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Il libro di Sidrach

IL LIBRO DI SIDRAC (continued 2)

Reading edition

Cap. XLV.

Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:

L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.

Cap. XLVI.

Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie anime? Sidrac risponde:

In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone (498) anime vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.

Cap. XLVII.

Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:

Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi; simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.

Cap. XLVIII.

Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac risponde:

Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare; s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa (506). Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà più (507).

Cap. XLIX.

Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:

La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.

Cap. L.

Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:

Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a' suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia (514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.

Cap. LI. (515)

Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac risponde:

Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e dall'uno a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo, contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i' loglio (521) tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne (525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.

Cap. LII. (526)

Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al peccato. Sidrac risponde:

Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.

Cap. LIII.

Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac risponde:

La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo fievole, e lo grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser fatte (531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua uopera (533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo merito (534).

Cap. LIV.

Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac risponde:

Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.

Cap. LV.

Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:

Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre gentileze. L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate che quelli non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di buona aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni sono in lui, questi è gentile uomo.

Cap. LVI.

Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac risponde:

Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538) isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo calore. E quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso alla terra, lo calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a sapere lo calore del sole si de' intendere che scalda la terra di notte, quando fa lo suo torno.

Cap. LVII.

Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi per neuno segno? Sidrac risponde (541):

Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro occhi sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li dolci coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi, per la ria coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e non possono essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono molti mordabili (547) e pieni di maltalento, e si vanno molto dismisurando (548); e ciò che ànno (549) in cuore dimostrano in loro faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro detti (550).

Cap. LVIII.

Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:

Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una torre di XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del mondo del suo tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo padre, e comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.

Cap. LIX. (553)

Lo re domanda: perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac risponde:

La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così fatto, che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi che fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto, se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete nè freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli non avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli diede il nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando egli fosse costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea perduto, che per pene e per travaglio gli conviene ricoverare.

Cap. LX.

Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac risponde:

Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco, e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi. Ma lo povero àe più forte compressione (556) che lo ricco, per lo travaglio che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo potrebbe canpare uno solo punto.

Cap. LXI.

Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac risponde:

L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare (558). Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona (559) più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.

Cap. LXII.

Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:

L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui, se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo; perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.

Cap. LXIII.

Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono? Sidrac risponde:

Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente (561) come il buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del buono, perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562). Simigliantemente colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à magiore allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come una gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento sospigne tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si ronpe, e tutta la gente n'escie fuori in una piccola piazza (564); e truovano due fiumi molti correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno de' ponti è molto fermo, e l'altro è molto debole, che non potrebe sostenere uno uccello. Di là dal forte ponte si à uno ricco uomo, e tiene molti vestimenti intorno di lui, e è in uno bello giardino. Egli chiama quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e dicie loro: venite a me, e passate sicuramente su per quello ponte, e io vi menerò in questo giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte, perchè egli è molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà sostenere; anche v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi uncini, che, così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi piglieranno cogli uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e vedono l'altro ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco. Quelli che passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e messi nel bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo debole ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini, e metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la ira di Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra significa la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono uomo che siede in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è Iddio; gli vestimenti, di che egli vuole vestire la sua gente, si è la grazia; lo giardino si è lo paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino di Dio; lo rio ponte si è lo cammino dello 'nferno; i gioganti e gli uncini si sono i diavoli e gli loro ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi vuole avere l'amore di Dio si passi al sicuro sopra il forte ponte, e sarà vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico; e chi passerà sopra il debole ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del diavolo, e sarà messo nel fuoco dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee odiare l'amistà del diavolo, perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel fuoco dello 'nferno. Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale amico?

Cap. LXIV.

Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena nel suo corpo? Sidrac risponde:

La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à elli podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la femina vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano l'una dall'altra, salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una matera di pasta. E si tosto com'egli (567) averà l'aria, per la virtù di Dio, l'ossa gl'induriscono e diventano come noi siamo; e la femmina si richiude sanza niuna mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo tirasse lo dito dentro una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si lorderebbe, e dietro non si lordasse, nè più nè meno come se non fosse toccato (569); simigliantemente si richiude la femmina dopo il partorire, siccome ella non avesse partorito, nè fosse stata aperta.

Cap. LXV.

Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno corpo? Sidrac risponde:

La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570) della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo s'acosta altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo secondo giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si ferma (572) la creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro, quant'egli à penato a ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella possa pigliare; chè conviene che l'uomo e la femina sieno di buona tenperanza. Chè se l'uomo è luxurioso, e giace volentieri colla femmina, lo seme cade nella camera fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o forza, quella (574) non si puote pigliare per la sua fralezza (575). E se l'uomo è stato grande tenpo ch'egli non sia giaciuto con femina, e lo seme cade nella camera, quello seme è sì caldo e sì ardente ched e' la consuma e arde, e non si puote apigliare. E se l'uomo e la femina sono tenperati, e la femina sia di calda volontà, e' s'apiglia, perchè lo loro seme si è di buona tenpera; e conciepino (576) a quello acostamento lo figliuolo; e quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di bello modo. E se egli s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo sarà d'altrettale maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso, simigliantemente lo loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta gioioso. E se l'uomo e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro, quello che più vi pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà quella persona ove egli pensano (578).

Cap. LXVI.

Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac risponde:

Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più ama. Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli altri, che furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè dal (579) diluvio; e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione. Per lealtà la buona gente che nascieranno, profetezeranno (580) l'avenimento del figliuolo di Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo veracie figliuolo di Dio (581), che si lascierà morire per diliberare Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo. E per lealtà i buoni che saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi martiri (582), per lo suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e netta come il sole, che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio l'à istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio trapassare (583).

Cap. LXVII.

Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè. Sidrac risponde:

In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo possa avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo diluvio (585) coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano inanzi noi, che erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola della invidia, che di lei disciende; e per invidia e cupideza molti ne perdono i loro corpi, e la grazia che Idio à loro donata. Tre grandi città nascieranno al mondo: le due saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo di Dio, distrutte per cupideza di malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra sarà per acqua; l'altra sarà distrutta, dopo la venuta del figliuolo di Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare e per invidia molti mali avengono.

Cap. LXVIII.

Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:

Leale puote essere l'uomo legiermente, per molti modi: primieramente credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando suo piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le cose del mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e puro; e ch'egli non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e tuttavia si è, fue, e tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e lascierà lo scuro per andare al chiarore; e lascierà la puzza (587) e andrà al buono odore; cioè a intendere, lascierà lo peccato e farà lo bene, e lascierà la 'nvidia e la cupidizia, e piglierà pazienzia e astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè queste tre cose, egli è leale, e per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli angioli, innanzi a Dio a faccia a faccia.

Cap. LXIX.

Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:

La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per loro; e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove di tutte cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo freddo non vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e molle e pauroso, e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere e lo sangue sono quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando egli ànno podere sopra gli altri omori innanzi detti (591).

Cap. LXX.

Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:

La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina avesse lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo si nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno di buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo. Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo tenpo (594). E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale intenzione e con tale volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare. Quando egli sentirà che la femina sia pregna, non si dee più acostare a lei nè toccalla carnalmente, infino che ella non abia partorito; e dopo lo partorire quaranta giorni. Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò a Noè, per lo suo angelo benedetto.

Cap. LXXI.

Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento del mondo? Sidrac risponde:

Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come sono asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo sudore dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida. Furono dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre cose, che molto sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio gli à fatti; per la sua volontà sono creati.

Cap. LXXII.

Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac risponde:

Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per lui servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli nodriscie e gli sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597); lo sole gli scalda e gli crescie. Simigliantemente le continue (598) vivande, che l'uomo vuole cuocere, vi conviene di quattro elimenti: vasello e acqua e fuoco e aria; nè altrimenti non si potrebe cuocere (599).

Cap. LXXIII.

Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:

Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di giugno, che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello giorno o in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua arabbiano; e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà arrabbiata, o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che nol tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia facto (604); nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la rabbia s'apressa sì forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena, e dannaggia l'altre genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee pigliare uno suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la metta in sulla bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di quella pena. Le genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli potrebe molte genti e bestie damangiare (607), per la sua morsura rabbiosa.

Cap. LXXIV.

Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac risponde:

L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia vola e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto giorno fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno gli nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e quando egli à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone. Non è già che tutti i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che tanto vivono; che l'uno muore, e gli altri sono uccisi; gli altri, divorati da uccelli e da bestie, in questo modo sono consumati.

Cap. LXXV. (612)

Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:

Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose del mondo, e si le partì alle genti, (613) e gli diede iscienzia di travagliare e di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre creature diede che si mangiassono bestie con bestie, e uccelli con uccelli, e pescie con pescie; mangia l'uno l'altro; e a loro à dato iscienzia di mangiare lo frutto della terra; in quello modo passano loro tenpo.

Cap. LXXVI.

Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac risponde:

Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore dignità che lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che à lo signore, dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre criature movevoli che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno alena movibile (614). E quando elli sono morti, si diventa quella lena neente. Simigliante (615) tutte l'altre criature, salvo l'uomo e la femmina.

Cap. LXXVII.

Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto noi facciamo? Sidrac risponde:

Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno, simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo suo frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo, sarà più forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora non sarà; l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi più vivere per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in quello tenpo, chi viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà menomando di loro vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo insieme e in vizii. E simigliantemente l'altre criature andranno menomando di loro vita e di loro corpo e di loro forza.

Cap. LXXVIII.

Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:

Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe sapere, se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e che voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro amico. Quelli avrà uno buono amico, cui elli amarà (617) molto; e quelli richiederà di sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà savio e provedente, e penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e perciò m'à egli detto lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io diciessi al mio amico lo suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico, e perch'egli sappia che lo re ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele dirò un poco iscuramente, perch'egli non possa intendere come nè quando. Similmente è del segreto di Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono amico e suo figliuolo, cioè a intendere lo verace profeta, che verrà nella Vergine. Quelli saprà tutto lo segreto di Dio, che egli medesimo sarà (618); e sarà intra 'l popolo come uomo; e farà tutto quello che farà uomo sanza peccato. Anche fiano altri, sapranno lo segreto di Dio, cioè fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli che profeteranno la venuta del figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619) già tutto lo segreto di Dio, ma tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro per lo suo sancto spirito manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tutto, come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo di Dio sarà domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli risponderà che sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente; perchè niuno sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè sapere lo quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può essere uno giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma bene troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti, farà poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo mondo, e lo suo podere lo governa (623).

Cap. LXXIX.

Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? Sidrac risponde:

Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i capelli infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola, presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie. Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627), che non vivono se non di pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito (628); e non possono sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande uccello (629); e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli n'ànno grande dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro piuma non si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro corpo. E sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento uomini o più. E quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a' nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande abondanzia (635); e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre maniere di gente v'àe che non le conto.

Cap. LXXX.

Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac risponde:

Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636); che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non vi sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza della madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo loro figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di tutti i suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia di quello medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la madre lo riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo piglia egli figura; e però conviene che la figura sia somigliata a lei (639). E l'altra maniera si è che se la femina è di calda conparazione (640), la creatura s'arde (641) nel suo ventre, e diviene bruna. L'altra cagione si è per cagione della terra e dell'aria, conviene che la criatura diventi nera o bruna.

Cap. LXXXI.

Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:

De' malvagi omori viene la fellonia; che alcuna volta rinflabisceno (642) al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo fa per lo loro inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella iscurità diventa pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al cervello, e 'l cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa, per diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa, e la scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la grossezza (646), e diventano gioiosi e allegri.

Cap. LXXXII.

Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac risponde:

Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle sieno di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde e secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza. E se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e se la magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e s'ella è umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e se le quattro nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e altrettanto quanto ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra, di quella averà più colore nella lana (649). Simigliantemente aviene delle bestie salvatiche, come delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua natura; e tutto è l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à egli fatto per lodo della sua gloria. Egli à fatto molte diverse erbe, e bestie e uccelli e pesci e gente, in quello modo che a lui pare, l'uno bello e l'altro laido, alla sua volontà.

Cap. LXXXIII.

Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro, fanno male? Sidrac risponde:

Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in questo mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti farà, non farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che non à senno come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à fame; e per diritta natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo fa, si è più da biasimare che una bestia, che non à iscienza nè senno.

Cap. LXXXIV.

Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)? Sidrac risponde:

La lingua è lo migliore e lo pigiore menbro del corpo; che per la lingua puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio; altressì come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La lingua non à osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.

Cap. LXXXV.

Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le cose fredde? Sidrac risponde:

Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene, e iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più iscienzia la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le vene e lo cuore e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de' rei omori rinfredda lo cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore induriscie, e conviene ch'egli sia un poco grave (656).

Cap. LXXXVI.

Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:

Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo altamente quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della morte ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e ricordarsi di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro corpi, e povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le buone ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così puote egli ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.

Cap. LXXXVII.

Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac risponde:

La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e avanzalla (658) e tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina buona, l'uomo non puote avere se non bene e onore e avanzamento e buono pregio, ch'ella tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al suo podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male. L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua volontade (659); chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè l'uomo non puote avere da lei se non onta e vergogna tra la gente, perch'ella non tiene niuna lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la calcatrice (660) fa all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca de' vermini, e ella l'uccide. Calcatrice si è una bestia che sta nell'acqua, con grande testa e lunga; e due volte l'anno inverminiscono molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al sole, e apre la bocca. E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì gli rimonda la bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in capo, a modo di cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e mangiale tutti i vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare l'uccello che tanto bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio guiderdone che gli vuole rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo, nel palato della calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello, si apre la bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria femina all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue volontadi.

Cap. LXXXVIII.

Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:

Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le mani sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando il cuore ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote sapere se non per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e allegra; tutti i suoi menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e li suoi aversari sono isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano cosa di cruccio, della ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i suoi menbri sono crucciati e paurosi, e del suo cruccio triemano altressì come fa egli. Gli suoi aversari ànno grande allegreza, e sì si muovono contro di lui, e rinfiamano come egli fae (665). Se lo cuore è savio e provedente, e ama il suo castello e li suoi uomini, egli riceve tutto lo biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene fermo e costante, e gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E se lo cuore è fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè egli non à podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che sono altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si muovono a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore soffera, il corpo non si muterà (667).

Cap. LXXXIX.

Lo re domanda se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo sanza biasimo. Sidrac risponde:

L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à fatti conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E per questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale, secondo lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo mondo, per molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e per la sua bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e per lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che tali costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo il mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera, se elli l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee amare l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per biltà e per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo senno. Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non abia in lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare, se ella l'ama, chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che odia la femina, e la femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume in loro, sappiate ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.

Cap. XC.

Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:

La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso, elle sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono la carne e sì s'aconpagniano colle fleme gialle; e le gialle si spandono poi per li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno diventa magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli escono, la carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo dell'uscire, che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna secca e minuta, che apena ne guariscie mai.

Cap. XCI.

Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella, quand'ella falla? Sidrac risponde:

Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella si pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella à mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671). La ria femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica e si vanta e si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e quando l'uomo la batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella peggio fa. L'uomo la dee gastigare con belle parole e con promessa e con doni due volte o tre o cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672), l'uomo la dee fuggire e lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria femina ch'è della volontà del diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si dee dilungare da lei e dalle sue volontadi.

Cap. XCII.

Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo. Sidrac risponde:

Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua fede (673). Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e non puote essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono essere molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso per lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore, puro e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il cuore e la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei pensieri; allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e di mangiare e di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma legiermente ne può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un poco in sè medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo travaglio non gli vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a non calere (677), e gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli si dee guardare al meglio sè medesimo che un altro uomo; e non gratti (678) più la gelosia, che chi più la gratta, più la prende e più arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al mondo, e in questo mondo e in poco tenpo puote essere dilibero. E se la cosa ch'egli ama non è propia sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande follia, e è diritto folle e stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per perdere lo suo tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come quelli che non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone contra lo vento.

Cap. XCIII.

Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:

L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e fargli piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa è che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare gli mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli gli dà, o sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna, ma ch'egli possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie; e quelli pensa in sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi è suo grande nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di bere, e di più maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non trovarrebbe niente quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si dovrebe molto guardare.

Cap. XCIV.

Lo re domanda: può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? Sidrac risponde:

Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio, che inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che possa suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si travagli di suo corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano alcuna volta; altressì conviene travagliare lo ricco come il povero, che meglio vale che lo travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì come due uomini andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi 'l metterà a cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe; domane troverrà al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo terzo giorno troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto giorno troverrà una gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per la gola. Sapiate che quello onore e quello agio è stato molto rio, che tale fine avrà fatta. L'altro uomo che va per l'altro camino, lo primo giorno troverà una gente che lo battesse molto forte e noll'albergasse, e l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e 'l quarto e 'l quinto andasse più pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una grande conpagnia di gente che venisse contra lui con grande allegreza, e coronerebbollo re, e darebogli grande podere. Sapiate che quello travaglio e quello disagio sarebe istato buono, che a tale fine è venuto. Altressì come aviene in questo secolo: chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene ch'egli si travagli per Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si travaglia in questo mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla chi si fida: e' non è durabile (682).

Cap. XCV.

Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac risponde:

Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto alla similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à donata non è a lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua anima, se egli vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma, altressì come egli venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli di quello bene ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo fa, lo dee fare umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e sanza niuno broncio (683).

Cap. XCVI.

Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac risponde:

Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione dell'altra gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che ciò è grande senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si dee l'uomo contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli sia gran signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più cortese e più umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e di buona aria (687). Quando egli à sua ragione a dire, egli dee pensare infra sè medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli sembianti e con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che molte volte l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente e vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando l'uomo è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e cortesemente, con suo pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede che dannaggio non gli venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua cortesia non gli vale nulla, egli si dee contenere follemente, inanzi che lo male gli venga: tra buoni, buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo suo senno non gli vale (689).

Cap. XCVII.

Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:

Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si chiama nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui, perch'egli perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue parole, e non è bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa codardo e vile; da tutta gente èe disonorato. Il povero, quand'egli diventa ricco, egli diventa savio e cortese, conciosia cosa ch' (690) egli sia folle o villano; e si diventa prode e valente; e la sua parola è ascoltata e udita; e tosto truova amici e benevoglienti e servidori; e ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno gli fa onore e reverenzia; e si è ispesso a consiglio chiamato. Lo ricco si è altressì come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino oro e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze acattate, diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo non è già di coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno mercatante che signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello se non quello ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo vuole pigliare lo suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto àe, ch'egli è bene vivuto di quello avere. Altressì sono le genti di questo secolo, se non tanto come egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la loro volontade; quando egli muoiono, altressì poveri vanno come egli vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più gentile che quelli che non ebe unque nulla.

Cap. XCVIII.

Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac risponde:

Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore, che tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare lo buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè, bene non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla gente, nè bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal fare, e si è tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa lo suo tenpo a mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente per uno piano con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande montagne, e fa gran camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di quelli che fa la ria costuma e lascia la buona.

Cap. XCIX.

Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:

Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio (691) in questo mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo, tanto come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi così duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca delli stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro dureranno infino alla fine del mondo.

Cap. C.

Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac risponde:

Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche sapesse elli ch'egli fosse malvagio, e si spergiurano (696), per falsare la gente, e ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla gente. Quelli che non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti fra la gente, di cosa ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio che una bestia; nè affidare (697) nè asicurare non si dee uomo in loro; chè quando il loro Idio falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.

Cap. CI.

Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac risponde:

L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare male, nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in male, nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di molte altre cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla sua figura (698). Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare tutto questo; e se egli lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua conpagnia, quando tenpo sarà.

Cap. CII.

Lo re domanda: con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare. Sidrac risponde:

L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee l'uomo schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada e sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire: l'uomo dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non potrà andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra la rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e lodo dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta e vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E però de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è povero o ricco; e odiare i rei, e schifagli.

Cap. CIII.

Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:

Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo, che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito, chè l'onore vae al vento, che è spirito (701). Egli non è si bene tenente come lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che povero onorato.

Cap. CIV.

Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in giustizia? Sidrac risponde:

Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco. E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.

Cap. CV.

Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella sua ricchezza. Sidrac risponde:

Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.

Cap. CVI.

Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:

L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa, egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti (703); e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de' peccati (704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.

Cap. CVII.

Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac risponde:

I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore, quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette l'uno sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno gli cani.

Cap. CVIII.

Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine fanno male? Sidrac risponde:

Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli fanno grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui. Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine; che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose, povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.

Cap. CIX.

Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:

La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una ora, morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non vada (711); e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che niuno nolla puote fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè s'egli andasse al nabisso della terra o al fondo del mare, o s'agrappasse (713) all'aria, della morte non potrebe fugire; chè, in qualunque luogo egli sia, o alto o basso o grande o piccolo, la morte va tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia; anzi lo porta sopra a sè, come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi menbri potrebe l'uomo tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere del mondo e tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una sola ora più che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri, vecchi e giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne puote scanpare.

Cap. CX.

Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac risponde:

A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se le sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente; e lo folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si cruccia e si infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli parole; e si ingenerano molte follie, e in pensieri e in ragioni e in grandi pianti (716). E lo tacere vale meglio che lo rispondere a cotali gente.

Cap. CXI.

Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:

La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e (719) nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720); chè quelli che iscrive, travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote pensare nè parlare altro, nè ridere nè guardare nè cantare, se non solamente gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento allo scrivano (721).

Cap. CXII.

Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722), perchè non fanno eglino? Sidrac risponde:

Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere. L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo, ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.

Cap. CXIII.

Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:

Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici, come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore; altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro medesimi portano la loro pena (723).

Cap. CXIV.

Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al corpo quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:

Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi, quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli parte a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due isposi, che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo secolo, allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo torna a nulla. Eziandio, tutto che gli tardi (726), si conviene ch'egli sia colla sua isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati insieme, anche grava loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a guadagniare in una lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai guadagnato, egli verrebbe per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in bene (728). Quando l'anima si parte dal corpo, ella va come un uccello, là ove ella à servito; e il corpo rimane come uno albore, che è diradicato e gittato, che secca, e diventa quasi nulla.

Cap. CXV.

Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l giovane: Sidrac risponde:

L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è in lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno essere (731) giolivo (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello rinfabilimento cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che quella jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo folle vecchio, che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate che quelli è diritto folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli àe avuto tutto lo suo tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole mostrare la sua gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i calori, nè lo rinfabilimento, nè gli omori che gli dieno la giolività, anzi la pigliano in presto per diritta forza, come quelli che volesse cuocere carne al calore del sole. Altressì è del vecchio folle, che si vuole fare giolivo e allegro e giovane, che per forza essere vuole; e vuole mantenere la gioventudine colli suoi motti e con suoi vantamenti, e si fa lo prode, lo fiero e lo forte e l'ardito, e mantiene la sua follia; quelli dee l'uomo temere, che quelli è diritto folle.

Cap. CXVI.

Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac risponde:

In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per la volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno anno magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande danno in terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli piove assai. E quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato dinanzi, perchè non piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo calore che viene della state. Quando la terra è calda e arde e rinfiamma, ella gitta fuori lo suo veleno per l'acque e per li frutti; e perciò infermano le genti. Non intendere mica tutte le terre. Ma se l'anno non piove bene, al movimento de' segni e delle pianete e alla volontà di Dio, sono corrotti.

Cap. CXVII.

Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare? Sidrac risponde:

Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia di Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per Dio che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò che Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e per lo suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo, lo fece in tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo grado (738), e per lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere vergogna (739), che sì frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene e lasciasse il male per suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era caduto per lo suo orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al creatore. E altrettale (740), che, se l'uomo facesse lo male, che egli fosse dannato per quello medesimo male ch'egli avrà fatto, per lo suo grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno o l'altro, secondo ch'egli avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.

Cap. CXVIII.

Lo re domanda: è buono di tramettersi di tutte cose con tutte genti? Sidrac risponde:

L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere del suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del sole (743), egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che i possenti si debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella loro povertà. Chè i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli fanno follia; e di ciò possono essere dannegiati, altressì come una foglia che si percuote in una pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de' possenti (746); ch'egli nollo pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio nollo chiama, nè di suo bene nè di suo male (747). Dunque perchè si dee inframettere del fatto del possente, quando così poco lo pregia? Lo povero si dee tenere cheto e di buona aria; e vivere nella sua povertà, come savio uomo; e non gli caglia del fatto del possente. E anche s'egli è chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non mettersi tra loro in nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli dee dare tal consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra di lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo povero è male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui. Altressì come montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro piedi, e iscasano, perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i poveri tra' possenti. Perciò non si dee il povero intramettere ne' fatti de' ricchi e de' possenti. Ciò che vogliono, facciano, bene o male sia loro.

Cap. CXIX.

Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:

Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di femina, e di frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie; e per la vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè che saranno, non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno, che degni ne saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.

Cap. CXX.

Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac risponde:

Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo, apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo; in quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa aria (751) è sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la sostengono; chè lo fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento dell'acqua si è lo fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua potenza fece il mondo a guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto intornea lo bianco dell'uovo, si è l'acqua, ch'è tra lo fermamento che intornea la terra (752). Lo giallo dell'uovo si è la terra, che è intorniata e siede sopra l'acqua; altressì come lo giallo dell'uovo che è intorniato di bianco. Lo giermo che è nel giallo, si è la gente in terra, cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì ritondo come una mela, che non à capo nè coda.

Cap. CXXI.

Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole, altressì come noi qui? Sidrac risponde:

Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che vegono lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono contra i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il sole si leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza del mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra di quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già che il sole si mostri nè s'abassi punto (754). Una contrada è dove abitano genti, che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte. Un'altra v'è, che tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno luogo del mondo è istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la ragione del sole, che piglia altro cammino, per la volontà di Dio, ciascuno anno (756).

Cap. CXXII.

Lo re domanda: quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? Sidrac risponde:

Altrettanto è la sua larghezza come la sua lungheza e come la sua anpieza, che è tutto ritondo come una mela. Chi volesse andare dall'uno capo del mondo all'altro, diritto per lo mezo, e ciascuno giorno andasse bene comunalmente dalla mattina infino alla sera, e l'acqua (757) del mare, ch'è tra levante e 'l ponente, fosse tutta terra ferma, e tutto il mondo fosse piano come la palma della mano, non potrebbe andare dall'uno capo all'altro, in meno di mille giorni. E dalla largheza e grossezza (758) altrettanto.

Cap. CXXIII.

Lo re domanda: perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto? Sidrac risponde:

Per lo meglio di lui. Se uno uomo avesse uno bello palagio, grande e nobile, e in un'altra parte avesse una bella casa piccola, e una parte del bello palagio fosse caduta; e bisognasse che delle pietre di quello piccolo albergo si riconciasse lo suo grande palagio, certo egli disfarebe lo piccolo albergo, e non guarderebe altro se non che lo suo bello palagio fosse racconcio e conpiuto. Altressì è di Dio: egli non vuole se non che lo novero (759) del cielo sia conpiuto; e di questo mondo non à cura.

Cap. CXXIV.

Lo re domanda: come volano gli uccelli per aria? Sidrac risponde:

Gli uccelli volano per aria per la sua spessità, che l'aria è molto ispessa e umida; e per questa ragione sostiene gli uccelli volando. E per ciò viviamo noi dell'aria, per grande ispessità e umidore che è in lei. E di questo vi potrete voi avedere legiermente, con una verga: che se voi tosto e forte la menate, ella piegherà; e se l'aria non fosse, ella non piegherebe. E per questa ragione gli uccelli volano per l'aria.

Cap. CXXV.

Lo re domanda: la piova di che viene? Sidrac risponde:

La piova viene d'acqua di mare; e per uno cannone (760) di vento monta nell'aria, e 'l calore del sole la tira; chè lo vento tira e bee l'acqua; e lo sole, che è caldo di natura, lo tira, per lo suo calore, alto nell'aria. E di questo si puote l'uomo avedere leggiermente: che altressì la bee, com'egli bee la rugiada, e tirala in alto. E tanto e tanto tira a monte (761) dell'acqua, ch'ella diventa nuvolo. E si ingrossano e enfiano, e lo vento poi la ronpe, e l'acqua si sparge sopra molta terra (762), e a noi toglie lo chiarore del sole. Quando i nuvoli sono bene pieni, si comincia a piovere; e quando tutta l'acqua è isparta, lo nuvolo rimane bianco, ch'escie del fredore dell'aria (763). E lo calore del sole lo spinge e caccia e consuma (764); e allora apare l'aria chiara e pura. In molti luoghi sono, che i nuvoli e la piova nascono di terra, e montano nell'aria, come lo fummo (765) che si chiama brina; e chi vi tenesse la mano entro, la troverrebbe bagniata; e questo è per lo spiramento (766) della terra.

Cap. CXXVI.

Lo re domanda: di che vengono le neve (767)? Sidrac risponde:

Dell'acqua e del freddore dell'aria che molto è fredda. Tanto come lo sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto, che lo grosso; e quanto ella è più grossa, ella scaufa (768) piùe, e non si può gelare; altressì come uno grosso ferro scalfa più che uno sottile. Che di tanto come la cosa è più dura, s'aprende più forte. Altressì è dell'aria: quando ella è più grossa, si scalfa più, e non si puote gielare; e quando ella è sottile, egli è più freddo, e giela più; e poi lo freddo vento la ronpe, e falla venire in terra, e questa è la gragnuola (769).

Cap. CXXVII.

Lo re domanda: la tempesta di che aviene? Sidrac risponde:

L'anno (770) che nella state nascono i tremuoti, nell'aria nascie uno grande umidore, che col freddore si raguna e apiglia; e poi lo calore del sole la speza, e falla venire in terra (771); e più grossa nascie ch'ella non cade. E la terra criepa in molti luoghi; e' venti escono fuori e ispandonsi per l'aria; e vengono grandi tenpeste, in quello anno, in più luogora.

Cap. CXXVIII.

Lo re domanda: li tuoni e li lanpi che sono? Sidrac risponde:

Li tuoni e li lanpi escono dell'aria, e della forza de' venti che s'incontrano in altri, nell'aria, molto fortemente, e si feriscono; e nello loro fedire escono i tuoni di grandi colpi; e di percosse escie uno grande chiarore, come fuoco; e lo splendore apare inanzi in terra; che lo tuono è inanzi che lo lanpare (772); altressì come d'uno fucile che l'uomo volesse trarre fuoco, e lo colpo è inanzi, e lo fuoco escie poi. Non intendere nimica che lo incontramento de' venti sieno sotto i nuvoli, ma sono sopra di loro; e quando egli (773) non sono, sì sono nell'aria in alto.

Cap. CXXIX.

Lo re domanda: onde vengono gli venti? Sidrac risponde:

Li venti escono del mare che intornea la terra, e s'incontrano fortemente d'una parte e d'altra. I venti escono all'incontro del loro incontro (774); e sì si spandono nell'aria per lo mondo, e confortano le genti e l'erbe e l'altre criature. L'anno che vento viene più che l'altro, in quella contrada ove quello vento regnia, l'acque di mare s'incontrano più che in altre contrade (775).

Cap. CXXX.

Lo re domanda: come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? Sidrac risponde:

La terra à molte vene, siccome il corpo à molte vene; e si viene per la testa in alto, e per tutto va lo suo sangue. E se uno uomo si segnasse (776) nel capo, lo sangue n'uscirebe per le vene; altressì aviene dell'acqua nella terra; l'acqua va per mezo della terra, di lungo e per traverso e in alto e per lato, là ove ella truova vene tenere e frali (777); ella la criepa (778), e sciende d'alto e di basso (779).

Cap. CXXXI. (780)

Lo re domanda: l'acque onde escono e vanno? Sidrac risponde:

Tutte l'acque del mondo escono del mare, e nel mare ritornano; e vanno per la terra in diverse maniere, e si ritornano in più luogora, che l'una va qua e l'altra là; vengono altressì, come voi vedete che le formiche (781) fanno nel loro andare. L'acque che entrano nella terra inverso i' levante, elle escono verso il ponente; e quelle che entrano verso ponente, escono verso il levante; altressì aviene del traverso del mondo (782). Non intender mica ch'elle entrino per tane nè per buchi; anzi la bee la terra e ricoglie, altressì come fa la spugna l'acqua; e poi si ragunano di molti luoghi, e diventano grandi fiumi, e la terra sì li sospira (783) di fuori, dall'altra parte, a quella medesima (784) ragione, come ella la bee.

Cap. CXXXII.

Lo re domanda: perchè è il mare insalato? Sidrac risponde:

Lo salsume del mare si è inperciò che tuttavia (785) il sole e lo calore lo scalda e arde tutto giorno, e lo mare non può fuggire di quello calore (786). Nel mare è molte montagne insalate (787); e l'acque che sono a fondo, pigliano di quello salsume e amaritudine, e monta di sopra. Iddio l'à bene istabilito a ragione, come essere dee; che, se lo mare fosse dolce, e egli istesse tuttavia in un luogo, come egli fa, il puzo n'uscirebe sì grande, che niuno pescie vi potrebe vivere; e la terra infermerebbe molto, che niuno vi potrebe istare, per lo grande puzo che del mare uscirebe, perchè lo vento lo porterebe sopra la terra.

Cap. CXXXIII.

Lo re domanda: onde vengono l'acque calde, che surgono (788) sopra terra? Sidrac risponde:

L'acqua calda che sopra la terra surge, ella passa sopra lo solfo, e lo grande calore del zolfo la scalda, e passa sopra terra calda. E chi la vuole bene aseccare, elli sentirebe lo secco del solfo in quella medesima acqua (789).

Cap. CXXXIV.

Lo re domanda: che cosa è zolfo? Sidrac risponde:

Lo zolfo si è di folgore, che cade sopra rocca viva, e l'arde e la scalda; e così si doentano (790) zolfo. Poi la gente lo piglia, e lo faranno (791) per loro senno, e fanno di lui molte medicine; chè il zolfo àe molte medicine, e molte utilitadi in lui.

Cap. CXXXV.

Lo re domanda: la folgore di che viene e di che sono? Sidrac risponde:

La folgore viene di grandi incontramenti di venti; chè, allora che egli s'incontrano fortemente, schianta uno pericoloso fuoco. E questo è per li peccati della gente, chè molte genti e luoghi sono istati arsi per questi medesimi fuochi. Che innanzi al diluvio a cento anni, a belli tenpi e a bello cilestro (792), disciendeano di molte grandi e pericolose folgore sopra terra, e consumavano molte cose, per lo peccato della gente che allora erano, per la malvagità loro. E voi potete vedere chiaramente che ora disciendono in più luoghi, per la malvagia credenza che tengono. Ma tenpo sarà che folgore non iscienderanno così ispesso nè così pericolose; e questo averrà per la credenza di coloro che saranno a quello tenpo, che egli saranno credenti in Dio lo criatore. Quando le folgore disciendono dall'aria, e elle incontrano lo grosso nuvolato, si perdono una parte della loro forza, per l'acqua che le 'nfralia (793); e con tutto ciò sono pericolose.

Notes in this chapter

Note 1 · e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.Note 2 · rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.Note 3 · Meglio il C. F. R.: veront les felons.Note 4 · Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi Note 5 · simigliantemente è C. R. 2.Note 6 · regname C. R. 1.Note 7 · assettata in sedio di re C. R. 1.Note 8 · Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reamNote 9 · che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 10 · Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che Note 11 · e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, keNote 12 · cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.Note 13 · se li aviene C. R. 2.Note 14 · buone vivande e umide C. R. 2.Note 15 · infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato rinfebiliscono perchè lo crediamo traduzione di afebloient (da afebloir). Il presente capitolo maNote 16 · istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere istrolomia. — Il prov. ha: estrolomia; e più sotto strolomia ha iNote 17 · una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erNote 18 · Il C. R. 1. ha qui: astralumia.Note 19 · Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra? E Note 20 · principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.Note 21 · lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 22 · È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nelNote 23 · Per accomandato. Comander franc. e comandar prov. hanno il senso il raccomandare.Note 24 · saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.Note 25 · gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che gramigna e gremigna.Note 26 · Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra famato, nè risia.Note 27 · Così hanno tutti i Codd.Note 28 · sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola amonesteors Note 29 · che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.Note 30 · Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII.,Note 31 · en soi C. P. R.Note 32 · Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.Note 33 · se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.Note 34 · troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.Note 35 · Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.Note 36 · Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: Roy Daniel.Note 37 · Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.Note 38 · Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa Note 39 · Egli ene bene e si è male C. R. 1.Note 40 · dibuonaire C. R. 1. — De bon aire si disse nell'ant. fr. per di buona indole; onde poi debonaire, per buono, dolce, affabile. Anche il prov.Note 41 · Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del vb. enseigner, enseigné, nel senso di dotto, sapiente. E il trad., avendoNote 42 · splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo notare che freidor è parola schiettamenteNote 43 · Il C. L. ha: con travale (travail, franc.). — Abb. corr. col C. R. 2.Note 44 · Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la lez. del nostro stranamente confusa ed errata.Note 45 · Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi posto il titolo come sta nel C. R. 1.Note 46 · Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno conoscenza. Ma oltre il senso, ci fa avvisati dell'errore il testo francese che ha: conscience; eNote 47 · permanevole C. R. 1.Note 48 · mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di saggio, ragionevole, moderato, come mesure di saggezza, ragione. Anche il C. R. 2. ha mNote 49 · Per cuore, secondo l'ant. significato di questa parola, sia in ital. che in franc. ed in prov.Note 50 · conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.Note 51 · mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa parola, come non ha mordabili l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.Note 52 · desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. desmesure ha il significato di disordine, ingiustizia; e desmesurer, disordinare. Qui dunque è da inteNote 53 · ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 54 · Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et il veleno ched ène in loro coraggi si e' dimostrano in loro detti et inNote 55 · creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso creire (credere) con crier (gridare). Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee corrNote 56 · estages C. F. R.Note 57 · Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice: Perchè non tolse Iddio all'uomo, quand'egli avesse mangiato una volta, ch'eNote 58 · Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R. 1. e F. R. Noi crediamo che abbia da correggersi complessione, perchè piNote 59 · et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra famulento, ma non famuloso.Note 60 · comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.Note 61 · rigorosa, severa.Note 62 · A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. chNote 63 · Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.Note 64 · Il solito errore già notato indietro. Corregg. sebbene (ja soit ce che).Note 65 · Per facilmente.Note 66 · Nel Codice pare che debba leggersi perdure; corretto da noi in perduto, sull'autorità del C. R. 2. e del C. F. R.Note 67 · Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare quello che avea perduto, che non à di quello che àe in suo podere.Note 68 · en une petite place de terre C. F. R.Note 69 · giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che spezzate averian ritorte e strambe.„ Dante, Inf., 19.Note 70 · Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma mento ha pure il C. R. 2., e menton il C. F. R.Note 71 · Intendi: il figliuolo.Note 72 · bleseure C. F. R.Note 73 · A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del C. R. 2.: simigliantemente così se l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una scudNote 74 · matrice C. R. 1.Note 75 · camarelle C. R. 1.Note 76 · forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.Note 77 · Fraile è parola dell'ant. fr. che significa frale, debole. — Il C. R. 1. ha: fievole e aguto; per uno strano equivoco del trad., il quale leNote 78 · Intendi: lo seme o la semenza (semence), come hanno i Codd. R. 1. e F. R.Note 79 · frailezza C. R. 2.Note 80 · concepono C. R. 2.Note 81 · corrucciosamente C. R. 1.Note 82 · Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una persona, overo l'uno di loro pensasse ad altra persona, dico che quelli a cuNote 83 · per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 84 · profetaranno C. R. 1.Note 85 · la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.Note 86 · si 'l merranno in diverse maniere C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., sull'autorità del C. F. R. che ha: se livreront a divers martires por s'aNote 87 · ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio C. R. 2. — che non trapassa neente il comandamento di Dio C. R. 1.Note 88 · Manca al nostro invidia è la. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 89 · diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo francese che ha: le deluge.Note 90 · Per distruggere; come dire, disdire; fare, disfare; così formare (creare), disformare. La Crusca registra disformare nel senso di difformareNote 91 · putidore C. R. 1.Note 92 · Che se 'l corpo dell'uomo ène di buona natura, compressionato di quattro compressioni, non è ardito nè codardo C. R. 1.Note 93 · et se il caldo vince il freddo C. R. 1.Note 94 · manca lo cuore al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 95 · che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito et il quore, quando sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremmNote 96 · Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia C. R. 1.Note 97 · Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il C. R. 1. ha: fiore, e il C. F. R.: flors.Note 98 · Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.Note 99 · La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel C. R. 1. manca questo Cap. Non resta dunque che a consultare il C. F. R., e lNote 100 · l'esveile C. F. R.Note 101 · rinverdisce C. R. 2.Note 102 · comuni C. R. 2.Note 103 · Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire, si convient IIII cosses: vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet cNote 104 · manca alli al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 105 · manca che al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 106 · pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi pissace nell'ant. fr., pure credo che siasi potuto usare, vedendo pisser registrato dal Du CangeNote 107 · se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.Note 108 · ove levame sia stato C. R. 2. — Levame è trad. di levain (lievito).Note 109 · perchè non faccia danno a niuna altra persona C. R. 2.Note 110 · uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel C. F. R.: I. sayas. — L'ant. fr. ha séas, saas (staccio); séel (sigillo).Note 111 · danneggiare C. R. 2. — Damangiare è trad. del franc. damagier.Note 112 · Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce qu'il renovele et despoille sa viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha: et lNote 113 · Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel T. F. P.: — Le serpent demeure tousiours soubz terre et soubz les pierres et Note 114 · Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che l'aquile.Note 115 · Manca tacca al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice del basilisco che ha: „tacche bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni); „blNote 116 · Nel C. L. questo cap. è intit.: Lo re domanda le cose che Iddio fece pensò egli? — Abb. corr. col C. R. 2., che è conforme al testo franc.Note 117 · Manca al nostro alle genti. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 118 · Il nostro testo ha: innabile. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R.: aleine mouable; e dell'ediz. Palatina: alaines mouvableNote 119 · Simigliante sono C. R. 2.Note 120 · basterà C. R. 2.Note 121 · quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 122 · Sottintendi Dio.Note 123 · Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.Note 124 · Anche qui pare da sottintendere Dio.Note 125 · Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tucto, si come che saprà elli medesimo e che Note 126 · a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 127 · Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.Note 128 · mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.Note 129 · Al C. R. 1. e al C. F. R. manca molta grande: onde in essi corre meglio il senso.Note 130 · infino C. R. 1.Note 131 · gente cornute in guisa di montone C. R. 1.Note 132 · gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso d'uno palmo, della grossezza d'uno dito C. R. 1.Note 133 · con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione d'uccelli C. R. 1.Note 134 · Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il quale uccello cova nel fuoco, o fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.Note 135 · Plumee fr. deve essere stato usato nel senso di plumail che significava ogni specie di animale che avesse piume. Infatti nel T. F. P. si legNote 136 · Terra ferma hanno altri Codd.Note 137 · au deable C. F. R.Note 138 · che vi capiono C. R. 2.Note 139 · et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche C. R. 1.Note 140 · per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione, confermata dal C. F. R. e dal T. F. P., che hanno: semblance.Note 141 · bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal T. F. P.Note 142 · la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.Note 143 · sia sembiante a lei C. R. 1.Note 144 · compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.Note 145 · l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.Note 146 · remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. flamber, flambier, flamble, flambe; onde il remflabent ed il rinflabisceno del n. t., per rinfiammano, Note 147 · e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro iscaldamento C. R. 1.Note 148 · che per diritta forza C. R. 1.Note 149 · rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.Note 150 · gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da gourd, gonfiato per l'umidità. Cf. Dict. de l'Acad. Franc., Suppl.Note 151 · pregne C. R. 1.Note 152 · vaiolato C. R. 1.Note 153 · Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.Note 154 · Manca al n. t. cosa che sia — Abb. suppl. col C. R. 1.Note 155 · essaucement C. F. R., che propriamente significa esaltazione, da eshaucier, essaucier, innalzare, esaltare.Note 156 · Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e corr. col C. R. 2.Note 157 · Il solito errore per sebbene.Note 158 · ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue n'est pas d'os, mais elle fait rompre les reins et le dos. — Questo proNote 159 · salvamente hanno tutti i Codd., ed è trad. di sauvement che vuol dire utilmente, sicuramente, senza pericolo.Note 160 · Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li nervi e le vene e 'l coraggio e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo diNote 161 · et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri, et malati di loro corpi et povari C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a Note 162 · Intenderei: renderla superiore agli altri.Note 163 · Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col C. R. 1. che è conforme al C. F. R.Note 164 · Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore, che possiamo correggere mercè il testo fr., dove leggesi coquatrix, sapeNote 165 · e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.Note 166 · uno brocco C. R. 1.Note 167 · Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et ciò che piace al quore si piace al corpo C. R. 1.Note 168 · guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.Note 169 · e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.Note 170 · e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.Note 171 · che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.Note 172 · A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez. del T. F. P.: L'home qui ayme femme qui sesdictes choses a en soy, ou auNote 173 · La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che si espande per lo corpo, et amorta il calore dell'altre collare; e in talNote 174 · et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient la chair noire la par ou ilz yssent T. F. P.Note 175 · Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.Note 176 · et se a tanto non si amenda C. R. 1.Note 177 · Sottintendi: quella che. — Nel C. R. 2. si ripete: la gelosia che ec.Note 178 · Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto significare. — Il C. R. 2. concorda col n. t. Forse qualche lume a questo oscuro peNote 179 · Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo francese: saisissent le cuer; essendo, se non erriamo, evidente che il tradNote 180 · reflambent C. F. R.Note 181 · il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. mettre à nonchaloir significava obliare, disprezzare. È chiaro che qui pure il traduttorNote 182 · Anche il C. R. 2. ha qui gratti e più giù gratta. — Nel C. R. 1. e nel T. F. P. manca questo periodo; il C. F. R. ha grater e grate. PotrebbNote 183 · car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.Note 184 · Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si troverebbe nulla di tale.Note 185 · Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que les poures si travaillent pour leur prouffit, et les riches travaillent Note 186 · Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a nome falla chi si fida e non è durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P. mancanNote 187 · reproche C. F. R. e T. F. P.Note 188 · misurevolmente C. R. 1.Note 189 · Per sebbene.Note 190 · c. s.Note 191 · debonaires C. F. R.Note 192 · E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.Note 193 · Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla lezione del C. R. 1.: si dia contenere follemente, siccome elli sono.....Note 194 · Anche qui per sebbene.Note 195 · di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.Note 196 · Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son angle. — Meglio nel C. R. 1.: Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li Note 197 · Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent ec. — Ostil, ant. fr. significa utensile, strumento dell'uso domestico. Note 198 · Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.Note 199 · tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.Note 200 · spergiurassero C. R. 1.Note 201 · di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier; che spiega l'errore del n. c.Note 202 · sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.Note 203 · benchè C. R. 2.Note 204 · È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si poterà molto adagiare. — Adagiare per prendere i suoi agi; come aiser del CNote 205 · ène uno vento C. R. 1.Note 206 · Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 207 · per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha buffoi, bufoie per vanità, ostentazione. Ma tanto nel C. F. R. che nel Note 208 · Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.Note 209 · Manca senno al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.Note 210 · Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: come li cani s'apiccano insieme.Note 211 · Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio discende sopra la femina, suo membro s'attortigliNote 212 · Pare da intendersi compagni del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri del diavolo. — Nel T. F. P. e nel C. F. R.: gracieux au deable.Note 213 · e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 214 · Meglio sarebbe lui. E qui deve essere stato usato colui, come traduzione letterale di celui.Note 215 · Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge l'errore: ja ne peut estre soute terre cosse che de l'air vivent.Note 216 · che non moia C. R. 2.Note 217 · Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente aggrappasse fu, nell'intenzione del traduttore, volgarizzamento di campast.Note 218 · rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una quarta ora più, se a Dio ec. C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare Note 219 · per cui C. R. 2.Note 220 · et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de grans plaitz T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto plaitz per piNote 221 · Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi arte, abbiamo creduto di poter fare questa correzione.Note 222 · onorata C. R. 1., C. R. 2.Note 223 · ma C. R. 1.Note 224 · non può l'uomo ciò fare C. R. 1.Note 225 · Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal povero amanuense fiorentino. Esse non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R.,Note 226 · ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — Aiser significa tanto donner de l'aise, soulager, che aider, secNote 227 · portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.Note 228 · Molto e grandemente e forte C. R. 2.Note 229 · qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che entreament sia stato tradotto travagliano, non conoscendosi il significato di questo verboNote 230 · et quoy qu'il tarde T. F. P.Note 231 · lontaine C. F. R.Note 232 · et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui assembler ha il significato di reunir. Ed aggiugnersi ha pure in ital. il significato medesimo. „Con maNote 233 · et mal enseignes C. F. R.Note 234 · reflambent C. F. R.Note 235 · manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 236 · jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di joliard, cioè plaisant.Note 237 · jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.Note 238 · deserviroit C. F. R. — Deservir, ant. fr., vale meriter.Note 239 · chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non meritarebbe d'avere gloria da Dio, ched elli none avrebbe fatto il bene per lui, Note 240 · Il C. F. R. ha: deservist gueredon.Note 241 · Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust gaigner.Note 242 · par son gre C. F. R.Note 243 · et per quoy che le deable eust honte C. F. R.Note 244 · autretel C. F. R., mal tradotto per altrettale, mentre vuol dire parimente, similmente.Note 245 · ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.Note 246 · onde C. R. 2.Note 247 · a la rais dou solail C. F. R. — Rais vuol dire raggio di luce.Note 248 · s'entremetent C. F. R. — Qui infrascarsi vale impacciarsi, intramettersi; ed in questo senso non è registrato nella Crusca.Note 249 · une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — Foglia qui forse è stato usato per significare in genere una cosa fragile, facile ad esser rottNote 250 · Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.Note 251 · de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo male e il suo bene gli è tutt'uno.Note 252 · lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.Note 253 · Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse malvenuto per male arrivato; se pure non è da correggere male veduto.Note 254 · Accozzo strano di errori. Ecco la lezione del C. F. R.: com les moutons, qui en l'aigue se hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur l'aNote 255 · Parrebbe che qui aria volesse significare mondo. Non trovo esempii nè in franc. nè in ital. di questa parola usata in un tal senso. Il qualeNote 256 · „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (Hist. Litt. de la France, XXIII, 306) dans les écrivains du XII siècle, que la représentation du mNote 257 · chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et chant il s'abasse au ponent, il est nuit au levant, per la grandesse et Note 258 · Questo periodo, che qui e nel C. R. 1. non ha senso, così sia scritto nel T. F. P.: N'entendez pas que le soleil se demonstre au lieu ou il Note 259 · tout jors C. F. R.Note 260 · il prent chascun an aultre chemin, ne ne peult repaire en son lieu T. F. P. — Repaire, da reparier, revenir.Note 261 · Il C. L. ha: il braghite. — Il C. R. 2.: e braghieri. — Nel C. F. R.: l'aigue. E secondo questa lezione, noi abbiamo corretto. Il nostro braNote 262 · Nel C. L.: ispesta. — Abb. corr. col C. R. 2. — Supponiamo che invece di ispesta volesse scriversi ispessezza. — Il T. F. P.: espesseur.Note 263 · nombre C. F. R. e T. F. P. — Forse per armonia?Note 264 · canon C. F. R. — tourbillon T. F. P. — Il Raynouard (Lex. Rom.) cita appunto questo passo del testo provenzale del Sidrac: La plueia ven de Note 265 · amont C. F. R. — Questo avverbio, dell'ant. fr., significa en haut — La Crusca registra a monte per in alto, ad alto, citando due esempii deNote 266 · sur une grand partie de la terre C. F. R.Note 267 · chi est de le freidor de l'air C. F. R.Note 268 · et la calor au solail si l'eschaufe et la consume C. F. R.Note 269 · come une fumée C. F. R. — Fumée, meglio vapore che fumo.Note 270 · sospirement C. F. R. e T. F. P.Note 271 · gresles T. F. P. — Ed infatti il C. R. 2. ha: gragnuola.Note 272 · Traduzione litterale di ele eschaufe. Notisi più sotto lo scalfa. — Migliore è la lezione del C. R. 2.: Tanto come lo sottile nuvolo è alto Note 273 · Autretel est de l'air: chant il est plus gros, il eschaufe plus, et ne ce puet geler; et chant il est soutil, il est plus fort et froit, et Note 274 · Il C. L. ha: Lo vento. — Il C. R. 2.: Lo verno. — Il C. F. R.: L'an. — Abbiamo corretto secondo questa ultima lez., parendoci che da essa soNote 275 · L'an que en l'iste vienent les troles, une grant froidure naist, la quele moillor che en l'air naist, et s'asemble en l'air et s'amace, depuNote 276 · e lo sprendore appare innanzi in terra che lo tuono venga; ma bene sapiate che lo tuono viene inanzi che lo sprendore C. R. 2. — E questa leNote 277 · li nuvoli C. R. 2.Note 278 · Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: yssent contremont de lor encontrer. — Contremont significa in alto; onde intenderei: escono in altoNote 279 · En l'an que l'ung vent en une contree vente plus fort que les aultres, en celle contree de ce vent, les eaues de le mer se rencontrent plus Note 280 · se seignast C. F. R. — Saigner, seigner, tirer du sang.Note 281 · terre vaine et feible C. F. R. — Il Roquefort (Gloss.) tra i varii significati che attribuisce alla parola vain, registra anche quello di viNote 282 · ella le fa crepare C. R. 2. — elle la crieve C. F. R.Note 283 · et ist soit de haut soit de bas C. F. R.Note 284 · Questo capitolo manca al C. R. 2.Note 285 · Il C. L. ha: i fiumi. — Ma poichè tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno formies, formis, e poichè stando alla lezione del n. c. il discorsNote 286 · Non possiamo correggere, mancandoci l'aiuto degli altri Codd. — Solo il T. F. P. ha questo passo: et ainsi est il du travers du monde. — Ma Note 287 · le sospire C. F. R. — les souspire T. F. P. — Due passi del testo prov. del Sidrac ci aiutano a intendere il significato di sospira: Las nivNote 288 · par celle mesme T. F. P.Note 289 · tous iors C. F. R.Note 290 · „E l'acqua del mare è salsa, a cagione della virtude del sole, che no trae il sottile per vapore e rimane lo grosso.„ Ristoro d'Arezzo, DellNote 291 · montaignes de terre ameres et salces T. F. P.Note 292 · sourt T. F. P. — Da sourdre, sortir, jaillir.Note 293 · Il testo francese è chiarissimo: et chi la voudroit bien flairer, il sentiroit la flairor dou souffre, en colle meime aigue. — Il C. R. 2., Note 294 · diventa C. R. 2.Note 295 · afaitent C. F. R.; erroneamente tradotto per faranno. — Nel C. R. 2.: conciano.Note 296 · au bieu celestre C. F. R. — e l'aria bella e cilestra C. R. 2.Note 297 · Da infralire. — Nel C. R. 2.: infrailiscie.
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