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UN CAPOLAVORO SBAGLIATO

Reading edition

UN CAPOLAVORO SBAGLIATO

(IL FAUSTO DEL GOETHE)

—

(M.DCCC.LXV.)

I. — Impressione e Giudizio.

La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata: Fausto, tragedia; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurare in verba magistri dalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dico irragionata, non irragionevole) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pel non plus ultra della musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?

La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio: Itala iam studio discit memoratque inventus; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.

Ho detto: l'opinione, che il pubblico se ne forma; e non già l'impressione, che ne riceve. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!

Sclamava un classicista furibondo:

— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!

S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,

E nel terzo e nel quarto e tira via!» —

— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,

Che il pubblico s'ammazza per entrare». —

Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo, più di lor non si ragiona. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.

Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia del Fausto del Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.

In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.

La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce il Fausto in versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa di violento un trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine, un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolo di fantasmi, si trasforma in aure scosse da' celesti vanni. Gli amici del Goethe, frodati di amene ore dal destino, divengono pel Persico

... i cari, che ingannò il giocondo

Fugace istante,....

Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fosse nuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare che tutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco: mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione: fatevi innanzi maestrevolmente (come se nel testo fosse: meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non esser mortificato da un biasimo; nella traduzione egli non n'è scosso. Una nottolata diventa una notte selvaggia (sic!) Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.

Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.

Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze del Fausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traducono Fliegengott (cioè: Belzebù) per — «Moschedio» —; Valpurgisnacht (tregenda) per — «notte di Valburga7»; Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen (schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro il Fausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non può in Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola greca o aiòn (epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè8» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati da Rinaldo nel secondo canto del Ricciardetto.

A piè di questa smisurata pianta

Vide legata una gentil donzella,

Che i crini d'oro con la man si schianta,

E si affligge, e si affanna, e si arrovella.

Ma, come dir si suole, ai sordi canta;

E quel, che par più cosa atroce e fella,

Le vide star da dritta e da sinestra

Due bestie, lunghe un tiro di balestra.

Eran questi due rospi velenosi

Grossi così, sì sporchi e disadatti,

Che avrian fatto di loro timorosi

Non pur la donna de gli angelici atti,

Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,

E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;

Che ognun di loro egli era fatto in guisa,

Che avria co' morsi una balena uccisa.

Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» — Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire. Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

II. — Imparzialità Italiana.

Turàti dunque gli orecchi alle blandie dell'impressione, ch'è una sirena fuorviatrice, giudicheremo il Fausto come va giudicato, e come (ch'io sappia) non fu per anco giudicato; vale a dire secondo l'essenza ed il valore intrinseco. Ci sarà norma e codice quella scienza critica, che procede ignara di riguardi per illustrazion di nomi; irrispettosa d'ogni autorità, che non è il vero; spiattellando alle riputazioni usurpate, come Don Giovanni De Vargas agli Stati Generali dei Paesi-Bassi, un franco: non curamus previlegios vestros, cui l'esser maccheronico non minora solennità. E la applicheremo con quella imparzialità Italiana, che può insuperbire di non aver mai degradata una quistione artistica a quistione di puntiglio nazionale. Ecco una delle non poche faccende, nelle quali, bisogna pur convenirne, siamo popolo esemplare. Più volte spropositammo, sollevando immeritevoli sugli altari; ma, sfumata l'ebbrezza momentanea, li abbiamo ricollocati tranquillamente al posto loro, guardandoci ben bene dall'imitare que' bravi tedeschi, cui non rimorde scrupolo di sublimare il consigliere aulico Federico di Schiller sopra l'Alfieri ed il Cornelio e d'esaltare la cornacchia Lessing per le penne rubacchiate al pavone Diderot, torbo quanto volete ma furibondo no. Invece l'Aretino ed il Cavalier Marini ed il Metastasio e tant'altri non caddero dal cuore e dall'estimazione di nessun altro popolo così prontamente e compiutamente come da quella del proprio; anzi, potrebbero giustamente lagnarsi della troppa severità dei concittadini e chiedere la revisione del loro processo. — «Gl'Italiani,» — scriveva Michel Montagna — «che ragionevolmente si vantano d'aver la mente più svelta e la parola più sana, che le nazioni contemporanee, han testè conferito il titolo di divino all'Aretino; in cui, salvo il parlar gonfio e tempestato d'arguzie, ingegnose certo, ma lambiccate e fantastiche, oltre l'eloquenza in somma, qual ch'ella sia, non veggo nulla al di sopra della comune degli scrittori del secolo, non ch'egli s'avvicini alla divinità antica di Platone.» — Ma fu proprio sola la nazione Italiana a chiamar divino lo Aretino? E gli appiccicò quello epiteto sul serio? I versi dell'Ariosto mi pajon satirici. Le collane d'oro non gli venivan date da Italiani. Da noi, si applaudi principalmente, perchè flagello de' Principi, che non avevamo allora motivo alcuno di venerare od amare. E, del resto, quanto tempo serbammo sugli altari quell'idolo? Chi legge più lo Aretino in Italia? Ed altrove è pur tuttavia oggetto di studio e se ne stampano biografie. Il Marino fu più divinizzato in Francia, che tra noi: lì ebbe più solide testimonianze d'ammirazione. Ma nè gli uomini tutti, nè tutte le nazioni sanno praticar la giustizia verso di sè e verso degli altri. E, se la nostra è da noverarsi tra le fastidiose, che disprezzano con amore ogni cosa propria, che le valutano al disotto del pregio intrinseco, ce ne ha pure di buffamente presuntuose, sempre con lo chez-nous a fior di labbra, capacissime, come la villana rifatta di Carlo Goldoni, di rammentare con rammarico i fagiuoli scaldati del tugurio paterno, mentre s'affrettano ad imbandirle ghiotte vivande,

..... in bianche spoglie....

..... Prodi ministri; e lor sue leggi detta

Una gran mente, del paese uscita,

Ove Colberto e Riciliù fur chiari.

