IX ULTIMA CARICA
Reading edition
FIT VIA VI
Ricordate il magnifico emistichio di Virgilio nel racconto di Enea, quando alla fantasia dell'eroe si parava ancora dinanzi, nell'orrore notturno, il quadro di Troia presa ed incendiata, fra l'urlo dei combattenti, nei delirio supremo della forza?
Adesso, laggiù, nell'estremo Oriente, la oscura forza della storia ha scatenato alla più meravigliosa ed originale delle guerre il massimo impero del mondo, così vasto che la luna non lo supera in estensione, e la più nuova fra tutte le nazioni, quell'impero del Sole Levante, che da pochi anni raggia sull'orizzonte della nostra civiltà. Il problema della guerra, intorno al quale ogni pensiero oggi si affatica, è forse il più profondo del nostro tempo, giacchè prelude a quello di tutta l'Asia, desta oramai dal sonno millenario.
Che la Russia distendendosi per la Manciuria ubbidisca alla legge della propria gravitazione, e giunta ai due porti di Arthur e di Vladivostok intenda girare a ponente la Cina per chiuderla entro il proprio immenso monile; che il Giappone, trasformatosi in stato europeo, debba mirare alla penisola della Corea come al più vicino e facile approdo sul continente asiatico: questi non sono che i dati esteriori e militari del problema. Nei due avversari, attraverso le differenze della propria natura politica e dell'immenso spazio interposto, la forza è quasi pari e il valore indiscusso: se la Russia invincibile nella propria massa, e in lontana ma terrestre comunicazione col teatro della guerra, può inesaustamente alimentarla, gettando nelle sue fauci mostruose a centinaia di migliaia vittime e soldati, il Giappone, egualmente sicuro dell'Inghilterra nel proprio impero insulare, gettò pel primo il guanto di sfida coll'orgoglio certo dei vantaggi, che la situazione geografica e politica gli consentono. Così la guerra, anzichè decidere della loro esistenza, non basterà nemmeno a stabilire, per un prossimo futuro, quale dei due avrà davvero il primato dell'influenza nel rinnovamento asiatico. Troppo lunga nei secoli fu la sua incubazione e troppi attori dovranno concorrervi.
Comunque la storia abbia potuto davvero incominciare, questo almeno è ben certo, per noi, che essa partiva dall'unità ideale dell'uomo per giungere all'ideale unità delle genti. L'Asia fu la sua matrice e tutto ne uscì: la sua civiltà primigenia produsse i germi di tutte le forme, di tutte le vite, che poi riempirono il caleidoscopio della storia: l'uniformità atomistica della Cina, la differenziazione panteistica dell'India, il dualismo della Persia, il monoteismo della Palestina contennero già ogni religione e ogni politica; sul Mediterraneo, che vide la prima unità storica, si addensò il pensiero dell'Asia passando per l'Egitto e per la Grecia, e Roma potè così diventare il centro del mondo; poi il Cristianesimo ruppe l'orbita romana, e al primo centro del Mediterraneo s'aggiunse il Baltico, e da tutte le coste europee raggiarono gli istinti, le avventure, le creazioni di una civiltà, che per primo bisogno aveva quello di essere universale. Nel secolo decimosesto l'America entrò nell'orbita europea, in quello decimonono l'Europa, con sforzo sanguinoso e concorde, puntò sull'Africa e ne sfondò il negro mistero.
Adesso questo sforzo si ripete sull'Asia. Ma poichè essa sola supera per densità la popolazione d'Europa ed America riunite, nessuna potenza bastava solitaria al problema del suo rinnovamento. Bisognò aspettare che l'America fosse in grado di concorrervi, che l'Australia improvvisata ripetesse non lungi dall'India una nuova Europa, che vapore e telegrafo annullassero quasi le distanze, che tutti i popoli civili avessero raggiunto un inverosimile sviluppo industriale e commerciale, coprendo i mari di navi, le coste di stazioni, forzando i confini colla ricchezza, dopo averli violati coi missionari della scienza e delle religioni, unanimi tutti, nella divergenza degli interessi, in questa suprema necessità di aprire alla loro vita il continente giallo.
Due o tre anni or sono la prima crociata bianca penetrò a Pekino: il motivo della guerra parve religioso, e la guerra soltanto di saccheggio e di strage; ma invece era il primo accordo e il primo convegno d'Europa nell'immenso problema. L'impero dei draghi fu squarciato e rimase aperto per sempre: nessuna muraglia potrà più chiuderlo, nessuna sua forza antica difenderlo contro la violenza rigeneratrice delle forze nuove. Perchè la Cina può risorgere, e la prova era nel suo nemico più vicino, il Giappone.
Adesso la contesa fra questo e la Russia è appena un preludio.
L'impero russo, irresistibile nella progressione del proprio peso, non ha forza assimilatrice di civiltà nella razza. Già le popolazioni vi sono scarse alla terra e le città alle campagne; la sua emigrazione ancora per secoli sarà all'interno; la Siberia che contiene le varietà di un mondo, è quasi un deserto; la potenza industriale e commerciale russa, malgrado la recente, magnifica improvvisazione, è ancora europeamente troppo inferiore. Il suo ufficio in Asia fu dunque soltanto militare, aprire i confini, frangere le barriere interne, disciplinare momentaneamente colla forza, dissipare l'incantesimo millenario dell'onnipotenza asiatica fatta di numero e di estensione.
