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Fame usurpate

UN CAPOLAVORO SBAGLIATO (continued 2)

Reading edition

Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avere attribuito al personaggio di Fausto parecchie goffaggini: La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.

Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:

Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:

non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:

Le livre de la vie est le livre suprême

Qu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;

Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;

Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.

On voudrait revenir à la page où l'on aime

Et la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.

Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.

Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscer fondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrare

Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare

Mortales; quoniam belli fere moenera Mavors

Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se

Reiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

XIII. — Modo in cui il Goethe poetava.

Le idiosincrasie degli scrittori spiegano le peculiarità delle scritture.

Cos'ha mai ricavato il Goethe da questo enorme tema, vasto in guisa che l'intera divina Comedia dantesca v'è inclusa in forma d'episodio? Qual'è il concetto del poema, o, come a lui piace scrivere, della tragedia, ch'egli ha bravamente architettata sul sustrato mitico? Spiattellamola com'ella è:

......... amphora cœpit

Institui; currente rota, cur urceus exit?...

.... Anfora a far s'imprese; e perchè poi,

Gira la ruota e n'esce orciuol?....

Perchè? Vel dirò. La mente dello scrittore non ha saputo cogliere e fermarsi ad esplicare un particolar lato poetico del subjetto vastissimo ed un po' indeterminato, anzi vi ha spaziato dentro quasi a diporto, senza nè volontà nè valore di abbracciarlo, comprenderlo, rimpastarlo ed imprimervi la propria immagine e similitudine; ha rimaneggiata la cera senza imprimervi alcun determinato suggello, senza volerne perdere il minimo avanzo; ha fatto come il proto, quando, rimaneggiando una composizione, cambia la giustificazione, cambia il formato, ma non muta i tipi, nè molto meno le espressioni od i pensieri. Il Goethe, che s'arrabatta col Fausto, mi ha l'aria d'un inquilino di locanda, il quale si permette al più più di sparpagliare qualche sua masseriziuola su' marmi de' cassettoni e del camminetto, di far appendere alla parete qualche ritrattino a lui caro, di far traslocare qualche suppellettile, ma che non ha nè dritto ned ardire di rimutare ogni cosa, di trasformare l'arredatura della cameretta a suo capriccio e di pianta; perchè insomma insomma poi non è il padron di casa. Faceva d'uopo d'un Atlante per suffolcere il mondo, il microcosmo del mito faustesco; ed il Goethe ha dimenticato, che quando si scardina un mondo, s'hanno da aver omeri da sorreggerlo. E sì, che non ha mai neppure ammessa la possibilità di far fiasco, neppure sospettato di essere impari a tanto tema; e che il mito di Fausto non era peso dalle sue braccia, nè ovra da polir con la sua lima. La mente sua non s'è mai agghiacciata estimandosi giustamente. Per ammirarlo, dobbiamo ammettere,

Qu'il est beau qu'un mortel jusques aux cieux s'élance,

Qu'il est beau même d'en tomber!

Certo, se d'alcun'altra mai, ben potrà dirsi di questa fantastica leggenda popolare o letteraria, ch'essa circoscrive in sè qualunque concetto possa avere qualsivoglia ottimo artista: ma per arrivare a quello con la man, che obbedisce all'intelletto, e' si richiede senza meno, che un concetto sia nell'intelletto, sia nell'artista. Per fare lo spezzatino di lepre, ci vuole, prima di tutto, una lepre. Il mito è materia inerte come il marmo, come la donna amata; ed in esso si nasconde tanto il comico quanto il sublime;

... Il mal, ch'io fuggo; e 'l ben, ch'io mi prometto;

In te, Donna leggiadra, altera e diva,

Tal si nasconde;....

spetta all'ingegno mio di cavarne quel, che meglio m'aggrada. Ma concetti determinati poetici mancavano al Goethe. Parrà un paradosso! ma tant'è! prego il cortese lettore di rammentarsi la distinzione stabilita più su fra concetti scientifici e poetici. Un concetto poetico manca in presso che tutti i lavori di lunga lena del Goethe: ed il difetto si spiega agevolmente dal modo, in cui lavorava l'Eccellenza sua e dalla natura intima delle opere, le quali sono per lo più in un certo senso, mere poesie d'occasione. Non iscaturivano da potente esaltazione della fantasia favoleggiatrice; anzi servivano di sfogo momentaneo per ogni affetto, che ingombrasse, opprimesse l'animo dell'autore. Il poetare equivaleva pel Goethe ad un purgante morale. Gli è uno spingere un pocolino troppo in là o per dir meglio un prender troppo letteralmente l'aristotelico concetto della catarsi; gli è un abbassare la poesia nella cerchia dell'igiene e della dieta; gli è un dare all'attività poetica simiglianza un po' po' eccessiva ed indiscreta col ponzare.

Io non conosco metodo più acconcio ad iscacciare il malumore, a dar l'ostracismo alla melanconia, nè so che altri abbia sperimentato rimedio più efficace a' maggiori turbamenti d'animo, alle passioni più tempestose, dello scapricciarsi da solo a solo con madama penna, del tentare di ritrarre e descrivere quel malumore, quella melancolia, que' turbamenti, quelle passioni. Probatum est! E stimo di poter esser buon giudice in questo, perchè (o ch'io sia nato tale, o che tale io mi sia divenuto per colpa propria od altrui) fatto sta, che sono una bestia ipocondrica, ma come ce n'ha poche; ed appena ricordo d'aver riso di cuore qualche rara, rarissima volta tanto, tanto tempo fa. Caso patissi dello stesso malore, amico lettore, prova la mia ricetta: al primo accesso d'umor nero, presto, lesto, impugna la penna, siedi a tavolino e studiati di dire quel, che ti bolle in corpo. Doppio effetto benefico: tutta la parte indeterminata, vaga, il flebile nescio quid, il nequeo quin fleam senza un perchè, il musicale dell'affetto insomma, svanisce, non potendo concretarsi in parole; riman solo la parte salda del dolore, la piaga vera davvero. Tenta di scandagliarla, auscultarla, specularla ben bene: e, dopo cinque minuti, l'interesse tuo sarà trasferito dalla passione alla descrizione della stessa, la guarderai objettivamente ed ormai con più curiosità che partecipazione. Sarai rasserenato, e da paragonarsi a que' studenti fanatici di medicina i quali inoculatosi il viro sifilitico o trangugiati farmachi mal noti, per istudiare le fasi vuoi dell'infezione, vuoi dell'attossicamento, tutti intenti nelle osservazioni, non provano più il dolore. S'è dato il caso, che vedeste di que' ritratti fotografici, venuti pur ora di moda, in cui la persona medesima è riprodotta du' volte sul medesimo fondo in due atteggiamenti diversi? esempligrazia, mentre vende guanti a sè stessa; mentre tocca il polso al suo signor sè coricato ed infermo; mentre, con la pistola ancora in pugno, urta col piede il cadavere della signoria propria, che ha uccisa in duello? Oh que' ritratti! Io non so guardarli senza un brivido strano! Dico bene? La più atroce fantasia, che possa assediar l'uomo in sogno, non è, che le cariatidi del portone scuotano il pondo dell'architrave e da que' robusti giganti, che pajono, salgono le scale o scrollino alla Sansonesca l'edificio, per far le tarde vendette dell'oppressione, eo immitiores quia toleraverunt; — non è, che mentre tu riposi tranquillamente nella cameretta serrata con doppio giro di chiave, le figure lì dipinte, e penzolanti dalle pareti, abbiano a distaccarsi dal quadro e venire a sedere sul tuo letto; — non è, che tu abbia a riscuoterti sepolto vivo nella tomba gentilizia, e schiattarvi rosicchiando per fame i pugni rinsecchiti, oppure rinvenire come l'abate Prévost, nel teatro anatomico, mezzo sezionato da una turba di pappini; — non è, che tutte le bestiacce del museo zoologico, pel quale conduci la tua signora, racquistino ad un tratto ossa e polpe e si scaraventino addosso a voi; — non è, di cadere e cadere da una torre altissima giù, giù, nell'abisso, senza dar mai un picchio nel fondo; — non è, di nuotare per un pelago sconfinato ed innavigato, spossandoti a fuggire da frotte, stuoli, morre, eserciti, caterve, moltitudini innumerevoli di que' paurosi mostri marini: orche, pescicani, caccialotti, balene; — no, c'è peggio assai da immaginare. Questi spaventi son nulla al paragone dell'orrendo sogno d'un Menecmo, d'un Simillimo, che vi sia cioè nel mondo altri tutto al volto, ai costumi, alla favella simile a te; che porta il tuo nome; che da tutti è preso in fallo per te; che la tua donna riceve, come accorrebbe te, e compiace, credendo appagarti; delle azioni ree del quale tu innocente sei responsabile; che gode malignamente di frantumare e contaminare ogni gioja tua, e farti scontare il fio della sua perversità;..... Oh non v'ha pensiero più fecondo di raccapriccio! Ebbene, tal'è press'a poco l'effetto dello studio posto nel descrivere od analizzare le passioni proprie: l'animo si sdoppia, il paziente e l'indagante divengono due, e la carne e la mente, che soffrono, divengono estranee alla mente, che esamina e ritratta: sono due Simillimi. Se non che, in questo caso, il male è salubre, il menecmismo ideale risana i corpi attossicati dall'ipocondria o dalle passioni.

Certo, ogni commozion poetica prende innegabilmente le mosse da una commozione effettiva dell'animo, ma non perchè l'una procede dall'altra è da confondersi quella con questa. Anche il figliuolo si presuppone generato dal su' babbo; e non per ciò sono una persona. L'impressione naturale è sempre scema; semplice e cruda, non può chiamarsi poesia, mancando dell'elemento principale, dell'idealità. Il bello naturale, per diventare bello artistico e specialmente poetico, dev'essere elaborato per tutti gli stadî della fantasia; come un cibo, per diventare aumento e sussidio dell'organismo, deve subire tutte le operazioni meccaniche e chimiche, le aggiunzioni e separazioni, che si addimandano processo digestivo: l'intuizione di un objetto qualsiasi si trasforma mano mano in immaginazione e l'immaginazione finalmente è tradotta ed innalzata a fantasia pura e piena. Questa trasformazione e traduzione ha per iscopo e termine la creazione di fantasmi autonomi, i quali non ritengono più nulla di comune col fenomeno originale, che mise in moto la facoltà generativa del bello. Un figliuolo adulto non ha più nulla di comune co' genitori, nè la Madonna della Seggiola con la Fornarina, nè l'Aspasia del Leopardi con Madama Targioni.

Il Goethe non isconfina mai mai dal primo stadio intuitivo; gli manca la virtù digestiva suprema, che trasfigura l'obietto sentito o percepito (cosa, persona, affetto, avvenimento) in fantasma: metamorfosi vieppiù strana di quella, per cui acqua ed aria si trasformano in legno e fronda, oppure asparagi e broccoli si tramutano in muscolatura ed ossame o pelame. Egli sa adornare, raffazzonare, compaginare il percepito, ma non può rimutarlo sostanzialmente, farne una cosa autonoma ed originale: quindi eccolo costretto a fluttuare fra la copia del vero e l'allegoria, tra il fotografico ed il didascalico, forma incipiente questa, forma evanescente quella dell'Arte, ed in fondo a dirla, tanto l'una quanto l'altra estranee all'Arte. Ci dà quindi ritratti, relazioni particolareggiate, descrizioni minute; tutta roba, onde può mostrarmi il riscontro in natura, onde può rendermi scrupolosamente ragione: ho scritto la tal cosa così e così, perchè ho visto questo, ho sentito questo: se non che una bazzecola manca a tanta perfezione, quella minchioneria, costitutiva dell'artistico e del poetico, ch'è l'elemento fantastico, ideale.

Persuadiamoci finalmente, che n'è pur tempo, d'una verità, la quale ha il sommo, (benchè non raro) pregio di non essere assiomatica, anzi di risultar quasi conclusione dall'esplicazione del concetto estetico, in Italia almeno. Quindi (è bene avvertirlo) potè ignorarsi o negarsi da' nostri predecessori, senza che meritino taccia di sconnessi, come sarebbe accaduto se avessero negato il quattr'e quattr'otto; ma non può disconoscersi da noi altri senza mostrarci dappochi quanto chi credesse ancora nel sistema tolomaico o nelle superstizioni medievali o nella eccellenza del governo repubblicano. Dunque il bello artistico e, per conseguenza, il poetico, non ti riuscirà mai di scavizzolarli nel mondo delle cose, anzi devi stimarli parti della fantasia. Quando esistessero effettivamente sceverati nella loro purezza; quanto il Bello naturale fosse identico al Bellissimo, a quel, che, a scanso d'equivoci, per adoperare una parola impregiudicata, monda d'idee accessorie, chiamerei il Pulcherrimo, cioè, al Bello assoluto; le arti sarebbero pleonasma, duplicato supervacaneo; ripeterebbero senz'alcun prò, peggiorando; a noi si converrebbe inchinar per vera l'opinione, che le condannava ad imitare servilmente la natura; e quelle divine idee si degraderebbero ad onesto passatempo senza degno scopo sufficiente. Se la macchia e la fattezza tipica e l'armonia ed il fantastico sfolgorassero nelle cose e negli uomini, nei suoni e nelle voci naturali, nella vita e nella storia, in verbis, herbis et lapidibus; oh guà! cesserebbe il perchè della Poesia, della Scultura, della Musica e della Pittura. Invece di spiroscafare sino in Toscana, ch'è più in là dell'Abruzzo, per ammirarvi quei miracoli di Arte, che vi sono accumulati, invece di arrampicarci su per le scale e degli Uffizî, (ripide tanto, ch'io ne disgrado le vie diserte e scoscese, di cui Dante, e stupisco che il clubbe Alpino non le registri fra le più meritorie ascensioni!) invece, dico, basterebbe spalancar le impannate o scendere in istrada; e guardare i monti, il mare, le case, chi va, chi viene e chi sta. Invece di accalcarci ne' teatri micidialissimi, nelle afose sale da concerti, faremmo una passeggiatina lunghesso il marsonante o porgeremmo l'orecchio a' suoni confusi esalati dalle campagne. Invece di leggicchiare o scrivacchiare e poemetti e romanzucoli e drammonzoli, ripenseremmo i nostri casi e gli altrui. Ma che! per quanto vaga sia la femmina, che ti godi, ed il paese, in cui dimori, per quanto sia svariata la tua propria vita, non ti appagano, ti lascian sempre il desiderio di finzioni pittoriche e poetiche. Giacchè, ripetiamoci ancora, l'Artistico, il Poetico non hanno effettività naturale, sono anzi visioni della mente, quando concentra ed esaurisce tutto un dato Universale od Esemplare od Archetipo, che dir si voglia, tutta una data Idea determinata, in un particolar fantasma. Certo, conforme alle norme del processo empirico, la primissima spinta ce la dà un oggetto: ma veh, se non abbiamo succhi gastrici da digerir l'impressione, è vano il lusingarci di cogliere il Bello. Il tale e quale dell'effetto materiale non è poesia.

Ho un bastoncel di legno, ricoperto

Di cuoio; ha nome marito: ma il legno

È legno, sa?

dice cinicamente una donna poetica tedesca19, la Maria della lirica di Arrigo Heine intitolata Ratcliff, da non confondersi con la tragedia, com'e' la chiama, intitolata Guglielmo Ratcliff20. Il legno riman sempre legno e l'effettivo naturale non sarà mai il Poetico.

A questo poetico, il Goethe non è giunto, se non radissime volte nelle Liriche. I rimanenti scritti di lui sono da paragonarsi all'organismo vegetale, che non ha potuto progredire fino alla vitalità animale ed al pensiero umano, impigliato nel meglio della enucleazione. Noi seguiamo fase per fase la più o meno splendida vegetazione delle opere del Goethe; le vediamo germinare, crescere, fiorire, e rinsecchire; quel, che non vediamo mai, si è, che pur una volta staccandosi dal terreno, dalla melma del reale, che le ha prodotte, ed acquistando moto e ragion d'essere propria, progrediscano fino ad incarnare un concetto; ripeto, la vegetazione c'è, manca la vita, manca il pensiero.

L'aver assodato questo fatto, cioè, che la sensazione poetica del Goethe è assolutamente identica con la sensazione materiale di lui, ci dà la chiave del perchè le scritture sue più sentite, più affascinanti siano appunto le giovanili, quando, ne' grandi poeti nostri, sogliono piuttosto essere, non le senili, chè la vecchiezza è morte comune di tutte le facoltà, anzi le vergate o dettate nell'età provetta. La potenza creativa, la virtù plastica e caratteristica del signor consigliere, fondandosi esclusivamente e dipendendo integralmente dalla freschezza e dall'ingenuità dell'impressione fisica o morale, dovea languire parallelamente all'infiacchirsi e al declinare di questa, con l'ottundersi de' sensi e con l'infracidire in quella pettegola corte granducale d'ultim'ordine, la quale egli avea per compito e per ambizione di mantenere allegra: compito ed ambizione da giullare.

Non è lecito d'ignorare, in qual modo germogliassero i Patimenti del giovane Werther. Tutti sanno che quel romanzo è un mosaico sul genere della bandiera del piovano Arlotto, ricavato in gran parte da frammenti di lettere e di un giornale veramente scritto, composto d'impressioni effettivamente sentite, con personaggi conosciuti in società; che ha per sustrato, insomma un amoretto ed una situazione sperimentati dall'autore, nonchè un'avventura e la catastrofe d'un suo conoscente, d'un certo Jerusalem21. Non osiamo lagnarcene, chè questo essenzialissimo difetto estetico del libro, quando lo si consideri com'opera d'Arte, questo suo esser vero quasi dalla prima all'ultima parola, questo suo esser prosa e non poesia appunto, gli conferisce tanta forza d'ossessione, tanta efficacia ed evidenza; rende impossibile lo scartabellarlo senza rimaner lì avvinti alla lettura, senza sclamare ogni tratto: — «È vero! è vero! l'ho provato anch'io!» — senza sognarne la notte. Sei stato mai a Pompei? Sì, eh? Dunque avrai ammirato que' simulacri di statue in gesso, ottenuti recentemente, ricolmando con iscagliola le cavità lasciate nella cenere impietrita da' cadaveri degli antichi pompejani sciolti in polvere? Or bè, che te ne pare? Son qualcosa d'informe, di orrendo, n'è vero? Giurabbacco, non t'arbitreresti a paragonarli nemmanco per burla al Gladiatore moribondo, al Marsia scorticato, all'Anteo soffocato alla Pietà michelangiolesca? Pure, quanto maggiore ispavento e compatimento non incutono? quanto non è loro più facile commuoverci fino alle lacrime, farci rimaner di sasso, lì sbigottiti? Dico bene? O perchè? Per la materialità loro stessa: per quella potenza di espressione; per l'idea, che non sono una finzione d'artista. Ecco la maschera d'un uomo, che s'è buttato vinto per morire; ecco un volto umano vero, il volto d'un dato uomo, che ha vissuto davvero, eccolo sconvolto non da un dolore simulato, come la fisonomia dell'istrione, come il marmo del trojan Laocoonte, bensì da una stretta disperata e mortale. In quella scagliola, stanno impigliati gli ossami d'infelici, de' quali il gesso con l'arrendevole flusso ha surrogate le parti molli. Ed io, che guardo, non provo più un'emozione estetica, anzi un dolore effettivo e positivo. Non mi veggo più dinanzi un sasso scolpito ad immagine e similitudine della Niobe, madre infelicissima, anzi l'orrido scoglio appunto, che fu la Niobe ed ebbe vita al par di me. Non assisto ad un assalto di scherma, nel quale gusterei la disinvoltura e la pratica degli emuli; anzi son testimone in un duello, in cui ogni botta vien diretta a spillar sangue ed a trabalzar nel nulla la vita de' contendenti. Non intendo più ad una rappresentazione teatrale, dove mi si spiegano i varî moti delle passioni d'un moribondo, anzi contemplo un combattimento gladiatorio che non avrà fine, se non con la morte d'uno de' gareggianti. L'autore stesso, parlando del Werther in vecchiaja, nel M.DCCC.XXIV, diceva: — «È una creatura, che ho cibata, quasi pellicano, col sangue del mio cuore. V'è tanto del più intimo del mio petto, sentimenti e pensieri, quanto basterebbe per un romanzo in dieci di que' volumetti. Del resto, sol'una volta ho riletta l'opera; e mi guarderei bene dal ritentar la pruova. Sparge razzi incendiarî. Mi sbigottisco e temerei di sentir nuovamente lo stato patologico, che produsse lo scritto». — Male, quando la produzione artistica è effetto d'uno stato o stadio patologico.

Ma chi oserà biasimare il modo di comporre, cui dobbiamo il Werther? Arte o non Arte, è qualcosa di stupendo. Chi torcerebbe gli occhi da que' gessi pompejani, allegando l'irragionevol ragione, che non sono la Niobe? chi rifiuterebbe di presenziare ad una tauromachia, iscusandosi col dire, che non è il Filippo o la Mirra? Quegli spettacoli ci commuovono potentemente; e basta. Ma badiamo però, veh! tal commozione non è punto estetica: è la commozione brutale, che produce lo aspetto del vero, non la commozione ideale, che vien generata dalla contemplazione dell'opera d'arte. Comico è quindi il plauso, che questo procedere indigesto ha incontrato in Germania, dove quasi quasi, invece di legger le biografie del Goethe per meglio comprenderne le scritture, se ne studiano anzi le opere come illustrazion della vita. I termini vengono invertiti. A noi, la Vita di Vittorio Alfieri, scritta da esso, ci dischiude l'intelligenza della poesia di quell'uomo miracoloso, che seppe tanto caratterizzar sè stesso in un verso: Scrivo, perchè non m'è dato di fare; ed i tedeschi si discervellano sul Fausto, sulla Jfigenia in Aulide, sul Tasso, sulle Affinità elettive, sul Guglielmo Maestri, eccetera sulle più insignificanti corbellerie vergate dal Goethe, per indagare che ci fosse nell'animo di lui in quel tal tempo, quali fossero allora le sue pratiche ed i suoi trastulli. Ed ove si consideri da una banda l'ignobiltà d'una vita di ottantatrè anni, sciupata in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi, fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d'una corte granducale, in un ambiente accuratamente depurato d'ogni egregio affetto, patriottismo, grandi ambizioni, libertà politica e simili; dall'altra l'idolatria, con la quale i tedeschi l'han vagheggiata, quasi ultimo ideale di una vita virilmente spesa e felice; si potrà formolare sulle condizioni morali dell'intera Germania un giudizio, forse e senza forse poco lusinghiero, ma giusto e meritato. E, se volete ben comprendere la superiorità morale del popolo Italiano, rammentatevi quali furono i poeti, che vagheggiavamo per ideali; l'abisso, che separa l'anima sdegnosa d'un Vittorio Alfieri da' consiglieri aulici Federico di Schiller e Gian Lupo di Goethe, uomini di plebe nobilitati, vi dà la misura della distanza fra le due nazioni.

Ma che parlo della corte di Vimaria e degli ozî insulsi ed istenterelleschi del nostro autore? Conveniva egli stesso di averci sciupato molto tempo facendo l'impresario: — «Invece, avrei potuti scriver parecchi bravi drammi: ma non me ne pento. La mia attività e la mia produzione, io le ho sempre considerate simbolicamente; e mi è stato in fondo indifferentissimo il far pignate o scodelle». —

Del resto, è vero, che il Goethe v'ebbe anche di serie di occupazioni: per tacer dell'altre, fu ministro della guerra. L'esercito vimariense si componeva di seicento uomini con una cavalleria di cinquanta usseri; ed il Ministero, d'un ministro e d'un segretario con uno scrivano. Esercito però sempre ragguardevole, se paragonato a quello del conte di Limburgo-Styrum, il quale possedeva uno stupendo reggimento di usseri, composto da un colonnello, sei uffiziali e due gregari22.

In omaggio all'acume critico del tedesco, convien pure, ch'io dica, aver egli più d'una volta compreso questo suo stato d'inconcludenza morale. Non citerò autori moderni, anzi le parole, che il ladro conte palatino Gian Casimiro scriveva nel MDLXXVIII (nel tempo appunto in cui si elaborava dalla coscienza popolare il mito di Fausto) al Langravio di Assia: — «Il Duca d'Alba mostrò di conoscerci per bene, quando trascorse a dire, i principi tedeschi esser come i leoni, i grifoni e l'aquile de' loro stemmi; grandi animalacci ben provveduti d'unghioni, d'artigli, di zanne e di rostri, ma inetti non che a mordere e graffiare, a morsecchiare e sgraffignare. Ad ogni straniero è notissimo che noi sappiamo scrivucchiare e consumar carta, e ragunar fatue assemblee, ma non già conchiuder checchessia; il che per fermo ridonda di sommo vilipendio alla nazione tedesca».

XIV. — Genesi del Fausto e la Dedica.

Appunto come i Patimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed il Fausto anch'esso in capolista. Dell'Affinità elettiva l'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbia vissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? Del Fausto poi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lo spiritus dei biblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente da uno ed altro desio,

..... sua cura

Sè stessa lega sì che fuor non spira.

Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pel Fausto suo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.

Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del libro sull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco): bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negli Annali (per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarlo aneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.

Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, a monade di palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.

Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo monade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come la salus patriae nella politica. Dicendo: un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi in ità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo unità, il vocabolo monade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.

Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo

Heu, nimium faciles qui tristia crimina....

Fluminea tolli posse putatis aqua!

Dicevo: in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare: haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Livio passim.

Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nella Dedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto del Commiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra la folla sconosciuta, poichè le anime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogni incerto fantasma del suo poema è una reminiscenza de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.

Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando il Fausto scena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delle Nozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:

Humani qualis simulator simius oris,

Quem puer arridens pretioso stamine serum

Velavit, nudasque nates ac terga reliquit

Ludibrium mensis.

Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse il Fausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.

XV. — La novella del Fausto ed una romanza di Federico Schiller.

Questo modo, in cui s'è formato, o meglio (poichè si tratta d'un prodotto inorganico) cristallizzato il Fausto nella mente del Goethe, ci dà l'intelligenza del come egli potesse confondere ed amalgamare due temi eterogenei: una leggenda epica ed una novella. Per lui non è stata mai incombenza seria lo svolgere il mito faustesco: ha pensato solo a prenderne, a derivarne occasioni più o meno propizie, per isfogare i proprî affetti, per esporre ed estrinsecare mille concetti suoi subjettivi, per isghiribizzarsi insomma. Quindi, ha indugiato di preferenza, non già dove ragion comandava, che il subjetto più largamente si esplicasse, anzi dov'egli più si compiaceva. Così l'asino ricco e quartato, che non viaggia mica pel minimo scopo, girovagando pel mondo, non si trattiene ne' luoghi, dove potrebbe lavorare od imparare di più, anzi là dove una qualunque momentanea capestreria l'arremori. Quindi si spiega, come l'incidentale sia spesso spesso svolto con accuratezza maggiore dell'essenziale; come un episodio possa acquistar proporzioni da rincantucciare il soggetto primitivo in un angoletto della tela. Quindi si capisce, perchè il Goethe non abbia avuto tanto discernimento critico o tanto istinto produttivo, da scernere i due temi d'indole diversa, affacciati contemporaneamente alla sua fantasia, e, per conseguenza, o da ottare fra' due, come un onorevole eletto in più collegi, o da lavorarli separatamente in due produzioni diverse. E sapete, che ha ottenuto dal congiungere in istrano nodo due composizioni di natura e di caratteri ripugnanti, eh? Il plasmare un mostro letterario, non dissimile da quel mostro teratologico, che furono Rita e Cristina: due testoline da' pensieri distinti, due corpicciattoli di temperamento differente, collegati eteroclitamente per le spine dorsali, i quali avevano alcune vertebre comuni in siffatta guisa, che dava loro ogni podestà, anzi necessità di nuocersi e nessunissima di giovarsi. La prima parte del Fausto, così com'è, si suddivide in due; come la luna, ha due emisferi: uno perpetuamente volto alla terra, l'altro eternamente sottratto alla nostra vista. Dal principio alla scena della strega, prevalgono esclusivamente gl'ingredienti leggendarî, dall'incontro della Margherita sino al fine, e' si naviga in piena novella. E, quel ch'è peggio, le due metà non sono organicamente congiunte, anzi arbitrariamente saldate; non vediamo prorompere la novella analitica e psicologica, che è il forte de' moderni, nel bel mezzo dell'ingenuo ed allegorico mondo della leggenda; non acquistar coscienza l'uomo, il quale prima si è creduto aggirato da potenze soprannaturali estrinseche ed ora finalmente riconosce di non aver seguito se non l'indole e le passioni proprie, di avere in sè le sue determinazioni. No, no: il prodotto di quest'unione non è mica la fusione organica de' due generi, come nel centauro la fusione del tipo umano col cavallino, anzi un impasto informe:

... turpiter atrum

Desinet in piscem mulier formosa superne...

... donna leggiadra

Ne l'aspetto, si strema in atra coda

Di sozzo pesce...

L'aquila che spiccava il volo verso l'Olimpo è impaniata! Una volta arrenato nella novella, per quanto poscia messer Goethe s'arrabattasse e sgobbasse e si sfacchinasse in ben sessantadue anni a sferrare la navicella dello ingegno da quel banco di sabbia, fu indarno.

Ma, come c'è banco e banco, così pure c'è novella e novella; arrenare alle foci del Tevere è una bùzzera: alleviato d'un po' di zavorra, il bastimento si rialza di per sè; incagliare in un banco corallino a mezzo le solitudini del Pacifico, è qualcosa di più serio. Veramente, la novella è siffattamente connaturata, da tenere più o meno del prosaico; essendo solo l'esposizione artistica di un caso, che rompe la monotonia della vita ordinaria e vulgare, e quindi presupponendo la non esistenza d'un mondo poetico, la nessuna poesia dell'epoca e del luogo. Il fatto, da essa registrato, è una oasi, che presuppone il deserto; è la vita organica, che vellica appena la prima buccia dell'immensità inorganica, senza la quale sarebbe un impossibile; è uno sprazzo di luce nella tenebria prosaica. Come se l'universo fosse una di quelle sterminate basiliche, di quelle mostruose cattedrali buje buje nelle ore vespertine, e come se qua e là poche lampade rischiarassero sulle pareti o qualche affresco mezzo obliterato di Ambrogiotto Bondone o qualche bassorilievo mezzo adeguato di Niccolò Pisano. La poesia sparita, almeno agli occhi dello scrittore, dal corpo sociale, dalla vita complessa, si rintana in qualche individuo, in qualche avvenimento.

Le forme artistiche e letterarie possono quasi quasi classificarsi come le malattie. Alcune felicitano l'uman genere solo in certe date epoche, sono epidemiche, come il signore o la signora Còlera o Colèra (non so come abbia a dirsi, che, grazie al cielo, fra di noi, non s'è giunti ad appurarne nemmanco il genere e la quantità!) Altre imperversano solo in determinate contrade e sono locali; come esempligrazia l'avvenente damigella Pellagra, buona ragazza, che, in Italia, non esce mai di casa sua, della pianura lombarda. Vediamo il tal secolo o la tal gente incapaci, incapacissimi di accozzare un dramma od un'epopea. Impossibile ad un poeta ebreo di combinare un'opera drammatica pur che fosse, ancorchè inferiore alle premiate dall'Accademia Pontaniana. Proverbiale, che il francese non ha testa epica, nè la Franciade del Viennet (Potentissimo Sovrano, Gran Commendatore, Gran Maestro e Presidente del Supremo Consiglio della Frammassoneria Scozzese antica ed accettata per la Francia e sue dipendenze) smentisce il proverbio. Ma v'ha pure forme letterarie comuni a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutti i popoli; che mutatis mutandis, servatis servandis, ommissis ommittendis, fioriscon sempre e dovunque. Fra queste, principalissima è la novella, genere tanto facile, da crescere, sit venia verbo, spontaneamente, come i fiorellini de' campi inculti, cui la mancanza d'innesto e d'educazione non toglie o riseca gentilezza. Spesso il novelliere non fece se non guardarsi intorno, intinger la penna: Poi quel che vide ei scrisse; e, tante volte, dopo che egli si fu scapato ad inventare un bel fatterello, eccolo accader tale e quale e' l'aveva immaginato: cosa da ammattire! Delle cento novelle del Certaldese, chi nol sa? ve n'ha tante, delle quali può provarsi ed un dabben uomo, il Manni, ha difatti prolissamente tentato di provar di molte, co' documenti in mano, la positività storica; ma forse non tutti sanno le più ritrovarsi nelle altre letterature, e non solo nelle coeve, anzi pure nelle antichissime, a cominciar dalla sanscrita: o che il medesimo fatto più volte accadesse, o che gli eventi commettessero un plagio verso la poesia. La credula zoologia d'un tempo ritenne le perle stille di rugiada purissima, raccolte in mare da qualche ostrica: or bene, il mare salso e sterile è questa vita umana; le stille di rugiada son quei rari e brevi eventi, che l'addolciscono; l'ostrica è il povero scrittore; e la perla è la novella, ch'egli forma in sè.

Avrebbe quindi torto marcio, chi si dolesse di non trovare nella Novella l'idealità, che forma lo incanto di altre forme poetiche, putacaso dello Idillio. Ma c'è un più ed un meno; c'è la novella, che quasi raggiunge e tocca la pura atmosfera poetica, e ci ha quella, che riman fitta nella mota; dalla gentilezza squisita di Paolo e Virginia al cinismo ributtante dell'Angelo Gabriello o della Pastorella del nostro Marini, oh! v'è che ire! E sfido, sì davvero, ad accennarmi fra le più oscene, di cui giustamente insuperbisce la Letteratura Italiana, malgrado le ciance di chi pretenderebbe degradar la poesia ad ancella della morale, sfido ad accennarmi una Novella più schifosamente prosaica di quella, in cui immette e si conchiude la prima parte del Fausto del Goethe. Il protagonista seduce la Ghita non tanto con l'affetto, quanto co' doni: pensando quell'anima di fango della ragazza, che tutti corron dietro all'oro, che dall'oro dipende tutto, che la beltà stessa del povero è inutile e si loda mezzo per compassione (scena serale nella cameretta della Ghita). Non basta, che Fausto ricorra ad una ruffiana per trovar modo di affiatarsi con la ganza; per cattivarsi la mezzana, commette una falsa testimonianza, cioè uno di quegli atti abjettissimi, che non possono redimersi, se non col proprio sacrificio per degno scopo, come accade nell'episodio di Olindo e Sofronia. Non basta, che la volgarissima Ghita si conduca da sua pari; bisogna di giunta, che avveleni la mamma; e, quel ch'è più, non intenzionalmente, anzi per isbaglio. Non basta, che Fausto disonori Valentino; è d'uopo che l'uccida, giovandosi slealmente delle arti diaboliche, e due persone contr'una. E poi non solo abbandonerà la druda, anzi l'abbandonerà incinta e nella miseria e senza che si capisca perchè; e la derelitta commetterà un infanticidio e la processeranno e l'impiccheranno... Ahimè, dove siamo cascati! Nella novella giudiziaria; anzi nel fatto diverso di cronaca, per servirmi del gergo giornalistico! E tutto ciò non è nemmanco, ultima speranza, non è nemmanco svolto con l'analisi psicologica severa, accurata; che sola può render tollerabili siffatti personaggi e cotali avvenimenti; che somministra tanta virtù d'ossessione alle figure del romanzo moderno, e, richiedendo imperiosamente i comodi dalla forma narrativa e la prolissità dell'orazione sciolta, esclude in modo assoluto que' fatti e que' caratteri dalla tragedia, anzi forse in genere ed in massima dalla forma drammatica. Dove siamo? fra gente e condizioni, che, nella vita salda, addimanderemmo svergognati e sozzure; e che, trattandosi d'Arte, ci basterà chiamare roba impoetica, perchè deficienti della motivazione ed esplicazione, che possono ancora destare un certo interesse estetico, ancorchè di bassa lega.

Il Goethe, in un suo epigramma, si fa prima rimproverbiare d'aver rappresentato sempre istrioni e zingari e simil gentame, quasi che non conoscesse la buona società; e poi rimbecca la critica, rimpolpetta gli oppositori, rispondendo: — «Ho visto anche troppa buona società; la chiaman buona, appunto perchè non dà il menomo appicco alla menoma poesiucola!» — L'epigramma (caratteristico assai pel Goethe) sproposita, attribuendo al puro tematico vieppiù importanza, che non abbia. Un galantuomo in sè non è certo più, ma non è neppure manco poetico d'un furfante. La Poesia è arte assolutamente spirituale, che ci affranca in tutto e per tutto dalla tirannide della materia: non siamo più nella pittura, dove certamente una rovina incarna il concetto dell'Arte, viemmeglio del più splendido palagio, ed un cencio pidocchioso è incomparabilmente più pittoresco d'una giamberga conforme all'ultimo figurino. Il poetico è nell'intima ragione de' caratteri e non già nella pura apparenza del personaggio. Rappresentami il boja, se ti pare; ma non me n'hai da darmene le vesti, l'abituro e simili accessorî; anzi l'animo, che si dimostri nell'azione.

In che abbiano attinenza col mito faustesco la falsa testimonianza, il matricidio involontario, lo infanticidio, l'alienazion mentale ed il processo, questo subisso di prosa prosaica insomma, lascio giudicare al benevolo lettore o malevolo. A me pare, che valga solo a diradare l'atmosfera poetica, a farci ripiombare dall'olimpo leggendario in galera e ne' postriboli: Da tanta altezza in così basso loco. Eppure, il Goethe era siffattamente innamorato dell'episodio della Ghita; il considerava qualcosa di tanto bello ed indovinato; che nella propria autobiografia (da lui con troppa ingenua sincerità intitolata: Verità e favola) si rammarica della facilità giovanile, con cui parlava de' lavori in corso e se ne consultava con gli amici. Facilità, che gli procacciò il dispetto di vedersi rubàto questo tema e sfruttato da molti, prima ancora della stampa de' suoi frammenti fausteschi. Oh! fatuità ingenua! Che c'è egli in questo episodio, che non sia triviale, che non possa venir in mente ad ogni fedel minchione? Fra le altre trattazioni, la men cattiva e più nota si è l'Infanticida, romanza giovanile di Gian Cristoforo Federico Schiller (ch'era di due lustri appunto minore del Goethe); cui nessun ingrediente, ch'è nella prima parte del Fausto, manca, tranne Mefistofele; e, non rappresentando Mefistofele nulla nulla nell'episodio della Margherita, ch'è po' poi tutta la prima parte del Fausto, non per questo vi manca cosa alcuna. Ma la forma di romanza è viemmaggiormente acconcia alla natura del subjetto, dando campo di concentrar tutta la luce e l'attenzione sul voluto momento poetico e facoltà di rincalzar nell'ombra i prosaici; facendo del componimento uno sfogo lirico (ciò, che il Byron chiamò poscia monodia) della rea nell'ascendere il patibolo. Chi non iscorge quanto una simile posizione è favorevole alla poesia, la quale ama di evocare, come una successione di lampi sempre più sfolgoreggianti, mille immagini del passato, acciò meglio si vegga la tenebria del vedovo presente? Cui non sovviene immediatamente lo strazio, che, da una posizione consimile, ha saputo distillare Giacomo Leopardi nelle sue Ricordanze? Chi non rammenta il soliloquio del Conte di Carmagnola, incarcerato e presso a morte? non è se non un seguito di esclamazioni, ma ogni esclamazione evoca un fantasma ed uno strazio. Se non che l'Infanticida, scritta con l'enfasi rettorica e la smania d'effetto, che lo Schiller non seppe o non volle ismetter mai e che gli fanno scambiare il frastuono col vero, l'idropico col pingue, i tropi e le figure (veste) col sentimento (corpo), non giunge (come fanno stupendamente il Leopardi ed il Manzoni, ch'eran ben altre paste di poeti) ad incarnare un'immagine ben contornata e viva; anzi si perde in un linguaggio vago, incerto, che nulla poteva rappresentarmi allo scrittore e nulla dice al lettore. Udite un po', come la Luisa ricorda i suoi tempi giovanili! — «Addio, sogni tessuti di oro, figli del paradiso, fantasie! Ahi! che morirono nel bocciuolo, senza poter mai fiorire alla luce! Mi copriva l'abito di cigno dell'innocenza, leggiadramente adorno di rosei nastri,» — eccetera. Questo è linguaggio idropico, che mi cuopre il vuoto. I sogni non sono prodotto botanico, del quale si abbiano a raccontar le vicissitudini; l'innocenza non è una sartina, della quale vogli descrivermi gli abiti! Anzi e quelli e questi sono stati contenuto della vita della Luisa, ed innanzi alla fantasia di lei dovrebbero non presentarsi nell'indeterminato del nome generico, bensì nella ricchezza del fatto speciale; come il dato sogno, come la data azione, in cui si esternava l'innocenza! Il reato è scoverto, la giustizia accorre: — «Il bargello picchiava orribilmente, e più orribilmente il mio cuore; lieta, io mi affretto a spegnere le fiamme del mio dolore nella fredda morte.» — Freddure e concettini invece di sentimento. Da ultimo si accorge di aver commosso ad inutil pietà gli astanti e finanche il boja. Qui dovrebbe balenarle la speranza momentanea della salute, tosto dolorosamente rintuzzata e strozzata dall'irremovibile realtà; ma invece essa dice: — «Lacrime, lacrime nello sguardo del carnefice? Bendatemi tosto gli occhi. Manigoldo, non sai tu spezzare un giglio! pallido manigoldo, non tremare.» — E quest'ultimo tratto bellissimo davvero, o perchè deve essere neutralizzato dalla ridicolaggine di quel pretensioso paragonarsi al giglio; che non fu del resto mai simbolo delle sgualdrinelle? Lo Schiller, come poeta lirico, è poco al disopra del nostro Parzanese; e, come poeta drammatico, rimane inferiore al Niccolini... Ma noi Italiani, passato il primo momento d'engoûment, siamo giusti estimatori del merito de' nostri e non faremo certo mai per Bista Niccolini tutte le pulcinellate, che i tedeschi han fatte per lo Schiller. Gli è pur vero, che abbiamo di meglio del Niccolini e gli alemanni non hanno nulla di superiore allo Schiller.

XVI. — Incertezze.

Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; ma chi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fame en bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire: dov'è tutto, non è nulla. Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti del Fausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità, id est mancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non dirò Intendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).

Ma che? se il prologo celeste del Fausto mi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si! Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.

Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio: uomo solitario o bestia o angelo... (Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestiva ut supra.

Appunto così rimane il lettore del Fausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nel Convitato di pietra del Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco: Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.

Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.

XVII. — Disocchiatezza e la scena della maliarda.

Questo infraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.

Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in un fuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da un fuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.

Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo, J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridare terra, terra! o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridare mare, mare! Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fra carcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nel Romito del Cenisio, si scopre il sorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita del Carmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo: finalmente! Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo la dolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste: Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos. Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —

Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:

Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere

Elena greca in qualsivoglia femmina23.

Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato di non so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:

Un cotal matto intrabescato, in aria,

Puffete! e luna e sole ed ogni stella

Scoppiar faria, per divertir la bella24.

In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto ha tradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, col Fausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginario e nel Borghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorse De presser tendrement un navet sur son coeur! Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolate Satiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile del Prologo celeste surrogasse un eterno muliebre in fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nel Satiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dal Fauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (Bologna M. DC. IV) e da' Falsi dei, favola pastorale piacevolissima di Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

XVIII. — Intervento diabolico.

Altro e maggior documento della leggerezza, della superficialità, dell'inconsistenza messa in questo lavoro, si è la parte, che vi rappresentano il diavolo e le streghe. I poeti hanno la nomea di taumaturghi, e sono anch'io qui per attestare miracoli di più d'uno, il quale mi ha fatto piovere

... amare lacrime dal viso

Con un vento angoscioso di sospiri,

miracoli certo un pochetto men dubbî del vescovile, attestato da Gian Giacomo Rousseau, quando stava con la Warens; e del quale, giurerei, Monsignor Tipaldi non avrebbe tentato di far la seconda edizione, a proposito dell'incendio vuoi della Vicaria, vuoi dell'Arsenale. Ma, taumaturgheggi pur lo scrittore a sua posta, non gli riuscirà mai di far prendere sul serio agli uditori ed a' lettori, quanto difetta necessariamente di serietà intrinseca per esso lui. Ora, nel Fausto del Goethe, l'intervento diabolico non ha la benchè menoma ragion d'essere; in tutto il poema, niente accade, che il dimostri utile o necessario o concludente; è superfetazione mera; contatto infecondo, dal quale nulla può derivar di vivo, come dagli amplessi della lussuriosa figliuola di Cesare Augusto, che gli anneddotisti ci assicurano essersi più che mai sfrenatamente abbandonata agli amanti nel tempo delle gravidanze.

Nel mito popolare, e' si trattava di compier cose più che impossibili ad ogni umana virtù: trasvolare, con la rapidità del pensiero, interminati spazî; prevedere e predire quid sit futurum cras; soprattutto poi sforzare le cancella di Dite, irremeabilis unda, ed amare e godere Elena greco-trojano-egiziaca, (trojana soprattutto!) polvere ed ombra da trenta secoli; quindi ben si comprende, che, per soddisfare una potenza di desiderio, impaziente d'ogni limitazione antropologica, inappagabile ne' confini d'una contrada o d'un'epoca determinata, gli escogitatori della favola ricorressero ad inficcarci Mefistofele, ut tragici poetae confugiunt ad deum, quum explicare argumenti exitum non possunt. Anzi in esso mito l'intervento soprannaturale, (che la critica del settecento, gallicizzando, chiamava: macchina), è motore primo e precipuo, scopo ultimo ed essenziale, principio e fine, succo e sangue del lavoro. Ma gli amori di Fausto e della Ghita, che po' poi son tutta la prima parte del Fausto, chi vorrà stimarli qualcos'altro di una volgarissima avventura umana, di quelle, che quotidianamente intervengono, in cui il più dappoco fra nojaltri si fiderebbe di protagonisteggiare a dovere, senza bisogno che un principe infernale gli tenga il candeliere, purchè sapesse sbrigarsi degli scrupoli? certe cose piacciono più a vedersele in due, a quattr'occhi, fra te e me; ed un giovane fanatico ed una sempliciotta innamorata o pronta a vendersi non han bisogno che si scomodi Lucifero per metterli su. Togli Mefistofele di mezzo; affededdio, che tutto camminerebbe egualmente bene. E non c'è che dire, lo scrittore stesso ne ha piena coscienza, quando imbocca a Fausto que' tre versi:

Ah, se di requie io sol m'avessi un'otta!

Del diavolo davver non saria d'uopo

A raggirar cotesta sempliciotta25.

O che altro fa egli, questo tizzon d'inferno messo in iscena con tanto fracasso, che altro fa egli di necessario all'azione, se non procacciar giojelli, abboccarsi con una ruffianaccia e preparar cavalli per la fuga? Ogni Figaro, ogni cameriere, ogni mozzo di stalla sarebbe da tanto. Per sì poco non si scomodano quegli angioli rubelli. Quanto al tempo abbreviato, può aver luogo solo mediante un imperfetto svolgimento psicologico.

E poi! Il Fausto mitico è cristiano: patteggia col diavolo, perchè cerca un alleato contro quel dio personale e tirannico, che Pier Giuseppe Proudhon (un suo discendente, m'immagino) stimava di aver irrefutabilmente dimostrato sinonimo del male; e' crede nell'esistenza del diavolo e ne paventa il potere, e dio è per lui qualcosa d'effettivo, una persona viva, che egli odia, appunto come solo può odiarsi una persona ed un vivo. Ma un dottor Fausto scettico, anzi panteista (non si giunge ad appurare, ad assodare, a chiarire, che diamine sia; ora ti par questo, ora ti par quello!) un dottor Fausto, il quale si dà a quel diavolo, in cui non crede, rinnegando quel dio, che per lui è un flatus vocis,..... caspita! io non so due parole per indicare un'idea: è un bell'assurdo, anzi un brutt'assurdo. Il suo apostatare è una semplice simulazione di apostasia, giacchè rinnega iddio, ch'egli nega, per darsi al diavolo, cui logicamente non può credere, se discrede in dio. Dal momento che riconosce a pruova l'esistenza del diavolo, gli deve esser dimostra quella di dio, ed allora come può rimaner ateo?

Insomma la sua apostasia è qualcosa di prosaico, di schifoso, come quella di certa gente, sapete, la quale, con nuova speculazione, si fa protestante in Italia nostra, incredibile dictu! quasi che le burattinate del protestantesimo potessero allignare in una chiara mente Italiana ed abbarbagliarla! quasi che un Italiano potesse di buona fede rinnegar la religione cattolica per un'altra! E prima di tutto, vi rammenterò una bella parola di quel celebre Pietro Paolo Royer-Collard, che Don Ferrante, vivendo ai nostri dì, chiamerebbe senza dubbio come Giovanni Bottero: galantuomo sì, ma acuto. Eccola: On ne divise pas l'homme, on ne fait pas au scepticisme sa part; dès qu'il a pénetré dans l'entendement, il l'envahit tout entier. Comprendo, che un uomo creda la ragione impotente a scoprire il vero, e si sobarchi ad un'autorità, e s'inchini a tutta l'impalcatura dommatica della Chiesa Romana. Comprendo del pari, che uno creda nella virtù della mente umana, ed allora rifiuti ogni forma di cristianesimi. Quel che umilmente confesso di non comprendere, è il venire a patti del raziocinio e della fede, è una ragione, che ammetta qualcosa d'indimostrabile; è una tiepida fede, che accetta dieci dommi e repudia l'undecimo. O dentro o fuori, non c'è via di mezzo: En présence du ciel il faut croire ou nier. Il protestantesimo storpia ed inrachitichisce l'intellettiva: l'Italiano, che si sfranca della chiesa cattolica, non può credere in altra religione, anzi va difilato a prostrarsi agli altari negativi di San Razionalismo. Perchè? perchè non è nell'arbitrio nostro il creder quel, che ne pare, anzi l'individuo può solo digerir diversamente le credenze, le quali alimentano le facoltà morali dell'organismo nazionale, in cui rappresenta una cellula. Ora, il cattolicismo è prodotto Italiano, è manifattura nostra; è il velluto in cui abbiamo trasformato l'organzino giudaico; è l'oro in cui tramutammo alchimisticamente il piombo delle dottrine neoplatoniche miste di caldaismo; in esso è trasfuso gran parte del nostro antichissimo politeismo; e quindi ha profonde radici nella coscienza nazionale, contiene il concetto di dio, della religione, quali emergono storicamente dal nostro enucleamento religioso ed intellettuale. Ma tutte le sette protestanti son per noi qualcosa d'immediato, di estraneo al carattere, alla coscienza popolare; e quindi è un bell'impossibile che abbian presa sugl'individui.

Ohimè, ch'io m'accorgo di aver nuovamente digredito! Il fatto è fatto; ma, credetemi, stavolta, non l'ho proprio fatto apposta e prometto di non farlo più. E, tornando a quanto dicevamo a proposito dell'essersi il Goethe discostato dal mito, trasformando il suo Fausto in uno scettico, soggiungeremo, che, in tale caso, v'era pur sempre modo da cavarne partito, ma non più ingenuamente. Bisognava rappresentarmelo volteriano, incredulo, pirronico, in mezzo alle più scompigliate taumaturgie diaboliche e celesti, occupato a discuterle ed a sofisticamente spiegarle co' mezzi semplici della natura; a provare al demonio, che sel porta via, che esso è una vanità, che par persona; all'inferno, che lo abbrucia, ch'esso non esiste e che quelle fiamme sono mera illusione; al Sabaot, che il percuote e castiga, ch'esso è un nome vano, senza subjetto. Bisognava insomma esplicare in Fausto il carattere, appena accennato nel Proctofantasmista della tregenda.

XIX. — I caratteri de' protagonisti.

Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai se più di passioni o di godimenti. Non lascia intentato alcun Regno del pensiero, alcun angolo della natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da ogni albero scienza e voluttà, nè si appaga, se non dopo averne tocco l'apice in grembo alla sua famigliuola storica. Fausto è lo scienziato del rinascimento, che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca, e tenta di costituirne un'altra; però, potendosi con l'empirismo asseguir bensì cognizioni staccate, ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane inappagato. Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato a creder solo fatti, vuole almanco verificarli tutti ad uno ad uno co' sensi proprî. Quindi le arti necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro mondo,

... monde étrange, absurde, inhabitable,

Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,

N'a pas même un instant eu besoin d'exister;

quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie; quindi quel fare assumere al succubo la forma d'ogni bella, ch'ei pensa. L'insaziabilità non rimane parola vuota, anzi s'incarna in un seguito d'azioni, costituisce il carattere.

Ed il Fausto del Goethe?

Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja ed in parte bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento, d'irrequietezza, d'inappagabilità; ma le ciance son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non corrispondono! Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere della Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere: Or madre, or moglie, e non mai moglie o madre; dice aureamente, la cosa esser più facile ad esprimersi in un verso, che a rappresentarsi per cinque atti. So quel, che volete dire; vi s'affaccia sulle labbra il giudizio, che Mefistofele fa di Fausto:

... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,

Che ognor trascorre, e troppo impazïente

Di questo mondo un sol piacer non gode26:

e quanto soggiunge altrove:

... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga

Per mutabili forme egli arde ognora27.

So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di Fausto nel sottoscrivere il patto: Acchetiamo le ardenti passioni negli abissi della sensualità: ogni portento sia pronto in impenetrabile veste necromantica. Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare degli avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo e noja si avvicendino celeremente. Ma in quali fatti, in quali azioni si esplicano, s'incarnano queste rotonde parole?

Sono un programma da deputato della sinistra, che gracchia su tutti i toni: abbasso i consorti, onestà, disinteresse; e poi? poi va al Parlamento per vendere il suo voto o le assenze od il silenzio, per isbrigar faccende avvocatescamente, per carpire impieghi e ricevitorie, non già per l'incorruttibile signoria sua, ohibò! anzi solo per una sesquiserqua di parenti prossimi o remoti; per ottenere un titolo buffonesco di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici son ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro una baronia legittima, ne usurpano persino da bravi qualcuna più o meno spuria, come vediamo farsi dall'autopseudo barone Nicotera.

Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora senza il programma mi sarei accorto ben io come stavano le cose. L'assenza di misura e di scopo, la impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi ad intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare e raffigurarmi il tumulto della vita sociale per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva condursi davvero, come se il suo programma di vita fosse questo:

Stender convien la destra ad ogni frutto,

Abituarsi a qualsivoglia affetto;

Gustare in questo mondo un po' di tutto

Pisciando in molte nevi e in più d'un letto;

Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto,

Al bene, al male, assuefarsi il petto,

Ne' rapidi momenti tra la culla

E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.

Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è la più contentabil persona, che immaginar si possa, vera figura comica. Gli è un bimbo, irrequieto finchè l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da spassarsi quieto quieto e quatto quatto, allegro del più semplice giocattolo; gli è una cagnuola, che non sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove mai dimostra incontentabilità, insaziabilità? Non certo quando una brigatella d'ubbriaconi e la prima sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante avrebbe detto: Il voler ciò mirare è bassa voglia) d'una brutale gozzoviglia, la quale che non si fa amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti; nè quando e' si diverte a fare il giocatore di bussolotti. Non quando, appena vista l'immagine dell'Elena nello specchio magico, va in estasi. E molto meno, quando, incontrata una fanciulla per via, subito spasima e s'acqueta in quell'amore e non chiede oltre. L'impazienza e l'intolleranza di ogni cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del Fausto mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni, non è più innata nel Fausto Goethiano, che ogn'istante ha d'uopo di essere spronato e rinzelato da quella pittima cordiale di Mefistofele.

Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità spiccate, anzi due spicchî d'una medesima e sola personalità. I loro colloquî si potrebbero arcibenone trasformare in un lungo soliloquio senza mutarvi presso che nulla: così, tante volte, noi nel ragionare con noi stessi, dialogizziamo il pensiero per maggior comodo. Mefistofele è formato da una costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola d'Adamo: ma, quando la costola del padre putativo dell'uman genere divenne una persona autonoma, in Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè personalità, nè consistenza, qualità essenziali e sine qua non del personaggio poetico. Sembra, che il Goethe si sia scritta una lista di tutte le parti più o men diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia fabbricato il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha da essere osceno e cinico, gli ficca di quando in quando una parolina poco decente in bocca; e perchè il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce qua e là una bugiuola, e via discorrendo. Ma questo non è il modo nè di percepire, nè di rappresentare un personaggio poetico, un fantasma! Il cinismo non vien rappresentato da una porcheria, nè lo spirito da una spiritosaggine; ma e l'uno e l'altro debbon divenir fondamento del carattere, debbono informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser sempre ugualmente presenti in ogni parola ed in ogni fatto. Il Diderot dice un gran bel vero, quando asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma parte di un certo corpo, la natura necessariamente non può farvi altre parti corrispondenti, se non ricostruendo quel dato corpo tale e quale ed in quella tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente distinguere il vero cinico, che può avere un linguaggio compostissimo, da chi è semplicemente sboccato così per vezzo o per mal vezzo.

Questo vale anche e più pel carattere di Fausto. Il poeta mi deve rivelare in ogni caso tutto il personaggio, e non già dimostrarmi separatamente in venti scene, in venti episodî, altrettante parti del suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non di artista, e gli anatomisti dell'opera d'Arte siamo in un certo senso noialtri critici. L'Arte sta appunto nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola, tutto l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il percepisca ed il comprenda, lì, nella sua totalità complessa e mel veggia viver dinanzi; e non istà mica nello sciorinarmene successivamente queste determinazioni, membra disjecta. Che il procurator generale dimostri il tale imputato ubbriacone documentando un fatto, il manifesti giuocatore rendendo inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo, provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene un solo, siete in obbligo di rappresentarmi quel tale, (poniamo che sia Panurgo, e che voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore e presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo. Non dovete mostrarmi il Triboulent, come Vittorio Hugo nel suo Roi s'amuse, prima buffone e poi padre, ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di padre e di buffone.

— «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle parti di un carattere sono per lo più successive!»

— Apparentemente, perchè nella Natura non c'è la concentrazione, la perfetta unità tra l'Idea e la immagine, che costituisce il Bello; ed appunto per questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed è pur la strana cosa, che gente dotta in Italia disconosca una verità fondamentale di quest'importanza, alla quale le nostre plebi sono giunte per istinto da secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono sublimare oltre ogni dire la bellezza d'una innamorata, la chiamano fatta con la penna, col pennello, di stucco, dipinta con vero pennello.

Sei tanto bella, iddio ti benedica,

Par che t'abbia dipinto Santo Luca.

Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto, abbiamo il dritto di chiedere: qual Fausto? di quale scena? Certo, che quello del primo soliloquio non ha molto di comune con quello della cucina magica o con quello, che di soppiatto entra nella cameretta di Rita e che ne fugge, giurando di non riporvi il piede mai più. Non basta dire: ho due anime in petto, che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni costo innalzarsi all'empireo degli avi28: bisogna esplicarne e realizzar questo contrasto. Ed è appunto ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane inglese gli confessava di trovare il Fausto difficiletto; ed egli rispose — :«Certo gliene avrei sconsigliata la lettura. Si tratta d'una stravaganza, che eccede il sentir comune. Ci si è impegolato senza consultarmi? Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo singolarissimo: a pochissimi è dato compenetrarsi dello stato dell'animo di lui. Parimente il carattere di Mefistofele è difficile per l'ironia come risultato vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le riesce capirne!» — Quanta fatua presunzione! Come uno scrittore può illudersi in tal forma sul valore delle cose proprie?

Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico in que' turpi caratteri sta nell'esplicazione psicologica, che qui veniva implicitamente esclusa dalla forma drammatica; forma ripugnante al contenuto.

Il Fausto del Goethe è un capolavoro sbagliato, è l'aborto d'un capolavoro: non è quindi meraviglia, se in esso trovi parti ben conformate, che, raggiungendo un più maturo sviluppo, avrebbero potuto ammaliare; come non è meraviglia, se in un aborto si ravvisano gli organi, che esplicati e compiuti avrebber composti un uomo od una donna bellissima. La fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la buona fede o dabbenaggine latina potranno accordargli una voga più o men duratura, ma il tempo ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo da più d'un fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora adoperabile, non ha ricevuto forma definitiva. Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una grande stregua estetica, non s'è appagato della forma da lui imposta al mito: e questo è già l'implicita condanna del suo poema. Parecchi, dopo di lui, hanno (ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel grande e vastissimo argomento, che rimane fin qui come l'arco d'Ulisse, inutile a' Proci, aspettando forse che un genio Italiano sorga e compia anche per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per gli altri grandi cicli poetici del Medio-Evo.

Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo disacconcio collare, esaminiamo ogni scena per sè, ogni parlata a parte, ogni perla isolatamente, allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare la prona ammirazione de' fanatici del Goethe: ci sarà forza convenire, poche opere contener tante bellezze poetiche quante ne racchiude questo mostro. Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè ciechi per esse; e se ora non le analizziamo ad una ad una e non le facciamo risaltare nel pieno loro fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non le conosce? sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle ad una ad una; le son tante e tanto note, che han fatto velo a molti e tutt'altro che volgari uomini sul merito essenziale dell'opera stessa totale, e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno dal pieno obblio. A noi conviene non disconoscere questi meriti, ma non permettere altresì, che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo l'impressione e il giudizio.

XX. — Conclusione.

Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne e credere, che tu sia peggio stanco di me: potrei continuare un pezzo ancora per infastidirti, essendo il mio tema su per giù del genere di quelli mentovati dal Coleridge: Soggetti, su' quali e' mi sarebbe malagevole non dir troppo, sebben certo al postutto di tacer sempre la miglior parte e di lasciar più da spigolare altrui che non avrò mietuto io; ma per la meglio conchiuderemo. Una scrittura non deve aspirare ad esaurire qualsiasi argomento, anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel darle una buona spinta durevole per un pezzo; come quel gran calcio, col quale il Padre Eterno, secondo l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti. Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato alquanto a sbalzi, quantunque abbia spesso fuorviato in digressioni, pure ho inteso di svolgere un ordine di pensieri logicamente concatenati.

Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe, vi abbiamo ravvisato un triplice contenuto eterogeneo: epopea, leggenda e novella. Vedemmo l'epopea starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non fuse in una monade artistica, appaiono solo agglutinate esternamente. Esaminammo la novella, che rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea; nell'esecuzione, difettosa dello sviluppo psicologico, il quale suol formare il poetico e la malia del genere. Notomizzata poi la leggenda, vi scoprimmo la deficienza d'un concetto organico, caussa ex qua (per trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica del Van Helmonzio) necessariamente derivasse ogni membro, ogni scena, ogni verso; invece regnarvi sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni ed esasperazioni momentanee dello scrittore, che ne desumeva pretesti ed occasioni per isfogare i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze, cioè dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì dell'opera che dell'autore, giudicammo risultare tutti gli altri difetti organici della tragedia, l'incertezza del tono, l'ironia neutralizzata, la disocchiatezza pei migliori momenti poetici, la sproporzione delle parti, la disutilità della macchina, l'insussistenza dei caratteri, la mancanza d'idealità e la sovrabbondanza d'Allegorico: colpe artistiche, che non si ricomprano o compensano da bellezze particolari ed incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente supporre, e noi le abbiamo supposte arcigrandissime, per dispensarci dall'esaminarle, senza incorrere nella taccia di parzialità.

— «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita dalle opere del Goethe in generale e dal Fausto in particolare?» —

— «Dove? in Lamagna o fuori?» —

— «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il fenomeno è quel desso dovunque s'avveri.» —

— «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente diverso secondo il dove. Distinguiamo, amico lettore stimatissimo.» —

— «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla, tranne un po' di fiato. Dunque, in Germania?..» —

— «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella virtù l'amor proprio e quel cosiddetto patriottismo, che n'è una forma particolare. Dice il proverbio veneziano: a tutti ghe sa de bon la so scorezeta! I prodotti patrî sembran sempre portenti. Ricordati la gioia di Vittorio Alfieri, nell'incontrare un somarello a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine nel rimpatriare: la melma della strada consolare era fango patrio! I cavalli scodinzolavano confidenzialmente, come se fossimo stati antiche conoscenze, e le loro mete mi parean belle quanto i pomi di Atalanta! Quel fango e quello sterco eran la Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del Fausto, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo, ancorchè questo feticcismo dipendesse dall'imperfezione delle sue facoltà estetiche, quistione etnografica ed antropologica, che qui non occorre sviscerare; da quella imperfezione, che gli fa attribuir tanta tanta esagerata importanza all'arte sua epigonica di stufa, e sentenziare tanto erroneamente sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed alla cervogia, non puoi pretendere fine giudicio sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e del pan buffetto.» —

— «Questo potrebbe correre, laddove la Germania fosse sola ad applaudire il Fausto! Ma il mondo intero non può errare: voce di popolo, voce di dio!»

— «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come chi prendesse due colombi ad una fava. In primis, non tutto il mondo consente, perchè, se non altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi... supponendo che tu sappi di latino, eccoti una sentenza ciceroniana: Ego hoc iudico, si quando turpe non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine laudetur. O, caso ti fossi in mal punto lasciato indurre da quel Mastro di scuola (eminente se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar Cicerone, non più d'una vil succiola (per dirla col Redi), e quindi non attribuissi autorità alle sue parole, eccoti qualcosa di patavino: nil tam inaestimable est quam animi multitudinis. O, caso ti fossi lasciato sedurre da quel Bertoldo anzi Cacasenno del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una ghiarabaldana...»

— «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo a sperdere nuovamente in digressioni e citazioni, non la finiremmo più. Conosco i miei polli e la tua chiacchiera!» —

— «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore, scapatello e bizzarro, fu chiamato in un paesucolo di provincia, sepolto fra gli Appennini, ad impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete o vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato all'Assunta. Que' bravi provincialoni, te lo pagano anticipatamente e profumatissimamente, te lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non tratteremmo l'uomo, che pienamente incarnasse l'Universale del Pittore: feste e cortesie! Capirai che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce od i colori in vista delle occupazioni maggiori, che il trattenevano notte e giorno vuoi nell'osteria a classificare i vini del contado per ordine di merito, e sentenziar quali potrebbero figurare nella prossima esposizione agronomica, vuoi presso qualche forese, che addottrinava non so se nella filantropia o nella filandria. Frattanto si avvicinava e finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora de' cieli e patrona di quel borgo; ed il poverino si destò imbarazzatissimo: la dimane dovea scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse, ahimè! bianca come ei l'avea trovata.» —

Notes in this chapter

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