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Gloria e sventura - Canti repubblicani

PIEMONTE.

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Nei Piemontesi sta il nucleo del futuro esercito italico, chè oltre dell’essere mirabilmente atti alle armi fin dall’età più remote, hanno tali ordini militari, che in ora brevissima centomila e più uomini possono radunarsi e far testa al nemico. Aggiungi che all’infuori delle memorie del 1821 le tradizioni belliche del Piemonte sono gloriose, e quel che più vale, continuatamente gloriose. E il valore dei Subalpini è oggidì quel medesimo che fu visto durante il famoso assedio di Torino del 1706, e le guerre del secolo scorso, e le fazioni tutte sì bellamente sostenute sotto le aquile dell’impero francese. La casa di Savoja invece, che fu sì ricca di animi vigorosi ed arditi, è degenere affatto, tanto gli è vero che le famiglie dei principi possono decadere e corrompersi, non così i popoli, ne’ quali, se la natura li volle animosi davvero, ad onta di tutti i vizii, di tutte le profonde miserie inerenti alla schiavitù, la robusta e nobile tempra non cede. Qual differenza mai corre fra Emanuele Filiberto e Carlo Felice? Fra re Carlo Emanuele e re Carlo Alberto? Ma segnatamente fra quest’ultimo e i principi tutti della casa in discorso? Nessuno dei tirannelli d’Italia, neppure il duca di Modena, debbe riuscire più esoso all’universale, o, per meglio dire, schifoso di Carlo Alberto, e i più tristi fra i nostri carnefici sembrano onesti in confronto di questo sciaurato. Ma parlino i fatti.

Niuno ignora la maschera di liberalismo onde Carlo Alberto vestiva la sua ambizione nel 1821, e come i liberali di Piemonte, ingannati a quelle apparenze, commettessero il gravissimo fallo di accostarsi a lui per insorgere, facendogli sperar come premio del suo cooperare a quei moti lo scettro di gran parte d’Italia. La sera del 6 marzo 1821 Carignano dava solennemente la sua approvazione al mutamento politico da doversi far nello stato; ma ventiquattr’ore appena erano scorse, quando annunziò non voler sapere più nulla della congiura. Debole al sommo, non dovea però rimanere gran fatto in questo proposito. Il domani i cospiratori avendolo richiesto con calde parole di mantenere la data fede, dopo molto dibattere die’ il suo consenso alla rivoluzione, cui per altro non volle promettere se non alcuni fra i moltissimi aiuti che nell’alto suo grado avrebbe potuto apprestarle. E fin qui, a volerlo giudicare benignamente, non si scorgono se non imbecillità e codardia. Ora comincia l’infamia. In quel tratto medesimo che nuovamente assentiva alle voglie dei liberali, e promettea secondarle, dava ordini sì fatti che la mossa rendevano quasi impossibile. Fortunatamente alcuni fra i congiuranti ciò seppero in tempo, e la mossa ebbe luogo ad onta di Carignano, se non che invece di cominciare a Torino, com’era stato prefisso, cominciò ad Alessandria ed a Pinerolo. Vittorio Emanuele avendo abdicato, Carignano fu nominato a reggente, e a’ 14 marzo 1821 giurò la costituzione spagnuola. Ma soli otto giorni ei tenne quel giuramento, perocchè nella notte de’ 21 ai 22 ei disertava colle guardie del corpo, l’artiglieria leggiera, i cavalli leggieri di Savoja e il reggimento di cavalleria Real Piemonte. Il generale tedesco Bubna, nel cui campo si presentò, lo accolse assai malamente, chè i traditori destano ira e ribrezzo fino in coloro che raccolgono il frutto del tradimento. Nuove umiliazioni lo aspettavano a Modena, dove re Carlo Felice, non sapendogli perdonare quell’aver fatto da liberale durante otto giorni, ricusò di vederlo. Carignano, tradita la causa della libertà, o, per parlare più rettamente, quella della propria ambizione, avrebbe potuto giovare almeno in questo al Piemonte, nell’evitar che gli Austriaci ne violassero il suolo. L’occasione a ciò era più che propizia. L’esercito piemontese era scisso in due campi, costituzionale l’uno, l’altro realista. Quest’ultimo stava a Novara, sotto il comando del general Latorre. Carignano, in cambio di andarne a’ Tedeschi, avrebbe potuto recarsi a Novara, diventar capo delle truppe quivi adunate, e con esse sopraffare le forze costituzionali d’alquanto minori, la qual cosa, ripeto, avrebbe risparmiato al Piemonte l’invasione straniera. Ma messosi nella via dell’infamia, Carlo Alberto volle correrla intera.

A purgare il delitto di avere contribuito in così minima parte al moto rivoluzionario del 1821, Carignano fu mandato in Ispagna, dove molte centinaia di fuorusciti piemontesi combattevano e morivano per la libertà, capitanati dal valorosissimo Pacchiarotti. Tutti sanno del titolo conferito a Carlo Alberto di granatiere del Trocadero. È fama ch’ei si compiaccia grandemente nel parlare di quel generoso episodio della sua vita, e mostri con gioia le spalline di lana rossa che il duca d’Angoulême di propria mano gli diede. Salito sul trono, aspettavasi ch’ei perdonasse a’ molti che avevano con esso lui congiurato nel 1821. Nuovi martirii di liberali vide invece il Piemonte‍[25]. Non farò cenno se non dei fatti avvenuti nella state del 1833. La Giovine Italia avea messo una gran paura addosso a tutti i governi italiani, ma specialmente a quello di Carlo Alberto. Leggi severissime furono bandite nel Napoletano, nel reame Lombardo Veneto e negli stati Sardi contro chiunque fosse stato chiarito proselite della nuova setta, e la solita pena di morte fra le ventiquattr’ore fu minacciata ai colpevoli. Il solo detenere una copia del giornale della Giovine Italia era riputato bastevole a provare la reità degli accusati. Numerosissime furono le carcenzioni nel Genovesato, in Piemonte, in Savoja, e si fece man bassa in ogni ceto, ma segnatamente fra i militari, nè andò guari che Genova, Alessandria e Ciamberì si videro intrise di sangue. A Genova furono moschettati Miglio, sergente de’ guastatori nel reggimento Granatieri Guardie, Biglia, sergente foriere nel medesimo corpo, e Gavotti già uffiziale, uomo di molta età, ammogliato e padre di sette figliuoli. Ogni modo erasi adoperato con quest’ultimo perchè parlasse; ma egli antipose un morire onorato ad un vivere infame. Miglio, già soldato nella guardia imperiale di Napoleone, volle provvedere per quanto potette all’infelice famiglia del suo compagno di morte. Avea messo in serbo una picciola somma durante i molti anni in che avea militato; e quei pochi danari e tutto che possedeva legò alla famiglia Gavotti. I soldati cui fu commesso l’ufficio di archibugiare i tre martiri, furono scelti con grandissima cura fra coloro che si sapea non avrebbero ricusato, le truppe in generale essendosi mostrate avverse oltre modo a quegli assassinii. Pochi giorni dopo Giacomo Ruffini, uomo noto e caro all’universale per ingegno e virtù, certo di essere condannato all’estremo supplizio, si uccise nelle prigioni della Torre del Palazzo. Ad Alessandria furono messi a morte cinque sergenti forieri, Marini, Costa, Ferrari, Menardi e Rigazzo, e il procuratore Vochieri. Marini era giovane colto e gentile, e sapea dettar versi di qualche eleganza. Vochieri avea moglie e una figlia. Un Galateri, governatore di Alessandria, volle che la vittima nell’andare al supplizio passasse dinanzi alla casa dove quelle povere donne se ne stavano più morte che vive. A Ciamberì il tenente Tolla, un de Gubernatis, un Tamboretti, ed un altro di cui ignoro il nome, furono pur moschettati. Nel febbraio del 1834 due altre morti si videro a cagione della spedizione di Savoja, impresa malaugurata oltre ogni dire, la quale comechè tentata con belle e generose intenzioni, mercè del suo risultamento finale è riuscita assai funesta all’Italia, in questo principalmente, che ha sfiduciato i più ardenti, e ha screditata la causa nostra fra gli stranieri, che nulla badando alle cagioni dei fatti, solo da questi son usi a giudicare di noi. Un Lombardo per nome Volonteri e un Francese per nome Borel, fatti prigioni sulla frontiera, furono indi a poco passati per le armi a Ciamberì. Volonteri fece per la famiglia di Borel il medesimo che Miglio avea fatto per quella di Gavotti, e ciò dopo avere tentato ogni via per salvare il compagno, affermando averlo egli solo indotto, anzi strascinato alla fazione per la quale venia sentenziato.... Miglio, Volonteri, e voi tutti i quali periste per la libertà, sia sul patibolo, sia pugnando per essa in terra straniera, i vostri nomi ora vanno per le bocche di pochi, ma un giorno il popolo d’Italia s’udrà pronunziarli con assai maggior riverenza che non fa de’ santi oggidì, che anzi i soli santi sarete dell’Italia futura!... E a te, o Santarosa, il più generoso fra loro, sorgerà una splendida pietra, rammentatrice perpetua delle tue chiare virtù e del tuo morire magnanimo!... Vorrei che nessuno Italiano ignorasse la lettera che quell’egregio scriveva di Londra a Vittorio Cousin, in data dei 21 ottobre del 1824, lettera in cui dichiarava con parole degne di eterna memoria la presa risoluzione di andarne a combattere e morire coi Greci. Non appena ebbe afferrato il desiderato lido di Grecia, si vestì all’Albanese, e militò da soldato durante circa sei mesi. Agli 8 maggio 1825 ei cadde a Sfacteria sotto il ferro egiziano. Avrebbe potuto, come tanti altri, imbarcarsi sul legno il Marte. Gli piacque invece di mettere a un certissimo rischio la vita, sol per raccendere coll’esempio il coraggio dei Greci. Cadde, e il suo corpo fu poscia indarno cercato sul campo dall’amico Collegno. I soldati d’Ibraimo ne avean fatto per certo il governo che i barbari sogliono dei corpi dei vinti. Santarosa non ha onor di sepolcro, mentre il vil Carignano sta in trono; ma chi non vorrà preferire la sorte dell’esule morto per la libertà ai rimorsi all’infamia del più vituperoso dei traditori?

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