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Falco della rupe; O, La guerra di Musso

FALCO DELLA RUPE (continued 3)

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Il governo però che Dom Lorenzo Mugnez Pedraria esercitava sui Comaschi non era duro troppo nè gravoso, avuto riguardo alle circostanze dei tempi: voleva che nessuna resistenza s'opponesse a' suoi cenni, nessun ostacolo od indugio si frapponesse all'esecuzione degli ordini che venivano da lui emanati, esigendo che gli uomini di tutte le classi indistintamente li eseguissero, ma siccome ei non era per se stesso nè capriccioso, nè spogliatore, nè iniquo, manteneva in Como un regime equabile e scevro di que' tirannici e mostruosi eccessi di cui erano stati sì feraci i tempi del Bosso e del Martinengo. Ciò poi che faceva a tutto suo vantaggio piegare la bilancia di confronto co' due suoi accennati predecessori, si era la castigatezza esemplare de' suoi costumi, per cui non solo rispettava egli stesso, ma costringeva gli altri tutti ad avere scrupoloso riguardo alle donne ed alle fanciulle altrui, nessuna colpa sì severamente multando quanto quelle che in cose di tal fatta si commettevano. Dicevasi che nella sua giovinezza avesse seguiti i costumi alquanto liberi e gentili del Duca di Medina-Celi, sotto il cui comando aveva militato, ma venuto poscia in Alemagna alla Corte di Carlo, e vedendo che l'Imperatore, tutto involto in teologiche disputazioni, ne aveva sbandita ogni galanteria, s'accasò immediatamente con Dona Graciana, figlia del conte di Vandesten di Anversa, e non affisò più mai lo sguardo se non accigliato in volto ad altra femmina.

La severità del Governatore, sebbene non valesse a por argine a tutti i disordini cagionati dalla sfrenata licenza della soldatesca, giovò non per tanto sommamente agli abitanti di Como, perchè essendo la città a molte riprese piena d'uomini d'armi la maggior parte Spagnuoli inclinatissimi ad ogni libidine, oltre la roba che questi giornalmente al popolo consumavano, oltre il fastidio che dell'albergarli arrecavano, e la necessità in cui ponevano di concorrere i doviziosi colle sostanze, i poveri coll'opera al rintegramento della flotta, alla compera delle armi e delle salmerie, avrebbero eziandio date gravissime molestie d'altro genere e commesse le più odiose e crudeli violenze, se alcuni potenti cittadini Comaschi non avessero ottenuto col mezzo del Pedraria clamorose soddisfazioni a simili ingiurie.

Il Governatore albergava in un palazzo che s'avea l'aspetto di Castello abbellito da varii fregi e dagli stemmi ducali e del municipio, e sorgeva a mezzodì della città poco lungi da Porta Torre: all'entrata di esso stava sempre a guardia un corpo d'alabardieri Spagnuoli, e un drappello di Micheletti pronti ad eseguire quanto fosse necessario per fare rispettare gli ordini e le leggi.

Al momento della venuta colà del Gonzaga regnava quivi perfetto silenzio, perchè il Governatore, mentre andava vuotando a sorsi il suo calice di distillado, leggeva con somma attenzione frammista a sorpresa un foglio che teneva nella destra e che gli era stato recato pochi istanti prima da un messaggiero giunto da Milano. Al rumore dei passi fatto dal Gonzaga nell'avanzarsi, levò gli occhi di sfuggita, e appena vedutolo, gli fece una dimostrazione giuliva del volto indicando essere desso appunto la persona che in quel momento desiderava: scorse rapidamente le ultime linee del dispaccio, e vuotato d'un fiato il fondo del bicchiero, il depose sul tavolo, s'alzò, e fattoglisi incontro, "Avrei mandato, disse, in questo istante a ricercare di lei, signor Capitano, se per buona sorte non si fosse ella stessa recato in palazzo: ho a comunicarle un ordine pressantissimo del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale, che mi è pervenuto brevi minuti sono, e che si è della massima importanza". Ciò detto, chiamò i servi ad alta voce, salutò della mano la sua famiglia, e preceduto da due paggi che spalancarono le porte, entrò col Gonzaga in una camera di poca dimensione, occupata in gran parte da uno scrittoio ornato d'arabeschi dorati e tutto ingombro di libri, di carte e di fogli stampati, al di sopra del quale vedevasi in un gran quadro il ritratto in piedi di Carlo V coll'abbigliamento guerresco, avente sul petto una collana in cui tenevano luogo di gioie gli stemmi di tutte le provincie del suo impero.

Il capitano Gonzaga, tosto che si fu quivi adagiato, pria che il Governatore prendesse la parola, disse doversi a lui perdonare l'essersi recato in sua presenza colla corazza e coll'abito soldatesco lordo e disordinato, poichè era venuto esso pure premurosamente, e appena tocca terra di ritorno da una perigliosa e sfortunata spedizione onde dargliene pronto ed esatto ragguaglio. Il Governatore l'invitò a narrare tosto l'evento, ed esso raccontò la presa da lui fatta del fratello e del cancelliere del Castellano di Musso, ponendogli poscia l'avvenuta loro liberazione sotto l'aspetto il meno che potè obbrobrioso pel proprio valore e per la propria vigilanza. Fece esagerato novero delle forze e del numero degli assalitori da cui si disse sorpreso nel più forte incalzare della tempesta, e ad irrecusabile scusa di sua sconfitta nominò siccome capo di quella masnada Falco di Nesso, il cedere al quale non era intero scorno anche ai più esperti Capitani d'armi.

Dom Lorenzo Pedraria quand'ebbe udito con faccia scura e meravigliata tutta la narrazione del Gonzaga, scosse il capo lentamente, animando il volto d'un misterioso sorriso; e "Speriamo, rispose, signor Capitano, che questa sarà l'ultima che ci fanno, e che il Medici e i suoi banditi non avranno più gran tempo da rimanersi nei loro ripari e molestare con ruberie ed assassinii gli abitatori di tanto paese d'intorno, come pur troppo avviene da qualche anno, contro l'intenzione del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale. Ora è preciso volere della Maestà dell'Imperatore (e rizzossi in piedi inclinando il capo nanti il ritratto, indi si riassise) che il dominio Ducale sia libero da tali masnadieri, vengano dessi cacciati in paese straniero, o presi e messi a morte. Bene adunque comprende, signor Capitano, che avendo i soli desiderii, non che gl'imperiosi voleri d'un tanto monarca ottenuto sempre prontissimo e pieno soddisfacimento, andar guari non può che eziandio questa espressione della suprema volontà sia completamente adempiuta; onde i felloni incalzati e stretti dalle gloriose armi sue congiunte alle Ducali ed a quelle della Lega de' Grigioni, dovranno cercare salvezza in precipitosa fuga, o perdere con meritata pena la vita".

Così dicendo pose con gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli dispaccio, improntato al piede da due grandi suggelli, l'uno del Duca, l'altro del De Leyva. Conteneva desso primieramente a modo d'informativa essere volontà di Carlo V si riducesse il Medici all'obbedienza o il si sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed al Gonzaga, che capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata mano ad allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da Milano: chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni sarebbero giunti in Como un Commissario del Duca per la suprema direzione dell'armata, uno di Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran numero di soldati e d'artiglierie.

A tenore di tali comandi non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero, sì il Governatore Pedraria, che il Gonzaga per dare compiuta esecuzione a tutto il prescritto. I lavoratori vennero triplicati intorno alle navi, che calefatate e munite d'ogni specie d'attrezzi, fecero ben tosto in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del contado furono posti in obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i capitoli, le chiese stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie o danaro da pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale enorme aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più luoghi, già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando l'arrivo di quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano Alonzo Canto, ponendo in tema i più arditi e furiosi agitatori della plebe, sedò e fece sparire ogni sintomo di ribellione.

Dopo quella prima banda giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano di giustizia e commissario generale del campo per il Duca; con esso lui vennero da Milano i provveditori della milizia seguiti dai carri che recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto scorta di cinquecento e più fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli. Arrivò poscia il Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo battaglione d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte artiglierie, e finalmente un centinaio di Lancie libere, ch'erano così detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca, che si recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed i paggi col proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo scudo, sul cimiero o la sopravveste quegli stemmi od imprese che meglio bramavano.

Poichè tutta l'armata si fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii nel palazzo del Governatore, chiamarono quivi a conferenza il Gonzaga e gli altri principali Capitani per deliberare in pieno consiglio del modo da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde far seguire un assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva. In quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti o condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi essere dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i progetti ed i piani di battaglia che vennero quivi proposti e discussi talora con moderate, ma più spesso con caldissime parole. Coloro che non s'erano trovati mai a giornata campale contro Gian Giacomo, siccome il Commissario spagnuolo e molti de' Capitani di recente venuti in queste terre d'Italia, opinavano che vincere e disperdere quel branco di banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa impresa per tanti e sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano in allora colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e combatterlo. Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti di squadre che avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne conoscevano la potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal uomo da dare una rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse venire seco lui a zuffa disordinatamente e senza un ponderato e perfetto accordo d'operazioni, ed in ispecial modo allora che trovavasi favorito dal luogo e già in possesso delle più vantaggiose posizioni.

Dom Lorenzo Mugnez Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano Gonzaga, ed asserì con tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni studio dovere, ogni sagrificio necessità allorchè trattavasi di soddisfare i desiderii e il volere della Maestà dell'Imperatore, Re delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e del Generale supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto e prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e difficoltà di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più sperimentati, che si dovessero prendere tutte quelle accurate ed opportune misure che valessero ad assicurarne prospero il risultamento. Accedettero i dissidenti all'avviso dello Speziano sulla necessità d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si diè principio a discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali ostacoli e dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione. E qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche migliaia di combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il capitanarne un mezzo milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense squadre di fanti e di cavalli s'avanzano, retrocedono, si volgono a destra o a mancina ad un cenno, ad una parola di speciali comandanti che tutti pendono pure da un segno, da un moto d'un duce supremo, il quale stando a centro della grande massa armata imprime a tutte le parti di essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato concatenamento di comandi opera è tutta della attuale soldatesca disciplina e dei moderni militari istituti, condotti a perfezione dal calcolo, dalla sperienza, dal genio dei sommi capitani di cui fu ricca l'età nostra, in cui si videro e si mirano tuttora eserciti infiniti essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un numero immenso di volontà e di forze venire spinte, frenate, dirette a desiderio d'una volontà e d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle armate presiedesse un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le componevano non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla cieca: alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale il forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la tenuità dei governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso alle rivolte, ai tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per evitare difficoltà maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a perfetto accordo co' suoi capitani e di tutto seco loro tenere anticipato consiglio.

Così dopo avere ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le voci, si venne in quella adunanza di Commissarii e di Capitani a stabilire alla fin fine il seguente piano di battaglia.

"Ciascuna delle dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di Como verrebbe armata di quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini d'armi, cioè venti bombardieri e venti archibugieri, oltre dieci rematori e un pilota; ad ogni nave presiederebbe un capo-bandiera, ad ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga terrebbe il supremo comando quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.

"Questa partirebbe una prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in vista di Musso ove accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse parata in ordinanza a presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo del Castello se non ne fosse ancora uscita.

"Alonzo Canto con cento Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine andrebbe a bordo della flotta sino a Bellaggio, ove, messo a terra, occuperebbe il promontorio postando le artiglierie in modo da impedire il passaggio alle navi di soccorso che potessero essere spedite al Medici da Lecco. Tridelberg con duecento lanzinechi, tre bandiere di cavalli, cinquanta Lancie libere, movendo per la Brianza, andrebbe a sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano; mentre Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le guarnigioni, impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni possibilità ai nemici di comunicazioni e d'aiuti.

"Nel frattempo que' Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in quell'adunanza un Commissario) i quali stavano in grosso numero accampati presso il Lago di Chiavenna, penetrando per le valli secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di Musso il mattino stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero d'artiglierie che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare, e di là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso, Gravedona, Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel Castello se ne venisse il destro".

Chiaro apparisce da tale progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci spagnuolo-ducali d'assalire le forze di Gian Giacomo partitamente sui diversi punti in cui si trovavano sparse, per isolare quanto più loro fosse possibile quelle che si stavano con esso lui a Musso, contro le quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con impeto vigoroso verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile dei due casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta Comasca uscivale allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il combattimento era nel massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni calando dai monti penetravano senza ostacolo nel Castello indifeso, e fattisene padroni, toglievano ogni speranza di ritirata e di rifugio al Castellano, le cui milizie, sminuite dalla battaglia, scoraggiate alla vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue torri, sarebbero compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta vittoriosa: o Gian Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non osava abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de' condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni parte, la diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui rimarrebbero sepolti gli ostinati difensori.

Quanto s'avverassero questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra poco i nostri lettori: che se tra questi mai vi fosse alcuno edotto per lunga esperienza nelle cose della guerra, nella quale tanti uomini vennero educati al principio di questo secolo, pensando e rammentandosi quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano impero, più che sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con giusta lance ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.

CAPITOLO SETTIMO.

Gualtiero. Ma dî, che fa Imogene? Mi è fida ancora? d'ogni nodo è sciolta? Solitario. Lasso... e pur pensi! Gualtiero. A lei soltanto. Ascolta! Nel furor delle tempeste, Nelle stragi del Pirata Quell'imagine adorata Si presenta al mio pensier Come un angelo celeste Di virtude consiglier. IL PIRATA, Dramma.

Rapida, rasente il lido una barca vogava alla volta di Musso prima che la stella del mattino che brillava a filo delle nere vette dei monti illanguidisse interamente nella luce della nascente aurora. Era la barca di Falco in cui stavano con esso sei de' più fidi e valorosi tra' suoi pirati da lui trascelti a commilitoni.

Sul breve margine arenoso che cinge il piede alla rupe di Nesso, due donne, l'una all'altra d'accanto, miravano attente ed immote quella barca che s'allontanava, nè di là si rimossero sin che non fu sparita dietro gli sporgenti scogli della spiaggia, e sinchè non scomparve ben anco dalla superficie delle onde la increspatura prodottavi dal battere dei remi: allorquando le acque ridivennero piane ed oleose, nè giunse più al loro orecchio la cadenza della voga, nè il bisbigliare dei partenti tra loro, si mossero dal lido ponendosi a risalire a lenti passi l'erto sentiero che guidava alla sommità della rupe. Erano Orsola e Rina che discese dall'abituro ad accompagnare Falco al battello, condotto colà dai compagni salitivi nella vicina Nesso, avevano a lui dato un angoscioso ripetuto addio, poichè sapevano dover esso rimanersi lontano assai più del consueto da che era divenuto Capitano di nave del Castellano, come egli stesso aveva loro narrato ne' giorni antecedenti appena si fu retrocesso da Musso.

In que' primi momenti di nuovo abbandono, mille pensieri tra consolanti e tristi agitavano ad Orsola il cuore. Ora la di lei fantasia esaltata per l'onorevole grado di che le ritornò fregiato il marito, e la cui importanza ella non sapeva a se stessa ben definire, fecondando il futuro di prosperi avvenimenti, si riempiva delle dolci illusioni di potenza, di ricchezza, di vendette soddisfatte, di fortunato cangiamento di sorte: ora la possibile necessità di questo stesso cangiamento le incuteva una anticipata desolazione. Dolorosi pensieri le passavano eziandio come lampi nella mente d'una sproporzione di stato tra lei e il marito: Falco non era più il libero guerreggiante battelliero che dopo avere spinta la sua temuta nave su tutte le acque e presso ogni lido del lago, tornava colla preda alla patria rupe, unica meta de' suoi pensieri e de' suoi fatti: esso ora s'aveva novelli rapporti di specie della prima affatto diversi, il suo cammino rimaneva prefisso, le sue azioni da un altrui comando dipendevano, quindi alla sede del potere che il dominava tenere doveva rivolta la mente sua, e più nessuna attrattiva s'avrebbero per lui, da sì importanti interessi divagato, la sua capanna e la sua montagna. Orsola a tali idee sentì piombarsi in cuore un sentimento di solitudine, che la prima fiata da che albergava colà le fece rassembrare il suo casolare troppo isolato e discosto dalle abitazioni degli altri terrazzani. Così trambasciata disse sempre salendo alla figlia: "Vorrei, o Rina, che la nostra capanna si trovasse più vicina alle case di Nesso, poichè anche tuo padre ha sospetto che il rimanerci qui tanto solinghe possa esserci cagione di qualche sventura. Egli adesso si starà molti e molti giorni in quel Castello di là su, e noi ci rimarremo qui come perdute su questi scogli. Lo hanno fatto Capitano di nave: ma forse che la sua vita sarà per tal modo più sicura? O non sarà desso così esposto ai colpi d'un maggior numero di nemici? Ei disse che verrà giorno in cui, scacciati dal lago tutti i Ducali, scenderemo ad abitare un popoloso contado ove vivremo come castellane, nè esso scorrerà armato pel lago fra rischii estremi... ma intanto... egli è lontano... e noi qui sole..."

La voce d'Orsola s'affievolì a queste parole quasi non osasse proseguire per tema di fare un'involontaria accusa al marito dell'averle abbandonate. Rina nulla a lei rispose, se non che essendo allora giunta sul piccolo piano ove s'alzava il loro abituro, soffermossi d'un tratto perchè al di là del fosco dirupo vide sulle acque la barca del padre e de' suoi compagni, e vivamente l'affisò mostrando di seguirla col desiderio nel suo veloce corso; ma alzato lo sguardo per mirare verso il luogo ov'essa era avviata, abbassò tostamente le pupille e rimase in un atto di tenera mestizia. Col capo lievemente inclinato, colle nerissime chiome che non ancora addirizzate ombreggiavanle le guancie, fatte all'improvviso del candido colore dell'alba già sorta, e le ricadevano morbidamente sul collo e sul seno, le cui perfette forme non erano punto alterate dal corsetto e dal lino che il ricoprivano, coll'uno de' bracci steso lungo la persona e l'altro raccolto al petto, essa rassembrava a quelle angeliche sembianze che sogliono talora apparire ne' sogni di un'anima che langue di pietà o d'amore. Ma questo pensieroso atteggiarsi di Rina fu per dolore che l'assalì del lungo distacco del padre? fu per consentimento all'agitata fantasia della madre? Ah no: esso palesava una commozione del cuore più potente e secreta. Quante volte da breve volgere di giorni mentre seduta sotto il vecchio castagno attendeva a femminile lavoro, le rose del suo viso avevano subitaneamente impallidito, l'ago s'era arrestato infitto a mezzo nella tela e i suoi neri occhi parlanti erano rimasti fisi a lungo e immotamente al suolo! Allora il suo spirito errava per le piagge del lago che gli alti monti chiudevano al suo sguardo, allora l'immaginativa le creava un castello ampio, sontuoso, fra tutti i di cui potenti abitatori però uno solo ella scorgevane, d'uno solo le pareva distinguere i passi e le parole. Le forme del giovinetto straniero le stavano incessantemente dinanzi, poichè nulla che fosse bello e soave al cuore poteva avere per lei altre sembianze che quelle di Gabriele, le quali avevanle infuso un sentimento d'inesplicabile voluttà tanto per lei più puro ed arcano, in quanto che sparita rapidamente la realtà dell'oggetto che ne era la causa, nella impressione che in lei durava s'era frammista una melanconia che le traeva l'anima soventi in quel vago misterioso della speranza, ove gli affetti della terra sembrano tramutarsi nelle perenni gioie del cielo.

Distolse Rina dall'intimo immaginare la voce di Orsola, che pervenuta alla capanna, dischiudendone la porta, esclamò: "Io m'ho il tristo presentimento, e Dio voglia che si smentisca, che la venuta qua su di quegli stranieri liberati da Falco ci debba essere cagione di qualche gran danno! Ben ti sovvieni che per essi loro la comare Imazza perdette l'unico figlio Grampo: chi sa quella maledetta vecchia quali stregamenti ha fatto per vendicarsene. Il sole che sorge la coglie forse presso le grotte della montagna intenta a fare sparire col suo bastone le orme lasciate dalle unghie dei demonii che si saranno raccolti questa notte intorno ad essa". Rina provò sommo spavento a tai detti, ed affrettossi ad entrare nell'abituro rammentando alla madre che nè l'una nò l'altra avevano ancora pronunciate le preghiere del mattino.

La barca di Falco correva intanto celeremente sulle onde. Stava desso ritto presso la prora, appoggiato al suo moschetto, mirando i suoi compagni pirati; due de' quali, che erano Trincone e Guazzo, remigavano, e quattro stavano seduti ai lati del battello, tenendosi ciascuno d'accanto il proprio archibugio. Questi, uomini tutti nerboruti e infaticabili, mostravano visi fieri colla pelle arsa dal sole e dalla polvere, vestivano casacche di lana di colore sanguigno serrate loro ai fianchi da larghe cinture di cuoio, da cui risortivano impugnature di coltelli e spuntoni; il loro capo era coperto da berrette brune pure di lana, lunghe, ricadenti sugli omeri, sulle quali riponevano talora larghi acuminati capelli che celavano ad essi metà del viso.

Il fresco soffio del Tivano agitava la nera capigliatura che in folte ciocche usciva a Falco dalla rete d'acciaio; sui suoi vigorosi lineamenti stava l'espressione d'una fiera compiacenza per vedersi con que' suoi fidi e valenti seguaci avviato ad assumere il comando di grossa formidabile nave da guerra e d'una squadra regolarmente ordinata alla milizia. I suoi pensieri non spiravano che combattimenti, gloria, vendetta: una pugna contro i Ducali era certa, l'angosciava solo il dubbio che si dovesse frapporre lungo indugio ancora a disporla. Di tal dubbio si fece a parlare calorosamente a que' suoi, e Negretto il Tornasco, il più giovane ed il più astuto che vi fosse tra loro, il quale aveva avuta soventi volte l'audacia di recarsi nei luoghi tenuti dai Ducali, e persino in Como, e d'ivi frammischiarsi con essi, lo accertò che impossibile si era si tardasse a lungo a dare una battaglia, poichè già da varii giorni i vassalli del Duca venivano incessantemente vessati onde fornissero tutto quanto era necessario ad assestare le barche da guerra ed a far gozzovigliare i soldati, il che ei sapeva per averlo udito e veduto nei sobborghi di Como, dove aveva dato mano a varii barcaiuoli ad appianare coi remi le cuciture ad un commissario delle gabelle che voleva asportare ad uno di loro la vela e gli attrezzi che teneva nel battello. A questi detti, che rallegrarono sommamente Falco, passò poco d'ora che s'aggiunsero tali novelle che sgombrarono ogni ombra di dubbio dal suo spirito.

Superata ch'ebbe la sua barca la punta di Bellaggio, ne apparve un'altra, che venendo dal ramo di Lecco prendeva la stessa loro direzione. Volsero tutti l'occhio a quella banda guardando acutamente per distinguere chi vi fosse dentro, e vi scorsero due rematori ed un uomo in arnese non rozzo colle piume cadenti sulla falda del cappello. Falco ordinò a' suoi s'accostassero a quella barca, dalla quale giunti che furono a portata di voce, venne gridato replicatamente: "Medici", cui essi risposero pronunciando lo stesso nome, e poscia la raggiunsero. Riconobbe Falco in essa un suo antico conoscente, Daniello Perego di Lenno, servo e soldato di Battista Medici, fratello del Castellano, che si stava con buona scorta d'uomini a Monguzzo: "Addio, Daniello, gli gridò tosto, ben tornato sul nostro lago; come sta il tuo padrone? e come vanno le faccende nel vostro castello?"

"Oh ti saluto, mio caro Falco e la tua bella compagnia (rispose l'altro che all'amichevole di lui parlare rinvenne dall'assalto di paura che il veloce accostarsi d'una barcata di simil gente gli aveva cagionato). Il signor Battista sta ottimamente, e le faccende di Monguzzo sono sempre andate benone sinora".

"È molto tempo che non vedete i camicioni rossi?"

"Sono già mesi che si stanno lontani dalle nostre muraglie più che gli scudi dalle mie scarselle; ma adesso suonano cattive campane, e pare che il diavolo ci voglia dare da travagliare. È per questo appunto che vado a Musso: le nostre spie sono tornate ieri da Como, ed hanno narrate grandi novelle, che il signor Battista mi manda con una lettera a partecipare al signor Castellano. Non saranno bagattelle, si parla di migliaia e migliaia d'uomini: ne sono venuti da tutte le parti; a Milano non c'è più un soldato, li hanno mandati tutti a Como per piombarci poscia addosso".

"Che vengano pure: qui si hanno buone braccia per sostenerli, disse Falco".--"E buone bocche per dar loro il ben venuto", gridarono i suoi pirati accennando gli archibugi.

"Vi dico, amici, proseguì il messaggiero di Monguzzo, che deve essere un macello per terra e per acqua come quello accaduto ai tempi del Matto. Che botte abbiamo menate allora! ed i nemici erano gente di Francia: sono ben certo che se ne verranno ora date di somiglianti, si troveranno a mal partito anche gli Spagnuoli, gli Alemanni e tutti in somma i Ducali, se pure non hanno la pelle più dura di quei Monseigneurs. Mi pare di vederlo il Matto co' suoi Pievesi quando lì, presso la sponda che abbiamo oltrepassata adesso di Bellano, assalì quattro navi zeppe di soldatoni grandi e grossi che rassembravano torri di ferro, e in meno d'un'ora non ne lasciò uno vivo. I pescatori di Rezzonico, di Dervio, di Menaggio e di tutte le terre d'intorno, accorsi al luogo del combattimento, avevano due giorni dopo tratte dall'acqua una cinquantina d'armature che, sebbene foracchiate e peste qua e là, furono vendute sino a quindici cavallotti l'una; e mi ricordo di più che molti di que' cavallotti li vinsi io a picchetto nell'osteria della Rocca Rusca".

Alle parole del messaggiero di Battista Medici l'aspetto di Falco apparve animato da un sorriso di feroce gioia; il suo spirito guazzava anticipatamente nella strage: "Ah sian rese grazie al cielo, esclamò; ci siamo una volta! Che tutti i cavallotti che hai truffati in tua vita, o mio caro Daniello, ti possano ritornare duplicati nelle tasche senza farti paventare la corda o la ruota, per la buona novella che mi hai data! Si farà finalmente ripassare il filo alle spade e si accenderanno le micie delle bombarde e dei moschetti. Vedi questa lama quant'è offuscata dal sangue e dalla ruggine? (trasse, così dicendo, ed alzò l'uno de' due pugnali che portava infissi nella cintura) Non ti pare che si mostri in grande necessità d'essere arrotata e ripulita? Pure è gran tempo che attendo l'istante di porla alla cote: ora finalmente il giorno è venuto, e voglio farla divenire più tersa e lucente dell'acciaio d'una lorica da parata. Ma dimmi un po', le porte del vostro Castello di Monguzzo sono massiccie e ben foderate? Polvere e ferro ne avete quanto basta per non patire nella disputa coi nemici lo scorno d'essere i primi a tacere?"

"Anche a noi piacciono i buoni bocconi e le belle massaie, disse Passamonte altro de' compagni di Falco; ma ora ci conviene cangiare il fumo delle vivande con quello delle artiglierie, e gli abbracciamenti dell'amorosa con quelli delle mani di ferro dei nostri nemici".

Così ragionando e remigando insieme giunsero le due barche in vista di Musso. Daniello, che da gran tempo non era quivi stato, "Oh ohe! gridò, guarda, guarda il porto del Castello! che rumore, che chiasso si fa colà su! Ih che selva d'alberi e d'antenne! quante navi si stanno di fuori! le scorribiesse, i battelli e le piatte non si ponno contare: s'io non m'inganno, quel legno più alto ed ampio d'ogni altro, tutto ben dipinto ed adorno, è il Brigantino del signor Castellano?"

"Sì è desso, rispose Falco, e giuocherà tra poco colle barche Comasche a chi s'abbia più dure le costole".

Pervenuti alle muraglie del molo, vennero dalle barche armate in guardia riconosciuti, e quindi lasciati entrare nel Porto, ove procedendo lentamente frammezzo ai numerosissimi navilii, toccata la sponda, balzarono a terra, e s'avviarono alla volta del portone del Castello.

Chi può narrare quanto fosse colà il trambusto, il subbuglio, l'affollamento dei rematori, dei soldati, degli artieri, l'ire il redire sulla strada, ne' moli, dentro e fuori della fortezza, il gridare, lo spingersi, il richiamarsi? Ad ogni istante giungevano nuove barche, e se ne vedevano venire da tutti i punti: si scorgevano per tutto gruppi di soldati ed operai affaccendati in mille guise. Varii di essi con curli e puntelli facevano rotolare verso la sponda grossi cannoni e falconetti di ferro e di bronzo, che altri calavano a stento con corde e cinghie dai gradini del porto e collocavano sopra zattere, appositamente costrutte, che li recavano alle navi, verso cui dirigevansi pure altre picciole barche cariche in parte di sartiame ed altri attrezzi navali, e in parte di barili di polvere, e cassoni di palle, e ferramenti che una mano d'uomini che discendevano dai magazzini della Fortezza portavano a spalle e deponevano alla riva. Tra le grosse navi la sola che stavasi in mezzo al Porto si era il Brigantino, le altre sette, che s'avevano sembianza di vascelli del mare, erano state condotte al di fuori onde non ne stipassero colla loro mole l'interno, impedendo il libero transitare delle navicelle che recavano ad esse gli oggetti d'armamento. Tutte portavano un grand'albero per le vele, s'avevano banchi laterali per i rematori, erano munite di áncora, e sebbene racchiudessero un ponte solo per le artiglierie, portavano otto cannoni da quaranta libbre di palla, che gl'imperfetti metodi delle fusioni di que' tempi, rendevano di peso maggiore di quelli che attualmente hanno un calibro da sessanta.

Ognuna di queste navi aveva allora in faccende tutta la propria ciurma per il caricamento: una parte di questa cogli argani e le gomene era occupata a tirarsi dentro armi, casse, munizioni, levandole dalle zattere e dai battelli che mano mano venivano inviati dal Porto; altri affaticavano a riporle nelle batterie, sui carretti e calarle nella sentina, e i più destri finalmente arrampicati sull'albero e per le antenne, rannodavano le corde, le faceano scorrere per le puleggie, ravvolgevano le vele e disponevano in somma tutto quanto indispensabile riesce al governo spedito e sicuro d'un pesante navilio.

Venivano pure collocate bombarde e colubrine sulle Borbote e sulle Piatte, che erano barche di mezzana dimensione, ma assai basse e quasi a fior d'onda: le scorribiesse, le lancie, i navicelli non importavano lavoro di sorta, poichè non erano destinati che a contenere drappelli di schioppettieri, e di un corpo d'armati creato dal Medici, terribile specialmente nelle guerre sui legni, che si era di guastatori ed incendiarii.

Dentro la Fortezza non era chiasso minore del Porto: siccome Dongo, e principalmente Musso, erano ingombre delle truppe del Castellano già tutte chiamate e raccolte dai contadi, dai borghi, dalle rocche ove si stavano alla spezzata, accresciute da bande paesane, in ispecie Pievesi, uomini intrepidi, ed amici del Medici, i capitani, i capi-bandiere, e tutti i condottieri insomma di quelle truppe s'erano recati nel Castello chi per comando di Gian Giacomo, chi per proprie bisogna, e non pochi per curiosità e passatempo. Tutti questi andando su giù per le scale, passando dall'una all'altra Rocca, e spargendosi pei baluardi, pei terrapieni, gridavano, schiamazzavano con infinito rumore. Di essi pochi vestivano l'intera armatura, il maggior numero s'aveva corazza, o giacco di maglia, col resto dell'abito di saio o panno: vedevansi elmi piumati, cappelli a larghe falde, e berretti di cento foggie: colori e forme d'abbigliamenti e d'armi se ne scorgevano d'ogni specie per la molta varietà delle bande di che constava l'armata del possente Castellano.

Quando Falco s'avanzò co' suoi sei compagni verso la gran porta del Castello, gli uomini d'armi che vi stavano a guardia si schierarono al primo vederli ponendosi in atto di vietar loro il passaggio; gente armata d'ogni aspetto ne passava per di là a tutti gl'istanti, ma una mano d'uomini in sì fiera sembianza da masnadieri non se n'era loro giammai offerta. Falco, ponendo il piede sotto la vôlta del portone, s'accorse tosto che il farsigli incontro delle guardie colle alabarde abbassate, e il loro guardare minaccioso era causato dall'inusitata presenza de' suoi; ei s'arrestò senza arretrare però d'un passo, e con un sorriso di sprezzo "Che! esclamò, vi facciamo noi paura? noi poveri montanari vestiti di lana a voi soldati coperti di ferro? Ma paura o no, vi dico che saprei e potrei condurre questi miei camerata sino alla presenza del signor Castellano, il quale son certo non ci farebbe occhio sì torvo come ci fate voi. Però, onde abbiate a rimanervi qui più tranquilli, mi vi recherò da solo, riserbandomi a condurre questi nel Forte, allorchè v'avranno in altro modo persuasi che molti fra quelli che vi entrano liberamente non sono migliori di loro".

Si volse quindi a' suoi che, fermatisi in semicerchio dietro a lui cogli archibugi calati a mezza persona, mostravano nel volto e nell'atteggiamento la capacità e la pronta disposizione ad eseguirne ogni cenno per qualsiasi arrischiato colpo, e guardatili colla fiducia d'un'antica intelligenza: "Andate, disse con fermo accento, ma orecchio alla chiamata; e non perdete la mia barca di vista".

Parve che que' sei sparissero, tanto fu la prontezza con cui, obbedendo a quegli che tenevano per loro capo, s'allontanarono di là, frammischiandosi alla folla di gente che ingombrava il porto. Le guardie rimasero attonite a tal fatto, e deposte le alabarde diedero facoltà a Falco di entrare nella Fortezza, il che egli fece raggiungendo Daniello Perego che l'aveva frattanto preceduto. Pervenuti al Forte di Gian Giacomo, il messaggiero di Battista Medici dovette spiegare al Capitano che ne guardava l'ingresso chi fosse ed a che venisse, e quindi fu diretto alle stanze del Castellano; e Falco, riconosciuto e salutato qual Comandante, venne condotto, come n'espresse il desiderio, ove trovavasi Gabriele, che era nella sala d'armi del Forte dove stavano raccolti quasi tutti i capitani.

Il giovinetto Medici, scorto che s'ebbe appena il suo liberatore, il guerriero montanaro di Nesso, gelò tutto, indi arrossì per un palpito secreto di contento: gli corse incontro e l'abbracciò con tal atto affettuoso e riservato ad un tempo, che appalesava un sentimento d'amore e di rispetto maggiore assai di quello inspirato dalla semplice confidenziale amicizia che esistere poteva tra loro. "Quando è utile o desiderata la tua presenza, gli disse, si è certi allora che tu giungi, o mio Falco; qui pensavamo con premura a te, perchè se più tardavi eri il solo dei Comandanti di nave che fosse mancato alla pubblicazione degli ordini che tra poco sarà fatta da Gian Giacomo per una generale fazione".

"I preparativi che avrai veduto farsi, disse il Mandello accostandosi con varii altri al soppraggiunto Falco, i molti uomini in cui ti sarai scontrato, ti avranno fatto accorto che attendiamo in queste acque una visita dei Ducali; ma che dico? tu devi saperne le novelle più fresche di noi perchè vieni di giù verso Como?" "Io le so recentissime in fatti (rispose Falco, e tutti l'accerchiarono bramosi in parte di mirare d'appresso quel celebrato pirata, e in parte d'udire ciò che avesse di nuovo a narrare), ma le ascolterete tra poco anche voi tutti più estesamente che da me, perchè sono pervenute nella Fortezza con lettere che ora si stanno nelle mani del signor Castellano".

"Dimmi Falco, gli chiese con istanza Gabriele, tramutata in fierezza la dolce espressione del viso, sai tu se Alessandro Gonzaga sarà il condottiero dei nostri nemici? Una vittoria ov'ei non vi fosse mi sarebbe dolorosa al pari d'una sconfitta".

"Il loro ammiraglio sarà il signor Gonzaga senza alcun dubbio, rispose Falco, poichè nessun altro capitano hanno i Ducali che valga più di lui a sostenerne l'impegno".

"È vero, entrò dicendo Lodovico Bologna, che debbono essere in sì gran numero, che per ciascuno di noi vi saranno dieci di loro?"

"Eh te le danno a credere grosse, si fece a rispondergli Domenico Matto: quanti vuoi tu che siano, se non hanno che da sedici a dieciotto navi da poter salire? A piedi per il lago non crederai che ci possano venire; per i monti non v'è passaggio: dunque se fosse giunto a Como anche l'esercito del Soldano, potrebbe starsene là a scalcinare le pietre del Baradello, poichè più di due migliaia di loro, a dirne assai, non ponno oltrepassare Bellaggio".

"Così avvenisse, parlò Falco, che non solo l'armata di Como, ma tutti quanti sono i nemici avessero facoltà di salire sulla flotta, che almeno distruggendola compiutamente non vedremmo più alcuno di quella razza scellerata a comparire su queste sponde; ma credo che molti di loro, invece di attenderci sulle acque, se ne andranno a molestare quei che si stanno a Monguzzo ed a Lecco".

"Evviva loro! lascia, mio bravo guerillero, che ci vadano pure, gridò Alvarez Carazon prendendo gioiosamente la mano di Falco. A Monguzzo c'è Battista, buon soldato, sai tu, e furbo, che se ne ride del Moro di Marocco; a Lecco me ne andrò io, e voglio vuotare tanti bicchieri quante teste vedrò fracassarsi contro le barricate del ponte d'Adda: quando ci ha da... (ed alzò il braccio con stretto il pugno e il pollice teso accennando alla bocca) un Catalano porta sempre con se buona fortuna. Io sono stato anni sono in un paese di là del gran mare che c'è dalle nostre parti, in un paese strano, vi dico, dove l'oro è sparso a bizeffe, ma dove non si trova una goccia di vino. Oh se vedeste che razza di gente, che qualità di serpenti e d'animali si trovano colà! Gli uomini e le donne vanno nudi, e non hanno che una fascia di penne intorno ai lombi ed un'altra in giro sul capo; sono cani ostinati che non vogliono saperne nè della croce nè di san Giacomo di Compostella, per cui noi quanti ne potevamo incontrare, tanti ne ammazzavamo per ridurli alla fede. Ora voglio contarvi un caso singolare che mi è accaduto in quel paese, per farvi conoscere come un fiaschetto di Malaga portato per accidente dal vascello abbia salva la vita a me ed a dieci altri Spagnuoli. Entro un foltissimo bosco sulla riva d'un lago che chiamano... aspettate... chiamano di Mexico..."

"Il tamburo, il tamburo, gridò il Mandello, uditelo, annunzia la venuta del signor Castellano: ei s'arreca in questa sala per darci gli ordini suoi e parteciparci le notizie venute da Como". Dolse ad alcuni di que' Capitani più amici delle venture del vino che di quelle delle armi, che la narrazione del Catalano venisse tronca, e più a lui stesso, che era di natura cicalone, massime ragionando di fatti che lo risguardavano, ma piacque al maggior numero che a quelle inutili ciarle preferivano il conoscere quali fossero per essere le disposizioni che si darebbero dal Medici loro capo e signore, sulla cui perizia delle cose guerresche s'avevano somma fidanza, e tanto più nelle circostanze difficili, nelle quali estimavano che la di lui sagacità s'addoppiasse a pro comune, avendo l'interesse proprio a quello di ciascuno di loro strettamente collegato.

Annunziato dai tamburi delle squadre del Forte, e preceduto dal Borserio e dal Sarbelloni, entrò il Castellano in quella sala avendo al suo fianco il confidente Pellicione, il fratello Agosto ed il conte Volfango d'Altemps. Tutti i Capitani si raccolsero in cerchio intorno a lui rimanendo nel più perfetto silenzio. Gian Giacomo, posata la sinistra mano sull'elsa della spada, curvato l'altro braccio sul fianco, tenendo ritta la persona ed alta la testa, col viso animato da straordinaria energia e intrepidezza: "Miei Capitani, disse con voce forte e gioiosa, vi do il grato annunzio che il secondo giorno che sorgerà sarà il dì della tanto aspettata battaglia. Tutti i movimenti che si faranno dai nostri nemici mi sono già perfettamente noti, e i più recenti avvisi non mi lasciano ormai alcun dubbio anche sulle più minute particolarità del piano di battaglia che verrà seguito dai Capitani Ducali. Il palesare a voi ch'essi spiegheranno tutte le loro possibili forze per vigorosamente assalirci, non è che dimostrarvi in qual alto conto ci tengono. Nostro impegno però sarà il provare ad essi che si sono ingannati, credendoci soltanto possenti e gagliardi: debbono venire da noi costretti a stimarci a fronte loro invincibili. Tutte le nostre navi sono allestite, i soldati pronti, e le bande delle nostre terre più discoste, già pervenute a Musso e poste in armi, non attendono che l'istante del combattere. Fuorchè cinque di voi che ho destinati a fazioni di terra, e tu, fratello Agosto, che col conte d'Altemps ti rimarrai a comando ed a guardia di questo Castello, gli altri tutti mi seguiranno ad incontrare il nemico sul lago. Do frattanto ordine espresso che nessuno de' miei comandanti possa uscire dalla fortezza se non dietro mio cenno o del mio luogotenente (ed additò il Pelliccione), cui ho dato l'incarico d'indicare a ciascuno di voi la nave e gli uomini che gli vengono assegnati a condotta, il posto che gli converrà tenere ed i segnali cui dovrà ubbidire nella battaglia. Tu, Alvarez, partirai quest'oggi stesso per Lecco, conducendo colà bombarde e munizioni che ho già fatte disporre sulla nave di Pirro Rumo; quivi il capitano Amadeo ti cederà il comando del Castello e del ponte, che tu difenderai da tuo pari; siccome il presidio di là giù è assai numeroso, farai salire trenta uomini sulla nave di Pirro, che, retrocedendo ben tosto, raggiungerà con essi la flotta. Tu, Luca Porino, ritornerai questa notte a Corenno, e di là ti recherai con metà di tua schiera a munire il passo d'Olgiasca, e manderai il Gatto col rimanente delle barche a Varenna, ove gli ordinerai di fare trascinare le artiglierie sugli scogli, appuntarle verso il lago ed adoperarle coll'usata bravura a tempo opportuno. Pietro Polto si recherà con cinquanta Pievesi nel Castello a Gravedona, e Lodovico Bologna a Rezzonico: là troverete armi e provvigioni; custodite diligentemente il passaggio. Alla tua brigata di cacciatori, o Mattia Rizzo, cui non piace lo starsi sull'acqua, ho prefissa un'incombenza degna di te e di loro. Andrete sull'alto dei monti ad attendere al varco non faggiani o camosci, ma orsi fieri e rabbiosi, cui son convinto non cederete il dominio della montagna; quando starai per partire ti darò il comando d'un buon drappello di uomini d'armi e di guastatori che ti gioveranno all'impresa. Quanto volentieri, o Falco, darei a lui per compagno anche tu stesso, poichè so qual terrore incutano ai Grigioni le stelle lucenti del tuo berretto: ma non vo' privare la flotta d'un comandante par tuo; tu devi nella battaglia rimanerti colla nave a fianco di quella del mio Gabriele, e la Salvatrice, guidata da te, non può smentire il suo nome".

Qui fece un istante di pausa, e tosto nacque un generale bisbiglio a comento de' suoi detti, ma dato un segno colla mano e ricomposti tutti a silenzio, riprese: "S'io presentemente dubitassi della vittoria avendo voi per capitani, e per soldati uomini sì fidi ed esperimentati quanto lo sono i nostri, farei il più manifesto torto al coraggio ed allo splendido valore di tutti. La serie delle nostre battaglie fu una catena di trionfi: questa, che sarà forse la più grande d'ogni altra, dee coronarci della massima gloria, per cui può essere accertato l'assoluto decadimento de' nostri nemici, l'ingrandimento della potenza di Musso sul lago, e l'obbedienza dell'orgogliosa Como alle nostre bandiere".

In così parlando sfavillava di fuoco guerriero al Medici lo sguardo, e pari ardore agitando i suoi Capitani, ad una voce applaudirono a' suoi detti, gridando: "Viva Musso, viva Medici; morte ai Ducali", e tali viva vennero ripetute sin che Gian Giacomo, uscito dalla sala d'armi, non si fu condotto di nuovo nelle sue stanze; dopo di che que' guerrieri, abbracciandosi per contentezza tra loro e ripromettendosi ogni buona ventura, si dispersero per il Forte, ove a tutto quanto poteva ad essi abbisognare in cibi, bevande ed alloggiamenti era stato per cura del Castellano abbondevolmente provveduto.

Di qual modo il Medici possedesse una compiuta conoscenza del piano di guerra adottato dai Ducali, agevolissimo si è lo scoprirlo ove si ponga mente al molto numero delle persone che ne dovettero essere poste a parte. Le spie che Gian Giacomo manteneva in Como, oltre i partitanti suoi che si stavano colà, avevano avuto cento mezzi d'essere esattamente istruiti di quanto si tramava, e di trasmetterne quindi a lui le più minute relazioni. Anche Battista mandava da Monguzzo a Como i suoi esploratori, e da questi appunto avendo ricevuta la notizia del giorno stabilito per l'uscita della flotta Comasca nel dì stesso che fu dai Commissarii Ducali prefisso, spedì immediatamente il servo Daniello Perego qual messo, colle lettere per avvertirne il fratello. Non distraendo che pochissime forze, Gian Giacomo distribuendo nel modo da lui accennato i suoi Capitani, provvide alla sicura difesa dei punti principali de' suoi dominii sulle due sponde del lago. La più considerevole di tutte per la qualità ed il numero degli uomini era la spedizione ordinata a Mattia Rizzo donghese, spedizione importantissima, perchè doveva impedire alle truppe della Lega Grisa d'occupare le sommità dei monti, e di discendere quindi verso Musso o verso il Castello. A norma dei comandi di Gian Giacomo, Rizzo dovea condursi sulle alture della soprastante montagna, appiattare la squadra d'uomini d'armi e di guastatori presso il luogo ove vedrebbe avviarsi dall'opposta valle i nemici, e distribuiti pei dirupi circonvicini i suoi cacciatori, pratici da lungo tempo di quelle ertezze, attendere il giusto momento in cui gli Svizzeri si trovassero maggiormente imbarazzati e stanchi dell'aversi tirate là su a sommo stento le artiglierie, piombare loro addosso, e ricacciarneli in fondo. Viveva certo il Castellano, che condotte le cose in tal maniera, la sorpresa, la lassezza del nemico, le naturali difficoltà dei luoghi avrebbero assicurato l'evento. Nella pugna navale s'aveva pure grande speranza di vittoria, perchè fatto calcolo di tutti i suoi mezzi, gli risultavano superiori a quelli dei nemici: Lecco e Monguzzo stavano nelle mani di Capitani avveduti ed impavidi; quindi non dubitava quasi che il complesso delle cose non fosse per essere a lui favorevole: per ciò quantunque la necessità di provvedere a mille bisogna, d'ordinare, far disporre, dirigere, esaminare le opere eseguite il tenesse in continua agitazione e fatica, pure la mente sua mostravasi nè abbattuta nè depressa nè agitata, che anzi ilare ed in lieto aspetto presentavasi a' suoi capitani e soldati, gli uni e gli altri intrattenendo, più che non fosse da pria assueto, con giocondi motti e famigliari richieste.

Quel giorno medesimo partì dal Castello, come venne ordinato, sulla nave di Pirro Rumo, il capitano Alvarez per alla volta di Lecco: al principiare della notte partirono pure i capitani Porino, Polto e Bologna, ed in ora più avanzata Mattia Rizzo co' suoi cacciatori ed i soldati. Verso il mezzodì del giorno seguente tutti i lavori d'attrezzo e di carico intorno alla flotta erano compiutamente finiti, ed ogni armamento messo in perfetto sesto, onde i capitani, i soldati ed i rematori non si diedero altro pensiero pel rimanente della giornata che di nutrirsi e starsi in riposo.

Gabriele, dopo avere passato il giorno intero insieme agli altri Capitani, sul far della sera ridottosi da solo con Falco, gli disse che pria di recarsi a giacere quell'ultima notte innanzi la battaglia, voleva andare a prendere congedo da una persona che stava nel Forte, per cui s'aveva molto affetto e stima, e questa si era il suo maestro, Messere Lucio Tanaglia, di cui aveva esso pure conoscenza. Falco disse che si rammentava assai bene del signor Cancelliere che non aveva sdegnato di prendere asilo nella sua capanna, che si maravigliava anzi di non averlo ancora incontrato nel Castello, e che lo avrebbe volentieri accompagnato da lui onde dargli esso pure un cordiale saluto.

Il povero Maestro Tanaglia, dopo la fatale catastrofe da noi narrata, in cui s'aveva avuta involontariamente una tanta parte, preso con frequenza da tremiti, febbri e convulsioni, non era presso che mai uscito dalla sua cameretta contigua alla cancelleria del Castello, se non per recarsi in questa a stendere le ordinanze di Gian Giacomo, ciò che però gli costava grandi sudori, poichè dopo un tiro di quella sorte, come diceva desso, aveva perduta interamente la testa.

Entrati in un corritoio ed ascesa una picciola scala, Gabriele e Falco giunsero all'uscio ben chiuso del Cancelliere, ove il primo battendo moderatamente, per risparmiare inevitabili domande disse tosto con chiara voce: "Aprite, Maestro, che sono Gabriele, venuto a darvi la buona notte". Dopo pochi istanti si fece sentire uno strascico di pianelle, e s'udì levare la spranga e dischiudere il chiavistello, indi apertasi lentamente la porta, apparve Messere Tanaglia tenendo una lucerna nella sinistra mano, facendo della destra scudo al lume verso di sè e riverbero sugli entranti: "Siete voi Gabriele?" pronunciò con una voce stentaticcia, sporgendo la testa verso di lui per meglio riconoscerlo, ma la ritrasse tosto indietreggiando due o tre passi, esclamando spaventato: "Ohimè! chi è là! cosa volete! sono ammalato! andate via". E la causa di tale suo terrore fu la vista di Falco ch'ei punto non riconobbe. Così avviene talora ad un timido cittadino, che posando per avventura in albergo da villaggio ode raschiare alla mal ferma porticella della stanza assegnatagli, ed ei s'affretta ad aprire credendo sia un figliuoletto dell'oste o il domestico gatto aspettatore dei minuzzoli della cena, ma vede all'incontro affacciarglisi un gran mastino con occhi rossi, con collare a punte di ferro che entra snodando la lunga coda leonina.

"Ma che! disse Gabriele, voi v'intimorite? non conoscete dunque Falco, il nostro amico, il nostro liberatore?" "Sì, son io, signor Cancelliere, che vengo pel desiderio di dargli un saluto in memoria di quella notte passata nel mio abituro, e vederlo anco una volta prima di domani, in cui tante conoscenze verranno troncate". "Ah! siete voi quel... quel brav'uomo di Nesso, vi ringrazio, vi ringrazio: entrate pure, sedetevi là: perdonatemi se non v'ho ravvisato alla prima, è colpa del lume che suole alterare le fisonomie". Entrarono Falco e Gabriele, e messere Tanaglia, serrata di nuovo diligentemente la porta, posò la lucerna sullo sporto d'un leggío che sosteneva un gran libro in pergamena tutto dipinto a stemmi e simboli araldici, indi si assise nel seggiolone che vi stava dappresso, fattisi sedere a rincontro i due venuti a visitarlo.

Lo scarmo viso fatto più pallido dal poc'anzi concepito spavento, la barbetta ed i capegli incolti, una zimaraccia nera che, sdruscita e rattoppata in più luoghi, sembrava scritta d'arabiche cifre, davano a Maestro Lucio il vero aspetto d'un negromante, e pareva che non gli mancasse che la magica bacchetta con cui toccando quel gran libro che gli stava allato far nascere incanti e prodigii. E ben può dirsi che a Falco passassero somiglianti idee pel capo, poichè appena si fu colà seduto, girati gli occhi a quel volume, intorbidossi in volto, e li ritraendo quasi con orrore, avrebbe forse cercato d'uscire tosto di là, se mirando Gabriele, dalle belle e soavi sembianze di questo giovinetto atteggiate ad una placida calma, ed all'espressione di un sentimento affatto opposto al terrore, non gli fosse stato all'istante dissipato dallo spirito, troppo agevolmente suscettivo di strani e pregiudicati pensieri, ogni sospetto di stregoneria. Maestro Lucio, ben lungi dall'immaginare quali cose intorno a lui si volgessero nella fantasia di Falco: "Dunque domani, pronunciò con voce un po' tremola ma pacata, è proprio vero che vi deve essere battaglia? Già me lo avevano fatto supporre le lettere di richiamo ordinatemi giorni sono dal signor Castellano ai condottieri di truppe delle vallate, e l'affaccendamento in cui vedeva dal mio finestruolo tutta la gente del Castello e del Porto. Chi sa quanti poveri meschini vi lasceranno la pelle! però non dico che non s'abbia a fare, anzi è una cosa necessaria, necessariissima: fate assai bene a darla ad intendere a quei prepotenti di Ducali: così Dio volesse, che li costringeste una volta a starsene in pace". "No, no, non vogliamo pace, l'interruppe Falco, sinchè uno solo di loro rimane sulle sponde di questo lago".

"O certo, certo, ripigliò messer Tanaglia, diceva per dire..."

"State pur lieto, Maestro, l'interruppe Gabriele, perchè passato domani non udirete sicuramente per lungo tempo altri spari d'artiglierie che quelli che si faranno per allegrezza o per festeggiamento".

"Così desidero appunto che avvenga, rispose il Cancelliere, perchè in tal modo non ci occorrerà più di far mettere a pericolo la vita dei nostri amici, o Falco, per venire a trarci dalle unghie di quei birbi che ci avevano proprio aggrappati come leprotti da mettere allo spiedo. Mi ricordo ve' di quella notte così fatta. Che burrasca! e quel dirupo per cui mi faceste salire? Oh! se non era la vostra brava figliuola a farmi un po' di lume, per me era spedita: ma, a proposito, come sta quella bella fanciulla? e sua madre è ella ancora sì spedita e rubiconda?"

Una scintilla che tocca ed incende non produce sì grande e rapido effetto, come tale inchiesta al cuore di Gabriele: un indomabile commovimento lo scosse, sudò tutto e si coprì di rossore, poichè sembravagli che il Cancelliere gli avesse letto nell'anima, giacchè aveva pronunciate le parole che egli ardeva di proferire e che pure non aveva osato mai di fare. Cogli sguardi scintillanti di desiderio, le labbra semichiuse per l'intensa attenzione, raccolse la risposta troppo breve di Falco che disse: "Lasciai Rina e sua madre oggi a mattino sane e vigorose, e tali spero ritrovarle al mio ritorno alla rupe".

A queste succinte parole, ma che pure contenevano il nome di lei pronunciato dal padre, parve a Gabriele rivederla, accostarlesi, e sentì un prezioso soddisfacimento al cuore, per cui rimase assorto nelle più care e deliziose idee. Falco si restò muto anch'egli e pensoso, ma per assai differente cagione, e volendosi distrarre dalle angosciose riflessioni che lo assalirono, s'alzò per chiedere commiato al Cancelliere.

Levossi da sedere questi pure, e Gabriele già da tanti sentimenti intenerito, pria d'uscire, abbracciollo con affetto figliale, dandogli con voce quasi rotta dal pianto l'addio. "Addio, rispose non senza una sincera commozione Maestro Tanaglia, addio, mio caro figliuolo: che Sant'Ambrogio vi protegga nel giorno di domani: ricordatevi di non esporvi troppo; abbiate giudizio; tornate sano e salvo dal vostro maestro, che se il cielo gli dà vita e quiete ha ancora molte e molte cose da insegnarvi, che sin ora per le altre vostre faccende si sono dovute mettere da parte. Addio voi pure, mio Falco (e si strinsero amichevolmente la mano), abbiate cura di questo giovane; non lasciatelo precipitare, e se me lo ricondurrete bello e robusto come ora si trova, vi formerò e vi regalerò lo stemma di vostra famiglia". Falco pronunciò un maschio addio, e presosi per mano Gabriele, il guardò con una fiera sicurezza che tutto esprimeva l'interesse e la premura che prometteva a quello, alunno del Cancelliere, e fratello del suo Signore. Uscirono così entrambi dalla cameretta di Maestro Tanaglia, che udirono rinchiudere tostamente, e pei porticati ed il cortile del Forte, già fatto silenzioso ed oscuro, pervennero alle loro stanze di riposo.

CAPITOLO OTTAVO.

Cadon le schiere d'ogni orgoglio emunte, Difese invan dall'orrida mitraglia E dal filo dei brandi e dalle punte. Che in mezzo ad esse rapido si scaglia E tronca e fora e penetra e calpesta Sin che l'ultime file apre e sbaraglia; Poi sotto la vulcanica tempesta Assal col brando nella destra eretto De' grossi bronzi la trincera infesta. GIANNI. La Battaglia di Marengo.

Fittissime regnavano le tenebre, chè prossima non era ancora la luce mattinale di quel dì ventun agosto 1531, allorchè una fiaccola brillò all'improvviso sull'alto della torre del Forte; subito dopo l'apparizione di tal lume partì un colpo di bombarda dalle batterie delle Case del Marasciallo poste a piè del Castello. Un suonare rapidissimo di tamburi eccheggiò dietro questo segnale, ed il rumoreggiare di que' ripercossi strumenti di guerra si diffuse in pochi istanti dal Forte alle Rocche, da queste al Porto e dal Porto alle strade della vicina Musso e di Dongo. Cento e cento lumi si accesero e si sparsero ben tosto per tutta la Fortezza, lungo il lido, e sulle navi, poichè nessun uomo fu tardo ad allestirsi e porsi in armi al battere di quella diana. Tutti i Capitani, precedentemente istruiti di quanto avessero ad operare, uscirono dal Castello e si posero ciascuno a capo della squadra per condurla al Porto mano mano che veniva sgombrato, e farla salire sulle navi o grosse o minori secondo che ne avea ricevuto il comando.

Il Pellicione ed il Borserio con varii capi-bandiera e sergenti, postisi innanzi a tutti presso le sponde, sopraintendevano allo ordinato imbarcarsi de' soldati ed alla regolare distribuzione di essi sopra la flotta. Due grandi fuochi accesi sulle opposte estremità dei moli spandendo un chiarore rosseggiante, rischiaravano tutto il Porto, le acque ed i legni ivi adunati, e davano comodità alle schiere di salire dalla ripa ai battelli, da questi agli elevati bordi delle navi, senza che nascessero confusioni, abbagli o sventure.

Falco trovò vicini al Porto i suoi sei compagni e seco li condusse sulla Salvatrice, su cui montò pure una banda eletta di cinquanta uomini d'armi che Gabriele pose sotto il suo comando, pria di ascendere colla propria brigata la nave l'Indomabile che sorgeva accanto alla Salvatrice.

A capo dell'ultima schiera che uscì dal Castello apparve fra mezzo a numerose ardenti fiaccole Gian Giacomo, coperto d'intera armatura, coll'elmo lucentissimo sormontato da bianche penne. A fianco a lui stava il vicario del Castello, Teodoro Schlegel, abate di Dares, in auree vesti sacerdotali, preceduto da varii camilletti in bianche stole, l'uno de' quali recava un crocifisso d'argento, ed un altro la sacra martinella da sospendersi all'albero del brigantino: davanti ad essi procedeva un gonfaloniero armato che portava il gran vessillo mediceo coll'asta dorata. Il brigantino era stato, per quanto il concedeva il basso fondo delle acque del porto, accostato al molo, ove la ciurma aveva gettato un ponte mobile onde renderne comodo l'accesso, togliendo la necessità di salirvi dai fianchi; entrarono da tal ponte nella nave il Castellano, il Vicario coi chierici, il Pellicione e gli altri capitani che seguivano Gian Giacomo, e finalmente il gonfaloniero con tutti i soldati. Quando il supremo comandante trovossi a bordo del brigantino, i rematori levarono il ponte che l'univa al molo, e cautamente sospingendolo, lo mossero e uscirono dal porto.

Il Borserio, che, montato sul Busto di ferro, aveva il comando dell'antiguardo della flotta, veduto il brigantino movere al largo sventolando il vessillo alla sommità dell'albero, diè il segnale della partenza, e tutti i legni sì grandi che piccioli che componevano la flotta di Musso, spiegate le vele e dati i remi alle acque, salparono di conserva con infinito mormorío delle onde percosse e rotte da tante prore.

Le aure notturne spirando da settentrione favorivano il veleggiare verso mezzodì della classe medicea, per cui al primo diradarsi dell'oscurità essa era di già pervenuta all'altura di Rezzonico, e quando il sole, spuntando dietro i monti di Lecco, vibrò i suoi primi raggi sui liquidi piani del Lario, illuminò quella flotta, che, passate le acque di Sasso-Rancio, progrediva a gonfie vele ver' quelle di Menaggio. Giunta a poca distanza da questo borgo, un susurro improvviso si diffuse su tutte le navi, e ad un segnale dato dal brigantino, ripetuto dal Busto di ferro, si rattennero i remi, si ravvolsero le vele, e tutto il navilio mussiano arrestossi disposto in lunga fila siccome aveva viaggiato.

Era apparsa la flotta ducale, che, sprolungandosi tra Bellaggio e la Cadenabbia, s'avanzava lentamente a forza di remi, avendo l'aria di fronte. Distavano a quel primo vedersi l'una dall'altra le due flotte nemiche un miglio e mezzo all'incirca. Gian Giacomo Medici fece soprastare le sue navi un buon quarto d'ora, attendendo l'accostarsi dei legni ducali, ma sembrandogli che punto non s'inoltrassero, tant'era la tardità con cui procedevano, trovandosi esse sotto-vento, diede ordine a' suoi d'avanzarsi, ma a soli remi e senza foga. Quando però ebbe viste le navi comasche essere giunte presso il capo del promontorio di Bellaggio, fece dall'albero del brigantino porgere di nuovo il segno della fermata, ed altrettanto venne comandato ai ducali dal Gonzaga, che saliva la nave ammiraglia. Dopo questo secondo movimento le flotte si trovarono discoste un giusto tiro di cannone, ma per alcun tempo nessuna di esse volle incominciare l'attacco. Spiegato era il mattino, il sole ora splendeva in piena luce, ora appariva leggiermente velato dalle nebbie che posavano sulla sommità degli erti monti: azzurrine, ondeggiate stendevansi le acque che si frangevano mormoranti contro i numerosi legni che sostenevano. Le due armate, collocate paralellamente l'una all'altra di fronte, si guatavano immobili e silenziose in aspettativa ciascuna che l'altra desse principio al combattimento.

Le otto grosse navi medicee stavano d'un bel tratto distanti fra loro, poichè negli intervalli erano frapposte le borbote e le piatte, alcune però delle quali tenevansi in una seconda fila formata dalle scorribiesse e dai battelli. Il purpureo vessillo colle palle d'oro che sventolava sull'albero del brigantino, il quale sorgeva torreggiante in mezzo alle altre navi, avrebbe sufficientemente indicato che desso portava quegli che capitanava la flotta, se Gian Giacomo stesso, che tanto il suo quanto il nemico esercito riconoscevano alla splendidezza dell'armi ed alle candide piume del cimiero, non si fosse tenuto costantemente colla spada impugnata sull'alto della prora; intorno a lui si stavano i suoi principali capitani, ed una fitta schiera d'eletti soldati guarniva i bordi di quella nave, nel centro della quale vedevasi eretto l'altare, che, essendo su un palco elevato d'alquanti gradini, era veduto da lungi in uno col sacerdote che, prostrato innanzi ad esso, adorava l'argentea croce, a cui gli assistenti in bianche stole ardevano incensi. Tra i molti uomini però di che si vedevano guerniti i ponti delle altre grosse navi, e piene le barche minori del Castellano, pochi drappelli se ne scorgevano in totale guerriero abbigliamento; gli altri, benchè tutti in armi, non offrivano il vero militare aspetto dei soldati Ducali.

Le loro diciotto navi, pressochè tutte d'una portata, stavano schierate in una sola lunga linea: su ognuna di esse vedevasi inalberata la bandiera azzurra collo stemma sforzesco, e il loro legno ammiraglio non distinguevasi per altro che per avere lo stendardo più espanso e più ricco, e per portare intorno all'albero una gabbia, come sul brigantino mediceo, da cui due uomini con banderuole alla mano comunicavano i segnali alla flotta a norma dei comandi. Vedevansi i soldati disposti su queste navi in perfetta guerresca tenuta: sui lati di ciascuna di esse stava una squadra di alabardieri del Duca colle sopravvesti rosse e le penne del morione di simigliante colore; la prora ne era occupata da una doppia fila di moschettieri spagnuoli ed alemanni, i cui elmi, le corazze e gli alti archibugi, non portanti però la moderna baionetta, sfolgoravano allineati ai raggi del sole. Gli abitanti delle prossime terre del lago saliti sulle torri, e quelli delle valli accorsi alle vette dei colli e dei monti circostanti, prospettavano ammirati ed ansiosi quelle due nemiche armate, poichè giammai s'era veduto in quelle acque un numero tanto grande di legni starsi a fronte in sì potente e minaccioso aspetto.

Gian Giacomo, dopo avere atteso alcun tempo, vedendo che l'ammiraglio ducale non disponevasi ad incominciare la pugna, ordinò ad una borbota e due piatte s'avanzassero ed ingaggiassero il combattimento. Uscirono immediatamente queste tre barche di schiera, e inoltratesi a mezza gittata di cannone dal nemico, il comandante la borbota fece appuntare una bombarda, e ne spiccò il colpo. Un globo di fumo si sollevò, ed avvolse tosto quella barca, sperdendosi in forma d'una colonna biancastra. Il trambusto che si vide tra gli uomini d'una nave dell'ala destra ducale indicò che la palla aveva dato in quella; infatti essa stessa girò di fianco e ripostò due colpi; la borbota e le piatte replicarono subitamente. Gian Giacomo comandò s'avanzassero due altre borbote con quattro piatte: progredirono queste pure, e, unitesi alle altre, trassero di bombarda all'inimico. Con meraviglia però de' Mussiani, e non senza sospetto nel Medici di qualche stratagemma, che ne addoppiò la vigilanza, i Ducali ripostavano radamente e sempre dalla loro ala destra, la cui estremità toccava al piede del colle di Bellaggio. Le nove barche mandate innanzi da Gian Giacomo inclinarono inavvedutamente da quel lato che unico rispondeva al loro fuoco, e diedero così nell'agguato, poichè quando furono pervenute a buon tiro sotto il colle, smascheratasi su di esso una batteria piantata la notte dagli Spagnuoli, le colse fulminando sì in pieno, che tre piatte e una borbota sfracellate affondarono ad un punto solo, e le altre, eccetto sol una che rimasa incolume rapida retrocesse, guaste e spezzate, bersagliate di nuovo dalle batterie del colle e delle navi, non potendo nè governarsi nè reggersi, andarono a perdersi tra la flotta nemica.

Fremettero a tal vista i Mussiani, ardendo di vendicare que' loro compagni; ma il Medici non sgomentossi punto, che lieve stimò la perdita di quelle barche minori a fronte del grave periglio in cui sarebbe incorsa tutta la sua flotta s'egli l'avesse fatta accostare a quel colle, ciò che poteva facilmente avvenire, giacchè avendo desso avuta cognizione che il piano dei nemici si era d'assalirlo più prossimamente al Castello che fosse loro possibile, non aveva nè saputo nè calcolato che il promontorio bellaggiano verrebbe da artiglierie munito.

Senza frapporre indugio fece dare i segnali all'antiguardo onde uscisse ad attaccare l'ala sinistra ducale, ed a tutta la linea, onde s'obbliquasse accennando verso l'ala medesima per costringere in tal modo l'inimico ad allontanarsi colla sua ala destra dalle difese del colle. Le navi il Busto di ferro, la Salvatrice e l'Indomabile, seguite dalle scorribiesse e dai battelli di guastatori ed incendiarii, che costituivano l'antiguardo, s'avanzarono a grandi spinte contro il nemico, traendo unitamente con tutte le artiglierie.

Il Gonzaga credette da principio poter respingere l'antiguardo, rimanendo nella sua primiera posizione, perchè essendo superiore in numero di grosse navi, pensava potersi ciò eseguire senza scorciare di molto la propria linea. Ma tale suo divisamento non ebbe effetto, perchè quelle navi scagliavano con tanta furia e prontezza, che le ducali non valevano a rigettarle: onde il loro ammiraglio si vide sforzato ad ordinare il movimento progressivo di tutti i suoi legni anche dell'ala destra, abbandonando così la prossimità del colle, e facendo diventare universale quel combattimento.

Al rimbombo generale delle artiglierie rintronarono i monti, e quell'immenso fragore salendo di vetta in vetta, destò gli echi più sommi dei giganteschi Legnoni non usi a rispondere che ai muggiti del tuono. In pochi momenti un densissimo fumo ricoprì le due armate, stendendosi come vasta nube, fuori della quale apparivano qua e là le estremità degli alberi sormontati dagli ondeggianti vessilli.

Lampi spessissimi di fuoco seguentesi incrociantesi squarciavano il seno a quella nube e la rendevano più fitta e vorticosa: tra il tuonare assordante delle bombarde s'udiva il rumoreggiare incessante minuto degli archibugi, e veniva anche all'orecchio il tintinnare della campana del Brigantino e lo stormire dei tamburi ducali. Sempre più rinserrando s'andavano le linee, e la pugna facevasi maggiormente terribile e micidiale. Alle clamorose grida che d'ambe le parti davano eccitamento al distruggere, all'uccidere, alle voci d'imprecazione, di minaccia, si frammischiavano i gemiti, i lamenti, le invocazioni pressanti di soccorso dei feriti e di quelli che perigliavano naufragio.

Nell'impeto primo dell'assalto le navi ducali urtando in molte delle navicelle mussiane che s'erano spinte avanti, varie ne rovesciarono, altre ne resero malconcie e le costrinsero presso che tutte a trarsi addietro; ma allorquando i grossi legni del Medici, con un fuoco ben nutrito e continuo di bombarde e falconetti, fecero rallentare quella foga nemica, le barche minori vogarono di nuovo alla presa, e cacciatesi sotto i bordi delle navi comasche, in parte schermendosi, in parte non curando arditi la grandine di palle che era fatta su di esse cadere, i guastatori, martellando colle scuri e le mazze, incominciarono l'opera del tagliare, rompere, divellere le tavole di che ne erano contesti i fianchi, e gli incendiarii del gettare per entro agli squarciati seni fiaccole accese, fasci di stoppie impegolate, lane intinte nelle rage e nell'olio, cui avevano dapprima appiccato il fuoco. Per effetto di tale tremendo lavoro, innanzi che fosse trascorsa un'ora da che durava il conflitto, si vide manifestarsi l'incendio su due delle navi ducali, l'una del centro e l'altra dell'ala destra. Dietro neri globi di fumo si manifestarono in esse le fiamme uscenti da pria come lingue lambenti dalle aperture praticate nei fianchi, e impossessandosi poscia del cassero e di tutto il ponte, salirono pei cordaggi alle vele volteggiando nell'aria rosse, elevate, tramandando con immense scintille un fosco chiarore. Le navi che trovavansi vicine a quelle che ardevano, fecero forza di remi per allontanarsene, paventando che lo scoppio che doveva necessariamente susseguitare, dardeggiando fiamme e tizzi all'intorno, comunicasse loro l'incendio. Non andò molto infatti che la nave che abbruciava nel centro, da cui s'era appena scostato col suo legno l'ammiraglio Gonzaga, con immenso fragore spezzandosi, slanciò a considerevole altezza e distanza, fra tronche membra d'uomini, frantumi ardenti e scheggie d'armi e ferri arroventati, che ricadendo frizzando nell'acqua si spensero: così avvenne dell'altra allo stremo dell'ala destra della schiera.

Questo fatto ruppe interamente le ordinanze della flotta ducale; per cui deviando ogni nave dalla linea in cui era stata primamente disposta, si spinse più d'appresso alle mussiane. Si formarono per tal modo impensatamente due distinti gruppi di combattimento, l'uno assai dentro il lago nello spazio da Varenna a Bellaggio, ed era tra l'ala destra e parte del centro coll'Ammiraglio ducale contro quattro navi, il Brigantino e le seguitanti barche del Castellano; e l'altro verso la sponda di Menaggio tra l'antiguardo mediceo e l'ala sinistra col rimanente del centro nemico. L'ardore della battaglia che era sminuito al momento dell'orrendo spettacolo dello incenerirsi delle navi comasche, rinvigorì più calorosamente.

La Salvatrice, comandata da Falco, presa di mezzo da due navi nemiche, fulminava da poggia e da orza con una furia indicibile. Gli uomini d'armi che erano al suo bordo, traevano degli archibugi con celerità e destrezza somma, non però in sì perfetta guisa da stare a fronte ai sei pirati ed al battagliero montanaro di Nesso loro capo, poichè a ciascuna delle vicine scariche dei loro moschetti sette nemici immancabilmente cadevano.

Gabriele colla sua Indomabile, dopo avere fatti prodigi di valore a fianco alla Salvatrice, ne era stato disgiunto dall'impeto di una nave nemica, che spintolo al largo il tempestava aspramente, uccidendo e ferendo alquanti de' suoi; egli non ripostò sulle prime che con fuoco minuto, ordinando si ponessero forzate cariche in tutte le bombarde, di cui fece inclinare alcun poco le bocche. Quando fu ciò eseguito, appressatosi quasi bordo a bordo alla nave ducale, comandò si traesse pria da un fianco e poscia, girata la nave, dall'altro. Diè l'Indomabile due sì perigliosi trabalzi a quei tremendi simultanei colpi, che se non fosse stata con fina arte costrutta, sarebbonsi al certo le sue travi sconnesse: il legno nemico, colto sì prossimamente da grosse palle nelle sue opere vive, squarciandosi a fior d'acqua aprì l'adito in cento parti alle agitate onde d'entrarvi, dal cui peso investito cominciò tostamente inclinando a calare. La ciurma e i guerrieri che il montavano, cessato ogni fuoco, si diedero tutti all'opera per riaversi gridando aita e soccorso; ma fu invano, perchè essendo le artiglierie incatenate ai bordi, pria che avessero campo di rovesciarle nel lago per alleggerire la nave, tutto il corpo di questa era già sotto l'acqua, e i miseri naufraghi gettando l'ultimo grido s'inabissarono con essa, e fra loro solo chi non era dal peso delle armi impedito potè trovare salvezza guadagnando a nuoto le sponde. Gabriele, tocco in cuore a quella vista, fe' cessare l'eccidio che dei nuotanti facevano i suoi moschettieri, e spinta l'Indomabile sulle onde stesse che ricoprirono gli affondati ducali, corse a portare rinforzo al Busto-di-ferro.

Circondato questi da quattro navi nemiche, travagliava faticosamente a difendersi in ispecial modo da prora, ove il martellava la squadra comandata dal castigliano Enrico Nedena, che sconquassate quante borbote, piatte e barche minori scortavano e facevano scudo a quel legno che capitanava l'antiguardo, voleva a forza impossessarsene e condurlo prigioniero. Il comandante Borserio aveva pugnato con portentosa avvedutezza e coraggio, ma tutto l'ardir suo e la bravura non erano stati bastevoli a sottrarlo al riboccante numero degli assalitori che da quattro parti il bersagliavano: le sue bombarde erano smontate, l'albero infranto, spezzati i banchi dei rematori, spezzato il timone, tutto il ponte pieno di moribondi e d'uccisi, per cui i lacerati fianchi del Busto-di-ferro grondavano sangue. Il Borserio, benchè ferito in più parti, animando colla voce quello spizzico rimastogli de' suoi, ruotando disperatamente la spada teneva lontani ciò non per tanto i Ducali, che, gettati dalle loro navi i roncigli, tentavano di venire all'arrembaggio. L'arrivo colà dell'Indomabile fece sospendere quell'intrapresa, poichè i nemici si rivolsero tuonando contro di essa.

Aveva Falco nel frattempo colla sua Salvatrice sì guasta e rotta una delle navi nemiche che gli erano venute d'intorno, che trovossi costretta a si ritrarre per salvarsi alla spiaggia; la seconda, assai sminuita di combattenti, vedutasi sola contro quella formidabile nave, se ne era staccata, e volgeva precipitosa a raggiungere il grosso della flotta. Cessato così il combattere per la Salvatrice, e dissipatosi il fumo che la cingeva, Falco e tutti i suoi guerrieri, mentre la ciurma gettava in acqua i morti e recava i feriti sottoponte, anelanti per la lunga sostenuta fatica, rifiatarono, rimanendo inerti, appoggiati ai loro moschetti, a mirare d'intorno la scena della battaglia.

Non spirava soffio d'aria, pure il lago ondulava agitato per i moti di tante navi che quivi procedevano, s'urtavano, retrocedevano: vedevansi sornuotare per tutte quelle acque frantumi di barche, pezzi di tavole carbonizzate, pennacchi, cappelli e lembi di sopravveste: l'intero orizzonte era oscurato dal fumo che si stendeva in forma d'un gran cerchio cinericcio intorno al luogo della battaglia, e veniva aumentato verso levante dai vortici che continui s'alzavano, ove stando in lotta col maggior numero delle loro navi i due sommi condottieri delle flotte si fulminavano incessantemente colle artiglierie. A mezza portata di bombarda dalla Salvatrice vedevasi combattere accanitamente quel branco di legni fra cui stava il Busto-di-ferro, e contro le quali aveva fatta rivolgere la sua prora Gabriele. Il fragore della scarica fatta dai Ducali contro l'Indomabile e la risposta subitanea di questa, scossero Falco da quel momentaneo riposo a cui si era abbandonato, onde alzato il suo moschetto gridò: "Presto, mano all'opera, che il più bello del giuoco sta ora per incominciare. Di camicioni rossi e di quei di Spagna ne abbiamo già mandati all'inferno un buon numero, ma ne potevamo spedire di più se quei vigliacchi non si fossero posti in ispavento per quattro parole un po' risentite che loro dissero le nostre bocche da fuoco, Vedeste come gli uni si sono trascinati a terra, e gli altri se ne andarono frettolosi al pari d'un volo di anitre selvatiche alla vista del cacciatore? Or via ricarichiamo gli archibugi e le bombarde, giù tutti i remi, e corriamo a ripetere noi pure il saluto che venne dato sì bruscamente dal signor Gabriele alle bandiere della biscia. Quel giovine capitano ha pugnato come un leone qui accanto a noi; ora che vuol combattere da solo non mostrerà meno terribili i suoi denti al nemico". "Pochi istanti sono, disse uno dei soldati della Salvatrice, esso ha misurato un colpo sì giusto da degradarne la più vecchia barba di comandante di tutte le flotte del mondo, giacchè con una scarica sola sbrigò per sempre gli uomini e la nave che lo avevano staccato da noi. Se voi, Capitano, non eravate da prora avvolto nel fumo, avreste potuto vedere, come scórsi io da poppa, tutto quel barcone seppellirsi bello e intiero sotto le acque".

"È vero (aggiunse Trincone mentre caricava il moschetto, stando cogli altri compagni pirati in ischiera attorno a Falco), l'ho veduto anch'io: pareva che i demonii se la tirassero all'ingiù colle catene. Oh sarebbe pure stata la mala cosa se ad un giovine di tanto valore avessero tagliata la testa sulla piazza di Como, ciò che avveniva di certo se non eravamo noi a toglierlo a coloro là dalle mani, quella notte che Grampo restò ferito mortalmente!"

"Guarda, esclamò Falco, qual compenso dà loro per quella minaccia: odi che strepito fanno i Ducali intorno a lui; ma la sua Indomabile vomita fuoco come un drago di sette teste. Bravo, mio signor Gabriele, continuate in tal modo ancora un momento e veniamo noi pure a darvi mano. Attenti, camerata... pronti i moschetti... appuntate le bombarde... ci hanno veduti... fanno fuoco... Coraggio!.. non è saltata che una scheggia del bordo... rispondiamo... fuoco intiero".

La Salvatrice gittò da orza a mezza tratta d'archibugio dal nemico, ripostando ad una sua fiancata, indi correndo innanzi mentre ricaricava, fulminò da poggia la nave del Nedena, che si trovava essere a più giusto tiro, guastandola nella chilia e negli ormeggi. Il sopraggiungere di questo nuovo legno mussiano parve facesse scemare nei Ducali gran parte del loro ardire, poichè si videro rinunciare al progetto d'impossessarsi del Busto-di-ferro, cominciando il Nedena a staccarsene dalla prora e tirarsi al largo, il che fu tosto eseguito pure dalle altre sue navi, per cui la mischia cessò dall'essere tanto accanita. Datosi luogo dai legni ducali, mentre l'Indomabile sosteneva il combattimento da lungi contro di esse, la Salvatrice accostossi al Busto-di ferro; non offriva esso più che l'informe aspetto d'un ammasso di tavole e travi frantumate e ridotte a scheggie, frammiste a cadaveri detroncati, ad armi, a pezzi di vela e di cordaggi anneriti dal fumo e semi-arsi. Il valoroso Borserio, perduto l'elmo, perduta la spada, coperto di ferite e pressochè esangue, giaceva steso sulla prora di quella sua fracassata nave sul corpo de' guerrieri che ultimi avevano combattuto al suo fianco. Falco ordinò a quattro de' suoi salissero su quel legno, e trasportassero a bordo della Salvatrice il Capitano e gli altri guerrieri che davano ancora segno di vita. Il Borserio appena fu deposto sul ponte mandò alcuni inarticolati accenti e spirò, con grave cordoglio di Falco e de' suoi soldati che lo estimavano prode guerriero e valentissimo comandante di nave: esso, a differenza degli altri uccisi che erano gettati nelle onde, venne calato sottocoperta, dove furono collocati i feriti d'entrambi i legni.

Il trarre delle artiglierie che s'era intanto proseguito tra l'Indomabile e le quattro ducali, cessò ad un tratto dalla parte di queste, perchè diedero i remi all'acque per accostarsi all'altre loro navi. Tale mossa fu cagionata da un lume che si mirò splendere elevato in mezzo al fumo ove stavasi il grosso della flotta combattente, ed era un segnale fatto sulla gabbia dell'albero dell'ammiraglio per chiamare d'appresso tutti i suoi legni. L'Indomabile tenne loro dietro, la seguì pure la Salvatrice, abbandonando all'arbitrio delle onde il lacerato e inconducibile Busto-di-ferro.

Il lungo e furioso durare della pugna là dove trovavasi il Gonzaga a fronte di Gian Giacomo Medici, aveva quasi esaurite le munizioni da guerra, e rese roventi ed inservibili un gran numero di grosse armi da fuoco, per cui il fulminare delle artiglierie era diminuito d'assai, il che si comprendeva ben anco dalla minore densità del fumo attraverso il quale potevasi omai distinguere la duplice fila delle pugnanti navi. Cinque erano stati i grandi legni mussiani, annoveratovi il brigantino, che avevano sostenuto quel combattimento contro dieci dei ducali; ma siccome la gran quantità delle barche sottili che si stava coi primi per l'agevolezza dell'accorrere, del volteggiare, guastava, ardeva e danneggiava in mille modi il navilio nemico, e siccome la perizia del combattere navalmente, e la perfezione delle armi e delle barche era maggiore dal lato del Castellano, così delle due flotte quella che si trovava meno guasta e meno di morti e feriti ripiena era la sua. Il segnale dato dal Gonzaga onde chiamarsi vicini i suoi legni discosti era stato appunto determinato dal periglio ch'ei vedeva ognor crescente di dover cedere il campo all'inimico. Era riuscito agli incendiarii del Medici d'appiccare per la terza volta il fuoco ad una nave della linea ducale; le bombarde del brigantino ne avevano sì malconcie due altre, che rese inabili ad avanzarsi ed a retrocedere, minacciavano ad ogni istante di andare a picco: una quarta, che nell'inseguire alcune piatte appressossi agli scogli di Varenna, aveva ricevuto dalle artiglierie quivi collocate dal Gatto un trattamento eguale a quello fatto alle barche medicee dai bombardieri spagnuoli trincierati nascostamente sul colle di Bellaggio.

Non è però a dirsi che il navilio mussiano si trovasse incolume ed intero: delle barche sottili una metà era perita rovesciata dalle palle o dagli urti dei legni ducali: delle grosse navi, oltre la perdita del Busto-di-ferro; la Donghese, comandata da Domenico Matto, per essersi cacciata più volte assai d'appresso al nemico, n'aveva riportati tali guasti, che movevasi a stento; e il Sant'Ambrogio, vedeasi casso dell'albero, la cui caduta era stata causa di morte a Romeo Casanova comandante di esso.

Quando le quattro navi ducali che avevano sostenuto il conflitto contro l'antiguardo si furono raccozzate al rimanente della flotta, l'ammiraglio Gonzaga per togliere al nemico il vantaggio delle artiglierie, che, sebbene scemate ne' colpi, molta strage e danno gli recavano ancora, e vedendosi superiore tuttavia in numero di navi e d'uomini, disperando d'ottenere la vittoria altrimenti che con un colpo decisivo, comandò a' suoi legni si spingessero tutti contro i Mussiani serrandoli d'appresso per venire all'arrembaggio. Gian Giacomo tentò evitare l'effetto di tale movimento dell'inimico, ma non ne ebbe il campo, perchè le dieci navi che rimanevano ai Ducali obbedirono sì prontamente ai comandi del loro ammiraglio, che in un battere di ciglia le mussiane si trovarono avviluppate ed investite da esse. Il brigantino fu circuíto dall'Ammiraglio e dal Nedena, e così vennero assaliti da due navi comasche ciascuno degli altri quattro legni mussiani. Rinserratosi in tal modo il combattimento, fu forza ad ambe le parti abbandonare interamente l'uso delle bombarde, e non s'udì più che lo sparo della moschetteria, non come innanzi ad unite e strepitose scariche, ma disordinatamente susseguito. Mano mano che le navi s'attaccavano bordo a bordo, frammischiavasi a quel rumoreggiare degli archibugi un ribattersi di spade e di scuri che s'incontravano e si ripercuotevano, un gridare, un inveire più aspro e clamoroso.

I guerrieri del brigantino si divisero prontamente in due squadre: una stando a sinistra, comandata dal Mandello, teneva lontani gli uomini del Nedena; e l'altra postasi a destra, avendo a capo Gian Giacomo, ributtava la squadra dell'Ammiraglio. Il Pellicione, balzato giù dal brigantino in una scorribiessa, radunate tutte le navi minori, le distinse in drappelli e le spinse ad assalire le navi ducali, ordinando ai più risoluti d'arrampicarvisi dai fianchi onde prendere i soldati di schiena mentre tentavano penetrare in quelle di Musso: esso medesimo ne diè pel primo l'esempio, poichè, impugnata una scure, montò con venti guastatori sulla nave comasca che da orza lottava fieramente col Sant'Ambrogio, le cui genti avendo perduto il capitano pericolavano di cedere, piombò sui Ducali e fecesi strada a passare a quella nave, i di cui soldati animati dalla sua presenza e dalla sua voce, sostennero vigorosamente l'assalto.

Era nel frattempo sopraggiunto colà Gabriele, il quale veduto il brigantino alle prese col legno ammiraglio, spinse addosso a questi la sua Indomabile sì furiosamente, che l'urto ne li fece disgiungere gran tratto. Il brigantino approfittando di quell'intervallo, si mosse subitamente in senso opposto dell'Ammiraglio, e venne a porsi a poppa della nave del Nedena, contro cui gli fu agevole scaricare una salva d'artiglierie traforandola d'entrambi i lati.

Il Gonzaga, cieco di sdegno per l'urto dell'Indomabile che gli toglieva ogni speranza di trionfo, appena vide la propria nave arrestarsi, il che fu appunto a perfetto contatto di quella di Gabriele, comandò venisse tosto arroncigliata e fermata al suo bordo con catene, onde entrarvi immancabilmente e trucidarvi ogni persona. Non s'oppose Gabriele a chè le due navi fossero saldamente congiunte, ma quando fu ciò fatto, balzò egli pel primo sulla ducale, ed affrontò il Gonzaga, che gli si fece incontro ferocemente circondato da' suoi. Gli occhi di Gabriele scintillarono al mirarlo per ardore di vendetta e di gloria: precipitossi ver lui, ed i loro ferri lampeggiarono nello scontrarsi; arse subito la pugna intorno ad essi, e in mezzo a quella tremenda mescolanza d'elmi e di spade, l'elmetto d'argento e l'acciaro del giovinetto Medici vedeansi splendere e vibrarsi con impareggiabile destrezza.

Tutta la squadra dell'Indomabile s'era riversata sull'Ammiraglia, e combatteva con indicibile valore imitando il suo giovine capitano, imprudente però in quel fatto, perchè il numero dei soldati del Gonzaga essendo quivi di quasi una metà superiore al suo, per quanto intrepidamente ciascuno de' suoi pugnasse e vendesse cara la propria vita, ne rimase in poco tempo trucidata una gran parte, e l'altra era prossima a soccombere. Gabriele aveva portato un sì gran colpo di spada tra le ciglia al Gonzaga, che caduto questi immerso nel proprio sangue, era stato tratto fuori della mischia quando mandava gli ultimi aneliti; ma egli stesso vedeasi vicino a subire un'egual sorte, poichè chiuso in mezzo da un drappello d'inferociti Spagnuoli, avendo l'elmo pesto in fronte, rotta la corazza, senza filo la spada, sbalordito dai tanti colpi e lasso per la sproporzionata pugna, sentiva di non poter sostenere il ferro che per pochi istanti, e mancargli la forza a difendersi.

Nel momento però che sembrava più disperata la salvezza di quell'ardimentoso giovine, un grido d'accorrenti al soccorso ridestò il suo quasi spento coraggio. Era la Salvatrice che quivi giungeva: un grand'urto scosse la sanguinosa nave ammiraglia, e tutti gli uomini di quella balzarono in essa, assalendo con furioso impeto i già stanchi Ducali.

"Avanti, avanti; vendetta dei nostri: morte ai nemici, si salvi Gabriele". Così gridò Falco con voce tuonante, scagliandosi al di là del grand'albero al luogo ove pugnava Gabriele, trafiggendo uno dei di lui assalitori col pugnale, atterrandone un altro con un colpo del calcio ferrato del suo moschetto: i quattro superstiti compagni di Falco, seguendolo d'appresso, scagliaronsi sugli altri combattenti e li atterrarono, nel momento istesso che Gabriele, fuori di lena, assalito da subitaneo torpore, colla vista oscurata e vacillante, andò a cadere quasi tramortito nelle braccia di Falco. Questi, gettati tosto al suolo il pugnale e il moschetto, lo raccolse e premurosamente il sostenne, affannato e in ispavento che quel valoroso giovine, per cui gli era nato in cuore un amore quasi paterno, perisse già vittima del ferro nemico: gli slacciò l'elmetto, glielo levò di fronte, e gli ritrasse dal viso e dagli occhi gl'intricati cappelli, che molli di sangue e di sudore gli si erano diffusi per la faccia. Pressochè mortale era il pallore ed il gelo delle membra di Gabriele; ma siccome non aveva riportata alcuna grave ferita, e quel tramortimento non era effetto che di estrema spossatezza, dopo un istante di riposo si riebbe, e tornato ai sensi guardò Falco con occhio in cui tra la più viva riconoscenza appariva un lampo inesprimibile d'affetto. Reggendosi ben presto da sè, mirò d'intorno, e veduti tutti i Ducali od uccisi o coll'armi abbassate al suolo innanzi ai Mussiani: "Fa tosto, disse, o mio Falco, abbassare la bandiera del duca e dare il segno che l'ammiraglia è nostra". Falco ne porse subito il comando a due uomini della sua ciurma che, salito l'albero, staccarono dalla sommità il vessillo Sforzesco, e sventolatolo per porgere indizio della presa, lo calarono sul ponte. Fu quel segnale tostamente inteso, e un grido d'applauso e di gioia partì da tutti i legni medicei. Gian Giacomo avea frattanto disalberata e fatta sua la nave del Nedena, per cui gli otto legni ducali, che soli di tutta la flotta rimanevano, da tante perdite disanimati e smarriti, abbandonarono i Mussiani e precipitosi si diressero alla volta di Bellaggio, onde porsi sotto la guardia delle artiglierie del colle per evitare di essere inseguiti.

Il Castellano vedendo per quella ritirata dell'inimico decisa pienamente per lui la vittoria, scorgendo eziandio assai lacero e scemato anche il suo navilio, non credette opportuno il tentare la presa di quei legni fuggenti. Fece dare alle sue navi il segnale della raccolta e della partenza, e rivolte le prore verso Musso facendo rimorchiare le conquistate navi, verso l'ora terza dopo la metà del giorno abbandonò il luogo del combattimento colla sua trionfante flotta, la quale si ridusse sul far della sera parte a Rezzonico e parte in vicinanza delle basse spiagge di Dervio.

CAPITOLO NONO.

Altri il fianco ristoppa alle sdruscite Navi, e sarte rintegra e monche antenne E lacerate vele..... Per le vie Brulicanti frattanto e per le prode Tale un gemer di rote, un incessante Ire e redir di ciurme e di soldati, D'armi, di carri e di navali arnesi, Che l'udire e il veder mettean nell'alma Diletto e meraviglia. MONTI. Il Bardo, C. III.

Esploratori spediti sopra battelli, al far del mattino, verso Bellagio riportarono che le navi ducali, in cui erano risaliti gli Spagnuoli che occupavano il colle, avevano di notte tempo abbandonato quel lido veleggiando alla volta di Como: Gian Giacomo dopo tale annunzio fece dar l'ordine che tutti i suoi legni salpassero per Musso. Quando dalle torri del Castello fu scorta la flotta vittoriosa ritornare a' suoi porti, replicati colpi di bombarda la salutarono, ed al rumore di quelle salve tutte le vicine popolazioni accorsero alla spiaggia per ammirare ed accogliere i vincitori.

L'unica nave però che rientrò nel porto della fortezza si fu il Brigantino del Castellano, il quale a fronte d'una tanta sostenuta lotta movevasi ben anco spedito e sicuro, e mostrava di non aver riportata alcuna dannosa frattura: gli altri legni d'ogni grandezza retroceduti dalla battaglia toccarono il lido presso Musso là ove sorgevano i cantieri dell'Arsenale, poichè fra essi alcuni, minacciando d'affondare, necessitavano d'essere prontamente scaricati e tratti a secco, e gli altri s'avevano tutti d'uopo di venire riattati a causa dei gravi sconquassi del combattimento.

Presa terra, discesero tosto dalle navi gli uomini d'armi e le ciurme, e vennero fatti calare i soldati Ducali che stavano prigionieri sui conquistati legni, e tolta ad essi ogni arma, legati due a due, furono col Nedena e gli altri loro Comandanti condotti da una squadra nel Castello, ove si recarono pure i principali guerrieri Mussiani: si trasportarono poscia a terra i feriti, che vennero collocati nelle case e nei quartieri, e per ultimo si tolsero alle navi i corpi dei capitani uccisi e si deposero entro un'antica chiesuola che sorgeva vicina al lido, per recarli poscia coi dovuti onori al Tempio di San-Biagio di Musso, e quivi dar loro convenevole sepoltura.

Al primo rivedersi e rimescolarsi degli uomini d'armi e dei rematori, tanto fra loro che colle donne ed i terrazzani che non avevano presa parte alla sanguinosa azione dell'antecedente giornata, nacque un lungo e clamoroso gratularsi ed esultare per l'ottenuto trionfo, ed insiememente un condolersi e piangere per i perduti e feriti amici o congiunti.

Sulla sera venne dai banditori del Castellano promulgato l'avviso che il domane sarebbonsi celebrate sacre pompe in rendimento di grazie ai Santi protettori e ad invocazione dell'eterna pace agli estinti in battaglia, e che il terzo giorno si sarebbero fatti giuochi e pubblici conviti per festeggiare sì la navale che le altre riportate vittorie.

Rientrato appena nel suo Castello il Medici, aveva con grandissimo contento ricevuta dal fratello Agosto la notizia del felice successo della spedizione del capitano Mattia Rizzo contro i Grigioni. S'erano questi, come ben erasi preveduto, inoltrati strascinando le artiglierie sino alla sommità dei sovrastanti monti, ma appena giunti colà, assaliti imprevedutamente e con gran vigore e coraggio dai cacciatori e dagli uomini d'armi del Rizzo, lasciato un gran numero di morti pei dirupi, dovettero retrocedere precipitosamente abbandonando le artiglierie, che essendo impossibile calarle al Castello, vennero dai guastatori rovesciate nelle macchie e nei burroni, d'onde era assai difficile il trarle intiere o servibili. Mattia Rizzo aveva però creduto prudente partito il rimanere in agguato su pei monti, vegliando alla difesa dei passaggi sin che il nemico non si fosse ritirato per intiero dalla valle Zebiasca, il che però era certo dovere tosto avvenire, giacchè una gran parte delle squadre della Lega Grigia, alla vista dello scompiglio avvenuto pel riurto della loro vanguardia, sorprese da sommo terrore, conoscendo per prova l'attività guerresca del Medici, avevano retrocedendo già oltrepassata Bellinzona e s'avviavano all'interno paese passando per le gole del Gottardo e dello Splugen. Faustissime vennero pure le notizie da Lecco: i Ducali s'erano presentati in poderoso aspetto innanzi a quelle mura; ma l'apparato delle fortificazioni, e il modo con cui furono respinti da Alvarez Carazon i loro primi attacchi, gli aveano fatti desistere dall'assalto, ed anzi con generale sorpresa dei difensori la notte istessa s'erano inopinatamente tutti partiti. Solo da Monguzzo non erano per anco giunte novelle, e siccome Battista Medici, che quivi capitanava, soleva essere solerte e ingegnoso nello spedire messi o corrieri a dare sue nuove al fratello anche frammezzo agli imbarazzi che gli cagionava il nemico, l'attuale ritardo teneva sospeso oltremodo l'animo del Castellano, per cui fece il giorno stesso partire a quella volta due uomini de' più spediti affinchè gli recassero avviso del come quivi andassero le bisogna.

Importava forte a Gian Giacomo di sapere eziandio se i Ducali nell'abbandonare le posizioni di Bellagio non avessero o colà o in altri prossimi luoghi lasciato alcun presidio, per cui sollecitò Falco, già per sè assai desideroso di rivedere il proprio casolare, a recarsi a Nesso, ma con espresso comando ritornasse tostamente al Castello istruito di quanto avessero dopo la sconfitta operato i Ducali. Volendo forzarlo a non procrastinare la tornata, gli fece premurosa istanza riconducesse seco le proprie donne onde fossero spettatrici delle feste che verrebbero nel terzo giorno celebrate: oltre a ciò Gian Giacomo s'aveva in animo di fissare interamente presso di se la dimora di questo suo nuovo Capitano, a cui aggiungeva doppia stima da che l'aveva veduto sostenere nella battaglia una tanta parte, ed a cui sapeva essere singolarmente dovuta la presa della nave ammiraglia ducale, non che la salvezza una seconda volta del troppo intrepido ed arrischievole fratello Gabriele, le quali due circostanze avevano deciso in precipuo modo della vittoria. Per fare adunque completamente suo il valoroso montanaro di Nesso, pensò servirsi della via tenuta nell'arruolarlo alle sue bandiere, cioè mostrare di rimunerarlo, ma facendo ciò in modo che le proprie larghezze estendendosi anche alla di lui famiglia, fosse costretto per giovarsi del dono a trasportare la propria stanza a Musso.

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