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L'Illusione

PARTE TERZA. (continued 2)

Reading edition

Guarì, e a poco a poco tutto questo cominciò a passare. Ella tornò a veder gente, egli a sospettare, a punzecchiarla senza ragione. Talvolta ella alzava le spalle, opponendo ai sorrisi sarcastici di lui degli amari sorrisi; tal'altra lo scongiurava di non dirle di quelle cose cattive, gli s'inginocchiava dinanzi, gli rammentava la recente felicità, diceva, giungendo le mani: «Signore, fatemi ammalare un'altra volta!...» Egli tornava buono, ma le parole innamorate che le diceva erano le stesse di un tempo — ed anche lei s'accorgeva di ripetere le cose già dette. Certe volte, restavano dei momenti abbracciati, senza dir niente. Egli non aveva più gli scoppii d'una volta, non la torturava e non si torturava; se parlava degli uomini che le facevano ancora la corte, non si scuoteva, non l'assaliva coi suoi sospetti. Ma quella freddezza era forse studiata? era un'altra forma della sua gelosia?

— Che cosa ti dà ombra? Dillo: io potrò correggermi, provarti che non ho altro pensiero fuori del tuo...

— Niente... nessuno...

— Non è vero!... La vita che faccio non ti piace... Ma qui è un obbligo per me!... Quante volte non t'ho detto di andar via...

— Non dicevi sul serio.

Dinanzi a quelle accuse, un moto di ribellione la sollevava; poi, quand'egli non era più lì, quando si metteva a pensare all'avvenire, una paura la piegava, l'umiliava. Adesso ella intravedeva, più distintamente di prima, una cosa orribile: la morte di quell'amore... Il miraggio che l'aveva affascinata, la speranza che l'aveva sorretta, svanivano, si dileguavano, insensibilmente, ma continuamente, senza speranza di ritorno. Quell'uomo per cui s'era perduta, che l'aveva sedotta con la promessa d'un amore eterno, adesso veniva da lei per leggere i giornali, per dormire sopra una poltrona... Ella si passava: una mano sugli occhi; si diceva: «Non sogno?...» Com'era dunque avvenuto? Quella sua colpa era proprio imperdonabile?... E delle cose dimenticate le tornavano alla memoria: dei sintomi di mutamento rivelatisi ancor prima della sua confessione... Era dunque l'opera del tempo? la fatalità della vita?... L'errore consisteva dunque nel credere alla durata di qualche cosa, quando tutto moriva, tutto finiva?... No; l'errore era stato suo, d'aver prestato fede a quell'uomo. Scettico ed ambizioso, declamatore e vano, ella lo vedeva qual'era. Poi si domandava: «Perchè lo giudico così? Perchè non lo scuso?... Ho anch'io dei difetti da farmi perdonare...» Allora tornava ad afferrarsi a lui; e una buona parola la consolava, la paura cessava.

Passò così dell'altro tempo, tra accuse e discolpe, tra urti e riconciliazioni, tra brevi ritorni agli entusiasmi dei primi tempi e lunghi periodi d'indifferenza e di freddezza. I tentativi di seduzione si raddoppiavano intorno a lei; nelle giornate cattive ella pensava che se avesse voluto, tutti gli uomini le sarebbero caduti ai piedi; poi riconosceva che essi le stavano attorno perchè era caduta. Qualcuno, però, la trattava diversamente dagli altri. Lo aveva conosciuto a Pegli, l'ultima estate; rivedendolo a Roma, la prima volta, non aveva rammentato il suo nome. Se ne sovvenne quando egli le lasciò una carta: Eduardo Morani. Un giovane a ventotto anni, con degli occhi dolci, il viso magro dalla pelle leggermente abbronzata dal sole e dall'aria marina. Aveva fatto i suoi studii all'Accademia navale; ma come la sua vocazione pel mare contrariava troppo la sua famiglia, aveva rinunziato alla carriera. Una serietà attraente spirava dalla sua fisonomia; egli le rammentava l'ufficiale di marina incontrato a Milazzo. Nelle parole che le rivolgeva v'era un rispetto così profondo, un riserbo così scrupoloso, che la facevano pensare a quel che avrebbero dovuto essere le sue parole d'amore. Quand'egli parlava del mare, la sua voce tremava.

— Lo amo anch'io — confessava ella — ma da lontano... e quando è buono...

— Bisogna amarlo com'è!

— No, no... Lei è troppo esclusivo nelle sue passioni...

Inutilmente ella cercava di provarlo, di provocarlo a parlare delle cose del sentimento; egli evitava di rispondere, chinava il capo in atto di deferenza a ciò che diceva lei stessa. L'esperienza la rendeva guardinga: quel contegno non poteva essere studiato apposta per fare effetto? Ma quando ella sentiva l'accento di schiettezza ingenua col quale le parlava, si ricredeva, si confessava che le era simpatico.

Paolo non s'accorgeva di questo; a poco a poco egli aveva finito per non seguirla più in nessun posto, per non vederla altro che nell'intimità di quattro mura. Ma se ella andava a un ricevimento, a una rappresentazione, il domani erano delle allusioni sarcastiche, dei sorrisi ambigui, un avvelenamento del piacere che ella aveva provato. Era tanto sciocca da dirgli quali uomini aveva notato di più, quali le erano stati più a lungo dintorno: egli accavalcava una gamba sull'altra, guardandola con un riso cattivo.

— Ma se tu sei geloso, perchè non mi segui?... Io ho l'obbligo di far questa vita...

— E i tuoi progetti di rinunzia?

Ciò che egli voleva, era dunque che ella si appartasse dal mondo per fargli piacere, che non vivesse se non del pensiero di lui mentre egli avrebbe continuato a curarsi d'altro! L'egoismo dell'uomo non poteva rivelarsi meglio che in questa pretesa; però ella si piegava ancora. Prima di andare a un ballo in casa Fucino, gli chiese:

— Se ti fa dispiacere...

— No, assolutamente.

— Dillo pure, se non vuoi... io farò quel che tu imporrai.

— Che diritto ho d'importi qualche cosa?

— Tutti i diritti, lo sai!

— No, non mi fa dispiacere... mi piace che tu brilli, che ti diverta...

Ella chiese ancora, irresoluta:

— Verrai anche te?

— Sì.

Sentendo parlare da madama Duroy di quella festa, si decise, esaltata come sempre all'idea del trionfo da riportare. Gli scrisse, in francese, un bigliettino: «Eh bien, j'y vais, je t'y attends; mon carnet est à toi». Egli non venne; quando si rividero, ricominciarono i malumori, le malignazioni. Ella dunque doveva interpretare le sue volontà celate, imaginare le sue fisime, indovinare ciò che gli passava pel capo, ma che egli non aveva la sincerità di confessare. Ella doveva amarlo, e non ricevere in cambio se non le prove di una diffidenza sorda, d'una freddezza crescente... Il suo orgoglio s'impennava, ella si fermava nel proposito di rispondere alla sua indifferenza con una noncuranza maggiore e, a poco a poco, non s'interessava più ai suoi progetti, non gli chiedeva più nulla delle cose sue, non andava alla Camera a udirlo; nè egli la lodava più, le dimostrava più la stima che aveva avuto del suo ingegno: se talvolta impegnavano qualche discussione, non s'arrendeva come prima, rideva degli argomenti di lei. Ella sentiva il distacco operarsi lentamente e fatalmente; ma come ritornavano ancora una volta le date della loro passione, una nostalgia s'impossessava di lei al ricordo del suo bel romanzo, e cercava di attaccarsi ancora a quell'uomo, di riafferrarsi a quel passato. Egli la lasciava dire, chinando il capo, guardandosi le mani.

— Quanto amore, non è vero?... quante carezze!... Ma tu non dici nulla... hai l'aria d'essertene pentito...

— Tu non sai quel che dici.

— Oh, così fosse!... Ma io vedo, penso, confronto, intuisco...

Qualche volta arrivava da lei stringendole la mano senza baciarla; le restava una sera accanto parlando di cose indifferenti, non le chiedeva le sue carezze.

— Come sei mutato! — esclamava ella — come sei freddo!...

— Io sono lo stesso.

— Ma sai che qualcuno darebbe la vita, per starmi un'ora vicino, così?

— Chi, il principe di Lucrino?

Se il discorso tornava sulle memorie del tempo in cui non si conoscevano ancora, se egli parlava del primo suo amore che la morte aveva crudelmente troncato, le sue parole erano più commosse, ella lo sentiva più lontano da lei.

— Tu pensi sempre alla morta!

— Sì... ma in altro modo.

— Vorrei che pensassi in quest'altro modo a me stessa... Oh, capisco, hai ragione: ella ti avrebbe dato molto più di quel che posso darti io!... Che cosa valgo, oramai?...

Egli le stringeva una mano, senza protestare.

— Tu avresti voluto essere il primo a leggere nel cuore d'una donna... Un giorno, mi lascerai per sposare una vergine...

Allora, come egli restava senza dir nulla, gli si metteva quasi in ginocchio dinanzi, pregando:

— Senti, Paolo... se tu non m'ami... se non mi amerai più... me lo dirai, francamente, sinceramente?... Sarà lo strazio di tutto l'essere mio, ma non te ne vorrò... capisco che tutto finisce al mondo!... procurerò d'esser forte!... ma voglio che tu me lo dica, senza infliggermi il tormento di vederti così freddo, stanco, annoiato...

— Ma t'inganni!...

— No, non mentire... tu non m'ami più...

— Ebbene, come vuoi: non t'amo...

Un momento, pensava di rispondergli: «Sta bene, separiamoci dunque!...» poi fissava il proprio sguardo sul suo, intensamente, dolorosamente, appassionatamente, ed in quello sguardo ella metteva dei rimproveri umili, una supplicazione devota, tutti i ricordi del loro passato, tutte le promesse dell'avvenire. Ella gli prendeva una mano, senza lasciar di guardarlo; gli diceva, sommessamente:

— Ripetilo... ch'io lo senta ancora...

— No! non è vero!... Sei tu che mi fai dire queste cose...

Allora, per non sentirsi accusare daccapo, era lui che la accusava.

— Sei stata col principe?... A che punto siete arrivati?

— Oh, Paolo!...

— Allora, chi altri hai per le mani?

— Tu non sai che questo è un insulto?

Egli alzava le spalle, esclamando:

— Non recitare!... tu pensi ad altri...

— Io? Io?... Ma se fosse vero, perchè ti supplicherei da tanto tempo di non trattarmi così? che cosa m'impedirebbe di abbandonarti?

— La forza dell'abitudine...

Un velo le annebbiava la vista, le sue mani tremavano.

— E sei tu che dici questo?... E tu lo credi?... Ah, è vero! Dopo averci fatto cadere, siete i primi a disprezzarci!...

Adesso la verità le appariva in tutta la sua crudezza: egli non l'amava più, quelle accuse che le rivolgeva erano altrettanti pretesti per stancarla, per disfarsi di lei... Un'amarezza immensa le saliva dal cuore alla gola; ella si ricordava tutto ciò che quell'uomo le costava: la famiglia perduta, il disprezzo del mondo, l'avvenire distrutto. Perchè ella sarebbe rimasta sola, senza un appoggio, esposta ad ogni sorta di rischi... Meglio questo, meglio la fine, piuttosto che il freddo insulto!... Perchè non aveva egli il coraggio di confessarle sinceramente: «Non t'amo più, tutto è finito?...» Allora ella si copriva il volto con le mani, pregava tra sè: «No, più tardi che è possibile... voglio sperare, voglio ostinarmi...» Ed ella non si confessava che anch'ella non lo amava più, che quell'amore non rispondeva al tipo da lei sognato, che quell'uomo non le piaceva. Non lo aveva mai trovato nè bello nè nobile abbastanza; non era mai stato molto elegante, adesso era quasi trascurato; non voleva andare nel mondo, la sua gelosia consisteva più che altro nell'idea del posto secondario che egli vi teneva, del vantaggio che avevano su di lui i giovani alla moda — e impediva a lei stessa di fare la vita che sognava, di ricevere molta gente, di andare a cavallo, di fumare, di divertirsi a proprio talento.

Dell'altro tempo passava: la lusinga rinasceva e tornava a dileguarsi. Con una gran tristezza nel cuore, ella andava nel mondo, fingeva la serenità e l'allegria, non tollerando che la gente s'accorgesse dell'abbandono in cui era lasciata. La passione era stata la legittimazione del suo fallo: ella non voleva sentirsi dire che s'era ingannata. Però, come gli uomini la perseguitavano con le loro insistenze, ella rispondeva con uno scetticismo corrosivo. Non si scopriva in tal modo? Ma come ascoltare senza ribellarsi le menzogne che le recitavano?...

Solo Morani la trattava a un altro modo, la circondava d'un rispetto fraterno; l'imagine di lui le era sempre presente. Ella imparava a conoscere la lealtà del suo carattere, la dirittura del suo animo. Un giorno, per istrada, le presentò le sue sorelline: due belle fanciulle, a cui ella si affezionò come a delle figlie. E andando adesso in casa di lui, conoscendo la severità della sua vita, ella aveva una tentazione che si faceva sempre più forte: chiedergli un colloquio, confessargli tutta la sua storia, la situazione presente, e seguire i suoi consigli. Poi l'impossibilità di parlare del suo stato a un giovanotto l'arrestava: non avrebbe egli potuto credere a delle avances da parte di lei?... Ed ella s'arretrava ancora, atterrita all'idea d'incorrere nel suo disprezzo.

Come la sua tristezza cresceva, ella s'afferrava di più a Paolo, gli diceva:

— So bene che un giorno tutto finirà tra noi; ma lascia che il tempo compisca la sua opera, senza affrettarla!.. Perchè privarci di qualche altro giorno di gioia?

Le sue guancie si rigavano di pianto; come egli cercava di replicare, di assicurarle che era sempre suo, ella esclamava tra i singhiozzi:

— T'ho per poco!... Ti perdo, mi sfuggi...

Quando egli le si mostrava cattivo, quando le ripeteva l'assurdo pensiero che ella pensava al tradimento, gli diceva:

— Ma non sai che questo pensiero funesto uccide l'amore? Che se non lo combatti, se non lo distruggi, finirà per spegnere il tuo sentimento?

Ella pensava che ardesse ancora un poco, ne rimescolava le ceneri. Un giorno, nel rimettere in ordine le lettere di lui, ne aveva rilette tante, s'era sentita rivivere ai tempi della felicità. La sera, al sopravvenire di Paolo, ella lo abbracciò con più calore, si mise a riferirgli i passaggi più belli di quelle lettere.

— Ti ricordi come scrivesti la prima volta?... E dalla Sicilia?... Ascolta: dopo Castellammare mi dicesti così...

Egli disse:

— Pensi ancora a queste cose?

— Ma sempre!... non penso che a questo... e tu?

— È un pezzo che me ne sono dimenticato.

Fu un urto in pieno petto. Ella guardò quell'uomo che si stropicciava le mani evitando di guardarla, e ad un tratto sentì che non v'era fra loro più nulla di comune, che un abisso si sprofondava tra loro, abbattendo, travolgendo, inghiottendo ogni cosa. E la sua propria voce, nel silenzio gelido che s'era fatto, la stupiva, la impauriva:

— Hai dimenticato?... neppure il ricordo?... Allora, tutto quello che mi dicevi?...

Egli s'alzò in piedi, facendo per dire qualche cosa. Col petto affondato, il capo pendente, gli occhi sbarrati, ella distese un braccio, ingiungendogli di non parlare. Si sentiva finire, il sangue le si gelava nelle vene, un velo le ottenebrava la vista, un nodo le si aggruppava alle fauci....

Fu una crisi come non ne ricordava più da un pezzo. Un giorno intero le convulsioni e le sincopi si alternarono lasciandola sfinita, contusa per tutto il corpo, con la lingua e le labbra lacerate dai morsi. Nell'esaurimento supremo in cui quegli assalti la lasciavano, ella provava l'impressione di una fatalità ineluttabilmente compitasi, dell'impossibilità d'ogni sforzo, di qualche cosa d'irreparabile. Egli tornava ancora: nella sua fibra spezzata ella non trovava la forza di respingerlo, ma sentiva che era morto per lei, che nulla, nessuna protesta, nessun pentimento, nessuna abnegazione avrebbe potuto cancellar mai le atroci parole. Tutto ciò che egli faceva o diceva le era adesso increscioso; la stessa stima nelle sue doti intellettuali e nelle sue qualità morali era morta. Ella finiva per negare di averlo amato mai; e un immenso stupore la invadeva, pensando alla rivoluzione operatasi nel suo spirito. Un tempo, con Duffredi, ella si era ròsa all'idea della catena legatasi al piede, aveva disperato di poterla infrangere, e adesso che quella catena era rotta, che se n'eran disperse perfino le vestigie, ella ne trascinava un'altra, egualmente pesante. Come un tempo, all'idea di esser stata lei stessa a volere quel nuovo danno, non si dava pace; e nel suo rancore impotente, disperando ancora di liberarsi, ma non riuscendo a tollerar quello stato, se Arconti la teneva fra le sue braccia, ella nascondeva il viso, mormorando:

— Vorrei morire!...

Si sentiva profanata, degradata, pensava con amarezza al disprezzo di cui sarebbe stata ora degna. Ma l'idea di esser disprezzata da Morani le riusciva particolarmente dolorosa. Egli era per lei una specie di giudice superiore ed invisibile, che assisteva ad ogni atto della sua vita, che leggeva ogni moto del suo cuore. Che cosa le avrebbe consigliato, se avesse consentito ad ascoltare la sua confessione? Avrebbe potuto ammettere egli, nella sua dirittura, quel prolungamento d'una finzione incresciosa? Ella affrettava la liberazione, ma non sapeva come affrontarla. Vi erano delle donne che riuscivano a dire: «Non t'amo più, lasciami, va' via...» Ella non sapeva pronunziare queste parole, per sbarazzarsi dell'uomo che era stato tanta parte della sua vita; come quando aveva lasciato suo marito, degli ostacoli la arrestavano; ella provava ancora una volta che tutto era più difficile del previsto... Ma che cosa avrebbe fatto sola? Fin dove sarebbe precipitata? Quali miserie l'aspettavano ancora? E il suo cuore si chiudeva dall'angoscia, dal terrore; nessuna speranza luceva per lei: come sarebbe stato meglio morire! perchè non era morta?... La figura di Matilde Cerosa, dell'infelice che s'era sfracellata sul marciapiedi lo stesso giorno in cui ella partiva da Palermo pel viaggio di nozze, risorse allora improvvisamente, dopo tanti anni, nella sua memoria. Quella tragica coincidenza non era stata una fatalità e quasi un avviso del suo destino? L'atroce coraggio della suicida l'affascinava: in certe ore di funebre spleen, quando il cielo era di cenere, le strade silenziose e deserte, la solitudine più fredda e più triste, voleva finirla anche lei, cercare il riposo nell'ultimo sonno. Pensava di comprare un revolver, piccolo, dal manico intarsiato, dalla canna damascata, un'arma che sarebbe stata un gioiello, e con quella darsi la morte. Allora l'avrebbero pianta, avrebbero saputo qual cuore era il suo!...

E come, suo malgrado, faceva intendere all'altro il disgusto da cui si sentiva presa, egli pareva riattaccarsi a lei! Vedendola nascondersi il viso, formulare un voto di morte, le diceva:

— Ti faccio orrore, non è vero?... Son io che t'ho voluta perdere!... Ma che importa?... Restiamo legati lo stesso...

Altre volte esclamava:

— Rammentati le mie previsioni!... «Sarai tu che non mi vorrai più»... che non mi vuoi...

— E di chi è la colpa?... Chi ha ucciso l'amore?... Chi ha detto di non rammentare più il passato?... chi lo ha rinnegato?... Di chi è la colpa?...

— La colpa!... la colpa!..,

E tornava ad accusar lei, ricominciava con le sue malignazioni. Una sera, ella proruppe:

— Oh, senti!... quando devi venir qui per dirmi di queste cose... è meglio farne a meno... aspettare dei momenti migliori...

Egli s'alzò, soggiungendo subito:

— Lo credo anch'io... sarà meglio separarci per qualche tempo. Tanto, fra giorni la Camera si richiude.

E senza vederla più, senza scriverle un rigo, partì. Nel vuoto fattosele così d'intorno, ella era stupita del sottil senso di liberazione che la penetrava. Perchè dunque quella rottura non l'accorava? perchè non provava il dolore previsto?... Forse perchè ella sapeva che la separazione non era definitiva. Da un momento all'altro contava di ricevere sue lettere, delle lettere umili, pentite, imploranti. Non amava più quell'uomo; ma voleva una prova dell'impero che aveva esercitato, che doveva ancora esercitare su di lui... I giorni seguivano ai giorni, le settimane alle settimane, ed egli non scriveva nulla, non un rigo, non una parola...

VI.

In mezzo alle distrazioni della nuova stagione estiva, quando ella era tutta ai suoi trionfi mondani, il pensiero di lui le tornava alla mente. Aveva una ansiosa curiosità di sapere ciò che egli faceva, che cosa provava per lei. Pensava che fosse pentito della rottura, che si disperasse rammentando la felicità perduta, che una fiera battaglia si combattesse nell'animo suo, tra la passione e l'orgoglio. La figura di lei doveva sempre stargli dinanzi, seguirlo dovunque, impedirgli di pensare ad altro! Era bene che fosse così, che egli soffrisse dopo averla fatta soffrire. Ella riprendeva la sua vita abituale, cercava la società, si compiaceva di brillarvi; non aveva rimorsi, il torto era tutto dalla parte di lui. Però s'aspettava da un momento all'altro di vederlo comparire: egli avrebbe lasciato tutto, sarebbe partito di nascosto, l'avrebbe raggiunta. Che cosa avrebbe fatto lei stessa? Lo avrebbe respinto? Si sarebbe piegata?... All'ora della posta, ella imaginava di ricevere una lettera di Paolo piena di ricordi e di supplicazioni; e delle frasi di risposta si scrivevano nel suo pensiero: «No, è troppo tardi, credetemi... I disinganni di cui mi sono abbeverata furono troppo amari, perchè io possa affrontarne di nuovi... La vita non si rifà, il passato non torna!... Finite di dimenticarmi e possiate esser felice: questo è il mio ultimo voto...» Gli occhi le si arrossavano, pensando a queste cose; e con la posta non veniva nulla per lei. Allora degl'impeti di sdegno per poco non la spingevano in braccio ad altri. Il ricordo di Morani la sosteneva; ella voleva serbarsi pura per lui. Disperava d'ottenere l'amor suo, ma non poteva, affrontare la sua disistima. Dove era egli a quell'ora? Qual'altra creatura gli sorrideva? Forse amava una vergine che avrebbe fatta sua!...

E la propria miseria le si rivelava in tutto il suo orrore. Ella era definitivamente abbandonata, senza una parola, come l'ultima delle donne. L'ultima delle donne non si sarebbe lasciata così, dopo cinque anni di vita comune!... A che cosa le erano dunque giovati i suoi sacrifizi? A legittimare le insidie che tutti gli uomini le tendevano, a prepararle un avvenire di abbassamenti continuati... Ella si sentiva mancare il respiro; avrebbe voluto piangere, e battersi. E allora, pensando all'abisso cui andava incontro, sentiva la tentazione di scrivere a Paolo, di cedere per la prima. Egli l'aveva crudelmente ferita; ma era sempre l'uomo che le aveva fatto battere il cuore, a cui ella aveva dato tutta sè stessa! Forse una falsa superbia li tratteneva entrambi dal muovere il primo passo nella via della riconciliazione; perchè non lo avrebbe fatto lei? E cominciava delle lettere, ma le stracciava una dopo l'altra. Le espressioni fredde, i rimproveri larvati non sarebbero riusciti a nulla, e le preghiere non avrebbero fatto peggio? S'egli l'avesse lasciata senza risposta?...

Finì per rinunziare a quel tentativo. Che cosa le restava da fare?,.. Perdonando il male che le aveva cagionato suo padre, sperando di trovarlo un altro per lei ora che la sapeva in quella triste situazione, rammentando il bacio disperato che aveva posto sulla sua mano la notte della morte di Laura, andò a trovarlo a Venezia. Egli la volle con sè in casa; e nel vedersi tutto il giorno dinanzi la donna che aveva fatto tanto soffrire la sua mamma, che ella stessa aveva tanto aborrita e che ora trattava familiarmente, pensava allo strano giuoco del destino, alla dispersione fatale dei sentimenti creduti più saldi. Suo fratello, che adesso aveva preso moglie, era per lei come un estraneo; restavano insieme a lungo senza sapere che cosa dirsi; e il cuore non aveva nessuna parte in tutte quelle relazioni. Alla lunga, accorgendosi d'essere d'impaccio, ripartì. Per un poco, pensò di tornarsene a Palermo. Ma che cosa vi avrebbe fatto, tra l'ostilità di tutti? Scrisse, nondimeno, a sua zia, per la prima dopo tanto silenzio; le disse, in frasi vaghe, i suoi disinganni, il vuoto della sua esistenza, il bisogno che ella aveva di perdono e d'affetto. La zia rispose subito; ma senza offrirle di riprenderla con sè. Pure, ella non troncò quella corrispondenza.

Negli accessi di tristezza che la piegavano, la folla, il movimento, le erano diventati odiosi; ella riprese più presto degli altri anni la via della casa. Non c'era nessuno a Roma, Morani con le sorelle era in campagna. Ella passava lunghi giorni senza vedere anima viva. Accompagnata da Stefana, in abiti scuri, dimessi, se ne andava spesso, per vie fuori mano, alla villa Mattei. La malinconia di quella solitudine, accresciuta dal tramonto della bella stagione, le pareva convenire allo stato dell'animo suo. Il poco verde appassito dei rami confusamente aggrovigliati era uno sfondo adatto alla sua figura, su cui l'opera del tempo diventava ogni giorno più manifesta! La gran pace, il silenzio rotto ad ora ad ora dei fruscii lievi delle foglie cadenti, dai trilli degli uccelli migranti, la immergevano in una mestizia senza fine. Qualche cosa come una caduta di foglie avveniva dentro di lei; ella sentiva di sopravvivere a sè stessa; la miglior parte del suo cuore, della sua bellezza, era morta. Le restava il fascino delle rovine, delle torri slabbrate dal fulmine, delle fronti curvate dalle avversità. Se un passo d'uomo risuonava lungo i viali, ella chinava gli occhi, evitando di guardare, tracciando dei segni enimmatici con la punta del suo ombrellino. Malgrado la negligenza della sua toletta, l'istintiva eleganza della signora di razza doveva imporsi all'attenzione dei passanti; chi la vedeva a quel modo, doveva pensare, con un sottil senso di rammarico, alle fortunose vicende che avevano condotta una donna come lei a compiacersi nella muta tristezza di quel giardino solitario, doveva provare la tentazione di leggere in quel cuore ferito pel quale il mondo non avea più sorrisi. Ed ella sentiva che era un altro inganno quell'imaginarsi oggetto all'attenzione di qualcuno, quella vaga aspettazione di un essere capace di vincere lo scetticismo di cui s'era imbevuta... Ella sentiva freddo quando pensava a che cosa era ridotta. Ah, se l'autore di quella rovina avesse potuto leggerle nel cuore, vederne lo strazio! Stolta ella stessa, che gli aveva creduto, che aveva fatto di quell'amore la ragione della propria vita!... Poi, i rimproveri che formulava contro di lui cadevano anch'essi; ella riconosceva la propria parte d'errore. Sì, ella lo aveva amato; ma, sulle prime, quell'amore non le aveva impedito di cedere ad un altro. Dimenticava dunque la sua colpa, l'origine della freddezza di Arconti? Pensando all'antica avventura, ella si chiedeva: «Perchè feci questo? Non sono inaccessibile al capriccio?...» E allora si ripeteva che la colpa non era stata sua, ma delle circostanze, della mancata protezione materna, dell'esempio che suo padre prima, suo marito dopo le avevano dato, della perversità di Aldobrandi. L'istinto di seduzione, la smania di piacere l'avevano perduta: la sua vanità era stata esaltata dalla preferenza che gli uomini le mostravano; ma adesso ella riconosceva che l'avevano preferita perchè s'eran visti incoraggiati. Considerando tutta la sua vita, da lontano, quasi disinteressatamente, ella scopriva la logica che l'aveva regolata, la fatalità d'ogni evento. Sola in mano del nonno buono ma autoritario, era fatale che ella non potesse fare un matrimonio felice; il disinganno, la rappresaglia, le persuasioni della fantasia l'avevano indotta al passo falso. Una idea la disarmava contro Arconti; che se non fosse stato lui a sospingerla, un altro avrebbe preso il suo posto... Questo egli aveva compreso, questo lo aveva distolto da lei!... Ma quando pure ella fosse stata fatta a un altro modo? se avesse amato lui soltanto, senz'altre ragioni fuorchè quelle del cuore? Tutto sarebbe finito egualmente! Il tempo, i disaccordi inevitabili, la diversità dei caratteri presto o tardi avrebbero prodotta la conclusione medesima. Ella non poteva dire di averlo veramente amato sul principio; ma quando s'era sentita maggiormente stretta a lui, non era stata l'idea di mostrarsi conseguente nella colpa che l'aveva sostenuta? Ella aveva creduto che l'amore durasse eternamente: ma v'era qualche cosa senza fine, nel mondo? Aveva creduto ancora che ogni creatura umana non potesse amare più d'una volta in tutta la vita: ma quanti uomini aveva ella amato, in modo diverso? Ed ora si domandava che cos'era dunque l'amore, se esisteva, se non era anch'esso un inganno, il più funesto di tutti?... La lentezza con cui trascorrevano i suoi giorni vuoti alimentava quelle riflessioni amare. Per evitare i tristi pensieri ella s'immergeva nella lettura. I libri le avevano fatto un gran male esaltando la sua imaginazione, pascendola di allettanti finzioni, di chimere seducenti; ma oramai era troppo tardi per smettere, il male era già fatto, e malgrado il suo scetticismo, le restava in fondo al cuore inassopito il bisogno d'emozioni, di scosse, di palpiti. Feuillet era il suo pascolo prediletto; le nobili anime, i cavallereschi amori, le passioni eroicamente contenute o tragicamente divampanti esaltavano tutto l'esser suo. Chiuso il volume, i suoi sguardi vagavano intorno, e la figura di Morani le sorgeva dinanzi, con qualche cosa del fascino del Giovane povero. Poi scuoteva il capo: che cosa sperava? a quall'altra funesta lusinga voleva abbandonarsi?...

Spesso, la notte, ella sognava di Milazzo; le pareva di ritornarvi, ma la città non si trovava più in pianura, le mura del Castello si ergevano colossali e paurose, le finestre della cattedrale bombardata risplendevano stranamente in pieno giorno, un vecchio sollevava una lapide, guidandola pei sotterranei comunicanti col sepolcreto di San Francesco di Paola — e si destava di scatto, agghiacciata e tremante. Quel sogno, per un certo tempo, tornò molte volte: e sveglia, alla luce del sole, ella pensava alla piccola città, ai luoghi dov'era trascorsa la sua fanciullezza e che non rammentava più nettamente, con un senso vago e indefinibile di terrore. Le imagini funebri non erano un funesto presagio? Ella diventava superstiziosa, tutto era tinto per lei di malinconia. Stefana veniva a mettersele vicino, cominciava a parlare di mille cose, cercando di distrarla, di farla sorridere, costringendola ad andar fuori quando era rimasta a lungo in casa, rimproverandola dolcemente se la vedeva ostinarsi nel suo cordoglio, parlandole di Paolo, dicendole:

— Gli uomini sono tutti così!... vedrai che tornerà!...

Ella non sapeva se affrettare o ritardare col desiderio il giorno in cui egli sarebbe tornato a Roma. Però cercava nei giornali, prima d'ogni altra cosa, le informazioni parlamentari, le notizie intorno alla data della riapertura della Camera. Una sera, aperto il Fanfulla, i suoi sguardi furono attirati dalle grosse sbarre nere di una necrologia. Tutte le volte che scorgeva quel funebre segno, il cuore le si stringeva ed ella dovea vincere un'istintiva repulsione prima di leggere fra quelle righe. Anche ora esse l'attiravano e la respingevano insieme; a un tratto un nome parve balzar fuori: Morani... Eduardo Morani... Ella non comprendeva: il suo nome, lì, impossibile!... un errore, un'altra persona... e come il foglio le tremava nelle mani, le righe parevano entrare l'una nell'altra, le parole si sdoppiavano, si confondevano... Impossibile!... un altro!... e il senso del periodo le sfuggiva, afferrava solo delle frasi: «Di ritorno da pochi giorni a Roma... una febbre perniciosa... malgrado tutti i rimedii... nel fior della vita... Povero amico! povero cuore!...» Ella sorse in piedi, con le mani fitte tra i capelli, gli occhi spalancati, gridando soffocatamente: «Morto!... Morto!...» e dei suoni tremuli come lamenti le uscivano dalle labbra semischiuse ed esangui. «Morto!... Dio!... Dio!...» Con l'impressione di freddo intenso che a un tratto le serpeggiava pel corpo, ella incrociava le braccia sul seno, comprimendolo, sostenendosi, sentendo che era sul punto di cadere, che il cuore le si schiantava.... Morto... lui!... impossibile, assurdo!... e di nuovo si precipitava sul foglio, spiegazzandolo, divorando le linee funeste. Allora, come non era lecito più dubitare, come il saluto estremo le tornava sotto gli occhi: «Povero amico! povero cuore!...» i suoi occhi si gonfiarono di pianto. Ah, era atroce morire così!... apprendere così la morte d'un essere amato, buono, ammirato!... Ella dunque non lo avrebbe visto più, non avrebbe udita la sua voce dolce, non avrebbe più stretta la sua mano leale!... No, no; era più forte di lei... ella non voleva, non poteva mettere un freno alle lacrime; un'accorata pietà gliele spremeva dal cuore... Si moriva dunque così, prima d'avere avuto il tempo di vivere?... Perchè?... Terribile, incredibile!... Ah! i suoi funebri presagi!... E come ella rammentava le volte che era stato presso di lei, le parole che le aveva dette, il suo cordoglio cresceva. Come era stato buono! di quanto rispetto l'aveva circondata! di che nobile animo aveva dato prova!... Nell'intimo della sua coscienza, nel secreto del suo cuore, che cosa aveva provato per lei?... Non lo avrebbe saputo mai!... Egli era morto, portandosi con sè il suo secreto... Povero cuore! Povero cuore!... Essere amata da lui: l'ambizione che ella aveva vagamente nutrita, la speranza che le aveva confusamente sorriso!... Che cosa sarebbe stato l'amor suo?... E tutto invece era finito, per sempre... Che tristezza in quello svanire d'una larva, d'un sogno non ancor precisato, d'un sentimento incosciente, neppur nato! Come il vuoto le si faceva più largo dintorno! Come tutto era freddo, e muto, e oscuro intorno a lei!...

Ella aveva smarrito l'idea del tempo in quella lugubre notte, quando la vecchia Stefana le venne vicino. Vedendole gli occhi rossi, il viso impallidito, la donna chiese:

— Che cos'hai? Che cos'è stato?

— Una triste notizia... una disgrazia...

La vecchia scrollò il capo:

— Vita e morte sono in mano di Dio!... Non t'affliggere sempre...

Ma ella trovava un malinconico conforto a parlare di lui, a dirle tutto il bene che le aveva ispirato. Come un incubo, il ricordo doloroso non le diede tregua fino all'alba; e al cessare dei sogni torbidi, ella ritrovò lo stupore attonito della sera innanzi, con un bisogno di sapere qualche cosa del morto, con la vaga aspettazione d'un avvenimento inatteso, quasi d'un miracolo, d'una risurrezione. Era decisa di andare a trovar le sue sorelle; però Stefana la consigliò di aspettare un altro giorno, e intanto la trascinava verso le stanze interne, le parlava di molte cose, quasi volesse fuorviare la sua attenzione. Dapprima, ella non aveva compreso; a un tratto, come nel silenzio del pomeriggio s'udirono dei lontani squilli di tromba, ella gettò un grido:

— Lui!

Allora dovè materialmente lottare contro la vecchia che tentava di distoglierla dalla vista; e dietro la finestra, aggrappata con una mano alle cortine, premendosi il cuore con l'altra, intanto che gli accordi della marcia funebre si facevano sempre più vicini, ella scorse una grande croce nera, la fila dei frati reggenti i ceri dalle fiammelle tremolanti.

— Ah!... ah!... pietà!...

L'anima si struggeva al canto lento, lungo, straziante, echeggiante come un insistente ultimo appello; alla vista della bara coperta di fiori, delle bandiere lugubremente raccolte, del breve stuolo di amici che seguivano, a capo chino, raccolti e silenziosi. Ella era caduta in ginocchio, protendendo le braccia, dicendogli addio, non vedendo più nulla dal pianto, sentendosi trafigger le tempie dai funebri squilli, scrollando amaramente, disperatamente il capo come se nulla potesse consolarla della vita... Più tardi fu una nuova voluttà di dolore, in casa di lui, tra le braccia delle sue sorelle; e poi, a poco per volta, l'acuto dell'angoscia si venne calmando: ella pensava allo scomparso con un rimpianto infinito e composto. Come lo avrebbe amato, se avesse potuto rivederlo! Come avrebbe voluto essere amata da lui!... Talvolta, ella dimenticava che era morto, credeva di vederselo innanzi, gli tendeva la mano, gli parlava come aveva un tempo parlato agli eroi imaginarii dei suoi libri. Tratto tratto, il ricordo di Paolo risorgeva, e qual nuova meraviglia si operava adesso? Il morto ed il lontano si confondevano per lei in un essere solo; attraverso la figura inafferrabile di colui che se ne era andato per sempre sorgeva la figura dell'antico amante, ma trasfigurata, con qualche cosa della seduzione dell'altro. Inconsapevolmente, ella attribuiva all'assente le attrattive, le virtù che l'avevano fatta sognare nel morto, si sentiva prendere da un bisogno irresistibile, violento, di rivederlo, di versar su di lui la passione che le rigermogliava nel cuore. Così, quando seppe che Arconti era a Roma, quando lo scorse da lontano, quando lo guardò un momento negli occhi, non lottò più. Gli scrisse, lo attese con un'ansia mortale, gli si gettò fra le braccia, se lo strinse selvaggiamente al petto, chiamando, senza voce, con un muto muover delle labbra, non più Paolo, ma: «Eduardo!... Eduardo!...»

Fu un ritorno dell'amore antico, ma più torbido, più tormentato, senza fede sulla sua durata. Poichè ella si era piegata per la prima, comprendeva di non esser più in diritto di lagnarsi di nulla; ai suoi lamenti egli avrebbe potuto rinfacciarle: «Sei stata tu che m'hai chiamato...» Però ella gli stava dinanzi umile, supplice, disposta a sopportar tutto, ad accettare quel tanto che egli poteva darle ancora. Non lo rimproverava dell'abbandono in cui l'aveva lasciata, gli chiedeva soltanto:

— Hai pensato qualche volta a me? Come hai pensato a me?

— Ma con desiderio, con rammarico, con passione...

Ella scuoteva il capo, comprendendo che egli le diceva quelle cose per condiscendenza; e, a quel pensiero, rispondeva con tono sommesso di preghiera:

— Senti, se tu non m'ami, se non provi più nulla per me, fingi almeno, dimmi qualche volta una buona parola... Vedi che io non sono esigente!... Non costa molto, una buona parola!

Paolo le turava la bocca, la stringeva furiosamente; e a un tratto ella credeva di notare che anche lui aveva un pensiero secreto, accarezzava in lei un fantasma invisibile... E a poco a poco il suo proprio inganno svaniva, ella non riusciva ad operare la sostituzione dei primi tempi; ed era come se il morto morisse un'altra volta nella sua memoria...

Un senso di rispetto le impediva di parlar di lui a Paolo, quando questi insisteva per sapere a chi ella avesse pensato durante la loro rottura; egli non s'acquetava all'assicurazione che nessun uomo le aveva detto nulla, alludeva ancora al principe di Lucrino.

— Sono stanca di giurartelo!... No, credimi; non posso più ricominciare... ho sofferto troppo!... Dopo di te mi seppellirò in qualche solitudine, andrò a chiudermi per sempre in qualche campagna di Sicilia...

Ma come, ingolfato nella politica, egli ricominciava a trascurarla, ella gli s'afferrava al collo, supplicando:

— No, non mi sfuggire... non mi lasciare... lusingami ancora!... — Poi, nascosto il viso tra le mani: — Non mi precipitare all'orrore di altre colpe...

— E la campagna dove volevi seppellirti?

Egli la prendeva sopra un tono di scherzo; ella rispondeva, sorridendo a sua volta:

— Ah, contenterebbe il tuo amor proprio, non è vero? che una donna come me rinunziasse al mondo per causa tua?

L'idea della propria umiliazione finiva talvolta per farla soffrire; la previsione di essere nuovamente abbandonata da lui le riusciva insopportabile; ella s'acquetava pensando che se avesse voluto, sarebbe stata lei a lasciarlo.

Così trascorse un'altra stagione. Non era tanto di guadagnato?... Quando egli era buono, glie lo diceva:

— Grazie per quest'altra felicità che mi dài.. Quando penso a quel che soffersi pel tuo abbandono, all'abisso che mi vedevo scavato dinanzi, non mi pare possibile!... Grazie! grazie! Ma quanto durerà?

In quaresima, per la prima volta dacchè si conoscevano, venne a Roma la famiglia di lui. Quando gli chiese che cosa veniva a fare, egli rispose, vagamente:

— La mamma sta poco bene... mio padre ha delle seccature da sbrigare...

Ella non aveva nessun interesse a conoscere quella gente; però, dall'impaccio di Paolo, comprese che egli voleva evitare un incontro. L'orgoglio di lei, a quell'idea, ricominciò a sanguinare: era dunque così disprezzata da lui! creduta indegna di entrare per un momento in mezzo alla sua famiglia!... Lo sbaglio commesso con quella tarda ripresa d'un legame finito le si rendeva adesso palese. E non le restava neppure il diritto di lamentarsi...

Prima delle vacanze. Paolo le annunziò che quell'anno doveva tornare a casa più presto del solito. Ella non oppose nessuna difficoltà, nè gli chiese se e quando contava di rivederla, rimandando la spiegazione alla sera del congedo, ma senza essere neppur certa che l'avrebbe provocata. Come lo scoppio di un fulmine, il giorno precedente, una notizia la stordì. Il principe di Lucrino, incontratala per via, accompagnatala un pezzo, le disse a un tratto, dopo averle inflitte mille sciocchezze, con un'allegria espansiva:

— Dunque, abbiamo un matrimonio parlamentare?

— Che matrimonio?

— Ma quello dell'onorevole Arconti...

Col cuore subitamente afferrato e stretto da una morsa, ella sostenne lo sguardo indagatore di quell'uomo; disse, ridendo:

— Davvero?

— Con la figlia del senatore Rigoni... la famiglia dello sposo è venuta a Roma per questo...

Ah, quel ritorno a casa, fra gli urti dei passanti, lo schioccar delle fruste dei cocchieri, con un velo dinanzi agli occhi, un rumorio minaccioso che pareva inseguirla, incalzarla, che faceva precipitare il suo passo; e lo smarrimento, la vertigine che l'obbligarono ad arrestarsi a mezza scala, afferrata alla maniglia, ansimante, perduta; e il sordo ribollir della collera, appena entrata a casa, il furore con cui si strappava la veletta, con cui gettava lontano il suo cappello, i suoi guanti, la rabbia con cui scacciava la vecchia che le diceva qualcosa.

— Vattene!... via!... hai capito?

Scacciata anche lei! Gettata via come una cosa inutile e vile! Egli la gettava via!... A quest'idea, all'idea di sapersi abbandonata per un'altra, di saperlo felice con un'altra, il rancore la divorava. Essergli rimasta scioccamente fedele! Non essere stata lei a infliggergli quel tormento, a ferirlo nel suo orgoglio, a vendicarsi dei suoi disprezzi!... Essere umiliata da lui, sferzata a sangue, calpestata sotto i piedi, derisa, schernita!... Oh! oh!... due lacrime ardenti le traboccavano dalle gonfie ciglia, si evaporavano sulle guancie infiammate... Ella si rodeva, nell'impeto furioso di commettere una pazzia, di far parlare tutto il mondo di sè. E non le aveva detto nulla! Forse era già partito!... Allora, corse al campanello, chiamò a lungo, fin quando Stefana apparve.

— Senti... scusami... ma corri da lui... domanda se è qui... se non è partito... No, non dir questo... se è qui, soltanto... senza farti vedere!... corri... fa presto!...

Vederlo! udire da lui stesso se era vero! vedere fin dove arrivava la sua viltà!... E dei progetti le attraversavano lo spirito: correre da quell'altra, dirle: «È mio!», gettarsi fra loro... E poi?... A un tratto, la coscienza della propria debolezza l'abbatteva. Col viso nascosto contro il guanciale, il petto compresso, le mani afferrate alla coltre, ella non poteva pianger neppure... Ma era nulla il dolore antico, il dolore della separazione reciproca suggerita dalla stanchezza, dinanzi a quel che avveniva adesso, alla solitudine in cui ella restava intanto che la vita ricominciava a sorridere all'altro!... Allora pensava: «Ma se non lo amavo più? se ero stanca di lui?» E voleva dirglielo, buttargli in viso il disprezzo che le ispirava soltanto... Invece, vedeva un altare sfolgorante, una coppia felice, e dietro un pilastro, nell'ombra, una donna vestita a nero, la tradita, l'abbandonata... E finalmente le lacrime scorrevano, il freddo guanciale le beveva... Ma ella lo amava! Non lo aveva mai amato tanto! Come il giorno in cui lo aveva tradito, ella assisteva adesso alla rivelazione dell'amor suo!...

— Non è partito... è qui...

Rimandò la donna, si mise a misurare da un capo all'altro la camera, come una leonessa ferita. Che fare? che dire?... Fingere, aspettare che egli si decidesse a rivelarle i suoi progetti... Provocarlo piuttosto, sferzarlo... o supplicarlo ancora!... Ripeteva a voce alta le frasi che pensava: «Se credete che io v'abbia amato mai!... No! tu non farai questo: non merito tanta crudeltà...» Imaginava le risposte che egli le avrebbe date, e come l'ora scorreva, l'ansia, il tormento crescevano; a un tratto, a un improvviso squillo del campanello, ella sussultò, scattò in piedi, sentì tutto il suo sangue rifluirle al cuore...

— Tu parti?

Dopo averle baciata la mano, egli rispose:

— Domani.

— Credevo... che non saresti venuto...

— Perchè?

— Nulla!... temevo... Si è sciocchi quando si ama...

Egli si cavò lentamente i guanti, guardandone la cucitura. Disse:

— Tu cosa farai?

— Non so... non ho ancora stabilito... aspetto che tu stesso decida...

— Ma tu sei libera!... non c'è ragione di vincolarti...

Vi fu un momento di silenzio. Ella domandò:

— E quando conti di ritornare?

— Presto, spero... più presto del solito...

— Non mentire!

S'era alzata, appoggiandosi alla spalliera della poltrona, fissandolo in viso.

— Se tu non vuoi credermi... — rispose egli, scrollando le spalle.

— Non mentire... so tutto!...

E adesso egli chinava lo sguardo. Irrigidita, col capo eretto, il respiro breve e precipitato, ella lasciava cadere delle parole lente e gelate:

— Tu parti... per non vedermi più... per raggiungere un'altra... Credevo però che avresti avuto... la lealtà... di dirlo...

Più lungo, più penoso, il silenzio tornò a pesare dintorno. Egli evitava sempre di guardarla. Il rancore e lo sdegno ribollivano in lei, traboccavano quasi; ella frenava gl'impeti da cui si sentiva strozzare.

— Tu non rispondi nulla?

— Cosa vuoi che dica?... Se non sono creduto! se tu presti fede piuttosto alle ciarle della gente!...

— Allora... allora... — e febbrilmente la mano di lei stringeva la sua — allora, giura che mi hanno ingannato!... giura che non è vero... Tu taci!... tu eviti di guardarmi!... tu non hai il coraggio...

— Oh, insomma!...

Di scatto, anch'egli sorse in piedi. Ella indietreggiò, spalancando gli occhi, riparandosi istintivamente con un braccio, presa da una folle paura, credendo che fosse sul punto di batterla. E come egli si stringeva la testa fra le mani, traendo un sospiro d'ambascia, prorompendo a un tratto:

— Ma perchè mi torturi?... Non vedi che soffro?... Che volete da me?... — ella cominciò ad assentire, col capo, con la mano:

— Sì, sì... hai ragione... il torto è mio!... tutto mio!... Non gridare... Sei libero, guarda: non ti trattengo, va'... va'...

— Non capisci tu dunque...

— Zitto!... Non dir nulla!... Capisco, sì, sì... capisco che non si dice a una creatura: «Sai, non t'amo più, ne amo un'altra, tu sei d'inciampo alla mia felicità, lasciami, vattene...» Ah!... ah!...

Cadde sul divano, col capo contro il bracciale, le labbra contratte da brividi sibilanti. Egli venne a mettersele accanto, a tentare di sollevarla, di persuaderla:

— Ma non è questo!... Se ti hanno detto male!... È la mia famiglia che ha dei progetti... che crede di costringermi...

— Non m'ingannare... tutto è finito, per sempre...

Egli non rispose. Allora, ricomponendosi, passandosi una mano sulla fronte, ella disse:

— Tutto era già finito da un pezzo... il torto fu mio, a tentare di risuscitare un cadavere... Adesso, ecco, comprendo!...

Si alzò e gli stese una mano.

— Non è colpa di nessuno... doveva finire così!... Siate felice.

Gli occhi di lui si velarono di lacrime.

— Vi ho molto amata, credetemi...

Ella fece un gesto vago. Aveva bisogno di tutta la sua forza per contenersi. Egli restò un poco in silenzio, a capo chino; poi fece un passo.

Allora un singhiozzo violento le straziò la gola.

— Dio!... Mio Dio!...

Credeva di morir soffocata, il pianto tempestoso si mutava in una tosse convulsiva e lacerante. Egli diceva qualcosa; col capo, con tutta la persona, ella faceva cenno di no, di no. Come quello strazio si venne sedando, l'altro disse, piano:

— Se volete, non partirò...

Allora le sue lacrime cessarono d'un tratto.

— Addio!

Egli chinò il capo.

— In qualunque circostanza potessi esservi utile, ricordatevi che avete in me un amico...

— Grazie... Vi ringrazio.

Ed era scomparso! e non era tornato indietro! e non era venuto a gettarlesi ai piedi, a domandarle perdono, a lasciarla almeno con una buona parola... Così! Così!... Una pietra sepolcrale si chiudeva dunque su quel passato, qualche cosa crollava nell'anima di lei... Un momento, ella stette in ascolto, udendo il clamore pauroso del silenzio; poi si sentì torcere ed abbattere...

E il domani, nell'abisso di miseria morale, di sofferenze fisiche in cui era precipitata, aspettava ancora. Come niente veniva, come l'ora della partenza trascorse, ella mandò ancora Stefana da lui. Credeva che non fosse partito, che sarebbe venuto ancora una volta. Era troppo triste, troppo malvagio lasciarla così...

— Partito?... è partito?...

Allora un impeto selvaggio di sfida la sollevò. Che viltà! che viltà!... E ad un tratto il cameriere venne ad annunziare:

— Il signor principe di Lucrino.

VII.

Sul mare grigio e plumbeo, il vapore filava rapidamente, con la prora eretta, fremendo per tutte le commessure alle poderose vibrazioni della macchina ansante. Lungo i fianchi del legno, correvano le piccole ondate che il suo moto formava sulla superficie stagnante dell'acque, e pel contrasto del nero di cui lo scafo era tinto esse prendevano intorno una colorazione azzurrognola, rivelavano qualche cosa della loro misteriosa profondità. Laggiù in fondo, in quella pura freddezza, non era bene sparire?... Ella era costretta a distogliere lo sguardo dall'abisso affascinante, a portarlo in giro per la cerchia dell'orizzonte. Cielo ed acqua, una cinerea uniformità da per tutto; ma come un grumo di nuvole più scure, Ustica appariva sullo sfondo nebbioso. Allora, dalle latebre della sua memoria, sorse il canto udito, tanto tempo addietro, una notte serena di primavera nel porto di Palermo:

«Voga quel remo: Chissà se un'altra volta ci vediamo, Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»

Era dunque ancora la via conosciuta, tante volte percorsa; e uno dopo l'altro i ricordi degli antichi viaggi si svolgevano nella mente di lei. Tristi tutti, egualmente, le andate ed i ritorni, fin dal primo salpare per l'ignoto della vita; ma nessuno come questo!... Le coste isolane non si scorgevano ancora, già nella notte erano scomparse quelle del continente, e in tale sospensione fra due lontananze ella trovava l'imagine del proprio stato. Più amaramente che ella non avesse mai creduto si chiudeva un tenebroso periodo della sua vita. Stolta, che aveva sperato di prendere una rivincita dell'abbandono in cui s'era vista lasciata, per non riuscire ad altro che ad una nuova amarezza! Prima dell'ebbrezza, la nausea l'aveva vinta, ed era stata una desolazione così profonda, una disperazione così radicale, che ancora il desiderio di finirla l'assaliva dinanzi alle fredde profondità del mare... Se dal buio passato ella guardava verso l'avvenire, un'incertezza paurosa la sgominava. Ella andava verso un paese in cui non avrebbe incontrato che ostilità. Alle intercessioni di sua zia, il nonno aveva acconsentito di rivederla, mettendo però come patto che ella non sarebbe venuta a Milazzo. Egli non la giudicava degna di rientrare nella casa dov'era cresciuta! Ed una coincidenza che al suo cuore ulcerato pareva cercata apposta, obbligava sua zia a lasciare Palermo giusto mentre ella vi si recava!...

Con una stretta al cuore, vedeva ora avvicinarsi la meta, sorgere tra cielo e acqua il titanico blocco del Monte Pellegrino, distendersi ai suoi piedi la linea della città. Quella vista l'affascinava, il suo spirito si smarriva nell'irrompere incessante delle memorie, ed alla voce di Stefana che l'avvertiva dell'approdo un brivido la scosse. Nessuno ad aspettarla a terra, neppure un servo. Ella frenava le lacrime entrando nell'albergo, rispondendo al cameriere che le chiedeva se la camera offertale era di suo gradimento. Che triste ritorno! La città rumoreggiava sordamente, ed era come un mormorio minaccioso che si levasse contro di lei, come una voce astiosa che la scacciasse...

Il giorno dopo venne suo zio, scusandosi con un equivoco sul giorno dell'arrivo, invitandola ad andare con lui a Termini, dov'erano per affari. Ella rifiutò, aspettando il nonno che aveva già telegrafata la sua partenza da Milazzo. Quando lo vide apparire, il suo cuore si strinse più fitto. Era un vecchio cadente, l'ombra di colui che ella ricordava nell'imponenza della forza e nel rigoglio della salute. Le sottrasse la mano che ella voleva baciargli e le sfiorò appena con le labbra la fronte. Parlava del suo viaggio, del tempo, di Stefana, e non una parola, non una domanda intorno al passato. Di tanto in tanto si facevano dei silenzii, come fra estranei che non trovano nulla da dirsi. Così continuava a trattarla, senza nessuna espansione, evitando ogni allusione alla intimità di un tempo, non dicendo nulla dell'avvenire. Talvolta, quando ella ricordava i giorni remoti dell'infanzia, le carezze che egli le prodigava prendendosela sulle ginocchia, sentiva la tentazione di buttargli le braccia al collo, di confidarsi a lui, di giustificarsi; ma la sua freddezza l'arrestava. Infine, perchè la trattava così? Se ella aveva fatto del male, lo aveva fatto a sè stessa, e l'espiazione non era finita!... Malgrado lo studio messo nel nascondersi, nel farsi ignorare, ella vide qualcuna delle sue antiche conoscenze, la Leo, Sara Máscali; e furono degli sguardi duri, delle arie sdegnose, delle insultanti voltate di spalle. Suo figlio, adesso un bel giovanetto di dodici anni, veniva a trovarla tutti i giorni per un'ora, in compagnia dell'aio; ma la sua entrata in collegio era stata decisa, e ne affrettavano a un tratto i preparativi, quasi a sottrarglielo più presto. Ella non trovò un'accoglienza fraterna che da un'estranea, da Giulia Víscari, che volle condursela in casa. Gli anni parevano non esser passati per l'amica; era sempre fresca, vivace ed allegra come quando l'aveva lasciata l'ultima volta. Anche lei aveva sofferto dei disinganni, ma, con una maggior forza di reazione, li aveva superati più facilmente.

— Che cosa avrei dovuto fare? — le diceva — Desolarmi, strapparmi i capelli (quei pochi che mi restano!) dare lo spettacolo della mia disperazione? E poi? Perchè? Per aggiungere sciocchezza sopra sciocchezza!

— Però, convieni che l'abbiamo fatta grossa!

— Ah, sì!... Se potessi tornare indietro, t'assicuro che non ricomincerei!...

— Ed io, dunque?

Adesso conoscevano gli uomini, il loro egoismo, la loro mancanza di cuore.

— Noi siamo fatte a un altro modo!

— È inutile, non ci capiscono!

Quelle confidenze le riuscivano di molto conforto; però l'ostilità di cui era oggetto trovava in questo un nuovo alimento. Sua zia, che era stata così tepida verso di lei, le rimproverava, tornando a Palermo, di avere accettata l'ospitalità dell'amica; ella non seppe frenarsi:

— Ma sai, non avevo molto da scegliere!... E sarebbe curioso che io facessi la difficile!...

La folla delle beghine maligne, delle invidiose della loro libertà, diceva che esse s'intendevano perchè si rassomigliavano, riduceva la loro amicizia ad un calcolo, e una tristezza immensa la prendeva dinanzi a quell'accanimento senza ragione, senza scusa, sentendosi continuamente denigrata ora che nulla v'era più di riprovevole nella sua vita. Ma una curiosità pungente di sapere quel che si diceva di lei, del suo passato, la faceva insistere tanto presso l'amica, fino a vincerne la riluttanza.

— Dicono tante cose... che te n'importa? Io non ne credo nessuna!...

— Dimmele! Voglio saperle... Mi dànno molti amanti?

— Sì...

— Oh, le vili!... Ma chi?... Quanti?...

— Molti, che so!...

— Le vili! le vili!...

La loro viltà consisteva nell'addebitare alle altre come una colpa ciò che avrebbero voluto fare esse stesse! La maschera dell'onestà le soffocava; l'idea di essere amate, il desiderio del frutto proibito le struggeva; ma non avendo il coraggio di romperla col mondo, di pagare del proprio, nascondevano il rancore delle voglie insaziate sotto l'ipocrisia della virtù. Ella non credeva alla virtù di nessuna: l'onestà era o freddezza di carattere, sterilità di fantasia, mancanza di cuore, o paura del castigo, calcolo interessato, stucchevole posa. Potevano darla a intendere a tutti, con le loro attitudini d'angeli offesi, tranne che a lei! Non era già il tentativo di attenuare la propria colpa che le faceva in tal modo comprendere tutte le donne nello scetticismo di quel giudizio; ma convincimento antico, persuasione confermata dai fatti. Se tutte coloro che gridavano allo scandalo fossero state libere, se non avessero avuto a temere la perdita del loro posto nel mondo, i disagi, le denigrazioni, che cosa sarebbe diventata la loro onestà? La prova era la condotta di quelle che avevano dei mariti ciechi o compiacenti, l'abbandono di ogni ritegno di cui esse davano spettacolo. Ma per queste non c'erano accoglienze fredde o voltate di spalle; i loro tradimenti erano incoraggiati, la loro doppiezza premiata!

L'ingiustizia della società la colmava di sdegno. Quando ella aveva abbandonato suo marito, tutte le avevano dato ragione; pretendevano dunque che una donna giovane e bella come lei, rimasta sola, dovesse rinunziare al mondo, all'amore, alla felicità? Sodisfare ai propri capricci restando accanto a quell'uomo, le sarebbe stato permesso; i fulmini si scagliavano sul suo capo perchè non si era piegata ad una transazione sleale!... Evidentemente, la condizione della donna non poteva essere più disgraziata: o legata per tutta la vita a chi non era fatto per lei, o condannata ad una rinunzia superiore alle sue forze, o esposta al dileggio di tutti. Perchè dunque gli uomini dovevano godere d'una libertà sconfinata? V'era giustizia? Le donne non avevano anch'esse desiderii, simpatie, bisogni? Ella s'infiammava discutendo di queste cose, avrebbe voluto tanto ingegno da perorare pubblicamente la causa di quante erano come lei, da combattere per la riforma delle leggi, donde veniva il primo male. Gli uomini le avevano fatte, per loro uso e consumo, per loro tutela; un dispotismo feroce le informava.

— Ci avete consultate? Ci avete ammesse a discutere con voi? Io rifiuto di riconoscere un regime imposto con la forza bruta! Leggete la storia: ci teneste come schiave, ci trattaste come cose! Ma allora eravate almeno conseguenti. Ora che vi siete degnati di riconoscerci un'anima, uno spirito, ora che noi abbiamo aperti gli occhi, badate!...

Cogli uomini che frequentavano quasi esclusivamente il salotto dell'amica, ella impegnava delle discussioni vivaci, sferzava il loro egoismo, rideva quando li sentiva affermare la supremazia esercitata dal suo sesso per via della grazia e della seduzione.

— Bella supremazia! Una credenza che voialtri diffondete perchè vi torna comodo, per piegarci a ciò che vi conviene, per farci dimenticare tutte le altre nostre inferiorità! Grazie tante!... Une fiche de consolation!

Le donne avevano però un'arma in loro mano: esse potevano vendicarsi terribilmente, distruggendo l'onore d'un uomo, coprendolo di ridicolo per tutta la vita. Ella ne conveniva tra sè; apertamente non si dava per vinta, affermava che erano pregiudizii. Ad ogni modo, voleva dire che anche gli uomini non potevano esser contenti di uno stato di cose creato da loro; bisognava dunque pensare al rimedio! Però, quando ella cercava di proporlo, si confondeva, non riusciva a formularlo. Divorava gli opuscoli morali di Dumas figlio, si metteva ad esclamare, tutta sola, col libro fra le mani: «Sì, sì, è così!» ai passaggi in cui vedeva precisato il proprio confuso pensiero; ma incontrando dei paradossi, delle contradizioni, era tentata di scrivere delle lunghe lettere all'autore; o piuttosto avrebbe voluto confidargli la sua storia che ella giudicava un soggetto degno di studio, e chiedergli dei consigli, proporgli delle quistioni. Perchè lei che non credeva se non alla passione, aveva obbedito al capriccio? Qual'era la migliore vendetta da prendere contro l'abbandono degli uomini? Avrebbe ella potuto uscire trionfante dalla lotta in cui era stata vinta?

Sì, forse. La virtù vera esisteva, la sua santa mamma ne era stata una prova; Bice Emanuele che ella incontrò un giorno per via, ne era un'altra. Suo marito aveva finito di rovinarsi, era stato coinvolto in affari equivoci, aveva compromesso il nome dei suoi figli; eppure s'era rassegnata sempre al suo destino, semplicemente, senza lagnarsi. Quando ella rammentava l'amica giovane, bella, elegante, corteggiata da tutti, piena di delicatezze, squisitamente sensibile, e paragonava quel fantasma alla creatura avvizzita, dimessa, sommessa, che si vedeva ora dinanzi, riconosceva che solo una forza interiore, la naturale bontà, il sentimento del dovere avevano potuto impedirle di fare come tante altre. Se non aveva ceduto alla tentazione, non era già perchè non l'avesse compresa, lei che non era vissuta se non di sogni; nè per un calcolo, giacchè aveva tutto perduto; nè per ostentazione, se dimostrava per le cadute altrui un'indulgenza così buona. Un'idea, una fede l'aveva solamente sostenuta; ed allora, tutta convertita da quello spettacolo, ella riconosceva che v'erano ancora molte altre come quella, buone senza secondo fine, degne di rispetto e d'ammirazione. Ma a che cosa giovava loro questa bontà? Erano forse felici?... Ne vedeva ancora delle altre meno meritevoli, circondate com'erano dall'affetto vigile, dalla protezione tenera dei loro mariti. Come pensare a tradire un uomo unicamente occupato di voi, pieno di cure, di delicatezze, di fiducia? Bisognava essere senza cuore, pervertite nell'anima, per tradire una persona fatta così; e quelle che erano state capaci di tale mostruosità le facevano sdegno. Ella aveva tradito Arconti in un triste periodo della sua vita, quando durava l'eco delle lezioni perverse che aveva ricevute. Più tardi, fin quando egli era stato buono con lei, un pensiero cattivo non s'era neppure affacciato alla sua mente!... E a un tratto, ripensando a lui, al posto che aveva tenuto nella sua esistenza, sentiva le rapide fitte d'un desiderio acutissimo, secretamente covato: il desiderio di rivederlo, di riudirlo. La ragione lo combatteva, le rappresentava il male che egli le aveva cagionato; ma certi giorni, dopo una lettura, o per aver rammentate delle parole che gli erano abituali, o senza motivo, per l'umore del suo spirito, per la tensione dei suoi nervi, ella ripensava alle passate dolcezze, agli entusiasmi dei primi anni, e il suo desiderio si faceva più ardente. Dov'era egli? Poteva non pensare a lei? Se egli fosse venuto di nascosto a raggiungerla, a tentare di riacquistarla?... E fantasticava di essere accostata da una persona sconosciuta che le consegnava con aria di mistero una lettera, una lettera di lui, nella quale egli annunziava la sua presenza a Palermo e chiedeva un convegno, ma parlando in terza persona, così: «Un uomo che visse della vostra vita, che piange tutte le sue lacrime per avervi perduta...»

Un giorno, tutti i fogli politici annunziarono il suo matrimonio. Allora un rancore immenso la invase contro di lui e uno sdegno violento contro sè stessa, per non esser riuscita a strapparselo dal cuore. E malgrado il suo rancore e il suo sdegno, ella pensava che un'altra aveva le sue carezze, udiva le sue parole innamorate! Ella non le aveva credute, e adesso le invidiava; aveva sdegnato quell'uomo, e adesso lo rimpiangeva! Perchè, se egli era stato falso e bugiardo?... Ma finalmente ella riconosceva che, se pure fosse stato diverso, la felicità duratura non avrebbe potuto trovarsi in un falso legame, sibbene nella santità della famiglia, nell'austerità del dovere. Se a lei fosse capitata la sorte di trovare un marito appena diverso dal suo, come avrebbe sopportato i suoi difetti, come avrebbe soffocate le tentazioni, per poco che egli l'avesse sorretta!... E l'imagine di Enrico Sartana le tornava alla memoria, più distinta che mai, in quella Palermo dove l'aveva conosciuto, dove udiva parlare di lui, delle sue avventure dopo la separazione, dove poteva incontrarlo da un momento all'altro. Il giorno che lo vide comparire nel salotto dell'amica, il sangue le die' un tuffo. Malgrado la barbetta a punta e un principio di canizie, era sempre il bel giovane d'un tempo, aveva ancora l'aria di San Giorgio cavaliere. Mentre egli parlava di molte cose indifferenti, rivolgendosi più spesso all'amica, dando a lei dei rapidi sguardi, ella era come ammaliata, non vedeva più nulla di ciò che la circondava, udiva soltanto il suono delle parole senza comprenderne il senso, con la mente piena di ricordi, di visioni risorgenti; e quand'egli andò via dopo averle stretta la mano, ella lasciò ricadere pesantemente il suo braccio, assorbita nella contemplazione del passato. Un pensiero vinceva tutti gli altri; ella si domandava, col cuore stretto: «Come deve disprezzarmi!...» Un abisso separava la fanciulla che egli aveva conosciuta dalla donna che ora ritrovava, e la compiacenza d'essere sfuggito al pericolo di averla a compagna, era probabilmente il solo sentimento che ella gli destava! Le voci malvagie e bugiarde dovevano essere arrivate fino a lui; se il ricordo del passato era sorto talvolta a difenderla, egli non aveva potuto resistere all'insistenza delle calunnie! Con una soggezione secreta, il bisogno di dissipare il tristo giudizio formatosi intorno a lei la occupava nel rivederlo. E un sentimento di gratitudine veniva ad unirsi a tutto questo, come ella notava la discrezione delle sue parole, il rispetto di cui la circondava. Dopo tanto tempo, la società si era trasformata intorno ad essi; senza dir nulla delle relazioni passate tra loro, egli le rammentava tante cose, e una grande attrattiva era per lei in quei ricordi. Ella si sentiva riportata indietro negli anni, pensava a momenti che tutto quanto era venuto dopo non fosse che una imaginazione dolorosa. Ma come notava le assiduità di lui, come leggeva nei suoi sguardi qualche cosa che egli non le diceva, ella protestava tra sè: «No, no... è troppo tardi, oramai!... sarebbe l'errore più grande!...» Ella non poteva più amare, non poteva più essere amata, aveva troppe tristezze nell'anima, aveva letto troppo addentro nel libro della vita!... Ed esprimeva questa sua sfiducia dinanzi a lui, ma senza rammaricarsi, rassegnatamente, come accertando una gran verità:

— La felicità è una chimera... tutto ciò che si può ottenere di meglio è la calma... Io non aspiro più ad altro.

— È vero; avete ragione.

Quell'arrendevolezza destava la sua curiosità; ella avrebbe voluto sapere ciò ch'ei pensava intimamente, udirlo parlare dei giorni lontani, subire anche quest'altra prova... E, inconsapevolmente, si attardava dinanzi allo specchio, si guardava a lungo, chiedendosi: «Non sono più desiderabile?...» Qualche giorno, a certe ore, uno stupore pauroso le gelava il sangue, vedendo rapidamente moltiplicarsi i segni della sua decadenza; ma da un momento all'altro la sua fisonomia si rimetteva, riacquistava i colori, la freschezza della gioventù; ella si sentiva rinascere, derideva le sue paure. Lentamente e continuamente i capelli però le cadevano; la chioma meravigliosa che arrivava un tempo ai fianchi, il «Mantello d'oro» era ridotta della metà. Dei giorni la trovava ancora copiosa; alcuni altri l'idea di perderla tutta l'atterriva. Dei fili d'argento striavano i capelli corvini di Giulia; ella l'invidiava, avrebbe preferito di diventar tutta bianca, pensava che vi sarebbe stata un'altra specie di poesia. Gli artefizii a cui ricorrevano alcune per darsi una giovinezza che non avevano più le parevano ridicoli; ella era sicura che si sarebbe rassegnata, non nascondeva a nessuno l'età sua, affettava anzi d'esser già vecchia.

— Ma fammi il piacere! — protestava allegramente l'amica. — O dici questo per sentirti assicurar del contrario?

— Così fosse!... Purtroppo...

— Bada però che qualcuno non ne è persuaso.

Era dunque proprio vero? Gli sguardi di Enrico dicevano dunque ciò che le sue labbra non profferivano? No, no; ella non voleva riconoscerlo. «Mio Dio» pregava, «fate che io m'inganni!» ma con una secreta restrizione, come temendo la certezza dell'inganno desiderato... Egli adesso la seguiva da per tutto, le parlava con una espressione più tormentata; una dolce sera d'estate, fermo dinanzi alla sua carrozza, al Foro Italico, intanto che ella accompagnava impercettibilmente col capo il ritmo incalzante del canto dell'Ombra nella Dinorah, le disse, piano, guardandola negli occhi:

— Vi rammentate i balli di casa d'Alì?

Le parve come se egli l'avesse stretta alla vita, prendendola per una mano, trascinandola seco. E vedendo a un tratto il pericolo, ella pensava che l'unico mezzo di evitarlo era la fuga. Perchè, malgrado i suoi propositi, malgrado la sua esperienza, ella sentiva la lusinga rinascere, udiva una voce che le dimostrava l'assurdità di quella vita, la necessità d'un affetto, anche a costo di nuove torture... Non era egli l'uomo che pel primo le aveva fatto battere il cuore? Non era stato sul punto di dividere la sua vita per sempre?... Ed ecco che egli glie lo ricordava.

Fu un giorno che Giulia non era passata nel salotto, quasi prevedendo di quel che doveva avvenire. Come ella aveva espresso con maggiore amarezza del consueto, a proposito d'una lettura recente, il suo scetticismo, egli le disse:

— Non credete dunque più a nulla?

— Ho troppo sofferto.

— Non siete stata la sola.

Senza avvicinarsi a lei, evitando di guardarla, egli soggiunse, come parlando tra sè:

— Perchè non avviene nulla di ciò che si è aspettato?

Ella non rispose, temendo di tradirsi; quando l'altro mormorò:

— Credete dunque che io abbia scordato?... Il sogno che sognammo insieme è tutto quello che ho avuto di meglio nella mia vita... ma ora più che mai sento cosa ho perduto.

Ella chiuse gli occhi un istante; poi, abbassato il capo in atto di rassegnazione, balbettò:

— Bisognava arrivare a questo!...

— Sì! non era possibile fingere più a luogo, trattarsi come due estranei, quando tutto ci ricordava la felicità a cui passammo accanto... Perchè non potemmo ottenerla?

— Di chi la colpa?

Anche lui chinò il capo, sbattendo un guanto contro il ginocchio.

— Sì, è vero... fui debole... mi arresi troppo presto alle insistenze interessate... E se sapeste che rimorso è stato il mio! come nulla è valso a farmi dimenticare!...

Si accusava, senza giustificarsi, senza muovere un rimprovero contro di lei, diceva che il ricordo di quel primo amore gli era rimasto sempre fitto in cuore, che il matrimonio non aveva potuto cancellarlo, che la vita dissipata in cui s'era dopo gettato non l'aveva guarito neanch'essa. Tacque un poco; poi soggiunse, pianissimo:

— Ma non è del passato che si tratta...

Allora ella cominciò a sentire un tremito percorrerle tutte le fibre.

— Si tratta del presente... della felicità che possiamo ancora afferrare... perchè io vi amo... ti amo. Teresa! — oh, lasciatevi chiamare così, come un tempo, come non ho cessato di chiamarvi, secretamente, dal fondo dell'anima!

Le prese una mano; ella non pensò a ritirarla, scrollando lentamente il capo appena piegato, cogli occhi rivolti alla luce.

— Non dite di no!... siamo ancora in tempo... Come siete bella! che sguardi luminosi!... m'accecano...

Un impercettibile amaro sorriso le increspava gli angoli delle labbra, e passandosi una mano sulla faccia ella si guardava ora intorno con l'attonita espressione di chi esce da un sogno.

— No... no... — mormorava — la vita non si rifà... è troppo tardi, credetemi!...

— Non dite questo!... mi fate troppo male!... Io non vi domando di amarmi... lasciatemi vivere soltanto vicino a voi!... Che cosa vi costa?... volete?...

Ciò ch'egli domandava rispondeva all'intima sua brama, sempre rimasta insodisfatta, ma questa volta risorgente più intensa, con la speranza luminosa di vederla finalmente appagata. Dopo tanto tempo, dopo tanti disinganni, non potevano essi, non dovevano anzi trattarsi come amici, come fratelli, con qualche cosa di più arcano, ma senza macchiarsi? Di questo sentimento dolce e forte nella sua purezza ella si sentiva capace; ella sarebbe restata accanto a quell'uomo, intimamente, parlandogli di cose care, senza pensare un solo istante alla possibilità di essere altro per lui. A questo patto, acconsentiva; e finalmente la sua vita ebbe uno scopo, il suo cuore un pascolo, il suo spirito un'occupazione, e come per incanto ogni dolore, ogni sconforto s'inabissò, disparve, nell'invasione d'una suprema letizia, nella rifioritura dell'anima, nella risurrezione di tutto l'essere suo. Ella gli scriveva delle lunghe lettere, narrandogli la storia della sua esistenza, dei suoi dolori, dicendogli che nulla più gli restava al mondo fuorchè l'affetto di lui, chiedendogli di difenderla contro i malvagi, ma scongiurandolo di non tradire la fede che aveva riposta nella sua parola. «Noi non possiamo essere l'uno per l'altra che i più intimi, i più teneri amici; la triste esperienza che abbiamo acquistato ci deve garentire da nuovi e più grandi errori... Voi mi starete vicino quanto più sarà possibile; e la fiducia che nulla riuscirà a scuotere la nostra affezione sarà il più grande conforto nelle avversità che il destino non risparmia a nessuno. Gli animi volgari non ci comprenderanno: tanto peggio per loro; la nostra coscienza non ci rimorderà!...» Egli scriveva poco, la guardava con occhi supplici di desiderio, tentava di baciarla in viso, scongiurava, alle repulse di lei:

— Sulla fronte, almeno?

— Sulla fronte, sì.

Ella gli aveva dato a leggere il Giglio nella valle di Balzac, la Principessa di Clèves della signora di Lafayette, sottolineando per lui i passaggi in cui era espressa la passione casta e contenuta; decisa questa volta a salvare l'amor suo dalla caduta fatale, a qualunque costo, a costo di morirne. Ma la lotta s'impegnò più presto che ella non credesse: non eran bastate le preghiere, doveva ora difendersi materialmente, incrociando le braccia sul seno, protendendole poi, al gesto disperato col quale egli si allontanava.

— Volete dunque espormi, mio Dio, al disprezzo di tutti?

Già un mormorio correva intorno ad essi, le malignazioni erano cominciate, e come il mondo non le teneva nessun conto dell'eroismo con cui ella resisteva, egli non le teneva conto dei rischi a cui s'esponeva per amor suo. Si faceva invece più insistente, minacciava di abbandonarla:

— Se questa tortura deve continuare, finirò per fuggirvi...

All'idea di perderlo ella rompeva in lacrime, riconoscendo finalmente di essersi ancora lasciata prendere dall'inganno d'una pura affezione. Ma come affrontare la malvagità del mondo? come darsi in balia delle sue nemiche, in quel piccolo ambiente dove l'atto più innocente era spiato, commentato, risaputo? No, ella non avrebbe fatto mai questo, non tollerava l'idea dei sorrisi maligni con cui le malvage avrebbero vista la conferma dei loro pronostici. L'amore non era dunque il più forte? Ma non aveva ella negato l'amore? E sapeva soltanto come l'avrebbe trattata quell'uomo il domani della sua dedizione? No, v'era troppa tristezza in lei, d'intorno a lei... Sarebbe piuttosto fuggita ella stessa: nella lontananza era l'unica salvezza. Poi si diceva che la logica fatale della sua condizione rendeva inutile quel partito: a che cosa sarebbe andata incontro, fuggendo? Poteva restar sempre sola? Delle cadute meno degne non l'aspettavano?.. Ma si ribellava alla logica; anche ora, come sempre, voleva fare a suo modo. Lungamente, secretamente, ella maturava quel proposito, dilaniata nondimeno da impulsi contrarii, vedendo danni da per tutto, imaginandone sempre più grandi. Si frenava dinanzi all'amica, si studiava di nasconderle la battaglia che si combatteva nel suo cuore, ma quando finalmente le annunziò la risoluzione della partenza, non le fu possibile contenersi oltre. Rompendo in pianto, con voce strozzata dai singhiozzi, ella le confidava la passione che non aveva saputo soffocare, i pericoli che la circondavano, il tentativo di salute che le restava da compiere.

— E dove vuoi andare? che cosa farai, sola, lontana?...

— Non so, non lo so... ma non togliermi coraggio! Tornerò a Roma, andrò più lontano se occorre, continuerò la mia vita sbalestrata... pur di togliermi da questo martirio, di evitare quest'abisso...

L'amica finiva per riconoscere la convenienza della fuga; ella la scongiurava di non farne trapelare nulla, di non rivelare il suo rifugio. Voleva scomparire senza vederlo, senza lasciargli una parola, certa che le sue forze l'avrebbero tradita. E come i preparativi della partenza erano già cominciati, dinanzi ai bauli scoperchiati, alle valigie aperte, un'ambascia più disperata le scoppiava in cuore, col pentimento del suo sacrifizio. Ella era passata accanto alla felicità e non aveva saputo riconoscerla e aveva voluto respingerla! Pel mondo, per lui, per sè stessa, quel sacrifizio era vano: tutti l'avrebbero sospettata egualmente ed a lei non restava che il rancore d'un bene perduto per sempre, d'una speranza voluta a forza distruggere. Non era vero che l'amore non esisteva, ella aveva bestemmiato: non esisteva che l'amore, la vita dell'anima; ella non ne avrebbe trovato mai uno più alto, più poetico di quello di Enrico, cominciato nella purezza della prima gioventù, sopravvissuto a tante vicende, ridestatosi con tanta violenza! Ella sacrificava il suo bene allo sciocco mondo che non le aveva dato se non amarezze. Ella piangeva tutte le sue lacrime, riconosceva di non avere ancora tanto sofferto. Un tenebrore fitto e pauroso avvolgeva l'avvenire, il danno non avrebbe avuto mai fine! Che cosa sarebbe stato di lui?... Allora, l'impossibilità di lasciarlo così, senza neppure un ultimo addio, le apparve evidente. Gli scrisse, e ciascuna parola di quella lettera le costava una stilla di pianto. «Quando voi riceverete la presente, io sarò partita, per sempre. Avevo creduto in voi, avevo sognato di passare nella vita tenendoci per mano, amandoci, ma serbando il diritto di tener alta la fronte. Voi non avete avuta questa forza, non ve ne faccio una colpa. Non m'incolpate, a vostra volta, se io prendo una determinazione che vi farà male, ma non quanto ne farà a me stessa. Dimenticatemi! Addio.»

Come una cappa di piombo, il cielo le pesava sul punto di lasciare la casa ospitale dell'amica, nel ripeterle la raccomandazione di non rivelare a nessuno il suo destino. Tornò a Roma, col cuore stretto da una morsa, col corpo ammalato e lo spirito affranto. L'imagine dell'abbandonato le era sempre presente, con tutte le forze dell'anima ella tendeva verso di lui. Un giorno, improvvisamente, se lo vide dinanzi.

VIII.

Non era dunque un sogno! La vita aveva ancora sorrisi, l'amore aveva ancora promesse, la felicità esisteva! Ma nel momento che era cominciata, ella aveva detto ad Enrico:

— Senti, sei tu che mi togli alla solitudine a cui m'ero rassegnata!... Se credi ora di potermi lasciare!... Tu non mi sfuggirai più, comprendi? Io ti strapperò il cuore con queste mani, se tu tenterai di sfuggirmi!...

— Sarà difficile. Non me l'hai già tolto?...

Non era un sogno; però ella aveva un continuo, insaziato bisogno di nuove conferme, tanto era incredibile.

— Ed è vero?... Tu mi vuoi tanto bene?... Hai pianto per me?...

— Credevo di morire!

— Ed è vero?... Oh, perdonami, non è diffidenza... è meraviglia, è stupore... se tu sapessi!... È come se da un carcere eterno, buio e freddo, io fossi passata all'aria libera e pura. Grazie! grazie! grazie! Come ti son grata! Come ti amo!...

Tentava di metterglisi in ginocchio dinanzi; egli la rialzava, protestando, affermando che era sua la meraviglia, la gratitudine, ripetendole che aveva pensato sempre a lei, che l'aveva amata sempre, che la speranza di incontrarla qualche volta gli aveva sempre sorriso.

Ella scrollava il capo, indulgentemente.

— Sarebbe troppo bello!... Questo capisco che non è possibile... Allora, perchè non cercasti mai di me?

— Perchè... perchè tu eri d'altri...

Chinati gli occhi, in atto di riconoscere la propria colpa, ella taceva un poco; poi gli gettava le braccia al collo, mormorando:

— Ora bisogna che tu mi ascolti... che io ti narri la storia della mia vita, che ti faccia una confessione completa!...

E gli narrava tutto, tranne l'avventura del principe, pensando che a giudizio degli uomini quella sua vendetta le faceva torto. Per legittimare la caduta con Arconti, ella attestava la prepotenza della passione, diceva di lui:

— Pochi uomini sono stati amati altrettanto...

Poi, temendo che questo ferisse l'amor proprio di Enrico, si correggeva:

— Ma non come te!.. L'amai, è vero, sulle prime, quando credetti al suo sentimento... ma la benda mi cadde subito dagli occhi; egli non amava che sè stesso!... non credeva a niente, era impastato di scetticismo, inbevuto di vanità!... Non come te; tu sei buono, gentile, sei sempre quello che m'innamorasti fanciulla!... Anch'io ho pensato a te, quand'eri lontano; ma le vicende della vita... le fatalità del destino....

Però conveniva di essere stata molto sciocca a resistergli tanto a lungo, a fuggirlo, a rischiare di perdere quella felicità, la prima, l'unica che aveva mai provata!

— O dunque? — chiedeva egli.

— Ah! tu non sai di quale amarezza fui abbeverata! come disperavo di tutto!...

E gli narrava l'immenso disinganno sofferto, il naufragio della sua fede, la morte del cuore. Come credere in qualche cosa, quando l'uomo pel quale ella aveva tutto sacrificato si era ridotto a deriderla, a maltrattarla? Ella esagerava i torti di Arconti, col bisogno di sentirsi dare ragione, di vedersi compianta; e come le esclamazioni di Enrico la sollevavano, ella soggiungeva:

— Vedi? avevo ragione di dubitare? Ho ragione se talvolta voglio sentirti ripetere che mi ami, che non mi abbandonerai, che non farai come gli altri?

Ma, nel ripetergli queste domande, ella s'interrompeva dicendo, con un sorriso, per farsi tollerare:

— Come sono, noiosa? Non mi dar retta!

Egli non aveva l'eloquenza dell'altro, non sapeva trovare di quelle espressioni poetiche che l'avevano un tempo sedotta; non scriveva di quelle lettere che l'avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse meglio così. Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza declamazioni, egli le provava d'amarla, faceva tutto ciò che ella voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che il pensiero dell'altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di andar via da Roma.

— Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me, egli ti deve dar ombra...

— Io non t'ho dato motivo di sospettarlo!

— Lo so!... lo so!... E te ne ringrazio... Ma se tu sei pieno di fede, io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via...

Però egli non volle. In fondo, l'idea di buttar giù la sua casa, di trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d'amore, e dinanzi al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.

— Come sei generoso!... Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene, come ingigantisce la mia devozione... Tu mi hai redenta!... I miei errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei vent'anni, torno ad essere per opera tua come quando t'amai la prima volta... E una risurrezione di tutto l'essere mio...

E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:

— Sì, sì, redenta!... senza l'amor tuo, chissà che cosa sarebbe accaduto di me!...

Ed aveva fatta una scoperta:

— Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te...

— Proprio? Nulla?

— Nulla!... Ti ho data tutta me stessa... gran che!... valgo così poco!... e poi, se ti amavo!... Ma di noi due, chi è in debito verso l'altro son io!... Non dir di no; è così, lo so!... E vedi, tu puoi farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò, accetterò tutto da te...

Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta, da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto, egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell'uomo di mondo che ella aveva vagheggiato: s'era fatto ammettere al Circolo delle Caccie, amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso, o piuttosto sapendo di non averne motivo; l'accompagnava dovunque, era sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori di casa.

Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima volta, ella s'era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve fortuna, ella tagliò corto:

— Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.

Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando pronunziava certe parole: il passato, le memorie, le sottolineava, guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le disse:

— Sai chi ho conosciuto? Arconti.

Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia al collo:

— Che cos'hai provato?

— Niente.

— No, non fingere!... Dimmi la verità!... dimmi che hai sofferto!... non me ne avrò a male; è una prova d'amore!...

— Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui che ti perdetti...

— Perchè non mi hai portata via?... Dovrò incontrarlo anch'io...

Ma ella sentiva risorgere la secreta curiosità di ritrovarsi in presenza di lui: l'ignorata emozione che doveva occuparla nel rivedere da estraneo l'uomo col quale era stata legata dalla suprema intimità, esercitava una irrestibile attrattiva sulla sua imaginazione. Improvvisamente, un giorno, a Piazza Colonna, lo vide; ella sentì come se il terreno le mancasse sotto i piedi, come se le gambe le si piegassero. Ravvisandola tardi, egli si toccò il cappello quando già stava per passar oltre; ed ella continuava a procedere a caso, dimenticando la sua via, col cuore tumultuante, la mente inondata da un mare di ricordi... Sapeva egli la sua relazione con Sartana? Ne provava gelosia o dispetto?... Avrebbe voluto mostrarglisi a fianco di Enrico, dimostrargli che altri l'amava meglio di lui, la faceva più felice di lui... Poi s'indispettiva contro sè stessa per quei pensieri che gli accordava; ma tornava sempre ad averlo presente, e adesso, come se la gente si fosse data un'intesa, ella non udiva parlare se non di lui; dei suoi successi politici, del bene che voleva a sua moglie, della passione che questa gli portava, della vita nascosta, tutta intima, nella quale essi custodivano la loro felicità. Una curiosità più acre di vedere questa donna la pungeva assiduamente; un giorno la scorse finalmente, appesa al braccio di lui, col capo lievemente reclinato, tutta intenta a udire qualche cosa che egli le mormorava. Un tipo superbo di bellezza bruna, agile e forte: ella ne conveniva; e qualche cosa come un rancore impotente, come una gelosia umiliata nasceva in lei, insieme con una sorda disperazione, perchè, in fondo all'anima, inconfessata fin lì, ella aveva nutrita l'idea di rivedere quell'uomo, di provare ancora su di lui il suo potere, e perchè adesso comprendeva che questo era impossibile! Ma la sua fantasia ammalata la gettava in pieno dramma: ella si vedeva apparire come lo spettro del rimorso in mezzo a quei due, imaginava le supplicazioni della donna, pensava al risveglio della passione nell'uomo, lo scacciava lungi da sè, sorda, inflessibile, spietata... Sorrideva compassionevolmente di sè stessa: non avrebbe mai dunque messo senno? non era ancora ammaestrata abbastanza?... Però, tutt'ad un tratto, ella si sentiva scontenta del presente; la nuova passione le pareva meschina in confronto dell'altra, Enrico di tanto inferiore ad Arconti. Non le erano venuti da costui tutti i dolori? Che cosa voleva dunque dire quel nuovo, più acerbo rimpianto di un passato aborrito?...

Per soffocarlo, ella lavorava a rappresentarsi il danno che quell'uomo le aveva fatto; ma i ricordi amari non avevano presa, la sua imaginazione fuorviava, le metteva invece dinanzi tutte le dolcezze d'una passione che era stata la poesia della sua vita. Il viaggio a Parigi ed a Londra! Le sedute della Camera dov'ella riascoltava le parole che aveva udite per la prima! Le lunghe sere d'inverno passate a discutere intorno a ciò che v'era di più alto nella vita del pensiero! L'inaugurazione del Nido ancora tutto pieno di ricordi di lui... Aveva egli potuto dimenticar queste cose? Ella stessa, un tempo, le aveva dimenticate! Non s'era stancata di quell'uomo? Non aveva trovato che egli non la contentava, che non rispondeva al tipo da lei ideato? E adesso che tutto era finito, si sorprendeva a rimpiangerlo!...

L'amore d'Enrico non dava un pascolo al suo bisogno d'arcane esultanze. Egli era buono, pieno di cure; ma non aveva l'intelletto, la parola dell'altro. Ora ella s'accorgeva d'essersi ingannata nel credere che l'amor puro della giovinezza potesse rinascere, in lei che era passata per tante prove, nell'uomo che aveva tanto vissuto. Egli le narrava le relazioni avute durante il matrimonio e dopo la separazione: ne parlava come di capricci, di legami fugaci, di avventure di corta durata, con leggerezza e con una evidente disistima delle donne. Affermava che adesso era un'altra cosa; ma dicendo di credergli, ella sentiva crescere invece il proprio scetticismo. Non solamente quell'uomo le pareva leggiero, ma la stessa fede nell'amore tornava a scuotersi, ed ella non credeva neppure a sè stessa... Tutte le parole che diceva a costui, le aveva dette all'altro: «Non ho che te... Tu m'hai rivelata la vita... Noi ci ameremo eternamente...» Come crederle più?

Poi si faceva una ragione: queste cose la stupivano perchè ella non aveva ancora esperienza, ma il mondo era stato sempre così! A guardarsi intorno, non trovava una moltitudine di creature nella sua stessa condizione? Bisognava dunque accettarla rassegnatamente! E si riattaccava ad Enrico, gli dava tutta sè stessa, voleva esaltarlo e denigrare quell'altro. Era stata presa dalla tentazione di bruciare tutte le lettere antiche; ma, avendone letta una, la prima capitata nel fascio, non potè, non si fidò neppure di continuar la lettura, sentendosi afferrata da quel passato... Però, all'idea che Arconti potesse sospettare questo, pensare che ella lo rimpiangeva, il suo sentimento diventava una specie di livore furente. Voleva scrivergli di restituirle le sue proprie lettere, i suoi ritratti, per fargli intendere che s'ingannava, se pensava questo... E un giorno un fattorino lasciò da lei un pacco; ella riconobbe nell'indirizzo il carattere di Arconti. Ruppe i suggelli con le mani, tolse febbrilmente l'involto: v'erano tutte le sue lettere e tutti i suoi ritratti che egli le restituiva con una semplice carta da visita. Allora, ella si sentì così miserabile, che si mise a piangere.

Più che al tempo dell'abbandono patito, ella comprendeva che adesso tutto era finito tra loro, radicalmente, per sempre. Fin quando quelle lettere erano rimaste in potere di lui, aveva potuto supporre che egli se la vedesse accanto in idea, che rammentasse almeno il posto da lei preso nella sua vita; adesso egli le mandava indietro come cose inutili e vili, respingeva la sua stessa memoria! E ciò che vinceva il suo dolore, era lo sbalordimento prodotto dalle contradizioni per le quali passava, dalla rivelazione dello spaventevole abisso che era l'anima umana... E sapendo bene che ella non l'avrebbe mai fatto, pensava adesso di andarlo a cercare, di dirgli: «Non mi riconosci più? Non valgo dunque più nulla? Guardami: hai proprio tutto dimenticato?...»

La sera, Enrico vide il biglietto che ella non aveva pensato a nascondere; le chiese:

— È venuto?

— No. M'ha restituite le mie lettere.

— Le chiedesti tu?

— Sì; mi seccava lasciargliele.

Egli le prese una mano, la guardò negli occhi.

— Che impressione hai provata?

— Nessuna.

Nello sguardo dell'uomo parve a lei di leggere un timido rimprovero, come se egli avesse compreso il principio di molestia che le dettava quella nuda risposta.

— Perchè non vuoi dirmelo?

— Ma te l'ho detto... Non ho provato nulla.

Egli aggrottò un poco le ciglia, scosse appena il capo; poi disse, molto piano:

— È lo stesso... lo so... Egli t'amava meglio di me.

V'era, per la prima volta, un'umiltà così triste e rassegnata nell'accento di lui, che ella sentì una pena acutissima morderle il cuore. Gli s'afferrò a un tratto alle spalle, lo costrinse a guardarla.

— Perchè dici questo?... Enrico?... Rispondi!

Egli rispose, sempre molto piano:

— Perchè... perchè io non so dirti le cose che ti diceva lui, perchè egli ti sapeva comprendere... perchè io valgo meno...

Ella proruppe:

— Oh! oh!... Amore!... Amor mio!... Povero Amore!

Si strinse, s'avvinghiò a lui, comprendendo il male immeritato che gli aveva fatto, il pericolo di perderlo a cui s'esponeva da quella stolta che era.

— Ma tu non sai quel che mi fece soffrire?... E tu credi che l'amore si pesi, che le parole lo misurino?... Ognuno ama come sa... Anch'io non ti so dire che l'amor tuo è tutta la mia vita... Guardami!... Il tuo sguardo è sincero, le sue parole mentivano...

Ella stessa mentiva! Era vero! Dell'uomo che adesso aveva a fianco vedeva i difetti, e di quello che aveva perduto apprezzava le qualità!... Ma se Arconti non le aveva procurato i trionfi mondani, e se Enrico non appagava il suo bisogno di sodisfazioni intellettuali, non v'erano altri capaci di darle tutto ad un tempo? Quando udiva parlare delle passioni altrui, supponeva che fossero come quelle da lei sognate: straordinarie, eccelse, immortali! Forse era un inganno, perchè due creature non avrebbero potuto conoscersi intimamente senza scoprirsi dei difetti, senza andare incontro a dei malintesi... L'amore ideale era dunque quello che si salvava dalle cadute, che non si confessava neppure, che si nutriva secretamente ad insaputa dell'oggetto amato?... Ma ella ne aveva provato uno così, per Morani... e adesso s'accorgeva che questo non aveva lasciato nessuna traccia nel suo cuore e nel suo pensiero, che lo stesso ricordo se n'era disperso, come se non fosse sorto mai!... Ve n'era dunque qualcuno a cui si potesse credere? Quello d'Enrico non sarebbe morto anch'esso — se pure viveva?...

Per stordirsi, s'ingolfava sempre più nella vita mondana. La toletta, le conversazioni, i balli, i teatri la distraevano; in società ella ritrovava la sicurezza di valer molto ancora. A poco a poco, il ricordo di Arconti, che ella non incontrava più, si tornò a cancellare. Un periodo di calma cominciò, durante il quale ella fece però una dolorosa scoperta: ingrassava. Le sue vesti non le andavano più, il busto doveva essere continuamente slargato... Ella avrebbe tutto preferito a questo disastro, alla deformazione del suo corpo, al sintomo prosaico e volgare d'un vegetamento materiale. A parecchi per volta, metteva in opera tutti gli espedienti adatti a combattere quell'indecente grassezza: dei giorni andava in giro dalla mattina alla sera, non beveva acqua, non toccava pane, si privava di dolci e di gelati, si saturava d'aceto e di farmaci: ma non riusciva a nulla. L'idea di perdere la ligne la disperava: si stringeva i fianchi fino alla soffocazione, evitava di guardarsi allo specchio che le rivelava quella mostruosità. E un giorno che vi si mirò da presso, contro la luce, ne scoprì un'altra: sulle tempie, sulla fronte, aveva dei fili d'argento... Cominciò per strapparli, certa che non avrebbe adoperata una tintura; però, col tempo, come ricrescevano moltiplicandosi, discusse tra sè la convenienza di tingerli. Se ella fosse stata vecchia, non avrebbe pensato a un artifizio ridicolo; ma aveva trentott'anni, quella canizie era troppo precoce, poteva e doveva combattersi... Il giorno che adoperò la tintura, una tristezza mortale le chiuse il cuore, insieme con una specie di rimorso, come se avesse fatto qualche cosa di male. Con Enrico, ella parlò della sua vecchiezza; gli disse, passandosi una mano sulla fronte:

— Mio Dio, come posso ancora piacerti!

Avrebbe voluto che egli la rassicurasse, che affermasse ancora la forza della sua seduzione; ma egli non diceva niente. S'intiepidiva anche lui?... Certi giorni, sentendo che egli non era più quello di prima, ella lo interrogava ansiosamente, volendo esser confortata, rassicurata, sperando che ella stessa si sarebbe infiammata: egli rispondeva che era sempre lo stesso.

— Perchè non mi dici dunque delle cose care?

— Ognuno ama come sa!

Egli aveva preso in mala parte quelle sue parole, le ripeteva con una intonazione sottilmente ironica, come se contenessero un biasimo per lui. L'amor proprio dell'uomo era rimasto offeso dalla coscienza d'una inferiorità dinanzi ad Arconti; e tutto ciò che ella tentava per dissipare quella persuasione, era invano. Ella si umiliava, gli domandava perdono; poi gli proponeva di andar via, lo scongiurava di dirle se v'era qualcosa in lei che gli dispiacesse; egli rispondeva:

— No, no.

— Ma dunque, che hai? Perchè mi rimproveri? Perchè mi accusi?

— Non t'accuso. Capisco...

— Che cosa? di' su!...

— Che non ti contento, che non sono fatto per te...

Ogni protesta era inutile: egli scrollava il capo, cedeva per poco dinanzi all'insistenza dolente di lei; poi ricominciava. Allora, ella esclamava:

— Ma non capisci che se tu non combatti questa triste persuasione, l'amor tuo si scuoterà?...

— Sei tu che mi sfuggi...

— Io? Io?... Ma come?... Come debbo fare per mostrarti quanto t'amo?... Che cosa ti dà ombra?... Sei geloso di qualcuno?...

— No...

— Non lo negare, confessalo!... Non fare come l'altro, non covare qualche cosa nell'animo... Sarà funesto: credi a me che l'ho imparato a mie spese... Di', sei geloso?...

— No, ma no!...

Ella finiva per credergli, poichè la sua gelosia sarebbe stata senza ragione.

Non voleva notare nessuno fra quelli che le facevano la corte, metteva a posto il principe di Lucrino che tornava a rappresentarle il tormento del ricordo; ma delle ore di scoraggiamento suonavano per lei, durante le quali sentiva che tutte le sue prove non erano per anco superate. L'orgoglio di Enrico, che ella aveva involontariamente offeso, non s'acquetava; ma quando pure egli non avesse avvertita la propria inferiorità dinanzi ad Arconti, l'idea d'esser venuto dopo, la confessione del suo passato che ella gli aveva fatta, non doveva intiepidirlo?... Ella aveva intuito tutto questo, a Palermo; gli ammaestramenti della vita non giovavano proprio a nulla?... Però, dinanzi al mutato contegno dell'amante, ella riconosceva tutta la sciocchezza delle proprie inguaribili pose sentimentali. No, il suo passato di fanciulla non era risorto per virtù di quell'uomo: egli aveva capito soltanto di poterne trarre profitto. No, quell'amore non l'aveva redenta, l'aveva compromessa peggio: non l'avvertiva nei discorsi della gente, nel contegno più libero degli uomini, nell'ostilità crescente delle donne?... Alcuni credevano ancora che la sua relazione con Arconti non fosse rotta, altri le davano nuovi amanti. Ella alzava le spalle; ma la sua indifferenza cessò il giorno in cui apprese la voce incominciata a diffondersi: che ella s'era messa con Sartana calcolando sopra un doppio divorzio per farsi sposare da lui e divenire duchessa!... Così, nello stesso punto in cui ella apprezzava il nuovo danno che s'era cagionato, la malvagità sempre desta le attribuiva l'intenzione di un indegno mercato! Era dunque inutile aver sempre pagato del proprio, non aver ricavato che dolori dalle sue cadute: bisognava ancora subir l'onta di quest'altro sospetto!...

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