VII PUNTE SECCHE
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I DEICIDI
Mentre per la vasta Russia, nelle città e nelle steppe, attraverso immense distanze di luogo e di civiltà, latra il mostro della guerra spaventando anche coloro che più pensano, giacchè il problema orientale è ugualmente profondo per tutti, un altro rumore più sinistro ricomincia nei paesi, che videro ieri le ultime stragi degli ebrei.
La vendetta caduta nella stanchezza e nell'ebrietà del sangue, sembra risollevarsi quasi all'eco degli appelli guerreschi, sferzando la nativa ferocia dei contadini e dei più bassi operai, pei quali l'ebreo rappresenta il nemico della vita, colui che crocifisse Gesù e ancora inchioda sopra una croce invisibile tutti i più miseri.
L'ebreo è nel popolo russo un fantasma di odio e di dolore: a lui, più infelice di coloro che lo perseguitano, sale da tutte le anime la maledizione che dispera e urla nello spasimo della propria impotenza. Tutto quanto colpisce e ferisce la vita è opera del l'ebreo venuto non si sa donde, anche se da oltre un secolo la sua gente si sia fermata su quella terra; perchè l'ebreo non è agricoltore, e la sua piccola industria non crea, il suo commercio è un mistero, la sua moneta un'arma, il suo aiuto una morte. Il contadino, senza danaro anche nell'agiatezza, non ne trova che presso gli ebrei: non vi sono banche sufficienti, e quelle aperte non hanno numerario pari al bisogno; poi la banca è in mano ai signori, al governo, ai forti, dei quali il popolo diffida, perchè non amano il popolo e temono magari la sua ascensione. L'ebreo solo è la banca della gente minuta, e osa prestare rifacendosi dei rischi sui frutti: con lui, per lui tutto è pegno: la sua usura insaziabile è condiscendente: egli presta come ad un nemico, che si offre prigioniero, ma il prigioniero, lasciandosi mettere il laccio al collo, serba libere le mani. Che una parola incendii un discorso, una bugia inventi un delitto, una tragedia si riveli improvvisa nella miseria di tutti, e tutte le mani si alzeranno a maledire e a percuotere questo nemico anche di Dio, escluso da tutti gli uffici e non difeso da alcuna legge: egli è solo ovunque fuorchè nella propria casa, non ha parenti, un partito, un'idea, una parola per difendersi. Sarà accusato di tutto, forse appunto per la sua vita da tutti divisa: si dirà che uccise lo czar Alessandro II, che portò il colera dall'oriente, avvelenò l'acqua dei pozzi, propagò le malattie col malocchio, violò i morti e invocò sulla Russia tutte le maledizioni della natura, immolando un bambino in un rito fantasticamente segreto e mostruoso.
Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso anonimo confonde vittime ed assassini.
Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia, la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi dello Svod Zakanof, che si può riassumere così: tutti sono liberi di fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province, ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta anche temuto.
Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla. Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara, squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime: escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure, portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve, il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino al sinodo, fino alla corte.
Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si nasconde con lui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo. Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre una rivincita per i forti: basta aspettare.
L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.
Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il regno di Sionne?
Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi, stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione, domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere, arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.
Ma non possono creare.
La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte, nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no. La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo destinato ad atteggiare un quadro nella umanità: bisogna che questo popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o una formola essenziale.
Il danaro non crea.
Questa arme, che li ha difesi sempre, salvati spesso, tolse loro la potenza degli altri strumenti: adesso, nell'attuale periodo di civiltà e di libertà industriale, gli ebrei guadagnarono già e giustamente tutte le cime, coprono tutti gli uffici, e subiscono senza accorgersene la prova suprema.
Resisteranno o si trasformeranno?
Le estreme persecuzioni russe sono meno pericolose della nostra buona condiscendenza per la loro razza e la loro fisonomia. In Italia, per esempio, non vi è antisemitismo, e ciò basterebbe a far pensare bene del nostro tempo; eppure nella nostra recente rivoluzione gli ebrei non seppero tagliarsi una parte, esprimere un eroismo, significare una poesia.
Vennero dopo: e che restino!
Il nostro popolo, che non li ha mai odiati davvero, adesso stenterebbe forse a riconoscerli nella uniformità della folla, se un istinto segreto, indefinibile, più sottile di un profumo, più indeterminato di un ricordo non lo avvertisse.
Vi è una separazione di razza, una differenza di anime, che tolgono ancora la perfetta fusione: forse l'antica morte di Gesù?
Pei credenti; ma per gli altri?
La risposta non sarebbe difficile, ma una domanda mi sovviene, udita da gran tempo in un crocchio di giovani artisti: parlavano di ebrei; improvvisamente un poeta, lo chiamavano così, proruppe:
— Potete voi immaginare Mazzini e Garibaldi ebrei?
31 gennaio 1904.
L'EROE
La sua figura sale meravigliosamente dallo sfondo lontano dell'Africa come una di quelle fiamme, che i popoli antichi accendevano sui monti nunziatrici di vittoria.
Chi è? Chi era?
Un ignoto, un uomo cresciuto come quasi tutti i suoi soldati fra i campi, in una casa rustica, in una famiglia forse più rustica ancora; probabilmente non aveva mai pensato di fare la guerra e di dovervi comandare generale, rivelandosi nella più semplice ed originale bravura di un eroe. Adesso il suo nome, De Wet, rapido e breve quanto gli ordini del suo pensiero e le continue imprevedibili battaglie, suona terribile a tutte le orecchie inglesi, supera l'odio di guerra, e s'impone collo stupore d'incessanti catastrofi all'imperiale orgoglio britannico, forse il più vasto e alto dacchè il mondo dimenticò quello di Roma. De Wet è il solo nemico nelle fantasie inglesi esasperate da una guerra cominciata imprudentemente come un giuoco, proseguita con inevitabile ostinazione, non finita ancora per una incredibile virtù di popolo sorpreso in un immenso territorio da una prepotenza troppo sicura di sè, e mutatosi come dentro una improvvisazione teatrale in un esercito senza nome, senza assisa, senza tradizione, senza disciplina, con armi d'accatto, con generali estemporanei, con bande mobili come il vento, effimere e sempre presenti come i miraggi nel deserto.
Joubert ha potuto morire, Kruger esulare, Cronye essere vinto e trasportato a Sant'Elena, quasi a significarvi, per l'istinto drammatico della storia, la più plastica delle antitesi con Napoleone I; le piccole legioni straniere, accorse per impeto di poesia e di avventura al Transwaal, si disciolsero, l'Europa parve stancarsi persino nell'ammirazione di tale guerra inverosimile in ambo i combattenti; ma la guerra proseguì, si allargò minuta, continua, rinnovando ogni giorno un capolavoro d'improvvisazione, risolvendo il proprio problema soltanto coll'insistervi.
E De Wet, sempre De Wet: egli è il boero della realtà e della immaginazione: la sua strategia e la sua tattica non somigliano ad alcun'altra: appare, urta, dilegua; vincitore o vinto è sempre egualmente inafferrabile, i generali inglesi davanti a lui sembrano bufali pesanti che caccino una tigre, o, peggio ancora, accademici vecchi dietro la pista di un poeta per sorprendere il suo segreto e sopraffare la sua ispirazione.
Indarno.
I grandi giornali inglesi, che insultavano i boeri, adesso si lasciano sfuggire le più inconsapevoli frasi d'ammirazione; pensano e scrivono tristamente che il loro esercito, maggiore di numero che non tutta la superstite popolazione nemica, da due anni offre al mondo il più attristante e grottesco spettacolo di impotenza crudele e di superbia umiliata.
Si mutarono generali e marescialli, ma non mutarono le sconfitte; dopo lord Roberts, Kitchener, il vincitore del Mahdy, il profanatore della sua tomba, il leone africano che doveva rinnovare la virtù feroce e il trionfo di lord Napier; e indarno ancora.
De Wet entra nella colonia del Capo, sberta l'esercito preponderante del generale Knox, annichila un grosso distaccamento di quello quasi personale di Kitchener, e ricompare improvviso come un ciclone nel Doornberg.
Knox e Bruce Hamilton l'inseguono in una caccia disperata ed inverosimile, ma De Wet sfugge senza fuggire, si batte, valica monti, guada fiumi, esaurisce immense pianure, lieve e tremendo come un sogno, finchè piomba sul colonnello Crewe e lo sbaraglia, lo cattura con tutta la sua colonna. Intanto i giornali inglesi aspettavano impazienti il dispaccio di Kitchener, che annunziasse De Wet prigioniero, e l'Europa ascoltava nuovamente stupita le risposte unanimi di tutti i generali boeri alla domanda di Kruger, s'egli dovesse finalmente trattare di pace: no. La guerra ancora, sempre la guerra, sino alla libertà o almeno alla morte di tutta la nazione.
I boeri rimandarono liberi i prigionieri, essendo troppo poveri per poterli mantenere, e seppellivano i morti nemici cantando salmi biblici sulle fosse: e gli inglesi invece addensano come armenti le inermi popolazioni, vecchi, fanciulli, donne, in campi trincerati, perchè la fame e la peste li decimi.
Così sperano isterilire l'eroica vegetazione; strappano virgulti e radici, fiori e frutti, colla crudeltà inutilmente dotta del loro liberalismo, colla logica spietata del mercante che accetta tutto fuorchè di perdere la propria ricchezza.
Ma l'immenso impero è ferito al cuore.
Gl'imperialisti non compresero che, a distanza di un secolo, l'insurrezione boera riproduceva quella degli Stati Uniti: ancora un mondo che nasceva, e l'infanzia di un mondo non potè mai essere soffocata. L'Inghilterra non ha rivelato in questa ormai lunga crisi nè un generale nè uno statista: Roberts, Kitchener, Rhodes, Chamberlain sono figure secondarie di un dramma, nel quale l'Inghilterra è lo sfondo e il Transwaal occupa tutta la scena: le figure eroiche, originali, sono tutte boere. Contro di esse non contano nè il numero dei reggimenti, nè quello dei generali, nè i miliardi, nè il complice abbandono dell'Europa, nè il ridicolo silenzio del nuovo tribunale istituito all'Aia, nè la fedeltà di tutte le colonie imperiali disseminate nel mondo.
I boeri sono la prima nazione europea nell'Africa.
Per il loro territorio, non molto più piccolo dell'Europa, le locomotive correvano già fischiando alla solitudine e al futuro; le loro rade città, emergendo come isole sopra un immenso mare, erano stazioni di una civiltà simile alla nostra; nessuna invasione era possibile contro di essi, perchè ogni vittoria non avrebbe lasciato all'invasore che il campo di battaglia.
Così fu, i cavalli puro sangue, tanto vantati nelle corse, non seppero su quelle terre e sotto quel sole inseguire i rozzi cavalli boeri; poi l'esercito inglese era ricco ed aveva bisogno di troppe provviste, di troppe salmerie, di troppi impedimenti, secondo la classica parola di Cesare. Mentre la fanteria inglese sparava ciecamente per masse, i boeri, primi fra tutti i tiratori del mondo, tiravano sempre e prima agli ufficiali, disorganizzando così la disciplina dei reggimenti, che senza capi cadevano dall'ordinanza automatica nel disordine dello sbandamento.
Adesso la nostra lunga preparazione militare nelle caserme non è più una superiorità sicura, e Tolstoi, il veggente russo, deve aver sorriso vedendo laggiù, nel fondo dell'Africa, confermato il suo unico ed ironico aforisma militare: nella battaglia vince soltanto il soldato che più tarda a scappare.
Gli inglesi evidentemente non tardavano abbastanza.
Noi credemmo troppo finora alla divisione del lavoro, alla supremazia del progresso ottenuto colla diffrazione atomistica delle specialità: storia e scienza invece si rinnovano quasi sempre per sintesi, creando forze nuove solamente col raggruppare le antiche.
Garibaldi non era un generale per tutti gli altri cresciuti nelle caserme, e compì imprese, che ad essi e al mondo parevano ragionevolmente un sogno; De Wet non è generale per i marescialli inglesi, che non sanno vincerlo, e la sua figura domina l'Europa apparendovi dentro una luce di poema.
Ieri trecento tedeschi, tutti come lui battezzati col nome di Cristiano, ordinarono ad uno scultore il busto dell'eroe sopra un'erma in atto di ricevere da un dottore germanico l'omaggio dell'ammirazione europea; l'idea non è molto bella, e nemmeno forse lo sarà l'opera d'arte, ma il suo significato dovrebbe essere evidente per l'Inghilterra.
Quale de' suoi maggiori uomini politici potrebbe essa proporre all'ammirazione del mondo?
Chamberlain forse?
A noi italiani basterebbe ricordarci di Catilina per trovare in un bandito parlamentare una figura ancora più terribile nella cinica impassibilità di una falsa politica mercantile.
E quando un popolo in una guerra è senza eroi, la sua storia può proseguire ancora, ma non sale più.
1 dicembre 1902.
IL VINCITORE
Lo è davvero?
Intorno a lui suonano gli applausi lunghi di tutto un popolo, come ad uno di quegli eroi, che nei tempi antichi riassumevano nella propria vita una epopea e, balzando improvvisamente dalla catastrofe, apparivano quasi nella gloria d'una rivelazione.
Perchè con Chamberlain, presso di lui, sotto di lui, ha lungamente trepidato nell'angoscia di un dissolvimento l'anima dell'impero inglese; un impero vasto come un sogno, vario come un mondo, unificato da una piccola isola lontana, dominato da mercanti, illuminato da innumerevoli fari di civiltà, a distanze immense, intorno ai quali rincominciano le originalità di nuovi popoli. Chamberlain fu l'eroe borghese della guerra ai boeri, preparata come un affare, eseguita come una conquista, colla soppressione di una piccola gente così stupefacente nella semplicità primitiva del proprio valore, che oggi ancora la nostra dotta esperienza della storia non sa trovarle un paragone.
Il problema era massimo nell'Africa, e due razze colonizzatrici vi lottavano, Olandesi e Inglesi; e la vittoria doveva assegnare col primato la dominazione futura, nello sviluppo della civiltà europea, per l'enorme vastità australe del continente nero.
Quindi parve e pare ancora a quasi tutti che l'Inghilterra abbia vinto.
Certamente la guerra era inevitabile per l'impero e qualunque atto remissivo sarebbe sembrato un segno di debolezza, provocando nuovi istinti di ribellione in altre colonie oramai mature ad una vita autonoma. Bisognava profondere il sangue e il danaro, e questo avrebbe pagato quello: nessuna generosità di sentimento o di pensiero era possibile in questa guerra, nella quale l'idealità imperiale spariva dietro al tumulto feroce di interessi immediati: la finanza dominava la politica, ma una finanza volgare ancora più che quella di Roma nei tempi ultimi della repubblica, e palese nelle sue combinazioni più profonde, imprudente nelle sue contraddizioni più infami.
Ma la vittoria, come sempre, fu una rivelazione.
Il popolo inglese non aveva più le antiche virtù militari: il suo esercito mercenario sembrò composto d'impiegati, nei quali il crescere delle paghe diminuiva naturalmente la tragica passione delle battaglie: nessun generale seppe strappare una vittoria o trarre una qualunque gloria da una sconfitta: a Londra, nelle massime città, i bollettini della morte gittavano a ondate ineffabili paure, e quelli falsi dei trionfi suscitavano gli entusiastici deliri, le affannanti acclamazioni della gente, che non sa più essere severa con sè stessa, nè davanti alla vita, nè davanti alla morte.
E dopo Gladstone e Disraeli, il fondatore e il rifornitore dell'impero, Chamberlain ne fu il campione aspro, rigido, ironico, col pensiero lucido come un calcolo, la parola tagliente come una spada: mercante dominatore di mercanti, azionista fra i finanzieri della guerra, insensibile alle accuse e sicuro di vincere gittando tutta la ricchezza inglese sopra un piatto della bilancia, mentre sull'altra il piccolo popolo boero non poteva mettere eroicamente che la propria vita e la propria morte.
Ma non si muore forse alla storia quando si sa andare così incontro alla catastrofe: nessuna arra è migliore per l'avvenire che l'abdicarvi superbamente piuttosto che venir meno a sè stessi.
I boeri infatti non cedettero che esausti, quando le loro bande non erano più che ombre erranti per deserti, e le loro città silenti come i cimiteri.
Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.
La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.
I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera, nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, fin dove il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e quelle del ritorno alla ricchezza.
Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può dare una garanzia di apparenza.
Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche, deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli, l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad essere il campione cointeressato di una finanza, la quale nella guerra d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.
Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza; la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano nei mari lontani.
Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni della City, che svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico: egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo vincitore.
Ma chi avrà perduto?
18 marzo 1903.
IL TESTAMENTO DI CECIL RHODES
L'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto, e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace. Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.
Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della propria idea e sicuro nella grandezza del suo risultato, rimaneva pur sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.
Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca delle signorie.
Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè medesimi.
Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali, nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio militare.
Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria, e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso, Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa necessità e questa gloria della grazia femminile, avrebbe falsato la fisonomia del condottiero.
Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili, imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei fondatori d'imperi.
Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale: Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.
La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna potenza di uomo.
Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica originalità dei boeri.
Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità. Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua fantasia nella storia.
Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve anzitutto non essere personale.
Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano, non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono, e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato nella grandezza e assurdo nell'impotenza.
Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole, istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata e nella pubblica vita dal proprio danaro.
Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra, imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari, retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.
12 aprile 1902.
ZANARDELLI
Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni, nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel parlamento.
Ed egli non era che un parlamentare.
Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando col l'importanza del grado politico il valore della propria opera professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime. Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse nell'abilità d'incettare i voti e di preparare gli scontri; ma quegli e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal potere.
Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.
Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso, così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri: incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze, Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.
Zanardelli rimase quasi ignorato.
Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua parola aveva come paura delle cose e cercava soltanto le parole; la sua eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.
Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo, perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale doveva poi comporre il più inane dei ministeri.
Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.
La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa, imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di nazione e di corte, responsabilità di ministeri e di partiti, errori di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono, Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o morire della loro morte.
Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa della monarchia alla democrazia.
Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti, nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.
Ma l'insegna era gloriosa.
Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo campione liberale.
Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse l'urgenza di tale nuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di atteggiamenti.
Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare, letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una musica.
Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà farsi ascoltare?
10 gennaio 1904.
IL MINISTRO
È rude, forte, alto, non grande.
Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.
Egli stesso non ne ebbe mai uno.
Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto perchè nessuno oramai credeva più a nulla.
In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo gettò nella voragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale onestà.
E questa potenza lo sorregge ancora.
Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è presidente dei ministri per la seconda volta.
Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.
Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione, un baratro. Pelloux, non uso come generale alle vittorie cruente, come ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino, che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito scoppiando più furiosa sopra di lui.
Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.
Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.
La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane, fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di credere al popolo e di essere da lui creduto.
Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.
Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un compare.
Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condotto con sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero: Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.
L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del grande, invocato poema moderno?
Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari; ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del popolo, il consenso dei partiti radicali.
E potrebbe anche essere vero.
Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora più insufficiente che indispensabile.
Egli invece non ne ha altra.
Manca a lui la severità nel pensiero, l'orgoglio nel carattere, la potenza nel sangue: può girare un ostacolo, non rovesciarlo, discendere a tutte le compromissioni per vivere un giorno di più senza diventare prigioniero dei propri alleati, ma probabilmente non li dominerà mai abbastanza per servirsene come di strumenti. La sua parola abile, breve, spesso precisa, non ha l'accento che esalta, il giro che allaccia, la sonorità che soggioga; nessuno gli crede, benchè tutti lo accettino: è un furbo, e i soltanto furbi sono piccoli; governa, e oggi i grandi ministri regnano: ricordate Waldek-Rousseau e Chamberlain: vedete Bülow. Crispi è ancora odiato; Giolitti non lo sarà mai: tanto peggio per lui.
Non si stringe nel pugno tutto un popolo senza farlo gridare, e spesso nella politica, come fra amanti, il grido dell'odio non è che uno spasimo d'amore.
17 gennaio 1904.
I CATTOLICI ALLA CAMERA
Pochi forse concorderanno in questo mio giudizio storico.
Appena la camera si riaperse nella novità della vittoria popolare, che sembrava avere mirabilmente aumentata la forza e il numero della falange democratica, una collera ardente fra ringhii ed urla investi il manipolo cattolico, tentando di imporgli l'anatema del libero pensiero e la suprema condanna della patria oramai sicura di sè medesima sopra Roma capitale d'Italia. I modi violenti dell'estrema sinistra non erano più da gran tempo una novità parlamentare nè in Italia, nè all'estero: il suo programma, la sua origine, la dottrina plebea, l'inevitabile sofisma di credersi e di doversi credere unica rappresentante del popolo come classe la più numerosa e la più vera, la volgarità nativa e spirituale della maggior parte dei suoi membri, e sopra tutto il bisogno inconfessabile ma evidente di parlare alla camera per provocare lontani echi di piazza, spiegavano fin troppo questo primo scontro.
Il manipolo resistette, qualcuno ribattè l'ingiuria colla ingiuria, uno solo si levò alteramente ed affermò fra lo stupore contenuto di tutti, che i cattolici accettavano anch'essi Roma capitale d'Italia.
La risposta era decisiva e superava come un razzo luminoso il chiasso e l'ombra ondeggiante nella sala; si tentarono ancora dai più clamorosi fra i nemici repliche e smentite personali: i ricordi remoti della nostra bella rivoluzione, così bassamente ed invano combattuta su tutti i punti dal clero, aiutavano; i superstiti del primo giacobismo nella vecchia destra sentivano ancora qualche ripugnanza; la maggior parte dei liberali, quasi sorpresa nell'importanza del fatto nuovo, accettava diffidando; il ministero taceva.
L'indomani il giornale officiale o officioso della curia smentiva il deputato Cameroni, gettando sulla sua imprudenza di gregario senza comando e senza mandato la responsabilità di una affermazione così politicamente dommatica, mentre dall'alto nessuna voce veramente autorevole aveva ancora parlato.
E al solito il paese parve dimenticare.
Ma qualcuno si ricordò un'altra smentita dello stesso giornale all'indomani dei funerali di Umberto I, il re assassinato e seppellito al Pantheon con tutti gli onori ecclesiastici: il cardinale di Genova aveva accompagnato la salma insino a Roma, e ciò poteva ancora spiegarsi coll'abile casuistica della Chiesa, perchè Genova apparteneva da un secolo al Piemonte e non aveva mai appartenuto al papa. Ma il parroco del Quirinale (già palazzo estivo del pontefice poi consacrato a reggia d'Italia) era andato alla stazione per ricevere il cadavere del suo parrocchiano, l'usurpatore, che occupava la residenza pontificale. Evidentemente quel piccolo curato non poteva avere agito di testa propria: aveva invece chiesto ordini e si era devotamente affrettato nell'ubbidienza. Leone XIII dunque consacrava la vittima regale nel Pantheon mutato in sepolcro dei nuovi re d'Italia: ogni smentita era inutile, il fatto al solito sopraffaceva la parola.
E così ieri.
Comunque si sia svolto l'equivoco furbesco dell'expedit o del non expedit, forma e sostanza non mutavano nel gioco: elettori ed eletti operavano col supremo assenso del papa, i deputati avrebbero giurato fedeltà al re, e il re era l'Italia, e l'Italia era Roma libera, sovrana, così grande da contenere senza pericolo il proprio re e il proprio pontefice dentro la modernità di un diritto che li supera entrambi, nella cornice di una gloria più antica di loro e che durerà oltre il loro nome. Ma la politica e la diplomazia vaticana operò sempre così: accettò i fatti nuovi, vittoriosi, ma senza disdirsi, lasciando cadere lentamente nell'oblio le proprie formule: non rinunciò mai formalmente ad alcun diritto, non abdicò ad alcuna potestà. Era inevitabile, e quindi fu vero: un istituto divino, e quindi apparentemente immobile, nel mareggiare instancabile della vita non può avere il linguaggio e l'andatura di ogni altro governo: ad intenderne lo spirito e a penetrarne la storia è mestieri di un metodo e di un principio superiori.
I pontefici hanno da tempo e sinceramente nella propria politica rinunciato al sogno di riconquistare Roma. La magnifica urbe non somiglia più a quella di Pio IX, che io studente conobbi: una città di preti e di monaci, albergo di forestieri nell'inverno, con una aristocrazia soltanto mondana, una borghesia professionale e quindi legata alla curia, un popolo bello, ozioso, parassita di tutto e di tutti, senza passione, senza patria, con una poesia di superstizione, dimentico di ogni guerra, incapace di ogni responsabilità, felice, ebbro di vivere, in questa gioia della vita dissolvendo passato, presente, futuro.
Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme indifferenti nell'arbitrio: il resto dell'esercito era una comparsa teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.
Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore garanzie di vigilanza militare.
Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.
D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i giorni.
Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa, questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico? Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile, trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee, ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?
Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.
Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la monarchia, perchè nella bufera delle incredulità che sale mugghiando dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli, un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.
E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro deputati.
Fu bene?
Credo.
Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi, nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni. Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì, non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.
Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso, banche, sodalizi, instituti: si disciplinava, si preparava. Pochi avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero. Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un programma.
Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali, anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio nel municipio e nel parlamento.
Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto. Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove correnti plebee?
La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche, meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti, dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che si affermavano e sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai socialisti e più spesso non lo davano loro?
La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai stendardo di guerra nazionale e ideale.
La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti, abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile come la vita.
Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi cattolici.
— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei primi.
I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima della battaglia, a Fontenoy?
18 aprile 1909.
FINALMENTE
Il principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli, a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti. Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.
Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri, producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere, conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale, che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio, si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.
Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza del partito conservatore, perchè i ministri di Francia e d'Inghilterra con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari, sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto questo stato e questa patria.
Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.
Invece egli solo dei tre ministri è caduto.
Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, nei quali un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George: la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica contro tutte le evidenze della realtà.
In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia. Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero, mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo imperialismo, così saturo di gin e di sangue, ha lanciato un'ode contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla schiena e il piffero stonato nelle mani.
Adesso intorno al principe di Bülow gli odii si acquetano rapidamente e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella politica è spesso una forza suprema.
Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente, giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo arrischiato nell'opera.
L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.
Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale, ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere tutte le differenze e unificare la patria da lui stesso coagulata stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore; voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia, allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia, la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto nella vittoria, la sua fede in Dio.
Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.
Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre dicendo la verità.
Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.
Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola, inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante, sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.
Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.
Ho detto volontariamente italiano.
Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato, sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.
È davvero caduto?
Chi dunque l'ha vinto? La sua opera è finita.
Tornerà al potere? Ne dubito.
Tornate piuttosto a Roma, principe: dallo scoglio così incantevole della vostra villa cittadina le rose vi chiamano accennando da lungi e gettando sul vento il messaggio dei loro profumi; forse a Roma vi sentirete ancora in patria.
9 luglio 1909.