PARTE TERZA IL BANDITO DELLA NURRA (continued 2)
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La mia bandiera era bellissima, speciale. Mi ero rivolto a diversi negozianti della piazza di Sassari, i quali pensarono a tutto. Vi spesi oltre 400 lire; poichè 76 scudi mi costò la stoffa e l’asta, 4 scudi l’effigie di San Paolo, e 2 scudi la colomba da collocarsi sulla sommità della croce.
La festa di San Paolo ha luogo nelle vicinanze del villaggio di Monti ai 17 di agosto. È propriamente la festa dei banditi, e chiama gran folla di devoti da ogni parte della Sardegna, specialmente dal capo settentrionale.
Alla vigilia della festa i miei fratelli, con uno zio di mia madre, accompagnati da una quindicina di persone, tutti a cavallo, mossero da Florinas per San Paolo di Monti. La mia bambina sedeva in arcione con lo zio Giomaria; il mio fratello Peppe portava la bandiera da me provveduta.
Avevo raccomandato a mia madre di dire ai parenti che avessero dato alla mia figliuola abbastanza danaro, e che non l’avessero disgustata.
Col cuore straziato per non poter andare alla festa, ma fiero di quella comitiva che conduceva la bimba e la bandiera mia, rimasi per un’ora sul ciglione della strada, per dove la cavalcata doveva passare.
Li vidi finalmente da lontano, in un nembo di polvere, e mi si gonfiò il cuore. Quando giunsero a me dinanzi, si fermarono tutti. Io gridai a mio fratello Peppe:
— Spiega la bandiera, perchè si veda!
La fissai con orgoglio, e diedi uno scudo alla bambina; la quale, tutta lieta e sorridente, mi disse:
— Babbo: dallo a Tiu Mia (Zio Giomaria) che ha il mio danaro!
Tornai ad avvertire la comitiva, che non disgustassero la mia figliuola, ma che le dessero quanto avrebbe chiesto, soddisfacendo ogni suo desiderio. Avrei rimborsato qualunque spesa.
La comitiva si mosse continuando la sua strada; ed io commosso l’accompagnai cogli occhi, salutando con una mano la figliuola, e rasciugando coll’altra una lagrima di tenerezza.
***
Alla festa di San Paolo di Monti accorreva in altri tempi un gran numero di banditi; i quali vi godevano piena libertà, essendo stato vietato ai carabinieri d’intervenirvi.
Si recavano colà i soli banditi dei dintorni, poichè i lontani non si fidavano per i molti sentieri sospetti e pericolosi.
Verso il 1854 avvenne a San Paolo una rissa sanguinosa, in cui un festaiuolo uccise un torronaio pattadese. Dietro a quel caso, dall’anno susseguente, il Governo mandò alla festa un forte nerbo di soldati, obbligando i festaiuoli a recarvisi disarmati. Il divieto delle armi allontanò per sempre i banditi dalla chiesetta di Monti.
I devoti entrano prima in chiesa per fare orazione; indi rimontano a cavallo, spiegano la bandiera, e fanno per tre volte il giro della chiesa, fermandosi ogni volta dinanzi alla porta per salutare il santo. Ciò eseguito smontano di nuovo da cavallo, rientrano in chiesa, e dispongono le bandiere in bell’ordine ai due lati del simulacro.
Messe le bandiere a posto, e fatta la preghiera, si pensa a far custodire alla meglio i cavalli; e poi di nuovo tutti uniti in chiesa, per recitare una terza orazione.
L’anno ch’io mi recai alla festa di San Paolo (verso il 1846) contai sul luogo 72 bandiere — senza tener conto di altre 14 che mancavano da Bottida, poichè il paese era in lutto per un attacco sanguinoso fra due partiti. Si può quindi immaginare il numero dei festaiuoli devoti; toccavano i quattromila.
***
Non mancarono i parenti e gli amici di darmi ragguaglio sul viaggio della mia bambina e sull’ammirazione che destava la mia bandiera.
La mia bambina, meravigliata di quanto vedeva, si accostava ogni tanto allo zio:
— Tiu Mia, dammi danaro!
— Quanto vuoi, figliuola?
— Mezzo reale.
— Che ne fai?
— Per comprare i confetti.
Come lo zio glie li comprava, Maria Antonia non faceva che distribuirli alle bambine e ai bambini che l’attorniavano, cosichè ben pochi glie ne rimanevano. Quando li aveva esauriti tornava a mio fratello:
— Tiu Mia!
— Che vuoi?
— Mezzo reale!
E così continuò il giuoco dei mezzo reali da baracca in baracca. La mia bambina pagava, gli altri mangiavano, ed io fui soddisfatto del buon cuore della mia figliuola verso i piccoli compagni di baldoria.
A festa finita furono tutti di ritorno a Florinas, ed io di nuovo li aspettai sul ciglione della strada per vederli e salutarli colla gioia nel cuore.
Quando l’allegra comitiva a cavallo giunse vicino al convento di Ploaghe, i frati si fecero al portone per vederla sfilare.
Il vecchio guardiano disse a voce alta ai suoi confratelli, indicando lo stendardo spiegato:
— È questa la più bella bandiera finora andata a San Paolo di Monti!
Entrati in Florinas, si recarono tutti in casa di mamma Bazzone per accompagnarvi la bambina e per deporvi la bandiera. Ivi fu fatta larga distribuzione di confetti e di torrone alla famiglia, come avevo raccomandato.
In seguito la comitiva si sciolse, e ciascuno si ritirò nella propria abitazione.
La mia bambina, dopo essere andata dalla mamma per farle parte dei confetti e dei torroni, era ritornata in casa della nonna per i preparativi di un nuovo viaggio, che doveva effettuarsi due giorni dopo.
CAPITOLO X. La scolara insegna il maestro.
Uno dei progetti da me fatti, dopo il primo incontro colla bambina, era stato quello di separarla dalla madre, presso la quale la credevo in pericolo per l’avvenire.
Ponderate le cose, consigliatomi colla vecchia, e tutto combinato, fu stabilito di aspettare unii buona occasione per allontanare la bimba da Florinas.
A Portotorres io aveva due sorelle, Maria Andriana e Giustina, maritate a due pastori, colà domiciliati. Era dunque in quel paese che pensavo di collocare la mia figliuola, facendovi a lungo fermare la nonna per meglio assisterla e sorvegliarla, e dubitando che le mie sorelle non avessero tutto il tempo necessario per incaricarsi di lei.
Ne’ miei propositi non frapponevo indugio; ond’è che mi ero dato attorno per effettuare il mio disegno.
Si trovava in quei giorni a Florinas la moglie del mio amico Antonio Giuseppe Zara, un carrozziere florinese, da qualche anno stabilito a Sassari. Costei aveva ricevuto una lettera dal marito, che la richiamava a Sassari; e si pensò di approfittare del legno spedito, per far viaggiare la vecchia e la bambina.
Il giorno susseguente alla festa di San Paolo, la bambina prese commiato dalla mamma, e venne con la nonna a Sassari, dove rimasero una sera. L’indomani, colla carrozza dello stesso Zara, si trasferirono a Portotorres.
La vicinanza di questo paese alla Nurra (mio abituale soggiorno) e la convenienza di poter far dare dalle mie sorelle una buona educazione alla mia bambina, mi avevano determinato a questo passo.
La mamma, ogni sera, conduceva la mia figliuola e gli altri nipotini alla basilica di San Gavino, per far loro insegnare la dottrina cristiana — sempre cantarellando, com’era il sistema d’allora.
Quando avevo piacere di abbracciare o di conferire colla mia bambina, mandavo un messaggio segreto alla nonna; e mio cognato si affrettava a portarmela all’ovile, o ad altro luogo da me designato.
Sedevo Marietta sulle mie ginocchia, giuocavo con essa come un bambino, e cercavo di darle consigli e ammaestramenti. Poi toglievo da tasca l’Ufficio od altro libro, e cercavo d’insegnarle le lettere iniziali.
Era davvero curioso, vedere il bandito terribile, armato fino ai denti, in uggia alla giustizia, passeggiare fra i macchioni con una bambina di sette anni in braccio! Col cuore pieno di gioia, io baciavo la mia creatura, guardandomi attorno con diffidenza, per sfuggire al pericolo di una brutta sorpresa di carabinieri.

Pareva che al mio fido cane fosse noto il valore del tesoro che custodiva. Esso faceva le feste alla bambina, e sembrava più attento nel far la guardia. Spesse volte l’innocente creatura andava a carezzare il cane e gli sedeva vicino, appoggiandogli la testa sul dorso. E dire che non c’era uomo che avesse osato accostarsi a quella bestia feroce!
Venuta l’ora di separarci, io baciava a più riprese Maria Antonia, e le raccomandavo di far da brava e di essere ubbidiente alla nonna ed alle zie. Dio sa che cosa pensava quell’innocente del mio ritiro selvaggio! Non immaginava certamente la ragione per cui non visitavo la casa della zia, rinunziando alle sue carezze.
— Dove vai adesso, babbo? — mi domandava talvolta, quando le dicevo ch’era l’ora di separarci.
— Vado... a caccia!
— A uccidere gli uccelli?
— Sì: gli uccelli cattivi: i buoni li lascio in pace!
Oh, se i miei giudici fossero stati presenti a queste scene, forse mi avrebbero perdonato!
***
Appresa la dottrina in chiesa, diedi ordine che la bambina fosse mandata alla scuola di Portotorres. Io volevo che la mia figliuola imparasse a leggere ed a scrivere; volevo che per il momento non servisse nessuno.
Per molti anni la mia figliuola frequentò la scuola di Portotorres, sempre sorvegliata dalla nonna, da mie sorelle e dai miei cognati. Mia madre conviveva con una delle figlie, non avendo aderito al mio desiderio, che era quello di ritirarsi in casa a parte, per meglio dedicarsi alle cure della nipotina disgraziata.
Mia figlia contava tredici anni, quando l’insegnante ordinò, che ciascuna scolara cucisse una camicia da uomo, senza portare il lavoro a casa.
Quando ciò seppi, diedi ordine alla nonna che comprasse per la mia figliuola una tela finissima, perchè potesse meglio lavorare, e perchè non si torturasse le dita.
Il risultato fu ottimo e lusinghiero. La camicia eseguita dalla mia bambina fu giudicata fra le migliori della scuola.
Per meglio assicurarmi che la mia figliuola studiava, pretesi che essa mantenesse con me una corrispondenza epistolare.
Le lettere di mia figlia (che talora mi facevo leggere da altri, poichè stentavo a decifrare il manoscritto) fecero in me nascere il vivo desiderio d’imparare a scrivere. Mi procurai un quaderno; e, colla pazienza di un carcerato, appena ricevevo una lettera di Maria Antonia, ne imitavo le lettere maiuscole e le minuscole; fino a che, dopo due anni, io ero riuscito a rispondere alla mia prima scolara, la quale era diventata la mia maestra. Leggevo gazzette e libri e mi mantenevo in continuo esercizio. Io debbo a quella creatura il poco che so. Nelle mie saccoccie, insieme alle palle, alla polvere ed al coltello, non mancavano mai i quaderni ed il calamaio. Facevo allo stesso tempo il bandito e lo scolaro!
***
In quel frattempo la maestra di Portotorres, volendo correggere una scolara che aveva commesso non so che impertinenza, la percosse e la buttò in terra; tantochè la poverina ne fu malconcia, ammalossi, e ne morì agli otto giorni.
La maestra era in intimi rapporti col pretore di Portotorres; e raccomandò alle scolare, con minaccie, che nulla dicessero delle percosse date alla scolara morta.
Interrogata la mia bambina dal giudice istruttore, essa si chiuse nel silenzio: non disse bene, nè male. Spaventata però dai continui interrogatori e dalle minaccie della maestra, essa divenne ribelle, e non volle andare più a scuola.
Ciò saputo, feci venire a me la figliuola e le dissi:
— Tu ritornerai alla scuola quando ci sarà una nuova maestra: colla vecchia mi aggiusterò io!
Capitavano spesso nella Nurra, per partite di caccia, amici e consiglieri comunali di Portotorres; ed io mi dolsi con essi del poco conto che tacevano di una maestra che uccideva le scolare.
— O mandatela via — conchiusi — o penserò io a licenziarla!
Seppi, dopo pochi giorni, che il comune aveva diminuito sensibilmente lo stipendio alla maestra, con lo scopo di costringerla ad andarsene.
Intanto io, per affrettare le pratiche, scrissi una lettera all’insegnante, invitandola a recarsi da me. Le dicevo, fra le altre cose, che, anche bandito, potevo offrire ad una signora un pollastro od un capretto.
La maestra mi rispose con lettera che non poteva soddisfare al mio desiderio, dovendo trasferirsi ad Ozieri, sua nuova residenza. Mi pregava inoltre di lasciar andare con lei la mia figliuola, la quale era studiosissima e poteva far progressi. Intanto mi dava l’indirizzo della casa di Ozieri, presso la quale sarebbe stata a pensione.
Non mi curai più di lei. Il comune aveva nominato una maestra del paese, il cui marito era insegnante della scuola maschile. Questa donna, trovandosi incinta, aveva incaricato la mia figliuola di prendere la lezione alle compagne. Lusingata da simile fiducia, Maria Antonia si determinò a frequentare la scuola per altri due anni.
***
Mia madre si recava di tanto in tanto a Florinas per visitarvi i parenti, ma ritornava subito a Portotorres per sorvegliare Maria Antonia. Ero io che pensava a mantenere la vecchia; e ci tenevo!
Fin dal primo anno che avevo ritirato la bambina da Florinas, Maria Francesca si era recata a piedi fino a Portotorres, per rivedere la sua creatura. La prima volta trovò in casa mia sorella Andriana, la quale si rifiutò a mostrarle la bambina, dicendole ch’era a scuola.
La seconda volta vi trovò invece mio cognato, il quale, più pietoso, non solo la ricevette, ma l’ospitò in casa una notte, con cruccio della moglie, e con cruccio mio quando me lo riferirono.
Al terzo anno la madre disgraziata si ammalò gravemente di angina, e fece scrivere una lettera alla figliuola, dicendole che voleva abbracciarla prima di morire.
In famiglia non sapevano dove io mi trovassi per chiedermi consiglio. Mio cognato allora, dietro il caso urgente, condusse addirittura la mia figliuola a Florinas per abbracciare la mamma.
Montai sulle furie quando ciò seppi, e sgridai fortemente mia sorella, dicendole che non volevo, senza mio ordine, che la figliuola uscisse da Portotorres. Scrissi subito la seguente lettera a Maria Antonia[19]:
Cara figlia,
«Ti voglio subito in casa a Portotorres. Tu hai fatto uno sbaglio recandoti a Florinas senza il mio consenso. Sei partita senza un mio consiglio e senza i soldi che ti avrei dato. Non lo farai più un’altra volta, spero.
Tuo babbo
Giovanni Tolu.»
La madre di Maria Antonia, a cui il sindaco mostrò la lettera, asserì che era falsa; ma il sindaco dichiarò che conosceva la mia scrittura.
Mia figlia era ritornata a Portotorres, dopo quattro giorni di assenza.
***
Continuai intanto ne’ miei esercizi calligrafici, e mi ero dato a leggere con più passione libri di ogni genere, specialmente i sacri e quelli che trattavano di fatti bellicosi. Fra gli altri avevo preso diletto a leggere la Bibbia del Diodati. Un mio nipote che studiava per farsi prete, mi avvertì un giorno ch’era un libro da dare alle fiamme.
— Io lo trovo bello e buono, e non lo brucio! — gli risposi.
Volli nondimeno consultarmi con altro prete parente (il teologo Cugurra rettore di S. Catterina) il quale mi disse:
— In fondo non è che un ristretto (!) della vera Bibbia, ma i precetti vi sono sani. Così li osservassero tutti i cattolici, in questi tempi di miscredenza e di pazzie quarantottesche!
Ciò inteso, continuai la lettura del libro sacro di Diodati, e tolsi ogni scrupolo dalla mia coscienza.
CAPITOLO XI. Vita nuova.
Dopo il ritiro della mia bambina da Florinas, io sentiva nell’anima un sentimento che non sapevo spiegarmi, una gioia mai provata, che mi rendeva quasi felice. Sopportavo con più rassegnazione il disagio e la solitudine; sentivo più vivo il bisogno di amare, e meno intenso l’odio verso i miei nemici Mi sembravo un altro! Un repentino cambiamento si era in me operato. Vi erano momenti in cui mi sentivo capace anche di perdonare.
Quella bella creatura ingenua, quella bambina innocente aveva portato un raggio di sole nella mia anima: mi aveva fatto dimenticare tutte le amarezze che la madre aveva versato nel mio cuore.
Oramai non ero solo: io aveva una casa, avevo una famiglia, per formar la quale ero andato incontro all’odio di tutti.
Preoccupato com’ero di quella fanciulla, per più mesi non avevo potuto pensare ad altri: a null’altro, tranne che a preservarmi dalla persecuzione delle spie e dei carabinieri; perocchè la vita e la libertà mi erano divenute care, dopo aver avvinto al mio destino il destino della mia figliuola, alla quale dovevo procurare tutte quelle felicità, che a me erano state tolte.
Singolare sentimento! Io avevo pietà degli infelici; sentivo il bisogno di proteggere i deboli contro i prepotenti; diventavo buono.
Pensai ch’era necessario dedicarmi al lavoro: preparare un avvenire alla mia figliuola. Non potevo, come prima, sprecar danaro a capriccio — ogni soldo faceva bisogno in casa.
Colla vendita della cera, tolta al legno naufragato, io ero riuscito a raggruzzolare una bella sommetta, gran parte della quale avevo già speso per la bandiera di San Paolo. Ma non ero stato inoperoso. Avevo acquistato un po’di grano, che davo in prestito per il seminerio a’ miei fratelli ed ai cognati, dividendo con essi gli utili a metà. Ne avevo pur prestato ad altri, e nelle mie escursioni non dimenticavo di sorvegliare i campi seminati, per vedere se i lavori erano stati eseguiti con cura e coscienza. Seguivo ansiosamente il corso delle stagioni, preoccupandomi degli eccessivi caldi e dei freddi eccessivi: ogni vento mi turbava, perchè pensavo a’ miei germogli. Mettevo a frutto i danari, che di tanto in tanto mi davano gli amici e i proprietari, e vedevo giorno per giorno crescere il mio piccolo patrimonio. Meno ricercato dalla giustizia, io più non menavo la vita oziosa dei primi anni di banditismo: lavoravo, quasi, come ai bei tempi della mia giovinezza.
Avevo quasi dimenticato l’odio a’ miei nemici.
***
Una mattina, recatomi presso Florinas, mi trovai con Giovanni Antonio Piana, il marito della serva di prete Pittui, già ferito al braccio, e col quale, come dissi altra volta, mi ero riconciliato.
Sedemmo insieme in aperta campagna, e scambiammo alcune parole sui casi della nastra vita. Non so come, egli fece cadere il discorso sul ferimento del suo braccio, avvenuto nove anni addietro. Si doleva vivamente di non aver potuto sfogare la sua collera contro gli autori del tiro, attribuito ai due ladri, da lui fatti arrestare come capitano dei barracelli.
— Ma non li ho perdonati! Se mi verranno a tiro non li risparmierò sicuro! — così esclamò Piana, minacciando l’aria coi pugni stretti.
Io dissi pacatamente, senza guardarlo:
— E faresti male!
— Perchè?
— Perchè uccideresti due innocenti. Essi non ti hanno offeso. Fui io che ti ho sparato!
Giovanni Antonio impallidì, fece un brusco movimento, e mi guardò fissamente, quasi dubitando di uno scherzo. Io rimasi serio.
— Tu?! — ripetè, fissandomi sempre.
— Proprio io! — gridai con forza, piantandogli gli occhi in faccia, quasi per avvertirlo ch’ero disposto a ripetere il colpo, se non smetteva il piglio minaccioso.
Egli chinò la fronte, e ammutolì tutto tremante. Io continuai con vivacità:
— Fui io, sì! Ti ho sparato perchè tu facevi parte dei misteriosi congiurati, che nell’inverno del 1851 (nove anni fa!) si riunivano in casa di prete Pittui, col proposito di uccidermi, o di farmi cadere nelle mani della giustizia. Insieme ai fratelli Rassu, ai fratelli Dore, allo Zara, al Serra, e parecchi signori di Florinas, tu dichiarasti ch’era facile il colpirmi. Ma volle Iddio che i colpiti foste voi!... Se io ti ho ferito al braccio, anzichè al cuore od alla testa, tu devi solamente ringraziare i tre compagni, coi quali quel giorno stavi, e ch’io non volevo offendere. Al mio occhio non rimaneva scoperto che il tuo braccio, ed al braccio ho puntato per darti una lezione![20]
Giovanni Antonio, colla testa bassa, ascoltava e taceva. Pensai alla mia bambina, e conchiusi:
— Non se ne parli dunque più! Il tuo braccio è ormai guarito, e i tuoi complici sono quasi tutti morti di palla, o di pugnale. Se oggi te ne parlo per la prima volta, è solo perchè voglio risparmiarti l’uccisione di due innocenti.
Da quel giorno non ebbi più alcuna questione con Piana, che tacque questo nostro dialogo. Avevo deciso di far punto alle mie vendette, e di vivere tranquillo insieme alla mia figliuola.
***
In una brutta giornata d’inverno era stato ucciso, nella Viddazzone, un toro ad Antonio Sechi, uno dei fratelli degli amici miei della Nurra.
I sospetti di Antonio caddero su Salvatore Dachena. Risentito del colpo, risolvette di vendicarsi, e venne a trovarmi.
— Mi fai un piacere? — mi disse.
— Sentiamo.
— Dimmi prima se me lo fai!
— Non lo so.
— Ti voglio meco per una notte.
— Per che fare?
— Uccideremo Salvatore Dachena, quando uscirà dalla sua capanna per qualche bisogno. Mi ha ucciso il toro!
— Scherzi? questo è un uomo che fa il fatto suo; non è mai andato alla Viddazzone per ammazzar buoi. Il toro te lo avrà ucciso qualche altro.
— No. So che me lo ha ucciso lui!
— Lasciami pensare, e poi ne riparleremo. Trattandosi del fratello de’ miei cari amici, voglio occuparmene.
Ci separammo. Io mi recai subito da’ suoi fratelli Paolo, Ambrogio e Giovanni Sechi.
— Sono in dovere di avvertirvi, che Antonio ha deciso di uccidere Salvatore Dachena, che egli crede l’uccisore del suo toro. Spetta a voi decidere se questa vendetta sia giusta, o inconsiderata.
— Nostro fratello fu sempre senza testa — disse Paolo — Farebbe invero un bell’affare togliendo dal mondo uno dei nostri più cari amici!
— Aggiustatevela tra voi — risposi — Vi prevengo che egli ha chiesto la mia cooperazione per sbarazzarsi del nemico; ed io son ben lontano dal prestarmi a tali servizi!
Allora i Sechi chiamarono il fratello Antonio e lo rimproverarono acerbamente per le sue sfuriate. Gli fecero osservare, che, non avendo figli, ei poteva sbizzarrirsi a suo talento; mentre essi avevano famiglia, nè volevano fastidi di sorta. Se egli era ben sicuro del suo fatto, poteva compensare il danno col togliere un altro bue dalla tanca del nemico: non però con un assassinio, che avrebbe tolto la pace e la tranquillità a due famiglie.
Le cose si aggiustarono e non si parlò più di vendetta. Io intanto ero riuscito a scuoprire il vero autore dell’uccisione del toro, ma non volli denunziarlo per non suscitare nuovi guai. Tacqui, e non mancai alle regole di cavalleria.
Da qualche tempo Antonio Sechi mi teneva il broncio, ed un bel giorno lo fermai:
— Perchè quel muso lungo con me? Metti giudizio!
— Non credevo che tu fossi così facile a riferire ai miei fratelli quanto ti avevo confidato!
— Miserabile! Non ti accorgi che sei appassionato e cieco, e che i tuoi fratelli vedono più lontano col naso, che tu cogli occhi? Io ho fatto il mio dovere, e tu farai il tuo desistendo da una vendetta insensata.
Antonio, che in fondo era di buon conto, finì per persuadersi che aveva torto, e mi ringraziò di avergli fatto risparmiare un eccesso.
— Sì: ti ho risparmiato un carico di coscienza; e so quello che mi dico. Un uomo non si uccide per un bue: si uccide per gravi ragioni d’onore e di odio fondato!
I fratelli Sechi mi ringraziarono di non essermi prestato ai capricci di Antonio, il quale era eccitato per il toro rubatogli. Io però non meritava i suoi ringraziamenti, ch’erano dovuti solo a Maria Antonia — alla mia bambina[21]!
CAPITOLO XII. Il giudice di pace.
Visitavo da mattina a sera tutti i campi seminati con grano mio, ed ogni tanto davo appuntamento alla mia figliuola, per parlare delle cose nostre, o per raccomandarle l’ubbidienza alla nonna ed alle zie.
Frequentavo, come prima, tutti gli stazzi della Nurra, e, più di tutti, gli ovili dei fratelli Sechi, sui quali potevo contare, perchè fedelissimi amici.
Trovandomi una sera alla Sposada, nell’ovile di Giovanni Sechi, chiesi a costui:
— Sai dirmi dove sia l’ovile di Giovanni Andrea Sedda?
Giovanni mi guardò con occhio diffidente, poichè sapeva che il Sedda aveva molti nemici, e pensava forse che io fossi incaricato di eseguire qualche vendetta per conto d’altri.
— Che ne fai di Giovanni Andrea?
— Desidero abboccarmi con lui, perchè ho appreso che egli ha ucciso due caprioli ad un tiro. Ho bisogno di una pelle per regalarla ad un amico. Non fantasticare, via! Giovanni Andrea mi è amico.
— Quando vi siete conosciuti? — mi domandò Giovanni, non ancora rassicurato sulle mie intenzioni.
— Lo conobbi nelle tanche di Santa Barbara, quando facevo l’agricoltore col suo compagno Baingio Dedola. Sono ripassato di là, per caso, al tempo della messe, ed egli mi ha pregato di far ricerca di una cavalla smarrita, che io infatti rintracciai in una tanca d’Osilo.
Giovanni Sechi parve convinto, e mi rispose:
— Giovanni Andrea Sedda sta nell’ovile di Santa Giusta.
Andai a trovarlo in sul tramonto; ma nell’ovile non trovai che la moglie, la quale non mi conosceva, e si mostrò titubante e dubbiosa.
Allora, per rassicurarla, le consegnai il mio fucile:
— Mettilo là in un canto, e dimmi dov’è tuo marito. Sono inerme!
La donna mi prese l’arma e mi disse:
— Mio marito sarà qui a momenti.
Aspettai il suo ritorno. Quando Giovanni Andrea si presentò all’ovile e mi vide, ci abbracciammo con affetto. La moglie, fuori di sè dalla gioia, ci riabbracciò entrambi. Si era assicurata che la mia visita non aveva uno scopo sinistro[22].
— Sei contenta, adesso? — le dissi — Dammi il fucile, poichè non posso farne senza. Tuo marito mi è amico!
Pernottai nell’ovile. L’indomani, dopo pranzo, si andò insieme a caccia di lepri e di pernici, in compagnia di altre quattro persone. I cani scovarono una lepre, che io sparai col fucile carico a palla, colpendola alla testa. Poco dopo, sempre a palla, presi di mira una pernice lontana e l’uccisi.
Giovanni Andrea mi fece i complimenti, dicendosi impressionato della mia bravura nel tiro, che conosceva solo per fama.
Verso sera, quando ci trovammo soli, egli mi propose, in tutta segretezza, di tenergli compagnia per togliere di mezzo un suo nemico.
— Chi mai?
Egli esitò alquanto, poi mi disse:
— Antonio Francesco Piu.
— Tuo cognato?!
— Lui! Andremo a Portotorres a trovarlo; saremo in sei. Tu sparerai, se ci sarà bisogno, altrimenti poco importa: avrai ugualmente i 200 scudi che ho deciso di darti.
Io gli risposi serio:
— Dimmi, Giovanni Andrea: saresti tu contento ch’io ti uccidessi, se tuo cognato mi offrisse 200 scudi? Tu, son certo, mi sborserai simile somma con sacrifizio, mentre tuo cognato potrebbe anche duplicarmela... Via, ricorriamo ad altri mezzi! A me basta l’animo di mettervi in pace, senza spargere sangue e senza gettare la discordia nelle vostre famiglie.
Giovanni Andrea esclamò:
— Non sai tu, dunque, che siamo otto uomini in causa, e se lui vive possiamo ritenerci perduti?
— Non preoccupartene. Dimmi solo: ci hai tu amici, nella Nurra, che ti vogliano bene?
— Ne ho molti.
— Ebbene, portami dal tuo più fido!
— Conosci Agostino Deroma, ricco proprietario della Nurra?
— Oh altro! è un uomo buono, e mi piace. Andremo insieme da lui.
Giorni dopo, infatti, andammo insieme all’ovile di Saccheddu, in San Giorgio.
Trovandomi solo con Agostino, gli dissi:
— Dimmi, Agostino: vuoi tu bene a questi fratelli Sedda?
— Sinceramente, come se mi fossero figli. Li ebbi pastori fin dal giorno che li ho allevati in casa mia.
— E ad Antonio Francesco Piu vuoi tu bene del pari?
— Gli voglio bene, perchè per tre volte mi è compare di battesimo.
— Vorresti, dunque, fare un buon servizio per il bene comune delle due famiglie?
— Ben volentieri, se mi sarà possibile. Dimmi che cosa vuoi.
— Orbene: tu devi andare a Portotorres per presentarti al tuo compare Antonio Francesco Piu. Fissandolo bene in viso per vedere l’effetto delle tue parole, gli dirai così: «State in guardia, compare, poichè ho veduto Giovanni Tolu in stretto colloquio con Giovanni Andrea Sedda ed altri vostri cognati!» Mi riferirai al tuo ritorno l’impressione risentita da Piu. Null’altro.
— Se non è che questo, sei bell’e servito!
Ritornato Agostino da Portotorres, mi riferì in confidenza, che Antonio Francesco Piu aveva impallidito e si era turbato.
— Benissimo. Ora lo abbiamo in mano! — esclamai contento; e rivolto ad Agostino:
— Chiedo un altro favore. Fra una quindicina di giorni ti recherai di nuovo da Antonio Francesco per riferirgli in nome mio, che ho bisogno urgente di abboccarmi con lui.
La risposta di Piu a Deroma fu questa:
«— Dirai a Tolu, che non posso per ora recarmi da lui; ma, se avesse bisogno di qualche cosa, me lo faccia sapere, chè lo renderò soddisfatto, senza pur bisogno dell’abboccamento.»
Raccomandai allora ad Agostino Deroma di comunicare al Piu, ch’io desiderava la sua riconciliazione coi cognati e cogli altri suoi nemici.
La risposta fu, che sarei stato soddisfatto.
Le cose prendevano dunque una buona piega, ed io non frapposi indugio a conchiudere la pace.
Parlai di questo fatto con Giovanni Sechi e con altre persone autorevoli e assennate della Nurra; ma tutti mi dichiararono di non aver fiducia nella parola di Piu, il quale non era uomo da mantenerla; motivo per cui sarebbe tornata vana la generosa opera mia.
— Dio voglia che egli mi dia la parola! — risposi — se poi vi mancasse, penserò io ad aggiustarlo!
***
Fermo nel mio proposito, trovai modo di riunire una settantina di persone in un dato punto; e quindi invitai Piu a recarsi alla Nurra.
Egli vi accorse in compagnia di tre suoi amici: Antonio Vincenzo Melis, Miali Ghera, e Filippo Cano, il famoso cacciatore.
Per luogo di riunione era stato scelto un vasto campo nella regione di Puttu Esse, sebbene io avessi proposto di riunirci in montagna, per essere più al sicuro. Mi si era fatto osservare, che essendo in settanta, e tutti armati, si poteva far fronte a cento carabinieri, in caso di un assalto.
— Quando i pericoli sì possono evitare — soggiunsi — è sempre meglio. Parmi stoltezza mettere a repentaglio la vita per futili motivi.
Gli amici insistettero, ed io mi lasciai convincere a rimanere in Puttu Esse.
Tutta la mattina fu impiegata nel divertimento del tiro al bersaglio. Il bravo cacciatore Filippo Cano prendeva diletto a misurarsi con me, ma io fui fortunato, e lo vinsi in tutti gli spari; poichè tenevo a non fallire un colpo, quando mi trovavo in compagnia d’altri.
Mentre le carni erano tutte al fuoco — poco prima di andare a pranzo — determinai di sbrigare la cerimonia delle paci.
La numerosa comitiva, divisa qua e là in gruppi, era intenta a discutere e a chiacchierare allegramente. Chiamai allora da una parte Antonio Francesco Piu e i suoi tre amici, e dissi loro, ridendo:
— Vogliamo finirla colle ciancie? Bisogna prima far le paci!
— Figlio mio — prese a dire Miali Ghera, ch’era il più anziano — noi nulla sappiamo di queste ragioni e di queste paci. Fa tu; disponi come meglio credi, e noi seguiremo il tuo consiglio.
— Ebbene, m’incaricherò io della cosa; ma fate silenzio e lasciate per un poco le ciancie.
— Aggiustati, figliuolo! noi siamo qui a tua disposizione.
Mi rivolsi a Piu, ch’era presente e non parlava.
— E tu, Antonio Francesco, dichiari di sottostare a quanto farò io?
— Ti ho dato la mia parola e la manterrò fino alla morte. Quello che ti piacerà fare sarà sempre ben fatto: per me e per gli altri!
— Sai che cosa dico? Dio vi guardi da una leggerezza! Colui che mancherà di parola, non avrà più da fare coi propri nemici, ma con me: con Giovanni Tolu, che ha assunto l’incarico di ravvicinarvi. Il bandito della Nurra, saprà punire il traditore della fede!
— È intesa! — esclamarono tutti.
Feci in seguito chiamare Giovanni Sedda, e tolsi da tasca una reliquia, che tenero involta in un fazzoletto. Questo talismano, benedetto da un prete, lo portavo sempre meco, poichè serviva per il bestiame malato. Lo si cuopriva di terra e vi si faceva passar sopra la mandra. Talvolta le faceva bene, tal altra non faceva nulla.
Presa in mano la reliquia, dissi rivolto a Sedda:
— Farai, tu, quanto ti comanderò di fare?
— Sono disposto a farlo!
— Orbene: tu, che sei il più anziano della famiglia, dovrai cresimare un figlio di tuo cognato Antonio Francesco Piu; e così voi sarete compari d’olio santo. T’impongo pure in penitenza, che, tanto tu, quanto i parenti e gli amici tuoi, ogniqualvolta vi recherete a Portotorres, non dimentichiate di far visita a Piu nella propria abitazione; e se Piu per caso non vi fosse, visiterete la moglie, o la famiglia, o la sua casa. Voglio che ciò si adempia! Farai tu il tuo dovere?
— Lo farò.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Recitato il mio sermone, invitai Antonio Francesco Piu e Giovanni Sedda a mettere la mano sulla reliquia benedetta. Compiuto il giuramento, dissi loro:
— Manca ancora una formalità.
— Quale?
— Il bacio della pace.
I due cognati si abbracciarono e si baciarono con trasporto.
Ottenuta la conciliazione di questi due, feci chiamare l’altro fratello Baingio Sedda, a cui domandai:
— Farai tu quanto ti comanderò di fare?
— Fino a morire!
— Orbene: appena tua moglie ti partorirà un figlio od una figlia, devi invitare Antonio Francesco Piu, tuo cognato, a tenertelo a battesimo; e così sarete compari; e quando ti recherai a Portotorres, o vi andranno i tuoi parenti ed amici, non dimenticherete di visitare in casa la sua famiglia. Così voglio, e così sia. Sei disposto ad ubbidirmi?
— Con tutto cuore.
— Lo giuri?
— Lo giuro.
Alla mia esortazione seguì il solito giuramento sulla reliqua, l’abbraccio, e il bacio della pace.
Allo stesso cerimoniale sottoposi Giovanni Andrea Sedda, terzo cognato di Antonio Francesco Piu.
Venne poscia la volta di Giovanni Foi e di Baingio e Salvatore Pinna, ai quali feci la stessa esortazione, invitandoli al giuramento, all’abbraccio ed al bacio.
I chiamati erano stati sei, poichè Piu mi aveva dichiarato di non conoscere altri nemici. Io non insistetti per prudenza, ma sapevo che ve n’erano parecchi altri, a lui ignoti. Non volli menzionarli per non tradirli, disposto com’ero ad adoperarmi perchè non gli facessero male.
Compiuta la cerimonia delle paci, si andò tutti a pranzo, in numero di oltre settanta.
***
Sdraiati sull’erba si mangiò con molto appetito, e regnò fra i numerosi commensali la più schietta allegria.
Sul finire del pranzo Filippo Cano, l’ottimo cacciatore, buttò in aria un piatto, e poi lo mandò in frantumi con una fucilata a pallini.
— Buttàtene un altro in aria! — gridai scherzando — chè non voglio lasciar solo un buon tiratore come il signor Filippo!
Fu lanciato un piatto a grande altezza; ed io, che avevo il fucile carico a palla, lo puntai e feci fuoco, rompendolo in due. Tutti i commensali proruppero in applausi, vantando il mio difficile tiro.
La comitiva volle in seguito divertirsi a tirare ad una grossa bottiglia, alla distanza di 200 passi. Io me ne stavo in distanza, senza prender parte alla gara. Parecchi amici si accostarono a me:
— Perchè non spari?
— Perchè da un’ora non siete riusciti ad uccidere una bottiglia. Se io sparo l’uccido, e voi non vi divertirete più.
— Pròvati!
Puntai la bottiglia. Il primo colpo mi andò fallito; col secondo mandai la bottiglia in frantumi.
In altra parte del campo una ventina di tiratori erano intenti a sparare, a 70 passi di distanza, un piccolo bicchiere, nel quale avevano messo un fiore di papavero. Nessuno ebbe la fortuna di colpirlo.
Io, che stavo in disparte, conversando coi fratelli Sedda, mi avvicinai alla brigata:
— Perdio! voi fate vergogna ai tiratori. Siete da mezz’ora consumando polvere e palle, e non riusciste a rompere un bicchierino.
— Colpiscilo tu, dunque!
— Non col mio fucile — dissi sorridendo — ma colla mia pistola.
E armato il grilletto puntai... e il bicchierino andò in pezzi.
Era la terza vittoria che io riportavo quel giorno, dinanzi alla numerosa brigata, là convenuta per assistere alle paci. Non dovevo certo vantare a mia superiorità sugli altri. Fin da ragazzo mi ero esercitato nel bersaglio, e la mia condizione di bandito mi aveva aguzzato maggiormente l’occhio. Ci era di mezzo la vita, se io falliva un colpo!
Quel giorno, nel campo di Puttu Esse, erano intervenute molte donne, per preparare il pranzo a settanta persone; ma vi mancava la moglie di Antonio Francesco Piu, dalla quale da tempo egli viveva separato. Questa separazione era stata la causa prima dell’inimicizia coi cognati.
Alcune di queste donne, verso sera, mi chiamarono in disparte, per raccomandarmi di rendere complete le paci, col ravvicinamento del marito alla moglie.
— Per oggi dovete rinunziarvi — risposi — Vi prometto di occuparmene un’altra volta.
Sull’imbrunire presi commiato dalla comitiva, e ciascuno tornò a casa.
***
La riunione a Puttu Esse aveva avuto luogo nei primi di maggio del 1858. Venuta la festa di San Gavino — la quale chiama molto concorso a Portotorres — consigliai i cognati e le cognate di Piu di condurre con loro alla casa di quest’ultimo la moglie Maria Antonia e le sorelle, come per fargli visita.
Si eseguì quanto io avevo consigliato.
Quando Antonio Francesco Piu, entrando in casa, vide la propria moglie, parve comprendere, e le disse tra il dolce e il grave:
— Tu sei già stata altra volta in questa casa. Se vuoi rimanere, sei padrona; se vuoi andartene, fa il piacer tuo. Dal canto mio ti dico, che sarebbe meglio di fermarti!
Si pianse tutti di commozione, e fu una giornata indimenticabile. I cognati e gli amici presero commiato da Antonio Francesco Piu, lasciandolo solo con Maria Antonia; la quale, da quel giorno, visse in pace col marito, e benedisse la provvidenza che le aveva risparmiato tante amare lagrime.
Quando la comitiva tornò alla Nurra, le andai incontro sorridendo:
— E Maria Antonia? — chiesi.
— È col marito! — risposero tutti allegramente, e mi narrarono la scena avvenuta.
— Vedete? — conchiusi. — Quando c’è Dio per lo mezzo, le cose si aggiustano sempre; ma bisogna credere in Dio, e non fare la vita dei beduini!
Antonio Francesco Piu si era riconciliato coi nemici, e la giustizia volle tutti dimenticarli. Ed è così che si fanno le paci: coll’amore, e senza spargere una goccia di sangue.
Non pochi pastori della Nurra avevano dubitato della fede di Piu; eppure s’ingannarono. Le paci durarono a lungo, e fu una grazia per le due famiglie, ch’erano alla vigilia di distruggersi a vicenda.
Soddisfatto e felice dell’opera mia, io ritornai nella solitudine: alla mia vita randagia e tribolata. Tutti erano contenti — meno io ch’ero riuscito ad ottenere la pace altrui.
Per me non vi era che la dolce immagine della mia bambina; e quando alla sera, stanco e sconfortato, mi sdraiai in un macchione, recitai la mia solita preghiera pensando a lei — alla mia piccola santa!
CAPITOLO XIII. A «Monte Rasu.»
Le paci fatte a Puttu Esse, nonchè la riconciliazione dei coniugi Piu, valsero a rendermi popolare nella Nurra, attirandomi le simpatie di molte persone rispettabili di Sassari e Portotorres.
La mia riabilitazione cominciava.
Datomi alla macchia nel 1851, per sette anni i miei casi si erano svolti in un’alterna vicenda di bene e di male. La mia vita era stata come un’incostante giornata di novembre: — qua un lembo d’azzurro, là una nuvoletta che offuscava il sole; a levante uno sprazzo di luce, a ponente un orizzonte nero, che preannunziava il temporale.
Forte nell’amore della mia figliuola, da tre anni vivevo tranquillo. L’odio non aveva più tormentato il mio cuore, e la giustizia era stata meno feroce nel perseguitarmi. Ma forse non meritavo tanta felicità, poichè il destino volle mettermi di nuovo a dura prova.
Sull’imbrunire di un giorno di maggio, in Badde Cubas, percorrevo a cavallo un cammino reale (così noi chiamiamo una strada di passaggio, e di molto trafico in aperta campagna). Tormentato da più giorni da un foruncolo all’anca, avevo ripiegato a mo’ di cuscino il mio cappotto sulla sella, per meno inasprire la piaga.
Ad un tratto mi trovai di fronte ad una brigata di sette uomini, che cavalcavano di conserva. Li credetti carabinieri, poichè uno di essi montava un cavallo grigio, simile a quello che soleva portare il brigadiere.
Piedi di sprone al cavallo e mi cacciai in un cammino falso (scorciatoia poco battuta).
La trottata a precipizio mi aveva inasprito il foruncolo, in modo che n’ebbi la febbre per parecchi giorni.
Non senza disagio giunsi a Monte Rasu, all’ovile della vedova di Paolo Sechi (l’amico del famoso bandito Alvau) dove con frequenza solevo recarmi. Deciso di fermarmi colà fino a guarire, consegnai il mio cavallo ad un servo, perchè me lo custodisse in una tanca vicina, per averlo pronto in caso di bisogno.
Parecchi giorni dopo il mio arrivo all’ovile, erano usciti dalla stazione di Portotorres quattro carabinieri a cavallo, diretti alla Nurra. Essi passarono in Puttu Esse, dove un certo Cosimo Mannu lavorava la terra, insieme ad altri compagni.
Era costui ritenuto dal popolo come un indovino, perchè in fama che ogni notte i morti lo portassero in giro.
Vedendo passare i quattro carabinieri, egli aveva esclamato rivolto ai compagni:
— È strano! Io vedo due morti su quel cavallo!
— Non ti accorgi che sono quattro carabinieri vivi? — gli dissero i compagni per canzonarlo.
— No, vi dico! due di essi li vedo morti, e non ritorneranno a Portotorres!
Questa predizione, che mi venne riferita più tardi dagli stessi lavoratori, aveva fatto il giro della Nurra, e fu argomento di chiacchiere, le quali avvalorarono la chiaroveggenza di Cosimo Mannu.
Io intanto me ne stavo tranquillo a Monte Rasu, poichè l’ovile era un ritiro sicuro.
Dopo essermi aggirato una mattina nei d’intorni di Monte Rasu, entrai un momento nella capanna isolata, dove si trovava Maria Antonia Dore, vedova di Paolo Sechi, intenta alla lavorazione dei formaggi.
Entrato per mangiare un boccone in fretta e furia, mi ero chinato sul focolare (scavato nel centro della capanna) per accendermi la pipa con un po’ di bragia.
Mentre stavo curvo, frugando colla pinzetta nella cenere, intesi il latrato del mastino, ch’era legato a poca distanza dall’ovile, e in pari tempo lo scalpitare di più cavalli che si avvicinavano.
Mi rizzai in piedi sgomentato, ed armai i due grilletti del fucile, che impugnavo colla sinistra.
La capanna aveva due porte d’ingresso (l’una di contro all’altra) chiuse da battenti, in cui era praticato un largo finestrino, per lasciar passare l’aria e la luce — come è uso in quasi tutte le case di campagna, e specialmente nella Nurra.

Come levai gli occhi al finestrino che avevo di fronte, vidi un carabiniere che guardava dentro la capanna col fucile sul pronti. Gli altri tre compagni, arrivati subito dopo, erano smontati da cavallo, fermandosi a buon tiro verso le due porte — in modo da impedirmi l’uscita, se avessi tentato scappare.
Era l’identico caso di Monte Fenosu — ma con maggior probabilità di riuscita per parte dei carabinieri, poichè sicuri che la belva si trovava al sicuro.
Raccolsi tutto il mio sangue freddo, e pensai di sfuggire all’agguato, ricorrendo ai mezzi che mi erano abituali: all’audacia ed al coraggio.
Puntai addirittura il carabiniere che avevo di fronte, e feci fuoco. La mia palla lo aveva passato da parte a parte, ed egli precipitò di sella.
La vedova di Paolo Sechi, che accudiva ai formaggi, si era data a correre di qua e di là, strillando come forsennata; ma io, che volevo non risentisse alcun danno, fui pronto ad afferrarla per la vita, e la buttai in un canto della capanna, dicendole:
— Che fai? Vuoi morir forse crivellata dalle palle?
Così dicendo mi voltai di scatto verso la porta opposta; posi il dito sul grilletto della canna carica, e mi precipitai con impeto all’aperto. Veduto l’altro carabiniere, che alla distanza di 45 passi cercava di colpirmi, mi fermai di botto, lo presi di mira, feci fuoco, lo vidi cadere, e continuai la corsa verso il largo.
Raggiunto il muro di cinta della tanca, e non riuscendo a scavalcarlo per il foruncolo che mi tormentava l’anca, mi diressi all’imbocco della viottola vicina, dov’era legata la cagna che allatava i piccini. Questa mi si avventò come una tigre, addentandomi la giacca. Liberatomene con uno strappo, presi allora una seconda viottola, dove i due carabinieri mi raggiunsero, facendomi tre scariche quasi a bruciapelo.
Continuai a correre come un capriolo, fra le palle che mi fischiavano all’orecchio.
Seppi in seguito, che i carabinieri, credendo di avermi gravemente ferito, erano venuti a frugare fra le macchie, sperando di rintracciare il mio cadavere. Ma io in quel momento ero già lontano, salvo, e recitavo il rosario per l’anima dei trapassati.
I due carabinieri, da me feriti gravemente, furono la stessa sera trasportati su due carri a Portotorres, ed entrambi morirono.
Fu asserito da taluni, che i quattro carabinieri non erano venuti a Monte Rasu in cerca di me, ma bensì in cerca d’acqua per abbeverare i cavalli. Niente di più falso! Essi non avevano bisogno di spingersi fino all’ovile di Paolo Sechi per provvedersi d’acqua. Usciti da Portotorres avevano passato la notte nell’ovile di Vigliano Addis e dei fratelli Gianichedda, dov’era molt’acqua. La mattina seguente, verso le 9, avevano attraversato il fiumicello di Boturru, coll’acqua al ginocchio, e vi potevano abbeverare i cavalli. Percorso altro breve tratto di strada, erano passati dinanzi all’abbeveratoio della Sposada, con acqua abbondantissima e buona. Di là a Monte Rasu non sono che 10 minuti di strada; motivo per cui non era la sete dei cavalli che li spingeva alla capanna isolata, dov’io mi trovavo, sofferente per il foruncolo.
Era precisamente a Boturru che essi avevano a lungo conferito con certo Domenico Tignosu, loro fiduciario; e già sognavano di avermi nelle mani.
Domenico Tignosu, dopo lo scontro di Monte Rasu, si era infatti affrettato a lasciar la Nurra per stabilirsi a Sassari, prevedendo giustamente ch’io non gli avrei risparmiato la pelle.
È questa la verità vera; tutte le altre sono fandonie, messe in campo per scusare la poca accortezza di quattro carabinieri imprudenti, i quali si lasciarono sfuggire un bandito, dopo averlo bloccato in una capanna isolata[23].
***
Sfuggito per miracolo alle fucilate di due carabinieri, continuai a correre per una mezz’ora in campagna aperta, fino a che mi cacciai in un macchione, dove rimasi quasi tre giorni senza prender cibo. Avevo la febbre, perchè il foruncolo all’anca mi si era alterato, e non potevo muovermi.
Vivamente impressionato della morte dei due disgraziati, non ringraziai neppure il Cielo di essere uscito illeso dalle palle dei carabinieri.
Ciò non deve recar meraviglia: era l’effetto d’una mia fissazione. Sentivo dentro di me una forza superiore, che non sapevo spiegarmi. Più cresceva il pericolo, e più diventavo audace. Se mi avessero detto: «là vi sono tre uomini appiattati che bisogna affrontare!» non avrei esitato un momento a scagliarmi contro di essi. Nessuno de’ miei compagni vantava quest’impeto temerario. Lo stesso Cambilargiu invocava spesso la mia compagnia, confessando che meco sentiva più coraggio. Se però ero audace in campo aperto, diventavo all’incontro un pusillanime all’imbocco d’una viottola stretta, o dinanzi ad un nero macchione. Ero capace di fare un lunghissimo giro, pur di non avventurarmi in una viottola sospetta. Dicevo a me stesso:
— Quando l’uomo ha la fede in Dio, o la coscienza della propria ragione, egli deve affrontare qualsiasi pericolo. Se la nostra causa è ingiusta, soccomberemo; ma se è giusta, riusciremo a sfuggire alle palle di cento fucili.
Molti credettero che io possedessi un talismano, che mi rendesse invulnerabile. Dicerie ridicole! Il mio talismano era la cieca fede nel volere del destino.
***
Dopo essere stato tre notti e due giorni dentro ad un cespuglio, mi diressi ad una capanna, dove mi sfamai con pane fresco. Di là passai nell’ovile di un amico, col quale pochi giorni prima avevo scambiato il fucile. Come mi vide, mi disse sorridendo:
— Vedo che il mio fucile ti va bene!
— Benissimo — risposi — In mia mano stanno bene tutti i fucili. Quando la canna è diritta, l’occhio non può trovarsi a disagio nel prendere di mira un bersaglio.
Dopo lo scontro di Monte Rasu, molte squadriglie di carabinieri si aggirarono nella Nurra per darmi la caccia. Vennero anche disposti alcuni appiattamene nella speranza di cogliermi; ma io seppi deludere gli agguati.
Dirò anzi, che appunto in quel tempo ebbi a tiro diverse volte i carabinieri. Una mattina, fra le altre, tre di essi vennero a mangiare e a chiacchierare sotto il crepaccio d’una roccia, nel quale mi ero cacciato un’ora prima. Se io lo avessi voluto, avrei potuto ucciderli facilmente; ma a quale scopo? Ho sempre risparmiato i carabinieri, poichè per essi non avevo mai nudrito odio — come mai ne hanno nudrito i miei compagni. Non conobbi mai bandito, anche fra i più efferati, che siasi vantato di aver fatto fuoco contro un carabiniere, quando da questi non era stato molestato.
L’autorità giudiziaria si preoccupa molto dello sparar prima o dello sparar dopo in uno scontro coi carabinieri. Ma, santo Iddio! vorrei vederli i signori giudici nei panni di un bandito, in simili frangenti! Il problema parmi facile a risolvere. Non già chi spara prima, ma chi spara dopo corre il pericolo della vita. Ognuno può riuscire a sparar primo, ma nessuno riuscirà a sparar secondo, se il primo ha l’occhio buono. Una sola cosa bisogna notare: che tutti i carabinieri io li ho colpiti al petto!
Confesso che mi spiacque l’incidente di Monte Rasu, e compiansi sinceramente i due poveretti, che caddero vittima della propria imprudenza, più che del proprio dovere. Da tre anni non perseguitavo nessuno. Non solo andavo in cerca di miei nemici, ma pregavo il destino che non li mettesse sui miei passi nei giorni dell’ira. Dopo l’incontro colla mia bambina erano altri i miei intendimenti!
Non devo però qui tacere, che la vista dei carabinieri a Monte Rasu mi gelò il sangue. In quel momento non pensai che a Maria Antonia — alla mia figliuola, la quale, se fossi stato là ucciso, sarebbe rimasta orfana e sola sulla terra. Divenni feroce, perchè mi sentivo più attaccato alla vita.
Non da me, ma dal destino vennero uccisi i due carabinieri di Monte Rasu. E fu questo l’ultimo sangue umano sparso dal bandito Giovanni Tolu!
CAPITOLO XIV. Lo scandalo d’una tresca.
Fu intorno a quel tempo, che, senza volerlo, cominciarono a pervenirmi le notizie sulla condotta di mia moglie a Florinas. Dico senza volerlo, poichè non mi ero mai occupato di lei, nè di lei volevo mi si parlasse mai. Mi contentavo di lasciare quella disgraziata in preda al suo destino. Vivente nell’abbandono e nella miseria, ella trascinava l’anima nel rimorso e il corpo nel digiuno, in espiazione d’una colpa a entrambi fatale.
Per diversi anni il paese aveva ritenuto Maria Francesca come una donna savia, rassegnata a subire cristianamente la sua cattiva sorte. Io, invece, da qualche tempo ero informato, che il contegno di lei non era così onesto ed esemplare, come si dava ad intendere ai credenzoni. Il sospetto d’una tresca, che prima vagamente e poi con più insistenza si metteva in giro, era diventato realtà.
Una donna che abitava nella casa vicina, affacciandosi per più notti ad una finestra che dava sul tetto della casupola di Maria Francesca, aveva udito distintamente la voce di un uomo. Sorpresa dalla strana conversazione in casa della sarta ad ora sì tarda, ne aveva dato avviso ad alcuni amici; i quali, volendo conoscere il misterioso visitatore notturno, avevano deciso di fargli la posta per darsi spasso[24].
Nei villaggi — dove i passatempi son pochi, e molti gli oziosi — gli scandali servono di pascolo ad ogni ceto di persone, buone e cattive. Quei curiosi rimasero in vedetta lungo la notte; finchè al mattino, un’ora prima dell’alba, videro aprirsi la porta della casupola di Maria Francesca, ed uscirne un uomo incappucciato. Pedinatolo per diverse mattine, riuscirono a ravvisarlo. Era Baingio Maronzu, modesto macellaio, piccolo commerciante di bestiame, e amante di mia moglie.
La notizia si divulgò, fece chiasso, divenne pubblica. Le comari del paese, la cui lingua non riposa neppur nel sonno, si diedero a commentarla, ora accusando, ed ora scusando Maria Francesca, a seconda i rapporti di amicizia o di parentela coll’adultera. Alla piccante avventura (per sè stessa poco singolare) si volle dare una grave importanza per i personaggi che vi erano implicati. Trattavasi della moglie di un famoso bandito vivente, e di un ganzo ammogliato, padre di cinque figli. Si diceva da tutti con raccapriccio:
— Che farà Giovanni Tolu dei due colpevoli?!
Ma Giovanni Tolu era tranquillo nella Nurra, nè pensava a consumare una carica di polvere e due palle contro una donna che più non gli era moglie, ed alla quale, da qualche anno, aveva strappato la figliuola, prevedendo quanto sarebbe avvenuto.
Dopo la nostra separazione — come ho detto ultra volta — i genitori di Maria Francesca non si erano più recati a far visita alla figliuola, nè avevano ad essa permesso di visitarli con troppa frequenza. Essi davano ad intendere, che ciò si voleva per non inasprirmi; ma il vero scopo era quello di non volersi sagrificare a soccorrere la poveretta, da essi traviata.
Eppure io sapeva, che Salvatore Meloni e sua moglie, tanto schizzinosi nell’avvicinare la figliuola, non sentivano scrupolo a ricevere in casa Baingio Maronzu; il quale faceva loro parte delle carni che macellava. La studiata generosità era servita di mezzo al buon amico per la sua relazione illecita con Maria Francesca; la quale, in quel tempo, aveva forse più bisogno di pane, che delle carezze di un padre di cinque figli!
Quando la notizia della tresca pervenne alla Nurra, già da una settimana ero informato di uno scandalo maggiore. I miei parenti, che vigilavano ad occhi aperti, erano venuti a dirmi:
— Bada, Giovanni! Tua moglie trovasi in istato d’inoltrata gravidanza!
L’ambasciata non mi giunse amara, nè mi fece montare sulle furie; pensai invece a premunirmi contro lo scandalo, rendendo pubblico il fallo di mia moglie.
Feci subito scrivere due lettere a Florinas: una al sindaco dottor Serra, e l’altra al rettore Dettori, annunziando loro la gravidanza illegittima di mia moglie, ed avvertendoli di farla sorvegliare, perchè allevasse la creatura che da lei sarebbe nata.
Ammonita da entrambi sollecitamente, Maria Francesca protestò contro la diceria calunniosa; ma il dottor Serra le fece conoscere la pena che il Codice Penale infliggeva, a chi avesse tentato di far sparire il frutto della propria colpa.
— Il fatto è ormai noto al paese — conchiuse il sindaco — ed io più di ogni altro sono in grado di affermare il vero!
I miei parenti, dietro gli ordini da me ricevuti, raddoppiarono la vigilanza, benchè inutilmente. La scaltra donna, assistita da alcune comari compiacenti, riuscì a mandar fuori di casa il neonato, senza che alcuno se ne avvedesse. Il bambino fii esposto e raccolto nel paese di Bonnanaro, e i due funzionari non poterono far nulla.
Sparsasi la voce dell’interessamento da me preso per la gravidanza di mia moglie, i due adulteri si sgomentarono, credendo scioccamente ch’io non avrei frapposto indugio a massacrarli. Da soli tre giorni era avvenuto il parto, quando i due colombi lasciarono Florinas per fuggirsene a San Gavino Monreale, al di là di Oristano. Mia moglie riuscì a collocarsi come balia a Cagliari; e Maronzu, non ritenendosi abbastanza sicuro nell’isola, si recò a Portotorres, e di là prese imbarco per Marsiglia, abbandonando la druda, la moglie, e tutti i suoi figliuoli.
Morta la bambina affidatale come balia, Maria Francesca lasciò Cagliari per ritirarsi nel villaggio di San Gavino Monreale, dove non tardò a raggiungerla il suo drudo, stanco della vita miserabile che menava in Francia.
Dopo circa due anni di assenza, l’uno e l’altra vollero far ritorno a Florinas; ma vivendo in continue angustie per paura della mia vendetta, spiccarono di nuovo il volo per San Gavino. Ivi Baingio acquistò una casetta in nome di mia moglie, coi risparmi fatti nella miniera di Monteponi, dove venne accettato come manovale.
Non sono molti anni che quella donna leggera, benchè inoltrata negli anni, si separò dal drudo per unirsi ad un vecchio militare in ritiro.
Così appresi per caso dalle chiacchiere degli amici — poichè, lo ripeto, non volli mai occuparmi di una donna, che non ho riveduto da oltre quarant’anni, e che spero di mai più rivedere in questo mondo, nè nell’altro.
La voce pubblica (che viene chiamata voce di Dio, sebbene non ne azzecchi mai una!) andava dicendo, che io avessi più volte tentato di uccidere i due adulteri, tendendo loro un agguato. Nulla di più falso! — Dirò, anzi, che più d’una volta ebbi a tiro di fucile Baingio Maronzu, ma mi guardai di spararlo, per non perdere una carica di polvere e due palle. Così pure dirò, che facilmente avrei potuto uccidere Maria Francesca; poichè se da lei mi fossi creduto offeso, sarei stato capace di pugnalarla nella propria casa, dentro Florinas. Ho già detto, come per togliere la vita a Francesco Rassu (da me ferito in campagna) io mi fossi spinto fin sulla soglia della sua abitazione, poc’ora dopo che n’erano usciti il medico ed il pretore.
Perchè, d’altronde, uccidere Maria Francesca? La pagavo col disprezzo, ma non l’odiavo. Giovane inesperta, mal consigliata, abbandonata da’ suoi genitori, vivente nella miseria, era caduta nel fango per colpa d’altri: di quel sordido prete, a cui Dio avrà chiesto conto dell’anima buona da lui traviata. Chi lo sa? forse io devo alla piccola Maria Antonia, se non divenni allora un ussoricida. Non avrei certo esitato ad uccidere mia moglie; ma non potevo uccidere la madre della mia figliuola!
Erano dunque abbastanza puniti i due adulteri, ed io per essi non dovevo compromettere la mia coscienza. Baingio Maronzu, d’altra parte, non si era unito a mia moglie, ma ad una donna da me ripudiata, e che più non mi apparteneva. Anch’io era stato reo dello stesso peccato, nè avrei saputo in altri punirlo[25].
Per Maria Francesca si era avverata la mia profezia. Dopo la nostra separazione avevo detto a’ suoi parenti: — voi ne farete una sgualdrina!
Destino di questo mondo! Io, abile lavoratore; lei, buona massaia, eravamo nati per vivere felici nella nostra casetta di Florinas. E invece, che fu di noi? Battemmo disgiunti una falsa strada: quella dell’infamia. Chi eravamo noi? Io, il bandito della foresta — lei la druda di un ammogliato. Fuggiaschi entrambi da un punto all’altro dell’isola, avevamo bisogno di nasconderci: lei per dar la vita a figliuoli bastardi — io per toglierla a’ miei persecutori!
Un solo cruccio ho risentito per l’abbiezione di Maria Francesca: — la mia figliuola meritava una madre migliore!
Oh quante volte, quando mi sedevo la bambina sulle ginocchia, io le diceva, senza che mi comprendesse:
— Povera creatura! tu sei alta poco più del mio coltello omicida; nessuno ti conosce, nessuno ti cura, nessuno sa quanto vali! Eppure dovrebbero adorarti in ginocchio come una Madonnina! Eppure molti contadini e signori di Florinas dovrebbero caderti ai piedi, per ringraziarti delle vite che hai risparmiato al nostro paese! Molto sangue avrei sparso ancora, se io non ti avessi incontrato sul mio cammino! Non ti manca che una sola virtù, figliuola mia: — quella di non aver saputo spegnere nel mio cuore l’odio verso il prete Pittui — verso l’uomo fatale, che a me tolse la pace... e a te la madre!
CAPITOLO XV. I ladri di buoi.
La mia figliuola aveva continuato per lungo tempo a frequentare la scuola di Portotorres, cattivandosi la benevolenza della maestra e delle sue compagne. L’allontanamento dal paese della strega, che batteva le scolare, aveva in lei ridestato l’amore allo studio ed ai lavori di cucito.
Appena raggiunta l’età di 16 anni, Maria Antonia dichiarò di non voler più sapere di lezioni. Si sapeva grandicella, e voleva ritirarsi in casa.
Non aveva torto. Per la povera gente l’istruzione deve avere un limite. Lo studio è buono per i soli signori, e noi abbiamo bisogno del lavoro per tirare innanzi la vita.
Uscita per sempre dalla scuola, Maria Antonia andò a convivere con mia sorella Andriana, maritata a Ignazio Piana.
La mia figliuola era una ragazza assennata, piena di spirito, e si era data volontariamente al lavoro, per accudire alle faccende domestiche. Le due mie sorelle le tenevano buona compagnia e l’educavano bene, poichè nostro padre ci aveva tutti allevati rigidamente, all’antica, senza grilli per la testa, e senza quelle sciocche tenerezze, assai spesso nocive alle tenere piante.
La famiglia d’Ignazio Piana si componeva di marito e moglie, di tre figli e di una nipote, che si era voluto addossare. Ignazio aveva casa propria a Portotorres, che abitava durante il tempo della manipolazione dei formaggi; negli altri mesi si ritirava colla famiglia negli ovili della Nurra di Portotorres — cioè a Monte erva (lontano un due ore dal paese), o alle tanche di S. Lucia e di Campo cervo, distante un’oretta.
Come la mia figliuola entrò in casa d’Ignazio ad accrescere il numero dei componenti la famiglia, si era data a cucire, a far pane, ed anche a lavare; poichè da noi si fa di tutto, ed il saper leggere e scrivere non doveva darle diritto a starsene colle mani in mano.
Andavo ogni tanto a trovar Maria Antonia, oppure le scrivevo, se avevo bisogno di dirle qualche cosa.
Oltre all’ingrato mestiere di bandito, da una diecina d’anni mi ero assunta l’incarico di far da mamma alla mia creatura; epperciò lavoravo con più ardore, dovendo pensare al suo avvenire. Seminavo grano proprio, possedevo una mezza dozzina di buoi, ed anche qualche gregge; il tutto affidato alla custodia ed alle cure de’ miei cognati; poichè la mia vita di girovago, di fuggiasco, e di perseguitato, non poteva permettermi di aver campi, pecore e mandrie di mia proprietà. Col lavoro assiduo e coi risparmi avevo accumulato il poco che possedevo; ed ero orgoglioso di vantarmene, colla coscienza di non potermi rimproverare il minimo furto. Dovevo tutto a me stesso, e niente agli altri!
Sentendomi più tranquillo dopo il ritiro di mia figlia dalla scuola, continuai a gironzare di qua e di là, considerando ch’era imprudenza fermarmi a lungo in un punto fisso.
In quel tempo si era a me unito Giovanni Maria Ibba — che fu l’ultimo bandito ch’ebbi a compagno di ventura. Come ho fatto per gli altri, dirò poche parole sulla vita di costui.
***
Giomaria Ibba era un mugnaio; il quale un bel giorno, per presunti danni cagionati al suo orto, aveva preso a bisticciarsi con Luigi Marceddu — l’uccisore a tradimento di Pietro Cambilargiu.
Persistendo Marceddu a darsi ragione colle minacele, il mugnaio gli disse:
— Senti: è meglio finirla qui, perchè saresti capace di darmi una fucilata alle spalle, come hai fatto col bandito osilese.
E impegnata una lotta corpo a corpo con lui, Ibba riuscì ad atterrarlo, e a spaccargli il cranio con una grossa pietra. Sotterrato quindi il cadavere nell’orto, vi piantò i pomidoro, che inaffiò accuratamente.
Scoperto il cadavere, Giomaria Ibba si salvò colla fuga, e fece il bandito. Accortosi poco dopo che un altro mugnaio cercava di fargli la spia, riparò nella Nurra, e venne a trovarmi, pregandomi di prestargli mano per uccidere il collega delatore.
— Io non ho più nemici, nè voglio più averne! — risposi — Ti avverto solo di non avvicinarti a Sassari, perchè colà la giustizia ha cent’occhi!
— Che importa? So bene che finiranno per uccidermi; ma è meglio che io mi vendichi!
Così egli mi rispose, e continuò a rimanere con me nella Nurra, finchè si decise a far ritorno a Sassari. Quivi riuscì ad uccidere, prima il mugnaio spia, e poco dopo il maresciallo Piras sullo stradone di Sorso.
Affidatosi in Sassari ad un amico suo, comprato dalla Polizia, questo denunziò il rifugio del bandito. Assalito dai carabinieri, Giomaria Ibba cadde colpito dalle loro palle[26].
Ed ora riprendo il filo della mia storia.
***
In compagnia del bandito Ibba, passai un giorno dinanzi all’ovile d’Ignazio Piana, il marito di mia sorella Andriana.
Come mio cognato mi vide; esclamò:
— Guarda combinazione! Poc’ora fa erano qui a cercarti due amici di Banari.
— Chi erano dessi?
— I fratelli Antonio Maria e Salvatore Pes.
— Che volevano?
— Volevano incaricarti della ricerca di tre paia di buoi, che furono loro rubati. I buoi, però, sono qui nella Nurra!
— E chi può saperlo?
— Lo so io, che li ho veduti, e lo sa Giovanni Lepuzza, che si trovava con me[27].
— E come li avete veduti?
— I ladri hanno aperto una breccia nel muro di Lècheri, hanno passato i buoi in Badde arcu, portandoli alla tanca di Pedra carpida, dopo aver loro legato le zampe anteriori (trobidos).
— Chi accompagnava i buoi?
— Il ploaghese Tiringone, domiciliato a Portotorres, e altri due che non abbiamo potuto ravvisare per l’ora tarda.
— E i due fratelli Pes donde venivano?
— Da Portotorres, dove si erano recati per raccomandarsi a Giovanni Lepuzza.
— E perchè si rivolsero a costui?
— Perchè a un suo fratello, carabiniere, era un giorno scappato il cavallo, che fu rintracciato dai Pes. Grato del servizio resogli, il carabiniere li esortò a comandarlo, ove avessero avuto bisogno di lui.
— Che rispose Lepuzza ai fratelli Pes?
— Lasciò scapparsi sbadatamente: — Perdio! gli stessi buoi! — Recatosi quindi da Tiringone aveva detto:
«— Ho in casa due amici banaresi in cerca dei buoi, che l’altra sera avete portato alla tanca di Pedra carpida.
«— E che? hai forse tu detto dov’erano?
«— No... non ho detto niente!
«— Ebbene, ascolta: tu avrai la parte dei buoi da noi presi, se ci metteremo d’accordo per dire ai banaresi che i buoi non ci sono. Condurremo i due amici altrove, per far loro perdere le traccie.
«L’indomani, infatti, Lepuzza e Tiringone condussero i fratelli Pes a cercare i buoi... dove non c’erano. Fattasi tarda l’ora, dissero ai banaresi: — Potete tornarvene al paese. Faremo noi la ricerca dei buoi.
«I Pes presero commiato, dicendo: — Noi siamo amici di Giovanni Tolu. Fategli i nostri saluti!
«Prima di partirsene (conchiuse mio cognato Piana) i fratelli Pes vennero in cerca di me per narrarmi il caso; ed io sorrisi dicendo loro: — Andate pure, chè quando troveremo i buoi sarete avvisati.»
Come mio cognato terminò il racconto, si andò tutti a cena, compreso Ibba, e si continuò a parlare dell’incidente.
— Dunque i buoi furono veduti da te e da Giovanni Lepuzza?
— Altro che! — rispose.
— E perchè Lepuzza non condusse addirittura i fratelli Pes alla tanca dov’erano i buoi?
— Glie lo dissi, ma mi rispose: — sai bene ch’io sono molto povero, e mi fa comodo la porzione che mi verrà data, quando si riuscirà a vendere i buoi.» — Lo rimproverai della sua poca lealtà, ma si limitò a confessarmi, che la promessa di un compenso lo aveva acciecato.
Appena finito di cenare, mi recai con Ibba a Campanedda, e chiesto al servo ove fosse Francesco Silvanu, rispose ch’era a letto.
— Digli che si alzi subito, perchè Giovanni Tolu ha bisogno di parlargli.
Quegli si vestì e venne ad aprirci. Io gli dissi a bruciapelo:
— Senti, Francesco: i buoi che tu hai nella tanca appartengono a Banari; si hanno le traccia, e non si cesserà dal cercarli, finchè si troveranno. Sono proprietà di gente ricca, che ha molti amici!
— Non so nulla di quanto mi dici! — mi rispose Silvanu.
— Non mentire: tu lo sai! Bada che compare Maurizio, il capo dei ladri di bestiame, ha già deciso di restituire i buoi al padrone, per evitare lo scoprimento dei rei!
Silvanu rimase come di sasso, non immaginando certo che le parole di compare Maurizio fossero un’invenzione mia. Pensò alquanto e rispose:
— Dimmi che cosa devo fare!
— Farai come ti dico. Per evitare pericolose testimonianze, condurrai di notte tempo i buoi nella tanca di mio cognato Piana, legati come si trovano. Non si saprà così, da nessuno, chi ve li abbia messi.
L’indomani notte, infatti, fu trasportato il bestiame, come avevo suggerito.
Quando all’alba mio cognato vide i buoi nella sua tanca, ne diè subito avviso ai banaresi, perchè se li ritirassero.
I fratelli Pes, in precedenza, avevano fatto la denunzia del bestiame mancante al pretore ed ai sindaci dei paesi vicini.
Divulgatasi la notizia del fatto, il pretore di Portotorres mandò a chiamare Ignazio Piana per chiedere schiarimenti.
— Chi ha messo i buoi nella tua tanca?
— Lo ignoro. Giorni prima avevo informato mio cognato Giovanni Tolu della mancanza dei buoi, ma non so se li abbia portati lui od altri alla tanca. Io feci il mio dovere avvisando i padroni.
Il pretore volle interrogare anche mia sorella Andriana e la mia figliuola, che in quel tempo si trovava all’ovile. Quest’ultima rispose, con molto spirito, che le donne s’intendono di tela e di lino, non di buoi nè di pecore.
Io fui ben lieto di aver adempiuto al mio dovere, facendo restituire la roba d’altri, senza denunziare i ladri.
CAPITOLO XVI. Bue per bue!
Compare Maurizio, Giovanni Lepuzza, Baingio Matagnu, i fratelli Tiringone, e molti altri componenti la compagnia dei ladri di buoi, furono risentiti contro di me, per la preda loro sfuggita. I buoi rappresentavano un valore di circa 400 scudi; e i ladri, per mia colpa, si videro costretti a rinunziare ad un lauto dividendo. Fatta congiura, stabilirono di vendicarsi.
Uno dei fratelli Tiringone (mezzo scemo) amoreggiava con una ragazza di Florinas; alla quale raccontava, per vanagloria, tutte le prodezze della compagnia dei ladri, di cui egli faceva parte. La ragazza, con ingenuità, diceva tutto al padrastro Salvatore Bazzone, il quale era fratello di un mio cognato, amicissimo mio. Questi mi avvertiva per mettermi in guardia — e così mi era noto ogni tranello ed ogni chiacchiera a mio riguardo. Gli amori della donna mi hanno sempre reso dei grandi servigi.
Un giorno Tiringone lasciò sfuggirsi:
— Giovanni Tolu si accorgerà ben presto dell’errore fatto, costringendoci a restituire i buoi ai banaresi!
Questa minaccia, ed altre di simil genere, pervenivano ogni tanto al mio orecchio, e si rinnovarono con frequenza per lo spazio di un anno.
Io rideva, perchè di questa gente non avevo paura. Guai a loro se avessero osato molestarmi!
Una notte Giovanni Lepuzza, membro della famosa compagnia organizzata nella Nurra, aveva tentato di far uscire dalla tanca di mio cognato Piana una ventina di buoi, fra i quali ve n’erano miei, di Giovanni Puzzone, e di altri che pagavano il pascolo al proprietario delle terre. Sebbene i cani non avessero abbaiato (perchè conoscevano Lepuzza, un tempo consocio di Pinna) i buoi quella notte non si poterono portar via, per la troppa loro grossezza.
Trascorso un mese, Lepuzza ritentò il colpo, e questa volta gli riuscì di portar via una ventina di buoi, che condusse fino a Montixiu Àinu, dove era riunita la combricola dei ladri compagni.
Le bestie furono messe dentro una tanca chiusa, lontana una mezz’ora dall’ovile di mio cognato. Temendo che la detonazione dei fucili non li tradisse, i ladri pensarono di uccidere col ferro, anzichè col piombo, i buoi designati. Gettato il laccio a quattro bestie, che lor piacque scegliere, le scannarono.
Tre di questi buoi erano i miei — il quarto di Giovanni Puzzone. È certo, però, che il bue di quest’ultimo fu creduto pur mio, poichè ne avevo uno simile nella tanca di mio cognato.
Ignazio Piana e il Puzzone, accortisi verso l’alba della mancanza dei buoi, si diedero attorno per rintracciarli. Essi rinvennero qua e là, vaganti, tutti i vivi, ma invano cercarono gli altri quattro.
Arrivato la sera da Portotorres, Giovanni Lepuzza si presentò all’ovile di mio cognato Piana, il quale lo informò dei quattro buoi mancanti.
— Andiamo a cercarli! — disse con affettata premura; e si mossero.
Lepuzza, con sorpresa di Piana, si diresse verso Montixiu Àinu, dove trovarono i quattro buoi scannati, e già scorticati. I ladri avevano portato seco i cuoi, che depositarono più tardi nell’ovile di un loro amico, e parente.
***
Due giorni dopo — ignaro di quanto era accaduto — capitai con un compagno nell’ovile di mio cognato (ch’era assente) e dissi a mia sorella Andriana:
— Dacci pane e vino, se ce ne hai. Abbiamo bisogno di mangiare un boccone, per continuare la nostra strada.
Mia sorella, molto seria, accentuando le parole, mi rispose con doppio senso:
— Oggi non ti mancherà carne, Giovanni! Ne abbiamo cotta, ed anche cruda!
— Che vuoi dire? Spiegati!
— Voglio dire, che ti hanno ucciso quattro buoi!
Il sangue mi montò alla testa; ed ascoltai muto, come intontito, la storia dell’uccisione, che Andriana mi andava esponendo.
Mio primo pensiero fu quello di correr subito in cerca di Lepuzza per dargli una fucilata. Si trattava del mio peculio assottigliato, del mio risparmio guadagnato col sudore della fronte. Venne in seguito la riflessione, e considerai che la morte di Lepuzza non avrebbe potuto indennizzarmi del bestiame perduto.
Sedetti a tavola, sorrisi sinistramente, e dissi rivolto a mia sorella con finta gaiezza:
— Andriana; portaci pane e vino, e non pensiamo ad altro. Quei furfanti l’hanno sbagliata. Dovevano prima uccider me... poi le mie bestie!
Appena terminato il pasto, dissi alla mia figliuola, ch’era venuta a carezzarmi:
— Maria Antonia; recati subito a Portotorres, e va in cerca del canonico. Portagli dieci scudi; e digli a mio nome, che celebri una messa alle Anime del Purgatorio, col cavallo dei morti in mezzo alla chiesa.[28]
Tornato all’ovile dopo due giorni, Maria Antonia venne a riferirmi, che il prete Giomaria Sanna (a cui si era rivolta) aveva ricusato il danaro, dicendo che non poteva prestarsi a lanciar scomuniche in nome di un bandito.
Rimandai la figliuola al curato della basilica, pregandolo che dicesse una messa di due scudi a Sant’Antonio del fuoco. Questa volta venni esaudito.
Non devo tacere, che il prete Sanna ha mancato al suo dovere. Io so, per essere stato sagrestano, che un devoto (purchè paghi!) ha diritto a qualunque funzione in chiesa.
Recatomi l’indomani nell’ovile di un pastore (parente dei ladri) mi si domandò se era vero che mi avessero ucciso tre buoi.
— È verissimo! — risposi — ma vi assicuro che sarò indennizzato, anche se ai ladri si screpolasse la pianta dei piedi![29]
Il pastore ammutolì inorridito.
***
Era intanto venuta la bella stagione, in cui diversi avvocati di Sassari solevano recarsi alla Nurra, per passare un mesetto in divertimento.
Gli avvocati — esterno una mia opinione — sono gente che hanno l’abilità di barcamenarsi fra amici e nemici, per trarne all’occasione qualche cliente.
Come seppi dell’arrivo dei villeggianti, mi presentai ad uno degli avvocati, ch’era informato del caso accadutomi, perchè contava molti amici nella Nurra.
— Ma perchè te li hanno uccisi, questi buoi? — mi domandò egli.
— Perchè ho fatto restituire ai banaresi quelli rubati dalla combricola dei ladri, capitanati da compare Maurizio!
— E sei proprio sicuro di quanto dici?
— Ne domandi agli amici della Nurra, e sentirà la risposta. I ladri avrebbero dovuto ringraziarmi, perchè non li ho compromessi colla giustizia. Mi hanno invece pagato col più nero dispetto!
— Non dubitare; parlerò io con compare Maurizio. Lo conosco per un buon uomo, e mi dispiace che egli abbia male, perchè è un mio compare di battesimo. Non appena avrò conferito con lui, ti avviserò con un biglietto, che tu brucierai.
Quando presi commiato, egli mi regalò tre scudi per farmi un paio di pantaloni.
Dopo qualche tempo ricevetti una sua lettera, nella quale mi diceva di aver imposto a compare Maurizio di riunire i suoi amici per aggiustare l’affare dei buoi, il cui prezzo mi verrebbe pagato in rate, o nel modo più conveniente.
Trovandomi un giorno nell’ovile di mio cognato Piana (in Campu Cervu) capitarono là, provenienti da Portotorres, compare Maurizio, Giovanni Lepuzza, i tre fratelli Tiringone, ed altri compagni della famosa comitiva.
Li vidi da lontano e mi nascosi nelle vicinanze, senza che mi vedessero.
Chiesto di me, mio cognato rispose:
— Giovanni non si è veduto in questi giorni; ma se avete qualche cosa a dirgli, parlate pure, chè io troverò mezzo di riferirglielo.
Allora compare Maurizio e i Tiringone, con un’audacia senza pari, si scagliarono addirittura contro Giovanni Lepuzza, accusandolo dell’uccisione dei buoi — forse coll’intento di mettere lui solo in causa, ed a tiro del mio fucile. Lepuzza tentò difendersi; ma i compagni alzarono tanto la voce, che quegli fu costretto ad ammutolire.
La combricola si fermò nell’ovile tutta la giornata, sollevando questioni sul fatto de’ buoi, ma senza nulla conchiudere.
Quando mio cognato mi riferì quanto si era discusso, gli feci notare che si trattava di uno strattagemma. Essendo Lepuzza un intruso nella società dei ladri, poco ad essi importava se lo avessero ucciso, o chiamato in causa.
Volendo metterli alla prova, dissi a mio cognato:
— Fammi il piacere di recarti a Portotorres. Dirai a compare Maurizio ed ai suoi compagni, che sabato li aspetto qui. Quando verranno, tu li tratterrai nell’ovile per un’oretta; in seguito li condurrai alla Tribuna.
Disposi nel frattempo, che nel giorno indicato si recassero alla Tribuna alcuni miei parenti ed amici, tutti armati.
In quei giorni mio fratello Giomaria si trovava all’ovile, perchè consocio di mio cognato nell’agricoltura.
Il sabato, fedeli all’appuntamento, i capi-ladri si presentarono all’ovile; e di là, dopo un’ora, furono condotti da Piana alla Tribuna, dove già si trovavano i miei, cioè: Giomaria, l’altro mio cognato Martino Fiori, ed i fratelli Giovanni e Ignazio Puzzone.
Compare Maurizio era venuto coi tre fratelli Tiringone, cioè Ciccio, Antonio Giovanni e Billia. Mancava Lepuzza, perchè si era rifiutato a tener loro compagnia.
Io intanto mi ero fermato nell’ovile di Antonio Maria Sassu, volendo presentarmi alla comitiva quando tutti erano a posto. Pregai l’amico pastore che lasciasse venir meco il suo figliuolo quindicenne, al quale fu dato un fucile, che io caricai a palla.
Mossi finalmente verso la Tribuna, raccomandando al giovinotto di starmi sempre vicino, perchè all’occasione potessi servirmi dell’arma sua. Fu sempre mio sistema di premunirmi contro qualunque possibile evento.
Come giunsi al sito designato, vidi i componenti la comitiva sdraiati qua e là sull’erba.
Mi avvicinai sorridente; e alludendo ad una caccia finita dissi loro:
— Non avete abbrustolito i cinghiali?
— Non ancora! — rispose mio fratello. Gli altri tacquero.
Diedi un’occhiata in giro:
— Ma qui non vedo Giovanni Lepuzza!
— Non è voluto venire.
— Bisognava condurlo!
— Dovevamo forse trascinarlo per i piedi?
— Sicuro: anche a viva forza, dandogli parola che nessuno lo avrebbe qui offeso. Temevate forse che io lo uccidessi? Colui che voglio uccidere non ha bisogno di disturbarsi per venirmi a trovare: — so andare io da lui; e se lo cerco lo trovo!
Nessuno rispose. Compare Maurizio disse:
— Noi siamo qui, pronti a fare quello che vuoi!
Mi rivolsi a lui:
— Ma io non sono un bambino da menar per il naso. Tu sei il capo dei ladri! e come capo devi radunare i tuoi amici perchè mi venga rimborsato il prezzo dei tre buoi che mi avete ucciso. Chiacchiere non ne voglio da nessuno. Ne ho già udito abbastanza!
E così dicendo, voltai loro le spalle, e me ne andai.
— Ma quest’uomo è sulle furie e non vuole ragionare! — aveva esclamato compare Maurizio, rivolto a Giomaria. — Che venga qui, e ce l’intenderemo con calma!
Mio fratello montò a cavallo e mi raggiunse, per riferirmi le parole del capo ladro.
— Rispondi loro, che io voglio soldi e non ciancie!
E continuai la mia strada.
CAPITOLO XVII. Fra giudici e avvocati.
Il caso dell’uccisione dei buoi divenne popolare nella Nurra, e la giustizia se n’era immischiata.
Trascorse due settimane, venni chiamato a Sassari in salvacondotto, e mi presentai al giudice Pirari.
Invitato da lui a dar ragguagli, ed a deporre in causa contro gli uccisori de’ miei buoi, risposi:
— Se il Governo è disposto a risarcirmi del danno, svelerò il nome dei ladri... e dirò altro ancora!
— Il Governo ha il dovere di far giustizia, ma non può rimborsare danno alcuno.
— Ed io non dirò una parola!
— Ecco il vostro contegno! — fece il giudice Pirari con aria di malcontento — Prima vi dolete del danno sofferto, e poi vi rifiutate a denunziare i rei. Che volete che faccia la giustizia?
— Ma ella dunque ignora, che non ho altre entrate per vivere? Io conto sul mio lavoro, nè voglio andare a rubare. Se il Governo rifiuta di pagarmi, troverò io il mezzo di farmi pagare dai ladri.
— I ladri non ti pagheranno, poichè sono in molti... e tu sei solo.
— Ella è in errore. Appunto perchè in molti mi riuscirà facile ucciderne qualcuno; mentre sarà loro difficile venirmi a trovare. Creda pure, d’altra parte, che se mi cercano mi trovano!
— Ripeto che da nessuno verrai pagato: nè dai ladri, nè dal Governo.
— I ladri mi pagheranno; e se non mi pagassero, è segno che morrò presto.
— Pensaci bene!
— Ci ho pensato. Faccia una cosa: ne tenga parola col prefetto, col procuratore del re, con chi vuole: mi si paghino i buoi, e in seguito si vedrà se sarò capace di mettere la giustizia sulle traccia dei malandrini!
— È una cosa impossibile!
— Se il Governo mi paga i buoi, le prometto di unirmi ai carabinieri per arrestare i ladri.
Il giudice mandò allora a chiamare il capitano Castelli, essendo assente da Sassari il maggiore.
Il capitano mi disse con compunzione fratesca:
— Bisogna essere amico dei carabinieri!
— Sicuro; ma prima il Governo rimborsi il danneggiato. Si mettano d’accordo col prefetto, ed io farò quello che vogliono.
— È inutile conferire col prefetto, perchè egli non è autorizzato a pagar buoi.
— Allora è finita. Io mi farò pagare dai ladri, e lei non strapperà una parola dalla mia bocca. Ho un salvacondotto, e posso andarmene quando voglio!
Il mio interrogatorio era terminato, ed io mi separai dal giudice Pirari e dal capitano Castelli.
***
Ero ospite dell’amico e compaesano Antonio Giuseppe Zara, la cui abitazione era sul Corso, nella casa del Cav. Chiappe (oggi di Michele Canessa). Nello stesso piano, in un quartiere separato, abitava pure il procuratore del re Cavalier Dore; il quale, quasi ogni giorno, mi faceva chiamare dalla sua cameriera, e si tratteneva un’oretta a discorrere con me — spinto un po’ dalla curiosità, e un po’ dalle esigenze della carica che copriva.
Un giorno, mentre mi disponevo ad entrare in casa del Cav. Dore, m’imbattei sul pianerottolo in uno degli avvocati da me veduti nella Nurra. Veniva a cercarmi.
— Ritorni più tardi — gli dissi — perchè or ora venni chiamato dal procuratore del re.
Non potei celare al Cav. Dore la visita dell’avvocato, venuto forse per conchiudere l’affare dei buoi.
— Bada bene — mi disse il fisco — se tu ti farai pagare i buoi, non avrò più bisogno di testimoni per far arrestare i ladri. Mi saranno noti.
— Se io li denunziassi, però!
Tornò sul tardi da me l’avvocato, in compagnia di altri tre colleghi. La camera dov’io stava era attigua ad una delle sale del procuratore del re, il quale aveva udito gran parte del nostro dialogo.
— Ebbene, che cosa hai fatto? — mi domandò l’avvocato.
— Ancora nulla.
— Non fosti chiamato dal giudice per la causa dei buoi?
— Sì; ma io non sono l’uomo da vuotare il sacco in una volta. Ho tacciuto, perchè il Governo si ostina a non volermi pagare i buoi.
— Sentiamo il prezzo che ne chiedi.
— Per i tre buoi che mi hanno ucciso, io chiedo 150 scudi.
— È troppo!
— Lo so; ma siccome i ladri si hanno preso il gusto di scannarli per farmi dispetto, così anch’io voglio gustare il piacere di farmeli pagare come voglio!
— Il tuo non è che un dispetto.
— Non lo nego; e vi dico pure, che se mancherà un centesimo alla somma, la rifiuto... e saprò che cosa fare!
— I buoi uccisi non erano quattro?
— Sì: ma i miei sono tre. Non mi occupo di quello appartenente a Giovanni Puzzone, perchè questi non mi è fratello, non mi è nipote, non mi è genero. Io penso ai miei buoi — pensi lui ai suoi!
I quattro avvocati dichiararono, che fra una quindicina di giorni mi avrebbero pagato i buoi per incarico del loro cliente ed amico.
Nel giorno indicato, mio fratello Giomaria venne a Sassari, e ritirò i 150 scudi.
Mi abboccai pochi giorni dopo coll’avvocato principale, che mi disse:
— Che sia una cosa finita, veh?
— Per me è finita. Ma badino i ladri a lasciarmi tranquillo e a non farmi la spia. Li avverta anche lei, se li vede!
— Come avvocato, sono lieto di aggiustare le cose, perchè non nascano guai.
— Le dirò francamente, che mi sarebbe riuscito facile uccidere compare Maurizio; ma sarebbe stato troppo onore per lui venir freddato da Giovanni Tolu. Non l’ucciderò mai, poichè le partite sono ormai saldate. Che si guardi, però! poichè gli pronostico, che verrà ucciso da un altro miserabile suo pari!
E qui terminò quel brutto affare dei buoi, che per circa due anni mi tenne irrequieto e mi fece montare su tutte le furie[30].
***
Invece di lasciarmi tranquillo, compare Maurizio faceva il gradasso negli ovili, e cercava di nuocermi per vendicarsi.
Un giorno si recò dal pastore Salvatore Antonio Marras, e gli consegnò due palle (una di argento ed una di piombo) dicendogli:
— Se con queste colpirai Giovanni Tolu, egli morirà inesorabilmente, anche se avesse addosso qualunque talismano. Oltre al compenso di cento scudi, mi adoprerò per farti ottenere il porto d’armi, col consenso del maresciallo dei carabinieri di Portotorres.
Il pastore Marras (che mi era amico) non esitò ad accettare le due palle; ma venne segretamente a mostrarmele, riferendomi le parole di compare Maurizio.
— E perchè, matto che sei, non hai ritirato anche i cento scudi? — dissi al pastore fra il serio e il burlesco. — Non vorrei che tu andassi a ritirarli un’altra volta!
L’amico — che mi era fedelissimo — mi rispose seriamente:
— Non scherzare, o Giovanni; ma mettiti in guardia! Quel malintenzionato potrebbe trovare altro pastore, di me meno scrupoloso.
— Sta tranquillo: la palla di compare Maurizio, fosse anche d’oro, non sarà quella che ucciderà Giovanni Tolu. Non è buono che ad uccidere buoi, colui!
Aizzando or l’uno, or l’altro, compare Maurizio continuava nell’idea di sbarazzarsi di me. Non poteva darsi pace dell’affare dei buoi, per lui così disastroso. Tuttavia, in apparenza, mi si mostrava amico, e parecchie volte mandò a dirmi, che mi guardassi dai carabinieri, ch’erano usciti da Portotorres in perlustrazione. Io, certamente, non me ne fidavo, perchè mi erano noti questi strattagemmi da fiduciario. Assai spesso questa gente ha la furberia di avvisare allo stesso tempo carabinieri e banditi, per tenersi in buon accordo cogli uni e cogli altri. Era un gran filone quel compare Maurizio!
Dal mio canto non cercai di fargli male, per due ragioni: la prima, per la promessa fatta agli amici avvocati di Sassari; la seconda, perchè ero saldo nel proponimento di non spargere più sangue. Il pensiero dell’avvenire della mia figliuola — come ho già detto — frenava il mio braccio. Se l’uccisione de’ miei buoi fosse avvenuta quindici anni addietro, Dio sa la strage che avrei fatto dei ladri!
***
Ma anche per compare Maurizio doveva avverarsi la mia profezia. Egli si era associato negli affari con un pastore osilese. Costui, oltre al bestiame sociale, possedeva una greggia propria di una cinquantina di pecore. Venuta essa meno per le rilevanti spese di pascolo, il pastore cercò di rifarsi, rubando al consocio molte pecore, che vendette ad un amico d’Osilo. Accortosi Maurizio della mancanza, andò alla ricerca, e trovò le sue pecore presso il pastore Ligios; il quale minacciò subito di mandare in galera chi glie le aveva vendute. Per evitare fastidi, i due pastori finirono per mettersi d’accordo, e tolsero di mezzo compare Maurizio con una fucilata.
E così morì di piombo colui, che sperava di uccidermi con una palla d’argento!
***
Non tardarono parecchi altri scannatori dei miei buoi a raggiungere nell’altro mondo il loro capo supremo.
Baingio Matagnu — il quale, dopo essersi un giorno bisticciato con me, aveva osato nell’ovile di Boturru vantarsi con Domenico Tignosu di avermene dette delle crude — colto dalle febbri si era messo a letto[31].
Trovatomi un giorno con certo Lorenzo Murineddu, che aveva tenuto a battesimo un figlio di Matagnu, gli chiesi:
— Non sei stato a visitare il tuo compare ammalato?
— Non ancora.
— Hai fatto male! Vacci pure, e digli da parte mia, che si confessi, poichè la confessione gli farà bene.
Questa ambasciata — che è sempre augurio di morte — impressionò talmente Baingio Matagnu, che ne morì poche settimane dopo.
Non passò gran tempo che anche Ciccio Tiringone ebbe la sua paga. Egli fu ucciso sul proprio carro da un nemico, che venne arrestato. Anche lui, come Matagnu, avrà dato conto a Dio, fra gli altri delitti, dei buoi sgozzati a Montixiu Àinu.
Erano precisamente costoro i due che avevano impugnato il coltello per scannare i miei buoi; gli altri compagni li avevano tolti dalla tanca, presi col laccio, o tenuti fermi durante lo sgozzamento.
La scomunica, da me lanciata contro di loro colla messa a Sant’Antonio del fuoco, aveva ottenuto il suo effetto.
CAPITOLO XVIII. Fra ladri di bestiame.
Ciccio Tiringone era un tristo soggetto. Lo conobbi la prima volta ad Abba meiga, per un favore fattogli, di cui non mi fu riconoscente. Narro il caso.
Il fattore dello Stabilimento della Crucca, certo Pinotto, rinvenuta una cavalla di Tiringone nelle tanche, l’aveva sequestrata per metterla in contravvenzione. Accortosene Tiringone, inseguì Pinotto, e lo raggiunse vicino al fiume. Ivi si accapigliarono, e ne avvenne una lotta corpo a corpo, durante la quale la cavalla si era data alla fuga. Un compagno di Tiringone, ivi accorso, suggeriva di uccidere Pinotto.
Venuto quest’ultimo da me per prendere consiglio, m’incaricai di aggiustare le cose. Andato in cerca di Tiringone, lo trovai piangente, dicendosi rovinato.
— Sta tranquillo — gli dissi — chè aggiusterò io le cose!
— Consigliami tu.
— Corri subito alla Crucca, e domanda scusa al Cav. Maffei. Questi è un signore generoso, e non vorrà rovinarti.
E così fece. Il Cav. Maffei rispose a Tiringone che l’offeso era Pinotto, e che se questi perdonava, egli avrebbe chiuso un occhio.
Pinotto si dichiarò soddisfatto, e l’incidente fu esaurito.
Questo fatto io deposi alle Assise di Sassari, quando vi fui chiamato in salvacondotto, come teste di difesa di certa Satta Tiringone, accusata di aver pagato un sicario per uccidere il proprio cognato.
Chiamato un’altra volta alle Assise, fui più esplicito nella mia deposizione. Chiestomi dal presidente che cosa pensassi di Ciccio Tiringone, risposi:
— Dico, ch’è un ladro ed un sicario; e sono pronto a provarlo qui stesso, con testimoni presenti a quest’udienza.
Il capo giurato (che per caso era stato il difensore di Tiringone in un precedente dibattimento) fece osservare al presidente, che il teste non diceva il vero, poichè il suo cliente, per le risultanze del processo, era stato dichiarato innocente dell’assassinio di Lorenzo Longiave.
Allora io, rivolto al capo giurato, dissi solennemente.
— Ella, come avvocato, avrà fatto il suo dovere secondo le risultanze della causa; però devo dirle, che, senza volerlo, non ha fatto un’opera buona! Ha saputo strappare il cliente alla giustizia, non però a’ suoi nemici. Che Ciccio Tiringone sia stato l’assassino di Longiave è fuor di dubbio; ne sono convinti gli stessi parenti dell’ucciso, come ne erano convinti i fratelli Pintus d’Osilo. Eppure la giustizia di Sassari condannò alla galera in vita Antonio Pintus, ch’io dichiaro innocente della morte di Lorenzo Longiave.
Non so qual peso abbiano avuto le mie parole sulla bilancia della giustizia; ma so, che, poco tempo dopo, venne rimesso in libertà l’osilese Antonio Pintus, il quale aveva già scontato tre anni di galera. E dopo questi casi edificanti, mi si esortava a fidare nei tribunali!
Fu Ciccio Tiringone il vero autore dell’assassinio di Lorenzo Longiave, il facoltoso cittadino, ucciso nella propria casetta di campagna. Mentre sull’imbrunire cenava, vennero smosse alcune tegole del tetto, e lo si era freddato con una fucilata.
Da qualche tempo Tiringone introduceva abusivamente il proprio bestiame nelle tanche di Longiave, e costui lo aveva rimproverato. Sapendo Tiringone che il danneggiato proprietario era in urto coi fratelli Rocca di Sorso, aveva pensato di vendicarsi, guadagnandosi le grazie di costoro. La voce pubblica, intanto, fatta circolare ad arte, diceva che Antonio Pintus, pastore di Longiave, si era proposto di uccidere il padrone. Due testimoni falsi lo avevano giurato... e la giustizia umana non volle altro per condannare un innocente!
Il giorno stesso che fu consumato l’assassinio io mi trovavo in compagnia del bandito Antonio Rocca, nella Nurra di dentro, nell’ovile di Antonio Sechi Pelicanu. Come giunse la notizia dell’uccisione, egli mi disse:
— Lorenzo Longiave mi era nemico; tuttavia mi dispiace la sua morte, poichè si dirà che ne sono io l’autore.
***
Pur narrando i fatti con scrupolosa verità, quali mi risultano, dichiaro di non essere in grado di saperli indicare con ordine cronologico. Gli avvenimenti che narro accaddero pochi anni prima, o pochi anni dopo l’uccisione de’ miei buoi.
Esisteva verso quel tempo nella Nurra un’associazione di malintenzionati, i quali andavano in giro, dilettandosi dell’uccisione del bestiame altrui, o per portarselo via, o per lasciarlo sul luogo, ma sempre con scopo di malfare, più che di vendetta. All’oziosa compagnia si univa spesso anche qualche proprietario benestante, che prendeva gusto a queste escursioni avventurose.
Visitavo spesso l’ovile di uno di questi proprietari vagabondi; il quale possedeva un eccellente cavallo, e si univa con piacere agli altri scapestrati, per aiutarli ad uccidere e a scorticare i buoi. Ne taccio il nome per riguardo personale; ma dirò ch’era padre di più figli ed aveva una moglie saggissima, la quale continuamente gli rinfacciava la mala vita che menava.
Un giorno costei, alla mia presenza, prese a dirgli:
— Ma perchè non stai in casa ad accudire al tuo patrimonio? Perchè non sorvegli con maggior cura gli uomini che lavorano le nostre terre? Senti tu il bisogno di unirti ai cattivi compagni? Tu hai buoi, tu hai vacche, tu hai pecore e capre, tu hai porci — e puoi ucciderne quanti vuoi, senza ricorrere al bestiame altrui.
Il marito, piccato, le rispose canzonandola:
— Eh, capisco! mi vorresti sempre cucito alle tue gonnelle... per carezzarti!
— C’è tempo per tutto, anche per le carezze! — gli rispose la moglie seria. E lui di rimando:
— Eppure, quando porto a casa la carne, tu la mangi!
— La mangio, e ne do anche ai cani, pari tuoi!
E così la durarono un bel pezzo, finchè mi interposi per metterli in pace.
Trovatomi un giorno in campagna col marito, gli dissi affettando indifferenza:
— Guardati! Ti prevengo che venne riconosciuto il tuo cavallo, montato da uno scorticatore di buoi. È una vergogna che ricade sulla tua onesta famiglia.
— Ti spiegherò la cosa. Ho prestato il mio cavallo a Pietro V*, che me lo ha chiesto per due giorni. Forse fu imprudente, e...
— Ed è così che ti pregiudichi e ti avvilisci! — soggiunsi, interrompendolo.
— Che vuoi? Pietro V* è molto povero, ed ha bisogno di raggranellare cento scudi per liberarsi da una causa...
— E in tre anni e più di esercizio, con centinaia di cuoi strappati alle bestie, la compagnia non è ancora riuscita a mettere insieme cento scudi?! Ma via! io credo meno scrupolo farla da una buona volta finita col rubare addirittura uno o due gioghi di buoi. Questa continua carneficina è vergognosa, e non piace a nessuno.
Innumerevoli furono i danni cagionati nella Nurra da questa combriccola maledetta. Ricorderò, fra gli altri, quello della mandria di quaranta maiali, sgozzati in una sera in Baddiniedda manna, terre comunali di Sassari. Essi furono ridotti in lardo e salsiccie, che i ladri vendettero allegramente.
Posso assicurare, che fra gli sgozzatori dei porci era pur compreso il proprietario benestante, a cui la moglie faceva le prediche morali.
***
Oltre a questa combriccola di sgozzatori di bestiame, la Nurra era infestata in quel tempo da un’infinità di oziosi; i quali, sdegnando il lavoro onesto e faticoso, si erano dati a fare i cacciatori di professione, pretendendo sostentare le numerose famiglie coi proventi del solo fucile. Se capitavano a tiro lepri o pernici, cinghiali o caprioli, essi tornavano a casa cogli animali selvatici; se la fortuna li avversava, rubavano qua e là qualche agnello, qualche pecora, o qualche maiale, e portavano alla famiglia animali domestici. La carne, però, non doveva mancar mai!