L'Italia odierna versa in condizioni, che la privilegiano di rimanere immune da ogni invidia, come da ogni vanità in fatto d'Arte. Dopo aver incarnate spontaneamente tutte le categorie estetiche, adesso non si trova più in un'epoca produttiva. Siamo letterariamente nello stato di sicurezza e d'imparzialità, che risulta dal meritato possesso ed incontestabile di un'alta posizione; nello stato appunto, in cui politicamente si trova l'aristocrazia d'Inghilterra. Non possono tôrci d'aver fatto quel, che s'è fatto; e ci riposiamo sugli allori passati, e, sendo inerti al presente, nessuna rivalità viva può accecarci gli occhi della mente, annebbiarci lo intelletto. Stiamo per ora fuori della mischia; assistiamo come spettatori alle gare altrui; anzi, se si ha da dir proprio tutto il vero, neppure a queste gare altrui abbadiamo gran fatto. Ove il critico e l'estetico Italiano dovessero limitarsi ad esaminare le scritture pubblicate in patria alla giornata, potrebber chiudere bottega: son pochissime; e, le più, immeritevoli, che altri se ne occupi di proposito. Non oserei certo affermare, che una sola delle opere pubblicate da quando sono nato io fino adesso, possa scendere a' posteri, possa venir letta universalmente da qua a... non dico altro, ma un quindici o venti altri anni. La nostra letteratura sonnecchia; corre per lei un'epoca improduttiva, una stagione morta. Ed il poco alimento, che assorbe questo boa intorpidito, ch'è la fantasia Italiana, consiste in traduzionacce od in roba forestiera.

Eppure, i verdi succhi sono in moto sotto la corteccia, che par secca; eppure, in questo raccoglimento della fantasia nazionale, durante questa apparente inerzia, questo sopore della favoleggiativa nostra, si prepara, si elabora il nuovo indirizzo, che poi andrà maturando per secoli; si accozzano e digeriscono dalla coscienza nazionale gli elementi del nuovo mondo poetico. L'Italia, ora, nol partorisce, gli è vero; ma non già perchè sterile, come giudica taluno, anzi perchè pregna. Il vulcano è addormentato, non ispento; e presagisco prossimo un nuovo periodo eruttivo. Ed, appunto per ciò, non s'offerse mai più largo campo e fecondo alle fatiche del critico. Possiamo non solo formolare il giudizio della nazione sulla sua attività letteraria ed artistica passata e contemporanea, anzi additarle pure, in certo modo, quel, ch'essa ha da fare; la via, nella quale s'ha a mettere. Spetta a noi lo sgombrare e dissodare il terreno; il collocar le guide, sulle quali scorrerà velocissima la nostra storia letteraria; il dare lo sfratto a' pregiudizî ed agli errori, che pur troppo ottenebrano le menti; il purificare ed aguzzare il senso del bello. Si può ripetere insomma ora in Italia, quanto fece la critica nel secolo scorso in Lamagna; alla cui opera essa Magna va debitrice della intera sua esplicazion letteraria, che è quanto di meglio si possa fare da un popolo come il tedesco, piuttosto scarso di attitudini artistiche. Ed otterremo l'intento, avvezzando il nostro popolo a rendersi conto d'ogni prodotto dell'attività umana nel campo dell'Arte; dandogli di questa e delle sue forme un pieno concetto e giusto.

III. — Digressione.

E qui mi permetterò una prima digressione: prima di parecchie. Io, mi piace, come dicono i francesi, di far la scuola cespugliare, d'andare a zonzo. Tanto non ho nessunissima fretta di rabescar la parola fine in calce al quaderno. E, quando al lettore dispiaccia il mio divagare, ha incontestabilmente il dritto di non leggermi: viva sicuro, che io non l'obbligherò, come fa pe' suoi madrigali il Rochester, nel Cromuello di Vittorio Hugo, a legger le mie critiche per ordine regio, de par le Roi. Dunque, basta guardarsi intorno e veder quanta roba ferve, bolle in questa caldaia, ch'è la patria nostra, per convincersi, come al momento opportuno dovrà pur sorgere l'ingegno destinato ad incarnare in qualche capolavoro poetico i subbugli, i garbugli ed i guazzabugli presenti, vene inesauste di tragico e di comico, le quali non deggiono rimanere inutili, inesplorate, non esercitate per l'Arte, non arbitriate, (per adoperar un sicilianesimo, del quale Vito D'Ondes-Reggio patrocinava l'uso; guardandosi però bene dall'usarlo pel primo per non farsi melare.) Sarebbe proprio peccato, che nessun poeta illustrasse questo Malebolge Italiano, che nessuno cavasse un mondo poetico da un tanto caos morale. Caos, Malebolge, che bisogna, questo sì, che bisogna guardare con quell'amore, il quale dischiude l'intendimento dell'objetto, e senza cui non si combina nulla di concludente. La baraonda, i vaneggiamenti, le agitazioni, le superstizioni, le follie, gli spropositi, le melensaggini, le chiacchiere, e persin le turpitudini nostre, debbono esserci cari: s'ha a fissare lo sguardo con compiacenza in essi. Non bisogna imitare alcuni, che si mettono in opposizione con l'intero indirizzo nazionale e gridano sperpetue e trovan tutto brutto, tutto sconcio, tutto male. E, piacendomi e garbandomi ed andandomi a sangue gli esempligrazia ed i fatti personali, quantunque (e forse perchè) proclamati odiosi dalla plebe e quantunque, come so per prova, procaccino alle palle di pistola ed alle lame di sciabola il gusto di assaggiare le nostre povere carni; dirò, per ribadire il mio pensiero, che disconviensi fare come il Cantù, per esempio. Aprendo la storia della Letteratura Italiana, ch'egli ha recentemente pubblicata, magra compilazione (al paro di ogni altra opera di lui) non avvivata da una scintilla di simpatia per le cose nostre; l'autore vi sembrerà uno di que' cagnacci ringhiosi, che impedito di addentare dalla catena, sfoga il dispetto latrando, e scombavando, e divorando almen con gli occhi rossi chiunque passi. Così questo jettatore pinzochero maledice non solo al presente nostro, intellettuale, morale e politico, ma (non senza logica, sendo il presente conseguenza del passato), anche a tutti i nostri grandi pensatori e scrittori disinvolti da Dante Allighieri a Giuseppe Giusti; e, non potendo, come il Caro fe' pel Castelvetro, raccomandarli agli inquisitori, al bargello et al grandissimo diavolo, li denunzia all'esecrazione delle plebi bigotte. Non sa quel, che si faccia; non comprende l'opera della mente poetica Italiana, perchè non l'ama: merita pietà, se non perdono, come l'eunuco, che ingenuamente confessasse di non sapersi capacitare de' gusti del padrone, di non capire cosa il pascià trovi da ammirare in una biondina od in una brunetta, in una guancia fresca ed in un seno colmo. Ma noi, (professando col commediografo latino di non ripudiare alcuna parte umana, protestando col francese di non venir più commossi dal vedere un uomo furbo, ingiusto, avido, che dal veder voraci gli avvoltoi, maligni gli scimmioni e rabbiosi i lupi,) noi (dico) osserveremo con benevoglienza tutti gli strani così venuti a galla nella rivoluzione, come il zoologo sorride con simpatia a' più schifosi rettili sorti dal fango, come il patologo saluta con interesse le ulceri più abominose. In ogni insetto v'è il tipo animale, in ogni morbo v'è la nosologia e la morte: ed essi sanno scorgere l'idea nel fenomeno, la forma tipica nel caso singolare. E così il critico ed il poeta sanno scorgere, esempligrazia in Giovanni Nicotera o Giacomo Tofano, qualcosa, che, idealizzata, potrà dare creazioni paragonabili a quel Conte di Culagna, che fu un Conte Brusantini, a quel nuovo amico di Giuseppe Giusti, il quale, prima di vivere poeticamente in uno de' suoi scherzi, ch'è di moda il chiamare immortali, gli si era dato a conoscere nella prosa della vita, com'ebbe a narrare illustrando il proverbio: sotto consiglio non richiesto, gatta ci cova. Oh Nicotera, oh Tofano, che non potrà cavar da voi uno scrittore co' fiocchi!

