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Fuochi di bivacco

VI DELITTI E DELINQUENTI

Reading edition

PROBLEMA CRIMINALE

È orribile e profondo.

Laggiù, fuori di Bari, a Torre Pelosa, in un povero villino, tre sorelle hanno assassinato il padre. Il processo si discute ora alle assise di Lucera, e può essere finito prima che questo articolo appaia. Non importa: sotto l'atroce tragedia vi è un problema, che da tempo riagita molte idee e molte teorie, le quali pretendono alla modernità come alla migliore delle proprie prove.

La tragedia non è originale: un uomo, un borghese, al solito sposa una donna che non ama, la rende madre tre volte, la desola colla propria condotta, le avvelena l'anima, la giovinezza, la vita e impunemente la costringe a morire. È un delitto, ma di quelli che la legge non può punire e nemmeno classificare.

Appena morta la moglie, egli porta a casa l'amante, una donna che gli somiglia, grossolana, robusta, senza moralità, senza intelletto, la solita amante carnale di certi carnivori, la femmina del bruto, la complice dell'assassino, la schiava-padrona del tiranno domestico. Le figlie, orfane, crescono sotto di lei, contro di lei: la loro vita è una guerra e una sconfitta quotidiana: un altro figlio nasce nella casa del peccato e appunto per questo amato, accarezzato come un'arma contro di esse: il disordine precipita casa e famiglia nella rovina, la miseria vi esaspera gli odii, vi degrada il dolore, mette una fiamma in ogni piaga, la violenza di una sfida in ogni atto, la fatalità della morte nell'ipotesi di qualunque finale. L'uomo, il padre, non può sottrarsi più all'amante: questa sottomette alla superiorità del proprio figlio le figlie della morta, e queste ancora abbandonano la casa non avendo e non sapendo ove andare. Poi difendendo sè stesse, ostinandosi nella lotta disperata, difendono la morta, il suo diritto di sposa e di madre, la sua dote distrutta, il suo grado, il suo nome.

Ma quell'uomo, che la rovina scatena contro gli altri e sè stesso, viola la maggiore delle figlie; essa ha un amante, al quale egli la ricusa per non doverle dare qualche avanzo patrimoniale e per una spaventevole compiacenza della propria carne: il padre ha vinto una volta nello stordimento di un orrore, che aveva accecata la fanciulla, forse non lasciandole dopo nemmeno la forza di parlare, e quindi la tentazione gli riaccende il sangue, la volontà gli si leva dal senso mostruosamente laida, vuole ancora, e la figlia l'uccide nel letto a colpi di rivoltella.

È un parricidio?

No. Comunque i giurati sentenzino, ascoltando l'infallibile voce dell'istinto o perdendosi nell'intrico della dialettica giuridica, fra il barbaglio delle frasi e le lustre delle prove, questa morte non è un parricidio. Il padre era già morto prima, o forse non era mai esistito.

Perchè il padre è soltanto una figura spirituale. Coloro che oggi sostengono la ricerca della paternità, oltre i due classici casi dello stupro e del ratto, sembrano averlo dimenticato, ma le prove che essi tentano di esibire potranno tutto al più, in certi casi, accertare l'amante: il padre non mai.

La paternità è l'inevitabile ipotesi legale di un fatto che la natura ha voluto nascosto nel più invincibile dei misteri. Dato il matrimonio, il padre doveva essere lo sposo: la maternità aveva per prova il parto, la paternità era e non poteva essere che un atto della legge e un atto di fede.

Qui stava forse l'argomento migliore della sua primazia e della sovranità dell'uomo nella famiglia. Egli credeva al figlio perchè aveva creduto alla madre, e l'amore soltanto giustificava in lui questa fede: poteva essere ingannato, lo era quasi sempre, ma l'inganno, invece di scemare la sua funzione, l'alzava nobilmente, tragicamente, e il figlio, se non più quello del suo corpo, era quello della sua anima, una creatura del suo spirito, una mente nella quale egli aveva deposta tutta la dottrina e i dolori della propria esperienza, un cuore nel quale poteva rifugiarsi per sentire ricominciare la propria vita nella natura e nella storia.

La donna non fa che il bambino, l'uomo solo può creare l'uomo.

Una grande parola ha traversato i secoli: non si è uomo finchè non si diventa padre. Gesù potè dire alla Samaritana: — Salomè, Salomè, mangia tutto, ma non l'erba amara — un'erba che le donne di Samaria mangiavano per restare incinte, e mai la sua parola ebbe più divina e disperata negazione della vita; ma Gesù espresse coi discepoli e coi fanciulli, ovunque e sempre, il tipo più ideale della paternità.

Perchè un parricidio si compia, bisogna che il figlio abbia nella coscienza la figura spirituale del proprio padre, da questo medesimo in lui creata collo sforzo lungo, pertinace, doloroso dell'amore. E se questo figlio, sentendosi opera di lui, ricordando che tutta la propria vita crebbe soltanto per la sua protezione, che i suoi sacrifizi gli ottennero i piaceri, i suoi esempi gli insegnarono la strada, il suo spirito gli aprì la mente, il suo cuore gli svegliò la coscienza; se, malgrado questo, per una passione, per un vizio, per un difetto qualsiasi, egli si leverà contro di lui, e lo ucciderà: ebbene, questo delitto, che i romani non avevano nemmeno supposto possibile nelle loro prime leggi, sarà così vero ed intero che la nostra anima vi si sentirà smarrita e la nostra scienza criminale sorpassata nella capacità di analizzare e di punire.

E questo delitto sarà ben raro.

Invece pur troppo non lo è. Ma quasi sempre il padre prima uccide sè stesso nell'anima del figlio, dentro la quale o una lenta accumulazione, come sostengono i credenti nelle leggi dell'atavismo, aveva preparato l'ambiente stesso della figura, o piuttosto, secondo l'antica fede nelle innate categorie spirituali, la figura preesisteva, aspettando solamente l'impronta della sua opera e della sua fisonomia.

Quindi il parricida non colpisce più che un uomo, quasi sempre un nemico, col quale la lotta durava miserabile, reciprocamente infame, vile, instancabile da anni.

La legge, il processo, non possono quasi mai entrare abbastanza profondamente in tale esame: il padre deve essere sempre colui che ci diede il proprio nome sopra un qualunque registro legale, ma la coscienza, accettando la necessità di questo giudizio, lo corregge nel proprio segreto.

È una parricida quella fanciulla, che per uccidere il carnefice della propria madre, il bruto della propria casa, il violatore del proprio corpo e della propria anima, si consultò prima colle sorelle, delle quali una era idiota, poi si avvicinò colla rivoltella al letto, e, invece di profanarlo coll'incesto, lo mutò in un patibolo e in un altare?

Nessuno saprà mai, perchè ella stessa volendo non saprebbe dirlo, che cosa pensasse la sua mente e soffrisse il suo cuore in quel momento, da quali profondità spirituali le giungessero l'urlo e il comando della morte: ogni delitto è prima un peccato, e il peccato un segreto fra l'anima e Dio; ma nella nostra scienza e nella nostra coscienza ella non uccise e non poteva uccidere che un uomo.

Adesso, forse, nello spavento e nell'orrore del processo, che la getta nuda sotto la minaccia della legge e la viziosa curiosità del pubblico, quella fanciulla può dubitare, e, dopo la vendetta, rivedere tremando, il padre. La morte è una trasfigurazione: si dubita davanti al cadavere della ragione che ci spinse ad uccidere: è pietà di lui, di noi, della vita, è mistero e tragedia: però la colpa umana e umanamente valutabile deve essere giudicata nel momento supremo della sua azione.

Colui non era un padre, ed è già abbastanza per la sua memoria, se la legge deve ancora considerarlo uomo.

24 marzo 1904.

ROMANZO VIVENTE

Il romanziere si è suicidato a Roma dentro un fiacre con un colpo di rivoltella alla testa.

Ma il suo delitto, prima ancora di essere una colpa della coscienza, era un errore di arte in una fantasia esasperata dai bisogni del vizio, accesa dalle vampe della vanità. Infatti tutti gli ingredienti, gli arnesi, gli artifici di un romanzo d'appendice entrano in questo delitto, al quale la morte del protagonista toglierà forse l'epilogo di un processo: vi è una villa affittata fuori di una grande città, la più intensa forse d'Italia; una villa nella quale non si ammobilia provvisoriamente che il pianterreno, e il mobilio è composto per un agguato, quadri insignificanti da far vedere come opere d'arte, ed una vasca troppo grande anche per affogarvi un uomo. Questo naturalmente è un milionario, poichè nei romanzi di appendice tale personaggio è più indispensabile del tiranno nelle tragedie alfieriane e della vergine nei primi romanzi romantici della scuola francese ed inglese. Il milionario di questo genere è quasi sempre un ingenuo, quando non sia un delinquente: questa volta era un dilettante di sport, allevatore di cani, cacciatore forse di varie selvaggine, ancora giovane, abituato alla facilità delle amicizie e delle avventure. Ucciderlo sarebbe stato facile, ma poco proficuo, se l'uccisore voleva davvero diventare ricco: bisognava invece succedergli, prendere il suo posto nella vita, in mezzo alle sue ricchezze, ai suoi amici e ai suoi cani; diventare milionario nel modo più semplice e più legale, ereditando da lui, fra lo sbalordimento complimentoso di tutti, in una improvvisazione scenica, come il teatro ne ha ancora ed applaude.

Ed ecco i ricordi dei romanzi letti magari a caso, a strappi, fermentare in una testa di piccolo avventuriero e di più piccolo truffatore: un disegno drammatico schiarirsi nella sua fantasia, moltiplicarsi nelle scene, preparare un scenario, i legacci, la vasca, le lettere, le cambiali. La villa è deserta, una dama velata vi è venuta prima ad un appuntamento misterioso, forse a più d'uno; la dama, probabilmente, è una volgare sgualdrina, che diventa così il primo pubblico del dramma ed ubbriaca col primo applauso il drammaturgo. Ma le difficoltà sono molte, troppe per giungere al finale, giacchè un testamento si può facilmente dettare colla rivoltella in pugno ad un ricattato, ma è quasi impossibile, dopo, farlo credere spontaneo e vero. L'omicidio deve quindi sembrare un suicidio: così l'imbroglio si raddoppia, e i personaggi aumentano. Un complice si rende necessario: può essere un fratello e non basterà: il protagonista non ha il coraggio del sangue, perchè la sua forza non oltrepassa la rettorica: poi vuole salvarsi a qualunque costo e un alibi gli è indispensabile.

Generalmente i drammaturgi più sanguinari hanno orrore del sangue, e non potrebbero nemmeno fare i flebotomi, un mestiere oggi tramontato e che domani forse risorgerà, se nella medicina durino i richiami alle teorie di Broupais e di Tommasini. L'antico sicario ritorna dunque in scena come falso servitore e bertone vero: egli affogherà prima nella vasca il milionario, poi a notte ne getterà il cadavere nel canale.

I veri assassini hanno la fantasia più semplice e il cuore quasi sicuro quanto la mano.

Invece questo cavaliere Vecchio, che non sa uccidere, si fida ad un sicario senza averne provato nè la fede nè il coraggio: gli butta cento lire, andandosene col testamento e le cambiali in tasca, senza nemmeno pensare che il ricattato, essendo vivo, sedurrà l'assassino.

Perchè infatti questo gli avrebbe resistito? A che si riduce la sua complicità in questo delitto, dal momento che il signor Berretta non è stato suicidato e che testamento e cambiali rimanevano senza valore nella tasca di quell'altro? Naturalmente il milionario liberato liberaleggerà, riconoscendo in lui il vero liberatore e un buon diavolo tirato forse dentro ad un assassinio, mentre credeva appena di partecipare ad una truffa. Così avvenne, nè poteva altrimenti avvenire.

Il drammaturgo, invece, non ha dubbio sulla eccellenza del dramma, sulla perfezione del romanzo: parte e va a Genova dall'amica, la dama, forse, la sgualdrina certamente. Una festa di baci lo accoglie, due piccole mani lo applaudono e lo accarezzano. La sua fede contagiosa s'apprende all'altra: egli è giunto senza nascondersi e riparte allo scoperto. A Roma scende ad un albergo in piazza Montecitorio, davanti al fabbricone delle leggi e degli inganni politici: la sua fantasia divampa, parla con molti, ferma un giornalista, non cerca nemmeno prima i giornali del mattino. Perchè dubitare? Egli è sicuro del proprio ingegno e del proprio capolavoro. Non è così la fede in sè stesso di tutti gli artisti veri o falsi? non arriva al disprezzo del pubblico, all'oblio del pericolo, allo scherno della catastrofe?

Ma quando questa scoppia, tutto crolla, teatro e scenario, dramma e drammaturgo: improvvisamente, come dentro un bagliore di incendio, la realtà riappare: dal falso romanzo erompe la tragedia vera, mortale, fatale. Il protagonista, che non sapeva uccidere, deve lui suicidarsi, subito, senza una scusa, senza una esitazione. Il dramma è caduto, il pubblico fischia ancora a sipario calato. Egli fugge senza saper dove, colla morte innanzi, tremando di vedersi riconosciuto da ogni viso che gli viene incontro, afferrato da tutte le mani che lo sfiorano, fermato da tutte le voci che gli parlano. Invece del rimorso, poichè nel suo dramma e nel suo romanzo nessuno è morto, la vanità dell'autore lo strazia, il dileggio della ragione gli sferza la fantasia, la paura, quella vera, gli fa battere il cuore come in una corsa disperata, di sogno.

La notte gli allunga corsa ed agonia; al mattino, finalmente, fuggendo sempre, in fiacre nella impossibilità di poterne discendere, si uccide.

Ebbene: in questo delitto l'errore primo, il guasto primitivo, è nella fantasia. Naturalmente l'anima era corrotta e la coscienza buia, ma la spinta è nella vanità intellettuale della concezione, nella superbia crescente della preparazione segreta, nell'allucinazione che un quadro troppo a lungo fissato produce sullo spirito. Questo cavaliere era soprattutto un vanitoso, di quelli che si ammirano e, concependo un dramma, diventano autore, attore, teatro e pubblico, si applaudono, si smarriscono nell'opera. Ciò è frequente nell'arte, più forse nella vita: assassini e ladri veri, invece, hanno un senso profondo della realtà e sanno per istinto come sia difficile andarle contro, giacchè il delitto essendo una concezione falsa, è sempre un po' irreale. La sua complicazione è una prova di debolezza, la credulità nella sua riuscita una misura della forza nel delinquente.

Adesso di questo romanzo d'appendice, finito tragicamente col suicidio del romanziere, rimane la parte comica nella difesa che il milionario liberato fa del suo liberatore davanti all'ironica curiosità dei giudici, pei quali il delitto non è più che un allegro motivo di interrogatorio.

Che titolo gli daranno?

15 dicembre 1903.

ROMANZO E ROMANZIERE

Questo è illustre, quello volgare.

Al solito la stampa parigina ne ha fatto uno scandalo, e l'inquisizione dei giornali ha superato, nella crudele curiosità dei particolari e nella logica acuta dell'analisi, l'altra del magistrato. Poi un duello è seguito, senza gravi conseguenze nè per il romanziere, nè pel fratello dell'amante, che si crede tradita; e adesso, poichè la morte non ha alzato il dramma a tragedia, la sua stessa volgarità di scandalo ne affretta l'oblio. Soltanto coloro, che da anni seguono con vivo affetto di ammirazione Marcel Prevost nella lenta ascensione della sua arte di psicologo e di pittore di anime, s'interesseranno ancora di questo romanzo vissuto si lungamente, in un silenzio cortese, fra condiscendenze di madre e di moglie, in una quiete adultera, che i trionfi dello scrittore illuminavano tratto tratto come fuochi di bengala nella brevità di una festa, fra vanti e bugie reciproche di inspirazione nei due amanti.

