TRADUTTORE, TRADITORE
Reading edition
TRADUTTORE, TRADITORE
(ANDREA MAFFEI)
M.DCCC.LXIX.
Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo sul Moto letterario in Italia: — «Abbiamo alcune traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei (sic) come in altre». — Se non che, in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi femminili?
Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?
Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola: Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del mare: — «che v'è spazio per milioni, Nicht sicher zwar doch thätig-frei zu wohnen (per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed operosi).» — Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: — «Non sol per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». — Tutto lo squarcio seguente è franteso. Il Goethe scrive: Und so verbringt, umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr (e così, fanciulli, uomini e vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da pericolo); ed il Maffei a controsenso: — «Tal che il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» — Ora, il pericolo può tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: — «sorgente di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». — (Confronta Leopardi, A un vincitore nel pallone). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: — «Chi posseder la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». — Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: — «si provvegga prudentemente di armi». — In un altro punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: — «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca angusta casa». — Per poco che il traduttore avesse riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe messo un indeterminato si va invece di quella prima persona plurale, che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: — «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino al tumulo Mi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» — Nel testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: — «Ora la perfida vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio della fossa...... perchè stava appunto aperta?» — O quel fossa reso per tumulo non è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse il cratere del Vesuvio e cui stampassero il cono, sotto pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti, contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in quest'espressione: — «dall'Hazio all'Ellade». — La mia scienza geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre un lapsus calami od uno errore tipografico per dal Lazio all'Ellade, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovo Harz, che vale quanto Selva Ercinia. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da Castrocaro.
Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la scritta: Quem genuit adoravit; che il Manzoni parafraserebbe:
E l'adorò; beata!
Innanzi al dio prostrata,
Che il puro sen le aprì.
Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando forse a tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: — «Già monsignore, que' di Genova l'indorarono; chè qua, ed in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole un'indoratura ammodo.» — Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già persuasissimi da un pezzo.
Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata; e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini che i granelli di crusca.
Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. — «L'attività è l'uomo,» — dice il Barrili. — «Fare, fare è l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia, voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (L'Olmo e l'Edera. X).» — Del resto, questa prima scena della seconda parte del Fausto è fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali delle sifilidi (come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento di arpe eolie al canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma, Totalità, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.
I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». — Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» — come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.
Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.
VERSI I-VIII. Tedesco.
Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:
Wenn der Blüthen Frühlings-Regen
Ueber alle schwebend sinkt,
Wenn der Felder grüner Segen
Allen Erdgebornen blinkt,
Kleiner Elfen Geistergrösse
Eilet wo sie helfen kann,
Ob er heilig? ob er böse?
Iammert sie der Unglücksmann.
TRADUZIONE LETTERALE
Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Allor che la feconda
Piova di maggio cade
Sui campi, e delle biade
La verde spica imbionda,
Picciolo stuol di spiriti
Volenteroso accorre,
E dove possa, al misero
O buono o reo, soccorre.
Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quel Blüthen? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco: Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suo Amore, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi: Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono. Il Marino (Adone II. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere: Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie. Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive: E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina. Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza con istenterellesco. Così il Bernia dice del demonio Scarampino: Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia. Così l'Imperiale nel Casalino: Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante. Così il Padre Carlo Casalicchio della Compagnia di Gesù dice (L'Utile nel Dolce. V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: — «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama: Oh fu pur grande il piccioletto conte! La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibile jammern (eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro è misero, altro è l'uomo della sventura: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia; figli dell'affanno: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltanto affannati! Giorni fa, visitando la bella villanella di Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi: Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore. Sostituire in essi addolorato a figlio del dolore, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così: Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto. Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.
VERSI IX-XIII. — Tedesco.
Segue Ariele.
Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,
Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,
Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;
Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,
Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.
TRADUZIONE LETTERALE
Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi: sedate il bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Gentile, aereo stuolo,
Che vai su quella mesta
Fronte girando a volo,
La virtù consueta or manifesta.
Le cure irrequiete
In quell'animo afflitto,
Silfidi, raddolcite; e ne svellete
L'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.
Fate che non molesti il suo riposo
Ricordo tormentoso.
Il mesta, l'afflitto, l'ond'è trafitto son riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro che raddolcire cure irrequiete! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro che ricordo tormentoso! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplice ricordo tormentoso, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea o letale com'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'amarezza agli ardenti rimorsi?
VERSI XIV-XV. — Tedesco.
Segue Ariele.
Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,
Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.
TRADUZIONE LETTERALE
Quattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Quattro pause ha la notte. A lui tranquille
Scorrano
La notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità, non si ferma mai. Si tratta di stadii, non di pause. Io rendo il Pausen con lo spazî, ricordando Tommaso Stigliani da Matera: poeta materiale, come il chiamavano bisticciando i nemici. Nel Mondo Nuovo, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte prima d'una battaglia con gli Aitini, Stette egli inginocchiato, infin che il quinto Degli spazî notturni udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto Con percuotersi il petto ed empio dirsi. Ben è vero, che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie, ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia, sse requaquiglia (si rinconchiglia) come scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito, gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma, come il sonno non succede immediatamente alla veglia, così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente e solo mediante il sogno: le immagini del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono potenti e vivaci, finchè ci riconducano rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè il primo verso è tradotto con un'espressione falsa; ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi, a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a spendere le ore notturne in quell'opera di carità.
VERSI XVI-XXI. — Tedesco.
Segue Ariele.
Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,
Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;
Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,
Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.
Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,
Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.
TRADUZIONE LETTERALE
Prima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
. . . . . Su guanciale
Morbido lo adagiate, e colle stille
Attinte alla fatale
Onda di Lete,
Ne irrorate le membra, e lo vedrete
Sciogliersi dal letargo in picciol'ora.
E poi, quando all'aurora
S'appressi, caldo di vigor novello,
Degli obblighi il più bello
Compite; e dolcemente
Riapritegli il ciglio al sol nascente.
Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali; Ariele parla del fresco guanciale offerto naturalmente dall'erba. Difatti, Fausto è auf blumigen Rasen gebettet, — «coricato sull'erba fiorita». — Il Marini dice similmente di un suo personaggio: Or, perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi de l'erboso letto (Adone XV. 25.) ed anche: Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido tappeto Un pargoletto e tenero bambino (Adone XV. 33. Vedi pure, III. 84: Avventurosi fiori, erba felice, Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali al volto e piume al fianco) — Aleardo Aleardi ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria; coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò sponda a la tua splendida testa D'Italiana. Il fatale è puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno personificato, la parte, che qui fanno i silfi: Già da l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno, aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian de' senni e de' pensieri. (Adone XIV. 43). Bei versi, ma per me guasti da quello equivocissimo letale, che propriamente vuol dir mortale, sebbene il Marino anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel senso di leteo; esempligrazia: L'isola d'ogni intorno abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda letale. — Caldo di vigor novello è una frasca rettorica, un ghirigoro senza scopo, invece del semplice e schietto rinvigorito del testo. Sciogliersi dal letargo, significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni, nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica. Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco, ponendo dopo Glieder il punto, ch'è dopo ruht. Nella sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi, assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena, che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè, adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze morali. Non discuto su codesta teorica: ma il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il più bel dovere de' silfi (de' Silfi, si noti) essere il ridare lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia al sol novello).
VERSI XXII-XXIX. — Tedesco.
Coro di Silfi.
Wenn sich lau die Lüfte füllen
Um dem grünumschränkten Plan,
Süsse Düfte, Nebelhüllen
Senkt die Dämmerung heran;
Lispelt leise süssen Frieden,
Wiegt das Herz in Kindesruh,
Und den Augen dieses Müden
Schliesst des Tages Pforte zu.
TRADUZIONE LETTERALE.
Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Quando l'aura leggera leggera
L'erbe e i fiori al maggese accarezzi,
E ne mandi la placida sera
Ombre molli, dolcissimi olezzi,
Quella calma spiratagli al core,
Che il dormente fanciullo conforta:
Poi chiudete del giorno, che more,
Alle stanche sue ciglia la porta.
Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet: Una brezza leggera leggera; ma la reminiscenza è qui inopportuna, trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quel che more è un riempitivo inutile, che guasta la metafora: chiudete la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche! E, badiamo bene, porte del giorno, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da Pitagora, che le addimandava porte del sole, secondo c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmente porte del desio ha chiamati gli occhi il de la Fontaine: Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont les sources du plaisir? Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da Venere porte del cielo le palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di Adone: Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita? (Vedi anche Adone, I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier del Sogno la beltà falsa di sognate membra, cioè la donna, per la quale Amore l'avea piagato in sogno: Quei labbri, ch'avrian vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro. Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali. Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta avresti. Qui porta del cielo è adoperata metaforicamente per felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.
VERSI XXX-XXXVII. — Tedesco.
Segue il Coro:
Nacht ist schon hereingesunken,
Schliesst sich heilig Stern an Stern;
Grosse Lichter, kleine Funken,
Glitzern nah und glänzen fern:
Glitzern hier im See sich spiegelnd
Glänzen droben klarer Nacht;
Tiefsten Ruhens Glück besiegelnd
Herrscht des Mondes volle Pracht.
TRADUZIONE LETTERALE.
La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Sulla terra son l'ombre cadute,
Astro ad astro nel ciel si congiunge;
Ampie luci, scintille minute
Van raggiando da presso, da lunge.
Splendon là nella notte serena,
Guizzan qui nel cristallo dell'onda.
E la luna vivissima e piena
È suggello alla pace profonda.
Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura sconveniente, come quel dire le ombre invece del semplice notte; e sì, che nella strofa precedente molli ombre significava i vapori che sorgono a sera. Si vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempio ciglio, onda) sono predilette dal Maffei, unicamente pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano. Onda può essere un fiume, un rivolo, una gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene meglio svolto in due versi, sparisce nel Van raggiando da lunge, da presso. E perchè mai togliere quell'avverbio santamente o pudicamente (come piacerà di rendere lo heilig), che attribuisce non so che di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur detto: Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano.
VERSI XXXVIII-XLV. — Tedesco.
Segue il Coro.
Schon verloschen sind die Stunden,
Hingeschwunden Schmerz und Glück;
Fühl' es vor! Du wirst gesunden;
Traue neuem Tagesblik.
Thäler grünen, Hügel schwellen',
Buschen sich zu Schattenzuh;
Und in schwanken Silberschwellen
Wogt die Saat der Ernte zu.
TRADUZIONE LETTERALE
Già le ore sono estinte; dolore e gioia svaniti. Devi presentirlo: guarirai; fida allo sguardo del nuovo dì. Le valli verdeggiano; i colli s'ingrandiscono, incespugliandosi, (così da offrire) ombrosi riposi; e gli arrendevoli flutti argentini del seminato ondeggiano verso la mietitura.
TRADUZIONE di Andrea Maffei.
Già veloci fuggirono l'ore,
S'involarono i gaudii, i tormenti;
Per le fibre, pei rivi del core
Rifluir la salute non senti?
Ti confida nel dì, che risorge!
Già dal buio escon valli e colline,
E lo sguardo pe' colli già scorge
L'ondular delle spiche argentine.
Le fibre, i rivi del cuore, il rifluire della salute non esistono nel testo, dove, invece di questo sfoggio d'orpello, si legge solo: tu risanerai (du wirst gesunden). Non so poi dove il Maffei abbia trovato detto, che valli e colline escono dal buio. Il Goethe vuol dire, e forse si esprime con poca chiarezza, che lo spettacolo, che la nuova luce manifesterà, deve servire a Fausto di augurio, di presentimento della sua guarigione. Quale spettacolo? Quello offerto dalla primavera: il verdeggiar de' campi, il frondeggiar delle colline boscose, che offrono ameni recessi; l'ondeggiar delle biade, che vanno maturando. Il Maffei non ha capito, non ha distinto e non ha reso questo sentimento; l'ha confuso ed amalgamato con altri, che seguono.
VERSI XLVI-LIII. — Tedesco.
Segue il Coro:
Wunsch um Wünsche zu erlangen
Schaue nach dem Glanze dort!
Leise bist du nur umfangen,
Schlaf ist Schale, wirf sie fort!
Säume nicht dich zu erdreisten
Wenn die Menge zaudernd schweift;
Alles kann der Edle leisten,
Der versteht und rasch ergreift.
TRADUZIONE LETTERALE
Per (saper come) conseguire desiderio sopra desiderio, contempla lo splendore là. Sei solo lievemente allacciato: spoglia l'involucro del sonno. Non indugiare negli ardimenti, mentre la moltitudine erra titubando. Tutto può fare il generoso intelligente e pronto all'opera.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Vuoi la foga appagar delle brame?
Guarda i raggi, che il sol ti saetta.
T'avviluppa lievissimo stame;
Scorza è il sonno, lo strappa, lo getta!
Mentre il volgo s'indugia sgomento,
Segui tu coraggioso la via:
Chi conosce ed afferra il momento
Non ha prova, che dura gli sia.
I raggi, che saetta il sole, non va, perchè il sole non è ancora sorto, e sorgerà solo durante la seguente parlata; che il Goethe mette in bocca ad Ariele, e che il Maffei (non so perchè) attribuisce al coro; anzi solo durante il monologo di Fausto. Lo splendore, di cui parlano i silfi, è l'aurora, evidentemente. Non si comprende, come il fissar gli occhi nel sole possa appagar la foga delle brame; nè Fausto può avere alcun desiderio di appagar questa foga, giacchè, nel punto in cui fosse pago, dovrebbe, secondo il pattuito, venire in potestà del diavolo. Basta ricordarsi le parole, con le quali ha giurato nella prima parte: — «Se dirò mai al momento: deh indugia! sei tanto bello! allora potrai gettarmi in ceppi, allora andrò volentieri in precipizio. Allora suoni pure per me il doppio de' morti, allora sarai libero del tuo servizio: si fermi pure l'oriuolo; cada pure l'indice; cessi per me il tempo!» — E difatti, quando, in fine di questa seconda parte, pronuncia quelle parole, cade morto e Mefistofele vuole impossessarsi dell'anima sua. I silfi, in questa strofa, esortano Fausto: a rivolgersi speranzosamente all'aurora incipiente; a scuotere il sonno; e destarsi rinvigorito a nuova ed incessante attività, poichè alla mente audace ed operosa tutto riesce: audaces fortuna iuvat. Sgomento è troppo forte per zaudernd. Non mi piace quel momento, che rimpiccolisce e specializza troppo, e che non c'è nel testo.
VERSI LIV-LXVI. — Tedesco.
Ariele, mentre un mostruoso frastuono annuncia l'avvicinarsi del sole.
Horchet! horchet! dem Sturm der Horen;
Tönend wird für Geistes-Ohren
Schon der neue Tag geboren.
Felsenthore knarren rasselnd,
Phöbus Räder rollen prasselnd;
Welch Getöse bringt das Licht!
Es trommetet! es posaunet!
Auge blinzt und Ohr erstaunet!
Unerhörtes hört sich nicht!
Schlüpfet zu den Blumenkronen,
Tiefer, tiefer, still zu wohnen,
In die Felsen, unters Laub:
Trifft es euch, so seid ihr taub.
TRADUZIONE LETTERALE
Ascoltate, ascoltate il tempestar delle Ore! Il nuovo giorno nasce risonando per le orecchie degli spiriti. Le porte di macigno gemono sgrigliolando, le ruote di Febo brontolano cigolando: qual frastuono porta la luce! Che strombettio! che clangore! L'occhio si batte e l'orecchio stupisce: non si ode l'inaudibile. Rimpiattatevi nelle corolle de' fiori, più giù, più giù, per abitar tranquilli, fra' macigni, sotto il fogliame: se vi coglie, insordirete.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Udite! udite! il turbine dell'ore
V'annuncia, o silfi, che rinasce il giorno.
Altissimo fragore
Mandano e gioghi e valli.
Cigola e stride il cocchio
Del sole... Oh qual frastuono
Spande il ritorno
Della luce!... È di tube, è di timballi
Romor confuso!... L'occhio,
L'orecchio offesi, attoniti ne sono.
Senso non è, che a tollerar ciò vaglia...
Celatevi tra' fiori!
Giù, giù ne' fori
Del monte o tra le foglie
Della boscaglia!
Tutti v'assorda, se quel tuon vi coglie.
Il meglio in questo galimathias (parlo dell'originale) è l'onda del verso e l'armonia imitativa, che va perduta, come s'è notato, nella versione. Il turbine dell'ore non comprendo, che sia; nè l'originale dice che annunzî il giorno. Quel dem Sturm der Horen è un dativo, retto dal verbo horchen, ascoltare. E le Ore son qui una fredda reminiscenza omerica, giacchè nell'Iliade vengon dette custodi delle porte del cielo, che dovevan chiudere ed aprire secondo l'occorrenza. Tommaso Stigliani, parlando delle feste in Barcellona pel ritorno di Colombo (XXIV, 76): Festeggiossi ogni dì, finchè l'aurora Schiuse al decimonono in ciel le porte. Chiunque ha visto sorgere il sole, sa che il precede quasi una vibrazione dell'aria; il Goethe immagina, cotesta vibrazione essere effetto del rumore, fatto dalle Ore nello spalancare le porte dell'Olimpo e dal carro di Febo, che prorompe cigolando quasi di sotto una volta sonora. Questo suono è percettibile per gli spiriti superiori come Ariele, per l'orecchio loro è armonia; invece assorderebbe i silfi, gli spiritelli, che, secondo la mitologia germanica, sono pure anime naturali (per gli spiritelli, e la loro natura, ecc. Vedi Adone XII, 135-145). Ciò che supera la forza percettiva (che il Goethe molto infelicemente chiama l'inaudito) non può udirsi. Monsignor Giovanni Guidiccioni ha detto in un suo sonettucolo: ....... come vince l'armonia celeste, L'umano udir. Sfido io d'indovinar tutto questo dalla versione del Maffei! Le porte di macigno, le termopili dell'Olimpo divengono presso lui gioghi e valli. Le reminiscenze classiche delle Ore e di Febo, spariscono; sparisce il parallelismo onomatopeico tra emistichio ed emistichio, tra verso e verso. Si ommette per abitar tranquille. Tra' fiori è tutt'altro che nelle corolle; altro è stare fra, altro è stare in, che diamine! Fogliame è diversa cosa da foglie della boscaglia: un albero isolato ha fogliame anche esso.
S'introducono de' timballi, a' quali il Goethe non ha pensato, dicendo egli con quel verso Es trommetet, es posaunet! precisamente nè più nè meno di quanto il Marini ha detto nel suo: Già squilla il corno e già la tromba scoppia. (Adone. XVI. 36).
Nel Goethe però manca il soggetto, e non si capisce da chi venga prodotto lo strombettio ed il clangore; di quali strumenti si tratti, o chi vi soffia drento. Questi perfetti riscontri tra frasi del Goethe e frasi del Marino sono frequentissimi. Per esempio il Brennst du nicht und fühlest mich entbrannt della fidanzata di Corinto, si ritrova in fine de' seguenti versi dell'Adone (III. 96) Fan con occhio loquace e muta bocca, Eco amorosa i tormentati cori, Dove, invece di voce, il vago sguardo, Quinci e quindi risponde: Ardi, ch'io ardo.
VERSI LXVII-LXXIII. — Tedesco.
Fausto.
Des Lebens Pulse schlagen frisch lebendig
Aetherische Dämm'rung milde zu begrüssen,
Du Erde warst auch diese Nacht beständig,
Und athmest neu erquickt zu meinen Füssen;
Beginnest schon mit Lust mich zu umgeben,
Du regst und rührst ein kräftiges Beschliessen,
Zum höchsten Dasein immerfort zu streben.
TRADUZIONE LETTERALE
I polsi vitali battono con brio vivace per salutare soavemente il crepuscolo etereo. Tu, terra, sei rimasa stabile anche stanotte; e, rinfrancata, mi respiri a' piedi. Già cominci a circondarmi di brame; e inizî e muovi un saldo proposito di tendere incessantemente alla più alta esistenza.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Battono i polsi miei da nuova e fresca
Vigoria confortati. Immota, o terra,
Pur nella notte, che passò, tu fosti;
Ed or sotto al mio pie' ringagliardita
Respiri; ed incominci a circondarmi
Di voluttà, svegliandomi nel petto
Più bollente desio d'alzar le penne
Ad un'alta esistenza.
Fausto si direbbe dalla versione un difensore del sistema di Tolomeo, che affermi altamente le dottrine del caposcuola sull'immobilità della terra; eppure nell'originale egli dice invece: — «Tu, terra, se' rimasta tale e quale stanotte; non ti sei mutata; rimani sempre la medesima!» — ed il lettore sottintende naturalmente, che Fausto, lui, si sente mutato. Il Goethe non dice sotto al mio piè; anzi, più gentilmente a' miei piedi. Non dice ringagliardita, anzi rinfrancata, ricreata, ravvivata, quasi rimbaldanzita. E queste parole più miti mi fanno immaginare la terra, quasi una bella donna, che persuada Fausto di vivere ancora; mentre le parole brutali, adoperate dal Maffei, rendono impossibile questa immaginazione, e distruggono una bellezza. Lust qui non è nel senso di voluttà, anzi in quello di brama, bramosia, concupiscenza; accennando all'idea, che sarà meglio espressa ne' due versi seguenti. Nel petto è riempitura vacua. Desio bollente o più bollente è tutt'altra cosa d'un proponimento energico, d'una salda risoluzione, com'ha il testo. Desiderare è un po' diverso da risolvere: Fausto ha desiderato nella prima parte, qui risolve. Alzar le penne, è un cencio rettorico, che fa sorridere chiunque ricorda quel divino episodio del Furioso, laddove Ruggiero prende in groppa dell'Ippogrifo Angelica, legata al duro sasso (X. 114). Per riguardo alle Signore, non citerò l'originale, anzi la traduzione latina del marchese Torquato Barbolani, dei conti di Montauto: Fraenat ibi audaces cursus, ac desilit udum Fervidus in pratum juvenis: tum complicat alas Gryps quadrupes, tensaeque magis, quas calcar amoris Excierat, remanent. Avrei citata la traduzione in dialetto bolognese d'Eraclito Manfredi, poichè in Italia s'è convenuti, potersi arrischiare in dialetto qualunque facezia, senza scandalizzar le orecchie stitiche. Ma il Manfredi o per iscrupoli (come dichiara, traducendo l'episodio di Alcina: al prev arstar uffesa L'urechia d'un qualchdun d' mi uditur), o per agevolarsi il compito o per altro, ha pensato bene di ommettere nella sua versione il verso, cui alludo; e scrive soltanto: Ai era in mezz'a st' bosch un pradsin bell, Cun un riulin, ch'i fiur e gli erb bagnava, Qusi quî al fì gli aliassrar a quel so usel, Ch pr'aria vular d' più allora 'n pinsava. Il Maffei non è il solo cattivo traduttore, che sia al mondo: ma torniamo ad occuparcene. Alta è positivo, la più alta è superlativo; perchè sostituir quello a questo?
VERSI LXXIV-LXXXII. — Tedesco.
Segue Fausto.
In Dämmerschein liegt schon die Welt erschlossen,
Der Wald ertönt von tausendstimmigem Leben;
Thal aus Thal ein ist Nebelstreif ergossen;
Doch senckt sich Himmelsklarheit in die Tiefen,
Und Zweig und Aeste, frisch erquickt, entsprossen
Dem duft'gen Abgrund, wo versenkt sie schliefen;
Auch Farb' an Farbe klärt sich los vom Grunde,
Wo Blum' und Blatt von Zitterperle triefen,
Ein Paradies wird um mich her die Runde.
TRADUZIONE DAL TEDESCO
Il mondo giace già dischiuso nel barlume crepuscolare; il bosco risuona di vita dalle mille voci; di valle in valle si stende una striscia di nebbia; puro il chiarore del cielo discende nelle profondità, e ramuscelli e rami, rinfrancati germogliano (si staccano) dal fondo fragrante, nel quale dormivano immersi; anche colore sopra colore si stacca, rischiarandosi dal fondo, dove foglia e fiore grondano di tremule perle. Le circostanze divengono un paradiso.
TRADUZIONE di Andrea Maffei.
. . . Il mondo irrompe
Dal crepuscolo incerto, in cui si chiuse;
E si levano al ciel dalla foresta
Le mille voci della vita. Un bianco
Vapor su tutta la vallea si versa.
Pure il lume del ciel nelle più basse
Parti discende; e sbucano dal fondo,
Ove occulti dormiano, e rami e tronchi
Ristorati. I colori omai distinti
Si ravvivano anch'essi, ove la perla
Della rugiada i suoi tremuli veli
Stende sui fiori e sulle foglie. Un vero
Eden sorride agli occhi miei.
Comincio dal dire, che non mi soddisfa punto questo sminuzzare in tanti perioduzzi il gran periodo dell'originale; la parlata perde subito il suo carattere di maestosa solennità e diviene rotta, affannosa, e quindi non esprime più lo stato dell'animo di Fausto, secondo le intenzioni dell'Autore. Il quale non ha punto scritto il mondo irrompe dal crepuscolo (il complemento incerto, in cui si chiuse, è aggiunta gratuita del Maffei) anzi dice: «quantunque immerso nel crepuscolo, è pure manifesto il mondo.» — Fausto non dice le mille voci della foresta levarsi al cielo: sarebbe un pensiero da San Francesco, da chi ci crede, da chi leva l'animo ad un dio creatore. L'epiteto di bianco non viene attribuito dal tedesco a' vapori, che potrebbero anche essere azzurrognoli, grigiastri, rossastri, come ne ho visto spessissimo in Isvizzera. Quelle parti basse sono un tantino indecenti e comiche. La perla della rugiada, che stende i tremuli veli sui fiori e sulle foglie, è una circonlocuzione affettata per quel semplice: Fiori e foglie grondano di tremule perle. Antonio Bruni da Manduria (in alcune ottave intorno a Sant'Elisabetta, Regina di Portogallo, che convertì il pane, destinato a' poveri, in rose) ha lasciato scritto: Queste, che ammira il ciel, rosa odorate, Mentre ai fonti i cristalli il ghiaccio indura, Già non son parti, no, d'aure rosate, Con portento del verno e di natura; Nè di tremule perle inargentate Le spiega l'alba rugiadosa e pura; Nè l'apre intempestive arte ingegnosa, Quasi Reine in su la Reggia erbosa. Le frasi, con le quali il Maffei indica l'apparire de' colori, sono la prova evidente del poco studio, ch'egli ha messo nel Goethe. Tutti sanno, che l'Autore del Fausto ha pensato e scritto molto sulla natura e formazione de' colori; che egli è creatore d'una teorica in proposito; e che, sul finire della sua lunga vita, si teneva più de' suoi lavori fisici che de' poetici. Disse una volta all'Eckermann: — «Per fare epoca nel mondo, ci voglion due cose: buona testa ed una grande eredità. Napoleone eredò la rivoluzione francese; Federico II di Prussia la guerra silesiana; Lutero l'oscurantismo pretesco; a me tocca l'errore della dottrina newtoniana. Invero i contemporanei non sospettano neppure l'opera, che fo; ma i posteri confesseranno, che l'eredità mia non era punto cattiva.» — Ed un'altra fiata al medesimo: — «Gli errori degli avversarî miei sono da un secolo troppo universalmente divulgati, perchè io possa sperar compagni nel mio solitario cammino. Rimarrò solo. E mi par talvolta di essere il naufrago, che afferra una tavola atta a sostenere un solo. Quel solo si salva, mentre i rimanenti miserabilmente annegano.» — E poi, un'altra volta ancora: — «Di ciò, che ho fatto come scrittore, non invanisco. Vissero egregî poeti (ed anche migliori di me) prima, e ve ne saran dopo. Ma ch'io, nel mio secolo, nella difficile scienza de' colori, sia il solo, che sappia il vero, di ciò mi tengo; ed ho quindi coscienza d'essere superiore a molti.» — Scusate la modestia! Quando il Goethe, nella seconda parte del Fausto, parla di fenomeni relativi a' colori, adopera sempre espressioni attinte e somministrate dalla sua nuova teorica, nella quale il fondo oscuro aveva un'importanza capitale. È qualcosa di caratteristico, che non crederei lecito di mutare. Cosa diremmo d'un traduttore di Dante, il quale travisasse le frasi, che alludono a determinate spiegazioni di fenomeni naturali?
VERSI LXXXIII-XCI. — Tedesco.
Segue Fausto.
Hinaufgeschaut! — Der Berge Gipfelriesen
Verkünden schon die feierlichste Stunde;
Sie dürfen früh des ewigen Lichts geniessen
Das später sich zu uns hernieder wendet.
Jetzt zu der Alpe grüngesenkten Wiesen
Wird neuer Glanz und Deutlichkeit gespendet,
Und stufenweis herab ist es gelungen.
Sie tritt hervor! — und, leider schon geblendet
Kehr' ich mich weg von Augenschmerz durchdrungen.
TRADUZIONE LETTERALE
Guarda in su! — I cacùmi giganti de' monti prenunziano già l'ora solennissima: lor è dato godere per tempo della eterna luce, che più tardi si volge in giù a noi. Ora vien largito nuovo splendore e chiarezza alle praterie verdeggianti sul ripido declivio della montagna; e gradatamente è giunta giù da noi. Apparisce (il sole)! — E purtroppo, già abbacinato, mi volgo altrove compenetrato dal dolore degli occhi.
TRADUZIONE di Andrea Maffei.
. . . Ti drizza
Lassù! — Gli ardui comignoli del monte
Son dell'ora solenne avvisatori.
Questi pònno gioir del primo raggio
Che dardeggia la luce: ella si volge
Più tarda a noi. Splendori ai verdi prati
Dell'Alpe ha già profusi, ed or s'avanza
Di grado in grado... Ohimè pur troppo è giunta.
Dell'acuto suo dardo il ciglio offeso
Dolorando si chiude.
Come a dire: Ti drizza lassù? Non si tratta di mettersi in cammino, anzi di guardare in su, rimanendo fermi. Quel comignolo, con la sua desinenza alla diminutiva, ingenera un'impressione proprio opposta a quella, che il Goethe voleva suscitare col Gipfelriesen. Il dürfen non esprime semplice possibilità, e quindi è mal reso col pônno; solo potere? ma vorrei vedere anche questa, che il fondo de' burroni s'illuminasse prima de' cacumi circostanti! Il primo raggio, che dardeggia la luce e più giù dell'acuto suo dardo il ciglio offeso, sono il solito orpello, che ricopre semplici espressioni dell'originale. Orpello inutile, metafore a pigione, tropi vani ne ha tanti il Goethe: perchè aggiungergliene? Più sopra il Maffei aveva detto: Guarda i raggi, che il sol ti saetta. Sicchè non può nemmanco dirsi, che gli ornamenti, i quali egli stima di aggiungere allo stile (forse a parer suo) disadorno e negletto del Goethe, brillino per la varietà. Considerando questa profusione di dardi e saette, si prenderebbe il traduttore per un uomo bellicoso, che sogna sempre di armi. Chi sa, che, come quel Giampietro Eckermann, che fu al Goethe quel, che Jacopo Bosswell era stato al Johnson; chi, sa che il Maffei non sia anch'egli appassionato per tirare al bersaglio con archi e balestre? Ma se imbrocca al tiro a segno come nel tradurre... giuraddio! Per esempio, egli traduce Alpe tedesco, con alpe Italiano; e non posso mandargliela buona. Quella parola è un idiotismo svizzero; e ne' dialetti elvetici, indica ogni montagna, che serve di pascolo fino alla vetta, alle mandre. Diverso è il significato del vocabolo Italiano; Alpe, da noi, è qualsivoglia monte con l'idea accessoria di selvatichezza ed impraticabilità, come dimostra l'aggettivo alpestre; idea, dalla quale rarissimo o mai si prescinde. Nella Cronaca sconchiusionata, attribuita a Dino Compagni, è parlato delle utili alpi, che circondan Firenze; s'aggiunga questo alla lista de' tanti spropositi e delle tante improprietà di lingua del Pseudodino! Ma neppure quando i pedanti eran più infatuati delle pretese bellezze di quella impudente impostura e ne imponevano lo studio nelle scuole, come testo di lingua, neppure allora questo uso della parola Alpe ha trovato imitatori. Ecco come il Marino descrive una montagna alpestra (Adone. VI. 65), Qui tace (la Psiche) e già d'una montagna alpestra Eccola intanto giunta alla radice, Che al sol volge le terga e spiega a destra, Sotto il gran giogo l'ispida cervice. Quindi di sterpi e selci aspira e silvestra Pende sassosa e rigida pendice; Rigida sì, che appena s'assecura D'abitarvi l'orror con la paura. Il mar sonante a fronte ha per confine Da' fianchi acute pietre e schegge rotte, Dirupati macigni e rocce alpine. Oscure tane e cavernose grotte, Precipizî profondi, atre ruine, Dove risorge il dì come la notte, Dove inospiti sempre e sempre foschi Dilatan l'ombre lor baratri e boschi. — Tali sono le Alpi Italiane. Il seicentista Antonio Bruni, in una ballata, in cui si contende il primato dell'inverno e della primavera, fa dire a Tirsi: E cieco è, chi non mira, Quanto diletti a gli occhi, Veder alpe nevosa, a cui d'intorno Germogliano i diamanti; La cui cima ne va con altrui scorno, Qual lussureggia il mar co' suoi coralli, Ricco di serenissimi cristalli. Questa descrizione sconverrebbe ad un'Alpe nel senso tedesco del vocabolo; mentre vi sta benissimo appiccicato quel grüngesenkt, ch'è del rimanente un vocabolo coniato dal Goethe contro le regole della composizione. Non bisogna mica credere, che quantunque egli scriva sia bene scritto. Ma bellissimo trovo quel dire apparisce, sottintendendo il sole, come il Manzoni ha detto: — «Ei fu!» — sottintendendo Napoleone I. Sarebbe da tradurre con un eccolo! parmi. Il Maffei riferisce quell'apparisce alla luce, dimenticando che la è apparita da un pezzo; e, quel ch'è peggio, obbliando, che un sie femminile (il sole in tedesco è femmino; die Sonne), non può riferirsi alla luce, ch'è un neutro: das Licht.
VERSI XCII-CII. — Tedesco.
Segue Fausto.
So ist es also, wenn ein sehnend Hoffen
Dem höchsten Wunsch sich traulich zugerungen,
Erfüllungspforten findet flügeloffen;
Nun aber bricht aus jenen ew'gen Gründen
Ein Flammen Uebermass, wir stehn betroffen,
Des Lebens Fackel wollten wir entzünden,
Ein Feuermeer umschlingt uns, welch'ein Feuer!
Ist's Lieb'? ist's Hass? die glühend uns emwinden,
Mit Schmerz und Freuden wechselnd ungeheuer,
So dass wir wieder nach der Erde blicken,
Zu bergen uns in jugendlichsten Schleier.
TRADUZIONE LETTERALE
Dunque, avviene così, quando una speranza anelante, spintasi lottando fiduciosamente sino al desiderio supremo, trova spalancate le porte dell'adempimento. Allora poi erompe da que' fondi eterni un eccesso di fiamme; si rimane percossi (sorpresi). Volevamo accendere la fiaccola della vita; e ne circonda un mare di fuoco. Qual fuoco! È amore od odio, che ne abbraccia ardendo, alternando mostruosamente dolore e gioie; sicchè di nuovo ci rivolgiamo con lo sguardo alla terra, per nasconderci nel velo più giovanile?
TRADUZIONE di Andrea Maffei.
. . . È tale appunto
La speranza dell'uomo, allor che stima
Raggiunto il sommo de' suoi voti, e trova
Schiuso il varco alla meta. Ah! ma s'eleva
Da que' baratri eterni un mar di foco!
Stupefatto n'è l'uomo, e della vita
Vuol la face allumarvi... Immense fiamme
Gli fan siepe d'intorno... ed oh, quai fiamme!
Son d'amor? d'odio sono? Egli n'è cinto,
Esagitato con fiera vicenda
Fra la gioia e il dolore; a tal che gli occhi
Di nuovo atterra per celar nel manto
De' suoi primi innocenti anni la fronte.
Fausto, abbarbagliato dalla luce di quel sole, ch'era tanto avido di contemplare, la paragona al gaudio supremo, che aveva sperato e tentato di conseguire nella cognizione assoluta ed immediata della natura; non avendo poi forza di afferrare l'essenza del vero, aveva disperato. Basta rammentarsi l'evocazione dello Spirito terrestre, in principio della prima parte. Questa immagine piacque tanto al Goethe, che l'ha ripetuta altrove: — «Considerando gli ultimi progressi delle scienze naturali, e' mi par d'essere un viaggiatore, che vada verso Oriente durante il crepuscolo mattutino e miri con gioia la luce crescente ed aspetti desiosamente l'apparire del grande astro di fuoco; ma poi, quando questo spunta, rivolge altrove gli occhi, inetti a sostenere lo splendore desiderato». — Nella traduzione, non posso approvare quello schiuso il varco alla meta; altro che schiuso, spalancato, aperte ambo le bande! E varco, è troppo generico, mi toglie le determinazioni, che mi venivan suscitate nella favoleggiativa dalle porte dell'originale, da quelle porte spalancate per accogliermi e che mi condurranno all'adempimento dei miei voti, che sono spalancate per ricoverare finalmente la speme, la quale ha tanto anelato e combattuto fin allora. Non è ammissibile neppure quell'atterrar gli occhi; che equivale pura e semplicemente all'avvallarli, inchinarli. Ma il Goethe dice invece, che si guarda indietro, verso la terra, che si cessa dal proseguire quel supremo voto, dal voler afferrar l'essenza delle cose, per ravvolgersi nel velo più giovanile, cioè per contentarsi come la prima gioventù di ammirare ingenuamente il mondo e la natura, senz'alcuno impaziente desiderio o tentativo di penetrarne il misterioso secreto; anzi il velo stesso attraverso del quale ammirano l'universo, aumenta nelle menti giovanili il devoto raccoglimento, che esso inspira loro. Sentimento assolutamente falsato dalla frase per celar nel manto de' suoi primi innocenti anni la fronte, di cui sarei molto imbarazzato a dare la spiegazione.
VERSI CIII-CXV — Tedesco.
Segue Fausto.
So bleibe denn die Sonne mir im Rücken!
Der Wassersturz, das Felsenriff durchbrausend,
Ihn schau'ich an mit wachsendem Entzücken.
Von Sturz zu Sturzen wälzt er jetzt in tausend
Dann aber tausend Strömen sich ergiessend
Hoch in die Lüfte Schaum an Schäume sausend.
Allein wie herrlich diesem Sturm erspriessend,
Wölbt sich des bunten Bogens Wechsel-Dauer,
Bald rein gezeichnet, bald in Luft zerfliessend,
Umher verbreitend duftig kühle Schauer.
Der spiegelt ab das menschliche Bestreben.
Ihm sinne nach und du begreifst genauer;
Am farb'gen Abglanz haben wir das Leben.
TRADUZIONE LETTERALE
Dunque mi rimanga il sole a tergo. Io miro con diletto crescente la cascata, che attraversa rumoreggiando quel masso di rupi. Si precipita di salto in salto, diffondendosi in mille e poi mille correnti, e scaglia sibilando in aria schiuma sopra schiuma. Eppure, come s'incurva magnificamente l'alterna durata dell'arco variopinto, sorgendo da questa tempesta, ora nettamente disegnato, ora dissolvendosi nell'aria, spargendo intorno un raccapriccio profumato e fresco. Specchia l'affaticarsi umano. Pensa ad esso e comprenderai più esattamente: nel riflesso colorato abbiamo la vita.
TRADUZIONE di Andrea Maffei.
Dunque al sol diam le spalle. Il ruinoso
Torrente, che devolvesi fremendo
Per gli alpestri burroni, attrae con gioia
Ognor crescente il guardo mio. Lo veggo
Precipite avvallar di balzo in balzo.
Frangersi in mille rivi, ed una nube
Sgorgar per l'aere d'agitata spuma.
Oh come da quel vortice si leva
L'arcobaleno maestoso e spiega
La settemplice curva! Ora è distinto,
Or nell'aria è perduto, ed un ribrezzo
Vaporoso diffonde. E speglio forse
Quell'iride non è de' nostri affetti?
Pensavi e certo ne sarai. Nel lampo
Di quei sette colori abbiam la vita.
La descrizione della cataratta e dell'arcobaleno è stupenda nell'originale. Il Goethe s'era occupato per anni ed anni del fenomeno ottico, che produce l'iride. Nè queste sue descrizioni poetiche sono senza sustrato d'impressione naturale. Una volta, che il Goethe vecchissimo narrava, come ispirato dal bel paese intorno al lago de' Quattro Cantoni, avesse meditato nel MDCCXCVII un'epopea in esametri sul mito di Guglielmo Tell, (misericordia!) e come poi, distratto da occupazioni diverse, avesse ceduto il soggetto allo Schiller, che ne ricavò una tragedia (manco male!), Giampietro Eckerman osservò, sembrargli, che la descrizione in terzine nella prima scena della seconda parte del Fausto, dovess'essere una reminiscenza di quelle impressioni della natura svizzera. Rispose il Goethe: — «Nol nego; non avrei mai potuto pensare il contenuto delle terzine, senza le fresche impressioni di quella natura portentosa. Ma questo è quanto ho coniato dell'oro di quelle località. Ho abbandonato il rimanente allo Schiller». — Ci abbiamo inoltre del Goethe una dipintura della cascata di Pissevache nel Vallese, la quale aveva senza dubbio contribuito a generare il fantasma nella sua immaginativa: — «Ad un'altezza discreta, prorompe da un crepaccio del monte un forte rivolo, fiammeggiando, in un bacino, dove è ridotto in polvere e schiuma, che viene sparpagliata qua e là dal vento. Apparve il sole e dette doppia vita allo spettacolo. Giù, tra il vapore d'acqua, si ha dall'una e dall'altra parte, secondo che si cammina, un arcobaleno proprio vicino. Andando più su, si gode un fenomeno vieppiù bello ancora»; — eccetera. Altrove parla della cascata del Reno presso Sciaffusa, com'ei la rivedesse illuminata dal sole: — «L'iride appariva nella sua maggior bellezza: poggiava tranquillamente nell'immensa schiuma, che ferve, e, mentre minaccia di violentemente distruggerla, è costretta a riprodurla di nuovo ogni istante». — Ora, Fausto ravvisa nell'iride della caduta un'immagine de' godimenti umani. La fruizione piena, assoluta, non è per noi; ma ne abbiamo un riflesso nella vita, quando operosamente ci affermiamo ne' limiti, che la natura ci assegna. La traduzione sembra d'uomo, che non abbia mai viste cataratte ed archibaleni. Il torrente ruinoso, che si revolve fremendo per gli alpestri burroni desta in Fausto estasi e non gioia: c'è di che rimanere estatico, ma non di che rallegrarsi nello spettacolo. Non capisco la nube di spuma, che sgorga per l'aere. Sembra, che il Goethe, massime invecchiando, prediligesse smodatamente le frasi, in cui si ripete un medesimo vocabolo; ne abbiamo incontrate parecchie in questa scena, ed ecco tre ripetizioni in un sol periodo in tre versi successivi: Von Sturz zu Sturzen; in tausend dann aber tausend Strömen; Schaum an Schäume. Perchè cancella il Maffei due di queste ripetizioni intenzionali? o che il nostro linguaggio non le ammette o non se ne compiace? Das menschliche Bestreben non è i nostri affetti; begreifen vuol dire concepire, capire e non certificarsi. Tradur l'ultimo verso, come fa il Maffei, gli è un certificare di non aver capito ciò, che l'Autore intendeva dire. Antonio Bruni, volendo indicare un pensiero non dissimile da quello del Goethe, ha scritto: Pria che vestisse in me spoglia mortale Quest'alma, o mio bel nume,... Nel Sole inaccessibile immortale Mirò il tuo Bello; e s'or pur l'ama e in voto Gli sacra il cor divoto, De l'eterno splendore ama un riflesso. Nel tedesco leggo riflesso colorato e non lampo di que' sette colori; riflesso non è il medesimo di lampo.
Il lettore può giudicare ora, se ho disaminato ed analizzato con imparzialità questo brano di traduzione, scelto a caso, e tra' più facili. Avrei potuto giustamente sì, ma malignamente ricorrere a squarci malagevoli; e mostrare anche più chiaro, che ho ragione di chiamare usurpata la fama del Maffei. M'hanno appoggiato a volte l'incarico di esaminare alcuni pretendenti alla patente d'idoneità per insegnare il tedesco. Ebbene, in coscienza, se mi ritrovassi in quel ballo, ed i candidati traducessero come il Maffei, io non li riconoscerei mica idonei. — «Una patente, a voialtri? Patente d'incapacità!» — Invece quest'uomo, che tradisce in tal modo i malcapitati testi, conta tra di noi per una autorità in fatto di letteratura alemanna. Ha panegiristi ridicoli; giovanotti, i quali ignorando fin l'alfabeto tedesco, discorrono del Fausto, scarabocchiando cicalate inconcludenti, compilazioni eseguite sugli articoli della Rivista de' Due Mondi. Giuochi, che fanno i letterati oggi, come farebbero gli agenti di cambio od i capistazione, od altro, se sperassero di lucrar qualche soldarello di più. Buffoncelli, che chiamano il traduttore-traditore — «ingegno poderoso, che ha padronanza sulle due lingue, e lunghi e pertinaci studî su tutta quanta la letteratura tedesca, e straordinaria felicità di sapere trovar sempre nella poesia e nell'idioma della sua patria la frase, la parola, il modo di dire, che corrispondano a ciò, che volle significare l'autore nella propria lingua». — Il pubblico ignaro, sentendo affermare così ricisamente, crede alla competenza dell'encomiasta e plaude ingannato, senza sapere quel che si applauda. Ben inteso poi, che s'usa ora in Italia un traffico di lodi, Pur che al lodato il lodator risponda; E l'adulazion va per vicenda (come scrisse nel secolo scorso il sedicente inventore de' versi martelliani, a proposito d'un altro Maffei, Scipione, assai da più). Quindi, imitando la carità di Giovanni da S. Giovanni, Andrea Maffei chiamerà — «giovane d'alto ingegno» — nella prefazione al secondo volume, chi gli ha dimenato sotto il naso quell'incenso smaccato in un discorso prefisso al primo. Non c'è cosa, che più ripugni alla dignità d'un principiante, dell'assumer l'incarico d'una prefazione all'opera d'un autore vivo e riputato; l'è un impegnarsi a lodare, a panegirizzare in tutto e per tutto. A questo non pensa il pubblico; e, sulla fede del Maffei, ritiene grand'uomo in erba anche quel ragazzo lì: sic itur ad astra.
È triste a dirsi; ma da cinquant'anni, che il Maffei traduce e vien lodato, non un solo de' suoi lettori infiniti, non uno de' suoi panegiristi, s'è incomodato a riscontrarne le versioni con l'originale. Non uno ha sentito il bisogno, ha sospettato che fosse dovere, obbligo, di esaminare prima di applaudire! È una immoralità letteraria, che fa spavento! Per me, non voglio esserne complice.
POSCRITTA
LETTERA A LUIGI MORANDI
Caro Morandi,
So, che tornando con insistenza sopra un argomento, si risica di riuscir tediosi; ma non posso esimermi dallo aggiunger due postille al mio articolo sul Maffei, rilevando due errori, che trasandai di notare ne' versi disaminati.
I. Nel soliloquio di Fausto, il Maffei ommette di pianta il secondo verso (sessagesimottavo della scena) che suona in tedesco: Aetherische Dämmrung milde zu begrüssen. Nella sua versione, non ci ha parola, che ne renda il senso o l'intenzione. Forse lo imbrogliava (e non dico ch'e' sia facile a tradursi!) ed ha girata la difficoltà.
II. L'altro errore mi vien fatto notare dal prof. Felice Tocco; e trascriverò quindi le parole di lui: — «Ne' versi XCII-CII credo, che ti sia sfuggito un altro errore del Maffei traducendo un imperfetto wollten col presente (vuol) tradisce pienamente il testo. Nel tedesco è espressa una certa opposizione tra il desiderio ed il fatto. Noi volevamo (semplicemente) accendere la fiaccola della vita; ed (invece) un mare di fuoco ne circonda. Nella traduzione del Maffei, questa opposizione scompare; e sembra, che il desiderio di accendere la face della vita succeda alla vista delle fiamme di fuoco: Ah! ma s'eleva Da quei baratri eterni un mar di foco! Stupefatto n'è l'uomo; e, della vita Vuol la face allumarvi.... Immense fiamme Gli fan siepe d'intorno!» —
Ed ora, basta davvero. Non voglio spigolare altro, dov'ho mietuto; sebbene certo di aver lasciato cadere più spighe, che non ne abbia immagazzinate nel granaio, o, per parlar fuori metafora, trascurate un numero di spropositi e d'improprietà maggiore di quello che registro. Ah! mio caro, il mestiere del traduttore non è il più facile del mondo; e chi vi si mette con poca dottrina, con punto gusto e con molta presunzione, può scroccarsi fama, non meritarla. Diranno, ch'io parlo così per invidia. Invidia di chi, di che? Se non isdegnassi, se degnassi imbrancarmi con tutti i ciarlatani, che mutuamente s'incensano in Italia, se avessi anch'io una spina dorsale flessibile ed una penna cortigiana, come mi avrebber caro! che grand'uomo sarei! Ma la quistione non è lì. Dato e non concesso, che parlassi per astio e per rovello, allego fatti? somministro prove? Oh dicano allora!
Forse di me con gloria si favella
Dove d'essi o si tace o si maldice:
Dico appo i buoni, a malgrado di quella
Loro ignorante turba adulatrice,
Che in presenza li adora e che li appella
Con titoli di grandi e di felici.
E poi l'intendo diversamente: per me l'è quistione di dovere, non di gloria. Che gloria può acquistarsi dimostrando inane un preteso miracolo, falsa una riparazione usurpata? Nessuna; ma si può rendere così un servigio a' concittadini. Sta sano e riama il tuo
Imbriani.
Firenze, 21. III. 70.