← Table of contents
L'Illusione

PARTE TERZA. (continued 3)

Reading edition

E nel ripeterle che non l'accontentava, Enrico alludeva adesso a qualcuno di quelli che le stavano intorno. Ella esclamava:

— Senti, ho sofferto abbastanza; non mi fido più di lottare. Se tu cerchi dei pretesti perchè non m'ami più, dimmelo francamente; preferirò una dichiarazione leale, per dolorosa che possa essere...

Egli protestava abbracciandola fitta:

— Io non amarti più? Ma è la paura di perderti che mi fa dir questo!...

— Oh! Sarai tu che mi lascerai...

Dei buoni giorni venivano ancora. Per dissipare le paure di lui, ella metteva in canzonatura i proprii adoratori: delle figure brutte, dei tipi quasi comici: Respini, uno spadaccino stomachevole con la presunzione d'un coraggio a cui ella non credeva; Forti, un letterato che parlava in punta di forchetta, dicendo debbe invece di deve e qualsivoglia persona invece di ognuno.

— E puoi credere che io ti preferisca uno di costoro? Ma rendi un po' di giustizia al mio buon gusto, almeno! Se io non fossi piena di te, se volessi flirtare, sceglierei qualcuno che ne valesse la pena!...

— Per esempio?...

— Ma, non saprei...

Allora, egli cominciava a nominare della gente, senza indovinare. La corte di Giacomo Spinola, il bel poeta, l'elegante romanziere di cui tutti parlavano, l'avrebbe molto lusingata; e se uno di quei principi reali di cui ella ammirava il coraggio e le virtù l'avesse voluta, come avrebbe potuto resistergli?...

Nessuno le piaceva fra quelli che la circondavano; un giorno, però, le presentarono un giovane del quale ella aveva molto sentito parlare come d'un ingegno fuor del comune, destinato a un brillante avvenire: Vittorio Bergati, il figliuolo dell'ex-ministro degli esteri. Di persona era avvenente, bastarono pochi minuti di conversazione perchè ella accertasse che la sua reputazione non era usurpata. Il martedì seguente si presentò da lei. L'eleganza e la competenza mondana di Enrico le parvero a un tratto mediocri dinanzi a quelle del giovane, che aveva passato molti anni a Parigi per completarvi i suoi studii.

Era Toscano, e la sua voce aveva un timbro indefinibile, pieno di turbamento; sapeva parlare di tutto, d'arte sopratutto; era intimo di Alessandro Dumas; in quella prima visita le narrò l'intreccio della commedia alla quale l'autore da lei ammirato lavorava da tempo. Restò a lungo, fin quando tutti gli altri se ne furono andati; si alzò a un tratto, quasi facendosi forza e dicendo:

— La sua conversazione è così piena di charme!...

Ella restò seduta nell'angolo del suo divano, non udì la voce del cameriere che annunziava:

— La signora è servita.

Perchè quella figura l'attraeva? Perchè pensava a lui?... Il domani egli mandò delle novità francesi che le aveva promesse; erano accompagnate da un bigliettino in cui glie ne chiedeva dei giudizii. Quando Enrico lo lesse, non disse nulla; indugiò soltanto un poco a rimetterlo sul tavolo.

— Lo conosci? — chiese ella.

— Sì... — rispose con un dubbio e impercettibile sorriso.

— È un giovane garbato, intelligente...

— Con questo, si può flirtare?

Ella sorrise più schiettamente. Rispose a lungo a Bergati riferendogli le sue impressioni su quei libri; egli ne mandò altri dicendole: «I suoi giudizii si potrebbero stampare con la firma del Sainte-Beuve.» Allora, quella corrispondenza si fece più assidua. Egli veniva ogni martedì, ma le sue parole non esprimevano altro che un'ammirazione deferente; nelle lettere era più esplicito, in una le chiedeva di annoverarlo fra i suoi amici, un'altra finiva dicendo: «Si rammenti Ella qualche volta del più devoto dei suoi amici, che si ricorda sempre di Lei.»

Ella lasciava le lettere sul tavolo; quando Enrico lesse quelle parole, osservò:

— Questa, al mio paese, non si chiama una dichiarazione?

— Come sei sospettoso!... È un complimento di chiusura.

— Ah, si fanno così i complimenti?... Non lo sapevo... È vero che io non so scrivere...

Era stupita della specie di divinazione ch'egli aveva del pericolo. Le lodi di Bergati l'inebbriavano; il salotto le parve vuoto il primo giorno che egli mancò; aspettava le sue lettere con un'ansia secreta, le divorava — e adesso le nascondeva, poichè venivano con tale frequenza che avrebbero accresciuti i sospetti di Enrico. Come costui si faceva più freddo, ella gli chiedeva:

— Che hai?... Dillo una buona volta!...

— Che cosa vedi?

Restavano a lungo senza dir niente, poi ella esclamava:

— Siete tutti ad un modo!

— Sì, hai ragione...

Adesso, ella pensava che le rispondesse apposta così, perchè era stanco di lei, per spingerla ad una rottura; e i progressi della sua simpatia per l'altro la spaventavano. Ora, nelle parole del giovane v'erano delle reticenze piene di turbamento, i suoi sguardi l'abbracciavano tutta; egli l'aspettava per le vie, l'accompagnava a casa, nell'ora dolce del crepuscolo — ed ella si chiedeva: «Ignora che io non sono libera? Crede che io possa spartirmi fra loro?...» A questo pensiero, si ribellava: mai sarebbe scesa tanto giù!

A certi momenti, una tristezza infinita la guadagnava; avea voglia di chiudersi in camera a piangere tutta sola; se Enrico era con lei e le chiedeva che avesse, rispondeva:

— Non dirmi nulla; soffro.

Egli restava un poco senza parlare, poi se ne andava. La notte ella aveva dei sogni torbidi, in cui vedeva dei presagi di sventura. Ed a Bergati, quando erano soli, quando la conversazione prendeva il tono d'una confidenza, ella parlava del vuoto della sua vita — come ne aveva parlato all'altro!... Ma se il suo amante era stanco di lei?.. E la stessa voce del doppio divorzio, del calcolo che ella avrebbe fatto dandosi a Sartana, l'induceva a provare il suo disinteresse, riprendendo la sua libertà.

Già Enrico parlava di partire per Napoli, dove lo chiamava una lite di sua moglie, una storia che le pareva un pretesto. Ah! ella non avrebbe sofferto una seconda volta l'umiliazione dell'abbandono! E come anche Bergati minacciava d'andarsene a Parigi, dove aveva un fratello accasato, ella scrollava il capo, pensando tra sè: «No, che non partirai per adesso!...»

Un sabato, mentre ella leggeva accanto alla finestra, il cameriere le recò una carta di lui, cornée e con due parole scritte su a lapis: per congedo. Di scatto, ella disse:

— È andato via?

— Nossignora, aspetta di sapere se la signora è in casa.

— Fatelo passare.

Il biglietto era caduto per terra; ella si strinse con le mani le tempie, nel tardo pentimento di quel consenso che la perdeva. Ma se partiva per sempre! Se forse partiva per lei, non reggendo al tormento di saperla di un altro! No, no: egli non poteva partire così!... Ella dunque voleva ricominciare un'altra volta? Non era ammaestrata abbastanza? Non si sentiva vecchia oramai, giunta all'età della rinunzia?... Ma fattasi allo specchio per acconciarsi i capelli, ella trovava che no, e la secreta brama di sentirsi apprezzata da lui la struggeva... E cadere ancora! precipitare sempre più giù... Ma non era la ferrea legge del suo destino? A che pro ribellarsi? Ella scrollava le spalle: oramai! oramai!... Ed Enrico? come lasciarlo?... Non era invece egli stesso che non la voleva?...

Il cameriere annunziò:

— È di là.

Prima di schiuder l'uscio del salotto, ella si compresse forte il cuore: le batteva come se fosse sul punto di rompersi. Aprì con un atto di risoluzione, gli andò incontro col braccio disteso:

— Sono lieta di poterle stringere la mano, se parte...

— Al contrario, son io che la ringrazio... e le chiedo scusa di aver forzato la consegna...

— Ma per lei non teneva! Due vecchi amici come noi non si lasciano senza salutarsi, non è vero? Va a Parigi?

— Sì.

— Spero bene — aggiunse subito, con aria disinvolta — che non ci lascia per sempre, che la rivedremo presto?

Egli rispose, vagamente:

— Non so.

Tacquero un poco entrambi. Ella gli chiese notizie della famiglia di suo fratello, ma non udiva le parole di lui. Pensava: «È una prova che vuol fare? Che cosa mi dirà?...»

— E lei, stette molto a Parigi?

— Oh, pochissimo: due mesi appena. Ma è una città che mi attira... La saluti per me!

— Se avesse dei comandi da darmi...

— Grazie!

Egli s'alzò; stringendole la mano, continuava:

— Mi farebbe il più gradito dei regali!

— Grazie... Non so, in questo momento... Parte subito?

— Domani l'altro.

— Avrò dunque il tempo di pensarci. Grazie, comunque...

Allora, come le mani si sciolsero, come lo vide allontanarsi, sparire dietro la cortina dell'uscio, ella si morse le labbra, stese le braccia, e repentinamente passò di là, chiamando:

— Allora senta, Bergati....

Egli tornò, fissandola in viso.

— Volevo dirle, se può incaricarsi...

Fu costretta ad appoggiarsi alla spalliera d'una poltrona. Il giovane buttò ad un tratto la sua mazza e il cappello, l'afferrò pel braccio che usciva nudo dall'ampia manica della veste da camera, esclamando, con l'espressione dell'estasi:

— Ah!... ah!... non si resiste, non è possibile!... Volevo fuggirvi, io che v'adoro!...

Ella si velò la faccia con le mani, egli la stringeva alla vita, tentando baciarle la guancia. Doveva dirgli: «Ma io non posso esser vostra!...» e sentiva che la sua condotta le toglieva ogni possibilità di resistenza. Come l'imagine di Enrico sorse nella sua memoria, si lasciò cadere sulla poltrona, esclamando:

— Mio Dio! Mio Dio! Perchè avete fatto questo?...

Il giovane le era in ginocchio dinanzi, le sollevava il capo, e una musica di parole or sommesse ora vibrate, dolcissime tutte, le carezzava l'orecchio:

— Di che temete, povero cuore?... Io vi chiedo di lasciarvi adorare, come una Madonna, dall'ombra... Se sapeste che meraviglia!... Non credo ai miei sensi... Che gratitudine sarà la mia!... Come v'ho amata, da lontano, prima di conoscervi ancora, comprendendo che voi sola eravate degna d'amore! Come credetti di sognare, quando ottenni la vostra intimità, quando compresi di non esservi indifferente, quando voi mi confidaste le tristezze della vostra vita!... Farvele dimenticare è tutta la mia ambizione. Che orgoglio metterò nell'obbedire tutte le vostre volontà, tutte! tutte! Sorridete dunque, dolcezza...

E fece per baciarla sulla bocca.

— Ah!

— No, no... se non volete...

Ella lo respingeva ancora automaticamente, scongiurando:

— Lasciatemi, per pietà...

— Ebbene... non v'è felicità eguale a questa di starvi vicino, ma se voi non volete... guardate: obbedirò...

Allora ella disse:

— Non partirete?

— Ma no! Credevate che fosse possibile?... Resterò vicino a voi, vi scriverò, tutti i giorni! consentirete che venga talvolta?...

— I martedì solamente?

— Solamente!... Sarete contenta di me!... Mi date adesso quel fiore?

Ella aveva una rosa appuntata alla cintura, una povera rosa mezzo sfogliata da quella tempesta: la portò alle labbra, glie la porse. Egli ne bevve il profumo, baciandola.

— Adesso, lasciatemi...

Egli le baciò la mano, dall'uscio le mandò ancora un bacio sulla punta delle dita. Ella s'alzò, scuotendosi per tutta la persona, coi pugni chiusi, le braccia distese, mormorando in un sibilo: «È fatto!...»

Non le era permesso nessun dubbio; sapeva che cosa sarebbe stata l'obbedienza di quell'uomo. Ed era stata lei! E non aveva trovata una parola di protesta, neppure per fingere! E qualche ora dopo, mentre era ancora tutta piena di lui, Enrico appariva!

— Ho una notizia da darti, — egli disse.

— Che c'è'?

— Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.

Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso; andò via prima dell'ora consueta.

— Tornerai presto?

— Appena potrò.

La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente. Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l'aspettava per via, sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando sempre che l'altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: «Se oggi non scriverà, se domani non scriverà...» I giorni passavano, le lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera di passione. Erano due mesi appena che l'aveva conosciuto; il giorno in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: Le livre des Pensées; su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle pensées variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei pensieri d'amore, in francese: «Lorsque vous vous réveillez, et que le premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m'aime et ce rayon m'apporte son salut... Lorsque vous lisez dans les livres des mots d'amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus suaves vous viennent de moi.... Lorsque vous êtes gaie, songez que votre sourire est ma raison de vivre... Lorsque vous voyez des fleurs, songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps...» Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a piazza di Spagna per tornare a casa, quand'egli le si avvicinò. Per non perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi indifferenti, egli metteva all'improvviso delle parole d'amore, dette sommessamente, con voce turbatrice, quasi all'orecchio. La stanchezza di lei cresceva; la via era lunga, l'aria scura, le prime fiammelle di gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano: avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:

— Mi permettete di salire un istante?

— No... no...

— Perchè? che c'è di male?... Un istante, volete?

Ella pensò: «Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!» Il portiere non aveva nulla.

Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse l'abbraccio che tentava di darle con un'aria gioconda.

— Che hai?... Mi accogli così?

Ella disse, con voce gelata:

— Credo che v'inganniate. Non v'è fra noi più nulla di comune.

— Teresa!... Che accade?... Perchè?... Sei tu che dici questo?

— Siete stato voi che m'avete lasciata come si lascia una cameriera. Per quindici giorni, non m'avete scritto un rigo, non m'avete degnata d'un pensiero. Adesso, vorreste ricominciare quel che vi torna comodo: vi ripeto che v'ingannate.

Egli si passò una mano sulla fronte; disse, smarrito:

— Tu mi scacci?... Ma è un sogno?... Ma non ti ho scritto, perchè ero in collera con te... perchè tu mi lasciasti andar via, senza una parola, senza un rammarico... — Le afferrò a un tratto una mano, la strinse malgrado la resistenza di lei. — Teresa!... guardami!... son io!...

— Lasciatemi...

— Il tuo Enrico... quello che ti vuol tanto bene... E che anche tu vuoi bene... quello a cui hai dette tante parole care, a cui hai giurato tanto amore!... — Le si appressò ancora di più, ella tremava come per febbre. — Teresa!... Infine, non è ragionevole, per due, per tre lettere... per un broncio da innamorati... Se io ti voglio bene ancora! sempre!... Teresa, Teresa mia...

Come avanzò le labbra contro le sue, ella gettò la testa indietro, chiudendo gli occhi.

— Non mi baciate.

Egli la lasciò. Si guardò intorno, fece qualche passo, le tornò vicino.

— Tu dunque... non m'ami più?... Tu ami un altro?...

Ella non rispose. Nel silenzio, s'udiva il moto cadenzato dell'orologio dell'anticamera. Con un altro tono di voce, egli riprese:

— Perchè non volete dirlo?... Voi siete leale, la menzogna vi ripugna... Perchè mentire?... Voi amate un altro... Bergati?...

Ella non rispose. L'altro continuò, abbassando talmente la voce che s'udiva appena:

— V'ama anch'egli?.. Ve l'ha detto?... Siete sua?

