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La Signorina

PARTE QUARTA LA SIGNORINA (continued 2)

Reading edition

— .... Per me, ben volentieri. Sempre.... Tutto ciò che vuoi! Ti confesso, per altro, che mi trovo in un serio imbarazzo. Come fare? Il Faraggiola e l'Estensi non sono a Milano... Andar apposta a cercarli per tener loro un simile discorso....

— Scrivi. Non vai a Zermatt? — Francesco risponde con un gesto che non è nè un sì nè un no, ma che Stefania crede un sì. — Scrivi loro, appena sei a Zermatt, che ti trovi benissimo, che c'è fresco e di venire a raggiungerti.

— Per scrivere, scrivo anche da Milano, se vuoi, oggi stesso.

— Meglio ancora. Bravo. Potreste combinare di fare il viaggio insieme. L'agosto è il più bel mese per la montagna.

— Tuttavia.... scusa, perchè, invece, non scriveresti francamente tu stessa?

— Perchè andrei suscitando chissà mai quali sospetti! — Ella torna ad avvicinare la fronte.... e finisce ad appoggiarla alla bocca del Roero. — Penserebbero che è un tuo capriccio; che sei tu, sempre geloso a sbalzi, che mi hai imposto di non ricevere, e un bel giorno, sono sicurissima, me li vedrei a capitare, mi farebbero una cara improvvisata! Vogliono distrarmi per forza!

— Ma io... se c'entro io, il pericolo è lo stesso, anzi è maggiore!

— No, no. Tu devi scrivere che mi hai veduta a Milano, un momento, alla sfuggita; è la verità... Che mi hai trovata molto stanca, molto abbattuta, che ho assolutamente un grande bisogno di riposo, di quiete per rimettermi in salute... e aggiungi anche questo — è la verità — che sono occupatissima, sempre sossopra, per l'amministrazione, per i legati... e che anche tu non vieni più, per ora, a Borgoprimo, non volendo seccarti con mia cognata e con mia nipote che vi faranno una lunga dimora.

— E anche questa... quasi quasi... è la verità! — Il Roero diventa vivace e buono. Promette alla baronessa di scrivere in giornata ai due amici in modo di spaventarli.

— Sta tranquilla! L'annunzio delle tue ospiti farà un effetto terribile!

— Lo credi? Proprio?

— Giuro! — E il Roero scoppia in una grande risata.

Lì per lì, scoppia a ridere allegramente anche donna Stefania, ma subito se n'avvede e torna seria. Tuttavia non è più il caso di mostrarsi gemebonda; si mostra invece gelosa:

— Adesso mi dirà poi, caro signore, che cosa ha fatto in tutto questo tempo... sempre a Lodignola.

Il Roero, prima di rispondere, cerca una sigaretta:

— Ho fatto molte cose. Anch'io ho voluto dare un'occhiata alla mia amministrazione; ho sistemato un po' le mie faccende.

— E a proposito, la pupilla? La cara orfanella? Sentiamo un po': vi vedevate spesso?

Francesco sembra distratto: si diverte a spingere più in alto il fumo della sigaretta.

— Mi sono informata, a suo tempo: non dubitare! — Donna Stefania stringe le labbra con una smorfietta sprezzante. — So, so; mi hanno detto: è diventata una nanerottola qualunque. È per questo che ti ho lasciato tranquillo a Lodignola.

Donna Stefania dà una languida occhiata al Roero appoggiandosi al canapè, allungandosi, stirandosi con stanca mollezza e agitando i piedini agili, nervosi che spuntano tra le sottane come i pistilli tra le foglie d'un fiore. Cerca la mano del Roero che non si muove, ma ad un tratto le sue pupille si fermano attente fissando l'uscio: ha un lampo, e una ruga le incide la fronte. Ella ha sentito camminare nell'altra stanza... Il passo si avvicina, e sulla soglia si presenta un giovinotto pallido in viso, gli occhi torvi. Donna Stefania s'è già alzata di scatto, allo schiudersi dei battenti.

— Ebbene, signor Enrico? Ha trovata la sarta? L'ha accompagnata come le ho ordinato? — La baronessa si frena a stento, il suo tono è aspro, imperioso.

— È di là, — risponde il giovinotto, esso pure con voce alterata e lanciando verso la baronessa uno sguardo di collera e di gelosia.

Il Roero non vede niente; pensa solo ad andarsene. Va a prendere, con aria diplomatica, il cappello, il bastone e ringrazia in cuor suo il nuovo arrivato che gli rende più facile il peggior passo... che nel suo caso è proprio quello dell'uscio.

— Baronessa, coraggio e... non dimenticate troppo gli amici.

— Come? Andate già? Così presto?...

— Sento che avete da fare: c'è la sarta.

— La sarta può aspettare. Guardate un po', Francesco, questo bel signorino! — La baronessa fa l'atto di presentarglielo. — Non lo riconoscete più?

Francesco saluta con un lieve sorriso, e guarda il giovine per la prima volta: è un bel ragazzo, piuttosto, ma dall'aspetto un po' volgare.

— No, proprio. — Il Roero s'inchina e si volta alla baronessa scrollando il capo: — Non ricordo di aver mai avuto il piacere...

— Ma... Enrichetto!... Il nostro Enrichetto! — esclama donna Stefania gridando e ridendo con foga esagerata. — Il figlio del signor Franzini!... Del nostro ragioniere!

— Ah!... — Il Roero si espande: strette di mano e complimenti; ma la scoperta non lo ha punto commosso. — Sia il benvenuto anche il signor Enrichetto! Io, intanto, saluto e me la batto! — Questo pensa in cuor suo e questo gli preme: nient'altro!

— È stato in Germania, fin'ora; a Francoforte. — La baronessa continua le cerimonie della presentazione.

— Benissimo!

— Alla scuola di commercio, dove s'è fatto onore.

— Bravo! Molto bravo!

— Adesso è nello studio col suo babbo; è di aiuto al suo babbo, e qualche volta, quando vengo a Milano, mi fa da cavaliere.

Donna Stefania sorride, rivolgendosi al giovinotto, con tutta la graziosa compostezza di una gran dama, sempre amabilissima, pur conservando le debite distanze.

— Poveretto! Deve aver messa a ben dura prova la sua pazienza!... Dica la verità? L'ho fatto correre su e giù tutta la mattina, abusando in modo indegno del suo tempo e della sua gentilezza!

Il signor Enrichetto si mostra pochissimo disinvolto. Resta lì duro, impalato; non risponde e non si muove. La baronessa e il Roero devono salutarsi dinanzi a quel tanghero che non capisce nemmeno di dover voltarsi un momento... a guardare i quadri.

— Donna Stefania, fate buon viaggio, e abbiate cura di non strapazzarvi troppo. Oggi stesso, scriverò a Carletto e a Manòlo.

— No, no! O all'uno o all'altro! Una lettera sola... per tutti e due!

— Da buoni fratelli!

— E ricordatevi, questo poi mi preme di più. Voglio conoscere minutamente i vostri progetti di viaggio. La Svizzera, sta bene; ma andrete proprio a Zermatt?

— Probabilissimo.

— Dovete scrivermi ancora prima di partire, e poi subito appena arrivato.

Si stringono la mano: la baronessa segue il Roero fin sull'uscio, bisbigliandogli qualche paroletta nel modo più confidenziale, più intimo, più affettuoso... e prima di lasciarsi si stringono un'altra volta, due o tre altre volte, la mano.

Il signor Enrichetto diventa prima rosso, poi pallidissimo.

V. Il Nino Moro.

Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda l'orologio e fissa subito il suo piano:

— È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a Lodignola.

Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.

— Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!

Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato: anzi, ormai, si sente affatto libero.

— Tanti saluti, signora baronessa!

Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che, invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.

— Tanti saluti, signora baronessa!

Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al Faraggiola e all'Estensi.

— Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci pigliare il volo a tutti e tre!

Torna a sorridere con un po' di malizia.

— Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo, se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a spegnere i lumi!

E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle sue idee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto, nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!

— E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura, la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!

Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto. Sembra diventi più giovine.

— E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!... Nanerottola!... Ah! Ah! — Francesco ride allegramente. — Vorreste avere la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci, intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo qualunque. Andiamo a vedere!

Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.

— Ecco! Quello è carino! — Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. — È carino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è diventato troppo stretto.

Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.

— Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!

Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a sorridere scrive sulla scatola di cartone: Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa. Sorveglia finchè la scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela mandino subito a casa.

— Subito, — ripete ancora nell'uscire. — Riparto oggi stesso.

E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.

— Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa!

Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella giovinetta.

Piccolissima Lulù, prepotentissima!

In quello stesso giorno, mentre il Roero faceva la sua visita a donna Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il Nino Moro di Lodignola.

— Come... Lei qui?

— Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor Roero.

— Va bene. — L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di collera, e si volta: — S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare, stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.

— Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! — Il Nino Moro sghignazza ironicamente e un lampo d'odio gli passa negli occhi. — C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero questo, che il signor Francesco mi ha mandato ipso facto a Casalpò a sorvegliare... quando fa la luna!

L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno, nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.

— Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di obbedire senza permettersi tante osservazioni.

— Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo, ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non ne voglio avere.

— Se avesse cuore, — ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita sempre di più, — s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua famiglia... e anche alla sua condizione.

Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue più sicuro:

— Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole, al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.

Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio, guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un momento si confonde e abbassa gli occhi.

L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna alla scrivania e siede.

— Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.

Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.

— Si accomodi.

Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi indifferente e sicuro.

— Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?

— Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.

— Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero, prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter rendere al suo benefattore.

— Benefattore? — Esclama il Nino Moro, balzando in piedi.

— Sissignore! Benefattore! — Ripete l'Olivieri alzandosi a sua volta. — Oh, no, no, non è il caso di sorridere e tanto meno di sogghignare! Non creda già che io voglia ricordarle i pochi aiuti materiali che posso aver dati a suo padre, i pochi vantaggi che posso aver procurato anche a lei. Ma che! Di tutto ciò, tanto lei, quanto suo padre, si sono già sdebitati col lavoro, coll'attività, colla fedeltà. Ma io, a lei.... Ma io, a te, a te, ragazzo mio, ho fatto del bene, del gran bene, non materiale, del bene morale. Io ho consigliato a tuo padre di mandarti a Milano a studiare; io, parlando, discorrendo con te famigliarmente, ti ho dato le mie idee sui diritti e sulla eguaglianza. Sono io, che ti ha aperto, rischiarato l'orizzonte, che ha spazzato via da Lodignola quegli avanzi del medioevo, quegli avanzi del feudalismo che vi regnavano ancora quando tu eri un ragazzo. È per questo, che io sono anche il tuo benefattore e che mi vanto di esserlo, ed è per questo che oggi io ti domando che cosa intendi di fare e in che modo intendi di lavorare. Voglio saperlo e ho diritto di saperlo! Sì, guardami pure: se ti senti del coraggio in faccia mia, anche questo lo devi a me: la tua fierezza, la tua coscienza d'uomo, te le ho date io!

Nino è diventato pallido, smorto, il suo sguardo è smarrito, si perde, il suo respiro si fa sempre più affannoso, vorrebbe rispondere, non può, non sa, ha un tremito, un sussulto.... Finalmente, dopo uno sforzo, balbetta colla voce rotta, rauca:

— Lo ha detto anche lei.... Il mondo non può più andar avanti così!

— Ma non l'ho detto per me! L'ho detto per gli altri... Pei molti altri che soffrono assai più di me... e di te.

— Lei non può sapere come soffro io! Quanto soffro io!

Lo sguardo vivo rilucente dell'avvocato sembra spegnersi in una malinconia profonda. Egli ha un lungo sospiro, poi riprende:

— Chi sa?... Forse potrei anche saperlo... più assai che tu non creda! Mettiti, per altro, ben in mente, che il mondo non potrà mai cambiarsi... come intenderesti tu. Al mondo ci saranno sempre delle belle ragazze che bisogna assolutamente dimenticare... perchè non si potranno mai sposare.

Il Nino Moro irrigidisce, aggrotta torvo le ciglia.

L'Olivieri gli si avvicina e gli prende una mano, affettuosamente.

— No, non irritarti, non l'ho detto per offenderti!... E continuo a darti del tu, come a un mio figliuolo. — Poi soggiunge con voce più sommessa: — Finchè al mondo ci saranno degli innamorati, ci saranno sempre dei felici e degli infelici. Coraggio, ragazzo mio! Finora hai agito da galantuomo, da uomo dignitoso e forte; continua così. Tu ami e non sei riamato? Ebbene per il momento sarà anche una disgrazia, ma non renderla più grande, forse irreparabile... E sopra tutto, ricordati, che questa disgrazia tua non diventi una disgrazia per nessun altri, nè per tuo padre, povero vecchio, che per te s'è levato il pane di bocca e che ti adora come il suo Dio in terra... e neanche per un'altra persona..... Specialmente per lei, se proprio le vuoi bene: per la signorina Elena.

Solo a sentire quel nome semplice e chiaro, «signorina Elena», il povero Nino scoppia in un pianto dirotto.

— Su! Su! Calmati! Coraggio! Sii uomo! — L'Olivieri a sua volta, allo spettacolo di quel dolore, alla vista di quelle lacrime, si sente sossopra. — Vivaddio, sii uomo!.... Quanto più si soffre, tanto più bisogna esser forti!

Il Nino Moro ha un impeto di rivolta contro sè stesso. Si asciuga le lacrime coi pugni chiusi, con dispetto, con rabbia:

— Sissignore... ha ragione lei; e anch'io, posso giurarlo, ho sempre pensato così: dev'essere una disgrazia soltanto per me. Per questo non sono più tornato alla Casa Vecchia, per questo rimanevo nascosto, non mi lasciavo più nemmeno vedere. Ma il signor Francesco, lui, non doveva mai fare ciò che ha fatto.

— Il signor Francesco? — L'Olivieri non capisce. — Che cosa ha fatto il signor Francesco?

— No! Non aveva nessun diritto! Sono il figlio del suo fattore, questo lo so e non l'ho mai dimenticato. Ma, come dice anche lei, signor avvocato, sono un uomo anch'io e, lo ripeto, il signor Francesco non aveva nessun diritto di trattarmi... come mi ha trattato!

— Ma, insomma, che cosa ha fatto?

— Mi ha mandato via dalla mattina alla sera, mi ha mandato a Casalpò con una scusa qualunque, perchè a Lodignola... gli davo ombra.

— In questo ha agito prudentemente! Ha fatto quello che, al suo posto, avrei fatto anch'io. Ti ha allontanato per distrarti, pel tuo bene.

— Nossignore! Soltanto... perchè gli davo ombra.

— Appunto, e lo approvo. Una ragazza, specialmente in un piccolo paese, è tenuta d'occhio, è subito compromessa. Basta un'imprudenza da parte tua anche involontaria, per far succedere dei pettegolezzi, dei guai. Il signor Roero ha l'obbligo di tutelare e di guidare la signorina Elena perchè è come suo padre.

— Ma che padre! Creda a me! C'è una bella diversità! Ah! Ah! Suo padre!

Il giovinotto dà in una risata ironica e l'Olivieri lo guarda attentamente.

— Suo padre? Comincia alla mattina a caracollare sotto le sue finestre a cavallo! Poi, tutto il giorno alla Casa Vecchia, a colazione, a pranzo, a insegnarle a giocare al tennis, a montare a cavallo; poi passeggiate, scarrozzate, anche di sera, col fresco e colla luna...

L'Olivieri lo interrompe indignatissimo:

— Basta così! Non ti permetto più una sola parola! La signorina Elena aveva quattro o cinque anni quando le è morto il padre, e il signor Francesco l'ha sempre tenuta come una sua figlia!

— Ma in tanto tempo che la signorina è stata a Lodignola, chi lo ha mai visto il signor Francesco? Ha aspettato che avesse... diciannove anni... a diventare suo padre!

L'Olivieri si arrabbia anche di più, non già contro il Nino, ma adesso contro Francesco.

— Quello là crede di essere a Milano, — pensa tra sè, — di poter fare come a Milano, di portare a Lodignola gli usi di Milano! Balordo e leggero! Crede ancora di giuocare con... Lulù... e non si accorge nemmeno che adesso Lulù è diventata una signorina di diciannove anni!

Tutte le ragioni che ha per non dubitare del Roero, l'Olivieri le espone con tanta persuasione, con tanta sicurezza, che il giovinotto comincia ad esserne scosso, poi finisce a persuadersene.

— Ma non sai che il signor Francesco ha due anni più di me?... E che ha altro in mente, caro mio, che le ragazze? Perchè è venuto a Lodignola?... Te lo dico io, perchè lo so... Cioè, no... A cagione di certi riguardi che doveva mantenere! Perchè a Milano per un po' di tempo... non era il caso! Adesso vedrai! In due o tre giorni sparirà di nuovo da Lodignola... e non si vedrà più! Ma diventi matto?... Sei diventato matto!

L'Olivieri questa volta scoppia in una grande risata che scende come balsamo nel cuore del Nino Moro.

— Il signor Francesco far la corte alla signorina Elena?... Lui, più vecchio di me! Con due anni più di me!

L'Olivieri continua a ridere, ma la sua stizza contro il Roero si fa più viva.

— Mettersi a fare l'elegante, il lion a Lodignola, come a Milano!... Che senza testa! Non vuol mai decidersi a diventar vecchio... e ha due anni più di me.

L'avvocato si rivolge ancora al Nino Moro, e gli aggiunge qualche parola, sempre per persuaderlo, per calmarlo, per rabbonirlo.

— Adesso va via, e domani a quest'ora, anzi un po' più tardi, dopo le quattro, torna qui da me. Devi restare a Milano, in questo sono d'accordo, e non dubitare: sei giovine... passerà. Oppure... resterà, non come un dolore, ma come una poesia, la bella poesia della prima giovinezza che si diffonde poi per tutta la vita. E amerai ancora, e più fortemente. Sì, sì. Credilo a me. È il tuo primo amore, questo! È come il sole che tramonta tra le nuvole, ma che risorge alla mattina a cielo sereno. Quello che porta con se tutte le illusioni, non è il primo, è l'ultimo amore, l'ultimo raggio che serve solo a mostrarci... il gran buio che ci sta dinanzi e dintorno.

L'Olivieri si interrompe, tace un momento, poi si sforza e riprende a parlare con foga, riscaldandosi mentre accompagna il Nino Moro fin presso l'uscio:

— Torna domani. Discorreremo. Sì, sì, devi restare a Milano, devi lavorare per te... e per gli altri. E ti guiderò un po' anch'io! Anzi, lavoreremo insieme... non subito... quando sarai più calmo, più tranquillo, quando comincerai a dimenticare. E ricordati... per lavorare per gli altri... come intendiamo noi, non bisogna avere l'odio nel cuore, bisogna avere l'amore. È coll'amore, non coll'odio che si può riuscire a fare qualche cosa di buono, di bello ed anche di grande a questo mondo!

VI. Gelosie.

Uscito il Nino Moro, l'avvocato continua a passeggiare su e giù per lo studio, arrabbiandosi, con degli scatti improvvisi contro il Roero.

— E pensare che ci fu un tempo in cui io l'ho creduto davvero un uomo d'ingegno! Non è mai stato altro che un egoista, un gaudente!... Nient'altro!

Soffia, sbuffa, gira, rigira, si tira la barba, poi scatta di nuovo:

— Si fa menare per il naso dalla baronessa Arcolei per tutta la vita e nei brevi intervalli si diverte, povero Dodò, a fare il gingillone colle celebrità internazionali dell'Eden, o a fare il papà con Lulù, dimenticandosi che gli anni passano e che Lulù è diventata la signorina Elena! Testa vuota, inconcludente! Uff!... Che testa leggera!... E quella candida innocentona della signora Eugenia che continua ad ammirarlo, estatica, a bocca aperta! E anch'io che aspetto adesso a persuadermene, e ne ho fatto un grand'uomo a scartamento ridotto, per Lodignola! Ha ragione il Nino Moro! In tanti anni non si è mai fatto vedere, ma ora che la bimba è diventata una ragazza, una signorina, capita d'improvviso alla Casa Vecchia, e vi prende domicilio! Ha ragione il Nino Moro!...

A questo punto l'Olivieri non soffia più, non sbuffa più: sospira profondamente.

— Eh sì!... Proprio vero quel che ha detto la signora Eugenia... Nino è giovine, ha ragione, è innamorato, è nel suo diritto... E in fondo è anche un bravo giovine, onesto, intelligente, abbastanza educato. Forse ci siamo spaventati troppo... e forse siamo noi, invece, dalla parte del torto. Io specialmente!... Balordo e leggero anch'io!... C'è stato un momento in cui, proprio, avevo perso la testa!

L'Olivieri si ferma su due piedi, pensieroso: l'espressione del suo volto cambia a un tratto: non è più acceso dall'ira; s'è fatto smorto, coi segni di una grande angoscia. Gli appaiono sotto gli occhi due lividi, si fanno profondi, scendono giù giù, infossando le gote, tra la barba folta e grigia.

— Proprio; avevo perso la testa!... Volevo persino farmi bello, per piacerle, brutto come sono!... Brutto, colla testa mezzo pelata... e vecchio. Sì, vecchio, perchè lei è la giovinezza, la vita, il sole, ed io, in confronto, non sono che un povero tizzone spento... Eh! Quando si perde la testa, si diventa ragazzi; peggio: si diventa cattivi! Con quel povero Nino, sono stato cattivo. In fine, è un bravo giovine ed anche un bel giovine. Non è ricco, ma ha coraggio ed ha carattere.... Chi sa?... Forse la felicità di Elena è proprio riposta lì, in quel buon ragazzo che l'adora!... Non ha una grande finezza di modi, ma ha la finezza del cuore! Dunque, perchè no? Perchè tanto spaventarsi? Perchè è figliuolo d'un fattore?... E anche la signorina Elena, in fine, di chi è figlia? Ella stessa conosce la sua condizione e non si lascia ingannare. È una ragazza di testa... buona... brava... cara. Ma per ora, fortunatamente, è ancora una bimba... dunque... Non ci pensa lei? Non pensiamoci noi. Per altro, se venisse a sapere che il povero Nino s'è disgustato con suo padre e minaccia di rompersi il collo per amor suo... Bisogna avvertire subito subito la signora Eugenia, per via di quella chiacchierona della Luisa!... Elena non deve saper niente. Mai niente! Intanto, è troppo presto per maritarla... e poi, così bella... È una vera bellezza... Intelligentissima... coltissima... Che occhi maravigliosi, e che capelli, quanti capelli!... No, no, no! Altro che un mezzo contadino di Lodignola!... A suo tempo un grande matrimonione, deve fare!

L'avvocato respira più liberamente, il suo viso si rischiara:

— A suo tempo, fra qualche anno, farà un grande matrimonione. Sicuro! Basta, per altro, che quel bel tomo di Francesco... non faccia sciocchezze! Lodignola non è una capitale! I piccoli paesi sono invidiosi, pettegoli, maligni. Guai! Colle ragazze non si è mai prudenti abbastanza! Io, per esempio, sono stato sempre pieno di riguardi. Lui, invece, di mattina, di sera, sempre alla Casa Vecchia; si ferma a cavallo sotto le finestre! È diventato matto?

A questo punto, il giovine di studio, che stava copiando a un tavolino nell'anticamera, spalanca l'uscio annunziando festosamente il signor Roero, che si presenta sorridendo, con un gran fiore all'occhiello e coll'aria dell'uomo felice e soddisfatto.

— Bravo l'amico! Bravissimo! Non ti fai più vedere a Lodignola!

Il Roero entra e, subito, nel dar la mano all'avvocato capisce che è in cattiva luna, ma non vi bada e continua allegramente:

— Vengo a tirarti le orecchie anche per conto delle nostre signore della Casa Vecchia!

