PARTE PRIMA LULÙ
Reading edition
I. Segantini e Favretto.
Francesco Roero, dietro l'uscio socchiuso del suo piccolo appartamento a terreno di via Principe Amedeo aspetta ansioso, in palpiti, da quasi un'ora:
— Nemmeno oggi?.... Che anche oggi abbia detto di sì, per calmarmi, per lusingarmi, per mandarmi via?... Che non venga proprio nemmeno oggi?
Aspetta ancora un bel pezzo, sempre ritto, immobile, colla fronte appoggiata a un de' battenti, l'orecchio teso, trattenendo il respiro, aspettando, sperando udire da un momento all'altro un fruscio di vesti particolare, un noto tic-tac di passettini veloci.
— No! Niente!... Anche stavolta me l'ha data ad intendere! — Strappa l'orologio, con ira, dal taschino della sottoveste e si scosta dall'uscio per vedere l'ora al chiaro, in mezzo all'anticamera già illuminata discretamente da una lampada rosea.
— Le sei!... Son quasi le sei e mi aveva promesso di venir subito, dopo le cinque!... Non vien più! Ormai è sicurissimo, non vien più! Le sei!... È già scuro!... È già notte! — Pestando i piedi e borbottando furioso tra denti: — Uff!... Maledettissima civetta!
La civetta maledettissima, tanto amata alle cinque, tanto odiata alle sei è «la Fáni» come la chiamano semplicemente le signore del bel mondo e anche, fra di loro, in confidenza, gli amici più intimi e più martirizzati.
Fáni, Stefania. La baronessa Stefania d'Eichelbourg, negli Arcolei. Padre tedesco; madre milanese. Concepita nella Selva Nera e nata in Piano d'Erba. Però, nell'incrocio, tutti i caratteri più spiccati e più opposti delle due razze. Bionda e nervosa; sentimentale, voce languida e salute di ferro. Alta, forte, spalle magnifiche e piedini sottili, maravigliosi. Una carnagione infantile, dalle tenue sfumature rosee più delicate e attorno al labbruzzo tumidetto e mobile, l'espressione virile, il disegno dorato dei piccoli baffettini.
Sono quasi tre mesi, tre lunghi mesi, dai primi di novembre, appena la Fáni è tornata dalla campagna, a quella sera dell'ultimo di gennaio, che il povero Roero, innamorato e disperato, prega, supplica, minaccia per ottenere una visita... la prima visita.
— Che male c'è?... Che pericolo c'è?... Vorrei tanto mostrarvi i miei quadri: quello del Segantini e l'altro del Favretto! Venite! Venite!... Vieni! Voglio! Fate prima una visita alla De Angelis, che è vicinissima a casa mia, poi... è un lampo! Scappate dentro, non ci son scale, il primo uscio del ripiano a sinistra. Chi potrà vedervi? Chi potrà mai saperlo?... Nessuno; giuro!... Nessuno!
— Ma poi, anche se... dicessi di sì?
— Sì! sì! sì! sì!
— Perchè? Sapete che... deve esser sempre così. Dunque?... È un capriccio inutile, da egoista cattivo! Sapete che ho tanta paura; sapete che sono tanto nervosa, sapete che dopo mi sentirei male, e insistete tanto senza poi... nessuno scopo. Perchè? Perchè?
— Perchè... ve l'ho detto! Voglio mostrarvi i miei quadri!
— Di sera?... Vedere i quadri di sera? Al buio?
— Si accendono i lumi... E poi perchè voglio vivere dove voi avete respirato per cinque minuti, per un attimo almeno!... Sì Fáni, prego, prego, prego!
La Fáni, lentamente, fa un sospiro di ammirazione profonda, mentre cerca di liberar la mano che il giovine le ha presa e che stringe troppo forte:
— Segantini e Favretto!... La mia passione!
— Venite, dunque, venite! Io vi aspetto dietro l'uscio.
— Chi sa che maraviglia?
— Il quadro del Segantini Dopo un bacio è una scena alpestre, nell'alta Engadina: un pastore e una pastorella, un branco di pecore; in fondo la catena delle montagne, la cima nevosa dei ghiacciai: un gran riposo, una gran pace. — Quello del Favretto, Venezia, Le ciacolone sul Liston: giocondità, calore, clamore, fervore di vita...
La Fáni, con un altro sospiro più profondo:
— Segantini pensa: Favretto ride! Che grandi artisti, tutti e due!
— Venite, dunque, venite! Parlerò io alla portinaia. Non domanderà niente, non vedrà niente! Voi passate di volo.
Segantini! Favretto!... Che grande tentazione!
La baronessa Stefania è una raffinata: ama tanto discorrere e discutere d'arte! Si accalora, si appassiona, si entusiasma. Essa pure dipinge, e tra le signore e i suoi amici è in fama d'essere una buona dilettante. Dipinge bestie, soltanto. S'è provata una volta, anche a fare il ritratto di don Giulio, suo marito e c'è quasi riuscita.
Segantini e Favretto!.... Che gran tentazione!
E soltanto per amore di Segantini; per amore di Favretto ha finito a cedere e a promettere.
— Ma... vengo per un minuto, un lampo e... dopo mai più! Giurate?
— Giuro.
Invece... sono le sei. Il Roero, nell'angoscia muta dell'attesa le sente battere a tutti gli orologi e perde ormai ogni speranza. È sempre in ascolto, dietro l'uscio, ma ha la faccia pallida, rabbuffata. Di solito quando non si pettina troppo e non porta i solini troppo alti è piuttosto un bel giovane e molto simpatico, ma a furia di aspettare e di arrabbiarsi è diventato perfino livido e brutto.
— Sempre bugiarda, sempre civetta e nient'altro!
Ha un impeto di collera, di rivolta, contro Stefania, contro la propria debolezza, contro la propria dabbenaggine e già si allontana dall'uscio dopo averlo sbattuto con ira, quando sente sotto l'atrio ripercuotersi il tic-tac, quel tic-tac che aspetta da un'ora.
— Cara! Cara! Mia!
E Stefania, appena dentro, lì, dietro l'uscio, si sente presa, stretta fra le braccia dell'innamorato, in quel punto reso più ardito e più ardente dalla lunga attesa, dal dubbio atroce, e dalla gioia insperata; e il viso di Stefania, il viso morbido, odoroso dal nasino rosso e diaccio sotto la veletta, è coperto, è divorato da una furia ingorda di baci.
— Che cosa fa?... Non sono i nostri patti... Mi aveva promesso...
— Ti amo! Ti amo! Ti amo!...
— La credevo un gentiluomo!... Mi sono affidata alla sua parola... d'onore... Ha giurato...
— Ti amo! Ti amo!
Le braccia, i muscoli di Stefania diventano d'acciaio; le manine nervose graffiano anche sotto i guanti. In un impeto più forte d'ira, di sdegno, riesce a sciogliersi da Francesco e a spingerlo, barcollante, in mezzo della stanza.
— È così, è così che mi rispettate?... Che mi date prova di rispettarmi e di stimarmi?... Non mi vedrete mai più!
Stefania si slancia sull'uscio per fuggir via, ma non può: la serratura inglese, a sdrucciolo, s'è chiusa.
Francesco, a tale rimprovero, a tale minaccia, si calma repentinamente, rientra in sè e comprende l'errore commesso, la propria pazzia.
— Perdonatemi, perdonatemi...
— Aprite! Subito! Aprite!
Francesco balbetta sempre più confuso, mortificato, senza osare di avvicinarsi:
— Più che rispetto... è devozione, adorazione che sento per voi...
— Bel modo di provarmi questi sentimenti!... Aprite, ho detto, subito!
Francesco, sempre più pallido, balbetta sempre più forte:
— Perdono! Vi supplico!... Vi domando perdono, adorandovi umilmente, come una regina... Adorandovi in ginocchio, come una santa... come la mia santa.
La voce tremante dell'innamorato, quella pronta sommissione, quella parola «santa» acquietano la bella baronessa. Da buona moglie ella segue i principî del marito clericaleggiante, don Giulio Arcolei: ed è persino accusata, d'essere un po' bigotta.
Un istante di silenzio: Stefania si volta, si scosta dall'uscio, si avvicina d'un passo a Francesco:
— Voi, signor Roero, mi avete dato una lezione...
— No, ma no!
— La lezione che mi merito, per essermi troppo fidata di voi, della vostra parola, delle vostre promesse, dei vostri giuramenti più sacri! Colpa mia, colpa mia! — Levando i begli occhi al cielo con un sospiro doloroso: — Ma vi credevo tanto mio amico!... Il solo in cui credevo, in cui mi fidavo. — La voce di Stefania ha una velatura di lacrime; ella non comanda più; ella prega a sua volta.
— Aprite, siate buono; lasciatemi andar via! E... non vediamoci più! Non dobbiamo vederci mai più!... Vi perdono! Ho già detto è colpa mia, tutta colpa mia; voi non avete fatto altro che darmi la lezione che mi son meritata!... Adesso, ai vostri occhi... — Stefania ha un singulto e si copre il viso colle due mani: — Dio, Dio, che vergogna!
Francesco l'osserva bene... esita un istante, poi si avvicina, continuando ad osservarla e pensando fra sè:
— O non è andata tanto in collera come credevo, la collera comincia a passare.
Le prende i polsi, fa un po' di violenza e le scopre la faccia.
— Tutta la mia vita. Prendetevi tutta la mia vita in cambio di un po' di bene...
Stefania, di nuovo fiera, minacciosa:
— Tornate da capo?
Francesco rassicurandola, vivamente:
— No! No! No! — E così dicendo alza la portiera del primo salottino.
— Perchè?
— Non siete venuta per vedere i miei quadri?
— È troppo tardi!
— Un momentino, appena; in fretta!
Stefania è perplessa. Vorrebbe e non vorrebbe. La tentazione per i quadri c'è, e diventa forte a vista d'occhio.
Francesco insiste colla sua bella voce calda, appassionata:
— Un momentino appena; in fretta!
— Ma... molto in fretta! — Stefania cede.
— Dev'essere molto tardi!... Giulio è buono, ma non posso farlo aspettare a pranzo. È l'unica cosa che lo faccia infuriare.
— È presto ancora. Sono appena sonate le sei. E poi oggi c'è Consiglio comunale. Si discutono i bilanci; la seduta terminerà tardissimo. Un'occhiata!... Due minuti!
— Allora, soltanto il quadro del Segantini.
— E quello del Favretto. Sono tutt'e due nel mio studio.
Stefania è assalita da una nuova curiosità:
— Nel vostro studio?... Dove lavorate, dove scrivete, dove pensate tante belle cose?
— Dove penso tanto a una cosa sola bella... a voi.
— Zitto, finiamola; o vado via!
— Venite qui; è qui, subito.
Francesco attraversa il primo salottino, poi alza un'altra portiera, a diritta:
— Entrate.
Stefania gli passa dinanzi sfiorandolo colle vesti ed entra.
Francesco la segue lasciando subito ricadere la ricca tenda. Indicandole un quadro dai vivaci colori:
— Eccolo: Favretto!
Stefania sorridente: — Le ciacolone sul Liston?... Oh Venezia, Venezia!... — Si avvicina al quadro alzando gli occhi radiosi e dimentica tutto in quell'istante, anche il pericolo, nel solo amore dell'arte.
— Venezia, o Venezia! Che colore, che rilievo!... Proprio vero: quante ciacole!
Il giovane rispetta per qualche momento quel rapimento estatico, poi con una mano premendole il braccio leggermente e coll'altra sfiorandole appena la vita sottile l'obbliga a voltarsi un pochino.
— Ed ecco Segantini: Dopo un bacio. Guardate, anche in questo piccolo e ignorato capolavoro, quanta verità! quanta espressione!
— Non dite verità! È molto di più!... Questa è poesia!... Quanta poesia!
— Siate buona, parlatemi un poco, per me solo, di Segantini e di Favretto.
Stefania, si sente tocca nel debole:
— Ma perchè?.... Perchè volete farmi parlar d'arte?... Che capriccio!... Se non dico che sciocchezze!
— Si rimane tutti incantati a bocca aperta ad ascoltarvi quando parlate voi! Ma oggi parlate soltanto per me!... Sì, sì, sì!... Ne ho bisogno per la mia «Arianna.»
Stefania si sente ancora più lusingata:
— Ma che?.... Vorreste mettere nella vostra commedia le... le sciocchezze d'una donnetta?...
Francesco, prendendola ancora per una mano, facendole più dolce violenza:
— Qui, proprio qui!... Sedete sulla mia poltrona! Qui, dinnanzi alla mia scrivania! Quanto vorrò bene d'ora in poi a questa mia casetta, a questa mia stanzetta...
— Com'è bello il vostro studio!
— Sedete e parlate.
Stefania opponendosi con una grazietta di bimba ostinata:
— Lasciatemi guardare. Voglio prima guardar tutto!
— Sedetevi e parlate.
Stefania apre la cartella sulla scrivania e legge sul primo foglio volante:
— Arianna — atto secondo. — Leggete, voi invece.
— No, no!
— Lasciatemi vedere!
Francesco, togliendole via la mano e chiudende la cartella:
— Ho detto di no!... Dunque?... Sentiamo: Favretto è la verità e Segantini la poesia. Avanti! V'ho detto che ho bisogno di alcune vostre definizioni così argute e così originali per far parlare la mia Arianna.
Stefania, seduta sulla poltrona, guarda a dritta il quadro del Segantini, poi si volta a sinistra guardando quello del Favretto... Infine dà un'occhiata sorridendo anche a Francesco e ormai non sembra più preoccupata dell'ora del pranzo e tanto meno di far aspettare don Giulio.
— Favretto è un uomo che ride, vi pare? Segantini sta serio. Favretto è un borghese: ha vissuto certo presso quella donna in babbucce discinta e rosea che nel Vandalismo sta rammendando la biancheria di casa, mentre il pittore restaura la Madonna assunta in cielo. Segantini è un solitario aristocratico meditativo cui quella donnetta grassoccia non avrebbe suggerito nemmeno il satirico paragone col restauratore vandalico; egli non l'avrebbe veduta; dall'arte sua appare che realmente, nella vita, egli non l'avrebbe guardata. Favretto nel Vandalismo fa un po' di predica, ma i personaggi son gli stessi del quadretto del Sorcio esposto, credo, sei o sette anni fa.
— Sì, nel settantatrè.
— Con Favretto resterei, appunto, a ciacolar tutt'una sera; a Segantini non saprei che dire o temerei ad ogni parola un'interpretazione impreveduta filosofica e profonda che io non mi sarei nemmeno sognata, e che, forse, sarebbe vera: perchè no?
Il Roero che guarda sempre Stefania, appoggiato, un po' curvo, alla spalliera della sua stessa poltrona, ripete queste due ultime parole, ma dando loro un'espressione tutta diversa, amorosissima e appassionata:
— Perchè... no?
Stefania sente ciò che il giovine le dice, ma ancora non vuol capire, e allontanandolo colla bella mano, dalla quale ha levato il guanto e che scintilla di gemme, continua a.... definire, sempre con maggior foga e con maggior calore:
— Segantini dipingerà altri cento anni: non dipingerà mai, scommetto, una donna che rida. Favretto dipingerà altri cento anni, — Dio lo voglia! — ma scommetto, fin d'ora, che non dipingerà mai una donna che pianga. Segantini è bianco e azzurro: Favretto è rosso e verde. Segantini non lo concepisco che magro e barbuto; Favretto un po' pingue e un po' lucido. Segantini non ha spirito, nel senso francese: Favretto non ha che spirito! Segantini, certo, si leva all'alba, Favretto a sole alto... Segantini, di sicuro, ha una biblioteca: a capo fila Darwin per la lettura mattutina, Schopenhauer per la lettura serale. Favretto non credo che abbia una biblioteca. Se l'ha, deve essere Goldoni nella vecchia edizione padovana... Se i due pittori dovessero scrivere, Favretto scriverebbe novelle, Segantini...
— Poesie! — esclamano a questo punto tutti e due insieme, la signora e il suo innamorato. Poi continuano a fissarsi e a tacere.
A un tratto Stefania china gli occhi arrossendo.
— E.... se facessero all'amore? — domanda Francesco sommessamente, colla voce rotta.
Stefania torna a sorridere, ma risponde girando via gli occhi per non guardare l'amico.
— Favretto sceglierebbe, possibilmente, una donna sotto i venti, Segantini verso i trenta...
Il Roero l'interrompe:
— Come me!
E cade in ginocchio, abbracciandola così seduta sulla poltrona.
Stefania cerca ancora di allontanarlo; i suoi occhi improvvisamente raddolciti e inumiditi non sono più minacciosi, ma supplichevoli.
Ella balbetta con un fil di voce:
— E poi?... E poi?... Dio! Dio!... E poi?
Subito, improvvisamente:
Driinn.
È il campanello elettrico dell'anticamera.
Stefania respinge d'un colpo il Roero che balza in piedi volgendosi verso l'uscio: rimangono per un istante tutt'e due muti, aspettando: poi la baronessa, bisbiglia appena, tremante, con un filo di voce:
— Chi sarà?... Chi sarà?...
L'altro s'è subito rimesso e sorride per calmarla:
— Non c'è nessuno! Avranno sonato qui per isbaglio. Succede tante volte! Di sopra abita un maestro di musica.
Di nuovo e due volte:
Driinn!... Driinn!
— Dio! Dio... Ah mio Dio!
— No, ma no!... Non spaventatevi! Se non è uno sbaglio sarà qualche seccatore che è passato dalla porta senza parlare alla portinaia.
Ancora driinn e questa volta una sonata lunga che non finisce più.
Stefania, ritta in piedi, pallida come la morte, rimane impietrita, senza fiato.
Anche il giovinotto è un po' stravolto, ma si frena e continua a rassicurarla:
— Non abbiate paura!... Se non c'è nessun pericolo vi ripeto!... Chiunque sia, quando si sarà stancato se ne andrà.
— È ben chiusa la porta?
— Chiusa a chiave!
— Allora andiamo! Andiamo! Avrete certo un altro uscio, un'altra scala!
— No!
— No?.. Come mai?!
Il Roero, sul momento, non avverte il «come mai» della baronessa, nè la sua intonazione di maraviglia, e quasi di sdegno.
Egli si avvicina alla portiera, la scosta un pochino e rimane in ascolto.
Più niente!... Tutto silenzio.
Spinge il capo nell'anticamera e ascolta ancora per meglio assicurarsi, poi, tranquillato realmente, torna sorridendo vicino all'amica.
— Ho avuto ragione sì o no? Quel seccatore s'è persuaso: — Nessuno risponde! — Ed è andato via!
— Se domanda in portineria? Se incontra qualcuno?
— Per tutti sono a Lodignola, sino a domani.
— E il vostro servitore?
— L'ho lasciato in libertà più presto. Non torna che stasera, dopo le nove. Vi supplico, non abbiate più alcun timore!
— Vado, vado, vado!... Lasciatemi andar via subito, per carità.
È inutile insistere. Stefania è ormai troppo agitata, troppo nervosa.
Ritta dinnanzi uno specchio, sta appuntandosi di furia la veletta, studiando di coprirsi bene il viso.
Francesco è di nuovo diventato pallido, ma adesso di rabbia, di veleno, di collera! Avrebbe ammazzato «quel seccatore», avrebbe voluto strozzare la portinaia!
Con tante raccomandazioni, con tante ingiunzioni: — Ricordatevi che sono a Lodignola per tutti! Venisse anche il Padre Eterno!
— Non ci sarà nessuno?... Non ci sarà proprio nessuno? — Continua a domandare Stefania che, quando diventa nervosa, non ragiona più.
L'altro risponde sempre stizzito, la voce bassa, reca:
— Ma no! Ma no! Se vi dico di no! No! Non avete nemmeno scale da fare... Siamo a terreno... Siete subito fuori!
E la giudica affatto senza cuore e senza sangue, e pensa nel suo dispetto, studiandola, fissandola cogli occhi torvi quanto ci sia proprio di vero e quanto, forse, di meditata civetteria anche in tutto quel suo spavento, in tutti quei tremiti!
— Il mio manicotto?
— Eccolo.
La baronessa, che ha finito di tirarsi su i guanti, caccia una manina nel manicotto e fa per correr via quando è arrestata all'improvviso da un gran colpo d'ombrello o di bastone dato contro le imposte.
— Dio!
Il Roero, trasalendo, muove un passo verso la finestra, poi si ferma aggrottando le ciglia e stringendo i pugni.
Quasi subito, un secondo colpo più forte del primo, e una voce che lo chiama:
— Roero! Roero!... Francesco!... Cecco!
— Ah, mio Dio! Chi è?... Ma chi è?...
Stefania, atterrita, cerca istintivamente cogli occhi ove nascondersi.
L'altro, intanto, continua a gridare dalla strada, a squarciagola:
— Cecco! Cecco!... Cecchino!... Sono io!... Nespola!...
— Nespola? — Ripete Stefania guardando Francesco, interrogandolo cogli occhi stupiti.
Francesco ripete appena, sottovoce:
— Il più terribile dei seccatori!
— Roerooo!... Rispondi!... So che ci sei!... Vedo il chiaro della lucerna!... Se hai da scrivere, da lavorare non importa! Ho da parlarti!... Sul momento!... Ho fretta!... Roerooo!
— Ma che cosa sarà mai successo?... Che cosa vorrà?
— Chi sa? Non può essere niente di serio! Una sciocchezza, certo! Magari... vorrà condurmi a pranzo con lui! Ma se intanto non gli rispondo è capace di buttar giù la casa! È fatto così! Quando capita è una disgrazia!... Una tempesta!
— Nespola? — Ripete Stefania, rasserenandoci a quelle parole e sorridendo per quel nome.
— Un chiacchierone, un sussurrone qualunque!... Un giornalista...
Stefania torna subito ad oscurarsi.
— Un giornalista a spasso! Vivaddio! Stava tanto bene in America!
— Roerooo! Roero!
— Ma come si fa? Come si fa?
— Vado io; lo piglio per il petto o per il collo. Non dubitate; lo porto via con me! Voi spiate dalla finestra. Quando ci vedete lontani uscite pure, senza timore. Prendete la chiave!... Dov'è?...
La cerca affannato in tutte le tasche; la trova.
— Eccola! A voi! — E fa per correr via.
Ma la Fáni, prendendo la chiave, lo trattiene lei, adesso, per una mano, fissandolo con un sorrisetto arguto e seducente.
— Venite stasera?...
— Sì.
— Roerooo!
Stefania continua a fissare il giovine commediografo e continua a sorridere.
— Sentite, — bisbiglia sottovoce, — il vostro terribile seccatore!
Poi, d'improvviso, mentre lo spinge fuori è Stefania che gli sfiora una guancia più col fiato che colle labbra.
II. Il terribile seccatore.
Francesco, piombando addosso all'amico Nespola che continua a chiamarlo sotto la finestra:
— Via! Via!... Vieni via!
— Sei in collera?... Invece di lavorare alla commedia, di' la verità, c'era Dalila con te? M'è venuto in mente adesso. — E l'amico scoppia in una grande risata.
Francesco è furibondo: afferra Nespola per un braccio e lo trascina giù lungo la strada, verso piazza del Duomo.
— Vieni con me! E finiscila!
— Che viso! Che occhi!... C'è proprio Dalila? — E l'importuno ride ancora più forte.
Dalila è una divetta della compagnia Scalvini, così chiamata dalla parte che fa in un'operetta-parodia — La Mascella d'asino — la gran novità del giorno che spopola alla Canobbiana.
— E ricordati che sia la prima e l'ultima volta che ti prendi con me simili licenze! In casa mia, comando io; e quando non ci sono, non ci sono per nessuno, e tanto meno per te, ricordatelo bene!... Non sei nè mio fratello, nè mio padre! Non sei altro che un seccatore!
Nespola sorpreso, mortificato, fa forza e si ferma:
— Se ti arrabbi così, piuttosto torno indietro! Torniamo indietro!
— Avanti! Avanti! E in fretta! E spicciati! Che cosa vuoi? Perchè sei venuto?... Perchè?... Che cosa c'è di tanta premura?
— Ho un duello.
— Al solito!... Lo troverai un giorno o l'altro quello che ti spaccherà la testa!
— Grazie dell'augurio. I rappresentanti del mio avversario si troveranno al Caffè dell'Accademia alle sette e mezzo.
— Che cosa c'entro io?
— Tu mi servirai da testimonio e mi aiuterai a trovarne un altro. Adesso in piazza del Duomo saltiamo in un brum e andiamo a pescarlo. Uno qualunque. Non c'è tempo da perdere! Son quasi le sette!
— Io non posso! Sai del resto che i duelli, i tuoi pasticci non sono cose che mi divertano.
A questo punto si sente stringere il braccio dall'amico: si volta.
— Che cosa c'è?
— Guarda, per Dio, che bella donna!... Per lei mi batterei volentieri, altro che per Depretis!
Era la baronessa Arcolei, che passava loro dinanzi svelta, diritta, con quel suo tic-tac misurato, ritmico, veloce.
Dileguato lo spavento, le era tornata l'audacia: voleva vedere quel tipo curioso che si chiamava «Nespola» e voleva godersi a mettere in imbarazzo l'amico, a intimidirlo, a confonderlo con la propria impudenza.
— Depretis?... — Francesco ha la voce leggermente alterata. — Perchè Depretis?
— Perchè mi batto per Depretis! Non te l'ho detto?
— Tu?... Ma non fai il repubblicano?
— Ho difeso Depretis a proposito della riforma elettorale. Con questa legge è Barbabianca, appunto, che viene a me; non sono io che vado a lui!
— Con chi ti batti?
— Col Bonaldi della Difesa Lombarda.
Il Roero, sempre più seccato, si morde i baffi.
— Ma io... sono in ottimi rapporti col Bonaldi.
— A me invece è antipaticissimo con quel viso giallo-verde, sbarbato, che non sa decidersi fra il viso del prete e quello del servitore!... E poi io sarò più meno a spasso, ma lui è un giornalista più bestia di me!
— E per questo vuoi batterti con lui?
— Per questo non posso soffrire la sua aria d'importanza, la sua affettazione di volersi mettere in frac tutte le sere!... Vero Tony di sagrestia.
— Ma io, ti ripeto, sono in ottimi rapporti col Bonaldi e non posso andarlo a sfidare a nome tuo, per simili... sciocchezze.
L'altro guarda il Roero e sorride.
— Ma è lui che sfida me!... L'ho mandato a rotolare sotto i tavolini del Caffè Manzoni: aveva dato del cinico, del traditore a Barbabianca, perchè, pur di rimanere al potere, non esitava a spalancare alla piazza le porte del parlamento. Io gli ho dato dell'imbroglione, della canaglia, e credo anche quattro pugni.
— Ma... il Bonaldi avrà reagito, avrà risposto?
— Quando lo pescarono sotto i tavolini e l'ebbero rimesso in piedi, mi rispose tranquillamente, accendendo la sigaretta e senza guardarmi in faccia, — non guarda mai in faccia quel falso baciapile!, — che se, per caso, avessi potuto trovare due persone appena rispettabili, disposte a rappresentarmi, alle sette e mezzo al Caffè dell'Accademia, due suoi amici le avrebbero aspettate: in caso diverso, una querela. Io subito ho pensato al deputato Traversa. — Scoppiando in una risata: — Più rispettabile di un onorevole!... Sono persino sinonimi! Ma poco fa, ho saputo che il Traversa è a Roma. Allora ho pensato a te: mi dispiace di doverti far alzare domattina alle sei, ma come si fa? — Nespola ride di nuovo e più forte. — Il Bonaldi vuole una persona rispettabile? E io gli mando, nientemeno, che l'amante della moglie d'uno dei suoi padroni.
Francesco si ferma di colpo, lo fissa:
— Come parli!
— Volevo dire l'amico, il galante, il cicisbeo l'adoratore: per Dio, quanti nomi per lo stesso giuoco! Ma sì, che cosa credi? Che non si sappia? Lo dicono tutti!
— Abbassa la voce! Dicono che cosa?
— Dicono che Dalila è il pot-au-feu, ma che la moglie dell'Assessore Arcolei è la musa del commediografo, la donna romantica, il... piatto dolce! È bella, almeno? È clericale?.... Amica dell'Arcivescovo?... Farete prima il segno della croce?
— Basta! Finiamola!
Francesco, più che irritato, offeso, si sente ferito da tali parole.
— Sono chiacchiere, falsità, ancora più stupide che maligne. E per quanto mi chiedi, sono dolentissimo, ma devo dirti di no, assolutamente no. Prima di tutto, non ho tempo. Stasera non posso, e domani vado a Venezia. Ho poi anche molti obblighi di buona cortesia verso il signor Bonaldi. La Difesa Lombarda, in ogni occasione, si è sempre occupata di me e delle cose mie, con molto interesse e con molta benevolenza. In fine... — L'ira di Francesco è sul punto di scoppiare, ma il suo tatto diplomatico riesce ancora a frenarlo: — Infine... io voglio essere rispettato e perciò rispetto gli altri e non posso e non voglio servire da comparsa, da burattino, da marionetta ne' tuoi colpi di scena per quanto falsi e grotteschi. Addio! Buona sera!
Sono giunti in piazza del Duomo: Francesco vede passare un brum e fa una corsa per fermarlo.
— Brum! Brum!...
L'altro afferra Francesco per il polso: non ride più, la sua faccia è pallida, costernata:
— Si tratta del mio onore!... Roero! Roero!.. Hai ragione!... Sono leggero, troppo impetuoso, matto, ho avuto torto; ma adesso si tratta del mio onore. È troppo tardi, ormai! Alle sette e mezzo bisogna essere al Caffè dell'Accademia. E adesso, a quest'ora, chi potrei trovare? Sono tornato dall'America da quindici giorni! Ancora non conosco nessuno su cui poter contare, e ho già tanti nemici! E poi un altro come te, stimato come te, dove lo trovo? E si tratta del mio onore! Si tratta del mio onore!
Francesco è già con un piede sul montatoio del brum, ma gli manca il coraggio di salire e di andarsene:
— T'ho detto che non posso, che ho un impegno per stasera.
— Non hai altro che da passare dall'Accademia, e ti sbrighi in un attimo. Io accetto tutte le condizioni del mio avversario: anche quella, se vuole, di battermi in frac.
L'amico Nespola è sicuro ormai che il Roero non gli scappa più e torna a ridere spensieratamente.
In fatti Francesco fa cenno al brumista di aspettare un momento e torna vicino al suo terribile seccatore: lo manda al diavolo assai cordialmente, ma pensa anche, in cuor suo, che non può abbandonarlo.
Certi amici sono come le malattie: capitano quando vogliono, e si può soltanto sperare che passino presto!
Il Roero conosce Nespola già da vari anni. Lo ha incontrato la prima volta sul palcoscenico del teatro Manzoni. Adesso il Roero, nel bel mondo delle prime milanesi, è il giovane commediografo alla moda, dalla raffinata casistica bourgettiana: allora lo si credeva ricco soltanto di quattrini e di gusto. Non amava ancora il teatro, ma soltanto le attrici ed appunto ad una di queste, una sera, senza pensarci, avea promesso un proverbio per la beneficiata; senza quasi pensarci lo aveva scritto, lo aveva letto ai comici, agli amici, al club e in casa D'Orea; lo aveva dato a copiare e messo in prova, e soltanto alla vigilia di andare in iscena gli si erano aperti gli occhi e aveva cominciato a pensare con spavento, al pericolo e al ridicolo di fare un gran fiasco.
— Ritirare la commedia?... Con tutto il teatro già venduto?... Che chiasso! Gli amici, gl'invidiosi, i rivali, gl'imbecilli, che già pregustano il piacere di fischiarlo e la voluttà della piccola distruzione!... Come si sarebbero vendicati!
Nespola, il già terribile seccatore, si trova appunto sul palcoscenico alla penultima prova, e scopre nella nuova commediolina ciò che agli altri era passato inosservato: il talento dell'autore e una fresca e spontanea originalità.
— La vostra commedia, signor Roero, ha un difetto solo; è troppo lunga e troppo corta. Fatevi dare il manoscritto, andiamo a far colazione e poi lavoriamo insieme un paio d'orette. Per domani sera, scommetto e giuro, avrete un grande successo!
Nespola, in quel tempo, era pure un autore drammatico; soltanto faceva i suoi drammi colla forbice e colla gomma, tagliandoli dalle appendici del Secolo. Il Roero lo guarda mortificato, ma poi accetta, per disperazione. Invece di un paio d'orette, stanno insieme a fare, a disfare, a rifare e a mangiare e bere allegramente tutto il giorno, tutta la notte... ma la sera dopo il Roero ha un trionfo; il pubblico e la critica lo portano alle stelle!
Potrebbe il Roero dimenticare tutto ciò? Potrebbe il Roero rifiutarsi al povero Nespola che ricorre a lui, in nome del suo onore? No, certo; tanto più che lo scrittore bohémien, sempre in collera col pranzo e sempre in caccia di quattrini con chi non gli deve nulla, a lui, a Francesco Roero che invece gli deve pur qualche cosa, anzi appunto per questo, non ha mai domandato nemmeno cinque lire in prestito.
No, non lo può abbandonare! Assolutamente, no.
Una seccatura, per altro!... Una grande seccatura!... Fare da padrino a un repubblicano, lui, Francesco Roero?
Che cosa avrebbero detto al club?
Fare da padrino all'avversalo del Bonaldi?... L'anima... politica, di don Giulio Arcolei?
Il Roero dà un'alzata di spalle:
— M'importa assai di don Giulio!...
E Stefania?.... La collera, i musetti lunghi di Stefania? Stefania clericale e così aristocratica?... Stefania che in odio alla democrazia aborre i giornalisti in generale e, all'infuori della moda e della musica, tutto ciò che è moderno?...
Il giovine innamorato, invece d'intimorirsi, ha un impeto di sdegno e di fierezza:
— Stefania deve comprendere la mia condizione; i miei obblighi. Io non sono un insignificante damerino! Un qualunque imbecille sportista! Non deve confondermi colla folla che le riempie il salotto! Io sono uno scrittore, un commediografo, un uomo d'ingegno. Il mio mondo è più vasto del suo, io non appartengo soltanto a lei, ma anche al pubblico!
E se per vendetta non tornasse più?... Ma ricorda l'ultimo saluto, gli occhi lucenti della Fáni e sorride:
— Verrà!... Tornerà!...
Intanto Francesco e il suo seccatore camminano sempre su e giù poco lungi dal brum e dal brumista, che continua a tenerli d'occhio: Nespola ripete, con tutti gli incidenti più comici la scena successa al Caffè Manzoni e conclude ancora dichiarando che avrebbe accettato tutte le condizioni imposte dall'avversario.
— Sta bene, ma per l'altro testimonio?
— Un tuo amico, un tuo collega, un ufficiale, così si fa più presto!...
— Ho già trovato! Nicoletto Loreda..... Un giovine guerriero di complemento. Un eroe sempre pronto e felicissimo quando si tratta di far battere gli altri.
— Allora, in compenso, ci pagherà da pranzo.
— No, oggi, t'invito io.
— Invece andremo alle Tre Spade, dove ho credito illimitato e dove ti farò sentire un barolo degno della circostanza.
— Come vuoi!
Francesco chiama il brumista, fa salire l'amico in carrozza, e poi monta egli pure, gridando l'indirizzo al cocchiere:
— Borgonuovo, 115!
Una sferzata alla rozza e il brum parte di corsa, traballando.
Francesco, dopo un momento; appena la vettura ha varcato l'acciottolato e cessa il rumore assordante dei vetri e delle ruote:
— Dimmi un po'; per presentarti al Loreda, come ti chiami? Tutti ti chiamano Nespola!... Io ti ho sempre chiamato Nespola....
Il giornalista risponde con una risata:
— Sicuro!... Se qualche volta non ci fosse l'usciere, avrei dimenticato anch'io di chiamarmi Savoldi. Pippo Savoldi.
— Nespola è sempre stato il tuo pseudonimo?
— No. Prima è stato il nome di una mia cagnetta. Una piccola terrier, intelligentissima, affezionatissima! E sì che non la mantenevo sempre a bistecche, povera Nespolina!... Quand'è morta, per memoria e per gratitudine, ho preso il suo nome.
Un lungo silenzio: il viso del giornalista s'è fatto serio mentre osserva l'amico suo, che soffia lentamente dallo sportello il fumo della sigaretta, Nespola ha qualche cosa in quel momento che gli vorrebbe confidare... Il suo viso diventa più serio, con una espressione quasi di angoscia. Ad un tratto lo chiama battendogli sopra una spalla:
— Sai?... Adesso... ho un'altra...
— Un'altra cagnetta?
— Sì.
— E si chiama Nespola come la prima?
— No; questa... si chiama Lulù! Vuoi vederla? Te la faccio vedere!... È un momento! È qui vicino!
Il Savoldi fa per aprire lo sportello: Francesco lo ferma.
— Non faremo poi troppo tardi?
— Hai ragione!... Anzi, meglio così!
Il viso del giornalista muta di colpo ed egli scoppia in una delle sue rumorose sghignazzate.
— Meglio così; potrei commuovermi e diventar vile! Invece, resta inteso: se morrò infilzato come un rospo, Lulù è tua. Ti rimane Lulù in eredità!
Francesco ride a sua volta:
— Va bene!
— Qua la mano.....
— Accettato!
I due si stringono la mano, sempre ridendo, mentre la carrozza si ferma dinanzi al numero 115 di via Borgonuovo.
Nicoletto Loreda è in casa. Appena sente dal Roero di che si tratta, rimanda il pranzo con entusiasmo.
— Eccomi a sua disposizione, caro signor Savoldi; e con tutto il piacere! S'accomodi!... Accomodatevi!... Senza complimenti! Alla militare! Vado a mettermi il paltò e torno subito.
In fatti il Loreda va e torna in un lampo: paltò nero, guanti neri, cappello a cilindro, aspetto più che mai risoluto e marziale.
— Dunque, abbiamo da fare col Bonaldi, della Difesa? Oh! Oh! L'ho visto più volte in sala di scherma. Sacré Tonner! Tira benissimo di sciabola e di fioretto!
Nespola strizza l'occhio a Francesco ridendo alle spalle del giovine guerriero:
— Tanto meglio!... Sul terreno chi più ne sa, le piglia.
III. Lulù!... Lu...lù...
Il duello è fissato per le otto alle Cascinette, fuori di Porta Nuova, in un cortiletto del tiro al piccione, tutto chiuso da una siepe folta ed alta; ma già allo scoccar delle sette, com'eran d'accordo, Nicoletto Loreda si presenta in casa del Roero per farlo svegliare.
Al servitore che gli apre;
— Il vostro padrone? — E aggiunge difilato, senza aspettar risposta: — Bisogna svegliarlo subito!... Sul momento!
— È già alzato da un pezzo! È già vestito!
Il servitore va innanzi aprendo gli usci:
— S'accomodi, signore: il padrone l'aspetta in camera.
— Alzato e vestito?... Tanto meglio!
Loreda segue impettito il servitore facendo sgrigliolare le scarpe nuove sul pavimento e cantarellando sottovoce:
Suoni la tromba intrepido... Io pugnerò da forte!...
— Buon dì, caro Francesco! Già pronto per la battaglia?... Bravo!
Francesco sta riempiendosi l'astuccio di sigarette: risponde appena, colla voce un po' rauca, senza alzare il capo:
— Buon giorno.
— Ti annunzio un roseo mattino. Avremo una giornata fredda, ma stupenda...
Suoni la tromba intrepido...
Fa piacere, di tanto in tanto, una buona alzata mattutina! Io ho già fatto una prima colazione: due uova col caffè. E tu?
Francesco cerca la scatoletta dei cerini, arrabbiandosi perchè non la trova subito, e non risponde.
Nicoletto l'osserva sott'occhi, lo studia:
— Non sei di buon umore?
Il Roero continua a non rispondere e allora Nicoletto va a guardare alla finestra battendo colle dita sui vetri:
Suoni la tromba intrepido...
Il Roero prima lo guarda torvo, poi lo interrompe con impeto:
— Sai...
L'altro si volta scattando come molla.
— Abbiamo agito, credo, troppo leggermente.
— Noi?... Abbiamo agito leggermente?... Noi?... Quando?
— Ieri sera; coi padrini del Bonaldi.
— Leggermente? Nobilmente vuoi dire, coraggiosamente!..... Abbiamo accettato, senza ribatter parola, tutte le condizioni del nostro avversario! Più gentiluomini di così, vivaddio, non si poteva essere!
— Abbiamo accettato condizioni troppo gravi.
— Avevamo dal nostro Savoldi un mandato imperativo.
— Appunto!.... Un mandato imperativo non dovevamo accettarlo, assolutamente. La volontà del «primo» dev'essere subordinata ai doveri indeclinabili dei padrini.
E in istrada mentre si avviano a prendere il Savoldi, che li aspetta in piazza del Duomo, al Caffè Carini, Francesco Roero a capo chino, sempre imbronciato borbotta ancora con un impeto sordo d'amarezza e d'ira:
— Sì; leggermente!..... Abbiamo agito troppo leggermente: con troppa fretta.....
Ma queste parole, il Roero, più che per il suo compagno, le ripete nella propria coscienza, come un rimprovero per sè stesso.
È il suo tormento, è il suo rimorso. È perciò che non ha mai potuto chiuder occhio in tutta notte!
Quand'egli s'è trovato la sera innanzi al Caffè dell'Accademia, in presenza dei due rappresentanti del Bonaldi, il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, s'è sentito preso, lì per lì, da un senso improvviso di mortificazione e di timidità.
Il commendator Bonaldi e il quasi ignoto..... Nespola! Era l'aristocrazia e la democrazia che si trovavano di fronte; e a Francesco Roero, che fin allora non ci aveva pensato, seccava assai di trovarsi all'Accademia a sostenere la democrazia.
Il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, non erano soltanto i rappresentanti del ricco e reputato giornalista moderato conservatore, con una punta di clericalismo; non erano soltanto i rappresentanti del partito politico di don Giulio Arcolei ma rappresentavano i due rivali suoi più temibili presso il cuore della Fáni; rappresentavano le idee, i pregiudizi, i gusti, i sentimenti, le raffinatezze, l'eleganza, l'ambiente, la corte della bella baronessa.
Egli sentiva che avrebbe potuto far perder la testa, far commettere qualunque scappatella alla Fáni, ma sentiva pure che presso il soglio della baronessa, egli non avrebbe mai avuta l'autorità di que' due, però li detestava e li ammirava, li metteva in ridicolo e li invidiava. Francesco Roero era ricco, era entrato ormai nel sancta sanctorum della più ristretta società milanese, ma perchè suo padre, un fittabile di Lodignola, si era logorato la vita accumulando per lui. E in faccia al conte Carlo Faraggiola e al marchese Emanuele Estensi, avendo da rappresentare la repubblichetta spiantata del povero Nespola, Francesco Roero si era sentito più che mai..... il figlio di suo padre e nient'altro!
Allora, per mantenersi in credito e in sussiego, più assai preoccupato dei giudizi e dei pregiudizi della Fáni che non della pelle del povero Nespola, per l'ansia di mostrarsi lui, in tutta la sua condotta, ancor più gentiluomo di quei due campioni autentici della vecchia razza, a furia d'inchini, di sorrisi garbati e di compiacente cavalleria aveva finito per accettare tutte le condizioni e le pretese poste innanzi dagli abili avversari, con grande vantaggio del loro primo.
Il Savoldi che aspetta fuori dal Caffè Carini, appena scorge il Roero e il Loreda alza le braccia e le mani festosamente in segno di saluto, li raggiunge affrettando il passo e subito, per scherzare e per far ridere il Roero, domanda rivolgendosi comicamente serio a Nicoletto:
— Come mai?... Non vi siete messo in uniforme?
E lo scapigliato e rumoroso giornalista, continua per tutta la strada e anche sul terreno, durante tutti i preparativi per lo scontro, a scherzare, a ridere, a dir spiritosaggini e buffonate alle spalle di Nicoletto Loreda che fa «l'omeno d'arme» con una disinvoltura e un'animazione straordinaria e alle spalle persino del suo stesso avversario, il Bonaldi, ch'egli chiama sottovoce don Torquemada, per la testa calva ossuta ergentesi sull'alta e rigida persona, per la faccia pallida marmorea, dall'occhio nero obliquo, dal naso adunco, dall'espressione impassibile e impenetrabile.
Nespola s'è accorto che il Roero «ha la luna»; pensa di averlo seccato col farlo alzar troppo presto e tutti i suoi sforzi sono appunto per metterlo di buon umore, ma non ci riesce.
E nemmeno il Roero, per quanto si sforzi, riesce a vincersi: la stessa limpida serenità di quella fredda mattina di gennaio, gli penetra nel sangue, nelle ossa con un brividore sinistro che gli agghiaccia l'anima e che lo prostra.
Quanto la sera innanzi è stato garbato, deferente, remissivo, altrettanto adesso è ostinato, cavilloso, risoluto, perfino aspro nel difendere, nel tutelare i diritti del suo primo.
A momenti sembra quasi ch'egli stesso cerchi una questione coll'Estensi e col Faraggiola. Strapazza Nicoletto Loreda che sembra a nozze e quando vede in un angolo del cortile il giovine chirurgo dalla barba ispida e dalla folta capigliatura arruffata preparare i ferri, le filacce, le bende, è preso da un tremito convulso.
..... Eppure s'era battuto lui stesso più d'una volta, coraggiosamente. Ma allora si trattava della sua pelle! Era padrone lui, lui solo, della sua propria pelle!
È con terrore che vede avvicinarsi il momento in cui i duellanti saranno di fronte: e il momento si avvicina.
A mano a mano, nel dare le ultime disposizioni, la sua voce si fa bassa, roca, il suo occhio incerto e smarrito.
E il freddo, il freddo di quella mattina scialba, sinistra, maledetta che gli fa battere i denti, e piegar le ginocchia.....
E il momento, il terribile momento si avvicina rapido, preciso, incalzante!... È un lampo!... Come sarebbe felice il Roero se potesse battersi lui..... se dovesse anche pigliarle lui invece di quell'altro!
— Sarà colpa mia, se accadrà una disgrazia!...
La sera innanzi, al Caffè dell'Accademia, durante le trattative, nel fissare le condizioni di quello scontro era ubriaco, era pazzo, cos'era successo?...
Non aveva preveduto nulla, pensato a nulla!...
— No! No! Non dovevo aderire, dovevo oppormi alle generose ingiunzioni del mio primo!... Non dovevo accettare così, ad occhi chiusi, in fretta, leggermente tutte le condizioni dell'avversario! Leggero! Leggero! Sono stato leggero, persino sleale! Sono colpevole! Sono un vigliacco!
Si estrae a sorte la scelta del terreno: il favorito è il Bonaldi.
A questo primo scacco della fortuna il cuore del Roero ha un'altra stretta più forte.
La sorte è pure in favore degli avversari assegnando al conte Faraggiola la direzione del combattimento.....
— Se fossa toccato a me — pensa il Roero — mi sarebbe mancata la forza!.....
I due avversari, ai lati opposti del cortile, si levano in fretta la giacca, il panciotto, la camicia; a petto nudo, sono posti l'uno in faccia all'altro. Che cosa fanno?... Che cosa fa?... Il Roero non lo sa nemmeno: agisce meccanicamente, automaticamente.
Nicoletto Loreda gli dà una sciabola:
— Com'è pesante!...
Il Faraggiola, alto, biondo, compassato come un diplomatico inglese, è in mezzo agli avversari e prende con ambe le mani, per misurare la distanza, le punte delle due lame.
— Signori, in guardia!
Tutto il piccolo cortiletto, avvolto in una luce che il freddo rende cristallina, gira lentamente dinanzi agli occhi del Roero, colle figure nere simmetricamente disposte dei testimoni e del medico, il petto ignudo dei duellanti, le loro sciabole diritte che luccicano.....
Il Faraggiola lascia libere le punte delle due lame e si scosta di alcuni passi, retrocedendo:
— A loro!
Il Roero trasalisce, spalanca gli occhi esterrefatti. Un momento di sosta, di ansia.....
Un uccellino, di volo, si ferma dondolando sopra una lunga frasca della siepe: osserva un istante, poi fugge via battendo l'ali, squittendo impaurito.
È il Savoldi che si slancia contro l'avversario attaccando per il primo....
— Alt!
I padrini credono che il Bonaldi sia rimasto ferito al braccio. Il medico osserva: la lama ha appena sfiorato.
Un'altra sosta, poi un nuovo assalto, ancora del Savoldi, fulmineo; ma nell'impeto si getta contro la sciabola dell'avversario: la punta gli attraversa la gola.
— Alt!
— Alt!
Il Bonaldi abbassando la sciabola, si ferma irrigidito, mentre il Roero si precipita raccogliendo fra le braccia il Savoldi che barcolla, che stramazza addosso a lui coprendolo di sangue.
— Per dio! Per dio! Dottore! Dottore!
Accorre il medico..... Accorrono tutti attorno al ferito. Nespola fissa in volto al Roero due pupille dilatate, disperate, gridandogli un nome:
— Lulù!... Lu... lù...
Straluna gli occhi: un altro fiotto di sangue che gli sgorga dalla gola, dalla bocca, gli spegne la parola e la vita.
Un grido, un nuovo orribile grido di Roero:
— È morto!
IV. ?.....
Francesco Roero dopo il duello si chiude in casa, senza ricevere, senza farsi più veder da nessuno. Ha sempre fissi dinanzi a sè, gli occhi stravolti del morente, la macchia rossa che si allarga, sente sempre l'odor del sangue. D'ora in ora, la solitudine, l'abbattimento, la stanchezza, lo rendono sempre più nervoso e più inquieto. È un'inquietudine, è un terrore quasi fantastico del reale, del presente..... e dell'al di là! È il terrore di quel sangue, di quegli occhi, dell'anima stessa, del fantasma di quel morto; e lo turba, lo agita pure il pensiero di un processo, di una condanna... Forse la prigione!
— È stato ammazzato un uomo! Abbiamo ammazzato un uomo!
E Stefania? Com'è lontana oramai! E ieri, soltanto ieri era lì, proprio lì, seduta dinnanzi alla scrivania!
L'idea della notte, di passar tutta la notte così solo, colla visione di quel duello, di quel sangue, di quegli occhi, lo spaventa.
Suona, chiama Giovanni, il servitore:
— Va subito in cerca dell'avvocato Olivieri; adesso lo troverai facilmente alla Patriottica; e del dottor Sellero. Non mi sento bene. Fa presto!
Il dottor Sellero è pure il dottore di casa Arcolei: gli chiederà un calmante per la notte e indirettamente anche le notizie di Stefania.
— Non una parola, nulla, in tutto il giorno!
L'Olivieri è un giovine avvocato, molto amico del Roero.
— Mi farà un po' compagnia e intanto mi consiglierò; sentirò che cosa devo fare. È stato ammazzato un uomo!... Abbiamo ammazzato un uomo!
Ma il dottore si è recato a Vigevano per un consulto, e l'Olivieri è impegnato in una seduta. Quando l'avvocato arriva più tardi, trova il Roero già a letto:
— Vuoi dormire, o ti senti poco bene?
— Non sto bene. Ho fatto chiamare il medico, ma è a Vigevano.
— Hai pranzato?
— No. Non ho fatto nemmeno colazione.
L'Olivieri prende il lume dal tavolino per guardar meglio in viso l'amico; gli fa qualche domanda, lo studia attentamente, poi rimette il lume a posto, sorridendo:
— Tu hai in corpo una paura indiavolata!... Sei rimasto molto impressionato; sei un uomo di cuore, è naturale! Ma invece di muoverti, di cercare di distrarti, sei rimasto tutto il giorno solo, chiuso in casa, senza parlare, senza mangiare, e i nervi han preso il sopravvento! Lascia stare il dottor Sellero a Vigevano, chè alla tua cura penso io. Una buona cena e un paio di bicchierini di marsala. In quanto al processo... Non pensarci nemmeno!
— Ma... è stato ammazzato un uomo!...
— No; un uomo è rimasto ucciso in duello, il che è ben diverso. Anche per la Giustizia è come per l'arte: tutto, caro mio, sta nella forma. Si farà un processo, certamente, e il Bonaldi verrà anche condannato a parecchi mesi di detenzione che sconterà..... con una prossima amnistia.
— Per il Bonaldi è anche giusto; è stato provocato, è stato offeso e, in fine, s'è battuto lealmente mettendo in gioco la propria vita come quell'altro... che l'ha perduta. Ma noi? Noi abbiamo fatto ammazzare un uomo e non abbiamo arrischiato nulla!
— Tu non sei andato a cercarlo questo Savoldi, questo tuo Nespola!... Ti è caduto sul capo come una tegola! Accomodare la questione pacificamente era impossibile; dunque?... Rimorsi non ne devi avere. I padrini, quando sono in regola colla propria coscienza, non hanno nessun conto da rendere nemmeno alla legge. Su, su, coraggio! Recipe, una buona cena; e se non basta il marsala per infonderti un po' di color roseo nella fantasia, fa portare una bottiglia di champagne.
— Se mi fai compagnia.....
— Perchè no?
— Allora mi alzo subito, e intanto mando Giovanni al Rebecchino. Fuori, stasera, non voglio farmi vedere.
L'avvocato scoppia in una risata:
— Fai benissimo! C'è Nicoletto Loreda che si fa vedere anche per te. Io l'ho visto da lontano descrivere il duello: capivo dai gesti, dalle mosse! L'ho visto sul Corso, al Cova, al bar, e l'ho sentito dal parrucchiere. Adesso, poco fa, alla Patriottica, descriveva ancora, con delle spaccate tremende!... Ma, ormai, non ha più voce!
— L'opinione pubblica, per chi è? Che cosa dice la gente?
— È favorevole al vivo.
— E... in casa Arcolei?
— Con questo duello il Bonaldi e la Difesa hanno acquistata molta autorità e forza: ciò, naturalmente, farà gongolare don Giulio, che per altro si guarderà bene dal dimostrarlo.
— E... io?
— Tu?
— Sì. Credi che io sarò ricevuto bene, come prima, in casa Arcolei?...
— Ecco, ciò dipende dal grado, diremo, di stima e di simpatia che può aver per te la signora baronessa. Tu solo, mio caro, sei in grado di sapere fino a che punto ella può esser disposta a chiudere un occhio. Perchè è così: in faccia a casa Arcolei, alla sua corte e al mondo milanese tu, con quel tuo Nespola sanculotto, ti sei abbastanza incanagliato.
Il Roero comincia a cenare svogliatamente, ma poi, a mano a mano, acquista un ottimo appetito. Anche lo champagne e l'allegra parlantina dell'avvocato fanno il loro effetto, e però, quando dopo la mezzanotte egli torna a letto, si addormenta subito e placidamente. Ma verso le quattro si desta di colpo sussultando, e si rizza a sedere sui cuscini col respiro rotto, affannoso, col cuore che gli batte furiosamente, colla fronte madida di sudore.
— No, no, no, io non ho fatto il mio dovere! Io non sono in regola colla mia coscienza! Io dovevo imporre condizioni meno gravi, io dovevo far valere l'inferiorità fisica del povero Nespola in confronto del Bonaldi! Invece io ho accettato in fretta e in furia tutto ciò che proponevano il Faraggiola e l'Estensi in vantaggio del loro primo! Io non ho pensato nemmeno a quel povero disgraziato che mi aveva affidato il suo onore e la sua vita! Io non ho pensato che alla Fáni, a ciò che quei due avrebbero riferito, avrebbero detto di me alla Fáni... Ed io quell'uomo l'ho fatto ammazzare; l'ho lasciato ammazzare per la Fáni!
Nel buio della camera ecco ancora riappariscono gli occhi stravolti, la gola squarciata dalla larga ferita e nel silenzio profondo risuona l'urlo terribile della convulsione e della morte:
— Lulù! Lu... lù...
Era la disperazione, era il delirio!
— Lulù! Lu... lù...
Che contrasto strano, doloroso, persino ironico, questo grido, questo nome, il nome di un cane, di una bestia su quella bocca sformata che vomita sangue, che spasima, che si torce nell'agonia!
— Lulù? La cagnolina, l'unico affetto del povero Nespola! Gli ho promesso di custodirla, di tenerla con me! Gliel'ho promesso e lo farò! Giuro che lo farò! Ma dove trovarla? Dove sarà? Nespola rideva, scherzava sempre su tutto, su tutti! Forse è uno scherzo anche Lulù!
Nella cameretta che il Savoldi teneva alle Tre Spade — tutta casa sua! — Lulù non c'era. Non c'era niente in quella povera camera lontana; una topaia su, all'ultimo piano! Avevano trovato un pettine e un berrettino da viaggio; due solini staccati, uno sudicio ed uno nuovo... Poi nient'altro che giornali e mozziconi di sigari. Un gran puzzo, un tanfo di sigaro spento.
— Lulù? Forse è stato uno scherzo e non esiste nemmeno! Oppure, chi sa, Lulù è presso qualche donna.... presso un'amica, un'amante di quel povero diavolo! In tal caso devo cercarla, devo prenderla con me; l'ho promesso!
Francesco a poco a poco si calma; il suo respiro, i battiti del suo cuore si fanno più regolari. Egli torna a tirarsi giù, sotto le coperte, a stendersi nel letto, e continua a pensare:
— Domani, andrò di nuovo alle Tre Spade. Domanderò all'albergatore di questa Lulù; forse egli saprà dirmene qualche cosa. E poi pagherò il conto del Savoldi. E se quel povero diavolo ha lasciato altri debiti li pagherò. Voglio che la sua memoria sia rispettata. L'Olivieri penserà al funerale, che si farà a mie spese...
..... Gli occhi di Nespola non sono più minacciosi. Nespola ringrazia, scoppiando al solito in una grande risata e il Roero, a poco a poco, si addormenta tranquillamente.
Ma la mattina dopo il suo primo pensiero non è di correre alla locanda delle Tre Spade in cerca di Lulù, è di mandare in portineria nella speranza di trovare un bigliettino, un libro, qualche cosa che gli sia mandato da Stefania. Stefania accorta e prudente, anche quando è innamorata, non gli ha mai scritto e il Roero non aspetta certo una lettera, ma due righe, una parola, un cenno soltanto, per fargli capire ch'ella è in collera, che lo ama sempre.....
Niente. Di Stefania, niente: non ha scritto, non ha mandato un libro, il segno d'intesa che è sola in casa verso le sei, prima di pranzo e che lo aspetta a quell'ora senza fallo; non ha mandato nessuno.
— È troppo presto ancora; verrà qualcuno più tardi. Ieri non mi ha veduto in tutto il giorno, ma ieri sera mi ha certo aspettato come al solito. Perchè si sarebbe cambiata? Che cosa ho fatto? Che delitto ho commesso? Ho fatto da padrino ad un giornalista mezzo repubblicano che ho conosciuto molti anni fa! Ciò può aver urtato don Giulio; non lei. Lei sa benissimo che io non sarò mai un codino.... E per quanto abbia detto, predicato, non è mai riuscita a farmi ammirare suo marito! Un grand'uomo perchè sa non far niente e perchè non parla! Io sono un artista, uno scrittore; ho altri ideali, altri doveri! Non sono un imbecille ieratico sullo stampo del suo Estensi e del suo Faraggiola! Chi sa, però, come questi due sapranno valersi dell'occasione per screditarmi e per guadagnar terreno. Sono invidiosi, gelosi; qualche cosa hanno dovuto subodorare e mi odiano... Ma la Fáni con me, ormai... E venuta qui... È stata qui, vivaddio; qui in casa mia! Certo questa volta mi scriverà o mi farà dir qualche cosa!
Presentarsi in casa Arcolei senza un avviso di Stefania, non si arrischia per via di don Giulio:
— Se don Giulio mi fa uno sgarbo?... Se non mi riceve?... Scrivere io a Stefania?...
Impossibile. Stefania gli ha proibito di scrivere, per qualunque motivo, assolutissimamente.
Non c'è altro dunque che aspettare e il Roero aspetta e non si alza da letto: dormendo, il tempo passa più presto e spera in cuor suo d'essere svegliato da un messaggio di casa Arcolei.
Chiude gli occhi, ma tende ansioso le orecchie ad ogni passo, ad ogni voce, ad ogni suonata di campanello.
Non può dormire; si volta, si rivolta. Mille pensieri lo agitano; gli ritornano le inquietudini, le smanie come il giorno innanzi. Ha già mandato Giovanni in portineria due, tre volte: niente! Si alza per far colazione e strapazza il servitore, il parrucchiere, lo stampatore venuto a portargli delle bozze. Poi, non ha ancor finito di far colazione, pianta lì tutto e si veste per uscire.
— Andrò in cerca di Lulù. Povera Lulù, mi vorrà più bene e mi sarà certo più fedele!...
Ha già indossato il paltò, prende il cappello, i guanti, il bastoncino, quando ecco Giovanni con una lettera; la lettera di Stefania!
Giovanni è ancora sull'uscio, la lettera è ancora sul vassoio, ma il Roero è troppo innamorato per potersi sbagliare.
— Chi l'ha portata?
— Un servitore di casa Arcolei.
— Aspetta la risposta?
— No; è già andato.
Il Roero non esce più; si chiude invece nel suo studio colla lettera tanto desiderata, tanto cara! Ma prima di leggerla, vuol goderla. Fa per aprirla e ha timore di aprirla... teme ancora in un disinganno!... Oh, il piacere di aspettare, d'indovinare, d'immaginare!
«A Francesco Roero «s. m.»
— Non è una lettera; è un bigliettino soltanto!... Ma che importa? M'ha scritto! Vuol dire che mi ama e vuol dire che la vedrò!
Sdraiato sul canapè continua a bearsi nel rileggere l'indirizzo dal bel caratterino slanciato, ad angoli precisi, mentre il profumo che emana dalla lettera dell'Arcolei, dapprima quasi impercettibile, si fa più acuto, più penetrante...
«A Francesco Roero «s. m.»
Ad un tratto il cuore gli fa un sobbalzo; si rizza a sedere sul canapè:
— Forse è un avviso di premura! Un appuntamento!... Vuol vedermi subito!
Straccia la busta che è grossa, fortissima, inglese: non è che un semplice biglietto di visita di Stefania con un grosso punto d'interrogazione scritto in lapis.
Francesco ha un impeto d'ira... poi, scrollando il capo, sorride con amarezza:
— Lei, lei, sempre lei! Sempre prudente e diffidente! Mai un abbandono vero! Mai un impeto schietto del cuore! Civetta..... e sempre la scuola dei gesuiti! Un punto d'interrogazione, che cosa vuol dire? Niente e anche tutto!
?.....
«Perchè non sei venuto?... Perchè non ti sei fatto vedere? Perchè non hai fiducia in me, perchè non credi in me?...»
Le domande continuano e Francesco si rasserena. Quel punto d'interrogazione diventa appassionato, tenero, espressivo, eloquente più di qualunque lettera. È la Fáni, tutta la Fáni, colla sua ombrosa riserbatezza e la sua birichina furberia. E lei, lei, tutta la Fáni, che è tornata lì, in casa sua, mezzo sorridente e mezzo in collera, col no sulla bocca e il sì negli occhi. È lei che lo ama, che lo cerca, che lo irrita, che lo maltratta, e che lo calma e lo incanta con una sola carezza.
«Son venuta qui, da te, e ancora dubiti del mio amore?»
Gli par di sentire la voce della Fáni calda, appassionata; gli par di sentire il suo calore, la sua fragranza, nel profumo di quel bigliettino.
— Cara... cara...
E Francesco innamorato e beato bacia la busta, il cartoncino, bacia il punto d'interrogazione, baciando insieme con trasporto, con delirio gli occhi e la bocca della Fáni.
Ma l'innamorato ama e teme quegli occhi a volte sfavillanti, a volte impassibili; ama e teme quella bocca giovine, rosea, dalle leggere sfumature dorate su cui il sorriso languido e voluttuoso si muta a un tratto in una freddezza imperiosa. Egli non si arrischia di presentarsi inaspettato, in ore insolite, in casa Arcolei. La baronessa, ottima amica e insieme ottima moglie, è osservante fino allo scrupolo di ogni regola, di ogni abitudine sociale e, più che può, si mantien fedele all'orario. Colpi di testa dunque, e colpi di scena, mai; improvvisate, mai. Tutto a suo tempo, e c'è tempo per tutto.
Il Roero pensa e conclude:
— Presentarmi di giorno, no. Se oggi avesse potuto vedermi, Stefania mi avrebbe certo mandato anche un suo libro insieme al bigliettino. Andrò stasera; un po' più presto del solito, per trovarla sola.
E il povero Nespola?... E i propositi della notte? Il Roero scrive in fretta all'avvocato Olivieri per il funerale del giorno seguente: ed anche il giorno seguente andrà alla ricerca di Lulù.
Intanto, frenando l'impazienza, egli aspetta che sian suonate le otto e tre quarti prima di varcar la soglia dell'amata. Gli eletti e i prediletti assunti, come il Roero, all'intima comunanza dell'adorazione serale, giungono, quasi sempre, tra le nove e un quarto e le nove e mezzo, partendo dal club o dal Cova, tutti insieme par farsi la guardia l'un l'altro.
Il giovine poeta fa d'un salto lo scalone con l'ali a' piedi e il cor giocondo, ma appena entrato in anticamera s'impunta e aggrotta le ciglia.
Dall'attaccapanni, sotto due lucidi cilindri splendenti al gaz, e così uguali che sembrano gemelli, pendono due pellicce, una lunga, una un po' più corta. Stefania non è sola; ha certo avuto a pranzo il Faraggiola e l'Estensi.
Il Roero, mentre attraversa l'appartamento seguendo i passi del servitore, ha un travaso di bile e di gelosia, col ritorno dei più cattivi pensieri: il duello, il povero Nespola, i suoi rimorsi.
Egli pensa fra sè, imbronciandosi sempre più:
— Anche costoro vorranno farmi il processo! Anche donna Stefania e don Giulio Arcolei; anche quel falso inglese del Faraggiola e quel piccolo rogantino dell'Estensi! Ma stasera mi fo sentire!... Per Dio, non ho paura di nessuno!... Se qualche volta mi lascio imporre dalla baronessa Stefania è perchè è una donna... che mi piace! Ma adesso sono stufo, stufo, stufo di tutta questa casa che sente di patchouly e di sacristia! Proprio oggi li ha invitati a pranzo.... senza di me!... E tutti e due, perchè si son coperti di gloria!...
Povero Nespola!
— Per di qua, signor cavaliere!...
Il servitore volta a sinistra e lo fa passare per la lunga fila di stanze che conducono al salottino... delle indisposizioni di Stefania, quello che precede la sua camera da letto.
— Come?... La baronessa è ammalata?
— Dopo pranzo s'è sentita poco bene.
Tale notizia è fonte di nuove inquietudini per il giovine commediografo. Stefania non è mai indisposta, la sera, senza un perchè.... e senza avere una vittima prestabilita.
Nel salottino, tenuto mezzo al buio dai grandi e fitti paralumi, spiccano accanto al caminetto i bianchi sparati del conte Faraggiola e del marchese Estensi, cioè di Carletto e di Manòlo, come i due testi classici della moda sono chiamati familiarmente alla corte di Stefania e nelle altre corti amiche. Don Giulio Arcolei, in piedi, appoggiate le spalle alla caminiera, spiega loro il nuovo piano regolatore della città di Milano, messo in discussione quel giorno stesso al Consiglio comunale.
Quando il servitore alza la portiera, don Giulio si volta verso l'uscio, e veduto il Roero gli stende una mano dal suo posto, senza muoversi, e coll'altra gli accenna di non far rumore. Francesco si avanza in punta di piedi, e dopo aver stretta la mano a don Giulio, a Carletto e a Manòlo, cerca, girando gli occhi, la padrona di casa. Essa è sdraiata, tenendosi una mano sugli occhi, sopra una lunga poltrona mezzo nascosta tra la finestra e una piccola scrivania, che luccica ai riflessi della fiamma del caminetto.
— Donna Stefania non si sente bene?
Don Giulio sospira:
— La sua emicrania; ma questa sera è più forte del solito.
E continua a discorrere, sommessamente, del piano regolatore.
Francesco Roero, sempre in punta di piedi, si avvicina di alcuni passi a donna Stefania: la bella signora abbassa un momento la mano dagli occhi, sospira flebile, con un gemito, poi, allungandosi, riadagiandosi riprende il primo atteggiamento.
L'autore di Arianna intende il latino, fa un rispettoso saluto e torna indietro, riavvicinandosi agli altri tre; ma anche lì rimane estraneo alla conversazione, fuori affatto dall'orbita della intimità.
Don Giulio, che si sfoga e parla in privato a casa sua per tutto il tempo che tace in pubblico, esaurito l'argomento del piano regolatore, comincia quello non meno ripetuto della nuova esposizione nazionale. Carletto e Manòlo ascoltano attentamente, approvando muti, coi cenni del capo, e Francesco Roero, che si aspettava una sfuriata da tutta quella gente, una strapazzata da parte della Fáni, e che si era preparato a rispondere, a difendersi e, occorrendo, ad attaccare a sua volta, dapprima si sente confuso, impacciato e anche intimidito da quell'accoglienza inaspettata, da tutta quell'esagerata indifferenza, da quel silenzio diplomatico. Ma poi, l'irritazione e il suo orgoglio offeso riprendono il sopravvento. Si alza per andarsene e saluta don Giulio con voce forte e risoluta:
— Vi auguro la buona sera e vi prego di far le mie scuse a donna Stefania. Domattina, se permettete, manderò a prendere le notizie. I due personaggi muti; egli li saluta appena, freddamente, con un cenno del capo e un addio.
I tre si guardano stupiti, e don Giulio, più di tutti e tre, rimane maravigliato e quasi sconcertato da quella specie di ribellione di uno dei più sommessi adoratori di sua moglie.
— Ma come?... Non volete aspettare il tè?
— Grazie. Non sono venuto per fermarmi. Volevo soltanto presentare i miei ossequi a donna Stefania.
Si ode una vocina lontana, debolissima, che pare un lamento:
— Signor Roero!...
Il Roero ha già stretto la mano accomiatandosi da don Giulio. Sentendosi chiamare, si volta e si avvicina lentamente, inchinandosi e salutando, per prendere commiato anche dalla padrona di casa.
Don Giulio si affretta a ritornare al suo posto presso il caminetto e riprende il discorso, ma adesso a voce un po' più alta, mentre Carletto e Manòlo sembrano ascoltare con sempre crescente attenzione. Nessuno dei tre, finchè dura il colloquio tra Francesco e donna Stefania, spinge mai gli sguardi indiscreti verso l'angolo oscuro dov'è seminascosta la poltrona a sdraio.
Appena Francesco le è vicino, Stefania bisbiglia sospirando, senza muoversi, senza alzare il capo:
— Mi sono molto inquietata!... Sapete che mi fa tanto male!... Mio marito è furibondo contro di voi!... Dio mio! Ah, Dio mio!
Un lungo gemito e una lunga pausa, una forte pressione colle dita alle tempie per attutire lo spasimo.
— Anche Manòlo e Carletto vi danno torto, molto torto.
— Sono dolentissimo di sapervi poco bene.
— Avete ricevuto il mio biglietto?
— Cioè, il vostro segno.... grafico? Sì. Ho cercato d'indovinare. Volevate dirmi di venire?... Per questo sono venuto.
— No; volevo dirvi, invece, che non vi capisco.... proprio più.
— Allora mi sono sbagliato nell'interpretazione.
La vocina della Fáni si fa più tenera, più flebile:
— Dite di volermi bene e poi, invece....
Francesco, sempre in piedi, la guata cogli occhi torvi, le ciglia aggrottate:
— E poi?... Avanti! Spiegatevi.
— E poi me lo provate, mettendovi con tanta leggerezza contro di noi. Vi ripeto: non vi capisco proprio più.
— Non mi capite, appunto, per un equivoco. Perchè dite noi? Io non amo tutta la casa, compresi gli ospiti. Io amo voi, soltanto voi; voi.... al singolare!
— E ciò che cosa vuol dire?... Che non sapete amare! Siete ancora troppo giovine; non sapete amare! Oh, se mi amaste veramente avreste un po' di amicizia anche per mio marito, così buono, così retto, così giusto! Avreste per lui stima e devozione! Quando si ama una donna, bisogna ricordarsi bene che si devono tutti i riguardi a suo marito.
— Io, invece, quando amo una donna, odio suo marito e tutti quelli che le fanno la corte.
— Perchè per voi l'amore non è poesia, sacrificio, ma egoismo, e non vi preme nè la pace, nè la riputazione, nè la felicità della povera donna alla quale dite e pretendete di voler bene. Il vostro amore, invece della gioia segreta e suprema dell'anima, volete che sia per tutti una disgrazia!..
Stefania sempre sdraiata gli stende la mano congedandolo:
— Andate pure. Buona sera.
Francesco non si muove.
— Buona sera. Adesso andate. Abbiamo parlato anche troppo fra noi soli, a bassa voce. Del resto.... dipende ancora.... soltanto da voi. Non fate altre sciocchezze; diventate serio, ragionevole, e non siate imprudente.
— Sciocchezze non ne ho mai fatte! Imprudenze non ne ho mai commesse!
— Tutti sono d'accordo nel mettere questo fatto, così doloroso, in silenzio. Avete veduto anche i giornali più avversi al Bonaldi? Ne hanno parlato pochissimo; ormai non ne parleranno più. Voi, da parte vostra, fate altrettanto. Se non per risparmiare a me nuovi dispiaceri, almeno per voi. Pensate alla vostra nuova commedia, così bella.... Non vi conviene crearvi nemici. Anche se non lo meritate — cattivo! — io sento che vi vorrò sempre bene, pur troppo!... Almeno come una sorella! Domani mattina vado a messa a San Fedele. Buona sera e.... andate pure.... anche su qualche palcoscenico.... a far la corte alle prime donne. Cattivo! Cattivo!
La bella sofferente fa un altro sospiro più profondo, coprendosi di nuovo gli occhi languidi colla manina ingemmata.
V. La signora Carlotta.
All'indomani, poca gente ai funerali del povero Nespola. Qualche reporter, qualche ozioso frequentatore del caffè del teatro Manzoni, qualche artista drammatico e qualche curioso raccolto per via. I giornali, che gonfiano i vivi e anche i morti, invece di levar la voce attorno a quella bara, hanno sopìto ogni curiosità, ogni rumore. Il morto non è di moda; nessuno ne ha parlato, nessuno ne parla. Insomma, interessi e convenienze e simpatie hanno ordita tacitamente la congiura del silenzio.
Il Bonaldi, in fatti, nato a Milano, appartenente al giornalismo milanese, ha nome e autorità, conta amici, aderenze, influenze, mentre invece, chi è, chi lo conosce quell'attaccabrighe esaltato e villano, capitato non si sa da dove per far chiasso? Uno spiantato, uno spostato, un sovversivo pericolosissimo, sempre in cerca di una lite e di un biglietto di cinque lire! Il povero Bonaldi, infine, vi è stato tirato pei capelli!... Più che offeso, provocato, è stato, si può dire, aggredito!... Del resto non è stato il Bonaldi a infilzare il Savoldi, ma è stato il Savoldi a farsi infilzare, mentre il povero Bonaldi non faceva altro che parare e difendersi!
Su tutta Milano spirava in que' giorni un'auretta tepida di trasformismo e di conciliazione, soffiata da Roma dal buon Depretis. Anche gli avversari stessi del Bonaldi e della Difesa non hanno nessun interesse, per il momento, di attaccare polemiche, e però, per ispirito di solidarietà fra colleghi, stanno zitti.
Il conte Faraggiola e il marchese Estensi, sempre gentiluomini, non mancano, per altro, al funerale. Seguono la piccola bara per un tratto di via, poi, molto prima di arrivare al cimitero, chetamente si dileguano.
Il bravo Nicoletto Loreda, soldatescamente accigliato e stretto impettito nel nero e lunghissimo stiffelius, ha preparato quattro parole di addio energiche, risolute. Ma poi, visto che non resta più quasi un'anima per applaudirlo, e rimasto un po' urtato e sconcertato dal malumore del Roero che lo saluta appena e non risponde afflitto a' suoi nuovi appunti sulla tattica e la tecnica seguìta nello scontro, si risolve a un tratto e con un'alzata di spalle torna indietro e va a far colazione.
Francesco Roero rimane solo al cimitero e rimane fino all'ultimo istante presso il povero Nespola.
Che solitudine immensa e triste in quel momento, in quel luogo! Quanto egli sente freddo e desolante il nulla della vita e il nulla della morte!... Tanto correre, tanto affaticarsi, tanto affannarsi e tanto soffrire per arrivare più presto a raggiungere la fine... di tutto! Per rimaner lì soli, in un cimitero, non ancora sotterra e già abbandonati!
— Ci si dà tanta importanza ed è così poca cosa la vita.... e la morte!... Anche la Fáni con tutti i suoi capelli biondi e le sue ipocrisie, con quegli occhi e quella bocca... anche la Fáni così bianca e così bella... sarebbe finita lì.... così! E la morte — il nulla! — arriva alle volte senza nemmeno lasciare il tempo di aspettarla! Povero Nespola, non aveva ancora trent'anni! Aveva poco più della mia età! Ad un tratto, in un momento, nella pienezza della forza, della salute, della vita, mentre rideva, mentre scherzava e godeva.... Ed è stato forse anche per colpa mia!.... Non potrò perdonarmelo mai più!
Uscito dal cimitero prende un brum e si fa condur subito a Porta Romana, all'albergo delle Tre spade:
— Ma — grida al brumista — senza passare da via Manzoni, nè da via Santa Margherita!
Egli non vuol incontrare donna Stefania, la quale annunziandogli la sera innanzi che sarebbe «andata a messa a San Fedele,» gli aveva fissata l'ora e il giro della passeggiata per potersi trovare alla mattina.
— Non voglio vederla più!... Voglio finirla!... Mi è diventata antipatica!... Farà un bel girare, stamattina, per incontrarmi!... E nemmeno stasera, nemmeno domani, non mi vedrà mai più!... In casa sua, con quel marito imbecille che tollera la corte così palese, così sfacciata del Faraggiola e dell'Estensi, non mi vedrà mai più! Ormai, la signora baronessa, inviti a pranzo chi vuole; me no. Io le risponderei un bel no! Ho bisogno di quiete, di raccoglimento, per lavorare!
Il proposito di Francesco Roero è ben fermo; tuttavia, in fondo al suo cuore, ancora inavvertita già si risveglia una speranza: ciò che farà la Fáni quando non lo vedrà più, per poterlo riveder ancora.
Alle Tre spade, il locandiere crede di sognare e si profonde in inchini e in complimenti, asciugandosi la bocca e il viso col tovagliolo che tiene sempre in mano e che gli serve per tutti gli usi, da strofinaccio e da fazzoletto.
— Il conto?... Il signore mi domanda il conto del Savoldi?... Del signor Savoldi?... Poveretto!... Crede?... Appena ricevuta la notizia mi son sentito gelare il sangue!... E anche mia moglie! Gli volevamo bene come a uno di casa! Così affabile, allegro!... Sempre matto, scherzoso!... Il signore è un suo parente?... No?... Fa lo stesso! Scusi anche l'indiscrezione!... Mi ha chiesto il conto? Se ha la bontà di accomodarsi un momentino è presto fatto; in due minuti!... Ecco una sedia!
Il locandiere prende una sedia, e gliela presenta davanti dopo averne spazzata la polvere col tovagliolo:
— Il signore era forse un suo amico?... Sarebbe un giornalista anche il signore?... Povero giovine!.. Tutti i difetti del mondo, ma un cuore!... Per cuore!... Lo dicevo sempre anche a mia moglie: «Che cuore!» Mah!... Per me il duello è una vera barbarità e si dovrebbe proibire!... Vengo subito col conto!
Il locandiere entra nel burò, si caccia il tovagliolo sotto l'ascella e fruga tra i registri. Intanto continua a parlare:
— Stamattina volevo andare anch'io al funerale con mia moglie; ma poi per via del mercato di Melegnano c'è stato in casa un andirivieni straordinario!... Chi sa che bel funerale?... Un matto da legare, ma un talento!... Per talento!... Il signore, scusi la domanda, è di Milano?
— Sto a Milano.
— Ecco, infatti, perchè mi pare di averla vista ancora.... se non sbaglio?
— Ho pranzato qui, l'altra sera.
Un momento di silenzio: il locandiere sta facendo la somma. Quando ha finito e il conto è pronto lo mette sopra un piatto e lo fa consegnare «al signore» da un cameriere che aspettando la mancia stava attento, gironzando nella sala.
Francesco Roero prende la nota, la scorre con un'occhiata: non arriva alle novanta lire. Dà un biglietto da cento, e lascia il resto al cameriere.
— Grazie, signore.
Il locandiere, fatto il saldo gli vuol mostrare e consegnare la poca roba stata raccolta nella camera del signor Savoldi:
— Un gran disordinato!... Ho dovuto far lavare, scopare, lavorare per mezza giornata! Ma anche un gran galantuomo!... Per galantuomo, straordinario!
Il Roero non guarda nemmeno tra quelle straccerie; prende soltanto un involtino in cui c'erano alcune carte, alcune lettere.
— Non sa, signor albergatore, se il povero Savoldi ha lasciato debiti?
— Non so. Crediti no, certissimo, potrei giurare; ma debiti.... Tutto ciò che è arrivato, lettere, conti.... lì c'è tutto! Guardi lei.
Il Roero apre l'involtino, fa passare le carte, le lettere e intanto domanda ancora al locandiere, elle approfitta del momento per spolverarsi col tovagliolo le scarpe:
— Il signor Savoldi.... aveva pure un piccolo cane?
L'altro scrolla il capo maravigliato:
— Un cane? Mai visto cani!
— Ma sì, una piccola cagnetta!... Una cagnolina chiamata Lulù.
— Non ho mai viste cagnoline al signor Savoldi e non l'ho mai sentito a chiamar Lulù!... Lulù?
— Eppure.... me ne ha tanto parlato l'ultima sera, prima del duello....
— Non saprei.... era tanto originale!... Sarà stata magari un'invenzione, uno scherzo.... Tutti i giorni ne inventava una di nuovo!...
Il locandiere tace e osserva il Roero che legge e rilegge con grande attenzione un piccolo foglietto levato da una busta bigia, con sopra stampato l'indirizzo di una ditta.
— Il signore... ha forse trovato qualche cosa d'importante?
Francesco Roero non risponde, ma quel foglietto, una piccola fattura, lo ha colpito vivamente e torna a rileggerlo, con molta attenzione:
Merce stata consegnata alla signora Carlotta Canzi, per conto del signor Savoldi:
1/2 dozzina di calzettine piccole da bambino L. 5.50
3 corpettini 2.50
2 sottanine di lana 4.00
Totale L. 12.00
Il Roero si rivolge di nuovo all'albergatore:
— Conosce lei una certa signora Carlotta Canzi?
Il locandiere fa la stessa faccia di quando il Roero gli ha parlato di Lulù; poi soggiunge lisciandosi le labbra e i baffi, sempre col tovagliolo:
— Se vuol sapere qualche cosa più di preciso riguardo al povero Savoldi, ai suoi interessi, alle sue relazioni, io credo che il signore dovrebbe rivolgersi al caffè del Teatro Manzoni, oppure alla Fiaschetteria Toscana: qui, in realtà, non ci veniva altro che a dormire.... e quando ci veniva!... Era proprio un caso quando si fermava a colazione veniva a pranzo....
Il Roero non ascolta di più, salutato appena il locandiere che lo segue profondendosi di nuovo in inchini e in ringraziamenti, esce dall'albergo e salta nel brum, che lo aspetta sempre sulla porta, gridando al cocchiere:
— Al caffè del Teatro Manzoni!
Appena in brum, il Roero torna a leggere la noticina:
1/2 dozzina calzettine piccole da bambino.... 3 corpettini.... 2 sottanine di lana....
— Da bambino?... «Merce stata consegnata alla Signora Carlotta Canzi per conto del signor Savoldi?....» — In questo punto il Roero rivede il viso e gli occhi di Nespola diventati improvvisamente così seri e ansiosi mentre gli parla di Lulù e gli raccomanda Lulù.
— Strano!... Ma poi, subito, anche mentre mi raccomandava Lulù s'è messo a ridere.... Come avrebbe potuto ridere di una cosa tanto seria e in quel momento?... Fosse vero? Ma se fosse proprio vero?
Dall'animo di Francesco spariscono i terrori, i biechi fantasmi, si placano le inquietudini e i rimorsi: — Fosse vero! Fosse vero! — Egli ripete prorompendo con un impeto di gioia. — Un bambino? Un figliuolo di quel povero disgraziato? L'ho promesso; sarebbe mio. Farò il mio dovere.
E il piccolo essere che reca la pace alla sua coscienza e sana il suo onore, egli lo immagina roseo, biondo, sorridente, bellissimo; come una nuova attrattiva e un nuovo ornamento interessante e poetico del suo quartierino da scapolo, come una nuova fonte di gioia, un nuovo divertimento della sua vita.
Il Roero, giovanissimo ancòra, e ancòra, nel fondo, un po' romantico ad onta della psicologia pessimista delle sue commedie, non pensa più in là; non pensa all'avvenire, ai gravissimi doveri che poi peserebbero su lui, a tutti i nuovi obblighi, al vincolo che non potrebbe più spezzare e sopratutto egli non pensa che il piccolo esserino roseo e sorridente crescerebbe a poco a poco e diventerebbe un uomo.... o una donna.
— Fosse vero!... Sarebbe mio figlio!... L'ho promesso; farò il mio dovere!
In quel punto il brum, venendo da via Durini, attraversa il Corso per imboccare la via Monte Napoleone, e il Roero, proprio sul corso, vicino alla Galleria De Cristoforis, scorge Donna Stefania che fa il solito giro, prima di andare a casa, accompagnata da Manòlo e da Carletto. Il giro prima della messa toccava al Roero; quello dopo messa al Faraggiola e all'Estensi.
La Fáni è fresca e prosperosa, animata dall'auretta mattutina. Alta, diritta, il petto sporgente, una mollezza languida nel camminare, i bei capelli biondi ondeggianti sulla fronte, sorride colle labbra e cogli occhi esperti ai due appassionati corteggiatori, che le si stringono ai fianchi beati, estasiati.
Il Roero pieno di dispetto, di furore, di gelosia, si caccia in fondo al brum, per non essere veduto:
— Civetta, ipocrita, falsa e senza cuore!... Non mi ha veduto, prima di messa, e non ci pensa nemmeno!... Voglio metterla in commedia, subito, appena ho finito l'Arianna!... La devota voluttuosa! Ecco il titolo! Bellissimo! E voglio mettere in commedia anche quei due tipi comicissimi e nuovi che l'amano... in società!
Vicino al teatro Manzoni egli ferma la carrozza, discende e la lascia in libertà. Fa il resto della strada a piedi.
— Non vado nemmeno stasera in casa Arcolei!.. Nemmeno domani, mai più!... L'ho detto e lo mantengo: non ci vado più! Non mi vede più!
Sempre irritatissimo contro la Fáni, apre l'uscio a vetri del caffè, ma subito gli mozza il respiro una zaffata di fumo di sigaro e di tanfo di cucina, mentre gli rintrona le orecchie una disputa animata, un vociare, un urlare in vari dialetti... Il Roero esita un istante sulla soglia; non sa se entrar dentro sì o no... Ad un tratto succede alle grida, allo strepito, un grande silenzio: tutti, nel caffè, voltano la faccia curiosa verso il giovane ed elegante commediografo che riempie il Manzoni e verso uno dei padrini, il più noto, del povero Nespola.
Francesco Roero saluta con un cenno del capo e torna indietro chiudendo l'uscio con una spinta che fa rintronare i cristalli.
E avviandosi verso la piazza della Scala, borbotta fra sè:
— Che stupido!... Vado dal negoziante che ha dato i corpettini e le sottanelle, pago il conto, e intanto posso avere tutte le informazioni e l'indirizzo di questa signora Canzi, senza perdermi in chiacchiere e in pettegolezzi!
Guarda di nuovo il conticino per veder l'indirizzo della bottega:
Fratelli Lamberti, via Orefici, 25.
Il Roero ci va difilato e sa da un commesso senza troppa fatica, tutto quanto vuol sapere.
La signora Carlotta è la moglie del signor Vincenzo Canzi, maestro di pianoforte e direttore d'orchestra: abita al Cordusio, a due passi da via Orefici, in faccia al ristorante del Giardinetto.
Il Roero trova subito la casa, ma la vecchia portinaia che vende anche fiori e frutta nell'angolo sotto il portone, risponde che la signora Carlotta non c'è:
— È partita da Milano da due o tre giorni! È andata a Bergamo, dove il signor maestro Canzi dirige l'opera, al teatro Riccardini.
— E... si fermerà molto a Bergamo?
— Tutto il mese; così ha detto. Finchè dura lo spettacolo.
— Tutto il mese!... — Ripete il giovinotto pensando e preparando la nuova domanda che vuol fare.
La vecchia, intanto, prende da un cestino un mazzetto di violette, lo asciuga bene col grembiule e lo presenta al commediografo:
— Forse il signore voleva intendersi colla signora Carlotta per entrare in pensione?
— Già, appunto!
Il Roero, contento perchè la vecchia lo ha messo sulla buona strada, paga due lire il mazzolino di violette, e lo infila lentamente nell'occhiello del paltò.
— Tengono molta gente a dozzina i signori Canzi?
— Oh no!... Hanno un locale troppo ristretto e meschino. Qualche maestro, qualche artista, qualche cantante... Scusi sa, ma dato il caso, non mi sembrerebbe una famiglia adatta per un par suo. Io, piuttosto, avrei una contessa di Verona, la quale sarebbe disposta a prendere a dozzina una persona sola, ma di gran riguardo.
— Non cerco per me; cerco per un mio amico; uno studente... un ragazzo.
— Allora, come comanda; ma per tutto il mese la signora Carlotta non torna.
— Ultimamente, prima di partire, chi aveva a pensione?
— Nessuno. Veniva un giovinotto, l'Americano, ma soltanto a pranzo e non tutti i giorni.
— L'Americano?... Un... giornalista?
— Lo chiamano l'Americano perchè è tornato da poco dall'America e ha sempre in bocca l'America; ma proprio chi sia, che cosa faccia, non si sa! Certo, giudicando a prima vista, deve avere più allegria che quattrini! Il signor maestro non lo può soffrire per via della politica. Si sa, i disordini, le dimostrazioni, prima cosa fanno chiudere i teatri! Certe volte attaccano liti indiavolate!... Anzi la signora Carlotta mi ha dichiarato che quando torna da Bergamo, non lo prende più in casa nemmeno per un giorno!
Il Roero, a queste parole, ha un brivido e impallidisce: la portinaia che vende un soldo di castagne secche a un ragazzetto, non vede e non ci bada. Poi, siccome l'altro non si muove, gli domanda a sua volta:
— Forse lo conosce lei, l'Americano?
— Io conosco un giovanotto giornalista, che appunto è tornato da poco dall'America e che deve essere in relazione colla signora Carlotta, ma non so se è proprio l'Americano che dite voi. Quello che conosco io, ha moglie, ha famiglia...
— No, no!... Allora no!... È un altro. Questo qui non ha moglie. È stato con una donna in America, dalla quale ha avuto una bambina, ma non l'ha sposata. Secondo quanto mi diceva la signora Carlotta doveva essere... una poco di buono.
— E... la bambina, dov'è?
— Colla signora Carlotta. L'Americano le paga trenta lire al mese per tutto quanto!
— Allora, anche la bambina adesso si trova a Bergamo?
— Oh, no! Siccome la signora Carlotta è partita detto fatto, dietro un telegramma del maestro, così ha portato Lulù da una sua amica. — Lulù! — Guardi un po' che nomi! Suo padre la chiama Lulù, Nespola, la cagnolina! È un originale così stravagante! Però dev'essere partito anche l'Americano prima della signora Carlotta. È un po' di giorni che non si fa vedere.
— Sapete dirmi chi è, e dove sta l'amica della signora Carlotta che ha in custodia questa bambina, questa Lulù?
La vecchia alza le braccia gridando forte:
— Eh! Eh!... È una cantante che non canta mai!... È la bella Suzann!... Sotto i Portici Meridionali, numero 57 al 3º piano. La conoscono tutti!... E forse... la conosce anche il signore! — E la vecchia spalanca la bocca nera sferrata con una lunga risataccia maliziosa.
— Per dio!
Il Roero è sconvolto da un impeto d'ira e di sdegno.
La bimba, Lulù, la creatura del povero disgraziato affidata a quella donna, caduta in quelle mani!... In casa della Suzann!... della bella Suzann!
Corre via in gran furia, gli occhi torvi, barbottando minaccioso, piantando lì la vecchia portinaia, attonita, sbalordita.
— La Suzann!... Dalla Suzann!... Dalla Suzannina!
VI. Dalla bella Suzann.
Mentre il Roero attraversa l'Anticamera della signora Suzann, sente da lontano, nell'appartamento, una donna che strilla e nella stanza vicina l'abbaiare di un grosso cane. Il cane è Müloch, un danese magnifico enorme, che accompagna sempre la padrona sul Corso, sotto la Galleria, a piedi e in carrozza.
Francesco, a quello strepito, si ferma su due piedi, fissando Elisa, la cameriera che gli ha aperto l'uscio.
— Chi c'è?... C'è gente?
— No, no; nessuno. È un'amica della signora appena arrivata da Bergamo.
— La signora Carlotta?... La signora Canzi?
— Appunto: come lo sa?
Il Roero non risponde, ma è lietissimo in cuor suo di quell'arrivo e di quell'incontro e segue la cameriera nell'altra stanza, dove c'è il solo Müloch che continua ad abbaiare furiosamente contro un uscio chiuso dal quale si sente più forte la voce irata, che grida e che minaccia.
La cameriera chiama il cane e lo calma:
— Fermo, Müloch!... Taci, Müloch!
Il cane si volta e benissimo educato alle accoglienze ospitali della casa, appena vede entrare un bel giovine elegante, cessa dall'abbaiare e gli si avvicina annusando e dimenando la coda, esprimendo il piacere di fare una nuova conoscenza.
— Saluta, Müloch!... Da bravo!... Saluta il signore!
La bella Suzann sente dal salottino la voce della cameriera, impone silenzio all'amica e corre lei stessa ad aprir l'uscio:
— Elisa!... Chi è venuto?
Elisa invece di inoltrarsi si ferma e lascia passare il giovanotto che si avanza salutando famigliarmente.
La signora sembra aver memoria più buona di Müloch, perchè riconosce subito il Roero.
— Oh! Oh!... Chi si vede!... Che miracolo!... Bisogna dar fiato alle trombe e sonar le campane!
— Perchè?
— Sfido io! Ormai... non mi vedete più, nemmeno quando c'incontriamo a naso a naso!
Ma la bella ragazza non è in collera, gli stringe le mani, le accarezza e lo fissa negli occhi, avvicinando la bocca ridente, profumata.
— Venite! Venite!... Io vi perdono volentieri, mostro!... tesoro!... quando mi provate ancora di non avermi dimenticata del tutto!... Venite!...
E mentre Elisa ritorna dond'era venuta seguìta da Müloch affatto rappacificato, la Suzann allegra, scherzosa, saltellante, prende Francesco a braccetto e lo conduce nel salottino, facendo cenno di andarsene, per il momento, alla signora Carlotta: una vecchia alta, secca, angolosa, ritinta e imbellettata, con un berrettino di pelo alla cosacca, e un lungo mantellone nero, liscio, foderato di vaio spelato.
La bella Suzann, abituata agli usi del gran mondo, quantunque la vecchia, che ha capito, si disponga ad andarsene, fa egualmente le presentazioni:
— La moglie del signor maestro Canzi, mia amica. Il cavalier Roero, un celebre autore!
La signora Carlotta si mostra fiera e sdegnosa; saluta appena; ma poi, mentre si avvia per uscire, lancia al cavaliere, squadrandolo ben bene, un'occhiata assassina, tremenda.
— Vado da Elisa, a farmi dare una tazza di caffè e limone, ben caldo. Ho bisogno di calmarmi i nervi! Ho i nervi e lo stomaco ancora stravolti!
Il Roero, inchinandosi, la ferma in mezzo al salottino con un cenno cortese della mano.
— Scusi, ho il piacere di parlare alla signora Carlotta Canzi?...
La vecchia maravigliata e sempre sospettosa si ferma, lo fissa, ma senza rispondere.
Il Roero continua sempre più affabile:
— Vengo in questo momento da casa sua.
— Da casa mia?
— Precisamente. Ed è appunto per parlare di un certo affare che la riguarda, che sono venuto a trovare la Signora Suzann. Io ero molto amico del povero Savoldi, e....
— Del Savoldi?... — interrompe la vecchia sbarrando gli occhi e stendendo le braccia. — Amico del Savoldi?... Di quel... cane, parlando come se fosse vivo?
Il Roero aggrotta le ciglia e la Suzann cerca coi cenni, di calmar la vecchia, di frenarla, ma tutto è inutile, e questa continua diventando sempre più furibonda:
— È per quel cane, sì per quel cane che sono tornata a Milano stamattina! Che mi son precipitata qui, appena saputa la bella notizia! Ieri c'era riposo; siamo stati tutto il giorno in campagna, a Gorlago, e ci capita al ritorno questa bomba!... Belle prodezze!... Bella bravura farsi ammazzare quando non si ha niente al mondo da perdere! Quando si rompe e tocca a chi resta a pagare! Bella coscienza!... Bel punto d'onore!... Un cane, un vero cane!... Non ha mai avuto cuore, nè sentimento per nessuno!
Il Roero, indignato, alza la voce a sua volta:
— Le ripeto, signora Canzi, se non ha capito bene, che io ero amico del signor Savoldi! Sono stato suo testimonio, suo padrino; è spirato fra le mie braccia e voglio, vivaddio, che il suo nome e la sua memoria siano rispettati! E deve essere rispettata anche la sua ultima volontà! Per questo soltanto ero stato da lei, a casa sua, al Cordusio; per questo, mi trovo qui.
La signora Carlotta, lì per lì, rimane un po' sconcertata; capisce che ha da fare con un uomo risoluto; abbassa il tono e modera le parole.
— Allora, le domanderò una cosa sola; lascio giudicare a lei: — Un uomo, un gentiluomo, ha il diritto di fare il prepotente, di andare a farsi ammazzare senza dire nè ai nè bai, senza prima provvedere ai propri impegni, ai propri debiti sacrosantissimi? Ha il diritto, per esempio, di farsi ammazzare per le sue chiacchiere, per la sua America, per le sue repubbliche, lasciando poi la sua propria creatura da mantenere agli altri? Ha, per esempio, il diritto di andarsene, di sparire comodamente, quando si ha in giro una cambiale di cinquecento lire che va proprio in punto a scadere dopodomani e sulla quale, in pienissima buona fede, ha messo la sua firma per favore, per puro favore, nientemeno che il signor maestro Canzi?... Mio marito, signor cavaliere, mio marito!
— In quanto a Lulù, te l'ho già detto, — esclama la Suzann. — Se nessuno la vuole me la tengo io!
La bella ragazza, che si aspettava tutt'altra cosa dalla visita del Roero, non è contentissima certo della piega che va prendendo il colloquio; tuttavia fa di necessità virtù e s'interessa abbastanza alla scena, rimanendo mezzo sdraiata sulla lunga poltrona mentre, accavalciate l'una sull'altra le gambe affilate e ben tornite nella calza nera, fa dondolare sulla punta del piedino lo zoccoletto grazioso, alla brianzola.
— Povera Lulù, non è cattiva!... Se non la vuol nessuno, me la tengo io!
Il Roero è sempre più irritato; è pallido in volto, ha le labbra tremanti.
— No! Sarà mia! È mia! La considero come figlia mia! L'ho promesso a suo padre! L'ho avuta da suo padre!... Dov'è? Dov'è?... Me la porto via subito! È tutto il giorno che la cerco! È per lei che sono in giro!... È questa bambina appunto, — Lulù, — che volevo avere dalla signora Carlotta! Che son venuto a prendermi qui, perchè mi hanno detto ch'era qui da voi!... Dov'è? Datemela subito!
— Piano, piano!... Un momentino! — Esclama con calma ironica la signora Carlotta.
La vecchia ha un lampo, come una visione. Tutti i romanzi letti nel Secolo, tutti i drammi sentiti al Fossati e alla Commenda accendono la sua fantasia con un subbisso d'idee e di speranze. La figlia dell'Americano?... Lulù?... Ma chi sa che mistero! Chi sa che cosa c'è sotto! Chi sa chi è suo padre!... Chi sa mai chi può essere sua madre! Oh, oh, il signor Roero si riscalda troppo per questa Lulù! Ha troppa smania d'averla! No, no, no; niente affattissimo! Non bisogna mollare!
— Piano, piano, piano!... Un momentino! La mia Lulù, adesso non si vede, e non c'è nessuna furia di portarla via!... Primieramente ci sarebbe sempre una quistione morale di principio: due mesi di dozzina in arretrato. E poi, la mia Lulù è stata, per l'appunto, affidata a me e al maestro da suo padre stesso finchè era vivo. Per cederla al primo che capita, adesso che suo padre è morto, occorre la presentazione di una carta, di una lettera, di un documento relativo!... Quella creatura, deve sapere, non ha mai avuto... madre e per conseguenza, morto anche il babbo, poveretto, non ha più nessuno al mondo!
La signora Carlotta sospira, si commuove; ha la tosse:
— Ho fatto tanti sacrifici, tante spese io, per la mia Lulù!... Viscere mie!
Francesco Roero guarda con curiosità la signora Carlotta, rimanendo imperterrito contro una così grande sfuriata:
— Tutto ciò che ci sarà da pagare, la dozzina, le spese fatte, pagherò io. Anche la cambiale la ritirerò io.
— Questo va benissimo e, dato il caso, bisognerà intendersi col maestro, con mio marito. È lui che comanda. Io le farò ancora soltanto notare, che il cuore, il cuore, non si paga e non si compra, nemmeno coi milioni! Io, ed anche il maestro, ormai ci siamo affezionatissimi. E poi, caro signore, è pure una quistione di puntiglio, di amor proprio! La creatura è stata affidata a noi: che cosa direbbe il mondo, se noi, per esempio, l'abbandonassimo, così su due piedi, nelle mani... del primo che capita? Del resto, caro signore, ella capirà benissimo, come lo capisco anch'io: questi son tutti discorsi accademici. Io mi riscaldo perchè toccata nel mio debole, nel cuore, nel sentimento, nel punto d'onore, ma senza nessunissima voce in capitolo! Parlerà col maestro; sentirà il maestro; deciderà il maestro! Mio marito è padronissimo, dispotico di strapparmi... anche le viscere!... Soltanto, per oggi, la mia Lulù, me la porto a Bergamo. Lei, se crede, venga a Bergamo. Il maestro sarà prevenuto.
Il Roero, invece di arrabbiarsi, scoppia in una gran risata:
— No, no! Non ho tempo di andare a Bergamo e la figlia del Savoldi resterà a Milano! — Poi si volta, sempre sorridendo, alla Suzannina: — Siete tanto buona, tanto gentile, volete farmi un favore? Volete permettermi due paroline alla signora?
— Devo andar via? — Esclama la bella ragazza. — Subito! Subito! — E infervorata in quella contesa, in quel piccolo dramma per la figlia di nessuno, e già parteggiando, in cuor suo, per il Roero e per Lulù, corre via saltellando, sbattendo gli usci, sollevando colle due mani il lungo strascico della sua vestaglia molto estiva, di crespo rosa.
Uscita la ragazza, il giovinotto si avvicina alla signora Carlotta fissandola bene in faccia.
La vecchia, istintivamente, indietreggia d'un passo:
— Perchè?... V'ho detto che io non c'entro...
— Pagherò tutto, vi ripeto. Ci volete anche guadagnar sopra in questo affare?... Si capisce. Avrete anche una somma in regalo; ma poi basta; ricordatevelo bene, basta. Non voglio nè voi, nè maestro, nè nessuno tra i piedi! Il mio avvocato, l'avvocato Olivieri, verrà lui stesso a Bergamo e metterà tutto in regola.
— Ma la mia Lulù... — fa per ricominciare la vecchia.
— La povera creatura di quel disgraziato voi, voi... l'avete messa qui, in questa casa; l'avete affidata alla bella Suzann, alla Suzannina!... Ah, vivaddio, finitela colla sfacciataggine! Se non volete cedere colle buone, peggio per voi! Io ho avuto l'ultima raccomandazione, l'ultima preghiera del povero Savoldi. Lulù, è stata la sua ultima parola, il suo ultimo grido disperato. Datemi Lulù, e subito. O se preferite che fra me e voi, intervenga il magistrato, se volete che nei fatti vostri, in casa vostra, intervenga il magistrato.... o la questura.... come volete. Io sono pronto a tutto pur di finirla in fretta e di aver subito Lulù.