IV. — Importanza storica e concetto filosofico.

Dall'importanza particolare, cui può pretendere il Fausto nella storia letteraria d'Allemagna, prescinderemo affatto. Tra perchè non aggiunge ned un ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè l'occuparcene renderebbe necessaria (parlando io ad un pubblico Italiano, il quale non è punto obbligato a conoscere le letterature forestiere ed esercita largamente questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria una bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera operosità poetica tedesca; lavoro, che non può farsi incidentalmente e di sbieco, anzi pretenderebbe, che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse più volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera del Goethe, dimenticando le condizioni psicologiche speciali dell'autore e le vicende, che gliela ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu prodotta, e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto, col render ragione de' difetti di un componimento, c'induce spesso a non avvertirli od a scusarli, quando li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non siamo tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo del signor Goethe ed anche lo stato della coltura in Lamagna vengano perfettamente rappresentate nel Fausto? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia un'opera d'Arte perfetta, finita, piena.

Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto filosofico dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci di quanto egli può aver voluto dire o voluto fare. Investigheremo solo solo quanto egli ha detto o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che hanno costretto a gemere i torchi, fa parlar così un dipintore: — «Mi dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse qualche allegorìa per appiccicarla al mio quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi e dappochi; e le mie non debbon significare, anzi essere.» — Da lunga pezza gli oracoli sono screditati in Italia ed imparammo, che la sibillinità è indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità. Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino fa de' suoi versi lascivi:

Ombreggia il ver Parnaso e non rivela

Gli alti misteri ai semplici profàni;

Ma, con mentita scorza, asconde e cela

(Quasi in rozzo Silen) celesti arcani.

Però dal vel, che tesse or la mia tela

In molli versi e favolosi e vani,

Questo senso verace altri raccoglia:

«Smoderato piacer termina in doglia».

Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali — «così, com'è solito farsi col bambino, che, mostrandogli l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di provarsi a ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare; similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente, avrebbero disgustato, ingegnavansi con grande artifizio di ricoprire, acciocchè forse la meraviglia della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.» — E ridiamo anche di Francesco Palermo, che trova ammirabile questo stratagemma. Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio) definisce il Fausto: — «il lavoro più misterioso, che mai venisse scritto.» — Ridiamo del Varnhagen d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i contemporanei, i quali non si lasciavan commuovere dalla favola, secondo lui, grandiosa del Fausto; e trovava non esser Dante in nessun luogo più grande e potente del Goethe in fine della parte seconda, perchè «l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra della rozza fede ecclesiastica ad una considerazione serena del mondo e dell'esistenza, la quale veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo; ma questo appunto è il bello, che il cristianesimo stesso c'impenni l'ali per oltrepassarne le barriere.» — Cosa importa, che il Goethe profetizzi nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene e se non fa balzare il cuor nostro? Venga pure, in tal caso, la sua tragedia venerata dagli addetti della nuova fede, ma non proposta a noi per trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga paragonata non alla Commedia dantesca, anzi a' discorsi delle sorelle Cràtere e Pellopida, delle quali narra Celio Malespini, che: — «ogni intelletto più sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi che quasi tutte le parole, che loro uscivano di bocca (quando volevano però uscire dalle generalità del favellare) erano così oscure e fosche, che molti pochi le intendevano». — Il Manzoni rispondeva ad un chiarissimo (senza esser omo,) il quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone in difesa degl'Inni sacri: — «Si contenti, ch'io non dica nulla sul passo, dov'ella incontra difficoltà, giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano». — Non nego, che il dirizzone presente, esemplificando una volta più l'oraziano

... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque

Quae nunc sunt in honore.....

rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare le sciarade proposte dalla sfinge Poesia. La moda odierna pretende dagli scrittori profondi concetti morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli strampalati. Ed in questo ha torto marcio: Arte e Scienza sono cose diverse, delle quali ciascuna ha una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima: l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe e non giova ad alcuna. L'impareggiata profondità delle indagini di Giambattista Vico non ne campa dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un pensiero dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che commova gli affetti, ecciti la fantasia. La Commedia dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi quantunque allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila. La vita e l'importanza vien conferita a' lavori d'Arte dal concetto estetico, che incarnano; dal problema artistico o tecnico, che risolvono; essenzialmente diverso nelle diverse arti, giacchè il problema pittorico, che un pittore risolve con un quadro, il problema scultorio, che l'intagliatore risolve con una statua, ed il poetico, che un poeta risolve con un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente comune: basti notare, che le arti del disegno e la musica si rivolgono principalmente e direttamente al senso ed alla fantasia solo mediatamente per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla mente, e sol per mezzo della fantasia (nè sempre) eccita il senso. Il problema artistico, tecnico, lo scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a suo talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene pure non ne abbia sempre piena coscienzia o non ne valuti tutta l'importanza, quando, scrivendo per qualche tendenza morale, religiosa, politica, bada solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,) è la sola cosa, che ci de' premere.

Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale: scientifico) non può se non rade volte esser chiaramente veduto e liberamente voluto dallo artista; non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua; ned egli può farne libera elezione: essendo esso un risultato necessario del primo, il quale non può non implicarlo, non determinarlo virtualmente. E questo diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per poco, ch'e' degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi nel singolare solo mediante il particolare; l'estetica non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema enciclopedico; e quel bello, che essa rintracciando va, esser semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo. Quindi suppergiù, senza grandi stiracchiature, in quel modo stesso, che con ogni religione o sistema si riesce a dare una spiegazione più o men plausibile del cosmo, in qualunque opera d'arte, ch'è un microcosmo, può trovarsi incarnato, (senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.

V. — Tre esempli.

Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito di Prometeo, plasmator d'uomini e vittima de' numi. In questa, ch'è tra le più sublimi sue creazioni poetiche, la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò la propria sorte e la propria missione artistica, di conferire forma ideale compiuta (e quindi umana) alle divine forze e creatrici della natura; adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire, come ormai supervacanea: e difatti cadde, vittima del cristianesimo e preda de' barbari, appunto come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come

..... Il calavrese abate Giovacchino

Di spirito profetico dotato....)

fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre istintivamente il bel mito; e lontanissimo dal pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il concretò in forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente fuori da quel sentito idealizzamento di tutta la vita e di tutto il pensiero greco antico. Ed a noi garba ed accomoda vedere in esso il valore storico, il pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva, ned il popolo, per cui fu scritto; poteva essergli attribuito sol dopo il volger di secoli, dopo avvenimenti posteriori.

I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa roba; ed ormai chiunque legge Eschilo s'è avvezzo ad andarvela cercando.

Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, more solito, ignoriamo finanche l'esistenza; ed al cui cener freddo un futuro Natoli farà certo l'onor divino di battezzare dal suo nome un qualche liceo del Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De Meis paragona l'Uomo e l'Universo, questi due contrarî identici, alla divina Commedia; eccone il raffronto riassunto: — «L'uomo è in uno macrocosmo e microcosmo. E non per questo due esseri agglutinati; anzi un essere solo, graduato in sè, e fatto, come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno è il corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il pensiero e l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal vegetabile, è un vegetabile, naturale, materiale; e perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro. L'anima, ch'egli ha dal bruto, è un'animale, ed è parte materiale e parte immateriale, ma sempre naturale; epperò ci è la tua e la mia, come ci è questo e quello animale. Il pensiero ch'egli ha da dio, è dio infinito in persona et homo et caro factus est. Il corpo è il primo estremo, l'inferno, il basso fondo dell'universo, in cui l'una bolgia dal pozzo di Lucifero al limbo dei bambini e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra gli estremi, il purgatorio:

.... Ove l'umano spirito si purga

E di salire al ciel divenga degno...

E come il dantesco purgatorio, che di scaglione in iscaglione arriva al terrestre paradiso, l'animale d'anima in anima giunge fino all'umana, che lo amore e la scienza spogliano a poco a poco della brutalità. Ma, se siamo molti corpi e molte anime, non siamo se non un pensiero, un solo infinito iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando Dante, ossia l'uomo non ancora battezzato, poeta in compagnia degli amati poeti, del buon Virgilio e del gentile Stazio, oh dolce guida e cara, saliva il faticoso purgatorio, quasi non era se non un animale. Quando poi la misteriosa visione gli apparve ed ei nel mistico grifone intravide il suo aspetto stesso, e si presentì, e conobbe ormai vicino il cielo. E quando all'antica Lia, sogno, ombra, figura, succedette la vera Matilde e l'ebbe immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò la pigra carne. Dopo quel salutare, ma esterno lavacro, aspirò solo alla vita eterna, alla vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele antica si sostituì la nuova Beatrice, che lo manodusse al cielo; ed egli, ancora aggravato di anima e di natura, corse sulle facili ali della umana scienza per le celesti sfere, ei non era per questo ancora beato. Ma quando, giunto al vero empireo, ad un tratto si trovò allato san Bernardo; quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile amore ed alla scienza umana delle cose divine la scienza divina, che penetrò il suo pensiero; e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora e men che umano, fu fatto davvero umano; allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo si disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che le superne sfere dell'intelletto erano tutte l'una nell'altra, e tutte erano una sfera, un Empireo, un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella, assisa nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata e indiata; e sè conobbe indiato in lei, e fu felice ed immortale». — Evidentemente il De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno di lui il pretendere, che Dante premeditasse di simboleggiare nella Commedia un sistema filosofico, il quale, presupponendo tutta l'enucleazione della filosofia moderna, era impossibile a que' tempi. Anzi vuol dire, che il concetto poetico dell'Allighieri, che quella personalità umana, la quale, a poco a poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia, si rarefà, o (se vi piace) s'innalza a personalità divina, implica di necessità, sebben certo inconsciamente, il medesimo concetto filosofico ch'egli De Meis espone disdacalicamente in veste contemporanea. E vedete, cos'accade. Il poema di Dante è tutto, come la sua Vita Nuova, un'allegoria: ma questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata in un capolavoro, veramente indovinato, noi possiamo all'allegoria dantesca, che secondo la nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo appunto, che, al sistema tolomaico, il quale non ci appagava più, sostituimmo il copernicano spiegando anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che il giorno prima spiegavamo benissimo col primo.

Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto poco sia da considerarsi il concetto scientifico, che il poeta si pensa d'infondere subjettivamente nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con quel, che di necessità risulta dal poetico, (anzi come spesso il contraddica alla recisa, come spesso l'autore tendenzioso faccia un'opera di tendenza affatto contraria a quella, che lo ispirava,) cel somministrerà Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da negarsi; un ateista sclamerebbe con Orazio:

.... Durum: sed levius fit patientia

Quidquid corrigere est nefas;....

o col Tasso, che, nel Torrismondo, male imita questo luogo:

Duro: ma sofferir conviensi in terra

Ciò, che necessità comanda e sforza.

Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina e la morale cristiana, sarebbe chiaro da mille e mille squarci del suo racconto, quand'anche non ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure! chi non vede, la potente rappresentazione, che individua così bene quel secolo e questo paese; la simpatia per la manifestazione storica, pe' costumi ed i caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere appunto salda e recisa negazione implicita del cristianesimo? Perchè il cristianesimo ha un ideale fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e rimodellare tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice senza il molteplice; intenderebbe sopprimere tutte le varietà individuali, tutto il rigoglio della vita particolare, sottoponendo tutte le coscienze ad una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i mortali alla imitazione dell'uomodio, esemplare di ogni virtù; onde il Goethe, ateo dichiarato, il chiamava irreverentemente un furto, perpetrato a danno dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli uccelli, per comporre un più ricco penname all'uccello di paradiso. Quella critica manzoniana così arguta e derisoria, quella gentile ironia così insinuante, rispettano invero la tradizione ed il domma religioso; professano anzi altamente di rispettarli: ma questo rispetto, sendo affatto arbitrario, dipendendo solo dal capriccio subjettivo dell'autore e non già dall'intimo organismo della sua scienza, non trova eco nel lettore. Altro è dire io son cristiano e celebrare ad ogni istante il cristianesimo; ed altro esser cristiano davvero, naturalmente, senza sforzo, cristiano e credente sempre in ogni punto, su d'ogni quistione. E spesso sotto la pelle agnina del Manzoni picchiapetto, vedi apparire il pelame lupigno dello incredulo antico.

Per esempio, quando l'autore de' Promessi Sposi s'interrompe al meglio, nel descrivere il Vicario di provvisione, rannicchiato nel suo più sicuro e riposto nascondiglio, per dire: — «Del resto, quel, che facesse, così appuntino non si può sapere, giacchè egli era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna, che la c'è avvezza!» — chi generalizza, chi legge pensando, va subito con la mente alle tante cose, delle quali gli uomini non hanno nessuna sperienza o testimonianza autorevole, e che quindi sono avvezzi ad indovinare. E difatti il Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di quelli, che poi voglion mostrare di creder tutto dai coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi; ed un tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela sempre sulla fede assunta e la contamina e la vizia e la neutralizza.

VI. — Ulteriori conseguenze.

Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola al fabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre delle moralità (per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza, estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.

Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè le dramatis personae invece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello del color locale e con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda del Fausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizione sine qua non del lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?

VII. — Fausto è l'uomo.

Noi dunque considereremo il Fausto in sè, pura e semplicemente come lavoro d'Arte; ci brigheremo solo d'investigarne il concetto poetico e d'esaminare in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci in questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa. Ci ha de' valentuomini, i quali stimano di aver emesso un grande oracolo, e d'aver confutata anticipatamente ogni objezione critica, con lo sclamare che — «Fausto rappresenta l'uomo, l'umanità.» — (Lascio il vocabolo, perchè, sebben loro l'adoperino barbaramente nel senso di uman genere, qui può rimanere come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un nuovo ed unico pregio al poema, oppure il sottraesse alla competenza della stregua comune! Lodi siffatte manifestano soltanto il poco valore, ch'è da attribuirsi ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare l'uomo e l'umanità in un'opera d'arte, non è mica effetto d'una risoluzione, d'un subjettivo proponimento ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza necessaria, è per così dire la riprova della produzione del Bello. Non che apparir dote speciale, privilegio esclusivo del tale o tal altro personaggio poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva, sine qua non d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene uno qualsiasi, che ne ostenti deficienza. L'uomo artistico (e quindi il poetico, ch'è un particolare determinarsi di quello), comunque caratterizzato, il Consalvo di Giacomo Leopardi, il Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, il Filippo di Vittorio Alfieri, il Sardanapalo lombardo di Giuseppe Parini, il Renzo Tramaglini di Alessandro Manzoni, l'Esule di Parga di Giovanni Berchet, il Gingillino di Giuseppe Giusti, tutti tutti insomma (per esprimermi quanto più complessivamente posso, come il Goethe nell'indicare gl'innumerevoli cantori del coro finale della tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva col Librettista, che indicava per iscena il porto d'Aulide con mille navi!....) Che stavo dicendo? Mi son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno un dato uomo idealizzato al vivo, appunto per questo mi danno l'immagine dell'uomo assoluto; e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati, mi simboleggiano la storia dell'Uman genere e le sorti dell'Universo.

Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: Non è bello quel, ch'è bello, ma quel, che piace; e questo proverbio significa solo, che il concetto del Bello varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei casi determinati. Un Universale, un Archètipo qualunque, non si effettiva immediatamente in nessun dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e momento determinato, non esaurisce il proprio contenuto in alcun individuo, anzi soltanto nella serie e nella successione, nel numero infinito e nell'operosità degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia, nel caso nostro, di quanti uomini furono e sono e saranno, nessuno è l'Uomo, ancorchè, anzi perchè l'Uomo è in tutti i passati, i presenti, i futuri. Ma, se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento, essa però si compie (e può solo afferrarsi compiuta) dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta al mar delle cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed assomma le serie e le successioni. Sicchè, invece di una effettività, ne abbiamo due; o meglio, abbiamo due guise, due modi d'effettività: una (objettiva) nel mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi loro tumultuoso, nel mare dell'essere; l'altra (subjettiva) nella mente capace e cogitante; la vita e la filosofia; oppure, volendo prendere un paragone materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale prodotto dalla scienza chimica. A queste due forme d'effettivazione è da farsi arrota d'una terza, che, proseguendo nella similitudine, compareremo al diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la cosa stessa, sono tre forme di un medesimo corpo primo: una la trovo in natura ad ogni passo; l'altra devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti abbaglia col suo splendore ed è naturale come la prima ed è pura come la seconda. La mente umana praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato al mediato, dal mero fatto all'idea pura, nihil in intellectu quod non prius in sensu; è quindi di tutta necessità, che gli Universali, gli Archetipi, prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante il pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:

.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,

Però che solo da sensato apprende

Ciò, che fa poscia d'intelletto degno....

.... Nostre apprensiva da esser verace

Tragge intenzione, e dentro a noi la spiega...

Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra la tale singola esistenza determinata, (esempligrazia, un uomo, il tal di tale,) rispondere in modo assoluto al proprio concetto; e quindi in essa esistenza incarnarsi perfettamente dapprima un Universale, (nel caso nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente l'Universalissimo, l'Idea assoluta, che è presente nella serie degli Universali, appunto come ciascun Universale è presente ne' singoli individui del suo ciclo. La mente umana, che sempre al suo fin sale, non vede cosa mortale nell'objetto vagheggiato,

..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,

Ma, perchè è troppo debole e fallace,

Trascende in ver la forma universale;

.... che all'uom saggio quel, che muore,

Porger quiete non può....

Questa sembianza è allucinazione, in quanto che nessun Universale, e quindi a fortiori molto meno l'Universalissimo, può esaurire la propria epifania in qualsivoglia essere singolare e determinato, per quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non essendo gli Universali e l'Universalissimo arzigogoli meri, vuote intellezioni, anzi veramente effettivi negli esseri determinati, quantunque non in ciascun d'essi), la è un'allucinazione esatta (come dice spiritosamente il Taine della percezione esterna), una sembianza gravida di contenuto. Quest'allucinazione, questa sembianza è ciò, che addimandiamo il Bello; ossia l'Universale, l'Archetipo in forma d'apparenza limitata; ossia, nel caso nostro, un individuo umano, un carattere, che riassuma in sè tutte le parti umane, tutto l'uomo, sicchè nulla apparisca nel personaggio, che non sia espressione dell'Umanità; e questa non contenga parte alcuna, che non s'incarni nel personaggio — «Il Bello è il prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua parte sia espressione d'una Idea» — dice il Tari. Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù così la pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero diversamente il concetto. O che altro significano i versi del Marino, co' quali spiega l'amore?

L'anima, nata infra l'eterne forme,

Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama,

De la beltà celeste in terra l'orme

Cerca; e ciò che l'alletta e segue e brama.

E quando oggetto a' suoi pensier conforme

Trova, vi corre ardentemente e l'ama.

La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi crediamo conforme a questo tipo, a questa idea, chiamiamo appunto bello.

VIII. — Triplice contenuto.

Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, il Fausto del Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppure sarcraut (che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. Nel Fausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter ego del sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.

Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire; enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, di truffargli, de lui escamoter la sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nel Fausto.

Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nel Fausto.

La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebù con tutta la Giudecca e tutte le Bolge di accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:

.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,

Pur sempre egli dovria finir dannato9.

Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte del Fausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'è insecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:

Le cose belle, e preziose e care,

Saporite, soavi e delicate,

Scoperte in man non si debbon portare,

Perchè da i porci non siano imbrattate.

Da la natura si vuole imparare,

Che ha le sue frutta e le sue cose, armate

Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza,

Contra la violenza et a la forza

Del ciel, degli animali e degli uccelli;

Et ha nascosto sotto terra l'oro

E le gioje e le perle e gli altri belli

Secreti agli uomin, perchè costin loro:

E son ben smemorati e pazzi quelli,

Che, fuor portando palese il tesoro,

Par, che chiamino i ladri e gli assassini

E 'l diavol, che li spogli e li rovini.

Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte del Fausto, torniamo.

Nel primo atto, Ariele (reminiscenza della Tempesta shakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupa ad interim il posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alle Madri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi: onestà, onestà! così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchè i suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):

Quasi quasi anche a me gira la testa10.

Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchè in tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso: Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebbero concubitus sine Lucina e sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna: Fils de la liberté, tu rénias ta mère! Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbe mesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:

... Ascolto tanta roba strabiliando

Quasi in capo un mulin mi stia girando11.

Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosa sui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:

Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole

Che un senso includer debban le parole12.

Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:

Vediamo di sfuggir dal viavai;

Nemmanco un pari mio reggervi può13.

Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo: surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore; tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortale di Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:

T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,

Che l'appagarla avvien difficilmente14.

Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato il Goffredo di Berlichinga ed il Werther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte del Fausto del Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della sua Messiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose: Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi del Fausto, che il Goethe stesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odissea e nel Gil-Blas, importa di esprimere un mondo svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —

Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.

IX. — L'epopea del Fausto.

Che il mondo sia sgovernato da due principî belligeranti, che, sgarati a vicenda, sono ambo eterni:

.... deux principes en guerre,

Qui, vaincus tour à tour, sont tous deux immortels;

che sia da considerarsi come una scacchiera, sulla quale Ormuz ed Arimane, il Signore ed il demonio, muovono nojaltri come tanti re, regine, alfieri, cavalli, torri e pedine; è un antichissimo concetto, fondato sull'apparente dualismo fra il bene ed il male, e nel quale stupendamente si può esporre lo strazio disperato dell'umana vita; chè, quantunque abbia già servito a tutti e tanti poeti, non è ancora sfruttato. Nel libro di Giobbe e nel Paradiso perduto di Giovanni Milton (altra riputazione in gran parte usurpata!) è veduto seriamente; è preso invece comicamente in una Ballata di Vittorio Hugo. Essa ballata contiensi nel capolavoro poetico del Besanzonese, nel solo volume, che gli prorompesse veracemente da precordî, in que' virulenti Castighi, cumolo d'ingiuste, assurde, ma appassionate invettive e diatribe contro il governo del non mai troppo laudato Due Dicembre, che documentano ad una la somma fantasia poetica dell'autore e la sua mancanza di criterio e dappocaggine politica. Non v'è opera in qualsiasi letteratura, che possa reggere al paragone di quest'alito infiammato: altro che i giambi archilochei; altro che la bile del vecchio Giovenale — «turgido di urente lava» — gonflé de lave ardente; altro che il Misogallo; o l'incalzante invettivare di Augusto Barbier! Un alemanno maestro di musica ed opuscolista di spirito, chiama i Castighi: — «una colossale sinfonia dell'ira, dell'odio, dell'ironia; in onor della quale occorrerebbe supporre una decima figliuola al vecchio padre Apollo, ed insediare nella Mitologia una decima Musa, col ferro e col fuoco per attributi. Sono la miglior pruova della mostruosità di Luigi Napoleone, dell'esser egli qualcosa di soprannaturale; però che ogni uomo mortale, straordinario e buono,15 sarebbe stato di necessità moralmente e materialmente annichilito da quest'opera» — come i tipi della vecchia Toscana dall'acre scherzare di Beppe da Monsummano. — «L'ho letta e riletta e divorata per ben dieci volte sussecutive, con entusiasmo ed edificazione; le debbo d'aver passate alcune ore impareggiabili, tanto più che l'ebbi presto ravvisata per una mera fantasia dell'autore. Peccato! ma il Napoleone de' Castighi, non esiste se non nella mente del poeta. Peccato? anzi, sbaglio, meglio così; ridonda a maggior gloria di Vittorio Hugo l'aver non solo dato forma d'arte al suo objetto, ma l'averlo inventato di pianta. E lo Imperator de' franzesi insuperbisca — ed aggiunga all'elenco de' benefizî resi all'uman genere — d'avere, quantunque indirettamente, ringiovanita la vena poetica dell'Hugo, che sarebbe finalmente isterilita a furia di chiacchiere nell'Assemblea.» — L'autore di questi brani si chiama Giovanni di Buelow; ch'è diventato, più che pe' suoi concerti, celebre, perchè la moglie lo ha piantato lì per andarsene a star col Wagner.

Spregiator del passato

Dal presente spregiato....

O musicante, che ci vieni a dire,

Che le tue note son dell'avvenire?

Che ne sai tu? Via, lascia a' nascituri

Il vanto de' spropositi futuri.

L'opuscoletto, pubblicato anonimo in Berlino nel MDCCCLIX, s'intitola: Critica di Napoleone III, modesto tentativo di operar la cataratta alla Democrazia.

X. — Seconda Digressione.

E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.

Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'Adelchi è l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de' parvenus, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza: i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:

Ma di me sono tutti incaloriti:

E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,

Vengon tra loro ad acerbe parole.

Da le parole poi vengono ai fatti,

E si dànno le sciable per la testa,

Sicchè si sono omai quasi disfatti.

Un drappello di pochi ancor ne resta,

Ma questi pur si batton come matti.

Che più? Con sommo mio piacere e festa,

Veggo i nemici miei condotti a morte

E il ciel ringrazio di sì bella sorte.

Accadrà, insomma una battaglia omnium in omnes, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:

Uditori, m'accorgo, che aspettate,

Che nuova della pugna alcun vi porti;

Voi l'aspettate invan; son tutti morti.

Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati, id est mezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale. Chi più ne ha, più ne vorrebbe: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?

Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?

Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da' costumi, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a' bisogni etici de' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsi immorali. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiama vie cattive; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.

Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita del Fausto dal Majeroni; il Thiers gridava: l'impero è fatto, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini. Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse: dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi il casto Giuseppe del poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, che fece per viltade il gran rifiuto ed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:

Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,

Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;

E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,

E quel, ch'egli ha pensato e penserà;

Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,

E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:

Perch'egli è un così stranio oltramontano,

Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.

Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici: Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi; gli rispose: Impara il mio linguaggio.» — Ludovico Domenichi nelle Facezie (Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchè le gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore; e, rivolgendosi a' popoli, esclama: Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice: Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens. E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —

Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni: est deus in nobis. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'Unificazione d'Italia, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!

Del resto, e' si sa, notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace16.

Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.

XI. — Una ballata di Vittorio Hugo ed il prologo in cielo.

Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo (il quale non può ormai più vantarsi;

.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine

Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),

finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere col diavolo, giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman genere odiosissimo ad entrambi. Ma quel giorno facevano proprio messe meschine: l'uno giocava un abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio di un principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre li lasciò vincere al diavolo, dicendogli: — «Togli su, già non saprai farne checchessia.» — «La sbagli!» — esclamò quegli; e, sghignazzando, li trasformò in un papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la falsità intrinseca de' giudizî, così sputati intorno a due ottimi; badiamo solo al merito letterario della invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti e veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza derisa, da alcun altro empio, l'apparente imprevidenza della cosiddetta Provvidenza, che fa strabiliare gli uomini paucae fidei, tanto poco è la sapienza con la quale par loro, che regga il mondo, e per isbizzarrirsi:

..... torca alla religione

Tal, che fu nato a cingersi la spada,

Facendo Re di tal ch'è da sermone.

L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito ben chiaro; e con tremenda ironia colpisce non solo le persone del Mastai e del Bonaparte e le istituzioni del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza di dio.

Ed ora apro il Fausto ed inciampo nel Prologo leste. A leggerlo, mi persuado e convinco, che scopo del poema è di sciogliere con l'ironia l'intera mitologia cristiana, e dico fra me e me: — «Bravo! L'idea, letterariamente, se non è nuova, non può neppur dirsi esausta; finchè durerà la fede, la caricatura di essa offrirà buoni motivi allo Artista.» — E m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata sul genere dello Scherno degli Dei del concittadino di Vanni Fucci bestia, un quissimile di quanto parecchi hanno tentato ed il Voltaire ha fatto

..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,

Che il grande Enrico suo vince d'assai

è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico della Francia. E mi figuro e concepisco il dramma quale una sanguinolenta caricatura, in cui tanto le potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire come una fantasmagoria evocata dal poeta per distruggerla satiricamente dal punto di vista umano e materialista; riversando, travasando nelle forme impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali moderne, tutte le determinazioni della vita umana prosaica e volgare. Il lavoro, così fatto, sarebbe stata l'epopea della vittoria riportata dal comico sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente il concetto implicito nel Decameron, la ribellione della carne contro la tirannide dello spirito e dell'ascetismo, della spontaneità contro il formalismo; la conquista d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo storico della Germania nel secolo scorso appunto com'era emerso con una anticipazione di quattro secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel trecento. Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe non ha fatto. Il prologo ci sta proprio a pigione; è uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione seria, ancorchè remota; mera variazione rettorica sul libro di Giobbe, che può stimarsi eseguita con minore o con maggior virtuosità, ma non giunge ad affermarsi come creazione originale ed indipendente. Qui l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per la natura dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale, derivata da paragoni, che rimpiccioliscono, da giochetti sulle parole, da scambietti di spirito, da quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno del subjetto e della situazione. Per esempio, quando il Signore se n'è andato, Mefistofele sclama, ed è il maggiore sforzo di spirito che faccia in quella scena:

Quel buon vecchiardo visitar dilettomi

Di quando in quando; e seco in buoni termini

Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi

Sì umanamente conversar col diavolo.

Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli arcangeli, quel dio, quel demonio crudelmente curiosi nella loro olimpica indifferenza delle passioni umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile, appunto come fanno i bimbi, quando tormentano per disonesto passatempo il malcapitato uccelletto, che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe stato felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti e sorpresi ed invidiosi della vita umana ricca di contenuto, di gioje, di voluttà, di virtù, di passioni; ed intenti malvagiamente a distrugger negli altri quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili a quella Latona, che, per vendetta de' suoi lombi poco fertili, faceva assaettare la figliuolanza della Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo domineddio come un barbogio burbero pedante, che professa la massima indifferenza per gli affari di questo mondo e li concede volentieri alla provvida amministrazione del demonio, contentandosi di rimbrottarlo, quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico pare, perchè questo carattere è bensì abbozzato in poche parole, ma non già svolto in un'azione; e quindi non diventa vivo, non sussiste quale fantasma autonomo.

In fine alla seconda parte, questo prologo acquista una tal quale conclusione; ma la persona di dio è sparita ed invece troviamo non so quale — «eterna muliebrità,» — che la surroga, scrocca l'anima di Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo dal far la guardia al sepolcro del vecchio stregone. L'eterna muliebrità, assume, a buon fine, la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il demonio si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo e cercando di sedurre gli angioletti di paradiso. Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in somma in tentazione del

..... vizio, per cui dio Sabaoth

Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;

Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot

Erant, tutti consunse, si che a pena

Campò fuggendo un innocente Lot.

Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per quanto possa sembrare immorale ed irreligioso! Oh se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual partito poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî, de' quali un capobrigante, un camorrista, che si rispetta, rifuggirebbe! Avremmo visto spuntare una passione brutale invero, ma pur sempre passione, in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate tutte:

Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,

Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,

Où n'avait pas germè la plus chétive fleur.

Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare la sua perpetua negazione. Mefistofele, divenendo più che mai disgustoso, avrebbe destato per la prima volta simpatia e compassione, perchè quel suo accesso di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra in lui finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento dell'umano dal diabolico non era cosa da farsi in una scena ed incidentalmente, anzi bastava per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe riconosciuto Mefistofele a protagonista. Del resto, la scena, che nell'intento del Goethe era allegorica, rimane una freddura slavata senza colore o calore.

La parte epica del Fausto è appena accennata; nel lavoro ci sta per un dippiù, v'è appicicata arbitrariamente. È però gran segno di leggerezza in uno scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone afferrar l'indole, crede di potersi sbrigare, in un pajo di scene incidentali, di vastissimi concetti, e di far balzare con quattro martellate all'impazzata un Mosè dal marmo.

XII. — L'antica Leggenda di Fausto.

Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.

Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese17 concessa pudet ire via, poichè:

..... ogni segnato calle

Provò contrario alla tranquilla vita;

ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelico iugum suave18, bramando emular dio nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo: prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:

L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.

Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»

..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,

Quasi servo fedel, che franco viva,

Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....

Ma ben presto s'accorge di non potersi spesare (come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:

Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;

richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero: tantulo impendio ingens victoria stetit!

Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,

Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:

ed il veto assoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo. A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca, omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissime Memorie d'un ribelle, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro: je n'aime pas les valets raisonneurs.

Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire; tanto, come scriveva il Voltaire al Maupertuis, tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini. Insoddisfatto in breve anche di ciò:

..... Variam semper dant otia mentem;

dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlo de visu, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi, grazia, che ad uom mortal raro si dona, altrettanto agevole a' personaggi poetici,

Casus multis hic cognitus, ac iam

Tritus, et e medio fortunae ductus acervo.

Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano con diverse cennamelle, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:

Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,

O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;

principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo, inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, ma furem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.

Notes in this chapter

Note 1 · I tedeschi credevano che la tregenda più solenne delle streghe avesse luogo la notte di santa Valburga, quindi quella notte significava per Note 2 · Nè questo vocabolo si trova solo usato dal Goethe, nèd il Goethe fu il primo ad usarlo. Musaeus (Volksmaerchen. Stumme Liebe) — «Denn du solNote 3 · Fausto. Parte I. Soliloquio di Mefistofele: .... Und hætte er sich auch nicht dem Teufel uebergeben Er muesste doch zu Grunde gehen!Note 4 · Nun fängt mir an fast selbst der Kopf zu schwanken.Note 5 · Mir Vird non alle dem so dumm, Als ging mir ein Muehlrad im Kopf herum.Note 6 · Gewoehnlich glaubt der Mensch, wenn er nur Worte hoert, Es muesse sich dabei doch auch was denken lassen. Versi, che sono semplice generalizNote 7 · Lass uns aus dem Gedraeng'entweichen; Es ist zu toll sogar fuer meinesgleichen.Note 8 · Sucht nur die Menschen zu verwirren, Sie zu befriedigen ist schwer.Note 9 · Idiotismo Napoletano, del quale chieggo umilmente scusa alla memoria del marchese Puoti. Per chi non ebbe la ventura (o sciagura, secondo chNote 10 · Io scriveva così nel M.DCCC.LXV; undici anni fa. Ora l'impero francese è crollato; e delle creazioni di Napoleone avanza solo il Regno d'ItaNote 11 · L'Università di Vittemberga è ora traslocata in Halle sulla Saale. Non sarà inutile, per determinare il carattere storico del mito FaustescoNote 12 · Non il pondo, è l'obbrobrio del giogo, Che m'incute un supremo terror! Meglio il batter dei denti ed il rogo, Che d'abbietto servaggio il ro
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