L'Olivieri gli dà un'occhiata di traverso, sembra che anche i peli ispidi della barbaccia si rizzino minacciosi contro Francesco.

— Le orecchie, invece, dovrei tirarle io a te. Le orecchie si tirano ai ragazzi, e tu, a Lodignola, ti sei condotto come un ragazzo.

Francesco non ride più... Si avvicina d'un passo fissando l'avvocato:

— Cioè?

— Cioè... hai dimenticato che Lodignola non è Milano, e che la signorina Elena non è più Lulù!

— Io non dimentico mai niente, nemmeno i diritti della tua vecchia e buona amicizia, compreso quello di sfogarti con me quando sei di cattivo umore! Ma non mettiamo in ballo la signorina Elena, te ne prego. Questo no!

L'avvocato fa un passo, un gesto di collera; poi cerca di frenarsi:

— Non sono io che la metto in ballo. È la gente.

— La gente? Che c'entra la gente? Elena non appartiene che a me. Io l'ho avuta da suo padre, io me la son tenuta; è come mia. Che c'entra la gente?

— C'entra... in quanto... C'entra benissimo, perchè la gente, anche a Lodignola, ha gli occhi per vedere e la lingua per parlare.

— Vedere che? Parlare di che cosa? Nessuno ha il diritto di intromettersi ne' fatti miei.

Il Roero alza la voce e l'Olivieri grida più forte:

— Se non ha questo diritto, ha però ragione di pensare che è per lo meno... strano, il paterno zelo che ti ha acceso tutto d'un tratto per la signorina Elena... alla quale hai sempre provveduto, questo è vero, ma della quale finora non ti eri mai curato. Hai aspettato che avesse... quasi vent'anni a farle il papà.

L'avvocato ride nervosamente e, daccapo, gira e rigira, soffia e sbuffa.

Francesco, al contrario, invece di arrabbiarsi di più, si calma. Egli ormai è convinto che l'avvocato ha proprio un po' di bruciore per la signorina Elena, e in cuor suo lo compiange: — Povero diavolo! Come è sempre sfortunato ne' suoi innamoramenti! — Inoltre, quel giorno, egli non vuole arrabbiarsi, non vuole aver scene spiacevoli. Si sente di buon umore e desidera tornare a Lodignola di buon umore. Siede sul canapè, dondolando una gamba sull'altra.

— Ciò che tu dici, può anche sembrar vero alla gente che non sa, che non mi conosce. Certo, io non mi sono occupato direttamente dell'educazione di... Elena; ma avevo la coscienza, e ormai ne ho anche la prova, di averla affidata a buone mani. Se poi, finora, non mi son fatto quasi mai vedere, tu meglio di qualunque altro, ne sai il perchè. Tu sai che molte volte, ciò che più di tutto avrei desiderato di fare, non ho potuto farlo.

Fra i due c'è un lungo silenzio. Anche l'Olivieri siede sul canapè e riprende per il primo il discorso, ma con tutt'altro tono:

— Io so benissimo quanto il tuo cuore buono, affettuoso, generoso, ti ha sempre consigliato per la... signorina. So benissimo, meglio di chiunque altro, che, da vicino o da lontano, tu sei sempre stato per lei un padre... sì, un vero padre. A me, certo, non sarebbe mai venuto in mente di fare osservazioni, perchè ora tu passi le tue giornate colla signorina, e vai spesso, a piedi o in carrozza, di mattina o di sera, colla signorina. La cosa per me è semplice, naturalissima, innocentissima. Figurati!.. Ma può esserlo soltanto per me che ti conosco a fondo e che conosco a fondo i fatti tuoi. Per tutti gli altri, per tutti coloro, appunto, che non sanno come realmente stieno le cose... capirai, ti vedono arrivare da un momento all'altro, e ti vedono subito quasi domiciliato alla Casa Vecchia... la signorina è piuttosto... appariscente; anche tu dai nell'occhio... e si fanno supposizioni.

— Irragionevoli! — Interrompe Francesco, sempre dondolando la gamba ed ammirandosi la punta del piede.

— Irragionevoli! — Ripete l'Olivieri che trova la parola giustissima.

I due amici non si guardano ancora bene in faccia, ma l'astuccio delle sigarette passa amichevolmente dall'uno all'altro.

— Irragionevolissimi, siamo d'accordo. Ma quando mai, caro Francesco, i gelosi sono stati ragionevoli?

— I gelosi? Come i gelosi?... — La gamba del Roero si abbassa di colpo, il suo occhio ricomincia a intorbidarsi. — Che c'entrano i gelosi?

— È stato qui, adesso, il Nino Moro. È andato via poco fa.

Il Roero balza in piedi e istintivamente stringe col pugno il bastoncino in atto minaccioso.

— È stato forse quel villano che si è permesso di fare osservazioni sul conto mio? Punto primo, chi gli ha dato il permesso di muoversi da Casalpò?

Si alza anche l'avvocato.

— Il permesso, caro mio, se lo è preso, senza domandar niente a nessuno.

— Va bene. Stasera, appena arrivato a Lodignola, parlerò io con suo padre!

— È inutile. Si è diviso da suo padre e si è stabilito a Milano.

— Si è stabilito a Milano? Francesco ride ironicamente. — Bravo!.... Uno spostato di più!.... Ce ne son tanti!

— Scusa, — ribatte l'Olivieri, — un giovane onesto di più: e non ce ne son molti.

— Onesto?... Lo vedremo alla prova. — Il Roero diventa lui adesso, pallido e nervoso.

— Alla prova?... Lo abbiamo già visto, — insiste puntigliosamente l'avvocato. — Invece di avvicinare la ragazza, invece di tentare di scaldarle la testa, d'imporsi, si è subito allontanato: è scomparso.

— Bel merito! Non è del tutto uno sciocco! Lui! Un mezzo contadino! Capisce troppo che se Elena si fosse accorta di qualche cosa, ne avrebbe fatto una risata!

L'Olivieri continua, più che mai ostinato, più che mai insistente:

— Eh, chi lo sa? Anch'io potrei essere di questo parere.... ma non lo giurerei! Con le ragazze non si può mai giurar di niente! Del resto, vedremo.

— Come, vedremo? — Francesco torna a perdere le staffe: invece l'Olivieri si mostra pacato, tranquillo, sorridente.

— Vedremo. Della rottura del Nino Moro con suo padre, della sua partenza da Lodignola, si parlerà... e, chi sa mai?... Sono cose che potrebbero anche far colpo sulla signorina Elena. Nella guerra d'amor vince chi fugge! — L'avvocato dice il proverbio cantarellandolo.

— Elena non lo saprà. Non sentirà mai a parlare del Nino Moro!

— No?... Ma tu allora non sai che cosa sono le ragazze!

— Ci siamo noi a sorvegliarla! Io e la signora Eugenia.

— Sorvegliare... una ragazza?

Francesco riesce ancora a frenarsi, per miracolo.

— Si direbbe che tu fai apposta per farmi dispetto.

— Dispetto? — Ripete quell'altro, con un tono di maraviglia esagerata. — Perchè dispetto?

— Per lo spirito di contraddizione! Perchè tu, quando cominci a contradire non sai più quello che dici, o dici, e sei capace anche di sostenere, le peggiori assurdità.

— Non è un'assurdità, niente affatto, il dubitare che la signorina Elena possa innamorarsi del Nino Moro.

— Ma diventi matto! — Vorrebbe mettersi a ridere anche il Roero... e non ci riesce! Fa solo smorfie. — Tu, vecchio mio, sei diventato matto!

— E tu sei diventato troppo.... savio! Fino al punto di non voler ammettere che una ragazza non possa perder la testa per un giovinotto, per un bel giovinotto, e già innamorato di lei, innamorato morto!

— Ma è il figlio del mio fattore!

— Che importa? È onesto, è intelligente, è un bravo giovine.

— Ma non sai che la signorina Elena.... sarà ricchissima? Sarà lei la mia erede... di tutto? Che è mia, mia; perchè l'ho avuta da suo padre?

— L'hai avuta da suo padre per farla felice, non per farla ricca!

È proprio vero: l'avvocato sembra lo faccia apposta a insistere, a contradire, per far dispetto a Francesco. È sempre sorridente e cammina per lo studio, dondolandosi, con una cert'aria quasi di trionfo.

— Del resto, caro Francesco, devi sapere che la signorina Savoldi, — è la prima volta e non a caso, che l'Olivieri, con astuzia da avvocato, la chiama col nome del padre, — devi sapere che la signorina Savoldi conosce la sua condizione benissimo e ragiona, in proposito, con più logica di noi. Sai che cosa ha detto un giorno alla signora Eugenia? «Io non voglio maritarmi. Io resterò... come lei! Una ragazza che non sa nemmeno chi sia, dove stia la sua mamma, difficilmente trova un buon partito».

— Appunto: nella sua logica, ha parlato di un buon partito. E tu, la gran testa quadra, troveresti che il Nino Moro sarebbe un buon partito?

— Tutto sommato, il giorno in cui la signorina Elena lo amasse, come lui ama lei... sì!

Il Roero si alza e prende il cappello per andarsene.

— Va bene, va bene. Ho capito. Tu, non so il perchè, vorresti attaccar lite: io, invece, non ne ho voglia e me ne vado. Ti saluto!

— Buon viaggio! Una sola raccomandazione. Ne ho forse il diritto. Finora, hai sempre permesso anche a me di occuparmi un po' della signorina. Dunque, giudizio. E bada di non essere tu, colle tue imprudenze, a farle perdere poi le occasioni del famoso buon partito!

Questa volta ride allegramente anche il Roero e riesce a far montare la mosca al naso all'avvocato.

— Ma a sentire tutte le tue raccomandazioni e a vederti così eccitato, così fuori di strada, si potrebbe quasi dubitare di aver a che fare con un.... geloso.

— Ridi pure!.. Tutte le cose irragionevoli fanno ridere. Ho riso anch'io, poco fa, e molto, vedendo il povero Nino geloso.... di te!

— Per caso, spieghiamoci chiaro, avresti davvero l'intenzione di offendermi?

— Per offenderti, avrei dovuto trovare la cosa verosimile e crederti capace, durante gli intervalli che ti son concessi da donna Stefania, disvagarti... trattando leggermente, scherzando con ciò.... che dovresti avere di più sacro al mondo!

Francesco si avvicina all'Olivieri fissandolo: ha una faccia così stravolta da far paura.

— Basta! Finiamola! Non ti permetto più una parola. Io avevo molti obblighi con te. Li ricordo ancora in questo momento.... e ti perdono. Siamo pari! Addio! — E se ne va.

Egli non parte più alle tre, parte la sera, tardi. Si è troppo arrabbiato e uscendo dallo studio dell'Olivieri fa il proponimento di non tornar più a Lodignola.

Invece di andar subito a casa, passa dal Club, a vedere se il Faraggiola e l'Estensi, o almeno uno dei due, fossero a Milano. Avrebbero combinato di partire insieme per Zermatt, subito. Bisogna far presto; ormai la stagione è inoltrata.

— Non voglio più tornare a Lodignola!

È furibondo contro tutti, anche contro Elena: anzi, sopratutto contro Elena. Solo donna Stefania non suscita le sue ire perchè non gli passa neanche per la mente.

— Non voglio più tornare a Lodignola! No!... E la roba d'estate? Gli abiti di montagna? Sono a Lodignola. Come si fa?..... Farseli mandare? Impossibile! Patrizio è troppo bestia!

Al Club, quando gli dicono che il conte Faraggiola e il marchese Estensi non sono a Milano, si arrabbia di nuovo.

— Che giornataccia!... C'è proprio la disdetta!

Si mette al tavolino per scrivere la famosa lettera, come ha promesso a donna Stefania, ma dopo il «carissimo amico» straccia il foglio, si alza e va via.

Non ha testa di scrivere, di pensare, di far niente.

— Quell'Olivieri, per altro, si meriterebbe una buona lezione. Ah! Ah! Si capisce.... vorrebbe restar solo alla Casa Vecchia! Niente affatto! Io, intanto, torno a Lodignola stassera come avevo fissato, e ripartirò domani... con comodo. Sarebbe curiosa!... Per far piacere a quel caro signor avvocato, non sarò più padrone adesso di tornare a casa mia!

Ma che c'entra l'avvocato? È il dispetto contro Elena!

— È una ragazza che scherza sempre, che scherza troppo!..... «L'avvocato è tanto buono! L'avvocato è tanto caro!» E poi... quel tu! L'Olivieri sempre pronto a pigliar fuoco, s'è montata la testa e adesso finge di proteggere quell'altro perchè è geloso di me, credendo di farmi rabbia! Che asino!

Quando la sera, verso le nove, riparte per Lodignola, nel montare in carrozza scorge in un angolo, insieme alla coperta, un pacco di forma quadrata: dev'essere una scatola, avvolta in carta azzurra.

— Che cos'è?

— L'ha portata un cameriere del caffè Cova, — risponde il portinaio.

Il Roero guarda il pacco aggrottando le ciglia e lo fa mettere sul sedile di faccia.

La carrozza parte e il Roero, appena fuori di Milano, cerca di sdraiarsi per dormire, ma tutto gli dà noia. Anche quel pacco! Vorrebbe pigliarlo e buttarlo fuori della carrozza!

— La bambola!..... Io le portavo la bella bambola da Milano!...

Sorride ironicamente, ma poi, a poco a poco, è proprio quella scatola che ha lì dinanzi, è proprio quella bambola che comincia a quietarlo.

— Povera piccola! Che colpa ne ha lei se... il socialista è diventato matto e se l'Olivieri è ancora più matto di quell'altro?... Lei è sempre Lulù... Serena... buona... e cara.

Egli continua a guardare la scatola... anzi proprio la bambola che ricorda, che rivede in quella scatola. Diventa triste, poi inquieto..... Il cuore gli batte violentemente; non è più la bambola, è Lulù... È Elena, proprio Elena, la giovinetta bella e fiorente ch'egli ha dinanzi, negli occhi, nel cuore.

— Il Nino Moro o un altro... ma verrà il giorno in cui Elena s'innamorerà.... in cui mi sarà portata via!

Ha una scossa e si rizza a sedere come spaventato:

— Bisogna non vederla più! — E in quel momento lo giura a sè stesso con un tremito: — Non la vedrò più!

Ma la bambola è lì e proprio lì c'è Elena... Ed egli la rivede viva... bella... e cara!

Si volta, guarda da un'altra parte, ma invano; la notte è buia, piena di ombre nere... L'immagine della fanciulla è sempre lì, distinta, luminosa..... Chiude gli occhi quasi con ira... Elena è sempre lì... e ride!... Egli ne sente anche il riso adesso, e la voce così giovine e fresca...

— Se tutta la vita dovessi vederla così?... Se non potessi dimenticarla mai... mai più?

Ad un tratto un'idea nuova, strana, terribile, gli balza nella mente:

— Il padre di Lulù!... È la vendetta del povero Nespola!

Non è più Elena... è la faccia del Savoldi, che dopo tanti anni gli si para dinanzi; non è più il riso argentino di Elena, è la sghignazzata rumorosa del povero Nespola che gli percuote l'orecchio; del povero Nespola ch'egli ha lasciato ammazzare.

Attorno alla carrozza che corre via velocemente, soffia un'aria calda, pesante... La notte si fa sempre più buia; spariscono anche le ombre degli alberi, delle case, nella vasta distesa della pianura tenebrosa. Solo, di tratto in tratto, qualche lampo sinistro squarcia la nera nuvolaglia all'orizzonte lontano.

— Ha ragione l'Olivieri. L'ho avuta da suo padre per farla felice, non per farla ricca. Se mi fossi ingannato?.... Colle ragazze non si può mai sapere, non si può mai giurar di niente... Se Elena avesse della simpatia per quel giovane? «È onesto... è intelligente... è innamorato morto...»

Adesso il Roero non vede più nemmeno la scatola, nemmeno la bambola dentro la scatola. È troppo buio, tutto buio..... La carrozza corre via sempre velocemente...

— Mi sembrava tanto lontana Lodignola... ed invece, ecco, ci siamo già! Si arriva sempre e sempre troppo presto a questo mondo... anche alle cose che sembrano più lontane... anche alla fine... di tutto! Ebbene, se Elena lo vuole... E sia! Ella deve essere felice a qualunque costo. Per me, ormai....

— Questa scatola, sarà da portare alla Casa Vecchia? — Domanda Patrizio, mentre il Roero smonta di carrozza.

Il servitore ha subito indovinato che si tratta di dolci, di un regalo per la signorina.

Francesco fa un gesto di stizza.... Non avrebbe più voluto sentir parlare di quella scatola, non avrebbe più voluto averla sotto gli occhi!...

— Stasera è troppo tardi. Basterà portarla domattina? — Insiste Patrizio, il quale ha già capito che il signor padrone è di cattivo umore.

— Sì! Sì! Basta domattina!

— È arrivato un telegramma.

— Quando?

— Due ore fa.

Il Roero finalmente, si può sfogare!

— E dov'è? Tante chiacchiere sempre e non mi dite quello che preme di più!

— L'ho fatto mettere in camera sua, colla posta.

— Andate a prenderlo, presto!

.... È un dispaccio dell'avvocato Olivieri:

«Ti auguro ciò che il tuo cuore desidera e ti abbraccio con tutta la nostra antica fida amicizia.»

VII. La mammetta.

La giornata, tanto burrascosa a Milano per il Roero e per l'Olivieri, non era passata molto serenamente nemmeno alla Casa Vecchia. Elena era stata tutto il giorno dispettosa, di pessimo umore e per la prima volta aveva risposto male alla mammetta.

La signora Eugenia, a colazione, le aveva chiesto se si sentisse poco bene, che cosa aveva, perchè non mangiava, ed Elena a risponderle che stava benissimo, che non aveva niente e che non mangiava... perchè... non aveva fame! Poi Elena porta il piatto a Rolando... e non torna più in saletta. Va in camera sua e vi si chiude, a studiare, dice lei, a scrivere, a lavorare.

La signora Eugenia fa mille domande alla Luisa, che sa sempre tutto, ma questa volta anche la Luisa dichiara di non saper niente.

— Chi sa? Estri!... Un cattivo quarto di luna!... Del resto è sempre stata così, e anche lei, in quanto a guastarla, ha compito l'opera! Tutti tremano dalla paura di non fare abbastanza presto a contentarla, e che cosa succede?... Quando si fissa una cosa in mente e non può ottenerla, fa i capricci!

— Ma che cosa s'è fissata in mente?

— Di andare stamattina a Valpiana! Il signor Francesco, invece di venire a prenderla colla carrozza, è partito per Milano, e la signorina, subito, fa il musone! Scusi sa, signora, se glielo dico, ma lei ha sempre avuto un cattivissimo sistema! L'ha troppo abituata a fare a suo modo, ad accontentarla in tutto, a seguirla in tutto!... Ci vuol altro! Provi questa volta a non badarle!

Fatta la sua brava predica, la Luisa va in cucina e studia colla Pinella ciò che può andar più a genio alla signorina per il pranzo.

Ma a pranzo siamo daccapo. Elena non mangia. La signora Eugenia diventa inquietissima: la Luisa guarda la signorina con una faccia esterrefatta e non ha più nemmeno il coraggio di brontolare.

Ricomincia l'interrogatorio della mammetta:

— Che hai?...

— Niente.

— Ma perchè non mangi, se non hai niente?

— Perchè non ho fame.

Un lungo silenzio, una grande occhiata furtiva alla Luisa, poi la signora Eugenia torna daccapo:

— Ma perchè non hai fame?

— Perchè di no!... Perchè non posso sempre aver fame, non posso sempre aver voglia di ridere, di parlare come una macchinetta!

Scoppia in lacrime, e corre di sopra: si chiude nella sua camera e va a letto.

Questa volta è la Luisa che, ad onta di tutte le sue prediche, ha bisogno di essere confortata dalla signora Eugenia.

— No, no! Non c'è da impressionarsi, Luisa, non è niente!... Forse è arrabbiata perchè il signor Francesco è andato via, senza nemmeno venirci a salutare.

— E in questo la signorina ha ragione! Un momento... poteva lasciarsi vedere!

La mattina dopo la signora Eugenia, già vestita per partire, in cappellino e colla borsetta solita dei suoi viaggi a Milano, entra in camera di Elena e spalanca le finestre.

Elena non dorme e vedendo la signora Eugenia in cappellino, si rizza sui gomiti, domandandole stupita:

— Dove va?

— A Milano. Oggi è l'undici d'agosto. Prendo la diligenza al Molino Nuovo, senza andare in paese, per far più presto.

— Torna per il pranzo?

— Prima, prima! Spero prima! Ti ho svegliata io?

— No, no.

— Non volevo partire senza vederti, senza darti un bacio. Ieri... — La signora Eugenia si china sul letto, passa un braccio attorno la vita di Elena e le dà il bacio stringendola forte contro il cuore: — Ieri non ti si poteva parlare... eri in collera anche colla mammetta... Lasciami col cuor tranquillo; dimmi tutto, gioia cara... Che hai?

Elena bacia la signora Eugenia sui capelli, la bacia più forte sulla bocca: poi fa uno scatto, come un singulto, le butta le braccia al collo e piange.

— Gioia! Gioia! Gioia mia! Gioia cara! Ma che hai? Che hai? — La signora Eugenia si dispera e piange anche lei.

Elena solleva la testolina scotendola per liberarsi la faccia dai capelli che la coprono tutta e coprono anche il cuscino come un'onda nera rilucente, e guarda fissa verso la finestra dalla quale si scorge la villa Roero.

— È partito! Non torna più!

— Chi? — Esclama la signora Eugenia spaventata, pensando al Nino Moro.

Elena continua a fissare la finestra e le lacrime le cadono copiose dagli occhi:

— Non torna più, più, più!... Oh lo sento! È stata lei, di nuovo lei! Sempre lei!

La signora Eugenia si rizza attonita, osservando Elena. Finalmente comincia a capire qualche cosa.

— Il signor Francesco?

Elena raggrotta le ciglia, i suoi occhi hanno un lampo di collera mentre continua a fissare la finestra:

— Donna Stefania, capisce?... È stata lei!

— Donna Stefania?... — La signora Eugenia passa dallo stringimento di cuore alla maraviglia. — Che cosa ne sai?... Chi ti ha detto?... — In fatti, il nome di quella signora non era mai stato pronunziato fra loro due.

— Gli ha telegrafato lei!... Quella là! È stata lei a chiamarlo a Milano!.. Ancora, da capo! Ancora lei! Sempre lei!

— Ma.... come hai potuto sapere di chi era il dispaccio arrivato al signor Francesco?... Chi t'ha detto....

— Niente! Nessuno!.... Si capisce da sè! È tanto chiaro! Vuole una prova?... La prova è questa: che non è venuto a salutarmi!... Non è venuto a salutarmi perchè il dispaccio era di donna Stefania!... Non è venuto a salutarmi perchè non torna più! — Elena dà un grido disperato che squarcia il cuore alla povera signora Eugenia. — Non torna più! No! No! Non torna più! — E la povera fanciulla si scioglie con impeto dalla signora Eugenia e si butta attraverso il letto singhiozzando convulsamente.

La signora Eugenia è rimasta immota, come impietrita, fissando Elena.

Elena ama! Elena è innamorata! Innamorata del signor Francesco!

La verità si fa strada, a poco a poco, si fa chiara in lei, nel suo cuore, con una commozione profonda.

Elena è innamorata!... È innamorata del signor Francesco!

