← Table of contents
Falco della rupe; O, La guerra di Musso

FALCO DELLA RUPE

Reading edition

O

LA GUERRA DI MUSSO

CAPITOLO PRIMO.

Era la notte e il mar non avea lume Quando s'incominciar l'aspre contese ................... Dalla rabbia del vento che si fende Fra i scogli e l'onde escon orribil suoni; Di spessi lampi l'aria si raccende; Risuona il ciel di spaventosi tuoni. ARIOSTO, Orl. Fur. Can. 41.

Veleggiando da Como verso settentrione, passata la penisola di Torno, perviensi ad un lago solitario e di selvagge sponde. Fiancheggiato a levante dagli alti monti della Valle Assina e da quelli di Val d'Intelvi a ponente, non offre al riguardante che ripide balze e annosi boschi sparsi per le loro falde e per le loro sommità; ivi le acque nereggiano riflettendo il bruno aspetto delle vaste rupi da cui sono cinte, e più d'un torrente in esse si versa precipitando biancheggiante dalle nude roccie.

Sorge su quelle sponde la Terra di Nesso, di cui scorgonsi molti casolari sparsi pel declivio del monte presso l'ingresso di ampia valle, dalla quale sbocca pure un torrente che forma colà una grandiosa cascata. Ne' passati tempi tutte le abitazioni di che constava quel Borgo, stavano raccolte in un sol corpo, ed erano protette e tenute in soggezione ad un tempo da una Rocca che consisteva in una larga torre di pietre circondata da tre lati da un bastione, ed appoggiata di schiena al monte da cui s'aveva l'entrata.

All'epoca del Dominio de' Visconti e de' primi Sforza, teneva dimora in questa Rôcca un Commissario Ducale con forte mano d'uomini per mantenere colà e ne' circostanti paesi i signorili diritti, esigendo i tributi e le regalie: nel tempo però a cui si riferisce il nostro Racconto, cioè nel 1531, trovavasi dessa già da alcuni anni priva d'abitatori. Ne avevano da pria i Francesi sbanditi gli Sforzeschi, poscia ne erano stati essi stessi scacciati dagli Svizzeri, quando questi (nel 1512), condotti da Matteo Scheiner, il guerriero cardinale di Sion entrarono nel Ducato di Milano, per sostenere contro i Francesi i diritti di Massimiliano Sforza, primogenito del duca Lodovico detto il Moro, già morto prigioniero in Francia. Tocca non per tanto la terribile sconfitta nella famosa giornata di Marignano, ripresa Milano dai Francesi venutivi col loro re Francesco, sgombrarono gli Svizzeri il territorio ritraendosi nei baliaggi di Lugano, Locarno e Bellinzona, che erano già possedimenti del Ducato, e da cui non fu più possibile lo scacciarneli.

Da quell'anno in poi poche squadriglie di Spagnuoli, d'Alemanni ed anche di Francesi avevano, passando, fatta momentanea dimora in quella Rôcca; nè ciò avveniva più affatto da che teneva dominio sul lago l'ardimentoso Gian Giacomo Medici castellano di Musso, le di cui bande armate approdavano di frequente a Nesso, essendo quegli abitanti loro confederati, e riuscendo per ciò troppo difficile e pericoloso ad altri militi il fermar quivi soggiorno.

Siccome il governare in quella età non dipendeva che dalla forza delle armi, non essendo dato al duca Francesco secondo Sforza, tornato signore di Milano, il mantenere quivi un presidio, come avevano praticato i suoi maggiori, i Terrazzani di Nesso e di varii altri contadi del lago s'erano ridotti a un'assoluta indipendenza, di cui si giovavano in que' giorni di guerra onde commettere impunemente ogni sorta di depredazioni, e far scorrerie e bottino a danno de' confinanti e delle parti che battagliavano.

Tale sfrenata ribalderia degli abitanti di quella spiaggia, congiunta al pericolo di cadere nelle mani de' soldati del Castellano o de' suoi avversarii Svizzeri e Ducali, i quali trattavano con tutta la prepotenza militare chiunque s'avessero avuto in sospetto di spione, rendeva all'estremo periglioso e mal sicuro lo scorrere il lago e le rive al di là poche miglia di Como. Il maggiore spavento però che assalisse il cuore del pacifico navigante che arrischiava avanzarsi in quelle acque, era la fama d'un uomo che s'era fatto un nome formidabile assalendo armato le barche, depredando e spogliando i viaggianti, facendo in somma pel lago il terribile mestiero del pirata. Come avviene d'ordinario, e più di frequente accadeva in quell'età d'ignoranza, in cui le menti si prestavano ad ogni falso terrore, s'erano attribuiti a costui fatti, scelleraggini e poteri affatto straordinarii e quasi soprannaturali, per cui il nome di Falco (così egli s'appellava) era il terrore de' remiganti che s'affidavano al tragitto senza la scorta d'una nave armata, benchè talora gli armati stessi non aveano potuto opporgli resistenza.

Era Falco l'uno degli indipendenti uomini di Nesso, intrepido, fiero e vigoroso, che la brama di vendetta d'un sanguinoso oltraggio aveva spinto ad armeggiare in molte battaglie contro gl'Imperiali. Ricacciate d'Italia le squadre di Francia, tra cui egli aveva combattuto, era tornato alla patria Terra, dove insofferente di riposo, spinto da un'indole audace, da guerresche abitudini e dall'astio che gli durava vivissimo per gli Spagnuoli e gli Svizzeri, che uniti ai Ducali mantenevano la guerra sul lago contro il Castellano di Musso, aveva trascelti alcuni robusti compagni, co' quali, armato all'usanza de' tempi, scorreva il lago corseggiando. Conoscitore espertissimo di tutti gli scogli e i seni del lido, agilissimo rematore, sfidatore ardito dei venti e delle burrasche, sapea appiattarsi per tutto e piombare improvviso sulla preda. Se coglieva soldati nemici alla spicciolata, gli assaliva sostenendo contro di loro regolari combattimenti, e fuggendo poscia se il loro numero aumentava, si conduceva a sicuro salvamento ne' porti occupati dagli uomini di Musso che avevano barche armate pronte ad azzuffarsi ad ogni scontro.

Falco venia detto Della Rupe, poichè il suo casolare trovavasi sur una rupe a poca distanza del borgo di Nesso, e l'avea dovuta costruire colà in sito quasi inaccessibile per garantirsi da tradimento e da improvviso nemico assalto. A mezzodì di quel villaggio vedesi un fendimento nel monte che s'interna un trar di balestra, in fondo al quale piomba da molta altezza il torrente, la cui spumeggiante caduta scorgesi da lungi per entro quegli oscuri massi come una candida striscia, e vien nomato l'orrido di Nesso. Al vertice di questo fendimento, sulla sommità di eretti macigni inumiditi sempre dallo spruzzo delle cascanti acque, stava su un piano del giro di pochi passi l'abituro di Falco, a cui pervenivasi per due viottoli formati da informi gradini tagliati nel masso, l'uno scendente dal monte, l'altro che saliva dal lago, ambidue però non praticabili che colla guida di que' montanari. Era tal abituro costruito di sassi che sostenevano rozze travi; aveva le mura mediocremente spaziose e salde, una tettoia di lastre di pietre, la porta formata da massiccia tavola ad un sol battente, e due finestre difese da staggi di legno disposti a modo di ferriata: l'esterno scorgevasi presso che tutto verdiccio per l'edera che vi s'arrampicava; un antico castagno che gli sorgeva da lato, stendendo i numerosi e fronzuti suoi rami, difendeva dalla pioggia e dai raggi solari la soglia di quel casolare presso cui stavano quadrate pietre destinate a sedili.

Due persone abitavano quivi di continuo, e queste si erano la moglie ed una figlia di Falco; imperocchè egli ne stava il più de' giorni lontano, e solo dopo lunghe corse, dopo dati e sostenuti feroci assalti, molte fiate nel cuor della notte remigava alla sua rupe, e saliva al suo abituro talora carico di preda, e talora grondante di sangue e anelante per la fatica e la foga degli sfuggiti perseguimenti. Colà deposte le armi pesanti e i pugnali, respirava in riposo; e mentre sua figlia Rina gli tergeva la fronte, e districavagli gli arruffati capelli, Orsola sua moglie disponeva un desco, non sempre frugale, a cui d'intorno assiso narrava le sue venture, sinchè vinto dal sonno posavasi tra rozze coltri, dalle quali balzava all'albeggiare, ch'era pur sempre l'ora della sua partenza.

Orsola e Rina, accostumate a quel modo di vita del loro padre e marito, vivevano tranquille, confidenti nella bravura e scaltrezza di lui, non che in una costante prosperità di eventi che a tutti i perigli l'avevano sino allora sottratto. Era estraneo in tutto ai loro animi il rimorso e l'agitazione che avrebbe dovuto infondervi il pensiero d'essere congiunte sì strettamente di sangue ad un uomo che non s'adoperava che nell'uccidere e nel depredare: nè era a dirsi per ciò che gli animi loro fossero corrotti, o privi d'ogni senso di religiosa pietà, perchè anzi possedevano desse, ed era comune in que' tempi, una morale severità di pensieri, un sommo rigore di costumi, che però per l'indole fiera di quell'età non avevano tanta forza da far sentire iniqua e scellerata la violenza delle armi.

Per tutto in allora, ed in ispecial modo in que' paesi lungo teatro di guerre, i fiacchi, i miti d'animo erano oppressi e spogliati; per ciò nasceva in ognuno tendenza a farsi forte, audace, assalitore; quindi vigeva un'operosità di azioni e reazioni che giustificava ogni eccesso nell'uso della forza, e rendendo perpetue le zuffe e le atrocità, facevale sì famigliari, che più non recavano agli spiriti quel sentimento d'orrore che producono oggigiorno per la loro infrequenza e pel raddolcimento universale de' sociali rapporti. Storie d'uccisioni, d'incendii, fatti atroci accaduti per que' monti, o sul lago, erano le sole che dall'infanzia avevano sempre risuonato all'orecchio d'Orsola e della giovinetta figlia di lei: i loro conoscenti erano stati ognora uomini truci e facinorosi che non ragionavano d'altro che di vendette e d'offese, per ciò nella mente di esse andava congiunta alla naturale sensibilità, al buono e leale carattere proprio degli abitatori delle montagne una fiera e maschia tinta cui frammischiavansi i tetri colori di superstiziose credenze.

Gli echi delle rupi, i verdi pascoli, le limpide acque mantenevano nell'anima della giovinetta Rina la pastorale serenità e la calma soave dei monti, ma talvolta ben anco duri pensieri, secreti ritorni sulle tante spaventose immagini di che le avevano ripiena la fantasia vi stendevano una nera nube, e tal fiata i suoi lineamenti vivacemente animati prendevano un minaccioso aspetto, ed i suoi occhi scintillanti come nere gemme s'affissavano fieramente, e tal altra, assalita da vago terrore, stringevasi al seno di sua madre prorompendo in calde lagrime. Rina toccava il sedicesimo anno; il suo corpo, senza essere esile, mostravasi agilissimo, il suo volto, di rara bellezza, aveva una leggiera impronta della fisionomia di sua madre, la quale, fresca e robusta donna ancora, appalesava nel viso irruvidito dal sole tutta l'arditezza che alla moglie d'un pirata conveniva. L'abito d'entrambe era alla montanesca: vestivano sottane l'una color verdebruno, ed era la madre, l'altra cilestre, le quali non oltrepassavano loro la caviglia del piede: avevano grembialetti e corsaletti rossi di lana, senza maniche, poichè le braccia le eran coperte dai larghi maniconi della camicia, allacciati ai polsi, fatti di ruvida ma bianchissima tela che risortiva sul petto a minutissime pieghe, ed era rafferma al cominciar del collo da un bottone d'argento. Rina teneva nelle voluminose treccie involto un nastro scarlatto che veniva ad annodarsi nel mezzo di esse, ove era trapassato da una spilla d'oro.

Presso al tramontare d'un giorno di giugno, lungo il quale la splendidezza dei raggi del sole era stata più volte offuscata da nuvoli vaganti, Orsola e Rina s'assisero sulla soglia del loro casolare dando mano, l'una all'altra vicina, a cucire insieme lunghe liste di telame di canape per formarne una vela. Stavano da qualche tempo intente a tal lavoro, che di tratto in tratto veniva interrotto da soffi di vento, che agitando e sollevando quella tela le costringeva ad adoperarsi a raccogliersela d'intorno, quando Rina impazientata da tali ripetuti disturbi alzò gli occhi a mirare d'onde venisse quel ventilare importuno, e vide stare sulle montagne di contro un nereggiante nugolone i cui contorni irradiati dal sole, il facevano rassembrare ad un ampio oscuro drappo frangiato in oro steso sull'azzurro del cielo.

