DEL GOVERNO MEDICO DELLA PESTE LIBRO SECONDO.
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CAPO I.
Regole mediche per preservarsi dall’aria. Ricette varie per profumi. Come si debba governare nell’uso del mangiare e bere; del sonno e della vigilia; del moto e della quiete, e delle passioni dell’animo. Grande utilità dell’intrepidezza, e del coraggio.
Dopo le diligenze de’ magistrati per tener lontano il contagio o per impedirgli venuto che sia, ulteriori progressi e maggiori stragi, è da vedere quanto dal canto loro debbano e possano fare i medici per ottener lo stesso fine. Ancor qui l’arte loro principalmente si divide in preservativa e curativa. In quanto alla prima; c’insegnano essi a regolarci bene, massimamente in que’ tempi, nella dieta, cioè nell’uso di sei cose appellate da loro non naturali, che sono l’aria, il mangiare e bere, il movimento e la quiete, il sonno e la vigilia, la retenzione ed escrezione delle cose consuete, e le passioni dell’animo.
Non occorrerebbe dir qui altro intorno all’uso dell’aria, perchè già di sopra se n’è parlato diffusamente, coll’addurre ancora i rimedi preservativi, affinchè essa resti purgata, o per mezzo di essa non si contragga l’infezione. Tuttavia aggiungerò qui che il fuoco è uno de’ migliori correttivi dell’aria pestilenziale, avendo insin lo stesso Ippocrate, per quanto si crede, domata ed estinta quella fierissima pestilenza che a’ suoi dì passò dall’Etiopia nella Grecia col far accendere, e specialmente in tempo di notte, dei gran fuochi per la città. Questi tanto più riescono utili quanto più sono odorose le legna accese. Ma sovente, costando troppo simili incendi, e potendo essi talvolta cagionarne anche de’ maggiori nelle città, basterà ritenerne l’uso per purgare l’aria interna delle case, bruciando ivi per le camere ginepro, frassino, cipresso ed altre simili legna di grato e sano odore, che sono mirabili correttivi degli effluvj pestilenziali. Nicolò IV, sommo pontefice, nella pestilenza del 1288, e Clemente VI in quella del 1348 si tenevano chiusi nelle loro stanze, facendo far ivi e per tutto il palazzo gran fuoco anche nel mese di luglio. In tempo di state ardendo tai profumi e fuochi in una camera, si può stare ritirato in un’altra; e allora ancora gioverà il valersi di sprazzi d’aceto, e di fiori, e d’erbe odorifere sparse per le stanze. Ho veduto alcuni che in vaso di maiolica o d’altra terra bene inverniciata conservavano varie erbe con fiori di buona fragranza, alquanto spruzzate di sale, bagnandole di quando in quando con acqua in tempo di state, con che davano buon odore a tutta la stanza. Sono erbe sane ed odorifere la menta, la salvia, l’origano, l’abrotano, il puleggio, la calaminta, la satureja, la lavanda, l’erba sangiovanni, cioè la sclarea o sia il gallitrico, la ruta, l’artemisia, la matricaria, ecc. Il più sicuro però fra simili preservativi si è l’uso dei profumi sopra da noi descritti. Si facciano dunque per le camere in tutti i tempi dell’anno due o tre volte il giorno. E perciocchè abbiamo già biasimato certi odori acuti e calidi, come quei del muschio e dello zibetto, ora non vo’ tacere che dopo il Massaria, seguitato da altri, il Diemerbrochio, uno de’ più dotti ed esperti maestri di questa materia, ci assicura d’aver notato che i suffumigi di soave e sottile odore (quali dice egli essere anche lo storace, il ladano, il belzoino, i garofoli, ed altri simili) non solamente poco giovavano nella peste del suo tempo, ma ancora a moltissimi erano di gran nocumento, se non per altro, per recar loro doglia di capo. Però lasciando egli stare i lussi del naso, prescriveva odori anche poco soavi, ma più sani, e non già molti, ma pochi. Utilissimo è il suo ricordo; nè ciò si oppone a quanto ho consigliato di sopra colla scorta d’altri autori intorno al valersi ancora di alcuno d’essi odori sottili, essendo bensì da dir nocivi i profumi composti di soli ingredienti, per dir così, effemminati, ma non già se alcuno d’essi venga unito ad altri odori maschili e alquanto o molto spiacenti alle narici.
Il perchè lo stesso Diemerbrochio commendava quasi a tutti le seguenti cose: Cioè far profumi con incenso e bacche di ginepro parti eguali, essendochè tal profumo, quantunque vile e comune, vince però in vigore moltissimi altri. Prescriveva egli anche i seguenti
Pastelli per profumi.
℞. Incenso, grani di ginepro, succino bianco, ana (cioè parti eguali, o sia di cadauno) mezz’oncia; mirra, belzoino, mastice, storace, ana dram. 2; garofoli dram. 1 e mez. Si polverizzi tutto, e con mucilagine di dragante se ne formino pastelli da bruciar sulle brage.
Altri pastelli.
℞. Zolfo, incenso, grani di ginepro, pece navale, ana mezz’onc. Mescolati e preparati si riducano in pastelli.
Altri pastelli.
℞. Incenso onc. 1, solfo onc. 1, mirra dram. 4, pece navale, belzoino, storace, succino, ana dram. 1 e mez.; garofoli dram. 1. Se ne faccia polvere, a cui aggiungi olio di ginepro scrup. 2 con mucilagine di dragante quanto basti, e se ne facciano pezzetti per profumi.
Il Sennerto pei poveri prescrive le seguente
Polvere da far profumi.
℞. Bacche di ginepro manipoli o pugni 2, scorze di bacche di lauro manip. 1, incenso mez. lib., foglie d’assenzio, o sia medichetto, ruta, quercia, ana manip. 2, segatura di legno di ginepro manip. 4, ambra bianca onc. 1. Se ne faccia polvere.
Il medesimo e Gregorio Horstio lodano molto per la prova fattane quest’
Altra polvere da far profumi.
℞. Bacche o sia grani di ginepro manip. 4, radici di ellenio, di scorza esteriore di bieta, corno di becco raspato, sabina, ana manip. 2; foglie di quercia, mirra, ana onc. 1. Se ne faccia polvere e si bruci per le stanze.
Torno poi ad inculcare che il solo solfo può servire d’un mirabil profumo, poichè il suo alito e fumo resiste mirabilmente agli aliti pestilenziali e toglie in poco tempo ed ottimamente le corruzioni dell’aria. Ma perchè solo esso riesce troppo spiacevole e stringe il respiro, perciò gioverà mischiarlo con altri meno molesti suffumigi. Anche la pece è stimatissima, ed essa dicono che fu il segreto d’Ippocrate per correggere l’aria infetta. Lo stesso buon effetto può sperarsi da altri bitumi. Pazienza se il naso ne ha disgusto: la sanità ne avrà ben vantaggio. Oltre di che non c’è necessità di star nelle stanze allorachè si profumano col solfo. È anche migliore il solfo col nitro, e perciò la polvere da fuoco è tenuta per egregia ed ottima medicina per purgare l’aria. Levino Lemnio ed altri lodano molto pei suffumigi le corna delle bestie, siccome ricche di sale volatile, e massimamente quelle di becco. Possono anche bruciarsi scarpe vecchie, e peli, e unghie ed anche sterco di bestie bovine: delle quali cose io fo menzione perchè in difetto di meglio possano i poveri ricorrere ad un sì facile profumo. Anche il fumo del buon tabacco è creduto giovevole più di moltissimi altri per impedire o estinguere il contagio dell’aria nelle case. Sembra poi ottimo consiglio, quando il tempo non sia piovoso o nebbioso, l’aprire la mattina, una o due ore dopo la levata del sole, le finestre delle camere, quelle però che riguardano l’oriente, e molto più le volte a tramontana, acciocchè v’entri buon’aria, lasciando sempre chiuse quelle che mirano il mezzodì, e le cloache fetenti o altre case confinanti ove fossero ammorbati. Il vento aquilone, o sia la tramontana, è tenuto da Ippocrate e dagli altri medici per molto salutifero in Europa; e all’incontro i venti spiranti dall’austro, cioè dal mezzodì, sogliono essere nocivissimi, essendo stato osservato insin da Plinio che spirando gli scirocchi s’aumenta la peste.
Per conto del mangiare e bere, allora più che mai debbono guardarsi gli uomini da cibi malsani e di cattivo nutrimento, e dalle bevande guaste o perniciose anche in altri tempi. Non è qui luogo da copiare la Scuola Salernitana; e sarebbe anche per altro impresa tendente al ridicolo il mettersi, come appunto fanno alcuni medici, ma non di prima sfera, in trattando del contagio, a decidere sopra l’utile o danno d’una lunga serie di carni, pesci, frutta, ecc., ventilando tutto come vuole la lor fantasia, e pronunziando: Questo è buono e sano; quell’altro è cattivo. Una tale scrupolosità viene derisa dai medici più assennati, perch’eglino sanno non doversi, nè potersi camminare con sì rigoroso bilancino, e dependere il buono o il cattivo dei cibi non tanto dalla loro qualità, quanto dalla disposizione di chi ha da prenderli. Basterà pertanto avvertire che i commestibili, de’ quali abbiam detto di sopra doversi proibire il mercato, regolarmente si hanno a fuggire da tutti in tempo di contagio, ed esser bene l’astenersi, per quanto si può, da quelli che si credono di mal sugo o per la loro troppa grassezza, o troppa durezza, o troppa facilità a corrompersi, come per esempio le carni di porco ed altri simili grassumi, i salmoni, le anguille, i legumi, il latte, i cocomeri, i melloni, le cerase, le pesche, o sia i persici, esortando insino alcuni a non mangiare quasi mai frutta in tempo di peste: il che a me sembra troppo, e così credo che parrà ai più intendenti di me. Convengono ancora gli scrittori doversi allora più che mai lasciare i cibi molto dolci, come il mele, i canditi, lo zucchero, ed altre simili dolcezze anche dei vini e delle frutta (nè l’acquavite è creduta giovevole), attenendosi per quanto si può a cibi e bevande che abbiano sapore naturale e sano di acido e di amaro. Perciò sono anche da ricercarsi allora, siccome utilissimi, i limoni, cedri ed aranci, i pomi cotogni e i granati, il ribes e simili, che possono coll’acetoso ed astringente loro preservare dalla corruttela e dallo scioglimento gli umori e il sangue, mischiandone il sugo col vino o spremendolo sopra le vivande. Anche le scorze degli agrumi sono buone. Del resto chi è solito a nutrirsi di cibi grossi, non dee allora mutar registro, siccome nè pure chi è assuefatto a cibi leggeri e di facile digestione. E perchè è comune opinione, assistita ancora da non pochi medici, che gli agli e le cipolle sieno un gran preservativo contro la peste, si vuol avvertire che tal credenza viene impugnata da altri medici, tenendo essi che sì fatti cibi, almeno l’aglio, sieno di cattivo sugo, e producano dei mali effetti nel corpo umano. Tuttavia per la gente di stomaco gagliardo e usata alle fatiche, quali per l’ordinario sono i contadini e i facchini, l’arte medica li permette, e forse loro giovano assai. Potrebbe consigliarsi ai delicati e a’ nemici della fatica corporale che se ne astenessero, almeno dall’aglio, chiamato da Galeno triaca bensì dei rustici, ma non già di tutte le persone; quando non volessimo supporre che l’aglio, preso in discreta quantità, potesse colle sue parti saline e penetranti avvalorare la digestione del ventricolo, spesso languente nelle persone delicate, e introdurre col suo odore ne’ fluidi certe parti vigorose per resistere agli aliti pestilenziali. E che questi frutti dell’orto possano, se non con altro, almeno col grave loro odore difendere dagli spiriti velenosi della peste, io facilmente il credo, nè trovo chi fra i medici si metta a risolutamente negarlo, per nulla dire, scriversi dal Sennerto che se non sono buoni per alimento, sieno ben buoni per medicamento contro il morbo suddetto.
E questo quanto alla qualità de’ cibi e delle bevande. Quanto alla quantità, si dee ricordare che il troppo e il troppo poco sono due estremi da’ quali dee allora più che mai tenersi lontano chi vuol preservarsi ed ama la sua salute. Se si ha da pendere all’uno di questi due estremi, si faccia allora verso il poco, più tosto che verso il molto, con guardarsi accuratamente dai conviti e dalle gozzoviglie e dalla moltiplicità delle vivande, e sopra tutto da certe composizioni inventate dal frenetico lusso della gola per rovina degli stomachi e dispendio delle borse. S’hanno per consiglio di tutti da amare ed eleggere cibi e vivande semplici e naturali; e ancora di questi conviene mangiar moderatamente per ischivar le indigestioni e crudità, cioè la sorgente della maggior parte dei mali che fanno fare il mestier del corriere ai medici e buone faccende alla morte. Questi sono ricordi utilissimi per tutti i tempi, ma specialmente per quei del contagio, ne’ quali per l’ordinario chi ha umori cattivi più degli altri è in viaggio per quel paese ove i medici non hanno giurisdizione. La sperienza poi ha fatto vedere con troppi casi (non dovendosi attendere alcuni pochi in contrario) che l’ubbriachezza allora è più che mai perniciosa; anzi alcuni proibiscono affatto in quelle congiunture il vino. Ma per parere de’ migliori esso, purchè sano e moderatamente preso, è preservativo dalla pestilenza: il che fu asserito ancora dagli antichi. Anzi alcuni il lodano, e permettono insino alle persone febbricitanti, ferite dalla peste medesima, e ne concedono più spessi i bicchieri alle malinconiche.
Che la stessa moderazione s’abbia a servare nell’uso del sonno e della vigilia, essendo cattivo l’eccesso d’amendue, ce ne avvertì, son già due mila anni, Ippocrate in uno de’ suoi Aforismi. Ai dormiglioni ha un gran genio la peste per parere dell’Untzero. Egli è sempre pericoloso il dormire sopra fieno e paglia fatti di fresco, o di notte a certe arie, ma specialmente in tempi di peste. Similmente convien temperare il troppo moto o la troppa quiete del corpo, con questa avvertenza però che ne’ tempi sani inertia atque torpedo plus detrimenti facit, quam exercitium, come diceva Catone, riferito da Aulo Gellio, ma qualora l’uomo si trovi in mezzo alle morti, più sicura o meno pericolosa sarà la quiete e l’ozio, e massimamente per chi non è avvezzo in altri tempi a tener molto in moto i piedi e le braccia. Certo non sarà se non giovevole il guardarsi allora da qualunque grave fatica che riscaldi di soverchio e stanchi le membra, inducendo sudore, perchè così troppo aperti i pori più facilmente contraggono i malori dell’aria impura. Hanno osservato i saggi che dopo i violenti esercizi molte persone venivano sorprese dalla peste, di modo che avvedutisene anche i contadini, non si arrischiavano poi a continuare le loro necessarie fatiche. In alcuni paesi il gusto del nuotare ne’ fiumi era pagato bene spesso dal terribile disgusto della peste che sopravveniva. Intorno alla ritenzione ed escrezione delle cose consuete non potrei dire se son cose spettanti alla dietetica di tutti i tempi; e però mi basterà di aggiungere avere la sperienza insegnato che allora più che mai s’hanno con gran temperanza da cercare i piaceri leciti del santo matrimonio, perchè ciò in tempi pestilenziali troppo dispone i corpi a facilmente ricevere gli spiriti velenosi della pessima influenza che corre. Sel ricordino specialmente gli sposi novelli, fra’ quali è stato notato che spesse fiate la morte ha introdotto un eterno divorzio.
Finalmente le gagliarde passioni dell’animo, regnando il contagio, possono chiamarsi i primi beccamorti dell’uomo. Gridano qui ad una voce tutti i medici che specialmente la collera, la malinconia e il terrore s’hanno a fuggire come la peste medesima, e doversi in loro vece dar luogo all’intrepidezza, ilarità e quiete dell’animo. Tucidide racconta che nella gravissima peste da lui descritta più degli altri cadevano estinti i melanconici e paurosi. Altrettanto hanno osservato ai tempi loro diversi medici; e fra gli altri il Sennerto attesta essere stati presi da questo morbo non pochi pel solo terrore conceputo al mirar da lontano, o pure, senza vederlo, al solo ascoltare che passava sotto le finestre il carro funereo su cui erano condotti i cadaveri degli estinti. Altri spaventati da un solo sogno funesto, si sono tanto abbattuti di cuore, che caduti infermi hanno deluso tutti i medicamenti. Ed è anche stato avvertito essere più rade volte scampati coloro che dopo un gran terrore contraevano la peste che gli altri assaliti dal morbo, ma senza precedente costernazione d’animo. Ferita l’immaginazione e messi in disordinato moto gli spiriti e gli umori da qualche spaventoso spettacolo, troppo agevolmente si prende il veleno pestilenziale, ed anche senza peste si muore talvolta di pura costernazione ed umor nero. Per lo contrario le osservazioni fatte ci assicurano che i coraggiosi, gl’intrepidi ed allegri sono meno soggetti all’infezione; e però dovrà allora eleggersi una forma di costanza cristiana e di allegria onesta d’animo, fuggendo la mestizia e la paura e le occasioni d’adirarsi, con tenersi a memoria le parole del Bauderon parlante della peste: Confidentes ut plurimum servantur; contra, meticulosi facile corripiuntur. Tanto è ciò vero, che non mancano filosofi e medici, condottiere dei quali è l’Elmonzio, i quali pensano che la cagione prossima ed essenziale della peste altro non sia che il terrore e non già la comunicazione de’ sottilissimi spiriti pestilenziali. Anche il Rivino, trattando della peste di Lipsia dell’anno 1679 o 80, ha tenuta la medesima opinione. Il suddetto Elmonzio però insegna non bastare il non apprendere per terribil cosa la peste, ma essere necessario il credere e tener per certo che non ne resteremo infetti, perchè in tal maniera l’archeo, o sia l’aura vitale dell’uomo, viene a fortificarsi con un’idea contraria all’idea perniciosa che può in noi imprimere il terrore e la paura. Io per me non credo vero tutto ciò che in questo proposito hanno alcuni autori, e molto meno mi assicuro sopra l’idea fantastica dell’Elmonzio; ma con tutto ciò possiamo almeno di qui maggiormente imparare essere allora di sommo giovamento il guardarsi dalla paura e da ogni gagliarda apprensione di quel morbo micidiale, essendo probabile che una tal passione cagioni la depressione delle parti spiritose del sangue, nel quale stato poi si renda esso più atto a ricevere con minore contrasto le velenose impressioni degli effluvj contagiosi. Finirò con riferir qui ciò che ha il Rondinelli nella Relazione della peste di Firenze del 1630 e 1633. Quei che erano portati al lazzeretto si esaminavano come avessero preso la peste, se per aver mangiato robe infette, ovvero praticato con appestati, si trovò che alla maggior parte veniva senza averle dato occasione. Una delle principali era essersi riscaldato o nel camminare, o nel durar fatica, o per essersi messo sudato al fresco, o aver bevuto, di modo che l’aver preso una calda era delle principali disposizioni per la peste. Si conosceva, seguita egli a scrivere, che quello che per ordinario sarebbe stato male di punta, febbre maligna, quartana, terzana, si convertiva in buboni e carboncelli. Nè in Firenze, nè altrove fu in questi tempi alcuna sorta di febbre, ma quasi tutti i mali battevano in contagio. Io nondimeno, quanto a me, sarei duro a credere tutto questo. Egli è difficile pel volgo il saper dire cosa abbia loro nociuto in tempi tali. Ma di questo non più.
CAPO II.
Cauteri commendati per preservarti dalla peste. Quali persone più facilmente contraggano il morbo. Salassi e medicine solutive, preservativi biasimati. Amuleti o pericolosi, o dubbiosi contro la pestilenza. Attenzione de’ magistrati contro chi spaccia rimedi vani o nocivi. Sacchetti preservativi. Olio del Mattiolo utile anche nella preservativa.
Altri rimedi, che più da vicino servono a preservar dalla peste, ci vengono suggeriti dall’arte medica. E primieramente i cauteri, o sia le fontanelle, fatte o nelle braccia o nelle cosce, non hanno più presso alcuni medici moderni quel credito che aveano presso gli antichi. A me non si conviene l’esaminar le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma l’avvisar solamente che in moltissime pesti si sono veduti dei mirabili effetti di un tale sfogo artifiziale degli umori nocivi e corrotti del corpo umano; e perciò ne è sommamente commendato e consigliato l’uso per preservarsi dal contagio nelle opere dell’Ingrascia, dell’Arcolano, del Parisino, del Pareo, d’Antonio Porto, di Niccolò Massa, d’Ercole Sassonia, del Sennerto, dell’Untzero e d’altri assaissimi medici insigni, coi quali s’accordano il Diemerbrochio, l’Etmullero ed altri moderni che ne hanno vedute eglino stessi le prove. Anzi gioverà rapportar qui le parole precise di Alessandro Massaria: Illud, scrive egli, experientia satis confirmavit, quandoquidem accurata observatione compertum est, non solum apud nos, verum etiam apud Venetos, Patavinos et alios, ex infinitis pestilentia sublatis, aut nullos, aut certe paucos objisse, quibus alicubi cauteria inusta essent. Abbiamo parimente da Guglielmo Ildano che nella fiera peste di Losanna del 1612 niuno di quei che portavano cauteri vi morì di peste, a riserva d’uno o due, pieni prima di mali umori; e però aggiunge egli d’avere osservato in sè stesso e in altri quanto sia efficace un tal preservativo. Giorgio Guarnero anch’egli attesta di non aver veduto che nella peste di Venezia del 1576 morisse alcuno di quei che s’erano premuniti con fontanelle; e il Quercetano scrive d’aver conosciuto molti cerusici destinati alla cute degli appestati che si difesero meglio con questo che con alcun altro rimedio. Girolamo Mercuriale, uomo anch’egli di sperienza e credito riguardevole, ne scrive nei seguenti termini: Dicam quod ego experientia vidi. Possum testari, me innumeros hac peste extinctos vidisse, nec unquam vidisse quemquam qui haberet cauterium, præter unum tantum, atque ille erat sacerdos. Interrogavi etiam hac de re multos medicos qui testati sunt, neminem se vidisse. Quod quidem argumentum esse potest, hoc genus auxilii magnopere conducere, et summa cum ratione; quandoquidem per cauteria, tamquam per cloacas, continuo ichores, pravi et putredini obnoxii educuntur. Parimente Giovanni Doleo attesta di averne veduta felicissima la sperienza nel contagio de’ suoi giorni. E però mi ha quasi fatto ridere Olao Borrichio, uomo per altro celebre, il quale appresso il Boneto pubblica come un segreto inobservatum hactenus il vantaggio che nella peste si ricava dai cauteri. Deprehensum, dice egli, nobis, grassante hinc ante 20 annos pestilentia, propemodum extinctum fuisse eorum neminem, quibus in aliqua corporis parte hiabant fonticuli. La stessa osservazione fu fatta dal P. Chirchero, il quale nel suo Trattato della Peste asserisce che durante il contagio di Roma del 1656, ov’egli si trovò, niuno segnato con questi spiragli della natura fu invaso dalla peste, a riserva d’alcuni di vita epicurea e dissoluta, siccome egli intese dipoi da medici degni di fede. Parmi che in questo anche il Chirchero possa meritar fede da noi; e tanto più perchè ne fa fede ancora il celebre ed accuratissimo monsignor Lancisi, medico pontificio.
Nulla però di meno hanno licenza i lettori di dar qualche calata a tanti magnifici encomi dei cauteri, giacchè del loro valore, per quel che concerne la preservativa, non è sì facile l’addurre qualche fisico-anatomica ragione che appaghi. Oltre di che può avvenire che non in tutte le pesti si ottenga lo stesso buon effetto; e in fatti il Diemerbrochio scrive di aver osservato in quella dei suoi giorni che qualche persona mancò di vita pel veleno contagioso, tuttochè provveduta di fontanelle. Forse era gente disordinata. Comunque però sia, buon consiglio reputo io il non trascurare in occorrenza di peste questo preservativo, o almeno questo tentativo, che che sentano in discredito di esso alcuni moderni seguaci delle ingegnose, ma non di rado stravaganti idee dell’Elmonzio, giacchè la sperienza, più venerabile di tutte le speculazioni, sembra commendarlo per utile, e vien esso consigliato anche dal mentovato Diemerbrochio; e tanto più perchè non è molto l’incomodo di tali emissari, quand’anche fossero superflui, e cessata la peste e il bisogno, si può facilmente lasciarne l’uso. Fu anche notato che alcuni sentendosi assaliti dalla peste, avendo prontamente preso qualche rimedio sudorifero, ne restarono liberi in breve, coll’avere la natura cacciato fuori per le fontanelle una marcia nera e velenosa. Il suddetto Chirchero scrive d’aver conosciuto un medico, deputato alla cura d’uno de’ lazzeretti di Roma, che si fece cinque cauteri, e si preservò sempre illeso. Io non assicurerei però che questa fosse la precisa cagione d’essersi egli felicemente salvato; ma dirò bene d’esser io persuaso che almeno per la curativa possano recar molto vantaggio sì fatti emissari. Per queste medesime ragioni è lodato da alcuni medici, al primo sospetto d’aver contratta la peste, il forar la cute di qua e là nell’estremità de’ muscoli delle braccia, ovvero de’ fianchi, con poi mettervi e tenervi dentro radice d’elleboro nero, come si fa a’ buoi e cavalli, essendo veramente tal erba un semplice di gran forza per attraere (mi sia lecito di così parlare) o per purgare (qualunque sia il modo con cui ciò si faccia) i cattivi umori e i sali peccanti, e potendo esso in tal guisa impedire la generazione de’ carboni e de’ tumori pestilenziali. Se poi tale operazione, chiamata setaccio, e dai nostri popolari sedagno, riesca di grande utilità alle prove, nol so dire; ma sembra che non dovrebbe se non giovare per l’analogia che ha coi cauteri. Angelo Sala molto la magnifica, citando ancor qui la sperienza sua, e contando miracoli dell’elleboro nero, del quale dice egli non darsi medicamento più efficace per tirar via gli umori peccanti. Nulladimeno essendo i medici-chimici, fra’ quali è celebre questo autore, in concetto di aprir molto la bocca, bisogna star cauto in credergli tutto; e in fine essendo questo un rimedio dolorosissimo, si dovrà andare adagio a valersene e a consigliarlo. Quello sì che vien tenuto per certo si è, che non meno, e forse più de’ cauteri artificiali, giovino e difendano dalla peste i cauteri fatti dalla natura, quali sono la rogna, le ulcere e le fistole; e però allora non bisogna chiudere, nè levare questi canali e sfoghi de’ perversi umori, ma lasciarli aperti per isperanza d’un maggior benefizio. Questa è sentenza quasi comune.
Oltre a queste persone sottoposte meno dell’altre all’infezione della peste, ne accennerò qui per parentesi alcune che più o meno vi sono soggette. Già notammo che i fanciulli e i giovanetti, a cagione non meno della loro tenera complessione, che della loro poca avvertenza, più di tutti sono facili a contrarre questo morbo attaccaticcio. Ai vecchi difficilmente s’appicca esso; e le donne più degli uomini, e più le parturienti, e più le gravide che le altre il contraggono. I podagrosi, o sia gottosi, e quartanarj meno degli altri; e i flemmatici meno de’ sanguigni e biliosi prendono la pestilenza. Così le persone comode e ricche meno dei poveri, a cagione del loro miglior nutrimento e governo, e non già per altro privilegio; perciocchè in Firenze l’anno 1630 fa osservato che pochissimi bensì de’ nobili s’infettarono, ma pochissimi ancora ne guarirono. Del resto quantunque regolarmente più sieno in pericolo di restar ferite dal veleno della pestilenza le persone piene di cattivi umori e disordinate nella dieta, che non sono i ben sani di corpo e ben regolati nel vivere, tuttavia bisogna confessarlo, la peste non porta rispetto nè meno a queste; nè serve allora il gloriarsi di sentirsi ben forte, giovane e sano, perchè più forte si è la malignità di questo nemico nell’assalire i corpi umani, o deboli o robusti che sieno, qualora essi non istan bene in riguardo. Il che sia detto per consigliar le cautele a chi può, poichè per altro è degno di molta attenzione l’osservazione fatta da alcuni; cioè che nel principio de’ contagi molti di coloro che servono agli appestati si appestano anch’essi, e molti ancora ne muoiono. Crescendo la strage del morbo, meno di queste persone resta infetto; e allorchè il contagio è nel suo furore e in declinazione, pochissimi e quasi niuno di tali serventi o beccamorti s’infettano; o pure infettandosi, meno degli altri restano offesi. Può proceder questo o dal restare in vita quei che hanno interna disposizione per resistere al veleno pestilenziale, mancando gli altri che ne sono privi, o pure dalla poca apprensione e dal molto coraggio di costoro, essendo questo un gran preservativo autenticato dalla sperienza; ovvero dall’assuefarsi eglino a poco a poco e col lungo uso a quel veleno, talmente che non ne sentano poi nocumento. Appresso è da avvertire che chi una volta ha avuta la peste e ne è guarito, per l’ordinario non è più soggetto a questo pericolo durante la medesima; dissi per l’ordinario, perchè Marsilio Ficino ed altri non concedono sì francamente questa esenzione, raccontando essi qualche caso di chi più d’una volta è stato colto da questo morbo e ne è restato morto alla seconda o alla terza. Ma siccome si osserva che chi ha provato una volta i vaiuoli e la rosolia, o sia le ferse, non torna più a patirne, contuttochè si legga qualche caso di chi per la seconda volta ne è stato o si crede che sia stato colpito; così è da dir della peste, in cui per lo più i guariti dalla medesima sogliono poscia andarne esenti finch’essa dura. Tuttavia le eccezioni, osservate ancora a questa regola, debbono rendere guardinghi e cauti i risanati dal medesimo mortalissimo morbo. Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28 della Storia Ecclesiastica narra che in quella orrenda peste, che durò 52 anni e girò per tutta la terra, accadde alle volte che chi una e insin due fiate era guarito da esso morbo, alla terza ne restava oppresso.
Ritorniamo ora ad altri antidoti preservativi della peste, insegnatici o dalla chirurgia o dalla farmacia. Alcuni professori di medicina, il cui gran capitale consiste nel prescrivere a diritto e a rovescio la purgazione del ventre e la cavata del sangue, vogliono ancora promettere l’immunità dalla peste a chi si premunisce per tempo con questi due gran rimedi, replicati di quando in quando. Ma i medici più accreditati e saggi non solamente ne biasimano il consiglio, ma ci assicurano essere riuscito un tal preservativo in quei tempi nocivissimo, non potendo certamente i purganti rendere più gagliardi gli umori e gli spiriti contro la peste, dopo averli sì fattamente agitati e indeboliti; nè potendo sperarsi di meglio dal salasso, il quale anzi può far sì che più intimamente si mescolino colle particelle del sangue gli aliti pestilenziali. Certo è stato allora osservato in assaissime prove che con tali preservativi mirabilmente si preparavano e disponevano i corpi a ricevere con più facilità la peste, e che più questi che gli altri ne rimanevano estinti. Gioverà dunque il solo riserbare in que’ tempi qualche alleggerimento di sangue ai temperamenti pletorici; e lasciati stare i gagliardi purganti, sarà da lodarsi il tener con piacevoli medicamenti sufficientemente lubrico il corpo. Anzi queste benigne medicine non si dovranno scegliere a capriccio, ma comporle d’ingredienti che abbiano del balsamico per resistere alla putredine e alla malignità de’ veleni, e servano dì corroborativo alle viscere. Mi sia lecito il valermi di questi termini, perchè credo che abbastanza esprimano ciò che voglio dire. Sono in questo genere decantate e lodate da tutti le antichissime pillole di Rufo, o sia pillole De Tribus, come un antipestilenziale maraviglioso; e tanto più sono esse da stimare, quanto che si fanno con poca spesa, e tengono senza sensibile incomodo lubrico e netto il ventre. Si compongono nella seguente forma.
Pillole di Rufo, o De Tribus.
℞. Aloè, incenso, ammoniaco, ana part. 2, mirra part. 1. Pestati, si mescolino con vino odoroso, e se ne formino pillole.
Oggidì però la maggior parte dei medici prescrive quest’altra composizione e la crede migliore.
Altre pillole di Rufo più usitate.
℞. Aloè epatico dram. 3, mirra dram. 2, croco, o sia zafferano dram. 1. Di queste cose peste si formano pillole, con acqua di melissa o d’acetosa, o con vino odoroso.
Altri vi uniscono mezz’oncia di diagridio, e mezzo ottavo di canfora. Altri v’aggiungono altri ingredienti. Vedi lo Scradero, il Lemery, o pure il Donzelli nel Teatro Farmaceutico, part. 3, pag. 654. Una o due volte per settimana prese due o tre o quattro di sì fatte pillole grosse come un pisello o cece, senza incomodo tengono in ubbidienza il corpo, e si credono un utile preservativo. Il Diemerbrochio dice che 4 once del seguente vino fanno il medesimo effetto.
Vino d’aloè.
℞. Radici d’angelica, d’elenio, di petasitide, di dittamo, scorze d’aranci ana dram. 1; aloè lucido scrup. 6 e mez., cardo santo mezzo pugno, centaurea minore pugn. 2, assenzio pugn. 1. Si taglino minutamente e si ripongano in un sacchetto entro lib. 6 di vino generoso, e non si levi via il sacchetto se non finito di bere il vino.
Prima però d’inoltrarmi nel gran caos de’ preservativi farmaceutici che si prendono in bocca o per bocca, mi sbrigherò dagli esterni. Che non fa l’intenso natural desiderio che ha ognuno di conservare la sanità e la vita in mezzo ai gran pericoli? Esso ha anche inventato non pochi antidoti esteriori ed amuleti contro la peste, con dar loro, o buonamente o maliziosamente, un credito e spaccio considerabile. Gli astrologi e i superstiziosi hanno inventato molti sigilli, medaglie, bullettini, anelli, carte e simili cose con figure, segni, numeri e parole anche sacre. Alcuni, e massimamente in Germania, esaltano e danno per un preservativo maraviglioso il portare in tempi di contagio sospeso al collo un rospo seccato o bruciato e ridotto in cenere, e chiuso in un sacchetto. Altri nella stessa guisa, consigliano il portare argento vivo ben chiuso e sigillato con cera in una noce o in una penna da scrivere, e ne raccontano mirabili effetti. Per parere d’altri lo smeraldo, lo zaffiro, il giacinto ed altre gemme appese al collo, in maniera che tocchino l’esterna regione del cuore, atterriscono talmente la peste, che non osa accostarsi. Più celebri degli altri sono gli amuleti d’arsenico cristallino puro, o varie paste e composizioni di polveri ed erbe, nelle quali entra arsenico o sublimato, da portar chiuse in uno zendado o sacchetto di tela vicino al cuore. Anche i nostri medici italiani, e fra essi alcuni de’ primi, commendano forte questo segreto, citando massimamente l’esempio di papa Adriano VI, che dicono preservato dal contagio per mezzo d’una lamina d’arsenico portata sopra la regione del cuore, e sostenendo che l’un veleno resiste all’altro.
Io lascio altri simili curiosi antidoti, e mi ristringo a dire che i precetti della religione infallibile sono chiari contro que’ rimedi che vengono manipolati dalla superstizione, essendo non meno delitto presso a Dio che follia presso gli uomini il prestar fede a tali invenzioni. E per conto degli amuleti velenosi, creduti contravveleni, i più saggi tra i medici li vogliono sbanditi dall’uso; e ciò perchè la ragione fa intendere che o non sono atti a giovare, come si crede, o possono anche nuocere. In fatti la sperienza adduce vari casi funesti, che qui non importa riferire, avendo essi avvelenato chi veniva a sudare e chi per mezzo loro si credeva sicuro dall’altro veleno, e non avendo essi difeso tanti altri dalla peste, che pur deridevano i medici con portar simili amuleti. Io per me non oserei affatto riprovare l’uso di questi pretesi rimedi; ma dirò bene che non saprei fidarmene molto. E se taluno rispondesse che per attestato d’insigni medici hanno essi giovato e giovano nella peste, se gli vuol rispondere essere più che difficile in molti casi (e possono in ciò prendere abbaglio anche le prime teste) il decidere qual cagione o rimedio abbia precisamente preservato dal male o salvato dalla morte un uomo. Ne’ tempi di contagio può essere che si sieno preservati molti, portanti simili velenosi amuleti, non per cagione d’essi amuleti, ma per altre circostanze, ed anche talora per la gran fede che appunto aveano riposta in essi e che li riempieva d’intrepidezza e coraggio, due già da noi dichiarati buoni preservativi contro la pestilenza. All’incontro sapendosi che rospi, ragni, arsenici, argenti vivi ed altri di questi almeno sospetti ritrovamenti, sono stati avvertiti per inutili ne’ medesimi contagi da altri più attenti e men creduli medici, egli è difficile che la sperienza di questi abbia preso abbaglio; e perciò bisogna qui andar cauto per non cadere nel cerretanismo, da cui pur troppo non sanno talvolta tenersi lontani alcuni ancora che fanno strepito nella medicina. Aggiungo nulladimeno che se tali amuleti, e specialmente il mercurio, di cui so alcuni mirabili effetti in altri casi, verranno portati in maniera da non poter nuocere, allora se ne potrà permettere l’uso; purchè non si tralascino altre diligenze e preservativi non pericolosi e degni di più fede. È bizzarro il Rivino nel trattar della peste di Lipsia, che dopo aver derisi tutti gli amuleti, ne eccettua la radice dell’erba colchico, la quale è da lui commendata come un sicurissimo amuleto contro la peste. Io non ne so il perchè.
Egli è poi qui da ricordare ai savi maestrati che nascendo e crescendo più in tempo di peste che negli altri i ciurmatori, i medicastri e i venditori di specifici e di segreti, con attribuirsi allora anche le persone idiote il diritto di prescrivere medicine, bisogna con pubblico e rigoroso editto rimediare al disordine di tali rimedi. Cioè convien proibire che senza l’approvazione de’ medici deputati non sia venduta o spacciata cosa alcuna sotto nome di preservativo o di curativo per la peste, nascendo per lo più tali invenzioni o da una ridicola e temeraria ignoranza, o da unico motivo di proprio interesse, senza pensare all’inganno della povera gente, facilissima a credere ciò che desidera, e per tali imposture distratta dal procacciarsi altri o meno disutili, o più giovevoli medicamenti. Fanno anche gran male in tempi tali alcuni cerusici che in loro cuore credendosi degni della toga dottorale, la fanno da medici risoluti, e prescrivono rimedi soporiferi, purganti, amuleti ed altri medicamenti, in parte ancor qui riprovati, mandando per le poste all’altra vita infermi che forse sarebbono guariti. Ci bisogna rimedio per quanto si può a questi omicidi. Per parere ancora del signor Gian-Domenico Santorini, valente protomedico della sanità in Venezia, d’una cui giudiziosa Istruzione MS. ho anch’io profittato in questa occasione, si è sperimentato più volte riuscir veleni quei che si dispensavano come antidoti, non già perchè si sapessero e si dispensassero come tali da una abbominevole malizia, ma perchè senza cognizione e metodo venivano impastati e spacciati dalla temeraria ignoranza. Noi vedremo che anche il cavar sangue e il dar medicine solutive agli appestati, possono essere due veleni che così alla buona vengano prescritti nelle pesti da chi è dottore senza dottrina, o ha sempre il nome, ma non sempre il giudizio de’ medici veri.
Del resto non è che non possano permettersi e anche lodarsi in tempi di contagio alcuni sacchetti da portarsi appesi al collo e sulla regione del cuore, purchè la loro composizione ammetta soli ingredienti chiamati per la loro qualità o odore antipestilenziali. In questa forma, quand’anche non giovassero, siccome dovrebbono coll’espansione delle loro particelle odorose, certo non nuoceranno, e potrebbono almen recare quel non picciolo benefizio d’indurre animosità e fiducia in chi li portasse: il che in tempi sì fatti è di molto vantaggio. Tale sarà la seguente composizione:
Sacchetto preservativo.
℞. Radici d’angelica, zedoaria, elenio, dittamo, ana mez. dram., castorio dram. 1, canfora scrup. 1, croco, cioè zafferano mez. scrup., incenso mez. dram., triaca d’andromaco dram. 1 e mez., olio d’ambra gocce 4, olio di ginepro gocce 2. Polverizzate le robe, e mischiate con mucilagine di dragante in aceto di ruta, se ne faccia una massa o crescentina, e chiusa in un pezzo di seta si porti appesa al collo.
L’uffizio della sanità di Milano divulgò nel 1630 quest’altra composizione, come usata per preservativo da chi senza appestarsi spargeva la peste colà (così fu preteso); e molte altre città l’approvarono. Per le ragioni di sopra addotte è da considerare se sia da ritenere uno di questi ingredienti, cioè l’arsenico; e di tal composizione potrebbe forse valersi chi sta esposto al servigio degli appestati o al maneggio delle robe e dei cadaveri loro. Eccone la ricetta:
Sacchetto preservativo.
℞. Incenso maschio bianco, solfo, ana onc. 6, arsenico cristallino onc. 1, bacche di lauro, garofani di droga, ana num. 9, radici di verbena, di zenzero, foglie di peonia, rafano, centaurea, erba sampietro, ana manip. 1, scorze di melarancio, noce moscata una, mirra, mastice, ana gran. 5, semi di ruta num. 30. Si pestino tutte, e ridotte in polvere si pongano in un sacchetto di raso o di damasco o simile che abbia corpo, acciocchè non escano, e questo sacchetto si porti dalla banda del cuore.
Sono ancora consigliati e descritti dai medici per preservativi della peste molti balsami, unguenti, pittime, ecc., o da tener sulla regione del cuore, o da ungerne le narici e i polsi. Il P. Maurizio da Tolone loda la seguente
Pittima per corroborare il cuore.
℞. Acqua rosa di buglossa ana onc. 6, vino ordinario onc. 3, aceto rosato onc. 1, polveri d’angelica, mirra, alchermes, ana mez. dram., garofani e cannella polverizzata, ana mez. onc., confezione d’alchermes e di giacinti, ana dram. 1. Di tutte le suddette cose si formino pittime con olio di scorpioni del Mattiuolo da mettere sopra la parte del cuore.
Si noti qui non essere approvate da alcuni dei migliori medici le pittime da tenere sulla regione del cuore che sono composte di Semplici cotti in acqua o vino, o mischiati con acqua distillata. Può essere che ancor le altre non influiscano con quella forza che taluno crede a preservare l’interno dell’uomo; ma purchè non sieno atte a nuocere, si permettano pure; e per altro io so da persone intendenti che l’olio di scorpioni, con ungerne lo stomaco, fa degli utilissimi movimenti interni contro la malignità d’altre febbri. Ed appunto, giacchè abbiamo parlato di quest’olio, appellato ancora del Mattiuolo, benchè nella sostanza esso fosse conosciuto molto prima del Mattiuolo, egli è da sapere che questo vien comunemente lodato da tutti e commendato come un ottimo preservativo antipestilenziale, e se ne contano de’ mirabili effetti anche fuori dei casi di peste. Consigliano gli autori di ungersene prima d’uscir di casa le tempie, le narici, le palme della mano e tutta la regione del cuore. Se ne può anche bere una o due gocciole in un poco di brodo. Non ne rapporto la ricetta perchè facilmente si trova negli antidotari degli speziali e presso vari medici. Lo stesso olio ha preso diversi nomi, secondochè alcuni vi hanno aggiunto nuovi ingredienti. Tale è l’olio chiamato del Gran Duca, del Brasavola, (non so se diverso da quello che fa fare ogni anno il comune di Ferrara, ed è ivi molto lodato) del Minderero, di Lodovico Leoni, valoroso pratico bolognese, e d’altri, che tutti possono giovare al fine proposto. Il Diemerbrochio prescriveva ai desiderosi di rimedi non usuali l’unguento che segue:
Unguento preservativo.
℞. Triaca d’Andromaco dram. 1, canfora gran 9, olio di noce moscata spremuto, olio di scorpioni, sugna di serpenti, ana scrup. 2, olio di succino, olio di ruta distillata, ana mez. scrup., olio di cinnamomo, di garofani, ana gocc. 1, olio di scorza di cedro gocc. 5. Si mescolino insieme, e ogni mattina se ne ungano le narici, le tempie, i polsi e la regione del cuore.
Io lascio di riferire altri simili olj, unguenti, balsami, ecc., nei quali, per consiglio d’alcuni più sinceri medici, non s’ha poi da confidar troppo, sì perchè non sono assai note o certe le loro forze, e sì ancora perchè molti paiono inventati parte per soddisfare agli uomini timorosi in que’ terribili tempi, e parte dall’avarizia di certi medici o speziali, che non solo spremono volentieri le borse altrui, ma molto più facilmente le spremono quanto più è il numero degl’ingredienti dei loro recipe, e quanto più costano sì fatte composizioni, quasi ciò che è più prezioso, e si paga più caro, sia ancora più atto a guarir dai mali e a sbandire la morte. Così in oggi nelle città ove sono medici di gran sapere e di buon gusto, e che amano i disinganni suoi e gli altrui (tale per la Dio grazia è la nostra città) non hanno più voga, o almeno tanta voga, come una volta, i magisteri, le tinture e le confezioni di perle, d’oro e di gemme, avendo insegnato i chimici più accreditati colle sperienze fatte che queste ricche preparazioni sono o inutili trasmutazioni, o superficiali corrosioni delle materie preziose, le quali per la sanità non hanno altro valore se non se quello che loro impone la vanità di chi le prescrive, o la credenza dei corrivi che a gran prezzo le comperano, sperandone, ma indarno, salute o profitto.
CAPO III.
Preservativi da prendersi per bocca. Erbe e tavolette a questo effetto. Mitridate minore commendato da molti. Altre bevande, polveri, conserve, elettuari, vini, unguenti, ecc., creduti preservativi. Aceto, e lodi d’esso, e d’altri acidi contro il veleno pestilenziale. Metodo d’alcuni medici per preservarsi nel commercio con appestati.
Un’altra classe di preservativi contro la peste si è quella dei rimedi che possono prendersi per bocca. E primieramente in que’ fieri tempi, siccome vien consigliato dai saggi il non aprir le finestre delle case se non dopo la nascita del sole, e il chiuderle prima ch’esso tramonti; e siccome per loro parere non si dee uscir di casa finchè non sia levato il sole, e vi s’ha a tornare avanti il fine della giornata, quando gravi urgenze non impedissero l’uso di questa regola, così ci viene da tutti consigliato il non partirsi la mattina di casa, nè accostarsi a parlar ad altri, o a medicare infermi, o trattar persone o robe sospette, senza aver prima preso qualche medicamento preservativo. Quando altro non s’abbia, almeno si faccia colazione con qualche cibo sano e una bevuta di vino generoso. Il ventre digiuno è un mal compagno in questi pericoli. Uscendo dal corpo e specialmente dalla bocca di chi s’è così premunito una evacuazione odorosa, non tanto per la qualità della bevanda, quanto perchè l’aiuto sopravvenuto allo stomaco mette più in moto gli umori del corpo, e viene a formarsi, per così dire, un’atmosfera di buoni aliti, che hanno forza di tener lontani gl’impuri e pestilenziali, o pure di correggerli allorchè si accostano.
Ma quali saranno questi interni preservativi? Ne contengono una gran farragine i libri de’ medici. Io ne trasceglierò quelli che scorgerò più accreditati dalla sperienza e dalla riputazione degli autori, dovendosi qui anteporre quelli che per la loro balsamica, odorosa e spiritosa qualità si conoscono più propri per resistere ai veleni, alla putredine e ai vapori maligni. Correndo dunque tempi di peste, può giovare molto, massimamente a quei che debbono uscir di casa, il tenere in bocca e andar masticando qualche cosa odorosa e sana. L’Ingrascia asserisce che moltissimi si preservarono dalla peste ch’egli descrive, e in particolare i beccamorti e i serventi de’ lazzeretti e simili altre persone, col masticare fra giorno l’erba zedoaria e inghiottir quella saliva. Altri lodano il tenere in bocca la radice d’essa erba, o quella di dittamo, o di genziana, o dieci grani di ginepro macerati in aceto, o pure la polvere di cardo santo. Anche il nostro Falloppio scrive che a’ suoi dì chi serviva agli appestati, non si preservò con altro che col masticare la mattina zenzero e bevervi appresso un bicchiero di malvagìa e coll’andare masticando dipoi tutto il giorno zedoaria. Così un grano di garofano di quei di Levante tenuto in bocca, quando non s’abbia di meglio, vien creduto giovevole, siccome ancora le scorze di cedro o di melangolo. Altrettanto scrivono alcuni della mirra coll’inghiottire di quando in quando la saliva; ma questa suol riuscire pel suo sapore troppo spiacevole, e l’Elmonzio l’ha osservata fallace in casi tali. La radice d’angelica viene assaissimo consigliata ai poveri da masticare. Quella poi dell’elenio, o masticata secca, o presa in polvere, o condita con un poco di zucchero, in guisa però che resti più tosto disgustosa al palato, è sommamente lodata dal Diemerbrochio, il quale consigliò a moltissimi questo solo preservativo, facendone mangiar delle condite due o tre o quattro la mattina, perchè dice d’averle trovate più giovevoli che assaissimi altri medicamenti preparati con gran fatica e spesa. Jacopo Primerosio ed altri credono che il tabacco nulla vaglia contro la peste. Ma il fumarlo nelle pipe vien decretato da altri per un potente preservativo; e il suddetto Diemerbrochio attesta d’averne provato in sè stesso e in assaissimi altri un insigne giovamento nel contagio dei suoi giorni; sostenendolo per un’erba di qualità specifica per resistere a simili veleni e alla corruzione, ed aggiungendo che non solo moltissimi coll’unico uso del fumar tabacco restarono illesi da quel morbo, ma che alcuni ancora, colpiti dal medesimo, coll’uso del solo fumo di tabacco sul principio del male se ne liberarono. Ma conviene adoperarne, dell’ottimo e colle foglie non putride e ben torte, e valersene poi anche moderatamente. Chi però se ne serve (che tutti non possono) si guardi dall’acquavite, non convenendo insieme tal rimedio con tal disposizione, secondo il parere di alcuni. Nè credesse persona che il bere sugo di tabacco o l’inghiottire la sua sostanza, producesse l’effetto medesimo. Sarebbe anzi un veleno tanto nella preservativa quanto nella curativa della peste, per le deiezioni di ventre e per gli sconvolgimenti di spirito che da esso provengono. Il noto, perchè l’esempio d’alcuni pazzi potrebbe tornarsi a vedere.
Per preservativi da prendersi per bocca vengono lodate le seguenti
Tavolette preservative.
℞. Fiori di solfo mez. onc., trocisci di vipera dram. 3, polvere di diarrbodon e diamargariton freddi, ana onc. 1, confezione d’alchermes e di giacinti, ana scrup. 4, zucchero bianco dissoluto in acqua di scorzonera o di cardo santo quanto basta. Con ciò formerai pasta e tavolette. Pigliane la mattina una dramma, bevendovi appresso un poco di vino puro.
Altra sorta di tavolette preservative.
℞. Fiori di solfo dram. 6, canfora scrup. 1, zucchero bianco dissoluto in acqua di scabbiosa quanto basta. Formane tavolette come sopra; e camminando o dimorando in luoghi infetti potrai tenerne in bocca.
Altre tavolette preservative.
℞. Polvere bezoartica dram. 1, liberante mez. dram., radici d’elenio secche, d’angelica, di petasitide, ana scrup. 1 e mez., fiori di solfo tre volte sublimati dram. 1. Se ne faccia polvere sottilissima, e discioltala con zucchero bianco e acqua di cardo santo quanto basta, se ne formino tavolette.
Altre tavolette sono prescritte dai medici, impreziosite ancora da perle e coralli preparati, da oro in foglia e da altre gemme: cose tutte che bene spesso entrano per sovrammercato in composizioni per altro buone.
A tutti, ma specialmente ai poveri, si può consigliare il Mitridato minore, che è un preservativo antichissimo, attribuito, non so se con tutta ragione, a Mitridate re di Ponto, ma certo comunque sia, generalmente lodato da tutti i medici per i tempi di peste, dicendosi ancora che Carlo V salvò dal contagio con questo sì facile, ma stimatissimo rimedio l’esercito suo: nel che io lascio la verità a suo luogo.
Mitridato minore preservativo.
℞. Foglie di ruta num. 20, due fichi secchi, due noci secche con 4 grani di sale comune. Se ne faccia un boccone da prendere la mattina a digiuno. Il sale però non è di necessità. O pure si formi con una libbra per uno dei tre suddetti ingredienti. Vi si può anche aggiungere siroppo di limoni quanto basta per fare elettuario, dopo aver pestato ben bene in mortaio di pietra con pestello di legno gl’ingredienti ad uno ad uno.
E qui si noti che per parere di tutti la ruta è di una singolare efficacia contro la pestilenza; e però doversene far molto capitale, giovando anche sola. Ma perchè non a tutti sempre è permesso l’avere ruta fresca, si può prepararne molto medicamento in una volta sola, a proporzione della seguente composizione. ℞. Foglie di ruta fresche onc. 1 e mez., noci secche nette onc. 2, fichi secchi onc. 1. Si pesti ogni cosa benissimo, e si faccia passare per setaccio con aceto rosato quanto basti per distemperare la mistura. Fatta questa, se vi si vede soprannuotare l’aceto ed esser troppo, si ponga al sole o a simil caldo in vaso atto ad asciugarsi, finchè resti in debita forma d’elettuario, del quale si debbono prendere ogni mattina due cucchiai. Si potrebbe anche aggiungere all’elettuario fatto un’oncia d’estratto di bacche di ginepro. Le noci si monderanno dalla pellicina con tenerle per un poco in acqua caldetta.
Che se taluno vorrà conservarsi delle foglie di ruta come fresche per ogni tempo, ne ponga molte in qualche vaso di vetro dalla bocca larga, acciocchè ne possa cavar fuori senza gran pena, e le cuopra di buon aceto, tenendo anche il vaso ben coperto. Così egli conserverà la ruta, ed avrà pure aceto preparato con essa, il quale anche da per sè viene molto stimato in tempi di peste, e serve per odorarlo, e per prenderne anche la mattina un poco in bevanda. Altri medici hanno accresciuto, ciascuno a suo gusto, il Mitridato minore; ma io penso d’avere accennato quello che basta.
Altri lodano come utilissima la seguente
Bevanda preservativa.
℞. Dieci noci fresche mondate dalla pellicina, 10 spicchi d’aglio mediocri mondati, 3 onc. in circa di bacche di ginepro, un pugno di foglie di ruta. Le prime si pestino grossamente; la ruta si tagli minuta. Posto tutto in pignatta vetriata con una inghistara in circa di buon aceto, si copra essa pignatta sicchè non respiri, accomodando creta o simil cosa tra il coperchio e la pignatta, e lasciandola per 24 ore sopra le ceneri calde. Poi si levi dal fuoco e si ponga ogni cosa insieme in fiasco ben turato al sole per tre o quattro giorni. Di tal composizione si beva ogni mattina a digiuno mezzo cucchiaio, ed anche un intero; e con lo stesso aceto si bagnino le tempie, i polsi e le narici.
Io volentieri accenno qui le composizioni facili e di poca spesa, affinchè tutti, e massimamente i poveri, possano provvedersi di qualche riparo contro gli assalti della pestilenza. Allorchè questa è padrona del campo, a molti mancano gl’ingredienti, e a più manca ancora il danaro per procacciarseli. E se taluno dicesse di non aver gran fede in certe semplici o vili composizioni, ho il dispiacere di rispondergli che nè pur egli s’ha a fidar troppo d’altre composizioni e preservativi più preziosi e faticosi; perciocchè in mezzo alla peste nessun altro rimedio sicuro e privilegiato c’è se non la mano di Dio; e per conto dei rimedi umani più talvolta gioverà un poco d’aceto, di solfo, di ruta, di canfora o altro semplice, che un lunghissimo recipe composto dall’ambizione. Seguitiamo dunque a dire che alcuni trovano buono il seguente
Preservativo antipestilenziale.
℞. Fiori di solfo e zucchero bianco in polvere in egual quantità; e mescolati insieme, prendine la mattina a digiuno un mezzo cucchiaio per bocca, bevendovi appresso un poco di vino bianco buono.
Potrà parimente giovare ai poveri il porre in infusione entro vino buono foglie verdi di pimpinella, e beverlo alquante ore dopo. Ovvero mettere la sera in aceto buono, sicchè stia coperta, una noce secca mondata dalla pelle; e la mattina seguente si mungi la noce e si beva l’aceto. Questo, benchè tanto facile, pure si dà per un buon difensivo. Può essere che si metta a ridere qualche medico, non però addottorato in medicina; ma sappia egli che in fatti alcuni, anche valentuomini, col solo aiuto dell’aceto, preso in picciola dose le mattina con un poco di pane, e fiatato alle occasioni, si sono preservati. Ne parleremo fra poco. Le bacche poi di ginepro mature e fresche, cioè di color nero o pavonazzo, e non rosse, vengono commendate da tutti, ed entrano in moltissime composizioni contro la peste. Si potrà farne estratto, cioè cavarne il sugo con acqua, dove sieno state infuse e calde per tre giorni, spremendole dipoi per pezza netta. O pure si tengano in fiasco con vino buono sopra, per mangiarne tre o quattro per volta, riuscendo anche utile lo stesso vino.
Angelo Sala insegna a fare il mele, o sia l’estratto di ginepro, con pestare grossamente nel mortaio le bacche fresche, e cuocerle poi in acqua, finchè si vegga separata la materia glutinosa. Spremuta la decozione, per quanto si può, si faccia essa di nuovo cuocere, finchè si riduca in consistenza di mele, che sarà dolce e fragrante. Servivasi poi il medesimo autore di questo estratto per uno degl’ingredienti a formare la seguente composizione, chiamata da lui Triaca de’ poveri, e consigliata come un eccellente antidoto contro la peste:
Triaca de’ poveri.
℞. Erb. veronica, scordio, cardo santo seccate, ana onc. 2, feccie d’aro, fiori di solfo, ana onc. 1, zedoaria, radice d’imperatoria, di elenio, di irundinaria (che m’immagino essere la chelidonia), di carlina, di valeriana, mirra eletta, dram. 6, olio di vitriuolo dram. 1, mele odoroso spumato lib. 3, estratto di ginepro mez. lib. L’erbe e le radici separatamente si polverizzino bene, e si triti a parte la radice d’aro preparata. Poi si mettano il mele e l’estratto in pignatta ben vetriata, facendo solamente scaldare e non bollire la materia; e dopo vi si mescolino le polveri suddette, movendo tutto fortemente con pestello di legno, finchè si riducano in forma di elettuario. Raffreddata la composizione, aggiungi i fiori di solfo, la mirra e l’olio di vitriuolo; e mettendo tutto in vaso di terra vetriata, riponlo a fermentarsi. Se ne prenda, secondo la diversità de’ corpi che debbono valersene, da uno scrupolo fino a una dramma.
Varie erbe possono servire di preservativo. Sei d’esse fra l’altre sono credute contravveleni, cioè l’ipperico, il vincetossico, l’enula, il dittamo, l’aristolochia e il rafano selvaggio. Marsilio Ficino dice d’aver dato del rafano un poco per volta ai poveri con utile notabile. Si prendono tali erbe in boccone mattina e sera, o seccate in polvere con buon vino, o il loro sugo si bee al peso di un’oncia in circa. L’assenzio, che anche medichetto si chiama, è tenuto da tutti per un egregio preservativo contro il veleno pestilenziale, e moderatamente preso tiene in buon appetito le persone. In varie maniere si può prendere; la più facile è d’infonderlo nel vino, e prendere talvolta una bevuta di questo. Sono ancora lodate quest’altre: Scabbiosa, tormentilla, pimpinella, sassifraga, acetosella, imperatoria, scorzonera, angelica, carlina. A chi la borsa non suggerisce di meglio, potranno giovare questi facili medicamenti, che in fine anche dai medici migliori sono riconosciuti per non inutili, anzi adoperati come molto proficui nelle loro ricette. La galega, o sia ruta capraria, appellata da alcuni castracane, si tiene anch’essa per potente preservativo contro il veleno pestilenziale. Si usa in vari modi, cioè cruda in insalata, o cotta in minestra. Si piglia polverizzata in vino o altra bevanda appropriata. Si mette in infusione entro il vino o in aceto, che poi di quando in quando si bevono. Se ne bee anche il brodo e l’acqua distillata; ed è nel verno buona anche la sua radice. Dell’una e dell’altra piantaggine dicono cose grandi alcuni medici per preservarsi dalla peste; e lodano altri non poco l’acetosa, cioè l’oxalide, prescrivendone un boccone d’essa ogni mattina a digiuno.
Per la gente delicata possono servire, secondo il Diemerbrochio, le scorze di melarancio o di cedro condite, o alcune gocce d’olio di ginepro da bersi con un poco di vino, o sia l’estratto di bacche di ginepro, quanto una noce moscata da mangiarsi. Anche gli spiriti di sale e di vitriuolo, e di zolfo, e di sugo di cedro ed altri simili acidi, appunto per questa loro qualità, vengono celebrati per efficacissimi in resistere alle putredini, se mi lice usar questo termine degli antichi. Si prendono in bevanda d’acqua di scabbiosa, di cardo santo, di betonica, di melissa, o in altro liquore. I coriandoli preparati, e presi la mattina a digiuno, e anche dopo pasto, possono essere di qualche utilità. Per rimedio facile, di poca spesa e di non poca virtù, viene consigliata da alcuni la seguente
Polvere preservativa.
℞. Bolo armeno onc. 1, tormentilla, dittamo bianco, ana mezz’onc. Pesta ogni cosa sottilmente, e pigliane la mattina un meno cucchiaio in mezzo bicchiero di vino o in acqua d’acetosa.
Il cardinale Gastaldi insegna quest’altro preservativo, da prendersi per bocca in rotoline di peso d’una dramma prima di cena o prima di dormire, aggiungendo che se ne videro degli ottimi effetti nella peste di Roma del 1656.
Tavolette o rotoline preservative.
℞. Confezione di giacinto dram. 1, bolo armeno, radici di carlina, perle preparate, succino, ana mez. dram; zucchero bianco disciolto in acqua di cardo santo quanto basta per farne delle rotoline.
Il Diemerbrochio, lasciati stare tanti altri elettuari, sciroppi, conditi, polveri, tavolette, ecc., formati con gran moltiplicità d’ingredienti, più per ostentazion di sapere che per altrui utilità, usava di prescrivere in qualunque tempo l’uso del mitridato minore, descritto di sopra, e talvolta le seguenti composizioni:
Condito preservativo.
℞. Polvere liberante scrup. 4, radici d’elenio condite con zucchero, scorze di aranci condite dram. 6, diascordio del Fracastoro dram. 3, olio di ginepro scrup. 1, sciroppo di limoni quanto basta, e se ne formi condito, o più tosto conserva.
Altro condito preservativo.
℞. Conserva d’acetosa di rose rosse, scorze d’aranci condite, rob di ribes rosso, rob di ginepro, ana mez. onc., polvere liberante dram. 1 e mez., sciroppo di limoni quanto basta. Mesci, e fanne condito, o più tosto conserva.
Elettuario preservativo.
℞. Triaca d’Andromaco, mitridato di Damocrate, ana dram. 1 e mez., diascordio del Fracastoro mez. onc., scorte d’aranci condite, rob di ribes rosso, ana dram. 6, succino mez. scrup., sciroppo di scordio quanto basta. Mesci, e formane elettuario.
Altro elettuario preservativo.
℞. Polvere bezoartica del Renodeo dram. 1 e mez., fiori di solfo dram. 1, conserva d’assenzio dram. 3, radici d’elenio condite onc. 1, mitridato minore, diascordio del Fracastoro, ana mez. onc., sciroppo di sugo di cedro quanto basta, e fanne elettuario.
Non vi mischiava egli polvere di corno di cervo, terra sigillata, croco, e assaissimi altri ingredienti, perchè tutti stanno nella confezione liberante, nella polvere bezoartica, nel diascordio, ecc. Prescriveva ancora ad alcuni il seguente
Aceto bezoartico preservativo.
℞. Radici d’angelica, carlina, petasitide, elenio, dittamo, ana mez. onc., zedoaria dram. 2, erbe cardo santo, scordio, ana dram. 6, centaurea minore, ruta ana mez. onc., fiori di stecade dram. 2 e mez., semi di cardo santo, di cedro, ana dram. 1, bacche di ginepro dram. 3. Facciasi polvere grossa, e s’infonda in lib. 5 o 6 d’aceto fortissimo, esponendo il vaso ai raggi del sole per 14 o più dì, e dipoi si coli con forte spremitura. Potrai, se vuoi, infondere una sola volta di nuovo in tale aceto la medesima polvere, e allora sarà molto più efficace.
Il Minderero scrive d’essersi servito per suo primario rimedio preservativo nella peste de’ suoi tempi del seguente
Vino medicinale preservativo.
℞. Assenzio volgare un manip. e mez., scordio, cardo santo, ana un manip., dittamo cretico mez. manip., scorze di cedro mez. onc., radici di pimpinella onc. 1 e mez. Si taglino grossamente, e se ne faccia massa entro tela bianca da sospendersi nel vino, di cui si beva un bicchiero dopo la colezione.
Scrivono alcuni che in una peste d’Inghilterra fu approvata da tutti i medici, e trovata alle prove un felice antidoto per chi ne prendeva un poco ogni mattina, la seguente
Polvere preservativa.
℞. Aloè epatico, cinnamomo eletto, mirra eletta, ana dram. 3, garofani, macis, legno aloè, mastico, bolo armeno, ana mez. onc. Si polverizzino sottilissimamente.
Può confermare la buona opinione di questo antidoto il vedere che Cornelio Gemma scrive tenersi dal re di Spagna per segreto riguardevole (poco importa quand’anco non sia vero) una composizione affatto simile colla giunta d’una porzione eguale di terra sigillata e di croco, o sia zafferano. Giovanni Cratone anch’egli con poca diminuzione insegna lo stesso; e nella peste di Napoli e di Roma del 1656 fu formato di questa polvere un elisire chiamato preservativo potentissimo nelle Regole pel Contagio pubblicate l’anno 1680 in Ferrara, con aggiungervi solfo puro e rosmarino, ana dram. 4 macerando poi tutto in acquavite secondo l’arte, ed estraendone il liquore. La dose era di 3 in 4 gocciole prese in acqua di cardo santo o scorzonera. Abbiamo detto di sopra che il mitridato minore è un preservativo stimatissimo anche per la facilità di comporlo; ora si vuol aggiungere che la triaca, il diascordio del Fracastoro, e altri simili rinomati contravveleni sono de’ più lodati, e consigliati in tempo di contagio, anche per preservarsi, ma non già col solo odore, che questo gioverebbe poco. L’Etmullero antepone il diascordio; e il Pareo preferisce a tutti i cordiali creduti preservativi la triaca e il mitridato, prendendo mezz’oncia della prima, mischiata nelle stagioni calde con un’oncia e mezzo di conserva di rose, o di borraggine o di viole, e dramme 3 di bolo armeno. Altri però stimano necessario il mischiare e temperare la triaca con qualche acido in tempi di peste. E qui avverto, per chi nol sapesse, venire stimata più la triaca vecchia che la nuova, purchè non passi i trenta anni, dopo il qual tempo essa va perdendo la forza. Di più se per ogni libbra di triaca impasterai dentro once 4 di polvere di contrajerba, lasciandola così riposare e fermentare per alquanto tempo, dicono che riuscirà essa di gran lunga migliore contro la peste e i veleni. È anche lodatissimo il prendere la mattina prima d’uscire di casa un bicchiero di vino canforato. Si accende un grano di canfora grosso come un pisello, e si mette a nuotar sopra il vino tanto che finisca ivi di bruciarsi; e tornandolo ad accendere finchè si consumi, si bee dipoi quel vino. Così nell’ultima peste di Lipsia si trovò sommamente giovevole l’olio di succino canforato con prenderne alcune poche gocce in acqua di scordio; anzi pare che d’esso si valessero i medici anche nella curativa.
Nell’ultima pestilenza di Polonia del 1709 il miglior preservativo che si dica ivi provato fu l’elisire dello Schomberi, i cui ingredienti sono quei che seguono:
Elisire preservativo.
℞. Tintura bezoartica secondo l’arte, elisire di proprietà secondo l’arte, tintura di genziana, essenza di canfora parti eguali. Mesci tutto insieme, e bevine da 40 a 60 gocce nell’acquavite, o nella birra calda, o nel buon vino.
L’elettuario, chiamato d’Angrisani, vien chiamato dal Cristini con parola assai magnifica miracoloso contro la peste, aggiungendo egli che dell’anno 1656 nella peste di Napoli, Roma ed altri luoghi fu il medesimo con gli esperimenti provato per uno de’ migliori preservativi ed anche curativi. Eccone la ricetta:
Elettuario d’Angrisani preservativo.
℞. Radici d’angelica, carlina, dittamo bianco, imperatoria, tormentilla, contrajerba, corallina, bistorta, aristolochia rotonda, legno aloè, seme di senape bianca, di cardo santo, d’acetosa e di portulaca, ana onc. 1; croco orientale mez. onc. Si polverizzi tutto, e sia ben lamisato. Poi prendi estratto di bacche di ginepro delle rosse e delle nere, ana lib. 2, triaca d’Andromaco vecchia lib. 2, unicorno, belzoaro ottimo, corno di cervo, ana dram. 2; siroppo d’agro di cedro quanto basta per unir le robe; e se ne formi elettuario, di cui prendi per bocca una mezza dramma o un’intera per volta.
Scrive il P. Chirchero che nella peste di Roma del 1656 chiunque si servì del seguente rimedio si preservò, ancorchè dimorasse nella casa stessa con appestati o avesse cura di loro. Tanto più volentieri il rapporto, quanto che è di poca spesa. Così avesse egli anche notata la dose.
Antidoto preservativo del P. Chirchero.
℞. Aceto esquisitissimo, ruta, pimpinella, betonica, noci, aglio, bacche di ginepro. Aggiungi, se hai il comodo, un pocchetto di canfora, o almeno un poco di spodio cervino. Fa stare tutto infuso nell’aceto per 40 ore al sole o pure in qualche stufa. Poscia colatolo, serbalo per valertene al bisogno, prendendone un cucchiaio la mattina a stomaco digiuno, ed avrai per quel giorno un preservativo sicurissimo. Nè ti dispiaccia il sapore ingrato, perchè tanto più simili antidoti sono contrarj alla peste, quanto più dispiacciono al gusto.
Stimo anche bene di aggiungere, benchè fuor di luogo, che lo spirito d’orina per testimonianza del Doleo e del Wedelio s’è provato utile fiutandolo in simili tempi, e m’immagino che si potrà sperar lo stesso dagli spiriti e sali ammoniacali per la salutevol forza del loro odore. Parimente non reputo inutile il descrivere qui un’unzione, che dicono adoperata da coloro che in Milano nel 1630 dilatarono con veleni la peste, preservandosi eglino che forse non ebbero bisogno o non si servirono mai d’antidoto alcuno. Soggiugnerò tre altre composizioni, attribuite pure ai medesimi, forse per dare ad esse più credito, ma che tuttavia non paiono da sprezzarsi.
Unguento preservativo.
℞. Cera nuova, olio comune, olio di lauro, olio di sasso, erba aneto, bacche di lauro, rosmarino e salvia, pestate tutte grossamente. Poi fa bollir tutto insieme con un poco di aceto, e riducendolo in forma d’unguento, ungine alle occorrente le narici, i polsi e sotto le braccia e le piante de’ piedi.
Altro unguento preservativo.
℞. Cera nuova onc. 3, olio comune, olio di edera, ana onc. 2, olio di sasso, foglie d’aneto, bacche di lauro, ana onc. 5, foglie di rosmarino onc. 2 e mez., foglie di salvia onc. 2. Si polverizzino le foglie e le bacche, e con un poco di buon aceto unito ai suddetti olj si faccia bollir tutto, mescolando, finchè se ne formi unguento da ungere i polsi, ecc.
Elettuario preservativo.
℞. Imperatoria, carlina, genziana, dittamo cretico, dittamo bianco, bacche di lauro parti eguali. Polverizzato tutto si mescoli con mele spumato e chiarificato, facendone elettuario da prenderne per bocca un cucchiaio la mattina ed anche altra volta fra il giorno.
Altro unguento preservativo.
℞. Olio di trementina, di sasso, di gelsomino, di lauro, grasso di tasso, ana onc. 5, cera nuova, olio comune, ana onc. 3. Si facciano bollire insieme circa un quarto d’ora; poi vi si aggiunga polvere d’assenzio, aneto, camedrio, salvia, ruta, ana un’oncia in circa o un pugno. Si faccia bollir tutto a bagno finchè si riduca in forma d’unguento da ungerne i polsi e la region del cuore.
E giacchè abbiam nominato il celebre olio di sasso che nasce nello stato di Modena, dirò che forse non è peranche ben conosciuto tutto il suo valore, quantunque esso venga portato e ricercato per tutta l’Europa. Bisognerebbe che eccellenti fisici ne tentassero con varie prove le virtù. Forse anche egli è da mettere fra i preservativi contra la peste, sì per l’odore suo, e sì per le qualità balsamiche, delle quali abbonda, se pure la sua calidità non sia da temere in tali casi.
Ma io avrei un bel che fare, se volessi rapportar qui tanti altri antidoti preservativi che si leggono ne’ libri dell’Untzero, Alberti, Quercetano, Cratone, Foresto, Horstio, Dodoneo, Sennerio, Etmullero, Diemerbrochio, di Cellino Pinto e di altri autori. Forse ne ho anche rapportato troppi, potendo nascerne confusione ai lettori in tanta copia; e finalmente nè pur io son persuaso che tanti bei rimedj abbiano la forza che talun crede contra la peste. Ma che si ha a fare? La gente vuol dei rimedj da preservarsi. Io ne suggerisco i più facili, o pure altri, i quali se non gioveranno, certamente nè pur dovrebbono nuocere, e sono in fine i più commendati dai pratici. Finirò dunque la serie de’ preservativi con ritoccare per consolazion de’ poveri un punto di molta importanza, cioè che il Diemerbrochio, uno de’ più eccellenti medici osservatori e trattatisti di questa materia ch’io conosca, consigliava nel contagio de’ suoi giorni alla gente povera il bere ogni mattina uno, due o tre cucchiai d’aceto ben forte, e fatto di buon vino, con alcuni pochi grani di sal comune, o pur senza, mangiandovi immediatamente dietro un pezzo di pane, avendo egli osservato che questo fu allora uno degli ottimi preservativi purchè non se ne servissero gli asmatici ed altri afflitti da mal di petto o di polmoni o di reni. Anzi aggiunge d’aver veduto gran copia di poveri meglio preservati con questo solo antidoto che molti altri provveduti di preziosissimi preservativi. Anche S. Carlo e i suoi che lo servivano nella peste di Milano, benchè praticassero sì spesso con persone e in luoghi infetti, pure si preservarono tutti, senza usare altro preservativo che non spugna bagnata in aceto, e posta entro una palla che andavano odorando. Oh! si dirà: egli era un santo. Or bene: Francesco de le Boe Silvio non è stato altro che eccellente medico, e pure anch’egli attesta di non aver preso altro preservativo nella peste de’ suoi dì, se non un cucchiaio d’aceto con una fetta di pane inzuppata in esso ogni mattina prima di visitar gli appestati; e benchè seguitasse per otto mesi continui a curare tal sorta di gente, pure con questo solo rimedio non sentì mai infezione di pestilenza. Avendone egli nel declinar del morbo dismesso l’uso, provava solamente un certo dolor di capo ogni volta che entrava in qualunque casa infetta. Non tutti, e spezialmente quei di temperamento melanconico, potrebbono seguitare per alcune settimane l’uso dell’aceto; ma a noi basta di poter qui conchiudere che la virtù dell’aceto per resistere al veleno pestilenziale è grandissima, ed halla per tale comprovata anche la sperienza di troppi secoli; ne si troverà medico rinomato che non la commendi assaissimo. Insino l’antico Rasis tanto la stimava, che in tempo di peste consigliava il mischiarne ne’ cibi e nelle bevande e ne’ medicamenti, e il premunirsene coll’odore e lo spargerne insino per casa. Alcuni medici aggiungono all’aceto in infusione, o in altra forma, qualche altro semplice di qualità antipestilenziale, e preferiscono a tutti i preservativi gli aceti triacali. Forse non han torto. Ecco la composizione d’uno di questi aceti fatta dal Timeo, che dice d’averne veduto un felicissimo successo nella peste de’ suoi tempi. Altre simili men ricche, ma forse egualmente efficaci, se ne possono fare.
Aceto triacale preservativo.
℞. Orvietano onc. 2, diascordio onc. 2 e mez., triaca onc. 1, radici d’angelica, di contrajerba, d’enula, di pimpinella, di tormentilla, di scorzonera, di dittamo bianco, di petasitide, ana dram. 6; foglie di scordio, di ruta, di millefiori, ana manipol. 1; fiori di calendola, di tunica, ana mez. manipol., scorze di frassino, di cedro, ana mez. onc.; bacche di ginepro onc. 1 e mez.; macis, sedoaria, ana dram. 3, canfora scrup. 2, croco orientale mez. dram., mirra eletta mez. onc., aceto di sugo di rovo ideo, cioè di fambrois, quanto basta. Mischiati tutti gl’ingredienti stieno in luogo caldo ben coperti, finchè se ne cavi la tintura, la quale colata si conservi per valersene a suo tempo.
Anche l’aceto solo in cui sia stata disciolta canfora, dicono che preservi egregiamente. Egli è probabile che gli spiriti pestilenziali ordinariamente penetrino ne’ corpi de’ sani coll’aria, che si tira col respiro; e però bisogna più di tutto difendere le entrate dell’aria infetta nelle viscere nostre; al che può mirabilmente servire l’odore e la sostanza dell’aceto, anche per correggere quegli aliti maligni. Il Massaria scrive che nella crudelissima peste del suo tempo molti in vece di aceto, si valevano dell’erba acetosa con effetto felicissimo, prendendo il sugo d’essa, spremuto, o solo o mischiato con altri medicamenti, e da questa unicamente riconoscevano la salute preservata. E perciò il Gordoni ed altri lodano cotanto e con gran ragione per gli tempi della pestilenza tutti gli acidi, come sono i sughi degli agrumi, dell’agresta, de’ meli granati, del ribes, dell’acetosa e d’altri simili, fra’ quali è forse dovuto il primo luogo all’aceto stesso. Anche il sale comune si trova commendato come un buon preservativo contra il veleno pestilenziale dell’Augenio, Jouberto, Witichio e da altri autori.
Solo dee avvertirsi che in tutti questi antidoti, consigliati per la preservazione, ci vuol parsimonia, per non cadere nel troppo, che in tutte le cose suol essere nocivo, affinchè per guardarsi da un male, disavvedutamente gli uomini non se ne tirino addosso degli altri. Così gli acidi si prendano a poco a poco, e non in furia, affinchè lo stomaco non se ne risenta, e massimamente vadano cauti quei che patiscono mali di petto, come asma, tosse, ecc. Il soverchio uso dell’aceto o del vino d’assenzio o d’altre simili bevande prese per preservativo, può indurre tali indisposizioni o sconcerti di stomaco che taluno giunga a credersi appestato senza però esser tale. Anzi l’Ingrascia è di parere che si debbano andar mutando fra la settimana que’ preservativi che si prendono per bocca, sul timore che assuefacendosi troppo la natura ad un solo, non ne provasse poi il benefizio che suol venir dalle cose nuove. Perciò consigliava egli il prendere nel primo dì le pillole di Rufo al peso di una dramma in circa, la sera o la mattina, due o tre ore avanti il cibo, per ripigliarle dopo quattro o cinque giorni. Nel secondo triaca dram. 1. Nel terzo qualche bevanda o conserva appropriata. Nel quarto l’elettuario de sanguinibus, noto agli speziali, e lodato comunemente dai medici. Nel quinto triaca di dioscoride o sia mitridato minore con la giunta d’altri ingredienti; e così di mano in mano.
Bernardino Cristini, che fu uno dei medici dei lazzeretti di Roma nella peste del 1656, e discepolo del Riverio, confessa che sulle prime si sentiva battere forte il cuore in petto. Cominciò a valersi di rimedj antimoniali (da fiero chimico ch’egli era) e di vomitivi e di bezoartici, bagnando i polsi, le narici e la region del cuore con balsami o essenza di scorza di cedro, e usando la triaca, canfora, controierva, angelica, carlina, rosmarino, ginepro, tormentilla, ecc., e vedendone benefizio, prese coraggio con altri medici. Il costume, tanto suo, come de’ suoi famigliari, fu di andar prendendo due o tre volte per settimana, un quarto d’ora avanti cena, al peso di mezza dramma, certe pillole piacevolmente purganti e corroborative, le quali in fine son quelle di Rufo, caricate con altri ingredienti, e descritte a noi dal Riverio. Eccone la composizione.
Pillole preservative.
℞. Aloè lavato ed estratto con sugo di rose fatto ad uso d’estratti, zafferano, mirra, ana mezz’oncia; balsamo orientale e occidentale chiamato opobalsamo, ana mezza dramma, ossa di cuor di cervo num. 6; unicorno e bezoartico orientale, legno aloè, ana grani 10; ambra grisa gr. 5, magisterio di tartaro e tintura d’elettro quanto basta per formar la massa delle pillole.
Il medesimo ogni mattina ancora si ungeva le tempie, le narici, la gola, il cuore e i polsi colla sopraddetta composizione liquida, aggiuntevi tre gocce d’essenza di rosmarino e tre altre d’olio di carabe: il qual uso fu seguitato da altri medici, nessun dei quali risentì nocumento dalla peste. E certo si noti che l’olio di carabe pel suo potente e confortativo odore è da stimare assaissimo per preservarsi. In Firenze nel contagio del 1630 fu esso molto usitato, ungendosene alcuni le narici ed altri portandone una spugnetta inzuppata entro la palla di ginepro bucata. Per altro hanno alcuni chimici ed empirici non poca inclinazione ad esaltar come mirabili tutti i lor medicamenti, che per lo più sono anche astrusi e difficili a prepararsi e trovarsi, allorchè il contagio fa il padrone delle città e impedisce troppo il commercio. Lascerò dunque stare molti di quei meravigliosi alessifarmaci, estratti, tinture, quintessenze e simili strepitosi e prolissi recipe d’Angelo Sala, dell’Untzero, del suddetto Cristini e di altri lor confratelli, sì per non eccedere di troppo, e sì perchè la sperienza ha fatto vedere alle occasioni essere bene spesso splendidissime le promesse di tal gente, ma poco felici gli effetti. E questo sia detto col rispetto sempre dovuto ai veri e non ai ciarlatani e non visionarj chimici, da’ quali riconosce la medicina molti utilissimi rimedj e dei gran vantaggi. Tali sono il Quercetano, lo Scrodero, lo Zvelfer, il Rolfiacio, l’Homberg, il Lemery, ecc., e tali reputo io i due nostri viventi cittadini, cioè il sig. Domenico Corradi, commessario generale dell’artiglieria e matematico del mio padron serenissimo, rinomato per altri suoi studj, e il sig. Giovangirolamo Zannichelli, che ultimamente ha pubblicato in Venezia un suo trattato De ferro ejusque nivis praeparatione. Molto più poi lascerò alla gente troppo facilmente credula il Fioravanti con tutti gli altri cerretani e segretisti, perchè quantunque ne’ libri loro probabilmente v’abbia de’ rimedj anche eccellenti, pure il miscuglio di molti altri inutili e falsi fa che non si può fidar nè pure dei veri, senza vederne prima le prove. Anzi qualora io lodo, o dico essere lodati da altri alcuni rimedj, non intendo io mai di fare la sicurtà che se ne abbiano a veder dei miracoli.
Darò fine alla parte preservativa coll’accennare ancora il metodo tenuto dal Diemerbrochio (insigne autore, come dissi, d’uno de’ più utili e più celebri trattati della peste che si abbiano) per guardarsi dal contagio dell’anno 1635 e dei due seguenti che afflisse tutta la Fiandra e gran parte della Germania. Si maravigliava la gente com’egli visitasse tanti infermi e case d’infetti, intrepido sempre ed illeso. Ecco la sua forma di vivere. Non avea punto paura del male, nè permetteva che collera, terrore o tristezza d’animo alloggiasse con esso lui. Venendo la malinconia, facile a lasciarsi vedere, mentre in tutta Nimega non v’era casa esente da peste, egli ordinava a tre o quattro bicchieri di vino che la cacciassero tosto di casa. Non potendo dormire assai la notte per le troppe faccende del giorno, dopo il pranzo prendeva sonno d’un’ora. Medicava per carità anche i poveri. Il suo vitto era di cibi di buon sugo e di facil digestione, con fuggire gli opposti; e la bevanda vino mediocre, preso talvolta sino all’ilarità, non mai all’ubbriachezza. Una o due volte fra la settimana prima d’andare a letto prendeva una o due delle seguenti
Pillole antipestilenziali.
℞. Radici di petasitide, carlina, dittamo, angelica, elenio, ana mezz’oncia, gentiana dram. 1 e mezz., rabarbaro ottimo onc. 1 e mezz., agarico bianchissimo mezz. oncia, erbe di scordio, centaurea minore, ruta, ana mez. onc., cardo santo dram. 6, fiori di steccade dram. 1 e mez., semi di cedro d’aranci, di zedoaria, ana dram. 1. Di tutto si formi polvere grossa che per due o tre dì si maceri in due o tre libbre di vino bianco, poi si faccia cuocere per un quarto d’ora e si coli con forte spremitura nel torchio e la colatura si coli di nuovo per carta sorbitrice. In questa colatura disciogli aloè ottimo onc. 3 e mez., mirra chiara in gocce dram. 3 e mez., e in una scudella si faccia svaporare l’umidità, finchè diventi massa da comporne pillole provate utilissime in tempo di peste.
La mattina per la nausea egli non poteva prendere medicamento alcuno prima d’andare alla visita degli ammalati, ma solamente masticava alcuni grani di cardamomo minore. Da lì però a due ore prendeva un poco di triaca o di diascordio o una scorza d’aranci condita, ovvero per lo più tre o quattro pezzetti di radici d’elenio condite. Da lì a poco mangiava un pezzo di pane con butirro e cacio verde pecorino, bevendovi appresso birra e talvolta un bicchier di vino medicato con assenzio o sia medichetto. Due ore prima del mezzodì, se gli era permesso, fumava una pipa di tabacco; dopo il pranzo ne fumava due o tre altre, e dopo cena altrettante. Talvolta in qualche ora del dopo pranzo ne prendeva ancora qualche altra pipata. Se punto punto si sentiva alterato dal fetore delle case o persone appestate, subito, lasciato stare ogni altro anche necessario affare, qualunque ora del giorno fosse, fumava due o tre pipe di tabacco, avendo egli sempre creduto e coll’esperienza provato per un primario preservativo nella peste il tabacco in fumo. Teneva egli che non fosse mai stato inventato migliore preservativo contra la peste, purchè fosse tabacco d’ottima qualità e colle foglie ben mature ridotto in corda, e purchè fumato, appena che si sentisse qualche vertigine, nausea o ansietà di cuore, che possono facilmente assalire chi pratica tra i fetori degli appestati, con passar poco dopo in vera infezione. Contento egli del tabacco solo, non si valeva d’altri suffumigi ed odori, avendone consumato non poca quantità, durante essa peste, la qual poi finita finì anch’egli di fumar tabacco, affinchè l’uso lodevole non passasse in un abuso detestabile, come si vede tuttodì avvenire a molti. Può essere che non pochi alla prova non ne sentissero tanto profitto; ma egli attesta che altri ancora il provarono utilissimo. Arrigo Sayer, medico valentissimo d’Oxford, per quello narra il Willis, medicava tuttodì francamente poveri e ricchi appestati, e maneggiava le ulcere loro senza danno alcuno e senza adoperare altro preservativo che una buona bevuta di vino generoso prima di uscir di casa. Chiamato poscia ad un castello dove la peste era più atroce, avendo avuto l’animo di dormire nel medesimo letto con un duca suo grande amico infetto della medesima, la contrasse anch’egli e vi lasciò la vita. Majuscola fu questa bestialità. Non mi fermerò a pregare i medici nostri di non imitarlo. E ciò basti intorno alla preservazion della peste per quanto si può sperare dalla medicina.
CAPO IV.
Rimedj curativi della peste. Nessuno specifico e sicuro finora trovato. Periodo delle pestilenze in una città, principio, mezzo e fine e lor diversi effetti. Medicamenti come trovati efficaci in una peste e non in altre. Salassi e medicine solutive, rimedj allora o pericolosi o nocivi.
Veniamo ora a trattar dei medicamenti e rimedj per curare chi è già infetto, cioè preso dal morbo pestilenziale. Per tempo sono obbligato anch’io ad intonare quella spiacevol sentenza, cioè: che non si dà antidoto alcuno specifico, il quale per sua particular qualità sia atto a preservare ogni persona dalla peste, e che molto meno si dà alcun determinato rimedio per guarire chi è già colpito dalla medesima. Perciò tutto quello che ha mai saputo pensare e suggerir qui la medicina e la sperienza, consiste in certi rimedj generali per espugnare la malignità dei veleni contratti e resistere alla putredine, che per analogia possono anche servire contra la peste. Nè c’è da maravigliarsene da che l’arte medica con tutti i suoi studj nè pure ha trovato finora rimedj specifici a tanti altri mali e malattie di molto minor importanza e malignità che non è il crudelissimo della peste. Ora anche la curativa può ben vantare per questo morbo un’infinità di rimedj, pubblicati già in varj ed assaissimi libri che trattano della pestilenza; ma di nessun d’essi può dirsi con sicurezza: Questo guarirà. Anzi è da por mente che tanto nella preservazione, quanto nella cura ad uno gioverà un rimedio che nulla poi servirà ad un altro ferito del medesimo male, perchè concorre il temperamento e la disposizione interna delle persone a fare che sia giovevole ad uno e inutile nello stesso tempo ad un altro il medesimo rimedio. Anzi si osserva che alcuni medicamenti provati efficaci in una peste, non servono poi in altre, essendo che quasi ciascuna peste ha qualche suo proprio e particolar sintoma diverso da quei delle altre. Forse ancora è avvenuto, ed avverrà, che un medicamento sia stato e sia per essere utile tra i Franzesi, Tedeschi, Inglesi, ecc., e questo non riesca poi tra gl’Italiani; oltre al vedersi che ce ne vengono proposti dagli autori di quei che sono d’indole contraria per preservare e per guarire dalla stessa stessissima peste; riflessioni tutte che rendono anche me perplesso e timoroso nel trattar qui dei rimedj. Ma finalmente un pessimo rimedio potrebbe essere il non voler nè pure tentare veruno di tanti rimedj che veggonsi ancor qui lodati dai medici saggi.
Credono alcuni che non si trovi, se non tardi, rimedio alla peste, e che appunto i contagi facciano tanta strage prima di cominciare a cedere ai medicamenti, perchè non si giunge a scoprire il proporzionato, se non dopo molte esperienze. Dissi che così credono alcuni; ma non dirò già che sia certa questa opinione, perchè non ben sussiste che tardi si trovi il rimedio; ma sussiste più tosto che non si trova giammai. In qualsivoglia peste v’ha delle cose strane, la cagion delle quali non si sa rinvenire, almeno con sicurezza, potendo essa attribuirsi alle qualità meno o più fiere del male, alla buona o rea disposizion dell’aria e de’ corpi, o pure a un complesso e concorso d’altre sconosciute circostanze che la man di Dio unisce per gastigare i cattivi e purgare la terra. Per altro son da avvertire tre tempi diversi di qualsisia peste, cioè il principio, mezzo e fine. Nel principio o sia nell’accessione di questo malore, un solo, o pochi almeno saran quegli che porteranno la peste in una terra o città e la parteciperanno a chi disavvedutamente con esso loro tratti. Costoro quasi infallibilmente morranno o perchè non sarà conosciuto per tempo il male, o i rimedj non avran forza, o nè pure s’applicherà loro alcun rimedio essendo tutti sul principio d’un contagio pieni più di spavento che non s’è all’arrivo d’un fiero esercito di nemici in paese disarmato e che gode da gran tempo la pace. Se però conosciuto tal disordine, con pronte ricerche e rigorosissime determinazioni, verranno scoperte e serrate quelle case, e sequestrate persone e robe che possano aver portata o contratta l’infezione, con separar le famiglie sospette dal commercio degli altri, e si provvederà coi profumi alle case e robe loro; la peste sarà soffocata e forzata a cedere e morire, potendosi con ciò tuttavia preservare la Città, perchè il veleno non è peranche invigorito, nè dilatato.
Il mezzo, o sia lo stato della pestilenza è quando essa ha preso possesso delle città e scorre liberamente, atterrando chi le capita alle mani, e facendo girar le carrette senza riposo. O sia che allora l’aria stretta delle contrade s’imbeva tutta di quegli aliti e vapori mortiferi, cagionando con ciò tanta carnificina; o sia che difficilmente possano le persone, almen popolari, guardarsi allora dall’ambiente o contatto di qualche aria, persona o roba infetta; o sia in fine che il veleno pestilenziale si trovi allora nel maggior suo auge, malignità e furore; certo è che in tale stato di cose i rimedj non sembrano aver forza e difficilmente si veggono guarir gl’infermi. Anzi è stato osservato che alcune persone, benchè si tenessero chiuse nelle lor case, nè conversassero con alcuno, pure se per altri lor disordini o casualmente venivano assalite da una febbre, non si fermavano qui, perchè la febbre degenerava poscia in peste. Del pari scrivono alcuni che altri mali spontaneamente allora si mutavano in pestilenza: il che però potrebbe essere stato cagionato o dalla visita di qualche medico, o da altre persone o robe infette, senza che se ne accorgessero i poveri infermi. Nel fine poi, o sia nella declinazion del contagio, il male così facilmente non si comunica, nè passa dall’uno nell’altro della stessa famiglia, e gl’infetti facilmente guariscono, riducendosi le morti a poco a poco in nulla. Può essere che dopo avere il morbo perduto il suo pascolo con essersi perduta tanta gente, venga egli meno, non già perch’esso manchi di malignità, ma perchè manchi a lui la preda; ovvero che restando solamente in vita quei che sanno ben difendersi o col ritiro o con altri preservativi, e quei che hanno (e non son pochi) un temperamento talmente opposto alla qualità del male che anche in mezzo agli appestati e senza alcun preservativo, non ne risentono danno; può, dico, essere che il morbo non trovi finalmente alcuno, sopra cui infierire; nè fomite o esca, ove più attaccare il suo incendio; o non gliel lasci trovare il buon governo de’ maestrati, i quali non ommettendo diligenza e premura alcuna di profumi, sequestri ed altri mezzi, si studino di conservare illesi quei che fin allora son campati.
Contuttociò non sembra nè pure improbabile che il veleno stesso della peste possa andare a poco a poco smarrendo il suo vigore dopo alcuni mesi di dimora entro d’una città, tanto che si lasci vincere o dalle naturali forze dei corpi umani, o da quelle de’ medicamenti che dianzi nel suo furore valevano poco o nulla. Anche il morbo gallico sul principio e per molti anni, era quasi immedicabile o certo faceva dei terribili danni. Va esso a poco a poco perdendo la sua rabbia, e si lascia medicare con facilità, benchè la calata in Lombardia di tanti eserciti dalla parte del Rodano ne abbia tornato ad inferocire alquanto gli spiriti dal 1701 fino ai dì nostri, siccome ho inteso dire ad eccellenti medici che l’hanno osservato. Non m’arrischierò già di dire che passando il veleno pestilenziale da tanti in tanti altri corpi si vengano a poco a poco a rintuzzare le particelle acute, fiammeggianti e maligne che il compongono; perciocchè so che se da quella città, in cui esso finisce, passerà ad un’altra fin’allora intatta, si vedrà ch’esso ivi sarà quel vigoroso tiranno di prima. Ma dirò bene che per un vento, il qual venga a soffiare in quella città, portando seco o nitro o zolfo o altri effluvj e vapori, correttivi dell’aria e contrarj al veleno pestilenziale che vien creduto da alcuni formato di particelle d’arsenico o napello o aconito, questo potrà infiacchirsi, e divenir tale che dia poi luogo ai medicamenti, o non sia ivi tanto attaccaticcio, o non conduca sì facilmente alla fossa. Ovvero potrebbe immaginarsi che tali venti e vapori, senza cangiar punto la qualità di questo veleno, cangiassero la costituzion dell’aria e de’ corpi umani di quella città, onde eglino da lì innanzi non sentissero sì presto, nè provassero così fiero questo crudelissimo morbo, rendendosi disposti a maggiormente resistergli. Così qualora accade che, contro il costume ordinario, infierisca più una peste in tempo di verno che di state, probabilmente ciò verrà de qualche pernicioso scirocco che ostinatamente allora soffj, e con alterare e mettere in moto il sangue e gli umori, faccia strada alle devastazioni del veleno pestilenziale. La tramontana molte volte ha snervata o fermata affatto la peste. Guai se da qualche cagione esterna, operante o nell’aria, o ne’ corpi, o pure contro le particelle del fermento contagioso, non venisse indebolito e finalmente estinto questo morbo: non si rimarrebbe esso mai di fare strage nelle città finchè vi fosse popolo. E pure si sa ch’esso dopo il periodo d’alcuni mesi per l’ordinario si estingue, e che talvolta un improvviso gran freddo l’abbatte affatto.
Comunque sia, Bernardino Cristini scrive che nel contagio di Roma del 1656 sul principio si adoperavano vari rimedi, ma indarno tutti. Sospetta egli che non giovassero agl’infermi del lazzeretto, perchè non erano ministrati al debito tempo dai serventi, impauriti dal pericolo della morte; ed aggiunge che non si può esprimere qual fosse il disordine dei cerusici; ma che nel progresso del male cominciò egli con altri medici a far di belle cure e a guarir non pochi appestati. All’incontro il cardinale Gastaldi nella descrizione di quella peste medesima, ove egli sostenne la prefettura dei lazzeretti, attesta essere stati di gran lunga più i guariti ne’ lazzeretti romani per benefizio della loro natura che i risanati dal sapere e dalle ricette dei medici. Quegl’infermi che aveano gagliardìa di spiriti vitali, espugnavano il contratto veleno per mezzo di ascessi o sudori, effetti tutti della loro benefica natura, benchè poi paressero ridonati alla vita dal possente aiuto delle medicine; ed appunto anche senza medicamenti guarirono molti dai buboni. Di più scrive egli essersi conosciuto alle prove che niuno seppe trovare un vero e specifico antidoto contro quella pestilenza; che i medicamenti giovevoli agli uni, riuscivano poi nocivi ad altri; e che meno degli altri medici conobbero o seppero medicare tal morbo quei che si credeano più barbassori nella professione medica; e in fine che tanti bei rimedi e consigli suggeriti dai libri de’ medici, o dalla loro viva voce, o mandati anche dagli stranieri a Roma in soccorso di quella misera congiuntura, più tosto portarono confusione che sollievo; e ancorchè per avventura avessero giovato in altre pesti, in quella si trovarono vani, e talvolta ancora dannosi.
Queste sono cattive nuove. Contuttociò non bisogna perdersi d’animo. Certo io per me sono abbastanza persuaso (e di questo sentimento sono anche tutti i medici, non ciarlatani nè ipocriti, ma galantuomini), cioè che la guarigione de’ mali venga per lo più dalla natura, vera medicatrice d’essi, qualora è alle sue forze permesso il fare le separazioni ed espulsioni de’ cattivi umori, nel che consistono le vere crisi. Ma credo ancora del pari che il dotto e giudizioso medico possa contribuir molto alla salute degl’infermi, prescrivendo opportunamente rimedj che aiutino i movimenti regolati della natura, e che in certo modo la correggano se talvolta ella sceglie le strade non convenienti, o pure se caccia fuori con disordine gli umori confusi e non peranche ben separati. Perciò siccome può essere che alcuni medici romani si facessero vento alla barba con troppa facilità nell’attribuire a sè la guarigione di tanti, così può darsi caso che anche il cardinale Gastaldi si dilungasse alquanto dal vero nell’ascrivere al solo benefizio della natura ciò che ancora fu benefizio d’alcuni medicamenti opportunamente dati e trovati buoni in quella occasione. Passiamo dunque avanti per consultare ancor qui la medicina, di cui in fine, non ostante tutta la sua incertezza e debolezza, si dee fare anche ne’ tempi di peste un gran capitale.
Ma prima d’accennare ciò che può essere utile, convien dire quello che può nuocere. Il Mercati, il Mercuriale, il Foresti, il Massaria, Zacuto Portoghese con altri insigni medici sostengono che si abbia da cavar sangue nel principio del male agli appestati, mettendo mano a vari raziocini e testi de’ medici antichi, e il Settala cita anche la sperienza sua. Certo non è improbabile che in qualche peste ciò sia stato di giovamento; io però inclino a credere che queste lodi del salasso sieno procedute dall’osservazione di soli pochi casi che non bastano a fissare una decisione legittima, o pure che s’esso giovò, fu per cagione de’ sintomi e non della peste medesima; e però quando non ne apparissero chiari da un’accurata inspezione i suoi buoni effetti, quanto a me senza fallo non mi lascerei allora cavar sangue; e quando la sperienza non gridasse in contrario, consiglierei anche a tutti gli altri il non lasciarsi aprire la vena in casi tali: sì se fanno conto della loro pelle. Un’altra folla d’eccellenti medici, fra’ quali il Fracastoro, il Cardano, il Fernelio, il Platero, il Salio, il Riverio, il Barbetta, il Doleo, il Sorbait, il Waldschmidio, e per tacer di tanti altri, il celebre nostro Falloppio, asseriscono che questo è un colpo mortale, recando non solamente ragioni e testi migliori, ma anche la sperienza, vera maestra in simili dispute. Il Falloppio scrive che nella lunga peste che dal 1524 durò in Italia sino al 1530, morirono tutti coloro a’ quali fu cavato sangue; e molti, che se ne guardarono, salvarono anche la vita. Anche il Pareo interrogò una gran moltitudine di medici e chirurghi trovatisi nella peste del 1565, che infestò quasi tutta la Francia, e n’ebbe per risposta che nessuno campò dopo il salasso, risanati all’incontro moltissimi coll’uso de’ soli alessifarmaci. Lo stesso fu osservato in altre pestilenze dall’Andernaco, da Arrigo Fiorentino, dal Dodoneo, Minderero, Hildano, Gesuero, Bauhino e da altri assaissimi rinomati fisici, che per brevità tralascio. E per parlare de’ contagi più recenti, abbiamo anche l’attenta osservazione del Diemerbrochio, il quale ci assicura che chiunque ferito dalla peste de’ suoi giorni era salassato, indubitatamente e presto moriva. Anzi osservò egli di più che gl’infermi d’altri mali, se si lasciavano aprir la vena, poco dopo venivano presi dalla peste; e che anche a moltissimi dei sani dopo il salasso incontrò la medesima disgrazia. Misera condizione degli uomini, diventando carnefici nostri quei che sono scelti per conservare la nostra vita. Abbiamo ancora dal Cristini che nella peste di Roma del 1656 fu perniciosissima la cavata del sangue, notizia confermata medesimamente dal cardinale Gastaldi con dire essersi avverata anche allora l’osservazione del Falloppio, il quale narra che un medico famoso de’ suoi tempi fece cavar sangue a mille appestati, e che appena due scamparono dalla morte. Aggiunge però il Gastaldi che fu meno dannoso il taglio della safena per alcuni pletorici e robusti. Finalmente anche nella nostra città, grassandovi la peste nel 1630, fu stampato un avvertimento in cui si faceva sapere come osservato in varie città che il cavar sangue e dar medicine da purgare il ventre, affrettava irremissibilmente la morte ai malati, e probabilmente uccideva alcuni che sarebbono guariti. Il punto è importantissimo, e però mi son qui diffuso. Tuttavia concepisco io molto bene che in alcune pesti la sperienza possa far conoscere utile la cavata del sangue, almeno per le complessioni pletoriche, e solo in principio, o pure quando il morbo cagionasse sintomi di pleuritidi o altre infiammazioni: al che i saggi medici porranno ben mente. Il moderno contraddittore d’Ippocrate, Michele Sinapio, scrive che a quanti della corte del principe di Radzvil, ambasciatore di Polonia a Vienna, fu aperta la vena nella peste dell’anno 1679 tutti guarirono, morti all’incontro quei d’essa famiglia che se ne astennero. Aggiungo di più insegnare il Sidenham che il salasso, purchè fatto con larga mano e replicato più volte, prima che escano fuori i buboni, giova assaissimo; e nuoce solo il cavarne poco, o pure l’aspettare a cavarlo dopo l’uscita dei tumori. Cita la sperienza sua e l’autorità di Leonardo Botallo. Così egli; la disgrazia però si è che lo stesso Sidenham in fine, vedendo, che questo suo metodo zoppicava forte, abbandonò i salassi, e si diede anch’egli ai sudoriferi, che trovò meno pericolosi e più utili. In una parola, ci vuol qui gran cautela trattandosi d’un rimedio che può essere anch’egli pestifero.