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Del governo della peste e della maniera di guardarsene

DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE LIBRO PRIMO.

Reading edition

CAPO I.

Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie.

La peste, uno de’ più terribili mali che possano affliggere il genere umano, benchè non sia propriamente lo stesso che il contagio, pure suol avere fra noi il nome di contagio, perchè col toccare i corpi, o l’aria degli appestati, o le merci, o robe loro, se ne infettano i sani, con più forza e strage che non accade in altri morbi epidemici e attaccaticci; dilatandosi la peste sino a spopolar le città, le campagne e le province d’abitatori. Consiste la pestilenza in certi spiriti velenosi e maligni, che, corrompendo il sangue o in altra maniera offendendo gli umori, levano di vita le persone, spesso in pochi, e talora in molti giorni, o pur all’improvviso. Quella che nasce dalla totale infezion dell’aria, mai, o quasi mai non suol accadere, benchè per accidente succeda che l’aria ambiente gli appestati s’infetti anch’essa, e tanto più cresca tal infezione, quanto più copioso e vicino è il numero di quegl’infermi. All’incontro bensì frequentemente accade quella che è infezion di corpi contagiosa, cioè, che s’attacca agli altri col contatto e che riesce maggiormente pericolosa nelle città molto popolate e ristrette, e dove non soffiano venti che purgano l’aria.

Non è affatto improbabile che a differenza di altre epidemie, le quali si generano e saltano fuori spontaneamente nei luoghi per cagion dei cattivi alimenti, o degli aliti paludosi, o dei venti nocivi, o d’altri simili seminarj di morbi, la peste sia un’epidemia stabile che vada mantenendosi in giro pel mondo, e passando d’uno in altro paese, e tornandovi dopo molti o pochi anni, secondo che la negligenza degli uomini, la disposizion de’ corpi o altre circostanze le aprono la porta, quantunque sia certo che la peste d’un tempo non sia simile in tutti i suoi sintomi ed effetti a quelle degli altri tempi. E per dir vero, la sperienza ha fatto veder troppo spesso che la peste non nasce da per sè stessa in tanti paesi, ma o vi ripullula talvolta da panni che ritengono il veleno della peste antecedente, o vi entra, portatavi da altri paesi (e questo è frequente) col mezzo di persone, o di merci, o di altre robe infette e senza che alle volte si penetri il come. Chi potesse raccogliere sicure annue notizie di tante e sì varie province dell’Asia, Affrica ed Europa, troverebbe che non c’è anno, in cui la peste non vada desolando qualche paese, e dopo la strage d’uno non passi nel vicino a sfogarsi colla stessa carnificina. Gli stati massimamente suggetti al Turco, sono, sto per dire, un perpetuo seminario dì peste, perchè quasi mai non se ne disparte ella, e particolarmente si fa sentire spesso in Costantinopoli e nel gran Cairo in Egitto, di modo che è pericoloso sempre ogni commercio con que’ paesi. E appunto le più recenti pesti dell’Italia e dell’Europa, o son passate per trascuraggine d’alcuni dall’Affrica nelle isole cristiane del Mediterraneo e poi entrate in terra ferma, o pure dall’oriente penetrando nell’Ungheria, Dalmazia, Polonia ed altri confini del Turco, hanno poi afflitto varie altre parti della nostra Europa. Non occorre far qui menzione di tante pestilenze che di secolo in secolo hanno più volte desolata la terra; ma non si vuol lasciar d’accennarne una delle più terribili che si sieno mai provate, descritta da varj storici e spezialmente dai Cortusi, dal Petrarca e da Matteo Villani. Si partì questa nell’anno 1346 dalla Cina che anche allora era conosciuta, e s’andò avanzando per le Indie Orientali sino alla Soria e Turchia, all’Egitto, alla Grecia, all’Affrica, ecc. Alcune navi di cristiani partite di levante nel 1347 la portarono in Sicilia, Pisa, Genova, ecc. Nel 1348 giunse ad infettar tutta l’Italia, salvo che Milano e certi paesi vicini all’Alpi che dividono l’Italia dalla Germania, ove fece poco nocumento. Nel medesimo anno passò le montagne stendendosi in Savoia, Provenza, Delfinato, Borgogna, Catalogna, Granata, Castiglia, ecc. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda e la Fiandra, a riserva del Brabante, ove poco offese. Nel 1350 oppresse l’Alemagna, l’Ungheria, la Danimarca ecc., continuando ad affligger poscia altri paesi; e quindi tornò indietro di nuovo in Francia e in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano, Avignone e Venezia con levar di vita lo stesso doge Delfino e molti cardinali. Passò dipoi un’altra volta a Firenze nel 1363 e vi morì il suddetto Villani. Ora ecco come l’un paese infetti l’altro. Così nel 1393, siccome scrive S. Giovanni da Capistrano nel suo Specchio della coscienza, da un infetto fu portata a Bologna la peste, e dalla Romagna passò ella in barca a Genova e Venezia, e un altro l’introdusse dipoi in Brescia, Verona, ecc. Tuttavia con questi ed altri infiniti esempj che si potrebbono recare, io tengo che la peste nasca talvolta da sè stessa, senza essere portata altronde, cagionata o dalla cattiva costituzione dell’aria, o dal fetore de’ cadaveri, o pure dai patimenti degli uomini per qualche fame o guerra, o da altri simili disordini, e nata poi l’infezione contagiosa, si attacchi ai vicini e si chiami contagio o peste, quando essa ha certi sintomi e fa grande strage de’ popoli.

L’ordinaria permanenza della peste in una città suol essere di nove in dodici mesi, dopo di che suol cedere. Ma in alcuni paesi ove si vive con bestiale sprezzo o troppa familiarità di questo morbo, e senza curarsi molto delle espurgazioni, e senza mettere in opera tanti altri rimedj che si usano nelle savie città, vi ha fatto soggiorno più anni, o pure vi è da lì a non molto ripullulata. Della suddetta peste del 1348, narra il Villani che essa non durava più di cinque mesi in ciascuna terra: i Cortusi dicono sei mesi. Nel 1630 la peste che saccheggiò cotanto l’Italia, entrò anche nella nostra città di Modena nel mese di Luglio, siccome appare dagli editti d’allora e cessò il dì 13 di novembre di quello stesso anno, benchè si continuasse a star senza commercio, e con tutti i riguardi sino al fine del gennaio dell’anno seguente 1631, sì per attendere all’espurgazione, come ancora per non praticare colla gente o sospetta o infetta del contado, essendo anche dopo il dì suddetto di novembre succeduto in città qualche caso di morte pestilenziale che fece proseguir le cautele. Nelle città grandi e popolate non è sì facile che la peste ceda presto, perchè il pascolo della morte è grande, e non bastano spesso tante diligenze e spurghi in campo sì vasto. Gli esempj son chiari di Venezia, Milano, Napoli, ecc. In questa ultima città si accese ella l’anno 1526, e continuò del 27, 28 e 29, come narra il Summonte. Tuttavia, ove si pratica esattezza singolare, la pertinacia del male resta vinta. In Roma entrò la peste l’anno 1656 sul principio di giugno; e verso la metà di marzo nell’anno seguente 1657, mercè del buon governo si cominciò ivi a goder buona salute. Ma succeduti dipoi nuovi casi, si replicarono le diligenze finchè il male cessò affatto sul fine del seguente luglio.

Più strage suol ordinariamente far la peste nei mesi caldi o negli autunnali che nei freddi; ma non lascia ella d’infierir talvolta anche più nel verno che nella state, forse perchè allora occorrono venti caldi, o perchè cominciata la peste nell’autunno o nella state, il suo maggior furore ed accrescimento viene a cadere nel verno. La peste del 1630 fu al sommo in Padova ne’ mesi di giugno e luglio, ma in Venezia la stessa fece strage maggiore nell’ottobre, novembre e dicembre, continuando poi quasi tutto l’anno seguente 1631 sempre diminuendo. Nella Gheldria la peste del 1636 esercitò le maggiori sue forze dal principio di maggio sino al fine d’ottobre. Gran varietà è in questo punto; ma, come dissi, la state d’ordinario mette in maggior rabbia questo perniciosissimo veleno, e il verno freddo o l’indebolisce o l’estingue.

Un’altra diversità fra peste e peste suol appunto consistere nella minore o maggior fierezza. Alcune son funestissime, ed empiono la terra di strage; altre men crudeli si contentano di un tributo più discreto di morti. Quella del 1348 che testè accennammo, levò del mondo quasi le quattro delle cinque parti della gente europea per attestato del Villani e d’altri scrittori. Nel medesimo secolo altre non men fiere pestilenze portarono un’incredibil mortalità per l’Italia, Germania, Francia e Spagna. Quella del 1564 sì rabbiosamente infierì pel Lionese, per la Savoia con istendersi ne’ confini degli Svizzeri e nel territorio de’ Grigioni, che in quelle bande uccise poco meno dei quattro quinti. L’altra che nel 1575 e nei seguenti afflisse alcune città d’Italia, fu di gran lunga più mite in Milano, che un’altra ivi pur succeduta prima nel secolo stesso; e all’incontro essa fu perniciosissima alla città di Venezia. L’altra del 1630 portò un’orribil desolazione al suddetto Milano, nella qual città e diocesi dal principio d’aprile, in cui si dichiarò per peste, fino alla metà del prossimo settembre, ascese la mortalità a 122 mila persone, continuandovi poi ancora per alcuni mesi. Si è anche osservato che qualche peste ha infettato gli uomini di certe professioni o nazioni, e lasciati intatti quei d’altra professione o nazione, benchè tutti abitassero nel medesimo paese infetto.

Questa differenza di effetti deriva o dalla qualità della pestilenza medesima, i cui spiriti sono ora più ora men velenosi; o pure dalla più o meno esatta cautela e preservazione delle città, o dalla precedente diversa disposizione dei corpi, delle stagioni e dell’aria. Nel 1628 fu gran carestia nello stato di Milano e in altre parti della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra che sopraggiunse, di maniera che in quello e nel seguente anno 1629 morì di fame e di stento in Milano stesso non poca gente, e vi fu una sollevazione del popolo. Ora non è da maravigliarsi se succedendo poi la peste da lì a poco, e trovando sì mal nutrita e piena di mali umori la povera plebe della Lombardia, ne levò tante centinaia di migliaia dal mondo. In Modena però e nel suo contado noi sappiamo che il mal contagioso non infierì come in altri paesi. Per altro non sono d’ordinario men sottoposte a perir di peste le persone sane e ben nutrite, che le infermicce e mal nutrite, anzi talvolta è accaduto che più quelle che queste sieno restate preda del male. Un’altra differenza si può osservar fra alcune pesti, ed è che le une porteran seco flussi di sangue, petecchie, dissenterie, ed altre vomiti, frenesie, abbattimenti di forze e simili altri sintomi. Sogliono nulladimeno tutte le vere pesti generar carboni e buboni, del che ragioneremo a suo luogo.

Mi terrò io lontano dal voler qui atterrire i lettori coll’immagine orribile di qualche peste, esposta secondo la relazione di coloro che ne furono miseri spettatori, perchè piuttosto mio intento sarà di preparare e consigliar coraggio in sì funeste occasioni. Tuttavia, affinchè le persone, e massimamente i magistrati, considerando per tempo, e serbando viva davanti agli occhi l’eccessiva miseria di questo gran flagello, mettano in opera qualunque possibil mezzo e diligenza per preservarsi e per tenerlo lungi, stimo necessario di ricordare che fra i mali che possono affliggere un pubblico, non c’è il più orrido, nè il più miserabile della peste, sì per quei che soccombono alla sua fierezza morendo, come per quei che si van conservando in vita. Chi mira una città sana in questo punto e vi figura poi entrato il contagio, può senza timor di fallare dire fra sè stesso: Ecco di tante migliaia di persone robuste e sane, di tanti artefici ed operai, di tanti cittadini onorati, dabbene, utili, alcuni miei parenti o amici, e tutti fratelli in Cristo, tanti e tanti non ci saran più, e fra pochi mesi; e una gran mano d’essi morrà quasi all’improvviso, benchè sanissima dianzi, parte barbaramente abbandonata da’ figliuoli, da’ fratelli, dai mariti, da’ parenti o dai suoi più cari, parte di stento e per difetto o di soccorso o d’alimenti; e ciò ne’ lazzeretti medesimi che pure sono inventati principalmente per la salute de’ poveri appestati; e talvolta senza sacramenti e senza chi assista a quel gran passaggio, e con total disperazione, siccome fuggita o derelitta da tutti. Al prender poi vigore la peste è incredibile che terrore assalisca chi non è provveduto di buon coraggio (e questi sono i più del popolo) al mirarsi circondato di morti, all’udire il suono o al vedere il brutto aspetto delle carrette che asportano ammontati l’un sopra l’altro i cadaveri degli estinti, e al temere continuamente che da un’ora all’altra possa intervenire lo stesso a chi ora si sente benissimo di sanità. Il solo doversi tener rinchiuso per settimane o per mesi in casa (e tanto più se per ordine del magistrato) è una penosissima prigionia, aggiunti tanti bisogni che occorrono, e il non potersi allora far molto capitale d’amici, o di parenti o dei suoi contadini, per la difficoltà o impossibilità del commercio, talmente che al vedersi attorniati da tanti suoi ed altrui mali, alcuni diventano come stolidi, ed altri si muoiono anche senza essere tocchi dalla peste. E siccome i principi perdono in tal occasione il nerbo maggiore del loro dominio, cioè tanti sudditi, e la maggior parte delle gabelle e dei tributi, e ciò per molti anni appresso, essendo di più anch’eglino costretti a digerire non pochi disagi e pericoli, durante il contagio, e dipoi, giacchè i principi stessi, al pari dell’infimo de’ sudditi, son sottoposti agli assalti e alle ferite di questo tirannico male: così i sudditi si trovano allora per la maggior parte privi delle proprie rendite e del traffico, e però sottoposti a diversi altri gravosissimi incomodi delle lor case. Nè colla peste suol finire il danno della peste, mirandosi per lo più venirle dietro la carestia per mancanza di chi lavori le campagne, e non trovarsi se non difficilmente i necessarj artefici, operai e servitori, e doversi pagar carissimo tutte le manifatture dimestiche e le robe forestiere, senza rimettersi o mai più, o se non dopo lungo tempo, nello stato di prima l’abbattuta e desolata terra o città.

Ho detto molte, e pure non ho detto assai per far ben intendere i gran danni, terrori e miserie che reca seco la pestilenza. Ma si può facilmente immaginare il resto, e questo ancora è di troppo, per discendere ad una importantissima riflessione, cioè alla necessità che hanno tutti i principi, magistrati e capi de’ popoli, d’impiegare quanto mai possono sì d’ingegno e di attenzione, come di premura e spesa, per impedire alla peste l’adito nei lor paesi, e per tenerla lontana o scacciarla presto introdotta che sia. Bisogna pertanto persuadersi che le diligenze umane, purchè non vadano disgiunte da un fedele ricorso a Dio, possono preservare e preservano dal contagio i paesi, e per conseguenza che il non usarle per quanto si può e a tempo, questa è una solenne e miserabil pazzia, o pure una negligenza difficilmente degna di perdono sì presso agli uomini come presso a Dio. Nè pretendesse alcuno di esentarsi da tale obbligazione, o di sfuggire tal sentenza con dire che quando Dio vuol flagellare una città, a nulla servono le diligenze umane; perciocchè quantunque sia certissima questa conclusione, pure non tocca a noi ciechi mortali il voler entrare ne’ gabinetti dell’alta provvidenza di Dio; ma bensì a noi s’appartiene il far quanto prescrive l’umana prudenza per preservar noi e il prossimo nostro dalle infermità, morti e miserie, implorando nel medesimo tempo dal misericordiosissimo nostro Dio il perdono delle colpe e il soccorso nelle necessità. Ai soli Turchi si lascia il non provvedere, quando pur si possa ai mali o presenti o avvenire, quasi ciò sia un temerario o superfluo operare contra i decreti del cielo. Il cristiano ha da venerare in tutto i santi e sempre giusti e saggi voleri di Dio, certo superiori a tutti gli sforzi degli uomini; ma non crede egli quel fato, o destino che insegnarono i gentili: e sa che la divina provvidenza non confonde il corso della natura e delle cagioni seconde, nè toglie la libertà agli uomini, anzi comanda loro l’uso della prudenza negli affari e nella custodia e conservazione di questa vita terrena. Però in infinite altre occorrenze, e nel guardarsi da tanti altri mali, anche i più dotti e santi non debbono ommettere, nè ommettono diligenza veruna, e spezialmente ciò fa e dee fare la cristiana repubblica ne’ pericoli de’ contagi.

Si può anche opporre che poco frutto s’abbia in fine da sperare in molti paesi da sì fatte diligenze, considerata la mancanza di tante cose e massimamente di vettovaglie, per provveder le quali dovendosi necessariamente commerciar co’ vicini, troppo riesce difficile il non partecipar della loro sciagura. Ma si risponde esserci regole e maniere d’aver commercio infin co’ paesi infetti o sospetti in tempo di peste per trarne vettovaglie, senza che per questo se ne tragga ancora la peste. Le accenneremo a suo luogo. Il punto sta che tali regole non si fanno osservare, nè son bene spesso osservate, con restare perciò inutili tutte le antecedenti diligenze; e però qui ha da essere lo studio e l’attenzione più premurosa de’ magistrati, acciocchè nessun vi manchi per frode, interesse o negligenza non perdonando per questo oggetto nè a premj, nè a pene, nè a vigilanze, nè a spese.

Ma perciocchè a convincere che una cosa può facilmente farsi, non c’è il più palpabile argomento che il mostrarlo facilmente ed effettivamente fatto in tante altre congiunture: cito qui la memoria di molti a ricordarsi di quante pestilenze sono accadute a’ suoi giorni, o sono a lui note per altra via; e in ognuna d’esse troverà egli che la peste si lascia porre degli argini, e non s’inoltra dapertutto, ma si ferma ai confini, e alle porte di chi vi s’oppone con prudenti e rigorose cautele. Pochi anni passano, che non s’oda regnar la peste o in Costantinopoli, o alle Smirne, o in Grecia, Bossina ed altre province del Turco, confinanti al dominio Veneto; e pure non penetra ella d’ordinario più innanzi, stante la gran precauzione di quell’inclita repubblica, la quale può appellarsi maestra di tutti anche nella diligenza e prudenza di tener lungi questo terribil flagello. Pochi anni sono, la Polonia, l’Ungheria, la Prussia, la Danimarca ed altre province settentrionali furono gravemente infestate dal contagio; ma questo non passò già a maltrattare le contrade confinanti. Si vide il medesimo regnar in Vienna d’Austria a’ tempi di Leopoldo I, ma fu così ben posto argine alla sua furia che non si stese per tanti altri paesi. Così la città di Conversano nel regno di Napoli a’ tempi della sede vacante d’Alessandro VIII ne restò fieramente afflitta, ma mercè d’un cordone di separazione dagli altri paesi sani, non comunicò il suo malore ai vicini. Nell’anno 1576 furono oppresse dalla peste le città di Milano, Mantova, Padova, Venezia ed altri luoghi; ma la maggior parte dell’altre città della Lombardia si difesero; e fu osservato dal Cavitelli che nel Cremonese non si godè mai sì buona salute, come allora, quantunque Parma e Piacenza avessero bandita quella città per sospetto ch’ella non potesse esentarsi dal commercio con Milano. Infierì essa peste allora anche nella Sicilia, e nella Calabria e Puglia, e pure la città di Napoli tante diligenze e strettezze usò che seppe preservarsi, e ciò contuttochè per attestato del Summonte vi penetrassero di nascosto alcuni appestati, i quali occultamente furono curati senza danno degli altri. Nel 1656, Roma, Napoli, Genova ed alcune poche altre città soggiacquero alla peste; ma senza che se ne comunicasse il veleno al di qua dall’Appennino, nè alla Toscana, nè a tanti altri paesi confinanti. Anzi Castel Gandolfo, benchè vicino a quel di Marino e ad altre terre infette, si preservò per cagion delle diligenze ivi adoperate.

Ma per venire alla peste del 1630, funestissima in tutta la Lombardia, e di cui dura puranche memoria nella nostra città, egli è certo che la città di Treviso, avvegnachè assediata d’ogn’intorno dal male, restò illesa. Ferrara anch’ella si preservò; e pure, come diremo, entro d’essa accadde qualche caso di peste. La città di Faenza fu quella che col mantenersi sana tagliò i progressi al morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna. E ciò avvenne, perchè poste dai Faentini le guardie ad un fiume che scorre poco lungi dalla città, un degno prelato ch’era allora al governo e alla custodia d’esso, indefesso di giorno e notte, quando manco si pensava, compariva a cavallo a riveder le guardie e i passi del fiume più facili; e tenendo le forche in piedi fuori della città, non risparmiava nè terrore, nè gastighi ai disubbidienti. Così la città di Reggio, benchè posta fra Modena e Parma, ambedue città infette, lungamente si mantenne sana, e forse ne sarebbe andata esente, se il male non vi fosse stato portato disavvedutamente da chi era di sopra alle leggi. E in quella medesima peste del 1630, egli è noto fra noi che nel ducato di Modena le terre di Vignola, Guiglia, e tante altre castella della collina e della montagna, quantunque confinanti ad altre infette dalla pestilenza o circondate da essa, pure col mezzo delle guardie e diligenze usate schivarono così terribil disavventura.

All’incontro quasi tutte le terre e città invase dalla peste, sanno e saprebbono dire, onde sia proceduto il principio della loro infezione, cioè dall’aver trascurate le debite diligenze, e dal non aver fatto osservare le leggi prudentemente stabilite in somiglianti pericoli e disordini. Io non parlerò qui se non di Roma e Padova. Infierendo l’anno 1656 la peste in Napoli (che v’era penetrata dalla Sardegna) furono asportate molte vesti e panni, che maneggiati da persone appestate aveano contratta la semenza del male; e questi introdotti in Civitavecchia e Nettuno, passarono anche furtivamente entro di Roma stessa, accendendo poscia in tutti que’ luoghi il fuoco contagioso che a poco a poco si dilatò ne’ contorni. Penetrò la peste in Padova nell’anno 1630, perchè furono poste le guardie a’ confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente ai passi, a cui bastava mostrare qualche bulletta per passar oltre. Persone potenti da un’altra parte entravano per forza nel distretto padovano, essendo in qualche paese le leggi, come le tele di ragno che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l’ali più vigorose. L’interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d’essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini e poscia ogni sorta di persone. Tralascio altri esempj.

Ecco dunque di che conseguenza sia l’uso o l’ommissione delle diligenze umane in pericoli sì gravi quali sono quei d’una pestilenza. Ma se l’accuratezza del governo politico può tener lungi da una terra e città questo orribil male, la conseguenza è chiara, esser degni di gran vitupero presso degli uomini i capi del popolo che le trascurano, o non le fanno eseguire ne’ sospetti di peste, e dover eglino rendere un conto strettissimo a Dio d’avere per lor negligenza così mal difesa in sì importante bisogno la gente raccomandata alla lor cura dalla provvidenza divina. Di più questo è non meno un obbligo gravissimo che un interesse rilevantissimo tanto dei sudditi quanto del principe. Nè perchè possono costar molte spese al pubblico e moltissimi incomodi ai privati, sì fatte diligenze, si dee tralasciare; perciocchè ha da star fissa in mente dei principi, dei magistrati e dei privati questa gran verità, cioè, non esserci spesa, nè incomodo che uguagliar possa in conto veruno le spese e gl’incomodi terribilissimi d’una peste; e non impiegarsi mai meglio le fatiche e i danari, che per conservare a un tempo stesso la salute propria e la vita del popolo tutto. Si spende, e si dee spender tanto in lazzeretti e mantenimento di poveri, e cure d’infermi, e in guardie e ministri, allorchè è venuta una peste; e pure anche allora si perdono migliaia di persone utili o necessarie alla repubblica: quanto più dunque si dovrà amare o tollerare di spendere, e spendere tanto meno, per tener lontano un contagio e salvar con ciò la vita a sì gran numero di persone che perirebbono per mancanza di tali spese e diligenze? Chi s’intende punto di economia e molto più di carità cristiana, tosto comprenderà la necessità di queste preventive diligenze, delle quali passerò ora a trattare con esporre il governo politico in tempi di peste.

CAPO II.

Argini e difese da opporsi affinchè il contagio non s’accosti. Con quali diligenze se gli abbia a disputar l’ingresso e l’avanzamento. Entrato il morbo, tentativi per soffocarlo. Quarantena proposta a questo effetto.

Bisogna sulle prime figurarsi che nei sospetti e pericoli di peste una città si trova nello stato medesimo, come se fosse minacciata di guerra da un principe o popolo vicino di gran possanza e fierezza, che pensasse ad occupare e devastare il territorio di lei e in fine lei stessa; con questa sola differenza che i mali e danni d’una guerra vengono regolarmente da chi è nimico e straniero; e quei della peste da chi regolarmente è amico ora straniero ed ora del paese, o da chi involontariamente vi porta la rovina anche sua. Ma chiunque vuol offendere la vita nostra e del popolo nostro, quantunque internamente non covi egli in seno sì barbara voglia, pure si presume nostro nimico; e si può o si dee tener lontano colla forza e metterlo in istato di non poterci nuocere atterrendolo, fermandolo, gastigandolo, ed anche rigorosamente secondo i differenti casi di maggiore o minore negligenza, malizia e fraude. Sicchè a guisa de’ pericoli della guerra s’ha ne’ pericoli della peste da adoperare ogni possibil forza e difesa, a fin di salvare il proprio distretto e la propria terra o città.

Allorchè dunque s’ode incrudelire questo terribil morbo in paesi contigui all’Italia, o di tal positura che possa di colà passare alle nostre città, convien subito mettersi in difesa e unirsi coi confinanti e coll’altre città italiane, per impedirgli l’entrata in Italia. Avendo il Signore Iddio separata coi monti e col mare questa grande e felicissima provincia dall’altre, non è a lei difficile il guardarsi e salvarsi dalla vicinanza o dagli assalti d’una peste, purchè la violenza sregolata dell’armi e degli armati non disordini e renda inutili le buone regole degl’Italiani e non venga per forza a rovinarci. Le diligenze che usa una città o provincia di frontiera in simili casi, sono non men difesa di lei, che difesa dell’altre, le quali stanno più addietro; e appunto le leggi della natura e delle genti ci obbligano tutti a simil difesa anche per salute de’ vicini.

Che se penetrasse in Italia, e si avvicinasse il contagio pestilenziale, coll’andar superando gli argini dell’altre città più esposte, allora la nostra dee raddoppiar le diligenze e difese, come se l’effettivo esercito o principe nimico venisse per assediarla e soggiogarla. Consistono tali diligenze in esigere le fedi della sanità con gran rigore, avvertendo bene che non vi sia frode in esse, e che per le persone del distretto sieno almen riconosciute e segnate dal curato della villa. Ne’ pericoli gravi sarà prudenza non solo il contrassegnar le fedi, ma ancora il bollarle con sigillo a posta, mettendovi anche numero d’abaco particolare e usando altre cautele. Accade pur troppo che alcuni concedono fedi le quali non contengono verità con aggravio ed inganno de’ vicini. Altri le falsificano, ed altri non sapendole ben leggere, o confrontare, restano delusi. Ne’ gravi sospetti non si ammette forestiero e nè pur terriero se non si sa di certo che egli sia dianzi stato per molto tempo in luogo sano. Parimente convien sospendere il commercio a luoghi sospetti, non accettando senza quarantena persone o robe che vengano di colà; e in levarlo affatto ai luoghi infetti di peste, con regolar solamente qualche comunicazione per le grascie e vettovaglie, se la necessità il richieda secondochè diremo più a basso. In oltre il costume è di mettere guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno possa entrare senza veduta e permissione dei deputati; di far battere da gente a cavallo la pattuglia ai confini; di tagliar tutte le strade che abbiano comunicazione col paese appestato, talmente che resti interdetto ad ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà se non per la via che per necessità fosse stata destinata e riservata dai magistrati e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’ passi; di custodir bene le porte e mura della terra o città, chiudendo ancor le porte men necessarie, e di usar altre simili cautele e provvisioni che son triviali e notissime a tutti. Ma si avverta che riusciranno inutili le guardie, se non si farà buona guardia alle stesse guardie; cioè saranno necessarie persone d’autorità e d’attività che indefessamente facciano eseguir gli ordini e fare il suo dovere alle sentinelle e ai corpi di guardia, altrimenti la trascuraggine o venalità di costoro lascerà per poco entrare la peste e indarno si dirà poi: Bisognava fare così e così: io non credeva, e simili altre superflue scuse e inutili pentimenti.

Appresso è da osservare che per ben assicurarsi da questo non men fiero che fraudolento nimico bisognerebbe non contentarsi d’un solo trincieramento ai confini, ma disporne alcun altro più indentro e finalmente alle porte della terra o città, acciocchè se mai per negligenza o malizia delle guardie poste a’ confini penetrasse il male, non passi egli il secondo argine, o superato questo non s’inoltri al terzo e così al cuore del popolo. Si dee far quanto si può per custodire tutto il confin dello stato; ma perchè tal custodia suol riuscire pericolosa e difficile, ove i confini dell’una giurisdizione coll’altra son vasti e facili a superarsi, nel qual caso talvolta i forestieri e sovente i paesani poco scrupolosi e molto ingordi di guadagno passano e ripassano: perciò il più sicuro trincieramento si dee credere che sia quello de’ monti, fiumi, canali grossi, fosse profonde e simili. Un grande argine facile a guardarsi, purchè si volesse far bene il suo ufizio, sarebbe per esempio il Po allorchè dalla Germania penetrasse la peste nell’Oltrapò, e il di qua da Po potrebbe agevolmente preservarsi. Ma conciossiachè in sì gravi pericoli non convien fidarsi molto de’ vicini, oltre alle guardie che dovrebbero porsi ai confini esposti di tutto lo stato del sereniss. Duca di Modena, bisognerebbe ancora metterle alle rive della Secchia e del Panaro e in una linea da tirarsi fra questi due fiumi, per custodir Modena, e lo stesso dovrebbon fare dal canto loro l’altre città e terre del suddetto stato, ai fiumi o canali o argini che paressero più proprj; affinchè se il confine dello stato non bastasse a tenere indietro il nemico, quest’altro più forte trincieramento l’arrestasse. Che se nè pur questo reggesse, le porte e mura della città sono e possono essere d’un antemurale fortissimo e sicuro, purchè si osservino accuratamente le regole prescritte dai saggi in tali congiunture, col non permettere commercio fra i cittadini sani e i forensi infetti e col non prendere le robe di questi se non colle cautele che si accenneran più a basso. E sopra tutto s’abbia ben l’occhio in ogni popolazione a certuni, le cui rendite, anzi il quotidiano vitto son riposte nel condurre continuamente da un paese all’altro o vettovaglie o bestiami o altre robe venali. Costoro anche colla forca sugli occhi vogliono continuare il loro mestiere, nè si può dire con che pregiudizio o pericolo della pubblica salute.

Anzi è da sapere che entrato il male anche nella città, qualora se ne accorgano per tempo i magistrati, si può sopire e per così dire affogare nei suoi principj, chiudendo e tagliando fuori dal commercio degli altri quelle case che avessero qualche persona infetta e le persone che avessero comunicato con esso lei o maneggiato sue robe. C’è di più, può anche darsi che col tagliare una contrada o un quartiere d’una città si preservi il rimanente degli abitanti. Ripullulato il contagio in Firenze l’anno 1632 si serrò nel quartiere ove esso faceva danno e in venti giorni tornò a restituirsi il commercio. Così nella peste di Roma del 1656 una porzione della città di là dal Tevere, scopertasi infetta, fu in una sola notte rinserrata e fatto un muro all’intorno con istupore e con inutili doglianze di quegli abitanti che se ne avvidero la mattina. Così in Venezia nella peste del 1576 declinando il male nella parte della città di qua dal canal grande, questa fu difesa con guardie dall’altra, ove tuttavia infieriva il male. Narra il Faustini nelle storie di Ferrara che del 1630 essendo già la peste in Verona, si dilatò la mortalità sino ad Ostiglia, da dove essendo passato a Ferrara un Veronese appestato, andò ad alloggiare in casa d’un suo compare abitante incontro alla chiesa di S. Antonio vecchio. Costui si pose a letto con febbre, e visitato da’ medici fu giudicato tocco della peste, siccome era in fatti, e in due giorni morì. Il perchè quel cadavero fu subito sepolto nella calce viva, e chi l’avea ricettato in casa fu condotto colla sua famiglia al lazzeretto fuori della città e chiusa la sua casa. Quindi si rinovarono le diligenze, e non restò per tal accidente presa dalla peste quella città, benchè il male si dilatasse poi sino a Melara e Brigantino, e passato il Po venisse ancora al ponte del Lagoscuro e in altre ville poco lungi da essa Ferrara. In somma convien tentare tutti i mezzi per vedere di opprimere sì crudele avversario, disputandogli a palmo a palmo il terreno come si fa nelle città assediate, delle quali, insin quando l’oste contraria s’è impadronita della fossa e de’ bastioni, a forza di tagliate e barricate si va mantenendo il cuore della città. Ma si ricordino bene tutti i principi e magistrati, essere un punto di somma importanza il non avere allora nè lasciar avere parzialità per alcuno, sia cavaliere, sia dipendente da’ ministri, sia privilegiato dal principe stesso. Un solo peccato d’indulgenza può portare l’eccidio a un pubblico tutto. Riuscì bene in Roma nella peste del 1656, perchè non si guardava in faccia ad alcuno.

Ma poniamo che il morbo, superato ogni riparo, ed entrato in una terra o città non si possa colle vie suddette soffocare, e che oggi uno, domani due o tre e in luoghi diversi dalla città, comincino a morir di peste, in guisa che resti solo ii gran pensiero di salvare da così fiero incendio i più che si potranno del popolo, allora è necessario che i magistrati con una pronta e ben pesata consultazione propongano l’ultimo de’ rimedi che son per accennare. Non è già esso da mettere in disputa, essendo efficacissimo e tale che si dee, purchè si possa, tosto abbracciarlo; ma solo è da esaminare se si abbiano o possano aversi mezzi per mettere in opera questo ripiego, il qual pure fu insegnato e praticato in vari luoghi con felicissimo successo dal P. Maurizio da Tolone cappuccino, siccome egli narra nel suo Trattato Politico della Peste, opera molto utile, stampata in Genova l’anno 1661. Consiste esso nel mettere in quarantena almeno tutto il basso popolo della città, dal quale, e non dai nobili e dalle persone comode, la sperienza fa troppo spesso vedere che il male è facilmente disseminato e introdotto anche nelle case de’ più guardinghi. Cioè dopo avere ordinato che chi vorrà in termine di alcuni giorni partirsi dalla città, possa farlo, si ha assolutamente da rinserrare nelle proprie lor case il volgo e i poveri tutti sotto pena della vita, con interdire ogni commercio fra una casa e l’altra, e con provveder poscia ai rinserrati bisognosi il vitto ed altro che occorra. Scorgendosi dipoi infetta alcuna d’esse case, quella colle robe sue e non le altre, si dovrà purgar coi profumi, avendo buona cura delle persone che, o ivi restano o si conducono altrove, siccome sospette del male. Che se anche nell’ordine più civile de’ cittadini fosse penetrata la peste, i medesimi si dovrebbono obbligare a questa medicinal prigionia.

Un gran bene si ricava da tal rinserramento, perchè così vien tolta l’occasion di conversare e di vicendevolmente imbrattarsi. I magistrati più facilmente esercitano le loro incumbenze; e si schivano le ladrerie costumate in simili tempi, nei quali la vil plebe si fa lecito ogni disordine e coll’appropriarsi le robe degli appestati, tira addosso a sè la morte e la comunica ad altri. Basta il tempo di quaranta giorni per recidere e soffocare il male, mentre chi è sano, si fa conoscer tale dopo tal prova; e chi tale non era o avea in casa i semi del male o manca di vita o guarisce; ed espurgandosi immediatamente la sua casa e robe, si taglia la via al male di passare ad infettare altre persone e case. Il sequestrar la plebe minuta nella forma suddetta, può conservar la vita a loro e a tante altre migliaia di persone, le quali pel conversare potrebbono contrarre un morbo che sì facilmente si comunica per commercio o delle persone o delle robe. Dopo i suddetti quaranta giorni scorgendosi che non muore alcuno di peste, ed espurgati i luoghi e le robe o sospette o infette, si può rimettere come prima il commercio interno della terra o città.

Il punto sta, come dissi, in consultar bene se vi sia nerbo per provveder di vitto il popolo rinchiuso. Ma si osservi, essere di spesa ed impegno maggiore il mantenimento delle capanne e dei lazzeretti, i quali in fine non difendono la gente dalla morte, anzi talvolta servono a far morire chi non sarebbe morto o ad affrettargli il passaggio, e certamente non sono atti ad estinguere il male già penetrato ed allignato in una città. Nè la spesa di tal quarantena si troverà insoffribile alle prove, sì perchè moltissimi cittadini si saran già ritirati alle ville; e di quei che restano in città, buona parte sarà provveduta di vettovaglie, senza che i magistrati abbiano da pensare al loro sostentamento. Io per me non so precisamente, come riesca e fosse per riuscire in pratica e massimamente in città grandi, questo rimedio che in teorica mi comparisce sommamente utile, per non dir anche necessario. Ma so bene che nelle due pestilenze che tanto afflissero la popolata città di Milano negli anni 1576 e 1630 dopo esser morte tante migliaia di persone, non cessando il male, altro rimedio non si trovò per vederne il fine (e si noti bene) che quello di mettere in quarantena, cioè di rinserrar nelle sue case per quaranta dì tutto il popolo, sì nobile come ignobile a riserva de’ magistrati, ministri e serventi necessari: dopo di che restò oppressa e cessò affatto la pertinace mortalità, mantenuta fino allora dal commercio de’ cittadini, e spezialmente da quello della plebe e de’ poveri. Ma se infine bisogna ridursi alla quarantena o sia a tal rinserramento, per salvare le reliquie del popolo fin allora preservate dal comune incendio: quanto più gioverà e sarà convenevole quando mai si possa, il tentare lo stesso rimedio e scampo su i principj per vedere di mettere in salvo la cittadinanza tutta? Per compimento di ciò aggiungerò le parole stesse del soprammentovato cappuccino, il quale dopo aver consigliato e commendato questo ripiego, come atto a purgare dal contagio qualsivoglia città, così conchiude: La lunga pratica ed isperienza è quella che m’ha insegnato, non potersi dare rimedio nè più facile nè più efficace, nè più presentaneo di questo.

CAPO III.

Alleggerire le città d’abitatori. Poveri se si abbiano da escludere. Libertà ai cittadini di ritirarsi in villa. Fuga utile e permessa a tutti, fuorchè alle persone necessarie per la repubblica.

Passiamo ad altre provvisioni necessarie in sospetti di contagio. La prima d’esse ha da esser quella di alleggerir di gente la città. Appena s’odono casi di peste lontana sì ma che obblighi alle precauzioni delle fedi di sanità e ai rastelli o cancelli, si debbono licenziar dalla città, anzi da tutto quanto lo stato in termine di pochi dì, i birbanti, vagabondi, cingani, questuanti, lebbrosi, impiagati e simil sorta di gente che non eserciti qualche arte, e non voglia procacciarsi il pane se non col mezzo troppo comodo del mendicarlo. Tal proclama ha da essere per i forestieri, perciocchè ragion vuole che costoro non occupino essi il pane ai veri poveri del paese nelle strettezze d’una pestilenza; e non è un mancare di carità verso di quelli l’assicurarsi il più che si può che non venga meno la carità a’ poveri della patria sua, perciocchè nell’ordine della carità hanno questi da essere preferiti agli altri. Anzi in ogni buon regolato governo nè pure in tempi liberi da ogni sospetto di male si dovrebbono permetter coloro che non vogliono faticare, ma sì bene vogliono nudrirsi delle altrui fatiche nella terra non sua, con pregiudizio di chi è ivi cittadino, ed è veramente bisognoso e degno dell’altrui limosina. Facilmente bensì potrebbono mancare i magistrati alla giustizia e carità, se in pericoli di contagio volessero espellere fuori dello stato anche i poveri nativi o già divenuti cittadini della terra, essendochè questi sono parte della repubblica e hanno diritto d’essere soccorsi nella loro necessità dalla lor patria. Nè gioverebbe il dire che non lavorano; poichè, qualora possono lavorare, ha da imputare a sè il principe, se non gl’impiega e costringe alla fatica lor conveniente; e quando non sieno atti a guadagnarsi il pane colla fatica a cagione delle loro infermità, tutte le leggi della carità insegnano che s’hanno da alimentare coi soccorsi e colle fatiche dei sani della sua terra. Anzi se avvenisse che trovandosi oramai chiusi tutti i passi non potessero sloggiare dal paese i poveri forestieri, non è lecito il cacciar via nè pur questi; ma si debbono tollerare e soccorrere in tal congiuntura, essendo colpa dei soli magistrati il non avere per tempo scaricato il paese di queste bocche. Io non intendo però con questo di riprovare la sentenza del Ripa legista, il quale insegna doversi anche espellere i poveri del paese che possono e non vogliono lavorare; perchè, dice egli, e dice il vero, costoro coll’andar qua e là questuando son quelli che seminano e dilatano il contagio. Quando non si potesse provvedere a questo inconveniente con altro che con iscacciarli, allora sarà lecito il farlo. Ma si potranno trovar de’ rimedi men crudi di questo.

Avvicinandosi poi a gran passi la peste, o accaduto qualche caso in città, onde si vegga evidente il rischio di non poterla cacciar fuori o tenerla lontana, hanno alcuni osato d’intimar la partenza dalla città a chi non ha maniera di sussistervi; ed altri nè pure han voluto dar licenza ai cittadini di ritirarsi alla campagna e alle loro ville. L’uno e l’altro ripiego è crudele ed ingiusto. Il primo, perchè si espone la povera gente ad un manifesto pericolo di morir poscia di fame o di stento per la campagna; il secondo, perchè si espone troppa gente al pericolo d’infettarsi in mezzo al commercio e alle morti frequenti d’una città. Sarà pertanto convenevole e giusta la determinazione di permettere a chiunque voglia il ritirarsi fuor della città, e il cercare ricovero in parte men pericolosa. Questo può essere ugualmente utile a chi va e a chi resta.

Imperocchè certa cosa è che il contadino o cittadino in campagna, siccome segregato dagli altri e lontano dal concorso e commercio di chi può attaccargli il male, purchè si abbia buona cura nel praticar co’ vicini, e non porti seco nella solitudine il veleno già preso, si può con gran facilità preservare illeso dalla pestilenza. All’incontro diminuendosi il numero degli abitanti nella città, men pascolo viene a restare al morbo, e men occasione di comunicarlo vicendevolmente l’uno all’altro. Volesse perciò Iddio che in sì terribil congiuntura si potesse trovar modo, che o tutti abitassero largo in una terra, o città sorpresa dal contagio, o che coll’uscire alla campagna tanto si diradasse il numero degli abitatori che divenisse ancora più rado il commercio di chi resta in essa terra o città. La conversazione e il concorso son quelli che fomentano e dilatano di troppo il male quantunque ancora si serrino le strade e si suggellino le case; e dove le città sono di gran popolazione, e le famiglie, massimamente de’ poveri, sono strette di casa e sono affollate, quivi la peste fa incredibile strage. Perciocchè è da sapere che un infermo di peste può infettar tutta l’aria della camera ove si ricovera, e con ciò venir ad infettar le vicine se quell’aria può passarvi dentro; e perciocchè i poveri non hanno via per l’ordinario di segregarsi dagli appestati della lor famiglia, però agevolmente restano anch’essi trafitti; e col moltiplicarsi l’aria infetta, giungono talvolta a penetrar nelle abitazioni contigue gli spiriti velenosi colla rovina ancora di chi rinserrato nella sua stava in diligente custodia di sè stesso e de’ suoi.

Perciò nelle contrade più strette e ricolme di poveri abitanti, entrato che vi sia il male, si vede in poco tempo una spaventosa desolazione; e le città più popolate restano a proporzion più afflitte che l’altre men popolate, non solo per la maggior copia delle persone, ma ancora per la maggior facilità, necessità, e strettezza del commercio e delle abitazioni. Così Venezia e Milano nella peste del 1630 diedero uno spaventoso spettacolo di morti; e così avvenne anche a Napoli e a Genova in quella del 1656, laddove Roma in questa ultima non ebbe che circa sedicimila estinti, non tanto per le ottime diligenze ivi usate, quanto ancora per l’abitato che è largo. Il perchè torno a dire che l’alleggerire il più che si possa la città d’abitanti all’arrivo d’un contagio, questo è uno de’ più utili mezzi per levare il pascolo alla morte che s’avvicina, e per conservare più facilmente in vita chi esce e chi resta. E qui si vuol far menzione delle famose pillole dei tre avverbj decantate da tutti coloro che trattano della peste, come di quel rimedio e preservativo che si conosce tosto pel più efficace, e più sicuro di quanti mai si possano prescrivere contra la pestilenza nel governo politico e medico. Bisogna prenderle per tempo, e a tempo; e così prese certo è che faranno un mirabile effetto. Consistono esse in questi tre avverbj mox, longe, tarde, cioè nel fuggir presto, andar lontano e tornare ben tardi. Ciò fu espresso nel seguente distico:

Hæc tria tabificam tollunt adverbia pestem, Mox, longe, tarde, cede, recede, redi.

Sel tengano a memoria i lettori; e giacchè la fuga in tali casi è lecita, e nello stesso tempo utile al pubblico e al privato, hanno i principi e magistrati da permettere che tutti i cittadini a’ quali non manchi la comodità di farlo, si ritirino alle lor ville e al largo della campagna, ricordandosi ancora di quelle parole d’Ezechiele, cap. 7: Qui in civitate sunt, pestilentiæ et fame devorabuntur, et salvabantur qui fugerint ex ea.

Da questa general regola e permissione però si debbono eccettuar le persone, che trovansi per lo speziale ufizio loro impegnati ed obbligati al servigio della repubblica, e sono in sì funesta congiuntura necessarj all’altrui conservazione e governo. Tali sono i magistrati, i parochi, i medici, i cerusici o barbieri, i notai, le levatrici, o sia le mammane ed altre simili persone, alle quali si suole e si dee con pubblico editto vietare l’absentarsi dalla città. In oltre, secondochè occorra il bisogno, si possono i gentiluomini ed altri cittadini (seguitando però sempre la giustizia distributiva) obbligare a certi ufizj e guardie che sieno credute necessarie, ciascuno per la sua parte e rata di tempo. E sono specialmente tenuti i nobili, siccome persone che si presumono più fedeli e più zelanti del ben pubblico, alla guardia delle porte, alle quali si avverta che non dee permettersi il giocare, nè il dar ivi colezioni, nè il far bagordi; siccome ha anche da essere vietato ad ogni ufiziale o ministro il prendere mancia alcuna dai passeggieri.

Finalmente (e si avverta bene) se sono esentati i cittadini dal trattenersi nelle terre e città in sì pericolosi tempi, non si hanno già da credere esentati anche da alcune leggi della carità cristiana, restando allora nelle città i mendichi, gli artigiani, e tanti altri soliti a guadagnarsi il pane alla giornata, perchè loro manca la comodità di ritirarsi altrove; e dall’altro canto potendo cercar asilo nella campagna i soli meglio stanti: ognuno intende che viene a mancare alla povera gente della città, chi loro faccia limosina, e somministri da lavorare, e perciò vien loro meno il granaio e la dispensa di ogni giornata, con rimaner tutti esposti al quotidiano pericolo di morir di fame, non meno che di pestilenza. Pertanto non è un solo consiglio, ma ancora un precetto chiaro della carità cristiana che stando anche i cittadini fuor di città, aiutino in sì estrema necessità, e soccorrano i rimasi nella medesima, ciascuno secondo le forze sue, siccome più precisamente diremo a suo luogo.

CAPO IV.

Necessità di magistrati prudenti e attivi pel governo della peste. Autorità e rigore conveniente ad essi. Loro cautele per preservarsi. Elezione d’altri subordinati. Non doversi forzare i medici alla cura degl’infetti; e come governarsi per conto d’essi.

Il maggior benefizio che nel governo politico possa accadere ad un popolo, durante il pericolo, o la disavventura d’un contagio, si è l’essere provveduto di buoni magistrati che colla lor vigilanza e prudenza arrestino il morbo ai confini, ovvero l’imprigionino in qualche terra o porzion del paese ove sia penetrato, o pure così valorosamente gli facciano fronte arrivato che sia nella città che o presto si soffochi o non faccia considerabile strage. Non riceve mai la peste forze maggiori, nè più francamente si dilata, quanto dai disordini della vil plebaia, allorchè sprovveduta di buoni capi e di leggi, o perduta la riverenza ai magistrati, ogni cosa confonde. Debbono pertanto in occasione di tanto bisogno mettersi al governo degli affari della sanità persone piene di carità e d’onore, e persuase di doversi acquistare presso gli uomini, e infinitamente più presso Dio, un merito grande per le lor fatiche in benefizio della loro afflitta patria. Scelgansi persone abbondanti di amore verso la lor terra e verso il prossimo, e provvedute di competente saviezza, esperienza e di attività il più che si può coraggiosa e non timida. Chi ad ogni menomo aspetto della nostra mortalità, si sente cadere il cuore a terra, dee starsene in casa ad aiutar con orazioni pie e con atti di carità il prossimo suo. La vigilanza de’ magistrati, col non trascurar nulla, e principalmente finchè è tempo, può far dei miracoli in tutte le occasioni, ma spezialmente in questa; perchè in fine si tratta d’un nemico, il quale non porta seco artiglierie per valicar colla forza i confini d’uno stato, o superar le porte di una città. Oltre di che, introdotto il morbo, le negligenze de’ magistrati il rendono sfrenato. Certo in sì gravi pericoli, e in tanta necessità di conservare il popolo, chi governa si potrà ben pentire di non aver fatto assai, ma non mai d’aver fatto troppo. Non la mansuetudine e piacevolezza, ma il rigore è qui necessario a chi governa; e ciò per maggior bene della repubblica stessa, a cui si nocerebbe coll’indulgenza, e si può giovare infinitamente col fare a puntino e irremissibilmente rispettare ed eseguir le leggi. In tempi tali, secondo il parere dei savj, è maggiore sopra i sudditi la podestà del principe e dei magistrati, potendosi condannar le persone a varie pene per soli sospetti e senza processo, e valersi delle lor case, poderi, danari, vettovaglie, ecc. qualora il pubblico ne abbia bisogno.

Filippo Ingrascia, celebre medico di Sicilia, che scrisse un utile trattato della peste, prescrive per principalissimi rimedj, espugnatori di questo male i tre seguenti, cioè l’oro, il fuoco e la forca. Il primo pel mantenimento de’ poveri, e per tante altre spese che occorrono allora; il secondo per l’espurgazion delle case, robe ed aria e il terzo per l’osservanza delle buone leggi e regole da stabilirsi in quel tempo. Può mancare il primo di questi rimedj; e in quanto al terzo, si suol far piantare in più luoghi, entro e fuori della città, esse forche, per punirvi prontamente certi gravissimi delitti di disubbidienza dannosa al pubblico. Facciasi però il men che sia possibile, potendosi con altri minori gastighi e col terrore tenere in dovere i popoli, e massimamente in queste parti d’Italia ben diverse nella focosità dai cervelli della Sicilia. Un esemplar gastigo dato sulle prime gioverà assaissimo, siccome ancor il lasciar correre voce che sieno stati immediatamente uccisi alcuni trasgressori degli ordini della sanità. E se taluno si avesse a far morire per qualche delitto, il divolgare che tal gastigo venga per la trasgressione suddetta, metterebbe gran freno agli altri. Le città e terre preservate non hanno riportato sì gran benefizio senza la morte di qualche disubbidiente in cose gravi, quale è chi venendo da luogo appestato passa i confini senza fedi, o con fedi false e simili trasgressori troppo nocivi; per altro ai conservatori della sanità s’ha a dare in tali casi un’assoluta balìa ed autorità di poter procedere mori belli contra i trasgressori; e, se la necessità il richiede, sarà carità verso il pubblico il rigore verso qualche privato disubbidiente, e massimamente nella guardia de’ confini e delle porte in sospetti di contagio. A quattro prelati della congregazione della sanità di Roma nella peste del 1656 fu data autorità di poter procedere anche contra le persone ecclesiastiche e regolari a qualsivoglia pena ed esecuzion d’essa, sino alla morte naturale exclusive per qualsivoglia delitto concernente la sanità, sola veritate inspecta, denegatis defensionibus, more belli. Così debbono fare anche i vescovi nelle altre diocesi. Il vuole il diritto della natura. Anzi tiene il cardinale de Luca nel cap. 41 del Principe che dai sudditi sani si possa negare l’ingresso e il commercio al principe infetto, perchè l’esporre alla peste un luogo sano, non è un operare da principe padre de’ popoli.

Un punto poi di grande importanza sarà, che i magistrati conservino ben sè stessi per poter conservare gli altri. Perciò sia lor cura di far circondare la casa dove abitano, o si adunano con rastrelli di legno, ai quali niuno possa avvicinarsi se non in lontananza di quindici passi. Tengano pochi servitori, e vietino loro il conversar fuori e il vagare; e non sieno con esso loro donne, fanciulli, cani e gatti. Facciano buona provvisione di ciò che spetta al vitto, ed abbiano seco sacerdote, medico e cerusico coi medicamenti per curare la peste. Uscendo di casa, vadano a cavallo o in seggetta, parlino alle guardie e all’altre persone solamente da lontano, incaricando ai servitori il fare lo stesso; e tornati a casa, facciano lavare i cavalli de’ quali si saranno serviti. Finalmente mettano in opera tutti gli altri preservativi generali e particolari che s’andranno accennando sì nella pulizia della casa, come nella temperanza del vitto, nell’uso de’ profumi e in altre somiglianti cautele.

Non è men necessario l’eleggere per subordinati e deputati alle guardie, al regolamento delle contrade, allo spurgo, alla distribuzion del pane, alla cura de’ lazzeretti, ecc., altre persone fedeli, abili e dabbene, nobili, cittadini, mercatanti, ecclesiastici e religiosi, in numero nondimeno che non generi confusione, dando loro quella autorità che conviene, con ordine di comunicare al magistrato supremo tutto ciò che di rilevante andrà succedendo nella lor giurisdizione. Chi di tali deputati, ufiziali e subalterni avrà da praticar con infetti e sospetti, dovrà anch’egli contarsi nel numero de’ sospetti, cioè dovrà astenersi dal commercio dei sani e portar segni visibili d’essere sospetto; e la casa e famiglia sua non comunicherà coi sani. Bene spesso terminerebbe presto la peste, se non vi fossero ufiziali che volessero far la loro fortuna colle spoglie altrui: il che però non viene lor fatto, perchè anch’essi muoiono, e sovente senza nè pure aver tempo di accusare ai ministri di Dio le loro iniquità. Adunque per quanto mai si può, convien cercare persone disinteressate e timorate di Dio, con assegnare a ciascuna un competente salario. Nello spazio di due mesi il P. Maurizio da Tolone cappuccino scacciò da una città di Provenza la peste, non tanto co’ suoi profumi, quanto per la fedeltà degli operai e dei prefetti delle cariche. Sempre poi gioverà per certi ufizj di molta gelosia il deputare qualche ecclesiastico, o secolare, o religioso, d’accreditata integrità che esercitando quel caritativo impiego con fedeltà, sappia egualmente piacere a Dio ed aiutar la sua patria. Pongasi anche mente alla necessità di deputare per cadauna villa qualche persona d’abilità e buona fede, che invigili, visiti e avvisi ogni caso di male, o altro disordine a uno de’ conservatori destinato a posta per questo. Anche i parochi possono giovare assaissimo. Qualor si difenda il territorio, egli è facile il salvar la città.

Per conto de’ medici e cerusici, s’è ben di sopra chiamato giusto il costringergli a non partir di città; ma non sarebbe già conforme alla giustizia il forzargli ancora a medicar gli appestati. Dicono che le leggi il vogliono; e in Sicilia fu fatto così; e lo stesso venne una volta preteso in Padova, perchè nel prender ivi la laurea dottorale si fossero obbligati i medici a servire anche in tempo di peste. Ma grida la ragione che non son tenuti ad esporsi e non si debbono esporre per forza all’evidente rischio della vita persone, la conservazion delle quali è troppo necessaria alla repubblica. Non ci vuol poco a formare un buon medico; e formato che sia è un grande interesse del pubblico ch’egli non perisca. Oltre di che se i medici avessero per forza da conversare con gli appestati, nulla farebbono di giovamento ai medesimi per l’apprension della morte e per la rabbia e per l’abborrimento a quell’impiego che parrebbe loro, e non immeritamente, una gran pena e gastigo. Aggiungasi che più non potrebbono, dopo aver trattato con gl’infetti, praticar coi sani; e infermandosi questi di qualche malattia, chi dovrebbe poscia curarli? E se perissero i medici nella cura degli appestati, chi avrebbe poi cura degli appestati e dei sani? Aggiungasi per compimento di tutto, che pur troppo i medici non hanno recipe alcuno specifico e sicuro per espugnare una peste; e però non si può chiamare precisamente necessaria la loro visita personale o assistenza agl’infetti, nè si dee pretendere ch’essi per forza espongano la loro certa salute per l’incerta altrui, potendo essi in altre guise e colla mano e voce d’altri sustituti, supplire il bisogno e somministrar que’ rimedi che crederan più a proposito.

Ma, e non ci ha da essere, dirà taluno, medico per i miseri appestati e per i lazzeretti? Debbono senza fallo i magistrati far tutto il possibile per indurre a tal cura quei che occorrono, non già col duro mezzo della forza e del comando, ma col dolce de’ premj e d’un buon stipendio; e invitino ancora, se possibil fia, qualche straniero che assuma tale incumbenza. Nè mancherà chi l’assuma: imperocchè, siccome dirò in altro luogo, v’ha i suoi mezzi di preservarsi illeso fra la gente appestata, e ciò spezialmente per i medici. Notisi ancora, che più aiuto darà nei contagi un medico pratico ben mediocre o un cerusico, il quale facendosi avanti senza timore, aiuti ed istruisca gl’infermi, o porti loro cerotti ed empiastri o tagli ed operi, che non sarà un gran medico pauroso. E il soprammentovato cappuccino che più volte fu in mezzo ai contagi, asserisce non essere necessari i medici ne’ lazzeretti, ma sì bene i cerusici, i quali veramente, allorchè il male prorompe alla cute o con buboni o con carboni, possono salvar molti dalla morte, e però sono sommamente utili e necessari e si debbono salariar bene, acciocchè con puntualità e carità facciano il loro uffizio in tali congiunture.

Intanto i medici debbono attendere a preservare i sani e a visitare chiunque è infermo, ma non di contagio, per la città. Impiego loro altresì ha da essere di assistere ai magistrati e di consultar con essi e fra loro il metodo e i medicamenti che possono allora credersi giovevoli o riconoscersi per nocivi. Prendano giornalmente quante notizie possono dai cerusici intorno ai sintomi e accidenti del male e al successo o utile o vano de’ metodi e dei medicamenti, con farne sperimentar molti, e mutar di mano in mano secondo le osservazioni e il bisogno. Che se nella visita degl’infermi s’abbatteranno contro lor voglia a praticar con qualche appestato, allora dovranno per dieci dì chiudersi in casa colla lor famiglia, siccome sospetti, in guisa che alcuno non v’entri, o ne esca, restando nondimeno libero a tali medici di uscire se vogliono, ma coi segnali de’ sospetti e senza poter praticare liberamente co’ sani. In Ferrara, nel 1630 si videro buoni effetti d’un proclama fatto, ove si astringeva ognuno a denunziar quello che sapeva di pregiudiziale alla sanità. Altrettanto è da fare altrove in simili casi; e riuscirà anche più utile, se oltre alle pene si aggiungerà la proposizione de’ premj ed anche l’impunità ai trascorsi altrui, quando fossero col solo onesto fin del ben pubblico denunziati da persone onorate.

CAPO V.

Peste comunicata pel contatto dell’aria, de’ corpi e delle robe appestate. Come l’una parte del paese abbia da difendersi dall’altra. Regolamento pel trasporto delle vettovaglie. Non occultare il morbo. Uffizio de’ medici, e maniera di opprimere la pestilenza introdotta.

Egli è notissimo che dall’intrinseco veleno della peste viene l’uccider ella sì facilmente gli uomini, e che dal suo contagio, cioè, dal toccar l’aria o i corpi o le robe appestate vien poi l’ucciderne ella tanti, e lo spopolar le città: il perchè contagio suol anche appellarsi la peste. Il principal dunque e quasi infallibil rimedio per guardarsi da così terribil nemico, non è altro che il guardarsi dal toccamento di tutto ciò che può contenere e comunicare il veleno pestilenziale. Gli altri rimedi son fallaci le più delle volte: questo solo vien comprovato per sicuro dalla sperienza di tutti i tempi. Perciò abbiam lodato cotanto di sopra il fuggire, ed ora dobbiamo maggiormente inculcare che la gran cura dei magistrati ha da consistere nell’impedire affatto o nel regolar così bene il commercio che i corpi sani si difendano dal malore degl’infetti. Nullum praesentius remedium adversus pestem comprobavit usus, quam sana corpora adiuvare, ne inficiantur, così scrisse dopo la sperienza fattane il cardinal Gastaldi.

Ora in due tempi e forme si dee levare il commercio delle persone e robe; cioè o ne’ sospetti di peste o dopo aver già la peste invasa la città. Per conto del primo le savie città, udito qualche sospetto o romor d’infezione nelle circonvicine, non fidandosi (e con troppa ragione) degli avvisi delle medesime, spediscono segretamente colà qualche medico non conosciuto o altra persona accorta che s’informi bene e ponderi ogni successo; e sulla relazione prendono poi le loro misure e cautele. Poscia appena s’udirà grave sospetto o dichiarazion chiara di peste in qualche popolo, che gli altri popoli sani, i quali ragionevolmente possono temere di contrarre quel morbo, debbono interrompere il commercio con esso, bandendolo con rigorosi editti, e non accettando più, se non colla quarantena, persone, merci e robe di colà procedenti, e nè pure ammettendole talvolta colla quarantena, secondo la qualità o vicinanza del male. Questo è notissimo; e volesse Dio che gli altri popoli imitassero in ciò la saggia e severa condotta della repubblica veneta. Egli è facile, così facendo, lo schivar le pesti, e però il poco fa citato cardinal Gastaldi formò queste due verissime conclusioni: Contagium negligere crebrior in pestilentiis error a prudenti regimine magis cavendus. Pestis praevisa facile vitari potest. Poscia crescendo il pericolo, dee ogni terra e città ordinare che ognuno denunzi qualunque malato all’ufizio della sanità. Di cadauno sia fatta la visita attenta da qualche medico o chiamato da essi o deputato dalla città, il quale fedelmente riferisca con fede in iscritto la qualità di quel male, per poter passare ad ulteriori ripari in caso di bisogno. Niuno, eccettochè il medico ed altre persone necessarie, possa visitare infermi, ancorchè non si sia peranche scoperta la peste. Anche i conventi de’ religiosi e delle religiose, e i conservatorj saran tenuti alla stessa denunzia; e il medico e cirusico d’essi luoghi dovrà anch’egli dare la relazione.

Ma qualora la peste, superati i confini d’uno stato, penetri in qualche terra, castello o porzion del medesimo, i circonvicini e la città capitale debbono bandirla e tagliare ogni commercio con quella parte infetta, serrandola, mercè d’un cordone o d’altri ripieghi, tanto che non comunichi il suo veleno alle parti intatte di quello stato o distretto, ma senza mancare di prestar loro ogni possibile soccorso ed istruzione in tanta calamità. Così l’un castello può e dee difendere sè stesso e il territorio suo dall’infezione degli altri, levando loro ogni commercio. Di più infettata la città capitale, non solamente possono, ma debbono le altre città e terre bandirla; anzi il principe o i magistrati debbono loro ordinarlo. Così fece ancora il nostro duca Francesco I nel contagio del 1630, scrivendo a san Felice e ad altre terre che mettessero sotto il bando la stessa città di Modena. Altrettanto fu eseguito nel contagio di Roma del 1656, essendosi con pubblico proclama ordinato che le terre e castella sane potessero e dovessero bandire Roma infetta co’ suoi casali, vigne e case di campagna. E certo una tal cautela e difesa delle parti sane è secondo il gius della natura; e i principi e superiori peccherebbono contra la giustizia a contra la carità, anzi contra il pubblico e proprio interesse, ove non cercassero di salvare quanto si può dello stato loro e volessero per la loro o negligenza o ostinazione involto tutto nel comune naufragio.

Quel solo che qui è da avvertire si è che il distretto suburbano e le ville poste nel contorno della città si debbono ben difendere colle possibili diligenze dal contrarre il morbo penetrato nella città; ma non possono elle, nè debbono con rigoroso bando segregarsi da essa città: altrimenti affamerebbono i cittadini padroni d’esso territorio; e inutile ancora riuscirebbe un tal rigore, ove tali ville fossero anch’elle infette. Sicchè la cura che i rustici di queste terre e i cittadini hanno d’avere, sarà quella di ben regolare il commercio de’ viveri e delle persone, in guisa che i sani non prendano l’infezione dei malati e seguiti a concorrere alla città quel soccorso di vettovaglie che le occorre e le è dovuto. Anzi, siccome vedremo, si può ordinar bene il commercio dei viveri, che annona e grascia vengono appellati, tra una città o terra infetta e bandita, e le altre sane, senza che si comunichi o si riceva il veleno pestilenziale; e perciò le terre e castella sane che abbiano bandita la città, debbono poi permettere il trasporto delle grascie ad essa città colle cautele decretate.

Allorchè la peste s’è finalmente spinta ed ha preso possesso in qualche città, o popolazione, s’ha da attendere a vietare il commercio, per quanto si può, fra il popolo infetto o sospetto e il tuttavia sano ed illeso. Qui è il difficile e qui ha da essere lo studio più acuto e la maggior attenzione e vigilanza dei magistrati; imperocchè il nemico feroce è in casa e la maggior parte del popolo costretta dalla necessità a fermarsi ivi, non gli può abbandonare il campo. Ove dunque ci sia modo di mettere su quel principio in quarantena tutto il popolo, riuscirà, siccome dicemmo, assai facile il liberar la terra o città in poche settimane dal male, non essendoci più efficace maniera d’impedir la comunicazione, non che la dilatazione d’una pestilenza, e di poter purgare in breve tutta la città che questo imprigionamento e questo levare affatto il commercio. Ma perciocchè a molte città mancheranno i mezzi per istituire e sostenere questa rigorosa universal quarantena o pure per negligenza o frode d’alcuni non se ne caverà il profitto che pure se n’avrebbe a sperare: convien sapere e mettere in opera gli altri consigli e mezzi finora praticati dal saggi magistrati per impedire o per ben regolare il commercio e salvarsi in mezzo alla peste e fra la gente appestata o sospetta.

In tre maniere si può ricevere il veleno della pestilenza, cioè toccando i corpi umani appestati o le robe e gli animali da loro maneggiati e toccati ovvero l’aria respirata da essi o contigua. Gli spiriti velenosi di questo fierissimo morbo, oltre all’uccidere con facilità quelle persone, in cui si cacciano, agitati dal respiro e dal calor febbrile ed interno; si spargono ancora per l’aria a una debita distanza dal corpo infetto; e s’attaccano alle merci, a’ panni e ad altre robe e agli animali e agli altri corpi umani, co’ quali esso corpo infetto ha comunicazione col contatto. Per questo i sani debbono guardarsi dal commercio e contatto non men delle persone infette che delle robe e dell’aria loro. Io tratterò in primo luogo del commercio delle persone.

E qui avanti ad ogni altra cosa si dee osservare, qualmente scoperto, che la peste sia contagiosa ed abbia già avuto adito nello stato o nella città, si fa un solenne sproposito a volerla tenere occulta, per timore di perdere il traffico e commercio coi vicini. Questa è la via di lasciarle ben prendere piede e dilatarla, senza più speranza di espugnarla e con danno gravissimo sì de’ cittadini che dei forestieri, i quali praticando alla buona e non usando le debite cautele, perchè non avvisati del male, s’infettano e portano a’ vicini e a’ lontani la rovina. Bisogna dunque subito scoprirla e combatterla e avvisare del pericolo il popolo tutto e chiunque dianzi praticava con libertà. Per sentimento del Rondinelli, se quando in una città il contagio comincia, si potesse far tosto crederlo tale a tutti e farlo temere per quel mostro divoratore ch’egli è, il male non farebbe tanto progresso nè si vedrebbe nelle case l’esterminio che molte volte accade. Appresso è sommamente da avvertire che in sospetti di peste hanno i medici da stare attentissimi ad ogni accidente o malattia, per avvertirne i magistrati e discernere se vi sia caso di peste. Ma si tengano essi lontani da quelle strane dispute che son talvolta succedute ne’ principj del male, cioè se sia o non sia pestilenziale, sostenendo ciascuno per impegno l’opinione sua, ma con incredibil danno della città, che su questo dubbio non si risolve agli ultimi rigorosi spedienti e rimedj. Nel 1576 la pestilenza prese gran piede in Venezia, con farvi poi un’orribilissima strage, perchè non si dichiarò, se non troppo tardi che era peste vera; e ciò per colpa de’ medici che non finirono mai di disputare se fosse o non fosse. Per quanto narra nelle sue storie Natal Conti, furono chiamati da Padova a Venezia Girolamo Mercuriale e Girolamo Capovacca, celebri medici, i quali sostennero quelle non essere infermità pestilenziali e si esibirono alla lor cura. Così continuando il commercio cominciò a morir tanta gente e a dilatarsi cotanto la furia del male, che i due medici suddetti conoscendo scaduta la loro riputazione ed in pericolo d’oltraggi la loro persona, si ritornarono a Padova mal soddisfatti di sè medesimi. Altrettanto avvenne in Firenze per la peste del 1630, altrettanto in Malta per quella del 1675. Altri esempi ce ne sono stati; ma pur troppo ce ne darà degli altri il tempo avvenire, perchè le teste umane saran quelle di sempre. Meglio è in tali casi ingannarsi col prendere per effettivo contagio quello che non è, e provveder per tempo, benchè senza bisogno, che il trascurare gli opportuni ripari per volerla far da accurato filosofo nel riconoscere la vera essenza e le qualità del male. Se a questo si fosse badato meglio dai medici di Vienna, non avrebbe nel presente anno 1713 preso tanto possesso in quella imperial città l’epidemia contagiosa che vi regna o almeno si sarebbero facilmente preservate da sì dannosa influenza altre province confinanti all’Austria, le quali gemono anch’esse sotto questo flagello con pericolo ancor dell’Italia.

Ho detto di sopra che la città di Ferrara si preservò illesa nel 1630 dal contagio, quantunque fosse attorniata dal medesimo, e succedesse entro la stessa qualche caso di peste. Ora debbo aggiungere potersi attribuire una sì mirabil preservazione a varie cagioni sì naturali, come soprannaturali, come sarebbe l’essersi finalmente appigliato quel magistrato al rigore di non lasciar entrare in città persone, tuttochè procedenti da luoghi sani, senza una particolare ispezione, e di negare affatto l’ingresso a qualsivoglia mercatanzia, di cui anche vi fosse stato bisogno, con lasciare che i mercatanti gridassero, e con escludere insino le suppellettili degli stessi Ferraresi che aveano villeggiato, e con altre esecuzioni d’austerità contro i trasgressori delle leggi, ladri di robe infette, ecc. Ma forse il più utile dei ripari fu la sollecitudine ed esattezza nel pubblicare ed estinguere il male nascente. Altre città, come Verona, Milano, Parma fecero quanto poterono per occultar l’infezione già presa, o sia perchè ivi troppo si disputasse, secondo il solito, se fosse o non fosse male di peste, o sia perchè ad ognuno rincresce d’essere bandito e privato del commercio co’ vicini. E perciocchè tali città dai vicini più attenti vennero bandite, non s’udivano che querele, ascrivendosi tali bandi a precipizj e a passioni, benchè poi simili prevenzioni de’ vicini restarono comprovate giuste dalla peste che giunse da lì a poco a non potersi negare. I savi magistrati di Ferrara non si guidarono così, come si ha dalle lor memorie stampate. Appena addì 13 di maggio fu scoperto il male del Veronese di sopra accennato che, tuttochè non fosse se non dubbioso quello essere tocco di pestilenza, fu risoluto di pubblicarlo come veramente pestilenziale, con trasportare di bel mezzo giorno al lazzaretto tutti gli abitanti della casa ove morì costui, colle robe loro, e sequestrando chi aveva conversato con esso lui, credendo meglio i Ferraresi il perdere, siccome avvenne, per tal rumore il commercio co’ vicini, che l’esporre la patria al pericolo d’un danno incomparabilmente maggiore. In fatti gli abitanti d’essa casa, al numero di sette, morirono successivamente di poi, e parte d’essi con buboni e carboni evidenti. Altri casi di chi morì chiaramente di peste succedettero in quello stesso anno nella città medesima; ma colla pronta provvisione si troncarono tutte le conseguenze pregiudiziali. In una parola, dopo il primo caso si stabilì e fu conosciuta necessaria, non che utilissima, quella gran massima di sempre interpretare per peste ogni accidente indicante indifferentemente peste e non peste; e quantunque alcune volte (furono nondimeno esse ben poche) forse non si accertasse ivi nel giudicare, tuttavia si accertò sempre in assicurar la patria, essendosi apertamente veduto che in sette o otto casi almeno dentro la città e in altri nel territorio restò oppresso il male vero e reale, senza lasciargli campo a dilatarsi. In effetto molte terre di quel distretto, contuttochè circondate dal morbo, seppero così ben difendersi col rigore e colla diligenza, o opprimere il male introdotto, specialmente col confinar esso, e con lo starsene le persone ritirate, che la passarono netta. Gioverà ad ognuno l’avere sempre mai presenti simili rilevanti esempj, per non dormire e per non disperarsi quando mai venissero que’ miseri tempi. Il perdere il commercio de’ vicini, il penuriar di molte mercatanzie e d’altri comodi della vita, certo è un male; ma questo male può dirsi un nulla in paragone del fuoco divoratore della peste; anzi la perdita di esso commercio, benchè mal veduta, può chiamarsi un gran bene, perchè serve anch’essa a impedire la comunicazione del contagio. In somma ebbero, secondo me, ragione i Ferraresi di conchiudere nelle lor memorie poter eglino certificare agli altri che il pubblicare prontamente il male, e il tenere per contagioso ogni caso che sia capace di sospetto, è l’unico rimedio all’estinzione del medesimo male.

CAPO VI.

Commercio fra le persone come da regolarsi, qualora non si possa opprimere la peste. Lazzeretti e sequestri, e attenzione agli infermi. Provvisione per li mendicanti. Cimiteri pubblici fuori della città. Regole per li medici, cerusici, confessori, e loro segni. Sequestro de’ fanciulli e delle donne. Provvisioni per li beccamorti. Commercio fra’ cittadini e contadini.

Qualora poi sembri o vicino o inevitabile il malore, s’hanno allora da preparar lazzeretti con tutta sollecitudine, quando non se ne avessero dei già preparati, e quando abbiano le comunità nerbo per così dispendiose provvisioni. Potendosi mettere sui principj in quarantena la terra o città, si elegga per ogni contrada un capostrada, uffizio di cui sarà il far portare alla gente rinchiusa della contrada a lui commessa le cose bisognevoli, consegnando ad ognuno entro una cesta, che verrà calata dalle finestre, la porzione competente alla sua famiglia, e tenendo sempre buona nota di cadauna persona d’essa contrada, e de’ malati e morti, che ogni giorno si darà al suo commissario, e da questo al magistrato. Se alcuno si ammalasse di peste, converrà senza dimora trasferirlo al lazzeretto, e gli altri della famiglia, siccome sospetti d’aver contratto il male, al luogo del sospetto, di cui parleremo a suo tempo. Si segni immediatamente quella casa, acciocchè subito sia purgata coi profumi, e renduta abitabile nell’avvenire, notando poi con altro segno che quella è purificata.

Non potendosi tentare l’utilissimo rimedio della general quarantena, di mano in mano si manderanno gl’infetti di peste al lazzeretto; e chi si trova aver praticato con esso loro, al luogo del sospetto, espurgando e purificando immediatamente le case e robe loro. Quando non si possano aver lazzeretti e luoghi del sospetto, bisognerà fare come si può; cioè sequestrare nelle loro case le famiglie infette o sospette, le quali con profumi purgando tanto le camere ove sono stati infermi, quanto le robe loro, oppure con segregarsi affatto da quelle stanze e robe appestate, dovranno cercar di salvarsi; e scoprendosi sane dopo almeno venti giorni, si potranno con licenza de’ deputati rimettere alla libertà del commercio, purchè prima sia seguita l’espurgazione legittima delle loro case e robe. Ogni quartiere della città abbia un medico ed un cerusico assegnato, i quali per quanto potranno, fedelmente e con zelo faranno l’uffizio loro per iscacciare o reprimere il veleno della pestilenza. Sopra le porte delle case infette o sospette, e perciò chiuse d’ordine de’ magistrati, si dovrà scrivere SANITÀ, o fare una croce o altro segno ben visibile e notificato a tutti, acciocchè ognuno conosca non potersi entrare colà, nè indi uscire senza permissione de’ conservatori, sotto pena della vita, nella quale ancora incorrerà chiunque levasse il segno suddetto o il mettesse alle case non sospette. Partita la città in varj quartieri, per maggior comodità de’ ministri si segnerà ogni casa di cadaun quartiere col suo numero, cominciando dall’uno, e seguitando innanzi con ordine, e facendo quel numero ben visibile con terra rossa o d’altro colore sul muro, vicino alle porte delle case. Miransi tuttavia contrassegnate in Genova le case nella forma suddetta, perchè posti que’ numeri in occasione del fierissimo contagio del 1656 s’è trovato utile il conservarli per potere con facilità identificare e distinguer le case nella distribuzione de’ pubblici aggravj e in altre occorrenze.

Procede poscia in ogni sistema di governo intorno alla peste la notissima regola di proibir subito le scuole, le feste da ballo, i ciarlatani, i giuochi pubblici, i mercati, fuorchè de’ commestibili, le fiere, ed altre adunanze e conversazioni allora non necessarie, siccome ancora il sospendere i tribunali giudiziarj per le funzioni strepitose a fine d’evitare il concorso. E perciocchè nessuno più facilmente che i mendicanti, o sia limosinanti, e birbanti suol portare e dilatare il contagio, si dee far quanto si può per provvedere a questo pericolo: il che avverrà ove si possano rinserrar tutti alle spese del pubblico in qualche luogo spazioso fuori della città con santissimo ed utilissimo ripiego, essendo i poveri per lo più quei che rendono frustraneo il buon regolamento del contagio e della città afflitta. Dovrà questo luogo esser guardato da milizie per impedirne la fuga, diretto da ministri savj, come un monastero, per togliere la confusione; e con divieto che niuno ne esca e niuno v’entri, se non chi per uffizio dee farlo; e con prevedere e impedire gli scandali che potessero nascere dal mescolamento d’uomini e donne. Vi sia divisione di stanze per gli accidenti che possono occorrere. Trovato alcuno che si fosse occultato per non ridursi al luogo destinato, sia punito, con lasciar adito agli altri nascosti di potersi colà ridurre, e avvertendo di non mettere i nuovi a tutta prima con gli altri, ma di tenerli per qualche giorno in luoghi separati per assicurarsi d’ogni dubbio. Che se non vi sarà forza per effettuar questo disegno, veggasi di rinchiudere essi questuanti nelle proprie lor case, alimentandoli poi alle spese del pubblico, o con limosine raccolte per mezzo di persone deputate dal magistrato, e facendo proibizione agli altri di questuare o mendicare. In caso di necessità si permetterà ai bisognosi il questuare, ma con istar fermi in qualche luogo loro destinato da chi avrà tale sopraintendenza, il quale darà loro un bollettino; e senza questa licenza in iscritto sia vietato a cadauno il mendicare. Si osservi nondimeno che il radunar tutti i poveri in luogo appartato può esser bene, purchè tutti sieno sani, altrimenti un solo appestato può successivamente ammorbar tutti gli altri. Dovrà parimente pensarsi ai filatoi della seta, utilissimi ai poveri, ma pericolosi in tempi tali per lo concorso colà dei medesimi. Sarà pertanto da esaminare se debbano chiudersi, oppure se si possano permettere con varie cautele. Convien anche deputare un nobile per commissario della sanità sopra il ghetto degli Ebrei; e caso che entri la peste in città, converrà tener ivi chiuso quel popolo, con avvertenza di prendere per esso una casa vicina al ghetto, ma non comunicante col ghetto, ove stieno cinque o sei deputati ebrei per far tutte le provvisioni necessarie alla loro università; nè questi entreranno mai dentro i rastrelli che chiuderanno il ghetto.

In Roma nel 1656 fu fatto (e così dee farsi altrove) editto di denunziare qualunque malato e qualunque morto, benchè non dessero segno o sospetto di peste, all’uffizio del notaio deputato per ogni quartiere, con obbligare a ciò i suoi famigliari, il medico e il parroco, o chi ha cura d’anime, sotto pena della galera e anche della vita, e con vietare a’ medici e cerusici il dar medicamenti a chicchessia se non denunziassero tali persone. Ogni dì si dovrà dare tal denunzia dal notaio, o da altro deputato ai magistrati, con tenere esatta nota di tutte le case o sospette o infette, siccome ancora delle espurgate. Gioverà a motivo di maggior cautela, oltre ai contrassegnati da buboni, carboni e petecchie, creder tutti morti di peste coloro che nello spazio di soli sette giorni fossero mancati di vita. Parimente fu proibito ai beccamorti il seppellire alcun cadavero senza partecipazione del deputato. Così è da vietare a tutti l’esporre fuori di casa morto o malato alcuno, se non per consegnarlo ai ministri della sanità. Non potendosi poi commetter più grave nè più pericoloso errore quanto è quello del seppellire nelle sepolture ordinarie e ne’ cimiteri delle chiese, e massimamente entro le città, i cadaveri degli appestati, perchè ciò fomenta il male, e si crede che possa facilmente ravvivarlo anche dopo molti anni; quindi è che tali cadaveri debbono assolutamente seppellirsi fuori della città in luogo destinato, in fosse profonde e con gran terra addosso, coprendoli prima di calce viva, che presto li consumi e impedisca le perniciose esalazioni, e con editto che non si muova più quel terreno. Ivi stieno guastatori a posta per cavare le fosse. Nel contagio della nostra città l’anno 1630 fu permessa la sepoltura in chiesa e ne’ cimiteri, quando colla fede giurata di medico approvato costava che alcuno fosse morto senza peste. Tuttavia essendo nati troppi assurdi e frodi da tal permissione, fu dipoi generalmente proibito il seppellire alcuno, fosse sospetto o non sospetto, eccettochè nel luogo destinato fuori della città. Così dee farsi in altre simili congiunture, e non permettere pompa alcuna di funerali in que’ tempi; anzi si dee consigliare e desiderare che, per non somministrare maggior pascolo alle rapine de’ beccamorti, i cadaveri vengano loro consegnati se non ignudi, almeno quasi ignudi, per quanto comporta la decenza; e certo non mai con addobbi e superfluità, che servono solo di spoglie ai suddetti beccamorti per appestar poi altre persone, e aumentare o far ripullulare il male. I ricchi si possono portare in cassa da quattro serventi esposti che avvisino, occorrendo, le persone a ritirarsi. I poveri si conducano in carro coperto. E prima della notte sieno asportati i cadaveri, per vedere che i beccamorti non asportino robe rubate. Che se per poca avvertenza alcun morto con segni di mal contagioso fosse stato sepolto in chiesa, quelle sepolture si debbono ben murare, o impiombare, e non aprirsi mai più senza licenza de’ magistrati, o senza lo spurgo che accenneremo. Sopra ciò fu fatto editto in Roma ed anche in Modena ne’ contagi passati. E perciocchè alcuni per non esser condotti a’ lazzeretti, o non veder ammontati e seppelliti i suoi alla rinfusa col volgo, occultano le malattie della lor casa, e giungono sino a seppellire scioccamente nelle proprie case i cadaveri de’ loro congiunti: si tenga nota distinta dal deputato d’ogni contrada di quanti si trovino in cadauna casa, per potere in tempo e forma propria riscontrare il numero d’essi, con farli venire alle porte o finestre, e così schivar que’ pericoli e quelle frodi che possono tornare in gravissimo danno non meno di quelle famiglie che del pubblico. In Palermo ogni mattina i deputati riconoscevano se alcuno delle famiglie loro assegnate mancava, o era infermo, o mostrava cattiva ciera, facendo venir cadauno alle porte.

Fu ordinato in Roma che nessuno potesse entrare, nè fermarsi di notte in casa di meretrici. Che gli osti non potessero dar da mangiare a più di quattro persone per tavola, sfuggendo ogni ridotto, bagordo e raunanza. Che non fosse permesso il visitar malati, eccettochè a quei della sua famiglia, a’ parochi, confessori, medici, cerusici, speziali, notai, testimonj, mammane ed uffiziali della sanità. Gli altri senza licenza non poteano. Ma affinchè il commercio di queste persone eccettuate con gli appestati non pregiudichi al resto dei sani, è da lodare e seguire il metodo poscia ivi prescritto; cioè furono deputati e salariati dal pubblico due medici e altrettanti cerusici con titolo di sospetti per visitar la gente sospetta, e due altri medici con titolo di brutti (si possono chiamare esposti) per visitar le persone infette. Nella stessa maniera i confessori erano distinti parte in sospetti e parte in brutti, o sia esposti; nessuno di questi medici, chirurghi e confessori potea andare alla visita delle persone sane, nè conversar con esso loro, nè entrare in casa che non fosse già stata dichiarata brutta (cioè infetta) ovvero sospetta, nè uscir mai fuori della propria casa senza portare in mano una bacchetta lunga almeno sei palmi e scoperta, con una crocetta di sopra, affinchè potesse vedersi da tutti e fuggirsi la loro pratica, portando di più gli esposti un abito di taffettà o di tela incerata. Furono ancora destinate due mammane, o sia levatrici, per le donne gravide sospette, con indicare nel pubblico editto i nomi e la casa d’esse mammane e de’ medici e cerusici deputati.

Ivi ancora fu fatto editto che gli speziali e cerusici, soliti a servire infermi, quando fossero chiamati da essi dovessero somministrar loro medicamenti, cavar sangue, ecc., purchè essi infermi avessero attestato dal medico di non essere aggravati da mal contagioso. Che se per disavventura il male si fosse scoperto tale, doveano i suddetti cerusici e speziali star rinserrati solamente dieci giorni, dopo i quali, ritrovandosi goder buona salute, erano liberi. Del pari fu ordinato che nessuno potesse mutar casa senza licenza de’ soprintendenti; che nessuno ardisse di mutarsi nome; che agli osti e locandieri non fosse permesso senza licenza de’ magistrati il ricevere in loro casa malato alcuno; e che niuno, sotto pena della vita, osasse uscire di qualsivoglia casa serrata per cagione della sanità, siccome neppur dai lazzeretti, senza averne licenza da’ soprintendenti. E perciocchè fuggì un ministro de’ lazzeretti e alcun’altra persona, con pubblico bando e gravi pene fu intimato a’ complici ed informati il denunziar tali fuggitivi. Fu parimente proibito che niuno si fermasse nelle strade uscendo dalle case o botteghe sue per unirsi ove comparissero i ministri de’ lazzeretti, o dove fossero condotte via persone sospette o infette, con ordine ai ministri che camminassero per mezzo alle strade coi loro contrassegni, ammonendo le genti a star lontane da essi.

I fanciulli sino all’età di quindici anni almeno (altri dicono sino a’ dieci, ma par troppo poco), siccome quelli che più innavvertentemente conversano con tutti e son più facili pel tenero lor temperamento ad infettarsi e ad infettare, perciò per consiglio de’ medici e di tutti i professori, si debbono confinar nelle case loro, senza permettere loro l’uscirne. Altrettanto (benchè non sia necessario un egual rigore) si dee ordinar per le donne, anch’esse per la lor complessione sottoposte ad una facile infezione, avvertendo però, che alle povere donne e famiglie, alle quali per non potere uscir fuori mancasse il mantenimento, gliel’ha da provvedere il pubblico, o per via d’un sussidio giornaliere o con somministrar loro da lavorare: altrimenti sarebbe lo stesso il morire di fame, che di contagio. In alcune città, e spezialmente in Modena, fu fatto il suddetto regolamento, obbligando a pene pecuniarie i padri, i mariti, i fratelli e i padroni di chi contravveniva. Solamente fu dai nostri conservatori saggiamente permesso che per ogni famiglia mancante d’uomini, una donna avesse libertà d’uscire di casa per provvedersi del bisognevole a quell’ora che sonava una campana determinata, e potesse star fuori, finattantochè essa campana cominciasse a sonare i botti o tocchi, nel qual tempo aveano esse donne da ritirarsi prima che finissero i botti. Furono eccettuate da tal proclama quelle donne e que’ fanciulli che poteano andare in carrozza propria, purchè non fossero di case sequestrate; come ancora le contadine ed ortolane, portanti vettovaglie e frutta, con ordine però che non entrassero in casa alcuna e portando a’ padroni qualche cosa, la ponessero sulla porta della casa senza entrar dentro. Furono altresì eccettuati i fanciulli contadini che venissero avanti ai buoi e non altrimenti; e le rivenderuole d’erbe e frutta non abitanti in case sospette e non inferme, e le levatrici, alle quali era lecito l’andare a levare i parti, ma non ad altro nè per altro. Sarebbe sommamente utile il provvedere ancora a que’ gravi disordini che possono cagionare, molto più in questi che negli altri tempi, le donne da partito o pubbliche meretrici. E per conto dei servitori e delle serve, avvertano i padroni, che chi ha il comodo, li faccia dormire cadauno in un letto da per sè solo, acciocchè portato il male da un solo non pregiudichi a tutti.

Emanò anche editto in Modena che nessuno ammalato, o di pestilenza o di qualsivoglia altro male, potesse camminare per le città, siccome nè pure introdursi in essa città o mutar casa, senza licenza del magistrato. Sarebbe anche necessario il far girare di notte tempo la pattuglia con alcuno della sanità, sì per impedire i furti e delitti, e sì per sorprendere chi violasse i sequestri e i trasporti furtivi di robe infette, con contravvenire a’ premurosi editti che saranno stati fatti e si dovranno rigorosamente far eseguire, dipendendo in gran parte da questi due riguardi o la continuazione o l’aumento irreparabile del contagio. Gioverebbe ancora serrar con barricate tutte le contrade o almen le più infette, e custodirle poi di notte, per vietare i suddetti disordini, con libertà a chi fa la guardia di tirare archibusate a chi furtivamente tentasse la fuga. Ciò fu saviamente praticato in Palermo per le contrade che avevano tutti gli abitanti infetti, facendo mutar casa solamente a quei pochi che non erano peranche colpiti dal male. Si fuggono d’ordinario assai volentieri i beccamorti, e spezialmente in tempo di peste; contuttociò fu saggiamente ordinato con pubblica grida, che i medesimi (siccome gli altri serventi de’ lazzeretti) portassero tutti un abito uniforme, cioè un camiciotto di tela incerata del medesimo colore, acciocchè ognuno si tenesse lungi da loro; e, fuori del tempo del loro uffizio, stessero serrati nelle case loro assegnate in sito men geloso, con sola permissione di andare ad un’osteria destinata per loro soli, i cui abitanti non poteano aver commercio con altri. E per animar le persone basse a questo abborrito bensì, ma molto caritativo impiego, si tassò la lor mercede a sette lire (queste presso a poco importavano allora dieci paoli) per ciascun morto che portavano a seppellire in casse; e per gli altri fuori delle casse lire cinque; e per gli poveri l’uffizio della sanità pagava loro quaranta soldi per ciascuno. Nessuno poteva esercitar la funzione di beccamorto senza licenza ed approvazione del magistrato. Tutto saggiamente. E si avverta che per quanto si può s’hanno a scegliere persone dabbene per tale incumbenza. Ma perchè non è molto facile il trovarne delle sì fatte, ma sì bene è facilissimo che assumano tal carico uomini immodesti e disordinati, e quasi tutti con disegno e speranza di far bottino, non mancando avaroni che contra tutti i divieti cercano di profittare colla compra di tali robe, si procuri almeno di dar loro uno o più capi timorati di Dio e di maggior prudenza e disinteresse che li tengano in freno e possano gastigarli o farli gastigare, occorrendo, ancora col più grave de’ gastighi, in caso di disubbidienza; invigilando sopra tutto che non rubino con discapito dell’anima loro, e con accrescere mercè delle robe infette il pericolo a sè stessi o ad altri di perire un giorno. Questo disordine è quasi irremediabile, e si provò anche in Venezia, dove pur tali persone nascono eredi della professione; ma può rimediarvi non poco la vigilanza dei magistrati, mettendo spie, diffidenze e uomini dabbene fra loro. È stato osservato che alquanto dopo fornita la peste mancano di vita non pochi di costoro che s’erano preservati in mezzo alla peste. Per altro la sperienza fa vedere in que’ tempi che i beccamorti, benchè tutto dì maneggino con graffi, uncini e bene spesso colle mani cadaveri appestati, pure non ne sogliono restar essi infettati, o sia perchè siccome ad altri veleni si può a poco a poco avvezzare un uomo, così anch’eglino s’accostumino a quello della peste; o sia (e questo sembra più verisimile) che s’imbattano a far quel mestiere persone di temperamento opposto alla forza di questi spiriti velenosi e incapace di riceverli, siccome d’ordinario sono incapaci di ricever la medesima peste tanti quadrupedi ed uccelli, quantunque praticanti con uomini appestati. Non si vuol però tacere che sul principio delle pestilenze molti de’ beccamorti sogliono sloggiare anch’essi dal mondo, e restar preda della loro preda; e così, non subito, ma a poco a poco viene a formarsi l’assemblea di quei che restano vivi, perchè resistenti al male e che seppelliscono tanti senza cader eglino mai nella fossa. Per altro in Roma fu osservato che nessuno di quelli che toccavano corpi morti, quando erano nudi, fu assalito dalla peste: il che se fosse vero, darebbe valore all’opinione di chi crede che nei cadaveri, quando son freddi, sieno mancati ed estinti i semi dell’infezione, e che solamente dai corpi caldi si possano tramandare gli effluvj velenosi. Ma queste sono sperienze dubbiose, e la prudenza insegna che non se ne ha molto a fidare se non in caso di necessità. Ogni quartiere avrà i suoi beccamorti assegnati, che o la mattina per tempo o la sera sul tardi raccoglieranno i cadaveri per trasportarli sulle carrette al luogo destinato, dando segno alle case o con la voce o in altra forma. In caso di gran necessità si potrà dar questo impiego a chi già fosse stato condannato alla morte o alla galera, s’eglino il vorranno, badando però che non sieno rei di ladrerie, nè di coscienza troppo perduta. Così può ancora farsi negozio, affinchè i poveri si guadagnino il vitto o con tale impiego o con servire ai lazzeretti.

Essendosi poi osservato in Modena che riusciva di molto pregiudizio il commercio de’ cittadini coi contadini, comunicando disavvedutamente gli uni agli altri il mal contagioso, fu con pubblico proclama ordinato che essi contadini, venendo alla città, non potessero praticare, nè commerciare co’ cittadini, nè entrar nelle case d’essi, fuorchè ne’ cortili e nelle cantine, in occasione d’introdurvi le uve ed altre entrate della campagna. Anzi scorgendosi quasi estinto nella città il morbo da cui non erano alcune ville peranche affatto immuni, fu pubblicato nuovo editto, in cui si proibiva ai contadini l’entrare in modo alcuno in città con fedi di sanità o senza. Nulladimeno conducendo vettovaglie, si permetteva loro l’ingresso, purchè dirittamente andassero a varj luoghi destinati nella città per venderle, e non uscissero da questi luoghi e serragli. E chi conduceva carri con legna, fieno, vettovaglie e simili rendite della campagna, dovea condurle a dirittura ove erano destinate, senza però entrar nelle case, e con iscaricarle nella strada. Ma perchè i cittadini o per inavvertenza, o per malizia, poteano trattare e commerciar con costoro nel loro passaggio, anche a ciò sarebbe stato bene il trovar ripiego. Non ben sopito il male nella nostra città, fu ordinato che i cittadini, i quali andavano e tornavano di villa, non avessero più questa libertà, ma in termine di otto giorni, se voleano, ritornassero entro la città, avvisando però due giorni prima di venire, acciocchè si prendessero le dovute informazioni se si potevano ammettere. Non venendo entro quel termine non erano più ammessi: e ciò per essersi osservato molto pregiudiziale l’andar loro e venire dopo aver praticato coi contadini infetti.

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