V IDEE E FIGURE
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L'IMPERO IDEALE
Il convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande fra tutti i poeti.
Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.
Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo, ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e la speranza dell'unità nazionale.
Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria, strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e i due mari i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna civiltà.
Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.
Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio italiano.
Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale, mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.
Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo lascia passare qualunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.
Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio, e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono, congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica, apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?
In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.
Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua anima, il profeta della sua risurrezione.
Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi spiriti condottieri della nostra storia.
Nella lunga umiliazione della servitù nazionale egli era sempre il vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.
Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.
Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà. Risponderemo.
Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.
La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la vita spira.
Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo d'Italia, e i nostri orecchi odano la voce dei nostri fiumi, e la nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro breve compito d'individui.
Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione del pensiero e della parola italiana.
Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.
Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di Dante.
L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del poema.
Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de' suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggia al di là dei nostri orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra, vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.
Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città; levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari, ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una promessa di avvenire.
La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.
29 settembre 1900.
A STAGLIENO
Giuseppe Mazzini. — Null'altro sul frontone egiziano, che grava i due pilastri, scanellati come doriche colonne, della sua tomba: e pare una porta chiusa sulla caverna di un monte, ma il monte è lontano, e a fingerlo l'architetto coronò di sassi il frontone. Perchè?
Dinanzi alla porta nera un salice piange sulla tomba bianca della madre, che attese per venti anni il figlio esule dall'Italia, per lui solo redenta nell'idealità di una nuova vita: esule e orfano come tutti i geni creatori condannati a nutrirsi colla ingratitudine e a dominare dal deserto. Intorno la valle è squallida, i monti nudi, e il piccolo torrente senz'acqua: nel cimitero la folla delle croci pare densa come quella della gente in un giorno di festa per le strade; quell'altra dei monumenti, allineati sotto i portici, è così fitta, che la loro volgarità, ricca e fastosa, diventa quasi sopportabile; ma troppe tombe stringono quella del grande in una intimità, che la morte non basta a giustificare.
Egli doveva essere solo, lontano dalla moltitudine, che amò colla inesauribile passione dei redentori, e dalla quale non potè essere nè amato, nè compreso, perchè ogni messia deve essere vittima, e il dolore soltanto può rinnovare la fede, la morte solamente compiere nella vita un'altra rivelazione.
Hanno detto che egli medesimo desiderò di essere sepolto a Staglieno presso alla madre: perchè dunque fu lasciata dinanzi alla porta come una straniera, che la morte stessa ricusava di riconoscere? La tragica donna silenziosa aveva ben guadagnato, in tanti anni di angoscia solitaria, il diritto di riunirsi al grande figlio nell'ombra e nel silenzio, dietro quella porta, alla quale si arrestavano finalmente l'ingratitudine dei redenti e la persecuzione dei loro nuovi maestri. Adesso invece la tomba del sublime poeta non è che un anacronismo architettonico fra i troppi, che deturpano il cimitero: una cornice dorica per la più moderna delle figure, una porta dietro la quale vi è un vuoto, e sulla quale uno scenografo infelice credette di significare una montagna rocciosa con pochi sassi ferrigni.
Non così, non così doveva essere sepolto colui che evocò tutti i morti e soffiò l'alito della giovinezza in tutti i malvivi d'Italia, quando l'ombra della servitù secolare era così fitta, che i volti e le anime non potevano più riconoscersi; non così doveva essere sepolto colui, che dette un esercito a Garibaldi e un regno a Vittorio Emanuele soltanto colla forza di una parola luminosa come il sole, eloquente come il mare, irresistibile come l'uragano.
Se non osò nelle estreme malinconie della vecchiezza punire la patria morendo a Londra, ignoto fra la moltitudine della oceanica metropoli e colla umiltà di un imperatore troppo grande per ogni impero, chiese al re della sua Italia il permesso di potervi rientrare sconosciuto per morire a Pisa, dove Leopardi, il suo minore fratello, aveva indarno cercato la salute; poesia e storia, passione di gloria e di amore vietavano egualmente di seppellirlo a Staglieno dentro una falsa tomba classica, fra un volgo di cadaveri, ai quali nessuna rettorica di epigrafi o di sculture potrà mai dare diritto di vita nell'immortalità della storia.
Non so, ma errando per quel cimitero il mio spirito si faceva sempre più triste, mentre dalla giovinezza ormai troppo lontana mi tornavano in lenta processione, come di pellegrini mendichi, le memorie dei giorni, nei quali gli echi d'Italia ripetevano ancora le ultime parole di Mazzini e qualche cosa singhiozzava nell'anima nazionale ad ogni viltà della sua ingiusta fortuna.
Poi egli morì, e i giovani lo dimenticarono.
Altre brame, altre speranze pullulavano e urlavano su per le piazze: un'altra incredulità si opponeva alla sua fede, un'altra superbia, troppo facile, di conquiste immediate, al suo tragico orgoglio di purità e di sacrificio. La sua dottrina non aveva potuto essere una religione, ed era senza veri credenti: la sua politica aveva avuto l'onnipotenza dell'ideale, e oltrepassando la realtà, nella quale dovette compiersi e degradarsi, non era più che un sogno; la sua parola evocatrice di eroi, di martiri, passava troppo in alto, e atterriva quasi invece di consolare.
Dopo di lui vi furono, vi sono ancora mazziniani; ma li riconoscerebbe egli?
E io mi lagno ancora che non lo abbiano sepolto sotto lo scoglio di Quarto, dal quale il suo pensiero portò sulle acque il naviglio dei Mille. Non so, ma parmi che là soltanto, sul mare, sotto il sole, alle bufere mediterranee, egli sarebbe contento: come Cristoforo Colombo, il suo grande antenato, guarderebbe oltre l'orizzonte marino il profilo di altre terre, di altri mondi: con lui aspetterebbe dal vento i messaggi dei popoli sconosciuti. Che importa più l'Italia a Mazzini? Egli la dimenticò nel suo ultimo sogno di una alleanza repubblicana universale. Che importa se l'Italia è monarchica, e la sua monarchia ha il nome di Savoia?
Il continente scoperto da Colombo non porta forse il nome di un mercante fiorentino?
I grandi morti non hanno più bisogno della nostra gloria fatta di vittorie, nelle quali la gioia sale al vincitore dal pianto dei vinti; i nostri cimiteri sono troppo piccoli per coloro, che la nostra vita non potè contenere nell'augusta opera di una generazione. Garibaldi vigila, cavaliere che la morte non potè addormentare, su Roma dal Gianicolo: Mazzini doveva vegliare sul mare, che recò il pensiero creatore d'Italia a tutti i lidi, e ne aspetta ancora le grandi risposte nei tempi futuri.
A Staglieno gli altri morti non debbono averlo riconosciuto.
Infatti le loro tombe sono troppo ricche, troppo brutte, troppo affollate di statue perchè abbiano ancora potuto vedere quella porta nera sotto quel frontone dorico. A lettere di bronzo vi è inciso soltanto: Giuseppe Mazzini.
Chi era?
La più grande anima d'italiano dopo Dante.
2 dicembre 1900.
GALLIA VICTA
Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.
Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola, riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande figura, pochi medaglioni di David d'Augers.
L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia, pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più illustri di Francia.
Era vero e fu indarno.
Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice grottescamente grande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera. Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau, questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?
L'ignoro.
Meglio così.
La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo. Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante, e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento, prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci, e rimanesti invincibile sino a me. Io sono la modernità, che ha compìto l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo novatore, il genio d'avanguardia nella vita».
Balzac fu così.
La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui, che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese, l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva, le città chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo, plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la morte può rivelare.
Balzac era così.
Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.
Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero, il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna apparenza illude.
Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito, fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.
La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione, facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di speranze infantili.
Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia; gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova rivelazione. L'ultima donna, che egli credette di amare, la russa signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.
Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria: Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.
Meglio così.
L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che immortalità nella memoria dello spirito.
Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura, la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla piazza e dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più celebri crescono e crebbero nella sua servilità.
Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.
Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a Balzac? Un verro davanti ad un leone.
Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?
8 maggio 1909.
TRILOGIA POSTUMA
Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo Le tre Città e I quattro Evangeli un'altra trilogia gli urgesse il pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia; Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita, egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme, chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova, rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un pulviscolo fecondatore.
Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?
Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia, nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita, il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di sangue.
Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni: aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale. Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.
Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci; ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna, infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni, senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.
Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.
Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.
Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.
Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?
E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava; era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti delle folle.
Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.
Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.
Era tardi, e fu indarno.
Le tre Città e I quattro Evangeli non riconfermarono, nella prova stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.
I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome; il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.
Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a scrivere contro il secondo impero.
Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.
La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che soltanto un poeta a lui simile poteva indovinare; Napoleone è un mondo in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora strappato il segreto.
Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un genio come Dante, o come Shakespeare.
Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente bastato.
Zola non era un genio.
20 maggio 1903.
IL GIGANTE PLEBEO
La Francia lo festeggia dopo un secolo.
Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la propria stretta nelle carni e nell'anima.
Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice soltanto: — Proudhon! — e basta.
Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia: destruam et aedificabo; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.
Pareva un idillio e invece non era che un affare.
Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro; la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia politica la propria religione e la propria scienza, l'una più falsa dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità nè del capitale nè del lavoro.
La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.
L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale, sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale, dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.
Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti, meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza comune, l'altro la spezzò.
In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica e al diritto democratico il problema della miseria era insolubile: ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la miseria resterebbe.
Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia, un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più triviali.
Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come, combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì come tutti i grandi, che si affrontano colla sfinge della vita, vinto, disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e che la democrazia non può avere.
Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità: la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta, multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue stravaganze intellettuali.
Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più necessario ancora un consenso di popolo.
Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.
Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese, Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.
Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve, il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna di entrambi, quantunque insufficiente.
Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè l'economia politica affermare ancora: egli aveva nel Sistema delle contraddizioni distrutta la loro fede e segnati i limiti della loro potenza. Se il Capitale di Carlo Marx parve subitamente ed irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie: l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per ordine.
Ma il grosso e vasto edificio del Capitale di Marx non valeva l'opera di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto, prostrandosi finalmente nella sconfitta.
Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città. Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo: come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito superava?
Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la loro vita di uomini smente!
Proudhon oggi rimonta.
La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento: troppo poco per entrambi.
Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè dell'individuo.
Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?
Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e la decenza dell'altro!
30 aprile 1909.
LA VERGINE ROSSA
La chiamavano così.
La sua malattia, almeno pare tristamente, è di quelle che non perdonano, ed ella le somiglia, giacchè in trent'anni di lotta, accanita, sanguinante, senza requie nè di corpo nè di anima, ella non ha mai perdonato alla società, contro la quale si era in uno dei primi giorni giovanili levata in armi colla tragica ira di una vergine ignota all'amore.
Adesso è vecchia, morente, forse morta all'Hôtel Terminus di Tolone senza udire nella stanza freddamente decorosa il murmure del mare, che sotto il sole di primavera si marezza e s'incendia di lampi.
Luisa Michel era nata nella vecchia provincia di Sciampagna, una terra sacra ai riti giocondi del Bacco francese, il più spiritoso, forse il più spirituale fra gli iddii della terra, che non ne sentono l'eterno dolore, o lo consolano con un riso fatto di spume e di aromi, aromi più mordenti ed inebrianti dei baci, spume crepitanti e lievi come una fiamma. Mentre il romanticismo agonizzava vinto, deforme, negli ultimi romanzi di Hugo e sotto le violente maledizioni di Zola, ella era e rimaneva romantica, fissa ad un ideale di guerra, che doveva essere una redenzione senza nuovo messia, febbricitante in una passione di odio, che era amore di tutti i miseri, vendetta di tutti gli oppressi, convegno di tutti gli abbandonati. Adorava i colori fiammanti, i ritmi sonori, le frasi incendiarie, i gesti profetici, le parole che sono un'arma, i silenzi che sono una minaccia, i sorrisi che esprimono l'indicibile del dolore. Povera, culta, altera, solitaria come Rousseau, il suo grande antenato, fu istitutrice, e ingoiò tutte le amarezze della domesticità intellettuale nelle case borghesi, ove i bambini si allevano nella vanità del danaro: non amava e non era amata, odiava quel pane che la nutriva, quel danaro che la pagava, quei signori che non potevano intenderla, piegandosi forse a certe ore sulle teste bionde dei fanciulli, non vista, improvvisamente, per nascondere nei loro capelli biondi le lagrime che dal cuore le montavano irresistibili agli occhi e le cadevano sulle guance come gocce roventi.
Era repubblicana, socialista, anarchica? Anche adesso non è facile saperlo; forse ella medesima, non lo seppe mai bene. Era una ribelle, che soffriva e odiava ancora più per gli altri che per sè medesima: aveva maggiore bisogno di giustizia che di amore, aspettava una rivolta come i fiori aspettano la primavera, sperava nella distruzione e dalla distruzione, come fra le tenebre di una notte tempestosa si spera nel sole, quasi la gloria trionfale della sua luce potesse cangiare sulla terra la condizione dei viventi, ai quali la vita è inutilmente spasimo e lavoro.
Quando la Comune scoppiò, incendio rosso e fumigante dalle rovine del secondo impero napoleonico, dinanzi ai fuochi dei bivacchi prussiani, ella si gettò nell'incendio e vi combattè più innanzi alle fiamme, a tutte le barricate come uomo, vestita da uomo, nell'esaltazione della morte, inebriandosi al profumo del sangue, all'urlo dei combattenti, al gemito dei feriti, colla fede della vittoria e l'invincibile eroismo del martirio. Forse ella ancora non capì tutta la profonda originalità della Comune, oggi pure incompresa dopo tanta tempesta di controversie e partigiana intensità di studi. La Comune nella sacrilega rivolta al governo, che difendeva la Francia dall'invasione straniera, esprimeva nella propria tragica inconsapevolezza la passione di un dolore e di un'idea umana, più antica e più grande di ogni patria, incapace di più credere alle piccole compromissioni del progresso quotidiano, disperata del presente, abbacinata nella fissazione del futuro e sicura del proprio diritto, perchè non imponeva alla propria vita di un giorno che il dovere della morte.
Chiunque fossero i suoi combattenti, eroi ingenui come Rossel, scienziati sonnambuli come Flourens, pensatori insufficienti come Malon, avventurieri come Deleschize, garibaldini come Cipriani, puritani implacabili o cialtroni mascherati da apostoli, poeti putrefatti dalla vanità, operai impazziti nella sete di un qualunque comando, la Comune li superava tutti e si serviva di tutti per atteggiare soltanto sè stessa.
Nessun poeta ha saputo ancora cantarla, ma oggi i poeti fanno soltanto dei versi: i socialisti stessi la ricordano appena in qualche commemorazione, ma la Comune di Parigi segna un'epoca nella storia d'Europa. Soltanto bisogna essere uno storico e un pensatore molto alto per coglierne esattamente il significato e fissarne la fisonomia nell'immenso tumulto di tutti i fatti e di tutte le idee antagoniste.
Luisa Michel combattè come un'antica Valchiria, e d'allora non sognò più che di battaglie: quando il suo battaglione rientrò decimato a Parigi, ella si unì ad altri per combattere ancora: imparando che la madre è prigioniera, corre a costituirsi per ottenerle con questo sacrificio la libertà: dinanzi al supremo tribunale di guerra risponde insultando e minacciando; deportata alla Nuova Caledonia, vi si muta pei compagni di pena in una suora di carità, consola e non vuole essere consolata, perchè gl'inconsolabili soltanto possono consolare. E dopo, daccapo in Francia, sotto la vigilanza della polizia, le minacce dell'esilio, nella effervescente confusione dei nuovi partiti non capisce più e non è capita: il suo odio intrattabile è diventato ragionevole negli altri, il suo sogno di guerra sanguinante e fiammeggiante non è più che una realtà parlamentare fra comizi e scioperi: non si predica più la morte ma la vita; la virtù non si esprime più immolando sè stessi, ma mortificandosi in una piccola e continua disciplina per conquistare un palmo di terreno, un'ora di riposo, una mezza lira di aumento nel salario. La vergine rossa approva, ma soffre: ciò è troppo poco, troppo facile; ancora una volta afferra la propria bandiera nera, simbolo di dolore e di morte, e alla testa di una turba sulla spianata degli Invalidi riappare sognatrice di un sogno. E la condannano a sei anni di reclusione: graziata poco dopo, ricusa la grazia, così che bisogna cacciarla dal carcere colla forza: poco dopo ancora l'arrestano e le minacciano il manicomio.
Così la sua passione era finita.
Ma qual poeta rivelerà la sua anima?
Madama Akermann, l'illustre poetessa, fu una santa dell'ateismo: i suoi versi contro Dio sono belli, perché la rivolta del suo amore umano è puro ed eroico: si freme e si trema leggendoli. Luisa Michel era una sorella spirituale di madama Akermann: questa non amò che il marito, quella non amò forse alcuno.
Ma se la sua verginità seppe attraversare immacolata la vita senza nemmeno chiedere di essere compresa, questa virtù depose contro le sue idee, e, come sempre in tutte le anime, la virtù ebbe ragione. Per amare l'umanità e spingersi e spingere gli altri al sacrificio, forse non bisogna chiudersi nell'amore di alcuno; ogni olocausto ha d'uopo di altare: tutte le santità sono sorelle, l'odio si congiunge all'amore sulla stessa cima, la ribellione e la tradizione si fondono nell'antitesi del medesimo sforzo.
Povera vergine rossa, se vecchia, sola, abbandonata, tremò di essersi ingannata nel lungo sacrificio e rimpianse di non aver amato come intorno a lei tutte le altre donne! Povera vergine rossa, se nelle ultime ore, dalla imperscrutabile tenebra della morte, dal mistero anche più imperscrutabile della vita qualche guizzo di una voce o di un suono la sferzò sul viso e sul cuore come una ironia!
Eppure ella visse bene, perchè visse solamente per gli altri.
9 aprile 1904.
IL PRIGIONIERO
Mentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola, fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal grande scultore, agli occhi disattenti della folla.
Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità, è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella vita.
Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese, gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore; proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimento del '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico; e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole, sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.
Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.
I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone, indietreggiarono e tacquero.
Forse fu bene.
Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.
La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti forme di grandezza nella nazione, è diventato da tempo motivo di storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.
Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie, cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande, prigioniero, morente a Sant'Elena.
Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta, i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano: Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero, non crede alla carta, sorride sarcasticamente della aristocrazia alla quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore, al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna e non governa.
Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione, non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese, che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza, è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.
L'imperatore è anche più contraddittorio.
Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta lo zar Niccolò sulla via di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa. Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega: così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un altro imperatore.
Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non erano esaurite?
Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano, e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode cacciandoli.
Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero, mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.
La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori, e quando si rivela con essi non è tutta in essi.
Napoleone III, che entra a Milano, è la Francia rivoluzionaria ed imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata la coscienza della propria storia.
Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.
31 ottobre 1908.
L'ORRORE DEL VUOTO
Pochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono in un silenzio meditato.
L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer, semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza; appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.
Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.
Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile, quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle fronti che dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino; eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda d'entusiasmo.
Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche in questo caso.
Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima, filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.
Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune, evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza nella semplicità dell'argomentazione, la sua dignità nella coscienza dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti. È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.
Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.
Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei, governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta ed il problema della morte non può entrarvi.
Indarno sul forno crematorio, che arse la sua salma, è incisa l'iscrizione: Mors janua vitae; giacchè queste bibliche parole sono più profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.
L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità, si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo come il suo commercio e la sua industria.
Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.
Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco avrebbe risposto.
L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.
Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?
Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba? Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dal mistero discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede, urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.
Mors janua vitae: gl'industriali del forno crematorio avevano pur trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un cappello a cilindro.
Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.
Spencer è passato così.
21 dicembre 1903.
CIECO CONTRO CIECO
L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica indifferenza.
Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia, possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro, che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti, ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e rovente deserto della vita.
Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer: la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo gusto nella pittura sempre volgare, malgrado l'indipendenza della originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.
Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più letterato dell'Inghilterra.
Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero, piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.
Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica, sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un libro.
Ma egli non poteva sentire Omero.
Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia, aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero. Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò all'aria i canti, che ricadendo sul cuore della gente si ricongiunsero nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.
Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.
Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de' suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo, molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi: gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe probabilmente vista indarno.
È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio, da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.
E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare? L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera la potenza tragica di certi episodii in Omero, ed Eschilo stesso non li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il teatro non produrrà più.
Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare, atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.
L'epopea esprime quindi meglio della tragedia la nostra sudditanza nella vita: possiamo appena compiere un atto, gittare un grido, trovare una parola: non altro. Gli eroi di Omero sono immortali così; e lo sono più di tutti gli altri apparsi poi sul teatro e nei libri.
Alessandro sognava d'Achille: il secolo decimonono ha tutto sognato di Napoleone, ma Omero e l'epopea non erano più possibili.
Cieco contro cieco; Spencer contro Omero. In Italia non sarebbe nè possibile nè intelligibile il fermento, che si leverà nelle classi colte dell'Inghilterra contro il filosofo, che osò con tanta mirabile sincerità confessare la propria insufficienza.
Il teorico dell'evoluzione, il massimo compositore del positivismo, non poteva avere le divinazioni del sentimento, che sono una fede, appunto per aver egli troppo creduto alla ragione, sino a credere nella sua credulità.
La ragione logica riesce sempre impari al mistero della vita; quella dialettica ricostruisce sempre lo stesso edificio a travi per chiudervi dentro il mondo. Hegel potè molto intendere di Dante; Spencer non doveva sentire Omero, che nemmeno l'Inghilterra sente, giacchè lo legge nei versi di Pope, come noi in quelli di Monti.
Non oso giudicare il verseggiatore inglese, ma gli endecasillabi romagnoli ed italiani dell'altro, malgrado il consenso oramai lungo degli uditori, sono certamente ritmati sul rullo dei tamburi napoleonici e guarniscono la parola degli eroi con tutta la grazia del teatro e la compostezza della scuola.
Quando si chiedeva a Prassitele quale fra le sue opere gli paresse più bella, rispondeva invariabilmente: — Quelle alle quali Nicia ha egli pure messo mano. — Sainte-Beuve suppose che domandando a Omero quale preferisse fra le ricomposizioni dell'Iliade, avrebbe risposto: — Quella di Aristarco.
Ma se qualcuno gli dicesse oggi: — Fra le tante traduzioni del vostro poema, fra Pope e Monti, chi scegliete? — io suppongo che il gran cieco con un sorriso indulgente d'ironia mormorerebbe: — Nessuna.
E siccome i lettori non mi crederanno, possono benissimo credere che io so poco l'italiano e niente l'inglese.
19 aprile 1904.