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Del governo della peste e della maniera di guardarsene

DEL GOVERNO ECCLESIASTICO DELLA PESTE LIBRO TERZO.

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CAPO I.

Necessità di ricorrere a Dio e di placarlo, massimamente in tempo di peste. Quali in pericolo di contagio abbiano da essere le incumbenze de’ vescovi e degli altri ecclesiastici per tener lungi il morbo; e quali i preparamenti prima ch’esso venga.

Spediti dalla cura politica e medica del morbo pestilenziale, passiamo alla terza, che è la più importante di tutte, cioè alla cura dell’anime in tempi di peste e a ciò che riguarda Dio; il che vien compreso nel Governo ecclesiastico. E primieramente chiara cosa è che in forma distinta convien ricorrere al possente aiuto di Dio, allorchè s’ode fischiare in qualche vicinanza il terribil flagello della peste. Per comando o permissione di lui vengono le calamità, ma spezialmente si conosce che vengono quelle più strepitose che affliggono i popoli interi, o per castigo de’ peccati o per ispurgo dei malviventi, o affinchè la gente, che facilmente si addormenta sopra la terra, quasi incantata da questi pochi beni transitorj, si risvegli, e conosca che c’è Dio padrone delle robe e delle vite, e a lui si converta. Perciò la peste vien bizzarramente chiamata da Tertulliano, Tonsura lascivientis ac silvescentis generis humani. Ora se questo gran Dio vuol punire o purgare la terra secondo i decreti della sua infinita giustizia e della sua sapientissima provvidenza, chi ci sarà che possa resistere alla sua volontà? Indarno si oppongono al supremo suo volere le prevenzioni e diligenze umane; e indarno veglia chi fa la guardia alla città, se non la custodisce colla sua invisibile parzialità ed assistenza l’Onnipotente e saggio Regolatore del tutto. Certo non si vede mai così bene, come sia corta e fallace l’umana prudenza, e come Dio sappia confondere la sapienza del secolo, quanto nei tempi di peste. Dopo tutte le cautele e le precauzioni usate, si trova bene spesso passato il contagio per dove meno s’aspettava, entro un paese e nelle città. Non bastano le guardie; anzi le guardie son quelle talvolta che l’introducono. O pure permette il Signore Iddio che i principi o i maestrati, dimentichi del debito loro, anzi di sè stessi, o cadano in una supina negligenza, o trascurino allora alcune opportune diligenze, col non ascoltare o non curare il consiglio de’ migliori, lasciando con ciò aperta la via al morbo desolatore. All’incontro si veggono preservati altri paesi, e con diligenze molto minori; essendo stato anche osservato che mentre la peste facea nell’anno 1630 strage sì grande nello stato di Milano, l’armata spagnuola che trattenevasi a Casale di Monferrato, e tuttodì ricevea vettovaglie dai Milanesi, pure si mantenne sempre intatta ed esente dall’infezion dominante. Abbiam anche detto altrove che la città di Faenza si preservò nel fiero contagio dell’anno suddetto, e il fermò a’ suoi confini; e pure si sa che segretamente ne uscivano e vi tornavano non pochi, a’ quali premeva più il proprio guadagno col trasporto delle grasce verso Bologna, che la salute del pubblico suo.

Adunque la più ferma speranza di tener lontana la peste dee riporsi nella misericordia del nostro Dio; e per rendersi capace di questa, egli è necessario il fare per tempo un fedele e non finto ricorso a lui con pubbliche orazioni e con una seria emendazion della vita, acciocchè liberi il suo popolo dal pericolo che sovrasta. Siccome abbiamo dal lib. 3, cap. 8 dei Re, e dal lib. 2 dei Paralipom., cap. 6, la maggior fiducia del popolo Ebreo in tempi di calamità veniva riposta nell’umiliarsi colle preghiere a Dio; altrettanto e più dovrà fare e sperare il suo eletto e diletto popolo della legge nuova, per cui la somma sua clemenza non ha risparmiato il sangue e la vita del suo Unigenito, e a cui questo medesimo suo benedetto Figliuolo ha promesso tante cose, e tante volte, nel suo santo infallibile Vangelo. Pertanto correndo sì gran pericolo, dovrà il vescovo, secondo le istruzioni di S. Carlo, ordinare processioni per tre giorni, come ancora digiuni ed altre opere di penitenza e di pietà per placar Dio e implorare la sua gran benignità, con ordinare ancora una comunion generale in qualche giorno di festa. Disporrà il giro delle quaranta ore per l’esposizion del Venerabile, acciocchè in nessun’ora manchino le preghiere e il culto a chi ha da essere la nostra maggiore speranza. In oltre prescriverà un giorno o due di digiuno per ogni settimana; e in una festa determinata darà le ceneri benedette a tutto il popolo, come se fosse il principio della quaresima. Così fece ancora S. Carlo. Quindi tanto esso vescovo, quanto i parochi e i predicatori e i direttori e capi de’ monisteri rivolgeranno lo studio loro a levar via e sradicare quelle corruttele e que’ peccati pubblici che più irritano lo sdegno di Dio, come sono gli adulterj, i concubinati, le usure, le ingiustizie, i contratti illeciti, le oppressioni dei poveri, le usurpazioni della roba altrui, le nemicizie, l’irriverenza a sacri templi e simili altre offese del Creatore. Qui più che mai ha da accendersi e da sfavillare lo zelo de’ ministri di Dio senza però mai dimenticare le leggi e i consigli della prudenza, fedele compagna d’ogni operazione e virtù.

Oltre a ciò se l’intenderà il vescovo co’ principi e magistrati secolari per levar via dal paese gli scandali, i pubblici giuochi e balli, le bestemmie, le ubbriachezze, i banchetti, certe conversazioni ed altre somiglianti azioni o pubblicamente peccaminose, o almen tali che da loro non va bene spesso disgiunto il peccato. Medesimamente esorterà egli co’ suoi editti e per mezzo ancora dei parochi e predicatori, tutto il popolo alla pace e concordia, a compor le liti, gli odj e le fazioni, a perdonar le ingiurie, a lasciare il lusso, a restituire il mal tolto, e, in una parola, a mutare e migliorar la vita e far penitenza, unico mezzo per mitigar l’ira di Dio ed ottenere la protezion del suo braccio nelle calamità imminenti. Chiunque ben rifletterà all’orribilità, alla prontezza, alla crudeltà e desolazion d’una peste, e al pericolo che sta tutto giorno davanti agli occhi, di chi la sente vicina o la rimira presente, se non è un pazzo o un empio, non tarderà punto a convertirsi. Appresso dovrà inculcarsi a tutti il tenersi ben lungi, massimamente allora, da ogni offesa di Dio, e se mai cadessero, il confessarne subito e il farne ancora, occorrendo, un’intera purga con una confession generale, e in somma lo star ben preparati. Il terribil rendimento de’ conti forse non è lontano, e però si dee far loro considerare che venendo la peste, essa o non lascia tempo da confessarsi, o non permette facilmente comodità di confessori e di altri aiuti spirituali. Del pari s’avrà da persuadere la frequente comunione, almeno una volta per settimana, e l’impiegarsi allora più che mai in orazioni, digiuni, limosine ed altre opere di pietà e di carità. E perciocchè niuno potrebbe promettersi nel fiero scompiglio d’una pestilenza tempo ed agio di ben disporre gli affari suoi e della sua famiglia, convien ricordarsi e far ricordare agli altri che dichiarino i lor debiti e crediti, che facciano testamento, se ne han bisogno, che paghino, per quanto sia in loro potere, i debiti contratti senza lasciarne la cura agli eredi. Può essere vicina la partenza: chi ha tempo, non aspetti tempo.

In questo mentre non si dovrà ommettere alcuna delle diligenze pubbliche e private che si credono proprie per tener lontano il contagio. Non è questo un temerario opporsi alle risoluzioni divine. Sarebbe anzi una temerità e un tentare Iddio il tralasciar simili diligenze; imperocchè quantunque non in esse, ma nella clemenza e nell’aiuto dell’Altissimo, s’abbia a confidare, tuttavia essendo solito il Signor Iddio di operare i suoi voleri per mezzo delle seconde cagioni e giusta le leggi ordinarie della natura, sarebbe un obbligarlo a fare un miracolo, anzi infiniti miracoli, quell’esigere ch’egli allora preservasse chi senza necessità non volesse guardarsi dal commercio delle persone e robe appestate o sospette. Il perchè, qualora occorresse, contribuirà anche il vescovo co’ suoi editti alla difesa della pubblica salute, ordinando quelle cose che inviolabilmente si debbono osservare dai sudditi suoi ecclesiastici e ne’ luoghi ecclesiastici, e accordandosi col maestrato secolare, nel promuovere il bene della repubblica, con dar anche facilità ai vicarj foranei e ai parochi di ordinar lo stesso secondo i bisogni. Può essere che ciò non sia necessario; ma certo sarà ben poi indispensabil cura de’ parochi, predicatori, confessori, ecc., l’istruire il popolo che tutti sono obbligati in coscienza ad ubbidire ed osservare esattamente in casi di sì terribil conseguenza gli editti e le regole de’ principi e maestrati secolari, sì per non coprire il suo o l’altrui male, come ancora per non maneggiare, vendere o trasportar robe infette conosciute tali. Per parere di tutti i teologi, anzi per dettame della stessa natura e della retta ragione, non può alcuno senza peccato gravissimo tirar addosso a sè stesso colla trasgression delle leggi un malore cotanto micidiale, nè introdurlo in paese sano, nè comunicarlo a chi ne è libero. Davanti a Dio e davanti agli uomini sarà sempre reo d’una gran colpa e degno di gravissime pene chi non volendo eseguire le provvisioni e leggi dei principi (le quali certo è che in questi casi obbligano sotto pena di peccato mortale, e ciò quando anche l’ubbidienza dovesse costare un danno grave di roba) cooperasse all’esterminio suo e del prossimo e della patria sua. In Roma nella peste del 1656 erano non men dei secolari sottoposti gli ecclesiastici di qualsivoglia fatta ai gastighi temporali intimati contra simili trasgressori. Così è stato fatto e dee farsi in altre simili congiunture. Questa legge vien dalla natura; e oltre a ciò non lasciando gli ecclesiastici d’essere parte della repubblica, son perciò tenuti anch’essi, almeno al pari degli altri, se non anche più di molti altri, alla conservazione, quiete e felicità d’essa, e a preservarla, per quanto possono, dalla rovina.

I maestrati secolari, non già per titolo di giurisdizione, ma per titolo di natural difesa possono impedir l’ingresso o prescrivere sequestri alle persone ecclesiastiche sospette di pestilenza, acciocchè non infettino i sani, siccome ancora opporsi, affinchè nè pur gli ecclesiastici morti di peste vengano seppelliti in chiesa. Nulladimeno affinchè i vescovi conservino quelle prerogative che hanno debbono in tempo di peste delegare la loro autorità sopra gli ecclesiastici al magistrato secolare, per tutto quello che possa bisognare a tener lontano il contagio e a mantenere la sanità, l’annona e l’altre leggi stabilite allora pel pubblico bene. O pure hanno essi da unire un loro deputato ecclesiastico per assessore ad esso maestrato secolare, dandogli facoltà di esercitare la giurisdizione sopra i chierici sì coattiva, come punitiva, riservando a sè la sola pena della morte. Tanto si ha dal Diana. Ricorderò anch’io qui ciò che prima di me consigliò il P. Filiberto Marchino ch. reg. barnabita nel suo utilissimo libro intitolato, Bellum divinum, cioè che il vescovo pestis tempore de ecclesiastica jurisdictione admodum ne sit sollicitus, nam inde scandala multa orientur; caveat ab excommunicatione; comiter et suaviter facultatem suam aliis deleget; ipseque ad spiritualem curam animarum studium omne convertat. Tunc non est de jurisdictione altercandum. Finalmente sarà cura del prelato e de’ ministri di Dio il raccomandare che il popolo sia divoto verso Dio, e nello stesso tempo sia rassegnato e ubbidiente ai maestrati. Che non fugga l’andare ai posti, alle porte e agli uffizi destinati. Che accuratamente assista, acciocchè nulla entri o passi che non sia ben riveduto o purgato dal suddetto anche menomo d’infezione. Che niuno tradisca la fede che si ha in lui con parzialità, negligenza o interesse. Non si creda di farsi poco merito presso chi ha da giudicare i vivi e i morti quel cittadino che s’applichi a servire con tutta fedeltà ed attenzione in sì gran pericolo alla patria sua. Purchè intenda di servire a Dio, nel servire al prossimo suo, questo sarà un atto di nobilissima carità, talvolta più meritevole di mercede in cielo che non sono moltissimi altri atti di divozione.

Prima poi che s’interrompa affatto il commercio, e allorchè s’avrà giusto sospetto di dover soggiacere al flagello che gira nelle vicinanze, cerchi il vescovo dal sommo pontefice facoltà di dispensare indulgenza plenaria agli appestati che si confesseranno o mostreranno segni degni di contrizione. Come ancora altre indulgenze per chi ogni giorno reciterà le orazioni o farà altre azioni pie che saranno prescritte dal vescovo stesso. E a fine di maggiormente accendere le persone all’esercizio della carità cristiana, cotanto necessaria e meritoria in que’ tempi, chiederà delle altre indulgenze per i parochi ed altri ecclesiastici sì secolari, come regolari che assisteranno agli appestati. Altre ne dimanderà per i medici e chirurghi, per le nutrici e levatrici, per gli altri ministri nobili o ignobili, facchini e beccamorti, sì dei lazzeretti, come fuori dei lazzeretti che piamente attenderanno alla cura e al governo del popolo infetto. Altre per chi farà limosine o con altre azioni caritative soccorrerà allora agl’infermi ed anche i sani bisognosi. In oltre chiederà facoltà di assolvere di qualunque censura e caso riservato al papa nella bolla in cœna Domini e in tutte l’altre bolle, specificando per maggior sicurezza il delitto dell’eresia, e di poter delegare ad altri tal facoltà e di poter liberare i sacerdoti da alcune irregolarità incorse, ancorchè per morte involontariamente accaduta e di assolvere dalle censure suddette anche nel fôro esterno. Non intendo io qui di derogare alla facoltà oggidì disputata d’assolvere da tutte le irregolarità e sospensioni, nate da delitto occulto, fuorchè dall’omicidio volontario e da tutti i casi occulti riservati alla S. Sede, che nel concilio di Trento sess. 24, cap. 6, fu conceduta o conservata ai vescovi e anche di delegarla ad altri. Chieda ancora per chi farà opere di carità la licenza di eleggersi un confessore, benchè regolare, il quale assolva da ogni caso e censura riservata. Di più procurerà l’autorità di permutare l’uno d’alcuni legati pii in sollievo de’ poveri, potendo ciò essere necessario o utilissimo in quelle misere contingenze e gratissimo a Dio, che che potesse parere ad alcuni, i quali talvolta non sanno assai bene estimare le intenzioni pie dei testatori e i privilegi della carità e necessità. Chieda eziandio di poter adoperare, anche senza la permissione de’ loro superiori, que’ religiosi che volessero santamente dedicarsi al servigio de’ lazzeretti e degli appestati; siccome ancora di poter costringere le persone religiose ed altri ecclesiastici, o luoghi, esenti dalla giurisdizione episcopale, a far ciò che richiederà la pubblica utilità durante il tempo della peste. Di tutto poi si varrà il vescovo, caso che ne venga il bisogno, secondo la sua prudenza. Finalmente egli è da sperare che se si avvicinassero le minacce d’una pestilenza, si moverà di buon’ora il piissimo zelo de’ sommi pontefici a concedere un Giubileo che potrà essere efficacissimo mezzo a placare lo sdegno divino o ad incitar maggiormente i popoli al timore di Dio, alla divozione e alle opere sante.

CAPO II.

Quanto sia necessario il coraggio ne’ tempi della pestilenza. Fede e speranza, virtù divine e fonti d’intrepidezza e di giubilo. Bontà e misericordia di Dio ricordate ai peccatori. Rassegnazione a Dio, e darsi tutti a lui.

Allorchè la peste entra in qualche città per la prima volta e già si scorge cominciare, vittoriosa d’ogni ostacolo, a mieter le vite del popolo, pochi son quelli che spettatori di sì orribile, non mai veduto e tanto pericoloso spettacolo, non s’empiano di terrore, di costernazione ed anche di viltà. E benchè non pochi ripiglino animo coll’andar più innanzi, simili a certi soldati, timorosi nella prima battaglia, ma che poi vanno a poco a poco formando il coraggio nell’avvezzarsi al fuoco; pure più son quelli che durante il contagio pusillanimi sempre, sempre conservano il primiero orrore, temendo di tutto, e da per tutto mirando dipinta nelle morti altrui la propria morte. Ma se c’è tempo in cui sia necessaria la costanza dell’animo, l’intrepidezza e il coraggio, quel della peste è sicuramente, e più degli altri, tale. L’ho detto e il torno a ripetere: secondo la conclusione di tutti i più saggi medici e di qualunque pratico di sì funeste occasioni, uno dei gran preservativi della peste si è il non aver paura della peste. Il coraggio, l’allegria, la tranquillità dell’anima tenendo in un sano equilibrio e senza alterazione, gli spiriti ed umori del corpo, tengono serrato in qualche guisa il passo anche al veleno esterno della pestilenza. Non s’hanno a trascurare gli altri mezzi e i rimedj per preservarsi; ma questo ha da essere uno dei primi. L’apprensione, il terrore e la malinconia sono anch’essi una peste ne’ tempi di peste, disordinando la fantasia e disponendo la massa degli umori a facilmente ricevere e in certa guisa chiamar da lontano il veleno regnante, siccome con infiniti casi ha fatto vedere la sperienza. Necessarïssima dunque si è allora la fortezza e costanza dell’animo per benefizio di cadauno in particolare; ma spezialmente ve n’è estrema necessità, per benefizio del pubblico, nei maestrati, nei sacerdoti e in qualunque altra persona, a cui sia appoggiato il governo o spirituale o temporale del popolo in mezzo a sì fiera calamità. Se questi son dominati dalla paura, se questi fuggono, lasciando di regolare e di soccorrere con opportune provvisioni e colla lor presenza il povero popolo, immenso è il disordine, somma la disperazione, infinita la strage. Ma se questi, fortificato il lor cuore da un nobile e savio coraggio, accenderanno in esso anche il fuoco della carità, viscere d’amore paterno e cristiano, e nulla ommettendo per salute della lor patria, non si può dire quanti metteranno in salvo, loro mercè, la vita dell’anima, e quanti ancora quella del corpo.

Abbiamo altrove accennato alcune ragioni umane da far coraggio ne’ contagi; abbiam di più riferito que’ preservativi che giustamente accrescono la speranza di esentarsi dal morbo in mezzo al morbo. Ora aggiungiamo che nulla più può inspirare e rassodare negli uomini la tranquillità e fortezza, quanto le massime della legge cristiana, cioè la scuola del santo Vangelo. Allora dunque convien mettersi davanti agli occhi la brevità e miseria di questa vita, la speranza della beata eternità e la sommessione che dobbiam tutti al sommo nostro padrone Iddio. Brevi sono i giorni dell’uomo: chi nol vede? e volere o non volere, tutti andiamo a gran passi verso il nostro fine. Quand’anche menassimo sino all’estrema vecchiaia i nostri giorni, pochissimo sarebbe ancora questo tempo. Ora speriamo noi forse la nostra felicità da pochi momenti di vita temporale? Troppo è caduca, troppo incerta, piena troppo d’angustie e d’afflizioni si è questa misera terra; ognuno il sa per prova. Il nostro Dio anche per questo ordinò che i mali abitassero nel mondo, acciocchè ci andassimo ricordando che questa non è la patria nostra, ma un esilio, ed esilio penoso, e qui non abbiamo una città, in cui si possa fare lunga permanenza, ma cercarne noi un’altra che ha da venire. Animo dunque: se si avrà a sloggiare, facciamolo con franchezza, perchè già si ha a fare o presto o tardi, e sempre si farà da un paese di miserie. Il rattristarsi, il darsi in preda all’apprensione, al dolore sarebbe un dolore e un male di più, e non già una via di fuggire la morte. Facciamo intrepidamente di necessità virtù, e senza fermare il pensiero in que’ pochi beni, o veri o apparenti, che ci dà questa vita terrena, pensiam più tosto a quei tanti veri mali, onde essa abbonda, avendone noi provato in sì gran copia finora o nell’animo o nel corpo nostro; e perciò prepariamci, se così sarà volere dell’Altissimo, ad uscirne fuori con coraggio, con rassegnazione e con giubilo.

E giubilo appunto proveremo, se ravvivando in noi la virtù della fede per credere fermissimamente il regno dell’eternità e le sublimi promesse lasciate a noi dal veracissimo e onnipotentissimo Dio, si ecciterà in nostro cuore la speranza di que’ sommi ed infiniti beni che non avranno mai fine. Speranza dolcissima, speranza confortatrice, alla cui voce si rallegra tutto l’interno de’ veri fedeli, e il timore di più non dover vivere si cangia in un vivo desiderio o almeno in un saggio sprezzo di morire quaggiù per avere a regnare eternamente con Dio. Ma perchè si oppone per lo più a così nobile speranza la memoria de’ molti e moltissimi peccati nostri, dobbiamo allora di nuovo rivolgerci a Dio con un forte e vero pentimento delle colpe nostre, considerando più che mai, quanto grande, quanto costante sia la sua divina misericordia. Non c’è alcuna sua dote, di cui ci abbia egli dato più spesso, nè più ampiamente, idea e sicurezza, quanto della sua immensa bontà e clemenza. Egli la replica, e tante volte la replica nelle sacre carte, quasi questo buon Dio temesse che ce ne dimenticassimo qualche volta o che ne avessimo da dubitare un giorno. Egli sempre fa e sempre si ricorda che noi siam polvere, che noi siam facili a cadere, e purchè ci vegga pentiti di cuore delle offese a lui fatte e veracemente determinati a servirlo e a non offenderlo, ci corre questo buon Padre incontro, ci cade sul collo con tenerezza inudita e mette tutta in festa la sua real corte per la gioia d’aver ricuperato i figliuoli che s’erano perduti. Adunque possiamo sperar tutto del nostro benignissimo Dio, purchè ci presentiamo a lui con vero abborrimento al peccato, e con filiale amore verso di lui che è il Dio della misericordia. Ma che dissi possiamo? Anzi dobbiamo sperar tutto di lui, perchè egli stesso ci comanda che speriamo, e c’inculca nelle sue divine Scritture la celeste virtù della speranza; nè si dee mai partire dal nostro cuore e dalla nostra bocca quella tanto vera e tanto dolce sentenza: Chi spera in lui non sarà confuso in eterno.

Finalmente si dee allora di continuo considerare l’obbligazione che tutti abbiamo di fare la volontà di Dio. Siamo sue creature, suoi servi, suoi figliuoli: adunque se il Creatore, se il Padrone, se il Padre ci chiamerà a sè, dobbiamo ubbidirgli con tutta sommessione e rassegnazione, e di buona voglia. Diciamo tuttodì nell’orazione insegnataci dal suo divin Figliuolo che venga il regno suo, che sia fatta la volontà sua. Non la vorremo noi fare allora? o pur la faremo con ripugnanza ribelle e con un timore e dispetto a lui ingiurioso? Ad ogni modo si ha da eseguire il volere santissimo di Dio: sarà una deforme debolezza e una spezie di stoltizia il non far volentieri ciò che per necessità si ha da fare. È amara la morte a quei soli che han riposta ogni lor felicità in questa per altro fallace e misera vita terrena, e non amano di sottomettere la propria volontà a quella dell’amantissimo nostro padre Iddio. Tolga egli per la sua infinita clemenza e colla sua potentissima grazia che noi siam di questi. Se ci rifletteremo bene e non saremo accecati dalla passione, ci apparirà chiaro che se mancheremo di vita in un contagio, mancheremo in un tempo in cui più che in altri è facile alle anime cristiane il passare da questa valle di miserie e di peccati, al beatissimo regno del nostro gran Dio e Salvatore Gesù. In altri tempi suole arrivarci addosso la morte all’improvviso, con trovarci mal preparati al viaggio dell’eternità; ovvero, assalendoci le febbri ed altri mali, non ci lasciano l’uso della ragione e dei sensi per poter saldare i conti con Dio e col mondo, prima di metterci in cammino. Ma infierendo la pestilenza, l’aspetto ed esempio altrui grida a gran voce che la morte viene, e che ci convertiamo a Dio, potendosi perciò colla mente sana disporre ciascuno ad agevolmente conseguire la gloria che ci aspetta nell’altra vita. Oltre di che, la peste è un gran campo da esercitar le virtù, e a darsi un ampio capitale di merito appresso il Padron della morte e della vita. Lo stesso sofferir la morte di buon grado, con intenzione d’ubbidire allora a Dio, sarà di un merito immenso presso Dio. Questa peste, così diceva S. Cipriano di quella de’ suoi giorni nel sermone della mortalità, questo morbo che si mostra sì spaventoso e mortifero, va investigando chi sia o non sia dabbene, ed esamina le menti del genere umano; se i sani servano agl’infermi; se i parenti con carità si amino insieme; se i padroni abbiano compassione de’ servitori che languiscono; se i medici non abbandonino gl’infermi; se i crudeli raffrenino la loro violenza; se i rapaci, almeno per paura della morte, estinguano il continuo ed insaziabile ardore della furiosa avarizia; se i superbi pieghino il collo; se gli scellerati depongano l’audacia; se i ricchi, almeno dappoichè muoiono i lor cari e restano senza eredi, e sono anch’essi vicini alla morte, donino alcuna cosa. Queste non sono per noi disgrazie funeste, ma esercizi che porgono all’animo la gloria della fortezza, e col dispregio della morte ci preparano alla corona.

Adunque il miglior partito in sì fatti tempi sarà il prepararsi, come se si avesse infallibilmente a morire, e poi gittarsi tutto in braccio alla Provvidenza divina; e, ciò fatto, attendere coraggiosamente a’ suoi affari, senza però trascurar le diligenze e cautele umane. Quindi verrà confidenza ed allegria, quindi coraggio e costanza di cuore. Se così piacerà a Dio, resteremo qui suoi; se no moriremo parimente suoi, e con isperanza anche più grande che in altri tempi di passar tosto o in breve all’immortalità beata. Eroico poi e degno d’invidia sarà il coraggio di chi allora si sacrificherà tutto agli esercizj della carità cristiana nella cura e nel soccorso del povero popolo. Ma di questo a suo luogo. Chiudiamo il presente argomento con un ricordo a coloro che non solamente ripongono allora tutta la speranza di schivar l’infezione nelle sole diligenze umane, senza curar molto la grazia e la protezione di Dio, ma ancora cercano più che mai lo sfogo dei loro appetiti, nulla movendosi ad una delle maggiori prediche che loro si possano fare nel mondo, cioè al terribilissimo aspetto d’una peste. Sappiano essi avere eglino allora da temer più degli altri che il potente braccio di quello stesso Dio gli arrivi. Non mancheranno mezzi allo sdegno divino di deludere i loro aerei scampi e consigli, e di colpirli quando meno sel penseranno. Durante la peste di Milano del 1586, siccome narra il Giussano nella vita di S. Carlo, s’erano ritirati alcuni nobili cittadini in un castello, per fuggire il pericolo del contagio, e dandosi eglino falsamente a credere che ottimo rimedio, per non prendere il mal della peste, fosse lo stare in qualunque maniera allegri e il darsi di buon tempo, concertarono certi trattenimenti profani ad imitazion del Boccaccio, formando una raunanza con titolo di Accademia d’amore; ed ivi consumando tutto il giorno in giuochi, novelle e trastulli, quasi affatto se ne stavano dimentichi di Dio e della loro eterna salute. Ma mentre in questi spassi e diletti pensavano d’essere sicuri da ogni pericolo di male per le diligenze che usavano in guardare quel castello, ecco che tutto in un tratto si scoprì loro addosso lo sdegno di Dio, entrando colà la pestilenza e facendovi più strage che altrove. Un’allegria, ma cristiana, ma santa, cioè fondata sopra una coraggiosa rassegnazione a Dio e sopra un vero desiderio di piacere in tutto a lui, e nutrita dall’orazione e da altri onesti esercizi, con pregar anche l’Altissimo che ci mantenga liberi dall’apprensione e dal timore dei mali temporali e senza voler punto scrutiniare i suoi profondi giudizj; quella sarà la vera allegria che dee accompagnarsi con esso noi, e che principalmente contribuirà a tenerci lontana la peste, ministra fedele dell’ira e provvidenza di Dio.

CAPO III.

Uffizio de’ vescovi venuto il contagio. Provvisione di ministri e d’altri soccorsi temporali e spirituali. Lazzeretto per gli ecclesiastici. Consolare e animare il popolo colla presenza e con altri aiuti. Varie licenze da concedersi dal prelato. Messe ove da dirsi. Prediche e processioni come da farsi. Quali regole in tempo di generale quarantena.

Felici que’ popoli a’ quali il cielo comparte e principi, e maestrati, e vescovi pieni in tutti i tempi d’amore paterno verso i sudditi, e di nobilissimo zelo pel pubblico bene. Ma non mai si prova cotanto che bel regalo del cielo sia questo come nella disgrazia d’una peste. Sogliono allora i buoni pastori ecclesiastici fare un’offerta a Dio di tutti sè stessi, promovendo poscia con vigilanza continua non meno la felicità spirituale, che la politica delle loro pecorelle, con aiutare il governo secolare a difenderle, per quanto mai si può, dalla peste insieme e dalla fame, e con accudire a far curare gl’infermi, e a consolare e rincorare il popolo afflitto. Sarà pertanto cura del prelato, entrata che sia la peste, l’assistere ai maestrati, acciocchè senza dilazione sieno messi in ordine, o fondati, se la possibilità il permette, lazzeretti ben capaci per gl’infetti e sospetti, e affinchè vengano essi ben provveduti di medici, cerusici, medicamenti, serventi, balie, levatrici, capre, beccamorti, ed altri ministri, colla distinzione degli uomini dalle donne, anzi con procurare eziandio, se si potrà, che le maritate stieno segregate dalle fanciulle, il che per vari riguardi vien consigliato dai saggi; e che non si permettano visite, passaggi e colloqui sotto pretesto alcuno di parentela, amicizia, o d’altro. Veglierà il vescovo, acciocchè ivi non abbia luogo alcun altro scandalo, ma vi si eserciti la carità con esattezza, e vi si promuova la pazienza e la divozione. Metterà ogni applicazione per adunar sacerdoti, confessori, visitatori, ed altre persone tanto ecclesiastiche quanto secolari, che assistano ai lazzeretti, ai monasteri delle monache, e alla cura d’alcuni degl’infetti, ed altri dei sani, e specialmente in sussidio dei parochi, pensando a tutto quello che possa occorrere per l’amministrazione de’ sacramenti. A questo fine sul principio convocherà gli ecclesiastici della città e i capi degli ordini religiosi, e insinuerà, o farà loro insinuare, quello essere il tempo da far conoscere a Dio e al mondo lo spirito della loro pietà, carità e santa vocazione, coll’impiegarsi in servigio specialmente spirituale del prossimo e de’ loro fratelli in Cristo. E qui proseguirà adducendo i motivi più forti per esortarli ed animarli a non mancare d’aiuto in sì estremo bisogno al popolo di Dio, ciascuno secondo le sue forze, abilità ed inclinazioni, per farsi del merito in cielo, e beneficare la patria. Per mezzo ancora de’ parochi, o de’ predicatori, o di qualche editto, o in altra guisa che si trovi più praticabile, farà esporre questo medesimo invito ai secolari maschi e femmine. Tutti quegli, sì laici, come ecclesiastici, che accesi del fuoco dell’amore di Dio si offeriranno al servigio o dei lazzeretti, o degl’infermi, o per altri ministerj caritativi, col nome di oblati, si daranno in nota al vescovo, che ne terrà buon conto per distribuirli a suo tempo, e secondo il bisogno, ne’ vari impieghi della carità cristiana, avvertendoli poi di non ricevere cosa alcuna dalla gente infetta o sospetta, affinchè non pregiudichino al proprio corpo, e all’anima ancora, coll’esporsi all’evidente pericolo di contrarre l’infezione anch’essi.

Fu praticato in Milano (e sarebbe desiderabile che potessero far lo stesso altre città) di non mandare gli ecclesiastici al lazzeretto comune degl’infetti; ma erettone un altro a posta per i medesimi, si liberò il pubblico da questa cura, e si provvide con più comodità e decenza al bisogno dei ministri di Dio, con obbligare l’università degli ecclesiastici medesimi a somministrare quanto occorreva. In questo luogo verranno ricoverati gl’infermi dell’uno e dell’altro clero, con questa differenza nondimeno, cioè che per carità e senza spesa alcuna saranno ivi accolti e mantenuti quegli ecclesiastici tanto secolari quanto regolari che avessero preso il male nell’attuale servigio dei lazzeretti o degl’infermi, o pure per la loro povertà non potessero spendere; resteranno obbligati a pagare gli altri che non faticano e possono pagare.

Quindi rivolga il prelato il suo studio a levare dagli animi del popolo la costernazione e la stupidezza, che spesso allora assalisce quasi tutti, ed impedisce non solamente l’esercizio de’ vari uffizi, ma eziandio la buona cura di sè stesso, non che degli altri. Anch’egli esorterà ciascuno alla costanza e al coraggio, dandone prima, per quanto potrà, egli medesimo esempio a tutti. A ciò contribuirebbe assaissimo s’egli potesse di quando in quando lasciarsi vedere per le contrade e piazze della città a cavallo, come hanno costumato in simili occasioni i cardinali S. Carlo e Federigo Borromei, arcivescovi di Milano d’immortale memoria, Gianfrancesco di Sales vescovo di Ginevra, successore e fratello degnissimo di S. Francesco, e tanti altri cardinali, vescovi e principi. Non si può dire che consolazione e che gioia inspiri ne’ cuori o mesti o abbattuti della gente, il poter mirare allora dalle porte o dalle finestre, o pure a cielo aperto il volto del loro sacro pastore, o di chi li governa. Quell’osservare che personaggi tanto loro superiori non paventano la peste, è una grande scuola di non paventare anche agli altri; e quel chiarirsi che i governatori dati loro da Dio si prendono in persona tanta cura d’essi, e si sforzano di rimediare alle loro miserie e pericoli, accresce a tutti il conforto e il coraggio per non disperar da lì innanzi, e per sopportare con più tolleranza gli incomodi di quella misera congiuntura. Utilissimo pertanto al popolo e glorioso ai vescovi e ad altri superiori sarebbe allora il portarsi sino alle porte dei lazzeretti e il passeggiar talvolta per le contrade, informandosi eglino stessi dello stato degli infermi e di qualunque altro bisognoso, con ascoltarli o dalle finestre o in una convenevole lontananza, tenendo poi registro di tutto per soccorrere, come si potrà il meglio, alle necessità di cadauno. A questo atto d’eroica fortezza e d’insigne carità cristiana, certo è che terranno dietro le benedizioni non meno di tutto il popolo, che di Dio. Qualora non sia loro possibile il farlo, almeno mandino i loro primari ministri o altre accreditate persone, che in loro nome s’informino, e confortino, e rincorino chi ne ha bisogno, soccorrendo poi con gli effetti alle indigenze altrui.

Parimente dovrà il vescovo concedere a tutti i confessori da sè approvati, e specialmente ai parochi, e in caso di necessità anche ai sacerdoti semplici (che si riputeranno approvati senza esame in caso di necessità) la facoltà di assolvere non solamente gli appestati, ma eziandio tutto il resto del popolo dai casi e dalle censure riservate a loro, ed anche riservate al sommo pontefice, avendone prima ottenuta la licenza dalla S. Sede. E perciocchè può accadere che in que’ sì sconcertati tempi non possano i parochi, confessori e vicari foranei facilmente ricorrere al prelato, concederà loro in tal caso le più ampie facoltà, come sarebbe di potere, occorrendo il bisogno, ascoltare le confessioni senza tutti i sacri riti esteriori che si usano in altri tempi, purchè il facciano con pia decenza; e di sottoporre le parti delle parrocchie di villa alle più comode ed intatte, qualora per i passi levati non potessero accorrere alla propria parrocchiale, o l’una parte fosse infetta e l’altra illesa; e di ommettere le denunzie per contrarre matrimonio fra persone che in pericolo di morte volessero appagar la loro coscienza e legittimare la prole. Darà ancora licenza di poter celebrare messa in ogni chiesa, ed anche con altare di legno fuori di chiesa, o nelle piazze e vie; e di poter soddisfare in essi altari all’obbligazione di celebrare in altri; e di poter costituire ed approvare confessori secondo il bisogno. Il Diana mette in dubbio se il vescovo possa anche dar licenza di celebrare il santo sacrifizio nelle case private. Dicono di sì il Marchino e il Pasqualigo; e alla loro sentenza si può saggiamente aderire. Imperocchè non essendoci più salutevol mezzo umano per isfuggire o non comunicare ad altrui la peste, quanto lo star ritirato e consolato, non pare conveniente il costringere le persone, e massimamente le nobili, ad uscir di casa, e a portarsi con tanto loro ed altrui pericolo alle chiese o ai pubblici luoghi per ascoltare la messa, quando si possa in altra più comoda e sicura forma soddisfare alla loro divozione e pietà. Cessano qui i motivi per cui non si concede tal grazia in altri tempi; e vi entra il motivo di concederla pel pubblico e privato bene; anzi vi ha luogo il riflesso della necessità, che, considerato dalla Chiesa, fa in altri tempi accordare la licenza medesima. E quantunque non vi sia, rigorosamente parlando, questa necessità, perchè allora non corre il precetto di uscire di casa per portarsi ad udite la messa, tuttavia si può chiamare in certa guisa necessario il consolare; per quanto si può, la gente ivi ristretta, alla quale è fuor di dubbio che riesce allora di una somma consolazione il poter assistere al divino sacrifizio senza pericolo alcuno. E giacchè ai pastori ordinari non è vietato da alcuna precisa legge il dare questa facoltà nei pericolosissimi casi della peste, e la Chiesa tacitamente concede ai vescovi il provvedere e dispensare in casi tali secondo il bisogno e l’utilità della loro greggia, perciò è da preferire la sentenza dei teologi suddetti. Lo stesso credo io che si possa tenere intorno al dar licenza di mangiar carne per alcuni giorni di quaresima, cioè tre o quattro per settimana, con ritener però l’obbligo del digiuno. Alcuni teologi l’insegnano. Sarà eziandio cura dei vescovi il proibire anch’eglino allora, caso che i magistrati ne facessero istanza, la pompa e ogni altra formalità di funerali; e l’ordinare che niuno sia seppellito entro le chiese e ne’ cimiteri soliti, quantunque nè pur fosse stata la sua morte di peste, a fine d’evitare ogni pericolo ed inganno, potendosi solo esentare da tal divieto qualche persona di molta distinzione con permetterle sepolcro solitario e in casse impiombate. Ordineranno ancora i vescovi che la notte di Natale si canti la messa, ma a porte chiuse, e senza ammettervi il popolo, con proibir parimente certi presepi o sepolcri, ai quali si potesse fare un imprudente concorso di gente. Ho udito dire che nella peste di Genova del 1656 l’essere corso il popolo ad un luogo da dove si facevano sperar miracoli per preservarsi dal morbo, costò la vita a molte migliaia di persone, che s’infettarono in pochi giorni.

Di troppa importanza si è il non permettere allora le grandi raunanze in luogo alcuno, e per conseguente si dovrà andare con gran riguardo a permetterle anche nelle stesse chiese, perciocchè sarebbe facilissimo l’attaccare l’uno all’altro il contagio. Non si dee tentar Dio che faccia dei miracoli per preservarci ne’ luoghi sacri dagli effetti naturali di quel morbo. Il perchè è stato in uso in altre pesti, e viene ancora approvato dal consiglio de’ teologi, il dirizzare altari nelle piazze e in capo alle contrade, e far ivi celebrare la santa messa, acciocchè le genti preventivamente avvisate dal suono delle campane, e a certe ore determinate, possano assistervi, o stando alle finestre e porte, o pure all’aperto, ma colla dovuta distanza fra loro. Regolerà il prelato questa faccenda, e concederà le facoltà necessarie. L’arcivescovo di Firenze nella peste del 1630 proibì il suonar campane o campanelli per invitar gente all’accompagnamento del sacro Viatico, essendosi provato molto nocivo un tale concorso. Così nella peste che afflisse la città di Palermo negli anni 1624, 1625 e 1626 si lasciò di mettere l’acqua santa nelle chiese, perchè si riconobbe pigliarsi facilmente per mezzo d’essa il morbo. Altrettanto gioverà fare in simili congiunture. Il levare poi affatto le prediche in tempi tali non sembra conveniente, siccome soccorso che allora è più che mai utile o necessario al popolo per far coraggio e concepire sentimenti di vera penitenza e divozione, e prepararsi per tutti gli avvenimenti. Osservisi dunque se si potesse predicare in diversi luoghi spaziosi della città, e con dividere e diradare quanto più fosse possibile gli uditori. In Firenze l’anno 1630 furono sospese le prediche, giudicandosi questo il partito più sicuro.

Prima della peste lodano tutti l’implorare il soccorso divino con pubbliche numerose processioni, avuto riguardo però che non v’intervengano o concorrano persone le quali potessero portar seco il malore. Venuta poi la peste, suole disputarsi se convenga fare lo stesso. Certo ci assicurano le storie essersi osservata in varie città e terre, anche anticamente, la diminuzione o cessazione della pestilenza dopo sì fatte processioni, e il P. Teofilo Rinaldo ne reca vari esempi. Ma, secondo altri, meglio sarà l’astenersene per la ragione suddetta di non doversi esigere da Dio degli evidenti miracoli, e per altri motivi che tralascio. Noi sappiamo che dappoichè in Milano nel 1576 ne fu fatta una solennissima da S. Carlo, e un’altra addì 13 giugno 1630 dal cardinale Federigo Borromeo, si vide immediatamente aumentarsi il furore della pestilenza. Così per attestato del P. Marchino addì 28 giugno del 1630 furono da Nonantola con solenne processione portati a Modena i corpi de’ SS. Sinesio e Teopompo (siccome per relazione del Sigonio fu anche fatto nell’anno 1006), ed esposti per due giorni nel duomo con gran concorso di popolo, vennero finalmente ricondotti a Nonantola. Io non leggo che prima di quel dì la peste fosse entrata nella nostra città; leggo bensì che da lì a pochi giorni essa cominciò a farci strage. Perciò in Roma, cioè in quella città che fu regolata con mirabile saviezza nel contagio del 1656, non fu, per quanto io sappia, ordinata alcuna di queste sì strepitose processioni nel bollor della peste. All’incontro in Firenze nell’anno 1630 ne furono fatte alcune, ma dal solo arcivescovo e da alcuni ecclesiastici secolari e regolari diradati, stando intanto il popolo alle finestre, o pure in orazione entro le loro case, avvertito dall’invito generato delle campane. E questa appunto è una via di mezzo che sembra la più lodevole e la più da praticarsi in altre simili occasioni. In tal guisa potrebbero anche portarsi per la città i sacri corpi de’ santi protettori, o altre insigni e più venerate reliquie; e specialmente sarebbe da farsi qualche volta la processione del santissimo Sacramento, conducendola ora per queste ed ora per quelle contrade: il che tutto riuscirebbe d’incredibile consolazione ed utilità al popolo in que’ miseri tempi. Il mandare ancora sacerdoti, o secolari o religiosi, qualche volta a benedire i cibi de’ poveri infermi o altre cose, calate giù dalle finestre o esposte alle porte, è riuscito di gran conforto, ed ha inspirato coraggio, allegria e divozione alla viva fede dei medesimi. Anzi per tenere santamente allegra la gente, ottimo consiglio allora sarà rinviare per ogni parocchia a certi tempi, e massimamente alle prime ore della notte, senza bisogno che gli abitanti aprano allora le finestre, un determinato numero di soli ecclesiastici, o secolari o regolari, i quali per le strade cantino con voce divota le laudi del Signore, o altre preghiere e componimenti di divozione in lingua volgare, il più che si può intelligibili da tutti, ed approvate prima dal vescovo, le quali inanimiscano il popolo, consolino ed inspirino l’amore di Dio, la speranza in lui, la pazienza, e lo sprezzo del mondo. Ma ci vuole il giudizio d’astenersi allora da quelle espressioni che possono accrescere il terrore o la mestizia. Di queste due micidiali passioni non v’è inopia in que’ tempi: v’è bensì penuria di coraggio e d’ilarità, che pure sono potenti rimedi, non tanto per preservarsi, quanto per risanare dall’infezione. A questo fine potrebbe ancora giovare l’aver pronte e il far cantare in qualche divoto tuono dal popolo certe preghiere a Gesù, prima d’ora stampate, potendo esse servire di gran conforto nei continui bisogni, e massimamente nel gravissimo della pestilenza. Così gioverà il prescrivere orazioni da recitarsi privatamente, o pure da cantarsi pubblicamente circa l’un’ora, o la mezz’ora di notte alle finestre pel popolo, invitato a ciò dalla campana d’ogni parrocchiale.

E perciocchè può darsi il caso che s’abbia a mettere in quarantena tutto il popolo, sequestrando, fuorchè le persone necessarie, tutti gli altri nelle loro case per 40 giorni, il che fu fatto in Milano dell’anno 1576, essendosi trovato questo ripiego veramente utile, da che si vide che il morbo non cessava; e potendo essere il medesimo utilissimo anche nei principj dell’altre pestilenze, gioverà a tutti il sapere quali ordini prescrivesse allora S. Carlo, acciocchè in così lungo ozio d’un popolo numeroso tutti santamente s’impiegassero nel bene e schivassero il male, e fosse servito, non offeso Iddio. Pregò egli i laici di confessarsi e comunicarsi tutti il giorno avanti che entrassero in quarantena. Per gli esercizi spirituali di quel tempo, ordinò prima che ciascuno sentisse messa divotamente ogni dì, al qual fine fece ergere molti altari ai capi delle strade e a’ luoghi cospicui della città, per dar comodità a tutti di assistere al santo sacrifizio stando in casa propria, e trovò sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così provvide di confessori, i quali andavano con un treppiede in braccio per sedervi sopra di porta in porta, confessando tutto il popolo. Stava il penitente dentro, e il confessore sedeva di fuori, servendo la porta chiusa per confessionale. La domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo con molta riverenza, perchè veniva il curato col santissimo Sacramento, accompagnato da alcune persone pie con lumi accesi, e da un cherico che il serviva, comunicando cadauno alla porta della loro casa. Di maniera che quasi tutto il popolo facea la sacra comunione ogni domenica a guisa di tante persone claustrali, non potendosi spiegare la tenerezza con cui i buoni ricevevano in quella forma il vero conforto dei tribolati. Ordinò che ogni vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori, come se fossero stati collegi di canonici. Cantavano salmi, litanie, laudi ed altre orazioni accomodate ai bisogni di quel tempo; e l’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna d’esse col suono della campana più grossa del Duomo. Allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano, e seguitavano sino al fine, avendo ognuno il suo libro in mano, stampato per tal effetto, come fanno i canonici in coro. Perciò era cosa di stupore e che faceva intenerire ognuno il vedere o udire quella gran città, numerosa di circa 200 mila persone, lodar Dio in un tempo medesimo da ogni parte, e sentire un rimbombo d’infinite voci, che chiamavano aiuto da tutto il cielo in quella pubblica calamità. Certamente pareva allora Milano non solamente un miracoloso monistero di claustrali dell’uno e del l’altro sesso, che servissero a Dio rinchiusi nelle proprie celle, ma quasi un’altra Gerusalemme santa, piena di gerarchie celesti. Pubblicò ancora il piissimo arcivescovo una lettera pastorale, in cui insegnava ed esortava a fare certe altre orazioni vocali e mentali, e leggere libri spirituali; ed egli stesso mostrava i punti che s’aveano a meditare ogni giorno, stampati in essa lettera; e in fine concedeva varie indulgenze per la facoltà apostolica ch’egli aveva a tutti quelli che si esercitavano in queste pie divozioni e pregavano Dio per gli appestati. Ed ecco un vivo esempio e modello su cui si potranno regolare i vescovi in simili congiunture, per promuovere allora più che mai l’unione delle anime a Dio, a cui dee rassegnarsi totalmente ogni fedele per sua maggior quiete e conforto, e in cui solo si dee sperare e confidare per preservarsi in mezzo ai pericoli e alla confusione del contagio. A tal fine ancora dovranno i vescovi in occasione di qualche editto proibire l’uso ingiurioso a Dio e stolto di tutti i bullettini, anelli, ecc. e d’altri simili preservativi superstiziosi che allora facilmente si mettono in campo o dall’ignoranza, o dalla malizia.

CAPO IV.

Uffizio de’ parochi e confessori prima del morbo, e venuto il morbo. Cautele per le chiese e per i confessionari. Se i parochi sieno tenuti a ministrare i sacramenti agl’infetti, e quali sacramenti. Come si possa ministrare la Penitenza, il Viatico e l’estrema Unzione. Voti, quali da persuadersi.

Per conto de’ parochi, confessori ed altri sacerdoti, si ponga mente alle seguenti cose. Appena si udirà avvicinarsi o essere già pervenuta ai confini la peste, che dovrà ogni paroco di terre, castella e ville ammonir per tempo tutti a confessarsi prima del morbo, predicare il pericolo della morte, l’ira di Dio, l’emendazione della vita, i quattro Novissimi, ne præoccupati die mortis quærant spatium pœnitentiæ, et illud nequeant invenire. Dovrà pure sostituire anch’egli una solenne e divota processione di penitenza, con digiuni, comunione generale, ed altre opere di pietà, a fine di placare Dio e d’implorare il suo santo aiuto. Da queste pubbliche e strepitose divozioni, tanto della città quanto della diocesi, ne risulterà anche un vantaggio temporale. Cioè i popoli si metteranno in maggior apprensione di quel terribile ed imminente flagello; cosa utilissima, perchè così ognuno, aperti gli occhi per tempo, si guarderà con più cura dal pericolo di prendere, o d’introdurre il contagio. Non si può dire fin dove giunga alle volte la zotica e supina disattenzione, o sciocca temerità della gente rozza. Vanno alcuni senza pensarvi a cogliere la peste fuori del loro distretto sano in territori infetti o sospetti, conversando alla buona con persone appestate, o maneggiando robe, che portano poi la morte ad essi e l’esterminio alla patria loro. Bisogna perciò che anche la Chiesa con azioni vistose di pietà faccia avvertiti tutti del suo e dell’altrui pericolo. Anzi debbono i predicatori e i parochi dall’altare e in altre guise andar per tempo inculcando la miseria della peste, il rischio che sovrasta, la necessità di guardarsi per sè e per gli altri, e il peccato grave di chi trascura sè stesso, e tradisce il suo prossimo, e disubbidisce al principe e alle leggi, e in un affare di tanta conseguenza e rovina. Mostrino ancora al popolo, finchè è tempo (che questo pure sarà un atto di carità), in quante guise si possa contrarre e comunicare il veleno della pestilenza, e come le buone cautele hanno forza di preservare e difendere le popolazioni dall’infezione. Fatto uno sproposito, indarno si cercherà il rimedio, e in vano si dirà: Bisognava governarsi in questa o in quella maniera.

Che se la peste entrerà, allora i parochi vadano similmente ricordando, come potranno il meglio, ai loro parochiani quanto gravemente pecchino quelli che celano l’infezione contratta, non per altro che per timore di qualche suo danno, perchè maggiore sarà sempre il danno che recheranno non solamente agli altri con disseminarla e comunicarla, ma anche alla propria vita, col non lasciarsi curare, e coll’esporsi al pericolo d’una morte repentina, e senza tempo di sacramenti e di contrizione. Gran conto dovrà rendere a Dio chi per sua colpa o negligenza dilata il male e l’attacca agli altri che con buona fede hanno commercio con esso lui, o colle robe di lui. Nel contagio di Palermo del 1625 fu proibito sotto pena della vita che nessuno potesse trasportar robe da una casa in un’altra, ed anche vi fu imposta la pena della scomunica; e a certi tempi colle cerimonie solite della Chiesa venivano dichiarati scomunicati i trasgressori: il che faceva grande effetto per lo spavento che cagionavano tali cerimonie. Questo è un rimedio troppo violento, e da non praticarsi così facilmente altrove, benchè non sieno scomuniche latæ sententiæ, e perciò s’intimino solamente a terrore. Si può provvedere in altre guise. Dovranno al certo i ministri di Dio inculcare la grande obbligazione di non trasportare, rubare o contrattar robe infette o sospette, e quella altresì di denunziar subito ai deputati quei della sua famiglia, o gli altri che vengano a scoprire infetti. Molto maggior obbligazione si è quella di denunziare gl’infetti medesimi al paroco o al sacerdote deputato per l’amministrazione dei sacramenti, affinchè niuno manchi di vita senza i soccorsi spirituali della grazia di Dio. Nella nostra città, allorchè la peste del 1630 ci prese piede, fu dai conservatori della sanità con pubblico proclama ordinato che se alcuno o parente, o coabitante nella casa di qualche infermo fosse ricercato da esso malato di chiamare il confessore, e non vi andasse, costui cadesse in una grave pena pecuniaria, da estendersi anche ad arbitrio sino alla galea.

Per maggiormente preservarsi i parochi ed altri sacerdoti nel dire la messa, avranno cura di mettere cancelli, sbarre, o altro impedimento intorno all’altare dove dovranno celebrare, affinchè niuno del popolo vi si accosti, o la dicano essi in chiesa o fuori. Maggior cautela sarebbe che cadauno avesse i suoi determinati paramenti, de’ quali nessun altro allora si servisse. E tal cautela sarà poi necessaria per chi abbia da praticare con ammorbati o sospetti. I sacerdoti che dovranno amministrare i sacramenti saranno divisi in due classi, cioè altri per i sani, ed altri per gl’infetti e sospetti, secondo la disposizione e distribuzione che ne farà il vescovo. I primi, cioè quei dei sani, che si appelleranno sacerdoti o confessori ordinari, non potranno, se non in caso di estrema necessità, ministrare i sacramenti a gente appestata o sospetta; e se per necessità, o pure disavvedutamente, praticassero con infermi di questa fatta, o dessero loro i sacramenti, non potranno eglino per alquanti giorni praticare con sani, ma staranno ritirati, facendo una specie di contumacia in casa propria. All’incontro i destinati per la gente infetta o sospetta, che si chiameranno sacerdoti o confessori della carità, e saranno anche essi divisi in due schiere, non potranno conversar con sani, nè ministrare i sacramenti ad alcun sano, anzi nè pure a chi fosse infermo d’altro male che di peste, qualora questi non si trovasse in pericolo di vita e in necessità legittima del loro ministero. Per assicurarsi meglio di non errare in questo, potrebbe praticarsi che gl’infetti e sospetti ricavassero una fede del medico d’essere tali; e allora sarebbe moralmente sicuro il sacerdote della carità di non accostarsi ad infermi d’altro male. Così fu praticato nel contagio della nostra città l’anno 1630. Per questo ancora la sacra pisside destinata agli infetti dovrà tenersi non nelle chiese ove entrano i sani, ma in luogo decente separato secondo che prescriverà il vescovo, ove sia tabernacolo e lampana di continuo accesa. Non è lecito ai principi l’impedire ai parochi o ad altri sacerdoti l’amministrazione de’ sacramenti; ma sarà loro ben lecito l’impedire a quei che gli amministrano ad infetti il commercio coi sani, passando in ciò d’intelligenza coi vescovi, siccome stabiliscono il Marta, il Barbosa e il Benzoni, con altri. E però di necessità si ha da dare uno o più coadiutori al curato esposto al servigio degl’infetti, secondo il c. tua nos, de clerico ægrotante. Avverto qui che i parochi non sono allora tenuti ad assistere alla sepoltura dei defunti, nè ad accompagnare verun cadavero; anzi se ci fosse chi volesse allora che il paroco seppellisse alcuno de’ suoi in luogo sacro, quando occorresse sospetto d’infezione, egli dovrà costantemente opporsi, e molto più poi se avrà ordine dai superiori in contrario.

Sarà poi cura dei sagrestani ogni mattina e sera il far de’ profumi, quando se ne conoscesse il bisogno, intorno agli altari ove si celebra e nella sagrestie, e certo non tralascino di farlo ai confessionarj. Anche intorno a questi sarà necessario mettere allora qualche sbarra o steccato o altro impedimento con panche, sicchè si trattenga la gente dall’accostarsi al confessore. Anzi allora dovranno star assai radi fra loro e in una competente distanza dal sacerdote, al quale non s’avvicineranno se non chiamati da lui. Oltre alle grate perforate di ferro, il costume è di tenere ai confessionarj una membrana o sia una carta pecorina, o almeno una carta ordinaria ben incollata, con telajo che chiuda ben le fissure; perciocchè con essa benissimo s’ascoltano i penitenti e restano difesi dal pericoloso lor fiato i confessori. Gioverà il rimutare e profumare di quando in quando tali membrane. Fuori del confessionale (il che facilmente allora può accadere e si dee permettere dal vescovo) il confessore potrà ascoltare i penitenti in distanza di tre o quattro braccia, badando che il sito non sia esposto alle orecchie altrui. Tanto prescrisse S. Carlo ne’ suoi piissimi e prudentissimi regolamenti intorno alla peste, pubblicati nel concilio V provinciale di Milano. Per purificare le dita dopo aver comunicato il popolo, si tenga aceto in cambio d’acqua; e i sacerdoti che comunicano, si tengano il più che possono lontani dalle persone che prendono il sacramento, procurando ancora di star sempre in mezzo a due torce accese, acciocchè venga purificata l’aria. Non diasi abluzione, non si metta tovaglia alcuna, siccome nè pure per qualunque festa o funzion che si faccia, non si dovranno ornare con paramenti le mura delle chiese. Anzi han praticato i saggi di levare insin le panche da esse chiese e le portiere e simili altre robe che possono facilmente pigliare infezione. Qualora abbiano i confessori della carità da ascoltare infermi appestati, prima d’andarvi prendano qualche antidoto preservativo interiore ed esteriore; e alquanto prima d’entrar nelle stanze d’essi, facciano aprir le finestre, acciocchè l’aria sventolando disperga quei cattivi effluvj, o per dir meglio, facciano ben profumare, se si potrà, quella stanza. Ad ogni buon fine però v’entrino essi sempre con un profumo davanti o pure abbiano in mano una torcia accesa, che terranno fra la bocca loro e quella dell’infermo. I beccamorti ed espurgatori entrando nelle case infette sogliono coprirsi il naso e la bocca con un fazzoletto bagnato in aceto, ove sia stato dell’aglio in infusione potranno i confessori cautelarsi in altra somigliante maniera. In Firenze l’anno 1630 un sacerdote esposto, andando a sacramentare infetti, pigliava una spugna divisa pel mezzo ed allacciatasela agli orecchj con due nastri, bagnatala prima con aceto rosato fortissimo, l’accomodava in maniera che pigliava tutta la bocca e le narici, correggendo così l’aria che respirava; invenzione non men felice che ingegnosa, poich’egli si conservò sempre senza male. L’esempio è da notarsi ed imitarsi. Se poi si può senza intollerabil incomodo degl’infermi, il confessore li faccia venire in luogo aperto o in un cortile, o alla porta, o alle finestre della casa, o all’uscio della camera che potrà star chiuso e ascoltarsi anche bene la confessione. Il P. Filiberto Marchino insegna che potendo gl’infetti uscir di letto e venire all’aria aperta o tenere altra via di confessarsi senza pericolo della vita del paroco, e non volendolo fare, esso paroco non è tenuto ad entrare in lor casa per ascoltarli. È interesse del pubblico e degli altri parrocchiani che i pastori si conservino illesi. In Firenze si servivano tali confessori di un certo strumento di legno o di ferro, atto a ripararsi dal fiato pestifero degl’infetti. Nel portare il Viatico al malati, usino i sacerdoti veste corta con cotta e stola, lasciando stare il piviale, in cui vece terranno sopra la cotta una veste di tela incerata. Anzi nè pur la cotta sarà necessaria e nè pure la stola secondo la sentenza di Leandro; e il vescovo potrà dispensar da tal obbligo, massimamente per i lazzeretti, ne’ quali i sacerdoti sogliono accostarsi agl’infermi colla lor sola veste incerata e col Santissimo chiuso in una borsa con piccola pisside, pendente dal collo e con ombrella di cuoio, la quale anche per città si terrà nel portare il Viatico, bastando una o due torce accese per accompagnamento del Signore, e senza far precedere suono di campana o di campanello. Abbiano sempre seco una spugna bagnata in aceto per purificarsi le dita.

Ma chi dei sacerdoti è obbligato ad amministrare i Sacramenti agli appestati? E a che son tenuti allora i parochi? Regolarmente parlando, i semplici sacerdoti, tanto secolari come regolari, cioè quelli che non han cura d’anime, non sono tenuti a ciò per debito di giustizia. Possono solamente venirvi obbligati da qualche caso d’estrema necessità del prossimo, perchè allora entrano a comandarlo loro le leggi della carità cristiana. La sentenza è comune. In quanto ai vescovi e parochi, certo è ch’essi in tempo di peste hanno gravissima obbligazione di risedere nella lor parrocchia e di non abbandonare per conto alcuno la loro greggia. Veggasi il Barbosa con altri autori. Ma per quel che riguarda l’amministrazione dei sacramenti alla gente infetta è stato disputato fra i teologi, se i curati sieno a ciò eglino obbligati, ancorchè con troppo verisimil pericolo della lor vita. Il Molfesio e alcuni altri tengono di sì, stante la gran necessità d’essi sacramenti per la salute del prossimo, e stante il diritto che hanno le pecorelle di chiedere e d’ottenere il cibo dell’anima dai proprj pastori. Ma il Marchino, il Diana ed altri esentano il paroco da obbligo tale, a condizione però che vi sia altro sacerdote che in luogo di lui supplisca al bisogno degl’infetti. E all’opinione loro può starsi, perchè il Barbosa ed esso Diana sì nella Somma come nel tomo II delle sue opere e il Tamburino citano le risposte date a S. Carlo dalla sacra congregazione il dì 10 di dicembre del 1576, con approvazion del Santissimo che sono del seguente tenore: Parochi tempore pestis teneantur omnino residere in suis ecclesiis parochialibus; et si non resideant, agendum contra eos, etc. Ministrent vero parochianis peste infectis sacramenta pœnitentiæ et baptismi per alios. Et hoc ad commodum parochianorum, qui verisimiliter nollent conversari cum parochis euntibus ad infirmos peste. Et licet Alciatus diceret, quod ex duobus ultimis verbis videatur prohiberi, ne parochi, etiam volentes, per se ipsos hæc duo Sacramenta ministrent: tamen tota congregatio dixit, quod ista erat mens Sanctissimi in prohibendo hæc parochis ad commodum parochianorum, qui sani essent; hi enim universaliter nollent conversari cum parochis cuntibus ad infirmos peste.

Il Benzoni prova a lungo e seco s’accordano altri antichi teologi che il vescovo e il paroco non pecchino fuggendo dal luogo della peste, purchè provveggano il grege loro di un vicario o sostituto sufficiente, e mancando questo, ne somministrino un altro o tornino essi alla lor residenza. Ma stante il suddetto decreto non è più da seguitare una tal sentenza. Anzi è da avvertire col Marchino e con altri essere tenuti alla residenza in tempi tali ancora i confessori di monache, gli abati, i priori, guardiani ed altri capi di case religiose. Dal suddetto decreto parimente si ricava che ogni qual volta il paroco abbia o pure il vescovo deputi (siccome egli ha da fare e fu fatto anche nel contagio di Modena del 1630) altri sacerdoti che amministrino i sacramenti ai parrocchiani appestati, egli sarà esente da tale obbligazione, e dovrà allora attendere alla cura dei soli sani o infermi, ma non di peste, cioè ai più della sua parrocchia. Nulladimeno accadendo che manchino tali sacerdoti sussidiarj, allora esso paroco sarà tenuto egli in persona, ancora con pericolo della vita, a soccorrere gl’infetti, non solamente per debito di carità, stante la necessità delle sue pecorelle, ma ancora per obbligo di giustizia a cagione del carico ch’egli ha come pastore; poichè in tal caso non mancherà via agli altri parrocchiani non infetti di ricevere i sacramenti da altra mano, non essendo questi in eguale necessità, potendosi più facilmente trovar sacerdoti che soddisfacciano al bisogno del popolo intatto dalla peste. Di più il paroco è tenuto a ricercare chi stia in pericolo o articolo di morte e se abbia bisogno di confessarsi. Che se mancassero ministri idonei per l’amministrazione de’ sacramenti, sarà tenuto il vescovo a provvederne anche con sua grave spesa. Così tengono S. Tommaso, il Bagnez, il Sa, il Benzoni. Dovranno però anche i parochi contribuire una porzione delle rendite loro, e non bastando nè il vescovo nè i parochi a tale spesa, i parrocchiani dovrebbono somministrar dell’aiuto. Avvertasi col Marchino e con altri autori, non esser bene che il vescovo vieti la fuga ai parochi sotto pena della scomunica, ma bastare che intimi pene pecuniarie, perdite di frutti o la privazione del benefizio, benchè per altro non sia lecito al paroco in tempo di pestilenza nè pure il rinunziare alla sua chiesa. Io non ho veduto, ma so esserci un libricciuolo di Francesco Lazzaroni de privilegiis parochorum tempore pestis, stampato in Venezia dell’anno 1631 in ottavo. Il Benzoni col Turrecremata, in caso che non si trovassero sostituti, stimerebbono bene che il vescovo tirasse a sorte tre o quattro parochi, i quali assistessero agl’infetti, restando gli altri al servigio de’ sani, e mancando i primi, succedessero gli altri. Parimente nelle terre e castella ove non sia che un solo sacerdote, il vescovo dovrà mandare almeno un altro coadiutore, acciocchè l’uno attenda ai sani e l’altro agli appestati, e se il coadiutore non vorrà per carità ministrare i sacramenti ad essi infetti, allora questo carico apparterrà per giustizia al curato. Mancando i parochi, sarebbe di dovere il subito conferire la lor chiesa al sostituto che avesse con generosa carità preso a servire agl’infetti; anzi potrebbe il vescovo per tempo ricercare dal sommo pontefice la facoltà di stabilire una spezie di coadiutori, a’ quali si conferisse tosto la chiesa, accaduta la morte del paroco, meritando tal grazia il pio coraggio di simili sacerdoti. Che se il curato o altro prete fosse solo, allora potrà egli più discretamente governarsi nel ministrare i sacramenti, affinchè mancando lui, non manchi l’aiuto spirituale a tanti altri che possono averne bisogno, essendo egli in parità di circostanze tenuto più ai molti che ai pochi. Ma non si credesse alcuno esentato dall’obbligo di confessare gl’infetti per quella sola ragione che da taluno è stata addotta, cioè perchè essi possono fare un atto di contrizione, e salvarsi senza l’attual confessione ed assoluzione del ministro di Dio. Imperocchè tal sentenza è troppo pericolosa, lasciando esposti i peccatori ad un evidente rischio di non pentirsi come debbono, e perciò di dannarsi. Per altro chi infermo di peste non ha confessore, è tenuto a formare un atto di contrizione, e potendo aver confessore è tenuto a non differire di confessarsi.

Appresso è da notare che il ministrare l’Estrema Unzione agli appestati sarà sempre bene, e si dee procurar loro, per quanto si potrà, questo spirituale aiuto e conforto; tuttavia non essendo esso un sacramento necessario alla salute, dicono i teologi che non è obbligato il paroco sotto rigoroso precetto ad amministrarlo allora. Il che però secondo il Diana ed altri si dee intendere quando l’appestato si sia prima confessato ed abbia ricevuta l’assoluzione; altrimenti s’egli non avesse potuto confessarsi per aver perduta la favella, converrà dargli almeno questo sacramento. Per altro essendo da amministrare, per quanto si può ancora questo sacramento, si avverta per parere del Chapeavilla, Silvio, Layman, Diana ed altri essere lecito l’ungere una sola parte del corpo, e fare una sola unzione, unendo poi nella forma delle parole l’udito, la vista e gli altri sensi dell’uomo. Per sentenza ancora de’ suddetti teologi, del Marchino, Suarez, Barbosa ed altri sarà lecito ungere gli appestati con una lunga bacchetta, in cima alla quale sia bombace intinto nell’olio sacro che dovrà subito o almen poco dopo bruciarsi. In oltre tengono il Filiarco, il Marchino, il Tamburino ed altri, appoggiati anche al suddetto decreto, che purchè l’infetto sia legittimamente confessato, non son obbligati i parochi a ministrargli con tanto lor pericolo il Viatico, siccome non necessario alla salute; e nè pure il sacramento della Penitenza, quando si fosse moralmente certo che l’infermo non avesse peccati mortali. Così ancora tiene il Benzoni vescovo di Recanati. Avvertasi però che questo ultimo non si dee presumere senza gravissime ragioni. Vedi il Molfesio e il Diana alla parola Communionis minister e parochus. E per conto del Viatico bisogna far quanto si può per ministrarlo; essendo poi non solo lecito, ma obbligo di non darlo, quando il paroco fosse solo e la sua morte potesse ridondare in danno di tanti altri. Mancando i sacerdoti o non volendo essi dare l’Eucaristia, per comune sentenza potranno ministrarla i diaconi. In caso poi che nel distribuir le sacre particole mancasse all’improvviso di peste il sacerdote, le altre particole si hanno non già da bruciare, ma da conservare o pur debbono distribuirsi a persone infette o assumersi da qualche sacerdote esposto. Qualora sovrasti pericolo di morte a molti appestati, basterà che ciascuno dica qualche peccato al confessore, acciocch’egli possa assolverli di tutti. Così insegnano il Coninco, Diana, Suarez, ecc. E basterà ancora, quando non si possa far di meglio, che mostrino segni di penitenza a fine di poterli assolvere. Parimente tengono non pochi teologi, cioè Zambrana, Granado, Laiman, Conioco, Hurtado, Turriano, Suarez, Diana, ecc., che si possa assolvere l’appestato colla confessione non intiera, quando il confessore probabilmente tema d’infettarsi anch’egli, come sarebbe o pel troppo fetore, o per la troppa dimora dell’infermo, con assicurare il malato che una tal confessione è sufficiente, restando nondimeno l’obbligazione, guarito che sia, di confessarsi di quei che tralascia. Queste sentenze sembrano anche a me tutte ragionevoli e da osservarsi in pratica. Che poi i semplici sacerdoti non approvati per le confessioni possano in tempo di peste confessare e assolvere dai peccati i sani, è sentenza del Marchino, del Corneo, di Polidoro Ripa e dell’Homobono, perchè, dicono essi, allora gli uomini sono moralmente posti tutti, benchè sani, in pericolo di morte; e per conseguente secondo il loro parere cessa allora anche la riservazione di tutti i casi e delle censure. Il Diana, il Benzoni, il Bossio tengono il contrario. Io qui distinguerei: Se la peste fosse di quelle fierissime che in un momento fanno cader morte le persone, come è qualche volta accaduto, ed allora la persona sana non avesse in pronto un confessore approvato, in tal caso ogni semplice sacerdote potrà confessarla, ed assolverla da tutto, con obbligo però che ella si presenti subito che potrà ai superiori, caso che avesse censure. Anzi il Preposito, il Laiman e il Diana tengono per opinion probabile che anche il semplice chierico e il laico stesso possano assolvere non già dai peccati, ma sì ben dalle suddette censure chi è posto in articolo di morte; e il Marchino scrive che tal sentenza non solo si può, ma si dee praticare in casi di tanto bisogno. Quando poi la peste sia tale che dia, siccome d’ordinario accade, tempo di poter cercare confessori approvati, e questi sieno nel luogo della peste, allora non sarà lecito ai semplici sacerdoti, sieno secolari, sieno regolari, senza l’approvazione del vescovo, l’ascoltare ed assolvere penitenti sani. Per chi è gravemente infermo o in pericolo di morte, ove il paroco o altri confessori legittimi mancassero, allora qualunque sacerdote ha facoltà di dargli l’assoluzione da ogni peccato e censura. Questa è cosa chiara.

Alcuni teologi hanno scritto che in tempi di contagio è stato in uso, ed essere lecito il porgere alle persone infette il santissimo Viatico sopra un foglio di carta, lasciandolo ivi prendere ad esse, con poi bruciare la carta; o pure si può porgerlo in un cucchiajo d’argento o con legno lungo formato a guisa d’una foglia di palma, nella cui sommità incavata a guisa di patena si mette l’ostia sacra, o pure in altre guise. Ma il Diana con alcuni altri disapprovano tutti questi ripieghi, come poco decenti, adducendo per ragione che la Chiesa ha i suoi usi, e questi non è convenevole mutarli, e che S. Carlo nel concilio provinciale V riprovò tali industrie della paura. Contuttociò si vuol qui riflettere, doversi per quanto si può provvedere ai pericoli altrui e conservare la salute de’ poveri sacerdoti o parochi, essendo ancor questo un debito della carità e della giustizia de’ superiori, i quali senza precisa necessità non debbono esporre a rischio manifesto la vita dei pastori, e ciò anche per bene delle lor pecorelle. Ora quando si possa con qualche onesto ripiego ministrare agl’infetti l’Eucaristia, e provedere nello stesso tempo all’identità di chi la ministra, tenendolo lungi dal pericolosissimo fiato degli appestati, c’è una ragion troppo gagliarda di non rigettare questo partito e di non esigere troppo dalla debolezza altrui. Bisogna qui facilitare il santo ministero e figurarsi non di essere a decidere ad un quieto tavolino, ma in mezzo a quella gran tempesta; nè si dee camminar con un rigore che potrebbe tirar addosso a’ poveri sacerdoti la morte e spaventar gli altri da così pio e caritativo impiego. Qui poi non c’è divieto preciso della Chiesa in contrario; le costituzioni, o, per dir meglio, le istruzioni di S. Carlo, sono bensì venerabili, ma da sè sole non hanno forza d’obbligar tutti i fedeli; anzi son tali che possono molto bene interpretarsi in questo caso per non obbliganti a peccato grave nè pure i sudditi di quella metropoli. Oltre di che non bisogna misurare coi riti del tempo placido quei che possono convenire alla necessità de’ tempi miseri e stravaganti d’una peste. Nè v’è indecenza, ma solamente ve la fa nascere la nostra immaginazione in alcuni di questi ripieghi, e molto meno vi sarebbe, se gl’infermi si prendessero in sè il sacro Viatico posto sulla patena, la qual poscia si potrebbe purificare. Nei primi secoli non credette mai la Chiesa che fosse indecente il porgere l’Eucaristia in mano agli uomini e sopra un fazzoletto alle donne che si aveano da comunicare, per tacer d’altre usanze che una volta erano lodate o permesse. E tanti autori che tengono per lecito ad un laico il ministrare il Viatico ad un infermo o pure a sè stesso, in caso di estrema necessità, non trovano già indecente un tal atto. Il che sia detto per modo di disputa, poichè qualora i vescovi ordinassero in contrario, dovranno ubbidire i sacerdoti loro sudditi, e tutti poscia ubbidire, se dalla S. Sede uscisse decreto su questo punto. Intanto reputo io questa sentenza per molto probabile, sì per le ragioni addotte, e sì perchè l’approvano o non la disapprovano il Possevino, il Mancino, il Vettorelli, il Bonacina, il Venero, il Marcanzio, il Gavanto, il Tamburino ed altri teologi.

Oltre a ciò si osservi che i fanciulli poco fa nati, qualora sieno o infetti o pure sospetti per essere nati da madre infetta, si dovran tosto battezzare da sacerdote deputato, con farli portare all’aria aperta e adoperando acqua pura; ovvero saran battezzati in caso di bisogno da altre persone, per far poscia le cerimonie della Chiesa a suo tempo, se resteranno in vita. In caso di estrema necessità, affinchè un’anima non perisca, è tenuto sotto grave peccato ciascuno a soccorrerla, anche con pericolo della sua vita. Questa è sentenza comune. Battezzati che sieno i fanciulli, si dovrà subito registrare il nome loro nel libro de’ battesimi, o pure battezzandoli qualche laico, avverta egli di por al collo, se è possibile, un bullettino di carta pecora o almeno di ordinaria, ove sia scritto il giorno ed anno in cui sono nati e battezzati col nome del padre e della madre. Sono ancora consigliati i parochi, secondo l’istruzione di S. Carlo, a guardarsi dall’indurre gl’infermi a far testamento, quando questo non si richiedesse per atto di carità, cioè per bisogno dei figliuoli o parenti. In oltre si asterranno, per quanto possono, dallo scriverlo essi, e non condescenderanno a ciò se non in caso di particolar necessità. Comunque poi sia, fuggano ogni ombra d’interesse e di guadagno sordido, e non convertano in loro pro le disgrazie altrui. Nè persuadano voti dispendiosi, ma più tostò que’ voti che riescono più facili e di maggior profitto spirituale dell’anime. Anche le città in que’ tempi debbono andar con riguardo ad obbligarsi a certi voti di spesa grande, perchè o questi malamente si eseguiscono poi, o pure elle hanno bisogno di soddisfare ad altri debiti antecedenti, (e se ne fanno e se ne debbono fare assaissimi anche in tempo di contagio) e la giustizia vuole che questi si paghino e si sgravi per quanto è possibile il popolo dagli oneri imposti loro dalla necessità e dalle disgrazie de’ tempi. Alle volte noi trattiamo con Dio e coi santi, come se li supponessimo dediti all’interesse a pari di noi. Così è da invigilare che alcuni allora non facciano guadagno, ed altri non facciano abuso di certe divozioni esteriori e di qualche amuleto sacro da portare addosso, con riporre in essi una tal fidanza che poi si trascurino le cautele umane prescritte per guardarsi dal prendere e dall’attaccare ad altri la pestilenza, e si disubbidisca senza positiva necessità ai comandamenti de’ superiori spirituali e temporali. Il miglior preservativo e la più soda divozione allora, e sempre, sarà la vera penitenza e il darsi ad una vita santa e caritativa, con fiducia in Dio e con ricorrere anche all’intercessione dei santi, senza però ommettere le diligenze e precauzioni prudenti per sicurezza propria e d’altrui. Queste ancora le ama e le comanda Dio che non vuol fare de’ miracoli sensibili a capriccio nostro.

CAPO V.

Carità verso il prossimo quanto essenziale al cristiano, e massimamente nelle calamità d’una peste. Obbligazione de’ secolari in tempi tali di soccorrere il prossimo. Varie maniere di esercitare la carità. Confraternità della misericordia. Lode di chi assiste alla cura de’ suoi parenti infermi.

Sempre siam tenuti ad avere in noi la regina di tutte le virtù, cioè la carità verso Dio e verso il prossimo nostro, e ad esercitarla secondo le occasioni; ma nessun tempo ci è, in cui sia più da accendersi in noi e da praticarsi questa celeste virtù, quanto ne’ tempi della pestilenza. Allora il bisogno della repubblica e dei privati suol giungere al sommo; e però il dar loro quel soccorso che ognuno può secondo le forze e il grado suo, non è per lo più solamente una lodevol cosa, ma è anche un’obbligazione precisa, ed obbligazione non solo di cittadino, ma ancora di cristiano. Tutti siam tenuti a difendere ed aiutare la patria nelle necessità, per un patto stabilito dalla natura e dal diritto delle genti, allorchè entriamo nella società degli altri uomini. Ma molto più, e più largamente fu, ed è imposto a noi questo debito dalla legge santissima di Cristo, legge a noi mandata dal cielo, spezialmente per introdurre e dilatare fra gli uomini lo spirito della carità. Nulla più ci comanda, o ci raccomanda il nostro divino Salvatore e maestro, per bocca sua e degli apostoli suoi, quanto l’amar Dio, e dopo Dio l’amarci l’un l’altro, l’aiutarci, e il mettere anche la vita nostra in soccorso de’ nostri fratelli, sì se vogliamo distinguerci dalle bestie irragionevoli, dai gentili e dai pubblicani. E il suo santo apostolo Paolo scrive che potremo forse avere molte e molte virtù, e divozioni; ma che se non avremo ancora, e in primo luogo, la carità, noi non saremo niente buoni e nulla faremo di bene; perciocchè in questa virtù è riposta l’essenza, non che la perfezione della vita cristiana. Amare Iddio, e amare il prossimo per amore di Dio, sono i due precetti massimi della nostra santa legge, e chi gli eseguisce sarà salvo, sarà beatissimo. Il perchè, ben considerate le angustie, alle quali in tempo di peste è soggetta la patria e il prossimo nostro, ognuno dee allora maggiormente ravvivare in sè le fiamme santissime della carità, e fissarsi bene in mente e in cuore che quello è più che mai il tempo di farsi conoscere per buon cittadino alla patria, e per vero seguace e discepolo di Gesù all’afflitto prossimo suo. Divozione più accetta a Dio in que’ tempi, nè che tanto possa impegnare la divina sua misericordia a preservarci illesi, anche in mezzo agl’infermi e ai cadaveri, non ci è, quanto questo applicarsi alla carità verso la patria e verso i nostri fratelli, con far del bene e porgere aiuto, per quanto sarà in nostra mano, ai corpi e alle anime loro.

Da questi principj deriva l’obbligazione che hanno i nobili cittadini, e i meglio stanti di far certe guardie ed ufizj che non possono farsi dai poveri e dagli artigiani, perchè intenti a guadagnarsi il vito, e che debbono farsi da gente piena d’onore, la quale si presume incapace di lasciarsi corrompere. Quindi anche viene l’obbligo de’ medici, cerusici e d’altre persone, di assistere allora in persona ai bisogni del pubblico. Chi fa questo, senza fallo esercita un atto di nobile carità cristiana; e indirizzando a Dio l’offerta di tali sue fatiche in pro del suo prossimo non si può dire quanto sia per dar gusto al nostro comun padre Iddio. Tutti gli altri poi, se hanno sentimenti di vera carità verso Dio, debbono anch’essi in qualche altra guisa porre in opera la carità verso il pubblico e verso i privati, impiegandosi o colla persona o colle facoltà, e meglio poi se in tutte e due queste forme, per sovvenire agli altrui bisogni. È incredibile la spesa che allora dee fare un comune. E come farla, se mancassero i fondi e l’erario del pubblico, e non soccorressero i cittadini? Bisogna allora alimentar tutti i poveri, mantenere i lazzeretti, provvedere agli altri infermi, pagar medici, cerusici e tanti altri o ufiziali o serventi. Mille altre cure ed impensati aggravj si debbono sostenere, uno però dei quali non vo’ lasciar di accennare, cioè, che non pochi degli operai, degli artigiani e de’ servitori restano allora senza traffico e senza padroni che li licenziano, riducendosi con ciò alla mendicità e per conseguente al bisogno di essere nutriti dal pubblico. Ora in tali casi non è solamente un consiglio, ma è un precetto chiaro chiarissimo della dottrina cristiana, registrato da tutti i teologi che cadauno, secondo la sua possibilità, ha da concorrere al mantenimento degli altri cittadini bisognosi e impotenti a guadagnarsi il vitto in sì miseri tempi, ed è tenuto in coscienza a contribuire in aiuto altrui il suo superfluo, e talvolta ancora parte di ciò che è a lui necessario, se fosse in urgente ed estremo pericolo di morir di fame e di stento uno de’ nostri fratelli in Cristo. Anzi in sì gravi bisogni hanno i maestrati da fare quanto possono di bene, e usare gran carità insino ai poveri Giudei, creature anch’essi di Dio e prossimi nostri. Santamente fecero in Roma nel contagio del 1656 que’ maestrati nell’aiuto che diedero anche agl’infelici Ebrei, fra i quali poi fu osservata, per attestato del cardinal Gastaldi, questa carità, cioè che quei d’altre città d’Italia sane spedirono non leggieri soccorsi di danaro all’università appestata degli Ebrei di Roma. Sicchè chiunque ha viscere di carità cristiana e stimolo d’onore, come può essere che potendo soccorrere non soccorra al miserabile e compassionevole stato di tanti suoi concittadini, che non per loro colpa, ma per la costituzione del tempo, si veggono esposti ogni momento a morir di fame o pure di peste, e a cagion della loro miseria? Perduto è quello che si dona al lusso e ai peccati: non è così di ciò che s’impiega in sollevare le altrui calamità. Prescindendo anche dalla legge cristiana, non ci può essere secondo le leggi del mondo azione più gloriosa ed eroica che il sovvenire ai bisogni della patria e del prossimo. Quanto più dunque dovrà ciò farsi da chi seguita Cristo, il quale nel dì del giudizio null’altro più dimanderà agli uomini, quanto se abbiano usata carità e misericordia verso dei bisognosi? Oltre a ciò egli ha detto in S. Giovanni al cap. XIII, 35 (e ce ne abbiam da ricordare tutti, e sempre) che un distintivo d’essere vero cristiano e suo buon seguace, consiste nell’amarci l’un l’altro. In hoc cognoscent omnes, quia discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem. E questo santo amore, senza il quale non saremo riconosciuti nè dagli uomini, nè da Dio per veri cristiani, non ha già da essere un amor di sole parole, ma un amore di fatti; e ce ne avvisò il suo diletto discepolo Giovanni nella epist. I, cap. III, 18, con quelle parole: Filioli mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate. Cioè: miei cari figliuoli, amiamoci non colle parole, e colla sola lingua, ma colle opere e colla verità. Certo poteva il Signore Iddio fare che chi ora è comodo e ricco, nascesse, e durasse per tutta la sua vita nel numero dei pezzenti e del povero volgo. Non l’ha fatto per sua bontà. Ora che ingratitudine non sarebbe mai, se in così evidente incredibile necessità i benestanti non sovvenissero col superfluo loro ai bisogno e ai guai dell’infelice plebe? Questa giustizia l’esige Dio; questa gratitudine l’aspetta quel benefico Signore da tutte le persone comode, e da quel remuneratore potentissimo ch’egli è; non mancherà poi di ricompensarla con centuplicata mercede in terra, difendendo spezialmente la vita dei caritativi, e poi d’infinitamente premiarla, quando a lui piacerà, nel suo beatissimo regno.

La carità è ingegnosa allorchè ci sta nel cuore; e però sarebbe superfluo l’insegnar qui ad alcuno, come si debba o si possa giovare in tempi di peste al prossimo nostro. Dirò nulladimeno che primieramente bisogna di buon cuore concorrere alle collette, che facesse il pubblico di letti, biancherie, legnami, vettovaglie, danari, ecc. Girolamo Previdello, legista reggiano, nel suo Trattato della peste tiene con Baldo, che nessuna persona, quantunque privilegiatissima, sia scusata da queste collette e nè pure gli ecclesiastici, i quali però s’intende che debbono essere regolati in questo dai loro prelati. Poscia sarà un bell’impiego della carità il ritenere per amore di Dio que’ servitori che già si avevano in casa, senza ascoltare l’interesse o la politica del mondo che forse in quelle strettezze e timori consiglierebbero il licenziarli. Diventerà ancora assai meritorio presso a Dio il dare allora (senza che se ne abbia bisogno) da lavorare ai poveri, acciocchè si guadagnino il pane, ad oggetto appunto di far loro del bene; perchè se ben paresse agli occhi del mondo interessata questa azione, pure agli occhi di Dio comparirà per un atto di lodevol carità. Chi poi prendesse ad alimentare allora alcuni determinati poveri (e i parenti spezialmente, se ne avessero bisogno) scaricando i conservatori del pubblico dal peso d’essi, e dandone loro contezza, acciocchè non cogliesse tal gente anche la limosina altronde; certo è che di lunga mano più inviterebbe sopra di sè le benedizioni di quel gran Dio che ama e consiglia tanto la beneficenza verso il prossimo. Molto più si farebbe, ricoverando povere fanciulle rimaste orfane, e perciò in pericolo di perdere l’onestà e la vita, e il vescovo spezialmente accudirà e farà accudire a questo, con provveder poscia dopo la peste, per quanto potrà, al sostentamento e all’asilo di quelle che ne avessero bisogno. Che se il Signor Iddio preserva qualche terra o parte del paese, hanno gli abitanti d’essa da tenere sempre davanti agli occhi le calamità de’ vicini infetti, e inviar loro quell’ajuto che possono. Queste son divozioni sode, perchè la carità è la principale delle virtù e la regina delle divozioni. In una parola, con danari, vettovaglie, mobili, medicamenti, ecc., si può allora porgere soccorso al bisogno e alle infermità altrui; e il non porgerlo per timore che possa poi mancare un giorno a sè il bisognevole, sarà talvolta un poco fidarsi di Dio, e un consigliarsi colla sola avarizia e col troppo amor di sè stesso. Se non faremo allora del bene al prossimo, quando poi vorremo noi fargliene?

E perciocchè alcuni appunto ci sono che in tempi di pestilenza credono che loro debba mancar la terra sotto i piedi, e non si saziano d’unir vettovaglie, quasichè il cattivo influsso avesse a durar degli anni; anzi si trovano di quelli che sol pensano a far traffico e guadagno delle disgrazie altrui, dovranno i parochi e predicatori raccomandare anch’essi a tutti, sia chi si voglia, il non nascondere e non incarire i grani, essendo obbligo di peccato grave il vendere allora e a giusto prezzo, l’annona superflua al bisogno suo. Troppo è facile in sì fatte congiunture che la povera gente muoia di fame e di disagio. Uniscasi appresso coi magistrati il vescovo zelante, per adunar limosine e apprestare ogni aiuto al prossimo, studiandosi, se mai si potesse, di raccogliere in un luogo solo tutti i mendicanti, e di alimentarli ivi, siccome ancora d’impiegare in varj ministeri, necessarj allora al pubblico, le persone che restassero senza padroni, o senza mezzo di procacciarsi il vitto coll’arte ed impiego loro consueto. Tanto pur fece S. Carlo, concorde coi maestrati nella peste di Milano, avendo egli procurato un luogo fuori della città a tre o quattro cento di questi poveri artisti e servitori sfaccendati, con alimentarli dipoi e farli regolare come se fossero stati entro d’un monastero. Oltre al soccorso ch’egli contribuiva del suo, inviava poi gli stessi poveri ordinati in ischiere per le vicine terre, cantando le Litanie ed altre orazioni col crocifisso avanti, per eccitar maggiormente i fedeli a far loro larghe limosine. E perchè venuto il verno, non si trovava provvisione per vestirli e difenderli dal freddo, non potendo sofferire il pietoso padre di vederli patire, trovò finalmente un buon partito, che fu di pigliare tutte le tappezzerie, portiere, padiglioni e quanti altri panni e drappi egli aveva in casa, non riservando per sè e per la sua famiglia, se non da mutarsi una volta; e questi panni e drappi di varj colori fece convertire tutti in vesti per quei poverelli. A tanto ancora si ridusse il santo e caritativo cardinale che si privò infino del proprio letto per soccorrere alle necessità del suo dilettissimo popolo.

Dovrà dunque il vescovo tener conto esatto di tutti quelli che avran bisogno d’aiuto, inchiudendo in questo numero anche i monasteri ed ogni altro ecclesiastico povero, per provvedere a ciascuno, secondo che potrà il meglio, anteponendo sempre i più miserabili e bisognosi agli altri. A questo effetto sarà non solo utile, ma ancora necessario l’instituire una pia confraternità, che si chiamerà della misericordia o della carità, o pure instituirne molte, cioè una per quartiere, ufizio di cui sia il visitare i poveri e gl’infermi, e l’invigilare ai lor bisogni, l’avvisarne i deputati e il raccogliere limosine di danari, farine, pane, vino ed altri commestibili, o pur di biancherie, vesti, mobili, ecc., per poi distribuirle ai lazzeretti, ovvero ai bisognosi della città e de’ quartieri, e per mantener loro medici, cerusici, spezieria, ecc. Medesimamente si arroleranno a questa divota compagnia tutti quegli dell’uno e dell’altro sesso, che, animati dallo spirito di Dio con particolar vocazione, si offeriranno al servigio degli appestati e de’ lazzeretti. Nella pestilenza che accadde a’ tempi di S. Cipriano in Cartagine, per quanto narra Ponzio Diacono, il santo vescovo esortò ognuno agli ufizj della carità, in maniera che tutto quel buon popolo infervorato si accinse ad aiutarsi l’un l’altro. Appresso distributa sunt continuo pro qualitate hominum atque ordinum ministeria. Multi, qui angustia paupertatis, beneficia sumtus exbibere non poterant plus sumptibus exibebant, compensantes proprio labore mercedem divitiis omnibus cariorem. Non si ammetteranno però se non persone che sieno dabbene, e dalle quali si possa ragionevolmente sperare fedeltà e carità. Ogni paroco descriverà nella sua parrocchia quei che si esibissero a questo santo impiego, e ne darà nota al vescovo, il quale secondo le occorrenze destinerà loro gli impieghi. Leggiamo del suddetto S. Carlo che osservatasi dalle finestre dell’arcivescovato una fanciulla, poco lontana dallo spirar l’anima, a cui la madre presente non osava accostarsi, nè porgere aiuto, il santo Cardinale avendo egli medesimo veduto il misero stato della povera figliuola, mosso a compassione di lei, fece chiamare una vergine di S. Orsola, che già se gli era offerta per somiglianti bisogni, e la mandò a soccorrere l’infelice moribonda. Entrò coraggiosamente la vergine in quella stanza, e levando di mezzo a due fratelli morti l’agonizzante zittella, la lavò e le fece altri fomenti, con che si riebbe, in guisa che dopo varj altri ajuti fu condotta al lazzeretto e restituita in perfetta sanità. Altrettanto fece nella peste di Lione del 1629, per attestato di Teofilo Rinaldo, un’onesta e generosa vedova, per nome Giovanna Mauris, che inteso esser morti di peste i genitori d’un bambino lattante, corse in quella casa, e preso l’abbandonato fanciullo, diede poscia a lattarlo ad una capra.

La distribuzione delle limosine si farà non dal paroco, ma dai capi d’essa confraternità, o da altri conosciuti per molto fedeli e savj. Che se il paroco dovrà farla egli, abbia in sua compagnia qualcuno d’essi confratelli o altre persone timorate di Dio. E si ricordi ai raccoglitori e distributori che sarebbe reo di colpa mortale chi dispensasse, o ritenesse per sè tali limosine senza necessità, essendo questo un rubare a quei che hanno vero bisogno. Dovrà poi il vescovo, quando la necessità il richiedesse, permettere che s’impieghino in sollievo de’ poveri alcuni legati annui, destinati ad altre opere pie. Raccomandi ancora, se ne conoscesse il bisogno, ai maestrati e deputati, di non lasciar mai abbandonato alcuno o sospetto o infetto, finchè sia vivo, perchè il fare altrimenti è un’indicibile crudeltà. Di più raccomandi loro che per quanto si potrà, non impediscano che i figliuoli ai genitori, i genitori ai figliuoli, e i parenti ai parenti servano nell’infermità o nel sospetto di peste, essendo ciò un ufizio di gran carità e pietà. Anzi accadendo pur troppo che allora molti si avviliscano, e dimentichi delle leggi della natura e molto più di quelle della carità, pensino a salvar solamente sè stessi nel naufragio, senza badare nè al pericolo nè al bisogno de’ loro più congiunti, sarà cura dei parochi e predicatori il raffrenare, per quanto potranno, una tale mostruosità, con rappresentarne la bruttezza, e con inculcare a tutti il debito della gratitudine, e i bellissimi e santissimi insegnamenti della carità cristiana. Ci avvisa qui S. Antonino che il non somministrare quando si possa agl’infetti le cose necessarie al corpo e all’anima loro, est contra charitatem, humanitatem, et cristianam pietatem. E giacchè il Signor Iddio (non si può ricordare abbastanza) nel finale giudizio più d’ogni altra cosa ci chiederà se avremo esercitate le opere della misericordia verso il prossimo nostro, quanto più sarà inesorabile il suo sdegno contra chi nè pure avrà aiutato i congiunti che noi più degli altri dobbiam amare e soccorrere; e quanto più perdonerà il Dio della carità, e darà premj di vita eterna a coloro che, coraggiosi e fedeli, senza lasciarsi atterrire nè da pericoli, nè da incomodi, nè dall’aspetto della morte terrena, avranno assistito con santa unione e pazienza alla cura e al bisogno de’ lor genitori, figliuoli e parenti?

A questo proposito non sarà grave ad alcuno l’intendere ciò che scrive uno degli antichi storici italiani, cioè Matteo Villani, il quale descrivendo la spaventosa peste de’ suoi giorni, accaduta nel 1348, così parla: Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele che i padri e le madri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e i padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti; cosa crudele e maravigliosa, e molto strana della barbara natura, ma molto più detestanda tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare ed infedeli, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimato da discreti la sperienza veduta di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitarj e di sana aria, forniti d’ogni buona cosa da vivere ove non era sospetto di gente infetta. Ma in diverse contrade il divino giudizio (a cui non si può serrar la porta) gli abbattè come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si disposero alla morte per servire i loro parenti ed amici malati, camparono avendo male; e assai non l’ebbono, continuando, in quel servigio: per la qual cosa cadauno si ravvide, e cominciaro senza sospetto ad aiutare e servire l’un l’altro; onde molti guarirono; e guarendo erano più sicuri a servir gli altri. Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28, della Storia narra che in una gran peste molti servendo ai suoi parenti malati, benchè desiderassero anch’essi di morir con esso loro, pure non s’infermavano punto. L’ordine poi della carità richiede che si aiuti prima il padre e l’avolo che gli altri parenti; prima i figliuoli che la moglie; prima i parenti che gli amici; prima chi è posto in estrema necessità spirituale, che il costituito in sola estrema necessità corporale. Finalmente per animar sempre più il popolo a soccorrersi caritativamente in occasione sì propria e di sì grave bisogno, potrebbe il vescovo far dare alle stampe cose pie, spettanti a simili calamità, come un’omelia di S. Gregorio Nazianzeno, due sermoni di S. Gregorio Nisseno intorno al soccorrere i poveri, un sermone di S. Cipriano della mortalità, ed uno sopra la limosina, e così altre omelie del Crisostomo e d’altri SS. Padri che inspirassero e dilatassero la santissima virtù della carità ne’ fedeli, e tutte tradotte in italiano, affinchè il latino non ristringesse il frutto a quei soli pochi che l’intendono.

CAPO VI.

Carità de’ principi verso i lor sudditi. Maggiore si esige dagli ecclesiastici che dai laici e molto più dai benefiziati. Obbligazione dei regolari. Doversi in caso di necessità impiegare anche i vasi sacri. Carità eccellentissima di chi si espone alla cura degl’infetti. Come s’abbiano da preservare tali caritativi.

Ma se, in tempi massimamente di pestilenza, tutto il popolo dee aver tanto a cuore ed esercitare le carità, quanto più poi dovranno averla ed esercitarla i capi del popolo, i principi della terra? Sanno essi che il difendere, conservare e soccorrere i proprj sudditi, è un debito patente del loro grado, e un interesse premurosissimo della lor potenza, e che non possono altronde sperar gloria più grande quanto dal ben soddisfare a questo ufizio. Sanno che il Signor Iddio nel costituirli sopra il popolo gli obbligò a procurare più la felicità di questo popolo che la loro propria; e che appunto dalla conservazione e felicità dei sùdditi dipende la maggiore lor felicità e riputazione. Il perchè, quando s’odono le minacce, o si prova il flagello della pestilenza, i buoni principi prima degli altri sottopongono sè stessi alle leggi ed ai riguardi comuni, per tener lontano questo fiero nemico, e non portare in seno ad alcuno la rovina. Non permettono che i lor ministri, dazj e gabelle sieno d’impedimento alla preservazione del popolo; anzi stimano gran guadagno le perdite loro, se queste possono contribuire alla salute del pubblico. In una parola, siccome veri padri del popolo, non perdonano a spesa, diligenza e premura alcuna, per salvare e sovvenire in tanta calamità la gente, consegnata alla lor prudenza e carità dalla provvidenza divina, come se fossero tanti loro figliuoli.

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