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Giovanni Tolu, vol. 2/2

PARTE TERZA IL BANDITO DELLA NURRA (continued 3)

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Per questi furti era generale la lagnanza dei proprietari nurresi; i quali ogni anno dovevano rassegnarsi a perdere una somma rilevante, che andava a profitto degli oziosi ladruncoli.

A me, che lavoravo continuamente, o coltivando terre, od allevando un po’ di bestiame col concorso de’ miei cognati, dava molto ai nervi questa rapina vergognosa. Vedevo con dispiacere tante braccia inerti, le quali avrebbero potuto rendere produttive un’infinità di terre abbandonate.

Un giorno Lorenzo Muzzu (forse il primo dei proprietari della Nurra) si lamentava meco del danno ch’ei subiva per il continuo furto del bestiame. Io gli dissi seriamente:

— Eppure, voi proprietari, siete in grado di scongiurare il flagello!

— Noi...?

— Sì. A voi rubano, in media, non meno di 500 lire di bestiame all’anno: non è così? Orbene: voi ricchi dovreste unirvi, e somministrare ai poveri il mezzo di lavorare.

— Sono pigri e non lavorano.

— Lavoreranno!

— E come?

— Prestate loro i buoi da lavoro.

— E questo basta?

— Voi ricchi unitevi: io m’incaricherò di far lavorare i poveri.

— Che dovrò fare?

— Ecco. Quando i poveretti verranno a chiederti in prestito i buoi, non scacciarli, ma prometti loro di contentarli.

— Lo farò, se si presenteranno da me.

— M’incaricherò io di farli venire. Siamo intesi?

— Te lo prometto.

Preso commiato da Lorenzo Muzzu, mi posi subito d’impegno per raggiungere lo scopo, sicuro di fare un’opera buona.

Cominciai poco per volta a fare il giro della Nurra. Come m’imbattevo in uno dei ladruncoli (li conoscevo tutti) lo fermavo e gli dicevo:

— Non vedi, che hai la Nurra tutt’addosso?

— Perchè?

— Perchè sei ritenuto come un ozioso, e dicono che tu campi col furto del bestiame. E non sei il solo! Attenti, chè un giorno non abbiate a far conti colla giustizia, rovinando voi e le vostre famiglie. Io so quello che mi dico.

L’individuo sbarrava tanto d’occhi alle mie parole misteriose, e diceva:

— Ma che dovrei fare?

— Lavorare. So che tu hai un pezzo di terra: coltivala.

— Io non vado a zappare.

— Ma la terra ce l’hai.

— Mi mancano i buoi.

— I buoi te li farò dare io; ma lavora.

— Chi me li dà?

— Va da Lorenzo Muzzu. Se te li negasse, digli che pagherò io l’affitto.

— Scherzi?

— Non scherzo.

Il ladruncolo si presentava al Muzzu per far la domanda; e questi gli rispondeva:

— I buoi te li darò; ma siccome non ne ho disponibili (poichè li ho tutti impiegati negli aratri e nei carri) ne comprerò degli altri. Se tu conosci chi ne vende, mandalo da me; ed io li acquisterò per prestarteli.

E in questo modo riuscì a contentare non pochi sfaccendati ladri, i quali cominciarono seriamente a lavorare. Potrei citare molti nomi.

I proprietari prestavano i buoi ai richiedenti quando ne avevano bisogno, e se li ritiravano di tanto in tanto, per impiegarli nei propri lavori.

Venuta la raccolta, qualcuno chiedeva al Muzzu il prezzo dell’affitto, ed egli rispondeva:

— Non voglio nulla. Mandate a me tutti quelli che vendono buoi, ed io ne acquisterò anche venti paia.

L’esempio di Lorenzo Muzzu fu seguito ben presto da molti altri benestanti, fra i quali mi piace citare Francesco Piras, la vedova Lucia Zanfarino, Proto Salis e Antonio Masala — tutti da me consigliati e incoraggiati, colla promessa che sarebbero stati compensati dal minor numero dei furti di bestiame.

Dal mio canto continuavo a correre di qua e di là per far la predica ai ladri, i quali, un po’ per amore, e un po’ per forza, si adattavano a lavorare.

Col concorso dei generosi proprietari, ero riuscito a persuadere quella trista gente, che il lavoro onesto è assai più rimuneratore del furto. La coscienza mi diceva di aver reso un buon servizio alla Nurra; e confesso che fu questa una delle azioni, di cui più mi compiacqui durante la mia vita di bandito.

Avrò il rimorso di aver dato qualche fucilata ai nemici, ma non ho quello di aver rubato un centesimo al mio simile. Questo mio merito fu riconosciuto da tutta la Nurra, e mi fu confermato anche nelle Assise di Frosinone dalla bocca del Presidente e del Pubblico Ministero.

Eppure, chi lo crederebbe? La persecuzione verso i ladri fu quella che mi procurò qualche nemico nella Nurra, ad anche in Sassari. Una persona rispettabile un bel giorno mi disse:

— Chi vuol vivere tranquillo non deve occuparsi che del fatto suo.

Gli risposi piccato:

— Non sempre. Dobbiamo anche occuparci dei fatti altrui, quando possiamo risparmiare un danno al nostro simile.

CAPITOLO XIX. Salvacondotti.

La mia buona condotta, le simpatie che godevo per la persecuzione ai ladri e per la mia sincerità, avevano fatto sì, che la Giustizia a me ricorresse, quando desiderava qualche schiarimento a favore, o contro ai complicati in un processo. Ond’è, che fui chiamato cinque o sei volte (con salvacondotto) a deporre presso giudici istruttori, procuratori del re e presidenti delle Assise.

Ho già parlato delle mie deposizioni a proposito degli assassinî di Dionisio e di Longiave, e degli sgozzatori de’ miei buoi. Accennerò ora a parecchi altri schiarimenti da me dati, dietro invito dell’autorità giudiziaria.

Venni chiamato la quinta volta a Sassari come testimonio nella causa contro Don Peppe Lado di Siligo, accusato dell’uccisione del bandito, pur silighese, Gianuario Murgia. Il fatto era accaduto da una diecina d’anni, e lo avevo già riferito al Cav. Ferrè, maggiore dei carabinieri.

Riassumo le deposizioni, da me riconfermate dinanzi al giudice istruttore.

Antonio Canu, capitano dei barracelli di Siligo, aveva ammonito il bandito Gianuario Murgia; e questi, per vendicarsi, lo ferì con una fucilata.

Salvatore Contene (cognato del capitano) mi mandò a chiamare, dicendo che Don Peppe aveva bisogno di parlarmi.

Presentatomi la stessa notte ad entrambi, si parlò di Murgia. L’opinione di Contene era quella di dover uccidere il bandito; don Peppe invece era d’avviso, che bisognava farlo arrestare per strappargli qualche nuova confessione. Io, come Pilato, me ne lavai le mani.

Quindici giorni dopo, Murgia veniva ucciso da Contene e da certi Foi, padre e figlio, di Bessude.

Chiamato in quel tempo a Sassari con salvacondotto, fui avvicinato da Contene; il quale mi disse in confidenza, alludendo all’uccisione di Murgia:

— Quel birbante credeva di sfuggire a noi! Dopo morto lo abbiamo affidato al brigadiere, il quale volle trarci fuori causa.

— Gran prova avete fatto! — esclamai — Lo uccideste dentro la casa di Foi, ed eravate in tre. Come ve la siete cavata?

— Appena morto lo abbiamo trasportato in piazza, per lasciare tutto il merito al brigadiere, che in seguito simulò un assalto.

L’inganno era manifesto. Il bandito Murgia soleva portar seco una bisaccia, assicurata alle spalle a mo’ di zaino, per riporvi la lingeria e le provviste da bocca. Con tal bisaccia fu trovato il cadavere; ma la ferita mortale, rinvenutagli al di sopra della schiena, diceva chiaro che lo zaino gli era stato rimesso dopo l’uccisione.

Riferendo il fatto al Cav. Ferrè, conchiusi:

— Ella ha i mezzi per accertarsi di quanto asserisco. La prevengo intanto, che se lei darà un premio, o la medaglia, al brigadiere, saremo in molti a ridere!

Appurati i fatti, il maggiore Ferrè rimproverò accerbamente il brigadiere; il quale, o per le minaccie d’una punizione, o per la vergogna del valore simulato, o perchè realmente fosse affetto da qualche malore, ne morì dopo quindici giorni.

Arrestato don Peppe, sul quale cadevano più gravi i sospetti, venne assolto, dietro le prove di aver egli voluto la cattura, non la morte di Gianuario Murgia.

***

Parlerò ora della causa, che provocò il rilascio del mio sesto salvacondotto.

Un giorno, nella Murra, venne a trovarmi un tale; il quale m’invitò a prestargli mano in un colpo, che ci avrebbe procurato molto danaro.

— Sentiamo di che si tratta.

— Ho proposto, in unione ad altri, di uccidere il signor B..., messo esattoriale del signor Baloco, quando verrà a fare il solito giro per la esazione delle imposte. Vendicheremo in pari tempo i nurresi, per le angherie di quel tiranno, che strappa persino gli orecchini alle nostre donne.

— Dio vi liberi dal toccare il danaro del Governo! Non avrete più pace nella Nurra, e vi coglieranno. Io non mi sono mai prestato, nè mi presto a simili azioni.

Non si parlò d’altro; ed io credetti una sfuriata dispettosa la proposta di quel tristo.

Trascorso un mezz’anno, fu tradotto in atto il malvagio disegno. Una combriccola di otto o dieci individui prepararono due agguati in diversi punti della strada, che il messo doveva percorrere. Quando il messo comparve fra due carabinieri e due uomini di guida, tutti a cavallo, gli appostati fecero loro fuoco addosso. Venne ucciso il messo, e ferito una delle guide. I due carabinieri, rimasti illesi, si erano dati alla fuga.

I malandrini si fecero intorno al cadavere del messo, e gli tolsero la somma di 17 mila lire, che aveva indosso. Prima di dividere il bottino, i ladri mandarono a chiamare certo Proto, padrone dell’ovile, in cui il messo esattoriale prendeva alloggio, quando si recava alla Nurra.

— Vuoi tu la tua parte? — gli chiesero i malandrini.

Accortosi che lo si voleva complice. Proto rispose:

— Non voglio nulla di ciò che vi appartiene. Desidero solamente i cento scudi, che il messo mi ha chiesto in prestito, in anticipazione d’imposte.

Non passò gran tempo, che fui chiamato con salvacondotto nel gabinetto particolare del giudice Pirari:

— Ti chiamo in consulto senza testimoni — disse — per l’oltraggio fatto al Governo con l’assassinio del suo messo esattoriale. Dammi qualche schiarimento.

Dopo aver riflettuto, gli risposi con una domanda:

— Mi dica prima: piacciono i porcetti ai signori di Sassari?

— Dammi schiarimenti sugli assassini del messo esattoriale! — continuò il giudice, fingendo non aver inteso. Ed io di nuovo:

— Piacciono ai signori di Sassari i porcetti?

Il giudice istruttore fece ancora il sordo, e continuò a parlarmi di oltraggi al Governo e di schiarimenti che da me si volevano.

— Ma lei non vuol rispondere alla mia domanda! — soggiunsi con impazienza — Piacciono i porcetti ai signori?

Stretto in tal modo, Pirari mi rispose:

— I porcetti piacciono a tutti!

— Si rassegni, allora, a non veder mai condannato un nurrese dalla Corte d’Assise di Sassari! — esclamai risoluto — Ho tutto detto.

— Tu fai allusioni maligne!

— Sono padrone di dire la mia opinione. Sono venuto con salvacondotto, e col salvacondotto me ne vado.

Così dicendo piantai il giudice Pirari, senza far nomi, nè dare alcun indizio sugli assassini.

Dopo qualche mese fu iniziato il processo e fatto il dibattimento; ma i pochi arrestati vennero assolti. Nessuno nella Nurra aveva ucciso il messo esattoriale!

***

Passato un po’ di tempo, il mio amico e compaesano Antonio Giuseppe Zara venne a me per dirmi, che l’esattore Baloco voleva conoscermi. Io sapevo che l’amico (i cui affari erano andati male) avrebbe volentieri accettato un impiego nell’Esattoria.

Ebbi più tardi, nella casetta di Lèccari, la visita di Baloco, che venne accompagnato dallo stesso Zara. Vivamente impressionato del caso del suo messo, egli mi chiese consiglio sul miglior modo di effettuare l’esazione delle imposte nella Nurra. Mi esternò la sua intenzione, di nominare a messo certo Punzu, che dicevasi mio nipote. Io risposi:

— Non mi è nipote; ma se tale pur mi fosse, devo dichiarare che non lo credo adatto alla gelosa carica, poichè è un ladro. L’uomo che dovete scegliere è il mio amico Antonio Giuseppe Zara, qui presente. Egli è abile, sobrio, modesto nelle pretese; ed io mi adoprerò presso tutti i contribuenti della Nurra, perchè venga riconosciuto e rispettato.

L’esattore Baloco seguì il mio consiglio, ed accettò lo Zara, che mantenne al suo servizio per oltre due anni. Prestavo all’amico la mia cavalla per fare il giro degli ovili, nè ebbe mai a lamentare sinistri, nè inconvenienti di sorta. Non feci al nuovo messo che questa sola raccomandazione:

— Siccome i pastori nurresi sono molto diffidenti, tu indicherai a ciascuno di essi la quota delle rispettive imposte, invitandoli a fare il versamento diretto nell’ufficio di Sassari. Si eviteranno così le dicerie, e il messo non potrà attirarsi gli odî e le ire del contribuente sospettoso. Dippiù, sapendo che non hai danari addosso, a nessuno verrà il ticchio di frugarti nelle tasche.

***

Postochè sono tra i salvacondotti, parlerò del mio abboccamento col maggiore dei carabinieri Cav. Leopoldo Ferrè, funzionario scrupoloso, quanto leale e cortese[32].

Dopo il nostro primo colloquio in campagna, al momento di separarci, egli mi porse due sue carte da visita, pregandomi di apporre ad entrambi la mia firma, od una parola convenzionale.

Tolsi il calamaio e la penna dalla mia piccola bisaccia, e scrissi il mio nome e cognome, spezzandoli per metà e invertendo le due parti, così: Vannigio Luto.

— Bravo! — mi disse. — Ammiro la tua ingegnosa trovata.

Ripresi i due biglietti, il Maggiore ne chiuse uno nel suo portafoglio e mi restituì l’altro dicendo:

— Sempre quando avrai bisogno di conferire con me, mandami questo biglietto per la posta, o per mezzo di persona di tua fiducia, ed io verrò all’appuntamento. Se invece sarò io che avrò bisogno di parlarti, farò in modo di farti recapitare l’altro simile biglietto. Puoi contare sul segreto e sulla mia parola.

— È inutile la sua dichiarazione — risposi — Io so che la violazione di simili accordi potrebbe tornare di pregiudizio anche a lei; poichè nessun latitante più si presterebbe a fornire schiarimenti alla giustizia, in favore degli innocenti e in odio ai malandrini.

Il Maggiore Ferrè riflettè alquanto, poi mi disse con tono serio:

— Intendiamoci, però. Allo infuori dello scambio dei due biglietti, che paralizzeranno ogni azione iniziata, io non mancherò di mandare i miei carabinieri per darti la caccia in campagna, o dovunque mi s’indicherà il tuo rifugio.

Risposi con pari gravità:

— Lei è Maggiore dei carabinieri, e deve fare il suo dovere. Io farò il mio. Sono da oltre vent’anni bandito, ed ho assai cara la mia libertà. Non ho mai attaccato per il primo i carabinieri; ma se mi attaccano, saprò difendermi: lei lo sa bene!

— Siamo intesi.

E ci separammo.

Ebbi in seguito diversi incontri coi carabinieri da lui mandati alla mia ricerca; ma seppi sempre deludere gli appiattamenti colla freddezza della testa e coll’agilità delle gambe, senza ricorrere al mio fucile. Tanto meglio per me.... ed anche per loro.

CAPITOLO XX. Fidanzamento e sponsali.

L’ho detto: raggiunto il sedicesimo anno, Maria Antonia si era allontanata dalla scuola per ritirarsi in casa dello zio Ignazio, sotto la sorveglianza di mia sorella Andriana e di mia madre. Quest’ultima si recava ogni tanto a Florinas per visitarvi gli altri parenti, ma non abbandonava la sua prediletta nipotina, che più delle altre aveva bisogno di cure. Io era bandito, e mia moglie non esisteva che per il ganzo.

Vedevo assai spesso la mia figliuola (massime nei mesi che la famiglia di mio cognato si ritirava nel suo ovile della Nurra) e le mandavo ogni tanto qualche lettera per esercitarmi nello scrivere, o per darle qualche commissione. Quando, per esempio, avevo bisogno di un paio di pantaloni, d’una giacca, od altro, le ordinavo di vendere qualche rasiere del mio grano, che tenevo in deposito presso mio cognato. Scrivevo allora al negoziante Nicolò Costa di Sassari (mio amico) il quale mi faceva eseguire gli abiti su misura di un suo giovine di negozio, che aveva la mia stessa corporatura. D’ordinario preferivo il panno che si tesseva nel Convento di San Pietro, perchè di lunga durata. Aspettavo che i frati venissero alla questua nella Nurra, davo loro la commissione, e il guardiano mi serviva puntualmente. Benchè bandito, ero ritenuto un uomo onesto dalla piazza di Sassari, e mi si dava credito.

Il tempo intanto volava, e la mia figliuola, che cresceva a vista d’occhio, si era fatta belloccia. Non era più l’allegra e spensierata scolara ch’io mi sedeva sulle ginocchia pochi anni addietro; la bambina diventava donna, ed io vedeva di giorno in giorno svilupparsi le sue forme ed aumentare la sua gravità contegnosa. Con l’occhio grande e nero, le guancie rosee e paffuttelle, la taglia svelta ed aggraziata, Maria Antonia veniva su come un fiore di primavera. Mi ero già accorto che qualche farfallone le ronzava intorno, e me ne dispiacque. Cominciavo a guardarla con una certa compiacenza gelosa; e ogni volta che mi separavo da lei, dicevo a me stesso con un sospiro:

— Non c’è verso: bisogna ch’io mi rassegni a cederla ad altri; bisogna proprio darle marito.

Non aveva ancora raggiunto i diciasett’anni quando mi venne chiesta in moglie da parecchi giovani della Nurra e di Portotorres; ma io rispondevo a tutti con un rifiuto, dicendo ch’erano altre le mie intenzioni.

La scelta dello sposo è uno dei problemi più ardui per le nostre famiglie. Bisogna andar cauti, dappoichè ben sovente, col genero, attiriamo in casa un nemico — un apportatore di scompigli e di discordie fra padre e figli, tra sorelle e fratelli. Avevo conosciuto più di un suocero ch’era stato tradito dal genero, e più di un genero ch’era stato ucciso dal suocero.

Il marito è sempre uno straniero che entra nella nostra casa; un intruso, di cui non conosciamo gli umori, nè le stravaganze. Non mi bastava attenermi al proverbio: moglie e buoi de’ paesi tuoi — volevo qualche cosa di più!

Debbo tuttavia confessare, che la scelta dello sposo non mi tenne a lungo sulle spine. Già da tempo avevo in segreto vagheggiato il mio ideale: volevo dare a Maria Antonia un marito di famiglia — un giovane savio, che mi risparmiasse il fastidio delle informazioni, e allontanasse il dubbio di una cattiva riuscita. Pensai subito a mio nipote: a Giovanni Agostino, il figlio della buon’anima di Felice, il nostro fratello maggiore. Era un bravo ragazzo che amavo come figlio, e che in quel tempo si trovava in continente facendo il soldato.

Un bel giorno dissi alla mia vecchia:

— Dirai alla madre di Agostino, che suo figlio deve unirsi alla mia figliuola. Appena terminato il servizio militare, lo prenderò con me. Egli lavorerà per conto mio, e troverà tutto pronto: terra, buoi, grano e danaro. Non avrà così bisogno di poltrire in Florinas, a servizio d’altri. Se io più non fossi al mondo... se i nemici o i carabinieri mi uccidessero... ricordati, mamma, che questa è la mia volontà, e voglio che sia eseguita!

Agostino non aveva padre, ma padrastro; poichè, morto Felice, la vedova si era rimaritata.

Il padrastro diceva a tutti, perchè me lo riferissero:

— Se Agostino, quando ritornerà da fare il soldato, non mi servirà per due anni, non avrà da me dote.

Ed io rispondevo:

— Ne faremo anche senza!

Venuto Agostino a Florinas, in permesso, gli mandai subito a dire, che desideravo conferire con lui. Egli venne alla Nurra, in compagnia di mio cognato Ignazio Piana.

Pregai quest’ultimo, che s’incamminasse all’ovile, per lasciarmi solo con mio nipote.

— Agostino — gli dissi — tu ti devi maritare colla mia figliuola. Avrai una buona moglie, buoni buoi, grano da seminare e da far pane, e soldi da spendere. Se avrai giudizio potrai diventare un uomo ammodo, poichè son nemico degli oziosi e dei malandrini!

Mio nipote mi rispose con poche parole:

— Farò quanto lo zio vuole!

Passeggiammo alquanto per la campagna, finchè sull’imbrunire movemmo insieme all’ovile.

Dinanzi a’ miei parenti, ivi raccolti, presi per mano Agostino e la mia figliuola, li avvicinai l’uno all’altra, e feci loro scambiare i baci della promessa. Seguì l’abbraccio e il bacio reciproco degli altri presenti.

La mia figliuola si dichiarò felice della scelta.

Prima di separarci chiamai a parte Maria Antonia:

— Bada: ora che Agostino se ne va, procura di dargli qualche soldo. È stato promosso a caporale, e i danari gli fanno bisogno.

Agostino tornò al suo Reggimento per continuare il servizio militare.

I due fidanzati si scrivevano con frequenza, e Maria Antonia smaniava, ogni qualvolta riceveva una lettera dal continente.

Avevo ordinato alla mia figliuola di mandarmi sempre le brutte copie delle lettere che scriveva al fidanzato; ma ella non mi mandava che quelle di Agostino, certo per non farmi sapere che gli spediva ogni tanto danaro. Aveva forse scrupolo di dirmi una bugia. Notai che mio nipote chiudeva ogni sua lettera con un’ottava sarda, in lode della grazia e dell’avvenenza di mia figlia.

***

Terminato il servizio militare, Agostino fece ritorno a Florinas, dove si fermò quattro giorni. Si recò quindi a Portotorres per farsi tingere un po’ di orbace. Abboccatosi con me nella Nurra, gli dissi:

— Tua madre ha altri figli cui pensare. Non voglio, dunque, ch’ella spenda per farti una veste di orbace. Ti vestirò io!

Gli diedi il danaro necessario e gli ordinai che si recasse a Sassari presso l’amico Zara, a cui avevo dato incarico di fargli prendere la misura degli abiti.

— Appena t’avranno vestito — gli dissi — torna da me, perchè penso di affidarti la sorveglianza della mia piccola azienda, come a futuro padrone.

Non appena fu di ritorno, diedi a mio nipote due paia di buoi, e me lo associai nell’agricoltura.

In compenso del mantenimento di mia figlia, avevo ceduto a mio cognato Piana due paia di buoi, oltre un’ottantina di pecore, ch’egli sfruttava a proprio beneficio. Un terzo paio di buoi ed una buona cavalla favorivo pure a mio fratello Giomaria, allora disoccupato e con qualche debito. Come vedete, il povero bandito non ha mai lasciato di soccorrere i parenti, quando era in condizione di farlo!

Dopo il fidanzamento di mia figlia, e due anni prima dello sposalizio, mi ero dato attorno alla ricerca di un luogo adatto, che presentasse tutte le comodità possibili, tanto per me, quanto per gli sposi. Fermai la mia attenzione sulle terre e sulla cascina di Lèccari, che rispondevano alle mie vedute. La cascina era vasta, le terre buone, e breve la distanza che le divideva da Portotorres, dov’erano i nostri parenti.

Il tenimento di Lèccari — buonissimo per i miei figliuoli — era per me un luogo sicuro, specialmente per la vicina palude, tutta coperta da folti canneti, nella sua estensione di oltre 50 ettari. Nell’estate, quando le acque evaporano o si ritirano, un uomo può percorrerla quasi tutta a piedi, senz’essere avvertito da nessuno, per l’altezza delle canne palustri. I cinghiali vi si rifugiano nella stagione calda — e di rifugio poteva servire anche a me, uomo-cinghiale, cui si dava la caccia.

Ottenuta Lèccari in affitto, volli unire a me, come soci, mio fratello Giomaria, mio cognato Piana e Giovanni Puzzone, ai quali somministravo terra e semente, concedendo loro di poter occupare la cascina. Agostino, da me provveduto di buoi, di semente e di danaro, si era dedicato con ardore all’agricoltura, e lavorava insieme ai parenti, tanto per proprio conto, quanto per la mia casa.

***

Ero contento di quanto avevo fatto.

Fantasticando sull’avvenire de’ miei figliuoli, una sera io trottava a larghi passi verso Lèccari, quando m’imbattei in un pastore nurrese, che tornava a cavallo da Portotorres, dopo essere stato parecchi giorni a Sassari, per sbrigarvi alcuni suoi affari.

Ero più di buon umore del solito, perchè tutto mi era andato a gonfie vele.

— Hai buone notizie a darmi? — gli chiesi sorridendo.

L’amico pastore si fece serio, si mostrò alquanto impacciato, e alfine mi disse:

— Per te ho una brutta notizia...

Il sangue mi affluì al cuore, e pensai subito a qualche sinistro capitato alla mia figliuola, che trovavasi quel giorno a Portotorres presso lo zio.

— Hai veduto Maria Antonia?! — gridai spaventato.

— È poco più d’un’ora, che l’ho lasciata sana ed allegra.

Respirai liberamente, e riprendendo l’umor gaio gli chiesi con indifferenza:

— Puoi darmi la brutta nuova.

— La Corte d’Assise di Sassari ti ha condannato in contumacia alla pena di morte[33].

— Non è che questo? Pazienza! Vuol dire che d’ora innanzi dovrò meglio curare la mia pelle, perchè aumentata di valore.

— Come quella di Francia? — soggiunse il pastore, ammiccando l’occhio, con allusione al drudo di mia moglie, già ritornato da Marsiglia.

— Quella non ha prezzo, perchè non serve.

— E non pensi di conciarla?

— Mai. Rimarrà sempre una pelle di montone.

***

Si avvicinava intanto il giorno designato per le nozze.

Agostino aveva 25 anni, e la mia figliuola 19. Essendo quest’ultima minorenne, non poteva contrarre il matrimonio dinanzi al sindaco, senza il consenso d’entrambi i genitori — nè io era l’uomo da umiliarmi a chiederlo ad una madre adultera. Decisi dunque di lasciare a miglior tempo il matrimonio civile, e di celebrare quello religioso.

Il primo gennaio del 1870, Agostino e Maria Antonia, accompagnati dai parenti, tutti a cavallo, si recarono per la cerimonia alla basilica di San Gavino di Portotorres.

Appena compiuto il rito, si andò tutti a casa di Piana e di mia sorella Andriana, dove fu imbandita la mensa per il pranzo di nozze. Da Florinas erano pur venuti molti altri parenti, e la baldoria si fece tutta a mie spese.

Quel giorno io mi trovava alla montagna, colla mente e col cuore rivolti ai due lontani figliuoli, che avevo unito per sempre. Nessuno mancava a questa festa solenne, tranne il padre e la madre. Ma l’adultera e il bandito non potevano quel giorno assistere alla felicità della propria figliuola!

Dopo essersi fermati quattro giorni a Portotorres, gli sposi fecero ritorno alla Nurra, ed andarono ad abitare nella cascina di Lèccari. Ivi rimasero insieme a mio fratello Giomaria, che vi aveva la moglie, i figli ed i servi. Le due famiglie si facevano buona compagnia, ed io n’era contento.

Col cuore trepidante, dimenticando la mia condanna a morte, io corsi al nido per baciare i miei colombi; e quindi continuai la mia vita di fuggiasco e di solitario.

CAPITOLO XXI. Arma bianca e bestia nera.

Pur fuggiasco di balza in balza, riparavo ogni tanto a Lèccari per visitarvi i miei figliuoli, o indicavo loro un posto sicuro, per poterli parlare con animo più tranquillo. Avevo sempre qualche consiglio da dare per il buon andamento dell’azienda, o per la conservazione della pace domestica.

Verso quel tempo m’imbattei in un povero carbonaio di Alghero, venuto alla Nurra in cerca di un compare per tenergli a battesimo un bambino. Si era rivolto a molti amici nurresi, presso i quali aveva lavorato, ma tutti si erano rifiutati ad appagarlo, dichiarandosi sprovvisti di abiti decenti per poter assistere in città ad una simile cerimonia.

Mosso a pietà di quel poveretto gli dissi:

— Domanda al parroco di Alghero se la chiesa permette ad un bandito di fare un battesimo in procura. Se ti dice di sì, io sarò il tuo compare.

Tornato a me colla risposta affermativa, feci di buon grado le spese necessarie: uno scudo per la procura, tre scudi e mezzo per dolci e vini, e sette reali e mezzo per la candela. Per mio procuratore era stato scelto il fratello dello stesso carbonaio, un soldato venuto di recente in congedo.

Riconoscente per il servizio resogli, il carbonaio mi fece dono di una baionetta, regalatagli dal fratello. Non sapendo che farmi di quell’arma bianca, la cedetti a certo Giomaria Bacchile, il quale l’adattò ad un bastone, per servirsene ad uccidere i porci.

Ora avvenne, che questo Bacchile, imbattutosi un bel giorno nella mandria di porci del suo nemico Paolo Agus, glie ne uccise otto per dispetto.

Dalle ferite triangolari prodotte dalla baionetta, non tardò Agus a scoprire il reo; ed unitosi a Chiccu Mulas, un bel giorno l’uccisero.

Chiccu Mulas venne subito arrestato, ma Paolo Agus prese la macchia e si fece bandito. Quest’ultimo morì d’indigestione tre mesi dopo, per aver mangiato la carne d’una cinghialotta magra, forse affetta da malattia.

Come vedete, il regalo del mio compare algherese era stato fatale a tre persone!

I fratelli Paolo e Baingio Agus, nurresi, mandavano molti regali agli avvocati di Sassari, loro compari di battesimo. Debbo però confessare, che erano gente di buon conto ed onesta. Diverse volte si erano a me rivolti per denunziare i porci d’altri, entrati nelle loro mandre.

Ero diventato una specie di mediatore; ed a me si ricorreva sempre, tanto da chi smarriva, quanto da chi trovava un capo di bestiame. Quasi sempre riuscivo a rintracciare il padrone, che mi era grato e mi regalava qualche cosa.

Conoscevo pure Giomaria Bacchile. Poco tempo innanzi era venuto da me, pregandomi di aiutarlo a sbarazzarsi di Chiccu Mulas, da cui più tardi fu ucciso.

— Caro mio! — gli risposi — se ci hai rischio della vita, devi pensare ad aggiustarti da solo. Io non estraggo il dente che non mi duole.

Giomaria Bacchile mi tenne il broncio. Egli intanto cominciò coll’uccidere i porci del suo nemico... ma fu tradito dalla mia baionetta. Tristo colui, che cerca il braccio d’altri per strappare il dente che gli dà fastidio!

***

Ho già detto che l’accorto bandito, a piedi od a cavallo, viaggia sempre la notte. Per scorciatoie o per la via maestra, attraversando poderi o saltando muri, egli percorre cinque o dieci ore di strada per recarsi da un punto all’altro.

Quantunque da molti anni non facessi male a nessuno, e menassi una vita quieta, senz’altro pensiero che quello de’ miei figliuoli e dei ladri che perseguitavo, pure non potevo liberarmi dall’incubo dei carabinieri. Debbo però confessare, che invece di essere loro a darmi la caccia, d’ordinario ero io che andavo a cacciarmi fra i loro piedi, senza volerlo; e l’ho già dimostrato con alcuni casi narrati.

Moltissime volte, sullo stradone di Florinas e di Portotorres, trottando a cavallo col cappuccio sugli occhi, mi ero imbattuto in carabinieri mandati per espresso dall’una all’altra stazione. Non ebbi però mai a lamentare il minimo disturbo; poichè i carabinieri, di notte, ben di rado recano molestia a chi va diritto per la sua strada... e fanno benissimo!

Mi ero recato io quel tempo nelle vicinanze di Banari per salutare alcune vecchie conoscenze. Venuto a me un proprietario del paese, si lamentò della mancanza di un bellissimo bue nero, rubato in quei giorni ad un amico di Don Ignazio Corda. Promisi di occuparmene al mio ritorno nella Nurra.

Passando, infatti, dinanzi all’ovile di un mio nipote, in Santa Barbara, lo resi avvertito che mi era stata denunziata la mancanza... di una cavalla, appartenente ad un amico di Sassari.

Mio nipote esclamò ingenuamente:

— Una cavalla, no; ma fu trovato un bellissimo bue nero, del peso di sette od otto cantari. So che fii ritirato da Giuseppe Fraizzu di Ossi.

— Non cerco buoi: cerco una cavalla — risposi affettando noncuranza, ma lieto di essere sulle traccie del fatto mio.

Ritornato la stessa notte a Banari (non frapponevo indugio in simili affari!) diedi relazione del rintracciamento, soggiungendo:

— Indicherò il ladro, ma a condizione che egli venga arrestato insieme al bue. Se non si farà così, mi chiuderò nel silenzio.

Ero inesorabile, poichè avevo deciso di far dare una seria lezione ai ladri di bestiame.

Siccome in Banari comandavano allora i fratelli Don Ignazio e Don Pietro Corda, stretti in parentela a persone dell’alto clero e dell’alta magistratura di Sassari, fu fatto rilasciare un porto d’armi, valevole per una settimana, ai quattro incaricati di ritirare il bue nero dalla Nurra.

Io mossi con essi da Banari, per indicar loro il luogo dove il bue era stato condotto.

Giunti però a una certa distanza, non volendo mostrarmi, ordinai ad un uomo di mia confidenza (certo Antonio Tontu) di accompagnare i banaresi fino al muro della tanca di Fraizzu, senza però farsi vedere.

Quello stupido però, credendo forse di farmi piacere, guidò gli uomini fin dentro alla tanca, e la sua presenza fu subito avvertita dal servo, che ne informò il padrone.

Giuseppe Fraizzu, per sua fortuna, era assente da più giorni, e perciò non venne arrestato.

Mentre i banaresi riconducevano in paese il bue nero, s’imbatterono a Scala di Ciogga nel pretore, che si restituiva ad Ossi. Come vide la bestia nera, egli rammentò la denunzia fattagli, chiese schiarimenti, ed ordinò ai conduttori del bue di recarsi la stessa sera nella pretura. Ivi i banaresi dichiararono, di aver rinvenuto il bue rubato nella tanca di Giuseppe Fraizzu.

Chiamato costui dal pretore, fu sottoposto ad un rigoroso interrogatorio; e finì per sborsare oltre cento scudi, riuscendo con impegni a liberarsi dalla prigione.

Non gli fu difficile accertarsi, che il brutto tiro gli veniva da me. Inasprito per la restituzione del bue nero; dolente per il danaro sborsato; punto sul vivo per la vergogna subìta, Giuseppe Fraizzu giurò di vendicarsi; ed ho ragione per credere, che realmente egli si sia vendicato — come diremo a suo luogo.

CAPITOLO XXII. In difesa del debole.

Un certo prete Pinna, abitante in Sassari verso il Molino a vento, amministrava come procuratore l’ovile di Filigheddu. Lo aveva dato in affitto a quel tale Migheli, già occupante la cascina di Monte Fenosu, quando vi avvenne lo scontro dei carabinieri con me e con Cambilargiu.

Dopo tre anni di esercizio, Migheli morì; e il prete tormentava la vedova ed i figliuoli per il pagamento di oltre 400 scudi, asserendo di non aver mai ricevuto somma alcuna dal defunto.

La vedova, intanto, aveva lasciato Filigheddu per ristabilirsi a Monte Fenosu, dove spesso capitavo, nel breve tempo che mi ero unito al bandito Ibba, già compare di battesimo del Migheli.

Un giorno la povera donna, dinanzi a me e ad Ibba, si era scagliata contro l’ingordigia di prete Pinna, il quale pretendeva di essere pagato d’una somma, che lei protestava di non dovere.

— Prendo impegno di occuparmene io! — esclamai vivamente.

E infatti scrissi alla bella meglio una lettera insolente al prete, invitandolo a rifare i conti. Gli scrivevo fra le altre cose: «— questa volta non potrà certo valersi delle fatucchierie, a cui ella ricorre per acciecare la mente dei gonzi.»

Non avendo ricevuto risposta alla mia lettera, glie ne scrissi una seconda più pepata, che feci pur firmare dal mio compagno Ibba.

Il prete consegnò le due lettere al procuratore del re Cav. Dore; il quale mi chiese spiegazioni per mezzo dell’amico Antonio Giuseppe Zara, suo vicino di casa.

Capitato un giorno a Sassari con salvacondotto, mi presentai al Dore, e gli esposi i fatti. Egli chiamò subito la serva del prete, la quale era a conoscenza delle somme versate dal Migheli in acconto del suo debito.

Le donne — a quanto io so per lunga esperienza — sono capaci di un giuramento falso per nascondere il proprio peccato — ma quando trattasi dei peccati degli altri dicono sempre la verità.

— Se il mio padrone ha ragione — ella mi disse — saprà farla valere; se poi avrà torto, dovrà rassegnarsi a soddisfare la vedova Migheli!

Il Cav. Dore, che mi aveva promesso di aggiustare lui la facenda, si fece dar nota (con testimonianza della serva) di quanto il prete Pinna aveva ricevuto dai Migheli in danaro, in latte, ed in montoni. Rifatti i conti, risultò che la famiglia del pastore era debitrice, a saldo, di soli 30 scudi, non di 400 come si pretendeva.

La lite per questo credito pendeva da parecchi anni presso il tribunale; ma fu per il mio mezzo che i Migheli la videro risolta, ricuperando un credito che ormai credevano perduto.

Questo fatto mi procurò nuovi rancori, per parte dei partigiani di prete Pinna, e nuove simpatie per parte delle persone oneste e di buon cuore.

***

Tralascio di enunciare altre simili pratiche, da me fatte in favore dei deboli e degli ignoranti, eterne vittime della prepotenza e della furberia. Dirò solamente di un caso avvenutomi, reso popolare per opera dei beneficati, non mia, chè anzi avevo interesse a tenerlo celato.

Un giorno mi trovavo in un punto alto, sopra una collina posta nella Gianna de su ferru, in vicinanza della strada maestra, che dalla miniera dell’Argentiera conduce a Portotorres.

Siccome quel punto è battuto dai carabinieri, esploravo dall’alto la campagna circostante, per evitare le solite sgradite sorprese.

A un tratto, sulla strada, scorsi due operai continentali, che venivano dall’Argentiera, dove pur lavorava mio fratello Peppe, in qualità di operaio caporale. Volendo chiedere notizie di lui, scesi dalla collina per interrogare i due viaggiatori.

— Buona sera! — dissi, movendo loro incontro.

— Buona sera! — risposero quelli, senza quasi guardarmi, e con un accento di profonda mestizia.

— Che cosa avete? — chiesi loro.

— Ci hanno rubato i pochi soldi che avevamo addosso.

— Chi ve li ha presi?

— Il bandito Giovanni Tolu, ch’era in compagnia di altri due.

Fui sorpreso della strana risposta, che in sulle prime credetti una canzonatura.

— Che uomini erano?

— L’uno aveva un fucile a due colpi; l’altro, giovanotto, era pure armato; il terzo, uomo maturo, conduceva a mano un cane, legato con una corda. Dopo averci tolto il danaro, il più robusto ci disse: — Se voi svelerete l’accaduto, vi ricorderete del bandito Giovanni Tolu!

I birbaccioni si erano serviti del mio nome per atterrire i viandanti, ed io non doveva lasciare impunita una simile audacia.

— Fatemi il piacere di condurmi sul punto, dove vi hanno preso i soldi.

— Siamo in viaggio per Portotorres, poichè dobbiamo prendere imbarco.

— V’imbarcherete un altro giorno. Oggi vi porterò nel mio ovile, dove troverete da mangiare e da bere; prima, però, ho bisogno di vedere il posto in cui foste derubati.

I due operai continentali, forse per paura, non volevano tornare indietro; ma io imposi loro di appagare la mia curiosità.

Si rifece insieme un po’ di strada, fino al punto detto Sa punta de su ferru, che m’indicarono come il luogo della grassazione.

Non era quello un sito di ladri, perchè in vicinanza abitavano alcuni pastori.

Pregai i due operai che mi aspettassero là per alcuni minuti.

Io conosceva l’uomo anziano che conduceva a mano il cane, e m’internai nel boschetto, fino ad una punta, in cui i pastori solevano radunarsi.

Il cane non avvertì il mio passo, e non prese ad abbaiare, poichè aveva il vento cattivo[34].

Come arrivai alla distanza di una ventina di passi dalla punta, tesi l’orecchio, e m’accorsi che i pastori si bisticciavano per la divisione del bottino.

Mi diedi allora a tossir forte, e m’avvicinai indifferentemente.

— Buona sera!

— Buona sera, zio Giovanni. Che buon vento vi conduce a queste parti?

— Fatemi un piacere. Ho scovato testè un cinghiale in una macchia, ma non c’è verso di farlo venir fuori. Ho bisogno di prenderlo oggi, perchè devo farne un presente. Aiutatemi.

— Ben volentieri!

Mi vennero tutti e tre dietro.

— State attenti, veh? chè il cinghiale non scappi, deviando dal mio filo!

Camminai così avanti, sempre col fucile spianato, fino a che portai i tre compagni vicino alla strada, dove mi aspettavano i due forestieri.

Fingendo girare di qua e di là, come per non lasciarmi sfuggire il cinghiale, mi avvicinai agli operai, dicendo loro piano:

— Fissateli bene: sono questi gli uomini che vi hanno preso il danaro?

— Sì, signore: proprio questi!

— Qual somma vi hanno rubato?

— Novantasette lire.

Corsi allora verso i tre pastori, e gridai loro, cambiando tono:

— Restituite subito a costoro il danaro rubato!

I tre uomini mi fissarono sorpresi e sgomentati, ma non fecero alcuna resistenza. Senza dir motto, tolsero da tasca il danaro, e me lo porsero abbassando gli occhi.

Dopo aver restituito ai tre operai le 97 lire, dissi ai pastori:

— E badate che non vi accada una seconda volta! Guai a voi, se minaccierete chicchessia servendovi del mio nome!

I pastori, mortificati, ammutolirono, poichè in fondo non erano perversi. Io dissi allora, rivolto ai due operai:

— Lo vedete? Io sono appunto Giovanni Tolu, il bandito; il quale non ha bisogno di rubare, perchè ha qualche cosa del suo; e se non ne avesse, i signori glie ne darebbero!

Gli operai volevano ad ogni costo che io accettassi in ricompensa la metà della somma.

— No: tenetela tutta, perchè siete più poveri di me. Io non ne ho bisogno, mentre voi siete forestieri, che venite da lontano per lavorare. Datemi solamente notizie di mio fratello Peppe, caporale alla miniera. Lo conoscete?

— Sì, signore. Gli parliamo ogni giorno. Egli sta bene in salute.

— Grazie. Di che paese siete?

— Siamo piemontesi.

— Continuate pure la vostra strada, e fate buon viaggio!

Arrivati la sera a Portotorres, i due forestieri narrarono il caso a molte persone, fra le quali a Cosimo Cucinotto, più tardi mio teste di difesa a Frosinone.

Ricevetti in quel tempo diverse lettere da Sassari e da Florinas, colle quali mi si chiedevano schiarimenti sul fatto, che si voleva pubblicare. Io però non volli dargli importanza, nè risposi ad alcuno, per non dar dispiacere ai miei amici della Nurra. Temevo anche di pregiudicare i tre pastori, che in fondo erano buona gente. Essi avevano ceduto ad un’allucinazione momentanea, e mi confessarono d’esser stati trascinati a quell’eccesso, senza ponderarne le conseguenze.

L’anno seguente — all’apertura del nuovo esercizio della miniera — si presentò un operaio all’ovile di Peppe Sechi, in Palmadola, chiedendo ospitalità per la notte.

— Non mi conosce?

— Io no: chi sei?

— Sono uno dei due operai derubati, a cui Giovanni Tolu fece restituire il danaro.

— Mi fa piacere. Passa pure la notte nel mio ovile, e cena co’ miei uomini.

Quando Sechi, all’indomani, mi riferì le parole dell’operaio, gli risposi:

— Mi dispiace che si meni tanto rumore di un fatto, che potrebbe mettere in mala vista i poveri pastori della Nurra. Ladri di pecore e di porci, forse sì! — ma ladri di danaro, no certo!

CAPITOLO XXIII. Nel mondo dei curiosi.

Fu ben numerosa la schiera dei curiosi, che, in ogni tempo, vollero conoscermi da vicino. La fama delle mie gesta, de’ miei scontri coi carabinieri, e di non so quante altre avventure bizzarre (in gran parte fantastiche ed esagerate) mi sottoponeva ad un continuo esame, che molte volte m’irritava. Tutti si rivolgevano ai miei intimi amici per ottenere il favore di parlarmi, di ascoltarmi, e sovratutto di vedermi tirare al bersaglio.

Superfluo dirvi, che il ceto dei signori era in numero preponderante. Militari alti locati, alti magistrati, negozianti, giornalisti, signori d’ogni genere, sentivano più o meno il bisogno di rivolgere la parola al bandito di Monte fenosu, all’uccisore di tanti nemici, al benefattore della Nurra.

Antonio Giuseppe Zara, d’ordinario, era l’uomo più ricercato per ottenere da me una intervista, come oggi si dice con parola di moda.

Essendo egli mio compaesano ed intimo amico, a lui si ricorreva, come a colui che conosceva il rifugio del tigre benefico, o la parola d’ordine che doveva strappare dalla tana la belva addomesticata

Contandosi a centinaia i miei incontri coi curiosi, mi limiterò a riferire i pochi che mi vengono alla memoria.

Devo anzitutto dichiarare in coscienza, che la fama di non essere un ladro, nè un sicario, fu quella che mi attirò maggior numero di simpatie. Ond’è, che io tenevo a questa stima, la quale forse non fu estranea a farmi perdurare nel proposito di dar la caccia al malandrini, in favore dei deboli e degli onesti[35].

I più smaniosi di vedermi furono sempre i continentali, e non solamente quelli residenti in Sardegna. A Frosinone ed a Roma, per esempio, fui assalito dai curiosi; e basti dire, che in quest’ultima città dovetti cedere alle insistenze del mio avvocato, il quale volle presentarmi ad un pezzo grosso del Ministero di Grazia e Giustizia. Costui aveva esternato il desiderio di vedermi da vicino, supponendo forse che io avessi gli occhi di lince e il muso d’una jena.

***

Un distinto pittore di Sassari, che desiderava ardentemente di conoscermi, si rivolse al solito Zara per un’intervista. Accondiscesi alle preghiere dell’amico, e gli diedi appuntamento alla Valle della noce, nelle vicinanze di Campomela.

Il pittore venne in compagnia di altri curiosi, portando seco una grande quantità di viveri, di polvere e di palle — solito regalo che d’ordinario mi facevano i visitatori.

Per dar gusto a costoro, prendevo sempre parte alle partite di caccia; ed essi si divertivano un mondo, nel vedere che le lepri e le pernici non sfuggivano al mio tiro. Era mio costume, in simili partite, di regalare ai cacciatori la selvaggina che prendevo.

Non devo qui tacere, che anche fra quei cacciatori non mancavano gli scrocconi. Col pretesto di vedermi e di conoscermi, essi tornavano a casa colle bisaccie piene di cacciagione, mentre io qualche volta ci rimettevo la polvere e la fatica. Volendo lor dare una lezione, mi appigliai al partito di regalare al solo Zara le lepri e le pernici, facendo capire che non ero tanto gonzo. Si noti che in simili caccie io giunsi a prendere persino una trentina di pezzi, facendo altrettanti spari. La polvere era preziosa, nè volevo sprecarne nemmeno una carica.

***

Un giorno, nella Nurra, fu concertata una partita di caccia grossa, a cui vollero ch’io prendessi parte. Assegnatami una posta insieme ad un altro signore, volle il caso che un enorme cinghiale passasse a me dinanzi. Lo puntai e l’uccisi.

Tutti i cacciatori corsero sul luogo, gridando:

— Chi lo ha ucciso?

— Questo signore! — risposi con finta mortificazione.

Il signore tacque, ma sottomano mi regalò dieci lire, tenendosi una gloria, che volentieri gli cedetti. Mi era stato dato a compagno, e volevo fargli fare una bella figura. Non paleso il suo nome, perchè ancor oggi egli si dà vanto di quel tiro, che mi fruttò due scudi.

***

Venuto per diporto in Sardegna uno dei fratelli Rocca (banchieri genovesi) fu concertata una caccia alla Nurra da diversi signori di Sassari. Il banchiere volle conoscermi e mi pregò di narrargli alcuni episodi della mia vita. Convintosi ch’ero un disgraziato, più che un malfattore, mi propose di prendermi seco sulla sua nave, per farmi sbarcare in terra straniera, dove sarei tornato libero. Rifiutai recisamente la generosa offerta, dicendogli:

— Che mi vale la libertà, quando mi allontana dalla mia figliuola e dai luoghi che mi videro nascere? Non tarderei a morirne di crepacuore. Meglio, dunque, che affronti il mio destino!

***

Altra simile proposta mi era stata fatta da parecchi viaggiatori continentali, poco prima dell’annessione delle due Sicilie all’Italia. Mi si voleva condurre a Napoli, e di là in Grecia. Il pensiero della mia bambina (che da un anno appena avevo strappato alla madre) mi consigliò a respingere la libertà, che mi si voleva concedere fuori dell’isola mia.

***

Mentre mi trovavo a Sassari, in salvacondotto, fui chiamato un giorno dagli ingegneri inglesi, incaricati dello studio delle strade ferrate nell’isola.

Recatomi nel loro ufficio (posto allora nella casa Crispo) vollero consultarmi a proposito del tracciamento:

— Siccome vi sappiamo pratico dei luoghi, che per molti anni avete battuto, noi chiediamo il vostro parere sulla strada più comoda e più breve per andare a San Michele. Diteci qual via scegliereste: quella che passa per i bagni di San Martino — quella che va per il Piano di coloru — o quella che prende la vallata di N. S. di Saccargia?

Risposi agli inglesi, senza punto esitare:

— Per San Martino avreste molte aperture da praticare e molti rialzi da formare. Per la Valle della Trinità dovreste costruire una galleria molto lunga. Io, dunque, sceglierei il Piano di coloru, poichè il terreno è meno accidentato e più comodo per la linea.

Seppi più tardi che fu scelta la linea da me suggerita. La cosa era chiara: le strade battute dai banditi sono quelle più costose nel tracciamento d’una ferrovia.

In compenso del parere dato, gli inglesi mi offrirono una ricca fiaschetta da polvere ed una rivoltella, che rifiutai[36].

***

Un’altra volta, trovandomi in Sassari (sempre in virtù di salvacondotto) l’amico Zara mi prevenne, che doveva condurre alcuni inglesi in campagna, per visitare un nuraghe. Avendone poco prima veduto uno in sughero ad un’Esposizione, essi volevano esaminarlo al naturale.

Desiderosi di conoscermi, montai con loro in carrozza, e lungo il viaggio diedi spiegazione su molte località della Sardegna. Fra essi erano due signore, a cui regalai diverse monete antiche, da me trovate nella Nurra. Mi pregarono di mandargliene altre in Anversa, dov’erano domiciliati.

***

Taccio molti altri incontri di simil genere, perchè tutti si rassomigliano.

Tanto nelle vicinanze di Florinas durante il primo periodo, quanto nelle terre della Nurra quando la prescelsi a mia stabile dimora, non mi mancarono mai le visite dei curiosi, appartenenti ad ogni ceto. Ho notato altra volta il piacere che provavano le dame e i cavalieri dei villaggi, quando andavo a visitarli in campagna.

In seguito. — dopo la mia assoluzione — cominciarono a piovere le interviste dei redattori delle gazzette; i quali (come accennerò a suo tempo) non riuscirono a strapparmi che confessioni monche, che alteravano sconciamente.

CAPITOLO XXIV. Vita e azienda a «Lèccari».

Nel primo anno di lavoro, a Lèccari, si ebbe in generale un buon raccolto, poichè il grano aveva reso dell’uno dodici, e si stava bene.

In quel tempo mio fratello Giomaria aveva bisogno di essere aiutato nell’agricoltura; e sebbene mi fosse debitore di un centinaio di scudi, ordinai a’ miei figliuoli di prestargli sette rasieri di grano, senza interesse. Venuta la stagione del nuovo raccolto, era sorta contestazione a proposito di questo prestito; e mio fratello, un po’ irritato, osò rispondere a mia figlia, ch’era pronto a restituirle il grano, purchè avesse affermato la sua pretesa con un giuramento dinanzi al pretore. Maria Antonia, rifuggendo da una pubblicità scandalosa, preferì rinunziare a una parte del suo credito.

Questo incidente provocò malumori in famiglia. Quando l’appresi mi spiacque, e ne mossi aspra lagnanza a Giomaria.

Pur scorrazzando da un punto all’altro della Nurra, non trascurai di visitare i miei figliuoli; e se avevo urgente bisogno di conferire con essi, davo loro un appuntamento in uno dei soliti punti designati.

I malumori continuarono. Da qualche tempo mia cognata — per istigazione dei parenti lontani — andava brontolando con dispetto ch’era stanca della Nurra, e che aveva in animo di stabilirsi a Portotorres. Avendo una figlia da marito, preferiva un centro popoloso ai luoghi deserti, dove non capitava mai un cane. Giomaria, che subiva l’influenza della moglie, volendo appagarla, si era dato alla ricerca di una casa in Portotorres, e di terreni in vicinanza.

Nati nuovi diverbî alla mia presenza, un bel giorno dissi con durezza a Giomaria, che il rimedio più spiccio sarebbe stato quello della separazione delle due famiglie.

Le cose per un po’ di tempo furono messe sul tacere, ma i bronci si allungarono.

Nei tre anni di vita comune, che si erano succeduti con alterna vicenda, il dissidio non era mai mancato. In ogni nonnulla si cercava un appiglio. Ne noterò alcuni per non tediare il lettore.

Venni un giorno a sapere, che le due famiglie di Agostino e di Giomaria solevano fare il pranzo in comune — meno il pane, che ciascuna in proporzione forniva a parte. Questo sistema non mi andava a genio. Io desiderava che anche le mense fossero separate, poichè se un mio amico capitava nella cascina, volevo che mangiasse a spese mie, non a spese degli altri. Così pure non mi garbava, che gli amici di Giomaria fossero lautamente trattati col mio danaro. Sono numerosi gli ospiti che capitano a Lèccari, ed è nostro dovere di offrir loro buoni cibi, e non le fave ed il lardo, che mangiamo noi. Non volevo dare il minimo pretesto a nuovi screzi e a malumori nuovi.

Giomaria aveva un cognato (marito della sorella di mia moglie) il quale faceva il vignataro nelle campagne di Sassari, campando miseramente colla famiglia. Capitato un giorno da lui e udite le sue lagnanze, lo invitai a stabilirsi a Lèccari, dove gli avrei fornito buoi, casa, terra e semente, lasciandogli la metà dei guadagni. Venne egli infatti con tutta la famiglia alla Nurra, e Giomaria mi fu grato.

Le cose andarono bene per un po’ di tempo; ma nata questione fra le donne, per certi pomidoro che i nuovi arrivati si permettevano di regalare agli antichi loro padroni di Sassari, dovetti intervenire per mandarli via.

— Se tu li licenzi, ce ne andremo anche noi! — uscì a dirmi Giomaria, di mala grazia.

— Io non ho parlato che de’ tuoi cognati — risposi pacatamente — tu però sei padrone di fare quello che ti piace!

Giomaria, senz’altro, mi restituì i buoi che gli avevo prestato, e se ne andò a vivere altrove insieme alla famiglia ed ai cognati. Io e mio genero tenemmo le terre di Lèccari, che quell’anno avevamo seminato a granone.

Essendo le tanche di mio fratello e dei cognati vicine alle nostre, avveniva che il loro bestiame venisse assai spesso a far danno al nostro seminerio. Me ne dolsi vivamente, e se ne dolse anche Agostino; ma le nostre doglianze si perdevano nell’aria. I buoi, persino in numero di dodici, continuavano a danneggiare il nostro granone.

Perduta alfine la pazienza, e veduto che il brutto giuoco assumeva la parvenza di un dispetto, una mattina feci denunziare il bestiame in contravvenzione; e mio fratello e i cognati furono costretti a pagare la multa d’una ventina di scudi.

Questo fatto finì per farci guastare con Giomaria, nonchè coi cognati; i quali per molti anni ci trattarono sul tirato — ora con una benevolenza pelosa come le mani di Esaù, ed ora con un muso lungo come la scala di Giacobbe.

Io narro queste minuzie, unicamente per dimostrarvi quanto poco duratura sia la pace domestica, sempre quando sotto un medesimo tetto si raccolgono più donne di diversa famiglia. Come nella torre di Babele, si finisce sempre per non intendersi, e i contendenti hanno bisogno di separarsi, per metter casa a parte. I capi di famiglia, istigati dalle proprie donne, che li menano per il naso, non tardano a cedere alle gonnelle. E grazia, quando questi futili appigli non vengono risolti con le coltellate!

***

Rimasto solo a Lèccari, Agostino si trovò in condizione di potersi dedicare al lavoro, disponendo di quattro paia di buoi, di due servi fissi, e di quattro o cinque uomini a giornata, a seconda le esigenze del seminerio. Venuto il tempo della messe, egli salariava un numero di lavoratori, adeguato all’entità del raccolto. Per venti rasieri, per esempio, abbisognavano 25 uomini per otto giorni. Se poi il seminerio toccava i trenta rasieri, le persone da impiegarsi erano una quarantina.

I nostri affari andavano abbastanza bene, e non risparmiavamo mezzi per far progredire in tutti i modi l’agricoltura.

Una volta ebbi bisogno di 2000 lire, e le ottenni facilmente da un istituto di Sassari, per mezzo d’una cambiale firmata da Zara, con avallo di un ricco proprietario di bestiame. La pagai intieramente, con diminuzioni trimestrali.

Eravamo da una diecina d’anni a Lèccari, quando mi venne l’idea di tentare la trebbiatura per mezzo della nuova macchina di Maurizio Pintus; e si ottenne un risultato soddisfacente. Da ogni parte della Nurra erano accorsi uomini e donne, curiosi di veder funzionare la trebbiatrice a vapore, da loro mai veduta. Fu una vera festa campestre. In soli quattro giorni si trebbiarono 330 rasieri di grano, 100 rasieri d’orzo, e 20 di fave.

Fu quello un anno miracoloso. Le spese nostre, fra trebbiatura e fitto delle terre, si calcolarono dai 60 ai 70 rasieri di grano — il rimanente fu tutto guadagno.

Appunto in quell’annata abbondante, io volli dare alcuni consigli ad Agostino; il quale, debbo dichiararlo, peccava assai d’imprevidenza.

— Sai tu, che cosa devi fare? Vendere cinque cavalli e tre paia di buoi. Con due paia di buoi e coi tre cavalli, che a te resterebbero, ne avresti a sufficienza per tirare innanzi l’azienda. Dovresti parimenti ridurre in danaro tutto il grano che hai raccolto, lasciando in casa la sola quantità necessaria per il seminerio e per la provvista del pane. Fa soldi di tutto e compra altre terre, Agostino; poichè queste non ti verranno portate via dal vento, nè da nessuno; e così riuscirai a risparmiare il fitto gravoso, che paghi per i terreni.

— Non è questa la mia idea! Io penso invece a continuare il seminerio in larga scala. — rispose Agostino, stringendosi nelle spalle, senza riflettere che a me doveva la sua posizione.

— Il giorno che riuscirai a far grano in questi terreni, mi lascierò tagliare il collo! — soggiunsi — Possibile che tu non veda, che le terre nostre sono ormai disfatte ed esauste per il continuo seminerio degli stessi cereali? Esse ti saranno ingrate, e ti niegheranno il frutto. È nei tempi di abbondanza che noi dobbiamo pensare ai tempi calamitosi. Tristo colui, che non trae ammaestramento dalle sette spighe piene e dalle sette spighe vuote, di cui parla la sacra scrittura!

Agostino tornò ad alzare le spalle con noncuranza, e tacque per non provocare spiacevoli discussioni. Egli non volle tener conto del mio consiglio, e gli tenni il broncio per un po’ di tempo. Vedremo com’egli avesse torto.

***

I miei figliuoli continuarono ad abitare il tenimento di Lèccari, come l’abitiamo anche oggi, dopo avervi lavorato per quasi trent’anni.

La cascina è vasta, elegante e comoda, poichè si compone di una quindicina di ambienti: cinque a pianterreno e cinque al piano superiore; senza contare le altre casette annesse, con forno, pollaio, pagliaio, un cortile chiuso, un piccolo vigneto e giardino interno. L’estensione del terreno circostante è di circa 40 ettari, di cui 8 seminabili, e 32 occupati dalla peschiera.

La famiglia intanto si era accresciuta. Dopo il primo anno di matrimonio, Maria Antonia ebbe una figlia; e in seguito, in media, un bambino ogni due anni.

Io mi recavo ogni tanto a Lèccari a visitare i miei figliuoli e i miei nipotini, ma con molta prudenza; poichè i carabinieri vi piombavano ogni tre o cinque mesi, sempre colla speranza di cogliermi.

La cascina di Lèccari
La cascina di Lèccari

D’ordinario essi si presentavano, alla cascina chiedendo da mangiare e da bere; ma la mia figliuola non volle mai soccorrerli, neppure in omaggio a quella ospitalità, che nella Nurra non viene mai negata ad alcuno.

— Io non posso offrire viveri a chi viene per arrestare mio padre! — essa rispondeva.

La visita d’ispezione si praticava dai carabinieri in moltissimi stazzi della Nurra, specialmente per cercar me, condannato alla morte dalla Corte d’Assise di Sassari.

In un giorno di Pasqua d’aprile, otto carabinieri si presentarono a Maria Antonia, chiedendo un capretto.

— Ce ne ho, ma da me non ne avrete. Cercate pure e frugate da per tutto, com’è il vostro dovere, ma andate a mangiare altrove.

— E zio Giovanni lo mangerà, oggi, il capretto di Pasqua?

— Zio Giovanni lo mangerà di certo... ma non qui!

— Davvero?... vogliamo accertarcene.

— Visitate pure tutte le camere. Se foste sicuri che mio padre si trovasse in casa, certo non vi fidereste ad affrontarlo in tal modo.

I carabinieri fecero la perquisizione, e se ne andarono. Avevano forse sperato, che in un giorno così solenne io non dovessi mancare alla mensa di famiglia.

Quel giorno invece, mi trovavo lontano da Lèccari, perchè avevo preveduto la visita sgradita. Ero stato a visitare la mia famiglia tre giorni innanzi, a notte inoltrata, per regalare ai nipotini l’agnello bianco. I miei figliuoli, in precedenza, mi avevano preparato il pranzetto pasquale, che avevo portato meco sulla montagna, per godermelo tutto solo, facendo un brindisi alla salute dei cari assenti.

CAPITOLO XXV. L’arresto.

Si era verso la metà di settembre del 1880 — precisamente l’anno del miracoloso raccolto, da me altrove menzionato.

Contavo 57 anni Non ero vecchio; ma la vita randagia, durata per trent’anni, mi aveva ormai stancato, sfinito. Il mangiar male e senza alcuna regola; il dormire all’aria aperta, sfidando uragani e intemperie; il saltare continuamente roccie e macchioni; l’ansia continua per il timore di un agguato; il tendere continuamente l’orecchio ed aguzzar l’occhio ad ogni rumore e ad ogni ombra — tutto ciò mi spossava il corpo e lo spirito. Mi accorgevo già, che la vista e l’udito mi s’indebolivano. Guai a me se non avessi avuto mia figlia!

Ero da dodici giorni sofferente per una leggera slogatura al braccio sinistro, dovuta ad un salto da me fatto fra due macigni, in una notte buia.

Mi recai da mia figlia all’indomani della lussazione, e pregai mio genero che si recasse subito a Sassari per comprare tre o quattro oncie di aceto di Saturno. Fattemi alcune fregagioni alla parte malata, agli otto giorni ero guarito.

Mi trattenni nondimeno ancora a Lèccari, dormendo però all’aperto, e facendomi portare il vitto in campagna dalla mia figliuola.

Durante quel tempo, per ammazzare la noia, mi ero dato a rileggere il Codice penale, fermando l’attenzione su alcuni articoli che mi riguardavano. Avevo notato con piacere: che per i delitti da me commessi era ormai prescritta l’azione penale; che una diminuzione di pena veniva concessa ad un colpevole, se questo avesse dato prove di buona condotta per un certo numero d’anni; e che, infine, un bandito, dopo trent’anni di espiazione volontaria, poteva tornarsene a casa, senza essere molestato dai carabinieri[37].

Essendomi dato alla macchia il 27 dicembre 1850, avevo dunque battuto la campagna per 29 anni e circa 9 mesi.

Durante quei giorni di sofferenza al braccio — e volendo pur soddisfare ad un impegno preso, come dirò in seguito — mi ero avvicinato con troppa frequenza alla cascina. Qualche tristo, certamente, mi aveva veduto; e costui non poteva essere che Giuseppe Fraizzu, il quale meditava da tempo una vendetta, sì per il bue nero da me fatto restituire ai banaresi, come per l’umiliazione subita nanti il pretore d’Ossi.

Ruminando nel mio cervello, non vedevo altri che lui, capace di denunziarmi ai carabinieri di Sassari, per potermi cogliere nel mio nido.

Nei giorni che a Lèccari si eseguiva la trebbiatura del nostro grano colla macchina di Maurizio Pintus, questi venne alla Nurra. Egli si era rivolto a me, pregandomi di favorirgli una quantità di buda (canne palustri) per cuoprire alcune sue capanne, costrutte di recente verso Campomela. Pintus era un uomo generoso, e mi si mostrava riconoscente per la sorveglianza che io esercitava sul molto bestiame, che teneva a pascolo nelle sue terre della Nurra.

Lieto di fargli un piacere, promisi a Maurizio Pintus di mandargliene due carri sul luogo.

Un giorno — era il 22 di settembre 1880 — verso le tre dopo mezzanotte, aiutato da mio genero, caricammo due carri di buda, che una settimana prima avevamo accuratamente tagliata, a cinquanta passi dalla cascina.

Agostino, in compagnia di un nostro servo, si mosse dalla Nurra per condurre i due carri a Campomela.

Verso le sette di mattina, dello stesso giorno, vidi una pecora sbandata, che si dava alla fuga; e diedi ordine ad un ragazzo che me la portasse per esaminarla. In agosto le zecche tormentano le pecore; ed infatti glie ne trovai una, che le aveva bucato la pelle.

In quel momento di distrazione, mi lasciai forse scorgere dalla spia, o dai carabinieri appiattati nelle vicinanze.

Estratto il verme dalla piaga, posi la pecora in libertà; ed io m’internai, come al solito, nel folto delle canne palustri, per nascondermi durante il giorno.

Forse i carabinieri, appiattati, aspettavano che venissi loro a tiro, per farmi fuoco addosso. L’appiattamento era stato disposto alla Murella maestra, lungo il tratto che divide la Pischina dal fiume, donde ero stato veduto.

Non sospettando di nulla, ero rimasto per quattr’ore fra le bude.

Verso le 11 venni fuori con precauzione dal canneto, ed entrai prestamente in casa per mangiare un boccone.

Trovai il desinare, già preparato da mia figlia, sulla tavola della sala centrale. Ivi mangiai, in piedi, armato come sempre di fucile, di pistola e di stile.

Nella palazzina (composta di dieci ambienti) non c’era altri che mia figlia e i suoi tre bambini. Mio genero era in viaggio coi carri di buda, e la serva era al fiume per lavare.

Ero solo nella sala terrena.

Finito ch’ebbi di pranzare, mi feci all’uscio; indi mi spinsi fino all’angolo della casetta del forno, per esplorare in basso, verso la Murella. Ivi scorsi molti carabinieri sparpagliati, che venivano avanti, in direzione della cascina.

Indovinai tutto, e non pensai che a mia figlia, allora incinta grossa. Per evitarle uno spavento, che poteva riuscirle fatale, rientrai in casa, e mi diedi a cercarla di camera in camera. La trovai finalmente nel cortile interno, insieme ai bambini.

— Figlia mia! — gridai concitato — fa coraggio e non spaventarti: ci sono i carabinieri!

Così dicendo mi slanciai fuori della cascina, dalla parte di ponente; voltai a sinistra, e mi diressi correndo verso il canneto, distante un cinquanta passi.

Il tempo impiegato alla ricerca di mia figlia mi aveva perduto. Mi era impossibile raggiungere la palude, perchè 14 carabinieri stavano a trenta passi da me.

Pur continuando a correre, spianai prontamente il fucile ed armai i due grilletti, deciso di ucciderne almeno due.

Mi fermai quindi di botto, mentre gli armati continuavano ad avanzare, un po’ sconcertati, nè certo di buon animo!

Se essi in quel momento non furono i primi a farmi fuoco, fu certo perchè una quindicina di agricoltori, che lavoravano la terra a poca distanza, sarebbero stati testimoni di un’infrazione ai regolamenti militari.

— Metti il fucile a terra! — mi gridò il maresciallo, alla distanza di una quindicina di passi.

Per un’istantanea decisione — frutto di mille ragionamenti fatti in un attimo — deposi il fucile a’ miei piedi, poi la pistola e lo stile, e mi rizzai con fierezza, guardando in faccia il carabiniere comandante.

In quei due o tre minuti di corsa affannosa, (dalla casa del forno al cortile interno, e dal cortile alla discesa della palude) molte idee m’erano balenate alla mente.

Anzitutto ricordai la ragguardevole quantità di grano depositato nella cascina, che rappresentava la nostra fortuna; e questo pensiero mi distolse dallo sprangare la porta, chiudermi dentro casa, ed opporre viva resistenza alla forza di quattordici carabinieri, che avrei combattuto dalle piccole finestre ovali del piano superiore. Oltre alle armi che portavo addosso, avevo in casa cinque fucili, due pistole e due rivoltelle. Dirò ancora, che in un ripostiglio, ignorato dalla famiglia, tenevo in custodia, insieme a molta polvere, venti grosse cariche di dinamite, che avrei potuto gettare dalle finestre, per far pagar cara l’audacia a’ miei assalitori.

Mi bastava l’animo di tradurre in atto il mio disegno; ma... e poi? Si sarebbe finito per incendiare la cascina, bruciando tutta la nostra fortuna: circa 3000 scudi.

Poco male anche questo; ma... e la mia figliuola? i miei nipotini? E i 29 anni e 9 mesi di buona condotta, che avrebbero potuto rendere più benigni i miei giudici?

Tutto questo in un attimo ho pensato. Certo è, che se il destino non mi avesse spinto sulla traccia di mia figlia, io mi sarei lanciato ad occhi chiusi fra le canne della palude — o per salvarmi come a Monte rasu e a Monte fenosu, o per morire fulminato dalle palle di quattordici carabinieri.

Rimasi là come pietrificato, coll’occhio sempre fisso sui carabinieri, e le due braccia tese in avanti: quasi implorando che me le legassero subito, prima che mi pentissi d’una docilità in me insolita ed umiliante.

Quattro carabinieri si erano intanto avanzati a grandi passi, per legarmi le braccia e i polsi con catene. Come alzai gli occhi, vidi il maresciallo che mi puntava il fucile a dieci passi di distanza.

Il sangue mi salì alla testa, e gli gridai con fierezza:

— Fa mettere quante catene vuoi; ma togli il fucile dalla faccia, chè non sai ancora portarlo in mano!

Il maresciallo abbassò subito l’arma[38].

Non ero del tutto legato, quando la mia figliuola venne fuori dalla cascina e corse a me, dando in ismanie. Le gridai con dolcezza:

— Non piangere, Maria Antonia, chè non è nulla! Toglimi il portafoglio da tasca, e gli altri oggetti dalle bisaccie.

La mia figliuola, sempre piangendo, mi alleggerì di ogni cosa, salvo del portafoglio, che volle io tenessi. Conteneva da sette ad otto scudi in biglietti di banca.

Com’ebbero finito di legarmi, i carabinieri si diedero a bere dalle fiaschette, che portavano addosso.

Il maresciallo, dopo aver bevuto, porse a me gentilmente la fiaschetta.

— Grazie — risposi — Non sono uomo di troppo vino, io! Ho già mangiato... ed anche bevuto!

Dopo aver salutato la mia figliuola, che lagrimava sempre, m’incamminai, scortato dai 14 carabinieri.

Fatti un centinaio di passi, i carabinieri si lamentarono di aver le fiaschette vuote.

Mi rivolsi ad uno di essi:

— Va a casa, e fa riempire il tuo fiasco dalla mia figliuola. Dille che voglio bere anch’io.

Pregai in seguito il maresciallo, perchè mandasse un carabiniere da mia figlia per farmi dare un fazzoletto; ma non mi venne concesso, come per il vino! Esternai pure il desiderio di venir portato a Portotorres, per esser di là tradotto a Sassari col treno, pagando io i biglietti; ma mi si rispose, che i regolamenti lo vietavano.

***

Era circa mezzogiorno; il sole scottava, ed io grondavo sudore. Il maresciallo mi offrì il suo fazzoletto, che accettai volontieri, perchè ne avevo bisogno.

Prendemmo il sentiero della Crucca, e poi si camminò lungo lo stradone, in mezzo ad un nugolo di polvere che mi soffocava.

Quando eravamo ad un’ora da Sassari, vennero staccati due carabinieri, che si mossero al trotto per dar l’avviso in caserma.

Impiegammo circa quattro ore ad arrivare alle porte della città.

I due carabinieri, che ci avevano preceduto, si erano affrettati a dar la notizia del mio arresto. Lungo lo stradone, e sui muri di cinta delle vigne, accorreva la gente a frotte per vedermi.

Nel largo di Porta Sant’Antonio era sì fitta la calca, che a stento ci riuscì ad aprici un passaggio. Da destra e da sinistra mi si gridava dai popolani:

— Coraggio, zio Giovanni! non sarà niente! Due mesi, e a casa!

I carabinieri, imbronciati, lanciavano torve occhiate ai malaugurati profeti.

Erano le 4 pomeridiane.

Condotto alla caserma dei carabinieri, venni messo in camera di sicurezza. Diedi subito una lira ad un servo, perchè mi comprasse un fazzoletto, non volendo più servirmi di quello del maresciallo.

La sera stessa venni tradotto alle carceri nuove, dinanzi alle quali faceva ressa una folla enorme.

Mi cacciarono subito in una cella poco spaziosa.

Ero stanco del lungo viaggio a piedi, ma mi sentivo l’animo tranquillo.

Poco dopo l’imbrunire, non sapendo cosa fare, mi cacciai addirittura fra le coltri.

Era la prima volta, dopo trent’anni, che mi spogliavo per andare a letto!

Notes in this chapter

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