Mentre la Russia discendeva per la Siberia biforcandosi verso la Persia, l'Inghilterra, vittoriosamente sostituitasi ai portoghesi, agli olandesi, ai francesi nell'oceano Indiano, tentava per il Tibet di giungere al cuore della Cina. La Francia penetrava sino a Pekino con una marcia coreografica, iniziava un impero nell'Indocina; il Giappone mirava alla Corea, d'onde uscì la sua prima civiltà; l'America, ultima, gittava miliardi alla propria avanguardia in una conquista parcellaria del Celeste Impero.
Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico: l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce, sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra presente civiltà.
Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta per l'esistenza nel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno come scossi da lungo terremoto.
La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e finalmente scoprire il proprio segreto.
Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?
Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero e della nostra storia?
Punto e a capo, dunque.
6 marzo 1904.
SOLE LEVANTE
Mai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo radioso.
A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare: una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza della propria gente.
Pel soldato russo questa guerra all'ultimo confine dell'Asia contro un popolo lontano, piccolo, giallo, sconosciuto ed inconoscibile, non può avere alcuna idea esplicativa: le profonde, tremende ragioni di storia intercontinentale, che la preparavano da mezzo secolo e ne determinarono la sùbita esplosione coll'attacco violento ed imprevisto dei giapponesi, non sono accessibili a coscienze plebee e rusticane: questo duello fra il solo moderno cavaliere orientale e il colossale campione europeo per la supremazia d'influenza nel rinnovamento dell'Asia, un duello che dovrà durare fatalmente più di un secolo senza che nessuno dei duellatori cada prostrato, non può apparire nella sua epica solennità che all'occhio di un poeta o di un pensatore.
Ad aprire nell'Asia un'epoca nuova, riattirandola nell'orbita della nostra storia bianca, nemmeno tutta Europa bastava: bisognò quindi attendere, dopo le scoperte e le conquiste portoghesi, francesi, inglesi e russe, che gli Stati Uniti di America diventassero una seconda Europa più ricca forse ed attiva, mentre con una rapidità fulminea, inintelligibile, l'Australia s'improvvisava quasi nel futuro, esperimentando in sè medesima le teoriche politiche del socialismo. E l'Asia fu aperta, corsa, insanguinata, fecondata dal riverso di tutti i monti, da tutte le spiagge, oltre tutte le barriere, su tutti i fiumi; i suoi imperi più vasti, come la Cina, con un ritmo funebre in pochi anni subirono invasioni russe, francesi, giapponesi, e tutta una crociata bianca, in una guerra che parve una parata e lo era: ma la Cina era ancora come morta, e il suo enorme cadavere, troppo enorme, non poteva essere diviso: i regni dell'Afganistan, del Siam, della Persia, sbattuti da rivoluzioni indigene sollevate dall'invisibile pulviscolo fermentatore della nostra civiltà, si dibattevano nelle strette della nostra diplomazia per salvare ancora qualche apparenza di regalità, e non erano più che uno scenario, sul quale attori muti, bizzarramente vestiti, facevano tratto tratto un gesto stanco, incomprensibile: larve di un passato millenario, fantasmi di una vita morta anche negli inconsumabili monumenti della sua antica grandezza.
E sulle alture della sua mitica e mistica rocca, il gran Lama, il sacro fantoccio del buddhismo, questa immensa, profonda religione, che potrà sola resistere alla marcia invaditrice e trionfale del cristianesimo, era recentemente sloggiato da un solo colonnello inglese, fra lo stupore orrifico e sacro dei credenti, in mezzo a un popolo di sacerdoti, fra villaggi formati soltanto di monasteri, dentro un silenzio nel quale da secoli e secoli la vecchia anima asiatica si assopiva obliando la tragedia inconsolabile ed inutile della vita.
Adesso non vi è più popolo, non cantone dell'Asia, nel quale il soffio abbruciante dello spirito bianco non sia giunto: i missionari della religione e del commercio, gli avventurieri della scienza e dell'arte, le avanguardie delle industrie e delle diplomazie sono penetrati dovunque: il mercato è immenso, la conquista impossibile, la lotta fra gli invasori inevitabile e senza tregua.
Ma che l'Asia possa e debba risorgere è oramai certo nella vittoria del suo cavaliere giapponese: egli reclama il primo posto a questa opera di rinnovamento, e sicuro della propria improvvisata modernità si leva minaccioso e trionfante contro la Russia, sulla Russia, a respingere la sua secolare alluvione, a negarle la primazia del protettorato asiatico.
In Europa la Russia soltanto poteva sentire ed arrischiare la stupefacente grandezza di tale opera, calando dall'invasa e già fecondata Siberia sulla Cina a romperle il sonno e l'impero per darle la servitù e la vita. Dall'India la conquista commerciale dell'Inghilterra non poteva risalire; e l'Inghilterra, piccola di territorio, esigua di numero, non può essere che un'impresa commerciale, assorbe ancora più che non fecondi e non saprebbe suscitare la vita per inferiorità aritmetica nei propri viventi. La Russia soltanto aveva ed avrà una emigrazione all'interno, un popolo ancora vergine ed agricolo, capace di riversarsi su nuove terre e rinnovarle: essa soltanto ha ancora l'unità di governo, di fede, di sacrificio, d'ignoranza, di genio necessaria alle grandi fondazioni.
