IL LIBRO DI SIDRAC (continued 3)
Reading edition
Cap. CXXXVI.
Lo re domanda: le montagne e le rocche furono create dal cominciamento del mondo? Sidrac risponde:
Da Adamo infino al tempo del diluvio non ebe niuna montagnia, che tutto il mondo era piano, come la palma della mano; e non ebe unque piova nè tenpesta. E la terra rendea lo suo frutto, più che la nostra, ora. E la gente non mangiavano carne e non beveano vino. Ma i loro peccati erano molti grandi, chè a Dio non si voleano convertire; sicchè a Dio piacque per gli loro peccati di mandare il diluvio sopra la terra, per lavare la terra de' loro peccati. Lo diluvio durò sopra la terra XL giorni, e alto XL cubiti. Quando elli volle coprire la terra, per la volontà di Dio, l'angelo venne a Noè, e comandogli che facesse una arca, e entrassevi entro egli e la moglie e' figliuoli e le loro mogli, e di ciascuna criatura vi mettesse una coppia, cioè maschio e femmina. Noè fece lo suo comandamento; e di quelli che nell'arca furono, sono usciti quelli che oggi sono. Quando lo diluvio cominciò a venire, per la volontà di Dio, si fue sì grande la corrente, ch'ella cavava la terra e' sassi, e menavagli qua e là; e là ove la corrente rimanea, le pietre e le rocche si restavano, e facevano montagne. E d'allora in qua cominciò a piovere, e a essere gielo. Del freddore dell'aria e del calore del sole s'acostano insieme, e diventano vive rocche e montagne, come voi vedete (794).
Cap. CXXXVII.
Lo re domanda: da quale parte viene lo diluvio? Sidrac risponde:
Lo diluvio venne del volto (795) del mondo, cioè a sapere del levante, chè quella è la più degna contrada del mondo; chè di là viene la grazia e la misericordia di Dio nel mondo e in terra, quando egli la vuol mandare. E quando egli vuole strugere alcuno uomo o alcuno luogo, per la loro follia, egli manda la sua ira diverso il levante. Ma per la ritondeza del mondo e per l'alteza del fermamento, ella (796) non puote conosciere di qual parte è il levante. E medesimamente gli angeli, che in terra vengono per le genti guardare e anuziare e amaestrare, di quella parte vengono.
Cap. CXXXVIII.
Lo re domanda: verrà altra volta lo diluvio in terra? Sidrac risponde:
Iddio per la sua potenzia à promesso che altra volta il diluvio non manderà in terra. Ma se le genti peccheranno contra lui, egli manderà lo suo fragello, che gli fragellerà. Lo suo fragello s'intende la sua ispada; che l'una generazione correrà sopra l'altra, e in questo modo si consumeranno.
Cap. CXXXIX.
Lo re domanda: quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia e uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di metterla nell'arca, i scorpioni e tarantole e altre ree bestie? Sidrac risponde:
Egli gli mise per due cose: l'una fue per lo comandamento che egli ebe da Dio, chè comandato gli fue che egli mettesse di ciascuna bestia due; egli non ardì di trapassare (797) lo suo comandamento, come del suo criatore. L'altra si è che, se le malvagie bestie velenose non fossono sopra la terra, la terra sarebbe sì invelenata, ch'ella invelenerebe lo suo frutto, sicchè niuno lo potrebe mangiare, ch'egli non morisse inmantenente. Chè la terra è in molte parti tropa velenosa; e le bestie che noi abiamo mentovate, non vivono se non del veleno della terra. E di questo si può l'uomo legiermente avedere: chi pigliasse lo più velenoso uccello (798) del mondo, e tenesselo in uno vasello, che fosse di terra, XV giorni; e dessegli a mangiare pane e carne o altra cosa che non fosse di terra, egli perderebe lo suo veleno, e non potrebe dannegiare niuno, se della terra non mangiasse.
Cap. CXL.
Lo re domanda: l'oro onde viene? Sidrac risponde:
L'oro viene del levante della terra, e simigliantemente l'argento; che là ove la terra è pura e netta, ivi si truovano le vene dell'oro e dell'ariento. E la gente lo truova, e poi l'asettano (799) per lo loro senno. E ciò non è mica per tutta la terra; ma delle L. giornate o più, si truovano una di queste vene. Nelle parti del ponente si truova l'oro, come rena, alla riva del mare. Uno fiume à in India che mena di pagliuola (800).
Cap. CXLI.
Lo re domanda: le perle e gli carbonchi onde vengono? Sidrac risponde:
Uno mare è che si chiama lo mare nero. In quello mare si à molti nicchi (801), che si tengono a due a due, e sono aperti sopra l'acqua; e la piova si disciende dall'aria e entra ne' nicchi, per la volontà di Dio. Egli si chiudono, e vanno e vanno dentro dal mare, e ivi dimorano C. anni o più. E quegli che gli vogliono avere, sì si cuoprono i volti di vessiche di buoi, per allenare (802) sotto l'acqua, e per lo grande dimoro ch'eglino vi fanno; e sì s'ungono d'uno incenso (803) nero, perchè gli pesci si fughino, e non fanno loro male (804). E quando eglino tragono fuori i nicchi, egli gli aprono, e tragonne fuori le perle, che sono come carne bianca, ritonda. Quando elle sentono l'aria, elle induriscono, tali com'elle sono. E quando elle non sono di stagione, elle putono come carogna, e non vagliono nulla. I carbonchi si truovano simigliante ne' nicchi che sono nell'acque dolci; e sono di grandine che cade dall'aria in loro; e elli si chiudono, e vanno nel fondo, e quivi dimorano CC. o CCC. anni, in quello fondo, e le genti le truovano. E quando elli non sono di stagione, simigliantemente putono, come le perle, e non vagliono nulla. Non intendere che tutta la piova che cade ne' nicchi e la grandine, diventino perle o carbonchi, se non lo primo giorno della luna di giemini (805), quando la luna è nel suo segno; allora diventa la piova che vi cade entro, perle. E a' dì XII di giugno (806), quando la luna è in cancro, diventa la grandine che cade ne' nicchi, carbonchi; e ciòe aviene più tardi che quelle delle perle.
Cap. CXLII.
Lo re domanda: quante terre sono al mondo? Sidrac risponde:
Tutta è una terra; ma per la ragione del mare, che è in terra per lo mezo (807), egli le diparte in tre parti, che si chiamano tre contrade, sanza l'isole. Ma tutta è una terra ferma; e tutte sono sopra uno fondamento; e tutte le formò Idio, a una ora e a una volontà. Ma chi andasse sotto il mondo, conciosia cosa che (808) niuno vi possa andare, ma per la volontà di Dio uno andasse tutto intorno, egli troverebe che tutta la terra è una, là ove è il mare e là ove non è; che tanto profondo non può essere (809), che la terra non vi sia sotto. E quella medesima terra àe acqua di sotto, ella, che la sostiene.
Cap. CXLIII.
Lo re domanda: puote l'uomo andare intorno al mondo? Sidrac risponde:
Niuno puote andare intorno, nè atorniare lo mondo. Bene potrebbe l'uomo tanto vivere, che, se la terra fosse tutta terra ferma, e fosse piana, che andare vi potrebbe. Ma chi andare vi volesse, molto vi troverrebe contrariose (810) montagnie, che passare non si potrebono in niuna guisa; perchè troverebono molti diserti, che fiore (811) d'acqua non v'à. Anche si troverebono molte bestie e uccelli salvatichi, che l'ucciderebono. E là ov'egli avesse passati tutti questi pericoli, si troverebe lo grande diserto, ove è la grande scuritade, che l'uomo non vi puote vedere nulla. E là ove l'uomo avesse passato questo, si troverrebbe le crepature della terra, là ove il mare batte, e passa per mezo la terra. E per molte ragioni niuno uomo andare non vi potrebe, eziandio fosse uccello, volando, per la sete e per l'affanno e per molte altre ragioni (812).
Cap. CXLIV.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse venire presso al fermamento? Sidrac risponde:
Chi fosse in una nave in mare, e il vento la portasse e sospignesse tuttavia inanzi, e movesse dal levante, da indi a due anni o più si troverrebbe dalla riva del ponente. E simigliante, s'ella si partisse dal ponente, si troverrebbe dalla riva del levante; e dal traverso del mondo altressì. E s'egli avenisse cosa che fosse per la volontà di Dio, che uno uomo fosse sì grande, come tutto il mondo, e fosse presso del fermamento, là ove egli si volgie a mille miglia e più, quello uomo che fosse magiore del mondo, morrebe incontanente, della paura e delle tenpeste che fa il fermamento, quando egli si volge; chè lo fermamento non fina di volgere nè di torneare.
Cap. CXLV.
Lo re domanda: che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo tenpo? Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto quello che tu dici, egli avrebbe fatto grande oltraggio al diavolo, ch'egli lo traboccò di cielo per una sola cogitazione. E l'uomo che il suo diletto avesse in questo mondo, e lungamente vivesse sanza molti e grandi peccati, che non potrebe? E se egli lo mettesse in paradiso, sapiate che Idio avrebe fatto grande oltragio al diavolo. Non perciò ch'egli ci à dato vita e santà e gioia, più che tu non dici. Li buoni giammai non morranno, e tuttavia giovani e allegri e ricchi e savi saranno. La morte che noi abiamo in questo secolo, si è altressì come trapassamento; e altressì come uno uccello, che entra per una finestra e escie per un'altra. E chi vuole vivere lungo tenpo, faccia quello che Idio gli comanda. E se uno re dicesse a uno povero: vieni al mio tesoro, e piglia del mio avere e delle mie gioie e delle mie pietre preziose, tante quante tu vorrai, e serbale per me; che, un'altra volta, quando tu verrai a me, tu non venghi lordo, che tu sarai cacciato alla mia porta; se quello uomo vorrà pigliare di quello tesoro, egli sarà inorato tra li possenti; e s'egli vorrà andare tra la puzza, egli sarà cacciato ontosamente da la conpagnia de' possenti. Altrettale aviene di Dio. Idio ci à donato gioia e vita e sanità e ricchezza e gioventudine per tutti i tenpi, e vita a chi la vuole avere, sanza fine; che già non morrà, per lo trapassamento ch'egli farà di questo secolo. Lo suo tesoro si è la nostra credenza e lo bene che noi facciamo; e lo nostro andare a lui altra volta si è la morte; e chi vuole questo fare, egli avrà questo per tutti i tenpi, ciò è a sapere che egli andranno nella vita perdurabile. E s'egli ci desse lungamente gioia e vita e santà, e poi morire e andare diritto in paradiso, non sarebbe mestiero di darci tutto questo, ma di metterci del tutto in paradiso. Io non vorrei vivere tanto quanto il mondo durerà, e essere tuttavia ricco e giovane e possente, e alla fine del mondo morire, e andare in onferno. Certo inanzi amerei di morire ora, e andare immantenente in paradiso. Che tutti i diletti e le gioie e le ricchezze di tutto il mondo fossono insieme, tanto quanto il mondo durerà, e fossono ragunate tutte in un luogo, non sarebbono nimica delle mille parti l'una, delle gioie di paradiso. E simigliantemente, a questa medesima ragione, delle pene dello 'nferno: che tutte le pene che giammai furono e saranno per universo mondo, e tutte quelle che potessero essere, tanto quanto il mondo durerà, non sarebbono mica delle mille parti l'una, del dolore e delle pene dello 'nferno.
Cap. CXLVI.
Lo re domanda: quali angieli pigliano l'anime? Sidrac risponde:
Ciascuna anima, se ella è buona e giusta, quando ella si vuole partire di questo secolo mortale, si viene l'angelo che la guarda e governa in questo secolo, si viene con grande conpagnia d'angeli, e portalla, cantando e glorificando lo nome di Cristo lo criatore. E poi la mettono in cielo, e là istarà, infino a tanto che lo figliuolo di Dio verrà a giudicare i morti e i vivi. Allora verrà l'anima al giudicamento, e piglierà lo suo corpo, e monterà nella conpagnia di Dio in cielo, come uno de' suoi angeli. Le ree anime, quando elle si dovranno partire de' loro corpi mortali, si viene lo diavolo, a quella anima che à aconsentito alla sua volontà, con grande conpagnia di demoni, e portolla ontosamente e dolorosamente, e mettolla nelle pene dello 'nferno. Ma non intendere nimica che questo sia al nostro tenpo; ma questo sarà dalla morte del figliuolo di Dio: tutti fieno in inferno, buoni e rei, ma tutti non vanno già in uno luogo, ch'egli vanno tutti in nabisso d'inferno per tutti i tenpi; ma i buoni vanno ne' canti (813), là ove egli non ànno se non tenebre; e là istaranno tanto che il figliuolo di Dio gli verrà a liberare per la sua morte.
Cap. CXLVII.
Lo re domanda: quale è meglio, od opera o castità? Sidrac risponde:
Opera vale meglio sanza castità, che castità sanza opera. Se tu se' casto del tuo corpo, e le tue opere sono rie, quella castità che tu ài non sono per Dio, anzi sono per alcuna cagione che tu ài, o per vechieza o per fraleza di natura. Quelli che uccidono le genti, ingannano, e inbolano l'altrui, e sì si spergiurano, e non conoscono lo loro criatore; e quelli che lo conoscono, e non fanno lo suo comandamento; quelli che fanno le rie opere di male maniere contra gente, che castità possono avere in loro? Quando cotali opere fanno, cotali gente, non ànno in loro la castità per Dio, anzi l'anno per le cose sopradette (814). La castità che è in loro non è prode neuno alla gente. Quelli che ànno buone opere in loro, e non sono casti, quelli non fanno niuno danno alla gente, anzi fanno male a loro medesimi. Chi buone opere fae, può fare rei fatti, bene e pietà e lealtà alberga in lui; e se egli non è casto, lo suo peccato non fa niuno male a l'altre genti; anzi puote essere per le buone opere ch'egli fa, raccatterà lo suo peccato. E però diciamo noi che le buone opere sanza castità vagliono meglio che castità sanza buone opere.