"Guardate, o madre, disse a tal vista quella fanciulla, qual cappuccione s'è messo la montagna d'Argegno: se il sole giunge là dietro verrà sera prima del tempo; è da colà che viene il vento che mi distoglie la tela dall'ago".

"Ciò poco monta, rispose Orsola girando gli occhi a spiar l'orizzonte; quel che mi duole si è che veggo prepararsi un temporale cattivo pel lago: sai che da tre notti Falco non ritorna; potrebbe forse giungere in questa se vento contrario nol rattiene a Corenno od a Musso. Questa mattina presso al ponte del torrente m'incontrai nella vecchia Imazza, la comare di Palanzo, madre di Grampo, che partì con Falco; essa recavasi a Lezzeno per sue faccende, ed era sì stravolta in viso, che mi levò la voglia di trattenerla onde chiederle i pronostici del tempo".

"O la comare Imazza, disse Rina, v'avrebbe ben predetto il vero. Mi ha detto la figlia d'un pastore che quand'essa va su al Tivano, entra in una grotta, dove le apparisce uno spirito col quale ha fatto il patto di viver più vecchia d'un corvo e sapere tutto ciò che ha da succedere. Ella ritorna ogni notte a casa e la vedremo fra poco passare sul sentiero del ponte".

Il sole s'era di già involto nelle nubi di prospetto, il cui seno appariva solcato da lampi muti ma continui; scorgevansi pure in altre parti del cielo salire e ammonticchiarsi altre nuvole, i soffii del vento facevansi più frequenti, l'aria vedevasi rivestita da una luce rossiccia pallida, che manifestava che gran masse vaporose riflettevano gli ultimi raggi del sole. Mentre le due donne raccoglievano la tela, per recarsela in casa onde non essere sorprese dalla bufera, videro venire la comare Imazza con passo frettoloso sul sentiero che per l'erta del monte poco al di sopra della loro capanna guidava ad un ponticello di legno posto sul torrente, che lì presso formava la cascata. Era dessa una vecchia grinza e secca, ma vigorosa oltre ogni credere: le sue lacere vesti e i capelli canuti, ma folti e scomposti, sventolavano al vento, le sue scarne mani stringevano un ruvido ed alto bastone che soleva portare, sebbene non abbisognasse d'appoggio per vagare anche ne' passi più difficili dei monti.

"Comare?... Comare?..." gridarono ad una voce la madre e la figlia, facendole segnale colla destra onde scendesse a loro. "Non posso (rispose quella seguendo il suo cammino); il torrente traboccherà fra poco, e trasporterassi il ponte: la tempesta è vicina, vo' tornare al mio nido, non fermarmi a gracchiare con voi".

"Dî almeno, replicarono le altre, il tuo Grampo verrà con te questa notte?" "Questa notte là giù può piover sangue: vi sono barche di Como, e pennacchi spagnuoli presso i sassi di Grosgallia: non è che il vento che li può tener disgiunti, e... se... morti..." e le altre parole andarono perdute giungendo appena come suoni indistinti, perchè quella donna nel pronunciarle aveva valicato il torrente, e s'era già fatta distante: le altre due la seguivano dello sguardo mirandola allontanarsi su per le rupi con certa apprensione come di mal augurio che quegli accenti, quantunque oscuri, avevano svegliato nell'animo loro.

"Che intese dire quella strega di Palanzo? (disse Orsola entrando nel casolare, e chiudendo il battente della porta col chiavistello onde affrancarla contro il vento) Che vi siano soldati Ducali al di là della Cavagnola? Che vogliano tentare di cacciarsi dentro la vecchia torre di Nesso? e gli uomini del Castellano staranno neghittosi senza dar la caccia a quei lupi? Oh quanto bramerei che Falco fosse con noi questa notte! S'egli sa che i nemici ci son sì vicini, non tralascerà di ricondursi a casa, se per venirci dovesse anche urtar coi remi nelle sponde delle loro barche. Che Dio voglia soltanto ch'egli non trovi un ostacolo più forte nella burrasca che ho gran spavento stia per sorgere impetuosa. Vedi, Rina, che bagliore mandano i lampi per le finestre: ascolta come il vento rinforza, e il tuono mormora per entro i monti".

Rina porgeva attento orecchio, e infatti il rumoreggiare delle frondi agitate del gran castano presso l'abituro, l'infrangersi delle acque del lago a' piedi di quella rupe, il frastuono della caduta del torrente fatto or più cupo or più rumoroso, appalesavano che il vento acquistava ad ogni istante maggior veemenza. Di lì a poco, il tuono che non avea ancora che susurrato leggiermente, s'udì trascorrere rimbombante per la volta del cielo, ed in seguito ad un lampeggiare più spesso e più vivo, a scoppii più clamorosi di tuono che tutto scossero quel casolare, incominciò un martellare ruinoso di grossa grandine che dava pel tetto, pei massi e le boscaglie della montagna.

"Sono certamente, o Madre, esclamò Rina a quello scroscio compresa di terrore, sono i demonii che dal monte Bisbino vanno alle caverne del Tivano, e passando presso alla cappella dell'Eremita, scagliano per rabbia le fiamme e la tempesta, strascinando le loro catene".

Orsola, che stava assorta in tristi pensieri per l'annunziata improvvisa comparsa de' nemici in que' dintorni, al che s'aggiungeva la dolorosa persuasione dell'impossibile ritorno del marito in una notte in cui il cielo sì fieramente imperversava, scossa dalle parole della figlia: "Cred'io pure, disse, che i maligni spiriti si siano scatenati sulle nostre montagne, ma sai tu perchè? Perchè vi si sono accostati coi Ducali gli Svizzeri, fra cui stanno uomini che abitano di là dai monti coperti di neve, che hanno rinegata la fede. Oh se tutto lo strepito che c'è nell'aria fosse fatto dai diavoli che se li portano e li affogano ad uno ad uno, m'accontenterei vedere il lago in burrasca e star qui sola con te sino all'ingiallire delle foglie. Io spero intanto che Falco co' suoi compagni, per l'aiuto de' morti e del Santo Crocifisso, si sarà posto in salvo, giacchè gli amici di Musso gli accolgono sempre con gran festa, e se non fosse colà, egli conosce per qualunque sponda uno scoglio dietro cui l'onda non può flagellare la barca. Ma odi come la tempesta va continuando furiosa e fa traballare il nostro tetto. Che la santa Vergine di Nobiallo abbia pietà di noi! preghiamola di cuore, ed abbruciamo la grandine sulla fiamma benedetta onde le potenze dell'inferno non ci possano offendere". Così dicendo s'era accostata al focolare che stava nel mezzo di quella stanza, e levatone dalle ceneri un tizzone ardente destovvi col soffio la fiamma, con cui accese una lucernetta di ferro e con questa recossi nella seconda camera terrena di che constava quel casolare: colà staccò alcuni ramoscelli di lauro e d'ulivo che stavano appesi al capezzale del suo letto, e li riportò nella prima. Rina aveva frattanto, schiudendo la porta, raccolta una manata di grandine; Orsola ne trascelse i tre grani più grossi, ed ammucchiando sul pavimento presso la porta stessa i ramoscelli quivi recati, vi sovrappose i tre grani, indi vi diede fuoco. Mentre i rami crepitavano accendendosi spandendo gran fumo, a cagione della grandine che si liquefaceva, s'inginocchiarono ambedue d'intorno e si diedero a recitare fervorose preci, le quali nella mente di Orsola in ispecial modo erano dirette ad invocare salvezza e ritorno del marito, danno e rovina ai soldati nemici, e nel tempo stesso la propria sicurezza, alla quale però s'avea gran fiducia cooperasse potentemente il denso fumo che dal lauro e dall'ulivo che ardevano s'andava spandendo.

Al terminare della loro preghiera, quando i ramoscelli furono consunti, il rumore del tuono erasi dileguato, cessato il grandinare, e tornato calmo il soffiar del vento. Esse si rialzarono fatte tranquille, e s'assisero presso una rozza tavola, la madre prendendo la conocchia e la figlia ritornando al lavoro dell'ago nella vela; tenendo ragionamenti che non aveano per iscopo che la tempesta, i soldati di Como e il ritorno di Falco.

Erano da alcun tempo così al discorrere ed al lavorare pacatamente occupate, quando il vento ricominciò ad incalzare con violenza, le folgori a splendere e il tuono a rimbombare rumoroso. Esse abbandonarono le loro opere tratte in agitazione da quel nuovo eccitarsi della bufera, e stavano in grande attenzione, quando fra l'uno e l'altro scoppio di tuono giunse al loro orecchio un suono di voci gridanti sul lago. Rina era per parlare; ma Orsola, fatta immobile ad ascoltare, le accennò colla mano tacesse, e s'udì in quel mentre un colpo d'archibugio, il cui rumore, che veniva dalla parte istessa delle voci, rimbombò pei monti e fu coperto dallo strepito del tuono.

"Che stia Falco in periglio? esclamò Orsola con crescente agitamento. Che abbia con quello sparo chiamato soccorso alle barche di Nesso? Accendi una facella, o Rina, ed esci meco, chè se è desso, ora che si trova in queste acque potrà vederne dall'alto il lume e averne una guida". Rina accese una face, ch'era un fascetto d'arbusti resinosi legati insieme, di cui i montanari si servono a modo di torchia, e seguì la madre che, spalancata la porta, s'era appostata sull'orlo del piano che stava innanzi a quell'abituro da cui la rupe calava a picco nel lago. Il vento soffiava loro di contro impetuosissimo e respingeva la fiamma della facella attenuandone il lume; innanzi ad esse erano foltissime le tenebre, nero il cielo, e tutto nero alla vista. S'udiva il vento fischiare pei cavi del monte, le onde infrangersi fragorosamente sulle rive sassose, e il torrente precipitarsi con maggior fracasso. Il folgorare e il tuonare stettero sospesi per alcuni istanti, nei quali tornarono all'orecchio d'Orsola e Rina suoni di voci gridanti e colpi d'archibugi, di cui scorsero il fuoco dirigersi da opposte ma vicine parti.

Stavano entrambe incerte, trepidanti, forzandosi invano in quella oscurità di penetrare che si fosse, quando balenò un lampo sì lungo abbagliante, che illuminò all'improvviso d'un vivissimo chiarore tutto lo spazio compreso in quelle montagne, presentando rapidamente alla vista gli strepitanti cavalloni del lago orlati di bianchissima schiuma, e l'ondeggiar su di essi di due barche zeppe di gente, l'una poco dall'altra discosta. Seguì tal lampo uno scoppio assordante di tuono, che destò tutti gli echi dei monti; si fece il tenebrore più profondo, e rovesciossi una pioggia densissima con uno scroscio infinito. Spentasi la fiaccola nelle mani di Rina, furono costrette quelle donne a ritornare nel casolare onde sottrarsi al ruinoso diluviare. Durò più d'un'ora a scendere dirottissima l'acqua che, spinta dal vento, batteva contro le imposte, poscia a poco a poco andò diminuendo, sinchè, cessato il vento, altro non s'ascoltò che il gocciolare lento della pioggia dai rami del castagno sulle pietre del tetto.

Le due donne, ch'eran rimase sommamente maravigliate dalla quasi magica vista di quelle due barche battaglianti sul lago nel massimo infuriare della procella, percorrevano colla fantasia tutte le possibili cause che potevano averle colà condotte a tal combattimento; in quanto alle persone, non credevano ingannarsi supponendo gli uni soldati Ducali, gli altri di Musso: ma nessuna delle tante supposizioni che andavano facendo, le soddisfaceva pienamente, per cui pensarono prender riposo onde recarsi il mattino per tempissimo a raccogliere le notizie alle Terre vicine.

Aveva già Rina rifrancato il chiavistello, e s'era Orsola avviata nella stanza de' loro letti, quando si fece udire un acuto suono di corno da pastore.

"È Falco, è Falco (gridò quest'ultima trasportata da improvviso contento): riprendi, o Rina, la facella, corri ad incontrarlo: a qual periglio s'è desso esposto questa notte per ritornare! Oh quanto gli sta a cuore la sua casa! Egli scoprì che i Ducali erano a Lezzeno, e nè vento, nè tempesta, nè barche nemiche poterono tenerlo lontano dalla sua rupe. Scendi, Rina, agita la facella; egli è già sul sentiero".

