PARTE TERZA.
Reading edition
I.
— Il nostro viaggio di nozze!
L'amato s'appendeva al braccio di lei, le carezzava lievemente una mano, e il treno filante con moto rapido e uguale metteva una cadenza nelle sue parole:
— L'avvenire è nostro per sempre!... la vita incomincia per noi da questo giorno!... Guarda: mi sembra che il treno non si lasci indietro dello spazio soltanto, ma il tempo con esso!...
— Com'è ben detto!... Sì, il tempo: tutto il mio passato...
— Che il passato si sprofondi in un abisso, che se ne disperda la stessa memoria!...
Una dolcezza grave occupava l'anima di lei. Malgrado tutto e tutti, sfidando l'opposizione dei suoi parenti, non curando lo scandalo che sollevava, aveva rotto con quel passato; era partita col pretesto di andarsene da suo padre, aveva raggiunto l'amato, gli aveva detto, schiudendo le braccia: «Eccomi, prendimi, son tua!» Così doveva esser l'amore: che cosa avrebbe potuto resistergli? Però, tutte le ténere parole che Paolo diceva le scendevano come un balsamo all'anima, l'avvincevano a lui sempre più fitto, fugavano ogni più vago suo turbamento. Ed era l'incanto supremo dell'indipendenza; la sensazione intensa e profonda del rinascimento, la completa rivelazione della felicità durante quel viaggio che ella aveva voluto e che permetteva loro di isolarsi dal mondo mescolandosi ai suoi spettacoli... Parigi, il teatro dei romanzi che erano stati il pascolo della sua imaginazione, la mostra di tutte le grandezze e di tutte le ricchezze; poi le tranquille cittadine della Fiandra e dell'Olanda, dai tetti acuminati, dalle cattedrali gotiche, dai tesori d'arte; poi ancora il tumulto vasto di Londra, la grandiosità sconfinata della metropoli unica. Ciascun angolo della terra aveva la sua particolare attrattiva, da per tutto essi vedevano rispecchiata la loro letizia. Ella s'appoggiava al suo braccio, languida ed amorosa, quasi per fargli sentire materialmente che egli era tutto il suo sostegno; però, talvolta, gli chiedeva:
— Ti peso?...
Egli rispondeva:
— Vorrei portarti su queste braccia, sentirti avvinghiata al mio collo, essere schiacciato da te!
Dinanzi ad un quadro o ad una statua, nei corridoi silenziosi di un museo popolato di visitatori tossicchianti, era egli stesso che s'appoggiava al braccio di lei, che si stringeva a lei, ed un senso di fierezza la invadeva nel sorreggerlo a sua volta, nel dare agli sconosciuti lo spettacolo di quel legame che nulla avrebbe potuto rompere più.
E l'amato diceva:
— Se potessero sapere quanto siamo felici, morirebbero tutti d'invidia!
Lasciavano i loro nomi accoppiati sul registro d'una pinacoteca, sulla torre d'un campanile, sui libri d'una sala di lettura; e una sottile malinconia le velava lo sguardo nel punto di lasciare un luogo dove s'erano amati.
— Chi verrà ancora qui, le primavere future?
— Vi torneremo noi stessi; di persona o con lo spirito, che importa?... Qualche cosa del nostro spirito non vi resta, non vi aleggerà sempre?... Noi vi ritroveremo tutte le nostre carezze, tutti i nostri baci...
Ogni sua parola era una delicatezza, un conforto. Egli non parlava che per dirle delle cose care, non aveva volontà che non fosse quella di lei, non faceva nulla che non fosse una prova d'amore. Per cancellare del tutto il ricordo del suo passato, per dimostrare che v'era in lei come una donna nuova, unicamente nata per lui, le aveva dato un nuovo nome, un vezzeggiativo creato apposta: Rina, col quale la chiamava sempre; e trovava per le sue bellezze delle espressioni care e poetiche: la sua chioma era il «Mantello d'oro», un piccolo grain de beauté che aveva sull'omero sinistro il «Nido dei Baci.»
Ella si sentiva circondata da un affetto così vigile, da una devozione così previdente, da una cura così instancabile, che un sentimento d'orgoglio si mescolava alla sua gratitudine. Ella aveva degli atteggiamenti d'idolo, aspirava la lode come un incenso, non si stancava di ascoltarlo. Alcune sere, invece di andar fuori, a teatro, a passeggio, gli si metteva a fianco, gli diceva:
— Restiamo qui... sto bene accanto a te!... — E appoggiando il capo sulla sua spalla, chiedeva: — Dimmi chi sono.
— L'amor mio grande, immenso, smisurato, pazzo, superbo!
Ella sorrideva di benigna indulgenza all'esagerazione delle sue parole.
— E m'amerai sempre?
— Eternissimamente!
— Ho bisogno di sentirlo ripetere... Quasi non credo a me stessa... Perdonami: non è sospetto verso di te, è meraviglia, è stordimento, perchè io disperavo di sentirmi dire mai questo.
Allora gli narrava la sua vita, i disinganni patiti, le amarezze di cui s'era abbeverata, il disastro di quel matrimonio sciagurato. Negava, con tutte le sue forze, d'aver mai amato suo marito; esagerava un poco i torti di lui, la virtù della propria resistenza, col bisogno di giustificarsi; quantunque nell'attitudine, nelle parole dell'amato non fosse che un grande compianto.
— Non parlare di questo — protestava egli — parlami del tempo in cui eri fanciulla.
Voleva saper tutto, le cose capitali e le più insignificanti, i suoi giuochi, le sue fantasie, quando aveva messa la prima veste lunga, che cosa aveva pensato dell'amore, se aveva amato.
— Sì, ma in un altro modo!... Ascolta dunque: bisogna che tu sappia tutto di me...
E si rifaceva da bambina, dai ricordi di Firenze, dai dolori della sua povera mamma, dal turbamento istintivo e incosciente destatole dal conte Rossi; poi narrava l'amoretto con Niccolino Francia, enumerava le sue amicizie, insistendo su quella di Bianca Giuntini.
— Era più grande di me, più bella...
— Non è vero!
— O bella a un altro modo... Quando penso all'impressione che mi faceva nei primi tempi, trovo che fu simile a quella destata poi dagli uomini. Come sono, strana?...
E veniva a Luigi Accardi, alle strette di mano, ai baci, alle ciocche di capelli, poi alla morte della sorellina, al soggiorno di Palermo, ad Enrico Sartana.
— Lo amai, sì: non ero più una bambina. Sognai di dividere la sua vita, fui sul punto di veder avverato il mio sogno. Se fossi stata sua moglie, non avrei tanto sofferto, chi sa...
Ma come il sospiro che le gonfiava il petto poteva sembrare un rimpianto, ella gli gettava le braccia al collo:
— Non pensare a questo, sai! Tutti questi non sono stati veri amori, ma simpatie fanciullesche, ingenue imaginazioni. La realtà ideale sei tu! Perchè non t'ho conosciuto prima?... Come saremmo stati felici!...
— Come ora!
— No, più di ora!
— Perchè non sei libera dinanzi al mondo...
Ella si stringeva a lui ancora di più, chiedeva a voce bassa, esitante:
— Tu... mi sposeresti?...
Allora gli sguardi dell'amato lampeggiavano, una aura di beatitudine spirava da tutto il suo viso fatto più bello; allora egli le prendeva il capo fra le mani, le mormorava sulla bocca, soavemente, carezzosamente:
— Ah! per tutta la vita con te, sempre con te, ad ogni ora, ad ogni istante; confonderci insieme, fare un essere solo, sempre sempre, fino alla morte...
Il sorriso beato di Paolo si comunicava a lei, quella visione l'estasiava — ma non era condannata a restare una visione? Se anche ella avesse potuto sciogliere legalmente il vincolo che aveva spezzato di fatto, il passato di lei avrebbe gettato su quella felicità un'ombra da cui l'amor libero era difeso.
— No, questo non è possibile... sarebbe pericoloso... ed inutile ancora!... perchè la realtà è più bella della visione!... perchè noi staremo sempre insieme egualmente!...
Ed era lui, adesso, che ripeteva:
— Se ci fossimo conosciuti prima?
— Ah, sì!... Tu sei pieno di generosità, ma sento che il mio passato non ti deve far piacere... che non te ne fece almeno un tempo... Non hai ragione, sai: non ho mai amato quell'uomo! tu sei il primo a rivelarmi la vita del cuore... Se sapessi, se sapessi...
E gli diceva la differenza fra quel viaggio e l'altro compiuto con suo marito, l'abbandono in cui l'aveva lasciata pochi giorni dopo il matrimonio, tutte le sofferenze che le avea procurate.
— Ero sciocca, nella mia gelosia? Ma ancora non sapevo, avevo delle fisime...
Poi ricostruivano la storia della loro passione, fin dai primi giorni che s'eran visti, fin dal primo incontro, a Roma, molti anni addietro.
— Ti ricordi? Fu all'albergo di Milano...
— Mi par di vederti: ti avevo scorta dalla piazza, mi sentii attratto verso di te da una forza magnetica.
— Anch'io ti notai subito, quando salutasti... Era predestinato!... Perchè non mi portasti subito via?
— Se avessi ascoltata la voce del cuore!...
— Che impressione ti feci?
— Mi sembrasti un fulgore abbagliante; contro la luce i tuoi capelli splendevano. Da quel momento pensai sempre a te, come all'unica donna degna d'esser desiderata. Da quel tempo, nessun'altra donna mi ha occupato... E tu pensasti qualche volta a me?
— Ma sì, ma sì!...
Allora egli voleva sapere tutto quello che le era avvenuto durante il matrimonio; ella parlava vagamente della simpatia ispiratale da Sampieri, da Aldobrandi, della corte discreta che le avevano fatto altri; ma tutte le volte che le loro confidenze prendevano quella piega, ella sentiva più acuto il rimorso del tradimento, più imperioso il dovere di confessarlo; però, non riusciva a parlare, non si sentiva la forza di affrontare lo sguardo di lui limpido e fermo; acquetava la propria coscienza con la risoluzione di dir tutto più tardi. Intanto, anch'ella voleva conoscere il suo passato, insistendo per sapere ogni cosa se egli rispondeva ambiguamente a qualche sua domanda.
— No — assicurava Paolo — neppure i miei furono amori, furono le prove per cui passano tutti, dei legami fugaci...
— Però, una volta...
Allora esigeva che egli le raccontasse la storia del suo fidanzamento, una storia triste, che egli riferiva a bassa voce: l'agonia della povera creatura che si era afferrata a lui come alla vita, lo strazio di non poter nulla contro la fatalità del male, di sentirle dire: «Fra un mese, fra una settimana, io sarò morta... tu mi piangerai, non è vero?...»
Piangeva ella stessa, nell'ascoltarlo; la voce dell'amato tremava un poco, ma i suoi occhi erano secchi.
— Neppur tu devi esser gelosa di quella povera morta...
— Ebbene: non sono gelosa. Tu mi conoscevi forse, allora?
— Non è vero?
— Sì, sì; sono ragionevole, vedi!
Però come il termine di quel viaggio si avvicinava, la sua malinconia cresceva. Forse era il pensiero che non avrebbero potuto più fare la stessa vita, che le convenienze sociali li avrebbero costretti a riguardi continui.
— Se tu vuoi — gli proponeva — andiamo a stabilirci in un angolo ignorato del mondo, in un paesuccio di campagna, dove nessuno ci conosca, dove saremo liberi di fare quel che ci piacerà...
— Sarebbe l'ideale ottenuto... Ma io non ho il diritto di seppellirti viva...
— Oh, per me!... È piuttosto che tu stesso hai dei doveri, il tuo avvenire da assicurarti... Tu sei fatto per salire ai primissimi posti, per conquistare il potere! Sarebbe il rimorso di tutta la mia vita, impedirti di proseguire in una via dove t'aspetta il trionfo...
Ciascuno riconosceva, per le ragioni dell'altro, l'impossibilità di conseguire quel sogno; riconoscevano ancora la necessità di vivere separati, ma disponevano anticipatamente la loro vita in modo che nessun giorno sarebbe passato senza vedersi da soli o dinanzi a quel mondo nel quale anch'ella contava di sostenere una parte.
Non era soltanto per lui che ella rinunziava a vivere insieme ignorati; era per tutelare l'amore: l'intimità di tutti i momenti avrebbe finito per intiepidirlo. Se ella voleva esser sempre desiderata, le bisognava spiegare tutte le sue attrattive, mostrarsi or da lontano or da vicino, brillare in società, perchè egli si potesse dire: «Questa donna che tutti desiderano è mia, unicamente!...»
Assaporando la dolcezza d'un autunno mite e sereno, si attardavano intanto sulle rive del lago di Ginevra, peregrinando a Losanna, a Vevey, visitando il castello di Chillon, spingendosi fino a Yverdun e a Neuchâtel, fin quando il primo freddo fece prender loro a malincuore la via di Roma. Per prolungare ancora quell'incanto, andarono nei primi giorni allo stesso albergo; Paolo aveva lasciata la sua casa ed ella doveva ancora trovare la propria. Come la città era ancora deserta del loro mondo, essi andavano spesso insieme, si davano dei convegni al passeggio, in un negozio; s'incontravano come per caso, ed era un fascino supremo mormorarsi delle parole d'amore tra i saluti reverenti delle persone che ancora non sospettavano nulla.
Ella trovò, al Maccao, un quartiere che si meritava il nome di Nido datogli da Paolo; piccolo, ma civettuolo, soleggiato, con del verde dinanzi. Le corse per provvedere al mobilio le prendevano adesso tutto il suo tempo; ella domandava dei consigli all'amato sopra ogni cosa, ma finiva per scegliere lei stessa, guidata dal proprio gusto che egli esaltava. Paolo le aveva mandato delle grandi ceramiche, dei piccoli quadri, degli oggetti d'arte, volendo che da per tutto i suoi occhi si posassero su qualche cosa che le parlasse di lui.
— Ma tu hai forse bisogno di essermi ricordato? Se sapessi come mi sei presente, sempre, a tutti gli istanti!... come non vedo che te, non penso che a te, non odo che la tua voce!...
— Il tuo pensiero — diceva egli — è il sostrato, la trama sulla quale si ricama tutta la mia vita...
— Come parli bene!... Io sento quanto te; ma le espressioni mi mancano...
— Non basta il tuo sguardo?
Quando si compì l'arredamento del Nido, ella vi passò; fu un giorno di festa. Là si sarebbero sempre amati, là ella avrebbe assaporata la dolcezza di vivere! Ma tutti i giorni era festa: ricorreva quasi tutti i giorni una data luminosa nella storia del loro amore; egli ne aveva compilato il calendario, nel quale erano segnati il primo incontro, la confessione, la prima lettera, il primo bacio, il possesso, Castellammare, l'unione assoluta, cento altri piccoli avvenimenti che ella non aveva neppure notati. Che pensiero poetico era stato il suo! Che baci aveva ella posto su quel foglio, documento dell'adorazione ispiratagli! E nella ricorrenza di quelle feste, appena ella apriva gli occhi alla luce, Stefana le veniva dinanzi coi fiori che egli le mandava: l'omaggio più gradito, l'attenzione sempre sognata e mai ottenuta; ella li carezzava, ne aspirava il profumo, ne custodiva alcuni tra le pagine di un libro, in una lettera di lui. Che felicità!
Però, come adesso la gente cominciava a dimostrar di conoscere i loro rapporti, Paolo avrebbe voluto farsi vedere meno spesso con lei; ella insorgeva contro quell'idea dettata da uno scrupolo eccessivo:
— Non ci mancherebbe altro! Il mondo ci costa già abbastanza. E poi, che ci vedano insieme, dov'è il male? Suppongano quel che loro piace...
La vita che ella faceva non le impediva di esser trattata dalle persone con cui era stata prima in relazione; ma v'erano alcune che cominciavano a far le difficili, che le parlavano un po' fra i denti quando la incontravano in visita, o che la salutavano appena. Ella si consolava pensando che le più pudibonde erano quelle che per proprio conto si permettevano le più ampie libertà, sotto l'egida dei gerenti responsabili; poi, era felice di soffrire quei piccoli dolori per amore di Paolo.
Era stato un dolore più grande la rottura coi suoi parenti. Dopo la sua risoluzione incrollabile di partire, il nonno e la zia le avevano scritto ancora, quantunque freddamente, per darle notizia dei suoi affari, dell'amministrazione della sua dote che Duffredi le aveva ceduta interamente; adesso non le rispondevano più. Ella pensava con uno scettico sorriso all'idolatria che il nonno aveva avuto per lei, e che cessava così, dall'oggi al domani, perchè ella s'era ribellata a un destino insoffribile, perchè non s'era fidata di rinunziare più oltre alla sua parte di gioia sulla terra. Poi si stringeva nelle spalle, s'avvinghiava al collo dell'amato; per lui tutto le era dolce, l'amor suo la compensava di tutto.
Egli era più difficile, soffriva al pensiero dell'ostilità a cui era esposta; presumeva che nessuno avesse a parlare di lei.
— Come è possibile, amore? Ormai, tutti sanno che siamo stati quattro mesi insieme!
— Non tutti... E poi, che importa? Purchè ora non trovino nulla...
— Ebbene, che cosa trovano? Ci vedono insieme, come ogni altra gente!
Per questo ella voleva che, nel suo giorno, egli venisse di tanto in tanto a trovarla, come per una visita, all'ora delle altre visite: vederlo a distanza, in presenza delle persone, pensando a quel che erano l'uno per l'altro, le procurava un'emozione sempre più forte; poi, era anche un mezzo per allontanare i sospetti.
Ella prendeva esempio dalle altre: la Giacomelli non si faceva sempre accompagnare da don Marcantonio Bragadino? Emma Triburzi non andava e veniva da Firenze con Giacomo Mastellani?
— Infine, dicano quel che vogliono: noi facciamo quel che ci piace; sarebbe stolto occuparsi di loro!
E la notte, all'uscir dal teatro, com'egli l'accompagnava, giravano lungamente in carrozza per le vie deserte, stretti l'uno all'altra, dicendosi piano il bene che si volevano, rinnovandosi i loro giuramenti dinanzi alle stelle.
— Se ci vedessero così?... Ci vedano pure! Essi non sapranno mai il bene che ti voglio!
Facevano delle scappate anche di giorno, andavano spesso per la campagna romana, sulla via Appia, a Ponte Molle: dei squadroni di cavalleria facevano esercitazioni, gli ufficiali cercavano di guardare dentro alla carrozza; ella gli diceva:
— Parlami!... ripetimi qui, dinanzi a questa natura, ciò che provi per me...
Un giorno nuvoloso, che minacciava pioggia, andarono a Villa Borghese: come i viali erano deserti, ella abbassò un vetro dello sportello. A un tratto, s'udì uno scalpitar di cavalli, un'altra carrozza s'incrociò con la loro: era il re, che si sporse un poco a guardare e, prima ancora che Paolo districasse il braccio passato dietro la vita di lei, si cavò il cappello, con un breve sorriso di compiacente intelligenza, quasi a dire: «I miei complimenti!...»
Ella arrossì tutta, chiedendo:
— Ti ha riconosciuto?
— Hai visto bene...
Tutto questo non faceva all'amato il piacere che procurava a lei stessa; ma egli s'arrendeva sempre alle sue volontà.
Andavano insieme a Tivoli, a Frascati; ella realizzava ad una ad una le fantasie di cui si era nutrita; si diceva di tanto in tanto, stupita della rivoluzione operatasi nella sua vita: «Sono proprio io che fo questo?...» La felicità di cui si sentiva piena faceva rifiorire la sua persona; ella non era mai stata così bella, si trovava un'aria più provocante, come tutti le affermavano. Ella sorrideva ai complimenti degli uomini, li riferiva a Paolo, gli diceva, buttandogli le braccia al collo:
— Tu non sei geloso?... Se sapessi che effetto mi fanno! Tutti mi sembrano vuoti, stupidi, insignificanti, meschini, dinanzi a te!
Come i lavori parlamentari ricominciarono, ella lo costrinse a prendervi parte assiduamente; andava ella stessa alla Camera, voleva che egli parlasse per lei sola, ritagliava dai giornali i resoconti dei suoi discorsi. Per lei, egli era un po' troppo liberale e democratico, accarezzava troppo l'ideale dell'eguaglianza umana che le pareva impossibile; e il suo secreto desiderio era di convertirlo, di ottenere quest'altra prova del proprio potere. Paolo non esaltava il suo ingegno? non s'arrendeva spesso ai suoi giudizii? non sollecitava i suoi consigli? Certe volte ella pensava di avere un salone politico, come ve n'erano a Parigi, per contribuire alla fortuna dell'amato; poi si diceva che questo conveniva alle donne sul tramonto, a quelle che perdevano o non avevano mai avute altre attrative: ella era giovane, piacente, capiva poco di politica. Quando chiedeva a Paolo di che cosa s'era occupato, quali affari studiava, cominciava ad ascoltarlo attentamente, approvando, chiedendo spiegazioni; alla lunga, finiva per batter le ciglia, per reprimere dei piccoli sbadigli; allora poggiava il capo sui ginocchi di lui, interrompendolo:
— Dimmi tante cose!... delle cose care, come tu solo sai dirne...
Egli le ripeteva che era l'amor suo grande, il suo orgoglio, il suo sorriso, la sua vita, che avrebbe voluto metterle ai piedi l'universo, immolarle l'umanità; che era un sacrilegio distogliere un'ora sola dall'amore, che voleva rinunziare a quella miserabile politica, vivere unicamente, interamente per lei. Ella, socchiudeva gli occhi ridenti, dilatava le narici, aspirando la lode, imbevendosene tutta; l'altro insisteva:
— Mi dimetterò, non m'occuperò più di nulla; se v'è qualcuno che crede al mio ingegno, al mio avvenire, voglio che dica: «È stato l'amore di lei che l'ha esaurito...»
— No!... No!... Tu non pensi a me, dunque? al dolore che mi daresti?... No, non lo farai! Rina tua non vuole!... Tu non sai che i tuoi trionfi sono i miei, che io fremo d'orgoglio quando la tua parola è soffocata da uno scoppio d'applausi?...
Ella s'infervorava, quantunque egli non insistesse; si faceva promettere obbedienza, ma per compenso voleva che le scrivesse ogni giorno. Ella stessa gli rispondeva assiduamente, dicendogli: «Noi dobbiamo fare oramai una sola vita: io voglio dividere i tuoi lavori, i tuoi piaceri, i tuoi pensieri d'ogni momento. Se tu dovessi soffrire, io soffrirei per te, più di te!...» Si faceva leggere le sue relazioni, voleva essere informata degli umori della Camera, delle probabilità di crise; gli diceva: «Che festa sarà per noi il giorno che salirai al potere!» Montecitorio non la divertiva molto; pure vi tornava più spesso, cercando l'emozione del mistero, del pericolo arditamente sfidato; sedotta all'idea del dominio esercitato su quell'uomo. Un giorno, vestita di nero, con una veletta spessa sul viso, andò all'ufficio di via della Missione, domandò dell'onorevole Arconti, scrivendo il suo nome sulla scheda presentatale da un usciere. V'erano dei contadini, dei provinciali, dei sollecitatori d'ogni genere, ai quali i deputati facevano rispondere che avevan da fare. Ella restava in piedi guardando intorno, temendo di toccare qualche cosa di poco pulito, quando Paolo comparve e le si accostò in un angolo.
— Tu qui!... Che imprudenza!
— Mi rimproveri?... Avevo bisogno di vederti, volevo dirti... — Come della gente poteva udire, ella s'interruppe per riprendere a voce più forte: — Una seduta interessante?
— Tutt'altro...
— Tu m'ami, non è vero?... Dillo! ripetilo...
II.
La schiera dei suoi ammiratori si faceva numerosa: ella ne aveva sempre qualcuno d'intorno. Imaginavano di poter trarre profitto della sua libertà, supponevano che ella l'avesse cercata per darsi alla vita galante! I loro elogi, sì, le piacevano, solleticavano la sua vanità femminile; ma come s'ingannavano nel resto! Ella teneva fronte a tutti, voltava in ridicolo le loro dichiarazioni, scherzava a parole, li metteva a posto se passavano il segno, e quella lotta acuiva il suo spirito, le dava la coscienza della propria forza. Il marchese di Durazzo, uno dei più brillanti, dei più assidui e dei più insistenti, non restava due minuti con lei senza farle delle dichiarazioni più o meno velate; ella sosteneva imperterrita i suoi attacchi.
— Dubitate delle mie parole?
— Me ne guarderei bene!
— Allora, consentite ch'io speri?
— La speranza è l'ultima a morire.
— Siete crudele!... Non potrò far mai nulla per provarvi l'amor mio?
— Sì, una cosa semplicissima...
— Ditela!
— Parlarmi d'altro.
D'Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto lancé, l'assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile, presumendo d'interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la grazia di guardarla, le chiedeva:
— Mi permette di venirla a trovare?
— Ma sempre!
— Quando?
— Tutti i martedì!
Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava sempre sulle difese. Ve n'erano di superiori a Paolo per ricchezza, per avvenenza, per eleganza; l'amore che aveva per lui non l'accecava di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi che non fingessero d'ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito:
— La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d'Offenbach: sono sempre arrivato tardi!
Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo qualche circostanza; se vedeva un'ombra velare un poco gli sguardi di lui, gli buttava le braccia al collo:
— Ti dispiace?... Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni distrazione, che fugga la società?
— No!... ma no!... Chi ti ha detto questo!...
— Hai fede in me?
— Piena, cieca, assoluta.
— Grazie!... grazie!... credi pure che nessuna ne è più degna!... Che bene mi fai!...
Avrebbe voluto mettersi in ginocchio dinanzi a lui; con dolce violenza egli l'obbligava a rialzarsi:
— Sei tu che mi fai bene!... Perchè sospetti di me?.. Io capisco che il mondo ti seduce, che tu hai bisogno di brillarvi, che l'atmosfera dei salotti è l'ambiente tuo vitale.
— È vero...
— Che le galanterie degli uomini ti sono gradite, come sono graditi a me, per esempio, gli applausi dei miei colleghi, le lodi dei giornali...
— Sì, è così... come mi comprendi!...
— Ma che questo non t'impedisce di sorridere delle loro pretese, perchè il tuo cuore è preso, è tutto mio...
Ella lo abbracciava fitto, esclamando:
— Amore!... Amor mio caro!... Come sei fatto per me!... Che bene, che bene ti voglio...
La virtù di cui gli dava prova, serbandoglisi fedele in mezzo alle seduzioni, riscattava la sua colpa antica, le faceva dimenticare l'avventura di Palermo e l'obbligo di confessarla. Alcune volte, ella trovava perfino eccessivi i suoi scrupoli, pensando alla leggerezza trionfante delle altre donne; ma la sua lealtà la rimordeva, le dimostrava il dovere di confessar l'errore a quell'uomo così diverso dagli altri, così pieno di delicatezza e di nobiltà. Però differiva il compimento di questo dovere, cullata dalla fiducia di Paolo, distratta dalle esigenze della vita. Con l'inoltrarsi dell'inverno i suoi successi mondani crescevano; ella era sempre più entourée, i giornali citavano la sua presenza alle premières; il Fanfulla aveva detto di lei: «un fiore di leggiadria che i giardini profumati della Conca d'oro hanno ceduto agli Orti romani.»
Al primo piano della palazzina dove ella abitava, era venuta a stare una famiglia d'inglesi, i Watson: una madre, giovane ancora, e tre ragazze una più graziosa dell'altra. Ella s'era legata con esse, andava in casa loro tutti i sabati, troneggiava in mezzo al mondo cosmopolita che vi si dava convegno. Sentiva tratto tratto gli effetti della sua falsa posizione, nella freddezza che incontrava qua e là, ma vi si rassegnava, senza dir nulla a Paolo. Comprendeva che non avrebbe potuto tornare al Quirinale; però, nei giorni che precedevano i balli a Corte, una sorda irritazione la prendeva: tutte quelle che la trattavano freddamente parlavano a posta dei loro preparativi, vi insistevano, quasi per farle notare che ella sarebbe rimasta fuori; e, come quando era bambina, affrettava il corso del tempo perchè quella festa a cui non poteva intervenire fosse una cosa passata.
In quaresima, dai Watson, si recitava la commedia, si rappresentavano i quadri viventi: Cinderella, Midsummer's night's dream, Cordelia. Nella commedia ella aveva le prime parti; ed era la sua passione e il suo trionfo. Entrava nei panni del suo personaggio, si muoveva sulla scena, dinanzi a un centinaio di spettatori, con la stessa disinvoltura che se fosse stata nel proprio salotto, diceva le cose imparate a memoria come se avesse parlato d'istinto. Fioccavano gli applausi, i complimenti. Il piacere di lei sarebbe stato più grande se avesse potuto recitare insieme con Paolo, ma egli era troppo serio per chiedergli questo, e poi sarebbe stato sfidar troppo l'opinione. Però rivolgeva a lui, intenzionalmente, le frasi d'amore, le parole soavi, gli diceva che rappresentava unicamente per lui, che la folla scompariva dai suoi occhi, che egli era tutto il suo pubblico. Come Paolo scuoteva un poco il capo, ella insisteva:
— Non mi credi?... Ma tu non fai altrettanto per me? non parli per me sola?
— Sì; ma io non sono circondato da belle signore che mi sorridono!... io parlo solo al mio banco...
— E supponi che quegli uomini esistano per me? Che io mi accorga di loro?... o Paolo, come t'inganni! come mi conosci male!...
— Tu non t'accorgerai di loro, sarà bene; ma son essi che si accorgono di te...
— Se tu non vuoi, non li vedrò più!
— No, no... non mi dar retta; perdonami!
Ella gli passava una mano fra i capelli, lo costringeva a guardarla.
— Sei geloso, di'... sei geloso? — Come egli assentiva, con un moto degli occhi, ella chiedeva ancora. — Di chi?... Dimmelo... dillo!...
— Ma di tutti e di nessuno, di quelli che ti stringono la mano, di quelli che ti parlano, che ti guardano appena... delle tue amiche, della gente che incontri, dei libri che leggi, di tutto ciò che mi sottrae qualche cosa del tuo pensiero.
Ella esclamava, sommessamente, ripetutamente:
— Com'è bello... com'è bello, essere amate così!
Poi riprendeva, tenendolo stretto per una mano, guardandolo negli occhi:
— Tu, è vero? non vivi che per me... non cerchi nessun'altra?... Perchè nessuna potrebbe amarti come me, non è vero?... E quanto mi ami? quanto?
— Quanto non è possibile dire! Sempre più! Ogni giorno più dell'altro! E queste ore che tu mi dài non mi bastano, sono troppo corte, volano presto... Vorrei starti sempre vicino, a tutti gli istanti, come al tempo del nostro viaggio; di', ti ricordi?...
— Ah!...
Tacevano un poco; egli mormorava:
— Perchè non dev'esser sempre come allora? Perchè dobbiamo rinunziare a quella felicità?
— Perchè!.. Perchè tu hai dei doveri, perchè io non sono libera, perchè bisogna contare sul mondo, salvare le apparenze... E poi, credimi, è meglio che sia così: la sazietà ucciderebbe l'amore, farebbe nascere la stanchezza.
Alle proteste di lui, ella soggiungeva:
— Oh, non lo negare!... Perchè dunque è così difficile che l'amore resista al matrimonio?... No, non ci lagniamo. Del resto, torneranno i giorni più belli: l'estate è vicina, andremo via, ai bagni, sui monti... e saremo sempre insieme, quasi come allora, vedrai!...
Invece, come si diedero convegno a Livorno, lo scontento di lui crebbe; in mezzo ad una società scioperata ed osservatrice, tra una folla di conoscenze vecchie e nuove, essi erano costretti a prendere maggiori precauzioni, a contenersi di più. Ella era più che mai felice di vederselo vicino, a tutte le ore, in presenza della gente, trattandolo come un amico, rappresentando una commedia; questo a lui non bastava. E, prendendosela con lei, quasi fosse sua colpa, la evitava, la lasciava sola, le mostrava il suo corruccio!
— Ma perchè fai questo? — chiedeva ella, umilmente, giungendo le mani. — Che cosa mi rimproveri? perchè mi punisci? perchè?...
— Perchè? — prorompeva egli — perchè ho bisogno di te: perchè quando penso che debbo restarmene lontano da te, sento la tentazione di afferrarti pel collo, così, e di strozzarti, piuttosto...
— Sì... sì... — cogli occhi chiusi, abbandonata, ella si offeriva al suo furore appassionato. — Uccidimi, sì; è dolce morire di tua mano!...
— Perdono!... Perdono!...
Nella stretta convulsa che seguiva quell'impeto, ella mormorava:
— Andiamo via!... nascondiamoci fuori del mondo, in campagna, in un deserto...
— Questo non è possibile.
— Sì, purtroppo hai ragione! ma allora bisogna rassegnarsi!... Quel che tu vorresti è anch'esso impossibile, con la vita a cui ci costringono la nostra posizione, i nostri doveri!... Tu soffri, non è vero? nel sentirmi maltrattata? ma che cosa sarebbe se facessimo quel che tu vorresti?
— È vero!... hai ragione!... Ma la ragione è una triste cosa; io non la so tollerare!...
Infatti, dovendo andare a casa sua, chiamato da affari di famiglia, da interessi elettorali, rimandava sempre la partenza, non voleva staccarsi da lei. Ella diceva:
— Se potessi venire anch'io con te!... Come vorrei conoscere il tuo paese, la tua famiglia, entrare nella tua casa, rovistare sul tuo tavolo... Vi troverei i ricordi di quelle altre che ti hanno amato prima di me, li disperderei tutti, lascerei dovunque qualche cosa di mio!
— Perchè non vieni?
— Io?... No, so bene che non è possibile... A qual titolo entrerei in casa tua?... Poi, ti nuocerei...
— Non dir questo, intendi?
— Oh!... credi pure che lo capisco bene... Vedi, bisogna essere ragionevoli!... Anche tu devi intender ragione, andare a casa, pensare ai tuoi affari!... Che cosa è una separazione di un mese?... Se hai fiducia in me...
— Amore!... Amor mio!... povero Amore!
E allora soltanto egli s'indusse a lasciarla. Per essergli più vicina, ella andò a Recoaro; la tristezza della solitudine si dissipò presto nell'animazione che le regnava d'intorno. Come da per tutto, ella era sempre molto festeggiata, i giovanotti la corteggiavano, i mariti lasciavano le mogli per fare i galanti con lei. Ella accoglieva i complimenti di tutti, opponeva a tutti la stessa resistenza vivace, agguerrita. Talvolta si sorprendeva a pensare a qualcuno di quegli uomini: ve n'erano che le piacevano fisicamente, o per le doti dello spirito: ella si rimproverava questi pensieri che accordava loro. Amando un altro, essendosi data a lui, anima e corpo, per sempre, come era possibile pensare ad altri, sia pure per un momento? La passione non era dunque come aveva creduto, cieca, esclusiva; o era lei stessa incapace di provarla, leggiera, volubile? No; ella amava Paolo, con tutte le sue forze, ora molto più di prima. Prima era stato capriccio, curiosità, attrattiva del frutto proibito, persuasione vendicatrice; adesso ella si sentiva legata a lui, indissolubilmente, dal culto che egli stesso le aveva votato, dalla gratitudine per la felicità che le aveva fatto conoscere... Forse anche il bisogno di legittimare la sua caduta esagerava la forza di quell'amore?... Perchè riconosceva ella questo? Perchè scendeva in fondo alla sua coscienza ad esplorarne le pieghe recondite!
Ella scopriva ora la differenza passante tra le cose imaginate e le reali. Quella passione creduta ideale era cominciata male, non era bastata una prima volta a salvaguardarla; adesso non le impediva di trovare che v'erano altri uomini dai quali si sarebbe lasciata amare... Era dunque veramente una perversa?... No. Ella riconosceva ancora che qualche cosa di simile accadeva in tutti, che nel fondo del proprio animo nessuno era quale appariva; che tanti istinti, tanti moventi, tante idee, si nascondevano, si mascheravano... Non doveva accadere lo stesso in Paolo? Nell'amore di lui non doveva entrare l'orgoglio di averla fatta cadere, di vedersi additare come l'eroe d'un romanzo?...
Le riflessioni non duravano a lungo; la vita la riprendeva; ella pensava che la vivacità della sua imaginazione, l'acutezza del suo spirito erano le cause di quelle osservazioni un po' tristi. Che importavano tutte quelle sottigliezze? Ella affermava la prepotenza dell'amore, dell'ideale. Se pensava talvolta a qualche altro uomo, ammetteva forse la possibilità di tradire l'assente? Avrebbe voluto vedersi messa alla prova dalla seduzione in persona, da don Giovanni redivivo, perchè rifulgesse la forza della propria costanza! Tradire l'amato, adesso, le sarebbe parsa una infamia senza nessuna scusa. Egli le scriveva delle lettere traboccanti di passione, di tenerezza, che ella divorava, rileggeva due e tre volte, fino ad impararle a memoria, assistendo così a tutta la sua vita, dimenticando coloro che le stavano attorno.
Il cavaliere Augusto di Sant'Uberto, fra questi, era uno dei più insistenti. Un elegante, un seduttore di professione, con una fama di spadaccino, di duellista fortunato: lo spauracchio dei mariti. Magro, alto, dagli occhi vivaci, dai mustacchi a punta, dalle mosse eleganti; un ballerino consumato, compromettente. Le aveva mormorato le prime frasi galanti durante una danza, tenendola stretta, facendole sentire tutto il suo corpo, il peso d'uno sguardo divoratore. Ella aveva evitato di guardarlo: uno scambio di sguardi, ballando a quel modo, dopo quelle parole, poteva decidere il destino d'una donna! Le sue qualità mondane, la sua reputazione di conquistatore lo rendevano interessante per lei; ella non voleva però compromettersi, tanto più che lo sapeva legato con la Rinardi, una sua nuova amicizia. Egli tornava alla carica, e come trovava sempre la stessa resistenza, si vendicava punzecchiandola, contraddicendola in ogni sua opinione; se la vedeva con un romanzo in mano, se l'udiva ammirare la calma della notte, lo stormire degli alberi, il chiaror della luna, canzonava con insistenza il suo ideale poetico.
— Volete dirmi con questo che voi comprendete il solo reale? Vi credo!
— E voi andate dietro alle finzioni!
— Se la verità è tanto brutta...
— Che cosa ne sapete?
— Purtroppo!
Ella si dava l'aria di una scettica, come se uscisse allora da un inganno crudele; in secreto rideva di quella commedia. Sant'Uberto, pigliandosi beffe di lei, le diceva che uno solo poteva comprenderla in mezzo a quella società: l'avvocato Trovisani. Glie lo avevano presentato alla Trink-Halle: un uomo sulla quarantina, un po' basso, bruno, con una barbetta corta ma folta, con delle mani ben fatte, delle quali era molto vano. Le stava spesso vicino, rispettosamente, prevenendo i suoi desiderii, schierandosi sempre, ad ogni costo, dalla sua parte, ogni volta che s'impegnava qualche discussione. Come per alcuni giorni non si vide, Sant'Uberto le disse:
— Sa che Trovisani la evita?... Ha detto: «Sento che quella donna mi sarebbe fatale!»
— Oh, Dio!
Malgrado lo trovasse un po' comico, e quantunque Sant'Uberto fosse capace d'avere inventato lui quel motto, ella ne provò un senso di piacere. L'avvocato tornò ad avvicinarla, a farle la sua corte discreta. Ella lo credeva perfettamente innocuo, quando, un giorno che erano andati a fare un'escursione alla Civillina, trovandosi solo con lei, le afferrò una mano e si mise a baciargliela.
— Trovisani, siete matto?
Tentava di liberarsi, con una voglia di ridere, tanto le pareva buffo. Egli continuava, esclamando:
— Vi amo! Vi adoro! Dovete esser mia...
— Siete pazzo? Lasciatemi, o grido...
Riuscì finalmente a svincolarsi, raggiunse quegli altri; ma l'avventura la fece pensare ai pericoli cui la sua posizione l'esponeva. Così, tornò a Roma un po' prima del tempo stabilito con Paolo, scrivendogli di venirla a raggiungere, di non lasciarla più sola... «È troppo eterna questa separazione; non mi fido più di starmene lontano da te. Come sono stati tristi, lunghi, interminabili, questi giorni di solitudine! Tutto mi è parso vuoto ed inutile; trovandomi in mezzo alla gente, ammirata, invidiata, pensavo: Che cosa sto a far qui? Per chi fo questa toletta, per chi spendo queste cure?... Per nessuno, egli è lontano, non può vedermi, i soli elogi suoi avrebbero un prezzo. O Paolo, la vita senza di te è una cosa impossibile! Ritorna, affrettati, io ti tendo le braccia, t'invoco...» Egli tardò ancora qualche giorno, scusandosi in lunghissime lettere; ai primi di novembre finalmente fu a Roma.
— Perchè hai anticipato? — le chiese, nella furia dei primi abbracci. — Ti annoiavi? Mi desideravi?
— Quanto!... Quanto!... Almeno qui tutto mi parla di te; la tua figura, il tuo ricordo è associato a tutto; ma lì... sola, in un albergo, in un paese sconosciuto... e poi...
— Che cosa?... Perchè questa reticenza?... Dimmi tutto!... — E le stringeva forte una mano, le figgeva, gli occhi negli occhi.
— Nulla... non t'allarmare!...
Mentre gli riferiva l'avventura di Trovisani, egli s'arricciava i baffi, si mordicchiava le labbra, esclamando tratto tratto: «Buffone!... Buffone!...»
— Non è vero?... Ci vuole del toupet ad aggredire così una signora!... a credere di poterla prendere come una cameriera!... Avesse almeno avuta qualche qualità dalla sua; fosse stato piacente, simpatico...
— E ve n'erano, di questi?
— Ma.... sì.... qualcuno.... Sant'Uberto, per esempio...
— T'ha fatta la corte anche lui?
— Sai... me la fanno un po' tutti!
— Che cosa ti ha detto?
Ella chinò il capo, diede dei buffetti alle pieghe della sua veste, rispondendo:
— Eh!... che mi trovava bella, elegante... che eclissavo tutte le altre... che ballavo divinamente...
— E tu, che cosa gli hai risposto?
— Nulla; cosa volevi che rispondessi? Non gli davo retta... Dicono tutti la stessa cosa!... Con una signora come me, poi, libera o che si suppone tale, tutti si credono in dovere di fare i galanti, di attaccare arditamente... Oramai, ci sono avvezza!
Egli disse, tornando a guardarla:
— E ti piace, confessalo...
— No, te lo giuro!... Mio Dio, i complimenti, gli elogi, la corte elegante, sì, mi piace, mentirei se lo negassi... piace a tutte, stanne pur sicuro, alle più rigide, alle più scrupolose; siamo fatte per questo!... ma l'indiscrezione, le grossolanità, le brutalità...
— Lo scopo però è tutt'uno...
— Sì, certo... anzi, puoi dire che a quell'altro modo si raggiunge più facilmente...
Allora egli osservò, con un sorriso forzato:
— Vedo che calcoli tutto...
— Come lo dici!... Credi che io pensi a colui?... Paolo, non lo credere!... Te lo giuro, neppur per sogno!... Non ho detto per lui... chi lo vedrà più?... Come vuoi che io pensi ad altri, quando sono piena di te, tutta, unicamente?
— Perchè hai detto questo, dunque?
— Ma perchè è una cosa che ho pensata sempre, fin da quando ero con mio marito... Pensavo che il rispetto, la discrezione, la corte poetica, erano più pericolose... E tu credevi?... O Amore! Amore!
All'abbraccio, al bacio con cui suggellava la pace, successe un breve silenzio. Egli chiese a un tratto:
— Chi ti fece pensare a questo?
— Ma... un po' tutti... quelli che mi stavano attorno, quelli che ti nominai...
— Ma, più specialmente?
— Che cosa t'importa? Acqua passata!...
— Non monta: lo vo' sapere...
— Ebbene... Aldobrandi.
Per la seconda volta, ella abbassò gli occhi. L'altro insisteva:
— Ti fece la corte?
— Molto.
— Discretamente?
— Sì... da principio...
Egli s'era chinato su di lei, divorandola con lo sguardo, pendendo dalle sue labbra.
— E più tardi?... più tardi?
— No, no... — Nascondendosi il viso tra le mani, ella scongiurava: — No... lasciami... non mi chieder nulla...
— Lo vo' sapere... te ne prego!... non debbo saper tutto di te? possiamo avere dei segreti l'uno per l'altro?... Poi, che cosa temi?... Non mi conoscevi, allora!... Dimmi la verità, quell'uomo...
— No, te lo giuro!...
E a mezze parole, più rispondendo alle domande di lui che non narrando, gli aveva detta la diabolica perversione di quel seduttore, l'oscura avventura da cui era cominciata la sua perdita. Spasimava, tra il dovere di dir tutto, il resto, il tradimento meno scusabile, e il terrore di perdere l'amore di lui, la sua stima; poichè già una tristezza si dipingeva in volto all'amato, già i suoi sguardi l'evitavano.
— Hai visto? M'hai fatto soffrire, per soffrire tu stesso... Paolo! Che hai?... Guardami, Paolo; dimmi che mi perdoni...
— No; con qual diritto t'incolperei?
— Grazie! grazie!... Tu sei generoso; t'amo per questo, specialmente per questo!...
Egli disse ancora, guardandosi intorno, quasi trasognato:
— Com'è accaduto stasera che abbiamo rimestate queste cose?
— Mentre doveva essere una festa serena!... il giorno della nostra riunione, il primo d'una serie infinita...
I bei giorni infatti tornarono, con la felicità di un tempo, le dimostrazioni d'un amore che andava sempre crescendo, la fusione completa delle loro esistenze. La delicatezza di cui Paolo aveva dato prova l'incoraggiava a completare la confessione; oramai non aspettava che l'opportunità. Però, quando parlavano delle donne che cadono, dei giudizii severi che il mondo ne dà, ella gli chiedeva, guardandolo, un po' triste:
— Dimmi la verità: tu non mi disprezzi?
Egli le turava la bocca, esclamando:
— Tu sei il vanto mio dolce! il mio orgoglio!... Vorrei mostrare all'universo l'amore che ti porto...
— Ma se non fossi tua? se sentissi parlar di me come d'una estranea?
— E questo è possibile imaginarlo soltanto? se sono così pieno di te!... No, povero Amore: fuor dell'amore tu non m'ispiri che una sola cosa; una grande pietà...
— Come sei buono!... Com'è bello, questo!
— Poveretta!... Poverina!...
Allora ella sentivasi prendere da una più grande tenerezza; gli nascondeva il viso sul petto, mormorando:
— Sì, è dolce esser compianta da te!... Dimmi poveretta, se sapessi che bene mi fa!...
Ah, nessun uomo valeva quanto lui! Egli la lasciava sempre libera, non le chiedeva mai quel che aveva fatto in sua assenza, le dimostrava una fiducia sempre più salda. Non la seguiva, anzi, come prima; non cercava di vederla in presenza della gente, quando altri uomini le stavano intorno. Questo però non le piaceva; ella lo voleva vicino, sempre, sopratutto in cospetto del mondo.
— Tu hai l'aria di sfuggirmi...
— Ma no! ma no!
— Lo so perchè fai questo: è per delicatezza, per provarmi che hai fiducia in me...
— Non c'è bisogno di provare ciò che non si mette in dubbio.
— Grazie! Ma io voglio che tu mi segua dovunque...
— Sarà fatto... era solo per evitare le maldicenze...
— Oramai!... Dicano quel che vogliono!... Tu farai quel che dirò io?
— Sempre!
— Che cosa faresti per provarmi che mi vuoi bene?
— Non so; morirei.
Ella sussurrava:
— Ti danneresti per me?...
III.
Aveva bisogno di quel grande conforto: le piccole angustie, le umiliazioni dolorose non le erano risparmiate. La Rinardi, che a Recoaro aveva fatto l'amica, a Roma l'accolse freddamente, non le restituì la visita. I Terraísi, venuti da Palermo a stabilirsi alla capitale, fingevano di non riconoscerla!... Questi qui prendevano le parti di suo marito, negavano che egli l'avesse maltrattata, dicevano che ella aveva sempre avuto l'istinto della perdizione, che era fuggita di casa per darsi alla vita allegra... La menzogna e la calunnia la rivoltavano; l'ingratitudine non capiva nella sua mente. Delle persone che si erano sedute alla sua tavola, che le avevano protestato amicizia, adesso la trattavano così — senza una ragione! Che cosa aveva fatto loro? di che cosa avevano a lagnarsi tutte quelle che se la prendevano con lei? Forse era l'invidia, il rancore di non poter fare apertamente altrettanto! Malgrado quella persuasione, malgrado la nessuna stima che aveva di quelle altre, la loro condotta l'addolorava, l'offendeva; ella diceva a Paolo:
— Bisogna, vedi, che tu mi ami molto, che tu compensi tutto quel che mi manca... Non ho che te al mondo: i miei zii, mio nonno non mi vogliono più vedere; mio figlio è bambino, quando sarà grande forse neppure mi riconoscerà. Tu sei tutto per me!...
— E tu dunque?
— Sì; ma tu hai l'avvenire che ti sorride, uno scopo pratico che attira tutta la tua attività: fuor dell'amore, che cosa resta a una povera donna come me? Gli anni passano, sai...
Egli le turava la bocca, ella scuoteva un poco il capo. Aveva compiti i trent'anni senza molta tristezza; l'avvicinarsi del trentunesimo la colmava d'un'angoscia muta. Sentiva precipitare il corso del tempo; si vedeva già a quaranta, vecchia, inutile, impossibile. Restava lunghe ore allo specchio, guardandosi negli occhi, stirandosi le guancie, esaminandosi i denti. Certe notti d'incubo, sognava che qualcuno le cascasse a pezzi, infracidito; che gli altri intorno oscillassero nelle gengive, vicini a cadere anch'essi, ed era un orrore, un terrore pazzo che la svegliava, di scatto. Col giorno, l'incubo si dissipava, ella pensava che adesso era veramente donna, che aveva dinanzi i lunghi anni della maturità sana e forte; che gli uomini preferivano quelle dell'età sua. E quando Paolo le rinnovava i suoi giuramenti, con un trasporto veemente, scompigliandosi i capelli, stringendola fino a farle male, le sue paure finivano in sorrisi silenziosi, in una compiacenza estasiata dinanzi alla certezza che il proprio impero era ancora molto lontano dal tramonto, che ella sarebbe stata ancora amata. Certe volte, non era anzi lui che manifestava il timore di non esser più degno d'amore, di perdere quella poca attrattiva che aveva potuto esercitar su di lei, fin lì?
— Son'io che invecchio; guarda: ho delle rughe profonde, dei capelli bianchi...
— Non è vero!
— Sì, guarda bene: qui, attorno alle tempie... vedi?... avrò presto tutte le tempie bianche, sarò presto tutto bianco... Allora non dirò più nulla come uomo, potrò ispirare forse del rispetto, se non ti farò paura...
— Smetti!... tu non sai quel che dici!... Io ti vorrò sempre bene lo stesso... E tu me ne vorrai altrettanto... Invecchieremo insieme, se mai, e ci vorremo bene in un altro modo; che importa? Ricorderemo i tempi passati, ci terremo sempre compagnia... tu mi porterai delle ricette contro i reumi, io ti darò a baciare la mano... che non sarà più come adesso, ma secca, ossuta, aggrinzita...
— Taci, grulla: è impossibile!...
Ella tentennava un poco il capo, e le pareva d'avere degli occhiali sul naso, una cuffia di merletti sui capelli bianchi. Altre volte, era l'amato che evocava una diversa visione dell'avvenire:
— No, io finirò prima di te, tu cesserai d'amarmi, ti accorgerai che non sono degno dell'amor tuo...
— Cattivo, perchè dici questo?
— E mi lascerai, tornerai al tuo paese, non mi vedrai più... Allora, non riceverai più di quelle lettere nelle quali io mettevo qualche cosa dell'anima mia, non ti sentirai più mormorare le parole pazze che io ti dicevo un tempo...
— Taci! mi fai male...
— Qualche volta, se aprirai un giornale, gli occhi ti andranno sul mio nome; allora, il ricordo di quel che fummo...
— Basta, per pietà...
Gli occhi le si velavano di lacrime, dei singhiozzi le sollevavano il seno; ed era tale l'intensità della tristezza prodotta da quella suggestione, che ella credeva di aver ricuperato l'amor suo, quando Paolo riabbracciava, chiedendole perdono.
— Che sciocchi! Che barbaro gusto, starci a torturare così, mentre tutto ci ride!
E trovavano un sapor nuovo alla loro felicità. Tutto era per loro soggetto di gioia, le cose più comuni, più insignificanti. Come a Palermo le pareva distinto il parlare toscano, adesso le piaceva mescolare nel suo discorso delle parole, delle frasi, dei proverbii siciliani; e li spiegava all'amato, che li trovava pieni d'efficacia, e la incitava a servirsi più spesso del suo dialetto. Ella gli faceva la cronaca della sua giornata, gli riferiva gl'incidenti più minuti, gli dava a leggere le lettere che riceveva, si mostrava a lui per il primo nelle sue nuove tolette. Egli le recava i giornali, la metteva al corrente di quel che avveniva. A furia di sentir parlare di partiti, di leggi, di idee di governo, ella incominciava a interessarsi alla cronaca parlamentare, alle quistioni generali di politica interna ed estera. Però sosteneva contro di lui il prestigio dell'autorità, la forza del potere; quando lo sentiva esprimere qualche teoria troppo liberale, gli dava, scherzosamente, del rivoluzionario; gli diceva:
— Ma come è possibile che tu, nella tua posizione sociale, con la tua educazione, col tuo ingegno superiore, ti possa credere l'eguale d'una persona volgare, gretta, ignorante?... Come puoi credere che tutti gli uomini siano eguali, se degli abissi li separano?
— Sono appunto questi abissi che bisognerebbe colmare.
— Utopie! Tu non sarai mai l'eguale del tuo portiere!
— Il mio ideale sarebbe che il mio portiere fosse eguale a me!
— Allora, chi resterebbe nel bugigattolo?
Quelle dottrine, nel concetto di lei, gli facevano un po' torto: ella avrebbe voluto vederlo più autoritario, entusiasta della monarchia, pronto a dar la vita pel suo re; invece, egli sorrideva un poco alle frasi ammirative che ella aveva pei Savoia.
— Che stirpe di prodi! che gente leale e gagliarda!... Spero bene che tu non sarai pei placidi tramonti!...
— E se fossi?.....
Ella rispondeva ridendo, ma impetuosamente, a quel proposito detto ridendo:
— Non dovresti comparirmi più dinanzi! — Poi, dalla minaccia passando alla seduzione, riprendeva: — No, tu faresti invece ciò che vuole l'Amor tuo, non è vero? Tu non rinunzieresti alle tue idee, se io te ne pregassi?...
Allora, egli scrollava un poco il capo:
— Dopo tutto, un'idea val quanto un'altra...
E le confessava che scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente; che quando udiva un contraditore, diceva tra sè: «Infine, anche lui ha ragione... se è convinto! se non si dice anche lui che ho ragione io!...»
— Ma perchè sei così? — chiedeva ella, curiosa di comprendere quello spirito complicato, dinanzi al quale sentivasi un poco intimidita.
— Chi lo sa!.... Forse perchè ho pensato molto.
Delle intere serate passavano nel discutere di morale, di filosofia, di problemi altissimi; egli sfoggiava per lei tutta la sua eloquenza, ella restava ammirata, facendo tratto tratto qualche osservazione sottile, dettata del buon senso, che imbarazzava un poco il pensatore. Il problema metafisico la interessava più degli altri; ella era ansiosa di sapere se esisteva una giustizia superiore, riparatrice; il suo terrore della morte sarebbe stato attenuato dall'idea d'una seconda vita, qualunque essa fosse — e interrogava l'amato, pendendo dal suo labbro, come se egli ne sapesse più degli altri.
— Così, quando si muore?...
— Ci s'addormenta per sempre, d'un sonno senza sogni.
— E più nulla?... Più nulla!... Non v'è dunque nulla lassù?...
L'opinione d'un uomo come lui aveva un gran peso, la turbava nella sua fede religiosa; e ad un tratto, mettendosi una mano dinanzi, come ad allontanare qualcuno, esclamava:
— No, no; parliamo d'altro...
E tornavano a discutere di politica, di quel che egli avrebbe fatto se fosse salito al potere, delle quistioni del giorno. Ella se la prendeva con la repubblica francese, prevedeva la sua caduta; e fra i pretendenti Chambord aveva le sue simpatie, per la nobiltà del carattere, la saldezza della fede, la religione della bandiera. Paolo le aveva spiegato più volte la parentela cogli Orléans, perchè ella non la riteneva. Una sera, le disse:
— D'Aumale non ha possessioni in Sicilia?
— Sì, allo Zucco. E una villa a Palermo; non l'hai vista?
— Non rammento. È bella?
— La palazzina non molto, il giardino è un incanto.
Una vaga inquietudine sorse in lei. Avrebbe voluto sviare quel discorso; sentiva però che la colpa del silenzio sarebbe cresciuta. Se egli avesse parlato d'altro...
— Si può visitare sempre? — chiese egli ancora.
— Non so... credo sia necessario un permesso... quando v'andai io, c'era il visconte de Biennes, amico di mio marito...
— E il duca?
— Venne dopo. Un bel vecchio, una testa intelligente, un gran signore di razza...
— E questo visconte?
— Il suo attaché...
— Giovane?
— Giovanissimo, l'età tua...
Dopo una pausa, egli chiese:
— Ti piaceva?
— Sì, molto; te lo confesso...
Gli sguardi di lui le pesavano. Egli continuava a chiedere, con un tono d'indifferenza:
— E tu gli piacesti?... Te lo disse?... Come ti disse?...
— Quel che dicono tutti... non lo sai?
— Non me ne avevi parlato ancora... Quando fu?
Ella chiuse gli occhi.
— Quando?... Perchè non vuoi dirmelo?
— Quando tornai a Palermo, per la morte dello zio...
— Dopo di me?
Ella non rispose. Sentì che le si faceva più vicino, che cercava la sua mano.
— Come ti disse?... Dove ti vide?... di'!...
Allora, con moto lento, ella gli passò le braccia intorno al collo, gli nascose il viso contro la spalla. Mormorò:
— Non mi chieder nulla... sai bene com'è doloroso... parlami d'altro...
Egli la sollevò dolcemente, le carezzò con una mano la fronte, le strinse la destra con l'altra.
— Dimmi tutto... m'avevi giurato di dir tutto!... che importa se è doloroso!... L'amore è fatto di spasimi e d'esultanze... Dimmi tutto... — Abbassando la voce, aggiunse: — Perchè tremi?... Dimmi la la verità: colui...
A un tratto ella si svincolò, si strinse le mani, girando il capo ansiosamente, con le narici dilatate, come se le mancasse il respiro.
— Ebbene... l'hai voluto!... soffocavo!... mille volte, mille volte la confessione m'era salita alle labbra!... la paura, la vergogna... Sì... un momento di pazzia... d'aberrazione!... non ero più io... te lo giuro!... non lo credevo io stessa... Ne fui punita, sai!... il pentimento, il rimorso assiduo, cocente...
Un pallore si diffondeva in volto all'amato, le sue labbra si schiudevano un poco. Ella tentò di prendergli una mano; i capelli disciolti le caddero sul viso, con un gesto automatico li ricacciò indietro, continuando:
— Sono indegna di perdono... lo sento!... non te ne chiedo... Ma tu eri lontano... mio marito mi colmava d'oltraggi!... No, non mi giustifico... Paolo, ascoltami... dammi la tua mano... Che ho fatto, mio Dio!
Gli era caduta in ginocchio dinanzi, buttando indietro lo strascico della sua veste da camera, congiungendo le mani.
— Senti: tutta la verità... allora io non t'amavo... no!... oh, no!... non t'amavo come ora!... non sapevo quel che tu valessi, non credevo che tu avresti preso tanto posto nella mia vita... Ero leggiera, sì, non sapevo... Una parola m'ubbriacava... Fu una ubbriacatura, ne ebbi la nausea...
Appoggiò le mani ai ginocchi di lui, vi nascose il viso.
— Mi faccio orrore!...
Restò un pezzo così. Malgrado l'ambascia, il violento palpitare del cuore, la vampa salitale al viso, si sentiva come liberata da un incubo. Aveva confessato l'errore; la sua coscienza non le avrebbe più rimproverato il silenzio, la doppiezza, l'inganno. Aspettava che egli la sollevasse, che le dicesse qualche cosa. Egli non diceva nulla, non si scuoteva. Con un sospiro doloroso ella stessa rialzò il capo. Allora vide una cosa che non aveva vista ancora: il pianto d'un uomo. Delle lacrime grosse e lente solcavano il viso di lui, un tremito convulso gli agitava le labbra nelle quali infiggeva i denti, fino a sbiancarle. Un istante, ella rimase muta, impaurita, compresa per la prima volta dell'enormezza della propria colpa; poi alzò le braccia, disperatamente, e trascinandosi sulle ginocchia, si mise a supplicare:
— Paolo!... Non piangere!... Mi fai morire!... Paolo! uccidimi!...
Con un'amarezza sconfortata nel viso, egli scuoteva il capo, a riprese, bevendo le proprie lacrime, reprimendo i singhiozzi, e gli occhi di lei restavano secchi ed ardenti.
— Paolo, uccidimi!... voglio morire! voglio morire!...
Impigliatasi nelle pieghe della veste, cadde, di fianco, col viso contro il braccio disteso, ansimante, sfinita. Allora soltanto egli si curvò su di lei, la sollevò, stringendola al proprio petto; e a un tratto anch'ella ruppe in pianto. Dolcemente e disperatamente, essi confondevano le loro lacrime, abbracciati, tenendosi per mano, guancia contro guancia, tempia contro tempia. Egli diceva: «Perchè?... perchè?...» e con voce soffocata ella ripeteva: «Non so... la pazzia!... non io!...» e come egli l'attirava sempre più al suo cuore, reggendole la testa con una mano, ella gli si voltò incontro, si afferrò alle sue spalle, e alzato il viso lacrimoso, supplicò:
— Disprezzami!... oltraggiami!... fai di me quel che vuoi!... ma dimmi che non mi abbandonerai!... che avrai pietà di me!... che mi lascerai vivere al tuo fianco... come una serva, come una schiava, come una cosa...
Egli le chiuse la bocca, dicendo, sottovoce:
— Taci!... taci!...
— Una parola... una sola!... Dimmi che non mi lasci...
Le rispose un sordo ruggito, un grido rauco d'amor furibondo e di dolore esasperato.
— No! no! no!...
E come il parossismo era finalmente superato, più calmo, più tranquillo, ma insistente, ostinato, egli le chiedeva di narrargli tutta l'avventura, gl'incidenti più piccoli, i particolari più intimi. Inutilmente ella lo pregava di desistere, gli rappresentava la tortura a cui la metteva e si metteva lui stesso: voleva saper tutto, le strappava la confessione di tutto. Un'ombra di tristezza gli velava la fronte; allora ella ammoniva:
— Hai visto?... Perchè, mio Dio, perchè?
— Perchè così — esclamava lui, stringendo un pugno, con la smania di torturarsi. Poi, pentito, se le fece vicino, mormorando: — Adesso, basta... non ne parleremo più...
— Grazie! grazie! Come sei nobile, come sei generoso! Come mi sento indegna di te! Ma che bene, che bene ti voglio!
Egli parlò d'altro; ma di tanto in tanto era lei stessa che, temendo di leggere un pensiero molesto sulla sua fronte lievemente corrugata, gli chiedeva:
— Pensi ancora a questo? Ci pensi sempre?
— No, no...
— Giuralo!
— Te lo giuro...
— Tu m'illudi!... non m'hai perdonata...
E si nascondeva il viso tra le mani, irrigidiva le braccia resistendo con tutta la sua forza all'uomo che voleva costringerla a mostrare il viso.
— No, lasciami; non voglio esser guardata...
Allora egli la carezzava, la blandiva, mormorando con voce supplichevole:
— Ma perchè non mi credi?... Non penso più a questo, te lo giuro!... o meglio penso che non fosti tu. Fra la donna che eri allora e quella che sei adesso, non c'è forse un abisso?...
Allora ella schiuse le braccia:
— Immenso, senza fondo!...
— Io so come siete fatte — continuava egli — come siete deboli quando una passione, un ideale, non vi sorregge...
— Sì... è così...
— Allora, tu non m'amavi. Era colpa tua se, dopo le amarezze per cui eri passata, non ti restava quel tanto di fede da credere all'amore?
— È vero! Come sai dirlo!
— Potrebbe forse succedere adesso, questo?
— Oh!... oh!... oh!... Ma vedi: tutti gli uomini che sono sulla terra, i più potenti, i più invidiati, potrebbero morirmi dinanzi, offrirmi il dominio del mondo... quand'anche tu mi battessi, m'insultassi, mi scacciassi... io li lascerei morire!
E rimasta sola, ma piena sempre di lui, corse allo scrittoio, restò fino a tarda notte scrivendogli: «Tu non sai, tu non potrai saper mai quanto sei generoso, quanto sei grande! Ciò che tu hai fatto, il tuo perdono, le parole che hai trovate per questa povera creatura traviata ma non malvagia, sono qualche cosa di così unicamente nobile, di così sovranamente buono, che tutta una vita spesa per te non basterà a sdebitarmi! Io ti dovevo tutto: l'oblìo delle passate amarezze, il riacquisto di una fede, la rivelazione d'una felicità inenarrabile; e tu aggiungi ancora a tutto questo ciò di cui nessun altro sarebbe capace! Io domando al Signore che cosa ho fatto per meritarti! Mi sento così meschina dinanzi a te, così miserabile, così indegna, che quasi non credo alla mia fortuna. Grazie, grazie, grazie. Amore mio grande; possa tutto il bene che tu mi hai fatto esserti restituito, come te lo restituirà sempre, eternamente, il mio cuore!...» Ed egli, che da qualche tempo non le scriveva più con l'assiduità di prima, riprendeva a mandarle una lettera ogni giorno; le diceva: «No, tu non mi devi nulla, povero Amore; tutto quello che io faccio e che io dico, lo devi a te stessa, alla nuova vita che hai saputo trasfondere nell'anima mia... Il nostro destino è di esser posti alla prova. Dalla prova per la quale noi siamo passati usciamo ritemprati, più forti. Veramente, noi non potevamo giurare sul nostro amore fin quando non era stato provato. Bella virtù quella che non conosce le tentazioni! Adesso, soltanto adesso possiamo misurare l'immensità del bene che ci vogliamo...»
Così, tornava la quiete antica, la serenità confidente d'un tempo. Soltanto, Paolo evitava nuovamente di seguirla dove ella andava, di mostrarsi in pubblico con lei. Ella gli dava dei convegni, a teatro, da un'amica, a passeggio; ma non lo vedeva venire, l'udiva ripetere delle scuse quando si ritrovavano insieme. Se questo contegno gli era suggerito dalla delicatezza, come una nuova prova di stima, ella ne soffriva egualmente. Alla lunga, non aveva l'aria d'un abbandono, non poteva essere appreso dalla gente in questo senso? Però, non osava rimproverarlo, temendo di non averne il diritto, di provocare i suoi stessi rimproveri. Insisteva soltanto, dolcemente, perchè, senza trascurare le sue occupazioni, facesse di tutto per non lasciarla sola.
In molte delle case che ella frequentava, Paolo non era conosciuto: ella lo pregava di farsi presentare; ma, dopo aver promesso, egli se ne dimenticava. Quando fu annunziato il concerto di Rubinstein alla sala Dante, le assicurò che non sarebbe mancato. Però, non venne. Ella non ascoltava la musica, impaziente, sempre più smaniosa a misura che il programma si esauriva senza che egli comparisse. Alla fine d'ogni pezzo, si volgeva a guardar per la sala, sperando che fosse sopraggiunto: non c'era. Dei giovanotti le si avvicinavano a salutarla, il principe di Lucrino fra gli altri, che pareva comprendere la sua inquietudine e vi alludeva con un sorriso discreto.
La sera, Paolo la pregò di scusarlo: gli erano capitati degli elettori fra capo e collo, aveva dovuto accompagnarli su e giù pei ministeri, mandandoli al diavolo in cuor suo.
— Avresti voluto esser vicino a me?
— Ma si capisce!... Credi che mi divertissi con quella gente?
Ella aggiunse, piano:
— Mi pareva... che non volessi venire.
— Che idea!... Io vorrei seguirti come la tua ombra... È vero però che preferisco vederti da solo a sola...
— Vedi?... io l'avevo capito...
— È naturale!... Convieni che c'è un gusto mediocre a starsene a distanza, dandosi del lei, soffocando tutte le dolci cose che salgono alle labbra...
— Ah, non lo dire!... È bello anche a quel modo... Per me è forse più bello...
— È una commedia!
— Tutta la vita sociale è una commedia!... Bisogna sapervi recitare la propria parte...
— Però, la gente...
— La gente non conta!... non deve saper nulla. Senti, è una cosa che mi fa soffrire!...
— Non accadrà più!... te lo prometto... oggi non è stata mia colpa...
— Oh, per una volta!... E poi, ascolta: — riprendeva, tutta felice nel vedersi esaudita — ascolta: la tua presenza è una garanzia per me, mi difende dagli attacchi di tanti noiosi... Se non ti vedessero più accanto a me, sospetterebbero una rottura...
— Tu dicevi poc'anzi che non debbono saper nulla!
— Andiamo, non fingere di non capirmi...
Egli disse, sorridendo, sfiorandole con le dita la fronte:
— La logica non è il forte di queste testoline... — Subito dopo, senza darle il tempo di replicare, chiese: — E questi noiosi, chi sono?
Ella rispose, vagamente, per dargli dei sospetti:
— Tanti!...
A un tratto, un pensiero balenò nello sguardo di lui.
— Ascolta: se tu rivedessi il Francese?...
Nascosto il viso tra le palme, ella esclamò:
— No, mio Dio!... sarebbe atroce...
— Ma se lo rivedessi?... — insisteva egli, con un sorriso ambiguo, obbligandola a guardarlo.
— Non so... avrei paura... vergogna...
— E se egli ti rammentasse...
— Oh!... non lo farebbe!
— Tu credi?
— Non lo lascerei dire!... Farei appello alla sua cavalleria...
Egli rise ironicamente.
— Non mi credi?... Credi che io pensi ancora a lui?... Ma te lo giuro: no! no! no! potessi morire, qui, sul momento!
— Zitta! Taci...
— E tu dunque, perchè?... È una grazia di Dio, però, che egli sia lontano! Del resto...
— Che cosa?
— Se egli fosse stato qui, non ti avrei detto nulla...
— Perchè?
— Perchè avrei avuto paura... di te... della tua gelosia...
Malgrado questo, egli tornava spesso a parlarne, si divertiva a proporle dei casi imbarazzanti, chiedeva che cosa ella avrebbe fatto se fosse avvenuto questo o quest'altro. Ella gli strappava il giuramento che non l'avrebbe più torturata a quel modo; però, quel soggetto era sempre in fondo ai loro discorsi; dopo averlo evitato un pezzo, ci cascavano entrambi; ella stessa era curiosa di sapere ciò che egli provava.
— Se tu lo incontrassi, che impressione ti farebbe?
— Non so...
— Lo provocheresti?
— Non so.
— Mio Dio, fate che non sia mai!
Altre volte, egli aveva degli impeti selvaggi, l'afferrava pel collo, stringendo i denti, sgranando gli occhi.
— Vorrei strozzarti!... Un giorno o l'altro ti strozzerò!...
— Si, te l'ho detto... uccidimi!
Ma la sua mano si faceva blanda, prodigava carezze soavi, intanto che le labbra mormoravano:
— No... è impossibile!... tu puoi tutto su di me... tu mi faresti commettere delle viltà!...
Allora, ella chiedeva:
— Senti.... se io fossi tua moglie, e ti avessi tradito.... mi riprenderesti?
Egli pensava un poco, poi rispondeva, molto piano:
— Sì...
— Questo è amore! Questo!...
IV.
Per le vacanze di Pasqua, Paolo la lasciò. La sua presenza era necessaria in famiglia, degli affari lo chiamavano per qualche tempo nel suo collegio; però, era stata lei stessa a pregarlo di partire, a combattere la persuasione che gl'impediva di lasciarla, sia pure per poco. Non le dispiaceva di restar libera qualche tempo; era curiosa di vedere che cosa avrebbe provato.
Da principio, andò attorno più spesso del solito; presto si stancò. I giorni crescevano, i pomeriggi erano lunghi, caldi, fastidiosi. Se egli fosse rimasto a Roma, non lo avrebbe visto egualmente in quelle ore; però la sua assenza metteva un vuoto in tutta la vita di lei. La prima sera passata sola in casa, a leggere, a passeggiare di su e di giù per le stanze, le era parsa interminabile; per far qualcosa, si mise a scrivergli. Il domani, si rivolse ai suoi vicini del primo piano. I Watson erano andati via; adesso l'occupavano dei Piemontesi, i Marcale; una famiglia curiosa, dove si buttavano i quattrini in capricci, mentre mancavano, per esempio, le seggiole. La mamma e le figliuole sfoggiavano in carrozza tolette elegantissime, con le quali andavano poi in cucina a preparare il desinare. Il marito non stava mai in casa; ci veniva invece, a tutti i momenti, un certo signor Giacomotti, presentato come suo socio. A lei usavano ogni sorta di amabilità; però, avendo compreso una sera di esser di troppo fra la signora e il socio, ella diradò le sue visite.
La solitudine le pesava sempre più, e nelle lunghe fantasticaggini alle quali ella s'abbandonava, un pensiero triste, che ella non voleva formulare, tornava assiduamente ad occuparla: che cosa sarebbe stato di lei, se quell'isolamento avesse dovuto prolungarsi? Paolo l'amava sempre, le sue lettere affettuose le erano di un immenso conforto; però... ed ella chiudeva gli occhi, si portava le mani alle orecchie, quasi a privarsi d'ogni senso per non assistere ad uno spettacolo angoscioso: il raffreddamento di quella passione, la morte dell'amore...
Perchè sorgevano in lei quelle tristi visioni, quando nulla poteva farla dubitare dell'avvenire? Forse era la primavera, l'intimo senso di tristezza che la rifioritura del creato le procurava, adesso che si moltiplicavano in lei, a poco a poco, i sintomi del decadimento, le piccole rughe della coda dell'occhio, la cascaggine delle guancie, il pallore della carnagione. Poi, il caldo crescente, il cielo luminoso sul quale il nuovo verde metteva i suoi delicati ricami, le ricordava la Sicilia, la riportava ai tempi di Milazzo e di Palermo; vecchie impressioni, sensazioni cancellate da anni risorgevano in lei, senza perchè: ella risentiva l'arsura della spiaggia di San Papino, il fastidio di certi pomeriggi al Capo; qualche mattina, tra veglia e sonno, pensava, con l'antica angustia, di dover mettere in pulito i componimenti, di dover subire la revisione meticolosa di Miss... Che ne era di lei? Avrebbe dato qualche cosa per rivederla.
E le notizie della gente che aveva conosciuta le facevano battere il cuore: Enrico Sartana, dopo pochi anni di matrimonio, s'era diviso dalla moglie, era tornato a Palermo: neppur lui aveva dunque incontrata la felicità!... Si sarebbero rivisti mai?...
La musica sacra dei concerti la manteneva in una mestizia dolce, piena di fantasie, di rimpianti. La domenica delle Palme, vedendo passare dei bambini coi mistici rami, un'improvvisa tenerezza la fece quasi piangere. Stefana andava a confessarsi; tornando dalla comunione, col libriccino delle preghiere, la coroncina del rosario attorcigliata a un polso, venne a prenderle una mano, a baciargliela. Allora ella si ricordò della sua mamma, della sorellina, di suo figlio, dei giorni lontani della sua innocenza, quando ella andava in chiesa, vestita di bianco, con un velo sulla fronte, tra una fila di fanciulle candide come lei; quando la sua mamma le diceva: «Figlia mia santa!» quando non sapeva ancora che cosa fosse il mondo, quale avvenire l'aspettasse; e uno stupor muto la teneva, pensando che ella era in peccato mortale, e una nostalgia accorata, e un pio desiderio di genuflessione, di preghiera, di penitenza...
Non poteva commettere un sacrilegio; però il Giovedì Santo, vestita a nero, fece il giro dei Sepolcri. Uno scalpiccio lento di passi nelle chiese affollate, avvolte in una penombra, nella quale i ceri splendenti mettevano larghi cerchi d'oro; un sottile aroma diffuso per l'aria, un mormorio di preci. Ella cadde in ginocchio in un angolo buio; e curva sopra una seggiola, le mani congiunte, si umiliava dinanzi a Dio, riconosceva l'errore, addebitandolo all'avversità del destino. Anche lei era stata pura e casta, anche lei aveva potuto ricevere l'Ostia!... In fondo all'anima, ella si sentiva buona, tenera, pietosa, sensibile a tutte le delicatezze. Perchè non le era stato possibile dimostrare queste sue qualità? Il mondo la giudicava trista, le faceva sentire il peso della sua condanna; ma Dio le leggeva nell'anima, l'udiva, la perdonava... Riuscì all'aperto col cuore oppresso, gli occhi arrossati, e come incontrò delle amiche, fu costretta a parlar di mode, di teatri, di svaghi!...
Le cerimonie sacre di quei giorni di lutto la riportavano incessantemente col pensiero ai tempi della sua infanzia: ella si rivedeva al suo balcone di Milazzo, ascoltando il suono delle tabelle che i monelli scuotevano per le vie, guardando i bastimenti ancorati nella rada con le bandiere a mezz'asta. Poi, nella mattina luminosa dei Sabato, riprovava l'ansietà dell'attesa, sussultando ad ogni rumore, ad ogni zufolio che le intronava le orecchie, fin quando, a un primo squillo di campana, cento, mille si univano, gravi, argentini, da lontano, da presso, in un tripudio sonoro che la faceva nuovamente cadere in ginocchio e rompere in singhiozzi. Qualcuno si curvava su di lei, le prendeva una mano tentando di baciarla; allora ella si stringeva al petto la vecchia serva, la baciava sulle guancie scarne e rugose. Lo scampanio si diffondeva pel cielo; nella via, dei vecchi, dei fanciulli, inginocchiati, a capo nudo, pregavano; si udivano esclamazioni di esultanza, e la commozione di lei si faceva insoffribile. L'anno innanzi, in quell'ora, Paolo le aveva mandato un canestro di rose, e quei fiori le erano riusciti più accetti di una collana di perle orientali; adesso egli era lontano, solo col pensiero poteva unirsi a lei! A un tratto Stefana le tornò dinanzi con un gran mazzo di rose bianche e rosse, e, dallo stupore, ella esclamò:
— Come?... Chi le manda?... Lui?...
— L'ha lasciato detto...
Ella affondò il viso nel folto dei petali olezzanti, e pazza di gioia, corse a scrivergli, a confidargli tutto il bene che le faceva. Aspettava che anch'egli le scrivesse, poichè erano dei giorni che non riceveva sue lettere; però, come ne passarono ancora degli altri senza che arrivasse nulla, la dolce emozione cedeva all'inquietudine, ai dubbii. Perchè la trascurava? Era la lontananza che produceva, come sempre, il suo effetto? Un'altra sua lettera, premurosa, appassionata, restò senza risposta. Allora, ella cadde in una sfiducia disperata: egli non l'amava più come prima, la confessione fattagli aveva intiepidito il suo affetto... Ed era vero? Quell'uomo a cui ella aveva sacrificato tutto, pel quale aveva rinunziato alla sua posizione, al rispetto del mondo, la trascurava, non trovava il tempo di mandarle un rigo?... Inaspettatamente, egli tornò, se la strinse al cuore, divorandola a baci.
— Perchè non hai scritto?...
— Non mi vedi in viso? Sono stato ammalato...
Era vero: aveva le occhiaie un poco infossate, un pallore diffuso sulle guancie appena dimagrite. Le apprensioni di lei svanirono nel ritorno della dolce intimità; però, come egli si rimetteva con ardore rinnovato al lavoro, ella lo ammoniva, lo pregava di aversi riguardo, tanto più che le sue occupazioni e il malessere di cui soffriva ancora lo tenevano troppo lontano da lei.
— Hai ragione — rispondeva — ma il lavoro è un bisogno per me; del resto, esso non c'impedisce di amarci...
— Ci vediamo però molto poco...
— Tutti i giorni!
— Sai bene che qui non mi basta...
Per risvegliare la sua gelosia, ella gli riferiva i proprii successi mondani, i corteggiamenti di cui era l'oggetto, esagerandoli un poco, concludendo col dirgli:
— Vedi, quando non mi stai vicino?
— Che importa! Io ho fede in te.
— Ma la fede, a lungo, può scuotersi!... Io non sono, purtroppo, al riparo dalla calunnia; e a furia di sentir parlare male di una persona...
— Nessuno mi parla di te, nè in bene nè in male... e quando pure parlassero, bisognerebbe poi che io dessi loro ascolto...
— Eh, sai!...
Egli riprendeva a seguirla, ad accompagnarla, ma di malavoglia, come una corvée.
— Ti secchi? — chiedeva ella.
— No... ma lo spettacolo di quegl'imbecilli che ti stanno attorno m'irrita...
— Dovrebbe irritarti di più quando sei lontano da me...
— Quando sono lontano non li vedo... penso ad altro...
Quelle parole le dettero una rapida trafittura.
— A che cosa pensi dunque?... Non sono io il tuo pensiero costante?...
— Ma sì, ma sì... Ho detto che non penso ad essi...
Egli pensava alla politica; in quei giorni la solidità del Gabinetto era scossa, si parlava d'un rimpasto ministeriale che avrebbe evitata una crisi. Per dimostrare l'interesse che prendeva al suo avvenire, ella gli parlava di queste cose, consigliandogli di avvicinarsi al governo senza rinunziare ai suoi principii. Invece egli si schierò fra gli oppositori più vivaci: durante la discussione dei bilanci pronunziò una dozzina di discorsi uno più acre dell'altro.
— Non vuoi ascoltarmi, ma batti una strada falsa! — diceva ella. — Per ora, quest'atteggiamento troppo deciso non ti conviene; sei troppo giovane...
— Mi consigli di andare a scuola?
O non la comprendeva, o era troppo sicuro di sè. Nelle parole di lui, di tanto in tanto, ella credeva di leggere una specie di condiscendenza forzata, di fastidio nascosto. Non glie ne diceva nulla, non ne voleva convenire neppure con sè stessa, arrestata da un sentimento di vago timore. Però, come gli anniversarii del loro amore tornavano, ella non poteva frenarsi dal notare la differenza che v'era tra il passato ed il presente.
— Allora, tu non potevi fare a meno di cercarmi, di seguirmi...
— Ma allora io non avevo altro mezzo di vederti. Tu non eri ancora mia!...
Con un sorriso un po' scettico, ella soggiungeva:
— Ora che lo scopo è raggiunto!...
— Ma non è questo!... Tu vorresti dunque paragonare le incertezze, le ansie, i tormenti di quei tempi, alla festa continua che è ora la vita per noi?... Ma vi è qualche cosa di più divino di questa sicurezza che oggi siamo felici quanto ieri, che domani saremo felici come oggi?...
— Tu dici davvero?... tu pensi quello che dici?
— Ne dubiti dunque?
Malgrado tutto, ella pensava che il passato, con le sue ansie, con le sue torture, era stato più bello, aveva procurato emozioni più raffinate, più intense.
— Se tu vuoi che io preferisca il presente, perchè non ti dedichi tutto a me, come prima?
— Tu però dicevi di temere che la troppa assiduità avrebbe generata la stanchezza... La logica!... la logica!...
Delle risposte dure le salivano alle labbra. Avrebbe voluto dirgli che quando si ama veramente, non si vedono i difetti della persona amata, o per lo meno non gli si rimproverano. Non le diceva illogica quando era dietro a sedurla!... Ed era lei illogica, o lui egoista?... Non gli diceva nulla, non lo rimproverava, per timore di peggio; ma questo timore medesimo, a lungo andare, accresceva la sua sfiducia. Ella era dunque a questo: da ammettere che un mutamento poteva operarsi in lui, forse già si operava?.. E che cosa avveniva in lei? anche lei non vedeva i suoi difetti, non si sentiva allontanar da quell'uomo? E come erano arrivati a questo? Che cosa era accaduto fra loro? In qual giorno, in qual punto, la prima ombra era calata? Non lo poteva dire. Ma ciò che la stupiva, era la rapidità con cui il dubbio era sorto, con cui la fede si era scossa. In un tempo così breve!... Mai più lo avrebbe creduto! Non lo poteva credere; si diceva che era in inganno, che la sua imaginazione ingigantiva oltre misura dei sintomi insignificanti; aveva bisogno di fugare quelle tristi visioni.
— Dimmi che mi ami sempre, come prima...
— Ma più di prima!
— Oh, se fosse...
— È! è!... Non lo vedi? Non lo leggi nei miei sguardi, nelle mie parole? Non senti che fai parte della mia vita, che sono legato a te, materialmente, che mi aggiro intorno a te come intorno a un sole raggiante e benefico?...
Voleva credergli, non attribuire alla sua facondia, alla sua abilità oratoria le frasi che le veniva ripetendo. Come se avesse compreso di poter ritentare la prova con maggior probabilità di riuscita, il principe di Lucrino era adesso più assiduo presso di lei, veniva a trovarla più spesso, non mancava mai, a teatro, di salire nel suo palco; qualche volta, quando ella usciva a piedi, lo incontrava: egli le chiedeva il permesso di accompagnarla, si faceva più insistente, più ardito. Riferendo a Paolo l'impiego delle proprie giornate, ella gli diceva, con una indifferenza studiata:
— Ho visto gente... Lucrino fra gli altri...
— Che cosa ti ha detto?
— Le solite storie... A te non importa più nulla...
Egli taceva; delle volte quel silenzio si prolungava fino a divenire imbarazzante.
— A che pensi?... — chiedeva ella.
— A nulla... alla relazione che debbo presentare domani...
Ella incrociava le braccia, battendo lentamente un piede. Voleva far la sostenuta, costringerlo a cedere per il primo. Come egli continuava ad accarezzarsi i baffi, ella finiva per gettargli le braccia al collo.
— Ma parla! scuotiti! dici che hai!... Sei geloso? Di Lucrino?... Ah! ah!... Che grullo!... che grullo!... Ma non vedi che non so come fare per attirarti a me? che io morirei piuttosto che tradirti?...
— Quell'altra volta, però, tu non sei morta...
— Ah!...
Ella si morse le labbra, gettando un poco indietro il corpo, come repentinamente ferita. Poi, dischiuse le braccia e piegato il capo, mormorò:
— E giusto!... Poichè t'ho ingannato una volta, tu devi credermi capace di ingannarti ancora... di passare di capriccio in capriccio... di fingere e di mentirti...
— Io non ho detto...
— Ma è peggio che se lo avessi detto!...
E appoggiato il capo ad una mano, scrollandolo a riprese, ella riconosceva adesso il motivo della freddezza di lui. La confessione leale che si era creduta in dovere di fargli l'aveva menomata nella sua stima. Sciocca lealtà! fisima stolta! Se ella avesse taciuto, come avrebbero fatto tutte le altre, a quest'ora non si sarebbe sentita accusare! Ella pagava la dirittura dell'animo suo! Perchè non era dunque come quelle che passano da un uomo ad un altro, non obbedendo se non alla propria fantasia e facendosi obbedire da tutti?... Ora, anch'ella restava a lungo silenziosa; a un tratto egli le prese una mano, dicendo:
— Non capisci che soffro?... che soffro perchè ti amo?...
— Ma dici, buon Dio, quel che debbo fare!... Quante volte non t'ho proposto di andar via, di vivere unicamente l'uno per l'altro!... Tu non hai voluto!...
— E tu neppure.
— Sì, ma per te! unicamente per te!... Ma se dobbiamo restar qui, a fare quel che abbiamo fatto, perchè mi trascuri? perchè non mi segui dovunque?... È naturale che la gente, vedendomi sola, creda di poter sperare!... È naturale che tu, non sapendo mai quel che faccio, non seguendo a passo a passo tutta la mia vita, ti trovi disarmato contro i sospetti... Quante volte te l'ho detto?... Se tu mi sei vicino, se mi ascolti, se mi leggi negli sguardi, ti accorgi che io non mentisco... Quando sei lontano, quando pensi alla gente che mi attornia, i cattivi pensieri ti assalgono, tuo malgrado non puoi liberartene...
— È vero...
— Ah, se è vero!... Credi a me, che delle cose del cuore m'intendo.... Voialtri uomini siete più intelligenti, siete capaci di concezioni grandiose, avrete una logica più severa; ma nelle cose del sentimento non vedete così a fondo come noi... Voi vivete con la testa, noi col cuore!... Questa passione che a te non impedisce di occuparti d'altro — non te ne faccio una colpa, voglio che sia così! — è tutta la mia vita... Lasciati guidare da me, promettimi che farai quel che voglio!... Sii buono, non dirmi di no...
La sua voce si faceva supplichevole, carezzevole; le sue mani tremanti cercavano quelle di lui; egli si lasciava vincere dall'accento tenero, appassionato, dall'espressione intensa degli sguardi coi quali ella lo fissava; ad un tratto, mormorava:
— Quest'altro, non...?
— Chi, Lucrino?... Mio Dio, no! no! te lo giuro! Non mi credi? come fartelo credere?... Perchè ti confessai quella colpa?... È stata essa che m'ha perduta!... Mi credi capace di tutto... Ah!...
L'amara contrazione del suo viso finì in singulti. Allora egli si piegò su di lei, le prese il capo fra le mani, la baciò in fronte, esclamando:
— Sì, sì... ti credo!... Ma è che t'adoro!... che non reggo al pensiero... Ora basta!... Se ti dico che ti credo!...
— Non lo dici col cuore...
— Ma sì, sì, sì... Guardami: ho l'aria di fingere?... si finge così?...
— Basta, il pianto ti logora il viso...
— Oh!... è già logoro troppo!...
— Sciocca!... Non sai quel che dici!... Così, ridi, sorridi!... Voglio vederti sorridere sempre... Tu non sai quanto t'amo!...
Cullata da quelle parole, come liberata da una gravezza, come tornando alla vita, ella chiudeva gli occhi, poggiava il capo sul petto di lui, sussurrando:
— Adesso, senti: non dire più nulla, non voglio più parlare: sono troppo felice...
Dissipate le ultime traccie dell'uragano, seguivano lunghi giorni di calma, nei quali non era più quistione di sospetti e di accuse. Come veniva l'estate, ella gli dava a scegliere le stoffe delle sue tolette, gli mostrava i figurini dei giornali di mode, gli descriveva le confezioni viste nelle sartorie, gli enumerava le commissioni date dalle sue conoscenze. Egli la metteva a corrente del dietroscena parlamentare, discuteva la situazione ministeriale, commentava le notizie del giorno, discuteva le teorie di governo; ma era per lei un soggetto di stupore continuo il sentirgli sostenere la sua tesi sulla relatività di tutto, sul gabbamento universale, e il vederlo poi incaponito nel suo concetto democratico.
— Non ti contradici, così?...
— Io soltanto?... Ma se tutto è contradizione!
Ella si rifiutava di accogliere la persuasione molesta che quella sua fermezza in un ideale politico dipendesse da un calcolo, dall'assegnamento sulla riuscita del suo partito... Dopo le vacanze di carnevale, scoppiò finalmente la crise che si prevedeva da tanto tempo. Di giorno, egli non si fece più vedere; le scriveva però dalla Camera lunghe lettere, spiegandole la conversione a sinistra che s'imponeva al capo del futuro Gabinetto, annunziandole l'offerta d'un segretariato generale che gli avevano fatta, sebbene indirettamente.
— Tu m'hai portato fortuna! — le diceva, la sera, quand'erano insieme. — Quel giorno che m'auguravi forse è vicino... Io ne sono contento per te; se varrò qualche cosa, mi sentirò meno indegno dell'amor tuo...
Ella gli turava la bocca, protestando che l'indegnità era la sua propria; ma tutto questo non le procurava la compiacenza che ella aveva sognata; suo malgrado, scorgeva dietro le parole dell'amante, sotto quella esagerata modestia, la sodisfazione d'un orgoglio che non le pareva troppo giustificato...
La crise si risolse senza che l'offerta fosse confermata. Egli stesso disse che non l'avrebbe più accettata, visto il programma del nuovo ministero. Per lei, aveva torto; ricominciavano delle discussioni, ciascuno si accalorava nel sostenere la propria tesi; poi seguivano dei brevi silenzii durante i quali ella reprimeva degli sbadigli.
Avvicinandosi la chiusura della Camera, egli le chiese se permetteva che andasse a casa; non si oppose. Pensava che la lontananza avrebbe fatto bene ad entrambi, avrebbe fatto apprezzar loro ciò che la sazietà poteva sciupare.
Restò ancora un poco sola a Roma; come il caldo la cacciò via, riprese la vita errante degli alberghi, delle stazioni di bagni. Intorno a lei, gli uomini facevano la ruota, si studiavano di interessarla. Alcuni, più arditi, le parlavano liberamente, le dicevano delle cose che ella fingeva di non capire, o che ascoltava abbassando gli occhi, o che provocavano le sue risposte taglienti. In cuor suo, non era molto sdegnata: le piaceva di essere fra le più entourées; il movimento, le conversazioni, la musica, la danza finivano di stordirla. In ogni parola che gli uomini le rivolgevano, ella trovava la misura del proprio fascino, la conferma che mai il suo impero di donna era stato più saldo. Paolo riprendeva a scriverle assiduamente, rimpiangendo i giorni felici, ricordandole di pensar sempre a lui; ma ora ella comprendeva che questa sua nuova assiduità non era disinteressata, che poteva invece esser dettata dalla paura di perderla. Con la coscienza del proprio valore, ella imparava a giudicare più esattamente l'uomo al quale si era accordata. L'orgoglio era il sentimento che più lo dominava. La confessione del tradimento lo aveva ferito, più che nell'amore, nell'amor proprio. Aveva imaginato di essere stato il solo a conquistarla, il solo a vincere, con la potenza della propria seduzione, la virtù di lei; la scoperta che un altro aveva ottenuto, dopo di lui, ma più facilmente di lui, ciò di cui solo si credeva degno, gli aveva tolta una persuasione cara al suo orgoglio. Adesso, l'idea che un altro potesse portargli via il vanto della propria conquista, lo faceva nuovamente appassionato ed eloquente. Ma la sua eloquenza non era fatta di rettorica? Ella rammentava le sue scettiche opinioni sui sentimenti, sull'ideale, sull'inganno universale. In fondo al suo disprezzo di tutto e di tutti, c'era però l'esaltata opinione di sè stesso... Adesso, ella vedeva più distintamente i suoi difetti... Che importava! V'era qualcuno che non ne avesse? Dicevano che l'amore acceca: una frase fatta! O vedeva i suoi difetti perchè l'amore s'intiepidiva? No! no! Ella lo amava sempre; l'idea di tradirlo non le passava neppure pel cervello.
Però, nessuno sapeva come ella era fatta. Degli sconosciuti le scrivevano lettere anonime, ora piene di dichiarazioni poetiche, ora di incitamenti sensuali; tutti le davano degli appuntamenti, le chiedevano di mettere dei segnali nel caso che ella acconsentisse... Ella stracciava quelle lettere, dapprima sdegnata, poi ridendo della stoltezza di quella gente; e in fondo sentiva crescere la stima di sè stessa, apprezzava di più la propria superiorità. Paolo l'aveva trattata male, le aveva dato motivi di lagnanze: eppure, era stata lei a pregarlo, a trattenerlo. Quante donne avrebbero fatto altrimenti, si sarebbero ribellate!... Ella ne conosceva ogni giorno, di quelle che non avevano altro amore al mondo fuorchè sè stesse, che si lasciavano amare senza scomodarsi, incapaci di fare il più piccolo, il più futile sacrifizio! Ne conosceva di quelle che dichiaravano la passione una cosa sciocca, balorda, nociva alla salute; che si mettevano a ridere quando ella affermava che senz'amore non v'era legame possibile. E queste erano le più fortunate; gli uomini le seguivano come la loro ombra, subivano pazienti i loro capricci, perdonavano i loro tradimenti, strisciavano ai loro piedi. Ella che si era vista trascurata dall'uomo al quale aveva immolata tutta sè stessa, invidiava la loro fortuna, ma aveva troppo cuore, sentiva troppo per imitarle. Una di quelle, la Merio, la più fredda, la più insensibile, le pareva un mostro. Teneva gli uomini a bada, li obbligava a fare dei viaggi, delle pazzie, ad aspettarla di notte, all'acqua e al vento, per concedere poi loro una stretta di mano, per degnarsi di ricevere una lettera. Quando qualcuno la seccava troppo, faceva intendere a un altro di levarglielo di torno. Dei duelli erano avvenuti per lei, un giovanotto si era ucciso. Il giorno che lo avevano portato a seppellire, ella era andata a passeggio, in carrozza scoperta, inaugurando una nuova toletta. La sua carrozza s'era incontrata col carro funebre; ella aveva continuato a guardarsi intorno, dietro l'occhialino dal manico d'oro!...
V.
— Io sono vile nei miei affetti!
Come Paolo, l'inverno seguente, la trascurava ancora per la politica, ella tornava a scongiurarlo di esser buono con lei; e poichè egli negava di esser mutato e derideva le sue paure, ella ripeteva:
— Ridi, ridi pure!... Sai che t'amo, che sono vile nell'amore...
— Che frasi drammatiche!
E adesso, ogni volta che ella esprimeva qualche pensiero delicato, un sentimento non comune, egli alzava le spalle:
— Non far la romantica!... Come sei teatrale!... Non per nulla reciti così bene...
Egli diceva queste cose con un sorriso d'indulgenza che ne temperava la durezza; però era sempre un giudizio poco lusinghiero. Ella si domandava: «Allora, è come con mio marito?»
E quel giudizio le veniva da lui, che dichiarava di fingere ogni giorno, di non credere a quel che diceva!
— Tu, intanto, rappresenti la tua parte!
— È vero!... hai ragione!... tutto è finzione...
— Anche l'amore?... rispondi!
Egli rispondeva, con un gesto vago:
— Chissà... forse anche quello!
— Guardami negli occhi: ripetilo...
— No... l'amor volgare, sì; non il nostro...
Spesso, dopo essersi ostinato in qualche concetto, egli le proponeva:
— Adesso, vuoi che io ti dimostri l'opposto?
E come distruggeva ad uno ad uno tutti gli argomenti addotti dapprima, come metteva un più grande calore nel difendere la tesi contraria, ella protestava:
— Basta!... Basta!... Non credi dunque a nulla?
— A tutto, invece...
Ella credeva all'ideale, alla poesia; gli faceva leggere dei passaggi di romanzi, dei versi che le parevano sublimi, dettati da gente fatta a un altro modo, vivente di puro etere.
— E tu li pigli sul serio?... Non vedi che sono parole?...
— Ma sono le parole che esprimono i sentimenti!...
— D'accordo. Dimmi che cosa vuoi che ti esprima, e parlerò tre ore di seguito.
Ella gli turava la bocca:
— Taci! Mi fai male.
Fingeva dunque anche quando le parlava dell'amor suo? Ma egli ne parlava adesso tanto di rado! I capi del suo partito fondavano un giornale; egli vi prendeva una larga parte, per dei giorni e dei giorni la lasciò sola. Un tempo, quando non poteva venire a trovarla le scriveva lunghe lettere; ora mandava dei biglietti da visita con su due parole; spesso neppur quelli. Ella si sentiva stringere il cuore dinanzi al ritorno più frequente di quei sintomi; poi si rimproverava le sue preoccupazioni, si diceva che doveva agguerrirsi contro i disinganni; che, a lasciarsi scorgere, avrebbe fatto peggio, e che anzi, se voleva ricondurlo a sè, le conveniva mostrarsi piuttosto indifferente e distratta. Ma era più forte di lei: nel bel mezzo della relazione d'un ballo, d'un giro di visite, ella s'interrompeva, esclamando:
— Ma come sei freddo!... Non mi ascolti, non mi domandi nulla... non t'importa più di nulla!...
— Chi te l'ha detto?
— Lo vedo, da me!... Credi che io non abbia occhi?
— T'inganni!
— Ma se non mi dici più nessuna delle cose che mi ripetevi un tempo! Se vieni qui a parlarmi della Camera e del Senato, del giornale e dei ministri!... Cosa vuoi che me n'importi?... Io ho bisogno di sentirmi voluta bene, d'essere avvolta in un'atmosfera d'affetto...
Incrociate le mani sopra una spalla dell'amato, alzando gli occhi su di lui, ella pregava:
— Dimmi che mi vuoi sempre bene... che sono l'amore tuo caro!... Dimmi tante cose...
— Amore!... Amore!...
Egli la stringeva al petto, ripetendo quella parola, ma senza aggiungere altro.
Ella diceva:
— Se io ti domandassi di darmi una prova di questo amore... di rinunziare per esso alla politica... che cosa diresti?
— Sì...
Ma ella sentiva adesso che egli rispondeva a quel modo perchè era sicuro della sua desistenza; e a un tratto s'accorgeva che mai le aveva detto quel sì sinceramente, neppure ai primi tempi della loro relazione. Non gli rimproverava apertamente quel suo egoismo; però, in tesi astratta, a proposito d'altri, ella usciva in qualche amara affermazione:
— Gli uomini sono incapaci di sacrifizio... vogliono essere amati, solletica il loro amor proprio vedere una creatura perdersi per essi; ma rispondere a questo amore, comprendere questa creatura...
— Già, perchè voialtre siete fatte a un modo arcano!
— Puoi scommettere che abbiamo più cuore di voi...
— Quando vi date, vi date in olocausto!... lo so, me l'hai ripetuto molte volte... Al visconte hai detto altrettanto?...
— E sempre questo rimprovero!...
Non erano delle scene vivaci, ma delle piccole punture, dei brevi bisticci, delle allusioni malevole, con dei ritorni all'antica fiducia. Uscendo una sera dal Valle, ella prese freddo; la tosse e la febbre l'inchiodarono a letto. Allora, durante tutto il corso della malattia, per un mese intero, egli ridivenne l'amante d'un tempo. Tutti i giorni, appena desta, ella aveva una sua lettera, buona e bella, piena di cose tenere e poetiche, di invocazioni alla primavera perchè spirasse il suo tepido alito a guarire più presto la Diletta, di benedizioni rese a quel male che la sottraeva al mondo ed alle sue distrazioni lasciandola tutta tutta per lui. E dei fiori, perchè le restituissero i colori rubati alle sue labbra ed al suo viso, e dei libri, dei romanzi d'amore, dei versi d'amore perchè le parlassero per lui: tante care attenzioni che inducevano anche lei a benedire quella malattia, cogli occhi umidi di pianto, un'altra febbre nei polsi: la febbre divina della speranza e della fede.