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Il libro di Sidrach

IL LIBRO DI SIDRAC (continued 5)

Reading edition

Cap. CCCXXIII.

Lo re domanda: perchè sono più savia gente quegli del ponente che quelli del levante? Sidrac risponde:

Quegli del ponente non ànno tanto del calore del sole come ànno quelli del levante. Quando lo sole si leva a levante egli è molto caldo e secco, e allora iscalda tutto lo levante, e quelli che vi sono. E quando egli è alto, egli non è tanto caldo in tali luoghi. E quando egli è a mezzo giorno, egli è caldo comunalmente per tutto lo mondo. Quando egli s'abassa per la notte aprossimare (1186), si piglia lo suo torno al ponente, e allora non è tanto caldo. Dunque non ànno quelli dal ponente tanto caldo, quando lo sole iscende, come n'à quelli del levante, quando egli si leva. Per questa ragione sono più savi quelli del ponente che quelli del levante, chè lo loro cervello non à tanto del calore come quelli del levante. E di questo vi potete voi avedere legiermente: chè chi fosse in uno luogo, che lo sole lo potesse iscaldare oltra a misura, in poco (1187) potrebe diventare folle e perdere il senno. E anche ci à altra ragione, che quelli del ponente possono mangiare calde vivande, tutte le stagioni dell'anno, che giamai male non faranno. Se quelli del levante le mangiassono, elle farebono loro grande male: che ciò è per la calda compressione della terra ove egli sono. Quelli del ponente le possono mangiare per la fredda compressione della terra dove sono.

Cap. CCCXXIIII.

Lo re domanda: quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la bella persona o lo bello volto? Sidrac risponde:

Uomo o femina che sieno conpiuti di loro menbri e sono interi, la bella cera istà loro meglio che il bello corpo; che se lo corpo è bianco o bruno, egli è coperto di vestimenti, e lo volto è scoperto tuttavia; e lo diletto non è se non nel volto. L'uomo non dee riguardare se non nel volto; e chi inanzi si mette a riguardare, egli pecca fortemente. E perciò diciamo noi che lo bello volto è più piacevole al corpo sano e conpiuto, che non è lo bello cuore saggio (1188).

Cap. CCCXXV.

Lo re domanda se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una maniera e natura o sono di più nature? Sidrac risponde (1189):

Ciascuna è per sè in ciascuno luogo, ed àe suo esaltamento e suo abbassamento. Mercurio dimora in ciascuno segno giorni XXIIII e più. Sua natura si è calda e umida, e si ama tutte le cose amare; si è di tutte sapienzie e di tutte arti e sottiglieze; ciò è a dire, quando egli è posto in buona inmagine; lo suo buono amico è Iupiter e Venus e Saturno. Lo suo asaltamento è a Virgo, e per la forza dell'esaltamento si è a tre gradi di Virgo. Lo suo abbassamento si è a Pisces; la forza dell'abassamento si è a tre gradi del Pesce. Luna si dimora in ciascuno segno due giorni e mezzo; e si è posta al sottano cielo (1190). Sua natura si è fredda e umida, e lo giorno di sua conbustione si è per fare tutte cose a la sua quintadecima. Altressì si ama colori d'argento o d'acque. Suo asaltamento si è a Tauro, e la forza dello abassamento è a Scorpio, a tre gradi di Scorpio. Saturno dimora in ciascuno segno due anni e mezzo, e si è posto nel settimo cielo. Sua natura si è fredda e secca, e si ama tutte cose amare e lo ferro e tutti i colori neri. Egli à grande nimistà con Mars, e' suoi amici sono Iuppiter, Sole, Luna. Lo suo asaltamento è Libra; e la forza dell'asaltamento si è a XXIIII gradi. Lo suo abassamento è in Aries; e la forza del suo abassamento si è a XXIIII gradi d'Aries. Iuppiter dimora in ciascuno segno uno anno, e si è posto al decimo cielo. Sua natura si è calda e umida; egli ama tutte cose umide, siccome burro, latte e mele e cera; e si s'ama con tutte l'altre pianete; se non se con Mars. Lo suo abassamento si è Cancer; e la forza dell'asaltamento si è a gradi XXIIII di Cancer; e l'abassamento si è in Capricornio. Mars dimora in ciascuno segno giorni XXX e più, insino al XLV; e si è posto al quinto cielo; e si è vago di sangue e di battaglie e di ruine, di tutti colori vermigli, e di tutte cose agre e forte alla bocca dell'uomo; e si è ria pianeta. La sua natura è calda. Ella s'ama con Venus, e con tutte l'altre pianete; si vuole grande male. Lo suo grande nimico si è Iuppiter. E ella ama città e reame e vino. E lo suo asaltamento si è a Capicornio. La forza del suo asaltamento è a gradi XXVIII di Cancer. Sol dimora in ciascuno segno giorni XXX; e è posta al quarto cielo. Sua natura è calda e secca, e è vago di tutte signorie, e di colori gialli e vermigli; ella ama tutti. Soli suoi nimici sono Mercurio e Luna. L'asaltamento è in Aries, a gradi XVIIII; l'abassamento in Libra, a gradi XVIIII. Venus dimora in ciascuno segno giorni XXX, e più e meno; e si è posto al terzo cielo. Sua natura si è friggida e umida; egli ama tutte cose umide, burro, latte e mele; egli è vago di signorie, di femine, e di sollazzi e di diletti; e si è buona pianeta; e si non à niuno nimico. Il suo asaltamento si è a gradi XVIII di Piscies. L'abassamento si è a gradi XVIII di Virgo. Testa di Dragone dimora in ciascuno segno uno anno e mezzo; ma ella non è nimica pianeta, e non va siccome pianeta; ma ella va siccome casa; o fae scurare lo Sole e la Luna, quando ella passa per la sua casa. Lo suo asaltamento si è Virgo, a uno grado. La coda di Dragone vae per quella medesima ragione, e è malvagia per tutte cose, e fa iscurare lo sole e la luna.

Cap. CCCXXVI.

Lo re domanda: se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie (1191)? Sidrac risponde:

Se uno uomo trovasse un altro uomo che vituperasse la moglie, se elli si cruccia egli non è da biasimare; ma tuttavia egli si dee passare cortesemente e di buona aria. Le dee gastigare umilemente e amaestrare cortesemente, e lasci andare l'uomo, chè tutto il carico e il biasimo non è se non della femmina; chè niuno uomo del mondo potrebbe sforzare femina, se egli nolla volesse uccidere. E mai questo fatto nol dei mettere dinanzi, nè rimproverargli più, perchè le farebe peggio. E tu dei tôrre lo cruccio e la gelosia del cuore. E se tue pensi più in questo fatto, tu penserai follia. Che se ài trovato mogliata con uno uomo, tu non se' solo al mondo; e per questa follia che mogliata à fatta, tu non sarai però morto, e per ciò la terra non perde il suo frutto a rendere, nè l'acque non sono però secche, nè le genti nè l'altre criature del mondo non sono però morte, e già per ciò lo nostro Signore non distruggerà lo mondo. E per ciò si dee passare leggiermente, non si dee mettere in pensieri nè in tribulazioni, per uno cane che s'acosta a una cagnia; chè tutti gli uomini che colle moglie altrui giacciono, eglino sono cani, e peggio che cani; e tutte le femine che si danno altrui che al suo marito, elle sono simili alla cagnia e peggio; e per ciò per uno cane e per una cagnia tu non dei fare cosa per la quale tu sii distrutto e morto, e poi lo pentere no' gli vale nulla. Ma egli si dee passare brievemente e celatamente e di buona aria; e tu farai lo tuo profitto e lo tuo onore all'anima e al corpo, e farai piacere all'anima e al corpo (1192), e piacere a Dio, e duolo al diavolo.

Cap. CCCXXVII.

Lo re domanda: de' l'uomo pensare per la gente (1193)? Sidrac risponde:

Spiritualmente l'uomo dee pensare al fatto della gente; ma corporalmente tu non dei pensare se non di te e de' tuoi. Che ài tu a fare degli altri strani? Tu non dei mica pensare di quelli che niuno pensiero ànno di te, se tu ài bene o male o santà o malizia; niuna menzione fanno di te, come quella (1194) cosa che non fue; anche lo simile dei tu fare di loro. Bene sarebbe tenuto stolto quelli che pensasse de' pesci del mare che non fossero presi nè mangiati; altressì è stolto quelli che pensa ne' fatti della gente; chè di quelli che non pensano di loro, egli non deono pensare di loro.

Cap. CCCXXVIII.

Lo re domanda: de' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio ch'egli abbia? Sidrac risponde:

Iddio per la sua bontà non può essere biasimato, nè niuno biasimo non può giugnere a lui; ma lodo e ringrazia e onore. Se tu se' folle, e tu ti crucci per la tua follia, di che dei tu biasimare Dio? Se tu ài dannaggio per la tua negligenzia, però non dei tu biasimare Dio; biasima te medesimo e la tua negligenzia. E se tu non puoi guadagnare per la tua fraleza, tu non dei però biasimare Dio, ma te, per la tua fraleza. Biasimati, penati a travagliare (1195), e Idio t'aiuterà o consiglierà. E se tu non puoi per lo tuo travaglio guadagnare lo tuo vivere, e tu non vuogli per la tua fraleza, che colpa te n'à Iddio, che tu dimandi a Dio che egli ti mandi lo tuo vivere? Sappi che non te ne manderà punto, se tu non ti travagli; ma se tu t'aiuti con una mano, egli t'aiuterà con due. Se uno uomo fosse in una aqua, e fosse in pericolo d'annegare, e egli sapesse notare; e per la sua cattività non si volesse aiutare per diliberarsi di morte, se non che dicesse (1196): siri Iddio, aiutami; sapiate che Idio nollo aiuterebe nimica, se egli non si aiutasse; ma s'egli menasse i piedi e le mani, Idio l'aiuterebbe bene iscanpare di quello pericolo.

Cap. CCCXXVIIII.

Lo re domanda: di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo o al povero? Sidrac risponde:

L'uomo puote avere magiore onore del ricco che del povero; chè lo ricco può fare magiore onore del suo e del suo corpo, che non può fare il povero; ma del povero può avere magiore grado che dello ricco. Al povero uomo non può dare l'uomo sì piccola cosa, ch'egli non abia di lui gran gioia; e terrallo a grande onore, e riconterà all'altra gente la cosa che l'uomo gli avrà donata. In tutt'i luoghi ch'egli sarà, vorrà ricontare lo dono che uno prode uomo gli avrà fatto, per farsi onore di quello dono, e per mostrare alla gente che quello prod'uomo l'ama, e gli donò del suo. E se il dono è per Dio, egli à lodo da Dio. E se tu donassi uno dono a uno ricco uomo, già per quello dono non ti vorrà lodare, nè metterti inanzi; chè per aventura egli àe altrettanto onore chente tu; e non vorrà mica portare lo tuo onore sopra lui. Onde l'uomo de' avere magiore lodo di dare lo dono al povero che allo ricco, e da Dio e dalle genti.

Cap. CCCXXX.

Lo re domanda: dee l'uomo servire a tutte genti? Sidrac risponde:

L'uomo dee servire a tutte genti, e non dee guardare a cui, povero o ricco. Se tu servi minore di te, tu lo fai per Dio e per tuo pro', e per onore di lui avere. Chi serve alla gente per onore o per pro' avere o per merito, non si dee mica anoiare, nè stare in gran dire; chè a tale giorno potrà venire, che quelli ch'egli averà servito lo guidardonerà, n'avrà per uno dieci. E però non si dee tenere niuno prode uomo del servire, chè tenpo verrà del guidardone.

Cap. CCCXXXI.

Lo re domanda: quale è la più saporita cosa che sia? Sidrac risponde:

La più saporita cosa che sia si è lo dormire; chè quando tu ài talento grande di dormire, mangiare nè bere, neuno altro diletto è nulla incontro lo diletto del dormire (1197); chè lo corpo non può vivere sanza il dormire, altressì come tutte criature vivono di vento; che se il vento non fosse, niuna criatura vivere non potrebe. Idio per la sua pietà vide che l'uomo, ch'è fatto di terra, volea avere riposo per frale natura in che egli è fatto; si stabilio giorno e notte, per lo riposo dell'uomo. E se non fosse per lo dormire, Idio che è tutto potente avrebe tutto fatto giorno (1198); ma per lo dormire fece egli il dì e la notte. E similmente si dilettano le bestie e gli uccelli al dormire, come le genti. Niuna bestia è, sì piccolo (1199) vermine, che non si diletti in dormire. Lo dormire è spirituale, simigliante all'udire (1200), che si sente e non si vede. Nè niuna persona nè niuna criatura movibile (1201) che l'aria sente, non potrebe vivere sanza il dormire.

