FALCO DELLA RUPE (continued 2)
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È nota la possanza de' Visconti: dal Taro alle Alpi, dal mar Ligure all'Adriatico tutto fu un giorno soggetto alla loro ducale corona. Non paghi delle numerose castella che aveano elevate pel piano lombardo, vollero premunire i poggi, le valli e le coste dei laghi di poderose fortezze per avervi più certo dominio e difesa. Corenno e Rezzonico videro allora costrutte le loro torri, e nel 1363 sorse un'altra Rocca, fatta in brevi anni condurre a compimento da Galeazzo Visconte, sulla montagna del Castello di Musso, sotto a quella di San Childerico. A diversità de' primi posseditori di questa, che nell'erigerla non aveano avuto di mira che di formarsi in essa un riparo, il Visconte nell'edificare la nuova rocca ebbe in animo di costruire una fortezza che valesse a tenere in freno i confinanti e i vassalli, e l'innalzò quindi in una posizione mediana tra l'antica ed il lago, spianando il pendio ed allargando lo spaldo con approcci di murate e terrapieni. Quadrangolare era la Rocca Visconti, che avea la maggior parte de' suoi muri contesti di mattoni: una sol torre le sorgeva nel mezzo dal lato del monte, nel quale s'apriva la porta con arco di sesto acuto, della qual forma erano pure le finestre che andavano difese da grosse ferriate; a metà della torre stava infissa una gran lastra di marmo su cui scorgevansi a rilievo le spire d'un serpe incoronato col fanciullo tra' denti, e vedevansi qua e là per le mura scolpiti scudi con insegne d'aquile e di croci, ritratti di duchi e duchesse, immagini di santi, tra cui non mancavano quelle di Sant'Ambrogio e di san Giorgio colla sferza e la lancia.
Situate com'erano quelle due propinque rocche al limitare delle tre libere pievi di Dongo, Gravedona e Sorico, andarono soggette a numerose e singolari vicende nel passar che facevano in potere dell'uno e dell'altro dei signorotti che battagliando s'impossessavano delle vicine terre. Venute in potere de' Francesi, furono sul finire del 1500 date in feudo col borgo di Musso al maresciallo Gian Giacomo Triulzo, detto il Magno, guerriero e duce il più illustre dell'epoca, di cui durerebbe intatta e limpida la fama, se apporre non gli si dovesse a grave colpa l'aver capitanate armi straniere a danno della propria patria, riducendola a doloroso partito; e di tale obbrobriosa azione ebbe condegna pena gli ultimi anni di sua vita, nei tanti contrassegni di noncuranza e di sprezzo che ricevette alla Corte del gallico re Francesco primo.
A' tempi del maresciallo Triulzo il formidabile ritrovato delle artiglierie diffusosi tra le principali nazioni, abbenchè imperfetto e in molte sue parti difettoso, aveva cangiato d'assai il modo dei combattimenti, e prodotte considerevoli innovazioni nell'arte del fortificare, arte che fu necessitata a totalmente differire da quella adoperata allorquando non s'adoperavano ad atterrare le mura che arieti e catapulte, e nelle pugne non venivano lanciati che sassi e dardi. Divenuto adunque il Triulzo feudatario di Musso e delle sue Rocche, pensò ridurle a tale che valessero a sostenere gli assalti di quelle recenti armi fulminatrici; alzò a tal fine al di sotto di esse, poco discosto dal lago, un baluardo di grosse mura coi valli atti a sostenere lungo tutta la fronte le artiglierie, e questo serviva di scarpa, diremo così, al Castello; ai lati di quel baluardo tracciò due linee di mura che salendo paralelle pel monte venivano includendo la Rocca Visconti e quella di Sant'Eufemia ad un forte di cui egli piantò le basi, e che esser dovea assai più di quelle spazioso. Ma fosse predilezione ed interesse pel suo Marchesato di Vigevano e per la Signoria di Musocco, fossero le gravi cure delle faccende politiche e guerresche, il Triulzo non badò a dar compimento alle ideate ed intraprese opere intorno al Castello di Musso, non tenendo di quel Borgo a cuore altro che la zecca, i di cui scudi d'oro e d'argento, detti del Sole, ebbero corso e furono ricercati per tutta Europa.
Erano le edificazioni in tal punto quando giunse sul Lago, nel suo primo vigore giovanile, Gian Giacomo Medici, volgendo l'anno 1516. Salvatosi colla fuga da Milano, ove avea troppo prestamente trattato con successo le armi, si collegò cogli altri suoi concittadini che esuli al par di lui traevano la vita a ventura: fatto loro capo, per l'ardimento, l'intrepidezza, la sagacità sua somma, condusse le più arrischiate imprese combattendo contro i Francesi, i Grigioni ed i Valtellinesi: e contribuì non poco al ritorno degli Sforza in Milano ed alla gran vittoria di Pavia riportata dalle armi imperiali. La prima volta ch'ebbe veduto il Castello di Musso, colpito dall'imponente sua posizione e dalle sue numerose fortificazioni, gli nacque pensiero d'impadronirsene, e di fermar quivi la sede del suo comando. Guerreggiava in quel tempo a sostegno delle parti de' Ducali e degli Spagnuoli contro i soldati di Francia, una squadra dei quali occupava il Castello di Musso: ei gli assalì, li vinse, gli scacciò; prese possesso delle Rocche e vi si stabilì colle sue bande armate. In premio di tal fatto il duca Sforza e il De Leyva, generale di Carlo V, il proclamarono Castellano di Musso. Proseguendo la guerra contro i Grigioni, le sorti si volsero, ed ei fu vinto ed assediato da loro nel proprio Castello. Stretto d'assedio e condotto agli estremi attese in vano soccorso dai Ducali, a favore dei quali egli aveva tanto operato. Pieno di sdegno per questo mancato aiuto, ch'ei considerò tradimento (a cui memoria ed odio fece nel Castello stampare monete di cuoio coll'impronta d'una F spezzata colla leggenda fracta fides), liberatosi dall'assedio degli Svizzeri, dichiarossi indipendente e nemico del Duca, facendosi dominatore assoluto della parte superiore del lago, stendendo il suo comando a Lecco ed a molte altre Terre in Valtellina, in Valassina ed in Brianza. Resosi così potente signore, fece condurre a termine le opere del Castello cominciate dal Triulzo: ordinò s'aprisse il gran taglio nel monte sopra ad esso: ingrandì e rafforzò le mura, ristaurò le Rocche e il baluardo: costrusse il molo del porto che cinse di forti muraglie, eresse la gran porta sotto cui passava la strada, e diede in somma a tutte quelle fortificazioni la grandiosa forma che presentavano nel momento a cui si riferisce il nostro racconto.
Pochi istanti prima che Gabriele con Falco e il Cancelliere s'avviassero al Castello, una barca venuta rapidamente dall'altra sponda del lago, e colà approdata, mise a terra un valletto di Luca Porrino capitano della Rocca di Corenno, il quale richiese d'essere immediatamente guidato dal Castellano. Tale frettoloso messaggio fece supporre ai soldati ed ai rematori, che stavano oziando sparsi qua e là presso le mura del porto, che fosse accaduto qualche importante avvenimento. Spinti per ciò dalla curiosità, si raccolsero intorno ai due uomini che avevano condotto nella barca il valletto, e seppero ben tosto che desso era venuto a recare a Gian Giacomo la novella che Gabriele e Maestro Lucio erano caduti nelle mani dei Ducali, siccome notizia giunta a Corenno da brevissimo tempo. Ad un tratto quella nuova si diffuse per tutto: i soldati già attendevano desiderosi il comando di partire, i rematori accorrevano al porto, e si disponevano nelle navi, animati gli uni e gli altri dalla brama di recarsi a liberare quel loro giovine capitano, quando egli stesso coi due suaccennati compagni arrivò appunto alla gran porta presso l'ingresso del Castello. I soldati e gli altri tutti che quivi trovavansi, maravigliati non poco nel vederlo comparire, fattiglisi incontro, si schierarono sul suo passaggio salutandolo rispettosamente, e rallegrandosi poscia tra loro tumultuosamente che falsa fosse la voce di sua prigionia, schernendo e ingiuriando i barcaiuoli di Corenno che l'avevano propagata.
Intanto Gabriele, Falco e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e salendo un'angusta scala, erano entrati nella stanza delle guardie ove vedevasi una lunga fila d'archibugi a ruota appoggiati alle pareti, colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini d'armi seduti intorno a rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là per un'altra scala praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una picciola spianata superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo fatto erigere dal Triulzo, e che chiamavasi allora la Casa del Maresciallo. Così di scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel masso, o su quello costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano la Torre del Biscione, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.
Quando stavano per porre il piede sull'ultima gradinata, che si era quella che adduceva al più alto edifizio detto il Forte del Medici o del Castellano, videro uscirne tre personaggi che alle vesti mostravansi capitani, i quali seguiti da altri molti, si diedero a calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio conobbero ben tosto che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo della flotta, e gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo che scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo spaldo onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che ristrette erano. Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide d'essi loro, e raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia cogli indici stesi verso di essi, ed "Ecco, gridò, ecco Gabriele e il signor Cancelliere, essi medesimi in persona tornati sani e salvi al Castello. Come adunque ci si vien dicendo che gli Spagnuoli gli agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia Falco di Nesso? egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto. Salite, salite (e così gridando con maggior forza li salutò delle mani), venivamo a ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla catena?"
"È pur vero, rispose Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo incappato, ma vi fu chi tagliò il nodo e ci rese libero il corso a ritornarcene a Musso".
"Mai sì, che s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna, disse Maestro Lucio, stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli occhi, il sangue, la pelle e giungevate in tempo come il soccorso di Pisa!"
Sfilarono di comitiva su per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un l'altro del modo in cui era ita la cosa, e pria che pervenissero al Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi da quello due altri capitani col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello e il Pellicione; questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: "Che il malanno vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche? Qual diavolo vi porta indietro?" "È qui il signor Gabriele; è qui il Cancelliere", ripeterono più voci. "Oh che siano i ben venuti! ma per la spada di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda? o tu hai mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino era più briaco del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o per..." "Che vale lo spaventare questo ragazzo, l'interruppe placidamente il Mandello: essi son giunti, nè serve cercar più oltre; ritorniamo tosto a renderne avvertito il signor Castellano".
La porta del Forte rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran cautela di difesa, poichè non pervenivano colà che gli abitanti del Castello, o le persone che erano già state alle altre porte riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di pesante saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro uomini d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al passare dei rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono le lancie al suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il militare saluto.
Attraversato un porticato, entrarono nella parte dell'edificio abitata da Gian Giacomo. Le stanze non ne erano nè eleganti, nè adorne di ricche mobiglie: le principali avevano appesi alle pareti alcuni ampii e vecchi quadri, su cui stavan dipinte battaglie, o ritratti di prelati e di guerrieri ch'erano gli antenati de' Visconti o del Triulzo, poichè il Medici non s'era curato di possederne de' proprii: le tavole e le scranne erano di legno foggiate all'antica e coperte di cuoio.
Per quelle camere vedevasi una folla di persone d'ogni grado, sì civili che addette alla milizia, notai, magistrati, uomini di chiesa, i quali tutti stavano in aspettazione d'essere introdotti dal Castellano onde esporgli le proprie bisogna e chiamarne provvedimento. Sull'entrata della sala ove Gian Giacomo dava udienza a' suoi vassalli, vedevansi due sergenti d'armi, armati di corazza e di picca, che rattenevano l'affluente moltitudine. Allorquando giunse colà il valletto venuto messaggiero da Corenno, era stato agli aspettanti dato avviso che alcun più non s'avanzasse sinchè non ne ricevessero nuovo ordine. Molti a tal cenno partirono, e gli altri, fatti dall'impazienza e dalla curiosità fra loro amici, si riunirono in piccioli crocchii ragionando e fantasticando in cento guise.
"State a vedere (diceva un mercante di drappi Bergamasco venuto a chiedere la diminuzione delle gabelle imposte sulla propria merce, trattosi nel vano d'una finestra accanto ad un curiale, ad un frate e ad uno schioppettiero Mussiano), state a vedere che i fabbricanti di Chiavenna mandano ad offrire una gran somma al signor Medici onde faccia chiudere il passo ai panni delle nostre gualchiere: cercano ogni mezzo per ruinarci, se non basta la guerra a trarci in miseria; le pescano tutte per farci del male: ormai un povero mercante non sa più come tenersi in piedi".
"No, no, no, rispondeva gravemente il Frate, quel corriere mostrava in volto troppo turbamento, per essere un messo di buon augurio; io lo direi portatore dell'annunzio di qualche sconfitta data dai Ducali agli uomini di Monguzzo o di Lecco".
"Se ciò fosse, pronunciava il Curiale alzando la destra in aria di disputa, son di parere che sarebbesi ricevuto previamente l'avviso della battaglia, o per lo meno da quelli che vennero questa mane da que' paesi se ne avrebbero avute notizie; ma ciò non avvenne, dunque (e fece un inchino) nego suppositum, illustrissimi domini". Lo Schioppettiero sorrideva lisciandosi le basette, e incrocicchiando le braccia zufolava leggiermente.
Mentre tenevansi tali e consimili discorsi, si pervenne a sapere di che realmente trattavasi, arguendolo da alcune tronche parole pronunciate dai capitani nell'attraversare che fecero frettolosi quelle stanze per partire. Nacque subito allora un bisbigliarsi all'orecchio, un ragionare sommesso: si dedussero variatissime conseguenze secondo la diversità degli interessi: chi condolevasi apertamente, chi rallegravasi in secreto con motti e accennamenti, a norma degli affetti e del partito che predileggeva. Ma il contento e il dolore cagionati dalla creduta sventura di Gabriele ebbero cortissima durata; poichè un momento dopo che se ne fu disseminata la voce, ivi giunse egli stesso seguíto dai duci, da Falco e dal Cancelliere. Ognuno li mirò stupito; e quando spalancatosi la porta della gran sala vi fu cogli altri entrato, tutti se ne partirono, e scendendo dalle scale schiamazzavano ridendo o gridando per ispiegare il fatto.
Ultimo e solo Arrighetto, il messo di Luca Porrino, calava dal Forte indispettito e mortificato come uomo colto in menzogna; sebbene nel recar l'ambasciata non avesse che eseguito un comando, pure provava grande scorno nel vedere smentito l'evento appena l'era venuto narrando. Agitando colla destra un suo acuminato cappelluccio in cui stavano infisse due penne di vario colore, tenendo la sinistra nella cinghia del giallo giustacuore che vestiva, balzava giù di gradino in gradino maledicendo il messaggio, i Ducali e quei di Musso, tanto che giunto alla Casa del Maresciallo soffermossi un istante sulla soglia della stanza delle guardie preso dal timore d'essere posto in dileggio dai soldati. E fu così, perchè, sebbene entrassevi quattamente, appena l'ebbero veduto: "Guarda, Coppo, gridò l'un dessi con cipiglio beffardo, hai tu mai veduto una gazza col groppione tinto nel zafferano? Mirala! essa ha passato il lago per cantare il mal augurio nel Castello, ma le fallì la voce, e vorrebbe andarsene terra terra per non aversi spennacchiata la coda". "Alto là, bel ragazzo (disse Coppo il Bombardiere, uomo lungo e magro, che indossava una sdruscita casacca color di piombo, e stavasi appoggiato alla porta d'uscita, di cui impedì il passaggio ad Arighetto portando le braccia ai due grossi massi che ne formavano gli stipiti), fermati un poco in questa stanza: siamo buoni compagnoni, e tu non devi aver paura di noi: spiegaci un po' la cagione perchè mai voi altri del di là del lago le bevete tanto grosse, e come poi vi prenda fantasia di venire a venderle a noi, benchè le diate più a buon mercato che un pezzo di miccia bagnata: m'immagino che qualche giorno ci verrete a raccontare che il colle d'Olciasca va la notte in giro per il lago come un barcone carico di legna!"
I soldati che avevano formato un circolo intorno ad Arighetto, diedero a tali parole in scoppii di risa, e questo silenzioso, cogli occhi bassi come un pulcino caduto in mezzo ad una truppa di galli, stette colà prendendosi, senza far motto, tutte le beffe di che il venivano tempestando, sin che ritrattosi Coppo dall'uscio, se ne andò rapidamente, quasi non vedendo la scala, e riuscito al porto, entrò in sua barca, e partissi con maggior fretta assai che non fosse venuto.
CAPITOLO QUARTO.
.......... Vedi uno cremesino Ha il manto e la berretta, uno la bruna Toga si affibbia all'omero, un stiletto Brandisce questo, e quegli un'asta, e sovra L'inculto capo ha la mural ghirlanda: Chi fia colui ch'è sì sparuto e macro? Perchè quest'altro la cotenna arriccia E i mustacchi arronciglia? Infra lor tutti Gagliardo in armi ed in feroce aspetto Giganteggia Ugolin. Maltraversi e Scacchesi, Rom. Poet. di TEDALDI FORES.
Nella sala del Castello, appellata delle udienze, stava, come dicemmo, il Castellano circondato da' suoi. Egli era seduto sovra un seggio cui faceva baldacchino un ampio gonfalone di colore purpureo, polveroso e traforato in più parti da palle nemiche; al di sopra di questo vedeasi sospesa una campana di bronzo con cerchii d'argento, che chiamavasi la Martinella, l'uno e l'altro de' quali arnesi venivano attaccati ne' giorni di festa o di guerra all'albero maggiore del brigantino che faceva in certo modo sul lago la funzione dell'antico Carroccio sì famoso ai tempi delle repubbliche lombarde.
Gian Giacomo Medici, presso al suo trentesimosesto anno, era vigorosissimo della persona, poderoso di braccio quanto altri mai, non di troppo alta levatura, nè corpulento oltre il convenevole: nerboruto e ben proporzionato delle membra, lasciava scorgere in esse tutta l'attitudine che possedeva ai moti rapidi e vibrati. Il suo aspetto era ben degno d'un capo d'uomini armigeri: atto ad atteggiarsi ad imperiosa severità e fierezza, sapeva spirare ben anco intrepidezza ed indomabile coraggio, cui aggiungeva a suo grado un far grave od affabile, non dilicato, a dir vero, ma più che mai opportuno ad infondere rispetto insieme ed amichevole confidenza a quelli che seco lui contrattavano. Aveva neri capelli, corti e ricciuti come la barba e le basette, fronte alta spaziosa, naso rilevato aquilino, arcuate e folte le sopracciglia: lo sguardo appariva a primo tratto imponente, ma chi l'esaminava accuratamente scopriva in esso quella sagace penetrazione di cui Medici era in sì alto grado dotato, e di cui sapeva trarre mirabile partito in ogni politica e guerresca circostanza. L'abito suo era semplice, e non affatto cittadinesco in quell'incontro nè del tutto militare. Gli copriva il petto un corsaletto d'acciaio terso, lucente, ma senza smalti o rabeschi, aveva ampie maniche e braconi allacciati al di sopra del ginocchio, di velluto bruno con striscie più nere; portava al fianco una lunga spada con impugnatura larga e rintrecciata onde servire alla mano di scudo, e teneva infissa obbliquamente nella cintura una pistola abbellita con intagli d'avorio, arma pregevolissima e rara a que' tempi, sebbene il congegno per iscaricarla essendo a ruota la rendeva incomodo e complicato ordigno.
Siccome Gian Giacomo non chiudeva un animo soggetto ad essere agevolmente sorpreso o sbigottito, non aveva prestata che poca fede all'annunzio dell'imprigionamento del fratello Gabriele e del Cancelliere, nè se n'era posto gran fatto in agitazione; ed abbenchè per qualunque possibile evento avesse tosto ordinato a' suoi Capitani andassero in traccia di loro per ricondurneli ad ogni costo, era convinto che quella notizia fosse derivata da uno de' consueti abbagli di Luca Porrino. Per ciò allorquando rientrarono in quella sala il Mandello e il Pellicione facendo lieto viso, egli comprese all'istante essere la triste novella già smentita, onde al giungere che quivi fece Gabriele con sua comitiva, alzandoglisi d'incontro, girò intorno sorridente il volto, quasi dir volesse ben mel sapeva ch'ei non era preso.
Gabriele corso a lui affettuosamente l'abbracciò, e per suo invito sedutoglisi d'accanto gli disse all'orecchio alcune rapide parole accennando coll'occhio Maestro Lucio, che dopo essersi piegato in un profondo inchino era rimaso immobile di fronte al Castellano, e Falco che s'arrestò poco da esso discosto, e che sarebbe stato certamente di là ripulso se, oltre il seguire Gabriele dappresso, col proprio contegno fiero e sicuro non avesse persuasi gli astanti ch'egli sentivasi in diritto di colà rimanersi.
"Cancelliere (disse Gian Giacomo a Maestro Tanaglia, dopo aver misurato Falco d'uno sguardo indagatore), voi farete cosa graditissima a noi tutti esponendoci con esatta narrativa il successo della vostra spedizione col mio Gabrio, ch'essere dee stata per vero fortunosa se diede luogo a strane dicerie".
Messer Lucio si dispose immediatamente a soddisfare quella inchiesta, e fece il più minuto racconto di tutta l'accaduta ventura, esagerando ben anco il periglio in cui s'erano trovati, e magnificando con molte esclamazioni tanto il proprio coraggio quanto l'arditezza adoperata da Falco per la loro liberazione: mano mano che progrediva narrando, gli occhi del Castellano, de' suoi Capitani e degli altri personaggi ch'ivi si ritrovavano, fermavansi con maggior curiosità ed attenzione sul Montanaro di Nesso, le cui forme, l'abito e l'arme ben ne caratterizzavano la forza e l'audace costume.
"Il tuo navicello equivalse altre volte ad una mezza flottiglia", disse a lui rivolto Domenico Matto, capitano di nave, figlio del valoroso ammiraglio delle Tre Pievi, "e mio padre ti tenne sempre in conto di espertissimo comandante da che fosti seco alla battaglia di Limonta". "Questo è quello stesso, o signor Castellano, soggiunse Lodovico Bologna, che fece salvi gran numero de' nostri, quando ceduta che ebbi Chiavenna allo Zeller, nel ritirarmi colla mia banda fui sorpreso dai Valtellinesi a Proveggia, ove saremmo stati tutti spinti ad affogarci nel lago o nell'Adda, se la barca di Falco e alcune altre poche delle nostre non fossero giunte in tempo facendo forza di remi onde raccoglierci".
"Oh per la spada di san Michele! aggiunse il capitano Pellicione, non è questo quel Falco sì noto della rupe di Nesso? Non ti sovviene, Alvarez, di quel giorno in cui trovandoci sulla spiaggia di Sorico sotto l'olmo dell'osteria a vuotarne una misura, egli ci venne e bevette con noi, e quando fummo per partirne, sbucciati non so quanti ribaldi volevano ammazzarci, e noi combattemmo contro di loro sì fattamente, che nacque un parapiglia per tutto il paese? allora non fu pel modo con cui questi seppe menare le mani, che noi rimasimo padroni del campo?"
"Non vuoi che men ricorda? m'ho ben presente come se il vedessi ancora, ch'ei maneggiava quel suo moschetto e il pugnale come il più bravo guerillas della Morena"; rispose con una voce fatta roca e strillante dal lungo uso di bevere e gridare Alvarez Carazon disertore Catalano, il più intrepido e spensierato uom d'armi che mai vi fosse, gran fidato del Pellicione, che aveva corso del mondo assai e navigato per fino alle nuove Indie allora recentemente scoperte, del qual viaggio, che s'aveva a que' tempi del maraviglioso, esso non menava altro vanto fuorchè d'aver quivi fatto macello di centinaia d'abitatori e rubate in gran copia verghe e polvere d'oro e d'argento.
Falco, sorpreso al vedersi fatto scopo delle parole e dell'interessamento di que' Capitani, e più di quello di Gian Giacomo stesso che sempre fisamente il mirava, a lui rivolto con aspetto sicuro e franco disse: "Voi trovate un pregio in me l'avere combattuto con valore in varii scontri contro gente che essendo a me nemica è nemica pure del signor Castellano; ciò a me non pare sia sì gran merito da valermi le vostre lodi, perchè sappiate che mi stimerei uomo infingardo e da nulla, se quelli contro i quali determinai di pugnare non mi avessero a incontrare sempre munito di tutta la mia forza e di tutto il mio coraggio".
Gian Giacomo avea più volte udito far menzione delle imprese di questo suo spontaneo abbenchè picciolo alleato, ma non essendogli mai accaduto di venire seco lui a colloquio o vederselo vicino, non avea potuto contrarre con esso una perfetta conoscenza, al che non era per essere di benchè minimo ostacolo la diversità del loro grado e potere; parve quindi ad esso ottima sorte, che l'obbligo in cui trovavasi di dargli un premio condegno al salvamento d'un fratello, gli offrisse occasione di renderselo dipendente ammettendolo nel numero de' suoi, e di porgergli ad un tempo mezzi più adatti ad adoperarsi con maggior efficacia in suo vantaggio.
Un mormorio, un susurrare universale sorse a tali parole, ed era approvazione in alcuni, meraviglia nei più, e malcontento in altri pochi. Approvarono coloro che o molto ligii al Castellano assentivano di buon grado ad ogni suo volere, o propensi per Falco il vedevano volonterosi di tal onore fregiato ed ascritto al loro novero: maravigliava il maggior numero, e non senza giusta cagione, essendo quella la prima fiata che Gian Giacomo accordava una sì importante distinzione in un modo tanto spedito d'assoluta autorità senza consultarne alcuno, e ciò che più sorprendeva, ad un uomo a lui presso che sconosciuto: quei Capitani poi o Condottieri di minor conto che aspiravano al comando della nave conceduta a Falco, sentitisi ferire dalla preferenza data a quel rozzo montanaro, esprimevano con motti sdegnosi il loro disgusto, nel che s'avevano pure in accordo alcuni i quali, sebbene stessero colà come ribelli e banditi dalle Corti, serbavano tutto l'orgoglio e la baldanza d'una superba nobiltà di cui avevano fatto pompa in altri tempi. All'intendere quel misto favellío Gian Giacomo rizzossi tosto in piedi, e copertosi iratamente il capo col suo berretto di velluto rosso largo schiacciato, sormontato da lunghe piume, vibrò d'intorno uno sguardo imperioso, e chiamati a se il Pellicione, il Borserio ed Achille Sarbelloni, uscì a lenti passi da quella sala entrando nel proprio appartamento.
Già incominciava il Medici a conoscersi sovrano, nè è improbabile che nell'elezione di Falco in suo comandante, da lui fatta in quella subitanea forma, oltre le cause suaccennate di suo speciale interesse, avesse di mira d'esercitare un atto di potere con cui far palese che gli altri non erano che suoi soggetti, e che egli a guisa dei Duchi e dei Sovrani Signori poteva innalzare o deprimere chi più gli piaceva, senza seguire altra volontà che la propria. Però non v'ha posto in dubbio che pria d'arrischiarsi a tal atto e dar prova tanto aperta e decisa del sentimento di sua possanza, egli avesse accuratamente fatto calcolo d'ogni possibile conseguenza, e quindi conchiuso non potergliene derivare danno di sorta, ma bensì utilità certa, poichè uomo di guerra e d'armi come egli era, possedeva anche perfettamente quell'arte che suolsi volgarmente chiamare Politica, e consiste nella conoscenza sicura degli uomini e delle circostanze e nell'attitudine di preparare e condurre, diremo così, le une e gli altri a seconda de' proprii desiderii; arte senza di cui ben si può giungere a celebrità somma, ma a sommi poteri e ricchezze non mai.
Gabriele, soddisfatto e gioioso di quanto avea ordinato il fratello in favore di Falco, si tolse con questi dalla sala d'udienza, e volgendo in cuore lietissime idee e soavi speranze, si fece a rammemorargli le proposte del discorso tenuto il mattino tra loro, risguardanti il traslocamento di sua famiglia dalla rupe di Nesso alla terra di Musso, e gli disse che s'avviava a parlarne a Gian Giacomo, il quale avrebbe a ciò pure di buonissimo animo e indilatamente provveduto.
"No, signor Gabriele, rispose Falco (la cui mente, ancorchè confusa e quasi commossa da quel generoso procedere cui non aveva saputo rifiutarsi, intravedeva però ch'era per costargli il sagrificio di sua indipendenza, ch'ei teneva in sì gran conto, e di cui da tanto tempo godeva), no: or più non conviene far di ciò parola al signor Castellano: mi volle desso elevare molto al di là di quello cui io m'attendessi, e sarebbe ora inopportuna ed ingiusta esigenza il pretendere che s'occupasse più a lungo di me; grazie allo stipendio che m'ha prefisso potrò trovare alla mia donna ed alla figlia una conveniente dimora, o rendere sicura e difesa quella di Nesso. Pria di richiedere nuovi favori a Gian Giacomo debbo contraccambiare quelli ch'ei m'ha già fatti: sarà allorquando venuto a fronte al nemico colle navi e la squadra che voi trasceglierete per me, facendo prova di mie forze unitamente agli altri vostri Capitani d'armi, avrò contribuito a sconfiggerlo, che verrò a richiedergli altri beneficii. Ora accertatelo del mio animo riconoscente, nè vi date altro pensiero di me se non che di ordinare le cose di modo ch'io m'abbia a trovare all'antiguardo nel primo fatto d'armi che si disporrà contro i Ducali".
A tali inattese parole Gabriele fu preso da affannoso dispetto: vedea svanirsi le concepite speranze dell'immediato stabilimento di Rina a Musso, e quindi la probabilità di rivederla e di favellarle altre volte, come ne nutriva ardente desío; frenossi però, e contenendo tutta in cuore la smania, stretta una mano a Falco, amorevolmente guardandolo, gli andò appresentando e descrivendo di nuovo colla maggior energia che mai si potesse que' perigli che egli medesimo aveva palesato temere potessero sovrastare alle sue donne, rimanendosi nel loro primiero abituro: ma tutto fu vano. Falco andava col pensiero più minutamente percorrendo gli inceppamenti e i legami di cui s'era lasciato cingere coll'essersi fatto soggetto a non agire che dietro l'altrui comando: ciò gli suscitava in cuore certa qual diffidenza verso il Castellano e un'ira secreta contro se stesso per non aver saputo rigettare il titolo a lui conferito; e però non voleva aumentarsi le brighe ed accrescere la propria schiavitù col venirsi a porre interamente sotto la mano di quello cui dovea ubbidire. La sua capanna, al cui soggiorno aveva poche ore prime rinunciato volonteroso, gli ritornò alla mente come la più cara e gradita dimora del mondo, e conobbe essergli assolutamente necessario il conservarsela. In tale disposizione d'animo l'insistente consigliare di Gabriele lo rese insofferente, per cui si rivolse a lui con alterato viso ed aspra voce dicendo: "Voi non contate ancora sufficienti anni per conoscere quanto costi ad un uomo l'abbandonare quel tetto sotto cui riposò le cento notti unico padrone di se stesso e di sue azioni, per trapiantarsi in una terra nella quale un altro è Signore di lui e d'ogni sua cosa: l'orso stesso muore il verno di fame sui gioghi del Legnone anzi che scendere al piano a farsi incatenare. Vi basti che ogni opera mia sia d'ora in poi soggetta alla volontà del signor Castellano, e non vogliate che io ponga in suo potere tutto quanto m'appartiene, senza riserbarmi un solo asilo nelle mie montagne ove ritornare ad intervallo a ristorarmi dalle fatiche come sono da molti anni abituato. Giovine generoso! (continuò addolcendo lo sguardo e la voce) se mai verrà giorno in cui siate preso d'amore per un luogo od un oggetto, sentirete allora quanto riesca doloroso lo staccarsene, e maggiormente allorquando vi si aggiunga la tema che ciò debba essere per sempre".
Più profondo si fece a tali accenti il dolore nell'anima del giovinetto Medici: le ultime parole pronunciate da Falco con certo lento patetico modo, sì dall'asprezza delle prime diverso, dipingendo lo stato appunto in cui trovavasi il suo cuore, suscitarono in lui una improvvisa ed angosciosa tenerezza che gli tolse il potere di replicare. Alzò gli occhi in volto a Falco, e in quei lineamenti abbronzati e duri su cui appariva l'impronta della commozione lasciata da recenti idee, scorgendo un non so che di regolare e di espressivo corrispondente ai tratti di una beltà pura, celeste, di cui teneva l'immagine sì distintamente scolpita in petto, una lagrima involontaria gli velò la pupilla, la prima che dall'infanzia in poi inumidisse il suo ciglio.
Quel giorno stesso nella sala d'armi della Rocca Visconti, ch'era la camera più adorna che vi fosse in tutti gli edificii della Fortezza, siccome dipinta riccamente nella vôlta e nelle pareti coi fasti di quella Ducale famiglia, fu per ordine di Gian Giacomo imbandita una lauta mensa alla quale vennero convitati tutti i principali abitanti del Castello.
Sedeva a capo al lungo desco Gian Giacomo medesimo, che era adornato d'un mantelletto corto di broccato d'oro alla foggia spagnuola, di grand'uso allora in Lombardia; alla sua destra stava Teodoro Schlegel di Dares, Abate di Fristemburgo, già Vicario del Vescovo di Coira. Questo vecchio personaggio, che sovra un sottabito di nero saio portava una zimara di velluto pavonazzo orlata di bianco, infondeva, coll'aspetto dignitoso e grave, riverenza e suggezione. Calva e rugosa erane la fronte, bianca e folta la barba e gli occhi incavati; traspariva però da tutto il suo volto una certa quale disposizione all'ira poco in accordo colla carità e colla bontà evangelica debita nel suo stato, la quale difettosa tendenza era a lui venuta forse dal lungo uso delle acri dispute cui erasi dato in altri tempi con tutto il vigore della mente e della parola. Nemico acerbissimo della Riforma che i Luterani promovevano a tutta possa nella Svizzera, aveva sostenute contro di loro pubblicamente ogni sorta di tesi in unione a varii Protonotari Apostolici, e fatte dai pergami in odio agli stessi le più violenti invettive; ma convinto al fine che le Diete Elvetiche assecondavano gli sforzi de' Protestanti, procurò, favoreggiando le parti del Medici, di dare il paese de' Grigioni in mano ad esso, sperando di trovare in lui un valido alleato contro l'eresia. La sua trama però fu scoperta: cercato a morte e forzato a trovare la salvezza nella fuga, si condusse a ricovero nel Castello di Musso ove Gian Giacomo gli fece cortese accoglienza, ben calcolando quanto poteva giovargli la costui secreta influenza nell'andamento degli affari della Lega Grisa, che così chiamavasi la confederazione de' Grigioni con altri Svizzeri tutti suoi accaniti nemici. Viveva l'Abate una vita ritiratissima in quel Castello, a null'altro dedito che a comporre una sua grand'opera in confutazione del sì famigerato libro Della Schiavitù di Babilonia pubblicato pochi anni prima da Martino Lutero. Aveva desso l'incarico di celebrare ne' giorni festivi i riti divini nella chiesa del forte di Sant'Eufemia, dopo i quali chiudevasi solitario nella sua cameretta, e siccome non parlava che la lingua alemanna, veniva lasciato colà in pace da tutti, e ben anco da Maestro Lucio, che desideroso sulle prime d'appiccicare con lui relazioni onde aver pascolo di scientifici ragionamenti, avendogli diretta la parola in latino, ne venne sì stranamente da lui rabbuffato, che da quel punto ad esso non pensava come se nemmeno fosse quivi esistito. Il Castellano però, che aveva le sue mire nel tenerselo affezionato, non trascurava occasione per mostrargli considerazione e stima, invitavalo a tutte le principali adunanze de' suoi, e facevaselo seder d'accanto al posto d'onore siccome vedevasi a quel convito. D'intorno alla mensa fra gli altri capitani d'armi sedette pure Falco qual nuovo eletto all'onorevole grado di Comandante di nave, e benchè i suoi rozzi panni e la rete a nodi d'acciaio che gli copriva il capo il facessero, quanto all'abbigliamento, dagli altri distinguere, a nessuno però mostravasi secondo nella franchezza e sicurtà del contegno.
Allorchè consumate le vivande vennero recate nuove anfore di vino, ed i calici girarono ricolmi nelle mani de' commensali, si ripetè più volte da tutti acclamando il nome del Castellano, come solevasi fare alle mense de' gran personaggi, il che dicevasi gridare il nome del nobile convitante; si fecero in seguito gli evviva a Gabriele ed al Cancelliere Messer Tanaglia pel prospero ritorno dalla loro perigliosa spedizione. Messer Tanaglia, ringraziando umilmente, lesse in contraccambio un suo brindisi, in cui era espresso in durissimi versi un invito a Bacco a discendere dall'Olimpo e venire colà onde sedersi accanto al dio Marte e temprare l'ardor suo guerriero e quello delle altre deità delle battaglie che gli facevano corona; col qual dio Marte è chiaro alludeva a Gian Giacomo, e colle altre divinità a' suoi Capitani. Era allora sì comune il mitologico linguaggio, che quantunque assai pochi di quel convegno avessero qualche tinta d'erudizione, pure presso che tutti di leggieri concepirono il senso di quell'allusione, e come che fra i vapori e l'esaltazione del vino la mente degli uomini anche rozzi è facilmente colpita da immagini poetiche e dalle non complicate allegorie, così riuscì di generale aggradimento il brindisi del Cancelliere, del che egli s'ebbe attestato in un clamoroso battere di palme che successe alla declamazione enfatica con cui recitò gli ultimi suoi versi. Cessato l'applauso, alzossi Gabriele, e levando in aria la coppa, gridò: "Alla salute di Falco mio liberatore"; Gian Giacomo, assecondandolo, porse la sua e toccò ripetendo le stesse parole guardando Falco con gioioso sorriso; tutti allora ne imitarono l'esempio, e la sala rimbombò del nome del valoroso abitatore della rupe di Nesso, del novello Capitano, del Condottiero della Salvatrice. Quel suono unanime di lode di tanti guerrieri penetrò l'animo del fiero ed armigero Montanaro, e scuotendolo sì l'esaltò, che videsi brillargli in volto un vivissimo contento che tutti obbliare gli fece i rancori che s'erano in lui antecedentemente destati: vuotò anch'egli la sua tazza alla salute ed alla gloria dei Medici e di tutti quei prodi compagni d'armi. Terminato il convito, Falco recossi dal Castellano, e da lui chiese ed ottenne concessione di ritornare per alcun giorno al proprio abituro, onde mettere a parte le sue genti di quella nuova destinazione e trascegliere alcuni de' suoi pel servigio della nave; preso indi congedo da Gabriele, salì il proprio navicello, e quella notte stessa fece vela con Trincone e Guazzo alla volta di Nesso.
Gian Giacomo attendeva ne' giorni di cui parliamo, l'esito d'un avvenimento ch'essere dovea per lui della massima importanza. La fortuna e lo stato suo che tanta avevano sembianza di stabilità e grandezza agli occhi di tutti, punto non ne offrivano a' suoi proprii, poichè, uomo accortissimo e delle umane vicende sagace ed esperimentato conoscitore, sapeva quali leggieri cause fossero spesso bastevoli a rovesciare più grande dominio che il suo non fosse. Aveva egli per tre volte veduto i Francesi occupare il Ducato di Milano con potenti eserciti, e tre volte esserne scacciati: aveva mirati gli Svizzeri e gl'Imperiali entrare vittoriosi in Milano stessa, ed indi a poco venire astretti ad abbandonarla; di tre Duchi a lui contemporanei, due sapeva esserne morti in Francia, prigioniero l'uno, l'altro privato, e il terzo, ch'era allora regnante, starsi ciecamente soggetto alla volontà di Carlo V. Ben è vero che questa catena di successi e rovesci aveva porta a lui l'occasione di farsi forte e grande, ma gli presentava pure un troppo evidente quadro del destino che attendeva chiunque avesse colle sole armi a sostenere od ampliare il proprio dominio.
Due nemici assai più potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non poteva sperare fossero mai per accordargli pace: il primo era il Duca soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i Grigioni confederati con altri Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la formidabile Lega Grisa. Ei combatteva arditamente contro entrambi, e il valore suo e de' suoi, gli stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre trionfare di loro, per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione la fama e l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema nelle sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue vicine terre del Lago.
Ma la guerra si prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e Gian Giacomo considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi avversarii, sin che non avessero distrutta dalla radice la sua potenza, la quale usurpatosi un posto in mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed all'altro fatale se l'avessero lasciata più ampiamente distendere o consolidare. Vedeva quindi di non essere in grado di sostenere tal perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i suoi mezzi a fronte di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome nazioni già da secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una perdita, ed i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi funesti. Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a Lecco, da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino, Monguzzo, presso che tutta la Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste valli in ispecie erano per lui possedimenti di poco profitto, perchè terreni sassosi od incolti con rari e poveri abitatori traenti a gran fatica dal suolo uno scarso alimento. Aveva però perduto Chiavenna e tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione della sponda del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le bande Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como s'allestiva una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo titolo o diritto di Signoria; non teneva reali diploma che lo investissero di feudo: la spada e la fortuna avevano fatto lui, bandito e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo di banditi suoi pari, onde se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza tra mano, perdeva il dominio con ogni speranza di ricuperarlo.
Gli erano non per tanto stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui onde cedesse la podestà del Lago al Duca suo legittimo padrone; ma Medici non era tale da discendere sì di leggieri dal sovrano grado in cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva un sol mezzo da tentare per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non disposto a venire a patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni riuscita, ben sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si fosse ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più era ridotto agli estremi.
Poco prima dell'epoca del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte le suaccennate riflessioni, aveva tentato un gran colpo politico, dall'esito del quale, se stato fosse favorevole, poteva ripromettersi una legittimazione vera, e una sicurezza inalterabile di dominio, oltre indefinita speranza d'ingrandimento; e nei giorni appunto di cui teniamo parola doveva conoscerne il risultato, del che egli stava in ansiosa aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno di chi dovea recarne le novelle.
Ecco in che consisteva la cosa. Aveva egli spedite secretamente due ambasciate, l'una a Francesco I re di Francia, l'altra a Carlo V imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in Italia e impossessarsi del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse, colla promessa d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè mandasse una parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro coll'offerta di cedere la Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei titoli imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli Svizzeri. Se entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi attenuto all'esito della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva sperare nell'altra.
Suo messo in Francia aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo d'aspetto leggiadro, peritissimo negli usi cavallereschi e nella galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in Germania mandò Volfango d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano della famosa squadra della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le sue prodigiose gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol numero di fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero diretti, avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a Basilea onde trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere, trovare doveansi di fatti in questa città e ritornarsene unitamente a Musso.
Erano già scorsi più di tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato bastevole a quella spedizione, e il Castellano ne viveva già inquieto, quando il terzo giorno dopo quello del ritorno di Gabriele, si vide presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il porto di Musso, spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie persone che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe distinta. Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono dal porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena, che parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a fianco di essa nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare di due bandiere. I segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e un colpo di bombarda che partì dal molo in segno di saluto, cui tenne dietro un altro tirato dai primi baluardi della fortezza, detti le Case del Maresciallo, avvertì essere giunto qualche riguardevole personaggio.
Gian Giacomo che ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del Castello, girando di frequente gli occhi al lago, aveva già, al solo scorgere di quella barca, sperato forte contenesse i tanto aspettati messaggieri; e ne fu pienamente accertato al vedere i segnali ed all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i palpiti che accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al petto del fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima inconcutibile, ma non seppe però in quel momento difendersi da una certa interna angustia, da un indeterminato serramento di cuore, come all'avvicinarsi d'un grave periglio che inevitabile si fosse il superare, ed erangli tali sentimenti destati dal pensiero che tra poco verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte, convinto qual era che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore dell'uno di que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto gli urti replicati de' suoi nemici.
Agosto Medici e il conte Volfango discesi che si furono col loro seguito dalla barca, vennero all'entrata del Castello accolti da gran numero di Capitani d'armi che dalle rocche, dai baluardi e da tutte parti accorrendo, chiamati dal rimbombo dell'artiglieria, scendevano al porto per saper chi si fosse. Alternati i saluti e soddisfatto l'impulso della curiosa brama, i più si allontanarono e si dispersero ritornando ai posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e Sarbelloni, ch'erano i tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di quella ambasceria, i quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco loro di celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita dell'impresa. Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto scontentezza e dispetto; e il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle con certo lieve e significante sorriso accennava aversi poco di bene a sperare. Nessuno a tali malaugurose indicazioni insistette più oltre interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti, entrarono nel Forte di Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui. Il Castellano, fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali poscia serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col Mandello e con altri Capitani.
Sebbene ciascuno di quelli cui era palese il secreto ardesse di desiderio d'udire immediatamente la narrazione dell'avvenuto, e quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo stesso, pure affinchè non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si trattasse di cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero oggetto del loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative alle disagevolezze ed ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il finire di quel giorno che ritiratosi in una appartata camera posta a ponente del Forte, fatti quivi cautamente venire Agosto e Volfango, e que' soli che indicammo scienti del mistero, chiusosi colà seco loro, dichiarò volere essere minutamente e con ogni esattezza istruito di tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito. Sedutosi in così dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo di esso e fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio al petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli altri si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in viso ad Agosto Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di voce pel primo parlando in tal modo si espresse:
"Parve che tali mie parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase varii minuti silenzioso e pensante, indi mi disse che prima di parlarne al Re era d'uopo comunicasse i miei progetti al Cardinale di Tournon, e m'avrebbe poscia indicato come dovessi contenermi. Volle frattanto ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove fecemi più volte cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali, con Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la Trimouille e varii altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri di Re Francesco, tutti al par di lui valorosi e gentili cavalieri. All'esposizione ch'io andava facendo loro di mia domanda e de' modi di porla ad effetto l'accoglievano con giubilo, dandomi ogni speranza di riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli parole, o Castellano, di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che ogni impresa a te affidata aveva sempre ottenuto felice successo".
"Sarebbe stata fortuna maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui brillò in volto un lampo d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel loro Lautrec, che poteva ben dire s'io sappia maneggiare la spada e condurre una squadra, poichè mi provò il dì della battaglia di Vaprio al passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli anni che or conta il nostro Gabriele".
"N'ammazzammo pur molti de' Francesi in quel giorno, esclamò il Pellicione battendosi a due mani le coscie, e per la spada di san Michele! non sono soldati che combattano da burla".
Si guardarono l'un l'altro i Capitani con occhio afflitto, e il Castellano con moto di sdegno incrocicchiò strettamente le braccia al seno, tenendo fisso per alcuni istanti lo sguardo al suolo, indi rialzatolo accennò del capo al conte Volfango narrasse esso pure. Volfango era uomo nel fiore della virilità, d'elevata mente, di squisita immaginativa, di cui però sapeva assoggettare i più rapidi voli all'impero d'una ragione assai superiore al suo secolo. Mandato giovinetto nelle settentrionali contrade, aveva dimorato alcuni de' suoi verdi anni in un gotico Castello sulle sponde del mar Baltico presso un vecchio Elettore dell'Impero stretto a lui per lontano parentado. Quali dottrine, qual sapienza egli quivi bevesse, qual conoscenza degli uomini e delle cose in un'epoca in cui spuntava appena la prima aurora della vera filosofia, non è agevole l'immaginarselo. Fatto si è però ch'egli aveva il privilegio singolarissimo, tanto in quello come in ogni altro tempo, di godere l'amore de' più opposti partiti e l'amicizia di genti tra loro nimicissime: derivava ciò forse dall'arte ch'egli aveva di pronunciare certe parole che suonavano dolcemente all'orecchio di tutti ed ispiravano irresistibilmente per lui un'alta stima ed una illimitata confidenza. Volfango era di bella statura, di nobile viso, ombreggiato da biondi capelli; aveva occhi azzurri, penetranti ed espressivi. Vestiva riccamente con panni trinati in oro, e soleva portare un collaretto a lattuga, di foggia alemanna, di buonissimo garbo.
Legato d'amistà a' Sarbelloni, e per questo ai Medici, venne a visitarli al Castello di Musso, e Gian Giacomo non credette poter meglio affidare che a lui la difficile incumbenza del messaggio a Carlo V, di cui narrò allora il successo dicendo "che giunto a Ratisbona dove trovavasi Carlo, vide la sua Corte ingombra di Principi e Baroni, Spagnuoli, Fiamminghi e Tedeschi, che ivi tutte le cure dell'Imperatore erano rivolte a frenare i progressi della Riforma Luterana che cagionava nella terra Germanica sanguinose guerre civili, che colà ebbe certa notizia che, a suggerimento del Papa, stava Carlo per trattare le nozze del duca Francesco Sforza con una principessa del suo sangue, la quale dicevasi dover essere Cristina, figlia di Cristierno re danese, sua nipote, per il che era dovere il figurarsi che l'Imperatore non poteva consentire a veruna sminuizione di dominio nel Duca, che infatto parlando egli con Carlo stesso e intrattenendolo delle richieste di Gian Giacomo, s'era da prima sdegnato, poscia gli aveva espressamente comandato di riportare che se il Medici disponevasi a cedere spontaneamente l'usurpatasi Signoria di Musso, l'avrebbe ricompensato con generose largizioni e posti d'onore, altrimenti il dichiarerebbe fellone al Duca ed all'Impero, e farebbe a lui ed a' suoi pagare la resistenza a caro prezzo".
Balzarono in piedi a tal riferita minaccia Borserio e Pellicione, e "Così parlava quel superbo Castigliano? esclamò il primo fremendo: pretende egli, perchè possiede cinque regni, ispaventare coi soli suoi detti gli uomini di tutte le nazioni? egli che rifiutò la sfida di Francesco di Francia per non sapere reggere nella destra la spada?"
"Qui, gridò il secondo, qui ci siamo posti da noi, e qui staremo: che bravate son le sue? venga, venga, e, per la spada di san Michele! gli daremo tal lezione che tutto l'oro delle sue Indie non varrà a pagarla!"
Gian Giacomo, ch'erasi dimostro compreso d'ira alla narrazione del rifiuto a lui dato dal Re francese, all'udire le imponenti proteste e le minaccie di Carlo apparve calmo, nè altro lasciò scorgere in volto che un sardonico sogghigno; dopo il quale impose silenzio ai Capitani, e chiese ai suoi due messaggieri in quale stato si trovasse la Svizzera, ed in ispecie i Cantoni Alemanni.
"La face della discordia arde tra loro, continuò Volfango: le dispute di religione cangiate in aspre risse hanno fatte impugnare le armi agli abitanti delle Elvetiche valli, e le nuove dottrine si spandono col sangue e colle stragi. Zuinglio combatte Lutero, ed un nuovo riformatore, Calvino, si oppone ad entrambi. Berna e Zurigo, le più potenti, hanno distrutte ed arse tutte le sacre insegne del Cattolicismo: Lucerna, Svitz, Uri ed Underval, fide ai precetti di Roma, si danno mano per sterminare l'eresia. Uomini stranieri di varii partiti aizzano l'ire soffiando nelle fiamme dell'odio e della vendetta; intanto Carlo rammenta l'antica potenza de' Duchi d'Austria in quella terra, e la Francia non dorme: e voi, siatene gioioso, o Castellano, poichè soccorsi nè d'uomini nè d'oro più da colà non perverranno alla Lega vostra nemica, la quale non tarderà essa pure a sentire i morsi della rabbiosa smania delle contese de' novelli principii che con favore accolse e da cui è in più parti invasa".
La conferma sì evidente e sicura d'una tanto vantaggiosa novella, di cui s'aveva prima incerto sentore, mitigò nell'animo del Medici i torbidi pensieri destati dalla mal riuscita d'entrambe le ambasciate. Ei vedevasi bensì decaduto da ogni speranza di sovrano sostegno da lui sì lungamente nutrita, ma la tempesta che il minacciava era lontana ancora, e le nubi non annerivano che d'una striscia l'orizzonte del suo politico cielo; i nemici attuali erano più ostinati che invincibili, e se le guerre intestine forzavano la Lega Grisa ad allentare la foga degli assalti, egli poteva per lunga pezza tenere piede fermo contro il Duca. L'Imperatore doveva avere altro ad attendere che a mandare eserciti contro di lui; d'altronde in que' monti i battaglioni regolari e la cavalleria non potevano nè dispiegarsi nè campeggiare: egli era certo della fede de' proprii capitani e delle bande de' suoi armati, possedeva un Castello quasi inespugnabile e una flotta numerosa, quindi il ridurlo agli estremi non doveva essere l'opera d'un istante, e poteva ancora ricorrere a cento mezzi di soccorso. Fatte rapidamente simiglianti riflessioni, s'alzò, e stendendo la mano a que' suoi fidi: "Abbiamo scoperto, disse ilaremente, che pensano di noi i due gran Re: conosco che m'ingannai, credendo abbisognare di loro protezione: noi sapremo da noi stessi tenerci indipendenti e liberi a Musso più ch'essi nol siano a Parigi ed a Madrid: che nessuno sappia quanto fu qui detto tra noi". Ed uscendo di là, salutò ad uno ad uno con misterioso sorriso quelli che recaronsi in altre parti del Castello, ritornando esso col Pellicione nelle proprie stanze, ove sino a notte avanzata si trattenne seco lui in animati colloquii.
CAPITOLO QUINTO.
Era sereno il ciel, splendea la luna Ridente a mezzo della sua carriera; Nessun fragor s'udia, voce nessuna: Sol quella universal quiete intera D'improvviso venia rotta talvolta Dal grido dell'allarme d'una scolta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dall'alto spaldo del veron qual era Grande della persona ed aiutante Al lunar raggio discopríala intera Il desioso sguardo dell'amante. GROSSI, Ildegonda, P. 1.º
La più alta e maestosa torre del Castello di Musso quella si era che sorgeva nel Forte di Gian Giacomo, posto, come dicemmo, nella parte più eminente di esso; elevata dominatrice di tutte le merlate mura dell'acclive Fortezza, potevasi propriamente ad essa sola applicare il nome di vedetta del lago. Le mura de' suoi fianchi e le quadrate pietre che ne munivano gli angoli, allora recentemente eretti, non erano stati per anco imbruniti dalla mano del tempo, nè miravansi dal musco e dai serpeggiamenti dell'edera rivestiti; onde quella torre giganteggiava alla vista del lontano riguardante, ben distinta pel suo colore rosso cupo e staccata dal bigio sasso del monte che le stava di schiena; il vessillo Mediceo che le sventolava alla cima scorto dalle acque e dagli erti vertici dei monti più discosti, appariva formidabile e minaccevole insegna. Così negli adusti piani del Nilo una tenda che s'innalza alla sommità di colossale granito indica da lungi alle moresche carovane l'asilo dell'errante Beduino terrore del deserto.
Il baluardo del Forte Gian Giacomo stava congiunto ad essa torre per oltre un terzo di sua altezza; e quivi vedevasi nella torre praticata un'angusta porta, a forma d'un foro quadrato, da cui s'aveva accesso al bastione medesimo. Presso la torre esisteva nel baluardo una casamatta, ossia andito interno, in cui si scendeva per ristretta ed oscura scala esattamente coperta, dalla quale pervenivasi alle stanze del Castellano che aveva fatta costruire quella secreta comunicazione colle mura a fine d'avere una uscita incognita dal proprio alloggiamento per recarsi imprevedutamente ad invigilare il Castello, e nei tempi d'assedio sorprendere all'improvviso le guardie del vallo per costringerle a continua gelosa custodia del posto affidato.
Per far coperchio alla scala della casamatta s'era costrutta una picciola vôlta con una rotonda apertura chiusa da grossa tavola, su cui essendosi postata terra ed erba, pareva un naturale rialzo del suolo cagionato da una larga pietra ivi sepolta; e siccome tal rialzo trovavasi tra il muro della torre e le ferritoie del baluardo, porgeva un comodo sedile a chi inosservato avesse voluto contemplare il castello o il vastissimo prospetto d'intorno. La veduta che di là si presentava, era, per vero dire, incantevole, ed offriva un ampio svariato quadro di grandioso aspetto e di energiche tinte tutte d'un particolare e pronunciato carattere, in somma armonia coi sentimenti vigorosi e profondi, sebbene rozzi, degli uomini di quella età, a noi in certo modo rappresentati ancora dalle impressioni che ci lasciano il racconto degli avvenimenti e la vista degli edificii, e di presso che tutte le opere d'arte e d'ingegno di quell'epoca a noi pervenute.
Lo sguardo da quella sommità scendendo d'una in altra delle turrite Rocche del Castello perveniva al piano del lago, le cui acque stendevansi alla vista per circa trenta miglia di lungo, ed ove quattro, ove sei in larghezza, riflettendo come vasto specchio la vôlta del cielo, e capovolti li paesetti della sponda e le montagne di cui si spianano al piede. Mirando dal baluardo al di là del lago, vedevansi di fronte i due monti Legnoni, immani fratelli che s'innalzano a piramide, il maggiore de' quali mostra il capo presso che sempre cinto da una corona di nubi: sui loro gioghi aspri e selvosi abitati dagli orsi scorgevansi le solitarie chiesette di Santa Elisabetta e di San Siro. Al loro destro fianco penetrava la vista pel pian di Colico nella bassa parte della Valtellina rigata dall'Adda, fiume che s'ha l'aspetto di lucida striscia che mette capo nel lago. Nel settentrione a ridosso di cento culmini di monti minori conformati a scaglioni torreggiavano all'occhio le dirupate creste delle Alpi perpetuamente biancheggianti di neve, le quali come un candido muro sembrano invano quivi sorgere insuperabili. Abbassando lo sguardo a sinistra vedevasi il piano di Domaso protendersi verdeggiante nel lago, separato per un golfo da quello di Gravedona, che interciso da seni e da torrenti, fra cui primeggia l'Albano, si stende sino a Dongo, la terra più prossima da quel lato al Castello, sui tetti dei cui casolari miravasi da questo quasi a piombo guardando pel pendío mancino. Dalle spalle presentavasi immediatamente il sasso della rupe, e l'occhio dal fondo del taglio che ne disgiungeva quel Forte sino alla punta detta della Croce, che ne era il ciglione, non aveva che l'aspetto della nuda cinericcia balza. Presso il lago da destra mostravasi la popolosa Musso coi molti suoi fabbricati, tra cui spiccavano le chiese, i conventi, la zecca, l'arsenale, e le torri che munivano il ponte sul Carlazzo. Nel colle ad essa superiore vedevansi Croda, Terza, Campagnano, sparse fra altre picciole Terre, e più sull'alto nel monte distinguevansi la Bocca di San-Bernardo e le punte di Palù. Lasciando poscia scorrere la vista su quella costiera di mezzodì, miravasi il suo lembo variamente frastagliato dalle acque, ed i poggi e i valloni ricchi di selve, d'ulivi e di verdi pascoli succedersi gradatamente sin là ove si nascondevano all'occhio dietro il dosso del monte che s'avanza formando la punta di Rezzonico, del di cui antico e già potente Castello le torri e le mura distintamente apparivano.
Di là lo sguardo balzava al lontano colle di Bellagio, che posto all'estremità della Valle-Assina forma capo a due laghi: la tinta aerea di quel promontorio bene ne indicava la distanza, che andava sempre crescendo se spingevasi l'occhio pel lago di Lecco, alla cui destra distinguevansi tra i monti le sommità di quello di Canzo, che hanno sembianza di corna, ed alla sinistra la giallo-rossiccia Grinta di Mandello tutta nuda e scoscesa montagna. Compiendo il gran cerchio, ritornando coll'occhio ai Legnoni, si scorgeva tutta l'opposta sponda dritta e bruna per balze selvose: e vedevansi in essa Varenna, prossimo a cui da misteriosa grotta scaturisce il fiume Latte, Bellano, Dervio che s'alza su un largo verdeggiante piano generato dall'impetuoso Varrone, e finalmente Corenno, sulla torre della cui Rocca stava pure inalberata la Medicea bandiera.
Toltosi alle brighe soldatesche, al favellare importuno de' suoi compagni d'armi, Gabriele, solitario e pensoso s'aggirava sul finir del giorno pei porticati ed i cortili del Castello sperando trovare nelle illusioni dell'immaginativa la calma a quel tenero e doloroso pensiero che costantemente il martellava e da cui aveva in vano sperato sollievo nelle distrazioni dei consueti esercizii. Venuto nel Forte Gian Giacomo, e giunto a piè della torre, pensò salire sul baluardo per sottrarsi vie meglio alle ricerche, alle noiose inchieste dei capitani ed agli sguardi d'ognuno: asceso a lenti passi la spirale scalea della torre, entrò curvandosi per l'andito aperto nello spessore del muro ch'era la picciola quadrata porta, e spingendo la ruvida imposta che la chiudeva, uscì sul baluardo, dove andò tosto ad assidersi sul rialzo della casamatta d'appresso alle feritoie. Il vasto magnifico prospetto che di là dispiegossi ai suoi sguardi, occupò per un istante tutto il suo spirito, attenuandovi l'assidua presenza di quell'immagine che mai noll'abbandonava, e gli infuse in cuore un trasporto, un aumento di vigore e di vita che le grandi scene della Natura non tralasciano mai di produrre in un'anima appassionata che serba intatta e pura la vivida tempra di giovinezza.
Il colore roseo ardente di cui si riveste il cielo negli estivi tramonti splendeva quel giorno di tutta nitidezza e sfulgore essendo l'aria d'un purissimo sereno. I monti e le valli di quel circolo spazioso dipinti da un'aurea porporina luce riflessa nelle acque, fulgide esse pure come la vôlta del cielo, s'avevano un così vago, un non so quale incantevole aspetto, che traeva a mirarli con sentimento di gioia e di secreta riconoscenza, quasi si sentisse che una mano creatrice e benefica avesse preparato quel quadro sublime onde offrirlo a diletto dello sguardo dell'uomo. L'occhio di Gabriele vagava dai monti alle acque, da queste al cielo, e l'anima sua era compresa a quella vista da una piena e indefinibile delizia.
Ma quella lucentezza dell'aria, quel lusso di raggi brillanti e di colori pari in ciò ai contenti della vita, s'andava rapidamente attenuando; e mano mano che le ombre dei monti vicini si estendevano, che offuscavansi i lontani, che la porpora del cielo tramutavasi morendo in un bruno cilestre, nel cuore di Gabriele svaniva quel senso di felicità di cui era stato per varii istanti penetrato, e vi tornava a risorgere più vibrato e affannoso il primitivo pensiero. Allorquando intera oscurità coverse le montagne e i colli, ed abbrunissi il lago, nè altro apparve distinto in nere forme a' suoi occhi che le mura e le torri della sottoposta Fortezza, vi lasciò cadere mesto uno sguardo, indi piegò addolorato il capo tra le palme e sospirando tutto s'ingolfò ne' proprii pensamenti.
Nessun moto del cuore è sì espansivo, nessuno impelle sì forte l'anima a diffondersi quanto quello dell'ammirazione che nasce alla vista del bello profondamente sentito. Lo spirito invaso da una ideale armonia si desta spontaneo ad un inno di gioia, che a molti è dato internamente sentire, al solo genio concesso l'esprimere; guai però se nell'ebbrezza dell'animo commosso s'affronta la convinzione che in niun petto un cuore è partecipe alle vibrazioni del nostro, che muto all'altrui mente è il nostro tripudio, e si esala e svanisce inconsiderato come una voce melodiosa nella solitudine! allora il senso d'un cupo isolamento ricade su di noi, ci tormenta, ci opprime, e non v'ha refrigerio allo spirito se non nell'incontrare la traccia d'un oggetto cui sia cara la nostra sorte, ed a cui tutto riferire quanto v'è di prezioso nella nostra esistenza.
Tale era stato il giro delle idee di Gabriele, e quando chinata la testa rimase immobile nella massima concentrazione, era pervenuto appunto all'investigare se quell'oggetto a cui unicamente teneva rivolto il pensiero, quello da cui solo bramava un ritorno d'affetti, quello che aveva per lui dato un prezzo pria ignoto alla vita, e che stimava unica e straordinaria fra le creature, sentisse per lui verace e fervoroso interessamento. Nuovo però ed inesperto com'era nei nodi d'amore, passava colla fantasia per cento chimere, senza saper trovare ove potesse posarsi per dedurre con fiducia una speranza, ma pure incalzato dal bisogno di dare a se stesso una positiva risposta:
"Chi son io per lei? (diceva tristamente tra se stesso) Come posso credere d'averle cagionato ciò ch'ella produsse in me, se quello che io provo non fummi destato mai da altra persona fuorchè da lei sola? Dunque ella sola può operare sì maraviglioso prodigio: sperare d'aver causato in lei un simigliante effetto sarebbe una vanità sconsigliata. Quante donne non vidi, quante non mi guardarono? Eppure chi mai fu a' miei occhi che pareggiasse costei, questa semplice montanina di celeste sembiante, che certo gli angeli del paradiso non ponno averne un più dolce e leggiadro? E le sue pupille! oh ch'io non vi pensi! un tremito, un ardore mi scorre dalla testa ai piedi se mi rammento i suoi occhi. Qual forza irresistibile sta in essi! che sia una malía, una potenza sovrumana per consumare la vita di chi li affisa? No che sì stupenda bellezza, una tale soavissima fiamma, non può essere l'opera d'arti infernali? e se ben anco fosse un incanto, vi struggerei volenteroso tutti i miei giorni. Ah con qual forza io sento che vorrei essere davanti al suo pensiero così come essa lo è incessantemente al mio e vorrei ch'ella sapesse quanto io provo per lei, quanto desio mi arde di mirarla, di vagheggiarla, di pendere da null'altro che da' suoi sguardi, dalle sue parole! Oh s'io vivessi sempre nella sua capanna, se la seguissi pe' suoi monti, mi stassi ognora al suo fianco... se le esprimessi... e se ella.. cielo!... qual gioia!"--Fu sì forte la sua esaltazione a tal pensiero e il suo immaginare sì vivo, che invaso da un trasporto d'amore, balzò in piedi quasi se Rina gli stesse realmente d'accanto: ma ritornato in se ad un tratto lasciò cadere rattristito le braccia, e s'assise meditabondo di nuovo.
Trasparente, leggiero come il velo d'un aereo spirto una nuvoletta che s'andava argentando, annunziò il sorgere della luna, che, senza ecclissare alcuno degli astri, in mezzo ad una sfera di pallida luce spuntò col falcato disco sul nero ciglione degli opposti monti. Gabriele mirò quel candido lume del cielo con occhio di tenerezza, quasi fosse sorto ad arrecargli conforto e speranza, ed a lenire l'ardore che l'infiammava colla soavità del suo mite splendore; ma poco stette che anche quella luce gli parlò al cuore di Rina, e "No, esclamò con affanno, no, io non vedrolla forse mai più:, e se pur la vedessi, come mai farla mia? Il vorrebbe Gian Giacomo, l'assentirebbero gli altri parenti miei? Ebbene, se, essi si oppongono a tale mia brama, che mi veggano ben tosto morire. O Rina, o morte. Ecco il voto ch'io pronuncio invocando i santi del cielo, di cui voi, o lucenti pianeti, adornate la soglia. Sì, lo ripeto: o Rina o morte: e questo mio voto fia sacro come se il pronunciassi innanzi al più miracoloso degli altari".
Come avviene egli mai che l'amore, il quale dir si può l'eccesso della vita, faccia volgere sì agevolmente lo spirito all'idea del morire? Come mai l'anima, anzichè venire atterrita dall'idea del passaggio dal più profondo sentire all'assoluta quiete della tomba, la sospira e la brama? Noi non osiamo investigarne la causa, ma qualunque essa sia, fatto è che Gabriele fu condotto rapidamente dalla propria fantasia ad abbracciare come rimedio estremo all'amor suo, se stato fosse sventurato, la morte, e proferendone il voto, sentissi ringagliardire, e fatto maggior di se stesso, aumentarsi in petto la speme.
Dopo avere così lungamente vaneggiato in amorosi delirii ora piegando a placidi consigli, ora ad estremi rimedii avvisando, guardò la luna che salita a mezzo il cielo annunziava essere già inoltrata la notte, e pensò di là discendere per ritrarsi in sua stanza a riposo, onde, alzatosi, entrò nella porta quadrata della torre per calare da essa al basso; Nel momento però che stava per porre il piede sul primo gradino, udì al fondo della scala lieve rumore di pedate ascendenti, e travide un lucore debolissimo come di lanterna Coperta da mano o da altro impedimento. Egli non potendo scorgere chi fosse che su venisse perchè nel rimanente quell'interno della torre era oscurissimo, non vedendovisi che alle sommità un barlume di luna che penetrava da ristrette fenditure del muro, retrocesse di nuovo sul baluardo onde evitare uno scontro con chi saliva fra quelle tenebre, che dar potesse luogo a sospetto o ad allarme, poichè suppose si fossero soldati che salissero a far la scôlta sul bastione medesimo. Retrocesso che si fu per ischivare eziandio di mostrarsi improvvisamente al loro uscire dalla torre, si ritrasse a qualche distanza di là, e oltrepassando il rialzo che copriva la casamatta, ed ove era stato pria seduto, si pose ad una diecina di passi lontano appoggiandosi ai merli che guarnivano il muro in vista d'uomo che stesse quivi oziando a rinfrescarsi all'aria notturna.
Le pedate s'andavano facendo più distinte e indicavano al rumore d'essere di più persone, l'una delle quali apparve al fine sul limitare della quadrata apertura: era quegli che recava la lanterna. Porse in avanti il capo pria di mettersi fuori del tutto, e portando la lanterna all'altezza del volto spiò d'intorno con sospetto; ma non s'accorgendo di Gabriele, uscì francamente dalla torre. Appena ebbe posto piede sul baluardo, e venne rischiarato per intero dal chiaro della luna che quivi batteva, Gabriele mirandolo attentamente s'avvide con istupore al suo vestimento che non era un soldato, nè altro uomo del Castello a lui noto: a tal vista immediatamente appiattossi traendosi tutto entro l'ombra fitta del rialzo merlato onde attendere e scoprire a che e con chi fosse quivi venuto quello straniero. Questo chiuse la lanterna di maniera che non mandava affatto più lume, la posò al suolo e si rivolse poscia alla porticella della torre accennando colla mano agli altri che s'avanzassero: ne comparve uno ben tosto ed uscì traendo per mano un altro che era pur tenuto da un terzo.
Guardinghi e cauti si fecero avanti anche questi appressandosi al primo; e quale non fu la sorpresa di Gabriele riconoscendo nella persona che stava di mezzo agli ultimi venuti, il Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia: volea levarsi, farsi palese, e chiedere ad esso lui, come e perchè fosse salito a quell'ora insolita sulla muraglia, e di qual parte venissero quegli uomini che seco erano; ma quatto ristette senza moversi, udendo in tal punto lo stesso Tanaglia pronunciare tremando a mezza voce queste parole: Benedetta gente, perchè trattare così con un galantuomo... con un vostro Milanese... con uno che cercava di farvi del bene...--Taci, dissero ad una voce, ma pianissimo, quei tre--Ma signore Iddio, riprese Maestro Lucio un po' più forte, voi volete veramente...--Zitto, o mori: ripeterono gli altri più piano alzando tre pugnali. Maestro Lucio si contorse e tacque. Quello ch'era salito innanzi agli altri, s'accostò al rialzo della casamatta, vi si mise carpone d'appresso, e andò tastando e percuotendo leggermente il terreno tutto d'intorno col pomo dello stile sinchè sentì rimbombarsi di sotto un suono di cavità. È questa l'entrata della scala secreta? chiese allora con bassi accenti rivolto a Maestro Lucio; ma desso parve non intenderlo e continuò a tacere: i due che gli stavano a fianco, squassandolo per le braccia, gli dissero all'orecchio: Rispondi.--Io non so niente, esclamò con voce alta Tanaglia:--Piano: rispondi, o mori; e gli appuntarono i pugnali alla gola: Oh povero di me, cosa volete ch'io sappia? ahi... ahi... è quella... è quella...--Silenzio e queto: disse l'uno serrandolo più strettamente pel braccio ed abbassando il pugnale, e l'altro l'abbandonò e si mise a terra presso il primo. Sgrettolando il suolo e puntando insieme col ferro degli stili ed una squarcina che s'avevano, sospendendo il lavoro quando udivano il legno scricchiolare troppo forte, giunsero a scassinare una tavola, e levandola, vedendovi sotto un vano tondo e nero come di pozzo: Ci siamo, dissero tra loro; e l'uno, alzatosi, riprese la lanterna, e scoprendone il lume, si mise in ginocchio presso quel buco, e ve la internò spingendovi la testa: Ih ih, disse al compagno, che scala lunga? non vi si vede il fondo: ma tanto fa: tu scenderai pel primo, dietro a te Tanaglia, poi ci verrò io, che ci terrò la punta alla pelle per farlo parlare: esso ci deve additare i passaggi e la porta: se questa è aperta, entra, e, ricordati, colpo alla testa perchè potrebbe essersi coricato col giacco di maglia; se è chiusa, il Cancelliere gliela farà aprire, e allora l'assaliremo in due: Gorano starà intanto qui sopra a guardia per tenere libera l'uscita di questa scala: presto all'opera che il tempo c'incalza. Appena ebbe desso ciò detto, si rialzò, fece accostare il compagno che teneva afferrato Maestro Lucio, il quale continuava a fare strani motti col capo, e mentre l'altro si calava a mezza persona giù pe' gradini della scala della casamatta, ridestò il lucignolo della lanterna, il cui chiarore languiva e stava appunto per consegnarla al primo già disceso, quando Gabriele, che dal luogo ove stava nascosto, aveva perfettamente veduto ed udito ogni cosa, non dubitando che l'intrapresa di quei tre fosse diretta all'assassinio del fratello Gian Giacomo, acciecato dallo sdegno, nè potendosi più oltre frenare, non badando a periglio, tratta rapidamente la spada, scagliossi come folgore addosso a loro gridando a tutta gola: "Traditori, siete morti".
Il primo ch'esso investì fu quello che ratteneva il Cancelliere, e il trapassò sì giusto col ferro, che cadde morto di piombo. Balzò tosto contro il secondo, che, esterrefatto a quell'assalto improvviso, indietreggiò d'un passo, lasciandosi cadere ai piedi la lanterna che si spense: Gabriele nello stesso istante aveva mirato un colpo a quegli che era calato giù colla metà del corpo nel pertugio, ma gli andò fallito a causa dell'abbagliamento che gli produsse alla vista la lanterna nel cadere, nè ebbe campo di misurargli il secondo, perchè l'altro ch'era in piedi al di fuori, gli si gettò alla persona furibondo col pugnale nella sinistra e la squarcina nella destra: Gabriele difendevasi da costui valorosamente, anzi l'andava incalzando, ma l'altro, che s'era tratto fuori dalla casamatta, gli si precipitò di fianco, per il che a lui rimase tempo appena ruotando la spada con una velocità ed una forza incredibile di riparare gli opposti colpi che gli venivano tirati da fianco, e dovette rinculando appoggiarsi di schiena al muro della torre, ove all'incerto lume della luna ribatteva i disperati assalti di que' furiosi che vedevano non esservi per loro altro scampo che nell'ucciderlo.
Nel frattempo Maestro Lucio, che appena s'era sentito sciolto il braccio, senza pur guardare da che lato venisse il soccorso, s'era dato a gambe pel baluardo, andava gridando a tutto potere: "Ai nemici... Al tradimento... Agli assassini"; le voci clamorose di lui, quella di Gabriele, il suono dei ferri che si percotevano, destarono le guardie del Forte, che abituate da qualche mese in quella elevata parte del castello ad una inalterata notturna quiete, non vigilavano col dovuto rigore ai loro posti, nè ponevano le ordinanze ad esatta fazione: in un momento si sparse l'allarme, i tamburi sonarono a stormo, e gli uomini d'armi ed i Capitani accorsero in folla nel cortile. Primo fra questi fu il Pellicione che, discinto e coi capegli scarmigliati, balzato dal letto, discese impugnando la sua lunga spada, ed a capo d'un drappello di guardie munite di fiaccole e d'archibugi salì rapidamente per la scala della torre al baluardo. Vi ascesero ben tosto da diverse parti anche Alvarez Carazon, Sarbelloni e il Bologna con molti altri soldati provveduti di lumi e d'armi. In pochi istanti si videro sbucciare dalla torre le guardie, e venire gli altri uomini accorrendo colle fiaccole, distendendosi in lunga fila per le mura. L'uno dei due che stava combattendo con Gabriele, allorchè udì accorrere uomini, gettò il ferro e corse per scagliarsi dall'alto della muraglia, ma balzato in quel mentre fuori dalla torre il Pellicione, il raggiunse gridando "Per la spada di san Michele, prendi questa" e con un colpo d'impugnatura nelle tempia il fece precipitare al suolo tramortito e grondante di sangue; l'altro, più fiero e vigoroso, benchè circondato da gran numero di uomini d'armi, si difese disperatamente, sino a che vedendosi accerchiato e stretto da ogni parte, ed accorgendosi di non potere più a lungo resistere, si mirò al cuore una pugnalata; ma preso in alto il suo braccio, venne distolto il colpo, e cento mani che gli caddero addosso lo strascinarono a terra, da dove in vano tentò si dibattendo di sollevarsi.
Intanto da tutti gli spaldi s'era accuratamente guardato se vi fossero nemici sotto le mura o nei luoghi e pei monti vicini, s'era osservato se vi stessero scale od insidie presso il Castello, ma non s'era veduto ombra d'uomo: tutto era tranquillo, nè udivasi quasi un movere di foglia. Fatte per ciò ricollocare le guardie ai primi posti, i Capitani s'affrettarono parte intorno al Cancelliere, e parte presso Gabriele onde udire come mai fosse nato quell'avvenimento. Ma Maestro Tanaglia, pallido, tremante e contraffatto, piegando il capo alternativamente ed allargando le braccia, non sapeva altro dire con affannosa voce se non che "Le capitano a me... sono pure un uomo sfortunato!... tre Milanesi costringermi a forza ad essere complice in un fatto simile!... a rischio... oh! ma, mi credano, io sono innocente... povero Tanaglia! povero Tanaglia!" Gabriele all'incontro, non agitato ed alterato se non quanto l'ira e la foga del sostenuto combattimento necessariamente il volevano, appoggiato alla propria spada, narrò succintamente tutto l'occorso, dicendo però d'ignorare affatto, come era il vero, chi si fossero quei tre, come penetrati nel Castello, e in qual modo colà venuti. I Capitani rimasero maravigliati e confusi a quella narrazione al pari di lui. Il Pellicione comandò ad alcuni soldati che prendessero sulle spalle quell'ucciso e quello che giaceva tramortito, e giù se li portassero dal baluardo recandoli nella sala della Quistione, che era dove si giudicavano dal Castellano tutti i rei di gravi delitti, ed ordinò che quivi pure si conducesse quel terzo preso vivo e sano. Così fu fatto. In un momento venne sgombrato il baluardo, spente le fiaccole, mandato ordine alle Rocche ed al Porto, ove quel rumore nato nel Forte aveva eccitato un generale movimento, che tutti si rimanessero ai loro posti in quiete, ed ogni cosa venne racquetata come era da prima.
Gian Giacomo, al battere de' tamburi sorto dalle coltri, s'era armato prontamente, e saputo da' suoi sergenti essere causa di quella chiamata all'armi alcune grida uditesi alle mura, accorreva quivi anch'esso unitamente ad Agosto suo fratello, a Volfango, al Borserio, al Mandello venuti tostamente intorno a lui; ma giunto appena a metà del cortile, s'incontrò nel Pellicione, in Gabriele e ne' soldati che discendevano recando due uomini a spalla, e tenendone strettamente afferrato un altro di feroce cipiglio, e coi panni lacerati e sanguinosi. Subito che ebbe udito in brevi parole l'accaduto, fu preso tosto da forte sospetto che quello fosse stato l'esito d'una trama de' suoi nemici, e divenne cupido oltre modo di scoprire in ogni parte l'arcano per trarne alta vendetta. S'avviò quindi alla sala della Quistione ove entrarono i principali Capitani, Gabriele e Maestro Lucio, essendone rimandati i soldati con ordine di tenere secreto quel fatto e vigilare attentamente alle scolte.
Pria che s'incominciasse il giudizio, vennero quivi sej robusti sgherri, sbracciati e pronti ad eseguire ad ogni cenno quegli atti atroci che costituivano parte integrante della penale giustizia di que' tempi, non solo ne' castelli de' feudatarii e de' piccioli Signori, o piuttosto tiranni di terre e paesi, ma eziandio nelle città più vaste dei reami e degli imperii.
La sala della Quistione era un'ampia stanza quadrangolare, la cui vôlta era sostenuta da grossi e ruvidi pilastri; non avea finestre; solo vi si vedevano due porte, l'una che da uno stretto corritoio metteva quivi entro, l'altra, chiusa da grandi spranghe di ferro, che dava ingresso ad un carcere sotterraneo. Gli arnesi ch'ivi si trovavano erano una gran lampada che pendeva da un anello fitto nella volta, un tavolo, una sedia a bracciuoli, altri sedili grossolanamente tagliati, un gran braciere di ferro per accendervi carboni, catene, corde, randelli e cavalietti, stromenti tutti che s'usavano per tormentare.
Stesi a terra l'uno accanto all'altro il ferito e l'ucciso, e messo l'altro in salda annodatura, venne accesa la lampada e collocato sul tavoliere l'occorrente per iscrivere, al che fare s'accinse il Mandello, siccome l'uno dei più istrutti; quindi il Castellano, assisosi in mezzo a' suoi, si fece condurre innanzi quello incatenato, e misuratolo dello sguardo dalla fronte ai piedi, senza che desso mutasse punto di suo audace e feroce portamento, gli domandò con voce severa: "Chi sei?" ed ei rispose: Sono Marco Spinaferro.--Di qual luogo?--Milano.--Quando venisti in questo Castello? --Ci sono entrato ieri col seguito di quei signori (ed accennò Volfango e Agosto Medici)--Con chi eri tu?--Con Ambrosio Bina e Antoniotto Gorano.--Sono quei due colà giacenti?--Essi stessi.--Per qual causa sei qui venuto?--Per ucciderti", esclamò con tuono più fermo e con un lampo di rabbia e di minaccia in volto: tutti fremettero di sdegno, ma il Castellano freddamente proseguì: "Chi t'ha mandato?--Nessuno.--Mentisci; tu non mi conoscevi; palesa chi fu quello che t'ha dato tal ordine?--Nessuno.-- Morirai nei tormenti se non rispondi il vero: da chi fosti spedito?--Da nessuno, ripeto".
Gian Giacomo accennò agli sgherri, e questi attaccarono tosto Spinaferro alla corda: pria che s'incominciasse la tortura, il Castellano gli ripetè più volte la richiesta, da chi avesse avuto il comando di togliergli la vita, ma non ne ottenne alcuna risposta, nè gli squassi e lo slocamento di tutte le ossa valsero a trargli alito mai dalla bocca che sordi lamenti. Fu calato dalla corda: e benchè avesse pel tormento perduto il vigore di reggersi, non gli fu dato che breve riposo, perchè Gian Giacomo volle in sua presenza assumere tosto ad esame anche il Cancelliere e Gabriele, onde tentare almeno di venire in chiaro del fatto.
Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo, penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa, rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre, che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio. Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.
Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice, davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse, gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi, annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.
Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici, tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia, ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di, taci, traditore, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente, "Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala, soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e soffocando spirò.
Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne' loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina. I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere. Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo, e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.
Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza: qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano, pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo: pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi fece aprire la porta di quella sala della Quistione e ne uscì assieme a tutti i suoi.
Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa, il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di massimo e generale interesse.
CAPITOLO SESTO.
Il dì seguente allorch'aperte sono Del lucido orïente al sol le porte, Di trombe udissi e di tamburi un suono Onde al cammino ogni guerrier s'esorte. Non è sì grato ai caldi giorni il tuono Che speranza di pioggia al mondo apporte, Come fu caro alle feroci genti L'altero suon de' bellici instrumenti. TASSO, G. L., C.° I.°
Sul finire di quella burrascosa notte in cui storditi e confusi dall'inaspettato assalto del formidabile abitatore della rupe di Nesso lasciaronsi strappare dalle mani la preda che tenevano di sì certo ed importante possedimento, Alessandro Gonzaga ed i suoi armati giunsero colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle onde alla vista di Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo Ducale, venne dato di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a recare soccorso a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè vedevasi il suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano per vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione. Quando rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in porto, il capitano Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo drappello, recossi prontamente al palazzo del Governatore della città onde narrargli tutto l'occorso, e procurare di giustificare in quell'evento la propria condotta, ciò che ad esso lui forte premeva, poichè il Governatore era in obbligo di tenere esattamente istruiti con doppio rapporto la Corte Ducale e il De Leyva d'ogni avvenimento relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta per affare di sommo momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera Milano.
S'aveva allora Como per governatore il cavaliere spagnuolo Dom Lorenzo Mugnez Pedraria, successo in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi dal duca Francesco Sforza per consiglio, o, diremo meglio, per espresso comando di Antonio De Leyva, che, come s'intese, era Generale supremo delle forze di Carlo V in Lombardia. Importava assaissimo a questi che la città di Como, considerata per una delle piazze più forti, e che aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra il Ducato e l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per farla affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto minore ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto d'appoggio per le consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal De Leyva della persona del Governatore serviva mirabilmente al suo scopo, imperciocchè in tutti i vasti possedimenti del Monarca Spagnuolo al di qua e al di là del mare non eravi vassallo la cui fedeltà si potesse asserire più intera e incorrompibile di quella di Dom Lorenzo Mugnez Pedraria.
Era questi uno di quegli uomini che si potrebbero dire nati colla scala delle dignità e delle gradazioni sociali stampata nel cerebro, per i quali diventa natura il sottomettersi ciecamente ai voleri delle autorità superiori e l'esigere d'essere nell'egual modo dagli inferiori ubbediti: era desso in somma l'uno di que' tali che por ordinacion de su Magestad sarebbe saltato a piè pari in una voragine o in un forno, ma v'avrebbe fatto saltare altresì il più prossimo parente od amico se così gli fosse stato imposto.
Fra le segrete istruzioni che vennero date dal De Leyva a Dom Lorenzo Mugnez appena fu nominato Governatore, la principale era quella di sguarnire Como di difese, e guastarne e demolirne il più ch'ei potesse le fortificazioni, compiendo però tutto questo di maniera tale che apparisse fatto a solo interesse del governo del Duca, adducendone sempre motivi che valessero a togliere dall'animo dello Sforza ogni sospetto di causa opposta al proprio vantaggio. Infatti, dopo brevissimo tempo da che Mugnez Pedraria era Governatore, accadde che Gian Giacomo Medici, vinta e sconfitta la flotta Ducale, pervenne colle proprie navi sotto le mura di Como, mise a fiamme i sobborghi della città, e per poco stette non si rendesse assoluto padrone della città medesima. Colse tosto occasione da quel fatto il Governatore, che bramosissimo era di dare esecuzione ai comandi del De-Leyva, ch'ei riguardava come sola legittima autorità a lui superiore, e riferì al Duca che la sicurezza della città da esso governata richiedeva che si atterrassero tutte le opere forti esteriori, ed in ispecie il Castello, poichè avendosi moltiplicate prove dell'audacia e dell'abilità del Medici nell'impossessarsi delle Rocche le più diligentemente custodite, siccome aveva fatto di quelle di Chiavenna, di Morbegno, di Lecco, di Perego e di Incino, era da temersi che con qualche stratagemma potesse giungere ad ottenere anche le fortezze che contornavano Como, da dove avrebbe poi facilmente colle artiglierie costretta la città ad arrendersi; opinava quindi essere prudente ed utile partito lì concentrare le forze dentro le mura della sola città, dando tosto mano all'atterramento di tutte le esterne fortificazioni. Il De-Leyva chiamato dal Duca a consiglio sostenne con tutto il suo potere l'avviso del Governatore, e il Duca, o fosse che rimanesse convinto delle ragioni addotte nella proposta, o più probabilmente stimasse inutile l'opporvisi, sperando ben anche coll'acconsentire d'ottenere in quella guerra maggiori e più costanti rinforzi di truppe Imperiali, rescrisse a Dom Lorenzo Mugnez operasse quanto meglio stimava opportuno alla difesa della città a lui affidata. Appena lo Spagnuolo s'ebbe nelle mani tale consenso, impiegò quanti potè soldati e popolo a smantellare pel primo il Castello Baradello, antico e famoso Forte che sorgeva a ponente della città sovra una altura, e di cui si vede tutto giorno unico avanzo una quadrata torre, ch'è quella stessa in cui morì rinchiuso entro una gabbia di ferro il Milanese guerriero Nappo Torriano che, vincitore de' Comaschi in tante guerre, cadde alla fine lor prigioniero nella battaglia di Desio, e fu da essi per vendetta fatto in sì barbaro modo miseramente perire. Come il Baradello vennero distrutte le rocche, i ridotti e i baluardi che munivano a qualche distanza quella città, e colle ruine e le macerie ne furono colmi i fossati. D'uopo è però dire che per rendere più verisimile agli occhi del Duca la cagione di quel disfacimento, ed eziandio per non rimanersi affatto scoperto ed indifeso, stante la minacciosa vicinanza del Castellano di Musso, furono dal Governatore fatte restaurare ed afforzare le mura e le torri che cingevano immediatamente la città dal lato del lago, dove il bastione era guasto e cadente per gli infiniti colpi a cui era stato meta nei tanti quivi tentati assalti.