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L'Illusione

PARTE PRIMA. (continued 2)

Reading edition

— Va' fuori sola... fammi questo piacere! Se no, mi par d'essere più ammalata... Va'... — e sorridendo aggiunse: — Va', t'aspetta Luigi Accardi...

Ella sentì tutto il sangue affluirle al volto. Con un sorriso d'indulgenza quasi materna. Laura riprese:

— Non ti far rossa.... che c'è di male?... credevi che non me ne fossi accorta?

Allora ella l'abbracciò fitta, nascondendole la testa sul seno.

— È vero, sì o no, che gli vuoi bene?

— È vero...

E le confidò tutto. Era la prima volta che parlava di queste cose. Guardava l'uscio, per paura che sopravvenisse qualcuno: guardava la sorella con un altro occhio; le pareva che vi fosse qualcosa di mutato d'intorno.

Dopo quella confessione, non le nascose più nulla. Lauretta stava ad ascoltarla, tra seria e indulgente, col capo avvolto in un fazzoletto, come una vecchina, quasi quelle felicità e quelle disperazioni non fossero per lei. E si faceva forza per accompagnarla, usciva in carrozza chiusa, sepolta sotto le coperte, tossicolando.

Ella la divorava di baci, dalla gratitudine; non pensava che potesse soffrire, e quando la sentiva tossire, si diceva: «È la stagione; quando verrà l'estate non avrà più nulla.»

In maggio, andarono ogni giorno insieme alle funzioni del Mese di Maria: la chiesa era tutta odorante di rose e d'incenso, le fanciulle cantavano, accompagnate dall'organo, le laudi della Vergine; padre Raffaele, il rettore, distribuiva imagini sante su carta ricamata come un merletto, che ella serbava nel libriccino di devozioni della povera mamma. Ma, in estate, Lauretta peggiorò: la tosse cresceva, con delle esasperazioni vespertine, con una piccola febbre serale. La poveretta dimagrava sempre più, il petto le si affondava, certi giorni un sudor freddo le appiccicava i capelli sulla fronte. Vedendole le guancie pallide colorirsi di un vago rossore, ella diceva talvolta al nonno, che era cupo e triste:

— Ma non è poi tanto ammalata, nonno!... Oggi è colorita in viso...

Il nonno non rispondeva, più cupo, intrattabile con tutti gli altri, una feminuccia dinanzi all'ammalata, che adesso avea ripreso il letto e non l'abbandonava più.

Dal lungo starvi, delle piaghe le si formavano sul corpo. Quando la medicavano, ella fuggiva, non fidandosi di vederle, rabbrividendo da capo a piedi al solo imaginarle. Ma lei era sicura che sarebbe guarita presto. Adesso, col caldo, venivano delle visite, la sera, a sentir la musica. Come tutte le altre estati, il palchetto pei suonatori era rizzato in mezzo al passeggio della Marina, e si riudivano sempre gli stessi pezzi: una polka del Flik-Flok, il second'atto dell'Ernani, il quartetto e la tempesta del Rigoletto. Delle persone che venivano in casa loro, alcune restavano intorno al letto dell'ammalata, altre passavano nella terrazza. Ella ve li accompagnava, facendo gli onori di casa. Luigi, che veniva coi suoi, le stava sempre intorno.

Una sera che si trovarono soli un momento, egli l'afferrò alla vita, la baciò in bocca, mormorando:

— Mi vuoi bene?... Teresa, Teresa mia?...

Ella disse di sì, sommessamente, tremando da capo a piedi; egli soggiunse;

— Mi dai i tuoi capelli?

Venne gente, dovettero separarsi. Ella preparò a lungo la ciocca dei suoi capelli, intrecciata con delle pensées, legata da un piccolo laccetto rosso e avvolta in un pezzetto di carta trasparente.

Quando Luigi tornò e le prese la mano al buio, ella gli diede l'involtino. A un tratto vi fu un rimescolìo nella camera dell'ammalata, sedie urtate, un lume sollevato, delle voci che chiamavano. Accorsero tutti; Laura aveva una sincope: il respiro quasi spento, gli occhi rovesciati.

— Non è nulla! — dicevano tutt'intorno. — La debolezza, la prostrazione, tanti mesi di letto...

Però il nonno fece venire un dottore da Messina. Fu ordinato il mutamento d'aria, e subito tutti partirono per il Capo. La mattina, prima che l'aria s'infuocasse, l'inferma scendeva in giardino a braccio della sorella; faceva un po' di moto, a piccoli passi, fermandosi spesso. Poi si metteva a sedere, sotto l'ombrello, ed ella le coglieva dei fiori, glie li faceva piovere in grembo. Le parlava dell'avvenire, l'assicurava della guarigione, faceva dei progetti contando su di essa. Poi, riprendendola sotto il braccio, la riconduceva a casa. Una sera, mentre lei ripassava la mazurka Capricciosa ballata con Luigi, vennero a chiamarla: Laura aveva un'altra sincope. Il domani venne il dottore, parlò a lungo col nonno; poi questi mandò a Milazzo il giardiniere, per spedire un telegramma. La risposta arrivò a Miss: «Parto col postale di domani, sarò costà sabato, fate trovare carrozza sbarcatoio.»

— È il babbo che viene, nonno? — chiese ella, impaurita.

Il nonno non rispose, inginocchiato dinanzi alla cassetta bassa di una libreria, donde cavava vecchi giornali illustrati, che erano lo svago della malatina. Messili in ordine, glie li recò, reggendoli lui stesso dinanzi al letto, sfogliandoli, girandoli per mostrare le figure disposte di fianco.

— Basta, nonno... così ti stanchi... — diceva Laura tratto tratto.

— Non mi stanco... se mi stancassi, mi riposerei!... — E come la vedeva sorridere, chiedeva: — Tu come stai?... Meglio?... Senti adesso una cosa... — Tacque un poco, poi riprese: — Se venisse qui... tuo padre... ti piacerebbe?

L'inferma spalancò gli occhi, come stordita.

— Tuo padre... di', ti farebbe piacere?

— Oh, nonno, il babbo!... Nonno, il babbo!... — e non sapeva dire altro.

— Il babbo, sì: parlo turco forse?... Se ti fa piacere, lo chiameremo...

La poveretta piangeva di contento, gli gettava le braccia scarne al collo mormorando:

— Grazie, nonno.... Com'è bello!... grazie!... grazie!...

— Va bene, abbiamo inteso.... Cosa c'è da ringraziare?...

E con la voce burbera, troncò il pianto e le effusioni della malata, la quale adesso diceva di voler aspettare il suo babbo levata. Malgrado ogni protesta, il giorno dell'arrivo si alzò. Avevano calcolato che la carrozza sarebbe giunta alla Rocca verso le due; a quell'ora volle scendere in giardino. Però il tempo passava senza che arrivasse nessuno.

— Che sarà?... — chiedeva inquieta.

— Nulla, il ritardo del vapore!... — rispondeva il nonno.

Ma non si tranquillava, porgeva l'orecchio, guardava il mare.

— C'è stato cattivo tempo?... Il cocchiere non lo conosce... Gli avete detto di andare proprio al porto?...

Era nervosa, insofferente. Si ostinò ad aspettare ancora, sentì freddo, dovettero portarla su quasi a braccia; ma, appena a letto, perdette i sensi. A un tratto si udì un rumore lontano, poi una voce che chiamava, dei passi affrettati. Il babbo comparve sulla soglia dell'uscio, fermandosi ansiosamente. Il nonno, alzato un braccio, fece segno di far piano. Ma egli era già accanto al letto, con un braccio attorno al capo della bambina, cercando gli occhi di lei. Gli occhi di Laura si schiudevano allora, e la mano fredda e madida, abbandonando quella della sorella, tentava di carezzare il viso del babbo.

— Come stai, Lauretta?... Come stai?... — chiedeva egli, alzando lo sguardo.

— Meglio... — rispondeva il nonno, guardando l'inferma. — Stai meglio, non è vero?... È niente, adesso è passato...

Ancora un altro miglioramento. Per prudenza, la fecero rimanere a letto; ma pareva così felice, col babbo da una parte, la sorella dall'altra, il nonno che girava per la camera, come avesse un gran da fare, ma senza far niente! Una mattina, presto, si alzò un poco, ma non potè scendere in giardino per il tempo che minacciava. Quando si rimise a letto, cominciò la pioggia, scrosciante; fu una burrasca di corta durata. Al tramonto, il sole brillava fra le nuvole squarciate, e Lauretta, serena, sorridente, ascoltava i progetti che facevano per l'avvenire.

— Ma il babbo resterà un pezzo con noi, non è vero?... non è vero, nonno? — chiese, voltandosi verso di lui, che se ne stava appoggiato ai piedi del letto.

— Si capisce.

— Sì!... sì!...

Sarebbero tornati a Milazzo, con l'autunno che s'avanzava; al Capo non c'era più ragione di restare. Poi, guarita Lauretta, sarebbero andati a Palermo, a Firenze, a Parigi, tutti, tutti!

— Anche tu, nonno; non è vero?

— Anch'io, eh!... — E come in quel momento entrava la moglie del fattore, aggiunse: — Anche donna Mara!

Risero tutti. Calò la sera, mentre ancora facevano progetti.

La luce della lampada infastidiva un poco Laura. Sollevatasi, disse alla sorella:

— Teresa, coglimi dei fiori...

— Subito, sorellina!

Ella scese in giardino. Dalle piante, tutte bagnate dalla pioggia recente, esalava un profumo intenso, acutissimo. Sorgeva la luna, tra nuvolette d'oro, e la luce d'argento bagnava tutto quel verde scuro, umido e stillante. Disteso con una mano il grembiale, lei cominciò a farvi piovere i gelsomini che spiccava con la destra. Ne era quasi pieno, ma ne coglieva ancora, voleva coglierne ancora più; voleva seppellire la sorellina sotto la nevicata odorosa. Di repente s'udì un grido terribile. Ella tremò da capo a piedi, lasciò cadere i fiori, incrociò le mani sul petto. Un altro grido, dei rumori confusi. Allora ella cominciò a correre disperatamente verso casa, e nella corsa vide una finestra schiudersi, il nonno uscire sulla terrazza, alzare le braccia minacciose al cielo. Prese un nuovo slancio, salì a precipizio la scalinata, traversò come un lampo le stanze e s'arrestò sull'uscio. Intravvide una forma rigida sul letto, una gran macchia di sangue, e s'intese spingere indietro.

— Babbo!... Nonno!... Babbo...

— Zitta!... zitta!... Son'io, Stefana... Di qui... Chiudete! Zitta! Tuo padre...

Allora, afferrata la mano del babbo in un impeto furioso, scoppiò in pianto alto, convulsivo, lacerante, con la bocca contorta, le mani tremanti, il petto rotto dai singhiozzi. Nella stanza buia, il riflesso della luna metteva un vago chiarore; ella non vedeva, non udiva, riprendeva a piangere più forte; in mezzo al pianto dirotto, mandava dei lamenti rauchi, sordi, rantolosi.

— Teresa!... figlia mia... Coraggio!... Poveretta, ha ragione!

Le mani dure, rugose, incallite, della moglie del fattore cercavano le sue, teneramente; Stefana la teneva stretta, la baciava in viso, confondendo le proprie lacrime con le sue.

Portarono un lume, e come ella scorse Miss, sola, in un angolo, piangere silenziosamente, a capo chino, sentì un singhiozzo più violento squarciarle la gola, dischiuse la bocca come se una mano la soffocasse.

— Teresa!... signorina!... figlia mia! — e Stefana balbettava, annaspando:

— Bambinuccia!... Per carità... fàllo per tuo padre... Signore!...

A un tratto ella si alzò.

— Lasciatemi. Voglio vederla, l'ultima volta...

Allora tutt'e tre le donne le si misero dinanzi, facendo barriera, scongiurando tra le lacrime:

— Signorina!... Thérèse!... Per carità... Vuoi ammazzarti!...

La fecero ricadere sul divano, raggomitolata, come un ammasso di panni, e i lamenti riprendevano, più sordi, più tristi.

— Il nonno... — balbettava ella — il nonno...

— Poveretto!... Anche lui!... Chi gli avrebbe detto che doveva vedere anche questo? Angeletto di Dio!... — esclamavano le donne, pietosamente. — E buona, come non ce ne saranno più al mondo.... mai e poi mai... Creatura buona!... Ora è in paradiso, a pregare per noi...

Le strida e le querele si facevano più lunghe; ma quello che la straziava era il pianto muto, incessante di Miss. La notte passava: si udivano di tanto in tanto delle voci che chiamavano dal giardino, il portone della stalla che gemeva sui cardini, i cavalli scalpitanti nella corte, il canto lontano dei galli. Poi comparve il nonno, curvo, avvolto in un gran soprabito, cogli occhi asciutti. Ella gli s'afferrò, baciandogli la mano, bagnandola di pianto, spegnendovi sopra le strida che le uscivano dal petto. Anche il babbo gli strinse l'altra mano; lui disse:

— Basta, basta... adesso basta... la volontà di Dio!... adesso, voi altri ve ne andrete...

— No!... No! È impossibile!...

— Ve ne andrete, la carrozza è attaccata... Va' a prender gli scialli, Stefana... Ve ne andrete tutt'e tre, con Miss... Resto qua io... Andiamo, basta!

Alzatasi, ella implorava ancora, con le braccia tese ansiosamente, di poter passare di là; ma tutti la trattenevano.

— Va'!... Teresa!... Fate presto, il cocchiere ha da fare... non perdiamo tempo... Andiamo!...

Scese così, sospinta, tentando di voltarsi, con lo scialle che le cadeva per terra, mandando dei baci alla finestra spalancata e lucente nella notte muta e serena.

La carrozza partì. Rannicchiata in un angolo, accanto al babbo, ella soffocava i singhiozzi che le salivano alla gola. Cogli occhi sbarrati sulla via polverosa che pareva scorrere come un fiume, con una mano premente sul cuore, ella si ripeteva, trattenendo il respiro: «Sorella mia!... sorella mia!...» e uno stupore l'irrigidiva, pensando che mai, mai più l'avrebbe rivista. «Sorella mia!... sorella mia!...» Che fuoco!... che dolore!... Pensare sempre a lei! Stamparsi nel cuore la sua dolce figura! averla sempre dinanzi per tutta la vita!

— I fiori!... i fiori che avevo colti per lei!

Il pianto riprendeva, lungo, cocente. Era morta! morta!... La gran macchia di sangue... il viso di cera... Se non fosse morta?... Perchè le avevano impedito di baciarla?... Ma i medici li avevano ingannati, non avevano detto che doveva finir così presto!... Se lo avesse saputo!... Come avrebbe voluto starle in ginocchio dinanzi, tutti quegli ultimi giorni!... E invece aveva pensato a svagarsi, aveva riso, aveva pensato ad altri!... Allora, come dei chiodi le entravano nelle carni: tutti gli sgarbi che le aveva fatti, le insofferenze da cui era stata presa udendola tossire, le distrazioni che aveva cercate, le cure che non le aveva prodigate, i baci che non le aveva dati e che non avrebbe potuto darle più, mai! E la sua bontà, la sua pazienza di piccola martire, e il bene che aveva voluto a lei... «Sorella!... Sorella mia!...» Ma le lacrime cessavano di scorrere, nell'angoscia da cui si sentiva presa ricordando tutte le liti che le aveva cercate, le cattive parole che le aveva dette quand'era bambina: «Mummia sgobbona... dottoressa bestia...» Come aveva potuto? A un tratto, rammentava l'ira con cui l'aveva picchiata, una volta, la vampa che l'aveva acciecata intanto che batteva quel piccolo corpo — e si portava le mani al collo, lo stringeva, soffocando un rantolo sordo...

La campagna era chiara come all'alba; il riflesso della luna tremolava sul mare, e la via non finiva più, quella via fatta tante volte, con la gaiezza in cuore, insieme con la sorellina morta, con la mamma morta... Morta! Morta!... E lei avrebbe potuto vivere più? Tutto era finito per lei. Era stata un'immensa sciagura la perdita della sua mamma, ma nessuno sapeva quello che lei perdeva adesso: la sua compagna, la sua confidente, il suo buon angelo consolatore!.. Non si portava con sè una parte di lei? Che cosa avrebbe fatto più, sola? Le sue labbra si torcevano dall'amarezza, pensando all'avvenire; non c'era avvenire per lei: una successione di giorni bui, con l'imagine della poveretta sempre dinanzi, sempre nel cuore...

Adesso entravano nella città addormentata, silenziosa; le mura del castello, enormi, tagliate dalla luna, correvano, sparivano; ed a casa la desolazione cresceva, dinanzi al letto vuoto della sparita, dinanzi a tutti i piccoli oggetti che le erano appartenuti, sui quali ella metteva dei baci disperati.

Che notte! che oppressioni! che risvegli terribili! E che tristezza nel nuovo giorno! Che scoppii di pianto ad ogni notizia, ad ogni viso nuovo!

— La portano via a mezzogiorno... A San Francesco di Paola...

— Dei fiori... copritela di fiori bianchi!...

Erano delle grida convulsive che le uscivano dalle labbra, non erano parole.

E il suono orribile delle campane, che la faceva balzare in piedi a ogni ripresa, e il cadere pauroso del giorno, e il ritorno del nonno, invecchiato di cent'anni, con la schiena curva, gli occhi aridi, le mani tremanti... Come gli divorava la mano a baci, egli la trasse in disparte, con un'aria di mistero, nella sua camera.

— Vieni!... zitta, vieni...

Cavò di tasca il suo gran portafoglio di cuoio, lo aprì e ne trasse una busta. Aprì anche quella, con le mani che gli tremavano spaventosamente, e come trasse la ciocca di capelli morbidi e neri, scoppiò in pianto anche lui.

— Ah!... ah!... nonno!...

Erano terribili le lacrime del vecchio, le contrazioni spasmodiche del suo viso rugato. A un tratto, s'alzò, e mostrando un pugno al cielo, gridò:

— Cristo!...

Caduta sopra una poltrona, ella aveva perduto i sensi. Le convulsioni la ripresero, restò lunghi giorni a letto. Adesso venivano le visite: erano il nonno ed il babbo che le ricevevano, vestiti a nero, con le voci rauche. Parlavano tutti piano, l'uscio di casa restava aperto, non si udiva suono di campanello, entrava chi voleva; e Stefana, venendo al suo capezzale, le riferiva i nomi delle persone che erano di là. Venne anche Luigi Accardi, coi suoi; ma quel nome non le fece nessun effetto: le pareva che fosse passato tanto tempo! Aveva un gran vuoto nella testa.

Il babbo partì, poi vennero gli zii di Palermo; nulla rompeva la tristezza di quella casa, niente leniva il dolore di lei.

Il dottore disse un giorno:

— Perchè non ve ne andate fuori? Sarà la miglior medicina!...

E come tutti restavano in silenzio, riprese:

— Andate via, andate a Palermo; svagatevi un poco... Volete che anche quest'altra creatura pigli un malanno serio, si assoggetti a questi disturbi?

La zia insisteva anche lei, diceva che il soggiorno di Palermo era necessario per completare l'istruzione di Teresa, per farle vedere un poco il mondo. Ella udiva quei discorsi, indifferente, senza dir nulla, come se si trattasse di un'altra.

Così fu decisa la sua partenza insieme con Miss; il nonno volle restare, non ci fu modo d'indurlo.

— Sono vecchio... voglio restar qui... Vi dico di no.

Prima di partire, andarono con la zia e con Miss, in carrozza chiusa, su a San Francesco di Paola. Inginocchiate dinanzi alla lapide bianca, empirono la chiesa di sommesse querele, di singhiozzi soffocati. Poi si divisero in pianto dal nonno; egli baciò a lungo in fronte la nipotina.

Quando il vapore cominciò a muoversi, ed uscì dal porto, e sfilò lungo la Marina, dinanzi alla linea del paese che finiva sotto i Cappuccini, ella restò a guardare tutti quei luoghi, col cuore chiuso, cogli occhi cocenti. Cercava la sua casa, dov'erano successi tanti avvenimenti; San Francesco di Paola, dove riposavano la mamma e la sorella, la villa del Capo, la Lanterna, la spiaggia remota di San Papino... e quando tutte quelle cose furono scomparse, e restò solo il mare d'un azzurro così carico che pareva quasi nero, ella ebbe freddo e paura.

VI.

Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d'una tristezza diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno, quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene come con la zia.

Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto moto; così la mattina a buon'ora andava fuori; giravano a lungo pei negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese, all'Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.

La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla sua carnagione rosea, ai suoi capelli d'oro. Le pareva che quella salute, che quella bellezza fossero un'irriverenza verso la sua povera sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva ripetere che aveva un aspetto fiorente.

Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s'incontrarono ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la consegna d'opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie, guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di tornare in quella casa.

La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei, Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero amicizia. Giulia era bruna, alta, un po' irregolare in viso; ma piena d'espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla punta dei capelli. Ella sognava di farsene un'altra sorella; e a poco a poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal fondo d'un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli, faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l'amica le prodigava per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere tanto superiori a lei.

— Come t'inganni! — esclamava Giulia. — Ti farò conoscere io una che fa per te.

Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt'e tre, si giurarono un'amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte di Tolosa, entrò nella loro piccola côterie. Ella voleva a tutte un bene dell'anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa: imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che avrebbe portato il lutto come per una sorella.

Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando. Non s'era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava con la zia a dei minuti ricami, alle frivolità.

Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo divorò di nascosto.

Vi erano i Tre Moschettieri, in francese, un'edizione a due colonne con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!... Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse una gran cura della propria persona — ed ella provava a tener le mani alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere. D'Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po' troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco, malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi, così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni pericolo, per il sorriso d'una donna, per un capriccio, per una fantasia... Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa. Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina. Aveva messo le mani sopra Giuseppe Balsamo e sopra il Conte di Montecristo, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura; ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le distrazioni, l'appetito. E i Misteri di Parigi! I Miserabili! Però la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C'era ancora del Féval, del Bernard, del D'Arlincourt; ella divorava tutto, fremente di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s'innamorava di Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi. Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l'amore infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le ricchezze? V'erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il professore che le avevano trovato finalmente?...

Il professore era un uomo d'età: corto di statura, con una foresta di capelli e gli occhiali d'oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio; ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori fosse il latino e quale il greco.

La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re che avevano cimentato il trono per dare una patria agl'Italiani, di principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti d'entusiasmo.

Con piacere più grande svolgeva i temi dei componimenti, ne riceveva arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio, rispondeva:

— Va bene, molto bene... anzi troppo!... C'è troppa fantasia!...

Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma delle quali si formava un'idea. La lettura dei romanzi le dava molto aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella aveva viste stampate, che le parevano piene d'eleganza e d'efficacia, e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: la vita sentimentale, e il professore correggeva: la vita del cuore e della mente. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.

— Lascia stare cotesti libri — diceva la zia. — Ti guasteranno la testa...

— Perchè? Come se io non sapessi qual'è la finzione e quale la verità!...

E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito, se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava l'isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.

Adesso conosceva mezzo Sue, del Balzac che trovava però troppo lungo, quasi tutto Walter Scott. Il ricordo della sua povera sorellina morta la sorprendeva certe volte in mezzo alle imaginazioni suggerite da quei libri: allora, era una mestizia dolce, una malinconia soave che la prendeva, rassomigliandola a qualcuna delle eroine belle e infelici di cui ella si faceva come dei modelli, come delle maestre di vita, con l'ambizione di essere secretamente approvata da loro in ogni atto ed in ogni pensiero. Il dolore acuto e lacerante dei primi tempi si risolveva sempre più in un rimpianto rassegnato, in un ricordo pieno di tenerezza: la sorellina sua non viveva forse in lei, nel suo spirito, non l'accompagnava forse sempre e dovunque, memoria buona e protettrice?...

Così, passato il tempo del lutto, malgrado avesse espresso il desiderio di portare ancora le vesti nere, obbedì all'ingiunzione della zia e le smise.

Allora cominciarono ad andare al teatro di prosa: un'altra sorgente di emozioni più forti: la Signora delle Camelie, Kean, la Morte Civile, Celeste. Quando venne la compagnia di Amilcare Baretti e l'attore Roggi rappresentò il Falconiere, ella tornò a casa colla testa in fiamme. Nessun uomo le pareva più bello di lui, la sua voce, quand'egli parlava d'amore la faceva tremare. Tutte le volte che aveva in mano il manifesto, correva cogli occhi a cercare il suo nome; se non lo trovava, la scena le pareva deserta, lo spettacolo insoffribile. Ella supponeva che l'attore si fosse accorto della febbre con cui ella lo ascoltava, imaginava che egli avrebbe cercato di vederla da vicino, architettava tutto un romanzo. Un giorno, passando dai Quattro Canti, vide, in una mostra di fotografo, i ritratti dei principali attori, il suo fra gli altri. Sempre che ripassava di lì, il cuore le batteva più forte mentre gli occhi cercavano quell'imagine; lungo tempo dopo che la compagnia se ne fu andata continuò a guardarla, fin quando non tolsero il quadro.

Al dramma, alla commedia, ella non domandava nessuna spiegazione alla zia, nè questa diceva nulla intorno a ciò che avveniva sulla scena: ella comprendeva da sè, vedeva da per tutto riprodotta, sotto forme e circostanze diverse, l'eterna storia dell'amore, che l'esaltava, le dava delle irrequietezze nervose, uno scontento vago, l'aspirazione continua ad una esistenza più bella, più intensa, più inebbriante. Viveva in mezzo al lusso e in un bel palazzo, servita ad ogni più piccolo cenno, amata ed invidiata; eppure tutto ciò sbiadiva, diventava semplice, comune, volgare, dinanzi alle visioni che non le si levavano dagli occhi: dei castelli circondati da parchi con porticine secrete; delle caccie al suono dei corni per la foresta odorante di muschio; Parigi e i suoi spettacoli grandiosi, i balli dell'Opéra, i ricevimenti del faubourg Saint-Germain, le passeggiate al Bois de Boulogne con dei squadroni di cavalieri che si cavavano alto i cappelli al passaggio d'un'amazzone galoppante coi veli al vento. Ella aveva in testa i luoghi della grande capitale: la Chaussée d'Antin, i Campi Elisi, il nobile faubourg, il Palais Royal, la Borsa, e i dintorni: Auteuil, Fontainebleau: i romanzi che ella divorava erano pieni di scene svolgentisi lì. Talvolta ella pensava al romanzo che ella avrebbe vissuto, all'uomo che avrebbe amato; e si guardava intorno, cercandolo: ma nessuno dei giovanotti che aveva conosciuto in società le pareva degno dell'amor suo. Sapeva che gli uomini non devono esser belli nel senso femminile della parola; ma non si rassegnava a trovare possibili coloro di cui sentiva vantare la maschia bellezza; dei personaggi troppo forti, dei capelli e delle barbe troppo ispide — e la prima cosa che chiedeva all'uomo che avrebbe amato era un particolar genere di avvenenza di cui ella si era formato il tipo: corpo agile e slanciato, sanglé in un abito elegante; viso magro, mustacchi fini, soyeux; carnagione pallida, e sopra tutto aspetto signorile, mosse libere e sciolte. Fra coloro che si avvicinavano a quel tipo, ella non sceglieva ancora, perchè non trovava neppure le qualità morali che reputava indispensabili: Brancaccio era troppo leggiero, Giovanni Gravina sparlava troppo di tutti e di tutte, Orlandi era pieno di sè. In qualcuno, però, di tutti i lions ella trovava qualche qualità; di persona o di nome, per aver parlato con loro o per averli sentiti giudicare, li conosceva tutti; e quando dalla sua carrozza li vedeva scappellarsi, e la zia, di vista corta, le chiedeva: «Chi era quello lì?...» ella nominava: «Orlandi... Giovanni Gravina...» semplicemente, come persone con le quali fosse in intimità. Tutti insieme, a teatro o nelle vie, formavano per lei l'unico pubblico: essi stavano fermi a crocchio, dinanzi a un caffè, o passeggiavano lentamente, ingombrando i marciapiedi, fermandosi a esaminar le signore, salutando contemporaneamente. Ella si atteggiava più rigidamente appena scorgeva da lontano quel gruppo dei picciotti — dei giovani — fra i quali c'era il principe di Roccamozza, a sessant'anni, don Giacomo Fernandes, ripicchiato e ritinto, Alvaro Adernò con una gran barba bianca come un bel monaco cappuccino!... Ciò nondimeno, tutti quegli uomini che rappresentavano il fior fiore della nobiltà, della ricchezza, che facevano od avevano fatto parlare di loro tutta Palermo, con le loro avventure, con le loro pazzie, coi loro duelli; anche quei vecchi più interessanti della folla anonima degli studenti e dei borghesi, esercitavano un'attrattiva su di lei, assumevano ai suoi occhi una seduzione straordinaria. Vedendoli sempre insieme, pensava che fossero legati da un'amicizia eterna, come quella dei Fratelli d'arme; che fossero sempre pronti a difendersi l'uno con l'altro, come i Moschettieri; e comprendendo tutto in una sola parola: il loro valore, la loro fede, la loro forza, li aveva battezzati: «I Crociati.» Il nome aveva fatto fortuna, si sapeva che era stata lei a trovarlo. Però la reputazione del suo spirito, della sua intelligenza, le procurava la sorda gelosia di molte sue nuove conoscenze. Giovannina Leo, Rosa di Carduri, altre ancora che si credevano le più notate non soffrivano la concorrenza che faceva loro una piccola provinciale. Dinanzi ad esse, ella era stata un poco intimidita dal sentimento della propria inferiorità; invece, attribuivano a superbia quel suo ritegno. In società, ella non adoperava mai il dialetto, parendole volgare; e come teneva a far sapere che era nata in Toscana, aspirava un poco la c, pronunziava: 'osa disce? Mi faccia 'l piascere! 'He bella toletta! Per questo l'accusavano d'affettazione; poi, quando le erano dinanzi, facevano le amiche, le prodigavano delle lodi.

La slealtà le repugnava; ma, infine, importava poco quel che dicevano di lei le sue rivali. Ella avrebbe voluto sapere piuttosto che cosa pensavano gli uomini. Vi era uno dei Crociati, Raimondo Almarosa, che la guardava spesso: non era più giovane, ma quanto più attraente di tanti altri giovani! Alto, magro, biondo d'un biondo che diventava bianco, serio, quasi sempre malinconico per la perdita della moglie e della figliuola sofferta in uno stesso giorno. Che cosa vedeva in lei? Una rassomiglianza? una delle sue morte redivive? Ella si perdeva in fantasticaggini. A teatro, quando uno sguardo si fermava su di lei, pensava a Giuseppe Balsamo, al magnetico potere che certuni sapevano spiegare. I romanzi erano sempre i consiglieri ai quali ella domandava i suoi giudizii, i suoi pensieri. Adesso ella conosceva la vita! Ed era una vita intensa che viveva, con quei libri. Slanci d'ammirazione e dolori sconfinati, raccapricci e simpatie, sorrisi e lacrime, essi le davano tutto. A volte, dopo lunghe ore di lettura, si alzava con un'oppressione fisica, una nausea, un disgusto per tutte le cose, per le volgarità dell'esistenza a cui doveva sottostare e che l'eguagliavano alla folla da cui si sentiva tanto diversa. Rifiutava i cibi, avrebbe voluto nutrirsi d'aria, finiva per procurarsi qualcuno dei soliti attacchi nervosi. Più degli eroi di quei libri, ella amava le eroine: la solidarietà del sesso l'induceva ad attaccarsi alle donne; e poi, non erano esse le arbitre dei destini umani? E le lunghe descrizioni, le pagine piene di narrazione fitta l'infastidivano: ella ne saltava molte, per arrivare ai colloquii d'amore, alle scene dolci e tremende, alle catastrofi improvvise, che la lasciavano sbalordita, con la fronte scottante. Che lacrime le costavano quei libri! Di quale amore cocente e struggente ne amava i personaggi! Ella le vedeva tutte, quelle grandi amate di cui si narravano le storie fortunose: i loro nomi le risuonavano continuamente all'orecchio: Andreina, Matilde, Emma, Cecilia. Il suo proprio nome era bello, ma ne pensava degli altri, invidiava le sue conoscenze che ne avevano di più belli, romantici: Giulia, Eleonora, Enrichetta; avrebbe voluto chiamarsi Marcella, Lidia, Remigia; o portare dei nomi stranieri: Edith, Olga, Nadina. Ed un progetto certe volte le passava per il capo: poichè la sua sorellina era morta, non avrebbero potuto chiamar lei Laura? Sarebbe stato quasi un modo di farla rivivere.

Scriveva ogni due giorni al nonno, gli riferiva i suoi progressi, gli mandava dei lavorini fatti apposta per lui. Adesso aveva anche il maestro di canto, e superate le prime lezioni noiose cominciava ad imparare il repertorio in voga. V'erano le serenate e le barcarole piene di sospiri flebili e di lacrime cocenti al tremolare della luna sulla laguna; i notturni in cui gli amanti traditi si querelavano nell'abbandono, o prorompevano in accenti di vendetta, o si rassegnavano, continuando ad amare in silenzio, costanti e senza speranza; in cui delle povere pazze vagavano pei cimiteri, a mezzanotte, cercando un nome sopra un freddo marmo; ma v'erano sopratutto le romanze che esaltavano la bellezza sovrana della donna, la sua potenza, il suo fascino. Se le lacrime d'una fanciulla cadevano fra le rose, erano goccie di rugiada; se cadevano in mare diventavano perle; ma un angelo le raccoglieva nel cavo della mano e quel nèttare lo dissetava. Un amante voleva essere l'aura che sfiorava il biondo crine della Bella, il fiore che ella sfogliava, la stella che ella mirava; un altro s'inebbriava al ricordo delle voluttà; tutti avrebbero data la vita per un bacio, per un pensiero. E la musica aveva delle successioni di note che somigliavano a singhiozzi, a grida represse, che imprimevano come un moto di culla; degli accordi gravi, pieni d'angoscia e di mistero; degli arpeggi che sollevavano da terra, che esprimevano l'estasi. Ella sentiva il cuore salirle alla gola, le ciglia inumidirsi. Voleva provare tutto questo nella vita, aspettava una grande passione. Non era così bella da ispirarla? E si guardava allo specchio trovando che rispondeva al tipo ricorrente nei libri. Si guardava le unghie per vedere se erano tagliate a mandorla; il viso era d'un ovale perfetto, la bocca piccola, porporina, i denti di perla, tranne quel canino annerito, che un giorno o l'altro si sarebbe fatto strappare. Le guancie rosee le parevano da fanciulla borghese; ma i capelli non compensavano quel difetto? Lunghi fino ai fianchi, folti, odorosi, oro fuso. Il tipo bruno non aveva però anch'esso la sua seduzione? «Bruna come la notte, come ala di corvo...» Nella sua qualità di siciliana, ella avrebbe dovuto essere piuttosto bruna... Siciliana? Viveva in Sicilia; ma era fiorentina! E mentalmente faceva l'enumerazione di tutti i paragoni del biondo: come l'oro, come un raggio di sole, come le spiche del grano, come l'uva matura... Ella aveva la piena coscienza della propria bellezza; però, tratto tratto l'antica disperazione tornava a prenderla: la sua statura era sempre bassa, a diciassette anni ne mostrava appena quindici; qualcuna delle sue amiche non la prendeva sul serio, la trattava quasi da bambina! Fino a vent'anni, non sarebbe cresciuta? Aveva tempo di rifarsi! Ne domandava al dottore, con l'ossessione di restar nana, lei che non ammetteva se non i personaggi slanciati. Così dava un bel da fare al calzolaio, non trovando mai i tacchi abbastanza lunghi, e la pettinatrice doveva risolvere ogni giorno il problema d'una acconciatura che fosse alta, ma non troppo. Però, gli artifizii riparavano male al difetto, e un giorno le salirono le fiamme al viso, quando Giulia Viscari le disse il sopprannome datole da Enrico Sartana.

— Come mi chiama?

— La pupa... dice che non gli fai l'effetto d'una donna, ma d'una bambola...

Questo Sartana era il figliuolo del duca di Castrovecchio, ed aveva per suo conto il titolo di barone di Lerma. Ella lo aveva visto qualche volta da lontano, trovandolo simpatico; da quel momento, un odio le si scatenò nell'animo contro di lui. Lo aveva soprannominato subito San Giorgio cavaliere, con un tono d'ammirazione derisoria per la sua bellezza fade di biondo ricciuto cogli occhi cilestri.

— Il cavalier San Giorgio che atterra il Dragone!... — ripeteva, quando lo vedeva passare a cavallo, caracollando. — O Dio, non svenite, solo a mirarlo?... È fatale!...

— Sei spietata!

— Non lo posso soffrire!... Se glie lo riferirete, mi fate un piacere!

Ella se lo vide improvvisamente dinanzi, la sera che sua zia la condusse dagli Alì, dove si ballava: una felicità lungamente aspettata, il suo primo ingresso in un vero salone, dove tutti i giovanotti si contendevano l'onore di ballare con lei. Fu sul punto di dirgli che aveva tutto impegnato e di voltargli le spalle: ma egli era così grazioso, così elegante, che non si fidò. E con una disinvoltura di cui ella non aveva idea e che si lasciava mille miglia indietro i balbettamenti timidi degli altri, egli cominciò a parlarle, a farla ridere a proposito di tutti i tipi comici che si trovavano in quella società.

— Ti sei lasciata addomesticare? — le chiese Giulia Viscari in un angolo.

— O Dio, come resistergli?

Però la sua ironia cominciava a non essere più sincera. Adesso non le riusciva di reprimere un leggiero sussulto, quando lo incontrava. Egli la cercava, tornava a ballare con lei, a darle il contagio del suo riso argentino, pieno d'una simpatia irresistibile, a guardarla con quegli occhi azzurri che dicevano: «Non è vero che siete una bambola; mi piacete!» Una domenica, uscendo di chiesa, la zia si fermò con una signora: era la duchessa di Castrovecchio, sua madre. Il giovedì seguente, venne a far loro visita.

Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo, ella beveva l'aria avidamente, si chiedeva: «È vero?» e si rispondeva: «È vero, è vero!» vedendo che egli non lasciava sfuggire un'occasione d'avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l'animavano: voleva civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d'amore come i Reuzzi delle fiabe!... E lei? era sicura di non volergli bene anche lei?... Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora? Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un poco, fingendo d'accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti; quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno alla vita dell'amica, le parlava all'orecchio, la baciava in viso, per tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena di lei, osservando di sbieco l'espressione appassionata con cui egli se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe d'Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro. Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell'atmosfera calda e profumata dei saloni viveva come nell'ambiente vitale. Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva incessantemente: «Sono amata! Sono amata!» Sartana era innamorato di lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose indifferenti con la voce piena d'un tenero turbamento... Il suo primo amore! Il suo grande amore!... Dei sorrisi di compassione le fiorivano sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino Francia, a Luigi Accardi, all'ufficiale di Messina. Sciocchezze, ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s'inpegnava, che la felicità della sua vita dipendeva da quell'amore. Ma lui, perchè non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?... Certe volte pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà, degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava, dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un tratto!... Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di passi, l'apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita ch'ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava dinanzi con l'evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba... un uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura... un lamento straziante... E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file veniva su dalla via.

Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d'esser una creatura provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d'un cuore più sensibile, d'una fantasia più impressionabile, votata ad un destino più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi, dell'Aleardi: v'erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri che la facevano piangere!

Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s'ingolfava in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora avveniva che, nell'animazione regnante tra le folle eleganti, nel tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino ricchissimo ma un po' grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in caricatura, rifacendo i suoi «cosa?» e i suoi «sfido!», il cavaliere Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili, ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro, dove ella non distingueva, non sceglieva... Sì, vi era uno a cui ella pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di rompicollo coraggioso, di viveur à outrance.

— Caimi ti fa la corte! — le aveva detto una volta Giulia, ed ella si era accorta che era vero: dall'alto del suo stage, col magnifico attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l'inseguiva a passeggio; e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito, però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell'altro, e l'idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse, malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: «No, no; poveretti!...» E adesso Sartana s'era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso, fingendo di non accorgersi di lei!...

Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina! Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si degnasse di pronunziarsi?

Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca, egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere, nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri. Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui era volubile, faceva il gallo della Checca — secondo l'espressione di Giulia Viscari — e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato era con la Filaruta; Pietro di Santà aveva compromessa la Carosia, Caimi aveva tante donne, ballerine, attrici, le altre...

Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita.

Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane:

— Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...

Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.

Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:

— La signorina ama molto la Germania!...

— Sì, per l'appunto; è una nazione seria.

— Ma pesante, via, ne convenga!

— Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese...

E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile. Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette, di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano, qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:

— Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in bocca?

Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile: bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice Emanuele s'arrendesse.

Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva. La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto e adottato: Sfido io! l'ex tenente Bracciaferri, Costantinopoli il cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare la capitale dell'Oriente in ogni discorso, Hop-hop il barone Sirniani che voleva fare lo sportman, Bébé il vecchietto Sibiliano, la gran cassa Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre più inquietanti, Cachemir il Vardas, che si chiamava semplicemente Casimiro, il Poeta Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali, costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il tributo che le spettava...

VII.

Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano attorno.

— Nessuno! — rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi d'intelligenza che marito e moglie scambiavano.

— Vediamo: Bracciaferri?...

— Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante maggiore? un carambolaio!...

— Sibiliano, allora?...

— Già, per fargli la pappa...

— San Demetrio?

— Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto soigné!... coi calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!...

— Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te?

— E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra nipotina?

Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare: «Sappiamo! sappiamo!...»

Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a bruciapelo:

— Ed Enrico Sartana?

— Chi, San Giorgio cavaliere? — rispose subito lei, piegando un poco il capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.

— Eh! eh!... — tossicchiò lo zio.

— Perchè?... — chiese lei arrossendo un poco.

— È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?

— Assolutamente.

— Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?

Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: figlia mia?...

Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante — e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?

Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: «Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare, nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?

Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.

— Che dicevate di bello? — chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia.

— Nulla... una notizia di matrimonio...

— Ah, sì?... E chi sposa?

— Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si dice... Io l'ho saputo da mia cugina.

— E lo sposo?... — insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.

Rosa rispose, evitando di guardarla:

— Dicono, Enrico Sartana.

La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la sosteneva.

— Una bella coppia! — disse, componendo le fredde labbra a un sorriso, intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. — Sarà una bella coppia!

Giulia la condusse dinanzi a una finestra.

— Soffri?... — le chiese amorosamente.

— Io? No... Perchè dovrei soffrire?

Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?... Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?... Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!...

Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell'altra?

Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì, dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.

— Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non t'ama... Grulla, hai visto?

E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana.

— Oh, voi!...

Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:

— Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!...

— Sì, davvero... — rispose lei, tutta intenta a comporre il suo mazzo. — Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie congratulazioni...

— A proposito di che?

— Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina, una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di tutto cuore ogni felicità.

Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata; la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.

Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei fiori e quelle mani con una espressione appassionata:

— Non posso esser felice con chi non amo.

Una risata argentina le gorgogliò in gola.

— Allora, scusate, fate male a sposarla!

— Infatti, non la sposo.

— O dunque?...

I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco.

— Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore...

— No, non lo so... — rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi, sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.

— Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro.

Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie. Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano rapidi e brevi come baci.

— Teresa, voi non potete augurarmi la felicità — continuava il giovane — potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi mi sostenete, se non mi abbandonate!...

Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:

— Ah, son io che v'ho abbandonato?

— Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora... Sentite: vicino a voi, per sempre!...

Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:

— Teresa!... Teresa!...

— Eccomi... son qui...

Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani, scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per sempre suo!...

Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima, attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo, della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna. Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito, perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri, incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia, non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta, ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...» si vedeva già dame, con degli abiti à traine, scollati, con dei gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii, con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo Sartana, ma rimesso a nuovo, con una victoria dai cavalli piaffant sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo boudoir, dove le sue amiche sarebbero convenute per il five o' clock... e poi dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno...

Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte buttato malamente in un canto.

— Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!...

— Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare...

E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente, corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle riprese più vivaci:

— A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo... Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!... Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi dico che la vedremo!...

E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.

— Che cosa è stato? — chiese ella, entrando.

Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.

— È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un villano...

— La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!...

— Ed io non conto? — proruppe ella.

— Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?

— La vedremo!...

E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si studiava di parer calma:

— Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo...

— Perchè, nonno? — gli rispose, tranquillamente — Cosa vuoi che venga a farci?

— Perchè così mi piace! — esclamò lui. Poi riprese: — Perchè succedono delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li tolgo io dal capo alle persone...

— Io non ho romanzi pel capo, nonno...

— Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?... dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la caccia alle doti...

— Nonno!...

— Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!...

Ella disse:

— Che cosa importa! Io gli vo' bene.

— Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te? Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti, per vedere qual'è il pezzo più grosso?

— Questa è una volgare malignità.

— Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, la volgare malignità... Dove le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene, stupidaccia?

E piantò tutti un'altra volta.

Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce; attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii, non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo, incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico, don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere che quell'intrigo gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo, masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel matrimonio.

— Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin dei conti!...

Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però, irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta!

Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico, accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze, della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?... No! no! Ella quasi gridava no! nella ribellione di tutto il suo spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno, entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!»

Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso, morto per lei!...

— Zia!... In nome di Dio, la verità...

— Non è nulla!... — rispose la zia. — Lo hanno costretto a partire.

— Partito?...

— È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti...

Ella vacillò, stese le mani e cadde.

Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che egli non mirava più?... Oh, mai, mai!...

Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa.

VIII.

Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno, non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto, oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città — e non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...» Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito, aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.

— Puoi star sicuro che io non mi mariterò — gli aveva risposto, con voce pacata.

— Sentiamo quest'altra, adesso!...

— È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai, anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto, ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.

Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne dei consigli che le conoscenti — non aveva più amicizie — le chiedevano sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando la vecchia collezione del Journal pour tous, tutti i libri del nonno e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i Promessi Sposi che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi: Ettore Fieramosca la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata dalla commozione, declamava i versi del Marco Visconti:

Rondinella pellegrina Che ti posi sul verone...

o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi piangendo, le strofe della Serventese:

Nella stessa oscura cella — Entro un sol letto di morte La più bella — ed il più forte Poser taciti a giacer. Lampeggiar parve d'un riso — Al levar della celata Presso il viso — dell'amata Il sembiante del guerrier.

Un giorno, leggendo l'Edmenegarda del Prati, le venne in mente di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di casi straordinarii? Così, comperò della carta reale, la migliore che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul frontespizio: Memorie della mia vita, rimandò a un altro giorno la composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.

A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima; pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio; ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle — un gesto che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un tic nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata, faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei rispondeva:

— Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile...

— Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti contenta?

— Nulla, nonno!... Sono contentissima!

— Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi andar via? Vuoi andare a Napoli?...

— No, non voglio nulla...

Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto, alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna, vederlo impallidire ad un tratto — e poi rifiutare di ricevere le persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi, ella non gli avrebbe chiesto mai nulla...

Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto. Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che le facevano pena, perfino — poveretti! — o certe volte dei giovanotti messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:

— Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti domando nulla, a te...

Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo, di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.

Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan le gote.

Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva; andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo, di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava, e il vuoto della sua vita le pareva più grande.

Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un giorno, come la Gazzetta di Messina annunziò l'arrivo della squadra in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:

— Si va a vederla?

— Andiamo! — disse il nonno. — Facciamo svagare i ragazzi!...

Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.

Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese nella sua toletta le cure d'un tempo.

Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano: Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!... Ella entrò nel momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi: dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco, rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte, ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!... Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato maggiore.

Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la descrizione nella Gazzetta di Messina, ella stupiva tutti con la precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata una signorina così al corrente di certe quistioni.

— I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola che è la perla dei mari!

Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.

— Non sarà possibile visitare le navi?

— S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora — rispose il giovane, premurosamente. — La signorina non ne conosce nessuna?

— No, ed è un torto...

— Che ci prometterà di riparare...

Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al ricevimento del Municipio.

— Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà...

Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto. Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta, l'ombrellino di merletto écru, le scarpette sboccate che lasciavano vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente, alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio. Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte; ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.

— Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi...

Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino, e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone. I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo, partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano anch'essi, incitando i compagni: Palestro!... Roma!... Arranca, arranca!... Roma!... San Martino!.... Un clamore, dei battimani, il timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi alle signore, ella propose vivacemente:

— Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!...

Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?

— Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre?

Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.

— Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra, fatevi dare la statuetta che è sull'étagère del salotto, sapete... e a casa di queste signore...

Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave, e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco. Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:

— Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla grazia splendente...

— Lei fa dei madrigali!...

La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei visi di marinai febbricitanti.

— L'ospedale.

— Povera gente!

S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla lunga, poteva riuscire monotona.

— È vero!

L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva dovuto superare, l'opposizione della sua mamma — e l'ideale finalmente raggiunto.

— Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della terraferma.

E gli occhi aggiungevano: «È questa, l'ora...»

Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara, trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con l'ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta toccò al timoniere della San Martino; l'ufficiale, vedendola portar via, mormorò:

— Peccato!...

E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un vivace ballabile. L'ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera fresca, alla grand'aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un buffet sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, egli che ballava un'altra volta con lei, premendole appena la mano, nell'onda luminosa che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno... Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale, nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell'ufficiale le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. «Peccato!...» egli invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva: forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita di lui per mandarlo a terra. L'imagine del tenente, dolce, seria, distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò vuota, deserta. Nella notte, era venuto l'ordine di partenza, e la squadra aveva salpato, all'alba.

Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo cuore, al pensiero di quell'incontro rapido, imprevisto, che non si sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell'uomo? Non ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che qualcuno, attraverso ai mari, portava via l'imagine di lei chiusa in cuore: un'impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata l'eguale...

E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano cupi e profondi. Un disprezzo l'animava contro tutta la gente da cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d'ogni sua parola, d'ogni suo atto — come quella proposta dei premii per le regate, che non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente. Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura? Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?... A volte, la prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli che dormivano l'eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di Paola, e il suo dolore finiva in pianto.

L'orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di darsi per vinta — e i suoi giorni erano adesso d'un grigio che niente rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all'amicizia, si rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d'aver letto male, suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l'amica non le aveva giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva sfidare l'universo? Come era dunque possibile?... Ed era vero! Ed ella si diceva, scrollando le spalle: «Dopo tutto!...» Che cosa era infine l'amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su di esso! L'amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla, di scomparire, di amare delle altre! V'era l'interesse, più forte dell'amore; v'erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva compreso questo, ed anch'ella lo comprendeva. Ancora facevano di lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo partito che capitava? Ne prendeva l'impegno con sè stessa; ma sempre la volgarità, la goffaggine, l'ignoranza di quella gente la faceva indietreggiare, inorridita. Maria Ferla s'era fatta sposa con uno di Patti, un milionario; il giorno che era entrato in casa della promessa, egli le aveva regalato un braccialetto di brillanti, dicendole: «Prendi questo, per adesso; poi te ne darò uno più caro...» Non sarebbe ella morta, se avesse udite queste parole rivolte a lei? Dove trovare lì in mezzo qualcuno che realizzasse il suo sogno di nobiltà, di eleganza, di cavalleria? E a poco a poco veniva anche rassegnandosi all'idea d'una mediocrità alla quale le conveniva adattarsi, se voleva vivere un'altra vita, d'un pis aller che doveva accettare per romperla una volta con quell'esistenza che era peggio della morte...

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