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Fuochi di bivacco

VIII SOTTO IL FUOCO

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I FALSARI DELLA VOLONTÀ

La loro schiera cresce e crescerà lungamente finchè una più alta inspirazione nell'arte non disperda con un soffio di vento fecondo i loro pensieri e le loro opere così penosamente vane e raffinate.

Oggi è un romanziere francese, Remy de Gourmont, che nel Sogno di una donna, ci offre una idea nietzschiana, una donna che pretende dominare la vita, nel concetto e nel fine, superando le barriere della morale, i confini della propria epoca, per solennizzare in sè stessa il trionfo di una volontà inutilmente insaziabile.

Amare non è più che godere, e vivere è solamente volere al disopra di tutti, come se tutti non formassero che lo sfondo di una sola vita, la cornice di una sola figura.

Questa teorica superba usci quasi inavvertita con Max Stirner dalla sinistra hegeliana, che il pubblico tedesco di allora credeva smarrita per sempre nei paradossi atei e rivoluzionari di Feuerback.

Il fondatore dell'anarchia intellettuale era un giovane cupo e solitario, quasi senza amici, assorto nell'idolatria del proprio orgoglio, con un ingegno lucido e tagliente quanto il vetro, che invece di riflettere la vita, vi ardeva nel mezzo fra le fiamme fredde dei propri riverberi.

Della sua opera capitale, L'unico e la sua proprietà, nessuno si accorse; in un altro scritto più breve. La mia potenza, bandì un vangelo stupefacente e negatore di tutta l'umanità nella sua essenza e nella storia per deificare l'individuo solitario e perfetto come un atomo, senza forza di attrazione su altri, senza virtù di condensare la vita e la forma di un corpo.

Most, il nemico di Marx, fu il successore politico di Stirner e il fondatore a Londra del partito anarchico, che doveva a lunga distanza di anni trovare in tre italiani un sognatore, un sonnambulo e un maniaco: Angiolillo, Caserio, Lucheni, tre omicidi, tre vendicatori, enigmatici nell'opera, paurosi al pensiero.

Nietzsche fu il poeta di Stirner, ma, come Chateaubriand, un poeta della prosa. Profondo ed oscuro, nuvoloso e lampeggiante, egli apparve per rispondere alla nuova tirannide del socialismo, che annulla l'individuo nella massa e non gli lascia altra speranza di felicità che la partecipazione ad un materiale benessere mediocre e collettivo: un refettorio e un dormitorio, un lavoro anonimo e comune, la libertà sacrificata all'eguaglianza, la personalità dispersa nel numero.

Allora nell'ingegno di Nietzsche tornarono giganti le più micidiali figure di eroi, che per compiere la propria missione erano passati sull'umanità come un elefante sopra un formicaio; ma egli dimenticava quella missione per non amare che la loro mortifera sovranità. Carlyle era sopraffatto e svisato dal suo continuatore: la teorica degli eroi continuatori della storia diventava la lirica apologetica dei tiranni, che la violano nei loro capricci.

Ma pochi artisti in questo secolo furono più ammaliatori ed originali di Nietzsche. Attraverso le inevitabili e spesso disgustose falsificazioni del suo spirito una meravigliante visione della realtà esplodeva, come le improvvise illuminazioni boreali, che poi sorpresero Nansen nell'eroico viaggio polare: un incendio lucido e colorato, quasi di fiamme diluite, di gemme evaporanti. Nietzsche ha criticato frammentariamente ma insuperabilmente tutti i vizi e le manchevolezze della nostra epoca: ha dissipato per sempre il fantasma della verità popolare, schernite e distrutte le misere velleità delle mezze ribellioni e delle mezze autorità liberali.

Il suo sogno del superuomo è il suo sogno di malato, l'invettiva finale che esagera e falsa il ragionamento, un ritorno della forza pagana su la molle decadenza cristiana, la suprema vanità di comando in una aristocrazia rimasta fuori della vita e che tenta indarno innalzarsi arrampicandosi sulla propria vanità.

Gabriele d'Annunzio tradusse il sogno di Nietzsche in qualche figura, sforzandosi a darle sembianza di vita coll'imitazione di antichi disegni, intendendo a rovescio Leonardo da Vinci, ingannandosi ed ingannando colla malia di una bellezza letteraria formata cogli echi e coi riflessi di ogni bellezza passata. La figura abbagliò il pubblico, una torma di scolari applaudì, delirando, il maestro, che valeva meglio dell'opera e si avviava nel teatro verso la più rude e salutare smentita.

Adesso Remy de Gourmont, minore nell'ingegno, più destro nella maniera, ritenta la prova.

Il suo Sogno di una donna non vorrebbe essere che la confessione ingenua e convincente di una superdonna, la quale ha concepito la propria esistenza nell'illimitato impero della volontà e nella conquista del piacere. Così ella trionfai per aver saputo volere; e si sente felice perchè limita ogni attività del corpo e dello spirito al piacere. Sciaguratamente tutto si riduce a un fantasma di donna, a una forma polemica, a un mostro elegante ed impossibile, che l'abilità dell'artista trasse dalla ganga di una tesi filosofica. Ella non vive davvero, perchè la vita imprigiona tutti gl'individui nelle proprie maglie e non consente ad alcuno di romperle salvandosi in una libertà estranea alla morale, superiore al pensiero. Il dramma si svolge invece dentro questo sforzo, quindi la tragedia si compie uguagliando vincitori e vinti.

Che cosa è il piacere nell'amore?

L'agguato teso, secondo Schopenhauer, a noi dalla natura per suaderci la perpetuazione della razza, o, secondo l'idea cristiana, il primo pietoso compenso messo da Dio nella nostra dura vita di sacrificio e di ascensione?

Comunque lo si intenda, nè il piacere è l'amore, nè la voluttà sessuale il suo massimo piacere. L'amore ha bisogno di idealità e di olocausto nella sua prima ora fra gli amanti, come nella sua lunga giornata coi figli: si comincia dall'amare come tali, poi l'amore degl'innamorati preannunzia la devozione dei genitori. È questa la legge, la verità e la vita. Non è permesso, non è possibile isolare la propria esistenza circoscrivendola entro i giorni felici ed inconsci dell'amore primaverile: è falso che l'amore galante, composto di sensualità bruta e di grazia artificiosa, possa dare il trionfo sulla vita, l'impero sopra sè stessi e su le folle. Superuomini e superdonne non sono che superfetazioni, alle quali l'ingegno può aggiungere qualunque più ricca decorazione, ma non inspirare il soffio della vita.

E l'arte è creazione.

Potete leggere questo Sogno di una donna: vi parrà più vero dei sogni d'annunziani perchè più prosaico, forse meglio composto come romanzo, meno esotico come stile, più moderno come parola. Ma non riconoscerete nella sua eroina il carattere di altra donna da voi conosciuta, mentre nella turba dei personaggi, che la circondano per darle modo di svolgersi, vi sentirete a disagio come fra maschere fuori della stagione carnevalesca.

Non vi è che un modo per essere un superuomo e diventare un grand'uomo: pensare, amare, soffrire, creare per tutti coloro, che la vita umilia fatalmente nelle feconde bassure del lavoro anonimo e quotidiano.

22 dicembre 1899.

LA BATTAGLIA RELIGIOSA

Così pare mutarsi quella che il ministero Waldek-Rousseau aveva cominciato contro le congregazioni.

Mentre nella camera francese gli oratori succedevano agli oratori d'ambo i lati allungando magnificamente la serie dei discorsi come un torneo letterario, nel quale i campioni giostravano con tutte le armi vecchie e nuove, improvvisamente un gruppo di destra mosse incontro alla grossa falange socialista e urtò il ministero con una votazione formidabile e nonpertanto inefficace.

Il ministero, per larvare l'illiberale insidia del proprio disegno, voleva che quasi tutte le associazioni per costituirsi e per mantenersi dovessero chiederne il permesso allo stato: si capiva fin troppo bene che nella pratica del governo i circoli socialisti non avrebbero avuto nulla a temere da una simile disposizione, ma l'istinto della logica e della passione, che non può quasi mai sottomettersi alle effimere necessità della schermaglia parlamentare, esplose nella discussione, e i socialisti proposero che solamente le congregazioni religiose dovessero umiliare così il diritto della propria vita.

Quindi la legge mutava indole: dalla difesa della repubblica passava rapidamente, violentemente, alla persecuzione religiosa, rinnovando odii sopiti da secoli, solleticando rancori recenti ed ingiustificabili, dividendo nuovamente i cittadini per ordine di sentimenti e di idee ultramondane.

E la destra, per compromettere il governo, votò coi socialisti questo editto di proscrizione.

Certamente il governo della repubblica aveva bisogno di alzare qualche valido baluardo contro gli approcci sempre più minacciosi e le mine sotterranee, che molte congregazioni religiose scavavano con passionata perseveranza sotto le sue fondamenta. Non mai forse nella lunga storia civile di Francia l'opera dei conventi fu con più largo proposito e con maggiore efficacia di mezzi diretta a rovesciare un governo; e la guerra era cominciata all'indomani di Sédan, mentre i campi della Sciampagna fumavano ancora di strage guerriera e per le vie di Parigi le fiamme del petrolio asciugavano le pozzanghere del sangue.

Il clero, che aveva regnato con tanta preponderanza sul secondo impero napoleonico, sentì nel proprio istinto che dalla nuova repubblica non avrebbe potuto pretendere simile privilegio, e sapendo la Francia monarchica nelle abitudini mentali e sentimentali, malgrado tutte le effervescenze repubblicane, intese al riparo.

La repubblica infatti avrebbe dovuto lottare lungamente per fondersi, giacchè mancava ad essa una tradizione conciliante e gloriosa. La Convenzione atterriva ancora le anime coi ricordi tragici del suo avvento simile ad una bufera di sangue e di fango, che aveva tutto rovesciato struggendo e fecondando, contrapponendo la Francia a sè medesima e al mondo, in un miracolo pauroso e sublime, inintelligibile e breve, dal quale era uscito un impero militare più alto e violento dell'antica monarchia.

Certamente la Convenzione era una gloria francese, ma aveva troppo somigliato ad un cataclisma perchè da essa una tradizione repubblicana potesse formarsi. E l'esperimento del '48, simile ad un intermezzo di operetta, finiva alle giornate di Cavaignac, nelle quali ricominciava già un altro impero napoleonico.

Le congregazioni religiose di Francia non credettero alla vitalità della terza repubblica.

Quindi colla paziente tenacia dello spirito conventuale si accinsero a filarle il capestro, perchè mancava come sempre a questo spirito quel senso segreto e così poco definibile della progressione storica. Chiuso nei propri dogmi, superbo di una tradizione conquistatrice non mai arrestata, rotto a tutte le difficoltà della propaganda, pratico dei costumi, al centro degli interessi, padrone delle coscienze, non credette alla marcia fatale dell'idea democratica.

Mentre il clero regolare inchinava lentamente verso la repubblica, i conventi si mutarono in rocche o in accampamenti muniti contro di essa: e sospinsero gli attacchi.

Nel mondo moderno ogni battaglia si compie col danaro, ed essi arricchirono tosto, inverosimilmente: la democrazia bandiva al popolo la necessità di rinnovare in una nuova coltura la propria coscienza, ed essi moltiplicarono scuole, collegi, educandati, arrolarono professori, irreggimentarono scolari; l'esercito doveva essere il grande presidio, l'espressione armata del suffragio universale, ed essi penetrarono nell'esercito, vi riassunsero la tradizione monarchica, vi riaccesero gli orgogli aristocratici e l'ingenua fede regia.

Poi, diventati più audaci nella lotta, soffiarono nell'antisemitismo, tentando di organizzare una finanza cattolica contro la finanza israelita: si impadronirono della stampa, signoreggiarono le elezioni e, giovandosi dello spauracchio socialista, chiamarono a raccolta tutte le coscienze timorate e timorose, conservatrici e reazionarie.

Ma questa opera, certamente meravigliosa nella sua rapida molteplicità, aveva lo stesso difetto alla base e al vertice: in quella mancava la monarchia, su questo il monarca: le congregazioni non avevano potuto nel proprio impeto trascinare tutto l'altro clero, e la repubblica rimaneva invincibile nella Francia, perchè la monarchia vi era morta e nessuna figura regale vi appariva vivente.

Allora la guerra peggiorò: la tragedia Dreyfus impose a tutti i partiti di gettare la maschera, bisognò essere francamente per la repubblica o contro di essa; i conventi si proclamarono superbamente nemici, e Leone XIII si pose pacificatore fra essi e il governo.

Come sempre, la tradizione cattolica di Roma si rivelava più profonda e sicura di ogni altra.

Era impossibile che il governo repubblicano, uscendo vittorioso da questa lotta, non tentasse contro le congregazioni religiose una qualche rappresaglia, e Waldek-Rousseau, dopo Casimir Perier il miglior parlamentare di Francia, era forse l'uomo più adatto a non sbagliarne la portata e il momento. Infatti, isolando abilmente le congregazioni dall'altro clero e coprendo l'incameramento dei loro beni col magnifico disegno di una cassa nazionale per gli invalidi del lavoro, egli aveva posto la questione sopra un buon terreno colla legittima lusinga di non offendere troppo la coscienza cattolica francese.

Ma la logica della passione e dell'istinto supera sempre ogni dialettica, ed ecco la posizione del governo invertita: una legge di difesa si muta in una legge di proscrizione, la minaccia socialista richiama alla memoria le paure della prima grande rivoluzione, i conventi sono condannati, qualunque associazione religiosa diviene sospetta e perde il diritto nella legge.

La destra, unendosi ai socialisti nella violenza, volle certamente spingere il governo nell'assurdo per meglio ridurlo all'impotenza, ma la coscienza pubblica non intenderà facilmente il beneficio di una simile manovra.

Così molti anni or sono i conservatori d'Italia, per impedire l'allargamento proposto da Depretis nell'elettorato politico, arrivarono sino ad invocare il suffragio universale, sperando ingannevolmente di dominarlo.

Ma i conservatori francesi si troveranno invece, come la repubblica, in opposizione coll'idea liberale e colla tradizione religiosa; la persecuzione gioverà ai conventi anche per gli infrenabili eccessi che i socialisti commetteranno al sicuro nella nuova legge.

Già in molte città sindaci socialisti proibiscono ai sacerdoti di vestire la tonaca, il municipio di Parigi toglieva non ha guari dai manuali di scuola il nome dì Dio, e una propaganda atea, furiosa e villana, inetta e dissolvente, si vanta di arrestare ogni sviluppo, di cancellare ogni traccia religiosa sulla terra francese.

In Francia, come in Italia, il partito conservatore ha ripetuto gli stessi errori: là non volle essere repubblicano, qua francamente liberale per resistere all'onda impura, che i demagoghi sollevano dalla democrazia: in ambo i paesi, egualmente costretti ad accattare la vita in parlamento e fuori del parlamento, i governi non sanno più avere la sicurezza di un programma e di un partito; vivono d'espedienti, sminuzzano le idee, frantumano i caratteri, tradiscono sè stessi prima ancora della patria.

Eppure non mancano esempi stupendamente superbi: in quale epoca, presso quale popolo si vide mai più bella, ascendente continuità che nell'impero prussiano da Bismarck a Bülow?

Anche nell'infelice guerra contro i boeri l'Inghilterra non appare ancora come fusa nel bronzo della propria politica imperiale?

E l'Italia?

11 febbraio 1901.

I RIBELLI DELLA FEDE

Sono essi veramente tali?

Da circa un mese il telegrafo segnala ogni giorno piccole vampe e fumacchi d'insurrezioni per tutte le terre di Francia. Un dolore solleva le anime, un odio nuovo esaspera le coscienze offese nelle più oscure profondità, ove la vita comincia e finisce dentro lo stesso mistero. E come nei secoli lontani, quando l'idea religiosa conteneva ancora tutto l'intelletto civile, si veggono i più ingenui e i più timidi, i contadini e le donne levarsi armati di querele e di armi domestiche a minacciare i nuovi nemici della loro fede e a difenderne gli inermi difensori.

Perchè?

Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata, dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al disastro delle singole dinastie?

Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma si compiva, malgrado ogni rovina personale, risollevando la nazione nel concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.

Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione, che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada, possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione, Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.

La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione, che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto non potè mai essere chiarito e il suo potere, costretto a vivere di espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.

Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.

Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il poeta.

Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare, lampeggianti e sonanti come le bufere.

Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?

Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento, era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventura non bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato la fede e la speranza in un altro.

Invano dunque il recente ministero Combes, per giustificare la nuova persecuzione al clero insegnante, proclama di aver salvato la vita alla repubblica nelle ultime elezioni, per le quali si vide l'estremo sforzo di tutti i residui monarchici. Il vanto è falso, ed è fortuna per la Francia che sia tale: chè se davvero la monarchia fosse stata ieri così forte da rimettere in giuoco l'esistenza della repubblica, nè Waldeck Rousseau, il più illustre continuatore di Gambetta, si sarebbe dimesso con tanta indifferenza per il potere, nè Loubet avrebbe chiamato il signor Combes a succedergli.

La repubblica francese è invincibile all'interno soltanto perchè i suoi nemici non hanno nè tradizione, nè uomo, nè bandiere: sono larve di un grande passato vagolanti senza direzione nel presente.

La nuova guerra, o meglio forse la nuova battaglia, esprime ancora l'antico odio volterriano e giacobino contro la fede cristiana e lo spirito cattolico da un lato, e dall'altro l'inguaribile antipatia nelle anime rimaste fedeli alla tradizione patria contro lo scetticismo delle coscienze e delle opere, la negazione di ogni idealità religiosa e l'apoteosi della ricchezza e della felicità materiale, pur troppo così caratteristica nelle idee e nei costumi. I conservatori odiano la repubblica ed hanno torto, dacchè la monarchia è morta senza speranza di resurrezione: i repubblicani odiano la religione ed hanno torto egualmente, perchè essa non è nemica alla repubblica e apparve sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, una necessità della vita spirituale.

Ma la persecuzione del signor Combes non ha nemmeno la grandezza feroce di quelle antiche: è piccola nel pensiero, meschina nella parola, bassa nell'opera, senza le fiammeggianti passioni dell'odio, senza le austere virtù della necessità.

Egli ha assalito il pensiero, e il pensiero lo vincerà: vuole chiudere le scuole delle congregazioni e chiuderà invece alla repubblica e alla democrazia le anime cristiane; espelle gli educatori della vecchia fede, per la quale la Francia potè diventare finalmente la Francia, e dovrà permettere l'educazione di ogni nuova ed antica incredulità, da quella che nega la proprietà, all'altra che nega la patria; teme che il Vaticano possa rovesciare la repubblica e deve accettare per difensori di essa i discepoli della Comune; sfratta le suore votate nella purezza del loro sacrifizio alla cura di tutte le più dolenti ed abbandonate infermità, e subisce le imposizioni di coloro che vantano la perfezione del libero amore e proclamano la scuola proprietà del governo.

Ieri un colonnello a Pontivry nel Morbihan ricusò di eseguire gli ordini del proprio generale contro una casa di suore, affermandosi cristiano, e tutti gli spiriti francesi, amici e nemici, furono percossi da questa parola come da un grido di libertà. La parola esprimeva un sentimento giusto ed un'idea falsa: un soldato non discute gli ordini che riceve, un cristiano non si ricusa all'obbedienza contro un altro cristiano e sa che il cristianesimo non dipende da un capriccio di un signor Combes.

Ma è triste e bello insieme che il grido della libertà sorga dalle file dei conservatori; è brutto e triste invece che al principio del secolo ventesimo si debba ricominciare la difesa per la libertà del pensiero contro il governo della repubblica prima in Europa. Ma il pensiero vive di libertà, meglio ancora che di aria e di luce ogni altro vivente; ma non vi è più famiglia se i genitori non hanno più diritto di trasmettere ai propri figli la propria fede; non vi è più giustizia se un'opinione del signor Combes basta a sospendere la libertà d'insegnare e di apprendere, la più antica e la più necessaria di tutte le libertà.

Faranno il processo a quel colonnello e dovranno giustamente condannarlo: però dalla sua uscirà una ben maggiore condanna per coloro, che nella sicurezza della repubblica, per povertà di pensiero, per miseria di setta, per malattia di coscienza vollero sollevarle contro le anime del popolo più devoto alla riverenza tradizionale di ogni governo.

Quel colonnello è troppo piccolo forse per diventare un martire, ma il signor Combes certamente non è abbastanza grande per riapparire, nella millenaria guerra fra il pensiero religioso e il pensiero filosofico, come un pensatore armato a distruggere i templi e le rocche della fede.

Sutor, non ultra crepidam; pedone, al passo.

18 agosto 1902.

HONOR ONUS

La vecchia Legione d'onore (chiamiamola così, perchè un secolo di gloria è già passato sopra di essa) radiò dai propri quadri il comandante Renancour accusato e convinto quale autore delle tabelle delatrici contro gli ufficiali. L'atto nobile avrà forse gravi conseguenze politiche.

Che cosa è ancora, in tanta tormenta di ragione e di follia democratica, che sommuove l'assisa di ogni classe e ne confonde i costumi urtandone gli ideali e togliendo la precisione dell'antico significato a quasi tutte le parole, questa invisibile legione non mai allineata in alcun giorno, e composta di soldati che s'ignorano l'un l'altro, senza generale veramente degno di tal grado, senza gloria di battaglie, giacchè ogni sua vittoria grida il nome di un solo vincitore? E nemmeno sono tutti francesi coloro che portano all'occhiello l'emblema della sua croce. Da gran tempo il suo reclutamento varcò i confini della patria, quasi cedendo all'impulso degli ultimi impeti napoleonici, che straripavano da tutti gli argini e sorvolavano ogni barriera montana.

Honor era la sua divisa, una sola parola, che esprimeva lo sforzo della battaglia e la gloria del trionfo: ma un onore, al quale ogni uomo comunque nato, per qualunque strada procedesse, poteva giungere armato od inerme, nella conquista dell'ingegno nell'affermazione del carattere, soldato di un'idea o milite di un reggimento, eroe di una passione martire di un dovere.

E naturalmente anche questa legione, vivendo, assorbì dalla vita i veleni che guastano il sangue, le malattie che deformano il corpo: il suo numero crebbe e il suo valore diminuì: rimasta sola depositaria dell'aristocrazia cavalleresca non fu abbastanza aristocratica per accettare tutte le belle originalità della crescente democrazia, respingendo le false grandezze del patriziato decadente: i soldati vi si mantennero in maggioranza senza sufficienti giustificazioni di vittorie, i borghesi ne forzarono spesso le porte col danaro, questa suprema forza moderna, alla quale si attaccano tutti gli inferiori, che può simulare tutte le grandezze, meno quelle del genio e della santità.

E oggi coloro, che a Parigi hanno la nobile e pericolosa responsabilità di questa legione, nella quale Napoleone con lucida intuizione d'imperatore voleva adunare tutte le forze creatrici dello spirito dentro l'ordine di un nuovo patriziato perennemente sicuro, hanno sentito che una minaccia, quale non mai era stata tentata da altra insidia, comprometteva la vita e l'onore di questa estrema cavalleria nazionale. Dietro un ordine, che soltanto l'esagerazione di una collera politica può politicamente spiegare, si voleva, nell'esercito, soldato contro soldato, ufficiale contro ufficiale, uno spionaggio continuo, minuto, irresponsabile nel segreto delle denunzie, vile nella facilità dei mezzi, decente nel nome della repubblica, falso perchè ordinato da un ministero, che nella vita della repubblica non può esprimere più di un momento significando l'effimera presenza? di un partito; si voleva rotta la fede della bandiera, l'ordine della gerarchia, la nobiltà del carattere, che per affrontare la morte sul campo di battaglia ha bisogno di sentire nel compagno vicino un fratello d'armi pronto a morire per ogni altro fratello prima ancora che per la patria.

Perchè tale spionaggio? La scusa era quella eterna di tutti coloro che governano e identificano sè stessi col governo e questo colla patria. Qualunque sia il giudizio che la storia darà un giorno del ministro e del ministero Combes, questo è almeno certo fin d'oggi: che nella difesa della repubblica, così poco minacciata che non un atto di ribellione scoppiò da una città o da una campagna, una politica unilaterale, vigorosa ma violenta, sicura ma soltanto di una rigidezza personale, oltrepassò i confini di ogni libertà, determinando la coalizione di tutti coloro che per ragioni residuali di vita e di storia non avevano ancora accettato sinceramente il regime repubblicano.

Eppure sarebbe stato facile pensare e sentire come nel paese di Francia, saturo ancora di tradizioni regie, malgrado i due enormi sommovimenti della rivoluzione e dell'impero, che scoprirono al sole con nuovi incolmabili solchi più vecchi strati di terreno, non era questo nè il tempo, nè il modo per conciliare animi e interessi diffidenti alla repubblica. L'esercito francese, ancora sotto la vergogna dell'ultima sconfitta tedesca, mentre il suo avversario grandeggiava, aveva bisogno di rifarsi una fede e di preparare una gloria: la Francia e la bandiera bastavano a tutti i cuori: nessuno pensava a pronunciamenti: non v'erano eredi regali, non pretendenti venturieri.

Monarchia e impero, morti nel disonore, non potevano più risorgere, e soltanto la cecità dell'odio politico era capace di sognare così stupefacente miracolo.

Invece si volle che la repubblica fosse il ministero Combes e chiunque per sentimenti o convinzione dissentisse dalla politica attuale, malgrado gli errori e le insufficienze di ogni politica ministeriale, fosse nemico della patria, pronto ad insorgere per gittarla vinta, disonorata, legata ai piedi di un re. Quale? Ma se i monarchici stessi non lo sanno! Dalle rovine dell'impero la figura sola di Napoleone I sale e sbarra l'orizzonte: egli è là da un secolo, solitario come uno scoglio, sotto il quale si rompono indarno le ondate della nostra democrazia: solitario, pallido, enorme, muto.

Gli storici non hanno ancora decifrato il suo enigma, i popoli lo guardano e lo guarderanno lungamente con un senso involontario di ammirazione e di sommissione.

E dall'altre rovine monarchiche? Sono rovine? Appena un fumo grasso, sottile evapora, a provare che la terra non ha ancora digerito tutto il concime del loro piccolo cumulo: non una linea di architettura vi rimane ad accennare una bellezza, non un frammento di statua a testimoniare, se non di un re, almeno di un uomo.

Honor, onus; la vecchia Legione francese ha sentito nel proprio onore il peso di quell'altro, l'onore dell'esercito, l'onore della Francia. Un soldato non può fare la spia che in avanscoperta contro il nemico, arrischiando la propria vita per strappargli il segreto della imminente battaglia: politicamente lo spionaggio è necessario come la menzogna e magari il tradimento, ma nessuna politica difettò mai di spie, nessuna ancora, per l'onore della storia, ne cercò nell'esercito.

Vi è una poesia indispensabile alla vita, una nobiltà senza la quale nessuna democrazia può crescere.

Se domandate ad un soldato: dimmi quali sono i sogni politici del tuo compagno, dimmi la sua opinione segreta sopra i superiori, affinchè possa cacciarlo dalle file; e quel soldato risponde; ebbene, egli primo deve uscire, egli certamente è indegno di appartenere all'esercito, non ha carattere repubblicano, non ha pensiero politico.

Ricordate Turenna? Il vecchio maresciallo, uscito dalla tenda, si era sdraiato entro un fosso in una radura del campo. Era d'estate, una notte serena, senza luna, nè stelle: un gruppo di giovani ufficiali sopravvenne ciarlando, dicendo al solito malissimo del maresciallo e degli altri generali. La conversazione s'accalorava, s'inveleniva.

Allora il vecchio si levò:

— Andate più lungi, miei signori, il maresciallo potrebbe udirvi.

Turenna non era che un eroe: i grandi politici invece sanno interrogare il silenzio e hanno poco bisogno di spie.

17 gennaio 1905.

UNA VISITA

Barrès è candidato alla Accademia francese.

Riuscirà dove Balzac e Zola fallirono, l'uno avendo pur conquistato alla Francia la sovranità dell'arte moderna sul mondo, l'altro avendo regnato nell'arte del proprio tempo come un tiranno plebeo e massiccio, duro ed onesto, violento sino allo scandalo e novatore più nella volontà che nel pensiero? Ovunque e sempre le accademie non furono un indice sicuro nè del valore negli eletti, nè del giudizio fatto su loro dal pubblico.

Maurizio Barrès è oggi in Francia forse l'ingegno più individuale: vi è qualche cosa del suo nome nella sua anima, una sbarra di acciaio, luminosa e sonora. Non saprebbe piegarsi senza rompersi: nulla ha potuto appannare la sua brunitura: è sottile e penetrante, un'arma e un ostacolo: come tutte le armi ha la frenesia di uccidere, come tutti gli ostacoli la superbia di essere infrangibile.

Egli è un solitario, sdegnato, insolente, che domanda sempre alla propria superiorità la giustificazione della propria opera: campione dell'individualismo, adora in sè medesimo il più compiuto degli individui: sogna nel passato e ne getta i sogni all'avvenire come una rivelazione.

Per lui il mondo non vale la Francia, anche quando nella febbre malarica delle polemiche insulta come un figlio la madre: per lui la salvezza di oggi e di domani è nell'energia della coscienza individuale contro l'incoscienza democratica delle masse, alle quali l'elettorato rimise il comando della politica, prima che la tradizione ne avesse loro appreso la profonda, sovrana abilità.

Come molti, troppi forse, Barrès è un ribelle alla piazza: detesta le sue elezioni, i suoi capi, i suoi programmi immediati e voraci, la volgarità delle sue conquiste, la brutalità delle sue negazioni. La sua fede anzi è una negazione del volgo, sul quale vorrebbe regnare come un imperatore e non sa; e vorrebbe forse trattarlo, come già fecero Giulio Cesare e Napoleone, gettandolo all'aria quale un pulviscolo fecondatore, gittandolo nelle fauci della morte quasi un'offa, per guadagnare il passo supremo nella tragedia di un'idea e di un'epoca.

Egli è nazionalista e patriota: un vizio e una virtù.

Nazionalista, odia la repubblica e non ha una monarchia, perchè la monarchia è così morta da gran tempo nella Francia, che non vi si veggono neppure più i resti del suo cadavere. Patriota, la sua patria è l'individualità della Francia alta sopra sè stessa e contro il mondo: una Francia vibrante di originalità e di creazione, vivente di applausi e d'incensi, rossa di lavoro e di passioni, insaziabilmente capricciosa, e così dama da non volere, non accettare se non ciò che è signorilmente bello nell'idea e nella forma.

Dio stesso non poteva passare attraverso l'anima e le pagine di Barrès che come il più alto degli individui: pensiero diventato volontà nella creazione, giustizia di giustiziere nella storia, provvidenza di primogeniture e di elezioni nella vita. Quindi egli ha pensato, scritto, ma non mai operato, in un sogno di grandezza che talvolta arrivava all'empietà: ha vantato tutto, i fantasmi della potenza, imperatori e gesuiti, i santi e gli eroi; sentinella di confine sempre colla spada nel pugno e la lanterna accesa la notte, cavaliere di torneo coi colori della Francia nella fascia e la frenesia della vittoria negli occhi; poeta nella prosa come pochissimo nel verso; originale non nell'idea ma nel sentimento, vivo ancora più nell'accento che nella parola.

I suoi libri hanno lo squillo della diana: sferzano i desti e i dormienti, gridano la battaglia e vantano la morte per passione di vita.

L'accetteranno all'Accademia?

Ne dubito.

Egli non è un grande, ma un vivo: Rostand, invece, non vi è nemmeno un morto, poichè non visse mai in nessuna delle proprie figure e i suoi versi stanno alla poesia come il tamarindo al vino.

Ma Barrès ha dato la vita a qualche fantasma: ricordate i paesaggi di Aigues-mortes, i Deracinés, quella pagina rovente, lugubre, spaventevole contro Dreyfus, quando condannato gli strapparono i galloni dinanzi ad una compagnia di soldati pallidi di collera e di silenzio: una pagina che è un capolavoro e basta sola all'immortalità di uno scrittore? Quanti in Italia ne hanno scritto una simile? E non parlo dei letterati gloriosi e glorificanti la scuola, ma degli artisti, dei poeti, degli scrittori veri, saliti nella vita e per la vita, rinnovando, creando quello che in Italia non c'era, la lingua, lo stile, la figura, la parola vivente.

Adesso i giornali francesi attaccano Barrès: il Matin gli rinfacciava ieri quel magnifico opuscolo. Una visita sopra un campo di battaglia: ed è giusto: nello scorcio di quel libretto vi è tutto Barrès. Egli vanta la guerra, la strage dei soldati morti per difendere la Francia contro la razza tedesca: l'odore della polvere e del sangue lo ubbriaca, le ferite sanguinano eloquentemente, i feriti hanno una maestà che domina la vita e la morte, i morti composti nella eterna bellezza di un quadro trionfano immoti.

Eppure Barrès non sa o non vuol sapere che il suo individualismo, così intrattabile ed imperatorio, è cliente di un tedesco ben più altero, e poeta e filosofo originale, Federico Nietzsche. Questi è l'avversario di Carlo Marx; egli solo ha saputo rispondere alla esagerazione del sistema socialista con un'altra esagerazione, che involgeva e sollevava tutta l'anima umana in una religione e in una idolatria dell'individuo in mezzo a tutte le bufere della vita, fra i più vasti orizzonti della storia, fin sulle cime più inaccesse del pensiero.

Tale risposta era inevitabile, poichè la legge del binomio domina vita e storia.

E dopo Nietzsche pullularono ribelli ed individualisti, la moda vi si mescolò, la ribellione alla piazza fu un nuovo vanto aristocratico, l'originalità di chi non ne aveva un'altra, la volgarità degli ultimi falsi eletti contro il volgo, che saliva scomposto, deforme, informe forse, ma saliva e giustificava colla forza incontrastabile della ascensione il proprio diritto.

Non vi è originalità nè verità contro la massa e il ritmo de' suoi periodi: il genio supera la folla e non la nega, l'eroe serve il popolo e non lo schiaccia, l'individuo per diventare grande deve esprimere non sè stesso ma una gente.

Che cosa resterà dei libri pur così belli di Barrès?

Che cosa resta degli incendi?

21 novembre 1905.

INUTILITÀ

L'altro ieri si è chiuso a Roma il congresso dei liberi pensatori, e adesso ancora molti, fra i pochi che pensano, si domandano curiosamente perchè mai si sia aperto. Certo la libertà del pensiero è la stessa libertà della vita, come questa invincibile attraverso le fasi di tutti i tempi e le tragedie di tutti i popoli, più profonda di ogni legge e più forte di ogni volontà.

Il pensiero non può essere imprigionato, nè mutilato: dal suo mondo invisibile esso impera sui mondi, che la sua forza ha realizzato nelle formole della più ortodossa metafisica, o che esso soltanto può intendere gradualmente secondo le filosofie materialistiche: ma sempre e per tutti il pensiero è l'essenza sovrana della vita, l'unica superiorità dell'uomo sopra i suoi simili.

Ma il pensiero ha per rivale il pensiero, ed ecco la storia de' suoi conflitti sui campi di battaglia e nelle scuole, nei templi e nelle aule, sulle alture della poesia, dalle quali i poeti si scagliano le frecce avvelenate dei versi, e sui culmini della scienza, dalla quale i filosofi precipitano colla frenesia imperiale dei sistemi, per i deserti luminosi dei cieli che Dei e sacerdoti incendiano di lampi o scrollano coi tuoni, perchè sulla terra i terrori si aggruppino alle speranze, e la fede si rinfiammi nella purità della propria luce.

A Roma il congresso ha chiacchierato di molti temi, ma non ha parlato che contro il Vaticano, come il papa, che adesso vi abita e non vi regna più, potesse ancora interdire al pensiero il volo verso certi orizzonti, o proibire nelle sue varie e multiple espressioni alcune parole o qualche forma.

Gli oratori, e alcuni erano illustri davvero nelle scienze, si davano il cambio alla tribuna, le voci mutavano, ma quel rimprovero al passato di Roma papale cresceva sempre di tono, si acuiva quasi in uno spasimo di vendetta, quando dalle lontananze medioevali della storia gli echi rimandavano ancora i gemiti dei primi martiri dell'incredulità, e la fiamma, che arse Bruno, pareva riavvampare nel sole sulle vetriate del Collegio Romano. I rappresentanti francesi, al solito i più eloquenti, vibravano della passione patriottica aizzata dalla guerra, che il presidente Combes ha scatenato contro tutte le congregazioni, ree di avere pazzamente sognato per l'ultima volta di rovesciare la repubblica nel nome di una monarchia già da troppo tempo tramontata nella storia, per un fantasma di re, al quale non hanno saputo ancora dare nè un nome nè una bandiera. E nel tumulto della eloquenza, colla ingenuità caratteristica di tutte le folle adunate da una qualche idea, fra applausi che scrosciavano quasi chiome d'alberi al vento, si è affermato che Giordano Bruno, un errabondo dilettante di filosofia e un artista insignificante, fu il martire più illustre della libertà intellettuale e il pensatore più efficacemente decisivo nell'opera della modernità: si disse che la breccia di porta Pia fu la suprema vittoria del pensiero laico contro il pensiero religioso, mentre quello aveva già ovunque superato tutti gli ostacoli di questo e per la piccola breccia, una fessura che il sangue di pochi soldati arrossò appena, non salì che la nuova monarchia nazionale d'Italia, non a spegnere in Vaticano l'idea cattolica, ma ad occupare soltanto il palazzo estivo dei papi, proclamando finalmente dal Campidoglio la trionfante unità della nostra storia.

La guerra fra il pensiero che crede e il pensiero, che solamente sa, non ebbe in Roma peggiori rappresentanti che altrove, e oggi non ne ha più alcuno di temibile: il papa non regna sull'Italia, e forse ne è contento in silenzio, considerando l'impossibilità materiale e morale di riconquistare il minimo regno; non abdica perchè le religioni non lo possono; riafferma tratto tratto nell'ambiguità di qualche vecchia frase il vecchio diritto, e mira soltanto a difendersi, a vincere col nuovo, che la nostra libertà gli ha largito.

Il pensiero davvero libero consente tutti i pensieri, accetta tutte le religioni, permette tutte le scienze, indulge a tutte le politiche, sorride a tutte le arti, si giova di tutti i mestieri; lascia liberi e vivi tutti, perchè la vita solamente è giudice della forza e della verità in un'idea o in una forma. È inutile ed assurdo proibire l'insegnamento religioso, bisogna invece vincerlo coll'insegnamento laico, lasciando alle coscienze libertà d'istinto e di riflessione, di scegliere o di ricusare; è assurdo proclamare che la repubblica sola può dare l'integrazione finale del pensiero, giacchè la repubblica ne è soltanto un momento e una ganga; è vano minacciare ancora il cadavere del papato così ben morto, che dopo una vita lunga e gloriosa non ha ancora trovato un grande poeta per cantargli le esequie e un grande scultore per scolpirgli un sarcofago. Il papato temporale, ucciso da Mazzini colla classica scure della repubblica romana, sostituito per volontà di plebiscito dalla monarchia di Savoia, è ormai così lontano nella storia e nella prospettiva della nostra coscienza, che quanti ne parlano tuttavia non l'intendono più.

Se per un impossibile miracolo potesse risorgere, i primi a dolersene sarebbero forse i preti e i clericali, già abituati anch'essi alla larghezza delle nostre libertà politiche.

Invece l'idea cristiana e quella cattolica sono più vive di prima, così vive che giorno per giorno allargano la propria conquista e la propria unità: il cattolicismo ha oramai ripreso al protestantesimo il maggior numero di province, e gli insidia le capitali: il cristianesimo è ancora la sola religione che si diffonda e cresca nel mondo. Contro di essa le negazioni della scienza non bastano, gli attacchi dell'anticlericalismo non giovano; il mondo della fede non è quello della natura; tutto quanto la scienza sa non basta a quanto l'anima chiede dalla religione: un Dio non soccombe che ad un altro Dio; l'ateismo non sarà mai popolare, perchè l'egoismo e la miseria umana hanno tutto da guadagnare nel sogno di un paradiso.

Bisogna contrapporre scienza a scienza, fede a fede: e soprattutto credere nella libertà, che consacra l'indipendenza di tutte le idee e di tutte le coscienze.

Renan, l'indimenticabile incantatore della parola, e che nel secolo decimonono forse fu il più libero fra tutti i pensatori, trovò per sè e per gli altri questa formola di indulgenza e di libertà: «Discutendo io sono della opinione del mio avversario».

Perchè?

Perchè avversario avrebbe potuto nascere lui medesimo, e avrebbe voluto che gli altri gli dessero ragione.

27 settembre 1904.

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