Ella continua a fissare quel corpo così giovine e fiorente che si dibatte attraverso il letto nello spasimo, nella convulsione dei singhiozzi e ripensa con angoscia indicibile a sè stessa, ad un giorno ormai lontano. Lo ha amato anche lei il signor Francesco, ma lei non ha mai potuto piangere così dirottamente, non ha mai potuto abbandonarsi così francamente, così apertamente, nella bella schiettezza dell'amore e del dolore.... Oh, se anche lei avesse conosciuto a vent'anni il signor Francesco e avesse potuto disperarsi così!.... Allora sarebbe stata come Elena, nel pieno diritto di amare, nel pieno diritto di soffrire.... Ad un tratto si sente un nodo di pianto salire dal cuore alla gola..... Ha un impeto, uno slancio, una frenesia, si butta addosso ad Elena, la solleva, scosta tutti i capelli che ostinatamente gliela nascondono, e le copre la bocca, le gote, il collo, il seno di baci e di lacrime, stringendola con passione, con ardore, con violenza:

— Ama! Ama! Ama! Creatura mia! Gioia! Tesoro! È l'amore tutta la bellezza della vita! È l'amore tutta la vita! Gioia! Tesoro! Cara! Ama! Ama! Dovesse l'amore farti versare tutte le tue lacrime, benedette le lacrime!... Ama sempre, a costo di morire! Oh meglio per una donna morire d'amore che vivere senza amore!

Elena si acqueta un po' e comincia a poter dire qualche parola balbettando:

— Pensi... vedrò ancora la villa chiusa... tutta chiusa... Dio! Dio! Che silenzio! Che vuoto! Che angoscia!

— Spera...

— Che cosa posso sperare?

— Non so.... non so dirti.... Ma oggi voglio vederlo.... a Milano.... vado a cercarlo a Milano....

Elena ha un lampo negli occhi e arrossisce con un moto istintivo di pudore.

— No!... No!... E poi?... Ci sarà sempre quella là!

— Ma ci sei tu adesso! Tu così giovine, tu così bella!

La signora Eugenia ha detto ciò con un grido di ansietà e anche di speranza. È proprio vero: quella là fa paura anche a lei; ma tosto sembra rasserenarsi e una gran luce, una gran fede le illumina gli occhi.

— La mia mamma.... m'ispirerà... Andrò prima dalla mia mamma!... Sentirò la mia mamma, e quello che mi dirà lei di fare.... farò!

La povera bimba guarda la signora Eugenia, e tutta quella bontà, quella sicurezza, diffondono anche nella sua anima un raggio di speranza.

— La saluti anche per me, la sua bella mamma... tanto tanto! Le dia un bacio anche per me!

Si alza sul letto, si stringe con un braccio al collo della signora Eugenia e le bisbiglia in un orecchio:

— Quella là... ha fatto piangere anche lei, signora Eugenia!

La signora Eugenia si scosta fissando Elena. Elena risponde accennando di sì colla bella testina rotonda:

— Sì, Lulù.... ha sempre capito tutto!

Le due donne si abbracciano ancor più strettamente e i bei capelli bianchi e i bei capelli neri si confondono insieme, come si confondono le due anime in un solo dolore, in un solo amore.

VIII. ... Sempre Lulù.

Elena non si decideva ad alzarsi: non poteva dormire, non aveva voglia di leggere, e continuava a star a letto. Finchè la mammetta non fosse ritornata da Milano che cosa avrebbe fatto?... Niente. Alzandosi, passando vicino alla finestra, avrebbe dovuto vedere la villa tutta chiusa!

— No! No! Resto a letto finchè non torna la signora Eugenia!

La Luisa, colla faccia costernata, era già stata due volte a chiedere che cosa volesse di colazione.

— Niente.

Verso le dieci, eccola di nuovo, ma di corsa, allegrissima:

— Signorina! Signorina! Un regalo che le manda il signor Francesco! — E le presenta la famosa scatola del Cova. — È tornato ieri sera.

Elena è in giubilo; salta dal letto e corre alla finestra:

— Sì! Sì! Che gioia! La villa è tutta aperta!

— Si copra; fa fresco! E adesso mi dirà, non è vero, che cosa vuole di colazione? — La Luisa guarda la signorina con una certa faccia!... È lì lì per indovinare qualche cosa.

Anche Elena sorride vivamente.

— Dirai alla Pinella di fare tutto ciò che piace al signor Francesco.

— Ma il signor Francesco non viene.

Ad Elena sembra che il sole che aveva brillato torni, ad un tratto, ad oscurarsi:

— Come, non viene?

— Ha detto a Patrizio di avvertire le signore che passerà un momento a salutarle dopo colazione.

Elena ripete fra sè maravigliata: — «Avvertire le signore? Passerà a salutarle.... un momento.... dopo colazione?» — Allora è tornato per ripartir subito! — Si sente guardata, studiata dalla Luisa, e ciò la irrita.

— Va via, adesso! Mi alzo.

— E per la colazione, dunque? Che cosa ordino?

— Quello che vuoi! Quello che c'è. Va via e chiudi!

Elena aspetta che la Luisa se ne sia andata, poi salta di nuovo dal letto e lei stessa richiude l'uscio a chiave.

— Certo è tornato per ripartir subito.

Le viene in mente che nel pacco ci possa essere una lettera, un bigliettino che spieghi qualche cosa; lo apre in fretta, nervosamente e subito le cade sott'occhio ciò che Francesco aveva scritto sulla scatola:

«Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa.»

Elena apre la scatola e trova la bambola. Corruga la fronte e diventa pallidissima.

— Ancora una bambola!... Per lui... sono sempre Lulù!

Quel regalo, il non venire a colazione, quelle parole «avvertire le signore che passerà un momento a salutarle» tutto ciò non le lascia alcun dubbio.

— È venuto a Lodignola a prendere la sua roba, e torna via subito. Va in Isvizzera, con quella là.

Elena si veste lentamente, ma non guarda più dalla finestra. Scende a colazione, mangia qualche cosa, seccata dagli sguardi della Luisa, poi come di solito prepara il piatto per Rolando e glielo porta nel brolo, sempre pallidissima, cogli occhi torvi, colla fronte contratta.

E non si rasserena nemmeno quando Francesco si presenta sull'uscio della saletta, proprio coll'aria di fare una visita.

— Come?... La signora Eugenia non c'è?

— È andata a Milano.

— Proprio oggi! Che disdetta! Avrei tanto desiderato di salutare anche la signora Eugenia!

La Luisa, dopo un momento, esce dalla saletta in punta di piedi: Francesco ed Elena restano soli senza nemmeno accorgersene. Elena è seduta accanto alla finestra, sulla piccola poltroncina della signora Eugenia; dall'altra parte siede Francesco. In mezzo al tavolino è stata posta la «Signora di Milano» che sorride immobile colle braccine aperte.

— Grazie... della sua bellissima bambola.

Elena è imbronciata; ha la voce bassa e cupa.

Il Roero è pure molto pallido.

— È stato uno scherzo. Volevo portarti dei dolci, ma ho visto questa confettiera e l'ho presa per scherzare. Perdonami; non essere in collera. Vado via: sono venuto a salutarti.

Elena ha negli occhi un tremolìo di lacrime.

— È proprio molto contento di andar via, se anche nel salutarmi ha tanta volontà di scherzare!...

Il Roero è colpito da quelle parole, da quell'accento di dolore così schietto, così sincero, così espansivo: fissa la fanciulla e il cuore gli batte con grande violenza.

— No, no, sai..... Non sono contento, cara Lulù... ma...

— Mi dica Elena! — La bella fronte candida e luminosa si corruga di nuovo, crucciata. — Almeno oggi, mi dica Elena.

— No Lulù, sempre Lulù. Così avrò più coraggio per dirti... ciò che ti devo dire. Lo vedo anch'io che ti sei fatta grande, che ormai sei diventata proprio una signorina. E guarda che cosa ti ho nascosto appunto qui, sotto la bambola che ti ha fatto andare in collera, qui, in mezzo ai dolci.

Francesco alza il coperchio della confettiera, prende l'astuccio, lo apre, e le mostra l'anello.

La fanciulla diventa rossa rossa: s'inganna sull'intenzione del Roero e perciò anche a lei, adesso, batte il cuore violentemente.

Nelle parole, nel pallore del Roero, c'è un'espressione di mestizia profonda, dolorosa.

— Ascoltami, cara... cara la mia figliuola: ti sei fatta grande... sei diventata una signorina... presto sarai una signora... Ma io voglio sempre essere... il tuo papà.

— No, — risponde Elena seccamente, respingendo l'anello. — Io non voglio... Io non diventerò mai una signora, come intende lei. L'ho già dichiarato alla signora Eugenia. Voglio fare come la signora Eugenia, resterò sempre... sola!

Elena dice questa parola «sola» con fierezza e con sdegno.

È la risposta a quell'altra parola detta da Francesco, e che l'ha ferita: «papà».

Francesco sorride dolcemente, ma incredulo.

— Oh, figliuola mia, figliuola cara!... Che proponimenti a diciott'anni!

— Diciannove... e anche più.

Francesco parla con lentezza quasi solenne, fissando Elena attentamente.

— Questo ti volevo dire... per oggi, per domani, per sempre. Abbi fiducia in me, riponi in me tutta la tua confidenza. E se un giorno... quando il tuo cuore... — la voce di Francesco è alterata, egli diventa ancora più pallido, — quando avrai una simpatia, dimmelo subito.

— No.

— Come no?

— No! — Ribatte Elena con maggior impeto.

Francesco la guarda maravigliato:

— Vorresti impedire al tuo cuore anche... una simpatia?

— L'avrò, ma a lei non lo dirò.

— Perchè?

— Perchè di no.

Francesco si alza di colpo: fissa la fanciulla, cerca di capirla.

Elena lo fissa a sua volta, e continua a rispondere:

— No, no, no.

Il Roero si sente le fiamme alla testa: s'inganna, sogna, diventa matto... o è proprio la verità?

— Elena, ascoltami, — le dice sottovoce, con tono grave. — Ascoltami bene: sai che c'è un giovine innamorato di te... che ti ama seriamente, onestamente?

— Lo so; ma io non lo amo.

— Giuralo! — Esclama Francesco avvicinandosi ad Elena istintivamente, con un lampo di gelosia negli occhi.

— Non lo amo, — risponde semplicemente la fanciulla, guardandolo sicura, serena.

Francesco le prende una mano: rimane muto, ma sembra supplicarla.

Elena gli legge negli occhi, sente il calor febbrile di quella mano e non s'inganna più. Allora anche lei gli si avvicina col viso pallido, anche lei supplichevole:

— Non vada via... resti con me... sempre con me!

Gli accarezza la mano con la gota calda, umida e gli si abbandona inerte sul petto.

Francesco la stringe come pazzo tra le braccia con un grido soffocato:

— Elena... Elena!

Elena tace un istante, poi senza scostarsi da lui alza il viso e lo guarda con un lampo di amore, di felicità e di sicurezza che le passa negli occhi rilucenti:

— Adesso sì, ancora Lulù, mi dica pure Lulù... Lulù che starà sempre qui, così, con lei...

Francesco trema come un ragazzo, accarezza la testolina rotonda di Elena, la preme contro il suo petto:

— Figliuola mia.... Lulù.... Cara.... Non ingannarti..... È un inganno il tuo. Tu mi vuoi bene, ma non puoi amarmi, non potrai mai amarmi! Lasciami andar via...

— No!

— Ma pensa che cosa sarebbe di me, dopo... se tu adesso ti ingannassi...

— No... non vada via... resti con me... sempre con me... — ripete la bimba, ma questa volta la sua voce è una carezza, ed ella preme la testina contro la spalla di lui, si stringe tutta contro il petto di lui, come a farsi sentire dal cuore.

— Ma io devo dirti tante cose prima... Io non sono degno di te... ti sembra di volermi bene, ma per bontà, per gratitudine. Ebbene, sappilo... tu non mi devi nulla. Quello che ho fatto per te, io dovevo farlo; era un preciso dovere di coscienza!... Ti spiegherò... Tu a me non devi nulla!

— Le devo questo, di volerle bene... ed è questo solo che mi rende felice!

Egli è ancora tremante; la sua voce si è fatta più bassa; egli le parla nascondendo quasi la faccia negli odorosi, morbidi capelli:

— Sì, ti amo, Elena, ti amo: e l'ho capito ieri; è per questo... non per altro, che volevo partire, che volevo fuggire...

Elena sussulta sul petto del Roero, con un fremito di gioia.

— Io volevo fuggire da Lodignola, da te, da tutto il mondo, pieno di gelosia disperata. Sì, tu sei penetrata nel mio cuore, ormai ne sei la padrona: ma devi anche guardare nella mia coscienza e giudicarmi. Ascoltami... Per dieci anni io sono stato di un'altra donna...

— Lo so...

— Era un amore ben diverso da quello che sento per te, perchè a lei non dovevo nulla, perchè non la stimavo nemmeno... Ma pure le ho dato la mia gioventù, la mia vita, il mio onore quasi...

— Lo so...

— Sono stato debole e vile con lei. Io ero nato per lavorare, per lottare, per vincere. Vedevo d'intorno a me le miserie, le ingiustizie e volevo dedicarmi al bene... Per lei, invece, mi sono chiuso nell'egoismo di una passione, di un'abitudine... peggio ancora... tu non capisci... ma io sì... Io sento che adesso è troppo tardi!

— Mai; non è mai troppo tardi! Miserie, ingiustizie ce ne sono sempre da per tutto. E... tu — nel dir tu, una fiamma le arde le gote e le ridono gli occhi, — tu lo sai! Tu che sei sempre stato buono, e che hai sempre fatto del bene anche da lontano, che hai sempre voluto che si facesse del bene... per conto tuo... Invece di scrivere dei bei libri, farai delle opere buone, con me. Giovano di più a chi soffre ed anche l'esempio è più utile.

— Ma pensa anche a questo... Devi sapere anche questo, perchè devi saper tutto. Se quella donna, oggi che è rimasta libera, lo avesse voluto, io non sarei qui con te, sarei con quella donna.

— Sarebbe stato il tuo dovere.

— E tu?

— Te l'ho detto: come la signora Eugenia; sempre sola.

Francesco crede d'impazzire. Ancora trema, dubita della propria felicità.

— Cara! Buona, mia! Ascoltami!.. Ma attentamente!... Tu sei giovine... sei bambina ancora... ed io ho l'età che avrebbero tuo padre! È troppo poco tempo che mi hai riveduto, è troppo poco tempo che mi ami, per poter essere sicura di te... per tutta la vita.

— Io ti ho sempre voluto bene. Fin dove giunge la mia memoria, vedo sempre te. Sì, ti ho voluto bene anche quando eri lontano, anche in tutti questi anni in cui non ti ho visto. E sono stata gelosa e ho pianto. Eppure, che vuoi? Ho sempre avuto una grande fede nella mia felicità avvenire, perchè mi son sempre sentita tua, tutta tua. Io sono un po' selvaggia, sai? Bene, proprio bene, non ne ho voluto che a te. Ho una grande tenerezza per la signora Eugenia, per la mia mammetta cara, eppure, è proprio così. Ieri, quando ero in collera con te, anche lei mi era diventata indifferente e le ho risposto male: sono stata cattiva. Sì, bene, proprio bene... soltanto a te. Io ti vedo ancora come per la prima volta. Non mi ricordo più di tutto il resto, ma di te sì... Ti vedo come quella prima volta, quando sei venuto a prendermi. Sei sempre stato lo stesso e sarai sempre così per me. Fin d'allora! Proprio... sì... fin d'allora!

Elena ha un lampo negli occhi, si scosta:

— Ma dimmi, dimmi... È possibile che così bambine si possa essere innamorate?

Francesco torna a riprendersela, la guarda con infinito amore e si china colla bocca avida, ardente per darle un bacio.

Elena lo fissa sorridendo, scostandosi ancora, sciogliendo una mano dalle mani del Roero:

— Qui...

E abbassa la testina, riversando i capelli come faceva Lulù, per prendere il bacio su la piccola, candida nuca...

FINE.

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