Ecco forse il motivo oscuro, inconscio del coraggio del soldato russo attraverso tante sconfitte e delusioni di generali e naufragi di ammiragli e morti su tutti i campi, sterminio, in furia d'uragano, in una lontananza di mistero, nella suprema indifferenza del fato. I nihilisti, i nemici dello czarismo uccidono qualche ministro, ma nemmeno fra tanto dolore e tanta rivolta di anime contro l'insufficienza del governo osano il rischio di una rivoluzione anche meno che parziale: la guerra d'Oriente è un'epoca russa, una fatalità della sua storia, il motivo epico più vero della sua superiorità in Europa.
Altre sconfitte seguiranno a questa, ma la Russia starà, poichè l'Europa è tutta dentro la sua azione, e le gelosie di governo, le rivalità industriali, gli antagonismi di nazione non contano, non bastano a contraddire, ad arrestare per un minuto soltanto l'impresa.
La guerra attuale non ha e non può avere soluzione: l'eroismo è pari nei combattenti e pari la ragione: qualcuno, qualche cosa interromperà la guerra per il riposo indispensabile a riprenderla. Quando?
Adesso non siamo che al prologo, le battaglie ne sono le battute; la vittoria giapponese prova la risurrezione asiatica, l'impossibilità di scacciare la Russia dall'Asia il diritto al suo immenso carato d'influenza nell'opera del rinnovamento.
E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.
20 ottobre 1904.
SATIRA EPICA
Il telegrafo annunciò che il Mikado, ordinando la liberazione dell'ammiraglio russo Nebogatoff, lo ha incaricato di portare allo Czar il rapporto dell'ultima battaglia navale combattuta allo stretto di Tsu-shima.
Era difficile mostrarsi più tremendamente cavalleresco dopo una vittoria, insperata forse così grande, e che resterà nella storia mondiale come una data luminosa, a lunga distanza di secoli, dopo Salamina. L'impero russo non ha più flotta sui mari, la sua bandiera affondò con le sue navi, la guerra è perduta, la sua gloria di campione bianco nell'estremo Oriente si è miseramente oscurata come un fanale solitario nella notte, quando la tempesta rugge e non vi sono più pellegrini per le strade.
Perchè? Sarà davvero finita l'azione russa in Asia? Non avrà più futuro nella storia mondiale questa magnifica razza slava, l'ultima nel tempo europeo, la sola che non vi abbia ancora significata l'importanza e la originalità della propria opera? Certamente è permesso dubitarne, giacchè nel problema del rinnovamento asiatico l'intervento d'Europa è, e resterà lungamente indispensabile, ma nella prima prova, affidata necessariamente alla Russia, questa tradì sè medesima e il mondo.
Mai governo si lasciò cogliere più bassamente impreparato dinanzi a più colossale impresa; mai così enorme responsabilità ricadde su menti e sovra spalle più deboli. La diplomazia russa, residente al Giappone, non aveva nulla veduto, nulla indovinato, nella preparazione nemica, della virtù unanime, caparbia, miracolosa di quel piccolo popolo giallo, che compiva pure sotto i suoi occhi il più stupefacente dei prodigi mutando la propria millenaria barbarie feudale in una modernità di avanguardia ancora più celere nei movimenti che sicura nelle assimilazioni, fatta di echi egualmente sonori nel passato e nel futuro, materiata di virtù eroicamente antiche e di una nobiltà squisitamente contemporanea.
Nel Giappone l'odio era così ardente dopo il sopruso sofferto a Porto Arthur per opera della Russia, che mai passione di dolore patriottico fu più intensa; il fervore degli armamenti così febbrile, che il silenzio stesso della loro prudenza ne vibrava come una vela al vento e il mare ai primi soffi della tempesta e la terra al primo risveglio del terremoto.
La diplomazia non vide, non capì.
Poi la guerra precipitò: le vittorie giapponesi scoppiavano come tuoni, ardevano come lampi: flotte, eserciti, fortezze, province, tutto vi spariva quasi in un uragano d'incendio, e i vincitori, tra il sangue e il fumo delle carneficine, riapparivano calmi, cortesi, così sicuri di sè medesimi che ne sorridevano appena, senza un rimpianto pei morti, nè un vanto pei vivi, nè un insulto pei vinti.
Ed era giusto quanto bello. Perchè i russi immolati dalla incapacità del proprio governo, sacrificati dalle rivalità dei generali, abbandonati in un deserto troppo lungi dalla patria, si battevano sempre raddoppiando di valore ad ogni sconfitta, diminuendo la vittoria del nemico sino ad una semplice alea di guerra, ad un esponente della superiorità burocratica giapponese sulla russa. Quindi il mondo ammirava. La resistenza nella sconfitta, in ogni tempo e in ogni luogo, provò meglio della vittoria il valore di un popolo: questa può giovarsi di molti estranei aiuti, quella cresce soltanto dall'anima di una gente profondamente radicata nella storia, immutabilmente sicura dell'avvenire. Che sapevano i soldati russi di questa guerra, se i loro governanti stessi ne ignoravano la fatalità? Pei giapponesi tutto vi era cosciente, pei russi tutto oscuro; e gli uni e gli altri si esaltavano nella lotta sollevati da un istinto misterioso, che ardeva le loro vite come una sacra offerta sopra un altare non ancora conquistato alla patria.
Per la Russia, ad ogni sanguinante notizia di sconfitta, cresceva un fermento ribelle nell'oblio del supremo dovere, che il pericolo impone dinanzi alle vittorie del nemico: drammi di officine, tragedie principesche, insubordinazioni nazionaliste, delirii anarchici scoppiavano nelle parole e nei fatti, uccidendo idee e persone, sconvolgendo coscienze e fantasie, senza che la grande anima russa si distogliesse veramente dalla fatale fissazione d'Oriente, o piegasse vinta sotto il dolore e la rovina della morte.
Si sperava, si voleva. Quando il vinto sa morire come il vincitore, questo non è ancora tale; il giuoco della guerra può mutare, e la fortuna, dalle grandi ali rosse, più mobile d'una piuma, aliare da un campo all'altro. Poi la Russia è un mondo, le sue risorse sono inesauribili, il suo genio giovane, la sua fibra vergine, la sua fede pari alla sua pazienza, che ha stancato i secoli nella aspettazione del proprio tempo. Bastava che il governo, correggendosi sotto le lezioni delle catastrofi, facesse il proprio dovere: e non lo ha fatto.
Lo Czar non è che un simbolo, d'onnipotenza ieri, di miseria oggi: non parliamo di lui; perchè il mondo ne parlasse, dovrebbe essere davvero il successore di Rurik o di Pietro il Grande. Ma intorno a lui l'aristocrazia russa soccombe ignobilmente alla prova: essa non ha prodotto un uomo capace di dominare la sventura, non si è votata in massa alla patria gittandole la propria anima come una bandiera ed un'arme. La borghesia, scatenata da De Witte negli affari, non ha veduto altro in questa guerra; ingrassa nel sangue, e stride invocando una costituzione.
Nella ultima flotta così lungamente preparata tutto era falso, l'equipaggio e le navi, le munizioni e le intenzioni: l'ufficialità composta quasi tutta di neofiti non passati o mal passati agli esami, le ciurme raccolte senza fede, addestrate senza speranza, guidate senza autorità. Quindi la battaglia nello stretto di Corea, fu una resa, alla quale l'impeto del nemico tolse la stessa volontaria facilità; quelli che si battevano, non ne sapevano più il perchè, e il loro sforzo era indarno; gli altri, che fuggivano, ignoravano anch'essi il dove, e fuggivano nell'inutilità del terrore, ancora meno dal nemico che dalla patria, per la quale non sentivano più che bisognava morire; gli ultimi, i più sinceramente vili, issavano subito nella intera squadra di Nebogatoff bandiera bianca e ricevevano a bordo il commissario giapponese, allineati come per la rivista di un loro ammiraglio in un qualche anniversario di vittoria.
La flotta russa non è più: affondò nella viltà, il mare la sommerse: le navi catturate diventarono giapponesi mutando anima e fortuna: i marinai prigionieri rimarranno nelle isole nipponiche sorvegliati come dei discoli soltanto. Si può forse temere che fuggano per combattere ancora?
La sconfitta nel canale di Corea segna la fine di questa prima guerra? La Russia ha perduto, la miseria spirituale del suo governo, discendendo come un umore purulento, arrivò sino ai cuori dei marinai e delle navi. Ma sulle steppe della Manciuria l'esercito resiste ancora, e salverà forse l'onore. Non è composto di contadini l'esercito, mentre la flotta era racimolata un po' dappertutto sulle coste e per le città? Tolstoi ha ragione: la Russia è il mugik, che sente invece di pensare e ha la fede invece della scienza, e rimase e rimarrà fedele ai grandi destini della Russia.
L'ammiraglio Nebogatoff rechi dunque allo Czar il rapporto della sconfitta, e lo Czar, rispondendo degnamente all'epica ironia del Mikado, non lo punisca; la viltà della sua resa è al disotto di qualunque pena. Egli non è più nè giapponese nè russo: cosmopolita della paura potrà vivere egualmente bene dappertutto.
Mancò mai il fango ai lombrichi?
8 giugno 1905.
LEX IMPERORUM
Come all'eco della tremenda battaglia, che sommerse l'ultima flotta russa nelle acque di Tsu-shima, una voce si è levata da Washington invocando la pace.
Già Fortis, il nuovo presidente, non ancora capitato ad una vera battaglia parlamentare contro il proprio ministero, un po' simile all'estrema armata russa, poichè imbarazzato di vecchi ministri male acconci per una rapida andatura e mal sicuri contro un attacco improvviso, aveva nel banchetto solenne pel nuovo mondiale istituto della agricoltura brindato alla pace nel nome dell'antichissima arte rurale.
E di pace parlano da tempo tutti i giornali, quasi sgomenti dell'immane macello, nel quale la Russia, degradata dalla propria burocrazia, gitta lontanamente i più vividi fiori della propria giovinezza. Pare che un vento di paura sia calato dalla bassa barriera degli Urali soffiando sulle immense terre nere, che adesso maturano il miglior grano d'Europa: le sconfitte hanno isolato il governo, che resiste indarno fieramente a tutti i reclami costituzionali frustando ed imprigionando, ritraendosi sul culmine dell'autocrazia come nell'imprendibile rocca nazionale. Una stanchezza ha prostrato tutti: non vi è più un capitano che possa gettare un grido d'appello alle moltitudini, sferzarne l'anima col lampo della propria spada; non vi è ancora un politico, che ergendosi sulle rovine di tante catastrofi, abbia trovato un pensiero, significato una volontà salvatrice.
Tutto è incerto, molti fuggono. I più timidi fra i ricchi hanno aperto l'esodo: i treni discendono alle frontiere carichi di viaggiatori migranti sotto il soffio della tempesta, come stormi di uccelli che anticipino in disordine il passo: alle borse di Pietroburgo e di Mosca fioccano ordini russi per comprare cartelle dei nuovi prestiti giapponesi di guerra, perchè il danaro, come sempre, è senza patria, ancora più del lavoro.
Tutti sanno, e lo dicono, che in questo immenso prologo guerresco la Russia ha irremissibilmente perduta la prima campagna: una rivincita immediata, che almeno salvasse l'onore dell'armi e alleggerisse l'umiliazione dei plenipotenziari, che dovranno trattare la pace, è anche essa troppo difficile; il mare è libero al Giappone, i suoi eserciti in Manciuria sono già cinque, e superano di numero quello russo. Questa guerra imperiale, non evitabile storicamente, per essere vinta aveva d'uopo di un più conscio governo e di una più profonda preparazione; e allora, nella luce dì una qualche prima vittoria, avrebbe potuto diventare patriottica, sollevando l'anima nazionale nell'orgoglio di un primato umano.
La Russia, vincitrice in Asia, vi avrebbe affermato la supremazia dell'Europa, l'impero della razza bianca come sull'America e sull'Asia: tre secoli di espansione l'avevano portata a questo cimento supremo: la Russia vincitrice di Napoleone I, e quindi liberatrice d'Europa dal suo ultimo sogno imperiale, che violava tutte le nazionalità, in Asia sarebbe stata la grande colonizzatrice, l'immenso contatto della nostra razza bianca colla gialla l'ultima originalità della nostra storia gittata sul più vasto continente a ridestare la vita, ad attirarla nella luce e nella fiamma della modernità.
Invece la sconfitta isola Czar e governo: la guerra e le sue rotte non sono più che l'opera di un loro capriccio, il delitto forse di un loro enorme affare. Tutte le impazienze nazionaliste dell'impero ne profittano: i rivoluzionari soffiano sulla paura, versano tutti gli acidi dell'odio sulle piaghe, denunciano tutte le colpe della burocrazia, aizzano tutti i rancori, rinnegano la nazione per salvare la patria, e domandano, pregano il popolo di non amare che sè stesso.
È possibile la pace?
Per coloro che giudicano ogni atto della storia opera della volontà nei governanti, e negando il valore dei re credono a quello dei parlamenti, la risposta è fin troppo facile: si poteva non fare la guerra, si può quindi fare la pace. Basterà che lo Czar ascolti la voce di Rooswelt, e creda alla sincerità politica della sua offerta, e non domandi e non si domandi perchè tutta Europa e l'America lo abbiano lasciato solo in questo primo scontro col Giappone, mentre la guerra era di razza e di continenti: accetti e firmi.
Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato, sollevato sino alla sfera, preso nel ritmo onnipotente della storia bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.
La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.
Ma vi è una legge degli imperi.
La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere, l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un segreto, compiono una volontà della storia.
Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti, la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile, il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme più avanzate nella modernità.
Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste; soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la sua unità, e domani sarà compromessa la sua unione; gettategli nel mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà. La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.
La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione: l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa sia, sale sempre l'assoluzione.
Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.
E forse, senza forse anzi, la faranno.
Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della guerra.
Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?
Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?
Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pace della tomba, da troppo tempo egli la chiama sul mondo.
Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nippon banzai!
Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.
17 giugno 1905.
JANUA MORTIS
Ancora, ancora!
Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno, forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da qualunque ritardo di riconoscimento?
Purtroppo è facile rispondere: no.
Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo stesso entusiasmo.
Invece non è così.
Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale socialismo del mir e il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa, salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.
Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece, sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.
Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato, e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della propria massa sui due continenti, sovrastare all'Asia come massima potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.
Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale: lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa inintelligibile al popolo.
La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi: l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi, così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua storia e della sua poesia.
Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro pensiero.
Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannide autocratica s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!
Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.
E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare, sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si muove.
Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte: appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla a poema.
L'ultima scena fu magnifica d'orrore.
La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nel profetico spasimo della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati, alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava Dio. Per chi?
Forse la pia pregava per tutti.
Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa: eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.
La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?
21 febbraio 1905.
SULLA CHINA
Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.
Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de' suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza personalità, non una concessione, se la paura della guerra ne decise il momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.
Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra, non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare, anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero. L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più immensa fra le miniere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso, troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne; profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza, la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia, l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.
La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero, assorbendo popoli di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.
Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida l'andatura stessa delle riforme.
Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori, lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Ma quanti liberali moderni d'Occidente possono intenderlo?
Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale: quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri, e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli oppressi.
E comunque si compia questo novello esperimento, il partito rivoluzionario non disarmerà.
Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà ancora, il popolo comincerà ad essere.
Non è molto, eppure è quasi tutto.
22 agosto 1905.
L'ULTIMO CZAR
Forse la storia lo chiamerà così.
Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero; tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e roventi di vita.
Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato: l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.
E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande rivoluzione francese, l'impero russo resistette; e i suoi generali non osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i feriti.
Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente, in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.
La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo, nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione, che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a scuotere.
La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle coscienze, che le rivoluzioni europee destavano alla vita della sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri, vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.
Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli, troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.
Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.
Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di malattia.
La costituzione (e dovranno pur chiamarla così) non sarà davvero una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici, tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la gente grida: Viva lo Czar!
Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima d'imperatore?
La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile: la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui, sopra di lui.
L'impero dura, quindi l'imperatore resta.
L'Europa applaude, e da lungi il Giappone sorride. Adesso il mondo non ha più che un imperatore vero, il Mikado.
Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso come quello del suo ultimo rescritto.
Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova libertà.
4 novembre 1905.
LA TERZA PROVA
Questa forse riuscirà, quantunque arte e dottrina di storia non consentano presagi.
Da qualche giorno i giornali russi si esauriscono nelle analisi della terza Duma, che chiamano conservatrice: parola di lode o di biasimo secondo il discorde traguardo del partito, ma indubbiamente parola di speranza per tutti, anche per coloro più disperatamente ostinati nella negazione. L'immenso impero, appena uscito dalla tragica prova della guerra giapponese, nella quale una imprevedibile miseria di anima e di corpo gli contese la rivincita di una sola scaramuccia, parve precipitare nel baratro di una dissoluzione. Tutto era perduto, persino l'onore: lo Czar errava come un'ombra nei palazzi imperiali, troppo piccolo per mostrarsi al popolo in così grande sciagura: gli eserciti erano distrutti, i generali non avevano più nome, i reggimenti tornavano senza bandiera, le flotte non tornavano più.
L'egemonia bianca sull'Oriente aveva ricevuto un colpo mortale dal piccolo eroico campione giallo, che si era alzato dal frammentario impero del Sole Levante, nel nome di una razza inerte da secoli in un esaurimento spirituale, gittando un superbo appello di sfida a tutta la storica gloria di Occidente. Se l'Inghilterra, arrestatasi anch'essa da gran tempo nelle Indie come nella ricchezza di una enorme fattoria, era il campione secolare della industria e del commercio europeo, la Russia rappresentava in Asia il campionato territoriale, colla razza più attardata nella nostra civiltà, più numerosa e feconda, vergine nella potenza di una originalità, che promette ancora un terzo periodo civile dopo quelli della gente latina e teutonica.
E la vittoria giapponese sconvolse tutte le previsioni della politica e gli aforismi della filosofia della storia.
Quindi, nell'improvviso fallimento della burocrazia imperiale, per tutte le città della Russia vampeggiarono le speranze rivoluzionarie: la dinastia rimaneva senza gloria, il governo senza base, entrambi senza una idea. Al solito, si gettò sulla miseria dei vinti la colpa di tutti; non si comprese, e in quell'ora non sarebbe stato possibile, la nuova fase del problema orientale, che riempirà di sè stesso tutto il secolo ventesimo; non si cercò nemmeno donde venisse al Giappone, dopo trecento anni di pace, una così meravigliosa forza di eroismo nei soldati e nei cittadini, unanimi nel disprezzo della morte e nell'epica concezione della vita.
L'aristocrazia, oscillante tra vanità moderne e albagie antiche, accusò anch'essa per sottrarsi alle accuse, mentendo nelle critiche al governo e nelle lusinghe al popolo; la borghesia, febbricitante d'idee occidentali, senza base e senza contatti col popolo delle campagne, immensa maggioranza che nessuno sguardo e nessuna sonda potevano misurare, credette giunto il proprio avvento, e delirò nelle accademie e nelle assemblee, per i clubs e su per i giornali, vantando la propria superiorità nell'astrazione delle idee, e provando la propria inettitudine nella gara vanitosa delle proposte rivoluzionarie. Nelle città, e più specialmente nelle metropoli, la plebe operaia, irreggimentata dalle enormi ed improvvisate officine dell'industria moderna, che De Witte aveva artificialmente sviluppato con una coltura di serra, s'infiammò alle fiaccole dei vecchi nihilisti e discese nelle vie a rinnovare davanti alla fedele e barbarica foga dei cosacchi la viltà degli eserciti fuggenti sulle pianure gelate dinanzi al furioso eroismo dei giapponesi. E le campagne tacquero, malgrado l'esplosione dei saccheggi ai castelli abbandonati dai grandi signori.
L'anarchia soverchiava, e tuttavia non una idea, non una forma si scopriva ancora nell'impero a sostituirvi il governo secolare degli Czar, imperatori pontefici, simboli di una unità caotica ed infrangibile, sempre insufficienti come individui, sempre insuperabili come padroni.
Poi un «ukase» annunziò la costituzione. L'Europa trasali, la Russia si sconvolse: non sarebbe stato possibile, nella febbre di quella concessione, nè al governo nè al popolo fissare davvero le linee di uno statuto capace di contenere come una cornice il nuovo quadro: nessuna classe vi era preparata; nessun ordine, nessuna categoria aveva aspetto e limiti abbastanza precisi; i bisogni salivano da secolari dolori, sopravvissuti a tutti i martirii e a tutte le disillusioni; le idee sprizzavano da tutti i cozzi, squillavano dalle incudini, chiassavano nei mercati, prorompevano dalle università, sbucavano dalle botteghe, poi, addensandosi nei giornali, vi si incendiavano come fieni estivi, mentre dal fondo oscuro, anonimo della plebe soffiava come un vento gelido e fetido, che sembrava gittare in alto dei singhiozzi di agonia e delle sillabe di morte.
Nell'Europa occidentale la rettorica politica si sbizzarriva nelle critiche e nei consigli, non si sapeva, o meglio, non si voleva sapere che la Russia, come non ebbe il nostro passato, così non ha ancora il nostro presente politico quale democrazia parlamentare e cittadina; che fra città e campagne nell'impero moscovita la differenza spirituale è ancora di secoli; che fra operai e contadini l'antagonismo è di due mondi; che differenze di clima, di razza, di natura e di storia trovarono nello czarismo la sola possibile unità e questa unità vi assicura ancora nell'arbitrio il modo più rapido, per quanto tragico di progresso. Lo czarismo soltanto ha coscienza imperiale, e può adesso mantenere la Russia. Ogni altra questione, tutti i più urgenti problemi soccombono a questa pregiudiziale; le forme e i diritti politici d'individuo e di classe diventano secondari davanti alla necessità, per la Russia, di mantenere il proprio primato imperiale sull'Europa e sull'Asia, preparando ad entrambe un nuovo originale periodo di civiltà.
Una democrazia parlamentai re a Pietroburgo, simile a quella di Parigi o di New York, dissolverebbe l'impero, e le sue province, così disgregate, anzichè riformarsi nell'originalità della autonomia, ripiomberebbero nell'anodino e nell'anonimo.
È presto ancora: la civiltà matura nelle lagrime e nel sangue; la libertà è la suprema perfezione di un popolo.
La Russia aspetterà ancora lungo tempo.
Le due prime Dume convocate e disciolte dal governo imperiale oltrepassarono nel ridicolo la memoria dei parlamenti quarantottisti di Roma e di Francoforte, di Parigi e di Berlino, le idee vi gridavano come fanciulli, le parole vi smarrivano ogni significato: i deputati, attori improvvisati di un teatro posticcio, declamavano coll'occhio fisso alle ultime lontananze dell'orizzonte politico, e coll'orecchio teso agli echi della piazza più vicina. Nessun partito vi era organico: liberali, rivoluzionari, reazionari, patrioti unitari e patrioti separatisti, nessuno rappresentava davvero una coscienza della Russia e dell'impero: banditori di idee, residui di libri, avanzi di congiure, campioni di sètte, delegati di gruppi non sapevano che domandare, perchè volevano tutto o ricusavano tutto, non sapendo scegliere nè fra il vecchio nè fra il nuovo.
Un parlamento si prepara prima nei comuni, nelle province; ha bisogno di una coscienza nazionale equilibrata sull'antagonismo dei partiti e delle regioni, deve avere un governo, sovrastare al popolo, dominare il sovrano.
La nuova terza Duma riuscirà?
«In principio erat verbum».
Aspettiamo dunque la sua parola.
15 novembre 1907.
L'ULTIMO
Così forse lo chiameranno negli annali dell'Islam.
Il lungo, immenso, glorioso impero ottomano finisce in lui, ed egli è piccolo, basso, ignobile, senza la virtù della vita e senza il coraggio della morte: nè sultano, nè califfo, incapace nella dottrina e nell'armi, miserabile nel pensiero e nel sentimento, non più abbastanza giovane per l'eroismo della guerra, non abbastanza vecchio per la consacrazione della tragedia.
Abdul-Hamid è stato deposto.
Negli annali islamitici la fine dei sultani fu spesso espiatoria per congiure e per condanne di palazzo: la loro onnipotenza, al solito, non era che formale, se dentro non vi folgorava una qualche virtù di grand'uomo; nessuna originalità, dunque, in questa deposizione dell'ultimo sultano, che vita e morte respingono nel medesimo disprezzo.
Egli non aveva mai sentito l'enorme responsabilità del proprio grado: forse ignorava la meravigliosa storia antica dell'impero, che si espanse come un incendio improvviso ed irresistibile sull'Oriente e sull'Occidente, minacciando simultaneamente Buddha e Gesù, soverchiando nella più irresistibile delle marce conquistatrici tutti gli ostacoli accumulati o dimenticati dalla storia, assimilando, struggendo, religione di guerrieri prima, poesia di arte dopo, supremo sforzo del deismo ebraico contro il trionfo della trinità cristiana.
Forse il mondo non ebbe visione più abbacinante di guerra: la conquista di Alessandro pare una parata teatrale davanti a quella di Maometto, che va dall'India alla Spagna, minaccia la Francia, sfonda la Cina, schiaccia la Persia, sommerge l'Egitto, soffoca a Bisanzio l'agonia dell'impero romano: e tutti i deserti sono attraversati, e tutti i mari si coprono di navi, e la vittoria vola su tutti i monti, inonda i piani, rovescia le città. Tre continenti piegano sotto il suo sforzo immane: l'Africa diventa quasi tutta maomettana, l'Asia resiste nell'immensità e per la immensità, ma tutti i suoi popoli sono feriti dalla nuova parola, tutte le sue religioni compromesse dalla forza solitaria di Allah. L'Europa piccola sopporta la massima pena: Gerusalemme, la città santa di Gesù, cade nella servitù musulmana, e le crociate tentano invano per secoli di liberarla; a un dato momento Parigi è minacciata come Vienna, il Mediterraneo diventa un mare turco, sul quale le nostre repubbliche marinare sembrano esercitare la pirateria della libertà; tutto trema, tutto vacilla sotto l'impeto musulmano.
Oggi ancora la storia si domanda come si chiamava la forza invisibile, che salvò l'Europa e il cristianesimo dalla barbarie militare e deistica del maomettanismo. Questo era un esercito sempre e ovunque: soldati che sapevano morire, uomini riassunti in un dogma, chiusi in un'idea, circoscritti nella propria razza, solitari nella frenesia del comando, più solitari ancora nell'amore multiplo dell'harem.
Ma la loro civiltà, se pure tale può chiamarsi, non poteva prevalere a quella cristiana: rappresentava forse un progresso in Oriente, ma non era che reazione contro la cultura greco-romana unificata nel cristianesimo: la sua vittoria effimera non esprimeva quindi una superiorità e doveva servire ad altri fini della storia: la sua strapotenza militare portava seco la espiazione nella incapacità creatrice di tutte le opere veramente feconde della pace. L'arte araba potè coprire questa miseria, non vincerla: filosofia e scienza, morale e diritto, la coscienza umana della storia e la coscienza individuale del cittadino repugnavano egualmente all'unità maomettana, infrangibile ma inutile come un monolito.
Poi l'immensa mareggiata si acquetò: l'oceano divenne stagno, lo stagno palude dalle acque verdi come la bandiera già vittoriosa, piene di una vegetazione morta o mal viva, seduttrici ancora in un incantesimo di voluttà o di morte egualmente misterioso.
L'impero si era formato a Bisanzio e si chiamava la Sublime Porta, ma da essa non uscivano più ordini nè per l'Oriente nè per l'Occidente: sultano e califfo regnavano sul deserto e sul silenzio: l'Europa non temeva più e progrediva trasfigurandosi a ogni anno; l'Oriente aveva digerito il maomettanismo come ogni altra tirannia e non lo sentiva più che come una decorazione e una superstizione. L'agonia dell'impero turco coincise con quella d'Italia, sua piccola, miracolosa rivale; poi la rivoluzione francese e Napoleone I gli si fermarono dinanzi come ad un cadavere troppo grande per essere rimosso senza pericolo; poi ancora tutto il secolo decimonono si tormentò in questo problema, dentro al quale si risvegliavano tutti quelli antichi dell'Oriente e tutti gli ultimi della giovane Europa tempestavano furiosamente.
L'impero era morto: a una a una le sue remote province se ne andavano nella ribellione; non aveva più finanze, esercito, armata, governo; l'unità era il Corano pei credenti, l'inerzia povera pei non credenti: devastava, non amministrava, era una tradizione non un'idea, durava senza vivere, aveva funzione d'ostacolo, non d'istrumento nella storia. E a poco a poco la civiltà occidentale, che lo teneva dritto sulle stampelle per le necessità dei propri ultimi egoismi nazionali, gli penetrò nelle carni e nello spirito dissolvendo: le sue idee, i suoi costumi, le sue ricchezze, le scienze, le arti, le industrie, i commerci, tutto fu deleterio nell'impero musulmano: esso non sapeva nè resistere nè mutarsi. Brontolava e accettava, prepotente e vile, vanaglorioso nella parola e umile nei fatti: la sua politica si condensava immobile nella ripetizione verbale; la diplomazia non sapeva che procrastinare, la sua architettura era morta, la sua poesia muta, le sue armi troppo antiche, le sue navi appena un simbolo. Ma qualche nuova cosa cominciava ad agitarsi dentro le sue vecchie membra raddoppiando la paralisi: non era un'anima e nemmeno uno spirito, ma un moto che si prolungava per contatti dall'Occidente, una voglia d'imitazioni lontane, un'eco di parole scientifiche e inintelligibili, un minimo dramma in alcuni educati occidentalmente e tornati nell'Islam, dramma triste e povero di coscienze, incapaci di essere moderne o di rientrare nell'antichità.
I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria, e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagio della nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non s'improvvisa.
La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi: accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile. Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè visione del presente.
Anche l'adorazione pel sultano si logorò.
Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che equilibra. Invece nulla.
Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere, senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli, domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano. Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano, vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i generali senza autorità, i visir senza idee, il sultano senza anima. Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine dell'harem fra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e nemici.
Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi così.
Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.
Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta, che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?
E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.
E adesso?
Dicono che il nuovo sultano si chiami Maometto V e che si sia definito spontaneamente primo sultano della libertà: il motto non vale molto, l'uomo invece dovrebbe valere moltissimo per sollevare la Turchia dalla presente dissoluzione anarchica in una qualunque composizione di governo.
Forse anche nell'Europa più occidentalmente civile i retori della democrazia cominciano a dubitare sulla potenza meravigliosa delle loro formule; tutte le riviste giapponesi segnalano già un indebolimento nell'eroica coscienza del popolo dopo un ventennio di esercizio costituzionale; la Persia tratta la propria costituzione come un cencio di rivolta pel governo e contro il governo; la Russia non può ancora assidersi nella Duma per contare le proprie lunghe, sanguinanti ferite; la Turchia è passata dalla tirannide stanca del vecchio impero alla violenza nevrotica dei Giovani Turchi: non sa copiare l'Europa e ha dimenticato sè stessa.
Aspettiamo dunque.
3 maggio 1909.