← Table of contents
L'Illusione

PARTE SECONDA. (continued 2)

Reading edition

Venne a trovarla due giorni dopo; ella era sola.

— Partirò presto... — annunziò, con una sfumatura di tristezza nell'accento, dopo averle parlato di cose indifferenti.

Ella disse, con un falso sorriso, per provocarlo:

— Non la tratteniamo... L'aspetteranno!

— S'inganna!... Nessuno m'aspetta... come nessuno m'ha aspettato.

Il colpo era diretto a lei. Ella abbassò gli occhi. L'altro continuava:

— Avevo sognato... avevo sperato di poter ottenere una immensa felicità... Mi duole troppo di vedere che questa felicità è d'un altro... Non so rassegnarmi ad esserne spettatore!...

Il cuore di lei batteva violentemente. Una musica di parole turbatrici, mai udite; una sincerità commossa d'accento in quel rammarico sommesso di cui ella era l'oggetto... Ella era l'oggetto di quella passione! qualcuno l'amava! glie lo diceva!...

Egli s'alzò, sospirando. Fece qualche passo; poi le si avvicinò nuovamente, le disse:

— Come avete potuto dimenticare?

Ella rispose, guardando lontano:

— È la colpa della vita!

Subito si pentì, indietreggiando, poichè egli le era quasi ai piedi, le prendeva una mano, glie la stringeva con forza.

— Dunque lo confessate? Voi non siete felice?... Sapevo che non era possibile!.. Quell'uomo non è fatto per voi!.. Oh, se sapeste!... — Poi, con più fervore, stampandole un bacio sulla mano, soggiunse — Teresa, io vi amo!...

— Barone!...

S'era alzata, liberandosi da lui.

— È troppo tardi... io non posso ascoltarvi!... Qualunque sia lo stato dell'animo mio, ho dei doveri: bisogna che io li adempia, a qualunque costo.

— A costo del vostro cuore, a costo della vostra felicità?

— A qualunque costo!

Ella si lasciò ricadere nel suo cantuccio. Vide che egli si stringeva la fronte tra le mani; a un tratto le tornò dinanzi.

— Ebbene, sia... ma lasciatevi amare, se non mi amate!... non è un delitto questo!... Voi non potete impedirlo!...

Era il suo sogno: un amor puro, un affetto secreto che occupasse l'anima, che illuminasse la vita.

Ella taceva, dicendo di sì col pensiero. Così egli non partiva, tornava ancora a trovarla, a ripeterle delle parole di fuoco quando erano soli, a dirle con lo sguardo: «Vedete a chi vi sacrificate?» quando Guglielmo, non prendendosi più soggezione dell'amico, si rivelava qual'era. Le baciava la mano, tentava di abbracciarla: ella gli sfuggiva, mettendolo a posto con una parola, godendo del dominio che esercitava su di lui, inebbriata dalla passione che aveva destata, dagli stessi pericoli che correva, impedendogli di continuare quand'egli si faceva troppo insistente, ma aspettando sempre che ricominciasse.

Ella si domandava: «Cadrò?...» e al pensiero colpevole, all'idea del peccato, chiudeva gli occhi, giungeva le mani: mormorando: «No, no!...»

Una volta ella aveva il suo bambino in braccio; come si mise a baciarlo lungamente, egli disse:

— Non baciate così!

— Oh!... da quando in qua si proibisce alle mamme di baciare i proprii bambini?...

— Si proibisce di far dannare la gente!...

Ella rideva, sentiva disarmarsi, e come anche lui dava dei baci al suo figliuolo dove ella stessa lo aveva baciato, si sentì turbare, chiamò Stefana per riconsegnarle il piccolino.

Di tanto in tanto, egli annunziava drammaticamente:

— Partirò domani...

— Fate un buon viaggio — augurava ella, con un sereno sorriso.

— Come siete fredda!... Come siete senza cuore!... Come nulla vi scuote!... Io potrei morirvi dinanzi senza costarvi un palpito solo!

— Non sono fredda, sono saggia.

— Siete senza pietà!

Altre volte egli supplicava:

— Se andrò via, se non resterò qui, che cosa temete?... Chi saprà nulla?... Non avrete a temere neppure di incontrarmi: non vi verrò mai più dinanzi...

— E la mia coscienza?

— Ma un'ora d'ebbrezza, il paradiso per un'ora, da ricordare per tutta la vita?... Sì?... dite di sì?...

Ella rispondeva, sentendosi struggere:

— No.

Non sapeva ella stessa come quelle risposte le salissero alle labbra. Quell'uomo le piaceva, la tentazione era piena di fascino, ed ella si stupiva di non trovare l'argomento capitale contro quegl'incitamenti: l'impossibilità, per lei, di ammettere il capriccio di un'ora.

Un giorno che Guglielmo era in campagna, egli fu più insistente del consueto.

— Abbiate pietà di me!... Siamo soli, che cosa temete?

E la baciò sulla bocca.

— Scostatevi!... Io ho in custodia l'onore di un uomo... di un vostro amico!... Sarebbe una slealtà...

— Ma egli vi tradisce... con chi è indegna di alzar gli occhi su di voi!

— Vorreste che diventassi un'indegna anch'io?...

— Sempre il freddo ragionamento! Come siete calcolatrice!... ed io, come sono...

Ad un tratto l'afferrò per la vita, la piegò a viva forza, la rovesciò sul divano.

Tremando, balbettando, respingendolo con le braccia irrigidite, ella disse:

— Per pietà... ve ne scongiuro.... lasciatemi... No, per pietà!...

Egli si sollevò, pallido e sconvolto.

— Sta bene... poichè non volete...

Si contorse i baffi, girò intorno il capo come in cerca d'aria; poi soggiunse:

— A rivederci.

Ella gli stese una mano, supplicando:

— Accardi, sentite... siate ragionevole...

— Sta bene, sta bene... A rivederci.

E andò via.

Qualche giorno dopo Guglielmo venne a dirle:

— Luigi ti saluta; non è potuto venire. È ripartito per Milazzo.

Ella restava immersa in un muto stupore dinanzi alla forza della propria virtù.

V.

— Guarda, guarda un po', quell'imbroglione di tuo nonno!...

Era sorta una lite, provocata dai creditori di Ragusa, l'antico proprietario del Gelso. Sostenevano che costui li aveva frodati, vendendo quel feudo quando, pei suoi tanti debiti, non poteva più considerarsene come padrone. Si parlava di rivendica in danno, di azione pauliana, pioveva della carta bollata e Guglielmo ne spiegazzava dei fogli:

— Guarda in quali impicci mi mette!... Questa è la tua famosa dote!... M'ha venduto la pelle dell'orso, capisci?... Una causa sulle spalle!...

— È forse colpa mia?... Che cosa posso farci? che ne so?... Perchè te la prendi con me?

— Già, è lo stesso che dire al muro!... Hai la testa ai nastri, agli svolazzi: queste son le cose di cui t'intendi!...

E come più l'affare minacciava di complicarsi, più se la prendeva contro di lei.

— Hai visto, eh?... Senti quel che dice l'avvocato? Una causa che durerà degli anni!... Capisci in che imbrogli mi cacciano?...

— Ma Guglielmo — protestava allora — perchè affliggi me, adesso?

Egli si traeva indietro, turandosi la bocca, affettando di prodigar delle scuse:

— Perdono, sai!... Scusa!... Non lo farò più!... La colpa è tutta mia!...

Poi riprendeva:

— Questa è la famosa dote!... Sono più le noie che altro!... Capisci?... Perchè tu non te ne venga con la tua famosa dote!... Imbroglione ed intrigante! Gli puoi esser grata, a quell'intrigante di tuo nonno!.. Già, la colpa è mia, che mi son lasciato mettere nel sacco!...

Lo sdegno le ribolliva in cuore, nondimeno taceva, soffriva, lo lasciava dire. Avrebbe voluto minacciarlo, confonderlo con la rivelazione dei propri meriti; ma non diceva nulla, disgustata, insofferente di vederselo dinanzi, non sperando altro che di esser lasciata in pace. A poco a poco, l'infelicità di quella sua condizione veniva conosciuta da tutti; ella stessa, senza lagnarsi apertamente, senza riferire i suoi motivi di dolore, faceva comprendere agli intimi lo sconforto in cui viveva. Tutti la compiangevano; alcune le dicevano:

— Voi siete una santa!... Un'altra al vostro posto gli avrebbe reso pan per focaccia...

Con Giulia, era più espansiva; le narrava quel che suo marito le faceva soffrire, le esortazioni interiori che ella rivolgeva a sè stessa.

— Che fare? Urtarlo di fronte? ribellarmi?... È peggio ed inutile!.... Andarmene? e come? per far che? con un bambino, un innocente che c'è di mezzo? Domando al Signore di darmi forza! lo lascio dire, lo lascio fare, lo evito... purchè mi rispetti...

Giulia le dava ragione, si lagnava ella stessa della condizione disgraziata che la società faceva alle donne. Toscano cominciava forse a trascurarla?

Ella lo aveva visto spesso vicino a una signora di Girgenti, la baronessa Cannetto, venuta a stabilirsi a Palermo: una donna matura, ma libera, sul conto della quale si dicevano tante cose e che molti uomini circondavano. Guglielmo glie l'aveva presentata, quasi forzandola a trattarla.

— Per questa qui non ci sono difficoltà? — aveva osservato lei, in tono leggermente ironico, ma senza secondo pensiero.

E un giorno, quando un'intimità s'era stretta fra loro, la zia Carlotta le disse;

— Non ti far vedere troppo con quella donna.

— Perchè?

La zia non volle rispondere altro; ma Giulia le ripetè più tardi la stessa cosa, e allora, subitamente insospettita, ella esclamò:

— Tu sai qualche cosa!... Dimmi tutto!... Sarò forte, vedrai...

— Ma no, nulla...

— Non sei sincera!... Vo' sapere... te ne scongiuro!... Mio marito!...

Come l'amica non rispondeva, ella si portò una mano alla fronte:

— Con lei?... Oh!

Restava interdetta, dallo stupore, dalla mortificazione: una vecchia, a quarant'anni, ritinta, infinta... quella vecchia era preferita a lei?

— E si vedono?... Oh, te ne prego, non mi nasconder nulla!... Guarda: sono tranquilla; che cosa potrei fare?... Si vedono, dove?...

— In una casa... fuori porta Sant'Antonino... T'assicuro che non so precisamente dove...

Anche questa! Questa con le altre!... Ed ella si ripiegava ancora su sè stessa, inghiottiva l'amaro, rinunziava ai lamenti sterili, ridicoli ed umilianti. Non metteva alla porta quella smorfiosa, la riceveva, le restituiva le visite, studiando il suo contegno, misurando la sua falsità. Con la bocca chiusa, il collo un poco piegato, colei le prodigava elogi, dimostrazioni d'amicizia, la chiamava amorino mio, la baciava in viso! Ella sentiva la tentazione d'incrociare le braccia, di guardarla bene negli occhi, di dirle, lentamente: «Spudorata, a chi vuoi darla a intendere con le tue smorfie? Come hai il coraggio di comparirmi dinanzi?...» Quarant'anni? Ma doveva averne di più. Sotto la veletta, sotto la cipria, si potevano contare le rughe! Le mani con le dita cariche di anelli sfolgoranti facevano pietà! I capelli dovevano esser tinti! Ed era costei che le preferiva! Che cosa aveva dunque, che cosa sapeva fare, per sedurre ancora gli uomini?... Ma non era piuttosto per l'attrattiva del nuovo, del diverso, del frutto proibito, che suo marito preferiva quella vecchia a lei, giovane e fresca, ma saputa e risaputa? Non era il desiderio del nuovo, del diverso, del frutto proibito che metteva in lei stessa un'irrequietezza, uno scontento, una febbre intermittente di cui Sampieri ed Accardi avevano provocato due assalti?... V'era della gente che conosceva le delizie della passione, il sapore del mistero, l'emozione del pericolo! Pericoli, spasimi, torture, tutto era seducente, tutto dava valore all'esistenza! Tutto era compensato dalle ebbrezze divine, dalle estasi misteriose... Sognandone ad occhi aperti, languendo di desiderio, restava lunghe ore immobile sopra una poltrona, o a letto; a un tratto, si sollevava protendendo il busto, offrendosi, come se un essere presente ed invisibile, come se un fantasma, come se l'aria potesse abbracciarla, porgendo l'orecchio come se qualcuno mormorasse delle parole d'amore. Sola nella sua carrozza, si stringeva in sè stessa, imaginando di avere una persona cara al fianco, di far sentire a questa persona il proprio corpo, freddolosa e innamorata. Se incontrava delle donne sole procedenti a capo chino lungo i muri, supponeva che tornassero da un convegno d'amore; gli uomini vi correvano, e tutti avevano un secreto compenso alla volgare monotonia della vita. La felicità degli altri faceva la sua infelicità: ella non avrebbe mai conosciuto i palpiti e i delirii che aveva provati in sogno! Eppure, si sentiva un cuor tenero e forte, una fede viva e profonda: nessuna di quelle altre le pareva altrettanto degna d'amore quanto lei stessa. Si giudicava capace d'una passione grande, immensa, imperitura: l'aspettava, l'affrettava... Poichè suo marito veniva meno a tutti i suoi doveri, non era ella sciolta dai proprii? A che cosa era tenuta verso di lui? Ognuno avrebbe preso per la sua via; dinanzi alla gente sarebbero rimasti uniti, salvando le apparenze, come ella aveva letto che si faceva nelle grandi famiglie aristocratiche, a Parigi, a Londra. Non le importava più nulla degli intrighi di suo marito; era tacitamente inteso che ognuno riprendeva la propria libertà.

Una volta, rientrata tardi dopo aver fatte molte visite, il cameriere le disse:

— C'è stata la baronessa Cannetto.

Ella rispose tranquillamente:

— Va bene... Le hanno detto che non c'ero?

— Non so... credo di no, perchè è salita... l'ha ricevuta il signor cavaliere...

— Ah!...

Ella si morse le labbra. Ancora quest'altro affronto!... Però la sua maggiore irritazione era contro sè stessa, che non restava indifferente come aveva giurato. Il domani, nel suo salotto, chinatasi a raccogliere il tagliacarte cadutole, vide qualche cosa per terra, accanto al poggia-piedi. Una forcina da capelli... una forcina non sua, come ella non ne aveva portate mai!... Tutto il sangue le montò al viso; rapidamente, senza un istante di esitazione, andò in camera di suo marito.

Egli leggeva un giornale, fumando, sdraiato sopra una sedia a dondolo. Gli disse, freddamente:

— Un'altra volta, quando riceverai in casa mia le tue ganze, procura che non dimentichino nulla.

Guglielmo abbassò il giornale, guardandola curiosamente.

— Sei ammattita?

— Rimanda la sua roba a quella sfrontata, se non vuoi che la rimandi io stessa con un mio biglietto da visita!

E gettò la forcina sopra un tavolo.

— Ma di chi diavolo parli?

— Ah, non lo sai?... Non mentire, guarda; perchè io posso tollerar tutto, fuorchè la menzogna!

Egli ripiegò il giornale, mettendosi le mani in tasca.

— Adesso ti pregherei di non rompermi il capo.

— Sì, non è vero?

— Precisamente... Mi secchi l'anima, con le tue tragedie! Ieri è venuta una signora, io stavo per uscire, s'è fermata un momento. Sono cose che accadono tutti i giorni.

Ella batteva un piede, incrociando le braccia.

— Proprio?... Ma perchè accadono precisamente a te? Perchè non accade a me d'essere ricevuta da un signore, solo?

Come egli scuoteva tranquillamente la cenere del proprio sigaro, ella stese un braccio:

— Ma bada, sai!... Quello che non è accaduto potrebbe un bel giorno accadere!

Allora egli scoppiò a riderle in viso.

— Ah! ah!... ah! ah!... ah! ah!

— Guglielmo, non ridere!... Guglielmo, bada!

— Ah! ah!....

— Bada che finora ho sopportato, ho sofferto, ho resistito... bada!...

— Che vai minacciando, sciocca? imbecille?...

— Di gettarmi in braccio al primo venuto!

— Fàllo!... Próvati!... Ed io non ti caccio a pedate, sciocca che sei? Non mi libero di te?...

— Sta bene! Si resta intesi!... Soltanto, avverti quella sgualdrina di non metter piede in casa mia...

Egli si alzò, dicendo con voce minacciosa:

— Casa tua?.... Casa tua?.... Questa è casa mia, qui comando io, capisci?.... Qui tu non sei nulla!...

— Io ti prometto che se colei mi comparisce ancora dinanzi, la mando ruzzoloni per le scale.

Allora le si avvicinò rapidamente, alzando un braccio.

— Ah, sì?... — gridò, coi denti stretti, il pugno chiuso, gli occhi iniettati di sangue. — Ah, sì? Ed io ti prometto che farò venir qui tutte le ciabatte di Palermo, qui dentro! in camera mia! te presente! capisci?... tutte le ciabatte di Palermo, quelle da una lira, capisci?...

Ella sentì un gran freddo passarle per la schiena. Egli continuò:

— Qui, in casa mia, dove io sono il padrone, e tu niente!... dove tu sei venuta a ficcarti per forza, dove ti ha ficcata quel farabutto di tuo nonno.

— Oh!

Ella si ritrasse, lentamente, barcollando, cercando un appoggio con una mano, portandosi l'altra alla tempia. I polsi le battevano con violenza, un velo avvolgeva tutte le cose; ella s'aggirava per la sua camera automaticamente, non sapendo quel che facesse. A un tratto gridò, buttando indietro il capo, stendendo minacciosamente il braccio, increspando le narici:

— Lo farò, sai!... lo farò!...

L'abbattimento soprovveniva, tanto più profondo quanto più forte era stata l'esaltazione. Ella sentiva a un tratto che quei propositi di vendetta erano vani, perchè ella non avrebbe saputo come fare, perchè le repugnava darsi a qualcuno, così, freddamente, senza amore... Dei lunghi giorni passavano, durante i quali ella non vedeva più suo marito altro che a pranzo, dinanzi alle persone, scambiando con lui una dozzina di sillabe. Chiusa nelle sue stanze, delle fantasmagorie le sfilavano dinanzi: rievocava tutta la sua vita passata, e pensando alla storia del suo matrimonio, un pentimento smanioso la rodeva: come era caduta nello stesso errore di sua madre! Perchè non s'era ribellata in tempo? Cento volte, la condotta di quell'uomo glie ne aveva data l'occasione: una sola parola sarebbe bastata a salvarla! Che fatalità! E non potere distruggerla più! Doverne subire eternamente il peso!... Se avesse saputo evitarla, come la sua vita sarebbe stata diversa! Enrico Sartana l'avrebbe fatta felice: perchè non lo aveva aspettato? Si accusava, riconosceva che la colpa era stata sua! E si metteva a pensare a lui, assiduamente. La ricordava ancora? Si sarebbero incontrati mai?... Adesso egli viveva a Napoli, e la notizia del suo matrimonio corse un giorno per tutta Palermo: sposava un'ereditiera, la duchessa di Santorsola. Allora, anche quel ricordo andò svanendo: le restavano solo gl'inutili pentimenti, le dolorose imaginazioni della felicità che altrimenti le sarebbe toccata, le vane aspettazioni d'un compenso al quale sentiva di avere diritto. Disperando di ottenerlo, si proponeva di rinunziare al mondo, di ritirarsi in campagna, di darsi tutta all'educazione di suo figlio. Se lo faceva recare vicino, trovandolo un amore, compiacendosi del suo precoce sviluppo; però il bambino non restava volentieri con lei, o aveva delle voglie insaziabili, o metteva tutto sossopra. Ella tentava di riafferrarsi alla vita esteriore, ma la vuotaggine delle conversazioni, la grettezza dei giudizii e dei pregiudizii finivano di disgustarla. La provincia non era fatta per lei, e il rancore contro suo marito cresceva, poichè egli non aveva neppure mantenuto la promessa di stabilirsi a Roma, di passarvi almeno gl'inverni. Ma avrebbe preferito farsi tagliare la lingua piuttosto che dovergli qualche cosa, e precipitando in una sfiducia infinita, s'appartava, usciva di rado, faceva poche visite. Durante una di queste, dalla marchesa di Carini, le presentarono un forestiere: il conte Aldobrandi. Non era giovane, ma ella non aveva ancora l'idea d'una distinzione come la sua: se invece d'essere innanzi a due piccole provinciali si fosse trovato in cospetto di due regine, non avrebbe potuto contenersi altrimenti.

— Ha detto, Aldobrandi? — chiese alla marchesa, quando egli si fu congedato.

— Sì, gli Aldobrandi di Firenze, sa bene...

— E cosa viene a far qui?

— Cerca casa; precede sua moglie che viene da noi per salute.

— Ah! è ammogliato?

Non lo avrebbe supposto. Rivedendolo una sera a teatro, notò che egli la guardava con insistenza. Era già legato con suo marito, venne a trovarla nel palco. Ella ne provò un'intima sodisfazione. Tutti gli occhi del pubblico elegante erano su di lui; le piaceva mostrare che ella riceveva fra le prime i suoi omaggi; e riprendendo a un tratto la padronanza di sè, cominciò a sfoggiare tutto il suo spirito, la sua seduzione. Egli era stato nella diplomazia, parlava del suo soggiorno di Madrid e di Bucarest; un poco del fascino regale gli si era attaccato. Venne a trovarla a casa; per istrada, al passeggio, la seguiva in carrozza, la salutava tre, quattro volte, voltandosi sempre a guardarla.

Ella pensava: «Ci siamo! Mi fa la corte!» Gli dava un po' retta, lo guardava a sua volta, lusingata che un uomo suo pari, nella cui memoria doveva esserci un harem, notasse una provinciale come lei. Però, non ammetteva che egli potesse essere pericoloso: le piaceva fisicamente, lo trovava d'uno chic supremo; poi pensava che aveva moglie, che doveva avvicinarsi alla cinquantina, e non ammetteva che potesse esservi nulla fra loro.

Il conte tornava a trovarla, le dimostrava in ogni occasione la propria preferenza, la ubbriacava di lodi, le diceva che il suo salotto era il più attraente di Palermo, che ella era la dama più elegante e spiritosa di Sicilia.

— Via, non m'aduli!... — fingeva ella di protestare, sorridendo — Lei non le conosce tutte...

— Crede dunque che ci sia bisogno di conoscere le persone per giudicarle? Non basta vederle? Non vi è un'impronta, una linea, qualche cosa che rivela, da mille miglia, la grazia, l'intelligenza, tutti gl'istinti più alti e più nobili?

Ed accompagnava le parole con un lungo sguardo scrutatore, che diceva: «Quest'impronta, questa linea, questo qualche cosa lo vedo in voi, nei vostri gesti, nel vostro abito, nel vostro corpo...»

Ma ella scrollava il capo, ribattendo:

— L'argomento è abile... fa onore al suo talento di diplomatico...

— Questo vorrebbe dire che io fingo?

— Che grossa parola! Non fingere, ma... dare a intendere... Quistione di sinonimi!...

— Dunque non mi crede?... E se io le dicessi che appena l'ho vista?...

Tutte le volte, però, che egli minacciava una dichiarazione, ella lo interrompeva, gli chiedeva notizie di sua moglie: «Sta bene?... E quando verrà?...» per rammentargli i suoi doveri, per fargli comprendere che quel linguaggio gli era interdetto. E con un senso di trionfo, vedeva che quelle allusioni lo imbarazzavano, turbavano la sua correttezza anglosassone, finivano quasi per irritarlo.

Finalmente la contessa arrivò: una bruna, alta, magrissima, senza petto, con due occhioni enormi, inquieti, febbricitanti; d'una eleganza indefinibile, originale, capricciosa e chifonnée. Ella si era legata con la nuova venuta, le aveva reso nei primi tempi tutti i minuti servigi che si debbono ai forestieri, mettendo a sua disposizione la propria carrozza, facendole da guida per la città, accompagnandola nel mondo. La contessa le dimostrava la propria gratitudine, confidandosi con lei, dicendo che trovava Palermo una bella città, ma che vi stava a malincuore, perchè aveva lasciato altrove la miglior parte di sè, perchè suo marito era per lei da tanto tempo un estraneo. Un giorno si erano chiamate di tu; ora ella la considerava come un'intima amica. Il conte, traendo profitto della frequenza dei loro incontri, insisteva nella sua corte, nelle sue allusioni; ella lo lasciava dire, sedotta da quella condizione drammatica, dalla lotta che imaginava si combattesse in sè stessa fra il rispetto che doveva all'amica e la simpatia sempre più forte che l'uomo le ispirava. Però, quando la contessa si lagnava della propria solitudine, ella la confortava:

— Ma tu hai accanto tuo marito! un marito che tutte t'invidiano! che è il cucco delle nostre signore...

L'altra alzava le spalle, affondava il capo nella touffe di tulle che portava sempre annodata intorno al collo esile.

— Te lo regalo... lo vuoi?...

Egli, come la capitava sola, riprendeva con maggiore insistenza:

— Avete giurato di farmi dannare?... Perchè siete così?...

— Così, come, di grazia?

— Così tentatrice, così diabolica, così divina?... Sorridete, sì; sapete che per un vostro sorriso qualcuno darebbe la vita?

— Ah! ah!... — ella rideva, di cuore. — Ma sa che lei è di pessimo gusto?... Ha sua moglie vicina, che vale tanto più di me...

— Lo dica un'altra volta!

— E parla del mio sorriso!... Ma il sorriso di sua moglie è un incanto!... Non mi parli, per carità, delle bocche piccole come la mia. Le labbra di sua moglie sono dei petali carnosi!... E quel pallore così distinto! e quello sguardo che affascina! quel languore pieno di soavità, quella voce che è una melodia!... Uomo, farei pazzie per lei!...

Sentiva quel che diceva, ma pensava pure che fosse dover suo tenergli quel linguaggio; poi ancora le piaceva ascoltar le proteste del conte, che erano altrettante esaltazioni della bellezza sua propria. E come egli, più umilmente, a voce più bassa, esprimeva il suo voto, ella lo interrompeva:

— Tacete!... No, mai!...

— Ma perchè? Vi dispiaccio tanto? Sono così disgraziato da riuscirvi intollerabile?

Messa alle strette, ella evitava di rispondere.

— Che c'entra questo?... Io ho dei doveri... e voi anche!...

Allora egli sorrideva un poco, scetticamente.

— Doveri?... Ma se da per tutto si fa così!...

E aveva preso a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa gelosia da Arabi andati a male dei Siciliani, narrando quel che si faceva da per tutto, le raffinatezze del piacere, gli sfrenamenti delle orgie. A poco a poco le sue parole diventavano più crude; ella avvampava, ascoltandole. Grandi dame che si vendevano, velate, in casa di provveditrici discrete, quando avevano bisogno di denaro; duchesse spagnuole che facevano chiamare i toreadori più gagliardi; alte cortigiane che ricevevano i principi nei letti dalle lenzuola di raso nero perchè il roseo delle carni spiccasse di più; le orgie imperiali di Saint-Cloud, le caccie aux flambeaux in cui le prede erano rappresentate da donne ignude... Malgrado l'ansia malsana di sapere quelle cose, ella gl'imponeva di tacere, si portava le mani alle orecchie; egli continuava. La contessa di Streetford, prima di andare a Corte, quando era vestita di tutto punto, sfolgorante di gemme, si abbandonava al suo cocchiere in livrea; la Cordellani riceveva con certi accappatoi ovattati che s'aprivano rapidamente, in modo che ella poteva mostrarsi tutta agli amanti negli intervalli fra una visita e un'altra; la principessa Valitzine, la celebre Russa, aveva dei gusti contro natura... Ella si chiedeva come era arrivata fino al punto che quell'uomo le parlasse così! Ritrovandola, egli cercava di ricominciare.

— Basta! — esclamava lei — non voglio saper nulla, non voglio nausearmi...

— Ma la vita è così!

— È molto brutta, convenitene...

— Bisogna conoscerla!

E le parlava delle donne che aveva avute: analizzava la loro bellezza, entrava in particolari intimi, faceva dei paragoni con lei, riferiva le fantasie, le stranezze che avevano avute alcune, le sensazioni che gli avevano procurato altre: una corsa di notte, in islitta, a Bucarest, sotto le pelliccie, in un deserto di neve; la visita fatta con la moglie del suo ambasciatore a un museo secreto... Le mandava dei libri, dei romanzi; ogni volta erano più arditi, più liberi. Ella si sentiva prendere insensibilmente, malgrado il proposito di resistergli. Fingeva di non comprendere le cose che le diceva, gli restituiva quei libri senza parlargliene, pensando così di non compromettersi; ma si sentiva tutta inerme dinanzi a lui, sedotta dall'idea ch'egli la desiderasse, vedendosi messa per questo solo a paro con tutte quelle donne più belle, più ricche, più nobili; presa certe volte, repentinamente, dalla folle tentazione di sentirsi giudicar tutta da un conoscitore suo pari... E una soggezione la vinceva, pensava intimidita che egli doveva trovarla molto provinciale; aveva paura, lei così padrona di sè, di commettere delle gaucheries. Egli era vissuto nel fasto delle Corti, conosceva i secreti delle alcove regali!... Però, come si faceva più ardito, ella lo scostava:

— No, è inutile!... Vostra moglie mi è amica... non la tradirò mai!...

— Tradire? No, non la tradirete...

Ella rovesciava il capo, lasciava pendere un braccio, oppressa, turbata, intanto che egli le alitava in viso, mormorando:

— Non c'è bisogno di tradirla...

VI.

Era stata una corruzione sottile, lunga e sapiente, una febbre malsana, la profanazione dei suoi sogni d'amor forte, schietto e trionfante. Non aveva amato quell'uomo, era stata ubbriacata da lui. Durante il torpore in cui i suoi sguardi e le sue parole l'avevano immersa, ogni tentativo di rivolta era stato soffocato dall'idea della propria ignoranza, dall'esempio delle altre, dall'ansietà di sapere, fin quando quell'uomo era andato via com'era venuto, da un giorno all'altro, portandosi qualche cosa di lei, del suo pudore, del suo candore, lasciandole in fondo all'anima, con un amaro disgusto, un'irrequietezza scontenta e come il bisogno d'una purificazione, d'un ideale lavacro.

L'improvvisa decisione di Guglielmo di partire per la capitale operò in buon punto una diversione nello spirito di lei. Il marchese stava sempre male, ma egli stesso aveva consigliato loro di andar via, per mettere un freno alla prodigalità pazza del nipote, che restando a Palermo, in mezzo alla Società abituata a vedere il suo lusso, non avrebbe mai saputo frenarsi. Il bambino era affidato, pel momento, alla zia Carlotta ed a Stefana.

I preparativi della partenza, le visite di congedo, il viaggio, la distrassero; ella era piena di vaghe fantasie, di aspettazioni indecise, cercava di rappresentarsi quel che le sarebbe accaduto in quella nuova fase della sua vita che stava per cominciare. Nei primi giorni di Roma, dinanzi alla folla sconosciuta, con l'oppressione d'un inverno rigido, non trovò che delle crisi d'angoscia muta e sconfinata. Poi, come lasciarono l'albergo per un quartiere piccolo ma grazioso, in via del Tritone, le cure dell'assestamento l'occuparono; a poco a poco la vita della capitale la travolse. Aveva cominciato per andare in casa di Mazzarini, il ministro siciliano legato con suo nonno da un affetto quasi fraterno; le sue conoscenze, lì, si moltiplicarono rapidamente. I salotti del ministro erano molto frequentati da uomini politici, da alti funzionarii, da ufficiali; non v'era però l'alta aristocrazia, le grandi dame fra le quali ella si struggeva di prendere posto. Una sera, si vide guardare da un giovane alto, magro, coi capelli bruni, i baffetti biondi. Malgrado gli anni trascorsi, lo ravvisò subito; il deputato Arconti, che aveva incontrato durante il suo viaggio di nozze. Avvicinatosi alla padrona di casa, egli le venne incontro insieme con lei.

— L'onorevole Arconti... — cominciò la Mazzarini.

Ella stava per dire qualche cosa; l'altro la prevenne:

— Io non so più se ella si rammenta che ebbi già l'onore di esserle presentato, cinque anni addietro...

— Ma sì, rammento benissimo...

— Il giorno dell'inaugurazione della legislatura passata, all'albergo di Milano...

Questa precisione di ricordi da parte d'una persona che doveva conoscere tanta gente la stupì un poco. Voleva dunque dire che ella gli aveva lasciata un'impressione speciale?... E intanto che egli parlava della Sicilia, del suo desiderio di andarvi, d'un giro che prossimamente vi avrebbe fatto in missione parlamentare, ella lo guardava, cercando di scoprire l'intimo pensiero di lui dietro alle sue parole rapide e calde, dietro al suo sguardo scintillante, penetrante, irresistibile. «Gli piaccio!...» si diceva; «che effetto produco su lui!» Ed ella restava piena della sua figura, della sua voce. Non era bello, ma pieno di simpatia, col fuoco che lo animava, con la schiettezza buona che traspariva dai suoi occhi vivaci. Un interesse che non voleva ancora confessarsi la induceva a parlare di lui, a chieder notizie intorno alla sua persona ed ai suoi casi. Così venne a sapere che egli apparteneva ad una nobile famiglia lombarda, ma che, alla Camera, sedeva verso l'estrema sinistra. Un gran dolore gettava un'ombra nella sua vita: fidanzato a una bella fanciulla, gracile e delicata, nel cui petto un germe mortale aveva già cominciato secretamente la sua opera distruttrice, egli era stato spettatore d'un'agonia straziata in entrambi dall'idea della felicità perduta sul punto che stava per essere raggiunta. Dicevano che il giorno in cui la poveretta s'era spenta, avean dovuto strappargli a viva forza il suo revolver, perchè egli non voleva sopravvivere alla creatura adorata. Era stato sul punto d'impazzire, poi aveva viaggiato lungamente; di ritorno in patria, s'era buttato alla politica. Possedeva una coltura brillante, era un oratore irresistibile, una natura di fuoco. Ella si lasciava vincere da una curiosità irrequieta, si chiedeva se quell'uomo potesse amare ancora, studiava il senso della premura con cui s'era fatto ripresentare. Aspettava che venisse a trovarla; lasciò invece una carta. Però lo incontrava sempre dalla Mazzarini; ed egli le si metteva vicino, le parlava a lungo: delle conversazioni attraenti, nelle quali il giovane mostrava una rispettosa deferenza per tutte le opinioni di lei. Ma come ella manifestò una sera il desiderio di assistere qualche volta alle sedute della Camera, egli protestò:

— No! no!... Non ci venga!...

— Perchè?

— Perchè quell'ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto ciò che è grazia, freschezza e serenità... Perchè gli sguardi fatti per contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si debbono perdere in quel limbo tristo!...

— Lei intanto ci vive.

Egli tacque un poco; poi rispose, piano:

— Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.

Ella pensava: «Se quest'uomo mi amasse? Lo amerei anch'io?...» Non si rispondeva, però una gaiezza insolita le metteva dei muti sorrisi sulle labbra; si diceva: «Qualche cosa nascerà!...»

Gli aveva detto che era in casa tutti i martedì: e il martedì seguente che ella era sola, con un libro chiuso fra le mani e il pensiero rivolto a lui, venne a trovarla. Vi era, nella sua voce sommessa, qualche cosa di turbato intanto che le parlava ancora della Sicilia.

— E lei è nata proprio a Palermo?

— Io sono fiorentina!

Ascoltava intento le spiegazioni che ella gli dava sulla propria famiglia; la interrompeva di tratto in tratto per chiedere qualche cosa, dei minuti particolari.

— Io andrò presto in Sicilia... Ma, fanciulla, dove è vissuta?

— A Milazzo.

Si sentì intenerire all'idea che egli pensasse al suo passato di giovanetta, udendogli pronunziare quella parola: fanciulla, in cui le era parso di sentire come una blanda carezza.

La conversazione durò ancora un poco; quando egli fu andato via, ella restò con un certo senso di disinganno, come se qualcosa d'aspettato non fosse avvenuto. Voleva dunque che le cadesse ai piedi? Ella scherniva la fretta da cui la propria imaginazione era presa; però aveva la certezza di non essergli indifferente. E un gran signore romano, il principe di Lucrino, che le avevano presentato in casa Varconati, la guardava a lungo anche lui. Era un altro tipo: non s'occupava d'altro se non di sport, voleva fare la vita dell'allevatore: ogni giorno alle sette del mattino saliva sopra un due-ruote e fino alle dieci addestrava un cavallo, col bavero del paltò sul collo, un plaid sulle ginocchia e grossi guanti alle mani. Poi andava a far colezione, e subito dopo riprendeva a guidare fino alle quattro. Assisteva alla ferratura degli animali, faceva mettere sotto i propri occhi la biada in macerazione, e comprava lui stesso gli arnesi occorrenti nella scuderia. I suoi amici lo mettevano un poco in canzonatura, contestavano la sua competenza. La sua conversazione era molto limitata: razze, corse, premii, allevamenti. Tutte le volte che egli la incontrava, l'osservava da capo a piedi, con l'occhio avvezzo a giudicare le belle forme dei nobili animali. Ella discuteva tra sè le qualità di quest'altro. Non aveva l'ingegno e la cultura del deputato, ma un nome più sonoro, una più alta posizione sociale e la passione per quella vita di signorili passatempi alla quale ella stessa si sentiva portata. Egli poteva dare l'ebbrezza dei successi mondani; l'altro parlava alla mente ed al cuore. L'amor proprio di lei era solleticato da quei desiderii destati in due uomini appartenenti all'élite della capitale. Del resto, la sua bellezza, le sue doti intellettuali le procuravano da per tutto l'accoglienza più lieta. Le restava di andare a Corte: la Mazzarini s'era incaricata delle pratiche occorrenti.

Ella studiava attentamente gli usi della società, per correggere i provincialismi dei quali poteva essere attaccata. A Palermo, nel suo giorno, il cameriere annunziava le visite: vedendo che dalla principessa di Castrano questo non si faceva, diede ordine di smettere. Alcune signore ricevevano coi guanti, altri senza: ella li lasciava da parte, perchè s'ammirasse la sua mano; e quando arrivavano delle lettere d'amiche, le fiutava prima di leggerle, per sapere quale profumo era più in voga.

Venne anche il principe a trovarla. Come ella aveva visite, dei Siciliani di passaggio, fu tutta lieta di mostrar loro che relazioni avesse stretto. Per far parlare il principe, avviò il discorso sul suo tema favorito, chiedendogli delle notizie e degli schiarimenti. Egli descrisse capo per capo la sua scuderia, annunziando che il suo Rataplan era già iscritto a Palermo per la riunione di fine marzo. Parlava con una voce molle, strascicata, da prete.

— Ma coi nostri fantini!... In Francia, fantini e trainers sono tutti inglesi; solo in Germania, a Francoforte, ho visto fantini tedeschi. Ogni ottobre, i Francesi fanno delle corse di prova: bisogna vederli, sembrano altrettante scimmie a cavallo...

— Del resto, l'Inghilterra è la patria dello sport...

— Però, vi sono buoni allevatori anche in Francia. Adesso non solo battono gl'Inglesi che vengono da loro, ma vanno a contendergli il campo fino a Londra. Cominciò Gladiateur, il primo francese vincitore del Derby. Un cavallo! Arricchì il proprietario ed il fantino, che scommisero tutto, anche quello che non avevano...

Non parlò d'altro. Ella faceva tra di sè un paragone fra questa e la visita del deputato, fra le impressioni diverse che i loro discorsi e i loro atteggiamenti le avevano lasciato. Le loro qualità erano assolutamente opposte. Ella antivedeva il momento in cui avrebbe dovuto scegliere; poi si domandava: «Perchè?» Non poteva accogliere egualmente gli omaggi di entrambi? Pensava dunque a cadere con uno dei due?... E la sua mente correva alle signore romane che erano cadute, di cui Aldobrandi le aveva narrato le avventure: la Triburzi che era con Gelli, la Respigliani che aveva fatto dei figliuoli col marchese d'Empoli, la Ferazzano che aveva abbandonato per Marino Cortona il conte di Borgia, il quale si era vendicato riferendo agli amici, in pieno Caffè di Roma, tutto quello che aveva ottenuto da lei...

Al principe davano delle amanti: l'idea di toglierlo ad esse la tentava. Ma la vita austera di Arconti aveva pure la sua seduzione. Un pomeriggio che era al Pincio, in carrozza chiusa, ferma sul piazzale, lo vide che le si avvicinava, col cappello in mano. Ella sussultò un poco, comprendendo che era lì ad aspettarla. Disse, porgendogli la destra:

— Lei qui, tutto solo?

— Mi sono messo in vacanza!

I suoi occhi ridevano. Parlava della dolcezza della stagione, le chiedeva, con un'insistenza discreta:

— Non scende un poco?

Ella ebbe un istante di esitazione. Non avrebbe fatto questo a Palermo; ma era alla capitale, nessuno la conosceva...

Egli aprì lo sportello, le porse la mano. Il giardino era quasi deserto: delle coppie che si allontanavano pei viali, qualche straniero fermo contro il parapetto a guardare in giro col cannocchiale. Grandi nuvole rosse striavano il cielo, verso Monte Mario.

— Si direbbe un incendio!...

— È bello!... — esclamò lei. — Non la fa pensare a Nerone?...

— Sì, ma... Forse dirò un'eresia...

— Che cosa?

— Io capisco poco Roma antica, la grandiosità delle vecchie pietre.

— Oh, non lo ripeta!...

In fondo, era d'accordo con lui; ma le pareva che stesse bene mostrarsi un poco scandalizzata.

— Lei così intelligente!... — soggiunse.

— Che cosa ne sa?

— Ma è il giudizio di tutti!

— Potrebb'essere una calunnia...

— Tutto ciò che lei dice dimostra il contrario.

Camminandole a fianco, egli chinava un poco il capo, in atto di ringraziamento un poco scettico.

— Allora, è segno che la mia intelligenza non arriva a certe cose.

— Ma non è stato mai al Foro Romano, in un tramonto come questo? Non le è parso di veder sfilare le legioni vittoriose sotto gli archi trionfali?... Guardi lassù; non sono gli uccelli da cui Romolo trasse gli auspicii?...

Parlava vivacemente, affrettando i suoi piccoli passi. Egli esclamò, ammirato:

— Come s'entusiasma!... Sì, sì, ma io vivo nel mondo moderno, e ammiro quello che capisco, quello che è moderno come me... Debbo dirlo?... Darei tutta la pittura classica per un pastello del De Nittis....

— Oh! oh!... — ella soffermossi un istante, scuotendo il capo, protestando.

Egli la guardò ancora, tutta; poi disse:

— Ecco, per esempio: in questo momento, sotto questi alberi, lei è un pastello del De Nittis.

— Purchè non incominci coi madrigali?

Riprese il suo moto affrettato, sorridendo interiormente. Adesso egli taceva, e il suo silenzio le permetteva di assaporare l'incanto di quell'ora.

Parlò ella stessa per la prima, chiedendo:

— È stato molte volte a Parigi?

— Tre volte. Probabilmente vi ritornerò in estate. È quella, l'urbe... Non la conosce?

— No, e me ne duole tanto!

Egli propose:

— Venga anche lei!

Per tutta risposta, alzò un poco le spalle, con una mossa enimmatica, intanto che un pensiero si formulava nella sua mente, in due parole: «Se fosse?...» Libera, sola con quell'uomo, assaporare la vita che aveva sognata!... Non lo ascoltava più, perduta dietro ad una visione, con lo spirito lontano da quel luogo e da quel tempo. Un alito freddo la scosse: cercò con gli occhi la sua carrozza.

Egli disse, piano:

— Va via?

— È tardi.

— Che peccato!...

E intanto che la carrozza discendeva pei viali serpeggianti, che correva per le vie della città, ella si ripeteva ancora, imaginando l'intimità suprema con quell'uomo: «Se fosse?... se fosse?...»

Ora, l'imagine del principe si scoloriva, si eclissava dietro a quella di lui: ella pensava che non avrebbe trovato mai uno più degno dell'amor suo. Ma perchè non le diceva ancora nulla? La seguiva da per tutto, si trovava spesso sul suo passaggio, veniva ancora a trovarla lassù al Pincio, alla stessa ora dell'altra volta, come si fossero dato tacitamente un convegno; ma le parole di lui non esprimevano nulla più d'un'ammirazione rispettosa. Se egli non l'amava? Se era pieno della sua morta? Se aveva giurato di rimaner fedele al ricordo di lei?... Ella lo imaginava dibattersi tra l'antico e il nuovo amore, pensava che il culto delle memorie potesse trionfare in un'anima come la sua; poi scuoteva il capo, si diceva scetticamente: «Questo avviene nei romanzi!...» Ma, a tale persuasione in cui riconosceva il frutto della trista scuola per la quale era passata, uno scontento di sè la prendeva; ella protestava in nome dell'ideale, della poesia, in nome dello stesso sentimento dolce, delicato, che quell'uomo le ispirava... Ebbene, se egli soffriva ancora per la perdita amara, se ricordava sempre la povera morta, ella avrebbe agognato di ricevere le sue confidenze, d'esser per lui una consolatrice, un'amica del cuore, una sorella. Un affetto puro, un sentimento disinteressato, nascosto a tutti, gelosamente preservato dalle cadute fatali, non era quel che conveniva ad entrambi?...

Delle volte, egli era un poco più ardito del consueto, la guardava insistentemente, come sul punto di confessarle qualche cosa; poi tornava alla discretezza timida di prima. Per alcuni giorni non si fece vedere: ella non l'incontrò in nessun posto. Allora, ad un tratto, all'irrequietezza sorta in lei, ella si confessava la verità che aveva cercato nascondersi. Ella lo amava d'amore! Aveva bisogno di lui, di udir la sua voce, di vedere la sua figura, di ricevere i suoi omaggi! Non sapeva che pensare, si domandava se gli aveva fatto qualche cosa perchè la trascurasse così. Temeva che fosse ammalato, che fosse andato via; ma non osava chieder di lui per paura che la gente le leggesse in viso il suo secreto. Erano passate due settimane; ella cominciava a smaniare. E come un giorno udì discorrere d'un'interpellanza interessante che doveva svolgersi alla Camera, decise di recarvisi.

La Mazzarini le propose di andare insieme, nelle tribune della Presidenza. Il segretario di Sua Eccellenza le accompagnava; però, appena entrate, dei deputati vennero ad ossequiare la moglie del ministro, offrendosi di guidarla.

— Tu non hai visto ancora Montecitorio? — chiese la Mazzarini.

E cominciò a farla girare per le sale. Dai divani sui quali stavano sdraiati, degli onorevoli si levavano, al passaggio delle signore. Ella credeva di vedere Arconti da un momento all'altro; pensava: «Qui vive una parte della sua vita!...» ma egli non compariva. Le sale di conversazione, di lettura, il gabinetto della presidenza, la biblioteca.... l'amica non le risparmiava nulla ed ella cominciava ad essere stanca ed impaziente. L'aria calda, il leggiero tanfo di fumo e di stoffe polverose le davano fastidio. Finalmente, attraversato uno stretto corridoio, si trovò nella tribuna.

L'aula era spopolata, semi-buia in quella grigia giornata di febbraio. Un nuovo disinganno: per la distanza, ella non discerneva le fisonomie.

— Chi c'è? — chiese la Mazzarini, guardando in giro con l'occhialino.

Il segretario nominò alcune notabilità, cominciando dalla destra; poi disse:

— Ecco l'onorevole Arconti.

Ella lo distinse confusamente.

— Chi parla?

— L'onorevole Stampini.

Si udiva solo un borbottio confuso. Il tema delle interpellanze era il lavoro delle donne e dei fanciulli, a proposito di un disastro accaduto in Romagna; ma gli oratori ascoltati non avevano ancora la parola. Degli onorevoli venivano ad ossequiare la Mazzarini, che li presentava all'amica, non lasciando di discorrere intorno ai progetti di legislazione sociale. Ella aspettava che venisse anche lui. Invece, dei campanelli elettrici squillarono, l'aula si popolò, i visitatori si congedarono.

— La parola è all'onorevole Bernardi.

— L'ex ministro, sai.... — commentò la Mazzarini — Ascolta che eloquenza!

L'oratore, circondato da un gruppo di colleghi, cominciò a parlare. Una voce fredda, studiata, delle parole che si spiccicavano una dopo l'altra, come per darsi il tempo di cercarle; ma dei periodi filati, interminabili, correttissimi. Ella si chiedeva, guardando verso il posto di Arconti: «Non m'ha veduta?...»

Il deputato sedette, fra un mormorio di approvazione. Sorse un altro, al centro. Ella cominciava a seccarsi; col buio crescente non si vedeva più nulla.

— Potrebbero accendere, però....

— È presto — rispose la Mazzarini che, non perdendo una sillaba dell'oratore, scuoteva tratto tratto il capo ed esclamava: — Non è vero!.. ci sono i documenti!... — chinandosi poi verso di lei, quasi a persuaderla del torto di quell'altro.

Dal banco dei ministri si udì un'interruzione; delle voci sorsero: «Domando la parola!...» e il presidente scampanellò.

Dopo un terzo discorso, s'alzò il ministro dell'agricoltura. Ella era disperata: Arconti non sarebbe venuto; la noia di quella seduta non avrebbe avuto più fine.

— Senti, senti!... — diceva la Mazzarini, interessandosi sempre più alla discussione.

Ma come il ministro ebbe finito, ella propose: — Andiamo via? ho da far qualche visita.

L'amica era già alzata, quando, nel mormorio confuso che seguiva il discorso, s'udì la voce del presidente che annunziava:

— La parola è all'onorevole Arconti.

Ella si sentì scuotere da capo a piedi; avrebbe voluto restare, ma per paura di tradirsi si contenne. Non udì che le prime parole di lui, la voce calda, vibrata, squillante, che arrivava diritto fino alla tribuna. Uscendo, il suo umor nero crebbe a dismisura, ella s'accusava d'impazienza, poi tentava di persuadersi che non gl'importava di lui, e ad un tratto si accorgeva dei passi giganti che la sua passione aveva fatto. Sul Corso accendevano i primi lampioni, e il cielo era ancora chiaro: la folla ingombrava i marciapiedi, le carrozze sfilavano a processione incrociandosi con la sua. Mentre l'amica parlava ancora di politica, ella pensava che se quell'uomo le avesse dette delle parole d'amore, gli sarebbe caduta tra le braccia. Perchè, invece, non s'era fatto vedere? Come non capiva?...

Quando tornò a casa e trovò la comunicazione della prima dama di Corte che annunziava l'udienza della regina per il 20 gennaio, non pensò più a lui. Chiedeva dei consigli, preparava la sua toletta, con un'ansietà febbrile, con un piacere misto ad una specie di paura, col sentimento che imaginava dovesse provare un soldato la vigilia d'una rivista, affascinata e turbata insieme all'idea di contemplar da vicino la maestà regale.... Come il momento s'avvicinava, la sua emozione cresceva; però, dalla carrozza della Mazzarini che saliva su al Quirinale, avrebbe voluto far sapere alla gente in qual luogo ella andava. E come in sogno, passava dinanzi ai soldati ed ai corazzieri, saliva su per lo scalone, attraversava la fila delle sale, rispondeva agli inchini dei cerimonieri, si trovava nel salotto dove le altre signore stavano ad aspettare. Ve n'era una, infagottata dentro una casacca inqualificabile, goffa ed impacciata.

— Chi è? — chiese all'amica.

— La moglie d'un magistrato; non rammento il nome.

— Ma non si viene a Corte in un simile accoutrement, non trovi?

A un tratto, entrò la regina: un fruscio di stoffe, il triplice inchino. Ella divorava cogli occhi la figura della sovrana, ne afferrava tutt'insieme la toletta e la fisonomia, l'incesso e l'espressione, liberata assolutamente dalla soggezione che l'aveva tenuta sin lì. Sua Maestà, salutando in giro le dame, arrivò fino a lei.

— La signora Duffredi.

— Dei Duffredi di Sicilia?

— Maestà sì. Sono anzi i soli....

— No, no: ve n'è degli altri, a Venezia. Non lo sapeva? E però un'altra famiglia. La loro discende da casa d'Altavilla, non è vero?

— Si, Maestà....

Con un sorriso, passò oltre.

— Che bella toletta!... — osservò piano la Mazzarini.

La sovrana parlava adesso con vivacità, in mezzo a un gruppo di dame con le quali era intima; poi si rivolgeva affabilmente ora all'una ora all'altra delle nuove presentate. Il discorso, dalle notizie d'Oriente, passava alla letteratura slava; Sua Maestà citava la leggenda di Marco Kraljevich e, nominato il Karageorgevitch, si volse a lei, dicendo scherzosamente:

— Anche loro potrebbero vantar dei diritti sulle Due Sicilie!

Tutte la guardarono. Ella rispose subito:

— Non abbiamo che i doveri di sudditi devoti!

Guardandosi intorno, ella ora pensava d'esser stata sempre in quella sala, non credeva di doverne andar via, e quando Sua Maestà si ritirò, le rimase un leggiero senso di rammarico, come per un bel sogno svanito.

Per dei giorni, il ricordo di quell'udienza l'occupò tutta; i giornali la citavano fra le dame ricevute dalla sovrana. La figura di Arconti si relegava al secondo piano, quantunque quegli stessi fogli le mettessero continuamente sotto gli occhi il suo nome, nel commentare il discorso da lui pronunziato alla Camera.

Dalla Mazzarini, un giovedì, se lo vide improvvisamente dinanzi.

— Le mie congratulazioni! — gli disse.

— Perchè?

— Pel successo del suo discorso. Ero alla Camera, lei non m'ha vista: aveva da badare a cose più importanti!

Al leggiero sarcasmo, egli rispose balbettando confusamente qualche parola. Non le levava gli occhi di dosso. Ella sapeva di star bene, si sentiva innalzata sulla folla anonima, assaporava il proprio trionfo. L'esaltazione la faceva provocatrice; sostenendo gli sguardi di lui, insisteva a chiedergli:

— Dov'è stato? Fuori di Roma?...

— No.

— Come non la vedevo da un pezzo....

— Non ne imagina la cagione?

— No, davvero!

— Ma non vede che è per lei?... che ho voluto evitarla a posta?...

Si mise a ridere mostrando i denti.

— Le faccio dunque paura?

La sua ilarità era un poco forzata, ella ostentava una sicurezza che dinanzi al pericolo non la sosteneva più. Erano appartati in un angolo; al pianoforte il tenore Bagnoni cantava il Suonatore di lira, di Schubert e le note soavi, i melodiosi sospiri accompagnavano le parole del giovane:

— Sì.... paura, terrore.... perchè la mia vita dipende da lei.... perchè io l'amo....

Aveva parlato piano, lentamente, con un fervore contenuto, con uno struggimento nella voce e nello sguardo.

Ella ansimava un poco, col cuore che precipitava i suoi battiti. Disse, socchiudendo gli occhi, contraendo quasi dolorosamente le labbra.

— Per pietà.... non aggiunga altro....

— No; bisogna che m'oda.

Dei «bene», dei «bravo» si levarono intorno. Egli riprese rapidamente:

— Ho creduto di morire, non osavo parlare, pensavo che mai le mie parole avrebbero potuto salire fino a lei....

Delle persone si avvicinarono; ella ingiunse:

— Taccia; ci ascoltano....

Ora non comprendeva quel che si diceva intorno a lei; si mise a parlare senza pensare quel che diceva, col viso in fiamme, un tumulto nell'anima, gli occhi attratti dagli sguardi di Arconti che martoriava un guanto. Avrebbe voluto dirgli: «Non insista, io non posso ascoltarla, si scordi di me....» Ma quelle parole non l'avrebbero tradita, dimostrando la sua esitazione? Bisognava essere più dura, più recisa. Come, se ella lo amava?...

Egli pareva in preda a una nervosità irritata, sempre crescente a misura che il tempo passava senza che ella restasse un momento sola. Della gente cominciava ad andar via, suo marito arrivò. L'altro era scomparso; e un pentimento la prese: era stata troppo severa, lo aveva offeso, egli la fuggiva!... Nell'anticamera, se lo vide dinanzi. Aiutandola a mettersi il mantello, le disse rapidamente, con una supplicazione tenera:

— Mi permette di scriverle?

Guglielmo si avvicinava; ella ebbe paura, e chinò gli occhi. Una lettera di fuoco, riletta ogni ora, custodita sulla propria persona; delle frasi inaudite che le tornavano a memoria, come una musica... «Il sogno sfrenato d'una mente in delirio è dunque compiuto?... Io v'ho detto senza morire che siete l'aspirazione dell'anima mia?... No, non ve l'ho detto ancora!... Sorriso del cielo, poesia del creato, nembo d'oro e di rose, io piego i ginocchi dinanzi a voi, sospirando... Una virtù nuova m'infiamma, la vostra grazia discende su me!...»

La sua cameriera, che le aveva data quella prima, le consegnò altre lettere, i giorni seguenti. Ella fingeva di lasciarle sulla toletta, dando a intendere che doveva consegnarle a qualche altro. Le leggeva quando poteva, a letto, in carrozza, nel bagno. Ve n'era una lunga, fittissima, in cui egli narrava la storia di quell'amore, la lotta combattutasi in lui prima di confessarlo, e un'altra brevissima, un biglietto dove non si conteneva che un pensiero, una imagine, una preghiera. «Un vostro rigo, una vostra parola, qualche cosa di voi, che emani da voi, che mi parli di voi, che mi faccia credere alla realtà di quanto m'accade...»

Ella aveva tentato di rispondergli; ma stracciava fogli sopra fogli, non riuscendole di conciliare l'espressione dell'amore coi consigli della prudenza. La domenica egli mandò due lettere, a distanza di poche ore. Voleva rispondergli di aver più riguardi, di non comprometterla; preferì di dirglielo a voce. Il tempo, fattosi orribile, le aveva impedito di andare al Pincio, dove si sarebbero certamente incontrati. Ogni giorno guardava il cielo, studiava il corso delle nuvole; il vento e la pioggia si alternavano di continuo. Il lunedì, come vi fu una tregua, andò fuori. Egli era all'angolo di palazzo Chigi, con altre persone; salutò profondamente. Però non venne al giardino, dove ella girò un pezzo spiando continuamente pei viali, aspettandolo. Non vi era nessuno; gli alberi nudi, sotto un cielo di cenere, mettevano una grande malinconia. Il dispetto del primo momento per esser lasciata sola, cedeva adesso all'imaginazione del conforto che un grande affetto doveva procurare contro le tristezze della natura e della vita.

Il domani, che era il suo giorno, ella fece una lunga toletta. Sarebbe venuto certamente, l'aspettazione le metteva la febbre.

La prima visita fu invece quella di una Americana che aveva conosciuta dai Mazzarini. Ella s'era messa a parlare inglese, con l'occhio alla portiera, aspettando di vederlo comparire. Si udì uno squillo di campanello; egli le venne incontro.

— Arconti, come va?...

Si sentì prendere tutta dalla mano di lui; però, dominandosi, fece la presentazione.

Egli pareva felice, parlava con grande vivacità, diceva delle galanterie alla straniera, ma guardando lei. Ella stessa recitava una parte, e quella commedia di salone le procurava un piacere mai provato, sedava l'agitazione del suo spirito.

L'Americana andò via. Allora egli le afferrò la mano, cominciò a divorarla di baci, mormorando rotte parole.

— No!... No!... Stia buono... potrebbe venir gente!...

— Amor mio!... Non è possibile!... Che tortura...

A un tratto la portiera si sollevò nuovamente: apparve, come piovuto dalle nuvole, il vecchio don Gaetano Linguaglossa. Repressa la sua violenta commozione, ella stese la mano al nuovo venuto.

— Sono a Roma da due giorni; la mia prima visita è per lei.

— Sempre amabile!... L'onorevole Arconti, il commendatore Linguaglossa...

Il vecchio lo squadrò con un'aria di stupefazione; poi disse, lentamente, compitando:

— L'onorevole deputato? — e stendendogli a un tratto la mano, glie la strinse forte — Oh, quanto piacere!...

L'altro non aveva detto nulla, mordendosi i baffi. Con degli sguardi supplichevoli, intanto che il commendatore spiegava il motivo della sua venuta alla capitale, ella gli diceva di aver pazienza, di non tradirsi. Però l'altro non finiva più di parlare, narrando la storia d'un suo nipote che, dovendo fare il volontario, aveva corso il rischio di essere arrestato come disertore, per un imbroglio di carte.

— Una legge diabolica, nessuno ci capisce niente! Dal distretto alla prefettura, dalla prefettura al municipio, dal municipio al reggimento, dal reggimento al consiglio di leva... — e a misura che enumerava i passi fatti, volgeva gli occhi dal deputato a lei e da lei al deputato.

— Anzi, giacchè ho avuto l'alto onore di conoscere l'onorevole — e s'inchinò un poco — potrebbe farmi grazia, di dirmi se al Ministero della guerra...

Egli rispose appena, con un fastidio mal dissimulato; il commendatore riprendeva come nulla fosse. Vi erano dei momenti di silenzio, durante i quali don Gaetano si guardava intorno, scrollando il capo, in aria d'approvazione. Con la tentazione di gridargli: «Andate via!...» ella era costretta a riattaccare il discorso.

— E le sue sorelle, stanno bene?

— Così, come comportano gli animi. Ma il tempo qui è micidiale! Io ero stato a Roma d'inverno, la prima volta nel 1868, quando c'era il potere temporale e bisognava fornirsi nientemeno di passaporto...

A un tratto Arconti si alzò.

Ella gli disse, trattenendolo un poco per la mano:

— Va via?...

— Sì, — rispose, quasi duramente.

Aveva voglia di piangere: egli l'aveva con lei, forse non sarebbe tornato! Come il commendatore se ne andò, corse al tavolino e gli scrisse la sua prima lettera: «Perchè mi avete lasciata così bruscamente? Non avete compreso che io soffrivo più di voi? È stato un contrattempo disgraziato, nel quale io non ho colpa. Se sapeste che male mi avete fatto! Voi dite di amarmi e non vi rassegnate a sopportare le piccole contrarietà che sorgono ad ogni piè sospinto nel mondo!...» Aveva da poco mandata quella lettera, che ne ricevè una di lui. «Una tortura spietata come questa nessuno può imaginarla: esser dinanzi a voi, aver piene le labbra, le mani, tutta la persona del vostro profumo, e non potervi stringere al cuore, non potervi dire le sole parole che voi dobbiate ascoltare!... Vedete che è impossibile durare in questo tormento! Per pietà di me, se non volete farmi commettere una pazzia, lasciate che io vi veda sola, un momento, non fosse che un momento, dove vorrete...»

Allora ella si pentì di avergli scritto quel biglietto. Appena ricevutolo, egli rispose: «Voi mi avete scritto! la vostra mano regale si è posata su questo foglio! Il vostro pensiero arriva fino a me! Incredibile!... Sogno!... Ora e sempre, a costo di tutto, la vostra volontà sarà la mia. Nessuna dolcezza eguaglia quella di obbedirvi. Voi avete sofferto per me! Ed io non ho ancora data la vita, per sentirmi dire queste parole!...»

Le lettere seguivano alle lettere, sempre più infiammate, sempre più supplici, traboccanti di passione devota, di amor mistico. Come un aroma d'incenso se ne sprigionava, avvolgendola tutta. Ella le lasciava cadere, tendendo le braccia, dicendo tra sè: «Sì... sì... prendimi!...» Però, non gli rispondeva che per scongiurarlo di esser calmo, di esser prudente; e incontrandolo, lassù al Pincio, alle supplicazioni di lui rispondeva con altre supplicazioni:

— Abbia pietà di me! Si contenti di questo!... Io non posso darle di più...

Egli l'accusava, freddamente:

— Voi non mi amate!... Voi non mi avete detto ancora che mi amate!... Ve ne siete guardata bene!...

— Oh!...

Allora gli sguardi di lui, umidi e fissi, la penetravano tutta, la costringevano ad abbassar le palpebre. E il martedì, nei momenti che restavano soli, egli la stringeva alla vita, la baciava furiosamente sulle guancie, sulla bocca. Atterrita all'idea di veder comparire qualcuno, ella lo allontanava; allora l'altro si lasciava cadere sopra una poltrona, si prendeva la testa fra le mani, con una disperazione muta.

Per confortarlo, ella si appressava, gli diceva dolcemente:

— Perdonatemi... ma che colpa è la mia? Non sapete a che rischi mi espongo?

— Sì, sì... avete ragione!... Siete voi che dovete perdonarmi...

A sua volta ella si gettava a sedere, e dei lunghi sospiri le sollevavano il seno, intanto che egli si chinava su di lei.

— Voi mi amate?... Ditelo, almeno!... Ch'io lo senta almeno dalle vostra labbra adorate...

Ella chiuse gli occhi, poi gli buttò le braccia al collo. Così, guancia contro guancia, egli le soffiò all'orecchio le parole di fuoco:

— Verrete da me?...

— No!... Mio Dio!... No...

Ma una febbre le accese il sangue, e come egli insisteva, pregando, minacciando, scrivendo lettere su lettere, evitandola più tardi, torturandola con la sua indifferenza, tornando a farsi supplice, ella riconosceva di non poter durare nel rifiuto, di esser costretta a parlamentare. Era dunque fatale passare di lì? Si metteva una mano sugli occhi, s'immergeva in una contemplazione interiore; poi, alzatasi, passeggiava rapidamente da un capo all'altro della stanza, mormorando: «Ma se l'amo!... se l'amo!...»

Egli non le dava tregua, scongiurava:

— Venite!... Ch'io vi veda sola, ch'io vi abbia per me un'ora, un minuto!... Perchè dite di no? Di che avete paura? Non sapete che la vostra volontà è la mia legge?...

Allora ella metteva innanzi altre difficoltà:

— Ma dove volete che venga? A casa vostra? Non pensate alla compromissione?...

— Non a casa mia... — Abbassata la voce, presale una mano, spiegò: — In un'altra casa... che è mia ed è vostra... dove non ci conosce nessuno...

Ella si nascose il viso tra le mani.

Era laggiù, in via Leonina. Ella era andata a piedi fino a piazza Venezia, s'era fatta lasciare in carrozzella a Tor de' Conti. Malgrado il velo che le nascondeva il viso, malgrado la tranquillità di quel quartiere, ella credeva di avere tutta Roma alle calcagna. Andava rapidamente, ansimando, leggendo i nomi delle vie, con la paura di smarrirsi, atterrita all'idea di dover chiedere la sua strada. A un tratto scoperse la casa gialla, il piccolo portone. Un uomo vi stava fermo dinanzi. Ella passò oltre, col cuore stretto da un'angoscia. In capo a via Santa Maria dei Monti, tornò indietro: qualche raro passante le piantava gli occhi addosso. Ella affrettava il passo. Il portone era libero; entrò. A due riprese, su per le scale, dovette fermarsi, sul punto di svenire. Delle voci che partivano dall'alto la spronarono. L'uscio cedette alla sua pressione; due braccia la sollevarono.

VII.

— Leggi questo telegramma.

Ella afferrò il foglio che Guglielmo le tendeva, corse a la finestra e sollevata la veletta sulla fronte, lesse: «Marchese aggravato, tenuto consulto dottor Caldara, avute speranze, avvertovi onde prevenire notizie inesatte.»

Il sangue, dal cuore ov'era affluito, gonfiandolo, le si riversò nuovamente per tutte le vene. Però la sua vista si confuse; ella dovette appoggiarsi al muro.

— Una bella notizia!... Bisognerà tornare a Palermo, giusto adesso... Sono cose che capitano soltanto a me!...

Guglielmo passeggiava di su e di giù per la stanza; ella si passava una mano sulla fronte. Avrebbe voluto cadere in ginocchio, delle lacrime di gratitudine le gonfiavano le palpebre; diceva in cuor suo, guardando il cielo: «Signore!... Signore!...» Appena scorto il telegramma, un terrore l'aveva gelata, un brivido le aveva drizzati i capelli: il castigo fulmineo, la morte che piombava su qualcuno dei suoi... suo figlio!... «Signore!... Signore!...» e un tremito la scuoteva ancora, le faceva battere i denti.

— Tu cos'hai?... — disse a un tratto Guglielmo, fissandola.

— Io?... Nulla... questa notizia... il freddo d'oggi...

Però il cuore le dava un balzo ad ogni parola, ad ogni rumore; un nodo le serrava la gola; e con una sete ardente aveva paura di chieder dell'acqua.

Suo marito, frattanto, riprendeva a discutere intorno alla malattia dello zio.

— Dev'esser grave, altrimenti il telegramma non si spiegherebbe... «Avute speranze» vuol dire che s'erano perdute; è chiaro?

— Sì, ma egli è forte... supererà anche questa...

Evitava di guardarlo, non si fidava di sostenere lo sguardo di lui; se almeno egli l'avesse maltrattata, se le avesse detto qualche cosa di urtante! Invece, le chiedeva:

— Perchè sei uscita a piedi, con questo freddo?

— Credevo di far meglio, di riscaldarmi col moto.

— E dove sei stata?

La terribile domanda scoppiava, imprevista. Tutto l'intimo essere suo si ribellava alla menzogna, protestava contro la slealtà, intanto che le labbra pronunziavano:

— Da Mistress Blackson, dalla Mazzarini...

— A proposito, che t'ha detto di suo marito?

— Nulla...

— Vuol dire che non lo sa ancora. Si parla delle sue dimissioni...

Ed aveva cominciato ad esporre la situazione parlamentare. Ella era impaziente di restar sola, di raccogliere i suoi pensieri, però un infiacchimento della volontà, un avvilimento di tutta sè stessa la teneva ancora lì.

— Ma come sei pallida!... Ti senti male?

— Sì, un poco.

La voce di quell'uomo le faceva male; ogni sua parola era un rimprovero, un'accusa, una sferzata. Sola finalmente nella sua camera, ella tentava di rammentarsi tutti i motivi di dolore che egli le aveva dati, i propositi di vendetta che l'avevano animata contro di lui. Non aveva ella voluto questo? Non si era sentita nel dritto di prendere finalmente la sua rivincita? Però ella non aveva previsto il secreto rammarico che l'occupava. Oltre alla vergogna provata dinanzi a suo marito, oltre alla superstiziosa paura del castigo, un sentimento di stupore doloroso le s'imponeva. Ella si diceva: «Io sono caduta!» e ripeteva quella frase, meccanicamente, fino a smarrirne il senso. Qualche cosa d'irrevocabile s'era compito in lei! Ella non aveva provato questo, il giorno che si era svegliata donna. Sentiva che quest'altro uomo le aveva tolto assai di più che non il primo. Una specie di pentimento sorgeva in lei; ella si diceva che non avrebbe più ricominciato. Ma non era stato l'amore che l'aveva sospinta? E allora si domandava: «Sono dunque sicura di amarlo?...» Com'era possibile che ella si facesse questa domanda? Non si era interrogata tante volte, il suo cuore non le aveva detto di vivere per quel sentimento? Però ella si diceva adesso: «È questo, l'amore?...»

Nella fluttuazione a cui era in preda il suo spirito, tratto tratto ella si scuoteva, vagava per la camera senza uno scopo, s'avvicinava alla finestra, guardava giù nella via. Alla vista della folla, un sorriso cominciò a spuntarle sulle labbra: ella non invidiava più nessuno, conosceva adesso la passione! Poi la paura dello scandalo la turbava. Ma chi avrebbe potuto saper nulla? E non doveva ella sfidar tutto e tutti? Allora affermava sicuramente, alzando il capo: «Io l'amo!...» E a poco a poco la compiacenza cresceva.

La Mazzarini aveva mandato un invito per l'Argentina; malgrado le notizie di Palermo, Guglielmo la indusse ad accettare. Il teatro era pieno d'una folla elegante; ella trovava un'altra espressione alla gente che conosceva. Non prestava ascolto allo spettacolo; si diceva: «Se sapessero!...» e guardava in platea, temendo e sperando di vedervi il suo amante. Aveva un amante!... Com'egli apparve, come la cercò con lo sguardo, ella sentì rimescolarsi; per darsi un contegno, si rivolse all'amica, chiedendole notizie della crisi ministeriale. Delle visite si alternavano nel palco, la consueta ammirazione rispettosa si leggeva in tutti gli sguardi. La sua paura era sciocca!... Fra il secondo e il terz'atto si schiuse l'uscio di un palco vuoto di seconda fila, e la principessa di San Terenzio entrò, unicamente accompagnata dal marchese Romani, che la sbarazzava del mantello, parlandole all'orecchio. Allora ella vide, nelle poltrone, la Respigliani, seduta tranquillamente fra il marito e l'amante; Madame Duroy, sola, nel palco degli ufficiali; Marino Cortona col cannocchiale appuntato verso la Ferazzano, che lo salutava fingendo di passarsi una mano sulla nuca, per accomodarsi i capelli. L'esempio delle altre dissipava i suoi scrupoli: tutte facevano così! Ella avrebbe adesso voluto che Paolo fosse venuto a farle una visita.

Il domani, appena desta, ebbe la lettera di lui: un inno squillante: «Dal cielo che tu le schiudesti, ai tuoi piedi viene l'anima mia, ti dice la sua trepida meraviglia, la sua folle esultanza, l'eternità della sua gratitudine...» Però, quando fu arrivata in fondo, il foglio le cadde di mano. Riconosceva che era una lettera scritta bene, ma le restava un senso vago e ingiustificato di malcontento. Nel pomeriggio, andò al Pincio; egli era là ad aspettarla.

— Love, sweet love!...

Si era messo a parlare con un fervore così intenso che, malgrado adoperasse una lingua straniera, ella gli disse, accennando al cocchiere:

— Speak low, I pray you...

Appoggiato un braccio allo sportello, guardandola negli occhi, egli lasciava traboccare in parole rapide e sommesse la gioia di cui il suo cuore era ricolmo, attestava l'amor suo dinanzi al cielo.

— E sarà sempre così?

— Che cosa bisogna fare per dimostrarlo?

Ella abbassò un poco le ciglia, come per sottrarsi ad una incresciosa visione; poi disse:

— Siete preparato a una triste notizia?

— Qual'è?

— Probabilmente dovrò partire.

— Voi?... È impossibile!

— Purtroppo...

Egli impallidì, intanto che udiva le notizie di Palermo.

— Vi seguirò!...

— Ah, non lo dite!

— Vi seguirò!... Credete dunque che io possa rinunziare a voi, ora?... Verrò in capo al mondo, a costo di tutto...

In quel momento, ella lo trovava più bello. Pensava: «Come mi ama!...» intanto che cercava di persuaderlo, di fargli intendere ragione.

— E i pericoli a cui mi esponete?... Volete perdermi per sempre?... D'altronde, nulla è ancora deciso; forse non ci sarà bisogno di andare laggiù!...

La fisonomia di lui si schiariva; abbassata ancora la voce, chiese:

— Quando verrete?

Dinanzi ai suoi sguardi divoratori, ella chinò i proprii. Si mise a tirare lentamente un guanto sul braccio, mormorando:

— No... non mi chiedete questo.

— Come?... Volete dunque che io faccia una pazzia?...

— Tacete... Abbiate pietà di me!...

E gli confessò i suoi terrori, la coscienza della colpa, il timore della punizione.

— Voi non mi amate!

— Infatti, non ve ne ho dato la prova!...

— Perdono!... perdono!... Avete ragione, sempre!

Una grande sodisfazione la penetrava, all'idea di averlo ridotto a non insistere; l'impero che esercitava su di lui l'assicurava dell'avvenire.

— Ma allora, perchè siete così bella! Perchè m'avete inebriato l'anima, i sensi, tutte le potenze della vita?

Come una nuova vampa gli passava negli occhi, ella smise di parlare inglese.

— Conosce chi sono quelle signore, laggiù in fondo?

Voltatosi a guardare, egli rispose:

— Non so... non le ravviso... — e a un tratto, tornando a fissarla, esclamò: — Sentite, volete sapere che cosa faccio adesso?

— Che cosa?

— Apro lo sportello, salgo accanto a voi, e dinanzi a questa gente, tranquillamente, vi prendo la testa fra le mani, vi metto le dita fra i capelli, e vi bevo a baci sulla bocca, sul collo, sugli occhi...

— No... no... per pietà!...

Ella si tirava indietro, spaurita, credendo che dicesse sul serio, e lo scongiurava sottovoce di esser paziente e prudente, di aver fiducia in lei. Poi esclamò con disinvoltura, ordinato al cocchiere di avanzare:

— Arrivederla dunque; a ben presto!

Era contenta di sè, non aveva nulla perduto se restava arbitra di quell'uomo, di guidare gli eventi, di concedersi o di rifiutarsi. Egli tornava alla carica, con lettere ardenti, implorando, minacciando. Dinanzi alla gente, al ballo, si chinava su di lei, a rammentarle quell'ora di cielo, a dirle: «Ora vi porto via!...» Ella implorava cogli occhi, atterrita; l'altro ripeteva: «E credete possibile che io rinunzii a voi, adesso?...» finchè, vinta, ella si lasciava strappare una promessa, ma chiedendogli di rimettersi a lei stessa pel compimento.

Le notizie di Palermo erano migliori, e come il carnevale si avanzava, ella andava da per tutto, trovando un nuovo sapore, in quelle condizioni, alla vita mondana. Il giorno che lesse l'invito pel ballo del Quirinale, il sangue le die' un tuffo; e come Paolo riprendeva con nuovo ardore a esigere il mantenimento della promessa, ella tornò da lui, due giorni prima della festa.

Un pensiero d'amore riscattava la mediocrità di quelle due stanze quasi vuote. Disseminati per terra, sparsi sui tavoli, sulle seggiole, raccolti a piccoli mazzi nelle coppe e nei calici, dei fiori rallegravano la vista, esalavano delicati profumi. Le tendine di cretonne, accostate, impedivano che degli sguardi indiscreti penetrassero, e lasciavano filtrare una mezza luce propizia al turbamento dell'ora. Ella si guardava intorno, muta, tendendo l'orecchio, credendo di udire il rumore di un passo, facendogli segno di parlar sottovoce, chiedendogli che gente abitasse vicino.

— Sei sicuro che non mi conoscano?

— Ma sì... e poi, di che temi? Non sono qua io? Chi ti strappa dalle mie braccia?

Ella si lasciò stringere al suo petto; poi tentò difendersi, ma restò senza forza dinanzi alle soave blandizie delle carezze. A un tratto si nascose il viso dietro un braccio, soffocando un sospiro di vergogna e di rimorso. Egli la consolava, l'obbligava con dolce violenza a voltarsi verso di lui, a guardarlo in faccia.

— Negli occhi... leggimi negli occhi!... Non credi all'amor mio?...

Allora, scuotendo il capo, buttando indietro i capelli, ella incrociava le mani sulla spalla di lui, mormorando:

— Sì, ti credo... Sarei qui, se non ti credessi?

— È vero!

— Ma tu non sai che cosa mi costi!... o Paolo!...

— Amore!

Egli l'accarezzava, in silenzio; ed ella si lasciava fare, inerte, lievemente contrariata nella sua aspettazione di eloquenti conforti e di proteste ferventi, sentendo che malgrado la suprema intimità si conoscevano ancora poco per fare un'anima sola.

— Lunedì sera, al Quirinale?

L'idea di quel convegno secreto in mezzo agli splendori della Corte, delle specie di connivenza che a loro insaputa le avrebbero prestata quelle grandi dame da lei un tempo invidiate, la colmava di sodisfazione. Tornando a casa, con un mazzo di quei fiori che egli le aveva composto, non ritrovava più la paura dell'altra volta; e intanto che, vestita dell'abito da ballo, la sarta le girava intorno, raccogliendo delle pieghe, appuntando dei merletti, ella si guardava allo specchio, trovandosi un'altra fisonomia, un'aria più femme, pensando che la vita cominciava soltanto adesso per lei.

Ella era di nuovo nella reggia! Una chiarezza abbagliante, una diffusa luminosità che faceva parere più vasti e più alti i saloni, e quasi bagnava le morbide stoffe, le carni vellutate, le chiome lucenti. Uno sfolgorìo di gemme, un palpitar di ventagli, lo splendore delle uniformi tempestate di croci, la sfilata dei diplomatici, dei generali, dei cerimonieri, la scomposizione e la ricomposizione incessante di un quadro magnifico dove i toni più caldi e più ricchi eran profusi....

Grazie alla Mazzarini, ella aveva potuto trovar posto vicino all'ingresso dei sovrani; ed ammirava il suo carnet dalle cifre reali, esaminava le tolette e le bellezze, sussultava alle battute della fanfara, all'entrata del re e della regina; contemplava la quadriglia d'onore scandalizzata dagli sbagli che commetteva un ministro e che facevano sorridere la sovrana; e nella esaltazione che le luci, i profumi, la musica, la visione di tutte le ricchezze le procurava, ella quasi non vide Arconti che veniva a salutarla.

L'abito nero di lui le pareva un po' troppo semplice. V'era un addetto militare russo, un capitano, giovane, alto, biondo, dalla cambrure quasi muliebre, dall'uniforme splendente, sul quale i suoi sguardi tornavano spesso. Però, come ella conosceva poca gente, come non era molto notata, un sottile scontento le guadagnava l'anima; ella avrebbe voluto esser moglie di un ministro o d'un ambasciatore, aver diritto ai primi posti, attirare l'attenzione di tutti. Nella specie di umiliazione che la sua fantasia le creava, si sentiva ora prendere da una tenerezza dinanzi a Paolo, il cui sguardo innamorato cercava di lei, non vedeva che lei.

La regina cominciava il giro delle sale; ella invidiava le signore alle quali Sua Maestà accordava l'onore di rivolgere la parola. Pensava: «Si ricorderà di me? Mi parlerà?...» e la seguiva cogli occhi. Ma la sovrana s'era seduta accanto alla baronessa Tchernicheff, e la circolazione si ristabiliva. Sfilavano delle coppie superbe, intorno alle quali tutti facevano ala: delle principesse di sangue reale, delle grandi dame straniere a braccio di diplomatici, di ufficiali, di personaggi magnifici e superbi che avevano l'aria di non guardare nessuno. E il principe di Lucrino apparve ad un tratto, dando il braccio alla marchesa del Nepal, la Inglese che faceva girar la testa a tutta Roma. Si chinava un poco su di lei, la faceva ridere d'un riso che scopriva fin sopra alle gengive i denti lunghi e abbaglianti. Che cosa le diceva? Forse era en bonne fortune.

Più tardi, nel salone degli Specchi, le si avvicinò a domandarle l'onore di una danza. Ella si aspettava dei complimenti, una dichiarazione larvata. Invece il principe parlava della festa, trovando che questi del Quirinale erano dei balli borghesi; egli sapeva un incidente occorso nella quadriglia d'onore, la bévue dell'ambasciatore turco, un motto della sovrana. Quantunque fosse in abito nero, spiccava tra la folla per l'eleganza del suo portamento, per la distinzione del tratto; si vedeva che egli era come in casa sua; Arconti le pareva un poco spostato.

Le battute della fanfara reale annunziarono il ritiro dei sovrani: dei generali facevano aprire la folla, e il re passava dando il braccio alla regina. L'animazione cresceva, adesso cominciava quell'assalto al buffet di cui ella aveva tanto sentito parlare. Vi erano dei tipi curiosi: un vecchio dai capelli inverosimilmente neri, con due grossi smeraldi alla camicia, delle decorazioni complicate, un taccuino in mano.

— Chi è? — chiese ella.

Il principe sorrise.

— Ah! ah!... Non lo conosce? Il conte Ferdinando Spirelli-Gloria di Calcaterra e Argenta... un pezzo grosso!... un reporter!

Passava in quel momento Arconti insieme con un vecchio signore dalla commenda al collo.

— Sono gl'intrusi del giornalismo e della politica — finì di dire il principe.

Ella credette che l'allusione fosse rivolta ad Arconti; che, sapendo di avere in lui un rivale, il principe glie ne avesse voluto dimostrare l'inferiorità. Allora ella protestava tra di sè: non era vero che egli fosse un intruso! Anche non essendo un principe romano, la sua nascita gli dava il diritto di entrare nella reggia cogli altri. Era vero, invece, che in quell'ambiente non brillava molto, che quella luce non gli era troppo favorevole... Ma perchè giudicava ella l'uomo che amava?

Ballando con lui, ella rispondeva alla pressione della sua mano, abbassava le ciglia alle parole turbatrici che egli le mormorava. Lucrino, da lontano, non cessava di guardarla; le piaceva di farne un geloso. La sua ebbrezza andava crescendo coll'inoltrarsi della notte; accanto alla Mazzarini, ella si vedeva ora molto circondata, conosceva nuova gente; e al ricordo della mediocrità in cui era prima vissuta, un senso di stupore l'invadeva. A un tratto ella si rivedeva con la fantasia nella casa di via Leonina; allora dei sorrisi le increspavano le labbra.

Le durava ancora nell'anima il fermento prodotto da quelle impressioni, quando, il domani, arrivò da Palermo un telegramma inquietante. Suo marito, deciso di partire subito, diè l'ordine di preparare i bauli. Nella confusione in cui era messa la casa, ella si chiuse un momento in camera, per raccogliere le proprie idee, per iscrivere a Paolo. «La contrarietà che io temevo» gli scrisse «è avvenuta; sono costretta a seguire mio marito in Sicilia, debbo lasciarti. Spero che sarà per poco; fàtti coraggio e non toglierne a me...» Invece, ella non sapeva perchè l'idea di quella separazione le desse una specie di compiacenza. Era pel sentimento della propria libertà che avrebbe riacquistata? O per la prova a cui metteva l'amore di Paolo?

Egli rispose: «Bisogna assolutamente che io ti veda; comprendi? Se non mi assicuri che domani verrai anche per un istante solo, mi presenterò a casa tua.» Impaurita da quella minaccia, promise. E il domani, abbreviata la sua visita alla Mazzarini, corse in via Leonina. L'uscio le si schiuse dinanzi: egli era lì che l'afferrava per le mani, che le piantava gli occhi in viso.

— Tu parti?... Tu mi lasci?... Ora?...

— È necessario!

— E me lo dici così?... Io non conosco che una sola cosa necessaria al mondo, ed è l'amor nostro!...

Parlava concitatamente, martoriandole il polso, trascinandola verso la luce.

— Ma che colpa ci ho io?... È un mio capriccio, forse?... Credi che io vada a divertirmi?... Che cosa posso farci?

Egli disse, con voce sorda:

— Verrò anch'io.

— No, Paolo, non lo ripetere!... Non è possibile... A che scopo verresti? Credi che laggiù potrei fare quel che faccio qui? Tutti mi conoscono, non potrei dare un passo senza essere riconosciuta, senza avere tutta Palermo alle calcagna! Tu non potresti nemmeno venire da me due volte di seguito... Vedi dunque? Perchè?...

— Perchè?... Perchè?

Egli la stringeva, la soffocava, cogli occhi rossi, la voce selvaggia:

— Perchè ho bisogno di te!... Perchè non possa vivere senza di te!... Perchè ti voglio portar via... — Poi, sconvoltisi i capelli, scuotendo il capo, prendeva a supplicare: — No... non mi lasciare!... Tu non sai che dolore!... O consenti che venga anch'io, senza vederti, che cosa importa? Ma respirare l'aria che tu respiri; poter dire: ella è qui, forse la incontrerò, forse vedrò, da lontano, il colore della sua veste, il gesto del suo saluto!...

— Povero amore!... Povero amore!...

Accarezzandogli lievemente i capelli, ella socchiudeva un poco gli occhi, inebbriata, dicendosi: «Come mi ama! Come mi ama! Non credevo così...»

— Tu soffri, povero amore... — mormorava — Soffro anch'io, sai!... Coraggio! Tornerò presto, te lo giuro! più presto che tu non creda!... Mi scriverai tutti i giorni, ti scriverò anch'io; d'altronde, tu non verrai laggiù, con la commissione d'inchiesta?

— In autunno, fra un secolo!

— Vedrai che il tempo passerà... pensa alla gioia del rivederci... Suvvia, coraggio!...

— Oh, se tu sapessi!...

Allora, mettendoglisi più amorosamente vicino, obbligandolo a guardarla, ella chiedeva:

— È più forte di te, non è vero?... Dimmi che cosa provi, aprimi tutto l'animo tuo; sarà una consolazione, vedrai...

Egli disse, piano:

— Mi pare che il mondo perisca, che la luce si spenga per sempre...

— Oh, sì; è così!... E dimmi ancora, perchè?... perchè io sono, che cosa?...

— Il mio respiro, la vita dell'anima mia...

Le mani si cercavano, le labbra si univano, e nel languore stanco in cui la sua esaltazione finiva, egli ascoltava con maggior tolleranza la voce della ragione, le persuasioni con le quali ella lo confortava, le istruzioni che gli dava sul modo con cui avrebbero corrisposto.

— Ogni sera, quando tornerai a casa, mi narrerai la tua giornata; io ti dirò tutta la mia vita, ci parrà così di esser vicini.

— Dammi almeno il tuo ritratto.

Egli fece quella domanda con un tono di voce così supplice, guardandola con tanta passione, che ella fu punta da un vivo dolore all'idea di non poter contentare il desiderio di lui.

— Non ne ho nessuno! E non c'è il tempo di farne... Ma te lo manderò da Palermo, appena arrivata...

— Dammi almeno una ciocca dei tuoi capelli.

— Tutti!

Presa una forbicina sulla toletta, egli le si avvicinò. Restava fermo a guardarla, cogli occhi luccicanti. Alzò le mani; ma come gli tremavan forte, finì per dire:

— Guarda, non posso...

— Lascia a me.

Recise un ricciolo della nuca; egli fece per prenderlo, ma ella disse:

— Non ancora, aspetta.

Il suo cappellino nero era guarnito d'una ghirlanda di fiori; ne colse due e li intrecciò coi capelli. Egli si chinava a baciarle la punta delle dita intente a quel lavoro. Allora, come l'istante della separazione si avvicinava, persuasa che toccava a lei di esser forte, ella s'affrettò, lo scongiurò rapidamente, sottovoce, di aver fede in lei, e si sottrasse ai suoi abbracci disperati.

Un sentimento di meraviglia la occupava, partendo: non avrebbe creduto a tanto dolore da parte di lui. Nel mondo in cui ella entrava, i legami si stringevano, si rompevano, si riprendevano, secondo le esigenze degli avvenimenti. Se egli soffriva tanto per una separazione temporanea, che cosa avrebbe fatto per una rottura? Però l'idea della passione ispiratagli la colmava d'orgoglio sodisfatto. Ella si considerava come un'eccezione; si diceva: «Io sono una di quelle donne fatali a cui nulla resiste!...» Il pensiero di quell'uomo sospirante la sua memoria, del desiderio cocente di cui ell'era oggetto, l'accompagnava per via, le dava un secreto compiacimento, perchè ella trovava giusto che quell'uomo soffrisse un poco, che pagasse col dolore la felicità ottenuta.

VIII.

Arrivarono a Palermo che il marchese non era morto ancora; ma il disfacimento del suo corpo rassomigliava alla putrefazione di un cadavere. Nella stanza dell'ammalato si diffondeva un cattivo odore intollerabile, che la disinfezione all'acido fenico inaspriva. Col suo viso come di cera e col suo sguardo lucente, egli metteva paura.

Guglielmo stava tutto il giorno al capezzale del moribondo; ella andava a trovarlo vincendo un'intima ripugnanza, facendosi forza, dicendosi che era un dovere; e la tristezza di quella lenta agonia la guadagnava a poco a poco. Suo figlio, guastato ancora più dalle moine della zia e di Stefana, era insopportabile, stava tutto il giorno nella corte con una frusta in mano, in compagnia degli stallieri e dei lacchè, a veder strigliare i cavalli, lavare le carrozze e forbire i guarnimenti, imitando i cocchieri in tutte le loro mosse, passando una corda alla bocca di un mozzo di stalla come un morso e facendolo trottare a furia di frustate. Suo padre si estasiava dinanzi a quelle monellerie; ella quasi non riconosceva il frutto delle sue viscere in quel piccolo carrettiere che aveva sempre le mani sudicie e i calzoni laceri, e che bestemmiava come un turco. Fu una festa ritrovarsi con Giulia, ma l'amica in quel tempo aveva avuto dei motivi di dolore; dicevano che Toscano la trascurasse per correre nuove avventure. E le altre compagne non si vedevano più; Enrichetta Balsamo aveva lasciato Palermo per Trapani, Bice Emanuele era scomparsa dal mondo, suo marito la maltrattava in tutti i modi: ubbriaco, vizioso, sciupava tutto per i suoi capricci facendo mancare a lei perfino il bisognevole. Ella avrebbe voluto andare a trovarla: Giulia le disse che l'amica non vedeva gente volentieri. La compagnia di tutte le altre, quando ebbe finito di riferir loro quel che aveva fatto e visto alla capitale, non era molto divertente; ella scopriva adesso in loro tanti difetti! Le lettere di Paolo erano il suo compenso.

Egli le dirigeva alle sue iniziali, ferme in posta, Stefana doveva andare a prenderle. Però la vecchia serva le aveva chiesto:

— Chi ti scrive?

— Un'amica.... una signora romana, divisa dal marito....

— E perchè non mette l'indirizzo giusto?

— Sai, Guglielmo ha tante fisime pel capo.... non vuole che io la tratti, per la sua posizione.

La donna scosse il capo....

— Bada.... non commettere imprudenze....

— Di che imprudenze parli?... Mi secchi anche te, con le tue osservazioni!...

Ella aveva fatta la voce grossa, per darsi ragione; Stefana rispose, dolcemente:

— Va bene, va bene, non t'inquietare....

E andava a prendere le lettere, senz'altro. Da quei fogli traboccava la passione, esalavano ardenti sospiri e supplici invocazioni. Paolo ricordava l'estasi godute, le dolcezze assaporate, il tremore delle labbra unite alle labbra, l'inabissamento degli sguardi negli sguardi, i fremiti, gli spasimi, le voluttà. Dei rimproveri indiretti gli sfuggivano di tanto in tanto; poi li disdiceva, domandando perdono e chiamandola: «Vieni, soave amore, grazia infinita, splendore abbagliante, sola anima, unica forma; vieni, ch'io beva il tuo riso, ch'io aspiri le tue parole, ch'io mi inebrii della tua portentosa visione....» Alcune volte scriveva dalla Camera, sui foglietti con l'intestazione azzurra, mescolando le frasi appassionate alle descrizioni dell'ambiente: «Come il tuo ricordo è vivo, presente, immortale! Tu mi stai al fianco, mi sorridi: eccoti, io ti contemplo.... La volgarità di questo luogo è riscattata: tu vi venisti un giorno: le cose che tu hai mirate non acquistano nuove virtù?... Ti ricordi di quel giorno? Io vedevo i tuoi occhi che mi cercavano, compresi che eri venuta per me.... Qualcuno mi suggerisce delle osservazioni; vedendomi scrivere e alzare il capo, crede ch'io prenda degli appunti. Che pietà mi fanno! Che vuoti rumori sono quelli che mi feriscono l'orecchio! Come tutto è inutile al mondo, fuorchè il tuo sorriso!... Hanno chiamato il mio nome, non so che cosa ho risposto. Io vengo qui per animare della tua visione questo luogo; io voglio associare il tuo ricordo a tutte le cose, scrivere il tuo nome dovunque: gli amanti che verranno dopo, sdegneranno l'oggetto dell'amor loro, pensando a te... Un altro imbecille discorre, discorre, discorre, con una voce monotona, con un gesto automatico. Io vorrei alzarmi, gridargli di tacere, cantar le tue lodi....»

Gli rispondeva, un pomeriggio sereno di marzo, con un bel raggio di sole che penetrava fino sul suo piccolo tavolo e indorava il foglietto a lui destinato, quando intese delle voci, il portone girare sui cardini e chiudersi. Ebbe appena il tempo di nascondere la sua lettera in fondo al cassetto, che Guglielmo entrò dicendo:

— Se n'è andato....

Bebè, nella corte, dietro il portone chiuso, continuava a guidare un carrettino al quale aveva attaccati due cani; suo padre parlava del testamento che era in consegna del notaio Denaro. Ella non udiva, tutta presa dall'idea della morte, pensando a quell'esistenza passata tra gli splendori, trascinata miseramente tra gli attacchi del male ed ora spenta per sempre. Chi avrebbe detto al galante cavaliere trionfante per la sua eleganza e pel suo spirito nel fasto della corte borbonica, quella fine triste e dolorosa che nessuna cara compagnia aveva confortata? Dov'erano i giorni dei suoi amori e delle sue fortune? E che cos'era questa vita, la cui durata costava tante pene e che finiva così?

Ella restava piena d'una vaga malinconia; non avrebbe creduto che quell'avvenimento previsto dovesse produrle tanta impressione. La sera, rimasta sola, riprese la sua lettera a Paolo; gli scrisse: «L'amarezza si aggiunge all'amarezza; a rendermi più triste questa separazione si aggiunge l'ala della morte distesasi accanto a me. Nessun legame di sangue mi univa al povero vecchio che ha cessato di soffrire, ma la sua dipartita mi ha fatto pensare a tante cose angoscianti. Consolami tu, dimmi che m'ami, che m'amerai sempre...»

Suo marito, quando lesse il testamento nel quale si nominava erede il bambino anzichè lui, entrò in una collera sorda, che non potendosi sfogare apertamente, si tradiva ad ogni momento, a proposito di nulla. Egli avrebbe voluto esser padrone di quella sostanza, disporne come di cosa propria. L'incompatibilità dei loro caratteri si rivelava nuovamente in quella circostanza: quantunque ella fosse certa dell'eredità, delle lacrime di commozione le avevano gonfiato gli occhi nell'apprendere le disposizioni testamentarie, l'atto sempre generoso del vecchio che legava una fortuna al frutto delle sue viscere; suo marito, invece, se la prendeva col morto, le dava lo spettacolo disgustoso d'una recriminazione volgare.

— A te od a tuo figlio, — osservava ella — non è la stessa cosa?

— Ah, è la stessa cosa? La stessa?... E la baracca chi la tiene in piedi, tu forse?... Sono stato ingannato come un gonzo!...

Da qualche parola sfuggita all'amministratore, ella aveva compreso che si trovava in imbarazzi, che aveva fatto dei debiti contando di pagarli con l'eredità. Ma egli non poteva toccare un soldo del patrimonio, dovendo rendere i conti a suo figlio quando sarebbe entrato nell'età maggiore. Ed a lei non diceva nulla della sua situazione finanziaria — non la credeva neppur capace d'intendere queste cose!

Adesso cominciavano le visite di condoglianza, la sfilata delle persone che chiedevano l'ammontare dell'eredità dopo aver fatto l'elogio del morto, che nascondevano male la loro invidia, che insistevano nel mettere in evidenza la fortuna in cui si risolveva quella disgrazia. Lo spettacolo di tanta ipocrisia e di tanta volgarità la disgustava. Ella faceva delle scettiche riflessioni sulla commedia del mondo, pensava di esser lei sola a rimpiangere sinceramente il povero vecchio.

Pel tempo che richiedeva la sistemazione degli affari, non si parlava di tornare a Roma. E Paolo scriveva delle lettere sempre più impazienti, minacciava di porre ad effetto il proposito di venirla a raggiungere. «Il mio pensiero vola sull'ali del desiderio alla terra felice che accoglie l'amor mio. Il cielo vi è più azzurro, il mare più calmo, i fiori più smaglianti. I tuoi sospiri profumano l'aria, la tua presenza nobilita tutte le cose.» Poi aveva reclamato il suo ritratto; ella ne possedeva uno fatto qualche anno prima, ma non le pareva che la favorisse molto. Ne cercò, per aggiungerlo a questo, un altro fatto da ragazza; ma nel cofanetto da lavoro in cui rammentava di averlo riposto, non lo rinvenne. Frugò da per tutto; non riuscendole di trovarlo, mandò l'altro solo. La sparizione di quel ritratto la fece fantasticare; chi poteva averlo sottratto? Imaginava che qualcuno dei suoi adoratori, per possedere la sua effigie, avesse indotto una persona di servizio a rubarlo. Però, non osava chiederne a nessuno, temendo che venissero a scoprire la ragione delle sue ricerche... «Fronte adorata, purissima,» scriveva Paolo, «sguardi profondi perduti dietro a una visione di cielo, fior della bocca appena dischiuso al bacio dell'aura, fattezze soavi piene di grazia e di nobiltà, io vi ho finalmente dinanzi, vi copro di baci, vi mostro il mio cuore... Io amo voi sole: voi siete benigne, vi lasciate contemplare, non vi nascondete, non mi fuggite come quella Superba alla quale non vo' più, d'ora innanzi, pensare...» Delle bouderies fanciullesche, delle esagerazioni ammirative di cui ella sorrideva un poco; ma un'atmosfera d'amore sottile ed inebbriante che si sprigionava da ogni sua parola, che l'avvolgeva come una carezza, che la faceva sognare ad occhi aperti, che scoloriva i romanzi di passione coi quali ella ingannava la lunghezza dei suoi giorni.

Tornava la primavera, il verde sulle piante, la serenità nel cielo. Adesso ella usciva un poco, faceva qualche visita. Il nero stava meravigliosamente alla sua bellezza bionda, dava nuovo risalto alle rose della sua carnagione. Le amiche glie lo dicevano, durante le visite in cui non si parlava se non dell'avvenimento imminente, le corse alla Favorita. Poichè il lutto era ancora troppo recente, ella non poteva andarvi; ma non ne provava rammarico, pensando che Paolo doveva esserne contento. La gelosia non gli faceva sentire i suoi morsi? Dopo la lettura della Fanny di Feydeau, si chiedeva se anch'egli fosse geloso del marito? E giustamente Paolo scriveva: «Un altro uomo ti sta al fianco, ti parla e t'ascolta, ha dei diritti su te!... Stasera, dolce amor mio, non mi chiedere nulla; ho l'anima triste più della morte. Se ti potessi dire tutto quello che sento, ti farei piangere come io piango... No, basta; è troppo soffrire...» Quanta poca ragione aveva di esser geloso! Ella era un'estranea per suo marito. In cuor suo, se ne rallegrava; le era almeno risparmiato l'orribile tormento che dovevano essere le sue carezze. Però scriveva a Paolo che non si fidava più di restar lontana da lui. Allora egli si umiliava, diceva di non comprendere come ella potesse amarlo tanto. «Io non ho nulla per esser degno dell'amor tuo; quanti uomini valgono più di me!...» Ella gli aveva appena risposto protestando contro quelle parole, giurandogli che non pensava neppure all'esistenza di altri uomini, quando suo marito le annunziò che il principe di Lucrino era arrivato a Palermo, per le corse. La notizia le procurò una leggiera emozione; perchè?

Il principe venne a trovarla, un martedì che v'era molta gente nel suo salotto. Dopo averle presentate le sue condoglianze ed espressa la sua ammirazione per Palermo, s'era messo a guardare in giro le pareti. Ella pensava che la presenza di altre persone dovesse contrariarlo, godeva un poco del suo imbarazzo. Però, raccogliendosi nel suo angolo di divano, procurò di metterlo à son aise, chiedendogli degli schiarimenti sulle corse.

— Il criterium si corre dai cavalli a due anni, per avere giusto un criterio su quel che saranno a tre anni. L'Handicap è la più stupida, perchè tutti i cavalli debbono portare un peso, e glie li mettono, così, a occhio...

E a misura che le altre persone gli rivolgevano delle domande, egli spiegava:

— Il fantino che smonta, finita la corsa, consegna il cavallo al trainer che lo ha in custodia; allora gli dánno a bere e lo lavano da capo a piedi quantunque sia sudato, perchè non beve da ventiquattr'ore e mangia soltanto biada secca; altrimenti il ventre gli gonfia e gli fa cqua-cqua.

La prosaicità di quei discorsi era compensata per lei dall'interesse con cui la gente raccolta nel suo salotto li ascoltava. E in breve il principe diventava alla moda fra i giovanotti eleganti; le signore gli prodigavano i loro sorrisi, il suo Rataplan raccoglieva le simpatie generali. Se ella avesse voluto, a quell'ora sarebbe stato il suo amante. Adesso però era troppo tardi! Un sentimento di curiosità dinanzi a sè stessa, nondimeno, le faceva proporre una quistione: «Se io volessi, per capriccio, per curiosità, chi potrebbe impedirmi?...»

Il primo giorno delle corse, mentre ella, dalla finestra, assisteva alla sfilata delle carrozze che vi andavano, vide passare suo marito con un giovane alto, elegantissimo, dalle guancie rosee, i baffi d'un biondo rossastro, il monocolo all'occhio sinistro, l'aria straniera. Egli guardò verso di lei, si voltò un poco a parlare con Guglielmo; poi, guardando di nuovo, salutò profondamente. La vista di quell'uomo le diede una scossa. Chi poteva essere? Il duca d'Aumale doveva venire a Palermo; ella pensava che fosse qualcuno della sua casa. L'estremo fascino di quella figura appena scorta la soggiogava stranamente. Quando Guglielmo rincasò, gli chiese:

— Chi era quel signore che salutò stamani?

— Il visconte de Biennes, attaché alla casa del Duca... Verrà domani.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings