ROMA ED IL PAPA.
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Qual servitù è più vile ed ignominiosa di quella dello Stato Romano? Una casta, i cui interessi, i cui affetti sono, non che al tutto diversi, in opposizione diretta con quelli del resto della nazione, è signora assoluta, e qualunque di lei non fa parte è meno che servo. Questa è la mostruosità maggiore del reggimento papale; ma ve n’ha altre molte che lungo sarebbe il volere discorrere, e le quali fan sì che nessun governo al mondo sia più meritevole del nome di sgoverno sì felicemente coniato da Alfieri. Non legislazione compiuta, ordinata; non ordini giudiziarii fondati sui dettami del dritto; non limiti bene determinati fra le varie giurisdizioni, tutto in balia dell’arbitrio di gente ignorante o corrotta, un tale disordine in somma, un tal caos, da non potersi descrivere. Ma ciò risguarda soltanto i due milioni e mezzo di uomini sottoposti alla sede apostolica. Esaminiamo di volo la fatale influenza esercitata dal papato sulle cose d’Italia.
Dal secolo di Carlomagno fino a Gregorio XVI i pontefici han chiamato perennemente gli stranieri sulla nostra misera patria. Questo immenso delitto dovrebbe bastare sol esso a farli esecrare dagl’Italiani. Sole due volte il papato stette colla nazione contro i forestieri, sotto Alessandro III, al tempo della Lega Lombarda, e sotto Giulio II. Ma quanto al primo si debba riflettere ch’egli non favorì le città libere d’Italia, perchè tenero della libertà loro, ma perchè minacciato egli stesso dall’ambizione dell’imperatore; e quanto a Giulio II, non dirò altro se non che quel medesimo che scrisse sulle sue bandiere il famoso motto: Italia ab exteris liberanda, avea poco innanzi grandemente contribuito alla lega di Cambrai, lega che avea per iscopo la ruina di Venezia, cioè del più antico e più forte fra gli stati italiani. Dopo queste cose e’ mi sembra superfluo il ricordare di Alessandro VI che chiamava i Francesi in Italia per allargare lo stato al figliuolo, e del settimo Clemente, che fiorentino di nascita, spingea parricida contro Firenze quegli stessi Tedeschi e Spagnuoli, dai quali Roma era stata messa a ferro ed a sacco.
Ma a convalidare le mie parole basterebbero soli i recentissimi fatti della rivoluzione del 1831. Poche sollevazioni furono più giuste, e quasi nessuna più benignamente operata. Facea mestieri cacciarsi dal collo un giogo insoffribile, vendicar tanti secoli d’umiliazione, eppure non una stilla di sangue fu sparsa, eppure i sollevati non mirarono se non al conquisto di uno statuto politico, che s’affacesse un po’ meglio alla innoltrata lor civiltà. Il potere spirituale del papa non fu intaccato nemmeno in parole, e la casta della quale ho cennato, che pur tante colpe avrebbe dovuto espiare, non venne in guisa veruna offesa o insultata. Aggiungi che si seppe a Bologna dal nuovo governo che il cardinal Benvenuti, vescovo d’Osimo, cospirava pel papa contro la libertà nazionale, spendendo in accendere la guerra civile il potere che il suo ministero apprestavagli. Or bene, invece di essere punito a quel modo che usano i governi assoluti coi congiuranti per la libertà, fu sottratto al furore del popolo, e tradotto a Bologna, vi fu trattato con ogni riguardo, nè si pensò a giudicarlo. Vedremo in breve in che modo Gregorio XVI rispondesse a quella rara moderazione dei liberali.
Il santo pastore non avendo modo da opprimere la rivoluzione, si fe’ a supplicare l’imperatore, e i Tedeschi chiamò sul suo gregge. Non istarò a ricordare i particolari di quella invasione, nè parlerò del valore dimostrato a Rimini dalla picciola mano di patrioti che combattette contro le schiere imperiali, nè della capitolazione d’Ancona così iniquamente violata dall’Austria e dal papa, nè dei novantasei liberali catturati da navi austriache nelle acque d’Ancona contro il diritto delle genti, nè di tutto che avvenne nelle legazioni durante i sei mesi che gl’imperiali ne stetter lontani. Solo dirò dei saccheggi e dei massacri di Cesena, di Forlì e di Ravenna, città nelle quali le truppe di sua Santità, comechè rette da un principe della chiesa, commisero i più atroci delitti, e noterò questo, che mentre Gregorio XVI d’una mano guidava gli Austriaci a soffocare ogni grido di libertà nello stato, dell’altra scomunicava tutti coloro che aveano partecipato alla rivoluzione.
Ma a dimostrare la rara perfidia di papa Gregorio giovi quest’ultimo fatto. Ad istanza della Francia, della Gran Brettagna, della Prussia, dell’Austria e della Russia, e’ promise di concedere allo Stato istituzioni sì fatte, da renderne certa la prosperità e la quiete. Ma promise e non tenne, e lo Stato Romano ritrovasi in una condizione simile affatto a quella donde fece invano di uscire nel 1831, e dalla quale può trarlo soltanto una nuova rivoluzione.... Possa ella riuscire al tutto dissimile da quella del 1831! In quell’anno fatale si gridò libertà, ma si temette di far risuonare quel grido oltre i confini di certe province, il papa si bramò decaduto come principe, ma non si fe’ neppur cenno di atterrare il papato. Or finchè questo rimarrà in piedi sarà indarno che si speri salute all’Italia. Bisognerebbe che questa capital verità si radicasse profondamente negli animi, il papato doversi distruggere nelle sue fondamenta, siccome quello che al pari dell’Austria è nemico naturale, implacabile d’ogni libertà, d’ogni bene della nazione italiana. Una rivoluzione la quale non abbia per iscopo principalissimo questo che ho detto non farà verun frutto.
So che alcuni vi sono dai quali sostienesi che non si debba toccare la mala pianta, che anzi più rigogliosa sarà per fiorire al lume della libertà nostra, e che il mondo non è stato mai così bisognoso, così assetato di religione, e massime di cattolicesimo, come oggidì; ma per somma ventura d’Italia e del mondo quei che pensano in questa guisa son pochi, e il senso religioso (nol chiamerò sentimento), il quale a mio senno dee risguardarsi come una delle molte debolezze inerenti all’umana natura, si va infievolendo più sempre. Ma il parlare di religione, e segnatamente di cattolicesimo, oggi è moda in certuni, come un tempo era moda il gridarsi spirito forte. Io che abborro da ogni specie di moda, e però rifuggo così dal dirmi cattolico, come dallo spacciarmi per ispirito forte, giudicando dai fatti che tuttodì vo osservando ho per fermo che le menti sempre più rischiarandosi, e nuovi sentimenti svolgendosi nei cuori, il senso religioso che ho detto scemerà tanto per quanto l’imperfezione della nostra natura può consentirlo. E questo scemare delle umane superstizioni farà sì che gl’Italiani potranno più facilmente, quando che sia, svellere dalla radice il papato, e aversi in tal guisa la gloria di compiere la santa opera alla quale i Tedeschi dettero inizio per man di Lutero. Solo allora la povera Roma sarà veduta risorgere dal fango in cui giace, Roma che il vano suo titolo di metropoli dell’orbe cattolico muterà in quello di capo d’Italia, tanto più glorioso ed augusto.