Cap. CXLVIII.
Lo re domanda: di che vengono gli tremuoti? Sidrac risponde:
I tremuoti avengono per l'acque che corrono fortemente sotterra, e fanno grandi marosi, e gittano grandi venti del loro incontrare. Che l'aria si serra e si raguna in tane, che sono sotto terra, e per lo suo grande serramento (815) e per la sua grande forza ella crolla la terra, e falla rimutare, e criepa. E 'l vento e l'aire escie tutto di fuori, là ove la terra è frale; e al suo uscire abatte e confonde (816) tutto ciò che sopra v'è fondato; e là ove la terra è forte, ella triema sanza altro fare (817).
Cap. CXLIX.
Lo re domanda: le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli contro? Sidrac risponde (818):
Iddio à stabilito che tre volte averà: le prima è venuta, e le due averranno. L'una fue per l'avenimento del diluvio, che tutto il mondo dovea perire. L'altra sarà quando il figliuolo di Dio sarà crocifisso e morto: questa sarà molto grande e molto iscura, e bene dee essere, per la morte di così grandissimo signore, come il figliuolo di Dio sarà. L'altra sarà quando lo falso profeta nascierà, lo quale tutto il mondo divorerà. Questi tre sono naturali. Gli altri che sono stati e saranno, sono per la ragione del sole e della luna e della terra; chè la scurità della luna aviene per la terra, e quando ella toglie lo chiarore del sole. La luna e 'l sole vanno per una via, ciascuno nel suo cerchio; e quando aviene che la terra tolga lo chiarore del sole, si conviene che la luna iscuri, perchè la luna non luce per sè, anzi per lo chiarore del sole che fiede in lei; e se lo splendore non vedesse, la luna giammai non lucerebbe; che la luna è come uno specchio, che niuno chiarore non rende. Quando lo fermamento fa lo suo torno, e lo sole intornea lo mondo, si comincia la terra a tôrre lo chiarore del sole alla luna, a poco a poco; siccome voi vedete che la luna rischiara a poco a poco. E ciò aviene per la terra, che li ombra (819) lo splendore del sole. Quando la luna è tutta coperta per la terra, ch'ella à tolto lo chiarore del sole al volgere del fermamento, lo sole iscuopre della terra parte, e la luna perde l'onbra della terra; e allora lo sprendore del sole la comincia a fedire, a poco a poco, tanto che la luna à tutto ricovero (820) la sua luce. La luna perde per lo sole lo suo lume, a poco a poco, dall'una parte, e dall'altra lo ricovera simigliantemente, a l'uscire del sole (821). E simigliantemente aviene del chiarore del sole, quando la stagione è che il sole va per la via della luna; e egli medesimo viene sopra lei; ella fa ombra alla terra, e toglie lo chiarore del sole, tanto che egli avrà passato dall'altra parte, per lo movimento del fermamento; e si discuopre dall'altra parte, a quella medesima ragione che la terra toglie lo chiarore del sole alla luna. E quando la luna rende lo suo chiarore, quelli che non la veggono, si ànno notte, perchè non ànno lo chiarore del sole. Quando lo sole fa lo suo chiarore, quelli che vegiono, si ànno giorno, ch'egli ànno lo suo chiarore. Allora quando noi vegiamo lo suo chiarore, l'altre genti nollo veggiono; quando noi nollo veggiamo, e quelli lo veggono.
Cap. CL.
Lo re domanda: le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come cagiono elle? Sidrac risponde:
Lo chiarore che voi vedete andare per l'aria non sono già istelle, anzi sono tre cose: l'una è lo vento, che corre per l'aria (822); la seconda si è l'umidore che la terra sospira (823), che egli monta in alto ne l'aria, nello grande calore che la terra getta, e quando egli sente l'aria, egli ischianta. La terza si sono gli angioli, che di cielo sono abattuti, siccome a Dio piacque; chè quando lo suo comandamento fue ch'eglino non cadessono più, in quello punto dimorò ciascuno in quello luogo là ove egli era. Quelli che nell'aria furono traboccati, dimorarono nell'aria; e alcuna volta vogliono per loro ingegno (824) agrappare al fermamento; e gli angeli di Dio gli fediscono di fuoco, e buttano in inferno, là ove gli altri sono. E quello fuoco che caccia (825) nel nabisso dello 'nferno, si dimostra a noi i modi di stelle (826). Simigliantemente avengono quelle cose così di giorno come di notte; ma per lo chiarore del sole non si possono vedere.
Cap. CLI.
Lo re domanda: quanti cieli sono? Sidrac risponde:
Tre cieli sono: l'uno è quello che noi vegiamo, che intorno di noi torna, e si è del colore dell'azzurro, e si è lo primo fermamento, e si è corporale. Lo secondo si è quello ove i buoni saranno, là ove gli angeli sono, e si è ispirituale, e si è alla simiglianza di cristallo. Lo terzo si è quello ove Idio è; e è di simiglianza d'oro. E ciascuno di questi cieli è di lungi l'uno dall'altro, come la terra infino al primo cielo. Ma egli si nominano VII cieli per la substanzia di VII pianeti.
Cap. CLII.
Lo re domanda: quanto è alto lo cielo da terra? Sidrac risponde:
Lo cielo è tanto alto dalla terra, che, una pietra fosse al cielo, che pesasse quanto una macina da mulino, si penerebe a cadere più di cento anni, anzi che ella fosse quagiù, ove noi siamo. E si è così presso lo cielo dalla terra, agli buoni, e agli angeli (827), che così spesse volte vi montano e asciendono, come l'uomo chiuderebe gli occhi e aprirebbe; questo è per la volontà di Dio.
Cap. CLIII.
Lo re domanda: di quale virtù è il fermamento? Sidrac risponde:
La virtù del fermamento è maggiore che nullo uomo del mondo non potrebe contare. Egli è fatto ritondo, come una ruota che testa nè coda non à; e non fina tuttavia di volgersi intorno lo mondo. E se egli posasse del suo torno, e non torneasse lo mondo, niuno uomo e niuna femmina e niuno pescie andare nè mutare non si potrebbe, anzi sarebono come morti; che Dio l'à fatto bene ordinatamente in quella maniera e in quello modo, che bisogna al mondo e alla gente. Per lo suo torno tutte le gienti vivono.
Cap. CLIV.
Lo re domanda se le pianete e le stelle sono di gran virtute (828). Sidrac risponde:
Le pianete e stelle sono di grande virtude. Le sette pianete fanno nasciere tutte l'erbe del mondo e tutti i frutti della terra. Le pianete governano, per volontà di Dio, la terra e l'acque e' venti e le genti e le bestie e gli uccelli e' pesci e tutte l'altre cose che ci sono; e sì si stabiliscono per lo loro torno le cose tenporali e le corporali. Elle sono sette pianete: la prima si chiama Saturno, che è di sopra e più forte, e è maggiore che l'altre; e ciascuno (829) segno istae due anni e mezo; e si è pianeta di podere e di possanza. E quelli che sono nati in quella pianeta, quando elli comincia ad abassare, elli abassano di podere e di forza; quando egli regna, egli regnano nelle loro ricchezze e in bene. Ella (830) regnia in XXX anni una volta; e regnia in uno segno che si chiama libra, e s'abassa in un altro che si chiama aries. La seconda pianeta si chiama Juppiter. Pianeta è di riccheza e d'avere e di mercatantia e di senno e di savere e di buono lodo tra le genti; e si torna li XII segni, e ciascuno segno dimora VII anni. Quelli ch'è nato in quella pianeta, in capo di XII anni, egli è nel meglio di suo punto. Ella regna in uno segno ch'à nome chancer, e s'abassa in un altro che si chiama chapricorno. La terza pianeta à nome Mars. Quelli che è nato in quella pianeta, in uno anno e trentatrè giorni si può canbiare lo suo fatto (831) e la sua volontà. Ella regnia in uno segnio che à nome capricorno, e s'abassa in un altro che à nome chancer. La quarta pianeta à nome Sole: pianeta è di grandi fatti di re e di signori e di podere; e governa la terra; e passa per li XII segni; in ciascuno segno dimora uno mese. Quelli che è nato in questa pianeta, ciascuno dì si puote canbiare lo suo fatto e di sua volontà. E regna in uno segno che à nome aries, e s'abassa in un altro che à nome libra. La quinta pianeta à nome Venus. Questa è pianeta d'amore e di sollazzo e d'allegrezza. Quelli che in questa pianeta nascierà, di vano cuore e di frale sarà. In trecento trentatrè giorni si può cambiare lo suo fatto e le sue volontadi e le sue cogitazioni. Ella passa li XII segni, e in ciascuno segno dimora XXXIII giorni; e si regna in uno segno che à nome piscies, e s'abassa in un altro che à nome gemini. La sesta pianeta à nome Mercurio: pianeta è d'arte e d'inframmettersi in tutte cose; e passa li XII segni, e dimora in ciascuno segnio XXII giorni. Quelli ch'è nato in questa pianeta, in centotrè giorni si puote canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome virgo, e s'abassa in un altro ch'à nome pisce. La settima pianeta si à nome Luna: pianeta è d'acque e di viaggi e di leggierezza (832); e si passa gli XII segni, e in ciascuno segno dimora II giorni e terzo. Quelli che è nato in questa pianeta, in uno mese si può canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome taurus, e s'abassa in un altro segno ch'à nome iscorpio. Non intendere nimica che questo avenga alla persona, quando la pianeta è in quello segno; anzi averrà quando la pianeta comincia a regnare: la persona avrà grande bene in sua vita; quando ella è nata nel suo abassamento, la persona avrà tribolazione. E s'ella è nata in altro punto, la persona sarà d'altra qualità, secondo l'ora ch'ella è nata; non già secondo l'ora solamente, anzi secondo l'ora e il punto in che serà nato, e secondo lo sguardamento de' segni, che saranno incontro a quella pianeta, in quella ora e in quel punto. Lo giorno e la notte si è XXIIII ore, e ciascuna ora è mille ottanta punti, che fanno 25920 punti; moltiplicando XXIIII vie MLXXX punti (833), cotante creature possono essere nate per l'universo mondo, e ciascuno giorno e in ciascuno punto, e cotante persone. Bene puote essere che non si somigli l'una l'altra; e se alcune si somigliano di tutte cose, non puote essere che alcuna differenza non sia tra loro, o dei loro corpi, o delle loro qualitadi e del loro podere, chè più sono le diferenze che i punti di XXIIII ore. E perciò conviene che abbia tra loro alcuna differenzia, se non sono nati in uno punto. E tutto questo è per la volontà di Dio, che degnò di stabilire lo fermamento e le sette pianete, e i segni e l'ore e i punti del giorno e della notte. E di ciò potete voi vedere apertamente, delle cose visibili. Voi vedete lo sole cresciere l'erbe, e nodriscie gli frutti; e della luna apertamente: quando ella crescie, l'acque crescono e il sangue dell'uomo; e quando ella menoma, altressì si menomano le sue altre vertudi, che le aluminano lo mondo, l'una di giorno e l'altra di notte. E si ànno l'altre pianete le loro vertudi, che molto sono grandi. A chi le volesse contare, le vertudi delle VII pianete, assai avrebe a contare, che nulla di loro non manca lo stabilimento che Iddio à loro donato (834); e tutte le nature per lei passano, siccome è stabilito (835). E tutte l'altre stelle ànno molto grande vertù, ch'elle alluminano lo cielo, e rendono chiarore in terra; e di questo vi potete voi chiaramente avedere, quando la luna non luce, e l'aria è chiara e cilestra, e ciascuno puote andare d'ogni parte, e vedere, per lo chiarore delle stelle, in terra. E non v'à niuna pianeta che non sia magiore di tutto lo mondo, salvo Venus e Mercurio e Luna.
Cap. CLV.
Lo re domanda: di che maniere sono l'acque? Sidrac risponde:
Di più maniere sono l'acque. Prima è lo mare, che è insalato, onde tutte acque escono. Anche ci à fontane che si canbiano, e surgono la settimana quattro giorni, e li III stanno chete (836). Uno fiume è che tutta la settimana corre, e il sabato non si muta (837). Un altro fiume à nel levante, che di notte è ghiacciato e di giorno corre. Altre fontane àe, nell'isole di mare d'India, che è sì spessa l'acqua, che, chi la mettesse in uno drappo, non si potrebbe colare; e è sì calda, che se l'uomo vi gittasse rame dentro, egli arderebe come il fuoco; e sì non si potrebe ispegnere se non con orina. Una fontana v'à, che surge acqua nera, che l'uomo fa di lei fuoco volante, che molto arde. Altre fonti v'à, che guariscono e saldano le ferite. Altre fontane v'à, che quando l'uomo bee di loro, elle rendono memoria; e altre v'à che fanno dimenticare; e altre che fanno giacere l'uomo colla femina ispesse volte; e altre v'à che fanno portare figliuoli alle femine che sono sterili; e altre che fanno sterili le femmine. E altre v'à che fanno dare a' ferri buone tenpere e dure; e altre v'à che fanno buoni colori. E fiumi v'à che fanno nere le pecore, e sono ispesse l'acque, che nullo non vi puote passare, nè pesci notare. Altre fontane v'à di diverse maniere, che tropo sarebe lungo a raccontarle (838).
Cap. CLVI.
Lo re domanda: quanti mari sono? Sidrac risponde:
Tre mari sono: l'uno si è lo mare borre (839), che intornea la terra, e si è salato, così come voi vedete. Lo secondo si è lo mare nero, che niuno uomo non vi potrebe andare entro. Lo terzo è lo mare puzolente, che niuno uomo non vi potrebe entrare entro, che non morisse incontanente. Così come lo mare orrebe (840) intornea la terra, simigliante lo mare puzolente intornea lo mare nero. E tutto questo à istabilito Iddio.
Cap. CLVII.
Lo re domanda: perchè fecie Idio ritondo il mondo (841)? Sidrac risponde:
Per tre cose: l'una per significanza di sè medesimo, che non ebbe incominciamento nè fine. L'altra per sua gloria e per sostenere tutte le cose. L'altra per lo torno del fermamento, che non fina di torneare per tutto il mondo (842), siccome Idio l'à istabilito.
Cap. CLVIII.
Lo re domanda: perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? Sidrac risponde:
Se il sole non fosse caldo e la luna fredda, niuno uomo vivere non potrebbe, nè la terra niuno frutto non renderebbe; chè Idio per la sua potenzia l'à bene istabilito e ordinato, siccome al mondo bisognia. Lo sole iscalda la terra, e fa vivere le creature, e fa nasciere i frutti della terra; e tutto questo aviene per lo suo calore. E se quello calore fosse di giorno e di notte, le genti e l'altre creature afogherebono, e l'erbe seccherebono. Ma di notte viene lo freddo della luna e dell'aria, e tenpera quella calura, e rende umidore, e così gli nudriscie, e fa vivere e cresciere. E se lo freddo della luna fosse tuttavia (843), e 'l calore del sole non fosse, la gente e l'altre criature vivere non potrebbono. Se non fosse lo calore del sole e lo freddore della luna, lo mondo essere nè vivere non potrebbe.
Cap. CLIX.
Lo re domanda: quale è la maggiore cosa che sia? Sidrac risponde:
La misericordia di Dio è la magiore cosa che sia, nè che fu, nè che sarà; chè nullo cuore non potrebbe pensare, nè lingua dire la grandeza della misericordia di Dio, a quelli che la cheggiono e che la disidirano d'avere. Ella è magiore che le granella della rena e le gocciole dell'acqua del mare e le foglie degli alberi: è magiore di tutte (844).
Cap. CLX.
Lo re domanda: quale è più o la rena della terra o le candelle (845) del mare? Sidrac risponde:
La rena è più assai che le candelle del mare. Una pugnata di rena sarebe grande quantità di candelle d'acqua, che molto sono più minute le rene che le candelle dell'acqua. Ella non puote essere nulla parte che l'acqua non sia sopra terra e sopra rena; e la rena sostiene molte parti del mondo. La rena dura molte giornate, e sì non v'à candella d'acqua. Lo mare non puote essere tanto profondo, che la rena e la terra non vi sia; chè tutta l'acqua del mondo si è posta sopra terra e sopra rena. E alcuna volta l'uomo cava la terra, e truova l'acqua sopra rocca; ma la rocca è posta sopra terra; e questa è ragione per la minutezza della rena, e perchè in molte parti à rena, ove non ci è acqua. E la rena è più che le candelle dell'acqua.
Cap. CLXI.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena della terra? Sidrac risponde:
Se il mondo fosse magiore mille volte, e fosse terra tutta ferma, e che durasse mille anni e fosse molto atticciato (846); lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e ciascuna ora sono mille ottanta punti, e di (847) ciascuno punto nascieranno mille volte mille uomini e altrettante femine; e fossono tutti pilosi, e per ciascuno pelo avesse mille volte candelle di mare (848), le candelle dell'acqua sono più che questo numero, e la rena della terra è più che le candelle del mare, e la misericordia di Dio è magiore che l'una e che l'altra, e più che tutte le cose che al mondo sono, e che sono state o che saranno, a quelli che la disiderano d'avere.
Cap. CLXII.
Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:
Se tutte l'acque fossono terra ferma, e l'una e l'altra fossono molto abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono, fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere; che gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più assai; chè la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte le stelle vedere. Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato dalle stelle, si risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare, l'uomo nolle puote vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra monta, all'ore e a' punti dello giorno e della notte, così come Idio l'à comandato; che già non posano e non cessano, e fanno loro torno per lo movimento del fermamento.
Cap. CLXIII.
Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:
Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e lodo a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una parte, per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come la metà della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno e che sono nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli nove ordini saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo finirà, e sarà alla volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli che sono nati e nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma monteranno quelli che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di Dio faranno, e quelli che per lo loro servigio lo serviranno. Gloria e gioia e allegrezza non fallirà loro.
Cap. CLXIV.
Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o' pesci? Sidrac risponde:
Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna bestia che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno uccello, àe mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti più di nulla creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo comandamento.
Cap. CLXV.
Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature che vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:
Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che egli fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e alla bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse fatto corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì del giudicio, altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra, diventano nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là ove il cuore istàe, e à volontà d'essere; che se uno fosse nella più bella piazza del mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse altro luogo, quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli avrebbe in altra parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se elli fosse la più brutta piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e' gli parrebbe il più dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che lo più dilettevole luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.
Cap. CLXVI.
Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che va di giorno? Sidrac risponde:
Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male. Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.
Cap. CLXVII.
Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de' boschi? Sidrac risponde:
Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente; e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di vino. E lo valente che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini dottano la signoria (861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della città, che spesse volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.
Cap. CLXVIII.
Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac risponde:
L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863). E se tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che sapia che avenire gli dee.
Cap. CLXIX.
Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)? Sidrac risponde:
Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo prode e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro con tuo prode e con tuo onore; e si avrai grado dalle genti, e sarai amato e pregiato, e tenuto per buono tra la gente.
Cap. CLXX.
Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore? Sidrac risponde:
Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo; a niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno àe, che lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli à fatto. E lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto, quello cotale (866) de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E però non dee l'uomo dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo giorno.
Cap. CLXXI.
Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà? Sidrac risponde: (867)
Sì, bene e legiermente, quando egli è di quella volontà. E egli dee pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente guardare, per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si dee pensare come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui ricevere tali guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o fia male, secondo le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa volontà. Si lo re desse a uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire per lo suo amore, sapiate che quello uomo la si vestirebbe a grande onore, e la guarderebe nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando egli la si vestisse. Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio guardare la somiglianza che Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e più caramente che una roba d'uno cotale uomo, chente noi siamo, tutto fosse egli re. Che se tu non pensi in quella volontà per lei medesima passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè di pensieri (868); ch'ella è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde; e per la sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E tanto quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo più l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia. Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è pericoloso fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo la dee amortare e ispegnere tuttavia.
Cap. CLXXII.
Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:
Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie e avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta vanità; che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno giorno e' gli falla, tutto quello che àe avuto gli pare nullo diletto (870). Lo spirituale, cioè a sapere di quelli che si dilettano in Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue opere, e quegli che ànno buona fede e buona isperanza d'avere la vita perdurabile nella conpagnia di Dio, sapiate che quelli ànno molto grande diletto; tanto quanto più travagliano e sofferano per Dio, si loro richieda a fare di quello travaglio e sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in gloria. E questo diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e di gioia in allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi che lo diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più durabile.
Cap. CLXXIII.
Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:
Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si dee acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei a tale intendimento e intenzione, d'avere frutto di lei, che renda grazie al suo criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a lei, infino che partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando la femina è nel suo tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto ell'à quello; e sarà questo lo buono diletto spirituale. Lo diletto corporale del mondo si è in modo di bestia, che non si guarda quando s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte le volte che n'à volontà. Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e perdizione dell'anima e del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita di bestia; e fanno contra lo comandamento di Dio.
Cap. CLXXIV.
Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono conbattere? Sidrac risponde:
Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste che è incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi muovere vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se egli s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee tenere fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e baldanza; e fare grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere la sua gente, e venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e egli si deono difendere vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo fatto del meno forte, tosto la piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse volte n'aviene che le frali osti iscanpano dalle forti e possenti.
Cap. CLXXV.
Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non potrebbe vivere? Sidrac risponde:
Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se egli avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè lingua, egli non potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla vivanda; di che le genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed aiuta; e sanza queste due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la lingua all'uomo, per adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per menare la vivanda a' denti; e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra tutti gli altri menbri del corpo; e fatti i denti di nerbi ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.
Cap. CLXXVI.
Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu fatto? Sidrac risponde:
Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua corrente nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra dà più alto il suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua bassezza (876). E anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il vento vi dà entro. E di tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo scandalio (877) di queste due cose, e per lo senno, che era molto savio e sottile. E tutto questo fue per la volonta di Dio.
Cap. CLXXVII.
Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:
L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio del suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come uno omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli piantasse, quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello ond'egli fosse stato (879); e farebe il frutto di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle volte che l'uomo piantasse di quelli noccioli, nascierebono albori e frutti di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E chi pigliasse di quello albore, e lo nestasse cogli altri frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di quello onde furono nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio d'Adamo, primo nostro padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che chi pigliasse uno garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè intendere, e che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna persona parlare, e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e fosse sanza parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non parlerebe altro linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la natura dell'albero che ritorna a sua natura.
Cap. CLXXVIII.
Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? Sidrac risponde:
Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del sole lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le stelle; e per questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi. L'altra ragione si è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo e per lo calore del sole elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo lume della luna gli passa (883); e perciò sono elli bianchi. Quelli che sono neri elli toccano l'aria di largo (884), e sono ispessi e grossi; e lo chiarore del sole nè de la luna nolli possono passare; e però sono elli neri.
Cap. CLXXIX.
Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde vengono? Sidrac risponde:
Quando lo tenpo è così chiaro come voi vedete, gli nuvoli che sono, eglino iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande caldo, ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.
Cap. CLXXX.
Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la volontà della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:
Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto una candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno. La volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo e la terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi tarda, nè niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e sapranno la volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro lo manda a sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio abia facta non può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per lui non lo sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo del mare.
Cap. CLXXXI.
Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:
Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore; e travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e podere al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E quando egli viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di buona intenzione; e tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire umilemente e perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la volontade a Dio e alla sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare ch'egli non conpia la sua orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio giustamente e perfettamente e intendevolemente; chi altrimenti, egli non adora siccome egli dee.
Cap. CLXXXII.
Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac risponde:
Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e dalla purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per travaglio e per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena puote l'uomo male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di quattro conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza del cuore. Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al cuore; che per le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo calore del cuore. Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro aviene, per la grande dureza, ch'egli ànno al cuore della grande fellonia. Cotale cuore apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra gente (889); e quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene già per lui, ma per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la sua dureza e la sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.
Cap. CLXXXIII.
Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in questo mondo? Sidrac risponde:
Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli donò a Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo in tutte l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il padre e la matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere lealmente. E apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é figliuoli é fratelli é parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare lealmente.
Cap. CLXXXIV.
Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:
In questo secolo non v'à nullo largo uomo; e nullo è che donare possa; che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo creatore, e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe tanto avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in questo secolo danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per aministrare a' poveri in questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio è largo; e ch'elli dona il dono (891) in questo secolo a quelli che vegnono ignudi, e non portano nulle co loro. E Idio dice: donate del mio medesimo, a quegli che non ànno, e io vi darò nell'altro secolo a cento doppi.
Cap. CLXXXV.
Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco (892)? Sidrac risponde:
Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso. Lo povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro migliore di lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo non è già luogo per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco in una battaglia, là si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e mettere inanzi al ricco, e conbattere, e se difendere vigorosamente e forzevolemente.
Cap. CLXXXVI.
Lo re domanda: è peccato di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di manicare e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo servigio. E per questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à donata sopra tutte l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di manicare e di comandare quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di buono cuore, egli ci è buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o altra ria bestia del mondo, o uccello o paone, è questo buono mangiare. E se non ci piacesse, e nollo mangiassimo di buona volontà, sapiate che quello buono mangiare, non è buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo mangia di buono cuore e di buona volontade, egli è buono e diritto e leale; e ciò che l'uomo mangia sopra cuore (893) e di mala volontade, egli no gli è buono nè diritto nè leale.
Cap. CLXXXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac risponde:
Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu se' nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo farai, tu farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo tuo amico nel cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute dee essere cotale secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che in prima saluta à l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li dei cortesemente rispondere, a chi che si sia.
Cap. CLXXXVIII.
Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac risponde:
Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno e iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano aiutare, se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera, nè lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto magiormente anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo dee fare di suo figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che l'uomo la può piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella è secca, e l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa nulla per lui. E altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in prima gli gastiga perchè al di drieto (894) facciano la tua volontade; e che se alla prima no gli gastighi, al dirieto non faranno nulla per te.
Cap. CLXXXIX.
Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? Sidrac risponde:
L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che sia, apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta della sua testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che due fossono uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece della sua costola diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e che egli fosse signore e ella donna; e che 'l mondo non si potrebbe moltiplicare sanza loro. E perciò diciamo noi che l'uomo dee amare, apresso al suo criatore, sè medesimo, sopra tutte le cose del mondo; e altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la tua buona moglie, e' ti manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non dei avere altra moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che quello che averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che ordineranno la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale carne, se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.
Cap. CLXXXX.
Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come saremo istati (897)? Sidrac risponde:
E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea egli bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente che nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e fatti, e la loro perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie e de' pesci e degli uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo, egli non sarebe istato Idio. La sua misericordia e la sua potenzia sapeva bene che noi dovevamo nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e la tua madre non fossono istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e da un'altra femmina.
Cap. CLXXXXI.
Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:
Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo frale seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono sofferire lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo garzone ch'è nel ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal suo rimutare lo garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone cade fuori; e poi per lo podere di Dio ella si richiude.
Cap. CLXXXXII.
Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:
Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e di fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma di menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della femina, tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare alla femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è migliore che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è più dolce che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà della femina, e bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta più co lei che con quella che è brutta e laidamente vestita; l'altra cosa che passa l'altre due, si è quando l'uomo ama la femina di cuore e di volontà; e egli si diletta più in lei, che con quella che non ama; e altressì fanno le femine degli uomini.
Cap. CLXXXXIII.
Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della sua moglie? Sidrac risponde:
Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito, e dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare a sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se tu gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo danno, e metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu non gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo suo puote malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a sapere della sua masinada (904).
Cap. CLXXXXIV.
Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:
Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e tu lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu l'avrai fatto, e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala volontà che tu ài a fare lo male, si passerà (906), e lo tuo cuore raffredderà della mala volontade, e avrai poi allegreza che tu non l'avrai facto. E però l'uomo non si dee tropo afrettare di fare lo male, ma lo bene sì.
Cap. CLXXXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:
Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti ricoglierebe di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui, egli t'aiuterebe volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e guardare (909). E se tu andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non vi ti lascierebe entrare; e se tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti darebe nimica. Cotale uomo non dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti da lui.
Cap. CLXXXXVI.
Lo re domanda: sono tutte le genti comunali in questo mondo e secolo? Sidrac risponde:
Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma non di corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè di cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi abiamo noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi non siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una parola della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai non uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole canbierà. E però quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno comunali, che gli buoni saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri saranno tormentati alle pene dello 'nferno, dove saranno grande pene e grande dolore, che giamai non avranno fine.
Cap. CLXXXXVII.
Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a' poveri (912)? Sidrac risponde:
In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del figliuolo di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli angeli di Dio verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno loro grande onore, e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno: questo onore e gloria che noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste nell'altro secolo. E gli cattivi poveri, quando gli angeli gli vedranno, si fugiranno da loro, per la loro povertà; e non sofferranno ch'egli stieno tra loro, per la loro puzza. E allora i diavoli gli piglieranno, e faranno loro grande onta e villania, e gli metteranno nella loro conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere che fa la richezza, e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può disdire (913), che non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli vuole. E se lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e prende la povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in inferno; e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se non egli medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare quella povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914): la riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che lascia lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di dolore e di bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e gioia e letizia; perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che male farà in questo secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e grande trestizia, quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e quella trestizia nè dolore non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza fine.
Cap. CLXXXXVIII.
Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del figliuolo? Sidrac risponde:
Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia una giusta anima (916) che non le convenga passare per uno fiume di fuoco, inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso Iddio. Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo suo peccato, a lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna pende per li suoi piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male, e gastigare lo puote, e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso lui, quando egli nol distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo può venire altrui; ma l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente può venire da figliuolo a padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E dunque viene (918) da una persona a un'altra, se egli la vede peccare e nolla gastiga, e gastigare la puote.
Cap. CLXXXXIX.
Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato della vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:
Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de' suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati medesimi nell'altro secolo.
Cap. CC.
Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che l'uomo ode? Sidrac risponde:
Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono, perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono servidori al cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e quelli che odono e non vegono, ispirituale.
Cap. CCI.
Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac risponde:
Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti ontosamente. Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni dell'altra gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo loro travaglio, e del sudore delle loro carni, di che loro conviene vivere, e passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male parole; e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.
Cap. CCII.
Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac risponde:
Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la forma che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che questo è molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che vivere dovea, e fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande peccato, che egli toglie lo travaglio altrui, e lo mette in angoscia e in necessitade: sapiate che questo è grande peccato. Baratto è molto grande peccato e molto pericoloso, che del baratto nascie micidio e furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a inbolare, e fare e dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo suo (925): molte gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto grande peccato e pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe guardare di barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di vizii ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e da femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono coloro che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle pene dello 'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che la folgore da cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e la inghiottiscie (928). E gli angeli di cielo triemano, quando quello peccato si fa, perch'egli ànno dottanza che Iddio non isconfonda tutto il mondo. Ma Iddio, per la sua sancta misericordia e pietade, gli lascia, acciò che egli si rimanghino di questo male e degli altri, e che vengano alla sua credenza e al suo comandamento.
Cap. CCIII.
Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:
Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e delle bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il diecimo della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la madre (930) di MC migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse agiunto (931) carnalmente, e poi si lasciasse quello male, e tornasse a Dio di buon cuore e con pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e torrebelo (932) per suo. E quelli che a Dio convertire non si vogliono, niuno cuore d'uomo non potrebe pensare i martiri che egli avranno nell'altro secolo. Al tenpo del figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli peccatori che di quelli peccati vorranno essere diliberi, loro converrà dire i loro peccati, a quelli che ordinati saranno sopra ciò, e con netteza e con isperanza di non mai ritornare in su quello peccato. E quelli che così faranno, si manteranno, è saranno sicuri della vita perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati, come l'acqua lava la bruttura.
Cap. CCIV.
Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac risponde:
Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote avere bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non può essere; chè l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state per avere che vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo, e travagliare per atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e caritade a quelli che sono poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno è (935). L'uomo non dee dire mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè, se i figliuoli sono buoni, egli si guadagneranno (936), siccome egli guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu farai per la tua anima, ti varrà più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una carità che tu farai di buono cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli, nè che cento limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina, tue la dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio, dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì picciola, che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande gloria (939) per te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per la tua volontade, che tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940) portare teco alla fossa, anzi lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu fai la limosina a tua vita, tu la fai per due cose: l'una per buona conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella limosina troverrai bene nell'altro secolo, per le preghiere che fanno per te quelle limosine; e Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per li suoi figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la sua anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere l'anima, egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo puote bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee egli volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che l'anima. L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così degna e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e incontro alle cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo diluvio venne sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua cresceva, egli pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi, perchè l'acqua no gli annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli vidono la paura della morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra capo, anzi sotto i piedi, per soprastare all'acqua. Quando l'uomo dubita (945) di perdere lo corpo, magiormente dee dubitare di perdere l'anima, che è la più degnia cosa del mondo.
Cap. CCV.
Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:
L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza di fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li può l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non disiderano l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei pensano le genti ingannare per le loro parole. E però può l'uomo conosciere i buoni da' rei.
Cap. CCVI.
Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac risponde:
In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo sole e la luna e l'altre cose; e fece carità muovere con misericordia (946); male nè peccato non fece unque; anzi lo fa colui che l'aopera, e non per Dio (947); chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì gli donò senno e sapere di conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che per fare lo bene averà bene, e per male avrà male e le pene di ninferno. Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, certo bene lo potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto. Ma egli avrebbe fatto torto e oltragio al diavolo, che, per una sola cogitazione di peccato, lo traboccòe di cielo in terra. E se l'uomo non disservisse (948) quella gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene che l'uomo farebbe non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo bene per le sue buone opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò senno di conosciere l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio e volontà potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo cogli angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono omo (950) in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e valente di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi, per lo suo travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera caro (951). E però niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado, e facesse lo bene per lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse la gloria di Dio, perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con tutto il peccato in cielo, dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima. Chè, tardasse quanto volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino andassono amendue in cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe diletto del secolo e la gloria di cielo (952). E se Idio avesse facto che l'anima avesse la gloria di cielo per tutti i tenpi, e lo corpo diventasse terra tuttavia, dunque non sarebe istato bisognio ch'egli avesse criato l'uomo di terra, ma che l'avesse criato solamente, l'avesse messo in gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e lo mondo non sarebe istato bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per l'anima. Certo Idio non volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione ciò ch'egli fece, l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente governare e salvare l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di sua generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo per lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo suo peccato, ch'egli fecie.
Cap. CCVII.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:
L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male; chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per ch'ella facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.
Cap. CCVIII.
Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac risponde:
Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito come (954) uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli fece giorno e scuro, siccome noi abiamo altra volta detto; e fece lo sole e la luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del suo torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del sole; e la notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre genti sopra loro, per la volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose non fallano giammai al mondo; che, quando il sole falla a noi, egli allumina altra gente al mondo e la loro scurità. E quando elli falla a loro, e elli viene a noi, chè lo fermamento non fina di torniare; e ciò viene per la ritondeza del mondo. Gente sono al mondo, tali come noi siamo; e vegono apertamente il chiarore del sole e della luna e delle stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono contra i nostri; e vanno sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi facciamo; e tutto questo è per la ritondità del mondo.
Cap. CCIX.
Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:
Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto insieme si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal maniera, per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere ch'elle sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più alto che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono alcuna volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci paiono piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per l'altezza elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.
Cap. CCX.
Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della notte? Sidrac risponde:
L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in qualunque terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto del giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte, sia o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li punti conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si è XXIV ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu potessi istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia noia (959), si conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono CLX (961) movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete voi provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto d'altre cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno, quando lo sole si parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori e gli venti e l'acque si spargono sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tenpesta e tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene dell'altre terre, quando il sole si parte da loro. Non intendere mica che il sole si volge per sè medesimo; ma lo fermamento si dichina presso a una parte, tanto, quanto è uno palmo, là ove lo sole piglia nel verno altro camino, per la sua grandezza, e poi ritorna nel suo luogo.
Cap. CCXI.
Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac risponde:
Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta, cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è posta in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come la chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si volgie d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la chiavichia; e si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare piccola. Ma allo dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno, forsi uno palmo; e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che vanno per mare e per terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se non si guardano, ellino potrebono smarire la via, e essere a condizione (966). E quel movimento, che a noi pare uno palmo, è al fermamento ben due milia miglia conpiute.
Cap. CCXII.
Lo re domanda se sarà continuamente guerra nel mondo. Sidrac risponde:
Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli ci avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe chiamato paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo non fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la quale è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una gente coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.
Cap. CCXIII.
Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:
Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che l'omo non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è oggi, non sarà domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li conviene, e andare in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine non avrà. Dio per la sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo non potesse andare nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in quello egli à lasciato questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che questo mondo è nullo, che tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de' essere disabitato come uno diserto.
Cap. CCXIV.
Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte si faccino. Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che se tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli peserebe, come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci facesse noia, e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di questa vite nè dell'uva non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì adiviene a Dio, quando tutto 'l mondo fosse distrutto, come fue per lo diluvio, tutto fue perduto per lo peccato che feceno contra a Dio, e si ne fue lieto quando lo distrusse. Altresì li sarà buono quand'egli distrugierà quelli che sono a venire, per li loro peccati, e per molte maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi quanto vuole, se non meglioreranno.
Cap. CCXV.
Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac risponde:
Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno si fue la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e santificò l'omo, e lo fecie riposare di tutte cose fare della settimana. (971): ciò è lo sabbato, che fue lo primo degno die della settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, d'allora innanzi fie lo più degno giorno la domenica, perchè la resurresione del mondo che farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per questo si è lo die della settimana, la domenica (972).
Cap. CCXVI.
Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:
Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte l'altre menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì come uno signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è d'intorno, al suo servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la sua masnada si riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo vegiare viene e risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi, e gli occhi rendono a tutti li altri menbri, si dormeno e si riposano (973). E quello dormire e riposo si è per la forza del corpo, perch'egli possa essere forte di travagliare, e di guadagnare la sua vita, e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E per questa cosa fece lo dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non sarebbe stata.
Cap. CCXVII.
Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare, e di male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè l'uomo non dee mica nella calda terra mangiare trope calde vivande, nè vestire tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974) può l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975) luoghi sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e del freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia in questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana con femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una volta l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà sano.
Cap. CCXVIII.
Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac risponde:
Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima sono quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria, che mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo ricco, ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le mercie fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese all'altro. Se queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe mantenere.
Cap. CCXIX.
Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac risponde:
La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire l'onore e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la degnità e la signoria e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta, che dirà per la bocca di Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale giustizia, e manterrannola tuttavia.
Cap. CCXX.
Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui? Sidrac risponde:
Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere in tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli farà bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte, giammai necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia, puote avere per la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è ricca, che lo suo Signore la porta seco, là ovunque elli vae.
Cap. CCXXI.
Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima? Sidrac risponde:
Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che dinanzi come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo comincia ad innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in sè, e comincia a riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e più, per lo buono servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo giardino l'avesse lasciato di tutto in tutto, egli sarebe secco (982). Così aviene dell'uomo e della femmina, che si vogliono più bene che di prima; altressì come l'albore riverdiscie e riviene, quando egli è bene abeverato e servito dal giardino.