PARTE TERZA IL BANDITO DELLA NURRA
Reading edition

CAPITOLO I. Alla Nurra.
Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita di prete Pittui, io non poteva dimenticare la Nurra, vasta regione che da giovinotto avevo visitato con frequenza, chiamatovi per i lavori del seminerio, per la mietitura, e per il raccolto del grano. Come ho già detto, ero salito in fama di uno dei più abili lavoratori di campagna. Le mie cognizioni agricole, il mio ardore, la mia instancabilità, mi avevano procurato la conoscenza di molti proprietari di terre e di bestiame. D’ordinario io veniva invitato come capo agricoltore, coll’incarico della scelta degli uomini adatti al lavoro; epperciò godevo d’una stima e fiducia illimitate.
Non potevo dunque dimenticarla, la Nurra, territorio accidentato, sicuro, adatto per i banditi, perchè ricco di montagne, di foreste, di macchioni e di rifugi quasi inaccessibili ed inesplorati. I casali e gli ovili, posti a grandi distanze; i pastori ospitali e fedeli per indole; le rare visite dei carabinieri per la inaccessibilità dei luoghi, facevano della Nurra un soggiorno assai gradito ai latitanti del Logudoro e di altre regioni della Sardegna. Da tutta l’isola, infatti, vi accorsero in ogni tempo agricoltori, pastori, e banditi, i quali finirono per domiciliarvisi; e ciò si desume dai casati delle famiglie, molte delle quali rivelano l’origine degli abitatori — come i Bittichesu, i Rebecchesos, ed altri molti.
Sparsi per la Nurra saranno un 270 ovili circa; ognuno dei quali possiede in media un centinaio di rasieri di terra (circa 140 ettari).
Nei primi tempi che io vi andai (verso il 1845) la fama dei nurresi non correva troppo buona. Mi si disse dai più anziani, che non pochi lavoratori forestieri vennero uccisi dai proprietari, per non pagar loro alla fine dell’annata il salario dovuto.
Gli abitanti della Nurra erano protetti dai signori di Sassari; i quali assai spesso se ne servivano come bravi, massime nei tempi in cui più ardevano le inimicizie tra le famiglie cittadine.
La zona delle mie escursioni era ristretta. Il campo di azione era per me limitato ai soli territori della Nurra e di Florinas, ch’io conoscevo palmo a palmo. Mi spingevo qualche volta fino ad Osilo, a Sorso, o ad altri paesi lontani, solo per compiacere i banditi coi quali mi univo. È consuetudine che l’uno serva di guida all’altro nel territorio del proprio paese.
Nei primi anni di banditismo, poco mi allontanai dal mio paese, dov’erano sparsi gli ovili dei parenti e dei fidi amici che mi soccorrevano, e dai quali potevo facilmente attingere informazioni su’ miei avversari, per affrontarli, o per sfuggirli. In seguito sbollì nel mio cuore il patrio entusiasmo. A Florinas non avevo più affetti; non avevo più nido, perchè me lo avevano distrutto i miserabili che giurarono la mia rovina. Più tardi la Nurra divenne la mia seconda patria, perchè in essa e a Portotorres erano concentrati tutti i miei affetti, come dirò nel corso della mia narrazione.
Anche fra i banditi vi sono i tristi, i miserabili, che vendono il proprio compagno, adescati dal lucro d’una taglia, o dalla speranza della propria impunità. Ma è cento volte da preferirsi il cader fulminato sotto le palle dei carabinieri, che viver libero, segnato a dito qual traditore e spia. D’altra parte questi tali non vivono sicuri neppure in libertà, poichè non tardano a cader vittima del proprio tradimento, per opera dei parenti del tradito.
Io posso dire di aver passato i miei trent’anni di banditismo fra le campagne di Florinas e quelle della Nurra.
La mia vita di bandito, in rapporto al soggiorno, potrebbe dividersi in due distinti periodi. Durante il primo decennio mi fermai più a lungo nei dintorni del mio paese, facendo brevi soste nella Nurra, da me ritenuta come luogo di diporto e di villeggiatura. Nel secondo periodo, al contrario, feci brevi le soste nel territorio di Florinas, per fermarmi più a lungo nella Nurra, finchè la prescelsi a mia stabile dimora.
***
Come altrove dissi, mi esercitavo continuamente nella lettura. La storia dei Reali di Francia era fra i miei libri prediletti, e tuttora la conservo. Ho sempre letto con vivo piacere le avventurose gesta di Fioravante e di Buovo d’Antona; e confesso che esse eccitarono la mia immaginazione, contribuendo ad accrescere nel mio animo le ansie della lotta e del combattimento. Tutti gli altri libri, che in seguito lessi, erano dello stesso genere. I fatti d’armi m’inebbriavano.
Nelle mie prime gite alla Nurra, io visitava qua e là gli stazzi (casolari isolati) de’ miei vecchi amici, dov’ero accolto con molta cordialità, e dove trovavo conforti e soccorsi, che lenivano in parte le mie continue ambascie.
Nei famigliari colloqui con quella buona gente io dimenticava, almeno per brev’ora, le mie sofferenze e gli odî miei. Avevo bisogno di scambiare quattro parole con un mio simile, perchè i ricordi dolorosi venissero con meno insistenza a martellarmi il cervello, e perchè i sogni di sangue turbassero meno le brevi ore del mio riposo. Il silenzio e la solitudine mi erano cari; ma io mi avvedevo che in seno ad essi fantasticavo troppo, diventavo più irrequieto, più irascibile, più feroce nei propositi di vendetta.
Quando mi trovavo solo — massime nelle fredde e tempestose giornate invernali — mi pareva che i miei pensieri nuotassero come in un lago di sangue; mentre invece quando mi trattenevo a scherzare colle donne e coi bambini dei pastori, dimenticavo di essere un fuggiasco maledetto, e mi pareva di vivere nel focolare domestico, insieme alla famigliola che avevo sognato. Raccontavo alle donne le barzellette, narravo ai pastori qualche passo della Storia sacra o dei Reali di Francia, e il tempo mi volava.
***
Il lungo ozio, mi aveva aguzzato la mente. Poco per volta mi ero perfezionato nella lettura e nelle nozioni popolari di medicina. Ero il medico della gente di campagna, perchè conoscevo la virtù di non poche erbe medicinali, e molti segreti per le cure, attinti all’esperienza.
Venivo chiamato con frequenza al letto degli ammalati, perchè conoscevo la febbre. Avevo sempre meco le lancette, e salassavo le donne incinte e gli uomini di temperamento sanguigno; poichè a quel tempo il salasso era tutto; e quando l’uomo riusciva a cavarsi un po’ di sangue si credeva immune da qualunque malanno. Naturalmente io entrava negli ovili con circospezione, e tenevo sempre un occhio sull’ammalato e un occhio alla porta, poichè sapevo che i carabinieri non avevano troppo rispetto per l’uomo della scienza!
Le mie nozioni popolari di medicina e di chirurgia erano molte: tutte indispensabili ai banditi, i quali non possono ciecamente affidarsi alle cure di un medico.
Fra le altre cose, io era salito in fama per la guarigione delle fistole. Tagliavo un’erba che nasce nei luoghi umidi (da noi chiamata s’erva de sa rana, o de sus fistolas) pronunciando per tre volte il nome della persona ammalata; la facevo seccare al sole, la riducevo in polvere, e la somministravo per nove giorni di seguito al sofferente, sciolta nel caffè o nel brodo. Il difficile stava nel cogliere l’erba in tempo utile. Guai se si sbaglia il giusto punto della luna!
Parimenti famoso ero nella guarigione delle grosse piaghe alle gambe. Prendevo il femore di un uomo ucciso a malefizio; lo raschiavo, e ne applicavo la polvere sulla piaga. Consumato tutto l’osso, la persona era guarita. Non mi fallì mai una cura!
Narrerò in proposito un aneddoto.
Un giorno fui chiamato dal prete Matteo Sanna di Florinas, il quale camminava zoppo, a causa di molte piaghe alle gambe.
— Ti chiedo un favore — mi disse. — Tu che vai in giro per la campagna, e conosci tante vittime immolate per vendetta, devi procurarmi l’osso della gamba di un uomo morto di palla, o di pugnale. Ho bisogno di raschiarlo per guarirmi dalle piaghe che mi tormentano.
— Lei è prete — gli risposi — nè so se io possa, senza peccato, soddisfare al suo desiderio. Trattasi della profanazione di un sepolcro, e vorrei sapere se mi assolverebbe, se venissi a confessarmi da lei!
Il prete mi disse solennemente:
— Quando una cosa si fa per il bene, il bene uccide il peccato!
Gli portai l’osso desiderato, e il prete guarì. Questo buon successo mi rese più saldo nella mia convinzione[4].
Dirò un altro fatto. Venni un giorno chiamato a curare un certo tale, affetto da un grosso tumore al ginocchio. Sul tumore erano chiaramente segnati i due occhi, il naso e la bocca di una testa di morto. Interrogato l’infermo, egli mi confessò di aver avvertita l’enfiagione poco dopo di aver dato un calcio ad un teschio, capitatogli fra i piedi attraversando una viottola.
L’infermo e i parenti sapevano, al pari di me, che il rimedio infallibile era l’osso di un morto. Promisi di cercarlo, e indicai un posto in campagna per venire a ritirarlo.
Non dimenticherò mai quel giorno; poichè nel momento che consegnavo il femore ai tre amici dell’infermo, vidi a poca distanza da me quattro carabinieri immobili, che mi guardavano fisso. In due salti raggiunsi un’altura, dove mi seguirono i compagni. I carabinieri continuavano a piantarmi gli occhi addosso; ed allora feci loro segno colla mano di accostarsi. Per fortuna essi si allontanarono, dopo aver scambiato fra loro qualche parola. Mi persuasi quel giorno, che anche la professione di medico non va esente da pericoli!
***
Lo studio delle lettere mi tornava più gradito della medicina, poichè potevo coltivarlo con meno spasimi. Chiuso nel crepaccio d’una roccia, o sdraiato in mezzo a una folta macchia di lentischio, io leggevo stentatamente, ma con pazienza e molto piacere, i miei tre libri prediletti: l’ufficio della Beata Vergine, regalatomi del Rev. Dettori, rettore di Florinas; i Reali di Francia, che possedevo da lungo tempo; e una piccola Bibbia del Diodati, che avevo acquistata da un rivenditore ambulante di libri.
Ripeto dunque, che vivevo con piacere nella Nurra, dove meno erano i pericoli, e dove non mi mancava un po’ di svago, compreso qualche amoruccio, come narrerò in seguito.
Non tralasciavo, pertanto, di far frequenti gite al mio paesello natìo, quando sentivo il bisogno di rivedere la mamma e i congiunti, per cambiarmi la biancheria, o per chiedere notizie di nemici che non cessavano di tendermi insidie.
Le vendette da me compiute davano un po’ d’inquietudine ai miei compaesani, non esclusi i signori.
Comincierò dunque dal narrare le principali mie avventure nella Nurra, nonchè il risultato delle mie gite a Florinas, quando di tanto in tanto ero costretto ad andarvi.
CAPITOLO II. I nuovi pirati.
Fu dopo il 1855, che mi determinai a fermarmi più a lungo nella Nurra di dentro.
Comunicata l’idea a mio cognato Ignazio Piana, che aveva colà molte conoscenze, egli mi raccomandò segretamente a un suo buon amico: certo Vigliano Masia, che aveva l’ovile nella regione di Fiume santo.
— Bisogna procurare, per alquanti giorni, un rifugio sicuro a Giovanni Tolu — gli disse.
— Vieni da me con lui sabato notte — gli rispose — ed io penserò a custodirlo.
Presentatomi a Masia con mio cognato, egli c’invitò a cena; poi mi accompagnò all’ovile di un suo cognato, dicendomi che ivi fossi rimasto tranquillo fino al suo ritorno.
Mi lasciò colà solo.
Nei dintorni di quella cascina abitavano diversi cugini di Masia; ed io andava a visitarli con frequenza, essendo tutti brava gente.
Dopo una diecina di giorni che rimasi fisso in quella cascina, Vigliano mi fece montare a cavallo, e mi portò in giro per visitare gli ovili circonvicini. Gli amici comuni stavano sempre in vedetta, per avvertirmi quando scorgevano carabinieri in perlustrazione, o qualche nota spia che avrebbe potuto arrecarmi danno.
In quel frattempo io mi ero adoperato per assestare una vertenza sorta fra Vigliano e certi dispettosi suoi vicini, i quali da qualche tempo gli demolivano il muro di cinta d’una tanca. Scoperti da me i malevoli, e appianata la questione, mi cattivai la stima dell’amico.
Trascorsa così un’altra quindicina di giorni, Masia mi portò prima dell’alba nell’ovile di Paolo Sechi, suo compare di battesimo, e già intimo amico di Agostino Alvau. Picchiò alla bassa finestra con un segno convenzionale, e il pastore si alzò da letto per aprire la porta.
— Ti lascio quest’amico per dieci giorni — gli disse presentandomi — Verrò io a riprenderlo. Procura di custodirlo gelosamente!
Vigliano Masia, — che mi conduceva sempre di notte per non essere veduti — mi lasciò nell’ovile, senza dire a Paolo chi io mi fossi.
***
Rimasi alcuni giorni nell’ovile. Una sera mi addormentai, e feci un sogno, che mi rimase impresso nella mente, per le singolari circostanze che lo seguirono.
Sognai di trovarmi in riva al mare, vicino all’Argentiera, e propriamente nel luogo detto la Carazza grande, dove vidi un bastimento sfasciato, sulla cui prora era scritto a lettere grosse: Basto[5].
— Dentro a questo legno — pensai nel sogno — ci dev’essere qualche cosa di buono. Voglio entrarvi!
Montai sulla nave, col proposito di non accettare da bere da chicchessia, nel dubbio che mi si volesse avvelenare.
Mi trovai dinanzi ad una grande signora, a cui chiesi:
— Chi è lei?
— Sono la moglie del governatore di Basto. Per carità, non uccidetemi!
— Non vi uccido — risposi — ma datemi di quello che avete!
Mentre guardavo le tre sale sontuose che si offrivano in fila a’ miei occhi, vidi un signore sfarzosamente vestito e coperto di decorazioni, che le attraversò rapidamente. Egli si dileguò come in una nebbia.
Mi svegliai tutto agitato, ripensando alla mia visione.
Poco dopo fui chiamato a pranzo, e sedetti a tavola coi padroni dell’ovile. — Paolo Sechi e sua moglie; Maria Antonia Dore — a cui narrai il mio sogno.
La sera di quello stesso giorno, proveniente dalla Stantarida, venne un servo, che disse a’ suoi padroni:
— Vostro compare vi prega di recarvi a visitarlo alla marina, poichè sulla spiaggia della Carazza grande trovasi un grosso barco sfasciato, là buttato dalla tempesta.
Ci guardammo in viso meravigliati. Paolo Sechi mi disse:
— Ma questo è il tuo sogno avverato!
— Andiamo insieme a vedere il barco — esclamai — Non sono mai stato da quelle parti.
Si partì tutti alla volta della Carazza grande, dove giungemmo a notte.
La mia meraviglia crebbe, quando mi accertai che la località era quasi identica a quella da me veduta in sogno. Fu questo uno dei fenomeni che più mi abbiano colpito nella vita, nè giunsi mai a spiegarmelo[6].
Era un legno a tre alberi, pendente da un fianco, vicino al quale stavano due barche algheresi, in cui erano sei o sette individui.
Spintomi fino all’alta roccia, quasi a picco sul mare, puntai il mio fucile in direzione delle barche, e gridai forte:
— Venite a terra, o vi brucio uno per uno! Voi siete i ladri, e poi riferirete che il bastimento fu spogliato dai pastori della Nurra!
— Ch’io possa morire, se siamo ladri! — gridò uno dalla barca a me rivolto — Siamo in compagnia del vice console d’Alghero.
— Venite tutti da noi per provarcelo! — soggiunsi a voce alta — altrimenti vi faccio fuoco addosso!
Vennero allora a farsi riconoscere; e in seguito le due barche si portarono ad Alghero, per dar rapporto che i pastori nurresi avevano loro fatto resistenza, perchè il pistacchio (di cui era carico il legno) non venisse derubato.
Il vice console ordinò allora a due guardie di finanza di pernottare nell’ovile più vicino al mare, per poter di giorno meglio sorvegliare lo scaricamento del legno, incagliato sulla spiaggia.
Le ondate del mare avevano trasportato a terra una grande quantità di pistacchio. Alcune barche algheresi, due giorni prima, avevano rubato dal bastimento tutto lo zucchero, il caffè e molta tela.
Mentre ogni notte le due guardie se ne stavano tranquille nell’ovile a conversar colle donne, non pochi pastori si portavano alla spiaggia, per trasportare coi cavalli il pistacchio, che nascondevano dentro i macchioni, all’insaputa dei sorveglianti. Avevamo appreso dalle stesse guardie, che quel frutto valeva a 15 scudi il quintale; e perciò si era riuscito ad accumularne nelle macchie per oltre 12 rasieri.
Ci eravamo pure accorti, che le due guardie, per proprio conto, facevano anch’esse man bassa su molti effetti appartenenti al bastimento. Un legno naufragato appartiene alla spiaggia su cui viene sbalzato dalla tempesta, e perciò ciascuno ha diritto alla preda[7].
La notte susseguente si scatenò un violento uragano. Il vento soffiò orribilmente da mezzanotte all’alba, e il mare mandava i ruggiti di un toro.
Io rimasi nel crepaccio di una roccia, in compagnia di alcuni pastori; altri tornarono alle loro capanne per custodirvi il bestiame.
Il vento impetuoso sbatteva il legno alle roccie, e il chiasso infernale non mi lasciò chiudere occhio in tutta la notte. Pareva un finimondo.
Verso le due dopo mezzanotte mi affacciai alla roccia. Pioveva a dirotto, e le ondate schiumose si frangevano con fragore agli scogli sottostanti. Il legno, a dieci metri dalla spiaggia, si dondolava scricchiolando, ed aveva i fianchi aperti.
Poco prima dell’alba, insieme a cinque pastori, scesi fino alta spiaggia. Il mare era ingrossato, e vedevo galleggiare sui marosi, di qua e di là, alcuni pezzi quadrati, come piccoli bauli. Quei dadi curiosi uscivano ad uno ad uno dal fianco squarciato del bastimento, nè sapevo che cosa fossero.
Mi levai le scarpe, rimboccai i pantaloni all’altezza del ginocchio, ed entrai piano piano nell’acqua. Giunsi ad afferrare uno di quei dadi, che erano ricoperti di tela ben cucita. Tagliai con un coltello l’involucro, e mi accorsi che contenevano grossi pani di cera.
Poco mancò che io non fossi travolto dalle onde furiose. Due altri pastori, che erano entrati con me nell’acqua, sorpresi dai cavalloni, si videro perduti. Feci in tempo ad afferrarli per la mano, e guadagnammo la spiaggia.
Da solo, quindi, con molto coraggio e altrettanta pazienza, giunsi a tirare a riva una quindicina di quei grossi dadi di cera. Dieci ne nascosi accuratamente accanto ad uno scoglio vicino, collocandovi sopra grossi macigni; e cinque ne portai meco in vicinanza dell’ovile.
Uno dei pastori, mio compagno nella pirateria, mi sbirciava con occhio torvo e diffidente. Più tardi egli stesso mi confessò, che aveva temuto che io lo uccidessi in quel luogo deserto, per appropriarmi dell’intiero bottino.
Fui invece giusto. Eravamo in sei, e divisi la cera in sette parti uguali, assegnandone una ai padroni dell’ovile, ch’erano povera gente. Gli altri miei compagni si opposero vivamente, e vollero divisa fra essi anche la settima parte. Allora regalai una ventina di libbre di cera al proprietario dell’ovile, togliendola dalla mia porzione. Speravo, d’altronde, di rifarmi dal deposito di cera, che avevo nascosto nella spiaggia, sotto alle grosse pietre.
Corsi sull’alba allo scoglio per ritirare gli altri pani di cera; ma un nuovo uragano, sopravvenuto nella notte, me ne aveva portato via oltre la metà.
Vendetti più tardi la mia porzione di cera ad un prete di Florinas, e ne ricavai quasi cento scudi. Ne avrei avuto più di 200, se il mare furioso non fosse stato più ladro di me.
Prima di comprare da me la cera, il prete florinese volle spezzare i pani colla scure:
— Se vi è deposito di danaro — egli mi disse — sarà tuo; ma se vi è qualche pietra, io non voglio pagarla a prezzo di cera!
I timori del prete non erano infondati. Era tradizione, che una volta fu trovato un grosso pane di cera sulle spiaggie della Nurra, dentro il quale si rinvennero 3000 lire in marenghi, nascostivi per precauzione. Parimenti era noto, che un’altra volta un parroco aveva trovato una grossa pietra in un pane di cera, vendutogli da un bandito.
***
Il pistacchio non fu per noi rimuneratore al par della cera. Allettati dal prezzo di 15 scudi al quintale, tentammo di metterlo in commercio; ma la merce era troppo sospetta, e i pochi salumai e confettieri di Sassari, cui l’offrimmo, non vollero acquistarne. I dodici rasieri di pistacchio finirono per esser dati in pasto ai porci della Nurra; e certo nessun maiale d’Europa ebbe la fortuna principesca di essere ingrassato con quel frutto prezioso!
Durante il tempo in cui le guardie si fermarono sulla spiaggia della Carazza grande, per sorvegliare il legno naufragato, io rimasi con esse, spacciandomi per un porcaro della Nurra. Ero armato del solo fucile, perchè avevo nascosto in una macchia pugnale e pistola, per non destar sospetto. Le trattenevo spesso col tiro al bersaglio, per dar agio ai pastori di rubare il pistacchio.
Devo notare, che la famiglia di Paolo Sechi, a cui ero stato raccomandato, non disse mai ad alcuno ch’io mi fossi, ma mi presentava come un camparo. Ero molto conosciuto nella Nurra di Portotorres, dove avevo lavorato, ma pochissimo nella Nurra di dentro, e niente verso la spiaggia occidentale.
Le generose guardie, avevano permesso ai pastori di ritirare dal bastimento molto cordame, utilissimo per i carri; ma non si erano mai accorte, che la loro fiducia era mal ricompensata.
Segnalo un curioso aneddoto.
Un giorno una di esse, che aveva preso a volermi bene, mi chiamò da una parte, e mi diede molte manate di pistacchio, dicendomi:
— Te ne faccio un regalo.
— A che servono questi semi? — le chiesi facendo l’idiota.
— Son buonissimi a mangiare. Con essi si fanno i confetti più fini.
— Vi ringrazio tanto! — risposi ipocritamente.
Quel credenzone non sospettava neppure, che a quell’ora io avevo prestato mano a rubargliene dodici rasieri!
Trasportato in Alghero tutto il carico, il legname, e gli attrezzi del barco naufragato, le due guardie presero commiato da noi, incantate dell’ospitalità dei nurresi, e liete di aver tutelato con coscienza gli interessi d’una nazione straniera!
***
Non sono d’altronde rare queste avventure nella Nurra. I pastori, che hanno gli ovili verso la costa occidentale, ricevono assai spesso i regali del mare; poichè le onde inferocite gettano di frequente su quelle spiaggie gli avanzi dei legni naufragati. Dopo una tempesta, non trascurano i pastori la visita ai littorali, per portare a casa grosse tavole, antenne, ed altri attrezzi marinareschi. Conosco diverse capanne, la cui travatura è formata da antenne e pennoni vomitati dal mare.
Ricorderò, a proposito, un altro curioso episodio. Recatomi una volta ad esplorare le spiaggie, in compagnia di due pastori amici, rinvenimmo la carcassa di una grossa barca, incastrata fra due scogli. Penetrati dentro, non vi trovammo che una lunga catena, che dividemmo in tre parti uguali.
Rientrato all’ovile, che mi aveva ospitato, e chiestomi se avessi nulla rinvenuto, risposi scherzando alla moglie del pastore:
— Sì: abbiamo trovato ciò che meritiamo.
— Che cosa?
— Un pezzo di catena!
CAPITOLO III. Antonio Careddu.
I banditi in generale, e in particolare quelli della Nurra, furono sempre avvicinati e protetti dai signori di Sassari, solo perchè questi, alla loro volta, speravano di essere spalleggiati nei loro odî e rancori di parte.
Erano tempi di lotta e di rappresaglie, e si aveva bisogno del braccio forte dei fuorusciti.
Nei primi anni che mi diedi alla macchia (verso il 1850) ogni partito aveva a disposizione i propri bravi per servirsene al bisogno. Ond’è che la protezione dei signori non tornava che a danno dei latitanti, poichè accendeva non di rado fra banditi e banditi una gara accanita, che si risolveva colle fucilate. Non si aveva talvolta altra ragione d’odio, che quella dei propri protettori. I banditi sposavano i dispetti ed i risentimenti altrui, con soddisfazione della giustizia; la quale si compiaceva di vederci distruggere l’un l’altro, senza mettere a repentaglio la vita dei carabinieri, e senza sborsare denaro per pagare le spese.
Abbiamo veduto la protezione di Cambilargiu pagata cara a Monte Fenosu; e potrei accennare ad altre persone ragguardevoli di Sassari, che coprivano altissime cariche.
L’amicizia dei signori ci tornò sempre fatale, ed è perciò che in ogni tempo ne diffidai. Conoscevo troppo quelli del mio paese! Legati talvolta a noi dalla sola paura, cercavano segretamente il mezzo per poterci distruggere. Io li odiavo, ma cercai di non inasprirli; li volevo male, ma li trattavo bene perchè non maltrattassero i miei congiunti di Florinas.
Non ci fidavamo neppure degli avvocati; poichè essi non difendono che i propri clienti, accusando talvolta il bandito avversario per il trionfo della propria causa.
Curiosi misteri che potrei rivelare! Oh, quanti porcetti, rubati al povero, comparvero alla mensa dei nostri avvocati! Quanti barbari omicidî commessi colla polvere e le palle regalateci dai nostri generosi protettori!
***
Fra gli uomini più ragguardevoli della Nurra, per ingegno, ricchezza e aderenze, era Antonio Careddu, che conobbi fin dai primi anni che mi diedi alla macchia. Dirò di lui quanto so per mia coscienza, o per narrazione fattami da pastori e compagni miei di esilio.
Antonio Careddu, di Sassari, era cognato di Giovanni Macioccu, avendo costui sposato una sua sorella. Stava nella Nurra, perchè comproprietario (insieme alla sorella) di tre buoni ovili: Guggiareddu, Guggia manna e il Calzolaio.
Antonio Careddu era un repubblicano, amico e compagno di Antonico Satta, insieme al quale aringava il popolo a Baddimanna ed altrove. Era stato studente, e ne sapeva più di un avvocato. Alla Nurra si andava tutti a consultarlo, ed egli ci affascinava colla calda parola e colla saggezza de’ suoi consigli, sempre giusti, retti, inappuntabili.
A Sassari erano allora due forti partiti: quello del vecchio sistema che aveva per bravi i fratelli Saba — e quello del nuovo governo, che aveva per difensori i Careddu e suoi congiunti[8].
Partito Antonico Satta per il continente, fu sostituito da Antonio Careddu per continuare le prediche rivoluzionarie. Dalla politica, che poco intendevamo, gli odî scivolarono nei rancori privati, accendendo le inimicizie fra diversi gruppi.
Ciccio Saba pretendeva, che la figliuola di Antonio Careddu fosse data in moglie al proprio figlio — quasi a base di una pace che avrebbe fatto cessare le ostilità fra le due famiglie.
Antonio Careddu diceva con disprezzo:
— Ho capito: io dovrei dare mia figlia ai sicari Saba, per servirsene più tardi a portar loro il pane in carcere, quando saranno arrestati! Tutt’altro che la mia figliuola concederò ai Saba, se non metteranno giudizio!
Il rifiuto reciso inasprì Ciccio Saba, che si dichiarò nemico dei Careddu.
I Saba, falegnami costruttori di molini ad olio e di farina, erano stabiliti a Sassari, e speravano sulla protezione di persona influente presso la giustizia come magistrato.
Antonio Careddu si unì allora ai mugnai fratelli Vacca, osilesi, i quali un giorno chiamarono i quattro Saba, padre e figli, per accomodare un loro molino, situato verso Logulentu. Aggiustato il molino, come d’intelligenza, i Vacca, dopo il pranzo loro offerto, proposero il tiro al bersaglio, per passare la sera. Lo scopo non era altro che di far consumare le munizioni di polvere e di palle agli avversari.
Terminato il divertimento si apprestarono tutti a far ritorno a Sassari.
Antonio Careddu, con dodici uomini, si era impostato verso Baddimanna, aspettando il passaggio della comitiva.
I figli Saba, prevedendo qualche brutto tiro lungo la strada, attraversarono gli oliveti saltando i muri. Il padre Ciccio, insieme ai Vacca e ad altri, avevano invece preso la viottola.
Ciccio Saba, che era alto di statura, esplorava di qua e di là gli oliveti, dubitando di qualche tranello. Come scorse gli uomini appiattati, si diede a gridare rivolto ai figli:
— Guardatevi, chè siamo morti!
E in così dire fece fuoco, uccidendone uno, certo Luzzu, pastore di Antonio Careddu.
Avvenne allora un terribile conflitto, in cui rimasero uccisi Antonio Delogu (servo di Luzzu) e Salvatore Saba. Due fratelli Vacca inseguiti dai Saba fino a Porta Rosello, furono feriti entrambi, come fu ferito gravemente Ciccio Saba, che in seguito guarì.
I Vacca, Giovanni Saba e qualche altro vennero arrestati.
***
Ma Antonio Careddu non era ancora soddisfatto, e pensò di distruggere i Saba superstiti, servendosi di certo Antonio Desini di Ploaghe, capo di una compagnia di sicari. Altro capo sicario volle Giovanni Macioccu, cognato di Careddu, e combinò con un certo Giacinto. Il primo di essi, Desini, si associò a certo Biddisò — il secondo, Giacinto, scelse per coadiutore un tal Cabriolu, già studente.
Il colpo doveva eseguirsi la mattina del lunedì di carnevale, all’uscita del ballo del Teatro civico.
Fu concertata la posta all’imbocco della Via dei Corsi, prospiciente al vicolo di S. Andrea, dov’era la casa di Saba.
Come Ciccio Saba e i suoi figli, di ritorno dal teatro, giunsero dinanzi alla chiesa, i congiurati fecero loro fuoco addosso in mezzo alla folla che transitava nel Corso. Giovanni cadde fulminato, e Gavino morì poche ore dopo. Fu pur colpito a morte, accidentalmente, il figlio settenne del fabbricante di paste Dionisio, che trovavasi nel suo magazzino.
Della famiglia Saba non rimaneva che il padre Ciccio e il più giovane dei figli. Furono offerti cento scudi per togliere quest’ultimo dal mondo, ma i sicari si rifiutarono, ritenendolo troppo giovine[9].
***
L’agguato ai Saba era stato veramente ordito e condono a termine da Desini, da Biddisò e da Cabriolu; tuttavia Giacinto si era affrettato a presentarsi in casa di Macioccu, il quale gli sborsò subito i 300 scudi, prezzo convenuto per l’eccidio consumato.
Trascorso qualche giorno, il sicario Desini si presentò allo stesso Macioccu per essere pagato.
— Ho già versato la somma all’autore del colpo! — gli rispose.
— Il colpo è stato eseguito da noi, e perciò io credo non abbiate sborsato somma alcuna ad altri. Pagateci!
Macioccu, dopo essersi rifiutato ad altro pagamento, volle consultarsi con suo cognato Antonio Careddu, che trovavasi nel suo ovile della Nurra.
Non tardarono a recarsi colà Desini, Cabriolu e Biddisò, i quali si fecero accompagnare dal bandito Pietro Cambilargiu.
Come Macioccu li vide venire, voleva spararli addirittura; ma Careddu lo calmò, persuadendolo a lasciar loro esporre le ragioni.
Dopo aver persistito nell’affermare il pagamento già fatto, Antonio Macioccu finì per rivelare il nome di Giacinto, a lui presentatosi come capo sicario ed autore dell’eccidio dei fratelli Saba.
— Possiede nulla questo Giacinto? — domandò Desini.
— Possiede un oliveto a Sassari.
— Ebbene, allora ci farete il piacere di chiamar costui con un pretesto nella vigna. Noi ci nasconderemo dentro la casa rustica, e voi lo interrogherete. Alla nostra presenza egli vi rivelerà i veri autori dell’agguato. Lo costringeremo allora a firmare un atto d’ipoteca sul suo oliveto, a risarcimento del danno recatoci coll’indebita appropriazione.
Antonio Careddu approvò il ragionamento dei tre sicari; ma Macioccu esternò il sospetto che essi avrebbero ucciso Giacinto.
— Dubbio puerile! — osservò Desini — Finchè non siamo soddisfatti del nostro avere, ci diventerà più cara la sua vita!
Fu accettata la proposta. Nascostisi i tre bravi nella casetta della vigna, Macioccu trovò mezzo di attirarvi Giacinto, invitandolo a declinare i nomi de’ suoi complici, col pretesto della riconoscenza.
Accortisi che il sicario esitava a rispondere, i tre compagni sbucarono dal nascondiglio:
— Dillo dunque: chi ha fatto il colpo?
Giacinto impallidì, e confessò di non aver preso parte all’uccisione dei Saba.
— Restituisci, dunque, il danaro preso!
— Non l’ho più.
— Ma l’oliveto, ce l’hai ancora?
— Sì.
— Sei disposto a sottoscrivere lo strumento di cessione?
— Dispostissimo!
Venne in seguito firmato l’atto notarile, col quale Giacinto vendeva l’oliveto a Macioccu.
Fatta la cessione, quest’ultimo sborsò altri 300 scudi a Desini, a Cabriolu ed a Biddisò, i quali finalmente si dichiararono soddisfatti.
Questa storiella, da molti ignorata, mi venne riferita da alcuni degli interessati e da Cambilargiu.
***
Antonio Careddu — ricercato dalla giustizia dopo l’assalto di Baddimanna — si era dato a fare il bandito nella Nurra.
Lo conobbi di persona, gli ero molto amico, e gli fui compagno di ventura per alcuni mesi.
Egli si recava da un ovile all’altro, si dilettava di caccia, e faceva il signore. Era un uomo piuttosto pingue e molto frugale; non beveva mai vino, nè liquori, ma prendeva il caffè tre volte al giorno. Si faceva portar tutto da casa, poichè aveva molto bestiame ed estesa proprietà.
Era ben voluto, stimato e rispettato dai pastori, poichè nè sapeva più di un avvocato. Lo consultavano tutti, e i suoi consigli erano seriamente apprezzati. Contava moltissimi amici fra i signori di Sassari, ed era in buoni rapporti coi nobili, e specialmente col marchese di Sant’Orsola.
Egli venne arrestato nell’ovile della Stantarida da dodici carabinieri, fra i quali erano il maresciallo Scaniglia e certo Pietro Puzzone, già carbonaio della Nurra e pratico di tutti gli ovili. Dicevasi che quest’ultimo si servisse dei parenti per facilitare le ricerche dei latitanti in quella regione.
Messo in carcere Antonio Careddu, non si tardò a fargli il dibattimento; ma per i molti amici che contava a Sassari, e per la sua buona condotta, venne assolto e rimesso in libertà.
Un suo amico calzolaio — certo Salvatore, condannato a molti anni di galera — gli aveva raccomandato la moglie... ch’ei fece propria. La moglie vera ed i figli di Antonio Careddu passarono allora sotto tutela della zia — sorella di lui e moglie di Macioccu.
Per questa sua condotta un po’ libertina, e per essersi separato dalla famiglia, Careddu fu abbandonato dagli amici signori di Sassari, i quali non ebbero per lui stima, nè riguardi di sorta.
Antonio Careddu visse molti anni nella Nurra consultato anche per questioni legali, tanto era d’ingegno.
Salvatore, intanto — il calzolaio che gli aveva affidato la moglie — era ritornato da galera. Appresa la tresca della sua compagna, meditò l’uccisione del falso protettore e dell’amico infedele.
Questo Salvatore aveva per compare di battesimo certo Baingio Deroma, un pastore sfacciato, che di frequente faceva pascolare il proprio bestiame nelle terre di Antonio Careddu. Costui lo pregava di dargli almeno qualche piccolo compenso, ma quegli faceva il sordo.
Un altro pastore vicino d’ovile — certo Giovanni Luigi Manunta — imitando Deroma, introduceva il suo gregge nei tenimenti di Careddu, e questi tornò a dolersene con entrambi:
— Pagatemi almeno una trentina di scudi all’anno. Anch’io ho diritto di trarre qualche lucro dalle mie terre, nè parmi giusto che voi approfittiate del mio pascolo senza offrirmi compenso alcuno.
Consultato dai contendenti, io diedi piena ragione a Careddu, poichè il danno che gli recavano i due pastori oltrepassava i cento scudi, mentre l’amico era discreto nel domandarne soli trenta.
Manunta e Deroma promettevano di risarcire il danno, ma non pagavano mai.
Un giorno Careddu, inasprito più del solito, minacciò di far loro pagare la contravvenzione.
I due pastori vollero cogliere l’occasione, e concertarono di liberarsi del creditore importuno.
Vicino agli ovili di Manunta e di Deroma abitava un giovane — certo Gio. Andrea Ilde — il quale faceva all’amore colla figliastra di quest’ultimo.
— Se riuscirai ad uccidere Antonio Careddu — gli disse Deroma — ti darò in moglie la mia figliastra.
— Solo non mi attento: aiutami tu!
— Andremo insieme. Dopo che l’amico sarà ucciso, ti manterrò la promessa!
Si unirono, infatti, e diedero la caccia a Careddu, che tolsero di mezzo con una fucilata.
Il giovane Ilde fu preso dalla paura e si diede subito alla macchia; Deroma stette sul sospeso, fra il bandito e l’uomo libero. Entrambi vennero arrestati.
Mentre batteva la campagna, Gio. Andrea Ilde mi pregò più volte di prenderlo in mia compagnia; ma io lo tenni sempre lontano per aver ceduto ai consigli di Deroma. Acciecato dall’amore, egli si era lasciato trascinare ad un’azione indegna.
Il potente partito di Deroma, colle deposizioni in tribunale, seppe aggravare la causa di Gio. Andrea Ilde, scagionando il compagno; ond’è che questo fu assolto, e il giovane fu condannato alla galera in vita. Solite cose della giustizia!!
L’uccisione di Antonio Careddu non fu che una vigliaccheria. Quest’uomo non meritava simile fine, perchè era buono ed aveva tutte le ragioni del mondo.
Il calzolaio tradito aveva vendicato il suo onore, senza compromettere la propria libertà!
CAPITOLO IV. Gli amori del bandito.
La vita randagia del bandito, l’ozio continuo, le visite frequenti a questo e a quell’ovile, fanno sì, che più degli altri egli senta il bisogno dell’amore.
Ho già detto che in nessun tempo la donna mi ha allettato; ed anche da giovinotto preferivo l’esercizio delle armi ai balli ed alle chiacchiere colle forosette.
Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita del prete, e inasprito per l’abbandono dell’ingrata che avevo scelto per compagna, provavo quasi ripugnanza a intrattenermi colle donne, che io trovava negli ovili, nei molini, o nelle aie.
Durante i primi mesi di latitanza avevo appreso, dall’esperienza de’ miei compagni, quanto la donna e gli amori riuscissero fatali al perseguitato dall’umana giustizia. È nel nido d’amore che si colgono più facilmente le belve; e i carabinieri lo sanno. Non pochi banditi caddero in questa rete, ed io ben lo sapeva. Chi ha un’amante ha una spia, e la sua perdizione è certa. La donna, o per gelosia, o per vendetta, o per leggerezza, assai di frequente getta il suo amante fra le braccia della giustizia. La forza non deve mai darsi in braccio alla debolezza. Sono più pericolose le lusinghe e le moine d’una donna, che le manette dei carabinieri; da queste possiamo spesso liberarci, da quelle mai: bisogna soccombere!
Io sorrideva, ogni qual volta vedevo Cambilargiu, Spano e Derudas correre audacemente in cerca di donne, e fidarsene tanto! Non solo mi guardavo dall’imitare i miei compagni, ma badavo di non accompagnarli mai in questo genere di conquista. Mi sottraevo sempre con un pretesto.
La donna si affeziona facilmente al bandito. Non si può immaginare il fascino che sulla loro immaginazione esercita il coraggio, la forza, l’audacia di questi uomini erranti, che gettano lo spavento nelle popolazioni. Non si ha mai migliore amico e protettore di una donna — ma più grande è il loro attaccamento, più grande è il pericolo di essere tratto in arresto.
Non è vanto il mio; poichè non fui più fortunato degli altri. Ci troviamo più spesso nel caso di fuggire l’amore, che di andarlo a cercare. Non c’è bandito che non abbia la sua amante; e quasi tutte, d’ordinario, sono le mogli degli altri. I molini e gli ovili, in modo speciale, sono quelli che a noi forniscono queste innamorate.
Ben difficilmente un bandito fa relazione con una ragazza, se non è per sposarla. Le vedove sono quelle che più ci tentano e più ci danno l’assalto.
Non ancora trentenne, pieno di slancio e di fuoco, anch’io dovetti pagare il mio tributo all’amore — anzi a più amori; e devo subito confessare, che non fui mai fedele, nè costante. Ogni ovile ed ogni molino, dove capitavo per caso, era il mio ritrovo d’amore; ed io rivedevo l’amante ogni settimana, ogni mese, ed anche ogni anno, se l’occasione di avvicinarla non si presentava spontanea. L’idea fissa di un tradimento, di un agguato, di una sorpresa bastavano per frenare i miei bollori e per rendermi cauto; onde posso dire, che nella mia lunga carriera di bandito, per trent’anni, non ebbi mai a lamentare alcun disguido, nè alcun pericolo per causa di una donna. Ho avuto più fastidi assistendo agli amori degli altri, che agli amori miei; e ne avete le prove nell’episodio della vedovella di Derudas, da me narrato.
Sono molte le avventure amorose capitatemi nei primi dieci anni di vita randagia (dai trenta ai quarant’anni) — in seguito misi giudizio, e abbandonai del tutto la donna, poichè fui sempre per natura serio, riflessivo, e mi pareva cosa puerile correr dietro ad una gonnella. La mia dignità ne soffriva in faccia a’ miei compagni.
Dirò di un’altra fissazione. Mentre tutti i miei compagni narravano con un certo orgoglio i loro casi amorosi, le avventure, le conquiste delle mogli altrui, io ridevo con loro, scherzavo, ma mai risposi con pari confidenza. Nessuno mai seppe le mie peripezie d’amore, nè mai dal mio labbro sfuggì il nome d’una donna che mi aveva amato. A me sembrava vigliaccheria denunziare o compromettere una debole creatura, la quale forse non aveva ceduto che alla forza delle nostre lusinghe, od alla paura! Conobbi banditi prepotenti (fra i quali Cambilargiu) che chiedevano amore ad una moglie altrui, minacciando di ucciderle il marito se si mostravano scortesi. Se l’amore veniva, io lo coglieva senza rimorsi; ma certo non lo provocavo, per non pagare d’ingratitudine il pastore a cui dovevo asilo e protezione.
***
Diversi casi mi capitarono, ma non mi fermerò sui particolari, poichè mi ripugna rivelarli. Accennerò di volo ad alcune avventure, oltre a quella di Maddalena, la cui relazione ebbe più lunga durata.
Mi trovavo, un giorno, chiuso in una casa di Florinas, il cui padrone era un vecchio che aveva moglie giovane. Mi avevano nascosto al pian terreno. Due figlie del padrone, di primo letto, entrambe maritate, venivano con frequenza a visitare la madrigna e a veder me. Un giorno mi trovai solo con una di esse, e le rivolsi una galanteria.
— Sta attento per la mamma! — ella mi disse dolcemente, incoraggiandomi a continuare la corte.
Il marito era lontano, nella sua fattoria; e la chiusa dell’avventura fu, che ella mi invitò in sua casa, e mi dichiarò che un bandito disgraziato le aveva sempre destato una pietà profonda...
Un altro giorno mi trovavo in un ovile di fiducia, dove solevo recarmi di tanto in tanto. Si era tutti intenti a tosare le pecore; e il padrone, dopo avermi offerto un bicchierino d’acquavite, tornò fuori al lavoro co’ suoi compagni. Mi buttai sul letto perchè mi sentivo stanco ed avevo bisogno di riposare.
Mentre me ne stavo così sdraiato, tra veglia e sonno, entrò pian piano la moglie del pastore, e chinandosi dolcemente verso di me, mi domandò se mi sentissi male. Risposi di no; ed ella allora mi baciò due volte sulle guancie e scappò via.
Fu questa l’introduzione di un romanzetto che durò più mesi.
Un’altra volta avevo bisogno di passare una notte a Florinas per appurare certi miei sospetti. I due giovani figli di una vedova trentenne mi portarono in casa della madre, dove venni nascosto fino al tramonto del giorno successivo. La vedovella s’interessò vivamente della mia sorte, volle conoscere alcuni episodi della mia vita, e fra noi due si stabilì una tenera relazione, che durò per molto tempo, quantunque a lunghi intervalli.
Queste avventure si ripeterono con molta frequenza, e si rassomigliavano tutte. Anche la Nurra non mi fu avara di amori. Ivi ebbi rapporti amichevoli per moltissimo tempo con la giovane moglie di un pastore, che faceva il soldato in continente.
Ebbi altra relazione con una donna, il cui marito si assentava spesso dall’ovile; ma questa mi creò qualche fastidio, come dirò a suo luogo.
Vedete dunque che le vedove e le maritate erano abitualmente le mie pietose confidenti!
***
Tacendo di tanti altri episodi galanti della mia vita di bandito (comuni a tutti i miei compagni d’infortunio) narrerò la mia ultima avventura, che lasciò più grata e più profonda impressione nel mio animo, per la tenacità dell’affetto col quale venni corrisposto.
Frequentavo nella Nurra l’ovile di un pastore proprietario, il quale aveva in casa una figlia giovane e bella, vedova da un anno. La sua taglia elegante, i suoi lineamenti delicati, il suo volto bianco e roseo (che sotto al nero fazzoletto mi sembrava quello di una madonnina addolorata) mi avevano profondamente colpito. Io mi tratteneva volentieri dentro quella capanna, dove pur convenivano altre donne e qualche vecchio pastore degli stazzi vicini.
O dinanzi al focolare, nelle sere invernali (mentre qualche servo faceva al di fuori la guardia); o seduti nel boschetto vicino, nelle sere d’estate, io raccontavo le peripezie della mia vita: le persecuzioni di prete Pittui, l’ingratitudine di Maria Francesca, i fatti di Nuzzu o di Monte Fenosu. Gli astanti mi ascoltavano con religioso silenzio, e prendevano diletto ai miei racconti
La giovine vedovella (non ancora ventenne), colla bocca aperta, e co’ suoi grandi occhioni fissi ne’ miei, era la più attenta di tutti, e tratto tratto sospirava, asciugando qualche lagrima.
Quella donna aveva preso gusto a’ miei racconti, e appena entravo nella capanna mi si sedeva vicina, mi fissava con tenerezza, e mi pregava di narrare qualche barzelletta.
Soddisfatto, non so perchè, dell’attenzione che mi prestava quella bambina vedovella, io metteva tutto il mio impegno nell’infiorare le mie storielle, facendo pompa di tutta la mia erudizione, appresa dai pochi libri che avevo letto.
Per non parlar sempre de’ miei casi, cominciai col narrare le avventure di Fioravante, il figlio del re Fiorello, nato con una croce di sangue sulla spalla destra. Dissi dell’insulto fatto al suo maestro Salardo, a cui tagliò la barba; della sua condanna a morte, commutata poi nel bando.
Io sapevo a memoria tutto il libro dei Reali di Francia; e quelle avventure gloriose di Fioravante (bandito al pari di me) commovevano alle lagrime la vedovella. Ella mi guardava fisso fisso quando narravo con enfasi le prove di valore del figlio del re Fiorello, il quale aveva liberato la bella cugina da tre saraceni che l’avevano rapita; oppure quando le raccontavo come Dusolina e Galerana si erano innamorate del giovane valoroso, e come l’ultima ne era morta di dolore. La vedevo impallidire, quando raccontavo come la bella Drusiana, figlia del re Erminione, si era pazzamente invaghita del prode Buovo di Antona, ucciso a tradimento dal proprio fratello Galione, mentre pregava in una chiesa.
Un altro giorno erano gli amori di Rebecca che io narravo; oppure il dolore di Giuseppe, venduto da’ suoi fratelli pastori; il sogno di Giacobbe, od il tradimento fatto a Sansone dalla donna a cui si era affidato.
Leggevo talvolta una pagina dell’ufficio della Beata Vergine; o tiravo fuori la vita di Sant’Agostino, il quale non aveva fatto una bell’azione, quando per consacrarsi a Dio si era separato dalla propria moglie[10].
Ero dunque il benvenuto in quella casa di pastori, e mi ero accorto che la vedovella mi guardava in un modo strano, quando raccontavo le storie di tanti eroi. Avevo pur notato, che essa si commoveva e piangeva più alle mie sventure, che a quelle di Fioravante, di Buovo d’Antona e di Giuseppe ebreo.
Quella vedovella mi aveva intenerito e turbato.
Una mattina, che capitai nell’ovile, la trovai sola. Era in maggio, e la campagna era tutta fiorita — come il mio cuore.
La vedovella era seduta in un canto, colla guancia appoggiata sulla palma della mano.
— Cos’è accaduto? — esclamai vivamente, accostandomi a lei.
— Ho un dente che mi fa male. Non ho potuto chiuder occhio in tutta la notte.
— Vediamo — dissi scherzando — sono un po’ medico e chirurgo.
La bella fanciulla si alzò da sedere, venne vicino alla finestra, ed aprì leggermente le due labbra, che sembravano due foglie di rosa.
— Un po’ di più — le dissi.
Ella sorrise, lo le presi la testa fra le due mani, finsi guardare il dente, e poi rapidamente la baciai sulla bocca.
Divenne rossa come bragia, sedette... e mi guardò fisso fisso, come quando le narravo la storia di Dusolina innamorata di Fioravante.
— Tu non hai più marito... ed io non ho più moglie! — le dissi; e null’altro.
Fu questo il bandolo di una matassa non arruffata, che dipanammo felicemente per oltre un anno.
Io aveva con lei frequenti colloqui, specialmente nel vicino boschetto, all’insaputa del babbo.
Giammai donna, in mia vita, mi amò tanto. Passato l’anno, la vedovella fu chiesta in moglie da un ricco pastore, e il padre trovò convenientissimo il matrimonio. Lei non voleva saperne, e fui io che la indussi con molte preghiere a non lasciarsi sfuggire il buon partito.
— Che puoi sperare da me?... Io non sono un uomo libero. La nostra relazione colpevole non potrebbe recare che guai ad entrambi. Pensaci! Tuo padre e i tuoi fratelli potrebbero vendicarsi... e io sono un bandito, che non ha nulla da perdere!
La vedovella finì per accettare la mano del pastore con ambascia indicibile, e si rassegnò al suo destino.
La mattina del giorno delle nozze — alle quattro dopo mezzanotte — poche ore prima che andasse a sposare, ella volle stare con me per ricordare il dolce passato e per darmi l’ultimo addio.....
Il boschetto tacque sempre quest’ultimo colloquio — e lo tacqui anch’io. Oggi per la prima volta, lo rivelo![11].
M’incontrai più volte con quella giovane donna, ma le parlai sempre come a straniera. Feci di tutto per non trovarla mai sola... e ci sono riuscito. Fu l’unica penitenza che m’imposi per cancellare il mio peccato. Il marito di quella cara bambina (che mi era molto amico) mi pregava di andar con più frequenza nel suo ovile; ma io fuggiva da lui, perchè sicuro che un giorno o l’altro mi sarei tradito.
***
Per dimostrare l’orgoglio, che le donne in genere sentono per la relazione con un bandito, basterà il seguente fatto.
Un giorno alcune amiche, che si trovavano riunite in un’aia, intente al lavoro, presero a raccontarsi a vicenda le proprie simpatie, o relazioni amorose, lecite ed illecite.
La moglie di un agricoltore lasciò scapparsi:
— L’uomo che mi ama e che amo sorpassa i vostri: certo è, che nessuno oserebbe dargli uno schiaffo...
— È dunque Giovanni Tolu! — fece una compagna imprudentemente, forse nutrendo qualche sospetto.
La donna tacque con eloquente ed orgoglioso silenzio; e poco mancò che questo pettegolezzo non suscitasse seri guai, che per fortuna son riuscito ad evitare, ascrivendo l’incidente ad un puro scherzo.
E bastano queste mie piccole avventure per darvi un’idea degli amori di un bandito; il quale, errante per la campagna, senza tetto nè famiglia, non vive d’ordinario che di pascolo abusivo!
CAPITOLO V. Occupazioni e passatempi.
Andavo in quel tempo da un ovile all’altro per far relazioni; e nel vedermi armato fino ai denti, tutti si domandavano: — chi è costui?
— È un camparo! — si rispondeva dagli amici, i quali non volevano si conoscesse il mio nome.
Andato un giorno a caccia grossa con una comitiva di pastori, mi venne assegnata una posta. Volle il caso, che, per la soverchia carica di polvere, io non colpissi un capriolo, che mi passò dinanzi.
— Il camparo ha sbagliato! — si diceva con tono canzonatorio da’ miei compagni pastori; e ciò mi ferì nell’amor proprio, poichè sapevo di sparar bene.
In quella partita di caccia vennero uccisi due caprioli e due cinghiali. Avanzandomi verso la comitiva, che si era riunita intorno alle bestie morte, io domandai:
— Chi ha colpito il capriolo?
— Giovanni Antonio.
— Orbene: giacchè ho sbagliato il tiro, vi propongo di giuocare la pelle del capriolo al bersaglio: io ci metterò sopra altre venti lire!
Fu messo per bersaglio il piccolo sonaglio di una capra, a cinquanta passi di distanza.
Nessuno volle cimentarsi. Ci facemmo avanti io e Baingio Caliga (uno degli eccellenti tiratori della Nurra). Tirammo cinque colpi per ciascuno, mettendo sempre la palla dentro al sonaglio.
Paolo Sechi rideva, dando la baia agli altri; e allora tutti dichiararono, che si doveva a un caso accidentale se non avevo colpito il capriolo.
La domenica seguente invitai di nuovo a caccia quattro di quei pastori. Avevo bisogno di avvalorare la mia abilità nel tiro, sebbene nessuno mi conoscesse.
Da qualche tempo si era avvertito in quelle località un cinghiale gigantesco, che riputavasi una delle più grosse bestie vedute nella Nurra. Mi vennero assegnate due poste, dicendomi:
— Sta attento: se scoviamo il cinghiale ti passerà a destra; se sarà il capriolo, ti verrà da sinistra. Ora vedremo quanto vali a caccia!
Mi posi d’impegno. A quindici passi di distanza vidi il grosso cinghiale che veniva: feci fuoco, e gli misi la palla dentro l’occhio, trapassandogli il cuore.
Fu per me un vero trionfo. Avvicinatomi alla bestia morta gli scaricai a bruciapelo la pistola, e poi le diedi una pugnalata; ma, nè la palla nè il ferro intaccarono la pelle, tanto il cinghiale era vecchio. Pesava 140 libre.
***
Continuai la mia vita girovaga di qua e di là nella Nurra di dentro, sempre per raccomandazione di amici e scortato da fidi pastori; fino a che mi determinai ad andar solo, dopo essermi impratichito dei luoghi.
Pur non tralasciando di recarmi di tanto in tanto a Florinas, continuai a far lunghe soste nella Nurra, prendendo parte cogli amici e conoscenti a partite di caccia, in cui (lo dico senza modestia) avevo pochi competitori.
Un giorno, trovandomi con quattro amici e con buonissimi cani, circondammo un folto macchione, donde di colpo sbucarono otto grossi cinghiali. Ne uccisi due scaricando ambe canne del fucile, mentre i miei compagni non riuscirono che a ferirne uno solo.
Diverse volte, da solo, mi riuscì di colpire parecchi cinghiali e caprioli. Una domenica puntai un cinghialone alla fronte, e l’uccisi; e l’indomani ne presi un altro, che mandai a mia sorella in Portotorres, in contraccambio del pane e del vino che mi aveva mandato.
La mia riputazione sull’eccellenza del tiro era già formata e riconosciuta nella Nurra.
In attesa delle occasioni propizie per aggiustare i conti co’ miei nemici di Florinas, io mi divertivo alla caccia; la quale, d’altra parte, è utile ai banditi per mantenersi in esercizio.
Trattavasi dunque di una caccia reciproca, senza tregua: io la davo ai cinghiali, e i carabinieri la davano a me. Tener d’occhio le mie spie; guardarmi dagli agguati della giustizia e dalla perfidia dei compagni — ecco le occupazioni abituali della mia vita randagia. Del resto noie, malumori, disinganni, e un’intranquillità rassegnata, di cui avevo fatto una seconda natura.
L’abituale mio genere di vita era il seguente. Di giorno visita a qualche ovile; informazioni per sfuggire a spie ed a carabinieri; un po’ di caccia, un po’ di lettura, e molto riposo. Di notte vegliare, il più a lungo possibile; mettermi in viaggio da un punto all’altro; e nella stagione estiva, nuova caccia ai cinghiali.
***
Per quest’ultima caccia, d’ordinario, si ha bisogno di un compagno. Darò qualche schiarimento.
Un giorno, per esempio, avevo preso meco un carbonaio della Nurra, il quale pretendeva di essere un buon cacciatore. Si andò nel cuore della notte ad una tanca di fieno, dove i cinghiali accorrono dai boschi, ghiotti del poco grano sfuggito qua e là ai mietitori.
Ci ponemmo in agguato, coll’orecchio teso. Come intesi le pedate delle bestie, mandai il mio compagno innanzi, perchè le tenesse d’occhio, badando a spararle se le venivano a tiro, ma senza molestarle se prendevano la mia direzione. Gli feci togliere le scarpe, perchè a questa caccia si va a piedi nudi, avendo i cinghiali un udito finissimo.
Il carbonaio si diresse al punto da me indicato; ma nel camminare faceva un chiasso tale, che perveniva al mio orecchio.
Indignato della poca cautela di quel semplicione, e sicuro che i cinghiali sarebbero scappati, lo raggiunsi:
— Ti vanti sì fino cacciatore, e fai il chiasso del bue?!
Per fargli allora un po’ di dispetto, e per punirlo, soggiunsi:
— So io dove sono i cinghiali. Andiamo piano; tu scalzo, ed io colle scarpe.
E così lo feci camminare, per un buon quarto d’ora, sul fieno tagliato e pungente.
Abituato com’ero a percepire i suoni più deboli, m’accorsi che i cinghiali mangiavano. Feci segno al compagno che si fermasse:
— Se vengono verso la tua direzione, punta e fa fuoco: qui abbiamo il campo netto. Se corrono al brutto, ci penserò io!
M’inoltrai pian piano, finchè vidi sotto una elce una troia, attorniata da otto cinghialotti, tutti intenti al pasto. Il rumore, che facevano mangiando, impediva loro di sentire il mio leggiero calpestio. Quattro di quei cinghialotti appartenevano ad una grossa troia che avevo ucciso pochi giorni prima; e i poveri orfani (come hanno per istinto) avevano cercato le cure d’altra madre.
Feci ancora pochi passi, e li ebbi a tiro. La troia mi avvertì e si cacciò dentro un macchione; i piccoli, grugnendo, giravano attorno all’albero, annusando il fieno.
Era una notte di luna, e li distinguevo chiaramente. Messo in faccia il fucile, ne uccisi due con una doppia scarica.
Gli altri scapparono colla madre. Mi volsi allora al compagno, che avevo dietro, e gli gridai:
— Ora puoi mettere le scarpe, imbecille!
Il carbonaio mi guardò mortificato; ed io gli dissi:
— Una di queste bestie è tua; ma per punizione te le carico entrambe sulle spalle!
A questa caccia notturna non ho mai rinunciato nella stagione estiva. Vi andavo solo, o con un compagno. Essendo abituato a riposare di giorno, mi sentivo fresco la notte.
***
In tempi più tranquilli si concertavano le caccie grosse cogli amici. Si andava talvolta in venti, in quaranta, e persino in ottanta fra pastori ed ospiti venuti alla Nurra. Avevamo con noi un numero considerevole di cani; e, quando capitava il buon filo, si uccidevano persino dieci capi, fra cinghiali e caprioli. Quanto più numerosa era la comitiva, tanto meno pericoloso era per un bandito l’esporsi in campagna; tuttavia, quando si concertavano simili partite di caccia, volevo conoscere i nomi di tutti coloro che vi prendevano parte; e se fra essi erano persone di dubbia fede, mi astenevo dall’andarvi, e pensavo a’ casi miei.
***
Fra i più valenti cacciatori della Nurra era famoso un certo Ledda, rinomato per la caccia notturna ai cinghiali. Un giorno il suo compare Antonio Furru — molto conosciuto dai pastori, poichè dicevasi fosse portato dai morti — lo esortò a dare una messa in suffragio dell’anima di due carbonai, di recente uccisi nella Nurra. Il Ledda si strinse nelle spalle, non curò l’avvertenza, e gliene colse danno. Mentre una notte, precisamente nel sito dove i carbonai morirono, faceva la posta a un grosso cervo, questi uscì di colpo da un macchione e gli si avventò. Datosi alla fuga, spaventato, la grossa bestia lo inseguì per un gran tratto di strada, dandogli molte cornate nella schiena. Fu tanto lo sgomento provato dal Ledda, che ne fece una grave malattia; e da quel giorno non fu più buono a nulla.
Ho detto che solevo riposare di giorno, per meglio vegliare la notte. Dormivo pochissimo, intieramente vestito, e sempre armato. Non tolsi mai le scarpe in trent’anni, salvo ogni quindicina di giorni, quando la mamma mi portava la biancheria di bucato, nei luoghi da me indicati. Dormivo per lo più in un macchione, o nelle spelonche, durante la stagione estiva; nell’inverno riposavo in qualche ovile, ma sempre vicino alla porta, lontano dal fuoco, e col fucile sulle ginocchia. Prima dell’alba ero fuori, qualunque tempo facesse. Quando accendevo un po’ di legna all’aperto, badavo al vento, e che il fuoco non fosse avvertito. Fumo e fuoco sono sempre due spie, se non si ha l’accortezza di saperli regolare.
Il mio sistema di vita non era abituale a tutti i miei compagni. A molti di essi, per esempio, piaceva star comodi; e preferivano dormir la notte, pensando solo a mangiare, a bere e a chiacchierare negli ovili; e da ciò la loro facile caduta in potere della Giustizia e delle spie.
Io vegliava nelle tenebre; e quando il sole era alto mi cacciavo non visto nelle roccie o nei macchioni, dove dormivo, o leggevo con tutto comodo. Questa solitudine mi tornava cara, poichè ho sempre sdegnato la compagnia d’altri. I compagni d’ordinario si cercano per avere un aiuto nella vendetta — ed io non ne avevo bisogno, perchè bastavo da solo a saldare i miei conti. La relazione co’ compagni c’impone obblighi — ed io non mi prestavo ad uccidere gente che non mi aveva offeso.
Tanto lungo il giorno, quanto lungo la notte, regolavo le mie occupazioni. Conoscevo la strada del sole e di tutte le stelle, e mi bastava guardare il cielo per conoscere l’ora[12].
CAPITOLO VI. Tra carabinieri e spie.
Molti furono gli appostamenti e le caccie datemi dai carabinieri, sì a Florinas che alla Nurra, ma coll’astuzia e la prudenza pervenni a sventarli. Salvo a Nuzzu ed a Monte Fenosu, tutte le altre volte sono riuscito a svignarmela senza ricorrere al fucile.
Così stesso posso dire delle spie, maschi e femmine, nelle quali incorsero molti miei compagni. Ho già parlato della moglie di Derudas, della quale non volli vendicarmi perchè non ho mai creduto degna di punizione una gonnella, all’infuori di quella di un prete!
Di spie avrò sempre argomento di toccare lungo la mia narrazione, e così pure di carabinieri; ma voglio qui notare qualche fatto isolato e più importante.
Un giorno mi recai dalla Nurra a Florinas, per assistere alle nozze di una mia cugina. Mandata la cavalla in casa di mia madre (come solevo fare) feci chiamare mio fratello, a cui dissi:
— Domani notte vieni a trovarmi nel solito ritrovo, insieme al capitano dei barracelli, col quale voglio conferire.
Era di maggio, nel pomeriggio di un giorno piovoso.
Non avendo veduto nessuno, mi recai al villaggio, presso mio cugino Gio. Maria Nuvoli, facendo avvertire mio fratello che venisse là col capitano.
La pioggia continuava insistente, e i due chiamati non venivano.
Verso la mezzanotte sentii sbuffare il cavallo nella casetta attigua, posta all’estremità del villaggio. Quando un cavallo sbuffa, vuol dire che sente l’alito di gente estranea alla casa.
Spensi il lume, e dissi al padrone di casa, ch’era con me:
— Che vuol dir ciò? Il cavallo avverte qualcuno che si accosta. Se fossero stati mio fratello e il capitano non sarebbero passati per il cortiletto.
Mio cugino si spaventò. Io lo spinsi in un angolo della stanza, dicendogli:
— Non muoverti di lì! Se picchiano correrò io ad aprire.
Era mio sistema, quando mi sapevo circondato in un luogo chiuso, di saltar subito fuori, affrontando il pericolo — mezzo sicuro per sfuggire all’agguato.
Tesi l’orecchio, ed udii le pedate di più persone che si allontanavano dalla porta.
Tenni pronte le armi: il fucile in pugno, la pistola legata al polso, e il pugnale alla cintola. Aspettavo che gli sconosciuti si facessero all’uscio.
Mio cugino tremava. Nella casetta vicina, da cui ci divideva il muro, dormivano la figlia ed il genero. Ad un tratto sentimmo la voce di quest’ultimo:
— Babbo: l’acqua cola dalle tegole e cade sul nostro letto. Ce ne veniamo da te!
Consigliai Nuvoli di farli venire.
I due coniugi, infatti, uscirono in istrada, e il babbo aprì loro la porta.
Interrogati entrambi, risposero di non aver veduto nessuno sulla strada. Io dissi al giovine, ch’era barracello:
— Va a vedere: in vicinanza ci devono essere carabinieri.
Quegli uscì fuori, e rientrò dicendo che il luogo era deserto.
Allora gli ordinai d’insellare il suo cavallo e di portarlo in istrada. Montai di un salto in sella, e mi allontanai a spron battuto, dopo aver mormorato all’orecchio del barracello:
— Domani vieni a ritirare il tuo cavallo da Sos badigius de clexia.
Non mi ero ingannato. Poco discosto dal villaggio erano otto carabinieri, venuti nella notte per darmi l’assalto. Seppi che tre di essi volevano entrare addirittura nella casa di Nuvoli — cinque vi si opposero, osservando ch’io mi trovava in luogo forte e buio, donde avrei potuto ucciderne almeno tre. Dovetti quel brutto tiro ad una spia dei signori, i quali avevano immaginato che non sarei mancato allo sposalizio, e che probabilmente avrei chiesto un ricovero a mio cugino Nuvoli. Non credo, però, che mi avessero veduto entrare in paese.
***
I carabinieri erano avidi di prendermi; e a proposito narrerò un altro fatto, accadutomi nel tempo che avevo a compagno il bandito Derudas.
C’era nel molino di San Lorenzo, presso Florinas, una giovane e belloccia mugnaia, maritata ad un vecchio e un po’ scioccone. Questa donna amoreggiava coi carabinieri, ed andava con piacere a portare qualche sacco di farina alla caserma di Codrongianus, dove i soldati se la tenevano a chiacchierare. Il marito, di frequente, si recava alla caserma per cercarvi la moglie, ma il piantone gli rispondeva... che non vi era andata.
I carabinieri, con le tenerezze, erano riusciti a far di quella donna una spia, per potersi impadronire di me e di Derudas, che frequentavamo il molino di San Lorenzo.
Mi accorsi della trama, e non passai più nel molino. La bella si lamentò con Derudas dell’assenza mia, e questi venne a confidarmi che la peccatrice desiderava la nostra compagnia.
— Quella donna sa far di tutto... e ci farà anche la spia — risposi — Bada a te: io non mi fido!
Una sera sul tardi la bella Maria uscì dalla caserma con una bisaccia di viveri, che andò a deporre nella chiesetta campestre di San Lorenzo, distante dal molino un 200 passi. La stessa notte dieci carabinieri andarono ad acquartierarsi nel sacro recinto, e vi rimasero chiusi sei giorni e cinque notti.
Fui avvertito da un amico, e compresi l’idea dei carabinieri. Essi volevano prendere i due piccioni nel molino; ma i piccioni erano stati furbi[13].
Trascorse alcune settimane, passai una mattina dinanzi al molino di San Lorenzo, e mi feci al limitare della porta.
Maria, tutta sola, era intenta a pettinarsi nel centro della stanza.
Come alzò gli occhi e mi vide sulla soglia, notò il mio viso arcigno: impallidì, diè un grido e... si lasciò cadere sconciamente a terra.
La guardai, mi venne da ridere, e scrollando le spalle passai oltre, pago dell’effetto del mio sguardo.
***
Le delazioni a mio danno continuarono sempre.
Un giorno sull’imbrunire, a Florinas, un avvocato diceva ad un altro signore:
— Bisogna pensare da una buona volta a liberarci da Giovanni Tolu. Tolto lui di mezzo, i suoi parenti, che oggi a noi s’impongono, diventeranno mogi al nostro comando. Il paese è intranquillo, ed è dovere di ogni cittadino mettere quel ribaldo nell’impossibilità di nuocere!
Quando i due signori così parlavano, fermi in un viottolo, volle il caso che una mia nipote li udisse dalla finestra, sotto la quale essi cianciavano.
Ne fui informato.
Appena si sparse la voce delle minaccie di costoro, a me riferite, gli altri rispettabili del paese se ne impressionarono vivamente, prevedendo qualche mia vendetta.
Si diedero tutti attorno, per persuadere i miei fratelli e i miei congiunti, che nessuno pensava a farmi male.
Fra le altre persone impegnate, venne a me il fratello di uno dei ciarloni, beneficiato allora nella cattedrale di Sassari. Egli, alla larga, mi esortò a far da bravo, a perdonare, e a non prestar fede a certe dicerie.
Figurarsi se io poteva dubitare delle orecchie di mia nipote, che mi voleva bene!
Risposi al canonico:
— So che lei, come confessore, ha l’animo disposto ad assolvere tutti i peccati, di cui un zoticone si accusa. Se vuole che anch’io perdoni, deve dirmi di qual peccato intende parlarmi. Ella — mi scusi — non è che un credenzone, il quale vuol cuoprire le piaghe degli altri, senza preoccuparsi di quelle che ha in casa!
E senz’altro piantai il canonico.
Conosciuta la mia risposta, i due signori chiacchieroni credettero prudenza uscir di casa accompagnati; e la paura li acciecò talmente, che giunsero ad asserire d’esser stati una sera da me inseguiti. Era questa una solenne bugia, che mi fece sorridere. Credendosi da me pedinati in campagna, un giorno essi fecero una mezz’ora di strada alla corsa, per salvare, la pelle... di cui non sapevo che farmi!
***
Quantunque bandito, non ho mai tralasciato le mie pratiche religiose. Leggevo sempre l’ufficio della Beata Vergine; recitavo le orazioni del mattino e della sera; pregavo per i defunti, e frequentavo la chiesa e la confessione.
Il rettore Dettori, di Florinas, mi conduceva dentro la chiesa, facendomi passare per una scaletta segreta, che dalla sua casa vi comunicava. Mentre al di fuori i barracelli facevano la guardia, io, bandito, tutto solo col prete, servivo ed ascoltavo la messa allo stesso tempo, e mi confessavo una volta all’anno.
Questo rettore in quel tempo mi diceva:
— Figlio caro: tu devi dare le spalle a tutte le dicerie che corrono, a riguardo dei supposti signori che ti fanno la spia.
Io rispondeva:
— A me basta che non mi cerchino. Lei però, come padre spirituale, che conosce e vuol bene a tutti questi signori, dovrebbe avvertirli che facciano il proprio dovere, badando al fatto loro; poichè se mi cercano, correranno il pericolo della vita. Lei può far loro del bene. Veda? noi adesso siamo in chiesa, nella casa del Signore; io mi sento contrito, perchè mi sono confessato e comunicato; eppure, se questi signori mi sapessero qui, sarebbero capaci di darmi l’assalto anche a piedi dell’altare.
— No, figlio mio!
— Le dico di sì! Or senta, signor rettore. Se i suoi amici qui mi assalissero, io li ucciderei, perchè ho il dovere di conservare la mia vita con tutte le forze. Mi sono riconciliato con Dio, non farò male a nessuno; ma se mi cercano, mi trovano, e non rinunzio al mio diritto di difesa!
Questo parroco, mio confessore, aveva una paura maledetta di me.
Un giorno capitai nella valle di Nolo gialvu; dove mi trovai col rettore Dettori, col notaio Oppia, e diversi altri colà convenuti por assistere alla tosatura delle pecore di Don Ignazio Piras.
Vedendo un libro nel taschino della mia giacca, il notaio mi chiese di che trattasse.
— È l’ufficio della Beata Vergine in latino regalatomi dal rettore — risposi.
— Che ne capisci tu?
— Qualche cosa ne capisco, perchè ho fatto il sagrestano.
Il rettore allora soggiunse gravemente:
— Ancorchè lui non lo capisca, Iddio accoglie le sue orazioni, perchè conosce tutte le lingue. Basta in Tolu la fede, e Dio lo ascolterà.
Don Ignazio voleva che quel giorno rimanessi là a pranzo colla brigata; ma io ricusai per far piacere al rettore, il quale si mostrava intranquillo alla mia presenza.
***
Narrerò sulle spie un altro episodio, avvenutomi nella Nurra.
Fra le donne mie favorite era la moglie di un pastore nurrese, certa Anna Maria, colla quale ero in relazione da qualche tempo.
Il pastore, non so se per qualche imprudenza della moglie, o per la relazione di qualche maligno, entrò in sospetto, divenne geloso, e mi guardava in cagnesco.
Accortomi del suo malumore, feci l’indifferente, e lo tenni d’occhio.
Non potendo egli prendermi di fronte, perchè mi temeva, pensò di vendicarsi in altro modo; e si diede allo spionaggio, per farmi cadere nelle mani della giustizia.
Anna Maria, in confidenza, mi pose sull’avviso, ma io dubitavo delle minaccie di quel gradasso geloso.
In quel tempo un carabiniere disse in segretezza ad un suo e mio amico nurrese:
— Senti. Tu conosci Giovanni Tolu; digli che Tomaso gli fa la spia perchè è geloso della moglie. Che si guardi, poichè noi dobbiamo fare il nostro dovere!
Un altro giorno il brigadiere del mandamento di Portotorres mandò due carabinieri a Tomaso, per richiamarlo alla promessa fatta sul conto mio. Il pastore rispose, che ben presto avrebbe fornito indizi sicuri.
La moglie del pastore, che voleva salvarmi ad ogni costo, mi confidò la trama, ed io le diedi parola che non me ne sarei vendicato.
Alcuni carabinieri in perlustrazione, giunti una mattina all’ovile, dissero a Tomaso in presenza della moglie:
— Non ti accorgi, dunque, che sei un disgraziato? Tu cammini da stolto, perchè sei acciecato dalla gelosia. Se Giovanni Tolu sa che gli fai la spia così apertamente, sarà capace di spararti, anche se tu avessi il tuo figliuolo in braccio!
Informato di questi fatti, e non volendo recar danno al marito di Anna Maria, io mi ridussi a rendere meno frequenti le visite all’ovile di Tomaso, per dargli agio a frenare la sua gelosia... che non era infondata. Capitavo da lui ogni due o tre mesi, ed egli forse si persuase dell’insussistenza di una colpa.
Posi ogni studio per sfuggire agli agguati, ma non pensai neppure a vendicarmi di Tomaso, che me li preparava. Egli non era che un tradito traditore, e meritava tutta la mia indulgenza. Devo d’altronde dichiarare, che non ho mai attentato alla vita di un marito ingannato, anche sapendolo spia. Colla clemenza verso gli offesi mi pareva di soffocare un po’ di rimorso.
CAPITOLO VII. Strumento d’odio altrui.
L’ho detto: sono tre gli obbiettivi di un bandito: — vendicarsi anzitutto dei nemici che furono causa della sua disgrazia; liberarsi dai traditori e dalle spie; difendersi dalla forza pubblica, quando da essa viene assalito. L’uomo, uscito onesto dal suo paesello natìo per darsi alla campagna, non pensa ad altro. Il miserabile invece, approfitta della condizione in cui fu messo dal destino, per fare anche il grassatore ed il sicario. Ciò però non esclude, che anche il bandito buono, molto spesso, non finisca per decidersi a fare il sicario e il grassatore, sedotto al malfare dai cattivi compagni, o da coloro che vogliono sbarazzarsi di un nemico incomodo, pur conservando la riputazione di benefici e onesti cittadini.
Ond’è che il bandito nato onesto, invece di poter contare sul consiglio di chi dovrebbe metterlo sulla buona via, si vede costretto a lottare, non colla propria coscienza, ma con la coscienza di coloro che hanno in animo di traviarlo.
Rifuggente per indole dai compagni; abborrente per istinto dalla rapina; sdegnoso di chiedere l’altrui aiuto nelle mie vendette, nonchè di prestarmi di strumento alle vendette altrui, io pervenni a non intingere mai nei due misfatti per me orrorosi. Non fui mai ladro, nè sicario — e me ne vanto!
Nè crediate che da siffatti eccessi io rifuggissi per forza di virtù, o per sentimento di religione: no! Non rubavo, perchè non sentivo il bisogno di rubare, e perchè tenevo alla fama di non essere un ladro. Tutti mi davano danaro, anche spontaneamente, se sapevano che io versavo in istrettezze. A che rubare, quando i pastori e non pochi signori mi offrivano rifugio e pasto? Dirò più tardi com’io sia riuscito a ragranellare un po’ di patrimonio, dopo che il pensiero di formarmi una casa nuova ed una nuova famiglia tornò a carezzarmi il cuore, avido sempre di pace, di affetto e di conforto.
Non volli ad altri prestare il mio braccio, perchè me lo sentivo debole quando l’ira e l’odio non mi acciecavano la mente. Quanto al servirmi del braccio altrui per colpire un mio nemico, lo ritenevo maggior debolezza e vigliaccheria. Dirò crudamente, che non avrei provato soddisfazione alcuna nella vendetta; io volevo tutto il vanto di affrontare il nemico e di ucciderlo con le mie mani; se altri me lo avesse ucciso, ne avrei sentito vergogna e umiliazione. Temevo troppo il disprezzo e le beffe dei compagni banditi, i quali avrebbero detto: Se ha ricorso a noi, è segno ch’ei non è buono, od ha paura!
Ho errato, forse, nei primi tempi del mio banditismo, quando cioè — giovane ardente e inconsiderato — ho commesso azioni, che nella età virile ho in seguito deplorato, quantunque mai me ne sia pentito. I fatti d’armi, le avventure audaci, il coraggio bellicoso furono sempre — e lo sono anche oggidì — le mie letture predilette. Esse mi esaltavano. Chiuso nel crepaccio di una roccia, sdraiato in seno ad un macchione — sotto ai raggi del sole, o quando sulla campagna imperversava un temporale — io seguiva sulle pagine dei libri le gesta degli eroi, senza curarmi degli uragani, delle spie, e dei carabinieri, dai quali mi credevo al sicuro.
Ma torniamo ai sicari.
Certi signori, o ricchi proprietari, non proteggono solamente il bandito perchè ne hanno paura o ne ambiscono la difesa; non mancano i malevoli (più tristi assai di noi!) che al bandito ricorrono, per servirsene come di strumento di odî privati, di rancori di parte, od anche talvolta per avidità di lucro, togliendo di mezzo un erede incomodo.
Ben pochi a me ricorsero, poichè conoscevano la mia natura; ma i miei compagni erranti si prestavano assai spesso a questi servizi per scopo di guadagno, e specialmente Cambilargiu, Antonio Spano e Derudas.
— Omicidio più, omicidio meno — essi dicevano — non aggrava nè alleggerisce la nostra condizione.
***
Ho già accennato più volte ad inviti fattimi per uccidere un terzo. Citerò ora qualche caso isolato.
Mentre battevo la campagna, venni invitato a recarmi in casa di Pietro Pintus, dove trovai l’amico suo, Antonio Luigi di Banari.
Questi mi disse, che voleva parlarmi a quattr’occhi.
Mi fece attraversare tre camere, l’una dentro l’altra, e dopo aver chiuso con precauzione la porta e aver origliato alle pareti, tornò a me, e mi disse:
— Mi chiamo Antonio Luigi, sono ricco, ho cavalli, ho buoi, ho grano, ho danaro. Sono furibondo perchè mi hanno ucciso due nipoti: Vendicami, e domanda quello che vuoi!
Io risposi risoluto:
— A quest’ora lei sarà informato, ch’io non sono buono a nulla. Se mi fossi sentito un uomo di abilità, avrei già fatto molto per mio conto, in odio a’ nemici miei.
Il ricco proprietario riprese:
— Per me dovresti fare un’eccezione. Io potrei non poco giovarti nelle tue cause, perchè sono in relazione con persone influenti. Tu ben sai che i fratelli Solinas, oggi a Sassari, sono miei cugini, ed ho colà diversi amici impiegati presso la Reale Governazione. Dunque, servimi, e sta tranquillo: sarà per il tuo bene. Non sarai da me abbandonato finchè vivi e finchè vivo. Che rispondi?
— Le ripeto che ogni insistenza torna vana. La servirò in tutt’altro, ma non in quest’affare. Non sono buono a nulla!
E dal mio labbro non trasse altro, che la promessa del silenzio sulla proposta.
***
Un’altro giorno ebbi un abboccamento con un proprietario di Banari, certo Gian Paolo, che mi disse:
— È già un anno che Matteo Trudda mi tormenta, facendomi dispetti d’ogni genere. Vorrei liberarmene!
— E perchè non l’uccidete? — gli dissi con sarcasmo.
— Tu sei un bandito... e potresti più facilmente imbatterti in lui. Sarei disposto a dare cento scudi subito!
— Sarò franco. Io non posso ucciderlo per due ragioni: la prima perchè non faccio il sicario; la seconda, perchè Matteo Trudda è mio amico!
Il proprietario sbarrò tanto d’occhi e impallidì. Certo egli pensava, che cercando di togliersi un nemico, se ne aveva creato due. Lo vidi turbato, ed ebbi pietà di lui.
— Vi toglierò io d’impaccio — dissi — Voi cercherete di non far male a Matteo Trudda, che è un bonaccione, quantunque faccia lo spavaldo. Dal mio canto, mantenendo il segreto, io cercherò di persuadere il vostro nemico di vivere in pace con voi.
E così feci. Abboccatomi con Trudda, gli raccomandai di non far torti a Gian Paolo.
Il risultato delle mie pratiche fu questo: che i due nemici vissero in buoni accordi, e si protessero a vicenda, solo perchè temevano l’ira mia. Li misi in pace colla paura!
***
Un signore di Tissi venne un giorno a trovarmi nelle campagne di Florinas. Egli mi disse:
— Tu devi tenermi compagnia per uccidere un uomo. Appena lo avremo ucciso, tu ti accompagnerai col prete Salvatore Masala, mio cognato, il quale si è dato alla macchia.
Io gli risposi secco:
— Che vuoi? non sono tagliato per queste cose!
— Ci sono io! tu, forse, non sparerai. Finchè vive quell’uomo, mio cognato non potrà riacquistare la sua libertà. Bisogna toglierlo di mezzo!
— In mia compagnia tu non potresti far nulla. Se è vero che il dente ti fa male, strappalo colle tue mani. Odio i nemici miei, non quelli degli altri!
Il prete Masala era in relazione con una donna. Accusato di averle ucciso il marito, si era dato alla macchia, e venne alla Nurra per fare il bandito. Era il più alto prete della Diocesi. Dopo un po’ di tempo volle costituirsi in carcere; venne processato, ed assolto.
La compagnia di un prete bandito m’avrebbe certo giovato, poichè con lui avrei appreso a leggere correntemente ed a scrivere; ma io ne diffidai, temendo che finisse per denunziarmi. Ai preti non mi piacque dar mai confidenza; li veneravo in chiesa, ma li sfuggivo fuori.
***
Tralasciando alcuni altri episodi dello stesso genere, che riporterò nel corso della narrazione, voglio chiudere con uno speciale.
Non fu solamente dai privati, che mi si propose di fare il sicario: ebbi l’invito anche dal Governo.
Per gli eccitamenti di un notaio e di un sotto ispettore demaniale piemontese (persone amiche e influenti, cui stava a cuore la mia trista condizione) mi lasciai convincere ad invocare la grazia sovrana. La supplica fu fatta capitare nelle proprie mani del re, per mezzo del fratello dell’ispettore, impiegato nella Casa reale.
Trascorsero tre mesi, senza una risposta.
Un giorno il brigadiere dei carabinieri di Codrongianus si rivolse a mio fratello Peppe, dicendogli che mi voleva comunicare cosa di molta importanza; e che se io rifiutavo a presentarmi a lui disarmato, avrebbe incaricato della missione il sindaco di Florinas, come di dovere.
Io risposi, che preferivo presentarmi al sindaco.
Il sindaco, in tutta segretezza, mi comunicò: che il Governo era disposto a concedermi la libertà provvisoria, per procurarmi l’impunità colla denunzia di tre banditi: il mio compagno Derudas, Antonio Spano e Pietro Cambilargiu. Mi si dava inoltre la piena facoltà di agire da solo, o di servirmi dei carabinieri, che si sarebbero messi a mia disposizione.
Rifiutai sdegnosamente, poichè non volevo macchiare il mio nome e quello del paese con una simile infamia[14].
Il sindaco si scusò meco di esser stato costretto come ufficiale pubblico a comunicarmi la proposta del Governo. Soddisfatto del mio rifiuto, egli mi battè sulla spalla, mi disse bravo! e mi regalò uno scudo[15].
***
Io continuai ne’ miei propositi di vendetta. I frequenti messaggi dei signori di Florinas non valsero a disarmare l’ira mia. Io non doveva perdonare. Perdonano i deboli ed i vigliacchi — ed io non ero vigliacco, nè debole! Che poteva farmi la giustizia? Non avevo che una vita da darle, contro le cento che avrei tolte ai nemici.
Con questi propositi feroci continuavo a scorrazzare tra la Nurra e Florinas, aspettando che gli avversari venissero a tiro del mio fucile.
Correva l’anno 1856, da me chiuso colla morte di Salvatore Moro. Da soli cinque anni battevo la campagna. Cinque anni che mi parvero secoli. Ma non avevo fretta!
CAPITOLO VIII. La bambina nell’aia.
Erano trascorsi sette anni dal giorno in cui, volontario proscritto, battevo la campagna di Florinas e della Nurra, dando la caccia a’ miei nemici, e sfuggendo la loro caccia. Ero assalito assai spesso da una noia tormentosa, da una stanchezza spossante, ch’io sentivo più nello spirito che nel corpo. Vi erano momenti di sconforto e di fastidio, in cui più tenace sentivo il bisogno dell’isolamento e della solitudine, quantunque l’uno e l’altra maggiormente mi accasciassero, poichè più assiduo mi assaliva il pensiero delle mie disgrazie.
In quei momenti angosciosi, chiudendo gli occhi, io vedeva sfilare ad uno ad uno i ricordi più cari e dolorosi. Ricordavo il mio passato, la mia laboriosa gioventù, il mio primo incontro con Maria Francesca, le serene occupazioni della casa materna, e i consigli del vecchio mio babbo, così onesto, così rigido, così scrupoloso ne’ suoi doveri. Oh, se quel buon vecchio avesse potuto levar la testa dal suo sepolcro e mi avesse veduto! Le mie mani si erano lordate di sangue umano, eppure non avevo mai sentito rimorso; mai ne’ miei sonni, posso asserirlo, nessuna delle vittime da me immolate era venuta a rinfacciarmi la mia ferocia: indizio che esse meritavano la punizione loro inflitta, per il male che mi avevano fatto. Sentivo invece, in quei momenti, ridestarsi più intenso l’odio verso i distruttori della mia felicità; e l’ombra nera di quel prete fatale grandeggiava sinistramente nelle mie visioni — non per esercitare la sua missione di pace e di perdono — ma per strappare dal mio labbro nuove maledizioni al suo indirizzo. Era forse questa la sua penitenza nell’altro mondo: la divina giustizia lo aveva condannato a mantenermi vivo nell’anima il sentimento dell’odio antico, perchè le memorie delle sue scelleratezze non si cancellassero in terra! Egli aveva fatto molto male agli altri co’ suoi intrighi, co’ suoi ricorsi, colle sue malìe, e più volte me n’ero accorto. Io ben sapeva, che il prete, nel dir la messa, vede i defunti e i condannati a morte violenta; e sull’altare medita i diabolici malefizî a danno altrui.
***
Con questi brutti pensieri per il capo, io girovagava per i dintorni di Florinas, in una calda mattina di luglio.
La campagna era arsa, le foglie secche e polverose, il sole scottante. Eppure io mi compiacevo di quell’arsura canicolare e di quello squallore, a me più cari del tiepido alito della primavera e del lieto verde dei pioppi e dei mandorli fioriti. Io — l’uomo dell’aratro e della messe — amavo il caldo soffocante, le spighe color d’oro, i covoni sparsi per le aie, le cavalle trottanti nel lavoro della trebbiatura; amavo quel silenzio eloquente rotto dal canto stridulo e monotono dei grilli e delle cicale; mi facevano fremere le canzoni amorose, il chiacchierìo festevole dei mietitori e delle spigolatrici, che in gruppi di venti e di trenta ingombravano le aie. Ripensavo alla mia antica professione, alla mia innocente giovinezza, non turbata da paure e da sogni di vendetta.
Possedevo allora un buon cavallo di corsa, che di tanto in tanto mandavo a correre per i paesi dell’isola, quando sapevo che vi era una festa.
Quella mattina mi diriggevo ad un’aia, per cercarvi il padrone del fantino che doveva cimentarsi alla corsa. Vi trovai il fantino, ma il padrone era assente.
Insieme alle donne che lavoravano nell’aia, vidi certa Maria Vittoria Mancone, cugina di mia moglie.
Avvicinatomi al muro per chiamare il fantino, Maria mi si fece incontro e mi disse:
— Se tu fossi venuto ieri, avresti veduto la tua figliuola!
Corrugai la fronte e mi feci serio, fingendo un’indifferenza glaciale; ma le parole di quella ragazza mi destarono nell’anima una strana agitazione, che non sapevo spiegarmi.
Senza rispondere alla donna, dissi al fantino, in modo che mia cugina sentisse:
— Domanda al tuo padrone se ti lascia venire due o tre volte da me, per stirare[16] il cavallo. Verrò qui domani per avere la risposta.
Maria Vittoria tornò allora a dirmi:
— Se mi assicuri che verrai domani, io porterò qui tua figlia.
Coll’indifferenza sul volto, ma coll’ansia nell’anima, risposi freddamente a mia cugina:
— Portala pure.
E mi allontanai.
Lo confesso: quel giorno mi parve un secolo. Io moriva dalla voglia di vedere quella bambina, che neppur conoscevo. Povera creatura! era la figlia d’un bandito, lei! un’orfana prima di nascere, poichè entrata nel mondo due mesi dopo ch’io n’ero uscito. Che colpa a lei d’esser nata? Che colpa a lei s’era venuta per tenerci compagnia, e ci aveva trovati disgiunti?
Oh, come avrei stretto al mio cuore quella bambina, se il pensiero d’una madre snaturata non avesse avvelenato il sentimento pietoso che mi parlava all’anima!
Maria Francesca — mia moglie — continuava a viver sola in una catapecchia fuori mano, lontana dai genitori. Faceva la sarta per campare la vita... e campava male. Il paese, fino allora, non aveva mormorato sul di lei conto; ma voci vaghe e sinistre erano già pervenute al mio orecchio. Mi si era riferito che un uomo era stato veduto entrare ed uscire dalla sua casetta a notte inoltrata ed all’alba. Il paese dormiva tranquillo sull’onestà di Maria Francesca Meloni; ma le mie spie vegliavano, e vegliavano i miei parenti sulla condotta d’una donna, cui avevo dato il mio nome, sebbene da lei fossi diviso... e per sempre. Maria Francesca era giovane, era bella, era sola, era poverissima: quattro circostanze critiche, delle quali gli scaltri avrebbero approfittato. I signori di Florinas, che vivevano d’ozio e di crapula, non l’avrebbero certo rispettata!
Un uomo s’introduceva nella casa di quella disgraziata; ma chi era? Non lo sapevo ancora, nè m’importava di saperlo. Ma della mia bambina che sarebbe avvenuto? Quale educazione avrebbe potuto ricevere? Ecco il pensiero fisso che mi tormentava, alla vigilia di vedere la mia figliuola. Potevo io lasciarla presso quella madre? Le madri diventano snaturate, noncuranti delle proprie creature, quando sono tormentate dalla febbre d’una passione amorosa. Li avevo ben io veduti, i figli di Maddalena Marongiu, quando quella donna si era a me unita tradendo il marito! E quante volte non avevo io comprato le scarpette ed un giubetto alla bella bambina dell’adultera, quando la vedevo lacera e scalza nell’ovile di Giunchi? Mia figlia avrebbe fatto la stessa fine; nè sapevo neppure se il drudo di Maria Francesca sarebbe stato pietoso, come io lo fui!
***
In preda a questi foschi pensieri, che mi tormentarono per 24 ore, tornai l’indomani a mezzogiorno all’aia.
Mi feci al solito muro e chiamai il fantino.
Questi venne a me.
— Ebbene? — gli dissi — che ti rispose il padrone?
— Per far piacere a Giovanni Tolu è disposto a lasciarmi andare alla corsa anche per otto giorni!
— E tu sei contento?
— Contentissimo.
— Va bene. Ringrazia per me il padrone, e salutalo.
Così dicendo finsi di allontanarmi. Il fantino mi gridò dietro:
— Ve ne andate? È qui la vostra figliuola!
Mi voltai freddamente:
— Dov’è?
— Qui vicino: coricata fra le bisaccie e le robe dei mietitori.
Scavalcai il muro e mi diressi al punto indicatomi. Dubitavo ancora di una mistificazione. Temevo che la cattiva madre avesse scambiata la mia bambina con un’altra.
Camminai in punta di piedi, temendo di svegliarla.
Giunsi sul luogo, e vidi una bambina rosea sdraiata su alcune gonnelle e cappotti ripiegati. Ella dormiva placidamente. Le mietitrici, lontane, erano intente al lavoro.
Stetti alcuni minuti contemplandola in silenzio. Il mio cuore batteva violentemente. Mi pareva di sentire delle lagrime agli occhi.
— Sì: questo è mio sangue! è mia figlia! — esclamai quasi inspirato da uno spirito misterioso che mi parlava all’anima[17].
Feci alcuni passi indietro, e dissi al fantino:
— Va subito a chiamare la zia!
Maria Vittoria accorse, ed io le dissi:
— Sveglia tu la bambina; io non l’oso, perchè non mi conosce e si spaventerebbe.
Appena svegliata, dissi rivolto alla zia, tanto per cominciare un discorso:
— Di chi è figlia, costei?
E quella stupidamente:
— Che sappiamo noi di chi sarà figlia?!
Queste parole mi fecero fremere.
La bella bimba — a cui la zia in precedenza aveva annunziato l’arrivo del babbo — udendo le parole di Maria Vittoria, si mise a piangere in modo, che non ci fu verso di calmarla.
Vedendo inutile ogni sforzo, pregai la zia che conducesse seco la bambina, per riportarmela più tardi, quando l’avrebbe veduta tranquilla.
Maria Vittoria si rimise al lavoro, ed io rimasi solo, coll’occhio fisso sul giaciglio, dove la mia piccina aveva riposato.
Dopo una diecina di minuti vidi la bambina venir sola alla mia volta, mandata dalla zia per portarle la gonnella, che si trovava fra gli indumenti e le bisaccie dei mietitori.
Io le rivolsi dolcemente la parola, componendo il mio volto ad un sorriso:
— Vieni qui, Maria: non aver paura: sei la mia figliuola!
E così dicendo la carezzai, baciandola più volte sulle guancie.
— Va a portare la gonnella alla zia... e poi torna qui... dal tuo babbo!
Aiutai la bambina a caricarsi la gonnella ripiegata; indi si allontanò. Io l’accompagnai cogli occhi lagrimosi e col cuore gonfio di emozione, aspettando con ansia il suo ritorno.
Pare, però, che non si decidesse a tornare indietro, poichè la zia dovette lusingarla, dicendole che le avrei dato danaro.
A questa promessa ella cedette, e si avvicinò a me tutta esitante e vergognosa.
Tolsi dalla mia bisaccia un uovo e un pezzo di pane, che addentò avidamente.
— Oh il pane bianco! — esclamò.
Io riceveva con frequenza il pane fresco di semola, che mia madre faceva apposta per me.
— Non ne mangiate, dunque, di questo pane, voi?
— Oh, no!
— Che pane mangi?
— Pane d’orzo.
— Siete dunque molto poveri?
La bambina mi guardò senza rispondere.
— Vedi — soggiunsi — mamma Bazzone (così i nipoti chiamavano mia madre) ha una cassa piena di danaro. Io le dirò che ti faccia un bel vestito nuovo di panno; e tu ne andrai con lei a San Gavino di Portotorres. Mamma Bazzone t’insegnerà la dottrina, ed io ti farò insegnare a leggere ed a scrivere. Ricordalo, veh! quando ti chiamerà mamma Buzzone, vacci subito. Tu verrai poi da me con Petronilla, ed io vi darò i confetti!
Petronilla era la sua piccola cugina, figlia di Felice, il mio fratello maggiore.
La bambina mi guardava con stupore, sbocconcellando il pane con appetito.
La presi in braccio, la baciai più volte, e la condussi così da un punto all’altro dell’aia, facendole mille domande. La bambina aveva preso con me confidenza, e si mostrava meno timida.
— La sai la dottrina?
— La mamma non me l’ha insegnata.
— Te la insegnerà mamma Bazzone, se andrai spesso da lei.
Si era fatto tardi; le tenebre cominciavano a calare, ed io avevo quasi dimenticato la mia trista condizione, gli agguati ed i nemici miei.
Feci passare la figliuola dalle mie braccia in quelle della zia Vittoria, e ci separammo.
Accompagnai cogli occhi quelle due figure, e non mi mossi, finchè non le vidi scomparire dietro a un folto cespuglio.
Allora mandai un profondo sospiro, e continuai ad errare per la campagna, felice di quell’incontro che aveva gettato tanta luce nel mio povero cuore.
***
Pochi giorni dopo mandai a dire a mia madre che venisse a trovarmi nella vigna dello zio (in Calchinada) conducendo seco le due nipoti, Petronilla e Maria Antonia.
Esse vennero; ed io, che avevo le tasche piene di confetti, cominciai a distribuirne a profusione all’una e all’altra.
Petronilla si diè a divorarli facendo festa, ma la mia bambina li lasciò nel cartoccio, come glie li avevo dati.
— Perchè non mangi i confetti? — chiesi alla mia figliuola.
— Li conservo per la mamma — mi rispose timidamente.
Il nome di mia moglie mi gelava il riso sulle labbra.
Si fece pranzo a mezzogiorno colle provviste portate da mia madre. In sulle prime la mia bambina non voleva toccar nulla; ma, pregata da me, si diede poi a mangiare con avidità.
— No, no: così non voglio! — esclamai — Temo che ti faccia male.
Passai la giornata giuocando con la mia figliuola, fino a stancarla. Ad un certo punto ella mi disse, carezzandomi la barba:
— Mi avevi promesso danaro. Non me ne dai?
— Ma sì, che te ne do. Dimmi quanto vuoi.
Pensò alquanto, poi disse:
— Voglio... cinque soldi!
— E a chi li dai? — le chiesi un po’ serio.
La bambina mi fissò impacciata; e per non dirmi che li dava alla mamma, preferì tacere e più non volle danaro.
Chi le aveva detto che il nominare la mamma mi faceva dispiacere?
In quei giorni avevo ideato un mondo di progetti. Dissi a mia figlia:
— Non sai? ho fatto la bandiera a S. Paolo. Se tu verrai da me con mamma Bazzone, ti farò vestire tutta di panno, ti farò un bel giubbetto, un paio di scarpe nuove, e ti farò condurre alla festa sul mio cavallo. La bandiera sarà tua!
La piccola Maria, ch’io teneva fra le ginocchia, apriva tanto d’occhi e mi guardava:
— L’ho visto, sai, il tuo cavallo? lo portava il fantino Francischello, e si rizzava diritto diritto, facendo colle zampe così...
E la bambina imitava colle manine l’inalberarsi del cavallo.
Erano tutte sciocchezze, ma io mi divertiva un mondo.
Dissi a mia madre:
— Hai inteso? Porta la mia figliuola da mia nipote Giustina, la sarta, e falle fare un bell’abito di panno, alla sarda; poi falle fare un busto, un corsetto, il giubbone, un paio di calze, e le scarpette nuove. Pago io!
Poi dissi alla bambina:
— Questo vestito vecchio, che ora indossi, appena avrai il nuovo, portalo alla mamma tua, e dille che lo conservi. Penserà il babbo, d’ora innanzi, a farti gli abiti belli!
Ciò dissi per scherzo, ma la bimba non lo dimenticò; e quando un mese dopo ebbe le vesti nuove, presentò le vecchie alla mamma, ripetendo quanto io le aveva detto.
***
La bambina aveva indossato gli abiti alla vigilia della festa di San Paolo. Così vestita uscì sulla strada; e vedutala un mio zio prete, chiese al vicinato:
— Di chi è quella graziosa bambina?
— È la figlia di Giovanni Tolu!
Il prete allora le regalò mezzo scudo; e l’avvocato Paolo Satta, che si trovava quel giorno a Florinas, chiamò la mia bambina per darle una pezza di sette reali e mezzo.
Quando mi si riferirono queste cose, mi sentivo orgoglioso di essere il babbo della piccola Maria Antonia[18].
CAPITOLO IX. A San Paolo di Monti.
Poco dopo rincontro con la mia bambina, mi era nata l’idea di portare come voto una bandiera a San Paolo, nel giorno della festa. Ne parlai per il primo al mio parente Piana, il marito della serva di prete Pittui, col quale mi ero un po’ riconciliato. Egli si offrì spontaneamente a contribuirvi per la metà; ma essendosi in seguito unito ad altri, non volli più sapere di soci, e feci eseguire la bandiera a tutte mie spese.