Ella si nascose ancora il viso tra le mani.

Allora, quell'uomo che ella aveva giudicato leggiero, incapace d'un forte sentimento, stanco di lei, scoppiò in un pianto così dirotto, così convulso, così tempestoso, che ella si sentì straziare.

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Non sapeva che fare, aveva paura di accostarglisi, ma non poteva lasciarlo così. S'appressò alla poltrona su cui era caduto, contro la cui spalliera nascondeva il capo; tentò di rialzarlo; ma il pianto continuava impetuoso, soffocava le sillabe che egli tentava di articolare.

— Enrico!... Mio Dio, non vi disperate così... Siate forte, fatevi coraggio... Siete un uomo, infine!...

Egli proruppe, con labbra contorte dallo spasmo:

— E sei tu che mi dici questo! tu!... Ma non sai che mi strazii l'anima?... Ascolta dunque: tu m'accusavi che sarei stato io a lasciarti!... volevi strapparmi il cuore, se ti lasciavo... Te ne ricordi, di'?...

— Ma se non v'importava più di me!

— Eri tu che mi sfuggivi...

— Se eravate così freddo, chiuso in voi stesso, senza più confidenza... Ho pianto anch'io, sapete! ho lottato! ho sofferto!... Una vostra lettera, una vostra parola m'avrebbe salvata...

— Oh!... Oh!... hai fatto questo! Tu!

A un tratto, le passò un braccio attorno alla vita, alzò gli occhi supplici e lacrimosi su di lei; disse, a parole mozze, a sillabe fischianti:

— Ebbene, senti... quell'uomo ti lascerà... lo conosco, sai!... dopo averti ubbriacata di parole, ti lascerà... Ebbene, quando... t'avrà lasciata... io sarò ancora qui... aspetterò...

Ella sentì stringersi la gola; gli fe' cenno di tacere; egli continuò:

— T'aspetterò... che importa?... Aspettai tanto!... T'ho voluta bene fin da quando eri quasi una bambina!... Ti vorrò bene lo stesso!... Io non so parlare, ma questo saprò dirlo, te lo dirò come si dice al nostro paese... amuruzzu...

Allora scoppiò in pianto anche lei. La generosità di quell'uomo, l'impeto insospettato di quella passione, le davano la tormentosa coscienza della sua colpa e un rimorso acuto, lancinante, che s'accresceva all'idea dell'irreparabile fatalità compitasi.

— Tu piangi!... Tu m'ami ancora, Teresa!...

Ella gli si strinse al petto, gli nascose il capo contro la spalla.

— Ma allora... perchè?...

— La fatalità!... l'abbandono in cui fui lasciata!... credevo che tutto fosse finito... Ah! i miei presentimenti...

Le sue lacrime s'arrestarono, poichè ella sapeva adesso di mentire, non dicendo a quell'uomo d'esser stata invece lei stessa.

— Allora, se m'ami ancora...

— E quell'altro?

Si alzò, tendendo le braccia al cielo:

— Dio, fatemi morire!... No, non è vero che ho forza e coraggio; se avessi coraggio, mi ucciderei... Sono vigliacca! vigliacca! vigliacca!... Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!...

Anch'egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo, come cercando un partito.

— Lasciatemi... Non posso continuare a vedervi, per ora... Non vedrò neppur lui... Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta... Anzi, partite... vi scriverò...

Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi negli occhi.

— Sarete saggio e forte?... Mi promettete che sarete ragionevole, che non farete nulla?... Abbiate fiducia!... sperate!... Ma andate, andate, per pietà... Addio!... no, arrivederci...

E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi. Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l'altra di Vittorio. Ella si gettò su quest'ultima: era un inno squillante, la smentita dell'accusa che l'altro, nella sua gelosia, aveva lanciata. Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire, le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole: «Parta, Addio.»

Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando nell'amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati, nelle parole sconnesse, l'ambascia per la quale era passata? Aveva una pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico sul buvard; scorgendole, egli chiese:

— Di chi sono?

A capo basso, dopo un silenzio, rispose:

— Di Enrico Sartana.

Egli scosse un poco il capo.

— Leggile!

— Non ne ho bisogno... so tutto...

Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:

— Sapevi... anche prima?

— Anche.

— E che cosa provasti? Soffristi?

— Oh, no... capivo bene che non ci era d'ostacolo.

Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese che quell'uomo l'aveva sedotta senza sentir null'altro che il desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza, rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava ora soltanto, ella vedeva l'abisso in cui era caduta... Ma non era soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no! no! non era stata la passione, la fisima dell'amore che l'aveva fatta cadere: era stata la corruzione di tutto l'essere suo miserabile! Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare Enrico, spartirsi fra tutti... Comprendeva che oramai era destinata a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a rammentarle il passato, a dirle: «Ma non sapete che c'è da tirarsi una revolverata, per sfuggire a questo tormento?...» delle sdegnose parole le prorompevano dal cuore:

— Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!...

IX.

Malgrado ella fosse partita a precipizio appena giunto il telegramma, quando arrivò a Messina già la Gazzetta annunziava che il senatore Palmi era morto a Milazzo, due giorni innanzi, nella tarda età di ottantasette anni.

Ella aveva preveduta quella catastrofe; la sua paura era un'altra... Era cominciata dal momento che il piroscafo entrava nello Stretto, nel contemplare le rive che ella aveva lasciate da lunghissimi anni, per le quali era passata spensierata e gioconda, quando non sospettava neppure le nequizie che la vita le preparava. L'idea di appressarsi alla piccola città dove era trascorsa la sua fanciullezza serena, di rivedere la sua casa, il Castello, la spiaggia di San Papino, tutti i luoghi incerti nella sua memoria, vaghi come cose sognate, della cui esistenza ella quasi dubitava, le incuteva un muto terrore come se delle cose sognate minacciassero di apparire nella realtà...

S'andava adesso in ferrovia, quella ferrovia che trent'anni addietro dicevano di dover costrurre di giorno in giorno. Ma il piroscafo aveva tanto tardato che non v'eran più treni; le convenne aspettare il domani. Partì all'alba. Dal finestrino del vagone ella guardava il paesaggio, i dorsi nudi dei monti, i burroni cincischiati e rovinosi, come fossero delle vane parvenze, delle forme fantastiche. Il treno andava lentamente per la ripida salita, cacciandosi in gallerie interminabili, lungo le quali ella chiudeva gli occhi, fiutando dei sali, sentendo crescere l'oscura minaccia che pesava su lei. Quando vide le mura merlate di Gesso — di Ibbisu — ella cominciò a provare uno stupore immenso. Era dunque proprio la via tante volte percorsa! I luoghi, le cose esistevano ancora, eran sempre al loro posto!... Adesso cominciava la discesa, appariva il mare, verde e spumoso, e la penisoletta del Capo, e la striscia bianca della città. Allora uno strano sorriso le spuntò sulle labbra: un momento, ebbe paura d'impazzire; lo sguardo affettuoso di Stefana la sostenne. Era lì! era lì!... S'avvicinava, spariva, riappariva più vicina, più grande, più netta!...

La sua carrozza aspettava alla stazione; ella veniva riconoscendo la via, i Mulini, il porto; si diceva: «La piazza del Carmine!... Ecco San Giacomo!...» Le pareva che dovesse ancora passare un lungo tratto prima d'essere a casa sua — agli occhi della fanciulla, le distanze erano parse tanto più grandi! Vi fu invece in pochi minuti. Salì le scale appoggiandosi al braccio della vecchia, salutando con un cenno del capo le persone sconosciute che avevano in viso la costernazione dal lutto recente. La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile; ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più fitto, ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria, i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti... Che fascino misterioso nel risveglio delle sepolte memorie, nella contemplazione delle cose scampate da tanti naufragi!... Ella sedette, chiudendo gli occhi per veder apparire i suoi morti, la mamma, la sorellina, il nonno; ma una disperazione la prendeva: i fantasmi non sorgevano, tanto tempo era passato! tante imagini s'erano sovrapposte alle antiche!... Ed ella stessa, era forse la creatura d'allora? La trasformazione operatasi nel suo pensiero, nel suo cuore, nella stessa persona, era così profonda, che ella si sentiva veramente divenuta estranea a sè stessa. Nei giorni lontani dell'adolescenza, quanti sogni aveva sognati ad occhi aperti fra quelle mura, insofferente del presente, impaziente dell'avvenire? E l'avvenire d'allora era adesso passato! E non le restava che un lungo, cocente e sterile rimpianto, di tutto!...

Nessuno la conosceva o la riconosceva: l'unica visita che ella ricevette fu quella del notaio. Prima di morire, suo nonno non aveva voluto prendere nessuna disposizione: v'era soltanto un testamento fatto trent'anni addietro, dopo la morte di sua figlia, col quale lasciava tutto alle nipoti Teresa e Laura. Anche il povero vecchio non aveva voluto credere a quel che era avvenuto, era rimasto a vivere di ricordi, come se il tempo non fosse trascorso...

Le cure della successione, l'amministrazione del vasto patrimonio richiedevano che ella non si muovesse di lì. Dopo l'emozione dei primi giorni, una tranquillità cominciò a farsi nel suo spirito; la quiete della cittadina silenziosa le era propizia, il risveglio delle memorie non aveva più nulla di disperato, diventava una malinconia quasi dolce, una tenerezza che la faceva migliore, disposta a compatire tutte le miserie, a lenire tutti i dolori.

Quando andò fuori per la prima volta, salì a San Francesco di Paola, a pregare sulla lapide che i passi della gente aveano consunta. Non v'era nessuno in chiesa: delle lampade ardevano dinanzi alle imagini, la trave miracolosa si mostrava ancora in mezzo al tetto, e un frate vecchissimo, scheletrito, uscì dalla sacrestia piegandosi un momento dinanzi all'altare. Ella andò ancora al camposanto dei Cappuccini, dove avevano scavata la nuova fossa, e poi alla spiaggia di San Papino: anche lì, come da per tutto, trovava i luoghi e le cose più brevi, più piccoli che non ricordasse. Restò un pezzo, addossata ad una delle barche che i marinai ancora tiravano a secco, guardando il mare, le isole di Lipari, le montagne di Tindari, la costa insenata che fuggiva fino al Capo d'Orlando....

«Voga quel remo: Chissà se un'altra volta ci vediamo, Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»

Voleva salire su al Castello, ma Stefana non si fidò. Vi andarono un altro giorno: la rovina dei muri, delle torri, degli archi era ancora più grande; gli stormi delle mulacchie si levavano ancora dai crepacci della rocca; non v'erano più i vecchi cannoni, le piramidi di palle; solo le sentinelle del carcere, sulla Batteria Tedesca — e lo stesso silenzio, lo stesso ronzìo d'insetti sciamanti intorno ai ciuffi d'erba che invadevano tutto.

Per le vie, ella non faceva che guardarsi intorno, riconoscendo ogni angolo, ogni finestra, tutte le cose; solo le persone le erano estranee. Quanti non v'erano più, di quelli che avea conosciuti! Luigi Accardi era morto; di Manara, il giovane che l'aveva amata fanciulla, in secreto, senza dirglielo mai, nessuno sapeva darle più nuove. Bianca Giuntini, la bella giovanetta che le aveva fatto battere il cuore, era una lamentosa rovina. Al Capo, la moglie del fattore, colei che le aveva narrate tante fiabe, era morta anch'essa; morto il fratello del fattore, quello che l'aveva ricondotta a casa, a viva forza, per la via polverosa, il giorno d'un'altra morte indimenticabile!... E quanta gente nuova! In chiesa, a messa, scorgendo delle fanciulle, delle giovanette intorno ai vent'anni, pensava: «Non erano nate, quando io andai via!...» e rivedendosi in esse, pensando al suo triste destino, con uno slancio di tenerezza gelosa invocava sul loro capo la benedizione di Dio.

Le madri impedivano adesso che ella le avvicinasse, uomini e donne, sapendo chi era, la guardavano come un essere strano, pieno di pericolose attrattive; delle leggende correvano sul suo conto, una più sinistra dell'altra. In quel piccolo ambiente, la sua vita, i suoi gusti, le sue opinioni, divenivano oggetto di scandalo: ella non aveva ancora idea d'un accanimento come questo contro una creatura che non aveva fatto male se non a sè stessa. Dicevano che ella aveva seminata la rovina dovunque era passata, che era senza cuore, che aveva il genio del male. Come rispondere a questo? Come mostrare agli increduli la rovina della sua propria esistenza, l'unica ch'ella avesse causata? Ella si chiudeva nel suo dolore, sdegnando difendersi, considerando amaramente l'ingiustizia del mondo. Accusavano lei di avere esercitato un potere funesto e non avevano una parola di rimprovero per tutti coloro che l'avevano spinta, uno dopo l'altro, nella via della perdizione! Terribile potere, in verità, quello che l'aveva ridotta alla perdita di ogni affetto, d'ogni protezione, alla solitudine continua, al dileggio quotidiano! Ella era stata, in verità, di gran danno agli uomini che avevano fatto di lei ciò che avean voluto! In quell'ora che ella sentiva aggravarsi le conseguenze dei suoi errori, essi se ne andavano pel mondo, liberi, sereni, in cerca di nuove sodisfazioni, forse felici per opera d'altre, certo non infelici per colpa sua!... Ed era lei che non aveva avuto cuore, lei che aveva messa tutta sè stessa nelle sue affezioni, che aveva mendicate delle buone parole, un poco d'indulgenza, la loro pietà!... Così non avesse avuto cuore davvero! Non lo avrebbe almeno lasciato a brani per via! Poi sorgeva il ricordo della sua parte di colpa — ed ella s'accusava, si considerava con un disprezzo più freddo, più duro di quello della gente. Gli uomini che l'avevano perduta avevano fatto il loro mestiere; era stata lei stessa a secondarli, a volere quel danno — ed a farne! La memoria di Enrico era il suo rimorso, sentiva ancora talvolta le lacrime roventi stillate sulle sue mani; se ella non fosse passata per una trista scuola, forse sarebbe stata felice con lui! Ma perchè s'era spento l'amore di Arconti se non pel tradimento suo proprio? Ed ella lo aveva tradito perchè le avevano corrotta l'anima!... Così, d'evento in evento, rimontava il corso della sua esistenza, ed ogni stato le pareva migliore di quello che era venuto dopo: adesso, per la prima volta, pensava a tutti i momenti buoni di suo marito, al partito che un'altra donna avrebbe saputo trarre al suo fianco, rassegnandosi a difetti, a disinganni inevitabili... La colpa era dunque stata sua, delle insofferenze della sua indole, delle morbosità della sua natura; ma nei momenti più tristi non aveva ella provato dei buoni sentimenti, degli impulsi generosi, delicatezze, scrupoli, sincerità? Il pianto non era stata un'espiazione? Il suo stesso pentimento non dimostrava che ella non era pervertita del tutto? Allora, ella pensava che nessuna creatura era al mondo tutta trista o tutta buona — e che la colpa più grande non era stata la sua, non degli altri, ma della stessa vita... Però passava triste e silenziosa tra i dileggi del volgo; e il suo composto dolore a poco a poco lo disarmava. Coloro che imparavano a conoscerla, che vedevano il vuoto della sua esistenza, la sincerità del suo rammarico, si ricredevano, la compiangevano, finivano per difenderla. Degli uomini avevano ancora parole d'ammirazione pei resti della sua bellezza; ella li lasciava dire, scrollando il capo, malgrado il secreto piacere che la lode le procurava. V'erano ancora dei giorni che, sotto la veletta, col viso sparso di crema fredda e di veloutine, coi capelli dorati di fresco, ella poteva credere di non aver varcato i quarant'anni; ma tutte le mattine, appena sveglia, e la sera, quando disfaceva la sua toletta, aveva paura di guardarsi allo specchio. Per fortuna, dimagrava nuovamente, l'orribile pinguedine spariva nell'assiduità delle penose emozioni. Fortuna?... Che cosa aspettava dunque ancora?...

L'assestamento delle sue cose le portava via molto tempo; ella aveva sempre dintorno gente d'affari, andava continuamente in campagna, formando il progetto di ricostrurre per suo figlio la fortuna distrutta da Duffredi, di prendersi con sè il giovanetto quando sarebbe uscito di collegio e di dedicarsi tutta a lui. Gli scriveva quasi tutti i giorni, gli mandava dei regalucci, era tutta felice di aver trovato un nobile scopo alla sua vita che trascorreva in una solitudine quasi completa. Vi si rassegnava, vi trovava un senso di fierezza e di nobiltà, come una purificazione. Ma tornavano anche i tristi momenti. Certe giornate grigie, col cielo basso, il mare plumbeo, al ricordo delle feste luminose l'oppressione si faceva insoffribile. Delle frasi sospirose d'opere in musica le gonfiavano il seno di rammarichi infiniti: «Addio, — del passato...» della Traviata; la romanza di Nadir nei Pescatori di Perle: «Mi par — d'udire ancor...» Scrivendo una lettera, guardando il calendario, aprendo un giornale, delle date le saltavano agli occhi: l'incontro di Arconti a Castellammare, il ritorno di lui dopo la rottura, la caduta coi visconte, l'onomastico di Enrico, la presentazione di Bergati.... Quando arrivò la mobilia della casa di Roma, che ella aveva licenziata, si sentì schiacciata dal cumulo delle rimembranze. La sera, aprì la cassa dov'erano custoditi i ricordi d'amore, i fasci delle lettere. Passò la notte leggendone delle centinaia; spuntò l'alba che ne restavano ancora altrettante. Ve n'erano di così buone, di così tenere, di tutti, che ella esclamava: «Ma costoro furono sinceri!... Perchè dunque tutto questo è finito?...» Perchè tutto passava...

Malgrado il pentimento, il ricordo dei suoi trionfi le dava talvolta un moto d'orgoglio. Ella aveva provate grandi passioni! Poche donne le parevano capaci di destarne come le sue. Gli stessi scettici avevano dovuto rappresentare la commedia del sentimento per arrivare fino a lei. Poi vedeva il rovescio della medaglia, e negava ciò che aveva affermato. Perchè i casi dell'esistenza sfuggivano ad una precisa definizione? Ella non riusciva a sapere se era stata amata o pur no!...

Per la vendemmia, andò a Gelso. I Giuntini, i suoi antichi vicini, avevano subìto dei rovesci; la proprietà, venduta all'asta, era passata in mano del barone Squillace. Dei rapporti di vicinato cominciarono a stabilirsi; a poco a poco diventarono intimi. La famiglia si componeva del barone, della baronessa e d'una sorella di questa. Ogni sera, quando cessava il lavoro e l'aria si rinfrescava, s'incontravano sul confine dei poderi e passeggiavano un pezzo insieme. Il barone, un bel vecchio dall'aria d'un militare in ritiro, camminava adagio, appoggiandosi a un grosso bastone, per via dei reumi che gli tormentavano le gambe, e parlava del raccolto, degli affari, stupito dell'intelligenza che ella ne aveva acquistato, finendo per chiederle dei consigli.

— Sentite! sentite!... — esclamava, mentr'ella discorreva di culture, di contratti, di prezzi — se non pare che abbia fatto la proprietaria dacchè è nata!... Ma v'intendete di tutto, voi?...

— È la profondità del mio talento!... — rispondeva ella, ridendo; poi, mettendosi accanto alla baronessa, ascoltava compiacentemente le lodi che quella tesseva, insieme con la vecchia sorella, dell'unico suo figliuolo Maurizio. Viaggiava in quel tempo, col conte Marulli di Messina; arrivavano dalla Germania, dall'Inghilterra, le sue lettere che le donne leggevano ad alta voce, orgogliosamente, dinanzi alla gente di campagna stupefatta dalle meraviglie di cui vi si parlava, dalla distanza che quei pezzi di carta aveano percorsa. Un giorno, dentro una di queste lettere, si trovò la fotografia del giovanetto, fatta a Parigi; una figura graziosa, gentile, minuta, dagli occhi profondi, dal labbro appena ombreggiato da una fine peluria. Aveva vent'anni, le donne esaltavano la sua intelligenza e la sua bontà. Sul principio dell'inverno, quando tutti erano rientrati a Milazzo, egli tornò. Era più grazioso e più gentile di quel che non mostrasse il ritratto, ma un fanciullo ancora. Ella lo guardava con una tenera simpatia: le pareva di aver dinanzi quel figlio al quale si era tutta dedicata, augurava al suo ragazzo un'indole buona e dolce come quella di lui. Lo vedeva spesso, in casa di sua madre, qualche volta per istrada; parlavano dei loro viaggi, dei libri che egli le aveva cominciato a prestare; ma era lei che lo interrogava, poichè una timidezza infantile lo confondeva, gli faceva talvolta salire al viso bianco e delicato le fiamme d'un sangue vivido e sano. Una sera, a un battesimo in casa D'Arrico, dov'ella aveva portata, dopo tanto tempo, una toletta che la favoriva, s'accorse che egli la guardava da lontano, in atto di estatica ammirazione; come lo sguardo di lei lo sorprese, parve avvampare in viso. Più degli elogi che la gente le prodigava pel suo gusto, per la sua eleganza, quel muto omaggio le procurava un gradimento sottile ma lungo, persistente, rinnovato a misura che quell'estatica espressione tornava a dipingersi sul volto del giovanetto. Di tratto in tratto, ma con una frequenza sempre maggiore, ella si sorprendeva in atto di pensare a lui, al turbamento che aveva dovuto produrre nella sua vergine fantasia. Per quel fanciullo che pena s'affacciava alla vita, che non aveva paragoni da istituire, ella personificava la seduzione; ma benchè sapesse quanto piccolo fosse il proprio merito, non poteva sottrarsi all'intimo contento che quell'omaggio le procurava. Era una vanità innocente; il pensiero di spiegare l'istinto della civetteria era tanto lontano da lei! Con un fanciullo! con chi poteva esser suo figlio!...

In primavera, andò ancora al Gelso. La famiglia, di lui tornò ad esserle vicina, si riprese l'intimità della passata stagione. Si vedevano ogni giorno, spesso più d'una volta in uno stesso giorno: la vita libera della campagna stringeva la loro confidenza. Le sere che ella andava a trovare i vicini, essi la riaccompagnavano a casa; talvolta, quando le donne erano stanche e i reumi tormentavano più fortemente il barone, veniva Maurizio solo. Un silenzio misterioso regnava sui campi addormentati, rotto ad ora ad ora da un lontano latrare di cani, dal primo stridore delle cicale, delle modulazioni d'uno zufolo. Sull'orlo dei fossati, fra le erbe che cominciavano a ingiallire, s'accendevano i fuochi pallidi e freddi delle prime lucciole, e i profumi delle piante aromali, della menta, del rosmarino, del fior d'arancio, si diffondevano nell'aria dolce e molle. Ella s'attardava pei sentieri, lasciando cadere il discorso, traendo lunghi sospiri.

— Com'è buono!... Sentite che odore di reseda!... È quella dei miei viali.

Egli ne portava ora, ogni giorno, una ciocca all'occhiello. Tutte le volte che la accompagnava, ella lo invitava a lasciarla dinanzi al cancello, dove il fattore l'aspettava attorniato dai cani saltellanti; ma egli mormorava:

— Se mi manda via...

— Ma no, tutt'altro!... dico per voi che dovete tornare indietro.

Dinanzi alla fontana, ella reiterava il suo invito; ma il giovane insisteva per accompagnarla ancora, fin quando, ai piedi della scala della terrazza, come dinanzi ad una soglia vietata, ella diceva risolutamente, tendendogli una mano:

— Adesso, addio!

Egli se ne tornava a lenti passi; talvolta s'udiva il fruscio delle erbe che sferzava col suo bastone. Una sera che era piovuto e la via pareva un pantano, ella andava accanto a lui, guardando dove metteva i piedi, alzando l'orlo della sua veste, facendosi forza per non dirgli: «Datemi il vostro braccio!» Egli la guidava, avvertendola di torcere cammino, di evitare una pozzanghera; a un tratto le disse:

— Vuole appoggiarsi?

Ella passò una mano dietro il braccio che egli le offriva, ma non ardiva appesantirvisi. Andavano così, a fianco, ma or discosti ora vicini, come le difficoltà del cammino volevano; il giovane parlava con maggiore vivacità del consueto; si sentiva nella sua voce una gioia trepida e contenuta: ella non aveva ancora provato accanto ad un uomo un turbamento simile a quello che la guadagnava. Perchè?... Ella non voleva comprendere il significato dell'attitudine di lui, voleva stornare gli sguardi dalla sua figura che le risorgeva continuamente dinanzi... Il domani di quella passeggiata, aprendo un libro che egli le aveva mandato, dei petali di rosa le caddero in grembo: ma quanti! una pioggia: bianchi, giallognoli, rosei, rossi d'un rosso così cupo che sembrava sangue rappreso... Egli l'amava! quei fiori erano stati sfogliati per lei, per dirle ciò che il labbro non osava!... Ella scrollava il capo, impercettibilmente e tristamente: per quale fatalità doveva incontrare altre passioni nel breve cammino che le restava ancora a percorrere? La delicatezza ingenua di quel fanciullo le procurava una commozione tenera e malinconica; ella pensava ai tesori d'affetto che quell'anima vergine avrebbe voluto spendere per lei, agli slanci di cui doveva esser capace, alla morte che sarebbe stata per lui l'inevitabile rifiuto col quale gli avrebbe risposto. Ma ella avrebbe saputo lenire la piaga, gli avrebbe fatto vedere l'impossibilità di quell'amore, parlandogli come una madre!...

Aveva serbato qualcuna di quelle foglie di rosa di cui il libro era pieno. Nel restituirlo, gli disse:

— Scusate se ho confuso i segni posti tra le pagine...

Egli rispose, avvampando:

— Non fa nulla... non erano segni...

Però, in un altro volume, un romanzo, ella trovò un passaggio d'amore sottolineato con la matita rossa. Allora, prima di continuare nella lettura, cominciò a sfogliare il libro: non v'era espressione appassionata, frase poetica, che non fosse notata. Ella le divorò tutte, con la fronte in fiamme, il respiro affrettato, un'inquietudine s'impadroniva di lei, un'irrequietezza nervosa che si sfogava sulla gente da cui era attorniata. Nessuno dei due faceva un accenno a quella corrispondenza indiretta; ma un imbarazzo sempre più grande li vinceva entrambi. Una volta che ella gli aveva mostrato un lavoro all'uncinetto eseguito da lei, le punte delle sue dita sfiorarono quelle di lui sotto il tenue merletto: un tocco lieve, l'ombra d'una carezza che le mise però un lungo brivido per tutto il braccio... Un giorno, repentinamente, i suoi vicini annunziarono che tornavano in città: una freddezza insolita era nell'accoglienza che le facevano; Maurizio aveva gli occhi rossi, come se avesse pianto.

Lo portavano via; si erano accorti di qualche cosa e lo sottraevano al pericolo d'una passione per una donna come lei! E ad un tratto, non vedendolo più, ella si nascondeva il viso tra le mani, atterrita dalla verità che non poteva più rifiutare di conoscere: ella lo amava! lo amava! lo amava perchè egli era buono e sincero! perchè il suo vecchio cuore le batteva sotto il seno sfiorito così forte come un tempo! perchè aveva ancora bisogno d'un pascolo! L'interesse che quel fanciullo le aveva destato fin dal primo momento, l'assiduità con la quale aveva pensato a lui, la commozione provata nello scoprire i primi sintomi della passione nascente, il turbamento che la sua vicinanza le metteva nello spirito e nei sensi, era l'amore che tornava ad avvamparla! Ella sentiva mancarsi, pensando a quel che dovevano essere le parole d'amore di quel fanciullo che non aveva ancora amato; e lo chiamava, sommessamente, imaginando di tenerselo a fianco, di passargli una mano fra i capelli, di sentire la sua guancia candida e fresca poggiarsi sulla guancia di lei, le sue labbra cercare le sue. Come lo avrebbe amato! Come avrebbe prodigato per lui tutto quel che le rimaneva di ciò che era stata una volta!... Poi, nel rivedersi allo specchio, nell'osservare il disfacimento delle sue fattezze, il raccapriccio le faceva chiudere gli occhi; sentiva orrore di sè stessa, riprovava il disgusto che le avevano destato le vecchie avide dei fanciulli, ridotte al mestiere delle iniziatrici...

A Milazzo, la freddezza della sua famiglia s'accrebbe: evitavano di incontrarla, la salutavano appena. La madre aveva cominciato a parlare contro di lei, s'era schierata fra i suoi avversarii, minacciava di fare uno scandalo se ella non si levava dal capo di sedurle il figliuolo. Delle lacrime di umiliazione le bruciavano gli occhi; ma ella riconosceva che la madre aveva ragione, che quell'amore era un tristo inganno, che se si fosse consumato avrebbe avuto per tutti il più sciagurato domani. Andar via era il partito che le si presentava ancora: ma dove? sotto qual cielo ella sarebbe stata sicura? Quando avrebbe finalmente trovato il riposo?... E come scorgeva Maurizio passare e ripassare dalle sue finestre, aspettarla nelle vie, seguirla in chiesa, guardarla con un'espressione più ardente, il cuore cominciava a tumultuarle, le persuasioni lusingatrici tornavano ad assalirla. Era egli proprio il fanciullo che pareva? Compiva a momenti ventidue anni: era un uomo. Ed ella lottava ancora contro la vecchiezza, si trovava a giorni non ancora disprezzabile, sentiva che malgrado le tristezze provate, ella era rimasta nell'anima come a vent'anni. Tornava quasi a riaverli. Uno sguardo che egli le dava da lontano la rendeva felice per tutto un giorno; un'ora prima che egli passasse sotto la sua finestra, ella si metteva ad aspettar dietro i vetri, sussultando all'apparir d'ogni forma che le ricordasse quella di lui; se egli non portava la ciocca di reseda all'occhiello, un rammarico sottile l'invadeva, come per un segno di trascuranza. Era uno stupore. All'appressarsi della domenica, ella ritrovava lo stesso senso di giocondità, che la guadagnava, fanciulla, all'idea della festa: in quel giorno ella poteva vederlo più da presso, più a lungo; e come la sera calava sulla sua letizia, il cuore le si tornava a chiudere, come al tempo dei tempi, quando ella si rannicchiava nel suo verginale lettuccio... E la sua fantasia le svolgeva ancora dinanzi altri romanzi; vincere tutti gli ostacoli che sorgevano fra loro, fuggire con lui in una plaga remota, ignorata, deserta: un idillio soavissimo, una gioia ineffabile... Oppure sacrificarsi per lui, indurlo a sposare una fanciulla che avrebbe potuto farlo felice, disarmare il rancore di sua madre, farla ricredere, e poi scomparire, nascondere a tutti il proprio lutto inconsolabile... Ma come seppe che egli era ammalato, come comprese che soffriva per lei, per la lotta sostenuta fra l'amore che le portava e il rispetto filiale, ella sentì traboccare la sua tenerezza. La notte, tra veglia e sonno, era uno strazio senza fine che ella provava, credendo di vederlo dinanzi a sè, slanciarsi verso di lei, con le braccia tese, disperatamente, e ricascare indietro, alle stratte delle catene da cui era avvinto. Anelando di confondersi in un abbraccio supremo, essi erano a forza disgiunti, e lontani l'uno dall'altro un languore mortale, un lento esaurimento li spegneva a poco a poco. Le vecchie fiabe di cui la sua fantasia s'era prima nutrita, le storie d'amor disperato, di giovinetti principi sospiranti alle Belle superbe, di madri imploranti la compassione di queste, le tornavano a memoria: nel veder la vecchia Stefana aggirarsi per la casa, curva dagli anni, rammentava le sere dell'infanzia remota, passate nell'udir quei racconti e nel lungo fantasticare quando la voce della serva moriva nel sonno...

Tutti gli espedienti da lei posti in opera per avere notizie di Maurizio, per sapere qualche cosa della sua salute, cadevano intanto dinanzi all'ostilità della famiglia di lui. La sua disperazione cresceva; ella finiva per non intender più nulla intorno a sè, per trovar tutto inutile, per veder tutto nero. Non spendeva più nessuna cura per la sua toletta: poichè egli non poteva vederla, che interesse aveva a farsi meno brutta?... Una domenica che era andata a messa senza veletta, coi capelli malamente raccolti, ella sentì soffocarsi, scorgendolo. Era pallido e smunto, i suoi occhi accerchiati da un lividore splendevano più intensamente nel fissarsi su di lei; ma sopra la gioia del rivederlo, sopra la pietà del suo male; ella sentiva serrarsi il cuore d'angoscia nel mostrarsi a lui come era, orribile, spaventevole, nell'imaginare la repulsione che la sua vecchiezza doveva ispirargli. E con uno sguardo d'umiltà implorante, di trepidazione paurosa, ella interrogava la fisionomia di lui, come nell'attesa di una sentenza di morte; ma lo sguardo del giovane, fisso, avvampante, diceva che ella era sempre per lui la bellezza, la seduzione, l'amore! Con un gesto smarrito ella tentava di raccogliere i suoi poveri capelli, di nascondere le guancie dietro ai larghi nastri del suo cappello; ma, a casa, fermandosi dinanzi allo specchio, sentì mancarsi, come all'apparizione di uno spettro; la sua pelle era macchiata, il collo rugato, annerito; i capelli rari, secchi, giallastri: ella non s'era ancora vista così!... Nel nuovo studio di nasconder quelle rovine, un riverbero dell'antico splendore luceva sul suo viso; ma ella si sentiva oramai colpita al cuore; la sua seduzione le pareva simile a quella di Armida, e nel rileggere il vecchio Tasso macchiato d'inchiostro sentiva di sè stessa la pietà che la maga le aveva un tempo ispirata.

Contava di vederlo più da vicino in autunno; ma gli Squillace andarono invece, per evitarla, a Spadafora. Triste autunno, passato nella solitudine, nell'evocazione dolorosa di una gioconda stagione, ma confortata non sapeva ella stessa da qual vaga lusinga, da quale aspettazione. A novembre, ella tornò a casa. Fu una sera fredda e piovosa, passata col suo notaio che era venuto a parlarle di certi contratti: sul punto di andarsene, egli cominciò a riferirle le notizie cittadine, i casi della gente, dei quali era sempre informato pel primo.

— Gli Squillace sono partiti, pel continente... Staranno un pezzo; pare anzi che vogliano stabilirsi fuori...

Ella non udì altro, non vide l'uomo andar via: si trovò dinanzi alla finestra, con la fronte sul vetro freddo e rigato dalla pioggia. Perduto!... senza speranza!... disgiunto per sempre da lei, oltre quel mare, da uno spazio smisurato!... Il mare era formidabile, cingeva la riva d'una corona di spuma; la luna correva impazzata tra le nuvole rotte, proiettava la sua luce scialba sulla cresta dei cavalloni e l'orizzonte si perdeva in un buio fitto di nebbia... Un sogno svanito, l'ultima lusinga distrutta: e un rammarico tanto più lancinante, quanto più quel sogno s'era salvato dalla jattura delle prove reali. Ora, pensando alle commozioni soavi, alle delicatezze timidamente ingenue, all'alito fresco di poesia che quell'amore inespresso le aveva fatto passare per l'anima stanca e sconfortata, pensando che tutto questo moriva per non più rinascere, uno strazio ineffabile le rigava di lacrime il volto... Il vento fischiava, spazzava la via, faceva oscillare le fiamme dei lampioni; non un passante, non un segno di vita; solo la voce sorda, il cupo rombo del mare... Addio! Addio! per sempre!... Non era lui soltanto che spariva: era la speranza, la lusinga, tutto ciò che aveva dato un prezzo alla vita e che non sarebbe tornato mai, mai più!.. Che freddo! che gemiti nell'aria, che schianto nel cuore!... Il suo pianto non cessava; ella non aveva la forza di togliersi di lì, le pareva che un'oppressione mortale l'avrebbe soffocata fuor della vista della tempesta: avrebbe voluto correre lungo la riva fragorosa, mescolare agli urli degli elementi l'urlo della sua disperazione... Il rumor d'un passo la fece trasalire ad un tratto; era Stefana che le si appressava, trascinandosi penosamente per domandarle:

— Hai nulla?... che hai?...

— Nulla... lasciami!... Non ho nulla; va a letto.

Tornava ad appoggiar la fronte sul vetro, rabbrividendo; e il ricordo di altre notti passate così, senza sonno, senza riposo, col cuore in tempesta, con la mente smarrita, si evocava nella sua memoria. Quante! Quante! La notte che era fuggita dalla casa maritale, quella in cui Arconti l'aveva abbandonata, quella in cui ella aveva abbandonato Sartana; e ancora la notte della sua partenza da Palermo, quando aveva tentato sottrarsi all'amore di quest'ultimo, e le notti passate con Arconti a Castellammare, quando un pericolo di morte le sovrastava, e ancora la notte in cui aveva appresa la morte di Morani... Allora, la storia della sua vita le ripassava tutta sotto gli occhi; ella rivedeva le figure di quelli che s'erano trovati sul suo cammino, dei vivi e dei morti; ella ripensava i suoi amori, i i suoi errori, i suoi dolori, le continue alternative di fede e di sfiducia, di cieche impazienze e di tardi pentimenti, le sue eterne aspettazioni risolte nella presente vuota tristezza; ma da questa il suo pensiero ricorreva ancora al passato, a scene perdute, a profili appena intravisti, e l'evocazione si svolgeva continuamente, come una serie d'imagini sfilanti dietro a una lente... Tratto tratto, delle persuasioni si facevano nel suo spirito; come lampi, delle verità l'abbagliavano. Aveva aspettato troppo grandi cose, per questo tutto l'aveva scontentata! Aveva temuto troppo, e qual dolore era stato veramente insopportabile? Nel credersi diversa dagli altri come s'era ingannata! La sua storia era la storia d'ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando eran svanite. In ogni periodo della sua esistenza, aveva tutt'in una volta rimpianto il passato e riposte le sue speranze nell'avvenire! Nondimeno, dei giorni felici erano sorti per lei; ma la felicità dileguata era un nuovo motivo di cruccio!... Uno solo di quei giorni tramontati poteva forse risorgere? Che cosa non avrebbe dato perchè anche i tristi tornassero? Ma tutto era scomparso per sempre!... Come il pellegrino nel deserto, era andata innanzi, attirata dalla vista dell'oasi fresca ed ombrosa; ma il miraggio l'aveva ingannata; e il più terribile era questo: che dopo aver riconosciuto nell'allettante spettacolo un vano giuoco di luce, aveva continuato a crederlo vero, a lacerarsi i piedi sulla sabbia infocata!... Quante volte l'ingrata realtà le si era svelata? Ed aveva accolto sempre nuove lusinghe! Quante volte aveva creduto di conoscere la vita? E l'esperienza passata era stata inutile, ed a costo di lacrime aveva ricevute nuove lezioni inutili anch'esse!... Ora però che chiudeva gli occhi e si volgeva indietro col pensiero riconosceva la gran vanità. Che cosa distingueva più i ricordi delle impressioni reali da quelli dei sogni? E sul punto di chiuder gli occhi per sempre, questa vita che prima d'esser vissuta era piena di tante promesse, non si riduceva ad un mero sogno, tutta?... E poi dopo?... Triste! Triste! Terribile!...

La tempesta non si placava, il freddo si faceva più acuto: che notte!... che notte!... Ancora un rumor di passi strascicato, e Stefana tornava a chiederle, premurosa ed inquieta:

— Perchè non vai a letto?.. È mezzanotte suonata....

— Adesso... più tardi; lasciami, non vedi che soffro?...

Ella andava ora di su e di giù per la stanza, si lasciava ogni tanto cadere sopra una seggiola; poi scattava in piedi, insofferente dell'immobilità. Le mancava il respiro, si sentiva tolta l'aria, pensando all'avvenire, ai giorni incerti ed oscuri che l'aspettavano; poi, come la figura di Maurizio le si ripresentava alla mente, ella s'incolpava come d'un tradimento dei pensieri che aveva sottratti a lui. Addio! Addio!... Ella tornava a piangere, inconsolabilmente, pensando che nulla avrebbe potuto consolarla della perdita di quell'amore, dell'ultimo amore, tenero e puro e forte com'erano stati i primi....

Le ore passavano, ella non le avvertiva; le pareva che quella notte durasse da un'eternità, che non avrebbe avuto mai fine. Girava gli occhi per la camera, e ciascuna cosa su cui il suo sguardo si posava le suggeriva nuove visioni; a ondate, i ricordi la travolgevano. Di repente, uno scricchiolio la fece rabbrividire. Sorse in piedi, irrigidita, cogli occhi sbarrati dalla paura. Il silenzio tornava a piombare sulla casa, non si udiva più che il gemito della raffica e il fragore del mare. Ella ricadde sulla sua seggiola, col capo sul petto, le braccia pendenti. Una gravezza di sonno morboso ora la inchiodava a quel posto; i contorni delle cose si perdevano dietro il velo delle ciglia calanti, i suoi pensieri fluttuavano, si confondevano, finivano per ismarrirsi. A scatti, ella rialzava il capo, guardava attonita dinanzi a sè; poi tornava ad abbattersi. Un rumor sordo, come un lamento trattenuto, la fece sussultare di nuovo. Questa volta ella s'alzò, passò nella stanza vicina. Seduta contro l'uscio, agghiacciata dal freddo, con la testa reclinata e le braccia raccolte sul petto, Stefana aspettava lì dietro. Vedendo la padrona, tentò d'alzarsi, ma l'intorpidimento delle sue vecchie membra non glie lo consentiva.

Ella prese ad ammonirla, affettuosamente:

— Perchè non sei andata a letto? Vuoi ammazzarti, così?

— Adesso... — rispose, con voce velata — Quando andrai anche tu...

L'aiutò ella stessa a levarsi, la sorresse fino alla sua cameruccia. La vecchia batteva i denti.

— Stai male?

— No... no.

Col giorno, la febbre l'assalse. Non volle che la padrona chiamasse nessuno, asseriva di non aver nulla. Ma come la febbre era alta, ella mandò pel dottore. Il delirio sopravvenne. Nel delirio biascicava parole incomprensibili; un nome solo s'udiva: Teresa. Il terzo giorno un miglioramento parve determinarsi. La riconobbe: nel vederla i suoi occhi velati tornavano a brillare. Coi segni, le diceva di mettersi a sedere accanto al capezzale, le prendeva una mano e restava un pezzo tenendola così. Peggiorò rapidamente. Sul far della notte, la casa fu invasa dalla gente che seguiva il Viatico; ma i sacramenti le furono amministrati che già rantolava.

Era una nuova tristezza che scendeva su lei. Ora, ella non aveva più la paura d'una volta in presenza della morte; la miseria della vita non le rendeva più insoffribile quel tragico spettacolo. Così, all'alba del domani, quando vennero a dirle che Stefana era spirata, ella s'inginocchiò, pregò un poco, poi passò nella camera mortuaria. La finestra ne era spalancata, due candele ardevano sopra un tavolo dinanzi a una imagine sacra. Il cadavere era così rimpiccolito che pareva quello d'una bambina. Una benda passata sotto il mento e annodata sul capo tratteneva la mascella cascante. Ella restava a contemplare una mano della morta, una povera scarna mano che aveva avute tante carezze per lei, e la sua mente si perdeva al pensiero dell'umiltà di quel destino, dell'oscurità di quella vita ora spenta.

La vecchia serva non aveva più nessun parente; nessuno veniva a reclamare la misera successione. Ella ne fece l'inventario. V'era della biancheria, delle vesti, un piccolo gruzzolo di risparmii. Una cassetta dipinta in verde, che Stefana aveva sempre trascinata con sè quando aveva accompagnata la padrona, era posta dentro una cassa più grande, ma la chiave non si trovava. Ella non sapeva che cosa contenesse; supponeva vi fossero degli altri denari, il frutto di lunghi anni di lavoro. Pensava di distribuirle in elemosine, di far dire delle messe in suffragio di quell'anima semplice e buona, quando, un giorno, il cameriere le presentò una piccola chiave, cascata da una vecchia veste della morta.

Era quella della cassetta. Come ella l'aprì, come ne trasse le cose che vi erano dentro, le sue mani cominciarono a tremare. V'era una vesticciuola che ella aveva portata a dieci anni, un ramoscello del fior d'arancio del suo abito nuziale, i vecchi quaderni delle sue lezioni, una puppattola con la quale aveva giuocato bambina, i carnets dei suoi balli, gl'imbuti di carta ricamata che avevano rivestito i mazzi di fiori offertile per le sue feste, le imagini di santi ricevute in premio al tempo delle sue prime comunioni. Man mano che ella traeva uno di quegli oggetti sformati e scoloriti, i rottami della sua vita che un affetto cieco, del quale ora apprezzava l'intensità, aveva serbato come reliquie, era una trafittura che ella sentiva al cuore. In un angolo, tra vecchi fiori e nastri di cappelli, stava il suo ritratto di fanciulla, quella che ella non era riuscita a trovare quando aveva voluto donarlo ad un amato. Non contenta di starle sempre al fianco, la vecchia aveva voluto custodir la sua imagine; quelle cose religiosamente raccolte, per tanti e tanti anni, attraverso continue peregrinazioni, dicevano la devozione, l'idolatria che quel povero essere aveva avuto per lei. Le reliquie le restavano ora tutte dinanzi: ella le contemplava con occhio arido e fisso. Il pensiero di non poter più confortare quella povera donna d'un sorriso, d'un abbraccio, l'opprimeva. Ella non l'aveva pianta neppure! Adesso rammentava tutte le volte che l'aveva maltrattata, che le aveva date delle risposte dure, che l'aveva respinta come un essere inferiore, incapace di comprenderla. Invece, la buona creatura le si era attaccata sempre di più. Che bene le aveva voluto! Come l'aveva protetta bambina, come l'aveva ammirata fanciulla e sposa! «Tu sembri una regina!..» Che orgoglio metteva nel farla più bella, che indulgenza nel piegarsi a tutte le sue volontà! In ogni suo dolore, ella l'aveva trovata al fianco, vigile, inquieta; era vissuta della sua vita, era morta quasi per lei. Ed ella l'apprezzava ora soltanto; riconosceva, sempre tardi, che nessuno, mai, l'aveva amata così.

FINE.

DELLO STESSO AUTORE:

La Sorte. Documenti umani. Ermanno Raeli. L'Albero della Scienza. Processi verbali.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings