PARTE QUARTA DOPO L’ARRESTO
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CAPITOLO I. In carcere.
A questo punto tolgo la parola a Giovanni Tolu, per prenderla io. Coll’arresto a Lèccari si è chiusa la storia del bandito.
Il vecchio florinese continuò a narrarmi minuziosamente gli episodi della sua vita in carcere; le fasi del processo e del dibattimento; il suo ritorno alla Nurra; le peripezie domestiche e i suoi contrasti in famiglia. Io mi limiterò a riassumere gli avvenimenti principali, non volendo tirare più in lungo la narrazione con particolari insignificanti. Ripeto solo, che ho sempre riportato fedelmente quanto Giovanni Tolu mi espose, senza nulla aggiungere, nè togliere. Trattandosi di una storia contemporanea dettata dal protagonista, il romanziere non poteva in coscienza permettersi la minima alterazione, senza compromettere la verità.
Pur riassumendo i fatti, riporterò qua e là le parole del bandito, quando le crederò necessarie all’efficacia della narrazione.
***
«— Entrato in carcere — continuò Tolu, stuzzicando il tabacco nella pipa — i guardiani mi costrinsero a cambiar d’abiti. Diedi un’occhiata alla mia persona, e mi venne da ridere; poichè mi parve di trovarmi nelle stesse condizioni di Bertoldo, dinanzi al re Alboino: nè nudo, nè vestito. Al terzo giorno venni condotto nel parlatorio, dove mi aspettava il giudice istruttore.
«Appena mi vide, mi disse:
«— Hai un bel ceffo!
«— Perchè? forse perchè mi vede in questi panni? Ella dovrebbe capire, che non sono tagliati a misura.
«Il giudice si fece allora serio, e cominciò l’interrogatorio, chiedendomi soltanto i particolari sull’attacco di Nuzzi e di Monte Rasu.»
***
Giovanni Tolu continuò a narrarmi i particolari della sua vita di carcerato, che io ometto.
Le prime pratiche furono fatte per una cella separata, a pagamento, che gli venne subito concessa. Avendo pure ottenuto che l’amico Zara gli mandasse ogni giorno il pranzo da casa, egli voleva che si passasse la sua zuppa ad un carcerato vicino, col quale si era messo in relazione. Ciò niegatogli, dispose che fosse data ai poveri.
Il contegno di Giovanni Tolu in carcere (secondo la sua confessione) non era stato troppo edificante. Egli perdeva facilmente la pazienza, s’irritava per ogni nonnulla, ed ebbe più volte aspre parole coi carcerieri e con qualche detenuto. Lo star chiuso da mattina a sera in una cella angusta, priva d’aria e di sole, non poteva certo confacersi ad un uomo, abituato da trenta anni a battere la campagna sterminata, sotto l’immensa volta del cielo.
***
Non appena corsa la voce dell’arresto, si era manifestata nel popolo una corrente simpatica, favorevole a Giovanni Tolu. La lunga serie d’anni trascorsi aveva gettato un velo pietoso sulle colpe giovanili del bandito florinese, e più non si volevano ricordare che le azioni generose, compiute durante l’ultimo ventennio. Il popolo entusiasta esaltava le virtù dell’arrestato; le vicende della sua vita leggendaria furono per molti giorni l’argomento di tutte le conversazioni, di tutti i discorsi; e l’autorità giudiziaria se ne impressionava, prevedendo l’influenza che avrebbe esercitato quella simpatia sull’animo dei giurati.
Fu dunque creduto cosa prudente togliere Giovanni Tolu ai suoi Giudici naturali, per rinviarlo ad altra Corte d’Assise dell’isola.
Il 9 luglio 1881 la Corte di Cassazione di Roma dichiarò prescritti quattro processi; revocò la sentenza contumaciale di morte del 1869; e per i reati di Nuzzi e di Monte Rasu rinviò Giovanni Tolu alle Assise di Oristano.
Prima di lasciare le carceri di Sassari, il cappellano si presentò a Tolu, chiedendogli se volesse confessarsi, in occasione del Giubileo.
— Non sono disposto! — rispose secco l’ex bandito.
Dopo un anno e tre mesi d’ingrato soggiorno nelle carceri di Sassari, Giovanni Tolu fu trasferito a quelle di Oristano, il 9 gennaio del 1882.
***
Il bandito mi dichiarò, che nelle carceri di Oristano fu trattato più umanamente, e si sentì più tranquillo. Egli fece amicizia coi bambini del direttore, e passava con essi ore deliziose, parendogli di trattenersi co’ suoi nipotini.
Nel giorno di Pasqua un amico gli mandò una caraffa di vernaccia ed un piatto di lunghe frittelle alla sarda. Tolu chiamò la bambina del direttore; le adattò al collo un pezzo di frittella a mo’ di collana, e le disse:
— Va dal babbo, e pronuncia queste parole in nome mio: «— Come facilmente si spezza la mia collana, così fra poco si spezzeranno le catene di Giovanni Tolu!»
Anche ad Oristano si era presentato in carcere un frate dalla lunga barba, che aveva domandato a Tolu se intendeva confessarsi.
— Non sono disposto! — rispose il bandito.
— Perchè?
— Perchè io mi confesso quando a me piace: quando la coscienza me lo suggerisce. La legge di Cristo non m’insegna altro!
— Che ne sai tu?
— Sono stato sagrestano, reverendo!
Il frate se ne andò borbottando. Appena uscito, fu detto al Tolu che era l’arcivescovo.
Avevano annunziato al bandito, che il suo dibattimento si sarebbe tenuto in quelle Assise nei tre giorni dal 14 al 16 giugno. Nuovi incagli, però, nuovi timori, e nuovi scrupoli, consigliarono i giudici a non fidarsi dei giurati d’Oristano, dove si erano manifestate le stesse simpatie in favore del bandito.
Il 29 maggio di quello stesso anno (1882), dopo quattro mesi di detenzione, Giovanni Tolu fu tolto dal carcere di Oristano, per essere trasferito a quello di Cagliari.
***
Le carceri di Cagliari non gli lasciarono grata impressione. Cominciò dal bisticciarsi coi carabinieri, che lo avevano tradotto alla torre di San Pancrazio, stringendogli le manette in modo inumano.
Chiuso in cella, ebbe più tardi un battibecco a causa dei fornitori del vino e del tabacco, i quali defraudavano i poveri prigionieri. Se ne lamentò col direttore, che finse di dargli un po’ di ragione...
Neppure a Cagliari Giovanni Tolu ebbe il giudizio. Si tornò a tirar fuori la corrente troppo favorevole al detenuto, le simpatie per le azioni generose, le influenze degli avvocati, e simili. Si parlò d’altra Assise.
— Se si continuerà la linea retta, mi manderanno a Tunisi! — disse Tolu al direttore.
Il procuratore del re aveva trasmesso gli atti alla Corte di Cassazione di Roma; e questa designò per il giudizio la Corte d’Assise di Frosinone.
— Ho capito! — fece Tolu — mi si manda da Erode a Pilato. Si finisse almeno col lavarsene le mani![39]
Nella prima diecina del settembre successivo (dopo altri tre mesi di detenzione) il bandito florinese fu portato alla darsena; lo si gettò nella stiva del piroscafo, e lo si fece sbarcare a Civitavecchia, per poi proseguire fino a Frosinone, nella Romagna, dove le memorie del brigantaggio erano ancora vive.
— Il quarto carcere? — esclamò — Speriamo almeno che sia l’ultimo!
CAPITOLO II. A Frosinone.
Tutti i giornali della penisola si occupavano intanto di Giovanni Tolu, chiamandolo brigante, e trovando di lui riscontri nella storia francese e nella napolitana. L’Avvenire di Sardegna rispose con un articolo, conchiudendo: — «Certo è, che dopo Tolu noi avremo il brigantaggio anche in Sardegna; e così entreremo un po’ nella via della civiltà!»
Dopo un mese di detenzione nelle carceri di Frosinone, fu annunziato a Tolu, che il suo dibattimento avrebbe avuto principio il 19 ottobre (1882) e sarebbe durato tre giorni.
Le avventure di Giovanni Tolu ebbero un’eco pietosa anche a Frosinone. Tutti leggevano, con avidità curiosa, uno scritto a stampa, che circolava per la città col titolo: l’ultimo bandito sardo. Lo spirito della popolazione si era subito affermato favorevole all’accusato, e si facevano voti per la sua liberazione. E fu fortuna per i sardi che Giovanni Tolu fosse giudicato fuori dell’isola. Dio sa a quali insolenze sarebbe stata esposta la Sardegna, se i suoi cittadini giurati avessero liberato il brigante di Florinas!
***
Il 19 ottobre 1882, alle ore 9 ant., si apre il dibattimento nella Corte d’Assise.
I testimoni a carico e in difesa, che in origine erano 28, ora sono ridotti a soli 18, poichè dieci morirono.
La folla è immensa; nella sala non mancano le signore.
Giovanni Tolu è accusato:
1. Di ribellione alla giustizia, e dell’omicidio del carabiniere Sassu, commesso la sera del 10 giugno 1853 nel luogo detto Nuzzi, nel territorio d’Osilo, in complicità con Pietro Cambilargiu.
2. Degli omicidi, con ribellione, dei carabinieri Delrio e Catte, commessi la mattina del 21 maggio 1859 nel luogo detto Monte Rasu.
Si fa notare, che Tolu nel 1869 fu condannato in contumacia alla pena di morte, ma che la sentenza fu annullata per difetto di procedura nella notifica di diversi atti.
L’accusato fa il racconto dei fatti, risalendo al prete Pittui.
Le frasi più salienti di Giovanni Tolu, raccolte dai giornalisti, sono le seguenti:
«Mi resi latitante perchè il prete era ricco e prepotente e poteva mandarmi in galera. In Sardegna si manda la gente in galera per piccoli motivi. Non mi arresi alla giustizia, perchè la giustizia non è giusta!»
Il presidente chiede all’accusato:
— Eravate tenuto per un uomo possessore di un talismano, che vi rendeva invulnerabile alle palle dei carabinieri. È vero?
— Lo dicono i vanarelli. (Si ride).
Vengono interrogati i testimoni a carico, la maggior parte dei quali non sono che i carabinieri dello scontro di Nuzzi e Monte Rasu.
Si chiamano in seguito i testimoni a difesa, dei quali riassumo le deposizioni:
Maurizio Pintus dichiara, che, se potè più volte riavere il bestiame rubatogli, lo deve a Giovanni Tolu, il quale faceva a tutti bene. Altra simile dichiarazione fanno Vincenzo Pes e Antonio Beccu, il primo per sette buoi, il secondo per una cavalla, che i ladri avevano loro involati.
Andrea Nuvoli parla della disonesta condotta della moglie di Tolu, dichiarando che costui avrebbe potuto facilmente uccidere il drudo, che ha voluto risparmiare.
Antonio Piu dice, di essere stato minacciato di morte dai propri nemici; ma intromessosi Tolu, questi riuscì ad ottenere una riconciliazione generale, che da quel giorno li fece vivere tranquilli. Conchiude asserendo, che il bandito florinese era il loro giudice di pace; epperciò tutti lo soccorrevano, regalandogli bestiame.
Sebastiano Branca fa l’apologia dell’accusato, chiamandolo un benefattore; e Antonio Giuseppe Zara conchiude esclamando: — Giovanni Tolu è il Dio della campagna![40]
Si leggono all’udienza i certificati rilasciati dai sindaci, i quali affermano, che Tolu mantenne da oltre vent’anni una condotta esemplare; e che era ritenuto per un uomo di sentimenti nobili e generosi, il quale rendeva segnalati servigi, riuscendo a riconciliare i nemici ed a tutelare l’altrui proprietà[41].
***
La parola è al pubblico ministero. Egli deplora, che i sindaci e i municipi abbiano rilasciato certificati così larghi di lode. Ammette le azioni generose, ma dice che ogni bandito suol farne; dichiara che Tolu non è un ladro, ma osserva che la frase Dio della campagna è un’esagerazione. Chiede infine una condanna per l’uccisione dei carabinieri.
Parlano in seguito gli avvocati difensori, che sono il Prof. Antonio Piras di Florinas (per il quale Tolu ha una profonda venerazione) e il Cav. Gavino Scano di Cagliari, (oggi Senatore).
Il primo ribatte ad una ad una tutte le accuse. Si scaglia contro il Pubblico Ministero, che ha voluto evocare la memoria dei delitti di Tolu, per alcuni dei quali fu riconosciuta la prescrizione, e per altri fu dichiarato non farsi luogo a procedimento. «È indegno della maestà della Giustizia (egli dice) far rivivere delitti, di cui Tolu non è chiamato a rispondere, e per i quali la stessa Giustizia ha ricacciato la spada nel fodero». Egli dimostra non veritiere le relazioni sui fatti di Nuzzi e di Monte Rasu, pur dicendo: «Io m’inchino all’arma benemerita dei carabinieri: a questi modesti e ignoti eroi, vittime oscure e grandi, che ubbidiscono tacendo, e tacendo muoiono.»
L’avvocato Scano difende anch’esso valorosamente l’accusato; e conchiude con enfasi: «— Giovanni Tolu è uno sventurato, ma non è un brigante! In Sardegna briganti non ci sono: vi sono banditi, che, come Tolu, lo divennero per aver compiuto una vendetta!»
Sono le otto di sera del 21. I giurati si ritirano per rispondere ai 36 quesiti, formulati dal presidente.
L’ansia è grande e la commozione è profonda nel pubblico.
Alle 10 e mezza i Giurati riprendono i loro seggi, e si dà lettura del verdetto, che ammette la legittima difesa ed assolve l’accusato.
Il pubblico prorompe in applausi, e si riversa sulla piazzetta per acclamare il bandito assolto, che esce trionfante dalla gabbia.
***
Seguìto da una folla di popolani, Giovanni Tolu percorre alcune vie al grido di: viva Tolu! Tutti vogliono vederlo da vicino, e gli offrono da bere.
L’assolto è fuori di sè dalla contentezza. Passando a quell’ora dinanzi ad una chiesa, egli s’inginocchia sui gradini esterni, per ringraziare Iddio che ha parlato al cuore dei giudici. Insieme a Tolu s’inginocchiarono, scoprendosi il capo, i popolani entusiasti.
Curiosa invero, e caratteristica, quella preghiera in piazza, al chiaror della luna, che splendeva in tutta la sua pienezza! Un testimonio occulare mi assicurava, che giammai avrebbe dimenticato il pio raccoglimento dei popolani di Frosinone, spinti a pregare insieme al bandito, per un sentimento misterioso e inesplicabile.
***
L’indomani Giovanni Tolu partì da Frosinone diretto per Roma, in compagnia del genero Agostino, di Antonio Giuseppe Zara e dei due avvocati.
Volli conoscere l’impressione che la capitale d’Italia aveva prodotto sull’animo di un bandito, vissuto per trent’anni nelle terre deserte della Nurra. Ei mi rispose:
— A Roma c’è troppa gente e troppo rumore. Non m’incantarono i suoi monumenti, poichè son lavoro degli uomini. Anche la Sardegna potrebbe vantarli, se si spendessero centinaia di milioni. Io non m’incanto che dinanzi alle meraviglie della natura, poichè nessun danaro può riprodurle!
CAPITOLO III. Il bandito in libertà.
Imbarcatosi a Civitavecchia, il bandito assolto giunge a Terranova. Sparsasi la voce del suo arrivo, una folla curiosa gli va incontro per conoscerlo da vicino.
Montato sul vagone co’ suoi compagni, si mette in viaggio. Alla stazione di Ploaghe lo aspettano un’infinità di parenti, di amici e di altri compaesani, venuti da Florinas per vederlo e salutarlo.
Prosegue per Sassari, dov’era già pervenuta la notizia del suo arrivo. Trova alla stazione gran folla di popolani, ed a stento gli avvocati riescono ad aprirsi un passaggio fra la calca immensa e chiassosa.
Giovanni Tolu si reca alla casetta di Antonio Giuseppe Zara, verso la piazzetta dell’Università. La folla fa ressa alla porta, e le visite sono tante, che non lasciano un momento di tregua al bandito.
Qualche giornale continentale ebbe parole di biasimo per questo ricevimento chiassoso, che fu chiamato entusiastico e indegno di un popolo civile. La censura era ingiusta. Sarebbe stato più ragionevole inveire contro il verdetto della Giuria di Frosinone, anzichè contro il presunto entusiasmo del popolino sardo, che plaudiva al giudizio dato in una città continentale.
D’altra parte, era proprio seria l’invettiva? era essa frutto d’un retto criterio? Bisogna andar cauti nell’apprezzamento del così detto trasporto popolare. Non bisogna mai confondere il vero spirito entusiastico, colla curiosità morbosa e suggestiva, propria delle masse inconscienti. Se invece del bandito assolto, fosse arrivato il bandito condannato, la folla sarebbe accorsa a vederlo con pari curiosità febbrile. Sarò più crudo: se invece dell’arrivo di Giovanni Tolu fosse stato annunziato l’arrivo di un tigre o di un coccodrillo, la calca non sarebbe stata meno curiosa e tumultuante. L’entusiasmo popolare è un sentimento, che, dato un po’ di lievito, può crearsi anche artificiosamente. Esso è morboso, comunicativo, fittizio, e guai a colui che ci crede e se ne fida!
E qui non voglio fermarmi, nè discutere sullo spirito pubblico italiano (non sardo solamente!), il quale è quasi sempre favorevole all’arrestato, all’accusato, ed all’assolto[42].
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Rimasto a Sassari per alcuni giorni, Giovanni Tolu si recò a Florinas per salutarvi gli amici e i parenti. Egli volle rivedere alla luce del sole, il suo paesello natìo, che trovò molto cambiato dopo trent’anni di assenza. Di là, finalmente, fece ritorno al suo nido di Lèccari, dove ansiosamente lo aspettavano la figliuola e i nipotini.
Intanto i proprietari della Nurra e dei villaggi vicini (amici e conoscenti di Tolu) fecero a gara per costituire la dote al bandito rimesso in libertà. Ciascuno gli regalò una vitella del valore di dieci a quindici scudi; e Tolu potè raccoglierne una quarantina, fra la Nurra, Ozieri, Florinas, Banari, Mores, Chiaramonti, Martis e Santo Lussurgiu. Questo numero di vitelle, unito a un centinaio di pecore che già possedeva, gli formarono un patrimonio abbastanza rilevante per rimettersi al lavoro.
L’usanza di soccorrere un assolto, od un reduce da un luogo di pena, è molto antica in Sardegna. Anche Tolu, quando era bandito, offriva qualche pecora, montone, o vitella in soccorso di un disgraziato, o in regalo ad una ragazza povera che andasse a marito.
Questa generosità verso uno scarcerato risolve il problema, tante volte messo in campo, e mal tradotto in atto: mettere un condannato in condizione di non dover ricorrere a un nuovo furto per sostentare la propria famiglia. Oh, quante consuetudini umanitarie fra queste genti barbare, che vivono lontane e dimenticate dai popoli civili!
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Informatosi subito dell’andamento dell’azienda di Lèccari, Giovanni Tolu dovette ricordare al genero il pronostico fattogli due anni addietro, prima di essere arrestato. Le cose erano tutte andate alla rovescia. I proprietari dei terreni avevano elevato il prezzo dei fitti di oltre 19 rasieri di grano; le terre, stanche ed esauste, non erano state rimuneratrici; e così gran parte del ricco raccolto del 1880 era stato assorbito dalle perdite subite in quei due anni di penuria e d’imprevidenza. E il bandito tornò a metter fuori il sogno di Faraone, colle famose sette vacche grasse.
Giovanni Tolu era ormai libero; egli viveva tranquillo, senza preoccupazioni di spie e di carabinieri; epperò aveva più tempo ed agio a sorvegliare le faccende proprie e quelle del genero. Con un uomo come Tolu, abituato a comandare e ad essere ubbidito, Agostino poteva brontolare, ma non ribellarsi. E da ciò qualche broncio e qualche dissidio, calmato da Maria Antonia, che s’intrometteva fra padre e marito, con quella furberia pietosa di cui la donna è maestra.
Durante i due anni che Tolu fu in carcere, la cascina di Lèccari era stata frequentata da un suo cognato, resosi debitore verso il genero e la figliuola di una quantità di grano. Il vecchio bandito ebbe aspre parole con costui, e l’attrito giunse a tanto, che dovettero intervenire diversi amici di Portotorres e di Sassari per mettere gli animi in pace.
Ometto tutte le peripezie di questi dissidî, che l’ex bandito mi narrò minutamente, ma che io ho creduto superfluo trascrivere. Riporterò solamente un suo sfogo, che io credo frutto d’irascibilità di carattere, più che di giusto risentimento per torti ricevuti. Egli disse:
— Ebbi dunque a comprovare anche gli effetti dell’ingratitudine altrui; ma io la prevedeva. I figliuoli ed i generi, dimenticando i benefizî da noi ricevuti e i sagrifizî da noi fatti, ci trascurano sempre quando diventiamo vecchi; essi ci rispondono di mala grazia, quando più non hanno bisogno di noi. I vecchi sono sempre messi in disparte. Io ciò vedeva, ma non ero l’uomo da tollerare la voce grossa, nè da lasciarmene imporre da generi e da figliuoli!
***
Giovanni Tolu, nondimeno, amava molto i suoi figliuoli ed i nipotini, quantunque (così mi diceva) non si fosse mai stemperato in quelle tenerezze che davano tanto ai nervi al suo babbo Pietro Gavino.
Egli non lavorava più, perchè si sentiva stanco. Mi confessò, che lo avevano più abbattuto i 25 mesi di prigione, che i 30 anni di banditismo. Si era dato a dar consigli a’ suoi nipotini, coi quali stava sempre. Egli mi disse:
— Non m’immischio più nelle cose dell’azienda per non farmi cattivo sangue. Ognuno ha i suoi sistemi e le sue vedute, nè sempre si può andare d’accordo. Dicono che i vecchi tornano bambini; ed è forse perciò, che io vivo co’ miei piccoli nipoti. Prendo loro la lezione ogni giorno e li costringo a leggere nel primo libro di lettura.
— Ditemi qualche cosa di vostra figlia e di vostro genero.
— Maria Antonia è una buona massaia; sbriga le faccende domestiche, e non vive che del lavoro e de’ suoi figliuoli. Ella sorveglia le serve ed i servi, tiene d’occhio l’azienda, e segna in un registro tanto le entrate, quanto le uscite. Ha tutte le ore occupate, perchè i figli non la lasciano in pace; però non manca ogni sera, prima di andare a letto, di trattenersi un’oretta a leggere libri ameni ed utili. — Agostino bada all’agricoltura e sorveglia tutti i lavori di campagna, prendendo anche la zappa, per risparmio di spese, o per aiutare gli altri, quando il bisogno lo richiede. Tutti lavorano in casa nostra, grandi e piccoli: di ozioso non ci sono che io!
***
Fra i molti episodî della vita domestica, Giovanni Tolu mi narrò il seguente.
«— Da otto mesi appena ero ritornato da Frosinone, quando un’orribile disgrazia venne a turbare la tranquillità della nostra famiglia,
«A occidente della cascina — fra il caseggiato e la palude — era il nostro pozzo, scavato a fior di terra, senz’alcun parapetto, e coperto d’ordinario con alcune tavole.
«In una calda giornata di luglio, mio nipote Giovannino — il maggiore dei figli di Maria Antonia, di nove anni — si trastullava stando seduto accanto al pozzo, mentre un servo vi attingeva l’acqua per trasportarla alla cascina. Costui si era già incamminato verso la casa, quando udì un sordo tonfo. Voltatosi, e non veduto il fanciullo, quell’imbecille, invece di tornare indietro per apprestargli un soccorso, si era dato a correre verso casa, gridando a squarciagola:
«— Giovannino è caduto nel pozzo!
«Sentendomi quel giorno indisposto, mi ero sdraiato da pochi momenti sull’erba, a pochi passi dalla cascina. Alle grida del servo, balzai in piedi, corsi di un salto al pozzo, e vidi mio nipote, cogli occhi spalancati e le mani tese verso di me, dibattendosi nell’acqua, profonda due metri.
«— Coraggio, Giovannino! — gli gridai.
«Il poveretto portò l’indice della mano destra alle labbra, come per raccomandarmi il silenzio; poi si sommerse, e scomparve.
«Sedetti sull’orlo del pozzo, e sostenendomi colle due mani, allungai le gambe quanto potei, sfiorando quasi la superficie dell’acqua. Speravo che Giovannino riuscisse ad afferrarsi a’ miei piedi; ma il poveretto non tornò più a galla.
«Tutto questo era accaduto in meno di tre o quattro minuti.
«Ad un tratto Maria Antonia, al cui orecchio era pervenuto l’annunzio fatale, si slanciò fuori della cascina, e corse disperata verso il pozzo, mandando urli strazianti. Di un salto fui in piedi, le corsi incontro, e giunsi in tempo per accoglierla fra le mie braccia, mezzo svenuta.
«— Coraggio, figliuola mia — le dissi — ogni soccorso è ormai inutile, perchè il nostro Giovannino è già morto!
«Lascio immaginare le smanie della povera madre, e lo strazio di Agostino quando apprese la sciagura toccatagli![43]
«Il nipotino portava il mio nome, e gli volevo bene. La sua scomparsa da Lèccari, e più il pensiero di sì brutta morte, ci tenne intontiti per lungo tempo. Ma, già! era da prevedersi, poichè eravamo in luglio, il mese delle disgrazie!
«Partecipammo il giorno stesso il triste caso ai parenti, ai compari ed agli amici della Nurra e di Portotorres, come voleva l’usanza. E vennero in molti a farci le condoglianze e a rendere gli onori alla salma.
«Esposto per alcune ore il cadavere dentro casa, preparammo il solito carro a buoi per il trasporto funebre al camposanto di Portotorres.
«Messo uno strato di verdi frasche in fondo al carro, vi fu disteso un materazzo, sul quale venne collocato il morticino, ricoperto da un bianco lenzuolo.
«Appena tutto fu pronto, il carro si mosse lentamente.
«Col cappuccio tirato sugli occhi (in segno di lutto) i congiunti e gli amici montarono tutti a cavallo, per accompagnare la salma di Giovannino all’ultima dimora.
«Sebbene l’usanza vieti alle donne di prender parte a simili cortei, Maria Antonia non volle lasciar solo il suo figliuolo. Agostino se la prese in groppa, e per due ore circa di strada non fece che sospirare e piangere amaramente.
«Anch’io montai a cavallo per unirmi al corteo; e lungo il cammino non feci che fissare quel lugubre carro, che, rimbalzando e scricchiolando, inoltrava a stento fra sentieri angusti, incomodi, e quasi impraticabili.

«Arrivati a Portotorres la stessa sera, deponemmo il cadavere in casa di mia sorella Andriana, e di là l’indomani fu portato a seppellire nel cimitero[44].
«Ai sette giorni ebbe luogo a Lèccari l’uscita, secondo l’usanza della Nurra e di altri paesi sardi. Essa consiste in un pranzo che la famiglia dell’estinto offre a quelli che accompagnarono la salma; più in un’elemosina di bestiame, di grano, e d’indumenti usati, che si regalano in quel giorno ai poveri[45].
***
«Il tempo, che tutto sana, rimarginò la profonda ferita che il destino aveva aperta nel nostro cuore.
«Io continuai a vivere tranquillo a Lèccari, fra i miei buoni figliuoli ed i nipotini, che mi vogliono bene. Sono ormai quattordici anni, che vi godo la pace dell’uomo libero.
«Non devo nascondere, che un po’ di noia l’ho risentita, e la risento; ma io cerco di ammazzarla con qualche ora di lettura, o con viaggi che intraprendo ogni tanto. Mi reco con frequenza a Portotorres, a Sassari, a Florinas, od in altri paesi, per visitarvi i parenti e gli amici; nè dimentico di fare un giro per gli ovili nurresi, per riandare coi pastori un po’ del passato, or buono, ed or cattivo.
«A Lèccari, d’altronde, non c’è da annoiarsi: è un luogo di molto passaggio, e le visite non ci mancano mai. L’ospitalità è sacra nella Nurra, nè c’è pastore, per quanto povero, che nieghi un letto o il vitto a chicchessia. Basti dire, che la nostra casa, per i soli ospiti, aggrava l’annuo bilancio di cinque rasieri di grano. A tavola non ci troviamo mai soli.
«Le visite più opprimenti furono sempre quelle dei curiosi. Dopo il mio ritorno da Frosinone, specialmente nei primi anni, esse non mi diedero tregua. Mi si voleva strappare ad ogni costo qualche episodio della mia vita avventurosa, che poi vedevo pubblicato nei giornali di Roma o di Milano, con inesattezze ed esagerazioni che m’irritarono. Decisi allora di non dire più nulla.
«Ricordo, fra gli altri, tre signori che vennero a Lèccari e che invitai a pranzo. A tavola si cercò con arte di farmi cantare, ma io dissi agli ospiti:
«— Se lor signori parlano a tavola, mi toglieranno il piacere di vederli a mangiare. Diano retta a me: non posino le forchette, altrimenti le vivande si raffredderanno!
«Credo che l’abbiano capita, perchè mi lasciarono in pace. Nondimeno, prima di andarsene, si diedero a rovistare la casa, toccando tutti gli oggetti che mi appartenevano (il mio fucile, le mie pistole, le mie bisaccie, la fiaschetta della polvere) per fabbricarvi sopra, Dio sa quante diavolerie!
«Fu, appunto, dietro a queste false od esagerate interviste pubblicate, che mi venne l’idea di narrare la vera storia della mia vita. Ho scelto lei per mio confessore, ed ho la coscienza di aver detto la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità! —»
CAPITOLO IV. Il mistero.
Con queste parole Giovanni Tolu chiuse la sua storia.
Come se si fosse liberato da un gran peso, egli si alzò, tolse da tasca le inseparabili pinzette, si chinò sul camino, frugò nella cenere, e vi prese un po’ di bragia per riaccendere la pipa.
Anch’io avevo deposto la penna, fedele raccoglitrice della narrazione del bandito, quasi parola per parola.
— Ho detto la verità — soggiunse Giovanni Tolu, premendo il tabacco nella pipa coll’unghia del pollice. — Non ho dimenticato alcun mio delitto, mentre ho voluto omettere non pochi atti di beneficenza[46]. — Molto ho peccato, ma ho molto perdonato. I miei vent’anni di buona condotta hanno forse cancellato i dieci anni che si dicono di condotta cattiva. Non è questo un merito mio: è merito della mia figliuola. Con trent’anni di vita errante, trascorsi fra disagi ed amarezze indicibili, credo di aver espiato le mie colpe. Non mi resta oramai che aspettare serenamente la morte, confortata dall’ultimo bacio dei miei nipotini. Altro non desidero, poichè la vita non può offrirmi nuove attrattive. Ho dimenticato le offese fattemi, ed ho perdonato ai nemici tutti, meno ad uno: al prete Pittui, causa unica di tutte le mie sciagure. Chi lo sa? Forse riuscirò a perdonarlo il giorno della mia morte!
Giovanni Tolu tacque, e si diede a stuzzicare nervosamente il tabacco, il quale si ostinava a non voler bruciare.
Io lo guardavo di sottocchi, titubante se dovevo, o non, rivolgergli una domanda che più volte mi era venuta sulle labbra.
Mi feci alfine coraggio e gli dissi:
— Giovanni Tolu; avrei bisogno di uno schiarimento. Prima però di domandarlo, dichiaro che mi asterrò dall’insistere, se troverete indiscreta la mia curiosità.
Il vecchio bandito tolse la pipa di bocca, e mi fissò con un senso di stupore. Io gli chiesi:
— Non avete altro a dirmi a riguardo di prete Pittui?
— Nulla.
— Non mi avete taciuto, per riguardi di famiglia, qualche sua azione disonesta?
— Nessuna. Ma perchè simile dubbio?
— Sarò schietto. Nel pubblico è fondata la credenza, che Giovanni Tolu siasi vendicato del prete, solo perchè costui gli aveva oltraggiato la moglie...
— Ciò è falso!
— Eppure così fu detto fin dal giorno che vi deste alla macchia.
— È una menzogna!
— Eppure così si legge nel foglio pubblicato a Frosinone nel 1882, col titolo: l’ultimo bandito sardo. In questo scritto si parla chiaramente della tresca del prete con vostra moglie, della corruzione ottenuta per mezzo di doni, e del vostro dispetto quando sapeste che Maria Francesca frequentava la casa di quel sacerdote.
— Non è la verità!
— Ma non basta. Dal resoconto giudiziario pubblicato dai giornali si deprende, che altrettanto voi asseriste dinanzi ai giudici, alla Corte di Assise di Frosinone. Faceste capire, che vostra moglie non si era mantenuta onesta in casa del prete Pittui; che invano cercaste strapparla a quello sfacciato, il quale osò persino condurla ai balli pubblici per compiacerla.
— Tutte menzogne. Alle Assise non potevo ciò dire; altri certo lo disse, ed io forse, col silenzio, lo lasciai credere, sperando che quella circostanza potesse giovare alla mia difesa. Dentro la gabbia l’accusato non può, nè deve tutto dire!
— Dunque voi smentite il fatto?
— Recisamente, e ve lo giuro. Mia moglie non aveva che sedici anni; e devo dichiarare sulla mia coscienza, che fino al giorno della nostra separazione non ebbi a farle il minimo appunto a riguardo dell’onestà, della condotta, e de’ suoi costumi. Ella si perdette in seguito, quando venne da me separata. Il difetto di Maria Francesca era nella lingua; nel pettegolezzo; nella facilità di cedere alle altrui insinuazioni; nel mal vezzo d’inasprirmi con sfuriate inopportune. Della sua inesperienza approfittarono appunto gli scaltri, per renderla a me ribelle.
— Permettete allora che io vi dica, che non trovo giustificata la vostra ferocia nell’attentato contro il prete Pittui.
— Fu l’ira del momento quella che mi acciecò. Se avessi premeditato l’assassinio, non avrei affrontato il prete senza un fucile, od un pugnale. Vi confesso, nondimeno, che deplorai la mia imprevidenza. Se avessi ucciso il prete, sarei stato subito sciolto dalle legature fattemi.
— Vi inasprì dunque tanto la sua prepotenza?
— In modo indicibile. Chi lo sa? forse sarei stato meno feroce, se si fosse trattato di una tresca. O avrei subito ucciso i due colpevoli, o mi sarei limitato a scacciar di casa la moglie infedele, abbandonandola al suo rimorso ed al suo disonore. Ma quel continuo torturarmi entro alle pareti domestiche; quel continuo intromettersi nei fatti miei; quel continuo sindacare ogni azione della mia vita coniugale; quell’eccitamento continuo perchè mia moglie si separasse da me; oh, perdio! tutto ciò doveva inasprirmi e farmi perdere la pazienza! Ero io il marito, ero io il padrone in casa mia; e quel prete doveva badare alla sua sagrestia, senza mettere ogni tanto il suo tricorno fra marito e moglie.
— E non sospettaste mai di una tresca?
— Mai, quantunque il volgo vi alludesse prima e dopo il mio matrimonio. Mia moglie era una ragazza sedicenne, al servizio, fin da bambina, in casa di prete Pittui; e di là io l’aveva tolta incontaminata. Se il prete avesse avuto intenzioni disoneste, o avrebbe prima impedito che la ragazza mi fosse data, o avrebbe impedito dopo che mi venisse tolta. Sarebbe stato suo interesse a mantenerci uniti, tanto più che io mi assentavo con frequenza dal villaggio. Basta questo per dimostrare, che tresca alcuna non poteva sussistere.
Le ragioni del bandito erano molto assennate, e mi facilitavano la strada per poter esternare un dubbio, che mi era sorto nell’animo.
— Ma perchè, dunque — chiesi — quel sacerdote prepotente si preoccupava tanto di Maria Francesca, quando i genitori di lei non se ne preoccupavano? Ma perchè il solo prete, e non altri, osò chiedervi conto dei maltrattamenti fatti a vostra moglie? Ma perchè dal solo prete doveva venir l’ordine di strapparvi alle braccia di Maria Francesca? È mai possibile che l’affetto di Giovanni Maria Pittui fosse più forte di quello di Salvatore Meloni Ru?
Il bandito, dopo avermi a lungo fissato, come uomo a cui si strappa dall’anima un segreto geloso, abbassò il capo dicendo:
— È appunto questo il mistero che per lungo tempo mi tenne agitato...
— Ma che in seguito vi parve di spiegare... non è così?
Giovanni Tolu tacque esitando, ed io continuai:
— Proprio così! Bisognava risalire alla gioventù scioperata di Masala Pittui — alla sua vita scandalosa — alle sue libidini abituali, per ricercare le cause intime che spingevano l’anziano sacerdote a proteggere la servetta di casa. Non era febbre di amore impuro, nè gelosia di ganzo senile, quella che riscaldava il sangue di prete Pittui — era forse affetto di padre che parlava con rimorso alla sua coscienza! Un padre, non un amante geloso, poteva consigliare la sua creatura a distrarsi nei divertimenti, per dimenticare la supposta infelicità coniugale... Non è così...?
A questo punto il bandito prese a dire con vivacità:
— Ora posso confessarlo: fu appunto questo il mio pensiero; e sono ben lieto di non averlo per il primo a lei rivelato. Debbo però soggiungere, che neppure l’affetto di padre potè far presa nella coscienza di quell’anima nera, negli ultimi otto mesi che rimase in questo mondo. Il prete Pittui non porse mai la mano a Maria Francesca per trarla dalla miseria e dal peccato. Abbandonata a sè stessa, la poveretta non ebbe l’aiuto di nessuno — nè del prete protettore, nè dei genitori indifferenti. Il frutto del peccato fu lasciato al peccato, e il peccatore fu punito dalla stessa sua colpa. Il tradimento fatto ad uno stupido o compiacente marito era ridondato a danno di prete Pittui. Io non fui che il cieco strumento della collera divina!»
***
Così conchiuse Giovanni Tolu, in un impeto di profonda amarezza. Io avevo letto nel suo pensiero e messo il dito sulla piaga; ma non volli più oltre fermarmi sopra un argomento scottante. Compresi che un mistero doveva celarsi in quel complesso di fatti, che non giustificavano il feroce attentato della piazzetta di Santa Croce. Ma a che servirebbero le ulteriori indagini, quando il prete Pittui ha portato il suo segreto nella tomba?[47].
***
La storia del bandito è finita. Vittima più del pregiudizio e della superstizione, che della malvagità degli uomini, Giovanni Tolu ha scontato le sue colpe. Egli ha detto tutta la verità; ed io son lieto di aver potuto narrare ai lettori la storia di un uomo co’ suoi vizi e le sue virtù, anzichè quella di un eroe benefico, quale il popolo la vuole, o quella di un volgare delinquente, come altri la vorrebbero.
A coloro che mi facessero carico di aver aderito a pubblicare la confessione di Giovanni Tolu, risponderò: che non vi ha storia al mondo, la quale non dia campo a profonde meditazioni, a studi serî, e ad ammaestramenti proficui. È questa la mia convinzione!
Non al legislatore, non al giudice, non al carabiniere, non al psichiatra verrà affidato il còmpito di liberare la società futura da questi esseri perniciosi, i quali, (cattivi o buoni) lasciano sempre una traccia di sangue sulla strada che percorrono — e sono nocivi sempre, anche quando riescono a fare il bene!
Ad altro benemerito sarà in avvenire riserbata l’alta missione civilizzatrice: — al maestro di scuola.
Ma — intendiamoci bene! — non al maestro di scuola che insegni solamente a leggere un libro; ma a quello che illumina le menti, educa il cuore, indirizza il sentimento al benessere di tutte le classi sociali, unite in un vincolo d’amore e di fratellanza.