Perchè da secoli, dopo la magnifica, immortale menzogna di Dante, che finse di dovere a Bice, una fanciulletta appena conosciuta a nove anni e una donna che poi non conobbe, l'idea e la passione della Divina Commedia, mentre le donne da lui veramente amate furono altre, e nessuna di esse potè atteggiare di sè medesima il poema; dopo Bice, che fu appena un sogno per Dante, e la Fornarina, che passò come una cortigiana e una modella nello studio di Raffaello, è un dogma della rettorica poetica la necessità di una donna per l'inspirazione del capolavoro. Poeti ed artisti sanno benissimo che l'opera loro, se attinse le cime gloriose, dovette nutrirsi di pensiero e di dolore, disciplinarsi nell'eroismo della volontà, spesso riparare nella solitudine e chiedere a qualche breve castità l'ultimo sforzo per l'ultimo volo; sanno e taceranno malinconicamente, che le loro amanti più amate non sapevano quasi della loro opera e l'avrebbero volentieri posposta ai trastulli dei giorni più facili, quando la primavera della giovinezza e un avvento improvviso ed imprevisto dì danaro suggerivano le follie del piacere o i disordini del vizio; sanno che l'inspirazione è il mistero più profondo dell'arte, che ogni capolavoro è sempre lungo nel tempo, magari inconsapevole della preparazione, se per caso potè compiere rapidamente la propria trasformazione di crisalide in farfalla; sanno che l'arte è tutta la vita, e che nella vita il motivo dell'amore fra gli amanti stessi non esprime quasi mai l'originalità intera della loro persona, come non domina la molteplice unità del loro carattere.

Ma vi è ancora una rettorica nell'arte e nella vita, che vuol derivare da un idillio o da un adulterio la forza necessaria alle grandi azioni o la misteriosa armonia indispensabile nel capolavoro: le amanti sorridono a sè stesse di tale loro potenza, servendosene di scusa per la volgarità vera di un intrigo, dove quasi sempre la miseria del danaro raddoppia quella della carne: gli amanti, invece, quando sono o credono di essere artisti, adoperano l'amore come un pretesto per allungare l'ozio o giustificare la lentezza accidiosa nel lavoro, l'insufficienza della sua preparazione, la poca purità del suo metodo, la troppa falsità delle figure e delle conclusioni.

Quasi si trattasse di una razza privilegiata, gli artisti inventano per sè stessi dogmi di un'altra morale e simulano un'andatura di tempesta nelle passioni, scambiano e fanno scambiare agli ingenui la bellezza di una frase per la verità di una azione, dicendo che la bellezza è più vera della virtù e che il capolavoro assolve tutto nell'autore, anche prima di averlo fatto.

Perchè il capolavoro, e purtroppo furono radi e lo sono, è invece semplice, profondo, ingenuo, uno come la vita: può sorridere, ma sotto il sorriso si travede la smorfia dello spasimo; può urlare come l'oceano nella collera più cupa, ma qualche stella splenderà in alto fra le nuvole lacerate, disperse dall'uragano; può aver bisogno di tutta una esistenza soltanto di un'ora, ma non uscirà mai da una deviazione della vita, da un qualche sofisma della volontà, da un falso privilegio nell'artista, che si creda maggiore o almeno diverso dagli altri uomini. Al contrario, il caso sembra compiacersi a prodigare le smentite: agli immensi sogni di conquista e di gloria succede quasi sempre qualche mediocre matrimonio cattivo concubinaggio, si declama e si accatta, si civetta alle piazze e ai saloni, si adora la réclame e il danaro, si sognano cattedre e tribune, e si parla di aristocrazia senza intendere davvero la grandezza di quella che è morta e sentirsene dentro un'altra maggiore.

Vedete nel romanzo di Marcel Prevost come tutto è volgare, meschino, falso nelle rivelazioni e nelle reticenze, nell'attrice che tenta, di uccidere e poi dichiara che intendeva soltanto a colpire un braccio: quale?

Il sinistro, tante volte offerto nelle passeggiate deliziose come un peccato, o noiose quanto il peccato stesso già divenuto un dovere? il destro, col quale l'illustre romanziere ha scritto tante pagine di fine psicologia femminile, smarrendosi quasi sempre nell'intrigo stesso dell'analisi, appunto perchè non era in lui, come in Balzac, il più grande fra tutti i geni moderni, la sicurezza di una morale, cui riportare nel giudizio le differenze dei motivi e dei risultati?

Egli era già ammogliato o quasi quando s'innamorò della signorina Thouret, che gli amici di casa, almeno a quanto dice sua madre, chiamavano col nomignolo di «vestale»; e la vestale lo sapeva, e sapeva certamente quello che noi non sappiamo ancora, chi era questa donna, perchè il romanziere ne aveva fatto la donna della propria vita, se era la madre, se amava ancora, se soffriva, se avrebbe disperato per questo nuovo tradimento. La vestale accettò: offerse forse la propria primizia in cambio della gloria, che l'altro aveva guadagnato col romanzo delle demi-vierges; accettò anche un appartamento in via Copernico, poi un altro in via D'Armaille. Ma non pare che questo idillio adultero si complicasse mai nella maternità, e il romanzo delle demi-vierges è garanzia sufficiente a questa apparenza; però, come accade in quel romanzo e in quasi tutti gli altri, gli amanti dovettero stancarsi, l'uno se ne andò, l'altra viaggiò, poi al ritorno tentò una ripresa, non vi riusci e tentò di uccidere, riuscendovi anche meno. Voleva tirare soltanto al braccio, e soltanto al braccio un signor Thouret, fratello della vestale, fu ferito con un colpo di spada dall'illustre romanziere, seccato certamente d'essere dentro a un così falso e volgare romanzo.

Un sorriso involontario monta alle labbra.

La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo, e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.

La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia, nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare, non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero, al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti a sè stesso.

Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui, e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro corone e le loro medaglie; nessuno era originale, e nessuno sentiva veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone, entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto, perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea, che si alzasse per andarsene?

Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.

E dimentica: non si può fare di meglio!

5 aprile 1903.

È PERMESSO?

Così interroga il pagliaccio, cacciando la testa fra la tenda del sipario, alla prima battuta nella piccola opera, la sola fortunata, del maestro Leoncavallo.

Ma il pubblico invece di essere attento come quasi sempre ad ogni prologo, è adesso ancora agitato dalla tempesta dei giudizi, che soffiano e urlano sull'ultimo verdetto dei giurati milanesi. Le ingiurie s'inseguono nell'aria e squillano fra gli intercolunnii dei giornali accordandosi nell'aspra dissonanza a chiedere la condanna della giurìa, un'istituto, pel quale il genio della libertà lottò e sofferse lunghi secoli, mentre la rettorica della nuova scienza ora lo dispetta nel nome di sè stessa, proclamando la necessità di sostituirlo con un altro di professionisti di psichiatria, un nome che non dice nulla, con teorica che pretende derivare il giudizio sull'anima da quello del corpo e spiegare il male nello spirito colle malattie dei vari organi vitali.

Vale la pena di rispondere? È una scienza davvero la psichiatria e una filosofia il materialismo?

Il giurato, nell'originale, incontestabile superiorità del proprio tipo giuridico, rappresenta la sovranità popolare, che, delegata, non può scendere a professione, cristallizzarsi in una classe o in una categoria, quando si tratta di sentenziare sulla vita o sulla morte di un uomo.

I magistrati giudicano di contese materiali, patrimoniali, titolari; non possono, non hanno diritto a pesare, a sopprimere un uomo come loro, in nome di un ufficio salariato, in base a qualche teorica effimera ed oscillante nelle scuole. Il genio della libertà conquistò quindi la giurìa, il giudizio istintivo, collegiale, dell'anima pubblica sopra un'anima singola, al di fuori di ogni scuola, al di sopra di ogni procedura, nell'irresponsabilità dell'assoluto, nell'identità fra giudice ed accusato.

Quello, il privato, poteva e doveva andare dritto al fatto per le vie misteriose della coscienza: aveva diritto di giudicare e di condannare perchè uomo e non perchè impiegato in una università o in un tribunale: s'ingegnava con tutte le risorse di un'inchiesta fatta dalla pubblica curiosità, sentiva tutti i contraccolpi della pubblica coscienza, libero da ogni dogma scolastico, più libero per la momentaneità della propria funzione, assoluto sovrano nella propria anima, impersonale nel sì e nel no della propria sentenza.

Adesso i novatori, non osando ritornare ai vecchi magistrati, invocano un areopago di psichiatri, di medici: la sovranità del giudizio delegata a professionisti pagabili e pagati, vendibili, forse venduti: la sovranità sottomessa a una teorica regnante per una generazione in una scuola con tutte le sue rabbie polemiche, le sue insufficienze sistematiche, le sue falsità logiche. Il professore diventato re, il commerciante di scienza mutato in giudice sovrano, il medico che nega l'anima e la giudica tentando una diagnosi sul corpo, colui che nega il libero arbitrio e parla ancora di responsabilità, l'altro che non ammette la morale non potendo trovarle materialisticamente una base, e che deve decidere sulla bontà o sulla reità di una azione. Vedete: oggi il genio è una malattia, soltanto perchè nel genio proseguono come altrove tutte le malattie umane; la santità è una malattia, perchè la media della gente non sente e non opera come i santi: la creazione è opera della demenza, perchè nel suo sforzo l'equilibrio normale si frange: il delitto invece è delitto solamente perchè nuoce e il delinquente un delinquente perchè la sua mascella disegna il tale angolo, o le sue orecchie imbruttiscono nella tale curva.

Non vi dovrebbero quindi essere più galere ma manicomi: medici dunque, dappertutto e sempre: medici, professionisti di una scienza, che trema ancora sopra poche ipotesi di giorno in giorno sostituite; professionisti che lavorano nelle scuole alla conquista di un diploma per fare con esso del danaro, che nella vita hanno, e se ne vantano, tutta la fraudolenta duttilità del commercio; professionisti che non sono nemmeno scienziati, perchè la scienza vera, la grande, la rara, dubita di sè stessa, arrischia un'esperienza e teme di emettere un giudizio, sa quasi sempre di non sapere, e si contenta malinconicamente, secondo la divina parola di Platone, di attingere l'ignoranza alla fonte più alta.

Ma il verdetto di Milano, che assolve l'Olivo uccisore della moglie e poi squartatore del suo cadavere, è davvero così ingiusto od assurdo? Ebbene, per me no; e chiedo scusa ed ospitalità alla cortesia del Resto del Carlino: non è ingiusto, non è assurdo. Pigliate il dramma all'inizio, seguitelo sino alla catastrofe. Un uomo abbastanza colto, incivilito, sposa una serva scivolata dalla prostituzione nel sifilicomio: questa è l'antica tentazione del vizio sulla carne, il vecchio sogno della redenzione della donna caduta. La tentazione prosegue, il sogno dilegua: la donna rialzata diventa peggiore, sciupa il corpo, l'anima, il danaro, il nome del marito: lo tradisce con qualcuno, con molti, a caso: lo sa innamorato e lo dileggia, perchè così la passione sanguina e le passioni si nutrono del proprio sangue. Egli tace, si lamenta, sopporta, reagisce, domanda perdono, perdona, vinto sempre, sempre ingannato: la sua vita è un inferno, dal quale non può uscire, perchè non ha la forza di cacciarne lei: nei loro dibattiti, nelle loro contese, nelle lotte, nulla è più sacro: la moglie prostituita si finge al solito gelosa, insulta rivali fantastiche, oltraggia lui, vilipende i suoi morti più santi; continuamente, senza pietà, senza requie, gl'insanguina i fianchi e il cuore; ammalato lo deride, lo costringe a fuggire di casa, gli ruba il sonno, gli falsa la parola e il pensiero.

Ed egli non sa decidersi a nulla, nè a scappare nè a cacciarla, nè a morire nè ad ucciderla: ma un nonnulla potrà decidere ciò, a cui non bastano nè la sua volontà nè la sua ragione. Infatti una sera imprevedibilmente per entrambi, irresistibilmente, una parola provoca la catastrofe, il coltello taglia il nodo gordiano.

Chi ha torto? Tutti e due: non si deve, non si può uccidere: non si può togliere ciò che non si può dare.

È l'antico motto di Diogene ad Alessandro; e in questo motto è la radice del diritto.

Era pazzo l'Olivo? No. Era un delinquente? Nemmeno: ma tutto in lui è crollato in un istante allo scoppio di una di quelle mine morali, che nessuna epilessia può nè produrre, nè spiegare.

Ciò che gli avvenne dopo, e ha tanto impressionato il pubblico, lo squartamento del cadavere, derivò in lui dal solito piccino, infelice e ridicolo egoismo di evitare il processo: e non fu efferatezza, ma paura, una paura forse, che nemmeno egli saprebbe esprimere.

Ricordate Raskolnikoff di Dostojewski? E nemmeno allora l'Olivo impazzì.

Dovevano i giurati condannare in lui un mostro, che ammazzava bestialmente la moglie e ne spezzettava il cadavere? Invece hanno capito, o indovinato, la pietà di questa tragedia umana, dell'uomo assassinato dalla donna nella propria passione, nella propria coscienza, in tutto quanto ha di più alto e di più sicuro nella vita: questa tragedia che batte a quasi tutte le case, a quasi tutti i cuori, uccidendo senza sangue, mutilando senza amputazioni, degradando, avvelenando. Ebbene, questa tragedia li ha vinti.

Errore? Forse, ma umano, meno brutto dell'altro errore scolastico che gli contrappongono: ma anche questa volta il giurato ha sbagliato meno del giudice, perchè la sua assoluzione dice questo soltanto: che vi sono tragedie così profonde, catastrofi così inevitabili, davanti alle quali, uomo contro uomo, non si osa più nè giudicare, nè condannare.

Non temete, questo uccisore della propria moglie per debolezza e squartatore del cadavere per paura, porta dentro di sè la propria pena: condannarlo non si poteva, ed assolverlo era un errore.

Quindi lo hanno assolto: l'errore è meno dannoso dell'ingiustizia.

16 giugno 1904.

VECCHIO ERRORE

Mentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.

E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna; un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle impazienze impure della sua giovinezza.

Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione: parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano all'arte.

Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada, non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera. Ricordate Cristo e la Maddalena? Ricordate Sfinge?

Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.

Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare, frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.

E questo è il caso più comune.

Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino, e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.

Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba illusione di alzare la donna, quasi sempre soltanto una femmina, insino a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.

Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di più.

Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente indarno di diventare una signora.

Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente ed insopportabile.

Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese, decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante, dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno sempre crescente in lei del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della quale si può accusare l'altro.

Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita, a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come fermarsi? Come uscirne?

L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra due anime che si odiano.

Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava questa libertà, come una prova troppo palese ed allegra per tutti del primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò, la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti. Quanti?

I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente, ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!

Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia: era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.

Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?

In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è colui che più vi sofferse e più nobilmente.

Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare, nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà finalmente la verità della propria tragedia.

Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?

17 agosto 1905.

L'ULTIMO BRIGANTE

Così lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più vividi del giornalismo italiano.

Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.

La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i principii della vera psicologia.

Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve, che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di assassino.

Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza nemmeno trarre nè il coltello nè il revolver, che portava nelle tasche come un viatico.

Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato, di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea, non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la lotta di un bandito contro tutta la società.

Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino; nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso, ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto, ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente, all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.

Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente, mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non avessero ucciso alcuno.

Evidentemente la condanna era eccessiva, assurda, e Musolino si proclamò innocente: forse lo era, almeno io lo credo, perchè soltanto tale innocenza e tale condanna possono in un animo debole come il suo, senza alcuna intellettuale perversità di furto, o vorace sensualità di sangue, o fantastica superbia di comando, o selvaggia passione di ribelle nella primitiva libertà dei boschi, spiegare l'improvvisa non più mutata manìa di vendetta.

Egli vi soccombe pel primo: tutto il suo spirito e il suo corpo ne ammalano, non pensa, non vede, non sente altro: colpire coloro, che hanno determinato la sua condanna alla galera; ma evaso dal carcere con due compagni, che presto ricadono nelle mani della giustizia, non sa nel perseguimento di questa vendetta essere nè logico nè terribile, nè implacabile nè rapido, quindi uccide come a caso, graduando i colpi dalla fucilata «di chiarenza» a quella mortale, sparando quasi sempre da lontano, spesso sbagliando il colpo e ingannandosi sulla vittima, e non mai un rischio rileva il suo coraggio, o un agguato scopre il suo ingegno, o un'altra passione attraversa questo suo dramma montanaro, fosco e limaccioso come un padule.

Talora rispetta i parenti della vittima, specialmente se fanciulli: tal'altra uccide e nega poi l'uccisione e se ne pente: una volta, scombussolato dall'orrore di un inutile delitto, dà il proprio fucile al ferito e gli grida: Uccidimi!, poi fugge e daccapo assassina senza vera passione di amore e di odio. Perchè in lui tutto è vanità: di quel suo primo amore non si ricorda quasi più, e nessuna altra donna entra nella sua grigia e fredda vita a soffiarvi dentro una fiamma: dapprima voleva uccidere coloro che avevano deposto falsamente contro di lui, ma è incerto anche contro di essi nella graduazione dell'odio e della morte; aspetta per riscaldarsi che la loro ostilità si rinfocoli, poi la necessità lo trae a punire qualche spia, a difendersi dai soldati, ed ecco il dramma vero di tutta una contrada nel quale egli diviene involontariamente, immeritamente protagonista.

Il paese è montano e boscoso, la gente ancora rozza ed ingenua, nelle fantasie durano ricordi e visioni dell'ultimo brigantaggio politico alla caduta dei Borboni, e il governo è ancora odiato come uno straniero, del quale soltanto una classe, quella che vive di politica, ha saputo farsi un appoggio.

Laggiù i beneficii della libertà si mutarono in nuovi soprusi di nuovi prepotenti, la miseria crebbe, l'ignoranza non scemò, la religione fu ancora una idolatria bambinesca, la diffidenza contro il governo e l'incredulità ad ogni giustizia un'abitudine invincibile e pur troppo giustificata dall'esperienza quotidiana. Nel paese, per tutti i piccoli, i poveri, coloro che debbono concepire la propria vita come una servitù addolorata da tirannidi di ogni specie, Musolino era l'innocente condannato, il prigioniero fuggito miracolosamente dal carcere, il ribelle capace di vendicarsi da solo gittandosi al monte e al bosco per punire di morte la menzogna codarda, forse venduta, dei testimoni nel primo processo.

Così, soltanto così è possibile intendere l'accordo fra bandito e paese.

Musolino laggiù non è un ladro, poichè non ama nemmeno il danaro; non è un assassino, poichè non ama il sangue: se uccide, ne ha il diritto secondo la logica istintiva del popolo (morte per morte), ma uccide senza infierire, da lungi, magari ingannandosi, e allora piange, si dispera. Musolino non è un brigante, non si compone una banda, la quale avrebbe necessariamente molti bisogni di vitto e di danaro incomodi al paese: non si mette al servizio di alcun prepotente, non vende nè la minaccia nè la esecuzione, non odia nemmeno i carabinieri, e spara contro di essi solamente per difendersi.

Tutti quindi lo aiutano.

Il governo al solito s'ingannò e fu ingannato.

Mentre una polizia, anche volgarmente abile, avrebbe saputo presto comprare da qualcuno il bandito, intorno all'Aspromonte invece si rinnovarono sottoprefetti, sindaci, ispettori, marescialli; e però tutti entrarono in questa caccia meno per la paura del brigante che per il piacere di sbertare il governo. Infatti Musolino chi spaventava, chi ledeva? Le spie, che tentavano tradirlo per buscarsi la taglia, erano nell'animo della gente, e non a torto, peggiori di lui: egli era l'innocente condannato che può finalmente farsi giustizia da sè, ecco tutto; e tutto ciò non esprime nè un alto grado di delinquenza, nè un grado molto basso di moralità nell'anima di un paese.

La rivolta della barbarie val meglio che la peste della corruzione.

Ma Musolino non era un forte nè del cuore nè della testa. Quando s'accorse di non poter più durare nella lotta, non seppe nemmeno andarsene per mare e scioccamente pensò di attraversare l'Italia a piedi, pronto a scappare appena un gendarme lo fissasse nel viso.

Se adesso ancora si vanta innocente della prima accusa, e crede di essere stato nel proprio diritto punendo i propri nemici, vi è forse molta verità in quello e molta bugia in questo: egli non può credere a questo diritto di uccidere, di giustiziare, dopo averne abusato così lungamente e stupidamente; ma è il suo vanto, l'atteggiamento, il gesto di attore. Il paese natio gli diede il teatro, il governo gli costrusse il dramma.

Ricordate dopo il suo arresto le misure per trasportarlo alle carceri? La vanità di Musolino finì per impazzirne. Adesso non vuole comparire alle assise che in abito borghese: esigenza di attore che rispetta il pubblico in sè stesso, e nella solitudine della prigione si ubbriaca quotidianamente recitando la propria parte davanti ad uno specchio assente.

Non vi è più brigantaggio; Musolino non è un brigante.

Nè intelligente, nè coraggioso, nè feroce, nè cupido, senza amore, quasi senza odio, egli era, giacchè d'ora innanzi non conta più, uno sciocco presuntuoso con poca moralità e scarso giudizio; una condanna lo esasperò, una lotta parve ingrandirlo, ma vinto e solo colla propria vanità, adesso la sua ultima passione è per il suo ultimo vestito.

A che parlarne ancora?

15 aprile 1902.

AMNISTIA

La vecchia questione è tornata sui giornali prima ancora che il principe, augurato nel lieto accordo di tutte le speranze, abbia, nascendo, risolto il problema del proprio titolo.

Ma questo è davvero un problema? Coloro che pensano così s'accorgeranno presto, se il legittimo orgoglio della nazione sia frustrato, che l'istinto di patria è la guida più sicura in politica, e che male s'industria l'ingegno a divertirlo in espedienti abili soltanto di parola. E di parole scientifiche fanno oggi pompa tutti coloro, che risottomettono l'idea dell'amnistia all'esame teorico della scuola per discuterne il diritto e le forme, nell'intenzione palese di cancellare quello e queste.

Come sempre, si finge di non sapere o di non ricordare che cosa sia sino dalle più remote origini tale idea di grazia e di pace, che l'umanità con ritmo continuo sentì salire dalla propria anima ad ogni evento che la scaldasse di gioia, mentre l'odio, indispensabile nella lotta per la vita, si quietava improvvisamente e un'onda di sorriso ammolliva tutte le fisonomie.

Fu sempre così e così durerà forse sempre.

La vita è troppo aspra, il diritto troppo formale, la giustizia troppo incerta nelle prove, insufficiente nei giudizi e tragica nei risultati, perchè ogni tanto gli spiriti non provino il bisogno di gettarla come un pesante fardello, che li curva dolorosamente verso terra: tutti soffrono del diritto stesso che li protegge, tutti soccombono alla giustizia che invocano. La verità, che sentiamo in noi stessi e negli altri, non possiamo esprimerla esteriormente nella sua interezza: qualche cosa di lei resta sempre sepolto nel cuore, qualche altra cosa le si agglutina al di fuori, strisciando sul fango degl'interessi, tra le immondizie delle passioni, nel rischio delle procedure, dentro i prunai delle teoriche: la gente lo sa, ne soffre, e sa pur troppo che la giustizia non potrà mai librarsi più alto, nella sfera pura delle idee, nel cielo trasparente dell'ideale.

E allora ripara nel sogno.

L'amnistia è un sogno di grazia; e la grazia ha questo di sublime, che alleggerisce del pari la coscienza del giudice e del condannato, dell'offensore e dell'offeso: essa è una rinuncia alla inevitabile verità convenzionale di tutte le leggi che rappresentano il nostro armamentario sociale, una negazione effimera e superba del nostro diritto e della nostra vendetta. È come un raggio di sole estivo, che sbuca fra le nebbie e le nubi autunnali della nostra vita quotidiana; un ritorno alla smemoratezza dell'infanzia, quando si battaglia, si ferisce, si è feriti e si dimentica; una gioia subitanea di affratellamento quasi in un ritorno da un lungo, faticoso pellegrinaggio; un impeto di poesia mette una parola musicale su tutte le labbra, una luce soccorrevole di faro in tutti gli occhi.

L'amnistia era quindi un capriccio della gioia, una bontà della tirannide nei sovrani delle vecchie storie: non aveva altre leggi che l'impulso del momento, il fervore della festa, l'indulgenza e la prodigalità del padrone.

Era un bene nei risultati? Come giudicarne? Forse la sua prova migliore è nella sua durata, poichè l'amnistia è giunta sino a noi, il che garantisce la profondità spirituale del suo bisogno.

L'amnistia ha abitato tutti i luoghi e traversato tutti i tempi: è salita da tutte le piazze tumultuanti, è discesa da tutti i troni anche i più inaccessibili: popoli e re, dispotismi di rivoluzioni e di monarchie ne hanno usato ed abusato; nelle capanne e nelle regge, sulle navi erranti per l'oceano e negli accampamenti vigilati dalla morte o aperti dalla vittoria, essa ha sorriso e trincato spezzando le catene dei prigionieri, rovesciando i patiboli pei condannati, aprendo carceri e postriboli, tempii ed aule.

Un grande poeta inglese nella inguaribile amarezza del proprio genio gridò un giorno al mondo questa parola anche più amara: poichè l'uomo è ragionevole, si ubbriachi dunque!

E l'uomo amnistia forse per la stessa ragione: sa di non poter essere giusto, e ogni tanto grazia; sa che nella vita torto e ragione sono così strettamente avvinti che nessuna analisi di giudizio riesce a scinderli, quindi assolve senza giudizio; sa che la pena è fatalmente sproporzionata alla colpa, e cancella colpa e pena.

La scienza se ne lagna.

Nè il lamento è moderno.

È altrettanto facile che inutile applicare alla amnistia i criterii e le norme della legislazione ordinaria: fatelo, e l'amnistia risulterà assurda, ma diventerete più assurdi voi stessi tentando di renderla ragionevole. Comunque vi muoviate guardinghi, quali si siano i vostri intendimenti e i vostri principii giuridici, discendendo coll'amnistia nell'intrico dei casi resterete nei lacci dell'ingiustizia. Chi scegliere? Chi escludere? valutando il peso della colpa, la qualità del reato, la quantità del danno sociale avvenuto o possibile, l'offesa allo stato o all'individuo?

Scegliete liberamente, ed avrete scelto male: l'amnistia è un istinto capriccioso, col quale lo spirito integra e corregge la propria ragione: l'amnistia è irresponsabile, indefinibile come la grazia: pare una nemica della giustizia e ne è invece la poesia; si esprime come una prepotenza della forza, e la tempera di bontà; somiglia all'amore che scende su tutti, improvviso, irresistibile, e come il raggio del sole non si sporca toccando il fango più laido, penetrando nella stamberga più lurida.

La scienza non vorrebbe l'amnistia: ed è giusto: la scienza ha bisogno di credere alla propria perfezione, all'assoluto dei propri principii, e invece non la verità è dentro la scienza, ma la scienza è dentro la verità.

La scienza è una parentesi aperta nel mistero, e la verità è nel mistero: la legge è una parentesi, nella quale la ragione tenta di imprigionare la vita, ma la vita ha un'orbita infinita, nessuna sonda tocca le sue profondità, nessun occhio la segue per le altezze dei cieli.

Se il neonato sarà un principe e prenderà il titolo da Roma, lasciate scendere dall'alto l'amnistia sui cacciati dalla vita, nelle carceri dove le anime si abbuiano e i cuori si gelano: il principe segnerà nascendo una grande data nella storia, darà il volo ad una grande speranza, significherà la vittoria del nostro più antico diritto.

La gioia è contagiosa: il suo alito, la sua vibrazione vanno e debbono andare lontano: quale più grande lontananza dalla vita che l'esserne escluso, e pensarla, sentirla al di là di un muro, di una condanna, che diminuì nell'uomo la sua umana verità?

Ed io non penso al come regoleranno anche questa volta l'amnistia; soltanto mi dorrebbe profondamente se il principe augurato non assumesse nella storia il titolo da Roma, rinunciando così alla unica, magnifica originalità del proprio grado, giacchè in questo caso il più amnistiato di tutti sarebbe il papa.

Ebbene, no.

15 settembre 1904.

NEL FUOCO

È una voce di pietà, che sale nuovamente e grida al soccorso per i fanciulli italiani abbruciati nelle vetrerie francesi.

Ve ne sono almeno cinquecento a Rive-de-Gier, quattrocento a Givors, quattrocento fra Saint Romain-le-Puy, e Saint Galmier, ottocento fra la Mulalière, la Mouche, Venissieux, Oullins, nei sobborghi di Leine. E altrove? La rivista romana, che denuncia il fatto, lo studiò soltanto nei dipartimenti del Rodano, della Loira e del Puy-de-Dome, e basta: il suo redattore avvocato e console, ha voluto vedere, sentire il martirio di questi innocenti prima di parlare, forse anche di credere. Perchè la nostra fantasia ha un limite più breve della nostra umana malvagità: noi crediamo troppo poco a quei mali, che si appiattano nell'ombra secolare della miseria, a quei delitti che si compiono con la condiscendenza di tutti, ed uccidono senza che il magistrato possa nemmeno sapere il nome della vittima, dell'assassino, dell'arma.

Quelle migliaia di fanciulli abbruciati nelle vetrerie francesi dei dipartimenti meridionali, vengono quasi tutti incettati per la terra dolorosa dell'antico regno napoletano. Laggiù vi è una miseria morale più antica e profonda della povertà economica; laggiù il cuore delle madri si restringe dopo il parto, come il loro ventre, e il figlio è venduto al primo funebre mercante di fanciulli, che promette cento franchi per anno, e per tre anni, come prezzo del suo lavoro futuro e della sua morte quasi certa. E i cento franchi promessi non sono mai pagati.

Alla fine del primo anno i genitori ricevono una lettera del padrone della vetreria, nella quale si avvisa seccamente che il fanciullo non potè lavorare e, ammalatosi, divorò egli medesimo le cento lire dovute loro dal mercante: negli altri anni altre lettere ripetono lo stesso avviso, e figli e genitori vengono pareggiati nel trattamento.

Il patto tristo fu mantenuto tristamente; della carne umana venduta tutto il prezzo e l'infamia rimangono ai compratori.

Talvolta qualche genitore reclama alla nostra ambasciata, e dopo lunghe pratiche riceve laggiù il figlio spedito pel tramite dell'autorità poliziesca: il fanciullo non è più riconoscibile: non era amato prima, ed è peggio accetto dopo; nella vetreria la fiamma del forno gli ha bruciato il sangue, a casa un freddo più doloroso gli gelerà l'anima. Se osasse parlare, si lagnerebbe forse che non lo si sia lasciato morire fra gli altri fanciulli nella casa dell'aguzzino.

La vetreria era il suo inferno.

Egli doveva restare otto ore legali, ma spessissimo sedici ore vere, dinanzi alla bocca del forno, nel quale il vetro bolle a 1400 gradi: l'operaio sta più discosto e prende dalla canna il vetro, che gli porge il fanciullo; l'operaio non lavora mai più di otto ore, il fanciullo quasi sempre sedici; l'operaio ha una paga quasi ricca, il fanciullo non ha niente, perchè i suoi quarantacinque franchi al mese vengono ritirati dal suo mercante. Questo vive sull'armento: quindici o venti fanciulli dai dieci ai tredici anni, ai quali dà soltanto una zuppa nera e che non nutre, un pagliariccio per ogni gruppo di cinque o sei, una camera per tutti, e per tutti lo stesso bastone.

Se si ammalano, il trattamento peggiora, perchè la malattia può mutarsi in denuncia per mezzo del medico o di altri: il fanciullo infebbrato non ha intorno a sè che la timida pietà dei piccoli compagni, che lo guardano tremanti di essere domani come lui. La morte diventa allora la sola buona soluzione, e il fanciullo e il mercante l'invocano forse con pari impazienza.

Di chi la colpa?

La legge? C'è, ma non basta e non può bastare: finchè vi saranno genitori disposti a vendere i figli anche senza intascarne il prezzo, troveranno sempre degli incettatori, che li comprano per rivenderli davvero. L'ipocrisia di un contratto basta a paralizzare la volontà della legge: questa non può impedire ad un genitore di consegnare il proprio figlio a qualcuno per fargli apprendere un mestiere, magari lungi sopra una terra migliore. Niente più facile che falsare il documento dell'età per il fanciullo: basta domandare al municipio l'atto di nascita di un altro: chi riconoscerà il baratto dei nomi in Francia? Chi denuncierà la frode? Per varcare la frontiera si fa accompagnare ogni fanciullo dal padre ad una stazione di confine; lì si compone la squadra, e invece di chiuderla come un branco di pecorelle in un vagone di quarta classe, la si caccia su per la montagna, e si passa il confine dove la sorveglianza è minore.

Un governo più attivo, una legge più rigorosa potrebbero impedire questo delitto, che si compie su migliaia di vittime? Sarebbe ingenuo sperarlo.

Di tutte le leggi, quella criminale presenta appunto le maggiori difficoltà nell'applicazione: un codice non può colpire il delitto che in date condizioni, e deve classificarlo assegnandogli una forma precisa, perchè le prove siano accettabili e il magistrato, condannando, non abbia l'aria di commettere un arbitrio.

Quando l'uccisione si compie colla tubercolosi, in un epilogo di lunghi esaurimenti, martirii senza nome, e la vittima non ha più la forza di parlare, ogni processo diventa impossibile.

Come sperare che l'autorità francese possa o voglia salvare dal fuoco delle vetrerie i fanciulli italiani?

Anche là abbondano leggi e regolamenti, e contro di entrambi prevalgono le stesse frodi.

Il problema è doloroso quanto vecchio.

Filosofi e poeti, economisti e romanzieri, diplomatici e sociologi ne discussero altamente e colla sincerità della dottrina, collo splendore della parola costrinsero l'indifferenza del pubblico a pensarlo: qualche volta un brivido parve scuotere davvero la coscienza popolare, ma come tutti i brividi passò senza che la coscienza mutasse. Eppure il problema riappare e domanda una soluzione. Indarno qualcuno crede trincerarsi dietro l'impotenza della legge, quasichè la legge scritta fosse tutta la legge spirituale e l'attività dell'anima possa restringersi entro le sillabe di un articolo: più indarno ancora altri, quasi allegro di questa miseria legale, accusa tutta la società e domanda a una rivoluzione totale la soluzione di questo problema antico quanto il mondo.

Non è la miseria economica che determina i genitori alla vendita del figlio, ma la loro inferiorità morale; ed è anche meno vero che la miseria produca sempre tale inferiorità.

Questa truce vendita dei piccoli vetrai non si ripete forse con altre forme per tutta la gamma sociale, ovunque un vizio supera l'amore spirituale nella famiglia? Il paradosso di spiegare tutta la vita e tutta la storia soltanto col fattore economico, oramai è troppo logoro perchè meriti nemmeno l'indugio di una risposta.

Ma dinanzi a questa tragedia di fanciulli venduti, imbrancati, condotti lungi per terre straniere, gittati al fuoco delle vetrerie, alle avventure dell'accattonaggio, alle complicità del ladroneccio, alle ferite della prostituzione; dinanzi alla insufficienza della natura, che non sa mettere un cuore in tutti i padri e in tutte le madri; dinanzi alla impotenza della legge, che non può colpire il delitto fuori delle proprie categorie e colla pesante lentezza di ogni ordine poliziesco; per la tutela della legge e della vita, bisogna pure trovare un pensiero, dire una parola, che scongiuri la fatalità del male e rianimi la fede nelle coscienze, che guardano con nuova passione il secolo appena nato.

È possibile proteggere, strappare i fanciulli dal fuoco delle vetrerie?

Forse.

Ma non bisogna domandare questo miracolo nè ad una legge, nè ai suoi esecutori.

Soltanto il vecchio e il nuovo cattolicismo, quello di Gesù o quello di Marx, possono, se in essi ferve davvero una fede e una carità, salvare i piccoli condannati al fuoco dei forni, perchè solamente con una organizzazione di classe e di partito internazionale è possibile compiere la sorveglianza ed applicare la sanzione della legge protettrice dei fanciulli e delle donne.

Che gli operai impongano di non accettare fanciulli nei forni, e i padroni cederanno subito per l'impossibilità di esprimere il motivo della resistenza; che gli operai denuncino i mercanti di fanciulli e depongano contro di essi in tribunale, e la legge colpirà rapida, efficace; che gli operai, così fieri della propria modernità, proclamino fieramente il rispetto al fanciullo, dando primi l'esempio di questa magnifica paternità spirituale e sociale: essi soli lo possono, perchè essi soli davvero sanno tutti i segreti del problema; essi soli lo debbono, anche nel proprio interesse di lavoratori.

Ecco la prova per la sincerità del nuovo e del vecchio cattolicismo.

Credenti del vangelo cristiano e marxista, egualmente superbi nel vanto della stessa conquista mondiale, serrati in falangi, accantonati dovunque, la loro prima storica prova deve essere appunto sui problemi insolubili del vecchio mondo. Se la fraternità del lavoro è vera, perchè i più poveri, i più infelici, i più piccoli non sono amati e salvati per i primi? Perchè i facchini del porto di Marsiglia sarebbero solidali coi facchini del porto di Genova in un incidente politico come la soppressione di una Camera di lavoro, e i vetrai francesi, forse i meglio pagati fra tutti gli operai, parteciperebbero all'eccidio dei fanciulli italiani, che genitori, mercanti, padroni, egualmente snaturati, rinnovano ogni ora, ogni giorno, ogni anno?

La contraddizione è troppo stridula, e il problema troppo doloroso: a quando la risposta?

IL DUELLO

Corti o cortili?

La domanda è lecita nell'ironia dell'equivoco.

Presto la Camera dovrà discutere il nuovo progetto di legge sulle corti d'onore ideato dal ministro Orlando per sopprimere almeno virtualmente il duello. Inutile chiedersi se il progetto sarà approvato, più inutile ancora studiarlo nelle sue disposizioni, mentre l'idea, se pure può chiamarsi così, appare falsa al solo annunzio. Perchè questa nuova legge? A quale bisogno della coscienza moderna risponde realmente? I duelli sono negli ultimi tempi cresciuti così di numero che la loro strage faccia gridare d'orrore l'anima nazionale?

Come di tutte le costumanze, negli ultimi secoli si è abusato anche del duello, e la sua estrema degradazione avvenne nella stampa e per la stampa, quando i giornali, più piccoli e peggiori di quelli di adesso, esercitati da venturieri di tutte le classi, colpivano assassinando in alto ed in basso fra il terrore del pubblico, che l'enorme ed improvvisa dilatazione dello scandalo abbacinava, e le tragedie degli individui, trascinati così alla gogna e che sulla porta di ogni giornale trovavano sempre uno spadaccino del mestiere pronto ad assumersi la responsabilità dell'articolo. Poche classi furono allora spregiate come quella dei giornalisti, ma poichè il giornale era il più vario ed il più rapido veicolo delle idee, un focolare ed un faro mobile per illuminare e riscaldare l'ombra della troppo lunga notte popolare, crebbe, si dilatò, mutò, salì, talvolta raggiunse il valore del libro, rarissimamente lo superò; diede battaglie alle idee e agli uomini, puntellò e rovesciò governi e dinastie, torrente che feconda e cloaca che ammorba, manipolo di eroi all'avanguardia o di banditi coperti di tutte le assise, armati di tutte le armi, vangelo di apostoli senza chiesa, cattedra di maestri senza scuola, libello per lordare le coscienze e grimaldello per forzare le casse: rivelazione locale ed universale, pei piccoli e pei grandi, più falso del commercio e più vivo dell'arte, necessario alla menzogna, più necessario alla verità.

Il duello giornalistico degradò l'antico duello dei gentiluomini: in questi era rimasto come uso di guerra, costumanza di galanteria e di corte, facile eroismo di giovinezza e d'irresponsabilità, malgrado le pene che tratto tratto sembravano volerlo colpire. In quelli era quasi sempre una maschera nobilmente guerriera sopra una fisonomia ignobilmente mercantile: lo si accettava e lo si eseguiva come un rischio del mestiere, così che il vecchio bravo riviveva nel giovane giornalista. Necessariamente l'abuso e la falsità suggerirono tentativi di rimedi: bisognava evitare il ricatto, riparare l'agguato: il duello nobilitava col pericolo, purificava col sangue, e vennero i codici così detti cavallereschi, dettati da giuristi anonimi, prescrivendo norme, elencando obbiezioni, aprendo ai padrini una casuistica da avvocati, aggiungendo così alla improbità delle armi guerriere la viltà delle armi curiali.

E il duello decadde lentamente ma sicuramente nella pubblica estimazione; oggi è poco praticato, appena avvertito dai giornali, se il morto non sia un illustre; non ha più fascino per le donne, presa sui giovani, obbiezioni serie nella coscienza di tutti. Si sa, e nessuno può non saperlo, che la commedia e il dramma della vita sono così profondi e dispari che nessuna legge può contenerli, nessuna procedura disciplinarli: quindi il duello è spesso la migliore stroncatura di una questione, alla quale si cercherebbe indarno una soluzione: lo si accetta e lo si pratica così, come una rissa inevitabile ma attenuata dalla presenza dei padrini, e se per caso vi è un morto, il pubblico si stringe bonariamente nelle spalle, perchè non vi sono corse senza cadute e senza guai, e non feste senza malattie e malati all'indomani.

Ma v'è un altro duello di tragedia.

Qualche volta fra due uomini l'offesa rende impossibile la vita: la morte è già passata in mezzo a loro, e il duello esaurisce soltanto l'epilogo. Se voi avete violata mia figlia, disonorata mia madre; se alla donna che amo voi spezzate il cuore, e può a questo bastare una parola; se avete compìto la rovina di mio figlio, gettato mio fratello nel disonore, preparato a me stesso una di quelle insidie nelle quali l'anima soccombe: probabilmente, molto probabilmente io non potrò citarvi ad alcun tribunale. Tutte le mie prove sono morali, di una evidenza assoluta, ma la vostra colpa non ha i contorni giuridici del delitto; i giudici non potrebbero afferrarla e vi assolverebbero. Peggio, nell'equivoco inevitabile della discussione, fra le maglie duttili degli articoli, colle ambagi delle parole, dietro l'impunità dell'avvocato, voi potete raddoppiare lo scandalo, cacciare le dita nelle mie piaghe e stracciarle, coprirmi di ingiurie magari coi complimenti, far ridere mentre io non posso nemmeno piangere, mutare in un carnevale pubblico la mia tragedia privata, essere il mio carnefice e il mio buffone, come quel piccolo buffone di Poe, che ammazzò il re e si arrampicò fuggendo pel lampadario della sala.

Allora nella mia anima scoppia il problema: o battermi o assassinare: perdonare non so. Certo la più vera, la più alta soluzione è il perdono: così, solamente così, si supera l'offensore; ma la soluzione è troppo vera per essere accettabile, troppo alta perchè le piccole anime possano attingerla. Io non so più vivere di fronte al trionfo di quell'uomo, e non saprei assassinarlo; e la legge non mi aiuta, e il mondo nella scettica ironia della sua millenaria esperienza sorride e sberta; gli amici distillano il veleno a gocce nelle conversazioni ad ogni incontro, la mia casa è squallida, più squallida la mia anima e la mia volontà. Tutta la mia fede sociale è crollata: la legge non può giovarmi e non è colpa della legge se la vita la soverchia.

Ecco il duello tragico, eterno: il duello fra l'assassinio istintivo, impetuoso, logico del popolo, e l'impotenza giuridica del codice nella tutela del diritto individuale. Meglio dunque il duello che l'assassinio, meglio il duello che la quiete vile sotto l'offesa. Davanti all'offeso mortalmente che sa perdonare, bisogna inchinarsi come dinanzi al più puro degli eroismi umani; ma di fronte all'offeso che, dopo avere indietreggiato per la paura legittima del maggior scandalo in tribunale, indietreggia per lo spavento dell'offensore, e sopporta il suo ghigno, il pianto della figlia, l'agonia pallida e muta della madre, bisogna alzare sprezzantemente le spalle e voltarle subito, per non cedere alla tentazione di alzare su lui una mano.

A che dunque le corti di onore? Per i piccoli diverbi e per i più piccoli duelli sono troppo, per i duelli tragici, nei quali la morte è l'estrema necessità della vita, sono troppo poco.

Poi l'onore è un sentimento, che non discute e non si discute: è inutile, ridicolo dargli torto. Nell'Inghilterra un marito che la moglie tradisce, caccia la moglie e cita l'amante per i danni, e si fa pagare così l'ultima corona nuziale: in Italia, nel nostro popolo, specialmente nelle campagne dove è più puro, il marito davanti al tradimento si leva, colpisce, carnefice e vittima nel medesimo tempo. Siete ben sicuri che in questo caso l'anima inglese sia superiore all'anima italiana? Che un marito riscuotendo giudiziariamente il prezzo dell'adulterio diventi migliore del marito, al quale il tradimento della moglie spezza la vita di uomo e di padre?

Ebbene no: gentiluomo di piccola ma vecchia razza, oramai divenuto un contadino dopo tanti anni di solitudine rusticana, io eviterò di salutare quello e stringerò cordialmente la mano a questo.

Non è vero che la onestà, specialmente la grande, sia tutta nella legge e nella passiva obbedienza alle sue disposizioni: la legge fu e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza, alla quale il costume ripara e deve riparare: bisogna talvolta violare la legge scritta, più spesso prescindere da essa, perchè la verità della vita è una legge anch'essa, la prima e l'ultima.

Le corti d'onore del ministro Orlando non risolveranno nemmeno virtualmente il problema del duello, che è insolubile: aggiungeranno indarno tribunali a tribunali, procedura a procedura, cabala a cabala, e l'anima umana come sempre ne balzerà fuori sanguinando.

Il duello fa ed è ancora una necessità del costume: il costume solo può purificarlo: la legge si contenti quindi di constatarlo e non si degradi nel sofisma di volervi vedere un assassinio.

Adesso i socialisti hanno fra loro proclamata l'abolizione del duello come di un avanzo di barbarie, e questo grido giovanile nella sua sincerità poteva e doveva esercitare un grande fascino sulla pubblica opinione. Il bel giorno si vede all'alba: la verità bella sorride e parla dalla bocca dei giovani.

Sciaguratamente il contegno della stampa e delle assemblee socialiste ha tolto a quel grido tutta la sua efficacia: le offese fioccano, grandinano fra loro, contro gli avversari, si avventano dall'alto e dal basso, villane, turpi, micidiali: capi e gregari, uomini e donne, ne sono contusi quotidianamente: l'offesa è diventata più facile, quindi più vile nella irresponsabilità e nell'impunità dell'offensore.

E allora è lecito chiedere: l'abolizione del duello ha davvero giovato all'educazione delle masse? La coscienza plebea si è nobilitata? L'offeso, che non si batte, può essere un eroe, ma l'offensore che ricusa di battersi non sarà che un miserabile.

È triste il doverlo confessare, ma in questa nuova campagna contro il duello par di sentire negli apostoli una più viva paura della morte e una idolatria più bassa della vita: vivere, non più che vivere, e per vivere null'altro che durare.

Sarebbero mai soltanto igienisti della pelle?

9 giugno 1909.

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