alzare il capo, a guardarlo. — Sei ancora a tempo? In tal caso via, via di corsa; salvati perchè il pericolo è imminente!... Hai già il taglio dei capelli e del paltò; hai già le cravatte come Emanuele secondo e Carlo terzo! E bada, Francesco mio, se non ti salvi, il ridicolo non peserà soltanto su di te, ma anche, e più, sulla tua arte. La sera in cui si darà l'Arianna, il pubblico non verrà a teatro per sentire la tua commedia, ma la commedia di Francesco primo. Ne' tuoi personaggi, nelle tue scene, cercherà soltanto di scoprire i tuoi casi e i tuoi rivali e tu non sarai preso sul serio, avessi anche scritto un capolavoro! E questo ancora... poco male! L'opera non è meno bella anche se l'autore è sfortunato, ma finirai col non prenderti sul serio tu stesso e resterai tutta la vita il commediografo elegante per uso delle signore! Non ho ragione?... Ho ragione sì o no?

L'altro non risponde; le mani ficcate nelle tasche del paltò, continua a rodersi i baffi e le labbra nervosamente.

L'Olivieri gli mette una mano sulla spalla, per tirarselo più vicino, quasi volesse abbracciarlo:

— Tu vuoi, tu devi, tu diventerai qualcheduno, ma ad un patto, uscire dal «gran mondo» di donna Stefania, che non è poi altro che la solita baracca dei soliti burattini dove si recita sempre la stessa decrepita commedia, per entrare nella folla, per studiare il cuore, l'anima, la vita della folla nelle sue angosce e nelle sue speranze. Questa è l'arte che io voglio da te, che io aspetto da te; ma per far questo bisogna essere semplicemente quello che sei, Francesco Roero, il figlio di tuo padre, del campagnuolo umile, gran lavoratore, al quale devi la tua bella, ingenua onestà, così piena di scrupoli... borghesi, come deve, invece, la baronessa Stefania, la sua smania d'intrighi e di prepotenze, alle sue matrone del Regno Italico e a' suoi ciambellani di Casa d'Austria. Le rivoluzioni son rimaste alla superfice, e poi non sono state fatte per distruggere gli stemmi, ma per darne a chi ne desidera. I pregiudizi sono sempre gli stessi; le due razze, rivali, sono sempre di fronte: quella della baronessa col sentimento dell'impero, la tua, con quello della sudditanza! Ti arriderà assai facilmente la vittoria, ma la conquista sarà dall'altra parte. Donna Stefania, resterà sempre lei, sempre come sua nonna, ma tu, invece, dovrai cessare d'essere il figlio di tuo padre, per diventare un mezzo gentiluomo. Sudditanza e sommissione! Hai visto le ire sorde a proposito del duello del povero Nespola?... Le prime avvisaglie contro Lulù? Abbasso l'indipendenza, caro mio! Il cuore alla moglie e il voto al marito!

Erano giunti alla casa della signora Eugenia: l'avvocato si ferma indicando la porta all'amico.

— Sta qui. Ed ora che ho parlato tanto, dimmi la verità, il parlare, colla speranza di poter convincere, è anche questo un vecchio pregiudizio rimasto agli avvocati?

Il Roero è buono, è giovine. A tanto calore, a tanta effusione è rimasto scosso, commosso:

— Hai ragione. Fuggire come il vento!

— Pensando sempre, per non perdere la paura, che se donna Stefania ti raggiunge e vuole, essa, con tutte le mie chiacchiere, non avrà perduto niente e sarò io, invece, che avrò perduto un amico!

L'avvocato continua a ridere, ma poi ripensa all'idea buttata lì, quasi per ischerzo, e a poco a poco finisce col sospirare a sua volta mormorando:

— Chi sa?... Quando io pure ho avuto quel baleno, quel lampo?... Chi sa?... Chi mai potrà sapere se sono stato proprio io a fuggire, o se, invece, non è stata lei stessa, donna Stefania, ad aprir le mani per lasciarmi andare?

II. La signora Eugenia.

La signora Eugenia, alta e ben composta della persona, è sempre di un'eleganza assai caratteristica e signorile nella modesta semplicità del suo abito tutto nero, col solino ritto, di una candidezza inappuntabile, stretto alla gola. Ormai ha già varcata la cinquantina, eppure, dicono i suoi amici, la signora Eugenia non è mai stata tanto bella! Ha incominciato prestissimo a incanutire e ciò, invece di nuocere, le ha giovato: a trent'anni pareva si fosse incipriata per sembrar più giovine; adesso i suoi magnifici capelli bianchi, raccolti sul capo in una massa ondulata dai riflessi della seta e dell'avorio, fanno maggiormente risaltare la freschezza del suo piccolo viso, liscio e roseo, dalle linee delicate come un cammeo, e gli occhi nerissimi in cui la bontà sorride con un lampo d'arguzia.

— Oh, sono vecchia, sapete, molto vecchia! — Ripete sovente la signora Eugenia alle signorine che le fanno dei complimenti e ai giovinotti che, magari, le fanno anche un po' di corte. — Sono vecchia, molto vecchia!... — Ma, così dicendo, accarezza, sollevandoli, i bei capelli bianchissimi che le ricascano sulla fronte e giù dalla nuca, quasi sulle spalle e mostra, compiacendosene, le sue mani lunghe e morbide, senza anelli, ma colle unghie a mandorla, che brillano lucentissime. I suoi capelli, le sue mani e il piedino, ecco tutte le vanità della signora Eugenia. Un paio di stivaletti del Beltrami che le dura un anno, la biancheria sempre di bucato, e un pezzo di sapone finissimo, ecco tutto il suo lusso! Ma oltre alle sue vanità, oltre al bisogno dei suoi piccoli lussi, la signora Eugenia sente pure un nobile orgoglio, una giusta fierezza: quella di dover tutto soltanto a sè stessa.

Oh, se la sua vita è trascorsa serena e illibata, non è stata facile, tutt'altro! Nata ricca, da una famiglia di buoni patriotti impoveritasi nelle vicende politiche, e rimasta ancora giovanissima, orfana e sola, la signorina Eugenia ha dovuto cominciare ben presto a guadagnarsi il suo pane, non sempre freschissimo, e il suo pezzetto di sapone inglese, gli stivaletti del Beltrami e il canfino della misera lucernetta che finiva col bruciarle anche gli occhi!

Molte buonissime case di Milano erano state in intima relazione colla sua; con talune c'era anche un po' di lontana parentela, ma la signora Eugenia, conservandosi tuttavia nei rapporti della migliore amicizia, non ha mai voluto ricevere la carità di nessuno, per quanto larvata dalla gentilezza e dalla simpatia, e non ha mai cercato aiuti nè protezioni.

Diceva sempre ridendo:

— Italia libera e indipendente! I miei hanno tutto sofferto per la libertà, ed io, per ciò, ho l'obbligo di conservare e di difendere la mia!

Si comincia col darle della matta, della presuntuosa, della donna emancipata e col circondarla di ridicolo e di diffidenza, ma poi, a poco a poco, quando ognuno deve convincersi che in quella bella, in quella coraggiosa fanciulla non c'è superbia nè alterigia, ma fierezza d'animo e dignità di vita, che il suo non è capriccio, non è leggerezza, ma invece un vero, un continuo sacrificio, un eroismo, quasi, per la signorina abituata prima alla ricchezza, agli agi, si finisce col renderle giustizia, si finisce ad ammirarla e ad averla più cara.

Benvoluta e ricercata, ella riceve continui inviti: inviti a pranzo, a festicciuole, inviti al teatro, ma di proposito ella non accetta altro che alla domenica e le sue amiche vanno a gara, disputandosela una settimana coll'altra.

Nè la giovinetta porta in giro il fardello delle sue pene, nè porta il broncio per la propria virtù, per la vita che s'è imposta; tutt'altro! La sua cameretta sola vede qualche lacrima — per la mamma, per la sua povera mamma specialmente, — ma fuori ella è sempre piena di gaiezza, di brio, di chiacchiere, di risatine squillanti. È l'allodoletta che vola libera, cantando in faccia al sole.

E la signora Eugenia ha sempre una risposta pronta per chi l'ammira coll'idea di volerla compiangere:

— No! no! Quando si è giovani e si è sani non è una disgrazia l'esser poveri! Anzi.... è un'occupazione e una distrazione.

E non domanda mai niente, nemmeno a Domeniddio; soltanto, di conservarle la salute che le ha già dato.... E la signora Eugenia, benedetta nella sua forza, nel suo coraggio, nella sua costanza ha lavorato tutta la vita, senza mai buttarsi malata, nemmeno un giorno!

Sapendosi sempre contentare di poco, dopo le difficoltà dei primi anni più difficili ha finito poi col trovarsi davvero soddisfatta e felice del proprio stato. Apprezza tutte le più piccole cose, perchè le guadagna da sè.... e perciò le costano molto.

Oh, la felicità di un paio di guanti nuovi, e di una piccola boccettina di acqua di Colonia! Oh, il primo vaso di garofani, — veramente magnifico! — che potè comperarsi dinanzi alla chiesa di San Giuseppe!... Quanto le fu caro! Per esso ebbe tutte le cure che avrebbe avute per un giardino!

In principio non fece che cucire in bianco, ricamare, tutta la sera e parte della notte, per guadagnarsi da vivere; e il giorno studiava per poter fare la maestra. Era questa la sua idea, il suo sogno, ciò che sentiva di poter far meglio: la maestra ai bambini e alle bambine. E fu contentissima quando, per la prima volta, potè entrare in una piccola scuola privata; ma il giorno in cui vinse il concorso per un posto di maestra comunale le sembrò addirittura di essere nominata regina!

Adesso, dopo più di trent'anni di lavoro, dopo aver percorsa tutta la sua scala, gradino per gradino, dopo esser diventata vice-direttrice e direttrice delle scuole di San Celso, s'è ritirata non tanto per riposare quanto per lasciar posto agli altri, con una piccola pensioncella. E adesso, colle sue tre stanzette, colla sua donna di servizio, per un paio d'ore tutte le mattine, colla sua buona zuppa di vero brodo, la sua aletta di pollo, le sue quattro castagne d'inverno, le sue quattro ciliege l'estate, la sua tazza di squisito caffè e il balconcino pieno di garofani e di girani, la signora Eugenia dichiara di essere diventata una milionaria. In fatti, non solo non ha un debito — non ne ha avuti mai! — ma accumula tesori tali, che le permettono l'acquisto di un libro o di un corpetto di lana per qualche povero scolaretto e di farsi onore, colle sue brave mance, a Natale e al Ferragosto.

I fiori, per la tomba della povera mamma li ha sempre comperati, anche quando pativa la fame.

Eppure, dopo diventata milionaria, la signora Eugenia si sente forse meno felice. Le è rimasto un gran vuoto nella vita e nel cuore: non ha più d'intorno la sua folla di bambini! E ciò essa ha confidato appunto all'avvocato Olivieri, una sera, trovandosi insieme in una casa d'amici.

Oh, quel gran stanzone della scuola così pieno di visetti vispi e ridenti, che gran rimpianto per il suo cuore! E che angosce, che struggimenti, per tante miserie che la circondavano!

Certe mattine, d'inverno, il levarsi presto presto, ancora col buio, nella fredda cameruccia, il dover «far toletta» coll'acqua ghiacciata della brocca era un vero supplizio; era un supplizio la lunga strada fangosa, deserta col vento che soffiava frizzante, che gelava il naso e tagliava le labbra, ma poi arrivata là in mezzo alla scuola, quanta vita subito e quanto frastuono, quanta letizia, quanta luce di primavera e di sole, anche se fuori dai finestroni si addensava la nebbia o cadeva fitta la neve!

Ed era poi convinta e orgogliosa della grande importanza, della gravità della sua missione.

La signora Eugenia pensava e diceva:

— Sono le mamme è vero, che fanno i bambini... ma gli uomini li facciamo noi, colle nostre prime cure, coi nostri insegnamenti; siamo noi, povere maestrine, che formiamo la loro coscienza e il loro cuore. I bambini nascono tutti buoni, ed è colpa nostra se diventano uomini cattivi, perchè non abbiamo insegnato loro, non abbiamo dato loro la forza per diventar felici.

Oh, fra quei piccoli uomini mandati alla scuola, quanti che ingiustamente soffrivano!... E a questi la signora Eugenia si sforzava di insegnare non soltanto la calma e la bontà, ma altresì l'energia per farsi un po' di posto in quel mondo che il buon Dio aveva creato per tutti.

La signora Eugenia, mentre aspetta l'avvocato Olivieri e Francesco Roero, prepara il caffè colla sua macchinetta famosa. Tutto ciò che possiede la signora Eugenia è straordinario, è famoso. La sua piccola casetta, appunto perchè è tanto piccola, sta tutta dentro, nel suo cuore. Se non fosse così buona e se non sapesse di far piacere a chi la invita, rinuncerebbe subito anche ai grandi pranzi della domenica, per i desinaretti con un'ala di pollo e quattro castagne, lì al suo tavolino tutto lindo, con in mezzo, per trionfo e per compagnia, una rosetta o un garofano nel bicchiere.

Il suo bravo caffè — pensa la signora Eugenia che n'è ghiotta — fa piacere a tutte le ore, specialmente d'inverno. E mentre il caffè bolle nella macchinetta, va in camera a lavarsi un'altra volta le mani, a lucidarsi le unghie, poi torna nel salottino, si guarda nello specchio della caminiera e si aggiusta i capelli. Da giovane, la signora Eugenia non ci aveva mai pensato; adesso invece ci tiene ad essere una bella vecchia. Ella stessa, riflessiva come tutte le persone che vivono molto sole, s'è accorta di questo, e ne ride fra sè.

— Meno male che comincio adesso a far la civetta e che cominciano adesso a piacermi gli uomini!

Quella mattina c'è anche di più: si tratta della visita, della presentazione di un giovine letterato alla moda, e la signora Eugenia ha sempre tenuto moltissimo ai letterati, considerandosi un po' della famiglia.

Guarda al suo precisissimo orologio di bronzo della scrivania: sono le dieci in punto.

— Staranno poco a venire! — Bisbiglia sottovoce.

Mette altra legna nel franklin; si guarda attorno per vedere se non l'è sfuggito un briciolo di polvere... spinge una poltroncina, ch'era un po' fuori di posto sotto la finestra... Torna dinanzi allo specchio della caminiera e raddrizza il ritratto in fotografia di Cesare Cantù, che lo stesso Cantù le ha regalato, con una dedica affettuosa.

Dopo un momento si sente suonare all'uscio:

— Eccoli!

La signora Eugenia corre ad aprire:

— Ho preparato il caffè! Ho pensato che con questo freddo una buona tazza di caffè si prende sempre volentieri!

— Benissimo! Bravissima, cara signora Eugenia! — L'Olivieri si rivolge poi al Roero:

— Sentirai che caffè! Straordinario! Famoso!

Presenta subito l'amico alla signora, senza un attimo d'imbarazzo o di sussiego, nemmeno in quel primo incontro.

Entrano tutti e tre nel salottino, parlando, ridendo, come fossero amici già da molti anni.

La signora Eugenia si affretta presso la macchinetta del caffè, si curva, guarda, spegne con un soffio la fiamma, lo lascia deporre diventando seria per non distrarsi nel misurare il tempo dovuto, poi lo versa adagio, fumante, nelle tre tazzette di porcellana che hanno la lucidezza di un cristallo tanto sono pulite, e senza la più piccola taccherella.

— Ecco, per tutti e tre... — esclama l'antica maestrina, riempiendo le tazze soltanto fino all'orlo dorato. — La sua giusta misura; così non c'è da litigare!

L'Olivieri, sorseggiando il caffè ne esalta la squisitezza con l'amico, facendogli poi ammirare, sempre per far la corte alla signora Eugenia, tutte le maraviglie del salottino.

— Che caffè! Non te l'ho detto?... È una delle tante specialità di cui ha la privativa soltanto la signora Eugenia. E che eleganza di tazzettine!... Tutto qui, del resto, guardati attorno e vedrai, tutto è di buon gusto, tutto è bello, simpatico, elegante, cominciando dalla padrona di casa!... Non è vero?... Rispondi, adesso che finalmente puoi vederla: è bella, è simpaticissima, sì o no, la nostra signora Eugenia?

Il Roero risponde affermando con entusiasmo e la signora Eugenia ride di gusto. Comprende benissimo che l'Olivieri le fa tutti quei complimenti per farle piacere e sapendo di farle piacere; ma non importa, se li gode lo stesso.

Ripete solo, di tanto in tanto:

— Signor avvocato! Signor avvocato! Non scherziamo troppo! Un po' di rispetto alla vecchiaia!

— Guarda quando ride, che denti mostra quella... vecchiaia! — E l'Olivieri indica a Francesco la bocca ancora fresca e bella colle due file di denti intatti, bianchi e lucenti come le tazzette di porcellana.

— Basta! Basta!... Io permetto che mi si faccia la corte soltanto la domenica sera, quando vado nel gran mondo! Una volta la settimana e basta. Se no, ci si fa l'abitudine e non c'è più divertimento! Dunque stia zitto e mi dia invece una delle sue sigarette da ricco signore!

— Subito, sul momento! L'Olivieri caccia la mano in tasca e leva l'astuccio delle sigarette che le offre già aperto: — A lei.

— Da bravo! Una sigaretta anche pel suo amico: dò io il cattivo esempio e ne' miei saloni è permesso fumare.

Il Roero, prima di prendere la sigaretta, accende un cerino e lo presenta alla signora Eugenia.

— Grazie! Però, — riprende questa dopo le prime boccate di fumo, — l'avverto per l'avvenire: la sigaretta è un vizio che mi fo mantenere e soddisfare dai miei amici.

— Non è vero, sai, Roero! Tante volte le ho offerto una scatoletta di Tocos, non l'ha mai voluta accettare!

— Tutta una scatola è già un regalo. Io non accetto regali.

— E questa, scusi, finisce per essere in lei quasi un'affettazione.

— Un'esagerazione, via! — corregge il Roero.

— No, no, no! I regali si possono accettare e fanno piacere soltanto quando si possono rendere, e siccome colle mie sostanze questo piacere non posso permettermelo, così, dacchè sono al mondo, legge draconiana e uguale per tutti: regali, niente! Ma, invece, la tassa di una sigaretta ogni volta che incontro un amico, questo sì, e non si scappa! E badiamo ve'! Anche incontrandomi per la strada! Me la porto a casa e adesso che sono milionaria me la fumo deliziosamente dopo la mia brava colazione o dopo il mio pranzetto! Si ricordi, signor Roero: d'ora in avanti resta tassato anche lei!

— Ben felice, felicissimo...

— E per lei la tassa finirà con l'essere molto gravosa! — La signora Eugenia sorride sempre, ma adesso con una espressione più dolce, con un'affabilità che diventa quasi affettuosa. — Il signor Olivieri mi ha detto che avrò la fortuna di vederla spessissimo; ch'ella avrebbe l'intenzione d'associarmi ad un'opera bella, santa... che le fa molto onore. Bravo! Bravo! — Gli occhi della signora Eugenia hanno un lampo improvviso di commozione. — Che Dio la benedica!

Il Roero resta colpito, e a sua volta si sente commosso dalla bontà, dalla sincerità di quelle parole. Egli ha dimenticato in quella improvvisa e nuova intimità, così cordiale, tutto il lungo colloquio avuto prima con l'Olivieri.

La signora Eugenia ha vuotata la sua tazza; l'avvocato e il Roero si alzano insieme per levargliela di mano. Il Roero arriva primo e presa la tazza, la pone sul cabarè di lacca rossa, in mezzo al tavolino.

L'Olivieri torna a sedersi, accanto alla signora Eugenia:

— Si ricorda, quella sera in casa Rossi? Mi diceva ch'ella si sentiva malinconica e che soffriva di nostalgia non vedendo più i suoi bambini, ed io ho pensato subito a lei... per Lulù.

— La piccina si chiama Lulù?

— Sì, e quando fa i capricci, Lulù sola, le assicuro, dà più da fare di cento bambini.

— Tutto sta a poterle andar a genio, — osserva la signora Eugenia; — trovare il modo di riuscirle subito simpatica, la prima volta!

— Ma lei, si figuri, la conquisterà di colpo!

— Certissimo! — Soggiunge il Roero con convinzione. — Lulù farà con lei, come con me: le vorrà subito molto bene.

— Sì?... Lo spero anch'io del resto; mi han sempre voluto bene tutti i miei bambini; e anche adesso, molte e molti, che son diventate mamme, che son diventati papà, non mi hanno dimenticata e mi vogliono bene ancora!... C'è tanta bontà nei bambini! E il nostro studio deve consistere appunto nel conservarla, nel coltivarla, nell'aumentare questa bontà, per quando sono grandi!... Del resto ce n'è tanta della bontà anche nel mondo! Più assai che non si creda! Basta saperla cercare, perchè è timida e molte volte si nasconde.

A questo punto la signora Eugenia interrompe il proprio entusiasmo. Si avvicina col viso al Roero per meglio fissarlo negli occhi e gli domanda, con un sorrisetto, pieno di arguzia:

— Dica un po': confesso la mia colpa. Ancora, non ho avuto la fortuna di sentire una sua commedia e non ho letto niente di suo. Sarebbe mai uno scrittore di quelli che adoperano l'inchiostro nero?... Un naturalista, un pessimista? No! No! Per carità! Che orrore! Tanto più, poi, che, in questo caso, ella mancherebbe di sincerità!

— Perchè?

— Perchè lei ha troppo cuore, e il cuore è una forza che illumina l'arte, la riscalda, v'ispira la pietà e il perdono. Il cuore è la gioia, l'entusiasmo, la ricerca ansiosa di tutto ciò che è bellezza, nella forma e nell'anima, nella creatura e nelle cose!... Dio, Dio! Senza accorgermene, mi son messa a far la predica! Sarà stato il mio caffè troppo forte!... Del resto, bisogna compatirmi. Sono vecchia e naturalmente le mie predilezioni sono per la vecchia scuola, un po' romantica, un po' sentimentale, ma che, per questo, ha fatto del bene. Ahi! Ahi! L'avvocato ride e il commediografo sorride! Lasciamola lì, e torniamo... a Lulù!

Parlano a lungo della bambina, de' suoi capricci, delle sue simpatie e delle sue antipatie, della sua prontezza d'ingegno, della sua grazia infantile, della sua facilità ad apprendere e ad affezionarsi.

Combinano insieme che la signora Eugenia sarebbe andata quel giorno stessa a vederla, verso le quattro.

E a questo punto, è naturale, salta fuori la maestra col suo metodo, e il suo programma. La signora Eugenia parla di religione e di grammatica, dei verbi e della divisione, di libri di testo e di penne da scrivere, poi finalmente ritorna alla visita che avrebbe fatto quel giorno alla piccina e conclude:

— Bisogna che si abitui gradatamente alla mia faccia, alla mia voce: insomma deve imparare a conoscermi. Se me la faccio condur qui subito, vedendo un viso nuovo e trovandosi in una casa nuova, resta in sospetto e invece di prendermi in simpatia mi prende in avversione.

L'avvocato si alza: è quasi ora di andarsene. Ma prima offre un'altra sigaretta alla signora Eugenia, scherza, ride, ricomincia a farle la corte.

Il Roero, invece, sfoglia i libri, guarda i ninnoli, i gingilli, i ritratti del salottino. Molti ne riconosce, ma uno lo colpisce singolarmente. È una piccola miniatura, certo di molto pregio. La testina e il collo soltanto: una signora bellissima, bionda, delicata.

— Scusi, signora Eugenia, non è un ritratto, questa piccola miniatura? È un lavoro di fantasia? È disegnato con una finezza squisita... Quanta soavità!... Quanta dolcezza!

— È un ritratto! — Risponde la signora Eugenia vivamente.

— Un ritratto?... Davvero? Di chi?

— È la mamma! — E mentre arrossisce con gli occhi sfavillanti dal piacere, stende la mano al Roero, e gli dà una forte stretta piena di affetto, di riconoscenza:

— Sapesse! Non poteva farmi un piacere più grande! È tanto bella vero?... È proprio la mia mamma!

Strano!... Quella signora dai capelli tutti bianchi aveva detto «la mia mamma» con l'istessa espressione con la quale Lulù diceva certe volte «il mio papà!»

III. La contessa.

— È simpatica, non è vero? — Domanda l'Olivieri all'amico, ancora sulle scale, appena usciti dal salottino della signora Eugenia.

— Simpaticissima! E per la retribuzione, per l'onorario, come si fa?... Vuol dire che ci penserai tu; combinerai tu, a mio nome.

— Ci sarà poco da pensare e da combinare. La signora Eugenia, con me, ha già parlato chiaro. «Sono contentissima di poter fare anch'io un po' di bene, di poter essere un po' di mamma per questa bambina così sola; ma intendiamoci; nient'altro che questo! Ormai sono milionaria: non fò più la maestra.»

Il Roero scrolla il capo:

— Allora... è un impiccio, una seccatura! Quella signora non vuol accettar regali perchè non può ricambiarli, e pretenderebbe che io quasi scroccassi da lei il suo tempo e le sue lezioni!

— Non inquietarti; potremo mettere d'accordo la sua fierezza e la tua. Io la chiamo, scherzando, la calamita dei vedovi! Ha sempre d'intorno un paio di vedove o di vedovi di famiglie decadute, disgraziatissimi, ammalatissimi, con numerosissima prole tutta piccolissima, pieni d'appetito e di pudibonda timidezza: ebbene, fisserai, le darai una sommetta mensile per i suoi vedovi. Essa capirà, accetterà lo stesso, e li spenderà tutti, te lo assicuro!

— Va bene; farò così. Ma... e Lulù? Se Lulù, contro tutte le nostre previsioni, non volesse saperne di quella cignora?

— La signora Eugenia ha tanta pratica; ha tanto tatto! Speriamo. E poi, adesso l'hai vista; puoi giudicare tu stesso.

— Che bella faccia, attraente!

— Quelle son le donne!... Le vere donne!... La provvidenza!

— Quelle, sì; come la signora Eugenia, non come la Fáni! — Mormora Francesco tra sè.

Il pensiero della Fáni, che è stato per un momento sotto gli altri, ma che è sempre vivo e dominante nel suo cuore, è spinto a galla da un grande sospiro. Egli continua a camminare silenzioso per un lungo tratto di strada, poi d'improvviso, e toccando nel gomito il compagno, gli dice a mezza voce:

— Sai che cosa farò?

— A proposito della signora Eugenia o di Lulù?

— No; a proposito della baronessa Stefania.

— Ah?... — L'avvocato cambia subito d'espressione, sogghigna, ritorna ironico.

— Non voglio più mettere i piedi in casa Arcolei; ma ho l'obbligo di salvare almeno certe apparenze.

— Naturalmente!

— Oggi, sarebbe il suo giorno di ricevimento; ma invece oggi non c'è, perchè è di turno all'ospedale. È nella Commissione delle dame visitatrici. Io, per altro, non sono obbligato a saperlo: vado, non la trovo e lascio il mio biglietto. Un altro giorno, invece dell'ospedale, ci sarà la visita a qualche asilo, oppure seduta al Consiglio direttivo delle Piccole Suore, o la conferenza di monsignor Flamberti al Sacro Cuore: torno, e le lascio un altro biglietto. Andrò qualche sera, quando sono ben sicuro che è a teatro, e appena mi fosse possibile di affidare Lulù alla signora Eugenia, vado a finire l'Arianna a Bordighera o a Mentone. Va bene così?

— Va benissimo; ma, per altro, fa tutto ciò che vuoi fare, senza pensarci troppo. E adesso?... Io devo andare in tribunale, e tu?

— A casa, a far colazione. Ma prima vieni con me a prendere una bambola. Titi ormai è tutta rotta, sudicia. E pensa che certe volte mi tocca anche di baciarla! Sai dove si vendono le bambole, quelle proprio belle, ben vestite?

— Dalla Bellotti, sotto la Galleria. Ne ho presa una a Natale per una mia nipotina; ha fatto furori!

Il Roero compera una bambola magnifica; la più bella che ha la Bellotti. È una bambola elegantissima, vestita color celeste, con un gran cappellone celeste, abbigliata, pettinata, messa in tutto punto, proprio come una vera signora. Il Roero l'ha scelta apposta con gli occhi nerissimi, coi capelli nerissimi e con la piccola testina rotonda come Lulù.

Somiglia a Lulù!

— Così, — dice sorridendo all'Olivieri, — farò felice quel demonietto! Lulù, per oggi almeno, sarà tutto il giorno occupata colla sua bambola, mi lascierà in pace e si metterà di buon umore per quando verrà la signora Eugenia.

Francesco Roero, quando torna a casa, trova Lulù seduta sotto il pianoforte, nel salotto, in istrettissimo colloquio con Titi.

— Dove sei?

La bimba si curva e rimane tutta raggomitolata per nascondersi e per farsi cercare.

— Che cosa fai li sotto?... Ti vedo!... Vieni fuori!...

Lulù non risponde, ma alza il capo, spinge innanzi il visino e lo fissa con gli occhi ridenti.

— Vieni qui! Vieni fuori!

— Più Lulù!... Lulù andata a cagia.

— Ma no che non è andata a casa!... Se la vedo! Guardala lì!

— Titi, andata a cagia! — Esclama Lulù con un piccolo grido di allegrezza, come un uccellino che trilla sbattendo le ali.

— Ha fatto benissimo, perchè non si lavava mai la faccia.

— Brutta, Titi!

— Da brava! Da brava! Vieni qui, presto! Vieni a darmi un bacio.

La bimba continua a fissarlo sorridendo... si strascica carponi, poi si rizza di colpo e corre precipitandosi contro le gambe del Roero.

— Un bacio!... Non mi dai nemmeno un bacino?

Ella fa cenno di no, stringendo gli occhi... ma subito con un nuovo grido di allegrezza, abbassa la testina, solleva i capelli, e riceve il piccolo bacio sul collo. Poi lo guarda tenendosi colle mani aggrappata alle sue gambe:

— Sei venuto in carroccia?... Perchè?

— Oh bella! — Francesco è maravigliato. — Come hai fatto a capire che sono venuto a casa in carrozza?

La bimba invece di rispondere ripete la domanda:

— Sei venuto in carroccia?... Perchè?

— Perchè... non ero solo. Ero con... con una signora!

Lulù si ferma, ritta su due piedi, aggrottando le ciglia.

— Una bellissima signora! Che rassomiglia a Lulù! — Soggiunse in fretta, il Roero.

In quel punto si ode una grande scampanellata, e Giovanni sollevando la portiera si presenta sull'uscio serio serio, coll'aria di annunziare una visita d'importanza:

— C'è di là una signora... francese; una signora contessa appena arrivata da Parigi. Ha domandato se qui ci sta una certa signorina Lulù, e vorrebbe farle una visita. La faccio entrare?

— Certamente! Certamente! Non bisogna far aspettare le... le contesse di Parigi! — Il Roero osserva con un po' di inquietudine Lulù, rimasta immobile con gli occhi sempre fissi verso l'uscio e le ciglia aggrottate.

Giovanni, uscito appena fatta l'ambasciata, rientra subito con la Luisa tenendo ciascuno la bambola per una mano e facendola avanzare a piccoli passettini.

— Ecco la signora contessa di Parigi.

— Guarda, Lulù, che bella signora!

— Ha i capelli neri come i tuoi! Ha gli occhi, guarda, come i tuoi! Ti rassomiglia! — Continua a ripetere il Roero, mentre Luisa e Giovanni fanno saltellare la bambola dinanzi a Lulù.

— È una gran dama, venuta apposta da Parigi per far visita alla signorina Lulù! Una contessa, nientemeno!

Ma Lulù indietreggia sempre finchè urta e si ferma con le spalle contro una poltrona: allora quando ha la bambola vicina, la respinge con un moto di dispetto, mentre con un braccio si nasconde gli occhi per non vederla.

— No! Non voglio conteccia!... Via! Va via! — E la bimba, pestando i piedi, strillando, prorompe in un pianto dirotto.

Padrone, servitore e bambinaia si guardano maravigliati e quasi mortificati da quel mal esito inaspettato.

— Forse la crede proprio un'altra bambina come lei, ed è gelosa!... — Osserva la Luisa.

Ma il Roero comincia a sbuffare e a perder la pazienza.

— Guarda! È una bambola!... Una bambola come la Titi! L'ho presa apposta per te!... È tua!... Prendila! È tua!

Non c'è verso! Lulù non vuol guardar la bambola e continua invece a respingerla furiosamente, a battere i piedi per terra, a strillare sempre più forte.

— Finiscila, vivaddio! Finiscila o ti mando subito dalla signora Carlotta!

Oh sì! La bimba si mette a strillare ancora più di lena.

— Cattiva! Peste! Sei una peste! — Grida il Roero addirittura furibondo. — Lasciamola qui sola, finchè si è sfogata! Finchè ha perduto il fiato! Andiamo, Giovanni, presto!... La mia colazione.

Ma appena rimasta sola con la Luisa, Lulù si calma come per incanto e il suo visino e i suoi occhi non hanno quasi più traccia di tanta collera, di tanto dolore, nè di tante lacrime sparse. Ella guarda la bambola che Giovanni, prima di uscire, ha messo in piedi in un angolo del canapè, poi guarda la Luisa:

— Brutta... conteccia!

— Ma no, invece, che è bella, molto bella!... Guardala bene! Non hai voluto nemmeno guardarla!

Lulù lentamente si avvicina al canapè fissando, divorando la bambola con gli occhi. Ma è ancora adirata contro la bella signora di Parigi capitata in carrozza col suo amico, perchè mentre l'osserva attentamente si dà l'aria, come per farle dispetto, di disprezzare tutto ciò che più l'ha colpita e la colpisce nella sua sfarzosa toletta.

— Brutto... cappellino!

— È molto bello invece! Guarda che bella piuma! Proprio all'ultima moda!

— Brutte... scarpine.

— Ma no!... Sono scarpine verniciate! Nientemeno! E che belle calzettine di seta!

— Brutte... calzettine!

— Ma tu, dimmi, — le domanda la Luisa, accarezzandola, dandole un bacio, mentre Lulù appoggiata in piedi al canapè, fissa sempre la bambola, — dimmi la verità, tu, appena l'hai vista, l'hai creduta una bambina, proprio una bambina vera, viva, come te?... Invece no, guardala bene: non vedi che non si muove?.. È un regalo che ti ha portato il signor padrone!

— Cattivo... quello là!

— Ma si dice quello là, al signor Francesco? — La Luisa non può tenersi dal ridere.

— Brutta conteccia! — Continua a bisbigliare la bambina, ma adesso l'espressione del viso non corrisponde più alle parole. La guarda cogli occhi incantati, si arrischia, comincia a toccarla... le tocca, le tira un ricciolo di capelli. — Sono proprio capelli veri! Allora Lulù va in estasi; salta sul canapè, prende in braccio la bambola e vuol levarle subito il cappellino.

— Mia... conteccia!

— Sì; è tua.

— Porto cagia mia.

— Sì, puoi portarla a casa tua, puoi portarla dove vuoi!

Lulù si stringe la bambola contro il petto e le imprime un gran bacio sulla faccettina di biscuit in segno di riconciliazione e di amicizia, ma più ancora in segno di conquista, di possesso, e subito scivola giù del canapè, sempre colla sua puppattola ben stretta fra le braccia, attraversa trotterellando il salottino e corre nello studio a cacciarsi sotto la scrivania dove ha la sua seggiolina e c'è il lettino, il carrettino di Titi, dove ha la cagia sua e dove la signora Eugenia quando viene verso le quattro, come ha promesso, la trova ancora tutta intenta e occupata colla sua conteccia.

La signora Eugenia, appena entra nello studio accompagnata dal Roero, va direttamente verso la scrivania, e curvandosi per avvicinarsi a Lulù e sorridendo, si mette subito a discorrere come se già si fossero conosciute da un pezzo.

— Son venuta per vedere se quella signorina lì, — e indica la puppattola, — sa ben contenersi, se è savia, oppure se fa capricci.

Lulù seduta sul panchettino colla sua bambola in grembo che adesso dorme, stanca di visite e di ricevimenti, caccia innanzi la testina sotto la scrivania e cogli occhioni neri lucenti, guarda fisso quella signora che le parla con tanta naturalezza, con tanta confidenza, senza volerla subito abbracciare, nè voler darle subito dei baci.

Il lungo esame è riuscito certo favorevole alla signora Eugenia. Lulù, quando ha finito di guardarla, le indica la bambola e le impone silenzio col ditino:

— Dorme.

— Allora zitti, tutti zitti! Bisogna far pianino pianino! — Bisbiglia la signora Eugenia, sommessamente.

— Dorme, — ripete Lulù, contentissima di essere secondata in quell'idea, e così il primo incontro passa tranquillo e sereno, come nessuno avrebbe mai osato sperare.

Il Roero è soddisfattissimo:

— Brava! Molto brava! È certo anche la sua voce così dolce, così armoniosa, che fa subito colpo sui bambini e che li persuade.

— Oramai il passo più difficile è andato bene! — Risponde sottovoce la signora Eugenia, rizzandosi sorridendo.

Ella è un po' rossa, accesa in viso e il suo occhio sempre così calmo e sicuro sfugge, adesso, quello del Roero. Il trovarsi a un tratto e con tanta intimità nello studio del giovine letterato, le fa una forte impressione che non può del tutto nascondere. Guarda in giro curiosa ed estatica, osservando ed ammirando.

— Segantini e Favretto? — Esclama vivamente indicando i due quadri famosi.

— Sì.

La signora Eugenia continua a guardarli a guardarli, ma non aggiunge altro. Il suo entusiasmo si esprime tutto cogli occhi in un sentimento quasi di devozione... e non ha parole.

Come scotendosi da quell'estasi, soggiunge soltanto:

— Ella deve scrivere delle gran belle cose in questo studio, in questo.... ambiente. — E torna subito vicino a Lulù, curvandosi vivamente per vederla sotto la scrivania.

— Dorme ancora?

— Ci; ma adesso si sveglia.

— Allora vieni un po' qui! Lasciamela vedere!

Il Roero spinge una poltrona verso la signora Eugenia, che siede ringraziando con un cenno del capo. Lulù le porta subito la bambola sulle ginocchia e vi si appoggia anche lei liberamente.

— E come si chiama questa bella signora?

— La mia.... conteccia!

— Non si parla così. Bisogna pronunziar ben chiare le sillabe: Con-tes-sa, colla doppia esse, ssa. Proviamo insieme: Con-tess....

— Con-tessa!

— Brava! Ma brava la mia Lulù! Allora giacchè sei tanto brava, mi darai anche un bel bacio!

La bimba alza il visetto e subito le scocca un bacio sulla bocca, in fretta, non volendo perder tempo.

La signora Eugenia rizzando la bambola e tenendola in piedi sulle ginocchia, si effonde in grandi ammirazioni.

— Che cappellino magnifico! E anche le sottane di battista ricamata?... Oh, oh! Ma che lusso!

Gli occhi della bimba sfavillano di gioia.

— Ma sai che il signor Francesco è molto buono? Lo hai poi ringraziato, proprio bene, per averti fatto un così bel regalo?

Il visino di Lulù s'intorbida un istante: non ha ancora perdonato a... quello là, e colla sua furberia evita di rispondere.

— Dorme più... conteccia!

— Da brava! Da brava! Pronunzia bene la doppia esse come ti ho detto! Con-tess...

— Con-tessa! — Ripete la bimba con uno de' suoi piccoli gridi di allegrezza.

— Dunque, dimmi, lo hai ringraziato il signor Francesco?... Ricordati che il signor Francesco ti vuol molto, molto bene.

Lulù torna a oscurarsi e le sue labbra hanno un leggero tremito, finchè il Roero prendendola in braccio esclama ridendo:

— Facciamo la pace!... Facciamo la pace!

La bimba ride, gli si attacca al collo, lo stringe forte colle braccine, lo soffoca, gli tira i capelli, gli dà le botte, lo copre di baci.

La signora Eugenia riman lì come estatica e cogli occhi lucenti a guardare il Roero, a guardare Lulù. Quel «giovane papà» così buono, così affettuoso per quella bimba non sua... quella bimba così bella e così intelligente alla quale hanno ucciso il babbo, e che non ha la mamma, commuovono il suo cuore profondamente, esaltano la sua fantasia un po' romantica.

— E Titi? E Titi? — Domanda dopo un momento, riprendendo il suo ufficio, la sua parte di maestra. — Adesso mi farai vedere anche Titi?

Lulù la guarda attonita per un istante: se n'era affatto dimenticata!..... Ma soggiunge subito, già coll'istinto femminile, volendo giustificare il proprio oblio:

— Titi..... brutta!... Cattiva!

— Se è brutta è una disgrazia e perciò bisogna anzi volerle bene anche di più.

— Cattiva!

— Cattiva no, non può essere! Qui non ce ne sono di cattivi! I cattivi sono tutti lontani lontani, noi non ne conosciamo di cattivi!

Ciò persuade molto e va molto a genio alla piccina:

— Lulù... buona!

— Sì, anche tu sei buona, e adesso andremo insieme a cercare la Titi.

La signora Eugenia, prima di entrare nello studio per incontrarsi con Lulù, si era informata di tutto, e aveva già visto nel salotto, dov'era la vecchia bambola.

— Vuoi che andiamo insieme a cercarla?

— Cì!

— Ricordati; pronuncia bene la esse: ssì! Hai capito?

— Cì!

La bimba, che le ha presa la mano, tira di forza la signora Eugenia nel salottino dove, sotto il pianoforte, giace distesa la povera Titi senza una gamba e tutta a sbrendoli.

Lulù, fiera della sua Contessa, non vuol più saperne.

— Brutta!... Brutta Titi!

— Oh povera Titi! Povera la mia Titi! — La signora Eugenia con un accento di dolore e di grande commiserazione, raccoglie la vecchia bambola e torna a sedersi accarezzandola, cercando in qualche modo di aggiustarla.

Lulù si ferma ritta, immobile, sempre colla bella Contessa stretta fra le braccia, osservando la signora Eugenia.

— Povera Titi! Povera la mia Titi!... Chissà che dolore non aver più le carezze, non aver più i baci di Lulù!

— Brutta! — Ripete forte la bimba, per vincere col disprezzo l'interno rimorso.

— Brutta perchè Lulù non le vuol più bene!... Ma prenderò io a volerle bene, e tornerà bella. Adesso me la porto con me, vado a comperarle un bel cappellino; con una stoffa tutta a fiori, che ho a casa, le farò un magnifico vestitino nuovo, e quando sarà pulita e ben pettinata, e avrà ancora tutte e due le sue gambine, verremo qui insieme a trovarti e tu ritornerai a volerle bene. Quando dobbiamo venire?

— Stacera! — Esclama subito Lulù.

— No, stassera, — e la signora Eugenia ripete apposta le esse, — stassera è troppo presto. Non posso aver finito il vestitino. Verrò..... domattina. Sei contenta?

— Cì! Cì!

— No! Pronunzia bene la esse. Sss...

— Sss... cì.

— Cara! — La signora Eugenia le stampa un gran bacio sulla testolina rotonda in mezzo ai capelli nerissimi, fitti fitti e odorosi, mentre il Roero rimane sempre più stupito vedendo quel demonietto selvaggio così presto addomesticato, così tranquillo e ubbidiente.

— Anche il cappellino a Titi?

— Anche il cappellino.

— Anche le scarpine a Titi?

— Sicuro, povera Titi! Le prenderemo anche un paio di scarpine nuove. Come le vuoi? Di pelle nera o di pelle gialla, come ora sono di moda?

Lulù non risponde: sempre appoggiata alle ginocchia della signora Eugenia, alza gli occhi fissandola, mentre si prende un piedino con una mano:

— Anche il mio papà... porterà belle scarpine nuove.....

Poi, dopo un momento, soggiunge scrollando dolcemente la testina:

— Stacera no!... No, stacera... Dopo... domani!

IV. La Fáni innamorata.

— Appena posso affidare Lulù alla signora Eugenia, — aveva detto il Roero all'Olivieri, — corro a prendere il treno e vado subito a Bordighera o a Mentone a finir l'Arianna.

In un paio di settimane Lulù è stata felicemente conquistata dalla bella mammetta, ma il Roero, sempre dichiarando a tutti di voler partire e di aver una voglia matta di mettersi a lavorare, non si muove mai, e non fa mai niente. L'Arianna, con tutte le esortazioni della signora Eugenia, ammessa alle confidenze letterarie dell'elegante commediografo, rimane ferma allo stesso punto.

— Lavoro... qui! — E si batte la fronte colla mano. — Finchè non trovo il nuovo finale per il terzo atto, non posso ricominciare a scrivere.

Ma invece è un altro, è tutt'altro finale che ha sempre in mente il giovinotto! È il lieto fine di quella sua commedia di dispetti, di puntigli, di rabbia! Se l'Arianna è rimasta ferma allo stesso punto, la Fáni, invece, progredisce ogni giorno, e sempre più velocemente, con molto scapito, s'intende, per il povero Olivieri.

— Un chiacchierone che infila paradossi e paroloni e niente altro!..... Stefania un'intrigante? Una donna politica? Una donna pericolosa?..... Niente affatto! Ha dello spirito, ha del talento, vuol piacere e vuol che tutti le facciano la corte! L'Olivieri odia Stefania; è naturale: anche lui ha fatto fiasco! Però, sparlandone come fa, commette una indelicatezza!..... Carlo III, Emanuele II!..... Intanto nessuno può dir niente di positivo!..... Il ridicolo, la folla, il figlio di tuo padre... Tutta retorica avvocatesca! Oh, Rabagas, Rabagas, se la principessa di Monaco ti avesse concesso soltanto un'occhiatina!

È ormai pentito in cuor suo della risoluzione presa, della sua ostinazione di non metter più piede in casa Arcolei.

— Ho sbagliato. Invece di andarmene, di non farmi più vedere, dovevo rimanere e impormi! Ma adesso, abbassare le armi, cedere, non si può; vorrebbe dire sottomettermi per sempre a tutti i capricci, le bizzarrie, le tirannie della Fáni! Sopportare, accettare d'ora in poi, tutte le tremende civetterie della Fáni! Cedere, con quella donna, vuol dire perder tutto! Bisogna invece mostrarsi forte, prepotente, indifferente! Allora è lei che si riscalda, che prende fuoco..... Eppure no! È una donna troppo volubile, troppo strana; imperiosa e orgogliosa; manca di logica e non c'è un sistema possibile!.... Mostrarmi indifferente?..... Bravo!.... Son più di tre settimane che non mi fò vedere, che aspetto... e lei non si muove!... Niente!... Ha mandato un libro, una volta, poi suo marito, poi... più niente! Che cosa c'è di nuovo?... Perchè ci deve essere qualche cosa di nuovo!..... Tanta indifferenza, tanta freddezza, se fossero vere, sarebbero inesplicabili! In fine, se non me l'ha detto chiaramente, mi ha fatto capire chiaramente di amarmi!.... È stata qui!.... È venuta qui!.... Qualunque donna innamorata, che ha perso la testa non può far di più... È rimasta piccata! S'è messa anche lei di puntiglio!... Ma è innamorata... cederà!

E ogni volta che esce di casa o che rientra, lancia un'occhiata ansiosa nella sua casella in portineria, ma il libro avvolto nella solita carta azzurra, il libro tanto desiderato, non c'è. Ad ogni suono di campanello, spera un bigliettino da casa Arcolei; e tutte le sere, dopo le cinque e mezzo, manda fuori Lulù, manda fuori la Luisa e aspetta, dietro l'uscio, spiando ogni passo, ogni rumore, aspetta coll'orgasmo, colla febbre chiamando la Fáni, invocandola, minacciandola:

— Oh, se ritornasse!... Se ritorna!

Il campanello rimane sempre muto, la scala silenziosa. Nessuno entra in casa, nessuno si muove, nessuno vien mai a cercarlo a quell'ora! Almeno avrebbe un istante di speranza, di gioia!

Quando dopo aver atteso, sempre invano, per un'altra settimana, si persuade che la Fáni, ostinata, non cede e non si muove, manda al diavolo ragionamenti e risentimenti e pensa soltanto a trovar l'occasione, il pretesto di arrendersi, anche senza onore.

— Ah, sì! Sì! Voglio finirla! Finiamola!

E subito, l'innamorato, respira più libero e si sente felice.

— Sarà quel che sarà!... Dirà Rabagas tutto ciò che vuole, ma io non posso vivere, non posso stare senza quella donna!.... Sarà quel che sarà, e anche se non diventerò nè un grande scrittore, nè il drammaturgo della folla, poco male: tante seccature di meno! La Fáni, quando vuole, è molto più bella, più cara e più desiderabile anche della gloria!

E fischiettando la Carmen, ride alle spalle di... Rabagas.

Quel giorno stesso, alle cinque, l'ora solita di donna Stefania, va a fare una gran visita alla signora De Angelis; ma donna Stefania non si fa vedere. Anzi, è la signora De Angelis medesima che ne chiede notizia al Roero.

— Come sta la Fáni?..... È un secolo che non la vedo!

La mattina dopo, egli gira su e giù per via Manzoni, per via Santa Margherita, attraversa più volte piazza San Fedele, all'ora della messa... niente. Gira su e giù per il Corso, niente; non solo non vede la Fáni, ma nemmeno Carletto e Manòlo!...

Comincia a diventar nervoso, a inquietarsi, ad arrabbiarsi.

Come sarebbe stato felice in quel momento se gli fosse apparsa da lontano la devota voluttuosa, sia pure anche fra i due suoi antipatici corteggiatori!

Disperando, ormai, per quel giorno d'incontrar la moglie, si mette sulle tracce del marito. Gli fa la posta nei dintorni del municipio, in piazza della Scala, al club: anche don Giulio è invisibile. Al club, per altro, il Roero riesce a scoprire Carletto e Manòlo, loro due soli, in un salottino appartato, che giuocano all'écarté, e la vista dei due rivali, invece di turbarlo, questa volta lo consola.

— Finalmente!... Adesso saprò che cosa c'è di nuovo.

Il Faraggiola e l'Estensi lo accolgono con insolita cordialità e tutt'e due lo salutano chinando il capo allo stesso modo e tutt'e due torcendo le labbra, che stringono la sigaretta, colla stessa smorfia, che esprime il loro compiacimento, la loro simpatia.

— Oh! Oh! Il nostro caro Roero!

— Oh! Oh! Carissimo!

— Che miracolo!

— Un vero miracolo!

I due lions invitano il Roero a sedersi al loro tavolino e a puntare: ma non parlano di donna Stefania, non accennano nemmeno a casa Arcolei, il che, data la fine diplomazia e il riserbo abituale dei due perfettissimi gentiluomini, non turba il Roero, non lo inquieta; anzi, tutt'altro!

È questa la prova evidente che nel regno della Fáni non è successo nessun rivolgimento. Anche quell'accoglienza amabile, quasi festosa è indizio certo di ordini emanati dall'alto, per richiamare a corte il disertore indispettito.

Così il Roero si trova bene a quel tavolino; punta, perde, e contentissimo di perdere continua a gorgheggiare la Carmen in barba a Rabagas!

Lì, tra il Faraggiola e l'Estensi, tra Carletto e Manòlo, gli sembra quasi di aver vicina la Fáni e respirarne l'odore a pieni polmoni. L'ha ritrovata, finalmente, e finalmente egli riprende le abitudini e ricominciano per lui le ore dei giorni trascorsi, i giorni dell'amore e delle furie gelose che, visti da lontano e dopo il timore di averli forse perduti, risorgono ad uno ad uno e si distendono nella memoria sereni, incantevoli, pieni di sole.

Punta, perde, continua a perdere allegramente... ma poi, a poco a poco cessa dal gorgheggiare e diventa pensieroso:

— Come mai?... Restano al club tutto il giorno?... Ma non devono trovarsi alla carrozza di donna Stefania sui bastioni, o con don Giulio a qualche seduta? Che la mia tattica risoluta e coraggiosa abbia determinata la disgrazia di Emanuele secondo e di Carlo terzo?

Ed il Roero ironico, dimentica d'essere Francesco primo e ha un lampo di gioia. Osserva più attentamente il Faraggiola e l'Estensi; non sono in abito da visita, c'è dello sforzo nella loro gentilezza, dell'amaro nei loro sorrisi.

— Oh, poveri disgraziati!..... Adesso mi spiego perchè stamattina, sul Corso, non ho veduto nessuno!

Smette di puntare, si alza, paga in fretta e se ne va.

— Farò io una corsa sui bastioni!... Voglio vedere, per curiosità, se c'è donna Stefania. Se ci fosse... potrei anche fermarmi un momento alla sua carrozza, e salutarla. Un semplice saluto, su due piedi, è un dovere di cortesia; è come portare il biglietto di visita..... Io resto irremovibile al mio posto; intanto..... sentiremo lei, che cosa dirà.

Sui bastioni la carrozza di donna Stefania non si vede.

— Forse è troppo tardi! — Francesco guarda l'orologio. — Sicuro! Sono le cinque e mezzo!... Maledetto il giuoco!

La sera torna al club, naturalmente per far ancora la posta a Carletto e a Manólo. I due vi sono infatti; e quando egli entra nella gran sala, gli sembra di scorgere un cenno, un atto istintivo di dispetto, col quale il Faraggiola avverte l'Estensi della sua presenza. Tutti e due leggono il giornale e fingono di non vederlo. Allora il Roero mostra a sua volta di non vederli. Prende una rivista e passa nella sala attigua, sedendosi in modo da poterli sempre tener d'occhio.

— Sono un uomo di spirito, diavolo! E non devo abusare..... dello spirito degli altri! Bastano gli sforzi di amabilità e di buon umore ai quali li ho costretti nella giornata!

Alle nove e mezzo Carletto e Manólo si scambiano il giornale e non si muovono..... Alle dieci si alzano..... ma tornano nel solito salottino appartato e si rimettono, lor due soli, serii e gravi, a giocare all'écarté.

Oh poveri infelici!

Francesco, in quel momento, è sicuro della loro disgrazia e abbraccerebbe dalla gioia non solo la Fáni, ma anche don Giulio.

— Domani è il suo giorno; vado da lei e prestissimo.

E in fatti ci va.

— La signora baronessa?...

— La padrona non c'è! — Risponde il vecchio portinaio affacciandosi all'uscio della porticina col berretto in mano.

— Come non c'è? Oggi non è il suo giorno di ricevimento?

È il suo giorno di ricevimento, ma non c'è. È andata in campagna. È andata a Borgoprimo.

— È andata a Borgoprimo? Con questo freddo? Ma da quando?

— Da una settimana.

— E ritorna?

— Uhm!... Questo non si sa!

— Don Giulio, per altro, è a Milano?

— Don Giulio?.... — Il portiere ha un risolino strano, tra l'ironico e il beffardo. — Don Giulio pure è a Borgoprimo.

— Anche don Giulio?..... Anche don Giulio da una settimana?... A Borgoprimo?

— Così ha lasciato detto. Ma per le lettere, se il signore volesse scrivere, abbiamo ricevuto l'ordine di mandare quelle della padrona a Borgoprimo, e quelle del padrone, invece, al signor ragioniere.

— Allora dunque... — Il Roero sta per fare un'altra domanda, forse altre cento domande, ma il risolino del portinaio diventa sempre più significativo... Quel vecchio chiacchierone lo fissa in un certo modo...

Il Roero frena un impeto di rabbia; leva di tasca il portafoglio, lo apre nervosamente, prende un biglietto di visita, lo dà borbottando: — Per la signora baronessa! — e senz'altro volta le spalle.

— Che cos'ha da ridere?... Ride di me quella faccia rasa da sagrestano?

Ma poi, del portiere si dimentica subito.

— Partita! È partita! È a Borgoprimo da otto giorni!... Ecco spiegato perchè non l'ho più vista, perchè il Faraggiola e l'Estensi non si muovono dal Club! Ecco spiegato tutto!... Cioè no; non è spiegato niente... nientissimo! Come mai quei due Kakatoa indivisibili non hanno spiccato essi pure il volo per Borgoprimo?

... La Fáni, a Borgoprimo, nell'alto Varesotto, quasi in montagna, con questo freddo e con Gajarre alla Scala? E don Giulio, il nuovo Belloveso, abbandona Milano che ha da rifare e parte per... non si sa dove?

Altrettanto il Roero è andato in fretta e giulivo verso casa Arcolei, altrettanto se ne ritorna passo passo, a capo chino, meditabondo.

— È successo qualche cosa!... Certo, qui c'è sotto qualche cosa!...

La Fáni è partita! Questo è l'importante ed è questo il pensiero che lo addolora, che lo inquieta, che lo inasprisce.

— Civetta!... Una gran civetta e nient'altro!... Ha proprio ragione l'Olivieri!... Partita, senza farsi più viva! Civetta e orgogliosa! Forse lo ha fatto apposta!... È sicuro, è sicurissimo anzi, lo ha fatto apposta; è partita per vendicarsi! Io non mi faccio più vedere e lei mi pianta. Civetta! superba e, come tutte le bigotte, anche vendicativa! E io, adesso, che cosa fò?... Andare per otto giorni all'Excelsior, a Varese?... Da Varese a Borgoprimo, un'oretta di strada... E don Giulio?... Lui non è certo partito per il dispetto di non vedermi più!... Ma che cos'ha la gente da voltarsi, da guardarmi con tanta curiosità?...

Passando dal Cova, entra nella confetteria per far mandare a casa i soliti dolci a Lulù. È l'ora di moda, c'è folla e vi ferve una discussione animatissima... Appena entra lui, si fa silenzio: tutti lo salutano in un certo modo, come per fargli le condoglianze.

Il Roero, senza spiegarsi il perchè, si sente impacciato e se ne va subito, dimenticando i dolci e Lulù.

— Quante persone antipatiche ci sono a questo mondo! E come taglierei volontieri la faccia a qualcheduno!

Tanto per sfogarsi, entra nella Patriottica, che è lì accanto, e passa subito in sala di scherma.

— Un assalto per stendere i nervi!... Mi farà bene!... Oh Dio, anche Nicoletto Loreda!

E borbotta fra' denti: — Noioso seccatore!...

Nicoletto Loreda, in tenuta di scherma, strepita come un ossesso, facendo crocchio col maestro e con due o tre dilettanti.

— Ma che nome! Ma che apparenze!... Prudenza!.. Paura bella e buona! Se fosse stato un uomo di fegato e se non avesse avuto di fronte un ufficiale, io credo che anche l'Arcolei sarebbe stato felicissimo di poter mettere le cose apposto a modo mio, così, — e Nicoletto Loreda fa fischiare il fioretto partendo dalla guardia con una spaccata terribile!

Francesco impallidisce, ma poi si rimette subito e si avvicina al gruppo, stringendo la mano al maestro, a Nicoletto Loreda e salutando gli altri che non conosce o conosce appena di vista, con un inchino profondo.

— Che cosa c'è? Chi vuoi ammazzare? — Domanda al bollente Achille, sorridendo.

Il Loreda frequenta pochissimo la società ed è fuori del giro di casa Arcolei; gli altri, un commerciante tedesco e due giovani studenti, non hanno mai sentito a parlare... di Francesco primo: gli rispondono però tutti insieme, contenti di entrare in discorso con uno scrittore di moda, e di offrirgli un soggetto per un dramma o per una commedia.

— La moglie dell'assessore Arcolei... — Una bellissima signora!... — Una signora della prima aristocrazia di Milano!... — È fuggita con un tenente di artiglieria!... — No, con un capitano di cavalleria!... — Un principe romano! — No, napoletano!... — Torinese! Ve lo dico io, perchè lo so! L'ho conosciuto al bar!

— Sia chissisia, questo non importa, è indifferentissimo! — Strilla Nicoletto Loreda diventando più rosso d'un peperone. — È il marito che bisogna... fotografare! Il marito che approfitta dell'occasione per fare un viaggio in Egitto!

— Impossibile! — Prorompe il Roero furibondo. — Impossibile! Tutte falsità!

A quello scoppio improvviso di collera, il Loreda e gli altri ammutoliscono, guardandosi stupiti.

— Ma pure...

— Io l'ho saputo da un redattore della Difesa, la gazzetta ufficiale di casa Arcolei!

— Falsissimo, ripeto!

— È voce generale.

— Lo dicono tutti, che sono scappati, moglie e marito!

Il Roero, dopo il primo impeto, riesce quasi subito a reprimersi, a dominarsi.

— Tutti, — risponde con un breve sorriso e assumendo a sua volta il sussiego amabilmente benigno del Faraggiola e dell'Estensi verso la gente spicciola. — Tutti, vuol dire nessuno; precisamente! Io ho l'onore di conoscere quella signora da molto tempo; sono amico dell'Arcolei e posso assicurare che il racconto di questa doppia fuga può essere grottesco..... o spiritoso, secondo i gusti, ma niente affatto verosimile!

Nicoletto Loreda si risente e vorrebbe rimbeccare, ma il Roero, scrollando leggermente il capo, soggiunge appena qualche parola qualche motetto piacevole, poi si rivolge al maestro e mostrando d'esser venuto lì soltanto per questo, fissa un'ora per un assalto alla sciabola.

— Ho bisogno di affaticarmi, di stendere i nervi.

Il maestro s'inchina a mezza guardia:

— Il signor cavaliere sta troppo a tavolino!

Il Roero saluta tutti, assai cortesemente, da perfetto diplomatico, e se ne va, dopo aver accesa la sigaretta.

— Tutte falsità! — Borbotta fra sè. — Tutte grottesche, stupide, volgari falsità! Eppure... tutto falso, no! Con niente non si inventa niente! Qualche cosa di vero ci dev'essere, c'è! Intanto... la Fáni è partita! Don Giulio è partito!... E il riso, il sogghigno petulante di quel vecchio custode di refettorio? Vivaddio qualche cosa c'è, c'è, c'è! Ah, infame! Maledetta!

E quel che c'è, se c'è un amante, bisogna saperlo! Subito!

— Un amante?... Può darsi. Ma compromettersi? Far pazzie? Perdere la testa? Lei? Donna Stefania? Così astuta, così abile, così ipocrita, così calcolatrice? Impossibile! È impossibile.

Bisogna saper tutto, subito. Non ci sono più esitazioni, riguardi! Al diavolo l'amor proprio, la diplomazia, la gelosia. I due che possono sapere, che sanno qualche cosa, sono il Faraggiola e l'Estensi.

L'Estensi è il più vicino. Sta in via Bigli.

Il Roero salta in carrozza, e si fa condurre dall'Estensi a gran carriera.

Ma il servitore che apre al Roero non lo conosce, non l'ha mai visto, e sembra esitare, incerto. Non sa rispondere se il suo padrone c'è o non c'è, se riceve sì o no. Il Roero insiste e l'altro, finalmente, si spiega.

— Il signor marchese è ancora a pranzo.

— A pranzo?... Così presto?

— Perchè deve partire, fra un paio d'ore.

— Parte? — Il Roero è fuori di sè. — Parte?... Anche lui, per l'Egitto?

— Nossignore; per Montecarlo, — risponde tranquillamente il servitore.

— Vi prego; consegnategli subito questo biglietto. — E il Roero gli dà un biglietto di visita, sul quale ha scritto col lapis: Una sola parola, in fretta!

Il servitore lo fa entrare in un salottino, si allontana un momento e ritorna subito, seguito dal marchese in persona.

— Voi, carissimo Roero?.... Avanti! Avanti!.... Trovate qui anche l'amico Faraggiola. Ha pranzato con me, perchè stasera partiamo insieme per Montecarlo!

— Non vorrei disturbarvi....

— Ma no; ve lo assicuro! Noi che abbiamo appena finito di pranzare prenderemo il caffè e voi invece berrete il vermouth!

Quando il Roero entra nel gabinetto, vicino alla sala da pranzo, dove appunto c'è il servizio del caffè e dei liquori, gli viene incontro anche il Faraggiola che sembra più alto e più biondo nell'abito chiaro da viaggio. Carletto non profferisce parola, ma le sue labbra si schiudono rotonde segnando appena un — oh! — di maraviglia e di piacere, mentre prendendo fra le sue la mano del Roero, la stringe con due forti scosse, in due tempi.

— Volete parlarmi?... Venite nel mio studio o verso prima il vermouth? — Gli domanda l'Estensi che, vestito di chiaro come il Faraggiola, sembra invece più bruno e più mingherlino.

— No! No! Posso parlare con tutti e due! Anzi, sono felicissimo di avervi trovati qui, tutti e due. Che cosa c'è di nuovo, di vero nelle chiacchiere messe in giro?

I due amici guardano il Roero, si guardano l'un l'altro, tornano a fissare il Roero... Adesso è la bocca di tutti e due che si apre rotonda, con un muto — oh! — di maraviglia.

— Si racconta, si grida dappertutto che donna Stefania è fuggita con un amante! Che don Giulio, pel dispiacere, è fuggito anche lui in Egitto! Ma tutto ciò è inverosimile! È grottesco!

— Naturalmente.

— Ma pure in fondo, un principio di verità ci dev'essere! Che cosa è successo?

— Ma...

— Ciò che voi avevate preveduto.

— Precisamente.

— Ma io non ho preveduto niente! Io vi ripeto, vi giuro, vivaddio, che non so niente, nientissimo.

— Scusate: non vi siete allontanato da casa Arcolei per... — l'Estensi si ferma.

— Per Cencino Parodi? — Continua il Faraggiola.

— Cencino Parodi? — Ripete il Roero che ancora non capisce, anzi, che capisce ancor meno di prima. — Cencino Parodi? Quel ragazzo, quel piccolo biondetto che fu raccomandato a donna Stefania, mi pare, da una zia di Genova?

— Ecco l'uomo.

— Ecce homo!

— Quel tenentino di cavalleria? Io non l'ho quasi mai visto e non ci ho mai badato!... Lo chiamavano il puppattolo, il giuocattolo, il...

— El bélee...

— El bel bélee!

— Appunto, mio caro!

— Il bel bélee è arrivato primo!

Il Roero attonito, stupefatto, sgrana tanto d'occhi:

— Impossibile!... Quasi suo figlio!... Potrebbe essere quasi suo figlio!... E poi uno stupido chiacchierino, cretino, petulantino!...

— Per questo, precisamente, perchè la cosa non era seria, perchè si prestava al ridicolo, don Giulio ha voluto intervenire, intempestivamente...

— Al solito, senza alcun tatto...

— E non ha fatto altro che attizzare il fuoco, invece di spegnerlo! Vero imbecille!

— Un imbécile!

E i piedi lunghi e stretti, colle ghette bianche di Manòlo e di Carletto, mossi, agitati nervosamente, sembravano quattro piccioni che si rimbecchino imbizziti.

Il Roero rimane immobile, la faccia stralunata.

— Don Giulio ha voluto gridare...

— Ha voluto imporsi.... — continuano gli altri due, sempre un po' per uno. — Ha voluto proibire le cavalcate, le trottate, e quando finalmente anche voi siete scomparso...

— Ma io...

— È montato in furia, esagerando come fanno tutti i timidi, tutti i pusillanimi, che si battono i fianchi per darsi coraggio.

— Ma io...

— Ha imposto alla moglie di mettere alla porta Cencino Parodi...

— Ha scritto, ha fatto scrivere al Ministero per fargli cambiar di reggimento...

— E allora donna Stefania, sapete com'è, per puntiglio più che per amore, ha perduto la testa e ha finito per esagerare moltissimo anche lei! Tutta colpa di don Giulio. Che imbecille!

— Un imbécile!

— Allora, dunque, è proprio vero? — Balbetta il povero Francesco, rimasto senza fiato.

— È proprio... scappata?

— Scappata, no. Ha dichiarato a suo marito che lei era nata per comandare e non per ubbidire, che ormai era stucca e ristucca di passar tutta la vita a non far altro che consiglieri comunali, per sostener lui e la sua Giunta, che quando lui voleva alzar la voce era troppo buffo, le diventava antipatico, e che lei, insomma, voleva divertirsi, voleva dividersi; ed è partita per la sua villa, la villa Eichelbourg, a Borgoprimo!

— E lui, Cencino Parodi, ha chiesto l'aspettativa ed è andato a Varese.

— La Fáni? Proprio la Fáni? Donna Stefania? — Mormora il Roero. — Lei così prudente, così piena di cautele, di riguardi, di rispetti umani, che ci teneva tanto al nome, alla influenza, alla sua piccola corte?... E per chi poi? Per che cosa?

— Per il frutto proibito!

— Ma... in così poco tempo? Così in fretta?

— Voi siete stato tutta una settimana senza farvi vedere, ciò ha messo in sospetto il marito, il quale mancando in questo caso dei consigli di sua moglie, non ha fatto altro che commettere un monte di spropositi.

— Se voi, caro Roero, foste rimasto tranquillo al vostro posto, forse forse...

— Ma io...

Manòlo e Carletto scrollando la testa vogliono interromperlo.

— Ma io... — ribatte l'altro più forte, — io non ho messo più piede in casa Arcolei perchè... perchè mi son sentito offeso! Non vi ricordate come sono stato accolto, anzi come mi avete ricevuto quella sera, dopo il duello del povero Savoldi?

Carletto e Manòlo stendono la mano quasi in atto di scusarsi, e il Roero, ancora colla faccia stravolta, la stringe a tutti e due.

— Don Giulio è proprio andato al Cairo?

— Ma no!

— Doveva andare a Salsomaggiore fra un paio di mesi...

— Gli abbiamo consigliato di anticipare.

— In questo frattempo il mondo comincerà a dimenticare, donna Stefania a ragionare, e Cencino Parodi a stancarsi... di Varese. Allora, vedremo. Per il momento siamo costretti a scappare anche noi! Continue domande, indiscrezioni, commenti, spiritosaggini...

— Ma fra un paio di mesi, chi ci pensa più? Donna Stefania non vorrà passare tutta la sua vita a Borgoprimo!

— E don Giulio?... Senza sua moglie sarebbe un uomo finito!

— Gran donna, del resto!

— Simpaticissima!

— Una vera donna, con tutte le qualità e con tutti i difetti della donna!

— Anche in questa circostanza ha mostrato coraggio, e in certo modo, anche carattere.

— E poi... gran bella donna!

— Straordinaria!

Sospirarono tutti e tre, anche il Roero.

— Eppure, — mormora il Faraggiola sottovoce, con grande convinzione, — io sarei pronto a scommettere... — E si ferma.

Il Roero lo fissa attentamente: l'Estensi approva col capo.

— Un riscaldamento subitaneo, — continua il Faraggiola, — nient'altro!

— Un colpo di testa!

— Di testa, soltanto.

— Passeggiate romantiche; la luna tremula, il paesaggio...

— Discussioni artistiche e letterarie...

— Ma poi, ripeto, son pronto a scommettere: anche Cencino Parodi... sul più bello... alto là!

— Retournons sur nos pas!

Tutti sorridono a questo punto: ognuno dei tre innamorati rammenta il proprio caso particolare, quando Stefania è stata lì lì, e poi è tornata indietro. Ognuno prova un senso di sollievo, di conforto e spera; Anche il tenentino... lì lì, ma poi... alt!

— Volete, caro Francesco? — L'Estensi gli offre il cognac. — Verso anche a voi un bicchierino?

— Mezzo soltanto, grazie.

L'antipatia, la diffidenza reciproca, il sussiego svaniscono naturalmente. Quando il Roero fa salire in carrozza Carletto e Manòlo, diretti alla stazione, tutti e tre si danno del tu.

Il Roero, che non vuol arrabbiarsi, ride nervosamente.

— Ah! Ah! Poveri diavoli! Costretti a scappare col cuore ferito e la paura del ridicolo! Io invece... l'ho piantata io, per il primo! Ha ragione l'Olivieri.

Dopo tanti giorni che tratta l'avvocato freddamente, che cerca di scansarlo, sente un improvviso bisogno di rivederlo subito, di stringergli la mano.

— Bravo Olivieri! Un vero amico!

Sa che l'avvocato pranza al caffè Martini, e va difilato a cercarlo.

— Pranzeremo insieme, e rideremo. Gli racconterò tutto. Anche la fuga di Emanuele secondo e di Carlo terzo!

Al Martini l'avvocato non c'è. Non è a Milano; è andato a Roma per una causa.

Il Roero non si arrabbia, perchè assolutamente non vuol arrabbiarsi. Ride e scherza colla padrona del caffè, involandole un mazzolino di mughetti ch'era sul banco fra una scatola di mostarda e il piatto del formaggio. Tracanna d'un sorso un doppio bitter con doppio cognac per mettersi appetito, poi va un momento al Cova per vedere chi c'è.

Il gran salone è affollato. Scorge un tavolino d'amici, ci va, e sempre parlando forte, sghignazzando per mostrarsi allegrissimo, siede ed ordina il pranzo.

— Ostriche, prima di tutto! Due dozzine! Ho un appetito fenomenale!

Non vuol più pranzare a casa. È molto più divertente pranzare al caffè, cogli amici che si possono cambiare tutti i giorni. È di buonissimo umore, sta benone, ma fuori di casa. L'idea di trovarsi solo nel suo quartiere, in camera sua, gli fa quasi spavento! È allegrissimo, ma per stare allegro ha bisogno di luce, di gran luce, di tutto quel mare di luce. Ha bisogno di trovarsi lì, sempre lì, in mezzo al moto, al frastuono, alla gente.

Dopo ingoiate le ostriche, ordina i piatti più straordinari, li assaggia appena, trova la cucina pessima, strapazza il cameriere, il direttore, e continua a bere. Dopo il Capri colle ostriche, una bottiglia di Gattinara.

— Ma come mai, — continua intanto a pensare, — fra tanta gente, non salta fuori il nome di donna Stefania e del suo bel belée? Mi credono addolorato, in lutto? Ma se invece sono felicissimo! Sono pieno di riconoscenza per il Parodi! Lo abbraccierei anch'io... quel bel belée!

Il Roero avrebbe abbracciato il Parodi, l'Estensi, il Faraggiola, tutti quanti! Uno solo avrebbe invece voluto strozzare: il marito; don Giulio.

— Che bestia! non è permesso di essere così bestia!

I commensali non hanno mai visto il Roero di un'allegria così rumorosa. Si mettono in sospetto, si guardano l'un l'altro ammiccandosi, e prudentemente nessuno parla del grande scandalo del giorno.

— Beviamo, una bottiglia di Champagne? — propone il Roero alla fine del pranzo.

— Volentieri, se offri! Faremo un brindisi all'Arianna!

— Abbasso l'Arianna e tutte le donne dell'arte moderna! Sono più stupide e più oche di una tedesca gonfiata di caffè e latte! Ah! Ah! Il romanzo! Il teatro naturalista! È la vetrina di un figurinaio!... Il verismo? Il documento? Ma se la verità vera, di ogni giorno, è tutto ciò che vi ha di più innaturale, di più illogico, di più inverosimile, di più fantastico, di più maraviglioso! I mariti, per esempio! Chi mai da Aristofane a Shakespeare, a Molière, dal Boccaccio all'Ariosto, a Cervantes ha mai saputo creare nell'arte uno di questi nostri mariti vivi, in carne ed ossa, così epicamente grotteschi e così buffonescamente tragici?

Fedora, la fioraia, una russa di Porta Ticinese, si avvicina al tavolino. Il Roero di solito molto serio e riguardoso, prorompe questa volta in grandi esclamazioni ammirative, stringendola con un braccio per la vita, regalando fiori a tutti gli amici, fissando a mezza voce un appuntamento. Quando Fedora se ne va, nel salutarla, le mette in mano un biglietto da cento lire.

— Siccome ho fatto l'esperienza che tutte le donne sono eguali in faccia alla morale e al sentimento, così, per me, io prendo sempre quelle colle quali si fa più presto! Dite la verità: mi avete mai veduto ad assediar fortezze décolletées difese colla polvere di cipria? Signore... mai! Perchè viaggiare in diligenza quando si può andare a vapore? Il paesaggio è il medesimo!

E continua a insistere, sperando che qualcuno lo interrompa, almeno con un'esclamazione, con un colpetto di tosse ironica... Invece, niente. Tutti bevono lo Champagne, rosicchiano dolciumi, ridono e approvano.

Il Roero non può più resistere; quel silenzio è troppo eloquente, offende troppo il suo amor proprio. Allora, per costringerli a parlare, dopo aver rotto un bicchiere a calice, battendolo con forza sul tavolino, si fa coraggio ed entra lui stesso nell'argomento.

— E i nostri buoni amici? Il Faraggiola e l'Estensi?... Partiti per Montecarlo!... Sicuro; li ho imbarcati io stesso, prima di pranzo...

Silenzio. Il discorso non attacca e il Roero non può spingersi più in là...

Ha bisogno di muoversi, di respirare. Al Cova si soffoca; passa un momento alla Scala. Subito, appena entrato nella barcaccia, si mette a parlar forte, a far chiasso... lo fischiano; egli risponde con ingiurie e se ne va brontolando e bestemmiando.

— Voglio andare al Dal Verme, al circo Guillaume. Almeno là si vedono le bestie vere!

Ma anche al Dal Verme, per poco, non attacca lite con un clown, per certi suoi scherzi fatti alla donna tigrata.

Ha sempre sete, e ha sempre bisogno di sfogarsi con qualcuno. Al Club, continua a bere cognac, giuoca, vince, vuol contradire a ogni cosa, cerca d'attaccar lite, ma non gli riesce.

Nessuno rimbecca, gli danno tutti ragione e lo guardano in un certo modo...

— Che musi stupidi! Hanno quasi l'aria di compassionarmi!

Ride ancora più forte, torna a fischiettare la Carmen, a decantare la bellezza di Fedora e tutte le sue perfezioni anche morali.

— È una buonissima ragazza, sincerissima in tutto, dal colore dei capelli... all'orario. Perchè anche Fedora ha un orario; tutte le donne hanno un orario...

Verso le quattro del mattino, solo solo, a piedi, perchè non trova più un brum, si avvia verso casa. È stanco, spossato. Ha il paltò aperto, tratto tratto si leva anche il cappello, non sente il freddo acuto, frizzante. A poco a poco cessa anche l'orgasmo, il ronzìo delle orecchie, il turbinio confuso della testa e comincia a rientrare in sè con un senso di sgomento.

— Che cosa ho fatto? Che cosa ho detto?... Che cosa avrò mai detto?

Pensa, ripensa, si sforza, ma non può, non si ricorda più niente!

— Che cosa ho detto? Ma che cosa ho detto?

Ha paura di aver commesso qualche indelicatezza, ha paura che gli sia sfuggito un qualche nome.

— Mi sentivo male, volevo stordirmi, ho bevuto... Tutto quel chiasso... Ho parlato, ho parlato... Ma che cosa ho detto?..... Se ho pronunciato il suo nome, se mi son fatto capire, sono un vigliacco!

Ad un tratto, appena da via Principe Umberto gli si affaccia via Principe Amedeo, si arresta sorpreso:

— Che cosa c'è?

In quel buio di tutta la casa, di tutte le case, si vede una delle sue finestre illuminata dietro le persiane chiuse.

— Che cosa c'è?

Inquieto affretta il passo, apre il portone, attraversa l'atrio, fa i pochi gradini d'un salto, e spalanca l'uscio del suo quartierino:

— Che cosa c'è... Chi è?

Subito non capisce, non ricorda, non vede bene chi gli viene incontro nel salotto...

— Sono io, signor Francesco.

È la signora Eugenia, fresca e rosea, in tutto punto nell'abito nero.

— La piccina, dopo la passeggiata, è stata poco bene e mi sono un po' spaventata. Le ho messo il termometro, aveva già la febbre altissima: voleva lei; chiamava il suo papà: «No, più dopodomani! Subito, il mio papà!» Ma presto s'è calmata; è venuto il dottore, ha preso il chinino. Adesso sta meglio, la febbre sembra scomparsa, dorme da due ore; è un angelo, povera Lulù!

— E lei?...

— Non mi sono fidata della Luisa; è troppo giovine; sono rimasta qui.

— Sarà..... sarà adesso molto stanca, povera signora?

— Oh no!..... Per una notte sola? — La signora Eugenia sorride, ma i suoi occhi hanno una leggera nube di mestizia. — Il dottore mi ha promesso di venir prestissimo; aspetto il dottore, e dopo la visita, se non c'è niente di nuovo, torno a casa. Lei, invece, non faccia complimenti. Vada subito a dormire. Io mi siedo lì, tranquillamente, a leggere. — E indica una poltrona, presso un tavolino, sul quale, accanto alla lucerna, c'è un libro ancora aperto.

Il Roero bisbiglia qualche parola, butta via il cappello, e senza levarsi il paltò si lascia cadere sul canapè.

Lulù, la signora Eugenia e tutto il resto, aveva tutto dimenticato.

— Vada a dormire, vada subito a letto! — Ripete la signora Eugenia. — Non c'è da inquietarsi, glielo assicuro. Dev'essere stata, come ha detto anche il dottore, una febbre effimera. Sono così frequenti nei bambini!... Sono stata un po' inquieta anche per colpa sua, non vedendola comparire, ma Giovanni m'ha subito tranquillata. M'ha detto che lo fa tante volte, di ordinare il pranzo, e poi di non tornare a casa!... Adesso, da bravo, vada a letto subito subito! Ha la cera così stanca!...

La signora Eugenia si avvicina di più, lo fissa attentamente, gli tocca i polsi, la fronte...

— Vada a letto, subito, subito!

La voce della signora Eugenia è carezzevole, penetrante; è una mamma col suo figliuolo.

— Già sicuro... — balbetta l'altro pallido, sfatto, i capelli ritti, guardandosi attorno trasognato. — Già, sicuro... Sono stato a cercare l'Olivieri... Non l'ho trovato... son rimasto fuori... ho pranzato al Cova.

— Il signor avvocato è andato a Roma e resterà a Roma per un paio di settimane.

— Ah!... Un paio di settimane?... A Roma?

— Ha una causa importantissima. Così mi ha detto ieri sera, quando è stato a salutarmi.

— A salutarla? C'è stato!... Poteva ben venire a salutare anche me!

— Sì... voleva farlo; ma poi non ha osato.

— Non ha osato? Come non ha osato?

— «Francesco,» il signor avvocato ha detto proprio così, «non è più lo stesso con me! Adesso non ha più nessuna confidenza; mi sono accorto che cerca anche di schivarmi.» Gli occhi della signora Eugenia continuano a sorridere, ma argutamente, con un po' di malizia.

In quegli occhi, in quello sguardo sembra al Roero di leggere un nome, il nome di Stefania; si alza torvo, minaccioso:

— Ma lei..... anche lei, che cosa crede?..... Vivaddio, che cosa crede?

E tutta la rabbia, la gelosia, le angosce che lo soffocano, che gli strozzano la gola, prorompono finalmente in uno sfogo di collera e di dolore.

— Perchè ride?... Sì, ride, ride, ha riso!... Ride di me come l'Olivieri, come tutto il mondo, perchè anche lei mi crede uno stupido, un vigliacco!

— Signor Francesco! Per amor di Dio! Non gridi così forte!... Lulù... di là... dorme! — La signora Eugenia fa presto a chiudere gli usci e a calare le portiere, perchè la bimba non abbia a svegliarsi, e perchè la Luisa non possa udire e ascoltare.

Ma l'altro è ormai fuori di sè, cammina su e giù, dà calci alle sedie, a tutto ciò che gli capita tra piedi.

— Voglio gridare! Sono padrone di gridare! Sono in casa mia! Sono padrone io! E voglio sapere da lei, signora, subito, voglio sapere perchè ride, voglio sapere che cosa crede e che cosa le ha raccontato l'Olivieri. È stato sincero, almeno? È stato proprio sincero? Le ha raccontato che anche lui è stato innamorato pazzo di quella donna?... Sì, sì! Pazzo, pazzo! Anche lui, pazzo come me, innamorato come me, perchè non sono io solo il ridicolo, lo stupido, e il vile... — Uno scoppio di lacrime gli rompe la voce e la parola e si butta disteso, bocconi sul canapè, continuando a piangere dirottamente.

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