Cap. CCCXXXII.

Lo re domanda: gli re e gli signori deono essere leali e larghi? Sidrac risponde:

Li re e le signorie (1202) debono essere in prima leali di loro corpi, e di loro parole e di loro giudicamenti; apresso deono essere savi e proveduti e cortesi e di buona aria; apresso deono essere a' malvagi e a' rei e a' traditori duri e fieri, e dare a ciascuno secondo che serve, a diritto e a ragione. E se li signori sono leali di loro corpi e di loro parole, egli fanno piacere a Dio, e onore alla loro signoria; e s'egli sono savi e proveduti, egli deono essere (1203), perchè molte genti ànno a governare per lo loro senno. E s'egli sono cortesi e di buona aria e di grande bontà e di grande umilitade, a Dio fanno onore (1204). E se sono arditi e pro' e valenti di loro corpi, elli deono bene essere, perchè la gente piglino asenpro di loro. E s'egli sono larghi e donanti, egli debono bene essere, chè per doni e per larghezza manterranno egli la loro signoria. E s'egli sono di leale giudicamento e fieri e duri a' rei, a' ma' fattori, cotali deono egli essere, per mantenere giustizia e lealtade a' poveri e a' ricchi. E così faranno gli comandamenti che Iddio à comandati e comanderà in terra. E altrimenti i re e i signori non deono essere.

Cap. CCCXXXIII.

Lo re domanda: gli re deono andare in battaglia? Sidrac risponde:

Li re e le signorie (1205) deono prima uscire della cittade e degli alberghi, perchè la loro gente esca apresso di loro; e quando egli sono venuti alla battaglia, egli deono tenere una buona parte della loro gente in loro conpagnia; e dee muovere al dirieto di tutte le battaglie, vigorosamente. E se la loro gente dinanzi è sconfitta, e egli vegano ch'egli non (1206) abiano forza e potere contra gli loro nimici, egli deono muovere a loro (1207) vigorosamente e coragiosamente. E s'egli vegono ch'egli sieno più frali di loro, egli si debono ricogliere bellamente e saviamente al (1208) loro onore; chè meglio vale un buono fugire che uno male stallo. E se i loro nimici gli seguitano troppo, e gravano, egli deono rivolgersi a loro vigorosamente e di grande coraggio, e difendere i loro corpi contro ai loro nimici, come prodi uomini. Nè niuno re nè niuno signore giammai non dee venire alla prima battaglia, ma pure alla deretana, perchè tutta l'oste prende il loro (1209). Se la battaglia del signore è sconfitta, tutte l'altre sono isconfitte, chè lo corpo del signore è per tutti gli altri. E se l'oste è perduta, e lo signore scanpa, egli ricoverrà in altra oste (1210), per aventura. E se lo signore è perduto, tutto è perduto.

Cap. CCCXXXIIII.

Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac risponde:

Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo frale e vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e sano, e' non dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono sangue non fa al corpo se non bene.

Cap. CCCXXXV.

Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:

Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e si dà a quello che lo veste grande impresa di coraggio (1211); e si è simigliante al sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è vestimento d'agnoli; e fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e amoroso; e si li fae bene allo cervello; e si è simigliante alla luna. E lo vestimento verde si è prezioso vestimento, che egli à colore della nostra vita, e di tutte l'altre criature, che Dio le veste al frutto della terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che sostiene lo corpo e fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso colore. Bene potrebe avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a così preziosa cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento biadetto si è vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare quelli che lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri colori non sono nomati principali come questi.

Cap. CCCXXXVI.

Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:

La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie; che se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono nella montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella abevera le loro cime.

Cap. CCCXXXVII.

Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:

La più grassa cosa che sia si è la terra, che a noi rende il frutto per la volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la più verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al mondo è la terra.

Cap. CCCXXXVIII.

Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac risponde:

Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte; e la grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se uno uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto colla madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì grande che gli perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in quella isperanza, sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie del pentimento.

Cap. CCCXXXVIIII.

Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:

L'uomo dee piangere gli morti, e fare gioia e duolo per li buoni che in Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo ne dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della perdurabile vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i suoi comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande trestizia della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.

Cap. CCCXL.

Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di paradiso e di ninferno? Sidrac risponde:

Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per le scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi scrissero, e mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro dato, la gioia di paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel figliuolo d'Adamo e Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che vennero dell'altro secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero per la volontà di Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti grandi profeti, che lo comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono quelli e seranno che lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai non falleranno (1215).

Cap. CCCXLI.

Lo re domanda: che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si corica? Sidrac risponde:

Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione: Signore Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle tue mani raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace Idio; difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al mattino, quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo volto del mondo; e la grazia di Dio viene di là.

Cap. CCCXLII.

Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:

Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì bene come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la piccola è la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio colla grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che stabilisse l'uomo, stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che mestiero era a lui; e tutto fece a diritto e a ragione.

Cap. CCCXLIII.

Lo re domanda: gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano, e le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:

Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello fatto, nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando egli sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono altressì come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare; e quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è così grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della persona. Lo primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli in tutte cose che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre nè la loro madre non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in grandezza, però diventa lo frutto loro medesimo simigliante di loro.

Cap. CCCXLIIII.

Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac risponde:

Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena, che sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù nello 'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono in grande pena. E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco ardente. E quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si radopierà nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi, sanza fine.

Cap. CCCXLV.

Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac risponde:

La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta fallano e s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta l'uomo tuttavia co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e l'uomo nol puote vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni pensieri in Dio lo criatore, e per rimenbranza della morte e per sofferenza. E perciò diciamo noi che la battaglia del nimico è la più forte che sia, ch'ella è corporale e spirituale; e l'altre battaglie sono pure corporali.

Cap. CCCXLVI.

Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:

L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio coragio e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro, eglino dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che Dio non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello ch'egli facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno compiuti. E cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano sono pieni di misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare male, e la misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare male; e perciò non ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo dottare (1222).

Cap. CCCXLVII.

Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac risponde (1223):

Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco ritorna al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui, quella stella lo berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada. Niuna (1224) pietra ci à che sia della comparazione di quella stella. E quando lo ferro la sente, che è di quella medesima conparazione, si apiglia a lei. E quando quella pietra si parte dal ferro, la conparazione di quella medesima stella ch'e' nel ferro, conviene per diritta natura che il ferro ritorni a quella medesima stella, per lo toccamento di quella stella; che è di quella comparazione, altressì come lo sole, che tutto il fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe toccare una cotale pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa toccare un'altra stella (1225).

Cap. CCCXLVIII.

Lo re domanda se tutti quelli che nascieranno morranno. Sidrac risponde:

Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o vegniamo; e tardi quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola ora (1226). Lo figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella vergine, si gli converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono nati sono morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno morranno. E di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno altrettale secolo (1227) come questo.

Cap. CCCXLVIIII.

Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri? Sidrac risponde:

Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e le loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire di quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di questo mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre delle loro madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e sentono l'aria del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel ventre delle loro madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo dimenticano lo ventre di loro madre, sicchè giammai non se ne ricordano.

Cap. CCCL.

Lo re domanda: puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? Sidrac risponde:

Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se tu ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare, insino a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto come tu l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò ch'ella è presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.

Cap. CCCLI.

Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:

Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la dei mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la dici brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno giudicare come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri l'ascoltano, e meglio sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio, tu non ti puoi isperdere nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono il loro diritto in un punto, per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano e si spaventano, conciosia cosa ch'egli abbiano lo diritto.

Cap. CCCLII.

Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente? Sidrac risponde:

Quegli che mostrano lo loro senno tra li stolti sono (1228) simiglianti a loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere, egli avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li stolti; che non intendono se non come le bestie, anzi per la loro stoltia (1229) e follia contastano lo detto del savio. Tra gli stolti l'uomo dee passare brievemente, sanza niuna pena e sanza niuno travaglio. Tra gli savi l'uomo dee mostrare lo suo senno e la sua memoria, ch'egli sarà ascoltato e udito.

Cap. CCCLIII.

Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac risponde:

Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio, della pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò vermiglio; e quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco. E tutto questo fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più caldo che lo bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più che l'altro.

Cap. CCCLIIII.

Lo re domanda: le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? Sidrac risponde:

Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231) bestia o uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi lo fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo 'ntendono l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo 'ntende simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza niuno intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.

Cap. CCCLV.

Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:

L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno pro' nè l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a sua vita, egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la sua morte; ch'è similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta inanzi uno lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene, portano il lume di dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi, perchè possano in alcuna cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo fa per loro, alleggia molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non sono dannati allo 'nferno.

Cap. CCCLVI.

Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:

Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non però chi pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X volte o più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre più savi uomini del mondo.

Cap. CCCLVII.

Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:

La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o tre, e poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia, e più sana al corpo.

Cap. CCCLVIII.

Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:

Niuna anima del mondo non potrebe sapere nè vedere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel paradiso celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno chiaramente tutto il mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si fa di bene e di male, ched e' vedranno (1238) della natura degli angioli. E quando lo peccato si farà, egli n'avranno grande duolo, non già delle loro persone, che non possono avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore ch'egli avranno si è altressì come una vergogna e pietà per coloro che peccano contro il loro criatore; e quella pietà è perchè non siano dannati.

Cap. CCCLVIIII.

Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:

Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè niuno uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E quando elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a mangiare l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.

Cap. CCCLX.

Lo re domanda: perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi? Sidrac risponde:

Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non vegiono le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e poi menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.

Cap. CCCLXI.

Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:

Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali che sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in terra, e fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello aviene per l'aria ch'eglino fiatano.

Cap. CCCLXII.

Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac risponde:

Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì leggieri e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in capo (1245), che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E ciascuno pescie à la pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à pietra in capo, non puote andare al fondo come quelli che l'ànno.

Cap. CCCLXIII.

Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:

Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare tropo vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di persone; altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo d'uccelli; e altri lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti colori; e di tante maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.

Cap. CCCLXIIII.

Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:

Di diverse maniere sono le bestie. Chè bestie àe sopra terra, che sono molte pericolose. Una maniera di bestie sono, che sono fatte a maniera d'uomo maschio e di femmina; e si è molto grande e molta pilosa e molta pericolosa. Anche ci à bestie che ànno quattro piedi e due teste. Anche ci à bestie che sono sì grandi, che ciascuna potrebe portare X uomini adosso e più. Anche ci à bestie ch'ànno coda di lione e volto e unghia di leone, e sono molte pericolose. Anche ci à bestie a modo di serpente, e si ànno volto d'uomo e capegli di femina (1248). Anche ci à bestie che della cima della coda à uno osso lungo d'uno palmo, molto tagliente, come uno rasoio (1249). Anche v'àe altre bestie diverse assai, che troppo vi parebbe (1250). E queste pericolose bestie sono ne' grandi deserti. Per paura di loro molte provincie saranno disabitate. Ma uno re nascierà che le caccierà indietro nel grande diserto, là ove l'uomo non vede punto; e là istaranno tuttavia.

Cap. CCCLXV.

Lo re domanda: di quante maniere sono gli uccelli? Sidrac risponde:

Li uccelli sono di molte maniere, che lunga cosa sarebe a contalle. Ma una maniera d'uccelli sono, che sono magiori che bufole, e più forti, e sono vaiati; e non vivono se non di carne, e non possono fare lo dì se non tre voli, e ciascuno volo è di due miglia, o di IIII al più. È un'altra maniera di uccielli, che sono fatti a modo di bestie (1251); e sono grandi e forti molto e pericolosi. E questo due maniere d'uccelli abitano nell'isole del mare d'India. E uccelli sono che ànno due teste e quattro piedi, e non vivono se non d'una gente che sono nell'isola d'India, che pigliano la gente, e mangialla; e quella gente à tuttavia co' loro briga e guerra (1252). Un'altra maniera sono d'uccelli che covano al fuoco, e al fuoco fanno i loro pulcini, e la loro piuma non si puote ardere; e quando egli vogliono covare, egli ragunano legne, e entranvi dentro, e battono tanto dell'alie, che lo fuoco sale e s'aprende a quelle legne. Altre maniere ci à d'uccelli, che ànno il collo lungo come una lancia; e altri ch'ànno i piedi a modo di cavallo; e altri che cantano dolcemente inanzi la loro morte, due giorni o quattro. Altri v'à che non covano i loro pulcini se non collo sguardare, e fanno due figliuoli maschi; e quando ànno XXX giorni, egli montano nell'aria, e combattono tanto che l'uno cade morto. Altra maniera v'à d'uccelli assai, alli quali noi faremo fine (1253).

Cap. CCCLXVI.

Lo re domanda: quale è lo più bello uccello del mondo? Sidrac risponde:

Lo più bello uccello del mondo si è lo gallo; ch'egli à molto di bellezza e di bontà in lui, le quali uomo non truova in altri uccelli. Lo gallo à primamente corona; secondo, porta speroni; terzo, Idio gli à donato di sapere conosciere l'ore del dì e della notte. Il gallo è geloso della moglie, più che niuno uomo della sua, e si è sì largo ch'egli soffera fame, per dare alla sua moglie a mangiare. Gallo fa asalto e battaglia l'uno contra l'altro. E se lo gallo fosse di caccia, tutti gli altri gli farebono onore e riverenzia e lo doterebono (1254). Di biltà è egli lo più bello uccello del mondo, di sua grandezza.

Cap. CCCLXVII.

Lo re domanda: qual'è la più bella bestia del mondo? Sidrac risponde:

La più bella bestia e la più forte e la più valente si è lo cavallo, perchè i cavalli si mantengono signorie, e si guadagna onore e terre e provincie. Non à niuna bestia al mondo che, s'ella fosse caricata com'è il cavallo covertato, e collo cavaliere con tutta l'arma, ch'ella potesse andare più che nel passo (1255). Lo cavallo non sa essere sì carico, che con sia più isnello che un'altra iscaricata (1256). Cavallo si dee amare e innorare e pregiare sopra tutte l'altre bestie del mondo.

Cap. CCCLXVIII.

Lo re domanda: qual'è lo più degno uccello del mondo? Sidrac risponde:

Lo più degno uccello del mondo si è la lape, che procaccia la sanità al corpo dell'uomo. Ella ci aducie i buoni fiori per la volontà di Dio (1257), e si fa lo mele, lo quale si fa prode al corpo dell'uomo e delle bestie, per molte maniere; e si fa cera, della quale noi facciamo bella luminaria, e di medicine e unguenti (1258).

Cap. CCCLXVIIII.

Lo re domanda: quali sono gli più begli cavagli che siano? Sidrac risponde:

Assai sono di belli cavalli per lo mondo. Ma lo cavallo dee avere in sè IIII cose lunghe, e IIII cose larghe, e IIII cose corte. In prima dee avere in sè lo bello cavallo lungo collo e lunghe gambe e lunga ischiena e lunga coda. E si dee avere in lui largo petto e larga groppa e larga bocca e larghi anari. E si dee avere corto pasterone (1259) e corto dosso e corti orecchi e corta coda, non mica, le setole, ma lo canone della coda (1260). E sopratutto questi dee avere grandi occhi aperti. E s'egli à in sè tutto questo, e egli è sano e bello e di buona costuma, quelli è buono cavallo e bello e bene da pregiare.

Cap. CCCLXX.

Lo re domanda: quale è la più benignia bestia che sia? Sidrac risponde:

La più benignia bestia che sia si è l'agnello e il bue. Agnello viene a dire benedetto e umile; bue viene a dire umile cosa e semplice. Il bue si travaglia per la vita dell'uomo e per la sua, e per la vita di molte altre bestie. Bue non à altro officio se non della terra arare, per lo frutto della terra guadagniare.

Cap. CCCLXXI.

Lo re domanda: quale è la più bella cosa che Idio abia fatto al mondo? Sidrac risponde:

Iddio per la misericordia fece tutte le cose e tutti i beni, e non maledisse se non il diavolo solamente, perciò ch'egli volle essere simigliante a lui. L'altre criature non maledisse egli mica, chè le bestie velenose e pericolose non maledisse egli già per lo veleno; chè, con tutto loro pericolo, si tengono elli bene la legie che Idio diede loro, e lodano e ringraziano lo loro criatore.

Cap. CCCLXXII.

Lo re domanda: perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli grandi alberi portano piccoli frutti? Sidrac risponde:

Li grandi alberi portano piccoli frutti. La ragione è per l'umidore che disciende di sua grandezza e nelle sue branche, e perciò nascono i frutti piccoli. E quando l'albore è piccolo, i frutti per natura diventano grandi, chè tutto l'umido vae in lui. E per questa ragione lo piccolo albore porta grande frutto, e lo grande albore porta piccolo frutto.

Cap. CCCLXXIII.

Lo re domanda: quali sono le più intendevoli bestie che sieno? Sidrac risponde:

Le più intendevoli bestie del mondo sono iscimmie, orsi e cani. Queste sono le più conoscienti bestie del mondo, chè Idio à loro donato cotale natura, d'intendere alcuna cosa dell'uomo. Quando Noè fue nell'arca per lo diluvio, queste tre bestie stettono più presso a lui che niuna altra; e quand'egli uscirono dell'arca, elle furono le sezaie che si dipartirono da lui, chè per lo loro intendimento aveano paura che lo diluvio non tornasse adietro.

Cap. CCCLXXIIII.

Lo re domanda: gli uccelli di caccia perchè non beono? Sidrac risponde:

Gli uccelli di caccia non beono per lo loro volare, ch'egli volano più alto che tutti gli altri uccelli, e ànno tuttavia la frescura dell'aria. Iddio à loro donato natura che non possono bere spesso; e alcuna volta beono, quand'egli vogliono montare, s'egli truovano acqua.

Cap. CCCLXXV.

Lo re domanda: le serpi sono istate tuttavia in questa forma? Sidrac risponde:

Lo serpente è stato tuttavia in forma tortigliata; e perciò lo diavolo entrò in lui, e si atortigliò (1261) nell'albero, e tentò Eva di manicare il pome, e Eva tentò lo suo compagnone. Ma allora era lo serpente di più bello colore ch'egli non è ora. Ma la forma à egli come allora.

Cap. CCCLXXVI.

Lo re domanda: a cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che ne potrebbe l'uomo fare? Sidrac risponde:

Naso che getta sangue e stagnare non si puote, per due cose lo può l'uomo istagnare. Piglia lo sterco del porco, caldo, e fa ricevere al naso lo fummo, inmantenente istagnerà. L'altra, piglia merda di cammello, secca, e pestala che la facci sottilmente (1262), e metti al naso quella polvere, e alenerà bene forte, sì ch'ella vada ben dentro, e inmantenente lo sangue istagnerà.

Cap. CCCLXXVII.

Lo re domanda: la rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si può guarire? Sidrac risponde:

Ria lebbra che al corpo monta leggiermente si può guarire, chi pigliasse li scarafagi, e ardesseli come cenere, e pestasseli sottilmente, e poi bollisse lo lardo (1263) del porco vecchio, e mettesse quella polvere dentro, e altrettanto, come la metà, di biacca, e facessene unguento, e ugnessene la piaga; e poi vi mettesse una piastra di pionbo sottile, sopra la ganba, e pertugiata ispesso (1264), e mutassesi la mattina e la sera lo pionbo (1265), se rotto non fosse, si guarrebbe.

Cap. CCCLXXVIII.

Lo re domanda: come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente è apresa nella carne? Sidrac risponde:

Volatica che s'apiglia alla carne, non (1266) si vuole partire, chi pigliasse porcar (1267) (cioè uno vermine bacarozolo, grande com'una fava, e si è biadetto e tenero, e à molti piedi sottili e bianchi, e lo ventre bianco; e quando l'uomo lo tocca egli diventa tondo com'uno bottone), chi fregasse lo vermine sopra la volatica, sì forte che lo vermine si spiccioli (1268) tutto, due volte o III o IIII, egli guarrebbe tosto.

Cap. CCCLXXVIIII.

Lo re domanda: uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare? Sidrac risponde:

L'uomo che à rio stomaco pigli mele cotogne dolci, e cavane le granella, e falla com'uno bossolo, e enpila di mele di lape e di fiori, e la 'nvogli (1269) con pasta di grano, e mettila sopra la senplice brucia, e falla bollire e ispremare bene, e bere di quella acqua a digiuno IIII o V matine, e guarrà.

Cap. CCCLXXX.

Lo re domanda: stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe aiutare? Sidrac risponde:

Lo stomaco ch'è scaldato e enfiato, piglia radice di serpillo, e mettila in buono vino dolcie o in altro buono vino, uno giorno e una notte, e poi lo cola, e usalo VIII giorni o X, a digiuno.

Cap. CCCLXXXI.

Lo re domanda: che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? Sidrac risponde:

Chi avesse calore al fegato e fosse di colore giallo, e anche fosse rognoso, pigliasse acqua di cicoria e acqua di cime di more salvatiche, e chi vuole avere queste acque, priemile insieme e pestile, e acque di lattuga; e piglia altrettanto zuchero; e fallo tanto bollire che diventi a modo di sciloppo; e poi metti entro uno peso e mezzo di ribarbero, e bealo la mattina e la sera con acqua fredda, una parte di scilopo e due parti d'acqua, e guarirà.

Cap. CCCLXXXIII.

Lo re domanda: chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle cose, ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di calore o di stordigione, che vi potrebe fare per ricoverare? Sidrac risponde:

Uno lattovaro che si fa di cinque cose, o le mangiasse o le beesse in acque, III pesi o IIII, egli guarirebbe. E queste sono le cose: iscerlogie, zamur, more, ziezara, granelatorio (1270). E tutte queste cose pestare, e confettare, come gli è bollito. E chiamasi lattovario di vita.

Cap. CCCLXXXIIII.

Lo re domanda: perchè à lo stomaco cotante medicine? Sidrac risponde:

Dallo stomaco vengono i più de' mali del corpo; e chi potesse domandare i morti che sono e che saranno, egli troverrebe più che le tre parti sono morti di male di stomaco, imperò che lo stomaco è la più pericolosa cosa del corpo.

Cap. CCCLXXXV.

Lo re domanda: come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga? Sidrac risponde:

Pigliare un'erba che si chiama lunemaca (1271), e mettere delle sue foglie in nella fedita, e lo sangue istagnerà. E chi non puote avere di quella erba, ai pigli piume, e ardale, e fanne cenere e di quella cenere si lordi (1272), e polla in sulla piaga; e lo sangue ristagnerà.

Cap. CCCLXXXVI.

Lo re domanda: che potrebe (1273) l'uomo allo 'nfermo che avesse lo fegato riscaldato e fosse di giallo colore? Sidrac risponde:

Bere VIII giorni o X merda di vermi che fanno la seta, e ciascuno (1274) uno peso; e tosto guarirà. E chi non la puote avere, bere similmente della 'nfracidatura del legname (1275), con iscilopo, dieci giorni, e guarirà.

Cap. CCCLXXXVII.

Lo re domanda: persona che sia troppo magra e à male nel ventre di vermini come guarrà? Sidrac risponde:

Midolla di volpe e foglie di cabar (1276) e merda di cammello (1277) e midolla (1278) d'oriner; pestale tutte con tre pesi di grasso di porco, e mettere poi latte di fichi (1279), e farne unguento, e usarlo; e guarirà.

Cap. CCCLXXXVIII.

Lo re domanda: quale fu lo primo uomo che Idio fece e che generazione fu e sarà? Sidrac risponde:

Lo primo uomo che Idio fece si fue Adamo; e di lui venne Abel lo giusto, e fece sacrificio a Dio inanzi sua morte. E poi fue uno ch'ebe nome Seth, che Idio elesse in suo luogo; del quale Seth uscirà il parentado del figliuolo di Dio. E poi fu un altro ch'ebe nome Enoc, che Idio traportò andando a lui (1280). Apresso fu lo buono servo di Dio Noè, del quale Iddio enpiè il mondo di lui, e de' suoi figliuoli nacquero XX migliaia di persone, innanzi la sua morte. E di quella generazione siamo noi venuti. Questi ch'io v'ò mentovati furono gli amici di Dio, che furono da Adamo infino al tempo di Noè.

Cap. CCCLXXXVIIII.

Lo re domanda: che generazione sarà quella del veracie profeta? Sidrac risponde:

Per la grazia di Dio, la quale egli ci degnò di dare alcuna cosa a sapere della loro maniera, alcuna cosa ne diremo (1281). Uno buono uomo fue, lo quale ebe nome Melchisedec, del quale Idio degnò di ricevere da lui pane e vino in sagrificio. E nascierà uno buono uomo Abraam, il quale Idio diliberrà di tutte tentazioni. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà del suo fratello Iacob. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà della 'nvidia de' suoi fratelli, Ioseph; e per le sue buone opere diliberrà una grande gente di fame. E nascierà un altro, il quale Iddio diliberrà delle tentazioni di Satanas, Iob; e lo diliberrà della sua lebbra, e gli renderà la sua substanzia, secondo lignaggio di vita. E nascierà un altro e uno suo fratello, al quale Idio manderà una legge da cielo, Moyse e Aron, gli quali diliberanno una grande generazione di servaggio; e Idio farà per lui molte virtudi, e distrugerà e annegherà in mare uno possente re con tutta la sua gente, Faraone. E apresso nascierà un'altra gente, che Idio diliberrà d'una fiera gente, Osian, Balan. Apresso diliberrà un'arca di loro testamento per uno fiume Giordano. E apresso diliberrà uno buono uomo, Roboan, d'una villa, Gerico. E apresso diliberrà uno forte uomo, Sansone, dell'ira del leone e delle mani d'una gente, Filistei. E apresso diliberrà il popolo Isdrael, là ove l'angelo ucciderà LXX uomini di quello popolo. Apresso diliberrà uno buono uomo, Davit, della fiera d'uno orso e d'uno lione e delle mani di due re, Golia e Saul. E apresso diliberrà uno popolo della setta del popolo Isdrael, e due fanciulli di servaggio. E apresso diliberrà cento uomini di XXX pani, e loro soperchierà assai dello rilievo (1282). E apresso diliberrà uno grande uomo, Amon, della lebbra, al fiume Giordano. E si diliberrà molti uomini profeti, per quello medesimo fiume, e uno re d'Egito. Apresso diliberrà Datan, e due cittadi dell'oste di Soria. Apresso diliberrà uno buono uomo, Geremia, d'una fiera terra, Babillonia. Apresso diliberrà Anania, Esariel, Misael, tre fanciulli, della fornace di fuoco ardente. Apresso diliberrà una femmina di falsi testimoni; e Iona, si è uno uomo, del ventre del pescie balena. E apresso di LXX anni diliberrà Iuda Macabeo della lebbra, e di molte passioni. E si diliberrà Daniel delle mani d'uno fiero uomo. E apresso diliberrà uno buono uomo, e ancora padre di santo Iohanni, che sarà molto buono uomo e grande. E diliberrà una femmina che fia sterile, che anunzierà al suo marito Gioachino, com'ella sia pregna d'una santa figliuola Maria, ch'egli averanno, per cui tutto il mondo sormonterà. In quella vergine s'aonberrà lo figliuolo di Dio, e piglierà carne e sangue in lei. E apresso di quella vergine nascerà lo figliuolo di Dio, che diliberrà sè medesimo d'un possente re Erode, lo quale farà uccidere tutti i fanciulli di quella contrada, per lui uccidere, e lo numero di coloro sarà CXLIIII. E si diliberrà Guaspar, Baldassar, Melchior, tre re che veranno del levante, per lui adorare, per lo guidamento della stella del cielo; e porterannogli presenti, oro e incenso e mirra. Gli tre re significano ch'egli vorrà trarre a sè, per fey (1283) gli Asiriani e gli Africani e quelli di Uropia, e bene tre parti del secolo, Asia e Africa e Uropia. Questi sono quelli che nasceranno di Noè, infino alla venuta del figliuolo di Dio, che verranno e saranno amici del figliuolo di Dio. E molte altre cose (1284) che molto sarebe lungo a raccontare (1285).

Cap. CCCLXXXX.

Lo re domanda: sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio? Sidrac risponde:

La natività del figliuolo di Dio sarà conosciuta per molte maraviglie. Una grande istella lo giorno aparirà, e al sole uno grande cierchio, che lo nuvolo verrà tutto che lucerà come oro (1286). Una fontana d'olio surgerà fuori della terra; le bestie mutole parleranno; e gli uccegli e gli pesci si rallegreranno; gli diavoli tristi seranno. All'ottavo giorno della sua natività sarà circonciso per lo conpiere della ley (1287), e per mostrare ch'egli è verace Idio e verace uomo.

Cap. CCCLXXXXI.

Lo re domanda: che significheranno le maraviglie che saranno quando lo figliuolo di Dio sarà nato? Sidrac risponde:

La stella significa i buoni uomini; e però aparirà ella molto chiara, chè lo signore de' signori sarà nato. Lo cerchio dell'oro intorno al sole significa la sua grazia, che allumina la sua santa fede; e sarà altressì chiara e pura e netta come il sole. La fontana dell'olio significa misericordia, che discenderà della vergine. Signum verace pacie (1288), che sarà nata sopra terra, ciò sarà egli medesimo. La bestia mutola che parlerà significa le genti pagane disconoscienti, che si dovranno (1289) al figliuolo di Dio convertire. Li diavoli avranno duolo, inperciò che sarà quelli che ronperà lo 'nferno, e metterà fuori i suoi amici; e a' diavoli egli raddopierà la loro pena. Le bestie e gli uccegli saranno allegri, inperciò ch'egli sentiranno l'umiltà del loro criatore, che degnò d'umiliarsi a volere nasciere sopra terra, a santificarla.

Cap. CCCLXXXXII.

Lo re domanda: lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli più d'un fanciullo? Sidrac risponde:

Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascierà, egli saprà tutte le cose, come Dio, che co' lui serà riposto lo tesoro di sapienzia, tutto quello che unque fue e sarà e potrebe essere (1290). E secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le cose. Ma egli vorrà di tutto in tutto tenere la via dell'uomo, sanza peccare (1291).

Cap. CCCLXXXXIII.

Lo re domanda: quando (1292) lo figliuolo di Dio verrà in terra con che gente converserà egli? Sidrac risponde:

Quando lo figliuolo di Dio sarà fanciullo, egli converserà colla madre vergine, in una provincia in Egitto, perchè vorrà mostrare ch'egli è loro verace profeta. Tutto altresì come quello profeta Moyse avrà deliberato lo popolo Isdrael del servaggio del fiero re Faraone di quella terra, li metterà in terra di promissione, tutto altresì simigliantemente lo figliuolo di Dio li buoni delle tenebre dello 'nferno egli ne trarrà, e metterà allo regno di cielo. Dopo gli sette anni si partirà egli d'Egytto, ed irà tra una gente credente in Dio. E poi si battezerà in acqua, per dare asenplo a coloro che a lui crederanno, che si battezino, siccome egli fece per santificare loro acqua che è contraria al fuoco; e per ciò che questo fuoco sia ispento si battezzerà egli in acqua; e anche per l'acqua che lava e netta tutte lordure, e spegnie la sete, e rende all'uomo la sua biltade. Simigliantemente laverà la grazia del sancto ispirito, gli peccati, al battesimo, quand'egli saranno battezati, alla fede del figliuolo di Dio; e si renderà loro la salute dell'anima, per la parola del figliuolo di Dio, e renderà loro quelle ymagine che noi avemo perduto per lo peccato d'Adamo.

Cap. CCCLXXXXIIII.

Lo re domanda: lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà egli? Sidrac risponde:

Lo figliuolo di Dio sarà molto bello uomo, e aparirà a' suoi discepoli, in una montagna, a monte Tabor; e la sua faccia risprenderà come lo sole, e lo suo colore (1293) come la neve, ma secondo la forma ch'egli sarà. Assai sarà d'alta persona.

Cap. CCCLXXXXV.

Lo re domanda: perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire? Sidrac risponde:

Per obedienzia; ch'egli sarà obediente, d'infino alla morte della croce; perch'egli sarà diritto uomo tutta la sua vita. E di questa obedienza della morte si verrà l'umanità alluminata (1294). E ciò richiede Iddio a tutte le sue criature. E quando Idio vedrà che 'l figliuolo vorrà così buona opera fare, per conbattere il diavolo e per deliberare Adamo e gli suoi, si vorrà volentieri la sua morte. E di questa maniera dimosterrà egli in questo secolo sua grande caritade, ch'egli lascierà morire lo figliuolo per raccattare i suoi servi. Egli darà lo figliuolo, e lo figliuolo darà sè medesimo. E tutto questo sarà per caritade. E morrà sopra lo legnio, ch'egli vorrà raccattare quello d'Adamo, che per lo legnio (1295) è dannato. E per la sua morte si potranno salvare gli uomini de' loro peccati, chè magiore sarà la sua morte, che lo peccato. Se Dio fosse dinanzi a te, e io sapessi ch'egli fosse lo signore del secolo, e alcuno ti dicesse, uccidi quest'uomo o tutto il secolo perirà; tu nol dei mica uccidere, per salvare tutto il mondo, chè la sua vita è più preziosa che tutto il mondo, e che tutto quello che potesse essere. Altrettale sarà del figliuolo di Dio: la sua morte sarà più che lo peccato. E simigliantemente come la sua vita sarà più degnia di tutti i secoli, similemente sarà la sua morte, alla ragione di molti uomini.

Cap. CCCLXXXXVI.

Lo re domanda: chi 'l vedrà e come sarà egli morto? Sidrac risponde:

Una gente l'uccideranno, li giudei; e quelli che (1296) Idio avea dato li X comandamenti, si faranno consiglio per lui uccidere. E staràe nel sepolcro due dì e una notte. E ciò significa le due morti dell'uomo, l'una del corpo e l'altra dell'anima. Lo giorno significa la sua morte, ch'ella fa loro lume, a quelli (1297) che moranno nella sua fede (1298). La sua anima andrà nel celestiale paradiso, siccome egli dirà a uno malfattore, che sarà a peso co' lui, dal lato diritto: oggi sarai con meco in paradiso. E poi discenderà allo 'nferno, a mezza notte della sua risuresione; e lo dispoglierà; e quelli ch'egli ne trarrà fuori metterà nel pardiso celestiale. E poi n'andrà nel sepolcro, e risuciterà. E se egli risucitasse (1299) così tosto com'egli sarà morto, gli giudei direbono ch'egli non fosse mica morto, ma egli era tramortito per l'angoscia della passione. Egli risuciterà il terzo giorno, lo primo dì della settimana, cioè la domenica; ch'elli vorràe rinovellare il secolo, in quello giorno che l'avea fatto.

Cap. CCCLXXXXVII.

Lo re domanda: dove andrà egli dopo la sua risuresione? Sidrac risponde:

Egli starà XL giorni con Enoc, che fue inanzi Noè, e con un altro buono uomo, ch'à nome Elia, nel paradiso terresto. E si sarà dopo la sua resuresione più bello che non è il sole per sette volte; e di quella forma lo vedranno i suoi disciepoli; egli aparirà XII volte, e prenderà vestimento dell'aria (1300). Alla prima volta aparirà a quelli che 'l sopellirà, in carne, a Iosep (1301). La seconda volta aparirà alla madre. La terza alla Maddalena. La quarta a uno de' suoi sancti ministri Jacopo, che quelli si boterà, che giammai non manicherà, se non lo vedesse. La quinta aparirà a due suoi disciepoli. La sesta aparirà allo prencipe de' suoi disciepoli, sancto Piero. La settima aparirà a' pellegrini, che lo meneranno a uno castello. L'ottava aparirà a tutti i suoi disciepoli, in uno tabernacolo, là dove saranno tutte le porte chiuse. La nona volta quando sancto Tommaso metterà le sue dita nelle sue piaghe, per essere creduto (1302) della sua morte. La decima allo mare di Taburia. L'undecima al monte Taburro. La dodecima là dove troverrà del popolo de' giudei insieme.

Cap. CCCLXXXXVIII.

Lo re domanda: monterà egli solo in cielo? Sidrac risponde:

Tutti quelli che morranno co' lui risuciteranno co' lui. In quella forma monterà in cielo chente sarà istato inanzi la sua passione. E allora monterà in sul nuvolo; e quand'egli sarà in su i nuvoli, si avrà quelle figura che si dimostrò alla montagna a' suoi disciepoli. Egli vorrà montare, dopo la sua resuressione XL giorni, in cielo, perch'egli vorrà mostrare che quelli che faranno i X comandamenti della legge per gli quattro vangelisti, si monteranno tutti dopo lui.

Cap. CCCLXXXXVIIII.

Lo re domanda: avrà egli magione lo figliuolo di Dio? Sidrac risponde:

Lo figliuolo di Dio avrà una santa magione in terra, la quale sarà la sua isposa. E simigliantemente come il capo dell'uomo è sopra il corpo, simigliantemente lui e la sua magione saranno una, per lo sagramento del suo corpo. E similiantemente come gli ministri saranno governati per lo corpo, simigliantemente gli buoni del suo popolo saranno governati per lo suo sacramento. E quelli che saranno iscacciati della sua magione, elli saranno dannati nello 'nferno, se quelli della casa no' li ricevono per l'amendamento ch'egli faranno.

Cap. CCCC.

Lo re domanda: Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in sua casa per lo comandamento di Dio? (1303) Sidrac risponde:

Lo suo corpo sarà tuttavia in terra, e sarà nella sua casa, per lo comandamento e lo dono ch'egli farà a' suoi ministri. Ch'egli sarà in una cena, che loro ronperà lo pane, e dirà: pigliatelo e mangiate, chè questo è lo mio corpo. In simiglianza, quand'egli avrà cenato, e egli piglierà lo vasello del vino, e dirà: pigliate e beete, chè questo è lo mio sangue. E tutti quelli che riceveranno quello corpo e quello sangue, e avranno fede in lui, ch'egli sia veracemente lo corpo di Dio, salvi saranno. E quello corpo sarà tutto giorno veduto nell'universo mondo, chè gli boni avranno lo podere che avranno gli suoi ministri, di farlo, ciascuno giorno; e faranno del pane corpo di Dio. E le degne parole ch'egli sopra loro diranno e faranno, e lo segno della croce che faranno, e lo dono che da lui avranno, e quello pane diventerà carne e sangue in lui, e l'umana natura tuttavia vi sarà in lui; che così degna cosa d'umana vita non potrà istare sanza sangue. Simigliantemente quand'egli sarà morto in croce, e' sarà fedito d'una lancia al fianco diritto, e lo sangue salterà (1304) fuori del suo corpo, e ralluminerà quelli che fedito l'avrà. Altressì lo suo corpo che sarà fatto di pane nella sua santa casa, conciosia cosa che lo corpo sarà fatto di pane, tuttavia sarà il sangue in lui; chè l'umana natura è sostenenza di vita, e sarà tuttavia in lui. E ciò sarà pane di vita, ch'egli dirà colla sua santa bocca, io sono pane di vita; e di questo sarà lo suo santo corpo, che di pane sarà fatto. Anche, quelli che avranno lo podere di fare quello prezioso corpo, s'egli avessero mille pani inanzi di loro, e dicessono quelle sante e degne parole, e facessero lo segno della santa croce, incontanente tutto quello pane si farebbe carne e sangue del figliuolo di Dio, e l'umana natura di vita sarebbe in lui. E niuno uomo e niuna femmina salvare non si potrà, se di questo verace pane e corpo di Cristo non ricevono, con credenza ch'egli sia veracemente lo corpo del verace profeta. E li piccoli garzoni che non cognoscono, e non sanno che ciò si sia, per la loro gioventudine, non è già forza se no' 'l ricevono, chè per la loro puritade e per la loro verginitade egli sta tuttavia co' loro. Gli miscredenti che in lui non credono, e lui conosciere non vogliono, quelli nol dee mica ricevere di tutto in tutto, se lui non riconoscono, e a lui non si convertono; e allora lo puote ricevere. E chi altrimenti lo riceve, la sua dannazione farà; chè il corpo di Dio dee morire in sè medesimo, e quelli riceverà fuoco.

Cap. CCCCI.

Lo re domanda: ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo corpo del veracie profeta? Sidrac risponde:

Non già, se non quelli solamente che avranno lo podere della sua santa magione eclesia. E quello dignissimo corpo non potrà essere menomato nè lordato, se non come lo sole che non puote essere lordato da neuna carogna che l'uomo metta (1305). E quelli che degniamente lo riceve e lo riceverà e manterrà, in colui rimarrà egli. E quelli che lo riceverà, e non sarà degno di riceverlo, in colui non dimorerà egli mica, anzi monterà egli in cielo, per gli angioli, e lo corpo del verace profeta dimorerà in sè medesimo; e quelli che lo piglierà, piglierà pane tanto solamente; e sì tosto com'egli piglierà quello pane, lo diavolo enterà nel suo corpo. E tutti quelli che degnamente lo riceveranno, egli dimorerà in loro; e quelli che no' lo riceverà degniamente, egli non dimorerà mica in loro, anzi se n'andrà in cielo, per gli angeli; e egli riceveranno la loro dannazione.

Cap. CCCCII.

Lo re domanda: quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli altri? Sidrac risponde:

Già, per lo dono nè per altri mestieri ch'elli ànno, non potranno fare piacere a Dio, se non per le loro buone opere. E se riamente (1306) mantengono i loro ministerii, elli saranno più dannati che gli altri; chè lo verace loro profeta gli domanderà più che l'altre genti; chè a loro più comanderà della fede e de' suoi comandamenti che gli altri. Egli gli farà pastori sopra le sue pecore; se per la loro mala guardia i lupi le pigliassono, cioè lo diavolo, eglino saranno risponditori inanzi a Dio, e fortemente però saranno tormentati.

Cap. CCCCIII.

Lo re domanda: deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace profeta? Sidrac risponde:

Elli debono (1307) fare per la sua gloria, e per la sua santa madre eclesia, e per sè, e per lo popolo. E quelli che lo faranno giustamente, siccom'egli dovranno, egli saranno onorati e innalzati sopra tutti gli altri. E quelli che lo riceveranno con mala conoscienza (1308), meglio sarebbe di mettervi uno tizzone di fuoco. E sapiate che molto dannerà la sua anima chi così lo riceverà. Iddio non fece in paradiso niuno male nè niuna pena, anzi lo fece tutto buono; ma Adamo fece bene male a suo corpo, quand'egli mangiò lo pome che Idio gli avea divietato, e si fece la volontà del diavalo. Quelli che di buona conoscienza lo riceveranno, già perciò ch'egli sieno peccatori, non deono lasciare di pigliarlo, se lo ricevono di buono cuore e di buona fede confessata (1309).

Cap. CCCCIIII.

Lo re domanda: che cosa è peccato? Sidrac risponde:

Peccato è nulla, chè Idio fece tutte le cose, e tutte le fece buone. Perciò dobiamo noi sapere che 'l peccato è nulla, per sustanzia, chè tutte le cose che Iddio fece ànno sustanzia, e tutte sustanzie sono buone. Ma nulla (1310) non à nulla substanzia. Ma si è sì grieve cosa il peccato, che uno piccolo peccato è maggiore di tutto il mondo. E quando l'uomo fa il peccato, elli sarà tutto tornato a lui per la sua dannazione; chè niuno uomo puote dire che nella santa creatura abbia niuno male.

Cap. CCCCV.

Lo re domanda: come conoscierà (1311) la morte del santo profeta verace? Sidrac risponde:

La morte del verace profeta sarà conosciuta per tenebre che saranno per tutto il mondo, e per la ressuresione, ch'egli risuciterà i morti, e per molti miracoli che allora saranno. Starlobio santo Dionigio (1312) sarà nel ponente, che conoscierà la sua morte per le tenebre e per la sua strologia.

Cap. CCCCVI.

Lo re domanda: quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? Sidrac risponde:

Prima vincerà l'umano lignagio per sè medesimo; vincerà lo diavolo e ghiottornia e cupidigia e argoglio per che Adamo cadde, lo primo uomo. E sanerà uno fanciullo di centurione, in una città ch'à nome Carnafan; e apresso sanerà tutti gli malati che là saranno, e deliberrà due indemoniati, e diliberrà paralitichi; e questi IIII miracoli farà; e gli peccati saranno perdonati, e li pensieri mutati. E sanerà una femina nella via del sangue del corpo; e resuciterà in una casa una figliuola d'uno uomo sordo e mutolo del diavolo; e sazietà MV uomini, sanza i fanciulli e le fanciulle femine, di V pani d'orzo e di due pesci; e si ne rimarà XII cofani pieni di rilievo (1313); e comanderà al vento e al mare di bonacciare (1314), incontanente sarà bonaccia. E diliberrà per lo suo comandamento molta gente, in una città di Nazaret; e diliberrà in quella parte una pulcella, per umile risposta, dal diavolo, che molto la travaglierà; e satollerà MIIII uomini di V pani e di due pesci; e diliberrà altrui della fame del corpo; e deliberrà una lunatica, che gli suoi discepoli non potranno curare nè sanare; e sanerà uno sordo e mutolo; e alluminerà due ciechi, che grideranno apresso di lui, figliuolo di Davit, abbi misericordia di noi e dacci lo vedere. E si perdonerà gli suoi peccati a una che avrà nome Madalena, la quale laverà i suoi piedi delle sue lagrime; e si guarirà uno cieco di XVIII anni; e si sanerà uno zoppo, uno sabato, in una casa d'uno grande uomo, e sanerà X lebbrosi; e risuciterà uno uomo morto, Lazaro; e si sanerà uno orbo in Gierusalem collo sputo suo, che gli ungerà gli occhi (1315); e risuciterà molti corpi di buoni uomini che morti saranno, inanzi la sua resuresione, e si deliberrà quelli di ninferno.

Cap. CCCCVII.

Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata in cielo che faranno? Sidrac risponde:

Li suoi discepoli si dipartiranno per l'universo mondo, che egli lo dirà loro: andate per l'universo mondo, e anunziate lo mio verbo, cioè lo vangelo. E tutti quelli che vi crederanno e che si battezeranno, salvi saranno; e quelli che non vi crederanno, dannati saranno. E però egli andranno per l'universo mondo, anunziando la parola di Dio, ciò sono gli vangeli; e tali andranno soli, e tali acompagnati.

Cap. CCCCVIII.

Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino salvare gl'infermi? Sidrac risponde:

Egli faranno miracoli e vertudi a' miscredenti, e gli saneranno di molte malizie, per convertirgli alla fede di Dio e lo figliuolo di Dio farà per loro, e tuttavia sarà co' loro. Lo principe delli ministri, cioè santo Piero, sanerà molti uomini di corporali malizie; e Idio per lui sanerà uno paraletico; e poi sarà rinchiuso da uno re miscredente, cioè Herode; e uno angelo lo caverà di prigione. E poi saneranno uno uomo (1316) d'una grande malizia, della quale egli sarà giaciuto VIII anni; e risuciterà una morta povera femmina. E lo figliuolo di Dio diliberrà uno fiero uomo di pene (1317), santo Paolo, e lo convertirà alla sua fede; e fia egli poi maestro. Elli convertirà andando a vedere uno santo uomo del popolo del figliuolo di Dio; e poi ch'egli fia convertito, diventerà egli de' suoi disciepoli; e nel suo nome si faranno ancora molte chiese (1318), perch'egli si lascierà dicollare, nel nome di Dio; e innanzi che muoia risuciterà, per Dio, una femina; e lo figliuolo di Dio lo sanerà d'una morsura pericolosa; per lo toccamento della roba di quello ministro, sanerà molti uomini di diverse malizie. E si caccierà i maligni ispiriti de' corpi degli uomini e delle femine. E per vertudi (1319) faranno di molti miracoli quelli disciepoli, per l'universo mondo, che troppo sarebbe lungo a racontare. Ma egli saranno poi morti nel suo nome, di diversi martirj; e le loro anime andranno poi a Dio del cielo, e saranno coronate nella vita perdurabile.

Cap. CCCCIX.

Lo re domanda: al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo moltiplicato? Sidrac risponde:

Al tenpo del figliuolo di Dio lo mondo sarà presso che moltiplicato di gente, e tuttavia si moltiplicherà più. E alla fine del mondo sarà egli moltiplicato più che a nullo tenpo del mondo.

Cap. CCCCX.

Lo re domanda quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi dee essere tutto il popolo che furono o che saranno. Sidrac risponde:

Se tutta la gente che furono al mondo e sono e saranno, MC e altrettante (1320), fossero tutte in cielo, e ciascuno di loro avesse uno sì grande palagio che vi capesse MC uomini, e ciascuno palagio avesse forno e bagno e giardino e mulino, tutti questi non l'empierebono a X parti del cielo (1321); e somigliante del ninferno.

Cap. CCCCXI.

Lo re domanda: quali sono più o quelli che nascono o quegli che muoiono? Sidrac risponde:

Quegli che nascono sono assai più che quelli che muoiono; conciosia cosa che quelli sono grande quantità. E niuna ora è del giorno dell'anno, che sono XXIIII ore, non è che mille persone non nascano. E se quelli che muoiono fossono più che quelli che nascono, pur X, lo mondo non si potrebbe moltiplicare. Ma perchè lo mondo va tuttavia cresciendo, può l'uomo sapere che più sono quelli che nascono che quelli che muoiono.

Cap. CCCCXII.

Lo re domanda: quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? Sidrac risponde:

La grazia di Dio è sì grandissima che cuore d'uomo nol potrebe pensare; e quella è più che tutte le gocciole del mare e la rena della terre e gli peli degli uccelli e delle bestie, e se tutti questi numeri fossero insieme; e più tanto quanto cuore d'uomo potesse pensare, le grazia di Dio è molto magiore, a quegli che la disiderano d'avere. E quelli che avranno la sua grazia, tardi quanto vuole, elli avranno la sua gloria. E quelli che saranno in cielo nella grazia di Dio, giammai non avrà fine. Similmente adiverrà di coloro che sono nelle pene dello 'nferno. E sapiate che Idio non à neuna ira, altro che grazia e misericordia; ma lo male che l'uomo fa, l'ira gli torna sopra lui.

Cap. CCCCXIII.

Lo re domanda: quelli che saranno in cielo e che giamai fine non avranno no' lo si recheranno eglino a grande increscimento? E quelli dello 'nferno non avranno grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto dimorare in pene? Sidrac risponde:

Quegli che saranno in cielo giammai increscimento non avranno, nè vecchi non saranno, anzi saranno tuttavia giovani come fanciulli e allegri; egli saranno contenti (1322) come uccegli volanti, e legieri come lo vento, e bianchi come la neve, e sprendienti come lo sole, e savi come gli angeli, e onorati come i re, e leali come la morte. E staranno sanza consumare lo corpo. Di MC anni non loro sarà una ora (1323), allo grande diletto in che egli saranno. Quegli dello inferno (1324) pena e paura e dolori e trestizia e angoscia e onta e villania e martirj e infermitadi e tormenti, che della grande pena ch'egli avranno, ciascuna ora (1325) parrà mille anni; e vorranno morire, e la morte gli sfuggirà.

Cap. CCCCXIIII.

Lo re domanda: quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno riposo da Dio? Sidrac risponde:

Quegli che sono nello 'nferno saranno dannati allo sguardamento di Dio. Quelli sono tormentati nel nabisso, che giammai non avranno niuna mercè da Dio, nè niuno riposo. Che tanto come furono in questo secolo, che poteano avere mercè da Dio, non vollono, ma per la volontà pigliarono lo male e lasciarono lo bene; e perciò niuna mercede debono avere; chè gli loro peccati gli ànno dannati allo giudicamento di Dio. Simigliantemente come quelli di paradiso non ànno pene nè dolore, ma gioia e bene e allegreza; altressì quelli dello 'nferno non avranno merciè nè riposo, se non pene e dolore, senza fine. E anche chi facesse preghiere per loro, egli farebbe contro alla volontà di Dio: chè tutte le preghiere che furono e sono e saranno, non gli potrebono aiutare nè valere. Ma quelli che saranno nel purgatorio de' vizi, le preghiere gli aiuteranno bene a trarre di quelle pene. E quelli che saranno in paradiso non avranno mestieri di preghiere; ma quelli che saranno al mondo avranno mestiere delle loro preghiere e del loro aiuto. Egli deono pregare ch'egli loro sieno aiutori (1326) inanzi a Dio. E questo sarà dopo la morte del figliuolo di Dio. Quelli che saranno al purgatorio, quando egli avranno conpiuto il loro termine, egli andranno nel paradiso celestiale, e faranno prieghi per coloro che gli avranno aiutati, e fatto bene e limosina per loro.

Cap. CCCCXV.

Lo re domanda: come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli n'abbia bene o male, e s'egli si potrà fare di conosciere lo suo criatore? Sidrac risponde:

Idio per la sua misericordia istabilì le VII pianete, a governare lo mondo e tutto le criature e tutte l'altre cose che ci sono suso; e fue donato all'anima senno e memoria di conoscere lo loro istato e lo loro corso, e per ch'egli potesse sapere le cose temporali, le presenti, e quelle che sono a venire. E questa è l'arte della strologia, che Idio volle per la sua pietade che fosse in terra, per lodo di sua persona e per bontade di sua credenza. E per questa arte della strolomia possiamo sapere tutte le cose avenute e che sono avenire, certanamente (1327). E perciò che questa arte non ne pare a tutta gente (1328), si vi diremo noi brievemente una maniera di sapere le cose che voi vorrete sapere o pensare, che questa è la prima arte fosse al mondo, siccome fue insegniata a Giaffet, figliuolo di Noè, per l'angiolo; e però si chiama la prima arte della strolomia dopo Adamo. Giafet seppe questa arte, in prima che lo suo padre Noè la sapesse. E poi che Giafet seppe questa arte di V anni e VIII mesi, la seppe lo padre per lo anunziamento dell'angielo, siccome a Dio piacque, e altre cose molte. E egli la mise in iscritta, e fecene uno libro, lo quale Giafet, lo figliuolo di Noè, ci lasciò dopo la sua morte; e si vi mise tutto quello che l'angelo gli avea insegnato. E questo libro venne d'una mano in altra, tanto che pervenne alle mani del nostro padre.

Cap. CCCCXVI.

Lo re domanda: Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale parte andò egli? Sidrac risponde:

Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, egli venne in una contrada, egli e la moglie e' figliuoli suoi, per moltiplicare. E per la volontà di Dio si venne in una provincia ch'ebe nome inanzi il diluvio Arasien; e quando egli l'abitò, egli le pose nome Persia la grande. Ora avenne uno tenpo ch'egli ebe più figliuoli, tra quali n'ebe uno ch'ebe nome Alinemos, e fue il più piccolo figliuolo de' suoi. Avenne uno giorno che Giafet andò in una montagna per pascere le sue pecore e l'altre sue bestie, e menò co' lui lo suo piccolo figliuolo. Ora avenne ch'egli lo perdè in quella montagna, per la volontà di Dio; e ivi dimorò perduto VIII giorni e VIIII; e Giafet ne fue molto tristo e molto doloroso, e molto il pianse, e molto si lamentava; e promise a Dio che di quella montagna non si partirebe mai in tutta la sua vita, se lo suo figliuolo non ritrovasse o vivo o morto. E di questo (1329), inanzi ch'egli avesse conpiuti i sette giorni e le XII ore, venne a lui uno angelo da cielo, per la volontà di Dio, che gli disse (1330):

Cap. CCCCXVII.

Lo re domanda: che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo figliuolo? Sidrac risponde:

L'angelo disse a Giafet: non piangere lo tuo figliuolo, ma fa' com'io t'insegnerò, e tu saprai del tuo figliuolo s'egli è morto o vivo; e ti sia ricordo, per te e per tutti gli altri che dopo te deono venire; e per tutti i tenpi sapere ti conviene l'opere delle pianete e de' segni, com'elle governano la terra, e tutte le criature, e tutte l'altre cose che sono avenire, e quelle che sono istate e sono di presente. Sia lo cominciamento dell'arte del fermamento, e sarà chiamata questa, istrolomia. Quando l'angelo ebbe detto questo, e insegnato, e egli si partì. Giafet fece quello che l'angelo gli avea insegnato, e si trovòe che il figliuolo era sano e salvo, che alle fine de' VII giorni e XII ore egli lo dovea trovare. Gli sette giorni significano le VII pianete, e le XII ore significano gli XII segni; chè le sette pianete e gli XII segni ànno vertude di governare tutte le cose passate e le presenti e quelle che deono venire.

Cap. CCCCXVIII.

Lo re domanda: chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole essere di suo corpo? Sidrac risponde:

Chi vuole questa arte aoperare, egli dee essere bene credente nel suo criatore, e che egli aoperi in buona intenzione e di buona coscienzia e di buona fede; amare Dio inverso tutte le genti, essere di netto cuore e di puro. E tenpo sarà che questa arte sarà in alcuna cosa canbiata, cioè le parole che ci sono, che alcuna gente nolle vorranno credere nè dire; perciò non la faranno egli nimica a conpimento; e per questo sapere non potrebono a conpimento la veritade. Ma quelli che la facesse così, come lo scritto di Giafet noi divisa, nella forma che l'angelo gl'insegnòe, quelli saprebono e anunzierebono la veritade, di quello ch'egli vorrebono sapere.

Cap. CCCCXVIIII.

Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione? Sidrac risponde:

Lo giorno che l'uomo vorrà fare questa arte si dee essere netto di suo corpo e di suo cuore e di lusuria e di tutti altri peccati e di tutto male; e si la dee fare in buona intenzione. Questa arte non si può fare se non lo primo giorno della luna e lo V, o lo VIII, o lo XI, o lo XVII, o lo XVIII, o lo XX, o lo XXX giorno.

Cap. CCCCXX.

Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o con alcuno aconpagniato? Sidrac risponde:

Quello che lo fa dee stare in disparte, solo, in uno luogo; o avere co' lui quelli perch'egli la fa. E si dee tenere tre candele accese inanzi a lui, al nome di Dio e della santa trinitade, padre e figliuolo e spirito sancto. Si dee avere fuoco inanzi le candele, o vuogli di qua o vuogli di là. E deono tenere lo volto verso oriente, se egli sono due o tre, che bene vi possono essere, ma più non. Si debono fare VIIII invene (1331), all'onore di Dio e della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto. E quelli che sa l'arte e quelli che sono co' lui deono fare queste preghiere che qui sono iscritte; e se non l'ànno a mente, abialle iscritte; e l'orazioni, ch'elli deono di buono cuore fare, sono queste: sire Idio, nella tua credenza mantienmi; sire Idio, nel tuo sevigio confortami; sire Idio, nel tuo comandamento alluminami. E quando tu avrai fatto questo e detto, tu farai VII invenie (1332), al nome di Dio e della santa trinità, padre e figliuolo e santo spirito.

Cap. CCCCXXI.

Lo re domanda: che cosa è onnipotente e trinitade? Sidrac risponde:

Siri Idio, padre omnipotente, padre e filio e spirito santo, una trinitade e non stimabile (1333), tre persone in uno Idio, che è e che fue e che è a venire; io ti priego, podestà alta, non istimabile, pardurabile virtù, tu mi di' verità, che ài podere sopra tutte le cose, si come, te dicente (1334), tutte cose son fatte; tu formasti in VII giorni la forma delle cose di tutte criature, in diverse maniere nella loro propria forma, siccom'è lo tuo piacere. O mio creatore, degnami mostrare per questa arte delle pianete, per lo quale podere tu l'arai mostrato a tutto il mondo governare (1335), che io possa sapere di quella cosa che io cheggio a sapere, si mi ci troverrai la cagione XL per lo tuo santo nome, in ch'ella dee venire e porre fine (1336); non mica, messere, per lo mio servigio, ma per lo dono di tutta grazia (1337).

Cap. CCCCXXII.

Lo re domanda: che cose sono invenie e come sono fatte? Sidrac risponde:

Quando tu averai questo fatto e detto, tu farai XII invenie, a onore di Dio, lo creatore, della sancta trinitade padre e figliuolo e spirito santo; e dirai questo: siri Iddio, criatore del cielo e della terra, per lo tuo santo nome ch'è Limon (1338), io ti priego per la tua santa pietà e per gli angioli, quelli ch'annunziarono agli uomini le grandi cose, che tu mi degni mostrare delle pianete la cosa ch'io ti chieggio sapere, quella XL (1339), e in che ella viverà e finirà. Io ti priego, messere del cielo e della terra, per lo tuo santo nome Elimo, e per li tuoi (1340) santi angeli, che anunziano e amaestrano alle comune criature, cioè agli uomini, le picciole cose, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete di quelle cose ch'io cheggio a sapere, quello, XL, in che ella verrà e finirà. Messere Domenedio Elimo, io ti priego per la santa trinità, la quale comanda agli santi spiriti e li signoregia, che più non faciano graveza all'umane cose (1341), che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete, della qual cosa io ti priego di sapere quella XL, ch'ella viverà e finirà.

Cap. CCCCXXIII.

Lo re domanda: che cosa è criatore? Sidrac risponde:

Siri Idio, criatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo santo nome ch'è Limon, e per gli santi padri, che ànno podere sopra gli uomini e sopra i buoni ispiriti, che fanno lo loro comandamento, per conpiere lo servigio di Dio, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete della cosa che io cheggio di sapere, quella XL, in ch'ella verrà e finirà. Siri Idio, creatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo nome ch'è Limon, e per le dominazioni e per li troni sopra li quali è la tua sedia (1342) ed i gradi delli angeli, ch'elli sono loro signori per obedienzia, che voi mi degnate mostrare per l'arte delle pianete quello che io chiegio di sapere, quella XL, in che verrà e finirà. Siri Idio criatore, io ti priego per lo tuo santo nome ch'è Limon, e per li troni, sopra gli quali ài lo tuo sedio, e per ciò che tu usi ispaventevolmente i tuoi giudicamenti, che tu mi degni mostrare nell'arte delle pianete, la qual cosa io chieggio di sapere quella XL, in che ella verrà e finirà.

Cap. CCCCXXIIII.

Lo re domanda: se si dee fare quella arte o di notte o di giorno? Sidrac risponde:

Quando tu avrai fatto questo e detto, tu avrai aparecchiato la ruota della stolomia inanzi a te; e acenderai la candela della ruota, e spegnerai gli altri lumi dell'albergo dove tu sarai, e farai questa arte, per vedere apertamente lo chiarore della ruota, sopra la qual pianeta ella discienderà. E se tu lo fai di giorno, farai l'albergo iscuro, per vedere chiaramente lo chiarore che sarà disceso sopra la ruota della pianeta; e allora tu potrai alluminare l'albergo, se tu vorrai.

Cap. CCCCXXV.

Lo re domanda: come dee essere fatta quella ruota? Sidrac risponde:

La ruota dee essere una tavola ritonda, d'uno palmo, il meno, col compasso e una carta, e carta di banbagia incollata in su quella tavola, del suo grande (1343); e nel mezzo della tavola avrà una piccola brocca (1344) di legno, per tenervi entro la candela. E la carta che sarà incollata in su la tavola sarà segnata e partita per VII conpassi, e in ciascuna parte sarà iscritta una pianeta; e in sul brocco mettervi una candela sottile e lunga d'uno palmo o più. Al mezzo della candela, o al meno, avolgerai uno poco di cera doppia intorno lei, per sostenere la ruota al torneare (1345), che sia della grandezza di quello che è in sulla tavola intagliata, e ch'ella sia fatta di due carte incollate l'una in sull'altra; in sul mezzo de' avere uno pertugio, tanto aperto per conpasso, come la candela vi possa entrare, e torneare (1346) leggiermente intorno. La candela di due dita o di più dee avere nella ruota uno buco grande come uno cece o più, per la carta dee discendere in sulla pianeta (1347).

Cap. CCCCXXVI. (1348)

Quando tu avrai accesa la candela della ruota per torneare, tu darai delle mani in terra (1349); e se ella tornerà la prima volta, nolla toccare più; e s'ella non torna la prima volta, toccala un'altra volta; e se ella non torna, tu la dei fedire tre volte; e s'ella non torna alle tre volte, non t'inpacciare più, da indi a trenta giorni, per la cosa che tu chiedi di fare o di sapere; chè, di quello giorno infino a XXX giorni, quello fatto che tu chiedi non potrebe venire in bene. E passati gli XXX giorni per quell'arte medesima la potrai sapere. E simigliantemente, se tu falli di fedire la prima volta o la seconda o la terza, non vi ti inpacciare più di quello fatto che tu chiedi di sapere, e non potresti sapere nulla. E passati gli trenta giorni per questa arte lo potrai fare.

Cap. CCCCXXVII. (1350)

Quando fedirai la ruota, e ella si volge, e del suo girare per lei medesima rimane, piglia, guarda e poni mente in su quella pianeta lo chiarore discenderà; quella pianeta sarà quella. Allora si piglierai gli punti che sono sopra quelle lettere, del nome del giorno e del mese e della luna (1351). E se l'arte si fa del primo giorno sin di mezza notte (1352), si sarà contato quello giorno che è passato; e s'egli si fa di mezza notte verso il giorno, si sarà contato quello giorno che dee venire; e simigliantemente lo nome del mese e della luna (1353). E se egli è al suo entrare e al suo uscire, non contare nimica i punti delle lettere, e per ciascuna volta che la ruota serve al motto (1354) e all'anno, ma una volta ciascuno motto (1355) e ciascuno mese. Non si fa per alcuna persona maschio o femina chiamare il nome delle persone in suo linguaggio (1356). E fare de' punti una somma, e contare sopra gli XII segni I. a I. Cominciare dietro quello segno che si finiranno; si piglia quelli punti che sono sopra lei, e li punti del nome di quello medesimo segno, e li punti che troverrai in prima contati sopra li XII segni; e farai tuttavia somma, e gli conterai V a V; e li punti che non potranno essere cinque, si metterai I e V disparte; e anche da capo conterai le decine, sette a sette; e quello che soperchierà, che non potrà essere VII, si metterai in disparte cogli altri. E allora tu farai una somma, e conteragli sopra le VII pianete, IIII a IIII; e comincierai di Saturno in quella pianeta, ov'egli saranno trovati; e saprai di quello che tu chiedi di fare, in che ella verrà e finirà.

Cap. CCCCXXVIII. (1357)

Questa è la forma delle ruota e del suo essere, e come ella dee essere pertugiata. E si dee avere gli pertugi l'uno allato all'altro; e si dee essere pertugiata con uno ferro caldo. E la sua colonna dee essere di metallo. E quando tu la fai fare, dirai al maestro che dica: Al nome di Dio e della santa trinidade. E questa è la ruota e le lettere e i punti (1358). V. X. VII. III. X. VII. X. XII. VIIII. II. VII. IIII. XXIIII. XXVIIII. XIIII. VIIII. VIII. XVIIII. XVI. XIII. VI. XVIII. XV. XX.

A B C D E F G H J K L M N O P Q R S T V X Y.

Queste sono le pianete e i punti (1359):

CCCC XXXI XII XV Leo

Saturnus Iupiter IIII

XIII VIII VIIIVirgo

Venus MercuriusXVI

XII. VII. XVIIII Capicorno

Aries Taurus XVII XVI

XIIII. XIII Aquario

Libra Sagittario

Pisces XV.

Aries dee essere dirimpetto a Pisces Scorpio Mars Luna

Cap. CCCCXXVIIII. (1360)

Tu che chiedi di sapere di nostro disiderio lo giorno, ti guarda al cominciamento del giorno di vendere di conperare nè oro nè argento nè niuno metallo per guadagniare. Ferro conpera. Bestie (1361) per guadagniare non conperare. Drapi e mercatantie conpera. Pesci (1362) non conperare. Edificamento di legno nè di ferro nè di terra. Lo giorno non cominciare viaggio nè terra (1363), passato le VII ore del giorno. Non cominciare in conpagnia di vendere nè di conperare. Lo giorno non ti tramettere di piato. Lo giorno non fare battaglia; nè incominciare alle tre ore (1364) del giorno asediare cittade o castello; ma poi sicuramente lo fa, e entra in quello cammino, che voi ne verrete e capo. Al giudicamento lo giorno sicuramente va, inanzi alla signoria, nè niuna cosa non domandare; e cosa ismarrita non potrai lo giorno trovare, e da mezzo giorno inanzi sangue non ti menomare.

Cap. CCCCXXX. (1365)

Se voi volete sapere di persona malata o di persona in grande istretta (1366), ella sarà in pericolo a V giorni. E se voi volete sapere di persona innaverata, in grande pericolo di morte sarà. E se voi volete sapere di persona ch'è in distretta, a grande pena scanperà. Lo giorno non fare saramento, perch'egli vi sarà contradio. Lo giorno non vestire roba nuova, chè voi sarete morto o magagnato o malato; non correre bestia lo giorno, nè non montare in albore, nè passare acqua. Lo giorno ti guarda di scoprire lo tuo segreto, se non a Dio o al predicatore (1367) che sarà in luogo di Dio.

Cap. CCCCXXXI. (1368)

Se vuogli desiderare alcuna cosa ad avere, se voi dovete andare lo giorno inanzi giustizia, si state dalla parte diritta. Se voi volete sapere di persona che è morsa di serpente, di quello male morrà; e di persona che è caduto da alto, egli guarirà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio, tosto verrà, ma alcuna cosa del suo perderà. Se vole sapere di servigio e di signore novello, al primo della sua signoria s'alzerà, e onore avràe; e di questo a poco a poco s'abasserà, e a dirieto si consumerà (1369). Se voi volete sapere lo giorno di persona malata, ella morrà di quello male, o magagnata sarà. Se voi volete sapere lo giorno di femmina pregna, tosto partorirà.

Notes in this chapter

Note 1 · Intendasi, per l'approssimarsi della notte. — Per la nuit aprochier C. F. R.Note 2 · in poco di tempo C. R. 2.Note 3 · Et por ce dions nos che la belle chiere est plus seant a la persone entiere et conplie che la belle charogne C. F. R.Note 4 · Questo cap. manca al C. F. R.Note 5 · al cielo di sotto C. R. 2.Note 6 · Se l'omo trovasse uno altro uomo adosso alla moglie che de' fare? C. R. 2.Note 7 · e farai lo tuo bene e lo tuo onore, e prode all'anima e al corpo C. R. 2.Note 8 · Correggasi col C. R. 2.: de' l'omo pensare de' fatti de le gienti e de la terra? — E meglio nel C. F. R.: porter pencer.Note 9 · di quella C. R. 2.Note 10 · di travagliare C. R. 2.Note 11 · e non faciesse altro se non ch'egli diciesse C. R. 2.Note 12 · tu lassi mangiare e bere e ogni altro diletto C. R. 2.Note 13 · tuttavia fatto giorno C. R. 2.Note 14 · nè sì piccol C. R.Note 15 · Così ha pure il C. R. 2.; ma l'errore è corretto dal C. F. R. dove leggesi: le dormir si est espirituel, et ensemblant a l'air che il ce senNote 16 · mobile C. R. .Note 17 · li signori C. R. 2.Note 18 · come denno essere C. R. 2.Note 19 · Nel C. L.: a Dio lo fanno. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.Note 20 · li signori C. R. 2.Note 21 · Manca non al C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 22 · contra di loro C. R. 2.Note 23 · col C. R. 2.Note 24 · L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in loro. — Ed è al solito una parola del testo francese che il traduttore non ha sNote 25 · ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.Note 26 · grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors C. F. R.Note 27 · Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la verdour de lor vestiment devenir larges et iolif, et penser tous biens.Note 28 · Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de sa gracesse. — Il traduttore non ha inteso gracesse, ed ha scritto grazia.Note 29 · Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.Note 30 · E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio faranno, che la vita perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.Note 31 · Nel C. R. 2.: perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione che l'altro? E chi no' n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?Note 32 · li primi figliuoli C. R. 2.Note 33 · loro dona C. R. 2.Note 34 · Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i digiuni sieno diventati noia nella mente del traduttore.Note 35 · Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.Note 36 · Manca gli uomini al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 37 · E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.Note 38 · par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre (sic) ce est tremontane? C. F. R.Note 39 · Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte calamite, chi est ec.Note 40 · A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del C. R. 2., più spropositato del laurenziano; e poco dal C. F. R., dove leggesi: eNote 41 · et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.Note 42 · mondo C. R. 2.Note 43 · Manca al C. L.: tra li stolti sono. — Abb. suppl. col C. R. 2., conforme al C. F. R.Note 44 · Anche il C. R. 2. ha: stoltia.Note 45 · rimase C. R. 2.Note 46 · quando una C. R. 2.Note 47 · è usanza C. R. 2.Note 48 · o quello che gli è fatto quando è morto? C. R. 2.Note 49 · in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte o lui une lumiere, et la clarite li vait devant C. F. R.Note 50 · Per nondimeno, non per quanto dei nostri antichi, che corrisponde al ne porquant franc.Note 51 · e la notte altresì.Note 52 · istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.Note 53 · veront C. F. R.Note 54 · Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. funno dal C. R. 2.Note 55 · Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a chiarir meglio questo passo degli altri Codd., perchè mancano queste parNote 56 · et tote verdour rent bone clarte C. F. R.Note 57 · non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.Note 58 · Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au fons de l'aigue ou entre II aigues C. F. R. — Cf. C. Plinii Sec., Nat. HisNote 59 · e vivono nell'aqua C. R. 2.Note 60 · L'aspide, nel Tesoro, porta in capo una pietra preziosa che ha nome carbonchio. — E in Plinio hanno una pietra nel capo i lupi, i chromes, lNote 61 · che chi C. R. 2.Note 62 · noia C. R. 2.Note 63 · Vedi Tesoro, Lib. V., cap. 59. — Curioso a leggersi, e non privo di importanza, è il capitolo dove parlasi delle bestie d'India nel poema YmNote 64 · Il C. R. 2. ha questo di più: Anche ci àe altre bestie che ànno uno corno nella fronte, e altre che n'ànno due, l'uno torto verso la fronte,Note 65 · troppo vi parebono a udire contare C. R. 2.Note 66 · ch'ànno il corpo come uciello, il capo come bestia C. R. 2.Note 67 · Anche al Cap. LXXIX è parlato della gente che ha guerra cogli uccelli, favola negli antichi scrittori spesso ripetuta. Ved. Leopardi, Err. dNote 68 · Veda il lettore come alcune di queste favole sugli uccelli sembrino tolte dai racconti del Polo.Note 69 · Nel C. L.: terebono. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.Note 70 · di passo C. R. 2.Note 71 · non sia isnello come niuna altra bestia scarica C. R. 2.Note 72 · Così anche nel C. R. 2.; ma nel C. F. R.: abeille vait maniant des bones flores.Note 73 · e si aopera la ciera e lo mele a medicine C. R. 2.Note 74 · Forse per panzerone, panzirone?Note 75 · Nel C. L. sta scritto: e corta coda nello pelo ma la proprietà della carne e dell'osso. — Noi abb. adottata la lez. del C. R. 2. — A spiegarNote 76 · Nel C. L.: conciliò. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 77 · e pestala sottilmente C. R. 2.Note 78 · sangue di porco vecchio overo lardo C. R. 2.Note 79 · e pertugiata in più luoghi C. R. 2.Note 80 · e mutasseli la matina e la sera l'unguento, non mica lo piombo C. R. 2. — et changeroit matin et vespre l'ongiement et le plomb. C. F. R.Note 81 · e non C. R. 2.Note 82 · pichaar C. F. R.Note 83 · si disfacesse C. R. 2.Note 84 · Così nel C. R. 2.: per la involgi. — Nel n. t.: lavogli. — Nel C. F. R.: et metre dehors tout en tout part, ec.Note 85 · Non sapremmo che intendere di queste parole, le quali variano ne' diversi Codd. Il C. R. 2. ha: stralogia, zaracut, more, genziera, granellaNote 86 · limemachaf C. R. 2. — mohaf. C. F. R.Note 87 · Questo lordi pare abbia ad essere un errore del Cod., e forse trovasi qui per una associazione d'idee col lardo; leggendosi nel C. R. 2. cheNote 88 · potrebe fare C. R. 2.Note 89 · ciascuno giorno C. R. 2.Note 90 · della polvere del legno C. R. 2.Note 91 · ghabar C. R. 2.Note 92 · di cavallo C. R. 2.Note 93 · granella C. R. 2.Note 94 · di femina C. R. 2.Note 95 · alant o lui C. F. R.Note 96 · Manca al C. L. alcuna cosa ne diremo. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 97 · e a loro rimarrà assai rilievo C. R. 2.Note 98 · per fede C. R. 2.Note 99 · E molti altri assai C. R. 2.Note 100 · Ci è parso inutile, comecchè fosse facilissimo, correggere i molti errori di nome, che leggonsi in questo Cap.Note 101 · Così nel Cod.; potrebbe intendersi che le nuvole saranno del colore dell'oro. — Anche il C. R. 2. ha la stessa lezione. — Nel C. F. R. non pNote 102 · leggie C. R. 2.Note 103 · La pacie significa verace pace C. R. 2.Note 104 · Tanto nel n. t. che nel C. R. 2. leggesi daranno. La correz. ci è parsa evidente, tanto più leggendosi nel C. F. R.: devoient.Note 105 · Manca al C. F. R. tutto quello; onde corre meglio il senso.Note 106 · Soulement sanz pechier C. F. R.Note 107 · Abb. agg. quando dal C. R. 2.Note 108 · Sa robe C. F. R.Note 109 · L'umana generazione alluminata C. R. 2. — de ceste obedience de la mort se deura la humanite a la divinite C. F. R.Note 110 · por la pome C. F. R.Note 111 · di quelli a cui C. R. 2.Note 112 · ch'ella sarà lume di quelli C. R. 2.Note 113 · Nel n. t. leggesi morte. — Abb. corr. secondo i Codd. R. 2., F. R.Note 114 · Manca al n. t. E se egli risucitasse. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 115 · Nel n. t.: anima. — Abb. corr. secondo la lez. dei Codd. R. 2. e F. R.Note 116 · apparirà in carne a quello che lo soppelliro nella prigione dove sarà Giuseppo C. R. 2.Note 117 · credente C. R. 2.Note 118 · Nel C. F. R. prima della rubrica di questo cap. leggonsi le seguenti parole, le quali ci pare non inutile riferire: Cest capitle si est encoNote 119 · spillerà C. R. 2.Note 120 · Nel C. R. 2.: che l'uomo vi metta. — Ma non si intende, veramente, come potrebbe mettersi la carogna nel sole. — Migliore è la lez. del C. FNote 121 · Nel n. t. lealmente. — Abb. corr. l'errore evidentissimo, secondo la lez. del C. R. 2.Note 122 · lo deno C. R. 2.Note 123 · coscienza C. R. 2.Note 124 · e confessati C. R. 2. — Questo confessati manca al C. F. R.Note 125 · il male C. R. 2.Note 126 · conoscerà l'omo C. R. 2.Note 127 · Uno buono uomo strolago santo Dionizio C. R. 2.Note 128 · dodici corbelli di rilevo C. R. 2. — XII cofins de relif C. F. R.Note 129 · La Crusca non registra bonacciare.Note 130 · e sputerà nella polvere e farà loto e ongierà gli occhi di colui che sarà aluminato C. R. 2.Note 131 · Vogliamo, per la sua singolarità, dare il nome, Eneas, che quest'uomo ha nel C. F. R.Note 132 · dalle pene dello 'nferno C. R. 2. — Non era certo dotto, neppure nella storia sacra, questo Sidrac, che mette san Paolo all'inferno, per farNote 133 · cose C. R. 2.Note 134 · per virtù di Dio C. R. 2.Note 135 · ciento milia volte altretante C. R. 2.Note 136 · non empierobono la diecima parte del cielo C. R. 2.Note 137 · Nel n. t.: correnti. — Abb. preferita la lez. del C. R. 2.Note 138 · li mille anni non parrà a loro una ora C. R. 2.Note 139 · sottintendi: avranno; com'è nel C. F. R.Note 140 · Manca ora al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.Note 141 · aiutatori C. R. 2.Note 142 · Certanamente, certano, forme molto comuni nelle ant. scritture, massime se trad. dal francese o dal provenzale.Note 143 · La lez. del n. t. è errata, leggendosi: E perciò che questa arte nonne pro alla ria gente e si è iscritto ad alcuno. — Abb. adottata la lez.Note 144 · Per in questo, in quella, allora.Note 145 · e li insegnò lo suo figliuolo C. R. 2.Note 146 · La Crusca registra invenia, e la definisce: umile dimostrazione d'abbondante e devoto affetto. — Invenie trovasi usato anche per lusinghe, cNote 147 · venie C. R. 2.Note 148 · Intendasi da non potersi comprendere, non comprensibile. — Nel C. F. R. non estimables.Note 149 · si come toi disant et comandant C. F. R.Note 150 · Così pure nel C. R. 2. — Correggasi col C. F. R.: per le quel poeir che tu lor a dones por le monde governer par ton comandement.Note 151 · Come decifrare il senso di queste parole? E non sapremmo nemmanco far conghietture sul modo di correggerle, non dandoci alcun lume il C. R. Note 152 · tua grazia C. R. 2.Note 153 · Helyemon C. F. R.Note 154 · Così, in questo luogo e più sotto, come vedrassi. — E nel C. R. 2. sempre quaranta. Di questa parola nessun vestigio nel francese; ma inveceNote 155 · Nel n. t. nomi. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 156 · alle umane nature C. R. 2.Note 157 · Nel n. t.: e per le dominazioni che sormontano i tonanti. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.Note 158 · della sua grandezza C. R. 2.Note 159 · broche C. F. R. — bocca C. R. 2.Note 160 · La lez. del n. t. è conforme a quella del C. R. 2.; ma è evidente che ne' due Codd. italiani è corsa una lacuna. Nel C. F. R.... par quei voNote 161 · Nel n. t. torre. — Abb. corr. col C. R. 2.Note 162 · Il n. t. ed il C. R. 2. sono di nuovo errati: segno che il traduttore italiano non era pratico di scenza astrologica. Ecco il testo franceseNote 163 · Nel C. L. manca il titolo a questo Cap. — Il C. R. 2. ha: Lo re domanda come si de' fare la ruota per volgere.Note 164 · Non in terra, come hanno i Codd. L. e R. 2., ma: et tu la fiers (la roe) III fois de la main C. F. R.Note 165 · Nel C. R. 2. è questo titolo: Lo re domanda: che potrete altri fare quando la ruota si ferma?Note 166 · Vedasi come particolareggia di più il C. F. R.: sur la planete ou la clarte descendra si prenes les poins qui sunt sur celle planete et les Note 167 · Et se tu la fais de mie nuit envers le ior C. F. R.Note 168 · Tutto ciò che segue sino alla fine del cap. manca al C. F. R.Note 169 · Nel n. t. monto, che non sappiamo che possa significare. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.Note 170 · c. s.Note 171 · Nel n. t.: si fa per alcuna persona si noma in suo linguaggio. — Abb. pref. la. lez. del C. R. 2., sebbene non riescaci neppure di essa inteNote 172 · Nel C. R. 2.: Lo re domanda: qual'è la forma della ruota?Note 173 · Nel C. F. R.: Ce est l'a b c e et le nombre des poins sur chascune sillabe: XII. V. XVII. III. XVI. X. I. XIX. IX. II. VII. IIII. A. B. C. DNote 174 · E qui pure è confuso ed errato il n. t. — Riferiamo il testo del C. F. R.: IX.VII.XII.XV.XIII.VIII. SaturnusIupiterMarsSolVenusMercurius IIINote 175 · Nel C. F. R. leggesi: Ces sont les chapitles des VII planetes en chi trove l'om ce ch'il doit faire et de ce que il desire de savoir. — SATUNote 176 · Bestes de mangier C. F. R.Note 177 · Così anche nel C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: possessions. — È facile vedere come sia nato l'errore.Note 178 · viage en terre C. F. R.Note 179 · en les primiers hores dou ior C. F. R.Note 180 · Nel C. R. 2.: Lo re domanda se l'omo potrebe sapere di persona malata o che fosse in grande stretta.Note 181 · istremità C. R. 2.Note 182 · confessore C. R. 2. — a Dieu ou a ciaus qui por lui seront en terre C. F. R.Note 183 · Nel C. R. 2. Lo re domanda: come avrà l'uomo ciò che desidera?Note 184 · au derain C. F. R.
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