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Del governo della peste e della maniera di guardarsene

DEL GOVERNO ECCLESIASTICO DELLA PESTE LIBRO TERZO. (continued 2)

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E qui merita d’essere rammemorato uno dei principi italiani del secolo prossimo passato, per le sue gloriose azioni in occasion di contagio, cioè Ferdinando II, granduca di Toscana. Entrò la peste in Firenze nel 1630, e quel caritativo principe mantenne sempre del suo ed anche con suntuosità i tre lazzeretti allora costituiti. Non cessando poi la strage, si venne finalmente al ripiego di mettere sul principio dell’anno seguente in general quarantena tutta la città, e nello stesso tempo ancora tutti i luoghi del suo distretto; risoluzione che da tutti i saggi fu creduta e provata in fatti per l’unico antidoto che estinse affatto il male. Descritti pertanto gli abitatori tutti colla loro età, condizione e sesso, emanò un editto che chi avea bisogno di vitto dal pubblico, stesse per 40 dì in casa (si allungò poi questo sequestro sei altri giorni di più per arrivare al principio della quaresima) nè potesse sotto qualsisia pretesto uscirne senza licenza de’ deputati. A chi potea vivere a sue spese, era prescritto che un solo ben sano della famiglia potesse, con licenza però del maestrato in iscritto, uscir di casa una sola volta il dì al suono d’una campana, per provvedersi di quello che bisognava, con poter anche andare ai cancelli fuori di tre porte per comperarne dai rustici affatto esclusi. Per i bisognosi erano preparati magazzini di vino, olio, grano, farina, ecc., a’ quali soprintendevano nobili, portandosi alle case d’essi poveri la porzione, cioè per ciascuna persona, senza riguardo di sesso o di età, due libbre di pane, una misura di vino e mezz’oncia di sale ogni dì, mezza libbra di carne ogni tre dì della settimana, e negli altri giorni due uova o talvolta due once di cacio, oltre a certa distribuzione di olio, aceto, fascine, ecc., nel che quella città impiegò rilevantissime somme di danaro. Dì e notte i soldati battevano la pattuglia, e due del maestrato della sanità andavano ogni dì girando a cavallo per udire il bisogno di tutti. Ora durante la suddetta quarantena il granduca Ferdinando, non contento di tanti altri atti del suo amore, che qui tralascio, verso il suo popolo, non lasciava giorno, quantunque la stagion fosse rigida, che anch’egli non passeggiasse per le contrade, consolando i mestissimi sudditi, ascoltando le lor necessità e provvedendo a tutto; atto veramente eroico di un principe vero padre del suo popolo.

È chiara l’obbligazion dei laici di soccorrersi l’un l’altro in tempi di tanta miseria; ma molto più senza fallo dovranno allora accendersi di carità e giovare al prossimo, gli ecclesiastici sì secolari, come regolari. Parla da per sè questa verità, ed è superfluo il citare autori. Per l’obbligo ch’essi hanno di dar buon esempio agli altri, e per debito della lor professione, che è d’essere più virtuosi degli altri, siccome entrati nella sorte ed eredità del Signore, questo medesimo Dio richiede e aspetta da loro nelle calamità della pestilenza ogni ufizio di carità fraterna. Chi può colla roba, dee soccorrere con essa alla miseria del popolo; chi non può con questo, vegga di potere colla persona o in altra forma. I vescovi spezialmente sono a ciò obbligati dai sacri canoni e dai ss. Padri. E per conto della roba, è da ricordarsi che se bene gli ecclesiastici che godono commende, abbazie e benefizj, o semplici o curati, conceduti loro dalla Chiesa, son tenuti in ogni tempo sotto pena di grave peccato a distribuire in usi pii, e massimamente in benefizio de’ poveri, le rendite d’essi beni, con potersi eglino solamente riservare quello che è necessario all’onesto e non pomposo loro sostentamento, pure allorchè infierisce la pestilenza, cresce questo obbligo, dovendo eglino vivere allora più frugalmente che mai, e sottrar molto alle loro comodità, per rimediare in quel che possono ai tanti incomodi ed affanni che il popolo è costretto allora a sofferire. Le rendite della Chiesa, per comune sentenza de’ concilj, de’ ss. Padri e de’ teologi, sono Bona Christi, Pauperum Patrimonia. Quando mai è più proprio il tempo che i poveri godano il frutto di questi lor patrimonj, che nelle estreme necessità e sciagure d’una pestilenza? E quand’anche non ci fosse questa obbligazion precisa, imposta dalla Chiesa, anzi, per così dire, dalla natura stessa, a tutti i benefiziati di qualunque ordine e grado che sieno, dovrebbe essere più che sufficiente a muovere gli ecclesiastici che possono, all’altrui sovvenimento, l’aspetto e la considerazione di tante miserie, nelle quali è allora involta l’infelice plebe, se pur eglino han cuore in petto e si ricordano d’essere servi dichiarati di Cristo, e ministri del vangelo e da chi eglino han ricevuto que’ beni stessi. Ma che sarebbe poi, se taluno del clero, in vece di contribuire le sue sostanze in sollievo de’ miseri, s’industriasse di far anche guadagno sulle sciagure altrui, e facesse servire il suo contribuir soccorsi spirituali al popolo per veicolo de’ proprj temporali profitti?

Corre poi questa medesima considerazione anche per i luoghi pii e per qualunque monistero, convento e comunità religiosa benestante, dovendo anch’essi contribuire il loro superfluo, anzi assai più del superfluo, con risparmiar quanto possono allora, per soccorrere quel popolo, onde eglino una volta riceverono i beni temporali. Guglielmo, abate di S. Benigno di Digione, o sia Divionense, uomo di santa memoria, nel secolo XI tornato d’Italia, trovando che i suoi monaci aveano la dispensa e il granaio pienissimo, e che contenti di dare ai poveri l’ordinaria limosina, non soccorrevano ad essi come potevano, sdegnato sbalzò su dalla sedia, e girando pel monastero non si saziava di replicare o con alta o con bassa voce: Ubi est charitas? Ubi est charitas? Dove è la carità? Quindi fece chiamare i poveri e distribuir loro quanto gli venne alle mani e ai monaci che voleano dipoi placarlo, andavano pure rispondendo: Ubi est charitas? Anzi nelle calamità d’un contagio nè pure si hanno allora a lasciare in dietro i ricchi arredi e i vasi sacri delle chiese; ma conviene, o è necessario il convertirli in soccorso de’ poveri, qualor ne corra il bisogno. Non solo non sarà disgradevole a Dio un impiego tale delle oblazioni a lui fatte, ma anzi sarebbe a lui troppo disgradevole, se non si facesse e se l’umano interesse, furtivamente ammantandosi delle vesti della pietà e religione, trovasse colori e via per consigliare il non farlo. Premono più senza fallo al Signore i poveri, cioè la sua famiglia, e i tempj animati dello Spirito Santo, che gli ornamenti esterni del tempio materiale, i quali sono bensì lodevoli e parte ancora necessarj, ma senza che sia necessaria anche la lor ricchezza ed abbondanza. Io potrei provare più diffusamente questa sentenza, se credessi che alcuno ne avesse bisogno. Basterà pertanto il ricordare qui che S. Giovanni Grisostomo, S. Girolamo, S. Bernardo ed altri SS. Padri non lasciano dubitarne, da che eglino non hanno molto lodato chi fa servire senza necessità al lusso dei sacri tempj ciò che sarebbe meglio impiegato in soccorso delle necessità dei poveri. Ma più degli altri, parla chiaro un altro dottore della chiesa, cioè S. Ambrosio nel lib. 2, cap. 28 de officiis, le cui parole furono poi riferite da Graziano nel c. Aurum 13, Qu. 2. Eccone alcuni sensi: Hoc maximum incentivum misericordiæ, ut compatiamur alienis calamitatibus; necessitates aliorum, quantum possumus, juvemus, et plus interdum quam possumus, etc. Aurum ecclesia habet, non ut servet, sed ut eroget, et subveniat in necessitatibus. Quid opus est custodire, quod nihil adjuvat? Nonne melius conflant sacerdotes propter alimoniam pauperum, si alia subsidia desint? etc. Nonne dicturus est Dominus: Cur passus es tot inopes fame mori? Et certe habebas aurum, ministrasses alimoniam. His non posset responsum referri. Quid enim diceres: Timui ne templo Dei ornatus deesset? Responderet: Aurum sacramenta non quærunt. Ornatus sacramentorum redemtio captivorum est. Vere illa sunt vasa pretiosa, quæ redimunt animas a morte, etc. Numquid dictum est S. Laurentio: Non debuisti erogare thesauros ecclesiæ, vasa sacramentorum vendere? Veggasi il resto. Basterà qui a me in luogo d’ogni altro esempio quello del B. Ricardo abate di S. Vitono di Verduno. Nell’orrenda mortalità cagionata dalla fame nell’anno 1028 che desolava la città, quell’uomo di Dio, per quanto narra Ugone Flaviniacense nella sua cronaca: dopo aver distribuito alla povera gente quanto aveva, non perdonò ai tesori della sua chiesa; anzi vendute le cose più preziose d’essa a quella di Rems, ne distribuì subito il prezzo ai poveri, de’ quali ancora ritenne presso di sè un determinato numero per alimentarli. Inviò ancora lettere e messi ai re, principi e vescovi suoi amici, chiedendo soccorso di carità a tutti. Impegnò ancora i beni del monastero per soccorrer pure in quante maniere poteva alla miseria del popolo. Questi sono santi, questi esecutori veri della mente di quel buon Padre che abbiamo in cielo.

Ma il più eccellente atto di carità che possa farsi in tempo di peste verso il prossimo, e per conseguenza verso Dio, da cui vien ricevuta come fatta a sè ogni opera di misericordia che esercitiamo verso il prossimo nostro, purchè accompagnata da essa carità e dall’intenzione di piacere allo stesso Dio, si è l’esporre allora la propria vita in soccorso degli appestati e spezialmente nei lazzeretti, o per medicarli, governarli e cibarli o per aiutar l’anime loro alla pazienza, ovvero al passaggio dell’eternità coi sacramenti e con altri mezzi della pietà e carità cristiana. Certo che di un sommo merito presso Dio si è ancora l’attendere con indefesso studio alla preservazione dei sani e del povero popolo, e il sovvenir loro con aiuti temporali o spirituali; e massimamente perchè ciò non può farsi d’ordinario senza esporsi a molti rischi di lasciarvi un giorno o l’altro la vita. Ma il vedere allora persone non solamente ecclesiastiche, ma ancora secolari che volontariamente e senza obbligo, rinunziano a tutte le speranze della vita terrena, e, lasciata al Signore la cura della lor sorte, corrono piene d’allegrezza e di coraggio, e accese del fuoco celeste della carità, al governo e soccorso o temporale o spirituale degl’infetti; questo è uno spettacolo degno degli occhi del paradiso, e che supera tutti gli altri, e che non si può abbastanza lodare da noi, ma si saprà ben premiare infinitamente ed eternamente da Dio. Quando anche la morte accada in così eroico e santo ministero, il morire, quantunque non sia propriamente un martirio, pure è una similitudine o spezie di martirio, siccome il P. Teofilo Rinaldo mostra in un suo trattato. E S. Bernardino coll’autorità delle Scritture prova in una delle sue prediche quaresimali che se un assassino, un ladro o altro più gran peccatore, corresse in soccorso di qualche appestato abbandonato dai suoi e in pericolo di perdere per la disperazione il corpo e l’anima, a fine di confortarlo e di aiutarlo a salvarsi, mosso a ciò da vera carità cristiana, cioè da un eroico amore di Dio, e costui in sì pio ufizio venisse colpito dalla peste, e tanto improvvisamente morisse che non potesse pensare a’ suoi peccati, nè confessarsi, egli si salverebbe, mercè di quell’atto coraggioso di santissima carità, tanto commendata da Cristo, e contenente in sè virtualmente anche la contrizione. Ed appunto in questa scuola di carità si segnalarono i cristiani d’Alessandria a’ tempi di S. Dionisio, e in altre pestilenze e mortalità S. Cipriano, S. Gregorio taumaturgo, S. Cutberto, S. Antonino arcivescovo di Firenze, il venerabile Girolamo Emiliano, S. Gaetano, il B. Luigi Gonzaga, e tanti altri vescovi e santi: in questa incominciò Bernardino da Siena, giovane di venti anni, con dodici altri pii giovanetti il noviziato della sua santità; in questa finalmente fece il santo arcivescovo di Milano Carlo Borromeo sì mirabili azioni ch’elle non si possono leggere nella sua vita senza lagrime di tenerezza. Così in altre pesti si son veduti divoti e generosi secolari dell’uno e dell’altro sesso, sacrificare al Signore ogni riguardo di questa vita terrena, per servire e soccorrere i poveri infermi. E gli ecclesiastici secolari, non meno che gli ordini religiosi, hanno spesse volte fatto a gara nel contribuire (anche sopra le loro forze, e con tirarsi addosso non pochi debiti) o aiuti spirituali, o pur grani, medicamenti ed altri simili soccorsi della lor carità; essendosi in oltre quasi sempre distinti nell’assistere o al governo, o alle confessioni della gente infetta, i PP. cappuccini e i PP. della compagnia di Gesù con dare molti di loro lietamente la vita per la salute del prossimo loro.

E non è già che tutti poi questi generosi servi del Signore sieno mancati di vita in mezzo alle morti altrui. Di moltissimi ha accettato il medesimo Dio la prontezza, ed offerta di morire nel Suo santo servigio, ma gli ha voluti anche preservare sani e gli ha risanati infermi. Tuttavia si mirano in Firenze appesi ad un altare nella chiesa delle Carmelitane, per voto fatto a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, gli abiti che portava nella peste della nostra città l’anno 1630 il P. D. Vincenzo Maccanti fiorentino, cherico regolare teatino, il quale intrepido sino al fin del contagio assistè agli appestati; cioè una sopravveste e una sottanella ambedue di cuoio, una stola bianca, due stivali e un’ombrella pure di cuoio, con altri arnesi. Mi contento di questo solo esempio, perchè sono infiniti gli altri ecclesiastici, medici, cerusici, serventi, ecc., che non risentirono infezione alcuna dal praticare fra tanti infetti. Anzi parrà incredibile, e pure viene attestato, come fatto patente e notissimo da Auberto Mireo, dall’Elmonzio, da Antonio de Lions, che la pia confraternità di S. Eligio instituita in Fiandra e in Normandia, prova una particolar protezione da Dio per la lor carità verso gli appestati. Assistono essi agl’infetti, ne toccano le piaghe, i cadaveri, e pure si mantengono illesi in questo caritativo esercizio, e tornando alle lor case non portano la rovina alle lor famiglie. Che che sia di questo, so bene che per attestato del P. Marchino nella peste di Firenze del 1631 i confratelli della misericordia, almeno in due per volta, accompagnavano i morti alla sepoltura in una debita distanza con lumi accesi, fermandosi poi fuori delle porte della città, nè si vide che alcun d’essi morisse di peste. Qui nondimeno reputo io necessario il ricordare, non doversi nè pure chi con una vocazione sì degna d’invidia tutto allora si sacrifica a Dio, tralasciar le umane cautele, e i riguardi e preservativi, per tener lungi da sè il morbo e la morte. Il fare altramente, sarebbe un tentare Iddio, e uno scialacquare que’ giorni che la carità vorrebbe impiegati nel corso intrapreso per benefizio del popolo. Perciò sarà loro cura di andar continuamente premuniti con vesti incerate di tela Sangallo, o di seta, o di cuoio sottile (il che è meglio) e con odori e profumi, e con aceto ed altri alessifarmaci, e di guardarsi dall’affaticarsi in maniera da sudare e da rendersi con ciò più atti a contrarre l’infezione, dovendosi eglino conservare, se non a sè, almeno al prossimo, lasciando poi che il celeste Padre disponga, come a lui parrà meglio, della loro vita. Portino ancora berrette di cuoio, e giunti alle proprie stanze, benchè non sudati, mutino spesso camicia e vesti, esponendo le altre all’aria. Nel lazzeretto di Firenze per relazione del Rondinelli, i PP. cappuccini che ne avevano cura, si governavano nella seguente forma per non infettarsi. Pigliavano della bambagia rassodata, e tuffandola nell’elisire, si turavano con essa le narici e le orecchie, perchè il cattivo fiato degli appestati non penetrasse, o penetrando restasse corretto dall’altro odore confortativo della testa. In bocca tenevano incenso o solfo; e quando uscivano, si cavavano la bambagia e lasciavano libera la bocca, bagnandosi tutto il capo con acquarello di elisir-vite, perchè non è tanto potente. Avevano due abiti, l’uno, col quale stavano nel lazzeretto, mutandolo la sera e facendolo profumare con incenso, mentre il solfo dava loro troppo fastidio, e si mettevano l’altro. Si lavavano di quando in quando la persona con aceto, ovvero con qualche bagnuolo odorifero. E tale era la lor maniera per difendersi.

Finirò con accennare una particolarità degna di essere tenuta a memoria, e registrata dal P. Teofilo Rinaldo della compagnia di Gesù, in occasione di parlare della peste che afflisse Lione a’ suoi tempi, cioè l’anno 1629. Dopo aver egli narrato in quante maniere esercitassero allora i PP. Gesuiti la loro carità in pro del popolo, aggiugne che quantunque molti d’essi religiosi stessero nella loro chiesa quasi continuamente esposti a confessar la gente, pure niuno di que’ confessori fu mai toccato dalla peste. Due soli, che non andavano mai, o di rado andavano a quel santo ministero, e si credevano più sicuri dal pericolo con lo star ritirati, morirono di pestilenza, ad esempio nostro, che non si ha da mettere la speranza della sanità nella ritirata, quando non assista Iddio, e che chi è assistito dalla sua misericordia, può andar franco in mezzo a tutti i pericoli. Perirono in quell’occasione anche molti sacerdoti secolari per aver data solenne sepoltura ad alcuni morti, come non morti di peste, secondo le fedi false dei medici, e per aver toccato danari ed altre robe loro date dai penitenti. Del resto nota il medesimo scrittore essere stato il popolo di quella numerosa città in mezzo alle terribili angosce della pestilenza sì divoto, sì compunto e disposto a ricevere dalla mano di Dio qualunque sorte, e con tal disprezzo delle cose caduche di questo misero mondo, che parevano persone della primitiva Chiesa. Chi potè colla roba, aiutò; chi era povero, colla fatica e con altri atti di carità. Inspiri il Signore Iddio a tutti i popoli fedeli, e massimamente al nostro, in tutti i tempi, e molto più quando egli volesse visitare un giorno con mano più pesante i nostri peccati, questo spirito di rassegnazione, penitenza e carità, per l’amore ch’ei porta al suo dilettissimo figliuolo, Gesù, e faccia che i mali temporali servano a noi d’incentivo a maggiormente temerlo ed amarlo, e di scala a goderlo un dì nel regno della sua carità.

CAPO VII.

Pietà e divozione quanto necessarie in tempo di pestilenza. Malvagità d’alcuni, che diventano allora peggiori. Quali prediche si convengano per costoro. Esercizi per accrescere e nutrire la pietà. Lezione spirituale, orazioni vocali, meditazioni e giaculatorie.

Sempre dovrebbe la pietà, o sia la divozione, essere il mestiere de’ cristiani, ma specialmente ha da essere nelle influenze pestilenziali. Ognuno allora ha più che mai bisogno del potente soccorso di Dio per preservarsi in vita. L’offenderlo, o l’essere in disgrazia di lui, certo non è un mezzo proprio per prometterlo a sè stesso. Ognuno conosce che stando allora la morte ai fianchi di tutti, v’ha bisogno di sempre andar preparato pel gran viaggio dell’eternità, e per conseguente d’intendersela bene con chi ha in suo pugno di farci eternamente felici, o eternamente miseri. E pure, di che non è capace la corrotta ed infelice natura degli uomini? Ho gran pena ad accennarlo, ma pur si dee accennarlo per istruzione nostra. In quei miserabili tempi, la sola relazione de’ quali, non che l’aspetto effettivo, dovrebbe pur bastare per santamente atterrirci tutti e condurci totalmente a Dio, in que’ tempi, dissi, non mancano persone che non solo non diventano migliori, ma più che mai s’immergono ne’ peccati con temerario sprezzo di Dio, giudice onnipotentissimo, e con pazza dimenticanza del grande interesse dell’anima loro. Alcuni pur troppo intuonano il Mangiamo e beviamo, che domani morremo; ed altri già descritti dalla divina Sapienza si fanno animo l’uno all’altro con dire: Godiamo dei beni finchè li abbiamo; coroniamoci di rose prima che marciscano; nè ci sia prato per cui non passi la nostra lussuria. Peggio fanno altri, i quali, figurandosi di portar seco un’infallibile salvaguardia, non credono che la peste abbia veleni per loro, e però si danno a ladrerie e ad ogni altra sorta d’iniquità ed eccesso. Non si crederebbono cose tanto stravaganti se la sperienza non le avesse più volte fatto vedere, e non fosse ancora per rinnovarne gli esempi. In somma è pur troppo vero ciò che anche il grande arcivescovo S. Carlo diceva d’aver conosciuto per prova nella peste de’ suoi tempi, cioè: Che il buono si emenda sotto il flagello, e il cattivo sempre peggiora.

Ora contro tali pazzi ed empj egli è necessario che vegli e s’armi in primo luogo la giustizia dei principi, gastigando immediatamente e con qualche rigore certi delitti enormi, o pure pubblicamente scandalosi, ove sia con loro mischiata la disubbidienza agli editti allora pubblicati dal buon governo; e ciò per salutevol terrore ed esempio degli altri. Benchè non sarà tanto facile il commetterne di questi, ove si proceda con quelle provisioni e leggi che si sono proposte in trattando del governo politico. Contro certi altri delitti che non appartengono alla giustizia punitiva del fôro o per la loro qualità, o per la loro segretezza, ma che senza fallo non fuggiranno gli occhi di Dio, dee in quei tempi sfavillare più che mai lo zelo e l’eloquenza de’ predicatori e confessori, inculcando a questa gente cieca e dimentica di sè stessa, ora con aspri ed ora con piacevoli modi, ma sempre con paterna censura, il tremendo giudizio di Dio, la sua gran giustizia, la sua immensa potenza in gastigare i figliuoli ribelli ed ostinati. E conciossiachè a certe persone di scorza dura, e tali ordinariamente non per altro se non perchè credono poco, essendo la divina virtù della fede troppo languida in esse, non fanno gran forza, nè mettono terrore certi esempi ed insegnamenti delle sacre Scritture, appunto perch’esse credono poco, bisogna dar di piglio anche alle ragioni umane e filosofiche, per levar loro di mente, se fia possibile, gl’incanti delle loro passioni e la sciocchezza de’ loro consigli e raziocini. Gioverà per tanto dilucidar loro questi inganni, e mettere in mostra tutto il pericolo e l’orror della morte imminente che quegli infelici mirano ben allora con gli occhi del corpo, ma non già con quei dell’anima, e quindi passare a far conoscere quanto sia folle e nemico di sè stesso chi in tempi tali va sì malamente spendendo i forse pochi momenti che gli restano di vita e quanto sia terribile il cadere nelle mani di Dio vivo e vero, giustissimo punitore delle offese e degli strapazzi contro di lui usati, e usati con tanto sprezzo di lui, perchè in tempi sì fatti; e quanto in fine sia necessaria a tutti la penitenza e la divozione e pietà, per preservarsi allora dalla morte temporale, e molto più dall’eterna. S. Gregorio il Grande, scrivendo appunto della pestilenza a Domenico vescovo di Cartagine, nell’epist. 41 del lib. 8 già ci avvertì che Inter flagella positos, flagellis digna committere, contra ferientem est specialiter superbire, et sævientis acrius iracundiam irritare.

Ma per tali miscredenti ed iniqui, che finalmente poi, allorchè il flagello di Dio fa una lesione cotanto sensibile ai peccatori, si riducono a poco numero, pongasi mente di non atterrire la maggior parte del popolo che o è buona da lungo tempo, o certo allora si dà di vero cuore al pentimento de’ suoi peccati. A questi si ha da dire che non si parla, ma sì bene a certi ostinati, per i quali hanno anzi tutti gli altri veramente pentiti e compunti e tutti i buoni da implorar con preghiere la divina misericordia che li muova e converta. Colla gente già buona, o divenuta buona nelle calamità, io torno a ripeterlo, non si ha allora da metter mano al terrore, ma sì bene alle consolazioni, parlando della infinita clemenza di Dio verso chi daddovero ricorre a lui, e inanimendo, e confortando chi fa profitto dei gastighi di lui. Corrono bene; non bisogna avvilirli nel corso, servendo già loro di sprone la terribil faccia della stessa pestilenza.

Appresso è da promuovere la pietà nel popolo, in guisa però che non si contravvenga alle sagge regole del governo politico con adunanze pericolose, o pure con disubbidienze che dispiacerebbono al medesimo Dio. Prescriverà dunque il vescovo certe regole di vita cristiana, orazioni vocali, meditazioni, ed altri simili esercizi di vera pietà; o pure, non facendolo il vescovo, ognuno si aiuterà da sè stesso, e potrà essere aiutato dai confessori e predicatori. Gioverà pertanto leggere allora più che mai libri divoti che trattino delle tribolazioni, per imparare da essi la maniera cristiana di tollerarle; ed altri che insegnino la vita divota e la perfezione, per unirsi bene a Dio, e rassegnarsi al suo santo volere. Alcuni consigliano il leggere, oltre ad alcune omilie da me accennate di sopra, l’operetta di Tertulliano intorno alla pazienza, il Trattato del Disprezzo del Mondo d’Innocenzo III, il Tesoro della Misericordia di Gabriello del Toro, il Cacciaguerra della Tribolazione, il Conforto degli Afflitti di Gasparo Loarte, alcuni Sermoni di Gabriello Biele e del Busto in materia di peste, le Opere del P. Bartolomeo da Saluzzo, il Conforto degl’Infermi del P. Stefano Binetti. Io per me consiglierei tutti a leggere allora in primo luogo, per chi può, i divini libri, specialmente del nuovo Testamento; e secondariamente le vite dei santi o beati, scegliendo anche i più caritativi, sieno martiri, sieno confessori e vergini, purchè scritte da autori approvati, e con semplicità di stile, e con verità di storia. Quelle dei santi e beati degli ultimi secoli, siccome più diffuse, e per lo più composte o tradotte in volgare, riusciranno maggiormente comode ed utili al popolo. S. Filippo Neri, gran maestro di spirito, raccomandava più che gli altri libri di divozione la lettura di queste vite, perchè sapeva che ivi nel medesimo tempo s’imparano le massime della santità, e si mira la santità posta in esercizio, restando chi legge egualmente istruito e spronato dall’esempio altrui. In terzo luogo essendo facilissimo l’aver seco o il trovare l’aureo libro dell’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, o sia dell’abate Giovanni Gersen, e tutte le sugose ed eccellenti opere del P. Luigi Granata e di S. Teresa, e quelle ancora di S. Francesco di Sales, io persuaderei tutti ad attenersi ben forte più alla loro lettura piena di santa unzione, che a quella d’alcuni altri libri, i quali non toccano bene spesso il cuore, benchè parlino o insegnino tanto. Chi potesse anche leggere il Trattato dei Travagli di Gesù del P. Tommaso di Gesù agostiniano, e l’Erario della Vita Cristiana del P. Giambatista Sangiurè della compagnia di Gesù, e le Opere Ascetiche del piissimo cardinale Giovanni Bona, e del P. Lorenzo Scupoli, cherico regolare teatino, per tacer d’altri autori, ne speri gran soccorso e consolazione spirituale.

Quindi si potrà e dovrà esercitare la divozione in orazioni vocali e mentali, che ognuno sceglierà secondo la capacità sua, o pure secondo la direzione del vescovo o del confessore. Il basso popolo, che non sa leggere, ha le sue orazioni, che basteranno purchè accompagnate dal buon cuore e dall’intenzione pura di pregare o lodar Dio. Quei di sfera un poco superiore ne aggiungeranno dell’altre conformi alla necessità di que’ tempi, con ricordarsi principalmente di recitare almeno una volta il giorno, più col cuore che con la bocca, gli Atti di fede, di speranza, d’amore di Dio e di contrizione, siccome le più sode orazioni che dopo la dominicale e il simbolo della fede, dovrebbono praticarsi nella nostra santa religione. Ma non si può dire che utilità e divozione, e qual soave conforto possano recare in ogni tempo, e specialmente in quello della calamità, alcuni salmi della divina Scrittura. D’ordinario non se ne sente il mele e non se ne cava gran profitto anche recitandoli, perchè o non s’intende la lingua in cui si recitano, o non si ferma l’attenzione, nè fa posata la mente sopra i loro santissimi sensi e mirabili affetti. Sarà pertanto allora di un sommo vantaggio e conforto alla gente pia il parlare attentamente con Dio mercè d’alquanti salmi, scelti apposta per cura del prelato, ed anche volgarizzati, con lasciar da parte tutti que’ versetti che non si adattano al bisogno d’allora, ovvero che esigono troppo comento per capirne gli alti loro sensi e misteri. Gli abbiamo tradotti in volgare per opera di Pellegrino degli Erri, nostro Modenese, e stampati in Venezia l’anno 1573. Anzi perchè i più del popolo, a cagione del non intendere il latino, non sono atti a trarne tutto quel frutto che possono gl’intendenti, sarebbe da desiderarsi che venisse composta una selva di varie orazioni e di affetti, tutta di versetti de’ salmi, per quanto si può continuati, e talvolta ancora di salmi interi, con aggiugnere in un’altra colonna la loro traduzione, e con ridurre essi sotto diverse categorie, come sarebbe di pentimento, di speranza, di coraggio pio, di preghiere nelle tribolazioni, di risoluzione per eseguire la santa legge, di consolazione per i giusti, di confidenza de’ buoni in Dio, di ringraziamento, di lodi del Signore, e simili. Certo è che quelle parole, per esser dettate dallo Spirito Santo, purchè intese e recitate con attento e divoto cuore, più di qualunque altra orazione formata dagli uomini, ci possono riempiere di tenerissimi e santi affetti. Sarebbe propria di qualche anima innamorata di Dio, e insieme molto giudiziosa e intendente, l’esecuzione di un tal disegno; ma quando niuna di queste vi si applicasse, bramerei di poter io un giorno tentare, se mai ciò mi riuscisse, in una forma tollerabile.

Chi poi ha il costume e la grazia da Dio di potere e saper meditare, più allora che mai si dovrà esercitare in questo efficacissimo pascolo della vera divozione, ricordandosi però che il profitto dell’anima non consiste in pensar molto, ma in amar molto Dio, e in determinarsi a conformare in tutto e per tutto la nostra volontà a quella di Dio, e ad operare e patire assaissimo per amore di lui, e in farlo poi quando se ne offra l’occasione. Ancor qui potrà il vescovo suggerire, o pure cadauno consigliandosi col suo direttore, o coll’intendimento suo, eleggerà i punti che principalmente sono da meditare ne’ tempi di gran calamità, mettendo in primo luogo la Passione del nostro divino Redentore per addestrarci coll’esempio del nostro divino Duce a patire, e a patir coraggiosamente e volentieri, per dar gusto a lui e per fare il suo santissimo volere. Lo sprezzo del mondo, la rassegnazione che dobbiamo a Dio, la grandezza dei beni ch’egli ci riserva nel suo regno, la misericordia sua, l’utilità delle tribolazioni, i mirabili insegnamenti di carità dati a noi da esso Dio, sopra tutto coll’esempio e colla voce del suo divino Figliuolo, ed altri simili argomenti saranno a proposito per eccitar allora maggiormente le anime a pensieri ed opere sante, e all’effettivo loro esercizio. S’hanno in fine da scegliere varie giaculatorie ben vivaci e pie, essendo queste per consiglio de’ maestri un cammino de’ più corti e de’ migliori per unirsi e per istare continuamente unito a Dio.

CAPO VIII.

Ricorso all’intercessione de’ santi; ma spezialmente ricorso a Dio. Sua immensa bontà, e meriti di Gesù che ci fanno coraggio. Amore e divozione verso Gesù e speranza in lui; utili e necessarj soccorsi in ogni tempo, ma in quei massimamente delle calamità.

Sarà ancora utile il ricorrere nei calamitosi tempi della pestilenza alla protezion de’ santi, nel che è da desiderare, che siccome noi certo possiamo sperar molto dalla loro intercessione, così ancora si potesse in ciò ben regolare il corso d’alcune persone o rozze o non abbastanza istrutte. Sarà cura dei vescovi, e degli altri uomini dotti e pii l’osservare che l’interesse umano non entri a persuadere certe divozioni troppo superficiali e molto meno a contaminare le pratiche pie, e che l’ignoranza non giunga ad abusarne con dispiacere della chiesa santa. Gioverà principalmente il ricorrere all’intercessione della purissima e santissima Madre di Dio e de’ santi protettori della città e di quelli spezialmente dei quali si conserva il sacro deposito, al qual fine serviranno quelle che appelliamo Litanie della Vergine e dei Santi. Ma la vera maniera d’impegnare i beati del cielo alla nostra tutela, si è quella di pentirsi daddovero, e di lasciar le offese di Dio, e di praticar le virtù che piacciono a Dio, e piacquero tanto anche agli stessi buoni servi di lui. La divozione verso i santi, consistente in una sola esteriorità o di orazioni vocali, o di voti, o di offerte, ma scompagnata dall’interiore e vero amore di Dio e del prossimo, contuttochè possa essere anche lodevole, pure non dee e non può promettersi molto da que’ fortunati cittadini del cielo, amanti troppo dell’onore e della gloria del nostro e loro Dio. Allora sì potremo confidare assai nel patrocinio loro ed anche per ottener grazie temporali, quando li pregheremo del pari che interpongano le lor preghiere appresso l’Altissimo, acciocchè per sua clemenza, e colla sua potente grazia di cattivi ci faccia buoni.

Ma s’egli è utile e lodevole sempre, e molto più ne’ pericoli e guai della pestilenza, il fare ricorso ai santi nostri avvocati, egli è più poi necessario il farlo ancora, e principalmente e con più attenzione a Dio, cioè all’Onnipotente e comune padrone di tutti e del tutto. Questo ricorso ha da consistere in un verace pentimento delle nostre colpe, e in una risoluzione ferma di volerlo amare, ubbidire e servire sempre sempre. Dopo ciò esporremo a lui le nostre miserie, e i bisogni nostri anche temporali, e la nostra debolezza, con supplicarlo di pietà, d’aiuto e di conforto. Io non so se ci sia, o ci possa essere alcuno, il quale metta tutto il suo studio e la sua speranza nell’amicizia e nel culto dei santi, servi del Signore, quasi non osando presentarsi egli giammai a dirittura al soglio di Dio, per pregarlo di soccorso e di grazie. Ma se mai ci fosse, sappia ch’egli fa torto a quello stesso Dio, a cui non ricorre e non può piacere ai santi medesimi, e si allontana dai dogmi della chiesa cattolica romana. Sarebbe un gravissimo errore il figurarsi in Dio i difetti degli uomini e dei principi della terra. Nulla più egli desidera, quanto che tutti a lui ricorrano di buon cuore e il preghino; anzi esige da noi questi atti d’ossequio, d’umiliazione, d’amore e di confidenza, non tanto come nostro adorabil sovrano, quanto ancora come padre di tutti. Che se mai taluno rispondesse di non avere merito, anzi di scorgere in sè dei gran demeriti e mancandogli ragion di sperare beneficenza dal suo diritto ricorso a Dio, rivolgersi perciò egli all’intercessione dei servi di Dio che hanno tanto merito presso di lui; oda egli per suo disinganno e conforto ciò che c’insegna colle scritture sante la chiesa di Dio: Buono è sempre di raccomandarsi anche ai buoni della terra, non che ai santi e beati del cielo che preghino e intercedano per noi; ma non dee tralasciarsi mai di sempre ricorrere al supremo loro e nostro Padrone. Imperocchè ognuno è a ciò tenuto per debito di suggezione; e ognun di noi, per gran peccatore ch’egli sia stato, o sia, ha poi due potentissime ragioni di sperar da Dio un favorevol rescritto di quanto non disconvenga a Dio il concedere, e sia utile alle anime nostre l’ottenerlo.

La prima si è l’immensa bontà, benignità e clemenza dello stesso Dio. Giustissimo, egli è vero, e terribile si fa sentire Iddio contra de’ peccatori ostinati, e massimamente contra chi si abusa delle grazie e della misericordia di lui, e non curando le sue divine chiamate gli vuol pure mantener viva la guerra. Ma per chi fedelmente l’ascolta e umilmente a lui ricorre, e con amore e confidenza da figlio chiede a lui pietà e soccorso, non si dimentica mai il buon Dio della sua misericordia infinita, nè d’essere nostro Padre. E Padre appunto ci ha insegnato a chiamarlo il suo unigenito Figliuolo nella celeste orazione del Pater noster, dettataci da lui stesso e a questo medesimo oggetto, affinchè noi misere creature avessimo ogni giorno un mezzo fortissimo per placare il suo divin Padre, e impetrarne con questo dolcissimo esordio le grazie che ci bisognano. Anzi sull’immensa bontà di questo comun Padre è principalmente fondata e dee fondarsi la speranza, cioè una delle virtù soprannaturali che esso Dio concede al suo popolo fedele, giungendo egli a prometterci tutto in bene delle anime nostre, se con fede ed amore ricorrendo a lui, in lui riporremo ogni nostra speranza e fiducia. L’altra stabilissima ragione di potere e dovere sperare ogni grazia spirituale e soccorso ne’ travagli dal nostro celeste Padre, viene dai meriti infiniti del suo dilettissimo Figliuolo e Signor nostro, Cristo Gesù. Apposta per nostro amore, apposta per giovare a noi tutti, e per unirci tutti all’eterno suo Padre, è venuto dal cielo, ed è morto sopra la croce questo benedetto divino Salvatore. Ed egli con quell’augusto sacrifizio della sua gran carità divenne per sempre la nostra redenzione e la nostra propiziazione, di maniera che basta che il peccatore, per iniquissimo che egli sia, o sia stato, mostri a Dio le piaghe del di lui dolcissimo Figliuolo, e di vero cuore chiegga pietà e si emendi, per disarmar subito tutto lo sdegno divino, e per impetrar da lì innanzi ogni favore ed aiuto. Se dunque non abbiam merito noi, anzi se proviamo in noi tanti demeriti, ha bene il nostro Gesù un merito infinito e l’ha tutto per noi; perciocchè non per bisogno ch’egli ne avesse per sè, ma solo pel bisogno che n’aveano, ed erano per avere gli uomini, sparse questo amoroso Dio fatto uomo tutto il suo sangue, sangue di prezzo immenso, e che noi possiamo offerire come cosa nostra al suo celeste Genitore, per iscontare i nostri peccati, ed impetrar tutto ciò che è per nostro bene, e ci può condurre a lui. E però finchè abbiamo Cristo Gesù dalla nostra (e il non averlo può solo venire da mancamento nostro) noi possiamo e dobbiamo sperar tutto dall’eterno suo Padre.

Queste son verità di fede, e che debbono consolarci tutti; ma quello che importa più, sono verità che dovrebbono farci tutti innamorare, e senza misura, del nostro amantissimo Redentore Gesù, via, verità e vita di tutti gli uomini, il quale tanto ha amato ed ama noi altri, che per un eccesso del suo amore e per cibarci, aiutarci, e farci suoi e del suo divin Padre, vuol sempre ancora starsi in persona fra noi, rinchiuso nell’ineffabile Sacramento dell’altare. E giacchè noi trattiamo della pestilenza, ora debbo soggiungere che in tutti i tempi, ma spezialmente in quei delle terribili calamità, non ci ha da essere divozione a noi più cara di quella del nostro Gesù che è la divozion delle divozioni. Le altre possono esser buone ed utili; ma questa sarà sempre e senza paragone più utile dell’altre; anzi è la necessaria ad ogni cristiano, mentre c’insegnano gli apostoli e la Chiesa, che nell’onorare, amare ed imitare per quanto si può; massimamente nell’esercizio della carità, la sacrosanta persona di Gesù Cristo, consiste l’essenziale e più sodo impiego che s’abbia d’avere la vita del cristiano. Oltre di che nulla possiamo sperare noi peccatori da Dio, se non per mezzo del santo de’ santi, cioè di Gesù, mediatore di Dio e degli uomini, terminando appunto per questa ragione la Chiesa, custode della verità, tutte le orazioni e preghiere sue con quelle parole: per Dominum nostrum Jesum Christum, etc. Nulla possiam fare senza Gesù: l’ha detto egli di sua bocca in S. Giovanni; tutto possiamo e potremo con Gesù e colla sua potentissima protezione e grazia. Il perchè non ha molto, il P. Nepueu della compagnia di Gesù in un suo libro (tradotto, accresciuto e ristampato dal P. Paolo Segneri juniore, insigne missionario della stessa compagnia, le cui incomparabili virtù abbiam noi pure ammirato in Modena, e la cui morte, ah troppo immatura! accaduta in Sinigaglia nel presente anno 1713, ha riempiuto di dolore noi tutti) deplorava l’uso di molte persone nel cristianesimo, anche delle più pie, le quali s’occupano in tante altre divozioni non comandate, non necessarie e parte ancora superficiali, trascurando poi la divozion di Gesù che è d’obbligo, e che sopra ogni altra dee abbracciarsi, e dee consigliarsi dai predicatori e direttori d’anime siccome la più propria, sicura e facile per condurci tutti alla perfezione e ad ogni vera felicità di spirito.

Adunque convien seriamente applicarsi in questa misera nostra vita a contemplare la vita di Gesù, esempio a noi di tutte le virtù e motivo di tutte le consolazioni. Bisogna impiegar quanto possiamo per intendere le obbligazioni che gli abbiamo, per dargli l’onore ch’egli merita, per conformarci a lui per amarlo. L’Apostolo delle genti, innamoratissimo di questo amabil Redentore, non potè ritenersi nell’epist. 1 a quei di Corinto d’intimare una grave scomunica a chi non ama il nostro Signor Gesù Cristo. Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum, sit anathema. E lo stesso Signore ci ha detto egli di sua bocca appresso S. Giovanni che se ameremo lui saremo amati dall’eterno suo Padre. Qui diligit me, diligetur a Patre meo, et ego diligam eum. Che pretendiamo di più? Che se c’incontreremo nelle tribolazioni, nessuno maggior conforto e vigore potremo ritrarre, che dal considerare che Gesù ci va avanti condottiere amoroso colla sua passione e croce; e che questa medesima croce e i travagli, e non già le terrene felicità sono la via che conduce sicuramente al cielo; e che nel patir volentieri per amor di Gesù, le persone buone e pie trovano (e questa è una verità certissima: così avessimo la fortuna d’intenderla ancor noi) più consolazione e godimento, che i tepidi e i cattivi in tutti i loro sognati o veri piaceri dal mondo. In oltre se avremo bisogno di grazie e d’aiuti, anche per questa vita temporale, o per noi stessi, o pel popolo e prossimo nostro, a chi meglio ci potremo rivolgere che a Cristo Gesù, e in chi più confidare che in lui? Egli ci ama, e svisceratamente ci ama: basta mirarlo sulla croce per noi e nell’augustissimo Sacramento dell’altare per nostro amore; e basta ricordarsi di quelle tenere parole che lasciò scritto, non un uomo volgare, ma il suo diletto apostolo Giovanni nell’epist. 1, cap. 2. Filioli mei, hæc scribo vobis, ut non peccetis. Sed et si quis peccaverit, advocatum habemus apud patrem Jesum Christum Justum; et ipse est propitiatio pro peccatis nostris; non pro nostris autem tantum, sed etiam pro totius mundi. Cioè: Figliolini miei cari, vi scrivo queste cose, affinchè non pecchiate. Che se pure alcuno per sua miseria avrà peccato, noi abbiamo appresso il padre per avvocato nostro Gesù Cristo, giusto ed innocente. Egli è quello che il placa, e il rende propizio ai peccati nostri, e non solo ai nostri, ma a quelli ancora di tutto il mondo. Adunque egli (non ce n’ha da esser dubbio) vorrà aiutarci. Di più egli può tutto non solo come Dio, ma ancora come uomo, non essendo già questa un’esagerazione divota, ma un indubitato articolo di fede, avendo detto egli stesso appresso S. Matteo nel cap. 28, che lo stesso suo divin Padre ha dato a lui ogni potere in cielo e in terra: Data est mihi omnis potestas in cœlo et in terra. Adunque non solo egli vorrà, ma potrà aiutarci in ogni nostra angustia e ne’ tempi massimamente della pestilenza, se a lui ci rivolgerem daddovero, e se ameremo di cuore questo benedetto ed amatissimo Dio e confideremo in lui.

Ora per quante divozioni io ed altri sapessimo consigliare ne’ fieri pericoli e bisogni d’un contagio, anzi in tutti i tempi, niuna mai ne troveremo che uguagli la divozione verso la sacratissima persona del nostro Gesù. Divozione pertanto alla sua croce e passione dolorosissima, divozione al divino Sacramento dell’altare, divozione al suo dolcissimo e santissimo nome. Ed appunto il solo suo nome è bastante a riempierci di consolazione e di tenerezza, perchè ci ricorda ch’egli ci ha salvati, e se noi ricorreremo fedelmente a lui ci salverà dall’ira ventura. Anzi, cosa non possiamo noi sperare dal suo Padre Iddio e da lui medesimo, nominandogli con viva fede questo amoroso nome, e pregandolo per gli suoi meriti infiniti? Tutto potremo sperare, da che egli stesso, che non può mentire, ce ne ha espressamente assicurati in S. Giovanni al cap. XIV con dire: Quodcumque petieritis Patrem in nomine meo, hoc faciam. Si quid petieritis me in nomine meo, hoc faciam. Animo dunque ne’ pericoli, nelle infermità, nelle pestilenze. Ricorriamo a Gesù che potremo sperar tutto. E sappiasi a questo proposito che S. Bernardino, uno dei santi più innamorati di Gesù, predicando un quaresimale in Padova, ed esponendo nel Sermone XLI i raggi co’ quali egli faceva scolpire questo santo nome, scrisse che il terzo d’essi raggi era detto remedium infirmitatum, perchè il Signor nostro in S. Marco al cap. XVI, promise che i fedeli nel suo nome scaccerebbono i demonj, guarirebbono gl’infermi e farebbono altre maraviglie. Soggiugne poscia che vedendo le pesti, elle cederanno alla forza del nome santissimo di Gesù, citando appunto ciò che era avvenuto in Ferrara sotto i suoi occhi, mentre quel popolo, mercè d’esso nome posto sopra le porte delle case, si vide in breve libero dalla peste, quand’ella dovea naturalmente aumentarsi. Ecco le sue parole: Sequitur pestilentia in aliqua terra, vel regione, et talis pestilentia cum nomine Jesu auferetur. Illud expertus sum, quod me prædicante tempore vigentis pestis Ferrariæ de nomine Jesu, ad tantam fidem illius nominis fuerunt accensi et devoti, ut quasi totus ille Ferrariensis populus, mediante nomine Jesu, quod superliminari cujuscumque domus apposuerat, remedium illius pestiferi morbi senserit, nam illa pestis cessavit, quando secundum naturalem rationem debebat accrescere. Non c’è già necessità di tenere scolpito in marmo sopra le porte delle case il nome del Salvatore. Basta averlo, ed è necessario l’averlo scolpito nel cuore da un tenero amore e da una viva fede.

CAPO IX.

Riguardi per conservare illesi i conventi de’ religiosi. Varie cautele a tal fine ed altre in caso che v’entrasse il male. Quando sieno tenuti i religiosi a ministrare i sacramenti agl’infetti e quando gli ecclesiastici secolari. Monasteri delle monache come s’abbiano a custodire, e regole se vi penetrasse la peste. Esortar la gente allo spurgo. Dopo il contagio promovere la pietà. Conformità al volere di Dio cagione della vera tranquillità.

Ai magistrati secolari, e molto più alla cura del vescovo sarà ne’ tempi di peste raccomandata la preservazione de’ conventi de’ religiosi e delle religiose. Certo è (il ripeto) che questi luoghi, ma senza paragone molto più quei delle monache, si possono e si sogliono difendere, essendosi osservato anche nel contagio del 1630 della nostra città che colà non entrò, o appena entrò in due o tre, che da lì a poco fu soppresso il morbo, e quel che è più, de’ PP. Benedettini Cassinesi che restarono nel loro monastero in questa città, eccettuatone un solo, niuno s’infettò, laddove alcuni d’essi che s’erano ritirati in villa a S. Cessario, morirono e di contagio. In Firenze per attestato del Rondinelli si conservarono illesi tutti i monasteri delle monache, a riserva di S. Maria sul Prato, ove, secondochè alcuni credettero, morirono di peste due religiose, ma non vi seguì altro danno. Ivi all’incontro quasi niuno de’ conventi de’ frati restò intatto. Furono più fortunati, perchè più guardinghi, alcuni gran conventi di religiosi in Palermo. Anche Roma nella peste del 1656 vide preservati i suoi monasteri; e ho inteso a dire che in Genova stessa, ove del medesimo anno fece tanta strage il male, pure rimasero illesi tutti i conventi delle monache. In quanto alle case dei religiosi dovrà avvertirsi che vivendosi ivi in un continuo commercio di coro, di refettorio e d’altri impieghi, troppo danno potrebbe recare a tutta la comunità un solo che vi portasse dentro disavvedutamente la pestilenza. Il perchè trattandosi di famiglie sacre molto numerose, sarà necessario custodire tai luoghi nella guisa de’ lazzeretti, con questo divario però che laddove dai lazzeretti non si lascia uscire persona o roba che sia sospetta o infetta, nei conventi non v’ha da entrare nè persona, nè roba che abbia minimo sospetto d’infezione, a riserva di quelle che sono necessarie al mantenimento de’ religiosi. Vi si ammetteran dunque i commestibili che d’ordinario sono incapaci d’infezione, e se dovrà introdursi per necessità altra roba o persona atta a portar seco il morbo, non verrà ammessa senza le cautele e i riguardi, e profumi che son prescritti per tutti dal governo politico. Del resto sarà interdetto a qualunque dei religiosi o de’ ministri e serventi l’uscir fuori, o pure, usciti che sieno, si dovrà loro vietare il ritorno. A questo effetto il pubblico, o il vescovo potrà, occorrendo, destinare un custode secolare della sanità, che alle spese d’essi religiosi guardi continuamente la porta del convento, la quale sarà una sola in que’ tempi, acciocchè più sicuramente venga eseguito il suddetto regolamento, ovvero si provvederà in altra competente forma. Pei conventi di poche persone non occorre tanta esattezza o strettezza.

Agli ecclesiastici secolari che s’impieghino in opere di carità, come di confessione, comunione o d’altro, assistendo agl’infermi o moribondi, sarà permesso il ritornare alle lor case e dimorarvi, benchè fieno sospetti, avvertendo solo che non passi commercio fra loro ed altri sani, e che la lor famiglia, siccome sospetta, non pratichi con altri. Ma per gli regolari di grossa famiglia, quando uno o due o più d’essi consacrassero sè stessi all’assistenza caritativa del prossimo infetto, si dovrà camminare con diverso stile. Cioè sarà utile il proibir loro il ritorno in convento, affinchè non rechino la disgrazia a que’ molti che si conservano coi necessarj riguardi della salute e possono esser utili per altri tempi ed impieghi. Viveran dunque tali caritativi religiosi esposti, ritirati in qualche casa decente ed appartata, ove possano recare men pregiudizio che ai loro conventi; e venendo ivi nelle debite forme soccorsi e mantenuti, sarà loro facile il continuare la necessità del loro sacro utilissimo ministero. Il che sia detto in caso che il convento non avesse delle stanze in disparte con passaggio o con porta propria, da collocarvi per quel tempo simili zelanti servi di Dio, e separarli dal resto della comunità. Si ha da stendere tal cautela sino a non praticare per qualche giorno que’ religiosi che fossero chiamati a visitare o confessare qualche infermo, benchè non sospetto di morbo contagioso. Le chiese dei religiosi dovranno regolarsi anch’esse come l’altre della città, cioè o tenerle chiuse, o pur coi rastrelli o cancelli agli altari e a’ confessionarj, per impedire i mali influssi dell’avvicinamento delle persone. Tengano ai campanelli della porta, della sagristia, ecc., un filo di ferro in cambio di corda, fin dove possono arrivar le mani. Ripongano ancora, e chiudano in luogo a parte ben sigillato le scritture e cose più preziose della chiesa, acciocchè se alcun sagrestano cadesse mai infermo di peste, rimangano tali robe esenti dal bisogno dello spurgo.

Se non ostanti simili diligenze e cautele, forse non eseguite con gran puntualità, venisse ne’ chiostri d’essi regolari a scoprirsi alcuno infetto, si dovrebbe anch’esso con celerità trasportare al lazzeretto pubblico, o pure a quello degli ecclesiastici se vi fosse. Si procurerà ancora di levare tutto ciò che potesse indurre ulteriore infezione negli altri religiosi, e di separare i sani da quei che avessero avuto un intrinseco commercio coll’infetto, restando però tutti come sospetti rinchiusi nel proprio convento. Ma quando al claustrale infetto riuscisse, siccome spesso suole, di grande spiacimento l’essere portato al lazzeretto, e ciò servisse d’occasione ad altri per occultare il male e per comunicarlo con poca carità a chi non se ne guarda, sarebbe miglior consiglio, qualora il permettesse la capacità dell’abitazione, il segregarlo interamente con chi l’ha da servire, dagli altri religiosi, mettendolo in camere ben appartate, ovvero in qualche capanna nell’orto: il che pure si può e suol praticare, però con particolar inspezione dei pubblici deputati, per gli secolari abitanti case grandi e comode della città. In tal guisa è da credere che il religioso non atterrito dalla paura del lazzeretto, immediatamente rivelerà la sua infezione, ed apporterà men pericolo agli altri che tosto si segregheranno da lui. Caso poi che crescesse in quella sacra famiglia il furore del contagio, allora converrà estrarne tutti gl’infetti, conducendoli al lazzeretto o in altro luogo proprio; ovvero si faranno uscire i rimasti sani, ma per rinserrarli siccome sospetti in qualche casa fuori del monastero.

Si disputa fra i teologi se gli ecclesiastici regolari sieno tenuti a servire agl’infetti di peste quando il loro prelato glielo comandasse. A me piace la saggia sentenza del Sanchez che, nel tom. II sopra precetti del Decalogo, decide con varie limitazioni la quistione. Cioè: eglino non sono obbligati a servire gl’infetti estranei; ma in quanto ai religiosi domestici appestati sarà obbligato al servigio loro quel religioso a cui il suo superiore il comanderà; avvertendo solo che imprudentemente opererebbe il prelato, qualora esponesse a questo pericolo, chi fosse di pochissima sanità o persona egregia, e per le sue rare qualità utile al pubblico o all’ordine suo. I Certosini e i monaci di S. Benedetto, di S. Girolamo, ed altri simili che non hanno per loro instituto la vita attiva, non sono tenuti a ministrare i sacramenti agl’infetti estranei e possono fuggire dal luogo infetto. Nè pure sono a ciò rigorosamente obbligati, nè si possono obbligare dal loro superiore i religiosi che si chiamano mendicanti, o che godono i lor privilegi, benchè facciano professione di vita attiva; e però anch’essi regolarmente sono esenti dall’obbligo di fermarsi in luogo ove sia la peste. Avverto però essere sentenza del Benzoni che la fuga di questi religiosi difficilmente sarà scusata da peccato mortale pel gravissimo scandalo che ne verrebbe al popolo, da cui essi hanno ricevuto, o ricevono tante rendite e limosine, e a cui poscia non vogliono assistere in caso di sì premurosa necessità. Ma la suddetta libertà ed esenzione dee intendersi qualora vi sieno parochi o altri sostituti, i quali sufficientemente possano adempiere l’ufizio di ministrare i sacramenti al popolo infetto. Altrimenti, essendovi penuria di questi, o troppa abbondanza d’infermi bisognosi di soccorso spirituale, e non trovandosi altri sacerdoti, che o per carità o per mercede, e alle spese del vescovo, aiutassero o supplissero il difetto de’ parochi (i quali sussidiarj è in primo luogo tenuto il vescovo a provvederli), allora i religiosi mendicanti si giudicheranno obbligati a soccorrere il popolo infetto e a ministrargli i sacramenti, perchè, secondo l’ufizio loro, eglino son coadiutori de’ vescovi e de’ parochi nel procurar la salute spirituale del prossimo, e vengono per questo fine mantenuti dalle limosine de’ fedeli, come ottimamente insegnano con S. Tommaso varj teologi. Anzi è tenuto il prelato regolare a somministrar soccorso, e inviare alcuno de’ suoi religiosi anche da un luogo sano ad un infetto, qualora in questo venissero meno i parochi, nè vi fosse altro sovvenimento al bisogno spirituale di quel popolo. Anche il Benzoni con altri autori sostiene le suddette conclusioni, ricordando egli in oltre essere obbligati per debito di giustizia, non che di carità, a servire gl’infermi que’ religiosi che per professione si sono obbligati a tal servigio, come quei della congregazione di S. Giovanni di Dio, chiamati Fate bene Fratelli.

Aggiungo io che molto meno de’ religiosi saranno obbligati i sacerdoti secolari non legati da cura d’anime a servire gl’infetti, siccome nè pure a ministrar loro i sacramenti, quand’anche fosse loro comandato dal vescovo, perciocchè nè pure hanno essi quello strettissimo voto d’ubbidienza verso i proprj prelati, come hanno i regolari verso i lor superiori. E però concedono i teologi che i preti ed ancora i canonici, purchè non curati, si possano ritirare dal luogo infetto, come si può vedere nel Trattato del suddetto monsignor Benzoni e presso il Marchino, il quale con altri teologi stabilisce che un canonico assente per tal cagione non perde le distribuzioni, ove sia l’uso di non perderle per cagione giusta. Qualora nondimeno vi fosse necessità estrema di ministrare la Confessione o altro sacramento agli appestati, e mancassero o giustamente o ingiustamente, i parochi ed altri sussidiarj, in tal caso ogni sacerdote, o certosino, o monaco, o secolare è obbligato sotto pena di grave peccato a soccorrere i popoli costituiti in bisogno, con pericolo ancora della sua vita, sia egli persona malsana o sia quanto si voglia di gran valore ed utilità al pubblico. Senza che nessun prelato il comandi ciò è comandato dalle leggi santissime della carità cristiana, ricordate a noi in tal proposito da S. Agostino, da S. Tommaso e dalla maggior parte dei teologi. Per altro intervenendo simili estreme necessità, il vescovo può e dee comandare a tutti, sì secolari come regolari, il supplire secondo che giudicherà bene la sua prudenza, avvertendo però di non ordinar ciò in individuo ad alcun religioso, ma solamente al loro superiore. Che se questi non volesse poi permettere, nè comandare che alcuno de’ suoi venisse in soccorso, allora egli peccherebbe, e i religiosi saranno tenuti, secondo il Bagnez, Benzoni, Vigant ed altri, ad ubbidire più al comandamento del vescovo che a quello del loro superiore. Se poi sia vero per sentenza del suddetto Vigant che in tal caso restino più obbligati gli ecclesiastici secolari ad ubbidire al vescovo che i regolari esenti, io non voglio metterlo, ma si può certo mettere in disputa, e il vescovo Benzoni e il P. Marchino tengono appunto il contrario. A noi basti di sapere che tutti sono tenuti, e potersi inferire dalle annotazioni del cardinal de Luca al concilio di Trento, essere più de’ semplici sacerdoti secolari obbligati in tal caso a servire quei che hanno uffizj e benefizj residenziali, come i canonici, i cappellani ed altri che costituiscono qualche spezie di capitolo o di congregazione. Nella peste di Palermo del 1625 furono assegnati quattro o cinque religiosi per parrocchia, che abitavano insieme; ma per l’infezione d’uno infettandosi gli altri, si provò miglior partito l’assegnare ad ogni due contrade uno col suo compagno, e in camere vicine a qualche oratorio già fatto, o pure costituito con licenza dell’ordinario, ove egli celebrava, senza che alcuno entrasse in tal casa od oratorio, dove teneva il Santissimo Sacramento e l’Estrema Unzione.

Le medesime cautele prescritte per i conventi de’ religiosi, ed anche più dovranno osservarsi per preservare e custodire quei delle monache. Perciò è assolutamente da assegnarsi un custode della sanità alla porta o al rastrello del loro monastero, che avrà buona serratura anche al di fuori, con obbligazione di non allontanarsi mai da quella porta o rastrello per cui solo, e non per altre porte o finestre, che tutte s’intendano chiuse, dovran le monache ricevere il bisognevole al sostentamento loro. Per bisognevole s’intendono le cose spettanti al vitto o vestito, dovendosi allora astener le monache dal ricercare e dall’accettar altro che sia non necessario e sia capace di portar entro i loro recinti l’infezione, e dovendo elle valersi anche delle cautele comuni agli altri nel ricevere le cose sospette loro necessarie.

Il vescovo in oltre assegnerà un canonico o altro ecclesiastico co’ suoi assistenti per commessario ad ogni tre o quattro conventi di monache, il quale unito ai sindici farà, occorrendo, la visita e darà gli ordini opportuni del buon governo de’ monasteri a lui appoggiati. Sarà sua cura il fare che le religiose si provveggano il più presto e il più che potranno di vettovaglie e massimamente di frumento, farina, vino, olio, formaggio e sapone; con poi ricordar loro l’economia, e prescriverla ancora, se bisognasse, con suprema autorità. Visiterà il medesimo commissario co’ sindaci a’ primi sospetti tutto il recinto della clausura, facendo chiudere ogni porta, o altro luogo, per cui si potesse parlare, dar fuori o ricevere roba, lasciando solo aperta la porta comune colle ruote e co’ parlatorj annessi. Sceglierà ancora in ogni monastero due siti appartati e capaci per servire di lazzeretti, Infetto e Sospetto, in caso di bisogno, tagliandone il meglio che si potrà la comunicazione col resto della casa o pur disponendo tutto per far capanne nell’orto, quando a ciò la necessità costringesse. E a fine di risparmiare l’entrar sovente nella clausura, potrà farsi fare una pianta distinta di tutto il convento con tutti i siti e specificazione d’ogni cella e di chi l’abita, ordinando poscia che niuna muti abitazione senza licenza di lui, e di ciò terrà egli registro. Ogni dì ancora visiterà i monasteri assegnati a lui (e non potendo egli farà farlo da uno degli assistenti) informandosi e osservando se le monache sieno tutte sane e di buon colore, e incoraggiandole per quanto si potrà, mentre il timor nelle donne può cagionar, più che negli altri, dei gravi disordini; e sopra tutto badando che se il male fosse in città, niuno vada loro contando le nuove funeste. Ammalandosi alcuna, se ne darà tosto avviso al commessario suddetto, e il medico invigilerà a tutti gli accidenti del male, per vedere se vi fosse sospetto di contagio. Morendo essa, non potrà seppellirsi senza l’attestazione del medico che non vi sia segno di contagio, e senza la licenza del commessario in iscritto, dovendo questi notare al suo libro tanto le inferme, quanto le morte per mandarne nota ogni sera al notaio destinato dal vescovo, il quale ne trasmetterà poi copia alla congregazione della sanità. Comanderà ancora esso vescovo con precetto penale che ognuna che si ammali vada indispensabilmente all’infermeria, e che quantunque non vi sia sospetto di contagio, non possano visitarla, nè capitarvi se non le monache o converse, deputate infermiere, perchè in tal maniera, accadendo maggiori disgrazie, le altre resteranno esenti dall’obbligo della quarantena.

Sarà parimente d’uopo l’assegnare, se mai si potrà, al confessore una casa contigua al monastero, con vietargli l’uscirne mai, se non per entrare nella chiesa delle monache, e con ordinargli di non conversar con altri, nè di ricevere altra roba dal di fuori del monastero che per le mani del solo custode della sanità, il quale dovrà essere persona d’una inalterabile fedeltà e puntualità. In questa forma conventi ben numerosi in que’ calamitosi tempi si sono sempre conservati illesi. Ma per maggiormente ottener questo intento, il vescovo formerà un’istruzione per cadaun convento, prescrivendo come s’abbia a contenere il custode e il confessore, e come si debbano ricevere ivi le vettovaglie ed altre robe necessarie. Non permetterà, se non in caso di gran necessità, l’entrata nella clausura a persone estranee e nè pure visita alcuna al parlatorio, ordinando che le monache non possano ammetterla senza ordine sottoscritto dal vescovo medesimo. Dovranno pertanto star sempre chiusi i parlatoj e le grate, e se pur occorresse di parlare ad alcuno, ciò si potrà fare senza aprir le stesse grate, alle quali ancora aggiugneranno un telaio di carta per guardarsi dal fiato delle persone estere. Prima ancora della formal dichiarazione della peste o dell’evidente pericolo d’essa, vieterà il vescovo alle religiose l’accettare in custodia robe di estranei, anche parenti, non tanto per esimere il chiostro da ogni introduzion di male, quanto ancora per risparmiare alle medesime varj disturbi. Parimente proibirà alle monache il ricever altre lettere che le scritte o dai superiori, o per bisogno del monastero, le quali ancora non dovranno ammettersi senza cautela, cioè prendendole con due forbici o molette, e purgandole poi con aceto o ripassandole sopra il fuoco. Sarà loro interdetto il dar fuori a lavare panni, o, non potendosi di meno, s’insegneran loro le precauzioni. Così ancora sarà necessario prescrivere buona regola per gli paramenti ed altri ornamenti e vasi dell’altare, con avvertenza di lasciar fuori i soli che fossero necessarj e con prevenire che chierici o sacerdoti estranei non possano portar colà pericolo d’infezione. Non ripiglieran, dico, indietro i paramenti destinati ai lor cappellani; e occorrendo farli imbiancare, ciò si faccia a spese loro fuori del convento. Dovendo far macinare, mandino il grano per gli uomini loro e con il lor carro al mulino, facendovi assistere i medesimi uomini, acciocchè i lor sacchi non tocchino quei degli altri. Gioverebbe allora aver forno nel proprio monastero.

Che se con tutte queste cautele giungesse il morbo a penetrare in qualche chiostro di religiose, al primo indizio d’esso, immediatamente se ne darà avviso al commessario, il qual subito lo spedirà al vescovato e alla congregazione di sanità per provvedere sì dentro come fuori. Quindi farà quanto prima mettere l’infermo nel luogo destinato pel lazzeretto delle infette, e le altre persone, che avran praticato con esso lei almeno quel dì, nell’altro delle sospette. Ammetterà poscia i ministri del pubblico lazzeretto degl’infetti che bruceranno quello che occorresse, e seppelliranno, accadendo la morte, il cadavere fuori del convento, ove sarà creduto bene dal vescovo. Similmente introdurrà gli espurgatori per espurgare subito l’infermeria, o cella, e l’altre robe che ne avessero bisogno. Quando le monache o converse non s’inducessero per carità a servir le infette nel loro lazzeretto, il vescovo penserà se voglia costringerle o pure provveder loro donne di fuori. Niuna delle sane entrerà nei lazzeretti, e nel somministrare il vitto le sane non toccheranno gli arnesi che servono alle infette o sospette. Alla cura di queste verranno i medici, cerusici e religiosi esposti o sospetti del pubblico, entrando i quali tutte le monache si ritirino in luogo appartato. Guarendo le inferme, e avutane la fede dal medico, passeranno poi, senza portar seco cosa alcuna, a fare la quarantena nel lazzeretto delle sospette. Di tutto si andrà comunicando notizia al vescovo, e questi la darà al magistrato secolare per camminar di concerto. Si avrà del pari gran cura che le robe toccate da infette o sospette non entrino in commercio, se prima non saranno state ben espurgate dai ministri pubblici dello spurgo. Lo stesso dovrà farsi alle camere e ad altri luoghi che ne abbiano bisogno.

Avvertasi ancora che occorrendo introdur colà persone straniere o per medicamenti o per altro, dovrà tal cura, per quanto si potrà, appoggiarsi dal vescovo, non ad uomini, ma a donne di conveniente probità e perizia. Posto poi che crescesse l’infezione fra le religiose, allora il vescovo determinerà se sieno da cavarsi fuori di clausura le malate, lasciandovi le illese, o pure le sane, lasciandovi le infette, inerendo alla costituzione di Pio V, che comincia Decori et honestati. Questo ultimo sarà partito più sicuro. Qualunque determinazione però si prenda, converrà trovare a quelle che saranno estratte una decente abitazione, congiunta o vicina, se mai si potrà, al monastero medesimo, ove le religiose verranno accomodate in onesta forma e con una spezie di clausura e coi riguardi e soccorsi convenienti a persone consecrate a Dio. E perciocchè sogliono le monache frequentemente desiderare, ed anche talora senza molto bisogno, l’aiuto del medico, qualora il monastero tutto si sia conservato illeso (ciò milita ancora per quei de’ religiosi e per gli conservatorj de’ poveri e simili gran corpi), potrà entrarvi il medico non sospetto, ma in maniera che non abbia verun commercio nè con robe, nè con persone; ma visiti secondo il costume dei lazzeretti, cioè osservando per quanto sia possibile e ordinando medicamenti in distanza, affinchè egli, tuttochè riputato sano, disavvedutameute non portasse in monastero l’occulta fin’allora infezione sua, forse contratta dal commercio col resto della città. Finalmente prescriverà il vescovo alle religiose quel metodo di orazioni e di opere di pietà ch’egli giudicherà più conveniente ne’ tempi di tanta tribolazione e necessità.

Resta ora da dire che i vescovi, parochi, predicatori e confessori debbono, per quanto possono, non solo impedire anch’essi la dilatazione del morbo contagioso, ma ancora aiutare ad estinguerlo. Faranno perciò conoscere, e il vescovo con suo editto potrà farlo meglio degli altri, uniformandosi ai maestrati, che grave peccato sia il nascondere vesti, mobili ed altre robe infette, e il non denunziarle ai deputati dello spurgo, potendo questa disubbidienza comunicare ad altri e rinovar la pestilenza anche estinta, e recar morte agli stessi possessori, quando tali robe non sieno diligentemente espurgate da chi è atto a farlo. Mostrino ancora (io nol ripeterò mai abbastanza) essere vietato dalle leggi divine e naturali il toccare, contrattare e asportare non solamente le altrui, ma anche le robe proprie infette, e molto più poi il rubarle. Doversi prima denunziare e poi spurgare anche ogni minimo panno sì per la propria, come per l’altrui sicurezza, non essendo capace di assoluzione chi non vuol ubbidire a questo precetto naturale. Data che sia dai maestrati l’impunità ai ladri di simili robe, si persuaderà loro dai confessori l’andarle a rivelare. Che se non fosse peranche stata conceduta questa impunità, non si dovranno essi obbligar tosto a rivelarle e denunziarle in persona, ma si regoleranno i confessori o secondo i dettami del vescovo o pure secondo i consigli della prudenza. L’anno 1633 l’arcivescovo di Firenze proibì sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto, riservando l’assoluzione a sè medesimo, eccettuato l’articolo di morte, il rubare, trasportare, nascondere, tenere in deposito o custodia, maneggiare, vendere o comprare o in qualsivoglia modo contrattare per sè o per interposta persona, direttamente o indirettamente, robe d’altri o proprie appestate o sospette o state in luogo infetto o sospetto di mal contagioso, senza licenza espressa, intervento o permissione dei deputati per la sanità; comandando a tutti i confessori sotto pena di scomunica latæ sententiæ di non assolvere alcuno incorso in tal peccato, senza sua licenza o di alcuni deputati da lui, volendo che, se occorresse qualche dubbio in questa materia, lo partecipassero o seco o coi suddetti, senza palesare nè direttamente, nè indirettamente il penitente, per ricercare que’ rimedj che fossero giudicati opportuni.

Finita poi la peste, allora il vescovo e i parochi rimetteranno in piedi e promoveranno più che mai la pietà e l’estirpazione de’ vizj, perciocchè talvolta forse più di prima ve ne potrà esser bisogno. Certo in molte terre e città la sola terribile scuola de’ gastighi di Dio ha fatto per lo più riformare i costumi; ed avendo gli uomini conosciuto meglio di prima che c’è Dio e che non si può sperar felicità dai peccati, nè far capitale in questa miserabile e caduca vita del mondo, si sono dati alla pietà e alle virtù con una santa perseveranza. Ma in qualche paese, benchè paia poco verisimile, pure la verità è che dopo la pestilenza comparve questo mostro, cioè che gli uomini in vece d’essere diventati di miglior coscienza e più timorati di Dio e più amatori del prossimo, pel flagello che aveano veduto ed anche provato, pure si mostrarono più perversi e peggiori di prima in ogni conto e in ogni iniquità, e non meno i poveri che i ricchi, quasi che paresse loro, superato quel gran pericolo, di non dover più morire, nè di dover più temere l’ira di Dio, o pure si credessero di aver da compensare la malinconia passata con ogni sorta d’allegria anche disordinata e con lo sfogo di tutti i loro appetiti. Matteo Villani, il cardinal Federigo Borromeo ed altri scrittori, testimonj oculati ed autentici di tale mostruosità, non mi lasciano mentire. Ed ecco la gratitudine che usano alcuni cristiani al proprio Dio per la parzialità de’ benefizi ch’egli ha usata verso di loro. Sarà pertanto incumbenza del vescovo, allorchè si scorgerà ben quetata ed estinta la pestilenza, l’intimare ed ordinare tre giorni di divozioni e processioni, non guidate dall’allegria, ma dall’umiltà e dalla compunzione, per un solenne ringraziamento all’Altissimo dall’essersi egli finalmente lasciato cader di mano il flagello meritato dai peccati degli uomini. E qui verrà in acconcio ai predicatori d’esortar tutti ad essere da lì innanzi fedeli ed attaccati a Dio, esponendo le obbligazioni che il popolo preservato in vita ha verso la divina misericordia, e con inveir poi particolarmente contra chi non s’è emendato peranche, o pensa più che prima a soddisfare alle sue passioni, senza curarsi dello sdegno di Dio e senza voler apprendere che quel gastigo ed altri possono tornar di nuovo e presto, siccome è altre volte avvenuto, e che il non profittar dei flagelli è uno dei più chiari indizi che si vuole ad onta di Dio dannare e perdere l’anima per sempre. Vedesi un libricciuolo esquisito, composto dopo la peste da S. Carlo col titolo di Memoriale, stampato nell’Acta Mediolanensis Eclesiæ, con tutte le altre accurate istruzioni che quel zelantissimo e santo pastore lasciò scritte per simili tempi calamitosi.

Farò io qui fine con dire, che per quante regole e rimedj io abbia raccolti in questo trattato a fine di tener lungi o di scacciare la peste, io non ho però insegnato tanto da assicurare alcun paese o persona da così fiera tempesta. Nei pericoli e nei disordini massimamente d’una pestilenza non si può dai magistrati preveder tutto, nè proveder tutto. La medicina anch’essa, arte in tanti altri mali incerta e cieca, molto meno ci può promettere immunità in questo che è sì fiero, e che porta seco tante stravaganze che indarno l’umano intelletto studia per trovarne la sorgente e i rimedj. Anzi si è osservata tante volte e si osserverà di nuovo una cosa che dee affatto confonderci tutti; cioè, che le stesse provvisioni politiche e gli stessi rimedj della medicina son quelli talvolta che aiutano la peste o a dilatarsi maggiormente, o a levar dal mondo assai persone, le quali probabilmente senza tante invenzioni della prudenza e speculativa umana avrebbono schivata la morte. La conclusione dunque si è, non dover già i magistrati e la prudenza di ciascuno, lasciar mettere in opera quanti documenti e mezzi si credono più propri per salvare il pubblico e sè stesso, da questo miserabile infortunio; ma dover molto più noi metterci tutti nelle mani di Dio, dispensiere dei beni e dei mali anche sopra la terra, e che, secondo il suo beneplacito, può disporre dei giorni della nostra fugace vita terrena. Questo ha da essere non l’ultimo, ma il primo dei rifugi; questa è l’âncora a cui dobbiamo attenerci tutti. Abbassiamo dunque il capo, vili creature che siamo, adorando la sua divina provvidenza e considerando che noi tutti dal canto nostro abbiam dei peccati, e molti e grandi; e che non farà mai torto a noi il nostro supremo Padrone con qualunque flagello ch’egli ci mandi. Pensi ciascuno come egli abbia trattato Dio ne’ tempi della prosperità, della sanità, della ricchezza. Superbissimi vermi della terra, allora più che mai ci siamo dimenticati di lui, anzi abbiam calpestata pazzamente la sua santissima legge. Diciamolo dunque ora e diciamolo sempre tutti: Justus es, Domine, et rectus judicium tuum. Che se durante l’età nostra si degnerà la sua bontà di farci solamente udire in lontananza il fischio della sua spada sterminatrice, impariamo a far profitto degli esempj altrui, e con ricordarci che al Signor non mancano altri flagelli e che noi siam degni di tutto, emendiamoci, e mettiamci cadauno in quella via, ove brameremo che il Signor Iddio ci trovi alla morte, la quale infallibilmente ha da venire o tosto o tardi, ma che sempre verrà più presto di quel che crediamo. Che se altrimenti avvenisse, impieghi ciascuno e studio e preghiere a Dio per impetrare, e preparare una santa rassegnazione ai voleri del medesimo Dio per tutte quelle avventure che piacesse a lui di mandarci nel tempo che ci resta di vita. Miseri di noi che o non intendiamo, o troviam troppo dura questa mirabile lezione dei santi, anzi questa dottrina dello stesso Dio. E pure se abbiam qualche discernimento, non possiamo non conoscere ancor noi per certissimo che l’unica e vera strada di godere una dolce e stabile contentezza di cuore in questa abitazione terrena e in tutti i tempi, si è quella di conformare la nostra alla volontà di Dio, siccome protestiamo ogni dì nell’Orazion dominicale, e di bramare che sia fatto in tutto e per tutto, non il nostro, ma il volere del nostro celeste Padre, che sempre è rettissimo e sempre torna in bene de’ buoni figliuoli che in lui si rassegnano. Le tribolazioni, la pestilenza, la morte, al solo pensarle, non che al vederle o provarle, empiono di malinconia o trafiggono il cuore a tanti di noi, perchè si oppongono al nostro volere; ed appunto per questo sono o son dette mali nel mondo. Ma chi non vuole se non il gusto del suo Signore, si trova sempre in pace, aspettando senza pena e ricevendo ancora con allegria gli stessi travagli, e il fine stesso de’ suoi giorni, perchè ciò s’accorda col proprio volere tutto attaccato a quel del sommo padrone, e si uniforma al non desiderar altro, se non che sia fatta come in cielo, così anche in terra la volontà divina. Prudenti dunque e felici quelli che per tempo si danno tutti a Dio e si riposano in una coraggiosa e pia rassegnazione ai voleri dell’Altissimo, mettendosi tutti nelle sue pietosissime mani. Questo è un farsi anche presso di lui un indicibile merito, essendo certo che in un tal atto si contiene un atto eroico di fede, di speranza e d’amor di Dio, virtù che sono l’anima del vero cristiano. Beati in somma quei che imparano per tempo a dire, e dicono sempre di cuore: Ego autem in te speravi, Domine: dixi: Deus meus es tu: in manibus tuis sortes meæ. — Ora io, o Signore, ho riposta in voi ogni mia speranza. Ho detto: Voi siete il mio Dio, il mio padrone. Fate di me quel che volete. In mano vostra stanno le sorti mie. Egli intanto col suo unigenito figliuolo Cristo Gesù, Signor nostro, e con lo Spirito Santo, sia, non meno nelle prosperità nostre che nelle nostre avversità, benedetto, amato e glorificato da noi e da tutti, per tutti i secoli de’ secoli. E così sia.

FINE.

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