Il suono era stato intanto ripetuto; Rina, uscita dal casolare, calossi frettolosamente pel sentiero appena segnato e ripido che scendeva fra i massi. Discesa due terzi di quella via, arrestossi, presa da subito sospetto, ascoltando voci di persone straniere che salivano: già stava per retrocedere precipitosamente quando le venne all'orecchio l'aspra e sonora voce del padre che si diede a gridare: "Coraggio, coraggio: discende un lume dalla mia casa; or siamo in porto: questa strada è un po' malagevole, a dir vero, per chi non la conosce, ma in due tratti giungiamo al piano. Ecco mia figlia che rischiarerà i nostri passi; saliamo senza timore; sto dietro io per far sostegno. Cala, Rina, e porgi lume, chè vi son meco persone che non hanno il tuo piede di camoscia per correre sui greppi".

La persona in abito nero, che veniva innanzi agli altri, veduta Rina, sostò un istante a riprender fiato, ed alzando la faccia, con voce rauca ed affannata per la salita, esclamò: "Siano grazie a Santa Maria della Scala, che v'ha inviata col lume, brava figliuola, altrimenti in questa notte indiavolata per me era finita; non mi sarei mai più recato a salvamento". E proseguì tra sè e sè arrampicandosi di nuovo. "Uscire dalle unghie de' soldati, e dal lago in tempesta, per cacciarsi all'oscuro su questi sassi dritti come muraglie, per chi non ha mai fatto in vita sua il mestiere di scalare le fortezze e le case, è proprio un cadere dalla padella nelle bragie: e v'ha per di più un maladetto fracasso come di voragine vicina a cui andiamo appressandosi, nella quale mi pare di dover cadere da un momento all'altro. Chi sa che razza di paesi son questi! Oh benedetta la mia Milano! se vi potessi tornare...".

"Badate, gridò Falco, non scivolare al voltare dello scoglio: il passaggio è ristretto, nè mi concede darvi mano; se vi mancano i piedi, cadete a piombo nel torrente".

Tale annunzio produsse in volto a quel primo una strana contorsione di paura; ma mirando Rina montarvi lesta, tenendo all'indietro rivolta la facella onde allumargli la via, si fece più ardito, e con passi meno dubbiosi oltrepassò quello scoglio e pervenne al casolare.

Orsola, che stava sulla soglia attendendo ansiosa il marito, fu essa pure non poco sorpresa vedendo giungere colà quegli stranieri; ma scorto Falco, si ritrasse al di dentro, ove essi vennero con Falco stesso, che fattosi innanzi disse loro:

"Ecco il mio abituro; non è che la capanna d'un povero montanaro; e nulla vi troveranno di meglio d'un buon fuoco e d'un letto di foglie. Ma dormiranno più tranquillamente in questo covo di montagna, che tra le fauci di que' mastini, che li avevano addentati; e certo credevano rosicarli sino all'ossa; non è la prima volta che io strappo loro la preda di bocca, e se non era il vento e quel maledetto colpo che colse Grampo, non mi sarei da essi scostato sinchè non li avessi veduti tuffare il pelo nel lago. Intanto noi pure non ne siamo partiti asciutti: l'acqua, che è caduta a diluvio, avrebbe oltrepassato un cuoio, e ce n'è venuta addosso più di quanta bastava ad ammorzare tutte le micie d'una squadra d'archibugieri: a me non fa gran male, ma ad essi loro, che sogliono quando piove rinchiudersi nelle sale d'un buon castello, potrebbe l'umidità recare un malanno; fa dunque, Rina, che splenda il fuoco onde si rasciughino loro i panni, poichè non poterono evitare una sola goccia della tanta acqua caduta". Così dicendo posò in un canto di quella stanza il suo moschetto, si trasse la schiavina, sotto cui aveva un giacco di maglia; si sciolse la cintura, e l'una e l'altra appese alla parete ad appositi sostegni; indi chiamò Orsola a se vicino e premurosamente le favellò all'orecchio.

Per cura di Rina splendeva intanto la fiamma; e que' novellamente colà venuti trafelati per la salita, storditi ancora pel terribile trascorso evento, ignorando in qual luogo si fossero, contemplavano ammirati e silenziosi quella casa dove erano stati condotti da un uomo che a loro insaputa e quasi miracolosamente gli aveva salvi da estremo periglio, e quella stanza tappezzata intorno da spade, coltelli, archibugi, brani di armature rotti e irrugginiti, fra cui vedevansi qua e là cordaggi da barca, timoni e remi, tutti trofei delle varie imprese di Falco, accresceva in loro anzi che scemare la sorpresa.

Nell'uno però, ed era quegli d'età giovanile, tal sentimento dipingeva in volto un non so che di contento; nell'altro all'incontro infondeva un cruccio, un disgusto che invano forzavasi di dominare: il che dovea naturalmente avvenire per l'indole e le inclinazioni tanto diverse de' loro pensieri. Il primo, che di poco oltrepassava il quarto lustro, abituato all'armi sin da fanciullo, aveva sempre esercitato il proprio valore in quella guerra per lui di sommo momento, poichè era desso Gabriele fratello ultimo nato di quel Gian Giacomo Medici che teneva la sovranità di Musso: un avverso ed un prospero evento s'erano combinati nel farlo colà pervenire. Uso a condur bande d'uomini armati contro i Ducali, era stato da essi sorpreso all'agguato, vinto dal numero, fatto prigione, e veniva condotto quella notte in una loro barca a Como per subire l'estremo supplizio, quando Falco il tolse ad essi dalle mani. Egli guardava soddisfatto le armi ivi sparse, oggetti per lui famigliari e graditi, e nell'atto di quella contemplazione essendo il suo sguardo trascorso un istante sulle vivaci e perfette sembianze della giovinetta figlia del suo liberatore, gli portò all'anima un'impressione nuova, indistinta, a cui la singolarità dell'evento e del luogo aggiungevano una secreta esaltazione, raffrenata però all'intutto da certa sua abituale ritenutezza, originata da una timidità che il mestiero delle armi non aveva in lui distrutta: per il che rimaneasi in un riserbato e quasi mesto atteggiamento. Gli abiti suoi, zeppi d'acqua in quel momento, consistevamo in un giubbetto di panno cremisino rannodato sul petto, da cui presso il collo a nudo risortiva la camicia frangiata, ed in calzoni azzurri aderenti strettamente alle coscie ed alle gambe; avea perduto nella zuffa il berretto, ed i capelli che portava lunghi e inanellati, molli allora d'acqua, li ricadevano sul collo e sulle spalle; il suo volto giovanile era appena segnato ne' contorni da peli nascenti, e nel suo occhio bruno s'appalesava un'anima ardente bensì, ma non sciolta da tutta la soggezione della prima giovinezza.

L'altra persona seco lui colà venuta era un uomo di lettere Milanese, che aveva passati in patria cinquant'anni di pacifica vita e la maggior parte fra i libri, le pergamene ed i discepoli. Nel momento che stava per cogliere il frutto di sue lunghe meditazioni, l'avversità dei tempi e la malizia degli uomini, com'egli soleva dire, l'avevano forzato ad errare in triste esiglio abbandonando Milano, fuori delle cui porte non avea mai per l'addietro portato il piede. Siccome in questa città era stato conoscente della famiglia dei Medici, e precettore ben anco di Gian Giacomo nella sua puerizia, erasi nel proprio infortunio rivolto a lui chiedendo asilo, e questi l'aveva accolto e destinato a proprio Cancelliere, magistrato delle gabelle, e stenditore degli editti ed ordinazioni che pubblicava a reggimento della sua Signoria di Musso. Uno sciagurato accidente l'aveva fatto assentare dalla sala della Cancelleria del Castello, per seguir Gabriele, e per ciò era venuto seco lui fatto prigione dai Ducali, e seco lui da Falco liberato. Nomavasi desso Maestro Lucio Tanaglia, era d'ordinaria statura e sottile della persona; moveva due occhi bigi ma vivi; aveva guancie incavate e pallide, sul mento e sul labbro portava una barbetta a foggia di fiocco, e due mustacchi poveri di peli, che così voleva la costumanza; la capigliatura liscia e compatta formavagli una linea regolare intorno al capo. Il suo vestito constava d'una giubba di nero saio, abbottonato dalla cintura alla sommità del petto, di calzoni parimenti neri, calze cinericcie, e scarpe quadrate alla punta; aveva pure manichini e collare di tela di Fiandra trapunta; ma questi, ancor più che il restante del suo abbigliamento, erano scomposti per l'acqua e lordi in più luoghi di fango. La consuetudine della tranquillità d'un modo costante di vita lungi dalle brighe armigere e dai pericoli, gli facea rinvenire fastidiosissimo quel vedersi sempre circondato da uomini che ponevano ogni loro studio nella guerra e ne' rischii, con cui non poteva mai proporre una tesi filosofica, o dispiegare la scienza Blasonica che possedeva in esimio grado. Nutriva per questo in cuore una stizza, un'acritudine che s'aumentava per la necessità di non poterla mai disfogare, guardandosi egli rigorosamente dal dimostrare spiacevolezza o vigliaccheria alle persone fra cui gli era pur forza passar la vita, per tema di dover pagare troppo caro ogni lieve sospetto o rancore che avesse destato in uomini sì fieri e risoluti. Nel momento di cui parliamo, il suo spirito risentiva una parte di quel disgusto, di quella impazienza ch'era sempre costretto ad ingoiarsi, poichè, sebbene l'essere stato tolto di mano ai Ducali gli fosse sembrata fortuna inestimabile, il vedersi poscia colà condotto, il mirare quel guarnimento d'armi e d'arnesi, che il facevano avvertito che il proprio ospite essere non poteva che un uomo di mal affare, gli richiamavano alla mente una folla di disgustose idee e di paure. Stava quindi in quella stanza ritto accanto a Gabriele, volgendo intorno arcigno il viso se nessuno il vedeva, e forzandosi tantosto di sorridere se temeva ch'altri il guardasse.

Avendo Falco compiuto il colloquio con Orsola, la quale si diede subito ad affaccendarsi per la casa, volgendo di tratto in tratto curiosi sguardi a que' forestieri, s'appressò a loro e disse: "Mia moglie m'assicura, che si trova ancora un po' di sangue nel ventre della vecchia botte che teniamo qui fuori in un buco del sasso: ho pensato per ciò di farglielo spillare pel frammischiarlo all'acqua che può esserci penetrata nel corpo. Sediamo frattanto qui dintorno al focolare perché il lungo ballo di là giù deve avere ad essi lasciate stanche le gambe. Ma che temerità! (proseguì dopo aver accostati rozzi sedili su cui tutti e tre si assisero) che audacia! sorprendere il mio signor Gabriele, questo sì bravo giovine, per condurselo a Como a fare il mal fine: e pensavano que' cialtroni d'approfittare della notte onde passare per di qua inosservati: ma l'occhio di Falco vede nel buio, e avrei voluto perderli entrambi, se s'avesse potuto dire che una barca di Ducali che conduceva prigioniero il fratello del signor Gian Giacomo avesse passate le acque di Nesso senza che Falco mandasse una palla del suo moschetto a visitarli".

"Io debbo la vita, mio caro Falco, alla sola tua bravura, disse Gabriele stendendogli la mano e stringendo la sua affettuosamente. Se tu non eri, non avrei veduta la sera di domani, poiché il Gonzaga che co' suoi Spagnuoli mi prese impensatamente sulla spiaggia di Dorio, facendomi strascinare in barca, giurava che appena giunti a Como il mio capo sarebbe stato reciso, e infisso su un'asta innanzi al Duomo".

Maestro Tanaglia, fissando Falco, con rispettoso sogghigno "Erano tali, aggiunse, da fare il boia colle proprie mani, perché le loro faccie non promettevano dì meglio; e pur troppo anch'io senza il vostro soccorso m'avrei avuta cattiva parte di tal trattamento, perché so che i soldati non sogliono far distinzione fra la persona efficiente e la concomitante".

"Voi sareste stato squartato, od abbruciato vivo, disse Falco con una vivacità che le sue dure fattezze e la voce fieramente espressiva assomigliavano ad una minaccia, poiché gli Spagnuoli non usano altrimenti con chi ha l'aspetto di mago o di giudeo".

Maestro Tanaglia illividì, fece una inclinazione profonda del capo, nè s'avrebbe potuto dire se questa fosse un atto di ringraziamento, riferibile alla liberazione da sì atroce aspettativa, o un moto involontario di terrore. Ma Falco non gli porse mente, poiché sopravvenutogli un subitaneo e triste pensiero, ottenebrossi in volto, e cogli occhi fissi al suolo: "Dio non voglia, esclamò, che il colpo d'archibugio che ha stramazzato Grampo nel mio navicello lo abbia a cacciare sotterra: se le sue braccia diventano immobili, cesserebbero queste acque d'essere trattate dai due remi più vigorosi del lago. Trincone e Guazzo di Brieno, che rimasero nella barca quando noi ne uscimmo a piè della rupe, l'avranno a quest'ora condotto a Palanzo e recato a spalle a sua madre. Oh! che farà la vecchia Imazza quando vedrà il suo Grampo traforato nella gola? le sue imprecazioni basteranno a far affogare dieci barche di spiriti, non quella sola dei Ducali, se pure non è già stata capovolta dal vento, e non sono già calati tutti a radere la sabbia, tenuti in fondo dalle loro pesanti armature".

Orsola, uscita dal casolare poco prima, ne era rientrata mentre Falco pronunciava quelle parole. "La vecchia Comare, diss'ella al marito, mi predisse che si sarebbe questa notte sparso sangue sul lago, e mi rattristò tenendomi in ispavento per te: ma era di quello di suo figlio che s'era inteso parlarle la voce del Tivano, ed essa nol comprese. Povero Grampo, quanto mi duole per lui!"

"Che la sua ferita (disse Falco con voce commossa) non sia più difficile a serrarsi che il fesso d'una barca, o che la sua anima, se già gli uscì dai denti, possa vogare in calma verso il cielo, perché egli era più ardito d'un uomo d'armi, più destro d'un cacciatore. Quando s'accostammo tacitamente col navicello alla barca in cui voi stavate prigionieri, egli fu il primo ad afferrarla, e in mezzo a quel trabalzo furioso delle onde non l'abbandonò mai sicché non cadde riverso dall'archibugiata, ed io v'aveva già allora tratto di mezzo agli Spagnuoli, che fatti confusi da sì inaspettata visita in mezzo all'infuriare della burrasca e sconcertati dai colpi che loro menavano Trincone e Guazzo, non seppero difendersi dal nostro assalto che tirando colpi alla cieca".

"Io il sentii cadermi vicino, disse Gabriele afflitto, appena m'era assiso e rassicurato nel tuo navicello: la perdita d'un coraggioso è sempre dolorosa e grave: questa del tuo compagno, ch'era sì valente, m'è di doppia tristezza, poiché ne fui io la cagione".

"No, non vi rattristate, signor Gabriele; rispose Falco, in cui la commozione svegliata dalla temuta morte di Grampo aveva già dato luogo agli usati sensi d'intrepidezza: le palle, gli stocchi, i pugnali allorché traforano un corpo non fanno che ciò a cui sono destinati. Chi può pretendere tirar le reti e non bagnarsi le mani? e chi presume d'accostarsi sovente agli archibugi e non riceverne mai un ruvido saluto? Partire il più tardi possibile è tutto ciò che sì può sperare; ma quegli a cui la polve di zolfo arse più volte i capelli, deve essere convinto che il colpo che lo invierà per sempre nell'alto o nel profondo gli verrà stando in piedi e il balzerà rapidamente a dormir nella terra. Io ho veduti caderne così a mille in un giorno solo, e non erano montanari che vestissero sdruscite casacche, s'avevano armature dorate ed elmi sfolgoranti. Voi foste alla battaglia di Morbegno ed a quella di Carate, in cui vostro fratello Gian Giacomo fece tanta strage di Spagnuoli, pure immaginatevi che quelle non erano che scaramuccie a fronte della gran giornata che fu combattuta, saranno ora dieci anni, sotto le mura di Pavia. Il Re di Francia, vi comandava in persona, e fu preso, come saprete, prigioniero, ma prima quasi tutti i suoi Baroni caddero morti sul campo. Non vi potete raffigurare in qual numero giacevano stesi nel fango colle finissime sopravvesti, coi pennacchii e gli stendardi che poche ore prima ondeggiavano candidi come vele al vento. Erano pur dessi padroni di castelli, avevano servi e destrieri in gran numero, ma per essere fedeli alla spada, all'onore, rimasero uccisi sulla nuda terra. Io era allora tra gli alabardieri, nè dir si può che rimanessi ozioso od evitassi la mischia, perchè partii di là coperto di sangue, pure nessun colpo fu vibrato sì giusto che mi ponesse a giacere fra quei gentiluomini. Quando avrò tocco il momento prefisso dalla mia stella, forse un colpo scagliato alla ventura mi coglierà come Grampo, ma non permettino i santi che Falco cada senza il suo moschetto vicino".

Crollando il capo maestro Lucio senza levar gli occhi su l'uno o l'altro di que' due, quasi ragionasse seco stesso: "Vedete, disse, come vanno a rovescio le cose di questo mondo: vi son degli uomini a cui il sentirsi un pezzo di ferro entrar nella gola o nel ventre non reca maggior briga di quel che dia a me l'argomentare contro un licenziato; or perché a questi tali che si vanno a pescare i malanni colla lanterna non sono riserbati tutti i colpi d'archibugio, di colubrine, le dagate, le lanciate, e che so io? Perché un povero Cristiano che non tratti altre armi che quelle dipinte sui diplomi e i suggelli, non deve poter fare due passi senza paventare d'esser colto da una botta che o metta nel cataletto? Anche in Milano negli ultimi tempi era diventato difficile il vivere in pace: non si voltava un cantone, che un Catalano o un Lanzinecco non vi fosse addosso per rubarvi il berretto o la cappa; ma pazienza, la pelle almeno era salva: qui all'incontro vi sono soldati sulle spiagge, soldati nei castelli, artiglierie per le montagne, barche armate sul lago, insomma se non t'ammazza l'uno, t'ammazza l'altro: e il peggio si è poi, che se per isventura dai loro nelle mani, t'aggiustano come un martire del Calendario. Oh meschino Tanaglia! quanti guai ti son venuti addosso, e tutti per quattro parole d'un furfante che invidiava il tuo sapere".

"Non dubitate, maestro Lucio, disse Gabriele: il soggiorno de' Ducali sul lago non può essere ormai di lunga durata. Francesco Sforza non è più in grado di mantenere gli stipendii agli uomini d'armi, e fu detto che il De-Leyva è seco lui in contrasto e vorrebbe ritrarne i suoi Spagnuoli; ma prima ch'essi si partano, mio fratello Gian Giacomo pensa dar loro un addio, per cui molti abbiano a perder la lena di far viaggio. Vedrai, Falco, in quel giorno se farò loro pagar caro il sangue di Grampo e la minaccia di mozzarmi il capo come ad un assassino".

Così pronunziando, animato da tutto l'ardore guerriero che gli veniva dal fervor giovanile, alzò baldanzosa la testa, portò la mano allargata sul petto, e mosse vivacemente lo sguardo quasi ricercasse il nemico; ma appena i suoi occhi girarono, vennero impensatamente ad affisarsi in quelli di Rina, che ritta a lui dicontro teneva le pupille intente a contemplare la leggiadria delle forme e la novità del vestimento di quel giovine estrano. All'incontrarsi de' loro sguardi scese ad entrambi un turbamento al cuore come se fossero stati colpiti da una subita scintilla: ambedue abbassarono gli occhi al suolo; Rina, imporporate le guancie, si ritrasse in disparte, e Gabriele ammutolito rimase nella sua primiera meditativa attitudine.

Eransi intanto da Orsola disposte su rozzo desco rusticali vivande, e collocatovi nel bel mezzo un vaso di vino tratto dalla botte accennata da Falco; ed egli visto che s'ebbe compiuto l'apparato, s'alzò dal focolare, invitando i due ospiti a prender parte a quella cena. Maestro Lucio, che avea già più volte spinto lo sguardo di sfuggita a mirare che stasse facendo la moglie di Falco, ed accortosi che disponeva la mensa, avevala più volte accusata internamente della lentezza che vi frapponeva, accettò tosto l'invito e andò a sedervisi, dandosi a mangiare di que' cibi grossolani coll'ardore con cui avrebbe spogliato un lauto convito. Gabriele e Falco ne imitarono più moderatamente l'esempio: nel primo, mentre saziavasi l'urgente bisogno della fame, ricorreva più limpido e brillante alla rinvigorita fantasia l'incontrato sguardo di Rina, e svolgevagli mille dolci ed indefinite idee nella mente; nell'altro le non tenui golate di vino fecero più fervido il desiderio d'uno scontro coi Ducali, contro cui, oltre le antiche cause di odio, l'accendeva in quell'istante il pensiero che per causa d'un colpo da essi scagliato, non s'aveva a fianco un fidato compagno, con cui solevano toccar le tazze animandosi a tracannare finchè vedeano a secco il fondo di quel vaso.

CAPITOLO SECONDO.

Son della bara funerale ai lati Con torchi in man pel nuovo di languenti Due lunghi ordin d'uomini incappati Che han nei cappucci le fronti dolenti, I cappucci in due parti traforati Apron le viste ai loro occhi piangenti. LA PIA, Leggenda di B. Sestini.

Albeggiava appena in cielo il giorno ed ancor tutti nell'abituro di Falco dormivano profondamente allorchè ne venne bussata con forza la porta.

"Chi batte?" gridò Falco risvegliandosi istantaneamente, e sorgendo d'un salto dal giaciglio su cui erasi coricato cogli abiti indosso:

"Son io; son Trincone (rispose quello che stava al di fuori); apri tosto che t'ho a parlare".

Disserrò Falco all'istante l'uscio di sua casa, ansioso d'intendere che fosse avvenuto di Grampo; imperocchè Trincone, ch'era l'uno de' compagni che l'avevano trasportato ferito al suo tetto, doveva di certo recar di lui fresche novelle. Narrò infatti Trincone che giunti che si furono la sera a Palanzo, Grampo non dava più segni di vita, ma depostolo in sua casa, mercè le cure e gli unguenti di sua madre Imazza aveva riaperti gli occhi e fatti tali contorcimenti delle membra da mostrare che il sangue perduto non l'aveva esausto in tutto di forze, per cui egli recavasi di fretta a Nesso alla Casa dei Malati a ricercare Frate Andrea Cerusico, affinchè venisse a soccorrerlo dell'arte sua; e nel passare per di là aveva voluto discendere ad avvertirne lui Falco, pel desiderio che sapeva dover esso provare d'averne pronte notizie.

"Ben hai fatto, disse questi reso pago da quell'annunzio; corri a Frate Andrea, e quando seco lui passerai qui su dalla via, mi darai voce, ed io verrò seco voi a Palanzo".

Trincone partì, e Falco, rientrato nell'abituro, ripetè le parole di lui ad Orsola ed agli ospiti suoi, che in que' pochi momenti eransi alzati ed allestiti. A causa dell'ora tanto inoltrata della notte in cui si trassero a riposo, e fors'anco per scrupoloso riguardo che i due forestieri s'imposero verso le donne, quantunque si fossero coricati nella più interna stanza, eransi posti a giacere colle vestimenta d'attorno. Avevano dessi pensiero di dovere immediatamente partire, ma Falco il tolse loro dicendo che non avrebbero fatto viaggio che sull'imbrunir del giorno, avendo egli in animo di condursi a visitare il ferito compagno. Il giovine Medici e Maestro Lucio si dichiararono disposti a fare quanto meglio a lui fosse piacciuto, ed a seguirlo per tutto ove venisse loro indicato, persuasi ch'egli avrebbeli ricondotti in sicurezza nei dominii del Castellano.

Gabriele però di quella inaspettata dilazione annunziata al loro partire s'ebbe la più viva compiacenza, poichè sentiva di già che a malincuore abbandonava quell'ospitale abituro. La prima immagine a lui affacciatasi appena tolto al sonno era stata quella che ultima l'aveva abbandonato la notte, l'immagine cioè di Rina. Erano cessate la foga e l'agitazione destate nel suo spirito dagli avvenimenti del giorno antecedente, e su tutte quelle tumultuanti e spaventose impressioni una n'era surta dominatrice che gli diffondea nel cuore una dolcezza nuova, lusinghiera, che lo affezionava agli accidenti, sebbene disastrosi, dai quali era stato colà condotto.

Non era una determinazione decisa, un'idea chiara, sviluppata che Gabriele avesse concepito, e di cui rendesse a se stesso ragione; erano immagini presentite, velate ancora e confuse, che lasciavano trapelare una luce attraente e soave, qual egli non aveva mai traveduta da pria; era una fibra del suo cuore non tocca mai per l'addietro, che appena sfiorata rilevossi con un'armonia sì deliziosa, che nessuno de' suoi consueti sentimenti sapeva raggiungere: erano quelli in somma i primi battiti d'amore.

Avendo trascorsi i suoi verdi anni nei castelli, nelle rocche, o sul campo tra uomini rudi e severi, che d'altro non s'avevano pensiero che di ciò ch'era conforme a' loro guerreschi interessi, mai una parola affettuosa era giunta al suo orecchio, nè mai gli si era offerto alcuno di que' tratti che recano all'anima la soavità della simpatia, e lo aprono all'effusione d'un gentile e delicato sentire. Con persone d'altro sesso egli non avea mai avuto famigliare consorzio, e le sole giovani donne con cui alcuna volta soleva conversare, erano le proprie sorelle, che stavano in una casa foggiata a monastero in Musso, e queste, d'età alla sua superiore, non davansi altra cura che d'intrattenerlo di cristiani ufficii e di pratiche religiose, temendo che le sue armigere occupazioni gli facessero porre in dimenticanza od in dissuetudine i sacri doveri. Per il che eran sempre rimasti a lui assolutamente sconosciuti i moti d'amorosa tendenza, o di tenera affezione. Le forme e gli sguardi di Rina, ch'egli aveva colà pressochè ad insaputa contemplati, avevano cagionato il suo primo palpito d'amore, che in un intatto e puro cuor giovanile con tanto vigore s'addentra possedendolo con intiero ed assoluto dominio.

Poco tempo dopo che Falco fu rientrato nell'abituro, Trincone ritornò menando Frate Andrea, ch'era l'uno de' monaci che s'avevano in cura un ospitaletto elevato da pia e facoltosa persona un secolo addietro nella terra di Nesso per ricettare gl'infermi del contado, e veniva chiamato la Casa dei Malati di santa Maria: diede quegli dalla strada un grido chiamando Falco, e questi, postosi a spalle il suo moschetto, che non abbandonava giammai, si fece a seguirlo.

Annuvolato tristamente era il cielo, e fosco appariva il mattino: larghe zone di nebbia rigavano i dossi delle montagne, e riflettevano nelle immobili acque del lago il loro cinericcio colore; le piante e gli arbusti che fiancheggiavano il sentiero del monte vedeansi sfrondati ed abbattuti dalla furiosa grandine della notte, ed in più luoghi frantumi di macigni e sassi trascinati dalla correntia della pioggia lo avevano ingombro.

"Foste chiamato per tempo a disastroso cammino (disse Falco a Frate Andrea, che giva preceduto da Trincone) e n'avete a far buon tratto per giungere al letto dell'infermo".

"Non è mai disastrosa, rispose il Frate, quella strada che dobbiamo percorrere per recare la salute del corpo o dell'anima ad un nostro fratello".

"Così avvenisse che poteste rendergli la prima, soggiunse Falco; ma temo che nè le bende nè l'acqua del chiodo che portate abbiano a valere a rimarginare la ferita che aprì a Grampo le canne della gola". "Sia pur vero per volontà di Dio che l'opera delle mie mani non abbia ad avere alcuna efficacia, rispose il Frate; ma voi mostrate poca fede dubitando dell'effetto di quest'acqua miracolosa: non sapete quanti portenti ho veduti co' miei proprii occhi operarsi per essa? quanti storpii raddrizzati, quanti ciechi illuminati, persone giacenti da più anni rinvigorite in poche ore? Ma fa d'uopo trovarsi mondi da gravi peccati, ed avervi avuta sempre particolare divozione".

"Ohimè! il povero Grampo non deve dunque aspettarsene alcuna grazia, disse Trincone crollando il capo: ci parlava sovente di gozzoviglie e di vino, e l'ho veduto vuotarne delle tazze in gran numero; ma non mi so che si risovvenisse pure una volta del viaggio che dobbiamo far tutti per l'altro mondo".

"Sarà di lui ciò che ha disposto Quegli che sta là su, disse il Frate alzando gli occhi al cielo: la sua misericordia è infinita, ed Egli può attribuire qualunque mirabile potere a quest'acqua che fu benedetta col chiodo miracoloso venuto da Terra Santa".

Seguendo quei tre il sentiero più breve pe' boschi, lasciando Careno ed altre Terre alla destra, pervennero in brev'ora a Palanzo: internatisi per una stradicciuola in quel paesetto formato d'ammassati montaneschi abituri, giunsero alla porta della rustica casupola di Grampo. Presso a quella stava Guazzo in mesto atteggiamento confabulando con due confratelli Della-Morte, che così appellavansi i membri d'una religiosa compagnia di cui era incarico il recare i trapassati a sepoltura.

Quando Guazzo ebbe veduti que' tre sorvegnenti, "È tardi, esclamò con malinconica voce: altro non rimane a fare per lui che porlo sotto terra".

Trincone, maravigliato, fece un atto di dispetto vedendo così delusa la sua aspettativa, e accorgendosi d'aver gettati vanamente i passi; il Frate abbassò lo sguardo al suolo chinando il capo, e incrocicchiando le braccia sul petto recitò una preghiera; Falco, compreso da dolore, "Lasciatemi entrare, gridò in tuono che palesava insieme l'ira e la pietà: voglio almen vederlo un'ultima volta; voglio promettere sul suo corpo di mandare più d'uno di quelli che lo hanno ucciso a dormire un sonno eterno come il suo".

In una stanza di ruvide pareti, sotto una volta annerita dal fumo, e che prendeva scarso lume da un elevato finestrello, giaceva sovra un letto di tavole il cadavere di Grampo ricoperto per metà da un lenzuolo: la sua gola era fasciata da bende tutte intrise del suo sangue, che trascorsogli sul nudo petto in più striscie vi si vedeva nero e raggrumato. Di fianco al letto stava assisa una vecchia donna, tenendosi a due mani appoggiata ad un bastone, cogli occhi fissi immobilmente su quel sangue: i denti di lei battevano di tratto in tratto tra loro, e le membra tremavano per convulsivo movimento: era Imazza sua madre.

Entrato Falco là dentro seguito da Frate Andrea e da Trincone, accostatosi lentamente al letto, vi si rattenne; posò a terra il moschetto, e sovrapponendo all'estremità della canna ambedue le mani, su quelle appoggiando il mento, rimase taciturno a contemplare d'uno sguardo, fatto per tristezza fosco e socchiuso, la salma d'un compagno d'armi, poche ore dianzi sì vigoroso per gioventù e salute, già fatto immoto insensibile.

A piè del capezzale inginocchiossi Frate Andrea, il quale, alzata colla destra la croce che andava unita al rosario che gli pendeva dalla cintura, intuonò le litanie ed altre preci pei defunti, cui rispondeva Trincone, postosi parimenti co' ginocchii a terra: rilevatosi il Frate, appressossi ad Imazza, che non aveva mai tolti gli occhi dal volto del proprio figlio, nè sembrava per anco essersi accorta della presenza di quegli estrani, e come era suo ufficio e costume in simiglianti circostanze per alleviarne il dolore, e distorla da quell'intenso pensiero, cominciò con voce lenta e pietosa a così dirle: "Il Signore non volle concedere che io giungessi a tempo di confortarlo colle sante parole della Chiesa, o di lavargli la ferita coll'acqua mirabile che recai meco a quest'uopo; ma non paventate per questo, o madre, anzi abbiate viva speranza che egli sarà stato accolto nella schiera degli eletti, e l'interno pentimento delle proprie colpe gli avrà fatta vincere la guerra col nemico infernale che sta preparato a tutti assalirci negli estremi momenti: fors'egli a quest'ora prega per voi e per noi tutti; ed attende tra l'anime purganti che colle nostre orazioni lo liberiamo dalle fiamme..."

La vecchia Imazza, volgendo la testa, diede uno sguardo sì torvo al Frate, che gli troncò sulle labbra la parola, e con un raggrinzamento di mascelle che aveva sembianza di un truce ghigno: "Liberarlo dalle fiamme! disse: Qui è gelo: toglietelo dal freddo che lo agghiaccia, fate che si levi da sè, e che questo non sia come piombo freddo e greve". Così pronunciando alzò un braccio del morto, e lo lasciò cadere rimettendosi a guardarlo fisamente.

"Sento" disse Falco, abbandonando d'un subito la sua posizione, e prendendo la mano di Grampo ricaduta sul letto, "sento che è fredda e rigida come se fosse rivestita d'un guanto di ferro; ma chi di noi avria potere di riscaldarla? Se valesse immergerla nel sangue, ciò non sarebbe un disperato rimedio; ed io giurerei su questa mano istessa di versarne più di quanto ne facesse bisogno a tal uso. Ma tutto pur troppo è vano quando la terra deve stendersi su di noi come un pesante mantello. Per ciò compiango, o Imazza, il vostro dolore, poichè avete col figlio perduto tutto ciò ch'era a voi caro al mondo: egli solo consolava i vostri vecchi anni, e ne alleggeriva la gravezza: ora che farete voi della vita? gli occhi vostri non sapranno su chi posarsi, nè la vostra lingua a chi parlare. Ascoltate la voce di Frate Andrea: questi uomini del Signore cercano di gettarci una corda di soccorso quando più non abbiamo nè vele nè remi per accostarci alla sponda".

Imazza a tai detti dimenava il capo con ira, e: "Che parli tu? rispose, a che venisti? Perchè tocchi quella mano? Non fu per esser teco, che Grampo venne colto da un colpo ch'era a te destinato? Non fosti tu che il conducesti alla morte? Attendi, attendi a consigliare le tue donne, che forse non andrà a lungo che un cadavere più sformato di questo starà nel loro casolare, se pure non avverrà che in vece delle donne ci saranno dintorno i lupi ed i corvi".

"Taci, maledetta strega!" gridò Falco torbido e minaccioso in volto, stringendo a pugno la destra, ed alzandola verso di lei; e ben avveniva che l'avrebbe malamente percossa, tant'era l'ira che l'assalse e l'acciecò a quel malaugurato presagio, se frate Andrea, messosi tra loro, adoperando pacifiche ed autorevoli parole, non avesse sedato quel bollore di rabbia, sì inopportuno e sconvenevole in tal luogo e in tal momento in cui tutti i pensieri da null'altro essere dovevano compresi che da tristezza e pietà. La vecchia donna chinò il capo sul petto, più non pronunciando alcun accento, e Falco rimase parimenti muto, volgendo nell'anima le più tetre e desolanti idee. Quella predizione fattagli alla presenza d'un morto da una femmina che dicevasi aver conoscenza dell'avvenire per mezzo di sortilegii ed altre diaboliche arti, lo aveva colpito sì fattamente, che un gelo gli corse per l'ossa, e risentì uno straordinario sentimento di terrore. Nelle battaglie, negli assalti, nel calor delle mischie la morte aveva sempre avuto per lui un aspetto, direm quasi, eroico e glorioso, nè altra cosa eragli rassembrata che un rapido compimento della vita: là dentro la ristrettezza dello spazio, la scarsezza del lume, la vista d'un cadavere insanguinato, il viso e la voce sinistra con cui Imazza aveva pronunciate quelle parole, tolsero al suo spirito ogni vivace ed energico slancio, e v'infusero nere tremende idee come se gli fosse stato svelato uno spaventoso secreto.

Frate Andrea fece nuove esortazioni e preghiere, quindi annunziando che gli era necessità ritornarsene al suo convento di Nesso, chiese commiato, ed uscì dalla casa di Grampo; Falco, gettato un ultimo sguardo sul corpo dell'amico, seguì il Frate, e ordinato a Trincone e Guazzo si trovassero sul far della sera col navicello a piedi della sua rupe, abbandonò Palanzo, riprendendo cammino verso il suo casolare.

Annuvolato era ancora il cielo, e soffio di vento non avvivava l'aria, nè increspava la faccia del lago, che da nessuna barca appariva solcata, onde melanconica se ne offriva la veduta dall'alto del sentiero tra le selve del declivio del monte, pel quale Frate Andrea e Falco retrocedevano. Camminò quest'ultimo alcun tempo meditabondo, recando sotto il braccio il suo moschetto colla bocca a terra, tenendo una mano fra i panni, e piegata al suolo la testa: a poco a poco però l'aria aperta, la vista delle montagne e delle acque, quantunque non lucenti per sole sereno, gli ritornarono i suoi abituali pensieri: sparve la tetraggine che lo aveva invaso, rimproverò a se stesso come una fanciullesca debolezza e una vigliaccheria quel momento di terrore da cui s'era lasciato sopraffare, rammemorò le tante sue passate imprese, si ricordò gli ospiti che lo attendevano, l'onore e la fama che gli sarebbero derivati riconducendoli liberi a Musso, pensò alla probabilità d'una gran battaglia che il Castellano darebbe ai Ducali, in cui sariasi diguazzato nella strage; ed a tali pensieri gli ricomparve sul volto l'usata ardimentosa espressione, gettò sull'omero il moschetto, e sentissi necessità di favellare per mantenere le sue idee in quel confacevole andamento. Si rivolse per ciò al Frate che gli veniva da lato, e dopo vario parlare intorno ai fatti di quella guerra: "Chi fu, gli disse, quegli tra voi della casa di Nesso che venne chiamato alla rôcca di Reginaldo Rusca il Ghibellino onde sanarlo quand'ebbe il braccio fracassato da una bombarda nel combattimento navale presso Como?"

"Fu Ambrogio da Milano, rispose Frate Andrea, che da poco tempo ritornò alla sua città onde prestare assistenza ai pellegrini della Commenda: egli guarendo il Rusca profittò al nostro convento di Santa-Maria duecento scudi di Musso di quei del Triulzo, chè tanto aveva fatto voto quel ferito di sborsarne risanato che fosse".

"Pagò riccamente la cura, soggiunse Falco: ma che non avrebbe egli speso per tenersi il suo braccio, e non essere chiamato Reginaldo il monco? Giurerei che s'avrebbe tolto d'andare a Gerusalemme a piedi, e avrebbe dato tutto il suo ai frati ed ai poveri. Ma in vero ei del suo brando faceva grand'uso: io il vidi quel giorno della battaglia, poco prima che venisse colpito, saltare dalla nave del Matto, che comandava i legni di Musso, entro una barca comasca, e menar colpi sì vigorosi, che in poco tempo n'ebbe spaccato l'albero, ed ammazzati non so quanti, indi balzare in una scorribiessa, e ritornarsene tra i nostri gridando d'allegria".

"Fa d'uopo però dire, replicò il Frate, che perdendo un braccio fu ancora l'uno de' meno sventurati tra molti che trovaronsi a quel fatto, perchè m'ho inteso narrare che le bombarde e gli archibugi comaschi e ducali abbiano allora fatta gran strage dei soldati del Medici, e la nostra casa dei malati fu ripiena per più mesi di uomini che si colsero ferite più gravi di quella del Rusca. Abbiamo però speranza che le cose quanto prima tornino in pace, poichè un cappuccino di Domaso venuto al convento narrò che il Medici ha in animo di rendere il Castello di Musso a quei di Milano, i quali alla fin fine ne sono i veri padroni, e così finirà ogni guerra, e gli Spagnuoli se ne andranno pei fatti loro, e insieme ad essi anco gli Svizzeri, il cui soggiorno in questi paesi è pestifero, poichè discesero dall'Alemagna certi preti che si sono messi tra loro predicando false dottrine, e dicendo ogni male dei frati, delle monache e, che Dio li confonda! per sino del papa; per cui se avessero a rimanere costì più a lungo, e venisse a spargersi quella zizzania tra i nostri, e mettervi radice, chi sa qual immensa rovina potrebbe derivarne".

"Che vadino al loro malanno gli Spagnuoli e gli Svizzeri questo può facilmente avvenire, ma che il Castellano renda Musso, che lo dia ai Milanesi dopo averlo difeso per sì lungo tempo, ed esservisi fieramente nicchiato come un orso sul Legnone, è la più gran pazzia il solo immaginarlo!" Così disse Falco con un lieve risentimento di sdegno, che la placidezza e mansuetudine con cui l'udiva Frate Andrea gli fecero tosto deporre: "Non abbiate timore, proseguì quindi pacatamente, se ne andranno, sì, e non avranno campo di spargere la falsa legge, e di ripetere bestemmie in quella loro lingua del demonio: sul brigantino del signor Gian Giacomo stanno bombarde e colubrine da squarciare i fianchi a qualsiasi nave, e ben anco ad una torre, se ne verrà il caso. Una sola giornata che si possa fare, ma lunga e di buon cuore, spazzerà il lago da quei cornacchioni, come il vento ripulisce il lido dalle foglie".

Movendo tali ragionamenti, pervennero al torrente di Nesso, valicato il quale, Falco discese al proprio casolare salutando il Frate, che rispostogli: "Dio vi salvi" si mise sul sentiero alla volta del convento.

Maestro Lucio aveva nel frattempo fatto un'importante scoperta, con cui si era difeso dall'ozio e dalla noia due suoi mortali nemici. Dopo d'essersi persuaso, dando un'occhiata dalle finestre, che il terreno d'intorno non lasciava luogo ad alcuna gradevole passeggiata, frugatosi invano negli abiti per vedere se mai a caso s'avesse posto qualche opuscolo nelle tasche, nulla trovando a far di meglio si diede ad esaminare i brani d'armatura che stavano appesi per quella stanza. Guardatili pressochè tutti, e scorto, con gran sua soddisfazione, in più d'un d'essi conservata l'impronta della fabbrica degli Armorari Milanesi, venne alla fine il suo sguardo a cadere sovra una panciera di ferro da cui dependeva un lembo di sopravveste di seta ricamata: il sollevò con garbo, e qual fu il suo contento osservandovi tutto intiero effigiato uno stemma gentilizio! non ne prova forse altrettanto un navigatore d'ignoti mari alla scoperta d'un'isola vasta e feconda: staccò quel lembo con ogni precauzione, lo stese accuratamente sur una tavola, e vi si pose a meditare mettendovi tutto l'intelletto onde arguire il significato degli emblemi, e scoprire a chi appartenesse.

Gabriele, abbenchè si fosse assiso al suo fianco, poca attenzione porgeva allo sfoggio di dottrine Blasoniche che desso veniva facendo applicandole all'interpretazione di quello stemma; la sua mente era tutta occupata di Rina, verso cui li suoi occhi si volgevano incessantemente, poichè, si stesse seduta, o fosse essa in moto, dispiegava per lui sì nuove e dolci attrattive, che i passi, la voce, le attitudini tutte di lei si stampavano nel più addentro del suo cuore. Rina però ratteneva contegnosa i proprii sguardi, onde pochissime fiate venne dato al giovinetto Medici d'affisarne le nerissime pupille, e nessuna di quelle rare volte la rimirò senza vivamente arrossire, senza provarne un palpito più vibrato, e sentirsi nel tempo medesimo divampare d'ardentissima fiamma.

Messer Tanaglia, dopo aver contemplati a lungo gli emblemi trapunti: "La cosa, esclamò tutto giulivo, è chiara come il sole: quegli che portava l'armatura coperta da questo stemma era un Conte: ce lo dice evidentemente la corona che sormonta lo scudo: ecco il cerchio d'oro col rialzo di sedici punte con altrettante perle sovrapposte: questa è corona Comitis, come scrissero tutti gli autori. Lo scudo ovale spaccato in due campi bianco e verde, senza quarti, indica non essere desso del genere delle armi Pure di Parentado o d'Origine, ma bensì delle Agalmoniche, ossia Parlanti, cioè allusive al cognome di famiglia; e vedete appunto che il cognome lo troviamo espresso in questo pozzo delineato sul campo bianco, colore più nobile del verde, su cui sta all'incontro dipinto un pesce, col quale ci viene indicato che la famiglia ha dominio sulle acque. Si può quindi asserire senza tema d'errare che il possessore dell'armatura e dello stemma era il Conte Pozzo o Del Pozzo signore di qualche fiume o lago. Dite, Madonna Orsola, non ho io côlto nel vero?"

"Nulla so di tutto questo, rispose Orsola con qualche sorpresa: d'altro non mi rammento se non che Falco quando la recò qua su ne portò insieme una lunga catena d'anelli d'oro, che cangiò ad Argegno con un sacco di polvere d'archibugio che gli fu data da un mercante Svizzero". "Recò pure allora, soggiunse vivacemente Rina, se ben vi ricorda, o madre, un largo nastro colore di foglia d'ulivo su cui stava un bel ricamo, che il padre disse ch'erano parole: voi non voleste mai che io me lo ponessi dintorno, e lo donaste, son pochi giorni, a quel pellegrino che passò qui sopra addomandando la carità".

"Era di certo la cintura della spada, disse Gabriele: e chi sa quanto l'avrà tenuta in pregio il cavaliere che la portava, poichè non v'ha dubbio che le parole che vi stavano marcate fossero opera d'una mano a lui cara. Ne vidi molte di tali cinture fregiate di graziosi motti sul petto de' nostri capitani d'armi, ad essi donate dalle loro donne: ma io non ne ho portate mai che non fossero d'acciaio o di cuoio, poichè non ho ancora trascelto verun colore, nè alcuna donna s'occupò sinora a trapuntarmi un nastro".

E queste parole che a lui vennero la prima volta spontaneamente alle labbra gli recarono un senso d'umiliazione che gli fece abbassare al suolo lo sguardo; ma pensandovi, sentissi tosto contento dell'averle pronunciate, e rialzollo più confidente e sicuro in volto a Rina, la quale provò un ignoto compiacimento a quelle parole sì che per lo innanzi non seppe più mai dimenticarle.

In questo punto rientrò Falco, che mestamente narrò l'occorso caso, per il che Messer Tanaglia, obbliando gli scudi e gli emblemi, mostrossi con tutti gli altri sommamente afflitto, di null'altro lungo il giorno ragionando che della morte di Grampo, che per cause diverse riusciva a ciascuno di grave cordoglio.

All'avvicinarsi della sera, essendo l'ora prefissa al partire, uscirono per discendere a piè della rupe, ove il navicello di Falco venir dovea da Palanzo. Il sole all'occidente mandava per mezzo a nebbioso velo l'ultimo suo raggio che batteva sui monti e faceva pallidamente rosseggiare le case e la bruna torre della vicina Nesso, intorno a cui mille rondini giravano a volo. Mirarono tutti attenti al lago onde vedere se la barca fosse giunta, ma non se ne scorgea alcuna che quivi stesse o che venisse costeggiando a quella volta. Costretti per tal modo ad attendere, Orsola approfittando di quel momento di dimora, condotto Falco in disparte, caldamente il pregava non si tenesse troppo a lungo assente, poichè aveva l'animo angustiato dal timore del ritorno dei Ducali: nello stesso mentre Maestro Lucio guardava il viottolo per cui doveva discendere provandosi a tentarne i primi passi.

Gabriele rimaso sotto il vecchio castagno da solo con Rina ardeva di brama dirle alcune parole di saluto; ma tanta era la folla dei sentimenti che il possedevano sì veementi e inusitati, che tutto il calore del suo sangue concentratosi intorno al cuore, pareva avesse tolto il potere al suo labbro d'esprimersi, poichè invano forzavasi a pronunciar un sol motto; ma pensando che lasciare quella fanciulla senza pur dirigerle un accento poleva aver taccia di villania, il che gli sarebbe poscia riuscito dolorosissimo, riunito tutto il proprio vigore, con voce mal ferma:

"Or mi debbo partire (disse; e Rina, nel cui volto vedeasi il mirabile contrapposto dell'esitazione del pudore e della somma vivezza del sentire, al suono di quelle parole alzò lo sguardo), ma mi rammenterò pur sempre della casa di Falco e di chi mi ha tanto cortesemente accolto: qui ebbi salva la vita e qui volerà ad ogn'istante il mio pensiero".

"Voi che abitate un castello, rispose Rina dolcemente, un gran castello lontano sul lago, come mai potrete ricordarvi di questo casolare? Forse allorquando la vostra barca passerà innanzi a Nesso, guarderete a questo tetto, sotto cui riparaste una notte, come noi miriamo le capanne poste sui monti che ci difendono dalla pioggia".

"Se in quelle provaste ciò ch'io qui m'ebbi a sentire", replicò Gabriele fatto più franco e sicuro dal parlar di Rina, "non riuscirebbevi agevole lo scordarvene un istante: l'impressione delle ore qui trascorse mi sta sì fitta in petto, che non è possibile che si cancelli giammai, e mio unico desiderio non altro sarà, che di farvi almeno una volta ritorno".

Abbenchè di tali detti non fosse aperto a Rina tutto il significato, s'accorse ella però che con tenero intendimento erano stati pronunciati, poichè la fisonomia di Gabriele affettuosamente avvivata nell'esprimerli, i di lui occhi fissi su lei con tutta eloquenza le parlarono direttamente all'anima coll'evidente linguaggio dell'amore: ella nè osò nè seppe rispondergli; solo rivolse in lui sì scintillanti i proprii sguardi, che ogni argomento di parole sarebbe stato nullo al confronto.

Spuntava intanto lambendo gli scogli della sponda l'aspettato navicello che Trincone e Guazzo conducevano remigando. Quel debole raggio di sole che aveva salutato il giorno era sparito, fosca cresceva la sera, e nubi di bigio colore occupando tutto il cielo posavano sulle sommità dei monti. Veduta la barca Falco affrettò alla discesa i due ospiti, onde trarre vantaggio di quel barlume vespertino, strinse la mano alla moglie, diede un bacio alla figlia e scese pel primo il dirupato sentiero. Maestro Lucio poco frettolosamente il seguiva a causa del torrente, il cui rumoreggiare gli tonava ancora all'orecchio; e dal cader nel quale si assecurava piantando il piede con somma cautela sul sasso: tal lentezza agio porgeva a Gabriele, che gli veniva d'appresso, di soffermarsi ad ogni rivolto della strada a riguardare in su al piano dell'abituro, sull'orlo del quale stavano Orsola e Rina, di cui però discernevansi appena le forme.

Giunti in fondo alla rupe, sulle sabbie della riva, presso la quale Guazzo e Trincone aveano condotto il navicello, entrarono in esso, e dopo che Falco s'ebbe assicurato che erano stati posti gli archibugi e i coltelli nel cassone, collocato su quello il suo moschetto, ordinò si spingessero al largo. Allontanati che si furono un mezzo trar di balestra, si fece loro udir da lontano un canto misurato in coro. "Tieni qui ferma la barca, disse tosto Falco a Trincone, che parmi ascoltar voci che siano della compagnia della Morte; essa si recherà Grampo a seppellire nel prato del cimitero dentro la valle".

Rattenne il rematore la barca, e il canto s'andava a poco a poco facendo più distinto venendo pel monte dal lato di Palanzo; indi apparve da quella parte stessa un chiarore prodotto da una lunga fila di lumi che s'avanzava in tregenda or ripiegata, or distesa a norma della sinuosità della montagna di cui percorreva la via. Erasi la sera fatta oscura del tutto, per cui le bianche tuniche vestite da coloro che formavano la funebre processione vedevansi distintamente lumeggiate dai cerei che ciascun d'essi portava. Il salmodiare ne era monotono e lento come i loro passi, ed a cagione della distanza tutte le voci mescendosi e depurandosi, ne riusciva un canto aereo prolungato, il più che dir si possa tristamente solenne. Pervenuto il funereo convoglio al ponte del torrente, s'offerse più che mai distinto alla vista di Falco e degli altri che stavano nella barca, poichè quel ponte sendo elevatissimo, sorgeva loro di prospetto con una parte delle acque cadenti al di là d'uno sporgimento della rupe. Una croce mortuaria precedeva la comitiva, e poscia a due a due camminavano i confratelli; al loro passare sul ponte il torrente ripercuotendo lo sfolgorare dei torchii, pareva una larga lista di fuoco che si trasmutasse scendendo: ultimo veniva il cataletto coperto da nero drappo, recato da quattro uomini a spalle; varcato ch'ebbe il torrente, lasciata la via di Nesso, s'allontanò la processione internandosi nella valle alla volta del cimitero.

Al passar del crocifisso e della bara que' del navicello si trassero i berretti e concordemente recitarono l'orazione dei defunti, indi spariti che si furono i lumi: "Povero Grampo! (esclamò Guazzo dando con Trincone de' remi nell'acqua) è una cattiva nave che ti porta, che per qualunque vento tira, non riconduce mai alcuno al suo paese".

"Ed io questa mattina, rispose Trincone, m'aveva tutta la fiducia che l'acqua del chiodo di Frate Andrea l'avesse a risanare; ma nel bel mentre che m'ero andato per lui a Nesso, la vecchia Imazza se lo lasciò morire tra le mani, del che ebbi la più gran stizza del mondo". "Prendi più il largo, attendi a non battere sì forte i remi, disse Falco, e statti zitto, chè se vi fossero Ducali appiattati per le sponde, non ci abbiano a sentire: questa notte dobbiamo vogare drittamente a Musso, nè vuolsi gettare il tempo a cangiar colpi con loro".

Così detto, rimasero tutti silenziosi navigando per quell'oscurità tanto quetamente, che appena un finissimo orecchio sarebbesi a poca lontananza avvertito di loro, poichè s'avevano tal arte nel maneggio de' remi, che gl'immergevano e traevano dall'acqua senza il minimo diguazzo o sbattimento; e tal maestria riusciva ad essi sommamente vantaggiosa, poichè davagli il mezzo di oltrepassare le navi nemiche, od accostarsi a quelle che volevano assalire, senza che altri s'avvedesse della sorpresa pria che avessero ottenuto il loro scopo.

Quell'equabile moto, il tenebrore e il silenzio che regnava d'intorno rotti flebilmente dal lieve susurrìo del progredir della barca, fece che ciascuno di que' tre che vi stavano assisi venissero assorti in profondi pensieri.

La memoria di Rina e l'ansia del distacco suscitavano nel cuor di Gabriele una guerra dolcissima insieme e dolorosa, ma d'un dolore pieno di vita e d'entusiasmo come lo spirito della giovinezza. L'immagine di lei gli stava innanzi viva come la realtà e rivestita di tutta luce. Ora la ricordanza del suono di sua voce, dello splendor de' suoi sguardi lo riempiva d'una gioia soavissima: ora l'accorgersi d'esserne tratto lontano il colmava d'angoscia, la quale era tosto attemprata dalla speranza che gli sorveniva di poterla rivedere. Attraversavagli eziandio disaggradevolmente lo spirito l'austero precettare delle sorelle, la severità di Gian Giacomo, l'indole de' coabitanti del Castello, tutto in duro contrasto con que' suoi nuovi e dilicati pensieri, a disfogo del quale sentiva abbisognargli la più cordiale effusione. Agitato da tal rapida successione d'idee muto si stava, esalando di quando in quando un sospiro che improvvisa commozione gli traeva dal petto.

A Falco, che erasi sdraiato presso la punta della barca, torbidi pensamenti occupavano la fantasia: la veduta del trasporto di Grampo aveva alla sua mente richiamato l'avvenimento del mattino, coi pronostici e l'ira della vecchia comare; e sentiva nel rimembrarli attenuarsi nell'anima tutta la propria vigoria, sopraffatto da un terrore che, sebbene non fosse sì cupo quanto il primiero, non potè essere però per lunga pezza dissipato. Non zittiva tutto in sè raccolto Maestro Lucio, cui sembrava stesse parata a piombar su di loro, ad ogni lieve rumore, una salva d'artiglierie; e ringraziava la notte che sì fitta com'era toglievali alla vista degli Spagnuoli, di cui figuravasi guernite le sponde. Stette per tal pensiero in angustie sino a tanto che veduti sulla destra riva alcuni splendori che davano indizio esser quivi luogo abitato, udendo dai rematori bisbigliarsi "Bellaggio", conobbe trovarsi in paese amico, e benchè il navigar pel buio gli andasse poco a grado, deposta quella maggior paura, lasciossi vincere dal sonno e a poco a poco addormentossi profondamente; nè si risvegliò che allorquando ricevette una forte scossa provenuta al navicello dall'urtar che fece alla sponda.

Più di mezzo il suo corso avea già varcato la notte quand'essi giunsero presso Musso. Non vollero attentare d'entrare colla barca nel porto per avere di là ingresso al Castello, potendo ciò riuscir loro sommamente periglioso, a causa della pratica che vigeva per gelosia di difesa di trarre a bombarda su tutte le navi che s'accostavano senza essere state precedentemente riconosciute. Falco volle che il navicello s'arrestasse in un seno della spiaggia a convenevole distanza dai luoghi fortificati.

Tutto era oscurità e silenzio, e solo dai varii piani del Castello, che appariva come un nero rialzo sul monte, scorgevasi da alcune finestre apparire chiarore di lumi; ed a piè d'un lungo casamento poco discosto, ed era l'arsenale di Musso, luceva un fuoco che mandava gran fumo e faville. Falco ed i suoi, sbarcati che si furono, colà s'addrizzarono.

La sentinella che guardava lo steccato che circondava quel casamento, riconosciutili amici, aperse loro il cancello, per cui entrarono in vasto cortile ove i lavoratori destinati alla scôlta notturna, per ricrearsi, alimentavano una larga fiamma abbruciando frantumi di rotte o fracide navi: visto ch'ebbero Gabriele, gli furono rispettosamente dintorno; ed ei fece tosto richiedere di Prospero Onallo genovese, mastro de' fabbri e capitano dell'arsenale. Abbenchè questi si stesse a riposo, udito ch'ebbe l'annunzio della venuta del fratello del signor Gian Giacomo, persuaso fosse di ritorno da qualche spedizione lontana, abbandonò le coltri, gli corse incontro procurando ad esso lui ed a chi seco era, quel più cortese accoglimento che gli fu possibile, e che a lui incumbeva siccome stipendiato del Medici, ed in ogni cosa da lui dipendente.

CAPITOLO TERZO.

Forastier, che fermo il passo Guardi in su l'alta fortezza, Sappi ch'era alpestre sasso, Squallor tutto ed orridezza; Ma poi vinse la natura Dell'artefice la cura. Vedi là quei che costrutti Son lavor sull'aspra schiena A intervallo in su condutti? È di forti una catena Che la ripida montagna Fino al termine accompagna. IL FORTE DI FENESTRELLE, di G. Tagliazucchi.

Allorquando tra i popoli arde accanita la guerra, nulla v'ha che intentato si lasci che recar possa a vicenda distruzione e ruina. Ciò che natura creava a pro' dei viventi, ciò che le arti e le scienze rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con assidua cura a loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e la chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi gli stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e la nautica ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi sulla profondità dei mari, e scontratesi commettere battaglie più tremende di quelle che mai si vedessero sovra solidi piani, quindi i laghi e persino il placido corso de' fiumi divennero sanguinoso teatro di guerre e di stragi.

Nè la ridente Italia, perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo numerosi arringhi ad ogni sorta di lotte armigere, poteva andar esente dal contemplare nel proprio seno anche pugne navali. Più e più volte il Leon di San Marco inalberato sulle sue repubblicane navi risalì il Po ad azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola, od innestata negli stemmi Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche guerriere, e sull'onde di Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma fra l'acque che si stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il furore belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue discordie, i Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane, Galliche ed Alemanne pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si sfidarono da inveterato odio sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e come i mari di Panama e del Messico ebbe pure questo lago i suoi filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati dai dirupi delle loro montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni luogo che assalivano a ferro ed a fuoco.

Ma dopo secoli di guerre colà combattute era serbata la gloria ad un privato cittadino dell'allora dominante Milano, di creare su quel lago forze navali sì numerose e imponenti, che tali per l'addietro non s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici a disporne altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si comprende, Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi legni avrebbe potuto in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare. Nulla aveva egli posto in trascuranza onde le sue navi riuscissero di grossa portata e fossero con solidità ad un tempo e prestezza costruite ed armate: e potè per l'impegno e i mezzi da lui adoperati al perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai proprii cantieri il celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.

Fece desso erigere arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d'artefici ed attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome prossimo al Castello, e perciò con maggior facilità difeso e sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che, come vedemmo, n'era capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli arsenali di mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva un'officina d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calafatare i navilii. Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli spadai, de' fabbricatori delle alabarde, degli archibugi e d'altre simili armi da braccio, non però di quelli delle grosse artiglierie, alla costruzione delle quali richiedevasi tanto dispendio e sì gran numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti repubbliche ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue artiglierie comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai Francesi. Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano appuntellate sovra congegni di travicelli le barche in costruzione, le quali condotte che erano a compimento, venivano lanciate nel lago, lasciandole scivolare sovra un piano di curli all'uopo apprestati.

Il dar de' martelli, il rintronar delle incudini e de' percossi fianchi delle navi, lo stridere delle seghe e delle lime, il gridare de' lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono di buon mattino l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro Onallo, disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia, mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente circondato dai capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de' magazzini che avevano a richiederlo intorno alle opere fatte, o addomandavano istruzioni per quelle da intraprendersi: ma egli ne li faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno, intentissimo a prestare ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a partire di là. Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non sarebbesi di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo alla porta dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti presero commiato dal Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle seguire, e si misero di compagnia sulla strada del Castello.

Il vento del lago che suol spirare da tramontana dal far del giorno sin presso a mezzodì, e chiamasi Tivano (forse dal corrotto accozzamento delle due francesi parole petit vent perchè non soffia mai nè furioso nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le nuvole e i nebbioni di che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì antecedente. Splendeva quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette innalzavano le loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole, disegnandole sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria, mostravansi cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun raggio solare che trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar su di loro.

Gabriele con Falco e Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada che costeggiando il lago correva dritta verso il Porto del Castello, presso il quale era l'entrata comune alla fortezza. S'incontravano per quella via gran numero di persone, ed erano soldati, barcaiuoli, contadini e contadine con canestri e provvigioni di pollami, di granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne venivano per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti d'altri paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella Terra, ch'era allora la Capitale della costiera; miravansi altresì ricchi signori che vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli doviziosamente bardati, su varii de' quali sedevano in groppa donne o fanciulle strette in abiti eleganti alla foggia dei tempi: fra mezzo a questi camminava alcun viandante e pellegrino costretto a battere quella strada onde evitare le vessazioni del viaggio per barca: e siccome l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano occupate da vedette e da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva alcun libero passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo verso l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo arco di massicce mura che formava una gran porta detta la Porta di Musso, la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla banda di Musso) all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla muraglia del porto, per cui la strada correva per lungo spazio tanto al di qua che al di là di quell'arco fra ruvide e grosse muraglie ristretta. Presso la Porta di Musso, che era munita da ambi i lati da battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati interiormente da travi stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni destinati a riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma delle gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva-condotti de' passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che venissero.

La vista di quella moltitudine di persone che percorrevano quella via, produsse la più piacevole impressione a Maestro Tanaglia. Le strette di cuore da lui provate nella burrascosa vicenda recentemente trascorsa facevangli trovar gradito il vedersi ritornato ad un luogo il cui soggiorno gli era sembrato da prima pesante e noioso. L'imponenza del Castello dentro cui stava per riprendere le sue cancelleresche faccende, la sicurezza che inspiravano quelle mura, i belligeri apparati, i molti uomini pronti e interessati a difenderlo, fornivano al suo spirito un più che evidente e vantaggioso raffronto coi gravi perigli ch'ei per esperienza sapeva che s'incontravano in ogni altra dimora. Felicitavasi quindi in cuor suo, ed era forse la prima volta che sinceramente il facesse, di godere la protezione del Castellano, aver la confidenza di lui, tener parte attiva nel regime del suo dominio. Così pensando, camminava con più lentezza e gravità, volgendo con importanza il capo a dritta e mancina a quelli che gli passavano d'appresso: ricomponendosi l'abito alla persona, e col palmo della mano lisciando i capelli che da tre dì non aveva potuti assettare.

"A ben riflettere, diceva tra se, dovrei pur chiamarmi fortunato, solo che potessi evitare di seguire quello spensierato di Gabriele, che nelle sue spedizioni incappa sempre in qualche malanno. Nel Castello, dopo Gian-Giacomo, non son io forse il primo personaggio? tutta questa canagliaccia non deve dessa star sottoposta agli ordini e alle gride che vengono scritte da me? Il Mandello, il Borserio, e quel manigoldo del Pellicione mostrano di tenermi in poco conto perchè io non aguzzo la stambuchina al par di loro a danno del mio prossimo; ma quello che dà i saggi pareri a Gian Giacomo sono io, e senza di me nulla si fa d'importante. Anche il Cancelliere Morone non sapeva menar che di penna, eppure il Duca se lo aveva più caro che venti comandanti di squadre, e Carlo l'Imperatore darebbe mezze le gemme della sua corona per averne un paio degli uomini di quella fatta. È vero ch'io non conosco le teorie della Ragion di Stato al pari di lui, ma egli non possedeva al pari di me l'alta Scienza Blasonica, proclamata da tutti non meno di quella utile e gloriosa. Oh! se si trattasse una volta la pace, e che questi soldati cessassero dall'assordar tutto il mondo non parlando che d'ammazzamenti e di guerra, comincierei ben io ad alzar la voce e darmi a divedere per quell'uomo che sono".

Così fantasticando ei proseguiva il cammino, e nello stesso mentre Falco teneva con Gabriele ragionamenti ch'erano per questi del massimo interesse, sebbene l'armigero montanaro punto non ne dubitasse. La triste disposizione di spirito destata in Falco la sera antecedente, s'era in lui protratta la notte, e gli aveva l'animo ingombro di mille dubbiosi pensieri, e come suol avvenire che i sentimenti profondi e angosciosi ci risvegliano in cuore più vivo l'affetto per le persone lontane cui andiamo congiunti con nodi di sangue o d'amore, così accadde che quasi tutt'i pensieri di lui furono rivolti alla sua rupe, poichè mai tanta pena aveva altravolta provata nell'essere discosto da sua moglie e dalla figlia. Sapeva per fatto fin dove era capace di spingersi l'accanimento de' nemici, e ben immaginava di quanto doveva aver avvelenito ed acceso il loro desiderio di vendetta l'ultima intrapresa da lui contro di essi condotta: però sembravagli che gravissimo periglio sovrastasse a quelle donne se sole e indifese rimanevano più oltre nel loro isolato abituro, considerando che la naturale difficoltà del luogo era troppo lieve riparo a proteggerle contro la rabbia d'uomini feroci che si fossero dati a rintracciarle. Restarsi sempre seco loro onde difenderle, era per lui impossibile, poichè la sua vita dipendeva interamente dall'esercizio delle proprie forze nel modo che le aveva sino allora esercitate: unico rimedio alla sicurezza loro gli si appresentava adunque il trovare ad esse un asilo, in luogo dalle ostili incursioni più validamente guardato. Tal progetto d'abbandonare il soggiorno della terra nativa, che Falco era venuto raffigurando la notte come una dolorosa e necessaria risoluzione, gli si riofferse il mattino sotto più evidente e meno spiacevole aspetto, alloraquando trovossi sulla via del Castello con Gabriele. Mirava egli i molti edificii di Musso, i tanti altri casamenti contadineschi, e i palazzotti sparsi in que' dintorni, in cui gli abitatori menavano vita sicura sotto l'immediata protezione del Medici che ne era il Signore, e in alcuna di quelle case, andava pensando, poteva rinvenirsi un albergo convenevole a sè, ad Orsola ed a Rina, ove lasciandole, per recarsi ad affrontare rischii e combattimenti, avrebbe conservato l'animo tranquillo sul loro destino, qualunque si fosse stata la sorte che lo attendesse. Dell'esecuzione di tal divisamento, ch'egli fermò tosto in pensiero, ben comprendeva doverne dare contezza al signor Gian Giacomo, senza la cui concessione, un uomo qual egli si era, non avrebbe potuto trovar mai chi quivi l'accogliesse; si fece quindi a tenerne parola a Gabriele, sulla cui cooperazione faceva fondamento, appoggiato a quanto aveva in suo favore operato.

"Saggiamente tu pensi (rispose Gabriele fatto attentissimo a quel parlare, ed a cui il suono del nome di Rina fe' salire un lampo di rossore sul volto): è dover tuo di provvedere alla loro salvezza, chè nel luogo ove ora si trovano può essere ad ogni istante minacciata: le intraprese e le azioni tue ti fecero sì noto, che è gran meraviglia che i nostri nemici non abbiano per anco fatto prova d'assalirti sulla tua rupe: e certo se accingendovisi prendessero tua moglie o tua figlia, che la Vergine le protegga! sfogherebbero su di esse lo sdegno che nutrono da tanto tempo contro di te. E chi potrebbe colà difenderle? chi accorrere in loro soccorso, per strapparle a quegli inferociti che ne farebbero strazio per farti sentire più crudele e tremenda la loro vendetta? In quella isolata dimora da cui sta con te assente ogni amico tuo, invano spererebbero nella foga del periglio, che da Nesso giungessero armi e braccia in aita? Bene pensasti adunque di mutare soggiorno, ed agevole riuscir ti deve di trovarti un asilo più tranquillo e difeso".

A queste parole, che il giovinetto pronunciò caldamente, Falco, dopo breve silenzio, in cui mostrava star maturando una decisiva risoluzione: "Ho stabilito, replicò, di venirmi a collocare sotto le guardie d'un castello del signor Gian Giacomo, scegliendo stanza con suo acconsentimento o qui a Musso, o là vicino alla rocca di Corenno" e ne additò della mano la torre al di là del lago.

"Non dubitare, o Falco, ripetè Gabriele animato da visibile contento; mio fratello ti accorderà non solo d'abitare in questa sua terra, od ove più t'aggrada, ma ti terrà, se lo vuoi, in una delle sue case, e sarà sempre proteggitore di tua famiglia: potrebbe egli pagarti con minor ricompensa l'avermi salva la vita?"

Così parlando erano pervenuti là dove la strada s'internava come dicemmo fra la muraglia meno alta del Porto, da cui vedevansi sopravanzare le sommità di gran numero d'alberi di nave, dai quali pendevano corde, puleggie e vele attortigliate, e quella dell'ultimo bastione che massiccia e inclinata formava scarpa al Castello, Maestro Tanaglia progredendo verso l'arco detto la Porta di Musso, sotto cui era l'ingresso alla fortezza, si pose alla destra di Gabriele che, come n'era partito, voleva colà rientrare al suo fianco.

Ma noi, pria di procedere accompagnandoli più oltre, crediamo indispensabile il dare ai nostri lettori un'idea, quanto più potremo precisa, di quel Castello che occupa sì luminoso posto nella storia del Lago, desumendola dalle vestigia che tuttora ne rimangono e dalle descrizioni di antichi scrittori che ne poterono raccogliere veritiere notizie.

La parte principale, ch'era la più ampia ed elevata, avevasi recente data, perchè fatta pressochè tutta erigere dall'ultimo suo possessore, il Medici. Ben quattrocento passi s'innalzava dessa dal piano del lago, e formava lo stremo superiore del castello, e tre terrapieni sostenuti da rivellini, scendenti ad uguali distanze come altrettanti scaglioni, su ognun dei quali eravi un forte con torri e bastite, dividevano il rimanente dello spazio; e questi erano le tre loriche o corazze dall'oltremontano Storico accennate. A fianco di essi scendeva un doppio ordine di mura munito di altre torri che li serrava tutti in un sol corpo, e vi si aggiungevano in più luoghi palafitte e steccati. Nella sommità l'ultimo muro della fortezza non avea già a ridosso l'erto pendío della montagna: un profondo taglio di smisurata grandezza, praticato nel vivo masso, ne ve lo disgiungeva a guisa di vasto fossato; e chi dal giogo del monte avesse avuto in animo di calare alla volta del Castello, dopo essere disceso a grave stento per la precipitosa e nuda balza, giuntovi dappresso trovava quell'insuperabile ostacolo del taglio, ove chi fosse stato sì ardito e fortunato da scendervi illeso trovava il fondo ghermito di triboli, punte e lame taglienti, e vedeasi di fronte la rupe inaccessibile, e su quella la muraglia del Castello, da cui scagliavasi per appositi pertugi una grandine di palle e di saette a recare inevitabil morte. Le torri, le mura, i baluardi andavano orlati di merli, e forati da lunghi ordini di feritoie e di balestriere: in molti siti vedevansi le muraglie guarnite di grosse pietre tagliate a tetragoni, ov'era il posto delle artiglierie, poichè fra i castelli italiani fu l'uno de' primi quel di Musso ad aversi ne' suoi valli costrutte le ballatoie per le colubrine e le bombarde. Sopra una torre d'ogni forte stava inalberata una bandiera coll'armi del Castellano, e sull'alto della torre più elevata di tutto il Castello sventolava il grande stendardo Mediceo che portava per insegna tre palle d'oro in campo rosso.

Tal era il prospetto generale che di quel Castello si offriva a chi il guardava da lungi sul lago, dai monti o dalla sottoposta via; ma quelli che venivano considerando da vicino e partitamente le sue quattro rocche sui diversi spaldi innalzate, discernevano agevolmente quanto l'aspetto di ciascuna fosse dall'altro svariato. Il più antico di que' guerreschi edificii era il secondo, procedendo dall'alto, le cui mura più brune, e più dell'altre semplicemente erette, ne attestavano a chiare note la vetustà. Ma chi ne avea poste le fondamenta? Erano dessi stati i Galli, i Romani, o gli aborigeni Lariensi? Ciò si asconde nella notte dei tempi, e vano per noi sarebbe il tentare di rintracciarne notizia. All'epoca di cui parliamo erano già scorsi più di otto secoli da che i Goti ne avevano fatta una Rocca che veniva nomata di San Childerico, perchè contigua ad essa si erigeva una chiesa sacrata a quel santo Re del settentrione, e quivi si chiuse nel settecento, protetto dai valorosi Pievesi, il longobardo Ansprando col figlio del re Liutberto, per sottrarsi alle persecuzioni del possente Ariberto II, contro cui non gli valsero gli scogli ed i baluardi di che andava doppiamente munita l'Isola Comacina. Que' nordici dominatori avevano data all'antica Rocca di Musso una gotica forma: non s'intende però disegnar con tal nome quell'architettonica foggia cui peculiare distintivo sono i frastagli, le gugliette, le statue, i rabeschi, che comunemente col titolo di Gotica suol indicarsi, e che fu propria d'un'età a noi meno di quella discosta, ma bensì una maniera semplice e liscia all'intutto, avente solo qualche grossolano intaglio nelle modanature. La Rocca infatti di San Childerico presentava un rettangolo non elevato di troppo nè largo, costrutto interamente di pietre, con fronte piana fiancheggiata da due quadrate torri cinte di merli a fil di muro, avea quadre le finestre e la porta, sovra cui s'apriva nel muro una loggia distinta da colonnette in tre vani, ad ognuno de' quali corrispondeva una picciola porta. S'ignora come il patrocinio della Chiesa di quella Rocca passasse da San Childelrico a Santa Eufemia, cui venne dedicata assai prima che il Medici la possedesse; e mantenne poscia per sempre, poichè fra le tante mura che rendevano inespugnabile quel luogo, unico quel tempietto rimase fino a' dì nostri incolume e solitario sulla balza del monte.

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings