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Del governo della peste e della maniera di guardarsene

DEL GOVERNO MEDICO DELLA PESTE LIBRO SECONDO. (continued 2)

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La medesima ragione ha poi fatto che anche il cavar sangue colle ventose e colle sanguisughe o colle scarificazioni, venga riprovato da qualche eccellente medico, tuttochè Galeno conti una storia d’una scarificazione ben fortunata in una gamba, da cui poscia han preso motivo altri di lodare un tal tentativo ne’ tempi di peste, con citare anch’essi dal canto loro qualche prova fortunata. Oltre a questi pericolosi rimedi chirurgici, è da avvertire il pericolo medesimo in un altro che è farmaceutico. Certo non meno de’ salassi ha fatto conoscere la sperienza che le medicine solutive del ventre in tempi di peste, e prima che la natura avesse sciolto il morbo degl’infermi, erano veleni, conducendo in breve alla morte con una diarrea che teneva lor dietro: il che si verificava eziandio nei corpi pieni di mali umori; essendosi all’incontro osservato che la stitichezza del ventre non noceva ad alcuno. Imperocchè non hanno le medicine purgative ingegno da scegliere e votare con distinzione gli umori, nè hanno forza di purgarci dagli umori cattivi, potendo anzi con gli scioglimenti e con le precipitazioni che cagionano corrompere i buoni, e dissipare ed infettare gli spiriti, i quali nella pestilenza, più che in qualsivoglia altro male, bisognerebbe che fossero puri e vigorosi. Perciò Ippocrate, Cornelio Celso, il Fernelio, il Saraceno, il Fracastoro, il Palmario, il Cardano, l’Acquapendente, il Barbetta, ed assaissimi altri de’ più rinomati medici, riprovano colla sperienza alla mano in tempo di peste i purganti; e nel secolo prossimo passato le infelici prove d’alcuni insegnarono troppo agli altri di astenersene, per non accrescere i mali della pestilenza. Anche il Marchino e il Grillot lasciarono memoria che nella peste di Firenze del 1630 e 1631, e in quella di Lione del 1628 furono perniciosissimi i purganti. Aggiungono che i salassati morirono quasi tutti: il che ci fa svanir fra le mani l’autorità del Rondinelli, da cui nella Descrizione della medesima Peste di Firenze fu notificato ai posteri essersi allora veduto per isperienza che nel principio del male, mentre l’ammalato aveva buone forze, quegli a chi si cavava sangue la maggior parte guarivano, se bene fosse apparito o il bubone o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e molto meno di quello che per l’ordinario si farebbe, ecc. In fatti lo stesso Rondinelli scrive altrove che fu proibito assolutamente il dar medicine, siccome il cavar sangue; poichè per esperienza si vedeva che tutti quelli che in casa loro o altrove l’avean fatto morivano; e in Firenze non ne campò niuno. È ben vero che quando la natura sfogava da per sè, o pel naso, o venivano alle donne le solite purghe, purchè non in quantità straordinaria, nell’uno e nell’altro caso era segno di salute. La conclusione pertanto si è non essere molto da fidarsi di chi ha cotanto esaltato i salassi e gli evacuanti, anche violenti, per chi è preso dal morbo pestilenziale, mentre nè pure i lenienti e nè pur le pillole di Rufo sogliono allora se non recar nocumento a chi è già infermo. Non sono tanto pericolosi allora i cristeri, o sia i lavativi; anzi per parere d’alcuni riescono utili. Ma perchè l’uso loro vien riprovato dalle ragioni d’altri, e, quel che è più, da sperienze in contrario, perciò converrà andar cauto a valersene. Così gli emetici, o vomitori, anche stibiati, de’ quali son tanto amici i chimici ed alcuni oltramontani ed empirici, per disgrazia talvolta di chi in loro s’incontra, benchè dal cardinale Gastaldi venga scritto che talora parevano giovevoli nella peste di Roma, dati nel principio del male, tuttavia per l’ordinario in tempi di peste si son fatti conoscere per aiutanti e sergenti della morte. Così attestano insigni autori. In somma egli è una gran felicità rincontrarsi in medici che rendano, se è possibile, agli infermi la vita; ma non è minore o è anche maggior felicità il trovar medici i quali sappiano non levar la vita ai miseri infermi, che pure tanto si fidano del loro aiuto. Passiamo ora a rimedi più accettati in tempo di peste, perchè conosciuti per giovevoli, o almeno per non nocivi.

CAPO V.

Sudoriferi uno de’ rimedi più commendati nella cura della peste. Varie ricette di questi.

Subito che si scorge l’uomo preso dal morbo contagioso, cerca di dargli soccorso la medicina con sudoriferi e con antidoti creduti opposti alla corruzione, procurando o di vincere in casa il fermento pestilenziale, o di ridurlo alla cute e di espellerlo fuori. Per conto dunque del far sudare, io non voglio tacere che il cardinale Gastaldi, ragionando della peste di Roma, dice che un tal rimedio talvolta fu utile e talvolta ancora nocivo; e che i sudoriferi si formavano di pietra bezoar sino a cinquanta grani, o pure di polvere viperina o di bacche di lauro, e di simili cose, con riguardo sempre ai vari temperamenti. Anche il Sidenham trova in questa operazione degl’incomodi, o perchè cagioni frenesie in chi difficilmente può sudare, o perchè impedisca il nascere o faccia tornare indietro i buboni, che potrebbono essere più legittimi ascessi del male. Nulladimeno la comune opinione si è che il promovere sulle prime il sudore ai feriti dalla peste, possa e soglia riuscir loro di sommo giovamento, purchè si faccia con prudente moderazione e con diversi riguardi alle forze, al sesso, all’età, al paese e alla stagione. Lo stesso Sydenham, come dicemmo, lasciati stare i salassi, si diede in fine tutto ai sudoriferi, coi quali confessa d’aver guariti moltissimi.

Un’infinità di sudoriferi ci viene suggerita dai medici: io trasceglierò quei massimamente che sono più facili a trovarsi o a comporsi, e che possono venire più prontamente alle mani della povera gente, rimettendo al discernimento de’ medici il prescrivere quei che meglio converranno, secondo la disposizione degl’infermi e del morbo. Vero è però che non è sempre in mano de’ medici il far sudare; e in oltre dubito io se certi generosi diaforetici meritino le lodi con cui sono esaltati, appunto perchè forse troppo generosi, credendo io che possano adoperarsi con profitto maggiore quei che senza far troppa violenza alla natura e agli umori sono buoni da promuovere benignamente il sudore. Per altro a tal crisi la natura suol inchinare al morbo pestilenziale. Appena dunque si scopre alcuno ferito dalla peste, che dovrà egli mettersi in letto, e preso uno dei seguenti diaforetici, a cui beverà dietro, un’ora dopo, un poco di brodo caldo, si coprirà bene affinchè si provochi il sudore; replicando poi varie volte lo stesso rimedio, e aiutando con qualche cibo o bevanda il corpo subito che si sentirà infiacchito dall’espansione degli spiriti ed umori.

Sudorifero I.

Prendi una cipolla bianca e scavala alquanto, poi mettivi dentro scrup. 4 di triaca, e ricopertala col tassello o pezzo prima levato via, e involta in carta sorbitrice bagnata d’aceto, falla cuocere o arrostir lentamente sotto le ceneri calde. Dipoi spremuto quanto puoi il sugo, aggiungivi aceto semplice o bezoartico onc. 1, e bevi. Alcuni fanno cuocere nella cipolla anche della ruta e un poco di zafferano e d’acquavite.

Sudorifero II.

℞. Triaca dram. 1, aceto di vino generoso o di calendola o bezoartico onc. 2; olio di ginepro gocce 7, o mez. scrup. o uno intero. Mischia insieme, e fanne bevanda. Scrivono che sia efficacissima per far sudare.

Sudorifero III.

℞. Foglie di ruta fresca manip. 1. Pestale nel mortaio, e unisci loro aceto bezoartico o di calendola onc. 2. Spremi forte, e al sugo colato aggiugni sale d’assenzio scrup. 1 e mez.; triaca o diascordio dram. 1 o scrup. 4. Mesci, e fanne bevanda.

Sudorifero IV.

℞. Radici di petasitide, angelica, elenio, ana dram. 1; erba ruta, cardo santo, scordio, ana mez. manip; vino bianco quanto basta. Si cuocano secondo l’arte, e si colino. Prese di questa colatura 2 o 3 onc., aggiugni sale di scordio o di cardo santo scrup. 1, triaca scrup. 2, e fanne bevanda.

Sudorifero V.

℞. Radici di dittamo, petasitide, ostruzio, angelica, ana dram 2; scordio, cardo santo, ruta, ana mez. manip. Si cuocano per qualche tempo in parti eguali di aceto e vino; e la colatura spremuta si beva.

Sudorifero VI.

℞. Radici d’angelica, imperatoria, enula campana, ana dram. 1; scordio, cipresso, salvia, assenzio, o sia medichetto, cardo santo, ana manip. 2; artemisia, celidonia, ana manip. 1; anisi bacche di ginepro onc. 6; cannella, garofani pestati mez. dram. Si secchino bene l’erbe; poi metti ogni cosa in infusione in 2 lib. di vino bianco ottimo, e lasciavelo per 3 dì in bagno maria. Distilla, e serba il liquore in vaso di vetro ben serrato per quando ne avrai bisogno, perchè veramente è efficace. Si prenda mezzo bicchiero di quest’acqua e vi si metta dentro triaca dram. 1; confezione d’alchermes dram. 2. Dissolvi tutto, e bevi per sudare. Si piglia ancora della suddetta acqua per preservativo la mattina a digiuno due volte la settimana, quanto è un bicchierino d’acquavite.

Sudorifero VII.

℞. Ossimele onc. 2, aceto onc. 3, sugo di cipolla onc. 1. Mesci, scalda, e bevi. Con tale bevanda Michele Mercati narra che nella peste di Sicilia molti appestati sudavano assai, e si liberavano.

Sudorifero VIII.

℞. Aceto forte onc. 4, mitridato onc. 1. Distempera, e bevi. Scrivono che ancor questo faceva guarir molti.

Sudorifero IX.

Altri in essa peste davano polvere di bacche di lauro dram. 1 e mez. in acqua di cardo santo o in altra simile, e faceano guarir molti. Anche il Cristini dice d’aver provato con buon effetto questo sudorifero.

Sudorifero X.

℞. Sugo di calendola, o pure di verbena, o di tormentilla, o di zedoaria, o di scabbiosa, o di cardo santo, o di ruta capraria. Chiarificato con zucchero e riscaldato, se ne diano all’infermo onc. 3 o 4, e poi si copra bene. Aggiungendovi mez. dram. di triaca, sarà meglio. Ma non si tardi a dar tali sughi più di 7 ore dopo scoperto il male.

Sudoriferi vari XI.

℞. Tormentilla, o angelica, o bistorta dram. 1, ovvero contrajerva, o bolo armeno scrup. 1; o pure radici d’aristologia tonda, di dittamo bianco, di tormentilla, scorze di cedro, sandali rossi, bolo armeno, ana dram. 1; canfora mez. dram; zucchero mez. onc. Mesci tutto, e prendine dram. 1 per volta due volte il giorno con qualche acqua cordiale. Ovvero prendi radici di contrajerva o di bistorta, bacche di ginepro e di lauro, ana dram. 1; canfora mez. dram., e fa come sopra.

Sudorifero XII.

℞. Sugo di cipolla bianca, di millefoglie, di ruta, parti eguali; aceto fortissimo a discrezione quanto basta. Si mescoli tutto, e se ne formi bevanda calda, dandone due terzi di un bicchiero all’infermo da 6 in 12 ore dappoichè è scoperto appestato, ed anche più presto se si può.

Sudorifero XIII.

℞. Cipolla cotta e pestata in mortaio. Infondi 4 o 5 cucchiai d’aceto buonissimo. Cola con pezza di lino, e danne all’infermo per farlo sudare.

Dicono ancora che serve molto bene a far sudare alquanto di polvere di radici d’angelica in un bicchiero d’acqua della stessa pianta, replicando ciò ogni sette ore; e mancando l’erba fresca da farne acqua, si può farla con infusione o decozione della radice. È decantata anche la polvere di bacche d’edera colte ben mature e seccate all’ombra, prendendola in un mezzo bicchiero di vino bianco buono. Le bacche esposte alla tramontana si credono di più virtù. Se in luogo di ciò darai 3 once d’acqua distillata d’esse bacche fresche, attestano che se ne vedrà più felice l’effetto. Ottimo per far sudare la gente povera scrive l’Etmullero che è il darle alcuni capi d’aglio ben pestati con aceto o vino generoso. Anche 2 once di sugo di cipolla bianca con mezz’oncia di aceto ottimo in acqua di cardo santo, o in altre simili, bastano per far sudare. Lo stesso otterrai bevendo un bicchiero di decozione di foglie e bacche di ginepro, o pure quella di cardo santo, cotta insieme con una dramma di triaca, o anche prendendo prima la triaca in un bocconcino, e poi bevendole dietro la decozione. Ovvero cotta che avrai una cipolla, infondila in aceto rosato; cavala dall’aceto e spremila; aggiungi poscia a tal sugo una dramma di triaca e un’oncia di siroppo d’agro di cedro. Parimente mezza dramma o due scrupoli di fior di solfo o di solfo sublimato, che è lo stesso, presa con 3 once d’aceto tepido comune, fa egregiamente sudare. Pietro da Castro scrive che nella peste di Roma del 1656 sommamente giovò il dar 2 dramme di solfo ben polverizzato con 2 o 3 once di buon aceto. È tenuto ancora per facilissimo sudorifero il solfo vergine con sale, bollito in vino a bagnomaria, o pure quello del Crollio. Lo stesso dicono del sale di frassino preso in acqua di cardo santo al peso di 12 grani. Oltre a ciò un bicchier di vino bianco potente, con alquante gocce di spirito di vitriuolo, ma moderatamente, e non in guisa che diventi brusco, servirà egregiamente ad ottener l’intento; il che però camminerà nel supposto che la peste sia dissolvente, come poi cercheremo. Teofrasto anch’egli il loda; e l’Untzero tiene che questo spirito sia uno de’ migliori medicamenti contro la peste sì per preservarsi, come per curarsi, e cita moltissimi autori che sono dello stesso parere. In fatti la ragione s’accorda con tale sentenza, se non che avendo esso del corrosivo, potrebbe lo stomaco risentirne grave nocumento, ove con qualche intemperanza e senza la compagnia di molto fluido si prendesse. L’olio di vitriuolo anch’esso è stimatissimo. Entra esso nel seguente

Sudorifero XIV.

℞. Estratto di cardo santo, sale d’assenzio, ana scrup. 1; sale di cardo santo mez. scrup.; triaca dram. 1; acqua triacale e di cardo santo, ana onc. 1; olio di vitriolo gocc. 15. Mesci, e fanne bevanda.

Le bevande tutte hanno da esser caldette. Già si sa che per far sugo di qualunque erba convien pestarla in mortaio, spremerla forte, e lasciare che il sugo deponga le parti più grosse. Chi avesse abborrimento al sugo dell’erbe crude, le faccia cuocere in poca acqua e non tanto che sfumi tutto il balsamico, e spremute poi ben bene esse erbe, ne beva quella decozione, entro la quale chi ancor volesse far cuocere un poco di carne, può farlo.

Buona parte dei sudoriferi fin qui descritti è stata da me a bello studio trascelta, per essere d’ingredienti e materie facili a trovarsi e a manipolarsi, e di poca spesa, sul riflesso di somministrar consigli, e soccorsi alla gente povera o poco comoda, cioè ai più del popolo. Del resto i medici, la giurisdizione de’ quali io non pretendo di usurpare, potranno suggerirne non pochi altri di composizioni più strepitose, le quali può essere che facciano miglior effetto, ma può anche essere che non uguaglino talvolta il valore d’alcune più semplici. Certo s’io riferissi come utile sudorifero una modesta bevuta d’aceto fortissimo con un poco di sale, questo non avrebbe passaporto presso di alcuni; e pure per attestato di qualche insigne medico, non poca gente colta dalla peste s’è osservata guarir prestissimo dal pericolo con tale sudorifero preso sul principio del male, perchè cagione a loro d’un sudor copiosissimo. In una cosa poi non si potrà fallare, e sarà nell’aggiungere, quando non manchi il comodo, ad alcuni de’ suddetti diaforetici qualche ingrediente antipestilenziale di più, come sarebbe un poco di mitridato, di triaca o di diascordio, o pure qualche acido, come l’aceto, il sugo di cedro, l’olio o spirito di vitriuolo, il sale d’assenzio, o simili. Veggo ciò fatto da eccellenti medici. E perciocchè alle prove si può trovare che alcuni sudoriferi riescano deboli pel bisogno degli appestati, ne riferirò alcuni altri più potenti nel seguente capitolo, e finirò il presente con rapportare la ricetta d’un’acqua ed estratto di maggior vigore, ma troppo laboriosa, insegnata e praticata dal Diemerbrochio con felicissimo, per quanto egli scrive, e maraviglioso successo nella peste del suo paese. La mischiava però egli con alcun altro de’ medicamenti antipestilenziali poco fa accennati, o con sale di ruta, o di cardo santo, o di scordio, o con estratto d’angelica, o di cardo santo, o coll’aceto bezoartico riferito di sopra nel capo III, ovvero con bolo armeno o con terra sigillata.

Acqua sudorifica.

℞. Radici d’ostruzio, o sia d’imperatoria, petasitide, angelica, carlina, valeriana, ana onc. 2 e mez.; radici d’enula campana, scorze d’aranci secche, ana onc. 3; erbe scordio, assenzio, ana onc. 2; cardo santo onc. 3; fiori di rose rosse mez. onc., di stecade dram. 3; bacche di ginepro onc. 2 e mez.; grani di cardamomo minore dram. 5; cinnamomo eletto onc. 1. Tutte queste cose sieno secche, si tritino insieme e si pestino grossamente in mortaio di pietra, infondendovi poi vino bianco buono mediocre lib. 22, acqua di rose lib. 2. Serrato bene il vaso, stieno per 10 dì in infusione, e dipoi vi si aggiungano queste altre erbe verdi e fresche, tagliate minutamente e pestacchiate, cioè foglie di ruta manip. 6, tanaceto manip. 4, rosmarino, pimpinella, ana manip. 1 e mez. Stieno insieme in infusione per altri 8 o 10 giorni, movendole ogni dì con una bacchetta. Dipoi mettivi dentro sugo di cedro lib. 2. Stieno in infusione per 3 o 4 altri giorni, e poi fatto bollir tutto leggermente al fuoco, si coli, e si sprema gagliardamente nel torchio. La colatura spremuta si distilli in bagno maria, o nella rena, per lambicco di vetro.

Soggiugne l’autore la preparazione d’un estratto dalle fecce nel modo seguente:

Quello che dopo la distillazione resta nel fondo, aggiuntavi acqua di cardo santo, s’ha da colare per carta sorbitrice; e tal colatura s’ha da essiccare a lento fuoco, tanto che giunga a consistenza d’estratto il quale si ha da salvare pel bisogno. Abbiamo dato il nome di Magistrale a questo estratto.

CAPO VI.

Altri medicamenti per curar la peste. Quali usati ne’ contagi del 1630 e 1656. Canfora commendata assai, e varie composizioni canforate. Solfo, e suoi pregi contro la pestilenza. Bolo armeno, triaca, diascordio, ed altri antidoti o lodati, o riprovati.

