IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA (continued 2)
Reading edition
X.
Mai non disse Aleardo Aleardi la più giusta cosa, che quando fece reclamare dalla sua musa come proprio retaggio
..... Fucate fantasie, vestite
D'arte caduca.
Infatti, chi, per mancanza di concetti e di sentimenti, nonchè di forma e di pensieri proprî, è costretto a vivacchiare di accatto e d'impostura, cerca per istinto necessario o per necessità istintiva, di nasconder questa menda esaggerando2, spaccando e rinvergando in cose estranee alla poesia le quali egli falsamente giudica fregi ed ornamenti, l'originalità, la virtù di piacere, che la steril sua fantasia è impotente a dargli. Questi mezzucci riescono spesso ad illudere e si scrocca fama di poeta; ma, trascorso il primo bollore, vien riconosciuto che lo scrittore è precipitato nel goffo, nel mostruoso ed ha sconfinato dalla poesia. Così talvolta una vecchiaccia, o rinsecchita od adiposa, a furia di perrucchini, di belletto, di bambace, di fascette, di polvere di riso e d'altri simili ordigni e cosmetici, giunge a simulare un'apparenza di grazia e di gioventù; e (l'uomo è fragile!) può farti scusabilmente girare il capo come un arcolajo per minuti cinque. Ma dopo i cinque minuti di capogiro scusabili, come la ti ha concesso un favore e l'effervescenza del sangue calmandosi toglie il momentaneo velo all'occhio, saresti inescusabile se non sapessi vederla nella schifosa realtà sua ed abborrirla.
Il nuovo piace anche a me: cui non piace? Pure, cosa intendete per nuovo? La novità non istà per Aleardo Aleardi nell'incarnare ne' suoi componimenti concetti e sentimenti così connaturati, che diano una impronta particolare, singolare a' pensieri, alle immagini, alla lingua, al verso. Egli spesso si figura di ringiovanire il triviale e l'altrui che costituiscono il fondo della sua poesia, aggiungendovi de' ghirigori superflui, degli ammennicoli inutili, frammischiandovi qualche barbaro o strano vocabolaccio. Ha molto del secentista, come del resto quasi tutti i più vantati del secolo fra gli stranieri. Del pari Bernardino di San-Pietro non ravvisava il merito del suo Paolo e Virginia nello aver creato delle persone vive o nell'importanza del concetto poetico e sociale; bensì nell'aver posta la coppia innamorata fra gli insoliti banani e palmizî, invece di collocarla fra le querce e le ficaje consuete.
Esemplifichiamo.
Il poeta non è botanico, nè la botanica è poesia. L'insopportabile abuso, che fa l'Aleardi di termini tecnici, i quali talvolta mi mascherano stranamente le più note pianticelle, non ha senso, ed esaspera il lettore. Mi ricorda la rabbia del vecchio cortigiano Behrisch, il quale avea riempita una delle stanze assegnategli per alloggio nella duchesca di Dessavia, con graste di geranî, pianta di moda, allora. Ma i botanici in Lamagna fecero distinzioni e suddivisioni tra geranî e geranî, attribuendo il nome di pelargonie ad alcune varietà. Ed il Behrisch li malediva: — «Imbecilli! io mi rallegravo di aver la stanza piena di geranî, e loro vengono e dicono che, nossignore, son pelargonie. Ed io cos'ho da farmene se non sono geranî? delle pelargonie a me cos'importa?» — Que' nomacci eterocliti non ci stanno mica per una necessità poetica; vi son tirati pe' capelli a documento della scienza botanica dell'autore. Ad Alessandro Manzoni, che si guarda ben dal farla, noi perdoneremmo quest'ostentazion di sapere, la quale in lui potrebbe psicologicamente giustificarsi. Difatti, il descrittore del giardino inselvatichito di Renzo Tramaglini non è un dilettante di botanica, anzi un filologo di primissim'ordine, che ha ideato una classificazione delle piante originalissima, e, come mi asseverano uomini competenti, scientificamente superiore a quelle dello svezzese Carlo di Linneo o del ginevrino Augustino-Piramo Decandolle. Ma la scienza dell'Aleardi probabilmente si riduce a qualche reminiscenza scolastica, all'aver isfogliato un manuale od all'aver passeggiato in qualche giardino de' semplici, leggendo su' polizzini attaccati alle piante od impalati lungo le ajuole: conifere, lonicere, ottonie, bromelie, benisterie, ninfee, napelli, solatro, ranuncolo scellerato, lemna, eccetera, eccetera. Propongo un'ipotesi: forse il Nostro fa ciò per mero esercizio mnemonico. Diceva il Goethe: — Degli studî ci rimane sol quanto praticamente applichiamo, il resto va perduto.» — L'autore adopera que' termini, perchè gli rimanga impressa qualche cognizioncella botanica racimolata qua e là. Non sarei punto sorpreso, che non avendole mentovate mai, ignori cosa sono la vellintonia, l'eucalitto, la zeodaria, lo xilosteo, le alimacee, il liriodentro tulipifero, l'asimina triloba, eccetera, eccetera.
Il poeta non è topografo; nè la natura per sè stessa poetica. Mancando l'uomo che vi si agita, non ci commuove. Il mondo senza uomini, come dice Piersippe Giusti, ossia il Marchese Giuseppe Spiriti, nella Salace trasformata:
..... ancorchè spettacolo giocondo
Di meraviglie sia egli a sè stesso,
Pur fora qual teatro a cui sian tolti
Chi vi giuochi la sera e chi l'ascolti.
Dunque, volendo rappresentarmi, puta caso, una valle, basta dipingermela come scena di un avvenimento caratteristico, ed è perfettamente inutile che tu spenda un cinquanta versi a particolareggiarmene la pianta, i nomi antichi e moderni, le produzioni e che so io; minuzie interessantissime in una Guida novissima del Viaggiatore, ma che non suscitano immagini commoventi, così da dar vita al fantasma di quella valle. Più analizzi, più distingui, più sminuzzi, più dettagli e meno veggo l'insieme. Dimmi che i monti son cinerei, che la consolare è candida (l'avran forse lastricata di carrara lustro), che il fiume è verde (cosa da stagno), e mi avrai unicamente posto sotto gli occhi tre immobili macchiacce: verdognola cinerognola e biancastra. Dimmi che passano poane pel cielo e zattere pel fiume; ed io potrò solo fondare meditazioni ornitologiche e commerciali su codesti fatti. Dimmi che l'Adice reca a Verona un sorriso di Trento, ed io rispondo sbadigliando: — «rettorica!» — Dimmi che un fortino veneto è trasformato in fortezza austriaca, ed io ti ringrazio della notizia archeologica.
— «Ma» — scappa fuori l'Aleardi, indispettito come un bambino, al quale si vieti di fare ogni impertinenza — «questo no, quello no; corpo dell'ostia, come aveva io a fare per dipinger poeticamente la Chiusa?» —
— Come, eh? Semplicissimo! Cancellar tutta la descrizione salvo queste parole:
..... Il loco ha somiglianza
Di Termopile, e forse alcuno attende
Leonida venturo.
Ma sa Ella, che questa immagine è degnissima del maggior poeta? Illumina la personalità dell'autore; suscita l'objetto innanzi alla fantasia; promuove un tumulto di pensieri. Ecco qua, senza corredo d'annotanzioncelle prosentuose, senza imprecazioni, senza contorsioni o scontorcimenti, lo scrittore si dimostra, io m'accorgo, ch'egli è patriota; m'accorgo, ch'egli è di una terra serva sì, ma ognor fremente, e fiduciosa nella vicina riscossa, e certa di non mancare al proprio dovere: onesta baldanza! Ch'è d'un paese insomma, eo immitior quia toleraverat, che ha dato i Mille come la Grecia i Trecento. Quella sola immagine mi dipinge la valle nella fantasia così vivace e caratteristicamente, come s'io l'avessi vista co' proprî occhi miei: vi ha pochi esempli d'una descrizione poetica tanto vera e perfetta. Ma perduta questa geniale oasi in un deserto d'inconcludenze e di rettorica, passa inavvertita e fallisce l'effetto. Quel che più importa allo scrittore ambizioso, non dico di eccellenza, anzi solo di serietà, è il saper cancellare. Un componimento esce dalla fantasia, come la statua di bronzo dalla forma, tutto sbavature; bisogna limare e cesellare, cesellare e limare senza mai stancarsi. Dicon che lo Schiller fosse maestro di cosiffatte potagioni. Gli avevano mandato una volta pel suo Almanacco delle Muse non so che oda pomposa in ventidue strofe: a furia di cancellazioni e' la ridusse a sette, e sì che mediante le crudeli amputazioni il prodotto ci guadagnò, rimanendo intatto nelle sette strofe il buono sparpagliato per le ventidue. Pirro Lallebasque, ossia Pasquale Borrelli da Tornareccio, osservò bene, quantunque barbaramente si esprimesse, scrivendo: — «Noi non siamo prolissi, se non perchè ci manca il tempo o la pazienza di esser brevi.» — Voleva dire: Siamo prolissi, sol perchè, eccettera. Come disse il Metternich al Varnhagen? — «Se scorgo qualche oscurità nel mio dettato o sento che qualche brano potrebbe non riuscir chiaro ai lettori, seguo il consiglio datomi una volta dal vecchio barone di Thugut, uomo pratico che m'insegnò di non ingegnarmi a dare un altro giro al pensiero, a modificarlo, anzi di studiarmi solo di cancellare quanto vi ha di superfluo nel luogo oscuro; il rimanente esprime compiutamente e sicuramente il senso. E trovo di fatto che il semplice si regge da sè, i puntelli e gli aiuti oscurano per lo più». —
Il poeta non è delegato di questura: non gli è concesso, mal presume di raffigurarmi una persona, enumerandone i connotati, perchè con essi posso solo al più arrabbattarmi a costruirmi nella mente un insieme di venti parti; ma l'immagine non mi balza viva nella fantasia, non vi s'affaccia repentinamente, non Fa di sè bella et improvvisa mostra, come Diana in scena o Citerea si mostra. Che vita nelle Silvie e nelle Nerine del Leopardi! eppure il recanatese non le esamina membro per membro dal vertice alle piante come in una visita medica, come usa con le meretrici. L'Elvira, la bellissima donna amata da Consalvo, era alta un metro e settanta, oppure un metro e sessanta centimetri? La Nerina era bruna o bionda? L'occhio della Silvia era nero od azzurro? Solo incidentalmente apprendiamo che quest'ultima era di capel nero:
Non ti molceva il core,
La dolce lode, or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne, a' di festivi,
Ragionavan d'amore.
In prosa, si può ammettere qualche latitudine nel descrivere i protagonisti; eppure Alfredo di Vigny (ch'è tra' quattro o cinque francesi di questo secolo, i quali abbiano saputo scrivere) sclamava: — «Non ho punto bisogno d'un ritratto in miniatura d'ogni vostro personaggio. Credetemi, a chiunque sia per poco immaginoso, basta uno schizzo. Un tratto indovinato vai più di tanti particolari. Se vi lascio fare, mi direte la manifattura de' nastri di seta adoperati per la coccarda degli scarpini. Abito pernicioso di narrare, che si diffonde spaventevolmente.» — Chi si lascia vincere dalla smania, dalla mania di descrivere, non ha più freno, e sacrifica tutto pur di soddisfarla. Mi ricordo, in un romanzo francese, che un tale dà un'occhiata, una occhiata fugace in una stanza e vede.... vede i più minuti oggetti, che ne vengono minutamente enumerati e descritti; vede e nota ciò, che un'ora di esame attento non sarebbe sufficiente a vedere e notare. Diceva il Goethe di Gualtiero Scotto: — «Strano che appunto la virtuosità nel particolareggiare, lo induca in errore! Nell'Ivanhoe descrive l'apparenza e le vesti d'un forestiero, che entra durante la mensa nel tinello d'un maniere, e sta bene; ma che ne descriva i piedi, le calze e la calzatura è uno sproposito. Quando siedi a mensa di sera, se qualcuno entra, ne scorgi solo la parte superiore del corpo. Descrivendo i piedi, entra subito in ballo la luce del giorno, e così la scena perde il carattere notturno.» — La poesia, impotente a darmi la forma esterna, mi dà la coscienza o l'azione del personaggio, che la fantasia del lettore riveste in un battibaleno di forme corrispondenti: in chi vuol gustarla, si richieggono alcune attitudini d'immaginazione, come in chi vuol gustar musica si richiede orecchio. Le Belle Arti, esse, invece, mi presentano le forme esterne, sotto le quali indovino una coscienza. Indarno lo scrittore sgobba per distinguere e determinare con parole i più minuti particolari od accidenti di forma e di colore: più s'affacchina, più l'oggetto sfugge. La vita del fantasma poetico non istà in un occhio piuttosto azzurro che nero, in un braccio più o men bianco, in questa o quella linea.
Avea riccia la chioma e colorata
Come la buccia di castagna alpina
Molti fior di giardino avrian voluto
Paragonarsi coll'aerea tinta
Che azzurreggiava nella sua pupilla:
Ma ciò che forse le venia più presso
Era il lin che fiorisce o il ciel di sera.
Misericordia! eccoci alla più ridicola materialità, al passaporto in versi: capelli castagni e ricci; occhi cilestri. Eppoi questi occhi non ci guardano, non ci splendono, non ci ridono; sono vuoti di sentimento, due immobili macchie azzurregianti, sulla cui gradazione un tintore ragiona (l'Alfieri direbbe dissertaziona) in guisa da fare andare in solluchero l'autore del Dialogo sui colori che si danno alle sete. È Maria Luisa, Porcellana, Isabella, Minerva, Turchino del Re, Turchino Ghimè, Turchino della Regina, Turchino màmmola, Turchino di cobalto, Azzurro o Lapislazzuli? Sarà forse Celeste blù, Blù Raimond, Blù porcellana. Blù Isabella, Blù Maria Luisa, Blù Napoleone? O non piuttosto Aria, Celeste cielo, Latticino, Celeste chiaro, Celestino, Celeste Laudon, Celeste cupo o Celeste Lumiera?
— «O come aveva a fare» — sclama l'Aleardi con l'accento indispettito dello scolare, che nell'esame non giunge a soddisfare con alcuna risposta i pedagoghi, — «come avevo a fare, per dipingere la mia Caterina Cavalieri di Monte? Me lo insegna Lei?» —
— Perchè no, caro? Lo insegnare agl'ignoranti è opera di misericordia. O se a quel nome dolcissimo di Caterina si congiungesse daddovero in mente vostra una immagine, di tutta la lunga descrizione avreste scritto que' soli versi:
... da ch'ella era nata...
... Mai sovra il paterno
Camperello la grandine non cadde
Nè al (cacofonia) mandorlo imprudente arse la brina
I frutti; nè verun maggior dolore
Osò varcarne la vegliata soglia.
Versi, che mi ricordano questi altri nell'Ardelia d'Olympo degli Alessandri da Sassoferrato, il quale, parlando d'una bella donna, scrive:
— «E contra lei non giova dura sorte,
Che vince il ciel con sue piacevolezze...
La donna e 'l ciel e 'l mar governa e muove
L'aer la terra e l'universo clima;
Et son sopra natura le sue prove.» —
Similmente il Maresciallo di Francia, Biagio di Monteluco, scrive di Andrea Doria; — «parca che il mare ne ridottasse e quindi non si dovea scontentarlo od irritarlo senza grande occasione.» — Similmente il cavalier Marino:
Di tai chimere vo' che tu ti rida,
Ancor che d'empio ciel raggio ti tocchi:
Qual sì cruda sarà stella omicida
Che rigor non deponga ai tuoi begli occhi?
Quanta gentilezza in questa fanciulla dell'Aleardi, che ne impone alle stesse inesorabili leggi di natura, al fato stesso, il quale le risparmia il dolore debito ad ogni carne umana! Deh come può essere, che chi inciampa siffatte bellezze, non le comprenda, non ne abbia coscienza; e trovi requie solo quando ne ha distrutto l'effetto con mille aggiunte stolte? — «Vojaltri dilettanti» — scriveva presso a poco il Mozart a non so che barone, il quale gli avea mandate alcune composizioni: — «o non avete pensieri propri e rubate gli altrui; o ne avete e non sapete cavarne partito.» —
Simili baleni di poesia s'incontrano veramente nell'Aleardi; ma pur troppo son baleni fugacissimi, che fanno meglio avvertire la tenebria circostante, come gli spiragli nel sotterraneo di Montezuma, a detta d'Antonio de Solis, permitian solamente la (luz) que bastava, para que se viesse la obscuridad. È uffizio, è gioia, è dovere del critico richiamar sempre l'attenzione su queste belle parti; e specialmente poi quando in uno scrittore sono rare, mi sembra più che dovere, carità fiorita. Quanto è viva la nobil-donna ungherese, frustata dagli sgherri austriaci!
.... La gentil ribelle
Sentì infamarsi le patrizie terga
Dal vitupero dell'austriaca verga,
E odiò la vita. E, dato
L'ultimo bacio a le atterrite ancelle,
Sotto la pietra del sepolcro ascose
Le membra vergognose.
T'impietosisci e parteggi per quella infelice ribelle, benchè il senno ti dica la legge dover essere sempre obbedita e la ribellione punita e soppressa a qualunque costo ed in tutti i modi, e che i governi costituiti hanno autorità suprema ed assoluta in chi sorge a combatterli. Quant'è sentito quel dire con enfasi, affermando Roma esser nostra, solo nostra:
Se cosa alcuna di straniero è in essa,
Sono il pianto e le ceneri de' servi,
Ch'ivi traemmo dalla vinta terra.
Spiove, l'atmosfera si rasserena:
Scuote i fogliami, che gli fero ombrello,
L'augelletto e giocondo vola via:
Manda il ramo una stilla, e par che pianga
Dell'ospite cantor la dipartita.
Questo si chiama animar la natura, e l'immagine non sarebbe mai venuta in capo, a chi non avesse provato lo strazio di crudeli addii. — «È precetto d'Aristotile» — diceva un retore egregio del seicento — che quelle sono le ottime traslazioni, le quali cat'enérgian sono appellate; cioè, quando le cose inanimate s'inducono ad operare, come se fussero animate; quale, per esempio, è quella di Omero, che attribuisce il desiderio alla saetta di Panduro, dicendo, che ella desiderasse di volare fra gl'inimici; e quell'altra, che dice delle onde, cyrtà phalerióonta, cioè gobbe e che s'imbiancavano o incanutivano. Di questa sorta di traslazioni così parla Quintiliano: Praecipueque ex iis oritur mira sublimitas, quae audaciae proxima periculo translationis attolitur, cum rebus sensu carentibus actuni quandam et animos damus. Qualis est: pontem indignatus Araxes; et illa Ciceronis: Quid enim tuus ille districtus in acie Pharsalica gladius agebat? cuius latus ille mucro petebat? qui sensus erat armorum tuorum.» — Eccone un altro esempio Aleardesco: gli austriaci hanno innalzato la forca sugli spaldi mantovani per appiccarvi un patriota:
.... In mezzo a un campo
Scellerato, spingea le immonde braccia
Un patibolo al ciel, quasi pregasse
D'essere fulminato.
Un letteratuolo, premiato nello scorso secolo dall'Accademia francese, ha scritto: Les dieux ont un Olympe et nous une patrie. Nell'Aleardi, il poeta assunto a' cieli, li percorre, se ne inebbria, dipinge la terra come un meschino granello di sabbia e poscia con poca logica, ma con infinita poesia sclama:
Oh! potess'io, poscia che avrò veduto
Sì addentro l'universo, un'ora sola
Rinascere alla terra Itala e sciorre
Rivelator di meraviglie un carme,
Nobile, forte, non caduco e nuovo.
Quant'è vero quest'uomo che stima un'ora di vita in patria, più che l'eternità in cielo! quanto è vero questo letterato che apprezza più la fama terrena della beatitudine paradisiaca! Ma l'ultimo verso stona; l'impressione sublime de' precedenti è ammorzata da quella gelida filza d'aggettivi qualificativi, che terminerebbe degnamente l'allocuzione d'un professor di quarta ginnasiale nell'assegnare agli allievi un tema di esercitazione rettorica. Nè si scusi l'Aleardi citando Dante:
Pareva a me che nube ne coprisse
Lucida, spessa, solida e pulita.
In una descrizione di cosa materiale, que' quattro aggettivi, che ne determinano le qualità essenziali, sono necessari; ma i quattro aggettivi appiccati da lui al carme, rivelator di meraviglie inaudite, ne indicano qualità, che si sottintendevano e ch'egli escogita con la riflessione.
Nell'Ardelia di Messer Baldessar Olympo da Sassoferrato Nella quale si contiene Sonetti Capitoli Dialoghi Frottole et Strambotti Et di nuovo con ogni diligentia Stampata et ridotta in una bella e nuova forma; opera pubblicata, come in calce all'ultima pagina: In Venetia per Dominico de' Franceschi al segno della Regina 1569; trovo parecchie Ottave di Epitetti (sic) bellissimi di Baldessare Olympo da Sassoferrato in laude di Leontia. Sono una sfuriata prima di aggettivi e poi di sostantivi; e veramente questo genere di poesia, che si direbbe imitata dall'Aleardi, non richiede isforzo grande di fantasia. Eccone per saggio una stanza:
— «Unica, eccelsa, singulare, grata,
Gentil, soave, gratiosa e honesta;
Piacevole, gioconda, accostumata,
Inclita, saggia, famosa, modesta;
Ingeniosa, accorta, vaga, ornata,
Humil, pietosa, dolce, pia e presta;
Celeste, amena, ludibonda e lieta,
Tepida, pura, angelica e discreta.» —
Deh, perchè tutti i canti non sono pari a' pochi brani surriferiti? Allora l'estetico saluterebbe con gioia in Aleardo Aleardi, se non il — «quinto gran poeta Italiano,» — come ha detto qualche imbecille, che non conosceva di certo ne l'Alfieri, ned il Leopardi, ned il Manzoni, di certo una nostra nuova gloria. Mentre invece ora queste gemme, rari nantes in gurgite vasto, servono solo a dimostrare non esserci letamajo, nel quale non possano scavizzolarsi perle. Basterebbe aver pazienza e stomaco da razzolarvi, e chi sa? potrebbero trovarsi dei galantuomini sugli stalli della sinistra parlamentare. Ma quando in un tutto artistico qualcosa non riesce, esso è sbagliato come tutto, per quanto alcune singole parti possano essere buone in sè, e quindi l'autore ha prodotto un'opera senza pregio e valore. Un'immagine indovinata non può salvare un componimento pessimo del resto; giacchè una sola immagine basta unicamente a formare l'epigramma, genere di componimento, pel quale riconoscemmo gran disposizione nell'Aleardi.
Il poeta non è dotto, ned istoriografo; dottrina e poesia son due: possono coincidere, possono divergere. Non so immaginar cosa più ridicola del pretendere ad un merito poetico versificando nozioni geologiche od isteriche o rendendo inintelligibili i versi senza un buon corredo di noterelle. Ma non è poi lecito, quando uno vuol darsi l'aria del dottore, d'incorrere in quegli svarioni, che fanno scoppiare i precordi dalle risa e giustificano lo scherzo: doctores a docendo, sicut montes a movendo. Estendere la passione delle reminiscenze e del rettorico fino ai farfalloni, l'è un po' troppo. Nè vale per iscusa il provare che l'errore fu tenuto ieri per verità inconcussa: oh bella! tu vivi oggi; e, se se' savio, hai da vivere com'usa oggi. Se tutto muta! Non più d'un dieci anni fa, quando ottenevi da una signora il ritratto, potevi tenerti sicuro dal fatto tuo, anzi le belle facevano quasi quasi più difficoltà per accordarti la miniatura, che per concederti i sommi favori: adesso, invece, possediamo la fotografia di chi ci pare, e nessuna l'ha per male e non implica nulla. Fosse del pari agevole l'aver gli originali in braccio! Se quindi uno scrittore, ora, facesse andare in bestia qualcuno, solo perchè scopre il ritratto della sua donna in mano ad altri, farebbe una castroneria. In simili castronerie incorre parecchie volte il Nostro.
È egli lecito d'impiegare ben sedici versi a maledire quel valentuomo, anzi grand'uomo, che fu Omar ed a compianger l'uman genere per lo incendio della biblioteca alessandrina, che i bimbi a scola imparano il prelodato Omar non aver mai bruciata, perchè già distrutta prima di lui? Stupisco che l'Aleardi calunni un nimico melensamente, uniformandosi a' suggerimenti di Don Basilio. È egli permesso di chiamare il tedesco
..... ispido nipote
Dei Nibelungi da la fulva chioma,
quando non c'è uomo colto, che ignori i Nibelungi essere stati Franchi? appartenevano cioè al ramo meno incolto e men barbaro del tronco germanico, che si staccò da esso e si fuse interamente con la popolazione gallica stedescandosi. Non farei certo un carico d'ignorarlo, a chi non s'occupa di Letteratura germanica; ma perchè voler far mostra di intendersene, quando se n'è digiuni? E egli ammessibile di celebrare il magiaro come una
..... gentil favella,
Che non ha madre, che non ha sorella,
creando un nuovo fenomeno filologico? Una lingua prima e senza parentele! È egli perdonabile di battezzare per Cimbri i tedeschi? Mah! e dire che Aleardo Aleardi sprofessoreggia, la fa da professore in Firenze! Sia però notato a lode de' fiorentini, l'uditorio di lui comporsi di qualche inglesaccia sfiancata, di qualche damina emancipata, del loro codazzo e degli amici del professore. L'Italia impiega pur bene i danari, che gli snocciola! Pagherei una lauta mancia, sborserei una larga cortesia, a chi potesse dimostrarmi, che l'insegnamento di lui è stato fecondo del benchè menomo frutto.
XI.
Scendendo ora alle minute particolarità di lingua, stile, eccetera; sarò brevissimo e mi guarderò bene dal cercare il pel nell'uovo. Manca ad ogni cosa la vita organica, il significato. Spargi con più cura il cacio grattugiato su' maccheroni, che Aleardo Aleardi non dissemini gli adjettivi pel discorso: per lo più ci stanno senza ragione, sono manifestazione dell'arbitrio dello scrittore. Gli abitanti delle valli retiche favoleggiano, che messer domineddio prese un giorno seco dalle bolgette, nelle quali si rinchiudevano le sementi delle lingue e le andò sparpagliando per le terre: e dove buttò semente d'Italiano, lì si parlò poi l'Italiano; dove d'inglese, ivi l'inglese; dove di spagnuolo, lo spagnuolo e via discorrendo. Ma, giunto ne' Grigioni, o che gli girasse il capo o che gli si sdruciacchiassero le tasche, fatto sta, che cadde una poca di ciascuna semente in quelle valli; ed ecco perchè fino al giorno d'oggi vi è tanta eteroclita diversità di linguaggi; e da un villaggio romancio passi al tedesco e dal tedesco all'Italiano e poi ne trovi un altro romancio, eccetera. Bisogna dire, che, nel far versi. Aleardo Aleardi confonda i sacchetti degli epiteti e delle metafore.
Da quando in qua la stirpe de' cigni è battagliera? Qual popolo ha gli occhi crocei, se il croco è il carthamus tinctorius de' botanici? Chi ravviserebbe i granatieri napoleonici mascherati da omerici fanti? Il sapiente legno del Nazereno è una sciarada, che s'indovina a scaparcisi un po' su: giudico meno facili ad interpretarsi le cupole intemerate di neve, e quindi mi affretto ad aggiungere che s'intendono le montagne. Che diavolerie sieno la febbre lionina del trionfo, le cento febbri de' vent'anni, l'olimpia febbre de' carmi, il febbril zampillo della vena, e diecimila altre febbri e febbrilità registrate ne' canti dell'Aleardi, forse potrà dircelo Salvatore Tommasi, Carlo Gallozzi Salvatore de Renzi; atterrito, io sclamo col venosino: nova febrium terris incubuit cohors! Come vedete, manca pure una certa varietà. L'amore è un assillo, l'indipendenza è un altro assillo... Basta; ma, prima di conchiudere, lasciatemi citare due versi unici nel loro genere:
...... E dalla rada ove Colombo nacque
Volò san Giorgio a cavalcar sull'acque.
Ostia! (dirò anch'io alla Veneta: una bestemmia qualche volta la ci vuole! ) ostia, che tropi! L'è un miracolo, l'è un tour de force da santo, veramente miracoloso, il cavalcare volando od il volare cavalcando sulle acque marine! sfido il più valente cavallerizzo di quante compagnie equestri girano, girònzano, girovagano per l'Italia, a fare altrettanto. Eppure, neppure questa corbelleria..... no, la parola è scortese, mutiamola; neppure questa frase poetica è originale! Sicuro, Francesco Maria Arouet Voltaire c'informa, che Niccolò Malebranche, volendo un giorno dimostrare, come ad un filosofo torni agevole di fare il poeta quando gli piace, componesse d'improvviso il distico seguente:
Il fait en ce beau jour le plus beau temps du monde.
Pour aller à cheval sur la terre et sur l'onde.
Nè mi sembra, che lo Aleardi possa scusarsi, allegando, che cavalcare il mare (e non cavalcare sulle acque) è stato adoperato semplicemente per navigare, (se pure non è errore di stampa per travalicare), per esempio dallo Straparola da Caraviaggio nella favola IV della III delle sue Tredici piacevoli notti: — «Alchia, veduta la volontà di Fortunio ogni ora più pronta, nè vedendo modo, nè via di poterlo rimuovere dal suo duro proponimento, diedegli la maledizione, pregando Iddio, che se gli avvenisse per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla Sirena non altrimenti inghiottito, che sono le navi dalle procellose e gonfiate onde marine.» —
Cosa volete ch'io dica de' continui bisticci? Servono a vieppiù manifestare la commozione, la serietà del poeta! Abbiamo già rilevate le ore di ciel, che il ciel condanna. Persio è chiamato un giovanetto incolpabile, vissuto in colpevoli tempi. Per dire che un galantuomo è ito a Patrasso, l'Aleardi scrive:
....... già sul.... petto,
Esercitato da sì lunghe croci,
L'ultima croce sta.
I martiri, que' poco autentici, ma molto uggiosi martiri, erano trascinati
..... nei densi circhi a sazïar le tigri
D'Affrica, ad allegar l'inclite noje
De le tigri di Roma.
Io non aspiro a pedanteggiare; nil humani a me alienum puto, e non condanno a priori ogni bisticcio. Quando ci quadra, optume. Veramente in altre lingue e ne' dialetti Italiani sta sempre meglio, che nell'Italiano aulico, e si confà più all'indole bonaria e gioviale di que' popoli oltramontani, che non alla nostra severa e contegnosa; è cosa di volgo, e nelle parlate del volgo non istona, sta al posto suo. Pure, ove abbia un perchè, ove dica e significhi qualcosa, non l'escluderei. È forma di pensiero comico: ed il contenuto delle poesie vernacole, sendo sempre necessariamente comico, in esse devi a priori aspettarti a trovarlo di frequente. Ma ficcarti nel bel mezzo d'un serio discorso il più sconchiusionato de' bisticci, che, opposto all'intenzion manifesta dello scrittore, a quantunque precede e segue, scioglie buffonescamente il momento tragico, è leggerezza inconcepibile. Passò il tempo in cui ammiravamo Pietro della Vigna, il quale, in una relazione ufficiale sulla vittoria di Cortenuova, osava scrivere bisquizzando. Et dum castrametatì sunt juxta Lolium perditionis filii, ut rationem segetis perderent, zizaniae, quae a vulgo Lolium dicitur, semina seminarunt. E lasciamo a' tedeschi applaudire il loro Paolo Heyse, scrittorucolo, che, in una sconcia tragedia ed insulsa sulla istoria della Francesca da Rimini, scarabocchiata (o che pare apposta per render indulgenti verso il rettoricume del Pellico ed indurci ad apprezzarlo e desiderarlo), fa bisticciare Paolo su due sensi della parola vergeben (perdonare ed avvelenare,) allorchè la Francesca gli dice avergli rimesso lo inganno per cui si trova moglie del deforme Lanciotto, invece d'esser mogliera di lui:
Doch ich vergeb'es und vergess'es nie,
Dass ich mit Lügengift dir schnöd vergeben.
— «Il bisticcio» — diceva un secentista, notate, bene, un secentista! — «è segno di animo sciolto e non passionato; e maravigliosa cosa è, quanto egli impedisca la commozione dello affetto. Però, quando il Poeta lo mette in bocca di chi si rammarica, una delle due: fa credere che quegli si burli o che esso sia un bue; e verifica in sè quel proverbio, che chi bisticcia è una bestiaccia.» —
Sulla prosodia poche parole: Aleardo Aleardi fa meno spropositi d'altri verseggiatori contemporanei, che pure raccolgon plauso, come Arnaldo Fusinato, per esempio. Ma carriaggi non è, nè puol essere trissillabo; viaggiatrice non è, nè puole esser quadrissilabo. Veramente un sottile ravignan patrizio nello — «Epitaffio di Cesare, in opposto sentimento a quello del Sannazzaro,» — ha posto questo verso:
Fuggi viator: qui di sanguigne spoglie...
Ma chi non sa quanto poco e di lingua e di prosodia s'intendesse Paolo Costa? Espiazione bruttamente si contrae a cinque sillabe, dietro il mal esempio dato da qualcuno per le parole in ione. — «Non dichiamo noi compassione con quattro e i poeti con cinque sillabe? Non intentione, operatione, devotione, invidioso, litigioso e mille altri noi con una meno, e i poeti con una sillaba più?» — Così messer Fagiano; ma la pronunzia de' poeti è la buona: la dieresi ci vuole: la i è una vocale in quelle parole; ed il mutarla in j è un errore sempre, in cui però, nol nego, sono incorsi qualchevolta anche gli ottimi, conformandosi alla cattiva pronuncia fiorentina. Che nella lingua ci sia la tendenza a trasformar in j la i, che segue una consonante precedendo una vocale, non può negarsi; ma questa trasformazione, quando ha avuto luogo, ha cagionato sempre un'alterazione profonda nella consonante precedente od almeno ne ha prodotto il raddoppiamento: (confronta vezzo da vitium, mezzo da medium, ragione da ratio, rabbia da rabies, figlio da filius, ingegno da ingenium e via discorrendo).
Ma vorreste imitarli, quegli ottimi, anche quando errano? Chi farebbe senza rimorso un trissillabo di Beatrice, quantunque Dante istesso abbia perpetrato questo delitto di prosodia? E forse può scusarsi in lui, ripeto, perchè avrà pronunziato alla fiorentina Biatrice ossia Bjatrice: ricordiamoci, che egli vien riconosciuto fiorentino da' dannati dallo accento:
...... ma fiorentino
Mi sembri veramente, quand'io t'odo.
Ma con sei sillabe, espiazione, per la giacitura degli accenti, non entrerebbe in alcun endecasillabo! Davvero? Poco male! o che tutti i vocaboli debbono potersi ficcare in ogni verso? Rammentiamoci gli epigrammi di Marziale in onore dello schiavo Earino.
Nomen nobile, molle, delicatum,
Versu dicere non rudi volebam:
Sed tu, syllaba contumax repugnas!
Dicunt Earinon tamen Poetae,
Sed Graeci, quibus est nihil negatum,
Et quos áres áres decet sonare:
Nobis non licet esse tam disertis,
Qui Musas colimus severiores.
A' quali versi un commentatore annota: Jocatur hic noster... in nomine Earini, Domitiani eunuchi ex pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen quidem dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim ear ver sonat), at idem contumacibus syllabis constare, quae neque hexametri neque hendecasyllabon rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos tantum aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem istiusce Earinus tres primae syllabae breves. Sed quid obstitit, scire velim, quominus hic Noster iambicis aut scazonte uteretur? Il giambo tragico tedesco, essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una breve e d'una lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli, nè per questo impaccia chi è valente.
Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio, che mi ricorda que' majali inglesi tutta ciccia, dallo scheletro ridotto a' minimi termini, schisato.3 Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico, sonoro; ma questo, checchè molti vaneggino, non è mica un pregio. I nostri maggiori poeti sol di quando in quando hanno scritto be' versi: il verso allora è indovinato quando non l'avverti, quando combacia perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa di bello per sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!... Quando, letto uno squarcio verseggiato, gli uditori esclameranno: — «che be' versi!» — dite pure, che il ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale soverchia il fantastico. Non crediate però, che l'Aleardi abbia nel maneggio del verso la virtuosità, la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei sapere quali orecchie in Italia valgano a pescare il ritmo ne' seguenti endecasillabi:
..... Sarai del Cristo, anima di Maria....
..... E passò. Io stetti in disperato pianto....
..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;
o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza incespicare questa filza di liquide: Vela la nebbia de le stelle il lume.
La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre a' non commossi. La genitura de' giusti è frase di pessimo gusto. Zillo è un vocabolo che nessun vocabolario registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella Ornitologia toscana, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII al M.DCCC.XXXI, dica, che i rampichini propriamente mettan zilli (I, 188.) Sarà probabilmente una corruzione idiomatica di zirlo; io non la ripudierei, perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti, che importi una nuova distinzione e più minuta. Ma qui rimarrebbe a spiegare da quando in qua gl'insetti abbian preso ad imitare le voci de' tordi o dei rampichini. Il ne spesso viene adoperato dall'Aleardi in modo, che rasentando la sgrammaticatura, non è certo eleganza, anzi sconcio pleonasma. L'esse impura in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo lo; è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con intenzione d'ottenere bellezze, per dare maggior forza, non per accozzare orrori, come:
..... E il scintillio de le fraterne spade...
..... Ma al scintillar de le serene stelle...
Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere una immagine gentile, l'Aleardi non potrebbe neppure accampare per iscusa di pensare, come un candidato alla licenza liceale, che conosco: — «L'articolo lo si adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo il, quando si parla villanamente.» — Opinione (chiamiamola così) che fe' sclamare a Diomede Marvasi: — «Dunque, se dicessi ad uno: ti darò un calcio nello sedere, sarei cortese.»
XII.
Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.
Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni politiche, le quali trasformavano le parole patria e libertà in parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'eroe di Caprera, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: — «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone: Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit. Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:
Angosce finse e simulò letizie,
Con quell'accento, che non vien dal core.
Del rimanente, poichè nolenti non fit beneficium, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.
Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:
Sabbatha sancta colo
Et de stercore exire nolo.
Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:
Sabbatha sancta quidem
Remanebis ibidem.
E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.
POSCRITTA
(M.DCCC.LXXII.)
SCORSA BIBLIOGRAFICA
In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.
— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.
Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono al gran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimo il coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.
Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, i credi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, sia pro, sia contra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:
.... s'io vivente unico, in vetta
D'una rupe restassi, esterrefatto
Testimone dell'ultima ruina (del mondo),
Oh! non ancor dimetterei la salda
Fede nella immortale anima e in dio.
Orazio ha ben detto:
Si fractus illalatur orbis
Impavidum ferient ruinae;
e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.
Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero. Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra. Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del semplice flatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolo dio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce4.» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.
Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?
No, pur troppo. In questo carme In morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifare L'Espoir en dieu di Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,
Il non saper nell'orba fantasia
La morte immaginar, che cosa sia,
(come è detto ne' Paralipomeni della Batracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi: Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret! Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama... metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa: Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt. Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suo credo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.
Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:
Comme tout renchérit, disait un amateur.
Les œuvres de Genlis à six francs par volume!
Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,
Pour la moitié j'avais l'auteur.
Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;
La Marquise a bien des appas:
Ses traits sont vifs, ses grâces franches,
Et les fleurs naissent sous ses pas...
Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!
il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e la Gerusalemme Liberata ridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —
Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:
... il poverel digiuno
Scende ad atto talor, che 'n miglior stato
Avria in altri biasmato.
Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta dalle Ricordanze, e guasta5: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal canto Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dal Canto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la sua Semiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —
Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlato ex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmo zero punti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello.
..... A un tratto apparve
Un angiolo da lei sola distinto:
Avea nere le chiome e l'ali nere,
Punteggiate di stelle; e, nelle nere
Pupille, ardeagli un lume agonizzante,
Che parea tremolar nello infinito (??).
— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,
Forse e tu pure a festeggiar venisti
La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;
E in fronte la baciò...
Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar delle speranze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:
.... poi, che il Vero,
Freddo saettator, nessuna ancora
Ne uccise....
È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo, i due legni in croce in cima ad un colle divengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,
.... per le sacre selve
I fauni agonizzâro alle scontrose
Driadi moribonde avviticchiati;
E galleggiar sopra i flutti marini.
Dell'estinte Nereidi le salme....
E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire: i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto. La primavera della vita è buona metafora; ma i prati della primavera della vita, e la fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla. La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:
.... lo stesso Achille
Deiforme avria tolto essere in terra
Schiavo affamato di signore avaro,
Anzi che dominar scettrata larva
Sull'ombre vane de la morta gente.
Che cascaggine! Il moral cipresso, è insulso. Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è. Metter risi per ridere, non si dice: quel tutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.
L'acque mediterranee ululava...
Se bionda scenda o argentea la chioma....
Di dio, oppure fiammelle distinte...
sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, che viaggia è trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi: Epistole.
Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolata Origine di Vicenza6, stampandovi in calce, come usava allora, parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece i soffietti su' giornali, sulle Nuove Antologie, sulle Riviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo; soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi: mutatis mutandis è la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:
Canti con stil sì chiaro e sì facondo,
Aleardi, ch'estinta a terra cade
La possanza del tempo; e la pietade
Tua varca ardita oltre l'oblio profondo.
Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:
Forma sì dolce la tua musa il canto,
Che non ha chi l'agguagli..... In Elicona
Poggi sì ardito e con perpetuo onore
Tessi fregi di glorie a le tue carte.
E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nel Teagene (Canto V; stanza LXI):
L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!
E, nelle Odi e Madrigali, esagera anche più la lode, esplicandola:
Mentre spieghi, Aleardo,
Con stile almo e sovrano
De l'infelice Amida il caso strano,
Chi ascolta il raro canto
Forz'è, che rida al riso e pianga al pianto;
Ami nel dolce amore;
Gioisca nel gioire;
Languisca nel languire;
E si trasformi il core,
Leggendo il suo dolor nel suo dolore;
Mora ne la sua morte
E corra seco una medesma sorte:
Così pònno i tuoi detti
Mover nostr'alme e dominar gli affetti.
Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo.