FALCO DELLA RUPE (continued 4)
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Le sollecitazioni alla partenza e l'invito a ritornare colle donne furono dal Castellano fatti a Falco alla presenza di Gabriele, il quale tutto a que' detti giubilando in cuor suo, già più non sentendo nelle membra il travaglio sopportato sul lago, seguendo Falco al porto, quivi nell'abbraccio del congedo scongiurollo a non mancare alle richieste del fratello, accertandolo ch'egli stesso non avrebbe presa parte alcuna ai pubblici trattenimenti se quivi esso pure non era.
Falco gliene diede fede, e salito sul suo battello partì di là coi quattro compagni, a cui per ordine di Gian Giacomo erano state date alcune dozzine di scudi del sole, il che giovò mirabilmente a far loro perdere la memoria d'alquanti tagli e maccature riportati nel combattere per lui, ed a mitigare il rancore per la morte di due della loro banda rimasti uccisi nell'assalto alla nave del Gonzaga, dell'uno de' quali, ch'era Guazzo, doleva gravemente a Falco, perchè aveva perduto in lui uno de' più fidi ed antichi compagnoni.
Le campane di San-Biagio, di San-Rocco, dei Cappuccini e degli Agostiniani di Musso, quelle di Sant'Eufemia del Castello, di Santo-Stefano e dei Riformati di Dongo e di altri monasteri vicini suonando alla distesa di buon mattino annunziarono che in tutte quelle chiese (nelle quali il Castellano aveva mandato, cogli ordini suoi, doni e monete) si celebravano messe e si cantavano inni sacri in rendimento di grazie all'Altissimo ed ai Santi per il favore accordato ai Mussiani nella battaglia di Bellagio, che così dalla prossimità di quel borgo venne denominato il navale combattimento da noi descritto nell'antecedente capitolo. Accorrevano frettolose alle preci in ciascuno dei nominati templi le popolazioni; ma dove mostravasi maggiore l'affollamento era a San-Biagio, la cattedrale di Musso, che vedevasi addobbata con gran pompa sì nell'esterno che al di dentro con paramenti bruni a fregi d'oro, in trofei d'armi simmetricamente disposti lungo le colonne e le pareti, nei quali riflettevasi la luce d'infiniti cerei collocati sugli altari e sui gradi d'un catafalco erettosi nel mezzo.
Due ore avanti il mezzodì dalle altre chiese di Musso non che da quelle di Dongo tutto il clero secolare coi canonici e vicarii, i frati cogli Abati de' loro monasteri, e le scuole de' disciplini cogli stendardi e le croci s'avviarono processionalmente a San-Biagio.
Gli uomini d'armi del Castellano, i lavoratori dell'arsenale e le ciurme delle navi s'erano adunati essi pure lungo le strade e la piazza di quel tempio, a cui poco dopo recossi Gian Giacomo col seguito de' suoi Capitani, tutti in abito dimesso, poichè cingevano la sola spada, e avevano tolte ben anco ai berretti le piume. Veniva con loro il cancelliere Maestro Lucio Tanaglia che s'aveva poste un paio di calze bigie, le migliori che s'avesse, un giustacuore di velluto nero, un collare a lattuga stirato di fresco, ed era stato quel mattino più d'un'ora sotto le mani di Mastro Pellucca barbiere del Castello per farsi acconciare i capelli e la barba alla spagnuola, poichè doveva pronunciare l'orazione funebre pei guerrieri rimasti estinti in battaglia, che così gli era stato imposto da Gian Giacomo. Tutti i mali che di consueto ei pativa, l'avevano assalito in un punto all'annunzio di quell'inaspettato e difficile incumbente che gli fu dato la sera; ma nel trambusto dello spirito una felice idea che passandogli pel capo gli suggerì un esordio, ridestò il suo pristino vigore d'eloquio, e postosi allo scrittoio, standovi sino ad avanzatissima notte, tanto fece che venne a capo di stendere un discorso ch'ei credeva in ogni parte perfetto. Quando il Cancelliere entrò nella chiesa frammezzo a tanti Capitani d'armi, vedevasi sul suo pallido volto un non so che di baldanzoso, che era a lui ispirato dalla supposizione che profondissimo senso dovevano far i suoi detti su quell'uditorio, e che l'antico motto cedant arma togæ sarebbesi nuovamente per lui verificato.
Allorchè il Castellano si fu nel tempio, i Sacerdoti intuonarono alcuni canti Davidici, a cui tutti gli astanti risposero in coro: indi gli Avviatori della processione fecero sfilare al di fuori, secondo i gradi e la dignità, le compagnie, i frati, i preti, indi Gian Giacomo a capo de' suoi Capitani, poscia i soldati e quindi tutto il popolo d'ambo i sessi. La sacra comitiva s'avviò alla Chiesuola del lido, in cui erano stati depositati i cadaveri dei capitani Borserio e Romeo Casanova, i quali posti in cassa e coperti da ricchi strati vennero levati a spalle da sei soldati, e portati alla Cattedrale dopo una lunga circonflessione dei seguitanti sulla spiaggia, perchè il Castellano volle che quel funebre corteo passasse innanzi alla casa posta poco fuori di Musso, nella quale stavano le sue sorelle Margherita e Clara colle cugine Lucia e Cecilia Sarbelloni, che con alcune matrone milanesi menavano quivi una così severa vita da farle credere soggette all'austerità d'una regola o d'un voto, e non persone libere e secolari siccome esse erano. Uscirono queste nobili donzelle esse pure dalla loro abitazione coperte da fitti veli, e si posero in coda al convoglio entrando in San-Biagio, ove il popolo, che le stimava e riveriva altamente per l'esemplarità dei costumi e la consanguineità col Castellano, benchè stipato oltremodo, fece largo comprimendosi onde lasciare che liberamente si recassero al luogo consueto ad esse prefisso. Deposte sul catafalco l'arche contenenti le mortali spoglie dei due guerrieri, e collocatosi Gian Giacomo in apposita adorna scranna, intorno a cui eranvi quelle de' suoi fratelli Agosto e Gabriele, del Sarbellone, di Volfango d'Altemps, del Pellicione e del Mandello, si diede principio alla solenne funebre messa, giunta la quale alla lezione degli evangelii venne sospesa, ed adagiatisi i Sacerdoti, il Cancelliere Tanaglia salito in eminente posto, non senza qualche veemente batticuore, poichè in quel momento la sua audacia l'aveva abbandonato, fattosi universale silenzio, si diede a recitare con voce cattedratica e un po' nasale il preparato funerale elogio.
Pronunciata dal cancelliere l'orazione funebre, venne continuata la celebrazione della messa, terminata la quale fra i canti sacri alla pace degli estinti, si tolsero dal catafalco le bare, ed aperto il sepolcro, che era prossimo ai gradini dell'ara maggiore, vennero in esso calate e chiusevi col pesante cippo: uscirono poscia tutti dalla chiesa attendendo ansiosi quel prossimo dì, in cui un gaio e festevole convegno doveva compensare i tristi ma doverosi e solenni ufficii di quel giorno.
Falco ritornato alla sua rupe mandò i suoi compagni sulle sponde destra e sinistra del lago al di qua di Bellaggio, ordinando loro, ed in ispecie al Negretto il Tornasco, di recarsi in tutte le terre prossime alla spiaggia a spiare se vi fossero rimasi in esse camicioni rossi, come ei diceva, ossiano soldati ducali, e quindi recargliene le nuove il domane in Nesso, ove egli giunto salì bentosto al proprio casolare. La di lui inaspettata comparsa portò somma contentezza all'anima di Orsola e di Rina, che da tre giorni stavano fra la paura e l'angoscia, poichè avendo desse veduto con somma loro sorpresa e spavento passare per quelle acque la numerosa flotta Ducale, e udito il lontano rimbombo e confuse narrative della battaglia datasi presso Bellaggio, non che dell'immensa strage d'ambe le parti ivi commessa, tremavano che Falco, avendovi avuta necessaria parte, non vi fosse rimasto ferito, o prigioniero, o ben anco ucciso. L'ardito guerriero montanaro rimproverò loro que' dubbii e quelle paure, siccome effetto di debole animo femminile, e ripetè per rianimarle in somiglianti casi la massima assai divulgata in quella pregiudicata ignoranza di tempi, e a lui fatta cara e probabile dal trascelto periglioso modo di menare la vita, che, cioè, a ciascuno era prefisso dalla propria costellazione o pianeta il fatale momento, e che alle umane forze non era dato nè anticiparlo nè evitarlo, ed essere quindi vano ogni studio di precauzione e difesa, ed inutile l'angosciarsene. "Per ciò, diceva, vuotando una tazza e prendendo il suo moschetto per ripulirne gli ordigni da fuoco, per ciò anche il povero Guazzo ha seguíto il figlio della vecchia Comare di Palanzo all'altro mondo, mentre io che esposi la testa ed il petto a dugento palle più di lui non ho avuto ben anco la più piccola graffiatura".
"Ne sia ringraziato il Santo Crocifisso! (disse Orsola non istraniera in tutto al fatalismo adottato dal marito, ma la cui molta sensibilità la rendeva incapace dell'apatia che esso voleva ispirarle per farla tranquilla) e possa sempre avvenire così sinchè io sono in vita, e sin che questa nostra figlia non abbia trovata una casa ed il braccio d'un uomo che come il tuo la difenda e sostenga".
Falco a tali detti della moglie, che coincidevano perfettamente co' suoi pensieri, lasciò cadersi a piedi il moschetto, alzò commosso lo sguardo sulla figlia, e tra intenerito e sdegnoso "Per l'anima di mio padre, esclamò, che io dovessi essere pascolo dei pesci o dei vermi pria che questa fanciulla si stesse in un abituro posto frammezzo agli uomini e custodita dai lupi e dai nemici meglio che qui non sia?--No, non sarà.--Ti cercherò io un asilo in luogo tale che si dovranno sfasciare mura e porte di ferro anzichè vi regnino quelli che potrebbero per odio mio godere nel tormentarti".
La sua mente volgevasi nel così parlare al già concepito progetto d'abbandonare la rupe per istabilire sua dimora in Musso, e questa idea richiamógli alla memoria la parola data di quivi condurre le sue donne ond'essere spettatrici delle feste, e parvegli tornasse assai opportuna la loro presenza al suo divisamento. Raccontò quindi ad esse gli eventi e l'esito felice della guerra, soggiungendo che dovendosi per tale prospero successo dare in Musso pubblico spettacolo, aveva divisato che v'avessero ad intervenire, e si disponessero a partire all'alba della posdomane. Tale proposta recò non poco stupore ed imbarazzo ad Orsola, che da molti anni usata a non staccarsi da quel casolare della rupe se non per recarsi alla chiesa di Nesso, alle Terre ed agli abituri delle montagne vicine, ignorava quasi cosa si fossero pubblici spettacoli, specialmente col concorso di uomini ricchi e possenti, come ve ne aveva allora in sì gran numero a Musso; però la brama di seguitare il marito e di conoscere que' luoghi e quelle persone di cui Falco soleva sì frequentemente intrattenerla, le fecero caro quell'invito e sollecita d'acconsentirvi.
Rina a quell'annunzio avea mirata in volto la madre collo sguardo attento, interrogante, di chi udendo cosa straordinaria e nuova, ne chiede conferma a quegli in cui per costume ha intiera fidanza: quando vide la madre dopo un istante di titubamento alzare gli occhi ver' lei con certa espressione di compiacenza, quasi dir volesse che assecondava volenterosa le richieste del marito, ella abbassò i suoi al terreno, suffuse le guancie di un vivo rossore. Il pensiero di rivedere l'oggetto di sue arcane speranze, l'oggetto ch'ella s'aveva sempre presente come l'immagine d'un sogno prediletto che si conosce non potere diventar mai vivo e reale, ma che pure forma la soavità della vita; il convincimento di rinovare quella dolcissima impressione d'un sentimento che, sebbene vago, indefinito, era tutto per lei, abbenchè non le facesse ancor presentire l'appassionamento più positivo, direbbesi, e concreto che nasce dalla lunga contemplazione e dal consorzio dell'essere amato: tutte queste cose scossero l'anima di Rina in sì fatto modo, ch'ella sarebbesi per l'eccesso della gioia slanciata nel seno del padre e della madre sua, se la natura stessa di que' pensieri timidi e peritosi fattala temente di disvelarli, non l'avesse rattenuta e resa muta ed immobile.
Il giorno seguente Falco discese a Nesso, e quivi ritrovati i suoi compagni, seppe da loro che in nessuna delle Terre o dei borghi d'entrambe le sponde del lago i Ducali avevano lasciati presidii, e che anzi que' drappelli e spizzichi di soldati nemici che vi stavano dapprima, udito l'esito della battaglia, temendo di cadere nelle mani del Castellano, s'erano affrettati o pei sentieri del lido o nelle navi a ritornarsene a Como. Avute queste novelle, Falco comandò a due di loro si trovassero allo spuntare del dì venturo ai piedi della sua rupe colla sua barca perchè voleva recarsi a Musso.
All'alba infatti del nuovo giorno Orsola e Rina assettate convenevolmente alla loro foggia le chiome, e indossate le vesti che s'avevano più splendide, chiuso diligentemente il loro casolare, discesero con Falco al lago, ed ivi si posero nel navicello guidato dal Trincone e dal Tornasco, sostituito da Falco per remigante all'estinto Guazzo. Pervenuta la loro barca nelle acque di Bellaggio, Falco ed i rematori indicarono alle donne il luogo della battaglia, distinguendo i siti ove erano accaduti i principali avvenimenti del conflitto sulle navi, i di cui resti erano già stati dalle onde dispersi, gettati al lido, o raccolti dai naviganti e dai pescatori.
"Là, disse Falco accennando col dito verso il promontorio, là le nostre borbote s'ebbero il primo ruvido saluto dalle bombarde che i Ducali postarono sulla collina: qui incominciò l'attacco, e qui, ti sovvieni Trincone, l'Indomabile e la Salvatrice mandarono a lavarsi nelle acque non pochi di quegli sporchi camiciotti rossi: qui il bravo capitano Borserio lasciò la vita con tutti i prodi che montavano il Busto di ferro: là combatteva Gian Giacomo, là fu preso il Nedena, e un poco più in giù il signor Gabriele saltò nella nave dell'ammiraglio Gonzaga. Quanto mi sarebbe doluto se non avessi potuto giungere a tempo di trarlo d'impaccio! Appena fu sbarazzato da quelli che il serravano d'appresso, ei mi cadde nelle braccia bianco, od Orsola, come la tela di tue maniche, e sfinito in tutto di forze: che valente giovine! quanto si dimostrò coraggioso! ei non cessò mai dal combattere sin che la giornata non fu vinta, ed egli stesso, a dirla vera, fu che la vinse, poichè esso fu quello che uccise il Gonzaga, e fu dietro suo ordine ch'io ti comandai, o Tornasco, di salire l'albero della nave, e calare la bandiera ammiraglia".
Orsola udiva ammirata tali e più estesi parlari intorno alla zuffa, prendendovi però in cuor suo pochissimo interessamento, poichè alla fin fine pensava dessa gliene era uscito salvo il marito, e tanto a lei bastava; ma così non avveniva di Rina, a cui que' racconti facevano ora agghiacciare, or ardere il sangue, poichè le parole, l'espressivo gestire del padre e la propria fervente fantasia le mettevano innanzi quadri veri e vivi che le agitavano ogni fibra del cuore. Poco innanzi il finire del loro navigare diede diverso e più dolce e pacato corso allo immaginare della bella montanina l'apparire che le fecero alla vista le torri ed i baluardi del Castello, che s'alzavano a scaglioni sull'erta montagna, e lo sventolare su di esso dei vessilli medicei, il cui purpureo colore e le palle d'oro spiccavano gradevolmente ai fulgidi raggi del sole mattinale. S'era Rina assai volte raffigurata nella propria mente la forma di quel Castello, ma s'accorse al vederlo quanto la fantasia l'avesse condotta lungi dal vero, poichè nulla s'aveva presupposto che ne eguagliasse la vastità, l'imponenza e l'altezza, nulla pure dell'ampia e popolosa borgata che gli stava vicina, onde piena di meraviglia e di segreto contento mirava con occhio attonito quelli eretti edificii che facevano dal lago sì superba mostra.
Procedeva rapida la barca a quella volta scorrendo sulle increspate acque del lago, e non pure le due donne, nuove a quella veduta, ma Falco stesso ed i compagni rematori non poterono astenersi dal riguardare con molta ammirazione le forti e grandiose mura della residenza del Castellano, che sembrava quel giorno aversi un non so quale festivo aspetto, di cui era causa il duplicato numero delle bandiere piantate sulle torri e sui baluardi.
Pervenuti alla sponda, fermarono la barca poco lungi dalla fila dei legni reduci dalla battaglia, tratti per gran parte in secco, e scesi a terra Falco, Orsola e Rina, si volsero ver' Musso per avviarsi di là al Castello. In mezzo al piano formato dal lido, che si stende a mezzodì dalle ultime case del borgo al torrente Carlazzo, era stato costruito uno steccato a foggia di circo, intorno al quale, onde difendere gli spettatori dai cocenti raggi del sole, vedevansi alzati estesi padiglioni, alcuni riccamente addobbati, uno in ispecie con palchi e sedili distinti riserbato al Castellano, altri formati con tele listate in bianco e azzurro, o con vele sostenute da pali, ed altri finalmente con sole frascate di rami d'alberi trecciati insieme. Presso l'entrata di tale steccato sorgevano due grandi tende circolari perfettamente chiuse, guardate da un uomo d'armi ciascuna, poichè quivi entro stava quanto servir doveva allo spettacolo.
D'intorno a questo steccato, lungo il lido, e per le strade di Musso, vedeasi una moltitudine di gente convenuta colà da tutto il circostante paese per aver parte ai pubblici sollazzi indicati a quel giorno. Gli uomini e le donne di ogni condizione mostravansi più ornate del consueto, e miravansi quivi congiunte svariatissime e singolari foggie di montaneschi e civili vestimenti tutti in allora pittoreschi e bizzarri.
Orsola camminava per quella folta a fianco del marito, e Rina di essa lei, che, stordita da tanta varietà di persone e d'oggetti facendo atti di meraviglia ad ogni passo, chiedeva di ciascuna cosa il nome e la ragione, e Falco, tolto alla naturale ruvidezza dall'aspetto di quell'universale tripudio, cordialmente la compiaceva: Rina all'incontro, procedeva raccolta e taciturna. Aveva dessa all'uscire dal navicello tolti gli occhi con libera e pressochè infantile curiosità ai primi guerrieri in cui si scontrò, il cui ferreo abbigliamento riusciva per lei strano a mirarsi, e questi arrestatisi d'un tratto l'avevano fisata in volto con sì spavalda ed eccessiva insistenza, ch'ella dovette ben tosto convincersi non essere a lei convenevole il guardare smodatamente ai passeggieri, e contemplando di preferenza gli ornati delle case, e trovavasi al di fuori di Musso osservando alle navi, al porto, e specialmente al castello, sentissi lo spirito invaso ed occupato da nuove indefinite sensazioni che le tolsero ogni volontà e potere di prestare attenzione agli altri oggetti.
Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello, udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là, ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati, Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare. Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura. Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati che marciavano dietro a lui susurrare tra loro: ecco Falco... ecco il capitano della Salvatrice.
Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda, esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra le cento volte più bello d'allora".
Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei, mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de' suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino con una gioia in cuore che non avea più freno.
Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il grado e l'età.
Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo successo.
Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida di Viva Medici--Viva Gian Giacomo--Viva Musso e gli alabardieri alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo; ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina, entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che, lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla vittoria che ne dava cagione.
Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne' varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia: alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.
Datosi il segnale dalle trombe, tutti gli sguardi si conversero alle due serrate tende da cui dovevano uscire gli attori della mimico-sacra rappresentazione, detta in allora Mistero costituente la parte principale dello spettacolo; il di cui soggetto tolto dalle Scritture, ed allusivo alla circostanza, era il Trionfo di Davide o la Morte del Gigante Golia. Gli attori erano terrazzani di Sala, borgo prossimo all'isola Comacina, esperti nell'eseguire tali specie di drammi perché assueti a rappresentarne ogni anno nella chiesa di San-Giovanni in quell'isola, a cui accorrevano spettatori da tutte le parti del lago, e godevano quindi fama di valenti mimi.
L'azione ebbe principio dall'uscire che fecero dalla tenda sinistra alquanti uomini con certi strani abiti dintorno con che volevano significarsi Ebrei, i quali, fatte varie militari evoluzioni per lo steccato, s'arrestarono dinanzi alla tenda destra gridando e schiamazzando: s'aprì allora anche questa, e ne apparve fuori una figura altissima e voluminosa, era il gigante Filisteo, che indossava una sopravveste rossa stretta al corpo a mo' dei Ducali, e s'aveva sulla smisurata testa un elmo di latta: reggeva a due mani uno spadone lunghissimo con cui avanzandosi a gran passi trinciava l'aria. Gli Ebrei al suo avvicinarsi fuggirono scompigliati in ogni senso, e dopo molto correre inseguiti da lui, rientrarono nella tenda d'onde erano venuti. Allora il Gigante si condusse in mezzo all'arena e quivi si rattenne appoggiato al suo gran ferro volgendo il capo superbamente dintorno. Mentre esso si stava colà, s'aprì di nuovo la sinistra tenda, e ne uscì un giovinetto vestito da pastore, che rappresentava Davide, il quale girò l'arena mostrando di non avvedersi dei Gigante siccome questi di lui, ma venuto al fine nel mezzo di essa il pastorello mirò Golia facendo un atto di soddisfatta meraviglia come di chi trova quel che va cercando. Il Gigante fe' cenno al pastorello s'allontanasse, ma questi all'incontro diedegli segno d'essere venuto a disfidarlo. Golia indispettito alzò la spada andando con ira verso di lui, ma il giovinetto si ritrasse a moderata distanza, inginocchiossi invocando il soccorso del cielo, indi alzatosi sciolse una corda che il cingeva, la quale s'aveva nel mezzo la reticella che servire doveva di fionda, la caricò d'un sasso, e ruotandola slanciò la pietra nella testa al Filisteo, che dopo aver barrollato per alcuni istanti, cadde con gran tonfo riverso al suolo: allora il giovinetto, piegate di nuovo le ginocchia, rese grazie della vittoria al Signore, indi levò di mano al Gigante il ponderoso ferro e con quello gli spiccò il capo, ch'era artefatto e dipinto, e andava unito con cordicelle all'imbusto, entro cui stava un uomo de' più alti e vigorosi che vedeva fuori per due buchi praticati nella sopravveste. Al suo cadere erano accorsi dalla tenda gli Ebrei, che giubilando alla vista della completa vittoria del pastorello, lo levarono in alto sovra un seggio, infissero la testa di Golìa sur una picca, e trascinandone pei piedi il corpo, fecero un giro trionfale per lo steccato al suono di trombe e tamburi, e fra clamorosi applausi e novelle grida di: Viva Musso, viva il Castellano, morte ai Ducali.
In seguito a tale drammatico spettacolo, che ben lungi dal sembrare, come sarebbe avvenuto a' dì nostri, goffo e rozzo, fu tenuto da tutti straordinariamente bello e interessante, si diede principio a giuochi di corsa, d'assalto e di tiro al bersaglio. Primo fra questi fu il correre al pallio, ch'era un'asta a cui stava appesa una collana, un pugnale ed una veste, i quali oggetti dovevano appartenere ai tre primi tra i gareggiatori che dopo varii prefissi giri pervenivano a toccare il pallio. Dopo la corsa al pallio vi fu combattimento di lancia e spada, senza punta e filo, tra varie coppie di disfidatori, e finalmente piantato il bersaglio, fu lecito a ciascuno il trarre ad esso dapprima colle balestre, poscia cogli archibugi, ottenendo i bersaglianti che coglievano in bianco il premio d'un cavalletto d'argento.
Gian Giacomo, accommiatando tutti quei che il seguivano, ad eccezione del conte Borromeo, dell'Altemps, del fratello Agosto e del Sarbelloni, uscì dal padiglione e recossi con essi loro nella casa in cui abitavano le di lui sorelle colle cugine, ove per suo comando era stato disposto un sontuoso pranzo.
Diede termine ai giuochi nel circo l'arrivo colà annunziato di quantità di vettovaglie e botti di vino, recate entro barche dal Castello, da cui appena scaricate se ne fece larga e pubblica distribuzione, per il che erettesi prestamente nuove tende per tutto quel lido, nell'interno stesso dello steccato i terrazzani colle loro donne e fanciulle frammisti agli uomini d'armi, ai rematori, seduti in gran numero di distinti crocchii, si diedero lietamente a mangiare e vuotar tazze, con chiasso infinito di grida, di scoppii di risa, di canti e di evviva diretti la maggior parte al Castellano, il cui rimbombare giungeva grato e soddisfacente all'orecchio e scendeva al cuore dell'ambizioso Medici, e si spandeva lontano per le sponde, annunzio ai discosti del festevole universale tripudio che regnava sulla riva di Musso.
CAPITOLO DECIMO.
S'ei non potesse Tutto staccare il suo pensier da un trono Ch'egli alzò dalla polve?... Un Duca ardente di conquiste, inetto A sopportar d'una corazza il peso, Che d'una mano ha d'uopo e d'un consiglio, Al Condottier lo chiede, e gli comanda Ciò ch'ei medesmo gl'inspirò. MANZONI. Il Conte di Carmagnola. Att. III.
Nel tempo che durarono i giuochi, Gabriele rimasto sempre al fianco di Falco e presso a Rina s'era beato delle più dolci e delle più soavi sensazioni che sia dato provare all'uman cuore. Egli aveva tenuto tenacemente attaccato lo sguardo alle forme dell'adorata fanciulla e sentito nel contemplarle quel compimento di felicità che l'antecedente vaneggiare di sua mente gli aveva lasciato intravedere possibile.
Meno subitanea per vero nacque la gioia nel seno della bella giovinetta montanina. La novità del luogo, la varietà delle cose, la quantità delle persone quivi raccolte recarono sulle prime somma confusione e divagamento nello spirito di lei, che abituata alla solitaria quiete della sua capanna e de' suoi monti, vedevasi per la prima volta in simile rumorosa adunata. Lo splendore, la ricchezza delle armi e dell'abito del giovine Medici, che tanto lo illeggiadrivano e ne rendevano più nobile e interessante l'aspetto, avevano in essa fatta più eminente l'idea dell'alto suo grado, e resa quindi maggiore una certa impressione non mai cancellata in suo cuore, di vergogna, di soggezione portata quasi sino alla temenza per l'affetto profondo per lui concepito e per le illusioni a cui per esso s'era abbandonata, la qual cosa unita allo sbalordimento cagionatole dal tumulto che la circondava, le teneva l'anima oltremodo angustiata e sospesa. Allorquando però fu principiata la mimica rappresentazione e tutti gli occhi degli spettatori, compresivi quelli di Falco e della propria madre, furono rivolti attentamente agli attori che comparvero nello steccato, Rina s'avvedendo che quei soli di Gabriele stavano fisi immobilmente sovra di lei, provò un sensibile alleggerimento al cuore e non seppe resistere ai desiderio di girare lentamente il capo e sollevare, sebbene con assai di timidezza e trepidazione, su di lui le pupille. Alla vista del fuoco, dell'espansione, della vita di che mirò animati gli occhi ed i lineamenti tutti di quel caro viso, si sciolse ad un tratto, come neve al sole, ogni titubanza e turbamento che le serrava il petto, e rimirandolo una seconda volta meno pavidamente, sentì scorrere più libero per le vene il sangue acceso da quella fiamma che secreta ardeva in lei con tanta forza.
Lunghi e pieni d'inenarrabile dolcezza furono gli sguardi di quegli amanti, che una purissima voluttà invadea, quella tenera voluttà d'amore a fronte a cui è gelido e fosco ogni altro diletto. Belli entrambi a perfezione nelle loro giovanili forme, la varietà del loro vestimento ne faceva più attraente e singolare la prossimità; Gabriele col piumato elmetto d'argento, collo splendido corsaletto e la ricca spada offriva l'immagine della forza ingentilita che contempla la schietta e semplice bellezza rappresentata da Rina, il cui unico adornamento era un nastro purpureo che le serpeggiava nelle nere e lucide treccie trattenuto da uno spillone d'oro.
Terminati i giuochi del circo, Gabriele volle che Falco e le sue donne prendessero ristoro di scelte vivande ad una mensa ch'era stata disposta in uno de' più addobbati padiglioni per esso lui, pel Cancelliere e pei più distinti Capitani d'armi. Colà venuti e sedutisi tutti intorno al desco, nacquero tra i cibi e il vino i più fervorosi colloquii, e rimbombarono là dentro ripetuti evviva al Castellano come risuonavano all'intorno. Falco, cui la vista dei singolari ed armigeri spettacoli poco innanzi rappresentati avevano esaltato lo spirito, trovandosi fra quel crocchio di cospicui guerrieri commensali che giocondamente seco lui s'intrattenevano, vedendosi dalle cordialità del giovine Medici pagato ad usura dell'affetto che per lui nutriva, lieto in cuore ed animato andava esprimendo co' suoi franchi e robusti modi il suo attaccamento alla causa del Castellano e la speranza che nutriva di cooperare per lui a nuove e più clamorose vittorie. Orsola godeva alla contentezza che leggeva in volto al marito, e frammetteva spesso qualche suo motto alle semplici parole che Rina e Gabriele andavano tramutando, e di cui essi soli però sentivano la vera espressione ed il valore.
I raggi del sole, rivolto al declinare, penetrando obbliquamente per le aperture di quel padiglione, spandevano una luce calda rossiccia che riflettevasi pei vasi, le tazze, il metallo dell'armi e degli addobbamenti, e dava singolare risalto alle forme ed agli abiti di tutti quei personaggi assisi quivi alla mensa. Lumeggiati da tal chiarore apparivano più distinti e caratteristici i volti di que' guerrieri, ne' cui pronunciati lineamenti stava improntata la fiera ed audace vivacità dell'indole, fatta ancora più incontinente e decisa dai fumi del vino senza parsimonia tracannato, che rendeva a molti rubiconde le guancie, e faceva ad altri lucide ed ardenti come carbonchi le pupille. Giovin rosa fra rudi arbusti era Rina in quel convegno; ma benchè non pochi dei capitani vibrassero su di lei furtivi sguardi, nessuno ardì far pure un cenno con atti o con parole che al pudore di lei potesse riuscire offensivo, poichè oltre che i più s'erano avveduti dell'interessamento di Gabriele per lei, era dello spirito dei tempi, che dominava anche sugli animi più inverecondi, il non prorompere alla presenza di donne o fanciulle in motti sconci od osceni.
Dopo alcun tempo da che durava quel convito, e da che i commensali, consunte le vivande, non attendevano che al vuotare i calici ed al novellare, s'udì elevarsi al di fuori un gran clamore con ripetuti prolungati evviva. Erano applausi al Castellano che uscito dalla casa delle sorelle si recava col Borromeo ed il rimanente di sua comitiva alla volta dell'arsenale, con che soddisfacendo al desiderio dal Conte enunciato di esaminare partitamente quel vasto edificio, famosa officina d'armi e di navi, assecondava la propria mira che era di far nascere in lui più grande ed energica l'idea della sua potenza per guadagnarne lo spirito interamente.
Riferita nel padiglione di Gabriele la causa di quei clamori, tutti di là si partirono dirigendosi la maggior parte all'arsenale, ove si recarono pure Gabriele medesimo con Falco, Orsola e Rina. Entrati questi colà s'aggirarono buona pezza pei cantieri, per le sale delle arti e degli armaiuoli; ma della vista delle cose ivi esistenti non si compiacque altri che Falco, nella cui mente s'aggiravano di continuo immagini di navi, di spade, di pugnali, d'archibugi: Orsola, troppo semplice ed inesperta, nulla comprendeva intorno ai complicati ordigni d'armamento: Gabriele e Rina, l'un dell'altro indefessamente occupati, poca attenzione prestavano a quegli oggetti che al pari d'ogni altro più prezioso e singolare del mondo non potevano produrre ad essi alcuna impressione aggradevole, poichè ogni loro facoltà era assorta nell'infrenabile sentimento d'amore.
Trascorso tutto l'arsenale, ne riuscirono all'uscita nel momento appunto in cui vi perveniva da un altro lato Gian Giacomo co' suoi nobili seguitanti. Gabriele, rompendo l'ala di popolo che difilata nel cortile attendeva il Castellano al passaggio, si presentò a lui indicandogli essere colà Falco, il quale si rattenne indietro con sue donne compreso da soggezione e rispetto. Gian Giacomo cercò tosto avidamente collo sguardo quel suo valoroso Comandante di nave, e scortolo l'invitò della voce e della destra a farsi innanzi. Non potendo rifiutarsi a tal dimanda, s'avanzò desso, abbandonando però tra la folta le donne; ma Gabriele il quale, benchè si fosse rivolto a complimentare il conte Borromeo, se ne avvide, disse istantaneamente al fratello che col guerriero di Nesso erano venute la di lui moglie e la figlia. Gian Giacomo costrinse Falco a condurgliele davanti, e venute queste pure alla sua presenza, veduta appena la rara beltà della giovinetta, e accortosi dall'arrossire improvviso di Gabriele cosa passasse in lui, vibrò su di esso un rapido sguardo, ma così severamente espressivo e penetrante, che il giovine Medici impallidì di tal maniera, che se non era l'elmetto che gli ombrava parte del viso, sarebbonsi tutti i circostanti accorti di quel subitaneo tramutamento di colore. Si volse però tosto il Castellano con cortese modo alle donne, e dopo averle di nuovo guardate, sorridendo a Falco amichevolmente, disse:
"Tali fiori crescono sulla tua rupe? e tu ne li volevi tenere celati? ma non sai tu che di simiglianti si trovano radamente nelle pianure e nelle città?--Che ve ne pare, Conte d'Arona? (chiese al Borromeo.) Il nostro Luino, l'Oggionno o il Da Vinci non avrebbero ritratta questa fanciulla per farne un'angioletta o un serafino da porre nella gloria sull'alto d'una chiesa?"
"Io ho conosciuto un Gaudenzio da Varallo, rispose il Borromeo, che facendo ottimi dipinti e statue per le sacre cappelle del suo monte soleva prendere a modello le donne Fobellesi, che quanto a perfezione di forme portano il vanto fra le donne italiane, ma son convinto che all'occhio di quel pittore questa fanciulla non sarebbe apparsa punto inferiore alle stesse sue predilette montanine Valsesiane".
"Quant'essa leggiadra, riprese Gian Giacomo, altrettanto valente è il padre suo. Questi è quel Falco abitatore della rupe di Nesso, quello il cui nome suona così terribile ai nostri nemici. Due volte ei sottrasse Gabriele ad imminente pericolo di morte; e fatto comandante d'una nave dell'antiguardo della mia flotta, diede nell'ultima battaglia le più segnalate prove di destrezza e coraggio, per cui l'ho caro e lo stimo siccome uno de' miei più prodi guerrieri".
Il conte Borromeo, come tutti gli altri astanti, andava contemplando curiosamente Falco, a cui l'ardito portamento, la fierezza, sebbene alquanto mitigata, della guardatura e dei lineamenti, il giaco di maglia che portava sotto la schiavina da rematore, i pugnali infissi nella cintura, e la rete d'acciaio che gli copriva il capo davano il più marcato aspetto d'un formidabile pirata. Il Conte s'era maravigliato alle prime nel vedere il Medici accogliere con segni di tanto favore un uomo di quelle sembianze, ma udite quest'ultime parole: "Vi sono anche sul nostro lago Maggiore, disse, molti Locarnesi ed Intraschi che adoperano con somma perizia tanto il remo quanto l'archibugio, ma dirò, o Castellano, che nessuno può stare a petto di costui se giunge a meritare sì aperta lode da un condottiero d'armati come voi siete".
"Egli non è ammirato soltanto da me: tutti quelli che salirono la flotta dovettero palesamente convenire del suo valore. Or permettetemi, nobile Borromeo, che mentre facciamo la via alla zecca di Musso, che mi diceste vi piace vedere, io m'oda da lui la relazione del compimento d'un incarico che gli confidai".
Uscirono così parlando dal cortile dell'arsenale: precedeva il conte Giberto coi principali capitani del Medici, veniva poscia questo stesso avente Falco a sinistra, e dietro Gabriele con Rina e la madre.
"Ebbene, che mi narri dei Ducali?" chiese Gian Giacomo a Falco con bassa ma ansiosa voce.
"Sono tutti accovacciati dentro le mura di Como", rispose questi sommessamente esso pure.
"Non lasciarono presidii? non munirono rocche? non devastarono od incendiarono Terre?"
"No. I colpi che loro appoggiammo presso Bellaggio gli stordirono ed ispaventarono in modo, che fuggendo tutti precipitosamente, non si credettero in luogo di sicurezza che quando videro frapposti tra essi e noi i baluardi e le torri di Como".
"Credi tu, mio Capitano (pronunciò Gian Giacomo abbassando maggiormente la voce e stringendo il braccio a Falco presso la mano) che noi non saressimo capaci di scambiare le nostre palle colle loro sotto le mura stesse di Como? che ci sarebbe impossibile il farli sloggiare anche da quella città? Il Baradello è stato da essi medesimi distrutto, ed i bastioni ora esistenti non sono sì alti e massicci da non potervi far breccia o montare colle scale all'assalto".
"Castellano (rispose Falco, sovrapponendo con calore la sua destra mano a quella del Medici che gli stringeva il braccio, poichè quella proposta fatta in tuono confidenziale infiammandogli la mente, il fece dimentico d'ogni differenza di grado), datemi la vostra parola che il più presto possibile ci condurrete innanzi a Como, ed io vi giuro, che se una palla non mi trapassa il petto, pianterò pel primo la vostra bandiera sul baluardo del porto di quella città".
"Parleremo di ciò in altri momenti", a lui rispose freddamente Gian Giacomo ritraendo la propria mano, poichè gli parve improprio quel calore e quella famigliarità con cui il montanaro s'era espresso: "e appunto affinchè io possa aver agio di favellare con te ogni volta che ne avrò piacimento, tu devi determinarti a rimanere qui meco colla donna e la figlia, e rinunziare alla tua abitazione della rupe. Quella casa che vedi là sulla destra al principiar dell'altura, apparteneva al traditore Filippo Tressano; ora è posseduta da me e trovasi vuota d'abitatori, io te ne faccio un dono; va ad albergarvi con tua famiglia, poichè ho brama decisa che tu non ti discosti mai da Musso se non per mio comando".
Falco, confuso e sorpreso da quel dono inaspettato, rimase alcuni istanti in forse, mal sapendo se dovesse rendergliene grazie, o apertamente rifiutarlo, poichè non fu invaso che dall'idea, occorsagli troppo tardi un'altra volta, del sacrificio della propria indipendenza e dell'amore del luogo natio, e mentre raccozzava parole di scuse per temporeggiare a decidersi, essendo tutta la comitiva pervenuta in Musso alla porta della zecca, il Castellano troncò a lui sulle labbra ogni detto, pronunciando rivolto a Gabriele: "Tu che devi amar Falco, e so che l'ami più che alcun altro dei nostri, tu ti assumerai la cura di provvedere quanta fia d'uopo per rendere abitabile la casa di Tressano che ho data a lui: fa ch'egli vi trovi tostamente quanto può desiderare per rimanervi comodamente con sua famiglia, e quanto può valere a compensarlo dell'abbandono che lo costringo a fare del suo abituro di Nesso.--Addio, Falco... addio voi donne; d'ora innanzi noi ben ci potremo più frequentemente vedere". Così dicendo s'accostò al conte Borromeo e lo scortò nell'entrata dell'edificio ove si coniavano le sue monete.
Falco rimase immobile e pensoso alcun momento presso la porta di quel fabbricato, poscia dirigendo la parola a Gabriele che gli si era accostato premuroso d'udire le sue risoluzioni: "Ho deciso, esclamò: accetto il dono che m'ha voluto fare il signor Castellano: lascierò la mia capanna della rupe e verrò a stabilirmi in Musso. Nessuno osi dire però che io mi sono condotto a questo passo per desiderio di dimorare in una grossa Terra all'ombra d'un potente castello: no, per l'anima mia: se Falco si stacca dal suo vecchio nido, se si decide a non rivedere più mai i sassi e gli alberi della sua montagna, è solo per amor tuo, o Rina (e mirò la figlia con uno sguardo da cui trapelava il vivo paterno affetto frammisto al dolore del sacrificio a cui, in suo pensiero, quell'affetto il forzava); per te soltanto io darò un eterno addio alla mia rupe; rinunzierò interamente alla libera disposizione di me stesso per procurarmi la certezza che il piede d'un ribaldo nemico non possa calcare inosservato il sentiero che guida al casolare dove tu dimori e vendicarsi di me nel tuo sangue".
Invaso Gabriele a tali espressioni da inesprimibile contento: "Così operando, disse, tu confermi e dài finalmente esecuzione a quanto ti eri proposto allorchè mi conducesti libero a Musso: allora dicesti che volevi, prima di chiedere altri favori a Gian Giacomo, aver combattuto e vinto i Ducali; la sorte ci ha assecondati, e come tu bramasti, il dono di mio fratello non è che un premio meritato dal tuo valore. Rimane a me solo l'obbligo presentemente di dimostrarti la mia gratitudine, e il farò occupandomi all'istante del fare addobbare d'ogni arredo la casa dei Tressani, che i nostri soldati spogliarono di tutto nel dì che Filippo ci si chiarì traditore". Ciò detto s'incamminava già frettoloso a ricercare uomini ed artieri onde dessero mano sul momento a disporre alcune camere della casa in modo d'essere quella notte medesima abitabili, riservandosi a procurare con miglior ordine e diligenza le altre cose necessarie nella susseguente giornata. Ma il guerriero montanaro richiamandolo il trattenne, poichè sebbene si fosse risolto di cangiare luogo di dimora, non voleva che tale sua deliberazione avesse sì subito compimento, e "Non v'angustiate, a lui disse, onde far preparare la casa per noi, giacchè debbono passare alquanti giorni prima che io abbia fatto interamente sgombro il mio abituro della rupe per venirmene a stare a Musso: ora dobbiamo ricondurci colà, ed io ritornando poscia a questa Terra recherò la maggior parte di quelle cose che debbono bastare all'ammobigliamento dell'abitazione d'un povero alpigiano: Ora Trincone e il Tornasco ci staranno attendendo; essi avranno già staccata la barca e disposto il tutto pel viaggio, e il sole già calato dietro i monti ci avverte che è d'uopo che ci avviamo al lido per partire".
Gabriele nulla osò rispondere, conoscendo per prova quanto fosse vano il replicare contro le risoluzioni di quell'irremovibile montanaro; diede, benchè molto a malincuore e non senza un interno moto di rabbia, segno d'aderire a' suoi detti e si diresse con lui e colle donne verso la sponda. Siccome il battello di Falco era rimasto sin dal mattino presso l'arsenale a poca distanza dalle navi da guerra, ed il luogo ove essi si trovavano al momento che fu risoluto il partire era in una parte di Musso a quella opposta, Falco condotte alla più vicina riva le donne, accennò loro di colà attenderlo, e recossi al sito ove stava il suo navicello per venire quivi a riprenderle, per il che Gabriele restò da solo con Orsola e Rina.
Era sul principiare della sera: l'ultima purpurea tinta del sole sparita ben anco dall'acuta sommità del Legnone lasciava risplendere in tutta la sua argentina luce la luna che apparsa col colmo disco in cielo, i monti di fianco e di prospetto vestiva di bianco lume, e ne dipingeva come brune macchie le fosche masse selvose: terse e placidissime stendeva le sue acque il lago, solo leggiermente increspate qua e là dalle aurette vespertine che uscendo dalle valli aleggiavano di tratto in tratto su di esso, spandendosi come un alito gentile che appanna la lucida superficie d'un cristallo.
Mentre Orsola s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido onde spiare se fosse lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli vicini, e i loro sguardi s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi nel contemplarsi d'ogni cosa creata, sinchè l'eccesso del sentire li costrinse entrambi a divergere le pupille: la fanciulla abbassandole al suolo, e Gabriele alzandole all'eterea volta ver' la regina della notte, ripetendo più fervido colla mente il voto da lui fatto sul baluardo del Forte d'aver Rina o morire. Una potenza irresistibile però ricondusse a poco a poco lo sguardo di questo ardente amatore al volto dell'adorata giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la sorpresa veggendola immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato e le guancie rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e piegandosi verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: "Che miro mai! pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della vostra angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non potrei vivere un istante lontano da voi se vi sapessi dolente e sconsolata".
"Io doveva o non mai qui venire, o scostarmene mai," rispose Rina con voce lenta e interrotta dai sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a terra. "Sì, Rina, disse con trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai per sempre, e allora non vi sarà forza d'uomo che potrà mai più staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a te, e nessuna terrena potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni tesoro". Levò Rina su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di lagrime, di quelle lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura del cuore: brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano più celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva e il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il giungere della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato al suo moschetto che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a terra: Gabriele diè mano ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena fatto e ricevutone da esse e da Falco un saluto, la barca s'allontanò rapidamente.
Piena l'anima dei più vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il giovine Medici rimase sul lido per tutto quello spazio di tempo in cui gli fu dato distinguere al lume di luna le forme di chi sedeva in quella barca che vogava al largo; si mosse quindi di là, percorrendo la strada che sulla sponda guidava al Castello.
Il conte Giberto Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera stessa, nel mattino seguente di buon'ora partì con sua comitiva da Musso, avendo contratto l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a Milano l'uno de' più illustri suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un famosissimo santo, quale si fu Carlo Borromeo, che nacque nel 1538, cioè sette anni dopo l'epoca del nostro racconto, da questo conte Giberto e da Margherita, secondogenita tra le sorelle del Medici, la quale colle germane e le cugine stava allora in quella casa foggiata a monastero, che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte era stato condotto a pranzo dal Castellano.
Gian Giacomo, che tutta conosceva la possanza della casa Borromeo, di cui i conti Lodovico, Giberto il senatore, e Pietro Francesco avevano allora recentemente ottenuti tante dignità e favori da Duchi e da Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami nuziali con quella stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua, e pensava che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario e il Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale. Come però le vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si vedrà nel seguito di questo racconto.
Alcuni giorni dopo la battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua schiera di cacciatori e di uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa notizia che i Grigioni e gli altri Svizzeri della Lega, conosciuto per mezzo dei montanari l'esito infelice del combattimento navale, avevano interamente abbandonate le montagne e le valli circonvicine. Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato in gran parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel Castello era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e le mura in più luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne disastrosissimo e forse impossibile ogni difendimento se il nimico avesse insistito nella sua intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali che s'erano duplicati di numero due giorni dopo aver posto l'assedio, al quarto dì scomparvero nel momento appunto che gli assediati si credevano ridotti a disperato partito.
Ecco come era avvenuto il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco, ove, veduti gli apparecchi di difesa, aveva considerato vano ogni tentativo d'espugnazione, era venuto a congiungersi sotto Monguzzo col capitano Tridelberg, che in un assalto dato al Castello, sebbene respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima perdita: allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle ad una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e partirsi frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como da lettere pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria, i quali appena venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della sconfitta della flotta e della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando una sorpresa del Medici in Como stessa, che si trovava affatto sguernita d'armi e di difensori, si affrettarono a richiamarvi le sparse bande d'armati.
Il Castellano quando seppe l'infermità del fratello Battista, spedì tosto a Monguzzo il capitano Mandello con cento uomini d'armi onde rafforzasse il presidio, comandandogli desse prontissima mano a ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni, non perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi in possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de' suoi dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di Monguzzo, Gian Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse, fuorchè quello dello scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi soldati, poichè ben vedeva che i dì delle battaglie non erano tutti trascorsi, e che era per lui urgente necessità di avere a' suoi ordini numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili conflitti.
Si compì però di que' giorni un avvenimento che anche a tale bisogno promise certo riparo. Il conte Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi di Clara la maggiore sorella del Castellano, a lui la richiese in donna, ed esso gliela concedette, a patto però si recasse in Alemagna alla terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo padre, ed assoldate molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti della Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte Volfango aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito colla sposa, giunto in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi festeggiamenti di conviti e tornei, si diede ad adunare bande armate per adempiere alla promessa contratta col Castellano.
Un mese all'incirca dopo il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a Musso un ricco Milanese, feudatario ducale, certo Galeazzo Messaglia, uomo giovialone in apparenza e dato al motteggiare, ma fino ed accorto conducitore di politici negozii: mostrò essere colà venuto per sue private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì commendatizie di Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un convento di Milano.
Il Castellano, già svegliatissimo per natura e allora sempre in sospetto di nemiche macchinazioni, volle subito conoscere dappresso il messere Milanese che gli fu riferito essere arrivato a Musso, e tale per l'appunto era il desiderio del Messaglia, il quale non venne inviato colà per altro fine che per proporre trattative di pace al Medici; secretamente però, e quasi le esponesse in nome proprio in qualità d'intermediario tra il Castellano ed il Duca, senza che ne avessero sentore i Grigioni e senza che in caso di rifiuto il decoro ducale restasse compromesso. Dopo varii colloquii tenutisi da Gian Giacomo col Messaglia, in cui questi seppe destramente cattivarsi l'interesse di lui svelandosi per famigliare e confidente del Duca, venuto un giorno il buon destro, il Milanese gli fece un quadro assai animato dei mali gravissimi che quella guerra partoriva ad ambe le parti, e della carestia che cominciava a regnare d'intorno; parlò poscia della possibilità di porre un termine alle tante tribolazioni dei popoli di queste contrade, e disse che sapeva di certo che il Duca non sarebbe stato lontano dall'accordare la pace sotto certe condizioni: il richiese tosto Gian Giacomo s'ei conosceva quali potevano essere le condizioni assolute sotto le quali lo Sforza segnerebbe un trattato che dovesse mettere un fine alle ostilità. Messaglia rispose ch'egli non poteva asserirle fondatamente, perchè non era munito delle necessarie facoltà per ciò fare, ma che era convinto di non colpire lungi dal vero dicendo essere le seguenti: (erano quelle da lui previamente concertate alia Corte) I.° "Che al Castellano dovesse restare Musso e Lecco colle riviere del lago ed altri luoghi vicini di qualche importanza: II.° Che egli potesse comandare assolutamente senza eccezione di maggior magistrato, ed in somma che potesse nel suo stato tutto ciò che può un principe, solo ch'ei riconoscesse nel Duca il supremo e diretto dominio, sebbene il Duca non potesse sotto qualunque pretesto a lui comandare. III.° Che il Duca si sarebbe obbligato a somministrargli negli anni avvenire senza pagamento di gabelle quella quantità di grano e sale che potesse abbisognare per i suoi paesi. IV.° Che il Duca parimenti darebbe fede di riputare e trattare in ogni circostanza i soldati ed ufficiali del Castellano come suoi proprii. V.° Che il Castellano all'incontro lasciasse Monguzzo con tutto il territorio che possedeva al di là di Lecco, e pagasse al Duca quaranta mille scudi in una o più rate, e nei modi e termini che si sarebbero convenuti". Aggiunse il Messaglia che qualora esso Gian Giacomo fosse disposto ad accettare tali proposizioni, s'assumeva egli medesimo l'incarico di farsi autorizzare dal Duca a proporgliele nella forma più autentica onde venire alla stipulazione solenne d'un trattato di pace. Il Castellano udito il tutto attentamente, a lui rispose che si riservava manifestargli le proprie risoluzioni in altra vicina giornata; e licenziatolo, chiamò intorno a sè il Pellicione cogli altri suoi più fidi, ed espose loro quanto eragli stato proposto da quel segreto Ambasciatore del Duca, che per tale egli bene l'aveva riconosciuto. Ai primi quattro capitoli, come il Medici medesimo, anche i suoi consiglieri opinarono potersi liberamente aderire, perchè il riconoscere nel Duca il supremo dominio, mentre non inceppava affatto la sovranità di Gian Giacomo, dava anzi un carattere di legittimità a quel suo dominio, ch'era ciò appunto che egli maggiormente desiderava: l'ultimo articolo però fu rigettato ad una voce, e Gian Giacomo che pendeva dubbio se dovesse sottoporvisi o rifiutarlo, volle, pria di decidersi, che si sviluppassero estesamente i motivi del negato assentimento: dopo varii ragionamenti fatti sotto diversi aspetti da que' suoi cortigiani contro la pretesa dei quarantamila scudi, che a que' tempi era ingente somma, il Pellicione, balzato in piedi, esclamò:
Le vittorie recenti, l'aspettativa delle bande ausiliarie indicate dal Pellicione, la supposizione che se il Duca era disceso a tanto da fare pel primo proporre capitoli di accordo doveva essere ridotto a stringente necessità d'aver pace, per la penuria dei viveri che in Milano cominciava a regnare, e che quindi non sarebbe stato restio all'accedere a patti meno vantaggiosi, determinarono Gian Giacomo Medici, richiamato il Messaglia, a rispondere: che se voleva si prendesse a trattare sui capitoli da lui esposti, allorquando presentati verrebbero in nome del Duca medesimo, era d'uopo toglierne l'ultimo interamente, poichè egli intendeva di non sborsare pure un cavallotto: che quanto a Monguzzo, l'avrebbe volontieri cangiato con qualche altra Terra del dominio Ducale, ma che voleva che lo Sforza gli spedisse il diploma che lo investisse della Signoria di Musso e di Lecco. Il Messaglia, da sperimentato ed astuto negoziatore qual era, cercò ogni via di determinare il Medici ad aderire al pagamento dei quarantamila scudi, esponendo l'incertezza della militare fortuna, il bene della patria, la tranquillità del possesso, e proponendo varie altre concessioni in compenso di quella somma, giacchè era stato il solo bisogno di danaro che aveva costretto il Duca a far tentare quell'accordo: ma Gian Giacomo fu irremovibile, e il feudatario Milanese dovette partirsi da Musso senza avere ritratto il più picciolo frutto dalla sua missione.
L'infelice successo di queste trattative portò vivissimo cordoglio nell'animo del duca Francesco Sforza, che tante avversità e proprie e dello Stato tenevano di già in continue agitazioni e tristezze.
Era nell'epoca di cui parliamo prossima a scoccare l'ultim'ora dell'indipendenza del lombardo regime. Dopo il dominio de' Romani, cessato nel quinto secolo dell'era nostra, dopo quello de' Longobardi, de' Franchi e de' Germani, che finì di fatto verso il mille, Milano si resse per tre secoli, sebbene non senza interruzioni, con governo libero municipale; alla metà del secolo decimoterzo i Visconti se ne fecero signori e furono pei maneggi di Giovan Galeazzo nel 1395 investiti dalla Corte imperiale del titolo di Duchi, che serbarono sino al 1447, nel qual anno, morto Filippo Maria Visconte, s'estinse con esso la linea legittima maschile di quella casa e la sua sovrana grandezza. Lungi i Milanesi dal trar profitto da tale favorevole occasione per riassumere gli antichi loro diritti, decaduti pur troppo da quella fama di prodezza e valentía che s'erano acquistata ai tempi del Barbarossa e della Lega Lombarda, giacquero in uno stato d'obbrobriosa anarchia per tre interi anni, nel qual tempo i Capitani del popolo o Difensori della libertà di Milano, che così vollero essere denominati quelli che si posero a capo dell'informe governo della città, nulla mai operarono che all'assunto titolo corrispondesse.
Sapendo quanto fosse la città infiacchita, miseri ed impotenti i cittadini, il conte Francesco Attendolo, celebre condottiero d'armati, che dal soprannome di suo padre era detto Sforza, ponendo in campo il pretesto d'aver per moglie una figlia del duca Filippo Maria, la quale pur legittima non era, aspirò alla signoria di Milano, ed assediatola nel 1450 la ridusse ben presto a tale che, prevalendo nel popolo il di lui partito, gli furono aperte le porte, ed accolto con acclamazioni e festeggiamenti, fu proclamato Principe e s'ebbe tosto della ducale corona fregiata la fronte. Il dominio sforzesco giunse al massimo grado di potenza e splendore al cadere del secolo decimoquinto, quando sotto la paterna mano di Lodovico (per la bruna tinta del volto chiamato il Moro) Milano ricca e pacifica vide fiorire in se splendidissime le arti, le lettere e le scienze. Ma, per fatale sventura d'Italia, la Francia e l'Alemagna divenute possenti nazioni trascelsero a campo di loro disfide questo bel paese, da cui sembrava dovesse l'Alpi escluderle per sempre: in breve periodo di anni i monarchi francesi Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I visitarono colle loro armate Milano, a vicenda con quelle dei Germanici Imperatori, il più possente dei quali Carlo Quinto vi lasciò finalmente stabili presidii e un Generale supremo.
In mezzo ai tanti e diversi avvenimenti delle guerre che gli stranieri qui combattevano, gli Sforza erano alternamente apparsi e spariti come picciol legno sopra mare in tempesta. Francesco, figlio dello sventurato Lodovico ed unico rampollo della famiglia Sforzesca, per magnanimità e giustizia di Carlo si riassise al fine più stabilmente del fratello Massimiliano, sul lombardo seggio principesco che sostenne lui ultimo Duca, e dappoi si cangiò per sempre in uno sgabello da governatore.
Sebbene però il Germanico Cesare avesse riposto lo scettro nelle mani di Francesco secondo Sforza, non è però a dirsi che questi le tenesse libere e sciolte come a sovrano signore si conveniva. Antonio De-Leyva, che sotto colore di rimanersi a difesa del Ducato pel caso d'una temuta invasione delle armi Francesi si stava a Milano a capo di molte schiere imperiali, teneva il Duca in quasi totale soggezione: era De-Leyva uno spagnuolo vigilante, ardito, prepotente, odiato da tutti per le estorsioni da lui commesse nel suo lungo soggiorno in questo paese, il quale non aveva altro di mira che di affievolire la podestà ducale per estendere la propria.
Il Duca, oltre l'importuna ed imperiosa presenza di questo straniero nella capitale del suo Stato, era angustiato e tenuto in pensiero dalla prossimità delle armate Romagnole e Viniziane, dai moti popolari di varie città e più di tutto dall'usurpazione ch'aveva fatta Gian Giacomo Medici d'una parte importante del ducale dominio, nella quale si manteneva con tanto vigore ed ostinazione e da dove nuove circostanze gli facevano ogni dì più tenui i mezzi per iscacciarnelo. Dopo l'esito infelice della battaglia di Bellaggio, il De-Leyva, che aveva tentato di troncare il male alla radice con un colpo arrischiato per tre soli, e che andò fallito come sanno i nostri lettori, richiamate da Como le sue truppe, dichiarò di non volere più cooperare in modo alcuno alla continuazione di quella guerra, dicendo essere dessa di privato interesse del Duca, per cui non doveva l'Imperatore sagrificare uomini e danari suoi proprii. Questa inaspettata defezione d'un soccorso su cui Francesco Sforza faceva tanto appoggio, riuscì dolorosissima a lui che le avversità avevano reso di cuor timido ed affannoso e fattane cagionevole la salute; poichè sebbene contasse allora soli trentanove anni, aveva perduto il vigore, era pallido e macilente, e ben mostrava non dovere, come avvenne, protrarre in lungo i suoi giorni: appariva di consueto taciturno, ed era dato ad una costante melanconia, abbenchè quelli che l'approssimavano, asserissero essere egli di carattere dolce ed umano.
Allorchè Galeazzo Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli andato fallito lo scopo per cui era stato spedito a trattare col dominatore di Musso, fu quivi generale la costernazione, poichè tutti avevano sperato trovare rimedio ai pressanti bisogni nei quarantamila scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati per mantenersi ed essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più irritato da quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone, onde tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che s'andava aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il travagliato popolo eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero lo Sforza a deporre ogni pensiero di continuare la guerra.
Ai primi di gennaio del seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella che l'imperatore Carlo, per consiglio dei potentati d'Italia, stava trattando le nozze tra sua nipote Cristina figlia del re di Danimarca ed il duca Francesco: una tale notizia ed ordini imponenti venuti dalla Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la condotta del De-Leyva verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si proferse disposto qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere, dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo innanzi assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo l'obbligazione al tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a tal uopo necessitavano.
Consolato da tali esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di trarne profitto per riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie al De-Leyva di sue offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio desiderio di riprendere le ostilità contro il ribelle Castellano di Musso onde reintegrare in ogni parte il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè non essere altra brama in lui che di favorire con ogni potere la volontà del Duca, e che tutte le truppe imperiali erano a sua disposizione: lo Sforza volle determinassero tostamente insieme la persona che si doveva porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti d'armi riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per l'addietro.
Trovavasi allora in Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo che aveva battagliato a lungo al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e s'aveva quindi acquistata somma perizia nei combattimenti navali e nelle guerre pei monti: nessun altro parve al Duca ed al De-Leyva più adatto ad aversi il comando dell'esercito destinato ad agire contro Gian Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a lui l'incarico di quella guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne d'uomini d'armi; ne mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di gennaio mosse alla volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria attendeva quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante venisse la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.
CAPITOLO UNDECIMO.
Avvolto in mezzo un turbine Che il passo, il fiato aggreva, Di nevi che giù fioccano, Di nevi che solleva Dagli scheggioni il vento A periglioso evento Affretta il suo cammin. E che non può l'indomito Che in altri scontri i lutti De' suoi compagni esanimi Vide con occhi asciutti, Se a disperato scampo Contro il nemico inciampo S'avventa battaglier! IL CONTRABBANDIERE. Esper.° di Mel. Liriche.
Era un'invernata delle più rigide e perverse: intenso oltre modo durava il freddo, il cielo mostravasi sempre coperto da fosche nebbie, tutto il piano ed i monti biancheggiavano per alte nevi che frequentissime cadevano e venivano congelate al suolo dai gelidi soffii settentrionali. Sembrava non dovere esservi tempo che meno di quello fosse propizio all'armeggiare, nè più indicato al riposo delle truppe negli alloggiamenti, pure Lodovico Vestarino, sia che avesse sentore che all'aprirsi della stagione giungere dovevano rinforzi di bande tedesche al Castellano, sia che non potesse per altre cause frapporre indugio all'incominciamento delle ostilità, appena giunto in Como dispose quant'era d'uopo per dar principio alle militari operazioni. Egli vedeasi a capo di squadre ben munite e numerose, condotte da capitani sottomessi e preparati alla guerra; era certo di non venire incagliato ne' suoi divisamenti da commissarii e sopraintendenti ducali o spagnuoli, poichè il Duca e il De-Leyva avevano affidato a lui solo il supremo comando, quindi non dubitava punto che con tali mezzi, adoperando eziandio molta cautela e prudenza contro un nemico audacissimo ma affievolito, le sue intraprese fussero per ottenere felice risultamento. Spedì per via sicura un messo ai Capi della Lega Grigia onde interpellarli se intendevano agire subito in quella guerra di concerto colle armi Ducali; ma essi risposero che le profonde nevi, le valanghe, le bufere invernali delle montagne ove abitavano, non concedevano loro d'abbandonare i casolari, nè di raccogliersi in ischiere e discendere a prendere parte ai combattimenti, il che avrebbero effettuato appena i sentieri divenissero praticabili. Il Vestarino s'ebbe più contento che doglia da tale annunzio, poichè, duce accortissimo ed avido di gloria, ardeva di cimentarsi da solo contro il celebrato dominatore di Musso, affinchè se il vinceva, come aveva speranza, nessuno gli contrastasse o pretendesse dividere con lui gli onori della vittoria. A differenza del Gonzaga e dello Speziano che immaginarono complicati piani di battaglia, egli stabilì di non disperdere sopra molti punti le proprie forze, ma di tenerle quanto più poteva concentrate ed unite per assalire con una massa poderosa i singoli luoghi che intendeva combattere.
La prima spedizione che immaginò fu contro Monguzzo: ne serbò il pensiero con gelosa secretezza, e quando tutto fu pronto in Como, un bel mattino fece spargere la voce che, per ordine del Duca, l'esercito doveva ritornarsene la notte a Milano. Comandò si ponessero sopra i carri le artiglierie, si tenessero preparati in duplice numero cavalli e buoi pel traino di quelle, delle bagaglie e delle salmerie; ed i soldati si ponessero in armi sul far della sera. Verso quest'ora, mentre foltamente nevicava, diede l'ordine della partenza, e quando l'ultime schiere, ed egli dietro a tutte, furono usciti da Como, volle se ne chiudessero diligentemente le porte, onde nessuno di quelli che avevano seguíto l'esercito potesse rientrarvi; e lasciato perfettamente oscurare, raggiunto da espertissime guide, abbandonò la via verso Milano, facendo volgere l'armata sulla strada della Brianza per riuscire inaspettatamente al Castello di Monguzzo.
Gian Giacomo dal giorno della partenza dell'Ambasciatore ducale erasi sempre rimasto tranquillo co' suoi nella propria fortezza di Musso, riputandosi sicuro d'ogni nemica molestia per l'inopia in cui sapeva trovarsi il Duca, e pel rifiuto de' nuovi soccorsi che gli venne riferito essere al medesimo stato fatto dal De-Leyva, e specialmente per la crudezza della sopraggiunta stagione che pareva dovesse frapporre ostacoli insormontabili ad ogni movimento d'armata. Cominciò però desso a provare vive inquietudini allorchè ebbe cognizione che la novella giunta a Milano dei meditati sponsali del Duca con Cristina di Danimarca aveva fatta rinascere la primitiva amichevole relazione del Generale spagnuolo collo Sforza, ed i suoi sospetti del prossimo rinnovamento della guerra divennero certezza quando gli fu riferito che s'avviava a Como un forte esercito condotto da un nuovo comandante.
Nondimeno per quanto fosse esercitata ed acuta la sua previdenza, egli non giunse ad immaginarsi che i Ducali moverebbero ad assalirlo nel cuore d'un sì ruvido inverno, e ben lungi dal temerli, considerava che, venuta la primavera, avrebbe recati ad essi gravi nocumenti sia colle schiere tedesche dell'Altemps, sia colla propria flotta assai superiore a quella dei nemici.
Mentre viveva in tale persuasione, ecco giungere a Musso un messaggiero venuto rapidamente da Lecco colla nuova che s'erano vedute numerose squadre Ducali dirigersi alla volta di Monguzzo. Gian Giacomo e la maggior parte de' suoi supposero sulle prime che tale annunzio fosse cagionato da panico terrore o dai falsi rapporti di qualche contadino; ma a togliere loro ogni dubbio ne pervenne indi a poco un altro, narrando che quel Castello, circondato da ogni lato, era aspramente dai nemici combattuto. Il Castellano, benchè sorpreso da simile inaspettato avvenimento, non si perdette d'animo; destò ne' suoi l'usato coraggio, ordinò le difese ne' luoghi della costiera, e prese seco le migliori squadre che gli rimanevano, navigò a Lecco, per di là recarsi a portare soccorso al suo assediato Monguzzo. L'accorrere però ch'egli fece colà riuscì vano, poichè nel mentre ch'approdava coll'armata al porto di Lecco, giungeva al ponte presso quella Terra il capitano Mandello con turbe di soldati fuggenti e sanguinosi, che s'erano colle armi aperta la strada tra le schiere dei Ducali, entrati poche ore prima dalle breccie nel Castello, e fattisine padroni, prendendo prigionieri il rimanente del presidio e lo stesso Battista Medici, il quale mal riavutosi dall'infermità cagionatagli dalle ferite, non ebbe campo in quell'estremo caso di sottrarsi alle mani del nemico.
Non si può descrivere quanto un tal fatto eccitasse lo sdegno e il dolore nell'animo di Gian Giacomo, che, oltre la perdita di quell'importante fortezza, oltre la prigionia del fratello, vedeva a quali progressi con somigliante conquista s'aprivano l'adito i suoi avversarii. Pensò a primo tratto di fare ogni sforzo per cercare di ricuperare Monguzzo, ma lo scarso numero de' proprii soldati a fronte di quello in che trovavansi i Ducali, siccome gli narrò il Mandello, lo persuasero non essere avveduto consiglio l'esporsi nel pian paese a campale giornata. Molti pensamenti e progetti volse egli nello spirito, e comunicò in parte a' suoi Capitani, onde vendicarsi e riparare quella perdita, pensando anche d'assalire la stessa Como, ma dovette convincersi al fine null'altro allora potersi prudentemente disporre che una difesa pronta e generale di tutti i suoi possedimenti del lago. Mandò quindi avviso ad ogni banda lontana de' suoi soldati si radunasse in Lecco, perchè ben previde che i primi tentativi del nemico verrebbero diretti contro questa fortificata Terra; lasciò colà la maggior parte di esse, e il rimanente ricondusse seco sulle navi a Musso, dove fece accelerare l'assestamento della flotta, che accrebbe dei legni presi ai Ducali nella battaglia di Bellaggio.
Il Vestarino, lieto fuor di misura pel felice successo della sua prima intrapresa, ne mandò le novelle alla Corte di Milano, la quale fu tanto più contenta e paga di tale evento, in quanto che lo stimava di decisiva importanza, poichè le dava per prigioniero un fratello stesso del formidabile Castellano, l'avere il quale poteva esserle mezzo d'assicurare il progetto d'una pace più vantaggiosa. Il Vestarino, lasciata metà dell'esercito a stanza nel Castello di Monguzzo sotto il comando del capitano Ricciardo Acursio, ritornò coll'altra a Como, meditando di dar subito mano alla presa di Lecco. Non vide egli un ostacolo alla nuova conquista nella povertà del navilio Comasco; pensava che le otto navi che sole rimanevano tuttora, fossero più che sufficienti al parziale trasporto delle truppe, la maggior parte delle quali voleva marciasse per terra, poichè aveva stabilito di evitare colla massima cura ogni scontro navale. Per dare esecuzione al suo disegno, formò de' suoi uomini d'armi tre distinte schiere: ordinò alla prima di prendere i sentieri che alla sponda destra del lago, partendo da Como, passano per Geno, Blevio, riescono a Torno, e di là, or sull'alto dei monti, or rasente il lido, giungono a Nesso, e pervengono sino all'estrema punta di Bellaggio; comandò alla seconda s'avviasse dal lato opposto per la stradicciuola, più che mai alpestre anch'essa e difficile, che tocca Cernobio, Moltrasio, arriva ad Argegno, e progredisce per la Tramezzina; finalmente si pose egli stesso colla terza sulle navi, ove erano state collocate tutte le artiglierie e le necessarie munizioni da guerra e da bocca, veleggiando alla stessa volta delle truppe di terra. Aveva dato avviso contemporaneamente al capitano Acursio che movesse da Monguzzo per l'alta Brianza, si recasse a prendere posizione presso il lago di Lecco, cercando d'impadronirsi dei paesi più prossimi a quella Terra che si trovavano al di qua del lago, ed in ispecial modo di Malgrate che sta ad essa di fronte. Duplice si era lo scopo cui il Vestarino mirava con que' combinati movimenti d'armate: primo, d'avere in qualunque circostanza soccorso ed appoggio nelle truppe che camminavano su ciascuna delle sponde; secondo, di giungere con grosso numero d'uomini in un momento stesso al promontorio di Bellaggio per impossessarsene, potersi quivi fortificare e discendere più agevolmente verso Lecco a congiungersi coll'Acursio, e così assalire da due parti quel Borgo, la cui conquista era d'alta importanza in quella guerra. Aveva desso pure stabilito che le sue truppe che s'avanzavano sulla riva sinistra del lago, giunte alla punta di Lavedo, dovevano quivi alzare trincee e rimanersi in gran parte per difendere quel passo, proteggere al bisogno la ritirata delle sue navi, e impedire alla flotta nemica d'oltrepassare lo stretto.
Non rimase però questa seconda spedizione del Vestarino celata al Medici come era avvenuto della prima: il mal successo di quella aveva fatto sì ch'egli aumentò con efficaci mezzi la vigilanza e il numero delle sue spie in Como, per cui appena il Vestarino ebbe date le prime disposizioni pel nuovo piano d'attacco, egli ne ricevette a Musso l'esatta novella, e radunati i suoi Capitani la partecipò loro.
"Questo maladetto Vestarino vuole adunque farci a forza mettere i piedi nella neve? È veramente stanco dello starsi ad abbruciar legna sui focolari di Como? Quanta baldanza perchè glie n'è andata una bene! Ma per la spada di san Michele! s'egli ha risoluto di riscaldarsi al fuoco della nostra polvere, può essere che si scotti la pelle in modo da sentirne il bruciore per lungo tempo". Così esclamò con irata voce il Pellicione, acuminandosi i mustacchi all'udire la relazione delle disposizioni guerresche del Vestarino che uno spione venuto da Como andava facendo alla presenza di Gian Giacomo e degli altri Capitani nella sala d'armi del forte più elevato del Castello di Musso.
Gian Giacomo, che stava assiso in mezzo a loro sovra un seggiolone di cuoio, dopo essere rimasto lungo tempo silenzioso, colle braccia incrocicchiate al petto e gli occhi fissi al suolo in atto d'uomo che va profondamente meditando, scosso al suono della voce, anzichè dal significato delle parole del suo Luogotenente, a cui non sembrò punto prestare alcuna attenzione, alzò su di lui lo sguardo con certa espressione di rimprovero e di dispetto che era prodotto dalla serie de' suoi pensieri, e non già da quella subitanea interruzione, e con tuono d'ironia pronunciò:
"Vivremo persuasi tuttavia che sarebbero stati mal impiegati trenta o quarantamila scudi per rimanerci almeno quest'inverno in riposo, e dar tempo, se non altro, alle truppe tedesche di venirci a raggiungere? Se davamo retta alle parole di quell'Ambasciatore del Duca avressimo perduto Monguzzo in sì malo modo, sarebbe Battista prigioniero, e Lecco in periglio? Io doveva sborsare sin l'ultimo mio soldo per istabilirmi fermamente..." Troncò qui ad un tratto gli accenti che tradivano i suoi secreti pensieri ed il suo intimo rancore cagionato dal riflettere a quella nuova guerra che si presentava con sì formidabile apparato, e se l'era tratta addosso per propria ostinazione, resa maggiore dal consiglio de' suoi, e specialmente del Pellicione, a non volere accedere a tutti i capitoli di pace ch'era venuto a proporre il Messaglia.
I marcati e severi lineamenti del volto del Castellano si fecero più oscuri e indegnati, quasi rimproverasse a se stesso quelle imprudenti rivelazioni dell'animo suo, che l'incertezza e il pentimento d'una perduta occasione agitavano; ma ciò non fu che un lampo, e tale che non se ne avvidero i suoi Capitani medesimi, i quali si stavano pensando tra loro stessi con istupore al significato di que' suoi detti che non sapevano comprendere, poichè erano i primi usciti dalla sua bocca che indicavano titubanza, e davano sospetto in lui di timore. Egli balzò subitamente in piedi, scosse il capo quasi volesse dissipare una vertigine che l'avesse assalito, e rianimando il volto coll'usata espressione autorevole e ardimentosa, riponendo sulla fronte il berretto, disse: "Avete tutti, o miei Capitani, inteso quanto ci narrò questo nostro fedele esploratore? Ebbene, che ne dite voi? Dobbiamo attendere il temerario Ducale a piè fermo, oppure credete più utile partito il recarsi ad affrontarlo sul lago e pei monti e respingerlo pria che s'approssimi di più alle mura delle nostre fortezze?"
L'importanza della domanda, il modo confidenziale insieme e imponente con cui fu pronunciata, attirò tutta l'attenzione dei Comandanti d'armi e Consiglieri del Castellano, che compresi dalla gravità dell'inchiesta, stettero qualche istante in silenzio, alcuni col capo piegato al suolo, altri colle mani appoggiate all'impugnatura della spada, altri colle braccia raccolte al petto in atto di meditare una conveniente risposta, e primo di tutti a rompere il silenzio fu il Mandello che così s'espresse: "Io per me porto opinione essere di maggiore convenienza l'attendere il nemico dentro le nostre fortificazioni. Operando in tal modo noi lo costringiamo a sopportare da solo tutta l'inclemenza ed i disagi di questa rigida stagione: esso dovrà rimanersi accampato allo scoperto, dovrà superare immensi ostacoli per cercare d'accostarsi ai nostri baluardi, innanzi ai quali, vanamente tentando di conquistarli, deperirà consumando le sue forze sotto i colpi che noi da luogo comodo e sicuro a lui scaglieremo".
"Pensa, o Mandello, a ciò che dici! rispose a lui il Pellicione: non ti sovvieni di quanto t'accadde a Monguzzo? non eravi colà freddo, neve e quante mai altre intemperie può avere l'inverno, e pure, sebbene essi di fuori, e tu di dentro, dimmi un poco chi è stato il più forte? È ben vero che Monguzzo si può chiamare una bicocca in paragone de' nostri forti del lago; ma, per la spada di san Michele! comunque sia, non bisogna lasciarsi chiudere in gabbia che il più tardi possibile, e prima di concedere loro di guastare colle artiglierie le nostre mura, dobbiamo mostrare che siamo abituati al freddo al pari di essi, e sappiamo camminar per le nevi e pei ghiacci con maggiore prontezza e facilità di loro".
"Sono anch'io del tuo parere, disse Achille Sarbelloni, perchè rifletto che ci sarebbe di vergogna e di danno il lasciar credere ai nemici che noi non abbiamo il coraggio di assalirli, il che darebbe idea d'una diminuzione notevole delle nostre truppe o della svanita nostra prodezza, e se loro concediamo d'accostarsi ai nostri Castelli, essi metteranno a sacco e distruggeranno ben anco le Terre e le case a cui non possiamo prestare difesa".
"E dove lasciate, aggiunse il capitano Domenico Matto, l'inutilità a cui si ridurrebbe, o piuttosto la distruzione a cui verrebbe condannata la nostra flotta, colla quale più che in qualunque altro modo abbiamo tante volte fiaccato l'orgoglio del Duca e de' suoi alleati, e fatta sventolare vittoriosa la vostra bandiera, o Castellano, per sino al cospetto delle mura di Como? Sì: disponete una guerra aperta e decisa nella maniera che i nemici hanno l'ardire di provocarla, e noi dimostreremo che anche trovandoci in poco numero sappiamo affrontarli dovunque, e li prendiamo a scherno se osano venire al paragone sull'acque".
Gli altri Capitani che quivi erano adunati in consiglio, o fossero realmente d'avviso conforme agli ultimi tre, o anche tenendo all'opinione del Mandello non osassero ad essi di contraddire (perchè nelle cose ove havvi rischio e periglio, l'opinare per prudenti partiti ha sempre aspetto di pusillanimità e di vigliaccheria) null'altro esposero che il proprio assentimento in brevi parole; per lo che Gian Giacomo, cui riusciva aggradevole quel fervoroso e franco inclinare alla guerra che lo faceva più certo del coraggio e delle disposizioni de' suoi, e ciò che assai gli importava del non avere ad essi recata sinistra impressione le parole a lui inavvedutamente sfuggite, levò alto la testa, guardò alteramente, e alzando l'indice in atto di minaccia, crollando il capo, così s'espresse, accompagnando i detti con fiero sorriso: "Ah Vestarino, Vestarino! tu non hai bene pensato al passo che movesti, e la tua mente affascinata da una stolta vanagloria t'ha fatto scagliare la pietra al leone in riposo, ed il leone si desta: tu non hai calcolata la velocità de' suoi passi, e la forza delle sue mascelle; ascolta il suo ruggito! guai a te se t'aggiunge! Tu pagherai a caro prezzo la tua temerità! Sì, Capitani, accetto il consiglio del maggior numero di voi: riprenderemo immediatamente le armi; questo è ciò che meglio conviene a uomini nati al combattere come noi siamo. Se col gelo e le nevi escono in campo i Ducali che sono fanciulli a nostro paraggio, che non dobbiamo essere capaci di far noi? Andate, disponete i soldati: darò tosto gli ordini onde sia allestita la flotta e munita di tutto l'occorrente. Domani saprete quali fazioni s'avranno ad intraprendere, e mostrerete ben presto, come il desiderate, all'imprudente comandante nemico chi siamo noi e cosa sappiamo operare".
Usciti di là i Capitani, chiamate a raccolta ciascuno le proprie squadre, che stavano nelle rocche del Castello e ne' quartieri di Dongo e di Musso, esposero i voleri del Castellano facendo che mettessero in pronto l'armi e gli arnesi per partire al primo annunzio: le navi furono tratte dai cantieri e dal porto, fornite d'ogni cosa necessaria al veleggiare ed al combattere, e caricate d'abbondanti vettovaglie. Il dì seguente cominciò il movimento delle schiere secondo i comandi che venivano dati da Gian Giacomo.
Siccome egli aveva certezza che i Grigioni non si sarebbero mossi ad assalirlo perchè conosceva l'impraticabilità delle strade del loro paese in quella stagione, e perchè sapeva positivamente che gli uomini della Lega s'erano ritirati ne' loro casolari delle alpi, non fece appostare che piccoli drappelli a guardia de' luoghi eminenti, e lasciò poche soldatesche a Gravedona, a Sorico, e nell'altra parte allo sbocco della Valtellina per trattenere gli Svizzeri in caso di discesa tutto quel tempo necessario ad accorrere egli stesso al riparo. Mandò di nuovo il capitano Bologna a Rezzonico; spedì il Mandello a Varenna, e diede ad entrambi quel maggior numero d'uomini ohe gli fu possibile nella scarsezza in cui si trovava di truppe, di cui alcune dovette pur lasciare nel Castello di Musso sotto il comando del fratello Agosto. Divise poi il corpo più grosso d'armata in tre schiere: la prima più numerosa montata sopra cinque navi volle condurre egli stesso alla difesa di Lecco; la seconda con tre navi destinolla a presidiare Bellaggio per impedire ai nemici di impossessarsene; mise la terza sotto i comandi del Pellicione, onde per la via di terra che fiancheggiava il lago pervenisse a Menaggio e di là inoltrandosi incontro alla colonna dei Ducali, che veniva sulla strada della Tramezzina, togliesse loro l'avanzarsi e si opponesse al ricongiungimento di quella coll'altra che progrediva sui legni per isbarcare a Bellaggio: delle tre navi destinate a guernire questo paese aveva il comando supremo Achille Sarbelloni che saliva la Donghese; le altre due erano la Salvatrice e l'Indomabile capitanate da Falco e da Gabriele.
Falco, dopo quel dì delle feste per la vittoria, ritornato colla moglie e la figlia alla sua capanna della rupe, aveva durato alcun tempo nella determinazione già fatta, ed espressa a Gabriele, di recarsi a dimorare in Musso; ma poscia veggendo interamente acquetate le cose della guerra, allontanati tutti i nemici, sgombro il lago d'insidie, pensò soprassedere a quella risoluzione, e non abbandonare il suo abituro sino a tanto che non fosse trascorsa l'invernata. Il Castellano l'andò più volte affabilmente rampognando del suo ritardo nel non approfittare del dono della casa a lui fatto, ma veggendo irremovibile la costui ostinazione, e non avendo urgente bisogno dell'opera sua, lo lasciò in pace al fine, concedendogli agisse a suo grado. Invano pure Gabriele lo sollecitò innumerevoli fiate ed in tutti i modi a trasferirsi presso a lui stabilmente, che fermo il Montanaro guerriero nella gelosa custodia della propria indipendenza, e legato di troppo tenace affetto ai siti nativi, non volle cedere mai alle di lui istanze, il cui secreto scopo era, approfittando della prossimità, indurre il fratello ad accordargli Rina. Per lo che irrequieto il giovine Medici, nel quale si faceva ogni dì più ardente la passione che l'infiammava per la bellissima abitatrice della solitaria rupe, avendo avuto il comando da Gian Giacomo di recarsi una fiata a Rezzonico, un'altra a Bellano per militari faccende, non seppe trattenersi dallo spingere la sua corsa ambedue le volte insino a Nesso all'abituro di Falco, poichè quivi soltanto poteva trovare calma e sollievo all'agitato suo cuore. Andando colà s'infingeva cercare di Falco, che aveva quasi certezza di non ritrovare, poichè sul finire dell'autunno, infastidito della tranquillità che regnava d'intorno, andava co' suoi compagni sino nelle acque di Como a molestare i Ducali. Gabriele, accolto ed ospitato cortesemente in quel casolare da Orsola, passava alquante ore felici in compagnia di Rina, ora dentro la casa, ora seduto accanto a lei sotto il fronzuto castagno che ne ombrava la soglia, La leggiadra fanciulla, fatta meno pavida e di meno austero riserbo da poi che aveva più volte seco lui conversato, rispondeva alle sue parole con semplici ma sì vivi ed affettuosi modi, che tutto appalesavano il rapimento soave del suo spirito per la cara presenza del giovine guerriero. Questi, benchè inebriato di gioia, sentivasi commosso sino alle lagrime, quando, coll'accento delle tenere e dolorose memorie, ella gli narrava l'ansia dei lunghi giorni trascorsi in aspettarlo, e la perduta speranza del rivedersi. Oh felici! e si rivedevano ed erano dappresso, e non le sole parole, ma l'anima che traspariva per gli occhi, e l'atteggiarsi spontaneo delle persone, l'una ver' l'altra dolcemente inclinate, era ad entrambi certo e prezioso argomento d'amore, che gli appagava con perfetta inesprimibile delizia.
Venuto il tristissimo verno, Falco era tornato al Castello di Musso quando appunto giunse colà la notizia dei nuovi preparativi di guerra per parte dei nemici e dell'assalto di Monguzzo. Retrocesso colla flotta dall'infruttuosa spedizione fatta a Lecco per accorrere alla difesa di quel Castello, egli accettò con molto contento il comando di recarsi sulla Salvatrice carica di soldati ad impedire al nemico di pervenire a Bellaggio insiememente alle schiere condotte da Gabriele e da Sarbelloni.
Allo spuntare d'un freddo mattino salparono le navi del Castellano dal porto di Musso: era il lago coperto da una folta nebbia che toglieva ai naviganti ogni distinta vista del legno in fuori su cui ciascuno veleggiava e delle acque per poco spazio dintorno; l'altre navi che solcavano di conserva le onde, si scorgevano in forma offuscata e confusa, e le più lontane non si vedevano affatto. I soldati armati grevemente stavano parte raccolti sul cassero cogli archibugi caricati, parte vicini alle bombarde, silenziosi e disposti al combattere ad ogni cenno che indicasse essere prossimo uno scontro col nemico. Alcuni battelli leggieri, su cui stavano uomini espertissimi de' luoghi, correvano a forza di remi dinanzi alle grosse navi e colle grida indiziavano il cammino ai piloti di quelle. Giunta la flotta nelle acque di Varenna, quattro navi col Brigantino e l'altre minori barelle volsero le prore verso Lecco, e i tre prefissi legni vogarono dritto a Bellaggio. Mentre questa squadra s'avanzava all'accennata punta diradossi la nebbia e, sollevandosi, lasciò scorgere il promontorio e gli altri monti che fiancheggiano il lago biancheggianti di neve; le acque apparvero d'un colore più bruno-cilestrino a causa di quella candidezza delle montagne fra cui stavano rinchiuse.
Falco, che incappucciato nella sua schiavina stava ritto sul bordo della Salvatrice, la quale veniva innanzi a tutte, mirando attentamente per iscoprire ove si trovasse il nemico, fu il primo a vedere, non senza rabbia e dispetto, le navi Comasche già lontane che si ritiravano dietro il dosso di Lavedo. Egli fece i segnali a Gabriele e ad Achille Sarbelloni che s'avanzassero coll'Indomabile e la Donghese disponendossi a inseguire il nemico; ma que' due Comandanti gli accennarono di dovere arrestarsi, poichè loro fazione si era non altro che occupare e difendere Bellaggio.
Falco, benchè cupido di combattere, non osò trasgredire gli ordini del Castellano, che tali erano appunto; fece trattenere la nave a poca distanza da terra, e fatto esplorare se vi fossero Ducali pel borgo, saputo che non ve n'erano, discese egli colle proprie schiere, e quindi Gabriele e Sarbelloni sul lido. Gli abitatori, benchè dolenti per quella comparsa d'armati che doveva far scena di battaglia la loro terra, dovettero accoglierli nelle case, ove si distribuirono piantando artiglierie, ed affortificando i siti più eminenti circonvicini, ed in ispecial modo la sommità del colle, ove eravi un palazzo a modo di rocca, di proprietà in allora degli Stampa.
Il dì seguente al sorgere dell'aurora, resa fosca dai nebbioni che ingombravano tutto il lago ed i monti, s'udì un lontano trarre d'archibugi che destò e pose in allarme i Capitani ed i soldati del Medici che stavano in Bellaggio; accorsero le schiere armate alla sponda ed alle navi per vedere che fosse, ma la nebbia, che come un fitto velo copriva ogni cosa, impedì che scoprissero ove precisamente accadeva il combattimento, che ben però arguirono essere ingaggiato sulla sponda di prospetto presso Tramezzo fra la schiera del Pellicione e la colonna nemica. Falco, impaziente di recarsi a combattere, corse in traccia di Gabriele e di Sarbelloni, e trovatili nel palazzo Stampa, dove in una gotica sala stavano deliberando in proposito, disse loro con gran premura: "Udite, udite! i nostri di là del lago danno già la mattinata ai camiciotti rossi; essi rompono loro il digiuno con qualche cosa di più solido che i migliacci e le ricotte: e noi che credete voi che abbiamo a fare? starcene qui colle mani alla cintola ad udire il suono senza prender parte alla festa? No, per l'anima mia! sarebbe questa un'indegna viltà. Voi, signor Capitano (e si volse al Sarbelloni), rimanete qui coi vostri uomini in guardia di Bellaggio; io ed il signor Gabriele passeremo il lago, e favoriti dalla nebbia, giungeremo quando meno se la pensano alle spalle dei Ducali, prestando così una mano al capitano Pellicione a trattare come si merita quella canaglia".
Sarbelloni esitava ad acconsentire a tale proposta, poichè il comando era di mantenersi in quella posizione; e non voleva esporsi al pericolo di perderla dividendo, contro il divieto, le forze: Gabriele aderiva in cuor suo al progetto di Falco, ma non osava proferire un parere contrario a quello che poteva esporre il Sarbelloni, a cui il Castellano gli aveva comandato d'obbedire, siccome più provetto ed esperimentato di lui. Intollerante il belligero Montanaro delle dubitanze e del silenzio di que' due: "A che perdiamo inutilmente il tempo, esclamò battendo focosamente col suo moschetto il suolo: ordiniamo alle truppe d'imbarcarsi, e voghiamo all'altra riva prima che tutto sia finito;... ma che c'è?... ascoltate... colpi... nuovi colpi... vicini... i nemici son qui... assalgono il borgo... presto, corriamo, non c'è tempo da perdere, chiamiamo tutti gli uomini e scendiamo loro incontro".
Queste ultime parole furono pronunciate da Falco pel tuonare improvviso d'una scarica d'archibugi che s'intese tanto fragorosa e distinta che indicava non essere stata fatta più lontana delle ultime case di Bellaggio. I tre Capitani scendendo rapidamente decisero in brevi detti qual ordine ciascuno dovesse tenere. Gabriele cogli armati di sua truppa prese il cammino d'un bosco sul colle superiore alla borgata; Sarbelloni recossi al luogo ove era cominciata la zuffa; e Falco, fatta salire la sua schiera parte sulla Salvatrice, parte sui battelli presi nel porto, costeggiando il lido, si recò a sostenere il combattimento dal lago.
Il Vestarino aveva il giorno antecedente avuta notizia per mezzo di sue spie che la flotta del Medici uscita da Musso s'avanzava verso Bellaggio, per lo che egli, che s'era prefisso d'evitare ogni pugna navale, non avendo potuto a causa della nebbia vedere la direzione presa dalla maggior parte della flotta all'altura di Varenna, s'era ritirato colle proprie navi dietro la punta di Lavedo già antecedentemente da' suoi soldati fortificata: venuto in cognizione però che soli tre legni erano quelli giunti a Bellaggio, benchè sapesse in pari tempo che una divisione di Mussiani si avanzava lungo la sponda dalla parte di Menaggio, pentito di non essersi prima impadronito del promontorio Bellaggiano, pensò di farlo immantinenti. Aveva per ciò ordinato quel mattino ad una squadra d'inoltrarsi per terra contro a quella del Pellicione, e queste si scontrarono presso a Tramezzo, e fece un'altra mettere dalle navi a sponda poco in su della terricciuola di San-Giovanni lungi un miglio da Bellaggio, conducendola egli stesso ad assalire questo borgo. Allorchè sopravvenne Achille Sarbelloni co' suoi guerrieri al luogo della zuffa, i Ducali s'erano già impossessati delle prime case entro le quali erano state poste le sentinelle avanzate dei Mussiani, e vi si erano fatti forti. Sarbelloni gli assalì vigorosamente, ma il sovrabbondante numero dei Ducali lo ributtò uccidendogli coi moschetti alquanti uomini. Gabriele non potè come aveva creduto discendere prontamente in suo soccorso dal bosco in cui s'era cacciato per riuscire celatamente sul fianco del nemico: l'alta neve, gl'incespicamenti e l'incontro che fece dentro la selva d'alcuni Ducali che erano stati mandati innanzi dal Vestarino a modo di bersaglieri, e per uno scopo eguale al suo, contro i quali dovette combattere a lungo per sloggiarli da mezzo quelle piante, il trattennero gran pezza. Falco fu quindi il primo a frenare i progressi del nemico: s'erano dessi appena avveduti dell'accostarsi della Salvatrice, coperta per varii istanti dalla nebbia e dal fumo ai loro sguardi, che provarono gli effetti della sua terribile presenza, poichè vennero fulminati dalle bombarde di questo legno caricate a scheggia con colpi frequentissimi che fecero immensa strage. Difettando essi colà d'artiglierie, e non sapendo come schermirsi da quelle offese, furono costretti parte col Vestarino a retrocedere, parte a cacciarsi tra le case, e parte su pel colle nella selva: questi ultimi s'incontrarono in quelli che retrocedevano respinti da Gabriele, e collegatisi tornarono uniti più furiosi all'assalto contro di lui. Falco veggendo i Ducali sbandarsi, nè potendo più dirigere in pieno i suoi colpi, lasciò alcuni bombardieri sulla nave per trarre al nemico se si presentava allo scoperto, e balzato cogli altri uomini sui battelli, afferrò il lido e, ordinate le schiere, piombò addosso a quelli che s'erano spinti nelle prime abitazioni di Bellaggio.