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L'Illusione

PARTE SECONDA.

Reading edition

I.

Era stato un sogno penoso, un incubo durato lunghi giorni, in mezzo al lusso equivoco degli alberghi, alle visioni di gente sconosciuta, di nuovi orizzonti. Ella ne usciva con la mente stordita e il corpo addolorato, chiedendosi ancora: «È questo?..» indietreggiando ancora per istinto ogni volta che suo marito l'accarezzava, col ricordo dell'altr'uomo mutamente violento che s'era rivelato in lui ad un tratto.

Napoli, Roma, Firenze... ella non sapeva bene dove si trovasse, cominciava appena a guardarsi intorno, a respirare più sicura. L'incubo si dissipava a poco per volta; Guglielmo aveva molte cure per lei, sembrava esserle grato, si studiava di contentarla in tutto. Ma l'aria d'intelligenza della gente, negli alberghi, la irritava; tutti mostravano di sapere che essi erano sposi novelli, a table d'hôte degli sguardi indiscreti si posavano su lei, e questo l'umiliava, le dava il desiderio di chiudersi in camera con suo marito, senza veder nessuno, sentendogli raccontare la sua vita di scapolo, avida di sapere le cose che gli uomini facevano, ansiosa di sentirsi ripetere che le voleva bene, che non pensava a nessuna; di ottenere, in una parola d'amore, il compenso di quel che gli aveva dato.

— Sai, ero gelosa... terribilmente!...

— Di chi?... — chiedeva egli, sorridendo.

— Di tutte, non sapevo!... E dimmi...

Un po' vano, egli non si faceva pregare per parlare di sè; però, a certe domande, rispondeva:

— Che cosa t'importa?... Adesso sono tuo marito...

— E sarai sempre tutto mio?... Mi vorrai sempre bene, più delle altre, più di tutte le altre insieme?

— Sì, sì...

Allora, gli buttava le braccia al collo, non aveva più paura di lui, rispondeva finalmente alle sue carezze nell'improvvisa rivelazione del mistero.

Erano a Firenze; ella pensava che la felicità presente fosse dovuta ad un buon influsso del suo passato di bambina. Appesa al braccio di Guglielmo, gli mostrava la casa dov'era nata, i luoghi dove s'era trastullata; gli narrava le sue prime impressioni, le sue monellerie: tutte quelle piccole cose non dovevano avere un gran valore per lui? Un'emozione indefinibile, tra dolce e malinconica, l'occupava nel ritrovarsi in quella città della quale aveva tanto sognato, nella quale le pareva d'incontrare le ombre care e benedette della mamma e della sorellina. Poi ripartirono, e le città succedevano alle città, gli orizzonti agli orizzonti: Bologna, Venezia dove c'era il babbo, Milano... certi giorni, svegliandosi, ella si chiedeva: «Adesso dove sono?...» Aveva sete di veder tutto, di completare la sua coltura nelle visite ai musei, alle gallerie; voleva saturarsi di spettacoli artistici, imprimersi nella mente le scene che le si svolgevano dinanzi agli occhi: la Firenze antica della Signoria e del Bargello, le lagune verdastre, il Duomo milanese, grigio e roseo nel crepuscolo, come un acquerello. Quelle visioni sarebbero state più belle se suo marito, dinanzi ad esse, le avesse detto delle parole secrete, indimenticabili; se egli avesse preso le cose, quegl'altri cieli, a testimonii dell'amor suo. Egli però non aveva di queste espansioni; la conduceva dovunque, ma lasciando scorgere, tratto tratto, una certa stanchezza. Anch'ella, a lungo, si stancava: avrebbe voluto piuttosto conoscere l'alta società, stringere relazioni con le grandi dame, esser presentata da per tutto. A passeggio, a teatro, chiedeva continuamente a Guglielmo il nome delle signore che brillavano di più; egli rispondeva, alzando le spalle:

— Ma credi che io conosca tutta l'Italia?... Poi, questa non è la stagione; molti sono ancora in villa....

A Firenze ella avrebbe voluto vedere la principessa Morsini, la Tatiroff, la marchesa Ballestrengo; a Bologna conoscere la Marion e la Petrarchi, a Milano la duchessa Nitti-Palmenghi, la contessa Frescobaldi, tutte le dame delle quali aveva letti i nomi nei resoconti dei balli e delle premières, nelle corrispondenze dalle stazioni balneari o dai paesi di montagna. Suo marito invece evitava gl'incontri; le aveva presentato a malincuore, non potendo farne a meno, degli amici, dei conoscenti; tipi di eleganti, di Crociati, da per tutto gli stessi; l'aveva presentata anche a qualche signora: la marchesa Celli, la contessa Parlabene, che viceversa era moglie d'un semplice capitano e portava quel titolo perchè la madre di lei era figlia d'un conte. La stupiva questa facilità con cui un titolo si estendeva a tutti i parenti di chi lo portava; allora, ella avrebbe potuto farsi chiamare principessa di Casàura?... Guardava tutto, udiva tutto; si formava dei criterii sugli usi, sulle mode; avrebbe voluto comprare tutte le stoffe, tutti i gioielli, tutti i quadri che vedeva, ordinare l'addobbo di tutta una casa, la fornitura di un nuovo corredo. A Milano aveva avuta un'emozione: era andata a teatro in platea, giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella aveva trovata bellissima la piccola sala del Manzoni, e non voleva riconoscere che quella Forza del Destino udita al Dal Verme era molto inferiore alle altre eseguite a Palermo. Si studiava di trovare tutto più bello, più interessante; pensava con un senso di superiorità alla Sicilia remota, alla piccola provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; commiserava le amiche rimaste laggiù in fondo. A Torino, per un Faust che si dava al Carignano, con cantanti di prim'ordine, stava preparando la toletta di gala, giacchè andavano in palchetto, quando suo marito esclamò:

— Ma qui si va in abito da passeggio e cappello!.. Si va in toletta al Regio, dopo Natale...

La lezione che le era parso di leggere in quelle parole la punse un poco; il rifiuto di Guglielmo di proseguire per Parigi, motivato dall'avanzarsi della stagione, finì per scontentarla di quel viaggio. Si annoiò a Genova, credette di morir d'oppressione a Pisa rammentandosi per la prima volta di Milazzo; finchè, ripassando per Firenze, tornarono a Roma. Vi capitarono negli ultimi giorni di novembre, per l'apertura del Parlamento. Ella avrebbe voluto assistere alla seduta reale, Guglielmo diceva invece che era meglio veder l'arrivo delle rappresentanze a Montecitorio. Giusto, c'era all'albergo di Milano Enrichetta Geremia con suo marito. Duffredi la condusse da lei, e andò via dicendo che sarebbe tornato.

La piazza era già tenuta sgombra dalla truppa; dinanzi al portone, sotto il baldacchino rosso-cupo, si componevano e scomponevano continuamente dei gruppi di deputati, di giornalisti, di invitati, e le prime carrozze cominciavano ad arrivare.

— L'ambasciatore d'Inghilterra.... — indicava l'amica — la marchesa di Fanatica... i Giapponesi... Quelli sono cronisti di giornali... Le due sorelle Donnino e Scalpetti...

Gli uscieri, data un'occhiata ai biglietti, mandavano la gente a destra e a sinistra, additando le porte d'ingresso, e un ufficiale tedesco restava fermo accanto a un pilastro, come una statua, riscuotendosi di tratto in tratto per salutare militarmente qualcuno.

Ella guardava, contrariata; avrebbe voluto arrivare anche lei in carrozza, senza rumore sulla sabbia sparsa lungo la via, attraversare la piccola folla che ingrossava dinanzi al portone, esser notata, prender parte allo spettacolo.

— Guarda, guarda: la Sermoroni...

— La dama della Principessa?.. Già tutta bianca!

— No; s'è incipriata.

E sentiva crescere la propria irritazione, con la coscienza d'una inferiorità, della figura umiliante che faceva per la sua ignoranza, della gran distanza che la separava da tutto quel mondo, col desiderio impotente di prendervi il posto di cui sentivasi degna. Le carrozze arrivavano e partivano, una dopo l'altra; delle sciabole d'ufficiali risuonavano, sbattendo; un giovanotto senza paltò sotto il freddo frizzante si metteva in evidenza, mostrava lo sparato della sua camicia, e un individuo con una gran zazzera sulla nuca, trascinandosi dietro una signora matura, passava da destra a sinistra e da sinistra a destra, come un cane in chiesa, non trovando la via della propria tribuna.

— Che bel mantello, Teresa, guarda!.. lì, a destra... che bellezza!

— Chi è?

— Non so... mi pare la San Germano... Se si voltasse...

Il cannone cominciò a tuonare, delle carrozze di gala arrivavano.

— Il re?

— No, il senato.

Balsamo, che stava dietro a loro, disse a sua moglie:

— Guarda Paolo Arconti.

Era un signore che passava in carrozza; vedendole le salutò profondamente.

— Chi è? — chiese ancora lei.

— Un deputato, uno dei più giovani, intelligentissimo...

In quel punto, la musica dei carabinieri intuonò la fanfara; il comando degli ufficiali si ripeteva di fila in fila: «Presentate le armi!» e i corazzieri spuntarono dall'angolo di piazza Colonna.

— Adesso ci siamo... Tò, prendi l'occhialino... guarda i deputati che si avanzano... La principessa Margherita, la vedi?... Saluta... le baciano la mano... Che bella toletta!...

— Davvero!

Adesso ella cominciava a prendere interesse allo spettacolo, aspettava con impazienza l'arrivo del re, ammirava i corazzieri schierati sotto l'obelisco, sussultava al secondo all'armi e quando la nuova visione di uniformi, di pennacchi, di sciabole sguainate si fu dileguata, restava ancora, malgrado il freddo, a guardare.

— Vedi che è meglio qui? Dentro non si vede nulla; c'è troppa confusione...

Dopo un quarto d'ora, cominciò l'uscita, più disordinata, tra le grida degli strilloni che vendevano il discorso della Corona, l'incrociarsi dei comandi militari, il rotolare delle carrozze. Suo marito non veniva ancora; ella credeva di capire che l'amica avesse da fare; e vedendosi sola con quegli estranei, mentre la fiumana della folla rumoreggiava sordamente per le vie, il cuore le si strinse un poco. A un tratto fu picchiato all'uscio; Balsamo, andato ad aprire, esclamò:

— Oh, lei!... Venga avanti!... — Poi presentò: — L'onorevole Arconti, la signora Duffredi...

Il deputato aveva stretto la mano alla Balsamo e s'inchinava dinanzi a lei. Come gli chiedevano notizie della seduta, disse:

— Un discorso infelicissimo, una freddezza glaciale, qualche applauso soltanto al passaggio relativo a Roma, alla politica estera...

S'impegnò una discussione: Balsamo affermava che era ben fatto, poichè tutti si ostinavano a volere quel ministero di ciarlatani; ella disse:

— Io trovo però che non si dovrebbe esporre la persona del re.

— È verissimo... — affermò il deputato, inchinandosi un poco verso di lei.

Era un bruno dagli occhi azzurri, dalla fronte larga, dalla voce penetrante. La discussione si allargava; spronata dalla presenza del deputato, ella dimenticava la sua tristezza, parlava di politica, attaccando i provvedimenti eccezionali proposti contro la Sicilia. Arconti, che sedeva all'opposizione, le dava pienamente ragione. Il tempo passava, Guglielmo non veniva ancora. Enrichetta propose:

— Se vuoi tornare all'albergo... senza cerimonie, t'accompagnerò...

Allora Arconti s'alzò, congedandosi; ella gli diede a stringere la mano.

Andarono al Roma; Guglielmo non s'era visto. La Balsamo le offrì di fare un giro in carrozza; al ritorno, incontrarono Duffredi che veniva dal Milano.

— Dove siete state? V'ho cercate per terra e per mare!...

— Ah, la colpa è nostra? — disse lei, con un riso un poco forzato.

Non pensò più a questo, nei giorni seguenti, stordita dal movimento della capitale, cominciando a conoscere gente per mezzo dell'amica, facendo qualche visita e trovando al suo ritorno le carte che gli uomini venivano a lasciarle, quella di Arconti fra gli altri. Di giorno, suo marito l'affidava spesso ad Enrichetta, ma la sera restava con lei, l'accompagnava in visita, la conduceva a teatro. Non era stata ancora al Valle: per la Visita di nozze Guglielmo prese un palco. Però, dopo tavola, mancando ancora un'ora allo spettacolo, disse:

— Ci sono dei Palermitani all'albergo di Spagna; il tempo di salutarli...

Ella restò nella sala di lettura. Sfogliò dei giornali, degli album; una ragazza era seduta al piano, un signore la guardava ostinatamente. Ella voleva aspettare lì il ritorno di suo marito; irritata da quegli sguardi indiscreti, salì in camera. Preparò le sue cose, infilò i guanti, poi si mise il cappello. Suonarono le otto e mezzo: l'ora dello spettacolo. Cominciò ad essere inquieta. Perchè tardava ancora? Quei Palermitani... se fossero stati un pretesto?... No, non era possibile: guardava l'uscio, aspettando di vederlo apparire. Pure, il giorno della seduta reale, egli l'aveva piantata... Si poteva trattare d'una coincidenza, d'un contrattempo, come ne sorgono ad ogni momento nelle grandi città. Suonarono le nove meno un quarto. Non avrebbe perduto poi molto; ma era noioso aspettare... Sedette, girando uno sguardo per la camera, esaminandola a parte a parte, pensando a tutta la gente che era passata di lì, porgendo l'orecchio, scuotendosi a ogni squillo di campanello... Le nove. Si alzò, di scatto. Egli era andato a trovare qualcuna, una donna: i Palermitani erano un'invenzione, impossibile più dubitarne! Ella si nascondeva il viso tra le mani, esclamava: «Ed è vero?... dopo due mesi di matrimonio?... Dio mio!... Dio mio!...» Avrebbe voluto andar fuori, cercarlo, non sapeva dove; sarebbe andata dai Balsamo, si sarebbe fatta aiutare da loro... No, a quell'ora essi non erano in casa... E a un tratto il sentimento angoscioso della solitudine, dell'isolamento, la riprese, in quella camera piena di silenzio, in quell'albergo popolato di stranieri, di gente enimmatica, di persone raccogliticcie che si disperdevano incessantemente; in quella gran città dove nessuno la conosceva, dove avrebbe potuto morire senza che nessuno si accorgesse di lei... Adesso aveva paura, non levava gli occhi dall'uscio, con l'idea che qualcuno potesse entrare, a rubarla, a violentarla... Sciocca, sciocca! non veniva nessuno, non veniva neppur lui, la lasciava sola, così! a palpitare d'angoscia, di gelosia, a piangere di tristezza!... Le nove e mezzo!... Rabbiosamente, si tolse il cappello, buttandolo sul divano, si tolse i guanti facendone saltare i bottoni. A un tratto, l'uscio si schiuse.

— Mi son fatto aspettare... Non sei pronta?... Andiamo.

Ella disse, freddamente:

— Grazie, non vengo.

— Perchè? Sono le nove e un quarto... non sarà neppur finita la musica, ancora... M'hanno trattenuto, cosa vuoi, c'era Sampieri che non vedevo da anni... Andiamo, via...

Con la tentazione di cedere, ma col bisogno di sostenersi, ella rispose:

— Grazie, ti lascio libero. Va' con i tuoi amici...

Egli la guardò un poco. Aspettandosi un'altra esortazione, ella si preparava a piegarsi. L'altro invece disse, duramente:

— Cos'è, una scena?

Un impeto di ribellione fu per sollevarla, ma si frenò. Con una voce piena di lacrime, disse:

— Perchè una scena?... Tu vuoi che venga a teatro; io ti ringrazio; è tardi, sono stanca... che c'è di male?

Egli non le chiese perdòno, ostentò da quella sera di non lasciarla un momento, come sacrificandosi, fin quando ella stessa non gli restituì la sua libertà, per non vedergli sempre quell'aria rannuvolata. Adesso, affittava spesso due cavalli e uno stage, e se ne andava guidando per la città e per la campagna. Qualche volta la prendeva con sè, ma ordinariamente la lasciava con la Balsamo. Certi giorni riceveva delle lettere col francobollo da cinque centesimi, delle lettere di città, che non lasciava sul tavolo come le altre — e tornava a piantarla! Adesso ella non poteva avere più dubbii. Abbandonata sopra una poltrona, fermando gli occhi sopra un punto di quel tappeto rosso e giallo il cui disegno si confondeva nell'intensità della fissazione, ella assisteva alla rovina delle sue speranze, delle sue lusinghe, col cuore stretto, vedendo buio dappertutto, nel presente, nell'avvenire. Forse egli non la tradiva, sarebbe stata una mostruosità troppo grande; ma era quello il contegno d'un marito affettuoso, in piena luna di miele? Dopo tre mesi di matrimonio!... Che cosa sarebbe dunque stato fra due anni?... Quali torti aveva verso quell'uomo perchè egli la trattasse così? Il torto di avergli creduto?... A volte, ripensando alla storia del suo fidanzamento, alle esitazioni, ai contrasti, si diceva: «La colpa è mia! Avrei dovuto comprendere che non mi amava, non avrei dovuto farmi abbagliare dall'invidia di cui ero oggetto!...» Ma se egli l'aveva domandata? V'era forza che potesse costringere un uomo a chiedere la mano d'una ragazza, a sposarla?... Perchè dunque l'aveva sposata? Perchè le aveva detto che le voleva bene?... Egli non era stato leale — e la slealtà era l'insopportabile, per lei. Adesso, le cuoceva di tacere, di non chiedergli ciò che lo attirava altrove. Ella avrebbe voluto drizzarglisi innanzi e dirgli: «Tu hai un'amante! tu mi trascuri per un'altra!...» Avrebbe voluto gridargli, quand'egli mendicava dei pretesti: «Non mentire! Io so dove vai!...» Però taceva, con la speranza d'ingannarsi, con la paura d'inasprirlo, sentendo la durezza del suo carattere dalla sua voce, dai suoi sguardi, dai suoi stessi silenzii...

Quella vita della capitale, che le era sembrata tanto attraente, finiva per tediarla: la gente che conosceva le pareva comune, volgare; ma forse non era tale l'altissima società, l'aristocrazia nera, l'entourage della Corte, la colonia straniera. Avrebbe voluto penetrare nel centro dell'élite, farne parte anch'ella: una figura secondaria non le conveniva. Suo marito era superbo, non voleva piegarsi a sollecitare delle presentazioni, dava un nome ingiurioso ai signori romani — forse perchè li invidiava... Il ballo della contessa Vannitelli, dove era stata invitata, dove era andata con un'ansia secreta, aspettandosi quasi di vedervi un altro mondo, e del quale i cronisti avevano fatto dei resoconti mirifici, le era parso una povera cosa; a Palermo c'era di meglio! Il Fanfulla aveva parlato di lei, sbagliando il colore del suo abito e chiamandola principessa di Casàura. Ella aveva protestato, sorridendo, con le sue conoscenze; in fondo, l'errore le faceva piacere.

Però la sua prima disposizione a trovare tutto più bello e più degno, era cangiata: la duchessa di Martorina le era parsa un facchino della Kalsa, con quel suo faccione lungo color mattone; la famosa Ernestina di Carpignano, che a detta dei giornali cantava così bene, un pavone crocidante; l'elegante marchese di San Fiorenzo una caricatura da Journal amusant: ed ella ne sentiva di belle, sul conto della cosidetta buona società. Nel pomeriggio, traversando il Corso in carrozza di rimessa con la Balsamo, l'amica le diceva gli scandali di cui questa o quella delle signore con cui s'incontravano era stata od era l'eroina, e la sua stupefazione non conosceva poi limiti quando l'altra le additava gli uomini per cui esse si perdevano: delle figure brutte o ridicole, certe barbe da caproni, delle esagerazioni di toletta, delle arie buffe da irresistibili...

Suo marito, adesso, la lasciava quasi ogni giorno per un'ora o due; la tristezza di lei cresceva, cresceva, come la tristezza del cielo invernale, gonfio di nubi sfilanti l'una sull'altra in processione. E come le nubi si vuotavano in pioggia lunga, interminabile, ella quasi piangeva, pensando alla sua casa lontana, al cielo ridente che aveva lasciato. Ma se non era sola, si faceva forza, ostentava una serenità che non aveva; e specialmente dinanzi ad Enrichetta si studiava di mostrarsi allegra e felice. Nella sua debolezza, l'orgoglio la sosteneva; non voleva che nessuno s'accorgesse del suo dolore, si ribellava all'idea di suscitare l'altrui compassione.

Però, malgrado quello studio, l'amica pareva accorgersi di qualche cosa, le leggeva in viso la sua tristezza. Un giorno che ella aveva gli occhi rossi di pianto contenuto, le chiese:

— Che cos'hai? Ti senti male?

— Sì, un poco... sono nervosa... questo tempo m'irrita.

L'altra scosse il capo.

— Tuo marito potrebbe lasciarti meno sola!...

Tacquero entrambe. Ella aveva la tentazione di confidarsi a lei, di chiederle consigli, comprendendo che doveva sapere qualche cosa. Ma non si decideva, non voleva arrendersi.

— La colpa, scusami, — riprese la Balsamo — è anche un po' tua. Perchè resti a Roma?... Perchè non torni a Palermo?...

— Si, hai ragione.

La sera, come Guglielmo le parlò d'una lettera d'affari che aveva ricevuta dal suo amministratore, ella disse:

— Tu vuoi restare ancora qui?...

Egli fissò un poco lo sguardo, poi rispose:

— Io non voglio nulla... faccio quel che ti piace.

— Allora torniamo a casa?

— Torniamo a casa.

Ella lasciò con un senso di sollievo e quasi di liberazione quel mondo che da lontano le era parso così bello. Aveva fretta di assaporare le soddisfazioni che la sua posizione le avrebbe procurate in un ambiente propizio, in mezzo ad una società conosciuta.

A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì, le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d'invidia delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue dell'amicizia più affettuosa. «Come stai bene, cara!... sei un amorino, oggi!... Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!... Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da un tuo cenno!... Che cosa ti resta da invidiare?...» Ne conveniva anch'ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte: «Come sei bella! sembri una regina!» quando il cameriere in livrea nell'anticamera s'inchinava al suo passaggio e un altro domestico le reggeva la coda dell'abito per le scale, fino alla carrozza di cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli occhi a terra; quando nell'entrare in un salotto od al teatro, o nell'attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori, un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita un'autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio. Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto, delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l'avevano colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e mettendoli in evidenza, nell'intimità, con una schiettezza di buon umore a cui nessuno resisteva.

— Come sei allegra!... Come sei spiritosa!... La felicità ti si legge negli occhi!... Tu l'hai meritata...

Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri, Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita, credendo d'aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino, Giulia le disse:

— Sai, non c'è molto da fidarsene... non è tanto fedel quanto gagliarda... Di te, per esempio, ha detto certe cose...

— Che cose?

— Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba... che vuoi schiacciar tutte noi col tuo lusso... che a lungo andare rovinerai tuo marito...

— Lei?... Lei ha detto questo?

La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia? La sincerità era dunque una cosa molto difficile?... E nei disinganni che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese, con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da nessun altra?...

La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro, a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto il capitolo del Teatro genealogico di Sicilia del Mugnos, dove si discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati; ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d'Angiò e pugnando per lui a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d'Aragona la rialzò, creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo V. I nomi ricorrenti nell'albero genealogico erano quelli di Ruggero, di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand'era stato in Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: Guillaume Duffré d'Hauteville e parlava adesso di rivendicare stabilmente e legalmente il d'Altavilla come secondo cognome.

Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un'ammirazione sconfinata per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era diventato un continuo soggetto di scherzo.

— Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?... Questi bottoni chi li porta, lo czarevitch?...

Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli aveva! Appena la vedeva entrare, s'alzava a dispetto della gotta, le baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.

— Ma si copra, zio! prenderà un'infreddatura, altrimenti!

Il secreto di quella cavalleresca galanteria era perduto! Egli stesso criticava l'educazione moderna, cominciando da quella del nipote; e la sua conversazione era interessantissima, piena di ricordi del passato regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni del 20 e del 48. In cuor suo, era rimasto fedele alla casa di Borbone; e questo dava origine a liti cortesi, perchè ella esaltava la virtù dei Savoia, l'eccellenza del governo costituzionale, la grandezza della nuova nazione.

— E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d'Arlecchino! Com'è possibile cucire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che si pigliano a pugni?

— Sarà l'azione del tempo! Contentiamoci per ora dell'unità politica, verrà poi quella reale.

Egli scuoteva il capo, rimpiangendo i tempi dell'autonomia siciliana, della monarchia nazionale.

— Non sapete dunque che siete una d'Altavilla? — aggiungeva, mezzo serio mezzo sorridente.

— Ma fummo usurpatori anche noi! — replicava ella, sullo stesso tono. — Venimmo di Normandia a conquistar l'isola!

Egli s'inchinava, come non potendo o non volendo opporre nulla a tale argomento. Del resto, quella era una mania di famiglia: Guglielmo non negava al re il diritto di conferire al figlio del principe Amedeo il titolo di Duca di Puglia, appartenendo esso alla loro casa? Ella sorrideva un poco di tutto questo; ma in fondo se ne compiaceva. Anche per ischerzo, chi avrebbe potuto dire altrettanto? E trovava che suo marito, oltre alla nobiltà regale, era d'una eleganza estrema. Ella conosceva tutti i giovani amici di lui, che erano anche fra i più lancés di Palermo; Alfredo Basile, così allegro e pieno di spirito; il conte di Caldarera, lo spadaccino famoso; il marchese Lauria, la cui fronte seria era velata di tristezza; altri ancora, in mezzo ai quali non trovava qualcuno che valesse molto più di Guglielmo.

Egli non voleva però che fosse troppo attorniata dai giovanotti, che ballasse troppo, che parlasse a lungo con una stessa persona. Era geloso?... Dunque l'amava! Tutta lieta della sua scoperta, ella protestava amabilmente, cercava di fargli intendere ragione.

— Tu credi che io noti questa gente?... Ma neppure per sogno!... Tu vali più di tutti!...

Ai balli, erano dei complimenti stupidi, sempre gli stessi: «Felice quella camelia!... Vorrei essere al posto di quelle violette... I vostri occhi offuscano i brillanti!...» Ella rideva di quelle galanterie, le metteva in canzonatura con le amiche; però le piacevano, le provocava: dietro a quegli omaggi stereotipati c'era il riconoscimento della sua bellezza, ed ella aveva bisogno delle lodi, delle adulazioni e del trionfo. Non distingueva nessuno in quella massa di giovanotti, di uomini maturi, di vecchi che si alternavano al suo fianco; però s'appoggiava con eguale abbandono al braccio di ognuno, piegava un poco il capo di fianco con egual grazia ad ascoltare ciò che tutti le dicevano, rivolgeva a tutti gli stessi sorrisi con uno stesso frequente palpitare di ciglia; e quando suo marito la rimproverava, portandole ad esempio le altre che tenevano la gente a distanza, ella rispondeva:

— Ma che posso farci, se sono fatta così?

Una quistione grossa, la sera delle tolette di gala, era quella della scollatura: egli la trovava sempre troppo bassa, esclamava che era un'indecenza, pretendeva che mostrasse appena la gola.

— Allora tanto vale andare montante! Si transige fin qui?...

Alla luce delle candele che si struggevano con fiamme lunghe sulla toletta e sui bracciali del grande armadio a specchio, le rose della sua carnagione si animavano, il sangue giovane e sano si vedeva fluire attraverso quel marmo vivente, e il seno sbocciava, fiore carnale, dall'anfora serica del busto, e l'oro della chioma aveva fulgori matti, e da tutta la persona esalava, incenso sottilissimo, un profumo così inebbriante, che ella appressava la bocca all'alto del braccio, dove il guanto finiva, e quasi addentava la polpa morbida e soave. Con le piccole mani levate, dipanava poi lievemente i riccioli della fronte e della nuca, assestava tutta la massa sapientemente composta dei suoi capelli appoggiando le palme alle tempie, e si mordeva le labbra per farle venire più vive, intanto che si svolgeva ai suoi occhi abbacinati dalle fiamme la visione del mondo eletto e felice che l'aspettava coi suoi sorrisi, con le sue armonie, con le sue ebbrezze... A un tratto, le braccia le ricascavano pesantemente lungo i fianchi. Una domanda si presentava al suo spirito: perchè quella gioia? a che pro? E fin quando?... La vanità di tutto le si rivelava; come al tempo della fanciullezza, pensava che le feste duravano poco: i suoni si sarebbero dispersi, le luci si sarebbero spente, un giorno la gioventù sarebbe anch'essa svanita e la bellezza distrutta... Irrigidita, stecchita dinanzi all'alto specchio che la rifletteva da capo a piedi, con le braccia pendenti come cose inerti e con gli occhi socchiusi, ella si vedeva morta, vestita di quello stesso abito bianco col quale avrebbe voluto esser composta nella bara, e un brivido le passava per tutto il corpo all'idea che i becchini, che le mani orribili dei becchini avrebbero toccato il suo corpo... La voce di Guglielmo la strappava alla lugubre idea; ella si avvolgeva nel mantello che Stefana reggeva pel bavero; e intanto che la carrozza correva rapidamente nella notte e che suo marito l'annebbiava col fumo della sigaretta, ella si portava una mano al seno abbassando nascostamente la ruche di cui il corpetto era orlato per accrescerne ancora un poco la scollatura.

II.

L'avvenimento dell'estate fu l'arrivo del Circo Fumagalli. V'erano delle amazzoni giovani, belle, elegantissime, che avevano messa la rivoluzione nel campo dei Crociati. Ai bagni dell'Acquasanta, dalle compagne che prendevano il fresco dinanzi al mare, ella udiva le notizie dei successi, delle rivalità, tutta la cronaca delle relazioni già strette e delle trattative avviate.

Che cosa vedevano gli uomini in quelle creature? Come era possibile far delle pazzie per esse? Come si poteva credere a quegli esseri volgari e interessati? Senz'amore, ella non riusciva a concepire che potessero esistere rapporti fra uomini e donne. Un giorno che le sue amiche parlavano delle amazzoni con maggiore insistenza, ella disse:

— Io non capisco come si possano cercare queste femmine.

Non le risposero; solo la Carduri sorrise un poco.

Le due più ammirate fra quelle saltatrici erano la Doreley e la Ruscalli; la Francese già era l'amante di Toscano; ai bagni s'incontravano quasi tutti i giorni. Quando Giulia Viscari era lì, ella studiava il contegno dell'amica, per notare che effetto le faceva quel veder l'uomo da lei un tempo amato in compagnia di un'altra donna. Giulia non lasciava scorgere nulla, continuava, ridendo, a conversare: era dunque senza cuore, per averlo dimenticato così? Ed ella imaginava che Toscano ostentasse quella relazione come per vendicarsi.

Ma chi fosse l'amante della Ruscalli non si sapeva ancora. Tutte le volte che ella ne chiedeva, non le sapevano rispondere. La Leo parlava un giorno di certi doni che l'amazzone aveva ricevuti; ella domandò:

— Da chi?

— Non so, non rammento... Me l'ha detto Anna Sortino.

Ella non serbava rancore a costei; un giorno le chiese:

— Chi è dunque che protegge la Fumagalli?...

— Non lo so.

— Come non lo sai, se l'hai detto a Giovannina? Sentiamo, chi è?

— Se non lo so!... Chiedilo a tuo marito.

E ad un tratto ella comprese certe reticenze di Giulia, le difficoltà che Guglielmo aveva fatte ogni volta che lei aveva chiesto di andare al circo. Fu come una sferzata in pieno viso, come se la saltatrice, dall'alto del suo cavallo bianco, le avesse dato il frustino sul viso. Più che il dolore del tradimento, più che la rovina della sua fiducia, era l'affronto che le cuoceva, l'idea di quella rivalità umiliante, della derisione di cui sarebbe stata l'oggetto per la volgare creatura che le rubava il marito, delle intime rivelazioni che egli avrebbe fatto, ridendo, intorno a lei; della profanazione d'ogni ideale di affetto e di rispetto! — Una cavallerizza, una donna senza nome, educata nelle stalle, per cui tutti i palafrenieri erano passati, esposta ogni sera, quasi nuda, alla concupiscenza dei curiosi!... Un brivido di disgusto e di ribrezzo la scuoteva; ma al circo, intanto che l'altra passava, ritta in piedi sul cavallo galoppante, al suono d'un'orchestra rauca, fra lo schioccar delle fruste, nell'abbacinamento delle piramidi luminose, coi capelli disciolti, una gamba levata, le braccia inarcate, un sorriso sulla bocca rossa; intanto che gli applausi cominciavano a scoppiare e si propagavano per tutto il teatro, ella comprendeva, sì, la seduzione di quel corpo serpentino che tutti desideravano, l'ebbrezza che quel clamoroso trionfo doveva destare, l'esaltazione che si sarebbe provata pensando: «Questa donna che vi vedete passare dinanzi, che v'infiamma con uno sguardo, con un sorriso e con un bacio fittizio, io la posseggo, tutta; e voi non sapete che con la vostra ammirazione, coi vostri applausi di folla anonima incapace di arrivar mai fino a lei, non fate se non accrescere per me il suo valore!...» Allora, ella restava come ammaliata a fissare quella figura giravoltante, seguendola in ogni atto, non vedendo altro che lei, credendo di sorprendere degli sguardi d'intelligenza scambiati fra lei e suo marito, che poi la lasciava sola con delle visite, per andarsene nella barcaccia, a guardar quell'altra più da vicino... Nella nervosità dolorosa di cui quel pensiero fisso le era cagione, ella credeva adesso di esser guardata da colei con uno sguardo tra curiosa e sprezzante, e una sera ne fu certa: colei la sfidava, le agitava dinanzi il frustino... e tutto il sangue le si ritirava al cuore, e tutta la sua persona tremava, dall'umiliazione, dalla vergogna.

— Signora Duffredi, si sente male?...

— Io?... No, davvero... — e si studiava di sorridere, intanto che quell'uomo solo con lei nel suo palco, quel conte di Toledo che suo marito le lasciava al fianco, le diceva, col solo sguardo, senza aprir bocca: «Avete ragione!... vedete chi vi preferisce?... Non sapete che tutti gli occhi sono rivolti su di voi?... Ecco di qual uomo voi siete!...»

Era uno strano fascino che l'attirava ancora a quello spettacolo, un bisogno malsano di sentirsi straziare da quella vista, di comporre il suo viso a una indifferenza disinvolta sotto gli sguardi inquisitori che le pesavano addosso, intanto che il cuore le tumultuava, che dei propositi di scandalosa vendetta, attraversavano come baleni il suo cervello... Lanciare il suo guanto in viso a quella donna! alzarsi, chiedere il braccio del primo venuto, e dirgli: «Andiamo!...» così, a fronte alta, in presenza di tutti!

Adesso ella era sicura che a Roma, nei primi tempi della loro unione, egli era stato a trovare un'altra donna, che l'aveva trascurata per un'altra: la Balsamo, le amiche di Palermo quasi glie l'avevano detto. Voleva fargli intendere che sapeva tutto, voleva ingiungergli di rispettarla; e col ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma, il suo rancore si esasperava. Se credevano di far di lei una vittima, come quella poveretta! Ella sentiva a momenti di dover vendicare, coi proprii, i dolori della morta: allora si proponeva di parlar alto e chiaro; e i rimproveri amari, le parole di sdegno le salivano alle labbra; ella cercava assiduamente il modo con cui aprire finalmente il proprio animo al marito; ma, come l'occasione si offriva, ella taceva, indietreggiava, presa da una soggezione paurosa dinanzi a quell'uomo freddo, muto, che non le chiedeva più i suoi abbracci, che era nuovamente diventato l'estraneo, il nemico... Ella non si riconosceva più, non trovava più la nativa energia, la naturale schiettezza del proprio carattere, si sentiva avvilita da quel silenzio a cui era ridotta, quando invece avrebbe voluto prorompere, lagnarsi, ottenere giustizia, esemplarmente!... Egli rientrava a casa tardi, passava il pomeriggio in compagnia dell'amante; e la tentazione di andarli a sorprendere l'assaliva tratto tratto. Ogni sera egli era al Circo, e all'idea che essi si guardavano, si sorridevano, si comprendevano attraverso la folla, nell'assenza di lei, una insofferenza, una smania, un'ansia la distoglievano da ogni occupazione, da ogni discorso, da ogni altro pensiero... Un giorno, mentre erano a colazione, il cameriere venne ad annunziare:

— C'è di là il fattorino del teatro, con la pianta... dice se vogliono un palco, per la serata della Fumagalli...

Guglielmo fece un gesto di contrarietà.

— Sì — rispose lei, subitamente.

— Ma passerò io dal botteghino...

— Non è meglio fissarlo subito?... Dite che segnino il solito numero 10.

Egli non disse più nulla. Solo quando ella era già passata nella sua camera, se lo vide dinanzi.

— Un'altra volta — cominciò, lentamente — quando io dico qualche cosa, ti prego di non contradirmi. Hai capito?

— Guglielmo!.... — esclamò lei, guardandolo in viso.

— Se no, mi costringerai ad alzar la voce dinanzi ai servi.

Ella dovè appoggiarsi con una mano alla spalliera d'una seggiola.

— Che cosa significa questo?

— Significa che io faccio quel che mi pare, in casa mia; hai capito? E che se dissi di non fissare il palco, avevo le mie buone ragioni...

— Le tue buone ragioni?... Ah, le tue buone ragioni!... Dunque ho torto io?... E tu credi che io non le sappia, le tue buone ragioni?...

— Che cosa sai? Di' su: che cosa sai?...

— Ah, tu credi che il torto sia mio?.,. È mio, infatti!... se sono la favola di tutta Palermo... se non ho il coraggio di ribellarmi...

Egli le si fece più vicino, con le mani in tasca.

— Ribellarti?... A che cosa vuoi ribellarti?...

— Alla tua condotta! ai tuoi abbandoni! ai dolori che mi procuri, ogni giorno, dacchè siamo insieme, da Roma a qui...

Aveva cominciato a parlare rapidamente, con impeto, ma la sua voce veniva morendo, nella commozione che la faceva tremar tutta e che le gonfiava le palpebre.

— Un piagnisteo, adesso, eh?...

Egli batteva nervosamente un piede; a un tratto, alzata la mano col pugno stretto, esclamò:

— Senti, mettiti bene in testa che io ho fatto e farò sempre quel che mi pare e piace, sempre e semprissimo, a Roma, a Palermo e a casa del diavolo...

Le lacrime di lei s'arrestarono. Cogli occhi spaccati e inariditi, ella disse:

— Tu?... tu parli così?... E allora, perchè?... che cosa ti ho fatto?... perchè mi hai presa?...

Di repente, egli scoppiò in una risata, appuntandosi l'indice contro il petto, additando replicatamente sè stesso.

— Io?... Ah, ah!... Io t'ho presa?... Dice che l'ho presa io!...

— Chi dunque?

— T'ho presa io, che non volli mai saperne nulla? che scappai di qui, quando mi seccarono l'anima? che fui trascinato per forza al municipio? che vi feci intendere, a quanti eravate, di...

— Guglielmo!

— Ma domandalo un po' a tutti, ai miei amici, a tutta Palermo, se t'ho presa io, se volevo prender moglie, se pensai mai a te...

— Guglielmo, per carità...

— Ah, mentre ci siamo, una volta per tutte, sai!... Adesso il fatto è fatto, e giacchè sei qui, bisogna che ci resti; ma bada, non mi seccare, lasciami fare quel che mi piace, pensa alle cose tue, non mi chieder nulla, se no...

Ella portò una mano alla gola, girando il capo ansiosamente, scongiurando: «No!... no!...» e ad un tratto cadde sopra una poltrona, con le braccia pendenti, invasa da un freddo mortale...

Quando riaprì gli occhi, Guglielmo era chino su di lei, le faceva fiutare dell'etere, le chiedeva:

— Teresa... sei desta?... m'hai fatto paura...

Ella potè dire soltanto:

— Che male... che male!...

Si reggeva la testa con una mano, e le orribili parole le echeggiavano ancora all'orecchio. Ah, i suoi terrori! il presentimento che l'aveva sempre fatta arretrare dinanzi a una spiegazione, con la certezza di provocare qualche cosa d'irreparabile!... Sì, sì; egli aveva ragione: era vero, non l'aveva voluta, aveva dimostrato abbastanza di non amarla!... Ella lo aveva compreso fin da principio; quante volte, durante il fidanzamento, era stata tentata di rompere? E s'era lasciata persuadere dall'amor proprio, dalla vanità stolta; e il ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma non era valso a salvarla! Erano dunque inutili, le lezioni della vita? L'esperienza non valeva dunque a nulla!... E adesso, che cosa poteva sperare ancora? Che cosa aspettava?...

La scossa nervosa prodotta dalla triste spiegazione si prolungava, in un eccitamento della sensibilità, in una trepidazione continua. Ella aveva ora come una sbarra sulla fronte, come un nodo alla gola, e le convulsioni tornavano ad assalirla. Per alcuni giorni, Guglielmo parve mutato: le stava vicino, ricevendo le visite delle amiche che si succedevano intorno al letto di lei, chiacchierando, studiandosi di distrarla. Ella rispondeva sorridendo a fior di labbro, col cuore stretto, aspettando invano che egli le si buttasse ai piedi, che le chiedesse perdono, che cancellasse coi baci, con le proteste d'affetto, le amare parole. Nelle lunghe ore che passava a letto, o sopra una poltrona, col corpo indolenzito e la testa confusa, ella si perdeva dietro a imaginazioni, a progetti che la forza della fantasia quasi le dimostrava realizzabili e di cui poi scopriva a un tratto l'assurdità. Voleva confidarsi al vecchio marchese che era tanto buono con lei, rivelargli la condotta di suo nipote affinchè lo costringesse al rispetto dovutole — ma non avrebbe fatto peggio, a mettere un altro di mezzo? E malgrado la ragione fosse dalla parte sua propria, pensava di cedere, di umiliarsi dinanzi a suo marito; di dirgli: «Sì, ama quell'altra... io non sono gelosa... capisco che in una persona come te, dopo la vita che hai fatta, quelle donne esercitano sempre un gran fascino... ma capisco pure che è un fascino passeggiero, che pel tuo cuore, per la casa, per la società, la tua donna son io!... Ebbene, vedi come mi faccio una ragione? Dapprima avevo delle fisime, credevo che le cose andassero altrimenti!... Io ti lascio libero di fare quel che tu vuoi; anzi, imagina di avere in me non una moglie, ma un amico; confidami i tuoi segreti, ti prometto di ascoltarti, di darti dei consigli... ma non mentire, non fare scandali, non espormi alle risa, non mi dire delle cose dure, perchè... perchè...» e in una súbita rivolta dell'orgoglio ferito, nel nuovo e più doloroso ricordo della lunga tortura, della lenta agonìa di sua madre, ella si tacciava di vigliaccheria, insorgeva contro di lui e contro sè stessa, lanciava una sorda sfida: «Bada!... bada!...» Allora delle torbide visioni le sfilavano tumultuosamente dinanzi, un'oscurità tetra avvolgeva l'avvenire, delle rovine si accumulavano sulla sua via... e con la testa fra le mani, ella si diceva: — «Mio Dio, no!... salvatemi, risparmiatemi!...»

Ella si sentiva buona, piena d'indulgenza: ammetteva che gli uomini sono fatti ad un altro modo, era disposta al perdono, alla rassegnazione; e come Guglielmo una sera le chiedeva affettuosamente se si sentiva meglio, invasa da una gran tenerezza ella l'attirò a sè:

— Vieni qui vicino... sì, mi sento meglio... perchè tu sei buono con me!... Guardami in viso: ti ricordi quel che mi hai detto? come hai potuto?... Dimmi che non è vero, che io sono l'amor tuo... È vero che non è vero?... Guardami, non sono bellina? non sono tutta tua? non ti ho data tutta me stessa? Non ti so amare anch'io?...

Egli aveva mormorato qualche cosa, dei monosillabi, intanto che lei gli passava soavemente una mano sui capelli; poi a un tratto, con un impeto di desiderio, la prese. Uno scontento rimaneva in lei: non era questo che voleva; ella sentiva il bisogno di buone parole, di proteste sincere, di giuramenti teneri; e non ne otteneva. Poi, degli argomenti dimenticati le tornavano alla memoria; avrebbe dovuto dirgli: «Come puoi dire che non m'hai voluta, se m'hai domandata tu stesso? Chi ti forzava? C'era qualcuno che t'appuntava una pistola al petto, quando mi domandasti se ti volevo?...» Però, malgrado tutto, la speranza tornava a fiorirle nel cuore, le tristi visioni si dileguavano; e la sera della beneficiata della Fumagalli, per dargli una prova della sua rinata fiducia, ella lo pregò di andar fuori.

— No; preferisco restare... — rispose lui, passeggiando di su e di giù per la stanza.

— Fammi questo piacere:... Va' fuori un poco, al circolo, a vedere i tuoi amici... Poi mi dirai che novità si narrano... Fammi questo piacere; starai fuori un'oretta; io t'aspetterò in piedi...

Si lasciò finalmente persuadere. Tornò a mezzanotte, quando la scappata delle carrozze annunziava la fine della rappresentazione. Ella lo aveva aspettato di minuto in minuto, rifiutandosi di credere che fosse al teatro, e quando Guglielmo entrò nella camera di lei, a chiederle come si sentisse, gli rispose:

— Meglio, grazie. Tu sei stato a teatro?...

— Sì, un momento...

Ella si morse le labbra, chiudendo un poco gli occhi. Poi disse, disinvoltamente:

— Una bella serata? Molti applausi?... molti regali?...

— Così, discreta...

Vi erano quelli di lui, fra i regali: ella ricevette il domani un giornaletto satirico, il Ficcanaso, che alludeva agli omaggi raccolti dalla Fumagalli presso le corti estere, specialmente dallo czarevitch... Lesse quelle righe tremando, con la vista intorbidata, sentendosi divenuta la favola di tutta la città, aspettando di leggere un'allusione a sè stessa... Lo sconforto tornava ad abbatterla, tutto sarebbe stato inutile: le recriminazioni come il perdono, l'odio come l'amore. Che cosa dirgli? Perchè tentare ancora di ricondurlo a sè? Adesso, ella era preparata a tutto, s'aspettava uno scandalo pel giorno in cui la compagnia sarebbe andata via; era sicura che egli l'avrebbe seguita o che l'avrebbe raggiunta.

Con suo grande stupore, Guglielmo restò. E prevedendo il peggio, credeva di respirare sapendo oramai rotto quell'intrigo. Però, dacchè la compagnia era partita, egli si mostrava più brusco, più duro, la trattava con minori riguardi. Se ella si vestiva pel passeggio o per le visite, egli gettava un'occhiata sulla toletta di lei, osservando;

— Come ti vesti male!... Ti metti come una contadina...

— Ti pare?... — rispondeva ella, fingendo di prender la cosa con indifferenza e continuando a guardarsi allo specchio.

— Le contadine fanno di questi sfoggi di colori!... Ma non li vedi, i figurini?... Non vedi come si vestono le altre?... Ma già, poveretta, la colpa non è sua; chi doveva formarle il gusto, in quella bicocca dove è stata educata?...

L'amor proprio di lei sanguinava, e in quel preciso momento che egli la denigrava, le tornavano alla memoria tutte le lodi che aveva raccolte in società, da Toledo, da Basile, da tutti: «Come siete elegante!... Dopo aver visto voi, non si può guardare più nessuna!... Siete la Dea dei nostri salotti!...»

Più dei tradimenti, la ferivano i suoi sarcasmi; e adesso ella vedeva tutti i suoi difetti; la sua leggerezza, la sua ignoranza, la sua ridicola vanità. Se discendeva da una stirpe reale, era molto degenerato! Quella nobiltà del sangue non riscattava la volgarità dell'animo, il vuoto della mente! E si proponeva di non curare le sue derisioni; ma quando egli la pungeva più duramente, si voltava un poco verso di lui, chiedendo:

— Adesso sono una contadina, eh?... E quando mi trovavi graziosa, elegante?

— Io?... — esclamava Guglielmo, come cascando dalle nuvole.

— Tu, sì; precisamente tu... Quando mi dicesti, a Misilmeri, sulla terrazza: «Come sei bella, stamani!...»

Allora egli alzava le spalle, con una smorfia di noncuranza.

— Ah, era questo?... Sì, te lo dissi... perchè in quel momento avevi la bellezza dell'asino... La sai qual è, la bellezza dell'asino? Adesso vorrei sapere a che cosa mi servi? Non sei neppur buona a fare un figliuolo!...

Era forse la vera disgrazia. Nei primi tempi, ella non si era molto lagnata della mancata maternità, parendole che fosse borghese divenire incinta appena maritata; adesso riponeva le sue speranze su questo; ma che colpa aveva ella? E quando capitava l'occasione, l'altro non mancava di vilipenderla.

— Già, prima di tutto, sei nana... Io domando come puoi prendere sul serio i complimenti che ti fanno, quando chi ti vede dice subito: «Oh, la nana!...»

Ella avvampava tutta; era il difetto che meno poteva sentirsi rimproverare; e intanto Guglielmo continuava, freddamente:

— Poi, sei bionda fadasse...

— Oh! oh! — protestava allora, vivacemente. — Io ho sempre sentito che il tipo classico della bellezza è biondo...

Egli scoppiava in una risata.

— Oh! per questo, sì! sei proprio classica, te l'assicuro!...

— Io so che tutte m'invidiano i miei capelli d'oro...

— Di stoppa, vuoi dire. Tu poi devi metterti bene in testa una cosa: che le brune durano di più e che la tua, diciamo così, bellezza, finirà presto, non resisterà, che invecchierai rapidamente, che non ti si potrà più guardare...

Questo ella temeva, talvolta; ma perchè doveva egli dirle una cosa tanto dura?

— Allora, perchè non hai scelto una bruna?

— Io scegliere?... Ma se io non volevo prendere moglie di nessuna maniera?... Ah, no; non la vuoi sentire?...

— Ma, scusa, — proruppe ella una volta — se non volevi prender moglie, chi t'obbligò? Chi ti pregò di domandarmi? M'hai domandata, sì o no? Chi t'obbligò?..,

— Ah, chi mi obbligò?... — rispose egli con uno stridore nella voce cattiva. — E tutti gl'intrighi di tuo nonno, non li sai dunque? L'arte infernale con cui mi perseguitò, senza darmi requie, riducendomi al punto che non potevo uscir di casa, per paura di incontrare un amico, un compare, un mezzano, che mi parlasse di questo matrimonio?...

Ella aveva portato le mani alle orecchie, per non udire; ed egli continuava a sfogare, buttandole in viso le male arti del vecchio, le civetterie di lei, le trame che tutti gli avevano ordite quando egli si era ostinato a dire di no, di no, di no.

— Come dovevo farvelo intendere? Non lo vedevi che ero uno trascinato per forza in quella casa, preso alla sprovvista, da una banda di briganti? Non lo sapevi, che c'era una che m'aspettava a Roma, che io andavo a trovarla, che le volevo bene, e che a te no, no e poi no? Ti dissi mai che ti volevo bene? Non mi piacevi! non mi piaci!... E ti dicono intelligente! Non lo capivi dunque? Non capivi che mi seccavi, che io non ero fatto per questa vita, che se avessi voluto prender moglie non mi sarebbero mancate centomila donne, più belle, più ricche, più colte, più brillanti, più eleganti, più spiritose di te?

Adesso ella non sveniva più, non piangeva, non diceva nulla; lo guardava, impietrata, e a un tratto sentiva che quell'uomo era come morto per lei, come trasformato in un altro, che non le veniva nulla, a cui non doveva nulla, con cui non aveva, non avrebbe potuto mai più avere assolutamente nulla di comune... E nella tempesta che le si scatenava nell'anima, ella pensava al partito che le conveniva prendere: andar via da quella casa, subito, separarsi, tornarsene dal nonno: questo era per lei un dovere; non restare in quella casa dove l'accusavano di aver voluto penetrare per forza, contro la volontà del padrone! Sarebbe andata dalla zia Carlotta, senza portar via nulla, neppure le sue cose, neppure uno spillo... Uno scandalo, dei commenti maligni, il trionfo delle sue nemiche — ma che cosa importava quel che avrebbe detto la gente?... O meglio, aspettare il prossimo vapore, andarsene a Milazzo con un pretesto qualunque; una malattia, un cambiamento d'aria... No! No! Quelle mura l'opprimevano, quel pavimento le scottava i piedi; voleva andar via immediatamente, a qualunque costo... E come sua zia sopravvenne, ella le corse incontro, l'afferrò per un braccio, trascinandola:

— Portami via!... ora... all'istante!.. Portami via..,

— Teresa!... Che cos'è stato?... Tu mi fai paura!...

— Voglio andar via, subito!... non voglio restar più qui; — e a frasi rotte, ansimante, le narrava quella scena, le brutalità che quell'uomo le aveva dette, tutto ciò che le aveva fatto soffrire, fin dal primo giorno del matrimonio, rivelando ogni cosa, dando finalmente uno sfogo alla piena dell'ambascia che la soffocava.

— Ebbene, cálmati... Sì, hai ragione... ma cálmati. Teresa!...

— No, voglio andar via: sul momento!

— Sì, andremo via, ma senti... ma aspetta...

Allora, scoppiò a piangere, chiamando la sua mamma, querelandosi alto di esser così maltrattata perchè non aveva nessuno che la difendesse. Come ebbe dato sfogo alle lacrime, udì la zia che continuava ad esortarla:

— ... ma chi ci ha colpa?... I matrimonii sono così, figlia mia... Andartene via di casa?... E poi? a ventidue anni?... Che cosa farai? Questo è il destino di noi donne... Credi tu che le altre siano più felici?... Se sapessi!.. È vero, egli non voleva ammogliarsi... ma credevo che si fosse persuaso... Adesso siete legati l'uno all'altro, per sempre... Bisogna armarsi di pazienza, di coraggio... Io gli parlerò, non dubitare... Ti trascura? cerca altre donne?... Se sapessi quel che fanno certuni! Bisogna adattarsi, figliuola mia; armarsi di rassegnazione... Non sai che cosa fa la tua amica Emanuele?

— Che cosa?

— Si marita, con Ragalna: uno che ha vent'anni più di lei, che manca d'educazione, e non d'educazione soltanto... Ma è ricco, è creditore di suo padre, e la buona ragazza si sacrifica... Ne aveva delle fisime, lei?... Ma ciascuno deve portar la sua croce!... Tu hai almeno tante sodisfazioni, sei tanto invidiata...

— E che mi giova?... — proruppe ancora. — Vorrei mangiare pane nero, ed esser voluta bene!...

— Eh!... pane nero... ma servito in piatti d'argento, con un cameriere ritto dietro la tua seggiola, non è vero?... Lo so anch'io!... Credi a me, tu hai molti compensi... Ne conosco tante altre che non ne hanno nessuno!... Prega Dio che ti mandi dei figliuoli: allora sarà un'altra cosa... Intanto, hai la tua casa, la tua situazione sociale, i tuoi piaceri... Cosa vorresti fare? sola, esposta a tutte le malignazioni? Non sai i pericoli che correresti?... Tu parli così perchè non sai!... La moglie deve stare col marito... Rassegnazione ci vuole, pazienza....

E non aveva più smesso per un'ora. Ella rimaneva ad ascoltare, asciugandosi gli occhi, col respiro rotto dai singhiozzi, il viso in fiamme, negando certe cose, consentendo in altre, lasciandosi persuadere a poco a poco, tornando ad opporsi, tacendo finalmente quando sua zia, sentito che Duffredi rientrava, andò a parlare con lui. Così, restò un pezzo sola, cercando di indovinare quel che la zia poteva dire a suo marito, con la tentazione di andare ad origliare, rinunziandovi poi, sfiduciata, indifferente, stringendo amaramente le labbra, finchè i due rientrarono.

— Adesso — diceva la zia — bisogna che facciate la pace... che la collera finisca!...

— Io non sono in collera... — esclamò lui, disinvoltamente, quasi ridendo.

— Fra marito e moglie!... Persone come voialtri, ben educate!... fatte per intendersi!... Guglielmo è stato un poco vivace; ti domanda scusa, non è vero?... E tu gli perdoni... Andiamo, dà un bacio a tua moglie...

Lo spinse verso di lei; Guglielmo la baciò in fronte; ella rimase fredda sotto quel bacio.

— Così, da bravi!... E che diamine!... Ci sono abbastanza seccature nella vita, per crearsene apposta!... Divertitevi, il mondo è fatto per voi!... Adesso arriva l'autunno; perchè non ve ne andate a Misilmeri?...

— Se Teresa vuole...

Ella si strinse un poco nelle spalle:

— Per me!....

III.

Una pace profonda, un silenzio solenne e misterioso, un trionfo di verde su cui l'autunno cominciava a gettare i primi toni di porpora e d'oro. Dinanzi alla villa, una lunga fila di platani altissimi dal fogliame diradato metteva come una cortina, come un merletto immenso, dietro al quale il cielo del tramonto aveva lucentezze di serica stoffa. Un portico i cui pilastri scomparivano negli abbracci dell'edera e dei convolvoli, correva in giro al pianterreno formando terrazza al piano superiore; e da ogni lato l'occhio riposava sopra folte distese di vegetazione, sopra freschi ammanti di erboso velluto. Laggiù in fondo, sulla piccola collina, biancheggiava la chiesetta dedicata alla Vergine, si disegnava una piccola croce sul cielo terso; ed era una malinconia soave, un raccoglimento tenero che i rintocchi dell'ave, tremuli e lenti, facevano discendere in fondo al cuore; intanto che le prime stelle cominciavano a luccicare, incerte, come sguardi velati da un rapido batter di ciglia.

Era la tempesta dalla quale ella usciva? La calma sovrana della natura, la semplicità nuda dei campi, le conciliavano un benessere insperato. In quella malinconica ora del tramonto, quando gli occhi si volgevano al cielo e le labbra mormoravano l'antica preghiera, ella si diceva che malgrado le prove amare, era immune dal peccato; e delle lacrime le gonfiavano le palpebre a quest'idea, al pensiero della sua purezza, come quando, fanciulla, piangeva all'imagine del simbolico velo nuziale. Il giorno, ella se ne andava, sola, sotto l'ombrellino rosso, per la villa, nei posti più deserti, più brulli, scoprendo la poesia della campagna, dei fili d'erba, degli insetti ronzanti, piccoli miracoli della creazione; componendosi dei mazzi di fiori selvaggi che trovava più veri degli splendidi fiori di serra; ricordandosi delle sue passeggiate infantili di Milazzo, sedendo sopra un sasso, sopra un tronco d'albero, sopra un pilastro rovesciato, per pensare alle sue vicende, intanto che con la punta dell'ombrellino richiuso, descriveva dei semicerchi, dei zig-zag, dei segni capricciosi sulla terra. Allora delle tentazioni sorgevano, suo malgrado, dal profondo dell'essere suo. Per discacciarle, schiudeva un libro che aveva portato con sè, vi leggeva un poco, poi lo lasciava cadere. Avrebbe voluto avere qualcuno al fianco, scrivere le iniziali d'un nome con la punta dell'ombrello, intanto che un altro avrebbe fatto lo stesso con la punta d'un bastone; scolpire delle date sulle corteccie degli alberi, essere amata in cospetto del cielo, sentirsi chiamare: Diletta!... Dopo il libro, lasciava cadere anche i fiori: poichè li aveva colti ella stessa, non avevano nessun valore; una margheritina spiccata per lei da un amato, offertale in mezzo al sussurro delle carezzose parole, sarebbe stato un dono impagabile... Mai ella avrebbe provate queste tenerezze, le sublimi fanciullaggini della passione! Tratto tratto, delle oppressioni le facevano alzare il capo e increspar le narici, col desiderio rapido ma acutissimo di sentirsi stringere tutta, forte forte... Suo marito, malgrado avesse una camera per sè, era tornato buono con lei, ma qualche cosa s'era rotto fra loro; e poi, egli non comprendeva nulla, non aveva mai nulla compreso dei bisogni che la travagliavano.

Egli invitava gente a casa, per giuocare, per chiacchierare, per aver fatta la corte: venivano dei contadini agiati, dei notabili delle vicinanze, persone un po' goffe o esageratamente cerimoniose; con certi visi barbuti da briganti, delle manacce grosse e villose che dovevano insudiciare il raso delle poltrone sul quale si posavano — e dei discorsi interminabili, sulle campagne, sulle culture, sulla caccia. Le donne di quella gente erano ancora più impossibili: infagottate in certi vestiti verde-pisello o color d'albicocco, cariche d'oro come altrettante statue di santi, incapaci di capire qualche cosa: se ella domandava loro che libri leggevano, si sentiva citare la storia di Santa Genoveffa! V'erano appena due o tre persone con cui dire qualche parola: Sampieri fra questi, un bel giovane, ma non giovanissimo, discretamente colto, spiritoso anche, d'uno spirito non troppo fine, però. Egli possedeva la collezione completa di tutte le opere teatrali del mondo: volumi eleganti, riccamente legati, con una custodia di carta bianca; libretti economici, ingialliti, con una incisione grossolana sulla copertina, fascicoletti di farse cuciti insieme: non gli mancava nulla. Aveva la passione del teatro, dicevano che recitasse con arte, e una sera Guglielmo, di buon umore per aver vinto continuamente, gli disse:

— Andiamo, declamaci qualche cosa!

— Cosa vuoi che declami?...

— Quel che ti piace... Teresa non t'ha udito ancora.

Ella non aveva voluto guardarlo in viso, soffrendo per lui, indovinando che suo marito se ne prendeva beffe. Sampieri, intanto, seduto com'era, appoggiando un braccio al tavolo, senza gestire, aveva cominciato a recitare il canto di Francesca, e la sua voce aveva tali vibrazioni sonore, certe inflessioni così penetranti, una pastosità così ricca, che tutti, anche quei rozzi contadini, stavano a sentire, ammirati. Ella alzò gli occhi, e a un tratto vide che la guardava fissamente, comprese che quel canto era detto per lei.

— Benissimo!... Bravo! benissimo!...

Aggiunti i suoi applausi a quelli degli altri, ella era rimasta un po' turbata dagli sguardi di quell'uomo; poi aveva scrollate le spalle, trovandolo perfettamente innocuo. Ma, ad una per volta, scopriva in lui qualche altra qualità; una sera, sedutosi al piano, aveva eseguite da maestro le variazioni sulla Norma di Thalberg; un'altra volta era passato a cavallo, elegantemente piantato sopra uno svelto animale; e poi conosceva la società palermitana, era intimo di molti Crociati, le parlava delle sue amiche. Ella era tutta stupita di pensare a lui: non avrebbe potuto scegliere, a Palermo, fra tanti che valevano di più? Forse era la frequenza con cui lo vedeva: ordinariamente tutte le sere, qualche volta anche di giorno, la domenica a messa. Adesso studiavano dei pezzi a quattro mani; egli non le diceva nulla, ma tutti i suoi gesti, tutti i suoi sguardi esprimevano una devozione timida e ardente insieme. Una sera, intanto che Guglielmo giuocava a briscola, ella aveva esclamato, con un sospiro, guardando la finestra.

— Che bella luna!

Uno di quei contadini osservò:

— Due goccie d'acqua sarebbero però grazia di Dio!...

— Sarà benissimo, ma queste sere sono un incanto.

— La quistione è...

— Volete dar retta a mia moglie? — interruppe Guglielmo. — Vi farà ammattire, con le sue romanticherie...

Ella s'alzò e andò sulla terrazza. Sampieri ve la seguì.

— Quella gente — le disse — non capisce nulla.

Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi alla luna e soggiunse:

— La poesia è la ragione della vita.

Ella chinò un poco il capo, vide che l'uomo divorava con lo sguardo la mano di lei. Sospirò ancora e colse da un gran vaso un ramoscello di cedronella. Ne aspirò il profumo, morsacchiò un poco le foglie; poi disse:

— Vi piace il profumo della cedronella?

— Tanto!

Gli dette un poco di quella che aveva colta. Vide che egli la portava alla bocca.

Ebbene, sì: lo aveva fatto apposta, per fare qualche cosa, per civetteria, per provare il proprio potere su quell'uomo, per assaporare la sodisfazione di ammaliarlo, persuasa alla commedia dell'amore da quella stagione dolcissima, dalla solitudine della campagna, dalla trascuranza del marito, dalla volgarità dell'ambiente. Ora le toccava restituire le visite ricevute: far toletta, uscire in calèche, per fermare dinanzi a delle case vecchie, dall'aspetto equivoco, le cui finestre si schiudevano al suo arrivo, lasciando passare delle teste curiose, come all'arrivo di un ciarlatano. E intanto che ella saliva su per le scale erte, sfossicate, alzando la veste, col pericolo di rompersi l'osso del collo, schifando di appoggiarsi alle maniglie di legno sudicio o di ferro arruginito, si udiva uno sbatter d'usci, un rispondersi di chiamate e dei guaìti di lattanti. Si presentavano le serve, esterrefatte, colle braccia nude, i capelli arruffati, le quali restavano a guardarla a bocca aperta quando ella chiedeva: «La signora riceve?...» Finalmente entrava la padrona di casa, confusissima, esclamando: «Quanto onore!... in casa nostra!... s'accomodi!...» e annodandosi poi il fazzoletto sotto il collo, una volta seduta, senza trovar più parola. Allora lei cercava di metter quella gente à son aise, parlando dei bambini, delle signorine, domandando di vederle; e a un tratto, se la madre si alzava per chiamarle, si udivano dei passi allontanarsi precipitosamente dietro l'uscio. In casa dei Cacciarame, una volta, nessuno era comparso, nè servi, nè padroni: l'uscio era aperto, ella aveva picchiato un bel pezzo, finalmente era entrata, dicendo; «È permesso?... È permesso?...» e arrivata sulla soglia d'una specie di stanza di ricevimento, aveva sorpreso un ragazzetto, coi calzoncini aperti, il busto rovesciato indietro, occupato a inaffiare il pavimento... E mentre ella ascoltava i discorsi di quelle contadine, che parlavano del bucato o della conserva di pomodoro, o dei danni che i topi facevano in cucina; intanto che girava uno sguardo per quelle stanze di ricevimento addobbate con un divano di legno risalente al principio del secolo, con due canterani su cui facevano bella mostra dodici chicchere di porcellana decorata, con delle seggiole in giro e delle stampe al muro, ella pensava alla vita dei castelli, alle villeggiature eleganti, sforzandosi di non ridere dinanzi al contrasto fra lo spettacolo reale e quello che la sua fantasia le suggeriva.

Il peggio fu quando dovette andare in casa dei Caruso, per il battesimo d'una bambina. Malgrado ella avesse messa una veste semplicissima, le buccole e i bracciali da passeggio, uomini e donne seduti in giro la divoravano cogli occhi quasi fosse una bestia rara. Non v'era spirito che bastasse a intavolare una conversazione, a darsi un contegno; nè buona volontà che potesse deciderla ad assaggiare certi dolci dipinti in verde, in rosso e in giallo, certi gelati d'un roseo chiaro come pezzi di lardo. Peggio ancora fu quando dovette andare a un festino in Badarò: l'orchestra era composta d'un flauto, d'un violino e d'un contrabasso, e gli uomini sfoggiavano delle cravatte variopinte che facevano male agli occhi. Suo marito l'aveva costretta a ballare, ed ella s'era rassegnata a farsi trascinare da quei cavalieri che evitavano di guardarla, quasi atterriti, e che pareva avessero la bocca cucita, ma che continuavano imperterriti, instancabili, quasi avessero scommesso di procurarle un capogiro. E come Sampieri le si presentò, ella prese il suo braccio, esclamando gaiamente:

— Salvatemi!

Egli rispose, subito:

— Volete fuggire con me?

— Ah! ah! ah!...

— Perchè ridete?... Non sapete che siete il primo, l'unico dei miei pensieri?...

Non potè aggiungere altro, nel rimescolio della folla che li separava; ma ella passò tutta una notte pensando a quella dichiarazione. Sì, le piaceva di averlo innamorato! le piaceva che qualcuno pensasse a lei, che la desiderasse, che le dedicasse tutto sè stesso. Ora egli diventava il suo cavalier servente, dipendeva da un suo cenno, si precipitava a comunicare i suoi ordini, a prenderle qualche cosa di cui ella aveva bisogno; in chiesa, la domenica, custodiva le sue seggiole, nel posto da lei prescelto, le offriva l'acqua benedetta sulla punta delle dita... e, accanto alla pila, ella lo vedeva trasformarsi in Mefistofele, tutto rosso e nero, con delle ciglia a virgola. Ma correva ella pericolo? No, certamente; ne era più che sicura. Pure, certe notti, non prendeva sonno, pensando a lui, trovando un certo fascino nella sua fisonomia, raccogliendosi in tutta la persona con dei sorrisi muti... Spesso, tardava a riprender sonno, provava delle sensazioni indefinibili, uno strano malessere. Durante quelle ore di veglia, aveva udito, qualche volta, dei rumori soffocati, come di usci aperti con precauzione. Non ci aveva badato, quando una notte intese un passo allontanarsi dalla camera di suo marito. Un lampo le attraversò lo spirito: scese nuda dal letto, andò in punta di piedi fino alla camera di lui: la porta era dischiusa, il letto vuoto. Subitamente, si rammentò di certe occhiate che egli aveva rivolte alla sorella del fattore, di certe parole tra scherzose e serie che le aveva dette. Adesso scendeva fin lì! adesso le faceva l'affronto supremo di cercare un'altra donna sotto il suo stesso tetto! e quale donna?... Il domani, ella guardò per la prima volta quella Carmela che vedeva da un mese: non aveva visto ancora che fosse tale da provocare un desiderio... Non provava nessuna gelosia, era semplicemente nauseata, offesa nel suo orgoglio di donna, vedendosi messa a paro con quella femmina. Una femmina! suo marito nelle braccia di colei! Non lo capiva, non poteva ammetterlo. Si sarebbe sentita avvampare dalla vergogna se avesse dovuto rimproverargli di preferirle colei. Bisognava fingere di non saper nulla, cogliere un pretesto per andar via, in modo che nessuno, neppur lui, sospettasse il vero motivo.

E Sampieri si faceva più insistente, le prendeva di nascosto una mano, vi stampava baci di fuoco. Una volta, andato a Palermo, le venne a dire qualche cosa che la colmò di stupore: Toscano era divenuto l'amante di Giulia Viscari.

— Taccia! — ingiunse ella. — Non permetto che si calunnii in mia presenza una amica!

— Ma se è la verità!... Crede dunque che una donna come la sua amica possa contentarsi d'un marito come quello?...

Ed egli perorava la sua propria causa, le si metteva arditamente vicino. Ella lo allontanava, si mostrava crucciata. La sua propria virtù era tanto più meritoria, in quanto se ella avesse dato un convegno a quell'uomo, avrebbe usato del suo diritto di rappresaglia!... No, non era virtù; tornata a Palermo, paragonandolo mentalmente agli altri uomini che adesso aveva sotto gli occhi, ella formulava nettamente il proprio pensiero: sarebbe stato un peccato cadere per lui: ella valeva di più!...

Inaspettatamente, la sua imaginazione si gettò sopra un'altra via; qualche cosa avveniva in lei che le dava una gioia superstiziosa; ella era madre! era stata la sua creatura che l'aveva salvata! Adesso, non aveva pensiero che non fosse per la sua bambina — doveva essere una figliuoletta, già la scorgeva in sogno, tutta vestita di bianco!... Delle notti, non chiudeva occhio, rappresentandosi la nuova vita che si sarebbe schiusa per lei, pensando al modo con cui suo marito avrebbe accolta quella notizia che non si risolveva a dargli come per castigarlo dei dolori che le aveva procurati.

Egli, quasi avesse compreso il motivo pel quale era tornata più presto in città, ricominciava a punzecchiarla, a metterla in caricatura per le sue pose, giacchè ella, sentendo adesso crescere quei sintomi, aveva dei momenti d'abbandono, delle smanie senza causa, o delle astrazioni profonde, durante le quali smarriva quasi il senso della realtà esteriore.

— Cosa fai?... A che pensi?... Non hai nulla da fare?...

La voce di lui la scuoteva ad un tratto. Egli gironzava per la camera, ficcando il naso da per tutto, e se vedeva dei libri, esclamava:

— Ti rimpinzi il capo di sciocchezze, eh? Non ti bastano quelle che già vi hai!... Cosa sono, romanzi?... Lo dicevo io!...

— Che faccio di male?

— Nulla! Nulla di male e nulla di bene! Sei un essere perfettamente inutile! Che tu esista, che tu non esista, è lo stesso. Senza infamia e senza lode!...

E un giorno aveva ripresa l'antica lamentazione:

— Non sei neppur buona a far figliuoli!... Neppure questo!... Se avessi presa una donna qualunque, almeno m'avrebbe dato un erede...

Ella lo guardò, battendo un piede, indugiando a rivelargli la sua scoperta, cercando un'espressione adatta; ma egli riprendeva, gettando una rapida occhiata sulla persona di lei:

— Già, come potrebbe farlo?... Dove lo metterebbe?... Bella razza vorrebbe essere! E certo che i miei figli non sarebbero granatieri!

Ella si alzò, appoggiando le mani al suo tavolino da lavoro.

— Taci — ingiunse. — Io sono incinta.

Guglielmo si fermò, guardandola stupito.

— Tu? Non può essere!...

Così accoglieva l'annunzio della paternità. Però, dopo esser rimasto un momento in silenzio, le chiese premurosamente:

— Ne sei proprio sicura?

Ella chinò il capo, lasciandosi ricadere sulla poltrona. E come l'altro, facendosele vicino cogli occhi ridenti, tentava di baciarla in fronte, ella disse:

— Scóstati!...

IV.

La levatrice, curvatasi su di lei che, appena tornata in sensi, la interrogava cogli occhi, esclamò trionfalmente:

— Eccellenza, un maschio!... è un maschio!...

E subito dopo Guglielmo entrò, pallido, ancora tremante dall'emozione.

— Teresa!... Come stai?... Hai sofferto?

Ella fece un gesto vago, col braccio fuori delle lenzuola, per dire: «Tanto!...»

— È un maschio, sai?... Io non mi son fidato di vederti soffrire... Portatelo qui...

E la baciò in viso.

Intorno alla zia, che entrava col neonato in braccio, la levatrice, Stefana, le donne di servizio, facevano un gruppo estatico. Ella vide il suo bambino, paonazzo in viso, cogli occhi socchiusi, e la prima impressione fu un rinnovamento della sofferenza che le era costato. Guglielmo lo tolse alla zia e glie l'appressò.

— Guarda com'è grande e sano!

— Sono dunque buona a qualche cosa? — disse lei, con un debole sorriso.

E come si sentiva adesso al fianco la piccola creatura, il corpicino fragile e tiepido, vivo frutto delle sue viscere, il ricordo dei tormenti sofferti si disperdeva, si dissipava, nel dilagamento di una tenerezza orgogliosa, di una gioia superba. Un rammarico secreto però l'offuscava: ella pensava alla figlia che aveva aspettato, sentiva quasi il dolore di averla perduta...

I giorni del puerperio passarono rapidamente, pieni di visite, di congratulazioni, della gioia sempre nuova di sentirsi allato la piccola creatura, della sensazione voluttuosa di un ritorno alla salute, del sapore che la vita cominciava a riprendere. Si era ostinata ad allattare la creaturina; però essa non si nutriva, diveniva inquieta, e Guglielmo, sostenuto dal dottore, l'assediava a tutti i momenti:

— È una pazzia!... Bisogna prendere una nutrice, il bambino deperisce a vista d'occhio!... Soffri tu stessa...

Finì per cedere, a malincuore. Le pareva che la sua sofferenza sarebbe stata santa, che il conforto d'un dovere compiuto l'avrebbe compensata a dismisura. Ma la salute del piccolino era a patto della sua rinunzia. Dinanzi allo specchio, la prima volta che lasciò il letto, rimase lungamente a guardarsi, passandosi una mano sulle tempie, trovando che non era molto imbruttita, che il pallore diffuso sul suo viso le stava bene.

Pel nome da mettere al bambino c'erano state lunghe discussioni. Se avesse avuta la figlia che ella desiderava, l'avrebbero chiamata Costanza, come la moglie di Enrico VI, l'ultima d'Altavilla che cinse la corona regale; ma aspettando e quasi pretendendo un maschio, Guglielmo s'era ostinato a volerlo chiamare Drogone, il solo nome di famiglia che s'era perduto nel corso dei secoli. Ella non aveva voluto acconsentire, parendole troppo curioso: Drogone, Dragone!... Le sue preferenze erano per Tancredi, lo zio marchese aveva proposto Ruggero, ma tutti s'erano finalmente accordati sopra Roberto. Per la festa del battesimo arrivò il nonno da Milazzo; la cerimonia venne celebrata in casa, dinanzi a un altare improvvisato, tutto risplendente di ceri, tutto odoroso di fiori, tra una folla di parenti, di amici, di conoscenze. Dei bambini e delle bambine, intorno al gruppo formato dal prete, dal piccolo chierico, dalla levatrice e dai compari, reggevano delle grosse torcie, serii, impettiti, cogli occhi sgranati dinanzi al nuovo spettacolo; e lacrime di commozione le rigavano le guancie, a quella vista, nell'udire le sacre parole, nel baciare in fronte la sua creatura divenuta cristiana...

A poco a poco, finì di rimettersi, le rose della salute le fiorivano in viso; però il suo corpo s'era sformato, aveva preso delle pieghe indelebili. Una tristezza sottile la penetrava: ripensava al suo passato di fanciulla come a quello di una morta. I sorrisi di Bébé la riconfortavano: ella sarebbe vissuta tutta per lui. Aveva ripreso a ricevere, a rivedere le amiche: il matrimonio di Bice Emanuele col barone Ragalna si compiva giusto in quei giorni. Che brutto uomo! che maniere goffe! E pensare che quella sua compagna aveva sdegnato tutti i corteggiamenti dei giovani più graziosi ed amabili, non trovandoli abbastanza rispondenti al suo ideale!... Che sorprese riserbava la vita!... Adesso, nelle conversazioni mondane, da certe allusioni, da qualche reticenza, ella s'accorgeva che la voce riferita da Sampieri intorno a Giulia Víscari si faceva strada, che le davano Toscano per amante. L'amica era come prima gaia e spensierata: a seguirla in tutti gli atti della sua vita non si poteva comprendere se le allusioni della gente fossero fondate o no. Ed ella passava lunghe ore pensando a quel mistero, con un'avida curiosità di penetrarlo. Se era vero quel che si mormorava, voleva dire che Giulia aveva fatto un calcolo sposando un altro, aspettando di tradirlo — e qual fede, dopo questo, poteva avere in lei il suo amante? Ma non era anch'egli un uomo leggiero, incapace d'un vero sentimento?... A momenti, li invidiava imaginando le secrete felicità che dovevano gustare; più tardi, vedeva nella loro condotta la negazione d'ogni poesia. Ma se era stata invece una fatalità che li aveva rimessi in presenza l'uno dell'altra?... E quelle imaginazioni la stordivano.

Venivano in casa sua molti uomini, dei giovanotti eleganti; per difendersi dalle tentazioni ella metteva fra loro e sè stessa il suo bambino, come un'egida, come un baluardo. Però un bisogno di carezze la spingeva verso suo marito — ed egli tornava ad esser freddo con lei. Era pazzo pel figliuolo, restava lunghe ore a giuocare con lui, lasciandosi strappare i capelli, facendolo ballare, buttandosi per terra, ridiventando bambino; ma poi, consegnatolo alla balia, si vestiva, andava via e non tornava che all'ora del desinare.

Ella gli leggeva in viso nuovi tradimenti, nuove tresche; però non si ribellava più come un tempo. Comprendeva che oramai tutto era inutile, che bisognava lasciarlo fare, rassegnarsi a non contar su di lui. Crescendo, Bébé si faceva irrequieto, aveva delle smanie nervose durante le quali si dibatteva e gridava, ostinatamente, ferocemente, senza che nulla valesse a calmarlo. Quelle strida finivano per irritarla, per darle quasi la voglia di picchiarlo. E doveva anche sentire suo marito che incolpava lei, perchè non sapeva prenderlo con le buone. Poi si rimproverava d'essere una cattiva madre, tornava vicino al figliuoletto, sopportando pazientemente le sue bizze, il suo pianto, la sua rabbia.

Erano andati ancora in campagna: Sampieri non c'era più. Ella passava il suo tempo leggendo, divorando romanzi sopra romanzi, d'ogni genere e d'ogni dimensione, fino a stordirsi, fino ad ubbriacarsi. Questa volta la vita dei campi la seccava, le goffaggini dei contadini non la facevano più ridere. Pensava all'inverno, alle feste dove sarebbe andata, alle tolette che avrebbe portate; e appena tornata a Palermo andò a trovare Giulia Víscari, per prendere i suoi consigli.

Al portone, fecero qualche difficoltà prima di lasciarla passare, come se per lei l'amica non fosse sempre in casa.

— Sei visibile? — disse, entrando nel boudoir mezzo buio. — Si può aver l'onore e il piacere?...

Giulia le venne incontro, la baciò, e si mise ad ascoltare ciò che ella narrava della villeggiatura, del suo bambino, dei suoi progetti.

— Che cosa si porta, quest'anno?... Hai ricevuti i figurini?... Tu vedi in me una massara di Borgetto!

L'amica le diede dei giornali di moda, che ella sfogliò, appoggiandoli sulle ginocchia di lei, sollevando la veletta per veder meglio le figure colorate.

— Guarda che traînes!... E come si fa a muoversi?... Da per tutto giallo, intanto... pare che si porti molto?...

— Sì, credo...

— Ma coteste pettinature basse sono un orrore!... Guarda che teste!... sembrano schiacciate... È una moda disgraziata, non trovi?

— Sì...

Giulia, col viso in ombra, non guardava i giornali, rispondeva a monosillabi.

— Tu non hai pensato a nulla, ancora?

— Non ancora...

— Io, sai, vorrei cambiar sarta: quella Rabbi non me ne azzecca una. Vorrei prendere Grandoni, ma per un abito così... il bello lo farò venire da Parigi. Ti decidi anche te?...

L'amica non rispose.

— Diamo insieme la commissione!... Se non sei decisa, t'aspetterò... Bisogna eclissare tutte le altre, non debbono guardare che noi!...

A un tratto, ella udì un rumore sommesso, come un singulto.

— Cos'è?...

Giulia, con la testa sul petto, il corpo sollevato da rapide scosse, rompeva in pianto disperato.

— Giulia!... Tu piangi?... Giulia, cos'hai?...

L'altra scrollava le spalle, con un moto convulsivo, mormorando:

— È finita!.... Per me è finita!.... Non v'è più nulla!...

— Ma Giulia!... Giulietta!... Buon Dio!... Guardami, ascolta!...

E cavato di tasca il fazzoletto, fattasi vicina all'amica, le asciugava gli occhi, l'abbracciava amorosamente, le prendeva la testa fra le mani guantate.

— No.... lasciami!... io sono morta!... — Di repente la scostò, porgendo ascolto, con una paura mortale sul viso.

Ella s'era alzata, mettendosi innanzi alla sua compagna, pronta a difenderla, a coprirla col proprio corpo. Ma nessuno veniva, e Giulia riprendeva a gemere, sommessamente.

Delle domande le salivano alle labbra, temeva però di essere indiscreta. Chiese soltanto:

— Tuo marito?

— Sì, mi ucciderà... lo ucciderà... Dio!... Dio!... Va', corri, salvalo!

— Sì, quel che tu vuoi!... conta su di me, per la vita e per la morte!...

Ella aveva già compreso che si trattava di Toscano; senza nominarlo, Giulia le narrava confusamente, a frasi lacerate dai singhiozzi, la storia di quella passione, il tradimento di una cameriera, la scena fatta dal marito la notte innanzi, i suoi tentativi di difesa, l'incertezza paurosa in cui ora viveva.

— Ma allora vattene di qui!... Torna da tua madre!...

— Per confermare i sospetti di lui?... Mio Dio!... Mio Dio!... E non poter avvertire quell'altro... non potergli mandare una parola!...

— Sono qua io!...

— Tu?..,. Sì, è il Signore che ti manda!.... Ascolta... questo biglietto... lo avevo preparato stamani... lo metterai alla posta?... Teresa, sorella mia!...

Ella andò via tutta turbata dalle rivelazioni dell'amica, da quel soffio di passione fatale che s'era sentito alitare in viso. Adesso giustificava i due amanti; e negli stessi pericoli che pendevano sul loro capo trovava un fascino arcano. Quelle lotte, quelle emozioni non davano un prezzo alla vita? Più che di compianto, Giulia le pareva degna d'invidia!.. La trovava soltanto troppo debole: al suo posto, ella si sarebbe lasciata straziare il petto senza piangere, senza confidarsi a nessuno, neppure alla sua mamma! Si sarebbe composta una maschera in viso, avrebbe recitata una parte da commedia, sorridendo con la morte nel cuore!...

La sera dopo, Guglielmo, girando intorno alla tavola da pranzo prima di prendervi posto, annunziò:

— Il barone Turi ha cacciata via sua moglie. Non si parla d'altro.

— Come?... Quando?...

— Oggi; ha intercettata una lettera di Toscano, chiara ed esplicita... Ha mandato a chiamare i parenti di lei, ha detto loro: «Conducete via questa signora.» L'ha cacciata via come si trovava, in veste da camera e pantofole, dinanzi a tutti i servi. Ha fatto benissimo.

Ella rispose, lentamente:

— Se questo signore fosse qui, gli direi sul viso che è un facchino.

— Ah, è un facchino?... Allora, che cosa doveva fare? Dirle: «Continuate pure, accomodatevi, volete anzi che io vi regga il candeliere?...»

— Come sei volgare!

— La distinzione che mi viene dinanzi!... È un facchino, eh? perchè la scaccia via, perchè difende il suo onore?... Ma io l'avrei accompagnata a calci in dietro!

— Si può difendere il proprio onore senza degradarsi. Perchè fare uno scandalo? Che cosa vi si guadagna? Che tutti sanno subito quel che si sarebbe saputo, in modo vago, più tardi!... Avrebbe invece potuto aspettare, cogliere un pretesto per separarsi tacitamente... E non esporre una signora agl'insulti della servitù.

— Una signora, eh?... La chiami una signora?...

Ella lo piantò lì. Era brutale, volgare ed egoista come tutti gli uomini; sarebbe stato uno sprecar tempo inutilmente il discutere con lui. Un dovere adesso le incombeva: sostenere la propria amica, aiutarla, provarle che l'amicizia non era un nome vano per lei. Avrebbe voluto andare a trovarla subito, quella sera stessa o il domani mattina; però la sua presenza, in quei primi momenti di spiegazioni intime, avrebbe potuto essere inopportuna. Invece, le scrisse: «Amica mia, in quest'ora che una catastrofe tremenda sconvolge la tua vita, che il tuo animo nobile e buono si colma di un'amarezza infinita, io vorrei esserti al fianco per dirti quanta parte prendo al tuo dolore e quanto vorrei adoperarmi per alleviarlo! Ignorando se tu sei in istato di veder gente, aspetto con ansia tue notizie e mi ripeto sempre, sì nei tristi come nei lieti eventi, tua affezionatissima sorella, Teresa.»

Quantunque Toscano fosse partito subito, una tempesta di condanne, di dileggi, di disprezzi piombava intanto sulla caduta, uomini e donne s'accanivano contro di lei e il vuoto le si faceva d'intorno. Ella andò a trovarla, in carrozza aperta, di pieno giorno, innanzi al mondo; e sola contro tutti la difendeva, trovando ingenerosa la condotta delle altre, ripetendolo ad alta voce, in ogni occasione. Ed ecco che una malignità vigliacca le arrivava all'orecchio: dicevano che ella difendeva l'amica perchè all'occorrenza avrebbe contato sul ricambio.... Il colpo la ferì profondamente. Così dunque il mondo apprezzava quello che era in lei moto generoso e sentimento sincero: così, chiamandolo un calcolo, con la gratuita rinnovazione dell'augurio malvagio!... Per fortuna, ella non aveva nulla da rimproverarsi, la sua coscienza era netta; ma una solidarietà con tutte le oppresse la faceva ribelle alla ipocrisia sociale. Come se quelle che eran le prime a scagliar pietre, fossero tutte immacolate! Come se la virtù di cui certune si ammantavano non pesasse loro più di una cappa di piombo!...

Ella continuava a veder Giulia, ad accompagnarla in pubblico; però trovava che l'amica s'era rassegnata molto facilmente alla separazione dall'amante. Mettendosi col pensiero in una posizione simile a quella di lei, trovava che non avrebbe potuto resistere a viver lontano dall'uomo amato; tanto, il danno era fatto; ma se vi fosse stata qualche cosa da sfidare ancora, chi l'avrebbe arrestata?

Suo marito, inaspettatamente, le disse una sera:

— Potresti fare a meno di star tutti i giorni con la Turi.

— Ti dispiace? — rispose ella, freddamente, pronta a prorompere.

— Mi dispiace, sicuro, tutti i giorni, come se fosse tua sorella!... Io vedo che le altre non la trattano...

— Se le altre son vili, non è una ragione che io segua il loro esempio.

— Adesso lascia stare la tua cavalleria da tavola rotonda!... Ti ho detto che mi dispiace...

Ella disse, ancora più freddamente:

— Non ho che farci.

— Sentiamo questa, adesso...

— Guglielmo!... È inutile che tu insista. Ho un'amica a cui accade una disgrazia... le altre le dànno addosso; io la difendo e la difenderò...

— Ah, la chiami una disgrazia?... Povera innocente! è stata una tegola piovutale sul capo, eh?... Chi glie l'ha fatto fare, dunque? Che cosa le mancava, in casa di suo marito?

— Tu credi che queste cose si facciano per un bisogno materiale?

— Ah, lo so... i bisogni del cuore! il vuoto dell'anima! Di' piuttosto che l'aveva nel sangue, quella...

Ella sorse in piedi, pallida, fremente.

— Bada come parli.

— Parlo come si merita...

— Guglielmo, bada! È una mia amica... Bada che non tollero che tu l'insulti in mia presenza!

Egli brontolò qualche cosa, cedendo dinanzi alla minaccia. Ella s'acquetò a quella sodisfazione; non sapeva dove si sarebbe arrestata se egli avesse continuato.

Abbandonare Giulia, fare come le altre, le sarebbe parsa una indegnità, tanto più che non v'era in quel momento nulla da rimproverare nella condotta dell'amica. Un bel giorno, però, Toscano tornò a Palermo. Allora, l'accanimento contro la caduta ricominciò, più feroce. Ella raddoppiava d'attenzioni per lei. Toscano glie ne era grato, le dimostrava, in certi saluti rispettosi, in certe strette di mano, quanto apprezzava quella condotta. Egli del resto obbligava anche gli altri al rispetto; aveva provocato Platamone, che era stato uno dei più malvagi contro la caduta, gli aveva assestata una tale sciabolata sul braccio, da storpiarlo malamente. E vedendosi ossequiata da lui, ammirando il suo coraggio, la sua eleganza, la distinzione dei suoi tratti, ella pensava: «Se egli s'innamorasse di me?...» Un romanzo s'intrecciava nella sua fantasia: ella vedeva Toscano lottare tra la vecchia passione e la nuova, Giulia accorgersi di avere in lei una rivale; l'amicizia contrastare con la gelosia, l'amore col dovere, dei sacrifizii compiersi da una parte e dall'altra... Fantasie di cui sorrideva, creazioni della sua imaginazione eccitata, che non avevano nessuna base nella realtà, poichè Toscano, come diventato un altro uomo, viveva esclusivamente per Giulia, compensava coi trasporti d'una passione sempre più calda i dolori che la falsa situazione le procurava... Se l'amica sua era dunque tanto felice, voleva dire che non aveva più bisogno di lei; ma, più che questa idea, era una specie d'invidia, sottilissima ed inconfessata, che la faceva allontanare a poco a poco; una sorda gelosia, non per Toscano, che non le veniva nulla, ma per le gioie arcane di cui la vita di Giulia doveva esser fatta...

Però ella adesso vedeva dovunque delle felici. Lisa Ramondetti era amata da Vadalà: l'uno andava dove andava l'altra, e quale emozione non doveva procurare l'incontrarsi in pubblico, cerimoniosamente, con chi si aveva avuto al fianco, nella più grande delle intimità!... La Molina le faceva vedere, nel suo salottino, l'angolo in cui passava il suo tempo, circondata da tutti gli oggetti che le erano cari: un quadretto con una iniziale nera per firma, un'anfora di bronzo, un tagliacarte di filigrana d'argento, un cofanetto sempre chiuso — dei regali d'amanti! La baronessa Marcieff, una russa che svernava a Palermo, seguìta da un marito vecchio e filosofo che la lasciava libera di fare tutto quel che le piacesse, era entrata in relazione col conte Roberto di Diana: tutti lo sapevano, sapevano i loro convegni in una casa di via del Papireto, le passeggiate notturne che facevano insieme, al porto, fuori porta Vittoria. La principessa parlava dell'amante innanzi alle persone; a lei una volta aveva detto, spiegando perchè non era andata ad una festa: «Roberto non può venirci!» Una nuova conoscenza, quella di Antonietta Rossi, moglie di un capitano di vascello venuto in missione, era diventata presto intima. Era bionda come lei, ma più ben fatta, souple, élancée dall'espressione più langoureuse. Si lagnava del soggiorno di Palermo, della lontananza dal proprio paese. Quando ella le proponeva di andare insieme in qualche posto, di far toletta, rispondeva:

— E perchè poi?... Son cose di cui vale la pena quando c'è un interesse, uno scopo...

Più tardi, con la confidenza cresciuta, aveva spiegato meglio:

— Quando si deve piacere a qualcuno, quando si va ad incontrare l'amante... Per chi vuoi che mi vesta?... Tu, sì...

Ella non protestò. A poco per volta Antonietta le narrava il suo romanzo, il grande amore della sua vita: un conte veneziano, discendente dai Dogi, ricchissimo, che possedeva non so quante ville, una delle quali aveva messa a sua disposizione; poi, le gelosie del marito, certe scalate di notte, per mezzo di corde di seta; delle lettere anonime, la denunzia d'un segretario che s'era innamorato di lei; un seguito di avventure che ella ascoltava a bocca aperta, credendole tutte, con la secreta mortificazione della propria inesperienza che non le suggeriva nulla da raccontare a sua volta. Poi le confidenze dell'altra si erano fatte più intime: aveva avuto un altro amore, prima di maritarsi, suo marito non l'aveva trovata ragazza; ma neanche lui aveva aspettata la cerimonia nuziale... Allora, s'era messa ad enumerare altre cose: quello che gli amanti pretendono, le sensazioni che essi procurano...

Tutto questo l'aveva leggermente nauseata; udendo parlare l'amica dei suoi antichi amori con un tono di voce tranquillo, anzi con una specie di lieta compiacenza, ella si diceva che colei doveva essere molto leggiera, per non commuoversi al ricordo degli uomini dai quali era stata amata, per restare così indifferente dinanzi all'evocazione della sua vita sentimentale. Ma se ella avesse amato, se fosse stata amata, solo la morte avrebbe potuto cancellar dal suo cuore le memorie d'un grande affetto!... L'invidia secreta per le fortune delle altre donne si temperava allora col sentimento della propria superiorità; ella sentiva che esse meritavano il severo giudizio del mondo. Però, fuori della colpa, nella santità del matrimonio, la passione non avrebbe potuto esistere? Mondini, uno degli avvocati di casa Duffredi, aveva preso in moglie una cugina: come l'amava! Ella era stata un giorno a trovare la giovane coppia, in una casetta di campagna, nascosta tra gli aranci sulla via di Monreale; era tornata via tutta rimescolata: Mondini, cogli occhi umidi, non aveva parlato d'altro che della sua felicità, dell'adorazione che aveva per sua moglie; a un certo punto, senza curarsi della presenza d'un'estranea, le aveva messo una mano sui capelli e l'aveva baciata in bocca...

Precisamente come suo marito!... Egli era adesso più freddo di prima: aveva assunto con altri amici l'impresa del teatro di musica, rimettendoci quattrini a palate, per fare il pascià in mezzo alle cantanti e alle ballerine; e tutto il giorno se ne stava con dei giovanotti scapoli, con le combriccole di viveurs, di coureurs de femmes, con tutti coloro ai quali venivano raccomandate le donnine allegre di passaggio e che se le passavano di mano in mano... Ella cercava di rifarsi col suo bambino; ma questo diventava ogni giorno più irascibile e sembrava nutrire un'avversione per lei. Col padre, che gli lasciava fare tutto quel che voleva, stava volentieri; con la zia Carlotta che lo guastava peggio, era tutto sorrisi e battute di mani; se lei lo prendeva in braccio, la picchiava sul capo, le graffiava il viso, le afferrava il naso, le strappava i capelli, si torceva come un serpe, rosso quasi stesse per iscoppiare, e non si chetava se non quando tornava con la balia o con Stefana.

I giorni di lei passavano monotoni, vuoti, o pieni soltanto di fantasticaggini, di rimpianti, di aspettative vaghe e sempre deluse che accrescevano la sua irrequietezza. Le distrazioni che un tempo aveva amato adesso la tediavano; sentiva che mancava uno scopo alla sua vita, e un'oppressione insoffribile, atroce, l'accasciava all'idea che gli anni passavano, che il tempo volava... La gioventù! la stagione più bella della vita! la stagione che non sarebbe tornata mai più!... E dei sorrisi d'amarezza le spuntavano sulle labbra.

Un giorno era così, sola, nel suo salottino dalle cui finestre socchiuse filtrava una scarsa luce, quando Guglielmo rientrò, insolitamente presto.

— Ti conduco una vecchia conoscenza, — disse.

Un altro che era con lui s'avanzò. Nella penombra, ella non distingueva i suoi tratti.

— Non mi riconosce?...

— Accardi!... — esclamò, sollevandosi e tendendogli una mano. — E come a Palermo?... Da quando?...

— Per affari, appena da ieri l'altro.

— Aspettami un momento — disse Guglielmo all'amico... Poi, rivoltosi a lei, avvertì: — Stasera resta a desinare con noi...

— Naturalmente!... E che notizie mi porta da Milazzo?

Egli cominciò a riferirne tante: dei matrimonii, delle morti, delle emigrazioni.

— E di Bianca Giuntini, ne sa nulla?... S'è poi maritata?

— Maritata?... È già divisa!

— Come?

Egli raccontò una storia. Mentre parlava, ella stava a guardarlo; pareva non fosse cresciuto; a trent'anni, quanti doveva averne oramai, conservava l'aspetto minuto e gentile dell'adolescenza. Quando ebbe finito di raccontare, guardò intorno per la stanza. Chiese:

— E lei?... Ha già un bambino?

— Sì.

Aggiunse ancora, guardandola:

— È felice?

Ella rispose, vagamente:

— Sì...

Sopravvenne Guglielmo; i due amici andarono via. Ella restò inchiodata sulla sua poltroncina, con le mani inerti, la testa bassa. Come per un sasso caduto in mezzo ad acque stagnanti, un'agitazione si diffondeva nel suo pensiero, ne guadagnava a ondate le pieghe meglio riposte... Luigi, l'antico amore, i giorni lontani di Milazzo, il presente così diverso dell'avvenire sognato, la fatalità che le rimetteva ora dinanzi quell'uomo, ciò che sarebbe accaduto fra loro prolungandosi il soggiorno di lui... Pensava ancora quand'egli tornò insieme con suo marito. Il desinare fu gaio, Guglielmo era di buon umore, parlava continuamente con l'amico, che però si rivolgeva quasi sempre a lei, dicendole delle cose gentili, approvando ciò che ella diceva. Quando passarono nel salotto, Guglielmo li lasciò un poco soli.

Accardi rammentò alcune scene di Milazzo, la rappresentazione, la seduta fotografica, insistendo sulla parte che vi aveva presa lei stessa; ed ella credeva di leggere delle allusioni al loro passato, imaginava che egli non avesse potuto dimenticarlo. L'altro parlava ancora, la faceva ridere al ricordo di certi incidenti comici, quando suo marito tornò per condurlo via.

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