Per espugnare l’interno veleno della peste hanno sempre studiato i medici, ma senza trovar finora medicamento alcuno sicuro, specifico ed universale. In difetto di ciò si sono eglino rivolti a prescrivere que’ rimedi che per la loro naturale attitudine sono o paiono contrari ai veleni, ed atti ad impedire o correggere la corruzione, o il troppo o troppo poco moto dei fluidi del corpo umano, e non senza apparenza di aver eglino con ciò aiutata di molto la natura, allorchè ne seguita la sanità degl’infermi. Egli è incredibile, quanta copia di radici, erbe, fiori, frutta, semi, oli, pietre, sali, estratti, siroppi, conserve, conditi, minerali, polveri, elettuari, ecc., ci venga posta davanti nei libri loro col bell’elogio di medicamenti efficaci o mirabili contro la peste, sì semplici come composti. Io non prenderò qui ad esporre, come fa l’Untzero con assai curiosa minutezza, ad una per una tutte l’erbe, radici, frutta, ecc., che servono o si pensa che possano servire contro i morbi pestilenziali. Non crederebbono nè pure gli altri a me, siccome io non credo a tanti discorsi prolissi degli altri intorno alla virtù di sì gran copia di medicamenti. E dopo ancora che avessi riferito tutto, ci resterebbe da imparare a fare il medico (che tale non sono nè pur io) per sapere a chi convengano questi medicamenti, e come s’abbia a mescolare ed usare ora questo ed ora quello; cosa nondimeno anche difficile per i medici stessi, perchè dipendente dal giudizio pratico e dalla prudenza, con la quale, per colpire nel segno, s’hanno da considerare non solamente il mal della peste, ma ancora i sintomi che l’accompagnano, e il temperamento, le forze degl’infermi, ed altre non poche circostanze, dalle quali nascono diverse indicazioni. Mi ristringerò io dunque a notar solamente i primari e più facili de’ medicamenti e rimedi che sono creduti a proposito per guarire, piacendo a Dio, il morbo della pestilenza. E sono principalmente, per quanto ho ricavato da vari autori, gli aromatici e balsamici, de’ quali vien creduto che possano col loro sale volatile oleoso resistere, diciamo così, alla corruzione degli umori; e i diaforetici, o sia sudoriferi, prescritti con intenzione di espellere fuori della cute il veleno pestilenziale, ed aiutar la crisi più salutevole che possa tentar la natura. Hanno pure tra questi alessifarmaci il luogo loro e le lor lodi molti acidi, i quali possono in alcune pesti impedire o levare lo squagliamento e sfibramento degli umori e del sangue, e talvolta ancora, secondo il parere d’alcuni, o col precipitare o col dar tuono alle fibre, contribuire all’operazione del sudore, alla quale dee allora particolarmente mirare la diligenza dei medici.

E primieramente nella peste del 1630, per quanto apparisce dall’Avvertimento stampato allora in Modena, si vede che in molte città fu costume, subito che appariva la vanguardia più ordinaria del morbo contagioso, cioè febbre mista con dolore di capo, il prendere in bevanda alquanto di polvere, creduta cordiale, con un poco di brodo o acqua di scorzonera, ed ungere la regione del cuore con olio del Granduca o del Mattiuolo. Poco dopo si bevea una dramma di triaca o di elettuario del Mattiuolo, distemperata in 6 once dell’acqua suddetta, o in altra simile, per promuovere il sudore, dopo il quale solevano uscire i carboni, o buboni. Il corno di cervo, la terra sigillata e gli occhi di granchio si costumavano ancora con profitto; cose nondimeno che non veggo tenute per rimedi di gran forza contro il ferocissimo assalto della pestilenza. Anzi essendo stato osservato da altri che i coralli, gli occhi di granchio e la creta sono medicamenti che opprimono l’acido e levano l’appetito, perciò vien consigliato che si vada cauto a valersene nelle pesti, le quali pur troppo sogliono indurre inappetenza. Non trovo poi qual altro preciso rimedio giovasse allora, se non era il ben curare i carboni e i buboni; del che parleremo a suo luogo. È bensì notato ivi che tutti gli altri esperimenti contro la febbre pestilenziale di quel tempo riuscivano vani, e che nella forma suddetta quasi tutti cominciarono a guarire; il che però si noti essere stato avvertito solamente nella declinazione della peste, lasciando ciò dubitare che forse nel suo furore anche il mentovato metodo riuscisse inutile, siccome avviene allora di tanti altri medicamenti.

Nel contagio di Roma del 1656 per quanto abbiamo dal cardinal Gastaldi, parve che giovassero le seguenti cose: Cioè, scoperta in alcuno la malattia pestilenziale, ungergli la region del cuore con olio del Mattiuolo o della comunità di Ferrara o del Granduca e simili; dargli prontamente bocconi cordiali di confezion di giacinto, d’alchermes e altri di tal fatta; nel secondo giorno fargli bere sugo di cedro mischiato con acqua triacale e con alquante gocciole di spirito di vitriuolo e con polvere di bolo armeno in brodo o acque distillate di galega, scabbiosa, sonco, scorzonera e simili alessifarmaci. Di più parea salutifero l’applicare i vescicanti nel principio, particolarmente alle gambe. Si osservò ancora giovevole nello stesso ardore della febbre il bere orzate, e spezialmente nel tempo estivo, temperandosi anche la sete col tenere in bocca sal prunello. Bernardino Cristini espone anch’egli il metodo da sè tenuto in medicare nella medesima peste di Roma. Certo farà egli prendere più coraggio a chi subito voglia accomodar la sua fede a quanto egli lasciò scritto nel suo libro intitolato Arcana Riverii. Chi però non crede sì tosto alle magnifiche promesse dei chimici, nè si lascia incantare dai grandi o strani nomi delle cose, anderà lento a fidarsene.

Secondo lui, per medicare allora gl’infetti, non v’era cosa più potente delle confezioni ristorative in forma soda o liquida, prese per bocca, e massimamente giovavano i bezoartici diaforetici, o sia sudoriferi. Prescriveva egli in forma soda il seguente

Antidoto curativo.

℞. Conserva di fiori di borraggine, di rose, di viole, ana mez. onc; fiori di cedro, di pomi medici, di anthos, ana dram. 2; conserva di tutto cedro, radici di tormentilla, d’angelica, bistorta, scorzonera, contrajerva, ana dram. 1; confezion d’alchermes, di giacinto, ana dram. 1 e mez.; unicorno vero, bezoartico animale, corna di cervo, bezoartico solare, joviale, lunare, minerale, ana mezza dram. Mischia insieme, e prendine un cucchiaio per volta cinque o sei volte il dì, come ancor nella notte.

Antidoto curativo in forma liquida.

℞. Acqua di cardo santo, di scorzonera, di ruta capraria, di borraggine, di scordio, di acetosa di rose, di tutto cedro, ana onc. 6; spirito di zolfo, dram. 1; essenza di triaca, di contrajerva, di ginepro, d’angelica, di carlina, di tormentilla, di bistorta, scorze di cedro, elixir vitae, elissire di proprietà, balsamo di vita, balsamo di salute, ana mez. scrup. Mischia insieme, e prendine 2 onc. per volta quattro o cinque volte il dì e altrettante la notte.

Questi medicamenti, se crediamo all’enfasi del suddetto autore, faceano dei miracoli, richiamando uomini ad una nuova vita; e quantunque possa parere diversamente a molti medici, pure tal sorta di rimedj fra gl’infiniti che furono adoperati, questa dice egli che fu divina. Aggiunge d’aver egli dato ad alcuni infermi con dei bezoartici bolo armeno e terra sigillata che a questo effetto son decantati da molti per mirabili; ma che in quel contagio servivano solamente a far del male, nè mai operavano bene. Ordinava egli per le stanze dei malati, affinchè non s’infettassero anche le camere e case dei sani, alcuni profumi di legni di ginepro, cipresso, incenso, mirra, belzoino, storace calamita e simili. Erano profumi più gagliardi quei ch’egli due volte il giorno adoperava nelle stanze sue e de’ suoi amici, cioè le fecce di regolo antimoniale; ma perciocchè riesce troppo ingrato l’odore solfureo, vi aggiungeva pastelli composti di storace o altri simili grati odori, con che egli e tutti i suoi amici si conservarono sempre sanissimi in mezzo ai lazzeretti.

Passiamo noi innanzi a cose forse più sicure. E primieramente la canfora nella cura della peste è esaltata dal Goclenio, dal Cratone, dal Minderero, dal Sennerlo e da altri per uno de’ più potenti ed efficaci rimedj, e alcuni la tengono quasi il migliore di tutti. Fra gli altri l’Etmullero scrive che la canfora leva la palma a tutti gli altri alessifarmaci nella peste. Certo in lodarla assai s’accordano i migliori medici, considerata la sua qualità e attesi i buoni effetti che ne ha fatto veder la sperienza. Perciò abbiamo dagli autori varj medicamenti, ne’ quali entra la canfora. Il Minderero loda come più utile di tutti i più preziosi bezoartici, purchè non vi sieno dolori gagliardi di capo o di ventricolo, la seguente polvere descritta anche dal Platero e del Diemerbrochio, e commendata dal Follino.

Polvere canforata.

℞. Zucchero candito dram. 3; zenzero bianco dram. 2; canfora dram. 1. Si faccia polvere. La dose è di dram. 1 in liquore conveniente e si beva.

Il Riverio prescrive quest’altra, di cui dice essersi egli felicemente servito.

Altra polvere canforata.

℞. Bezoartico minerale dram. 3; sal prunello dram. 2; canfora dram. 1. Se ne formi polvere e se ne prenda dram. 1 in acqua di cardo santo o altra conveniente.

Il Cratone si valeva d’un elettuario lodato poi come eccellente da altri medici. Eccone la ricetta.

Elettuario canforato.

℞. Scordio dram. 3; tormentilla, dittamo bianco, zedoaria, genziana, angelica, garofanata, ana dram. 1; zafferano, canfora, ana scrup. 2. Polverizzato sottilissimamente si spruzzi con acqua di cardo santo, in cui sieno state disciolte 2 dramme di triaca, e con sciroppo di sugo di cardo si formi elettuario.

Fu anche dal suddetto Cratone composta e poi lodata da altri la seguente

Polvere canforata.

℞. Radici di tormentilla dram. 3; dittamo bianco dram. 2; osso di cuor di cervo, sandalo rosso, ana dram. 1; canfora scrup. 2. Mischia insieme e fanne polvere. La sua dose è di dram. 1 in liquore conveniente.

Cornelio Gemma formò un altro elettuario canforato con dire d’averne egli e suo padre provato felici effetti.

Altro elettuario canforato.

℞. Canfora part. 1; zenzero bianco part. 2; zucchero rosato part. 4; vino quanto basta. Mescolato tutto ben bene, se ne formi elettuario, e se ne dia una dramma all’infermo per farlo sudare.

Più generoso o almen più composto è questo

Altro elettuario canforato.

℞. Canfora, dittamo eretico, scordio, radici di angelica, di zedoaria, cinnamomo, zenzero, ana dram. 1; noce moscata dram. 2; bolo armeno mez. dram., seme di ruta, macis, zafferano, ana scrup. 1; muschio gran. 7; zucchero bianco, vino odoroso, ana quanto basta. Si formi il tutto a guisa d’oppiata.

Giovanni Poppio disciolta la canfora in aceto ne dava un cucchiaio all’infermo. Giovanni Hartmanno racconta che nella peste del 1611 giovò ad assaissimi la seguente

Acqua canforata.

℞. Spirito di vino ottimo lib. 1; canfora scelta dram. 7 e scrup. 1 per la state, e dram. 10 e scrup. 2 pel verno. Mischia insieme, tritata prima la canfora, la quale si scioglierà tosta sensa fuoco. Appendi in una pezza croco orientale mez. scrup. Lo spirito di vino diverrà di color d’oro. L’acqua si conservi in un vetro capace e non pieno, cioè lasciandone vota la quinta o sesta parte.

Mattia Untzero forma uno spirito triacale con canfora da darne una dramma e mezza o pur due dramme in alquanto d’acqua di cardo santo, per far sudare: il che narra egli essere egregiamente succeduto nella peste di Halla del 1610. Eccone la composizione:

Spirito triacale canforato.

℞. Triaca vecchia onc. 5; mirra rossa onc. 2 e mez.; croco orientale mezz. onc., spirito di vino ottimo onc. 10. Posto tutto in boccia di vetro e sovrapposto lambicco cieco, nel cui becco sieno prima poste dram. 2 di canfora, stia in infusione per 8 dì in luogo caldo; poi si distilli in bagno maria a fuoco lentissimo e ne avrai spirito triacale sottilissimo.

Se vogliam credere al suddetto Untzero, purchè con dram. 5 di questo spirito triacale si mescolino dram. 3 di spirito di tartaro ottimamente rettificato sopra colcothar di vitriuolo, cioè sopra vitriuolo bruciato, e dram. 1 e mez. di vitriuolo, si ha una composizione mirabile, contenente tutti i requisiti per la perfetta cura de’ morbi pestilenziali e superiore a tutti gli altri antidoti contra la pestilenza. Una tal composizione certo sarà da stimarsi; ma l’Untzero fu chimico di professione, e perciò magnifico nelle promesse. L’olio pestilenziale dell’Einisio medico veronese scrivono che facesse delle maraviglie nella peste della sua patria, di maniera che gli fu dopo la morte alzata una statua. Si compone di parti eguali d’olio di canfora, olio di succino, olio di scorze di cedro ben mischiate, con prenderne dieci o quindici gocce, secondo le circostanze. Entra anche la canfora nell’acque triacali e cordiali composte dagli autori contra la pestilenza; ma è tempo di finirla.

Mi sono steso forse più del dovere intorno all’uso della canfora; ma mi dee essere perdonato, perchè son persuaso che veramente possa trarsene gran benefizio in tempi di peste. Solamente è da avvertire col Sennerto che chi è debole di capo o di ventricolo, o ha abborrimento alla canfora, dee medicarsi con altro, e massimamente essendo utile per altre ragioni l’andare allora mutando medicamenti. Di più hanno alcuni avvertito che trattandosi della preservazione i medicamenti o gli odori canforati possono indebolire negli uomini la virtù generativa. Ho veduto impugnata da altri tal opinione, ma dappoichè il Diemerbrochio attesta d’aver egli dovuto medicare varie persone che per l’uso d’essa canfora aveano patito il suddetto difetto, non so se non consigliare a chi ha interesse di conservarsi quella virtù, il valersene per la preservazione con gran riguardo. Per altro quando si tratta d’infermi di peste s’hanno a dar loro liberamente gli antidoti canforati, dovendo maggiormente ad essi premere la conservazion della vita, giacchè la canfora è in questo credito di contribuir cotanto a risanar dalla peste.

Già di sopra abbiam detto essere il solfo per la sua qualità uno de’ più efficaci rimedj contra gli spiriti pestilenziali per preservarsi da loro. Aggiungiamo ora che può il medesimo produrre ottimi effetti anche nella cura di chi già ha contratta la peste, e che tutti gli autori s’accordano in chiamarlo un potente rimedio contra quel morbo, di modo che Paracelso (autore però, il quale non si può negare che non abbia avuto parecchie idee stravaganti) scrive che il solfo e il sale bastano alla cura della peste, nè bisognarvi altri medicamenti. Servono, come abbiam già osservato, i fiori di zolfo per promuovere il sudore; e congiunti con estratto d’enula campana vien creduto che giovino assaissimo; ma più, secondo il parere di alcuni, gioveranno se con esso loro si unirà un poco di triaca e di canfora. Il Sennerto descrive una composizione di questi fiori, dice egli, efficacissima contra la peste; ed altri medici ne commendano fortemente l’uso e la virtù. Ma lo Zvelfero ha più fede al solfo depurato che alla preparazione dei suddetti fiori. Sopra tutto poi vien decantato l’elisire pestilenziale, composto d’essi fiori di zolfo dal Crollio, e predicato per singolare e miracoloso contra il morbo pestilenziale da molti e massimamente dall’Untzero che dice d’averne fatte felicissime prove nella peste del 1610 allorchè tal rimedio veniva preso per tempo nel principio del male, con far sudare due o tre volte. Tanto il Crollio, quanto l’Untzero furono spargirici, e però bisogna andar cauto in prestar loro fede. Tuttavia la qualità degl’ingredienti basta essa sola ad accreditare di molto questa composizione. Così fosse ella men faticosa e meno astrusa per la manipolazione, onde potessero parteciparne i più del popolo. Si fa nella seguente forma:

Elisire pestilenziale del Crollio.

℞. Fiori di solfo preparati spargiricamente onc. 3. Mettivi sopra olio di bacche di ginepro rettificato in bagno, tanto che vi stia sopra all’altezza di tre o quattro dita. Aggiungi olio di succino tre volte rettificato in bagno, e sia tanto come la quarta parte dell’olio di ginepro. Stieno insieme in fuoco di ceneri o di rena, movendoli spesso, acciocchè i fiori senza bruciarsi si sciolgano e diventino liquidi. Poscia

℞. Triaca di Venezia lib. 1, da cui con ottimo spirito di vino estrarrai la tintura, la quale separata dallo spirito di vino serberai in disparte. Estrarrai col medesimo spirito tintura di radici d’elenio, angelica, bacche di ginepro pestate, ana onc. 3. Presa questa tintura separata in bagno dallo spirito di vino, la mescolerai colla tintura della triaca, e vi metterai sopra gli olj di ginepro e d’ambra uniti co’ fiori di zolfo, e filtrati prima per carta sorbitrice; poi lascerai per 14 giorni sopra lentissimo calore di ceneri tutta la composizione, dimenandola di quando in quando.

La dose per la preservazione è di una o due gocciole in vino o aceto ogni mattina, o pure in cadauna settimana 8 o pur 10 gocciole a digiuno, aspettando il sudore. Chi è preso dalla peste, subito nel principio ne prenda da uno o due scrupoli in vino o aceto di ruta o altro conveniente liquore, e sudi.

Il bolo armeno vien descritto da Galeno per un singolare antidoto contra la peste, preso in un bicchier di vino bianco mediocre. Il Cristini, siccome vedemmo, sente diversamente; ma quasi tutti gli altri medici s’accordano in ciò con Galeno, aggiungendo ancora non pochi d’averne scorto colla sperienza buon effetto. Le qualità d’una peste, diverse per lo più da quelle dell’altre, possono esser cagione che in una non riesca ciò che si provò per utile in un’altra. Molto poi più sono da stimare quegli altri due nobili e certo antichissimi antidoti, cioè la triaca d’Andromaco e il mitridato di Damocrate, le virtù de’ quali contra i veleni e contra quello ancor della peste, hanno già conseguita dal consenso di molti scrittori e dalla sperienza di tanti secoli una competente approvazione, essendosi trovato aver essi già fatto dei miracoli, ma giovato più in tali casi che innumerabili altri medicamenti, esaltati con gran bocca da chi cerca il bel titolo d’inventore e di autore, col proporre nuove ricette e screditar le antiche. Presi questi antidoti discretamente, e con varj riguardi all’età e qualità delle persone, servono o vien creduto che servano mercè della qualità dei loro ingredienti atta non meno a difendere dalla malignità degli spiriti velenosi e dalla corruzione, le viscere e gli umori del corpo umano; che ad espellere per li pori della cute colla lor qualità sudorifica il veleno stesso della pestilenza. L’elettuario dell’uovo, la triaca del Monavio ed altre nuove triache di varj autori, vengono anch’esse predicate per molto utili ne’ casi di pestilenza; e quantunque non manchino valentuomini che antepongano loro di molto la triaca ordinaria e il mitridato suddetti, nulladimeno potrà esserne giovevole l’uso. Il Sennerto rapporta un medicamento composto dal celebre Ticone Brac (se però è vero) di triaca, fiori di zolfo, ecc.; ma per essere troppo prolisso e non facile a manipolarsi, io il tralascio con tutte le sue lodi. Così l’antidoto magno, o sia elettuario del Mattiuolo, se noi vorremo ascoltare una gran folla di medici è anch’esso un rimedio felicissimo contra la peste. Alcuni altri non lo stimano tanto, non bastando i grandi epiteti dei lodatori per far che sia veramente grande la virtù d’un medicamento, siccome non basta un’eterna filza d’ingredienti a formare un antidoto di mirabil efficacia, e tanto più perchè non è peranche deciso che molti ingredienti non perdano la lor forza e virtù, ammassati con tanti altri e non possano con ciò diventare anche nocivi. Quell’antidoto è quasi il compendio d’un’intiera spezieria. I moderni si servono più volentieri di medicamenti semplici che composti, per quanto possono. Contuttociò io non vieto, nè biasimo ad alcuno il seguire ancor qui la corrente, e valersi di quell’elettuario con isperanza di frutto. Il diascordio bensì del Fracastoro (la cui dose è di prenderne in bevanda dram. 1 con sugo d’acetosella onc. 2, sugo di cedro onc. 1, specie cordiali di gemme scrup. 2, aceto onc. 1, mischiando tutto) vien comunemente dai medici di maggior reputazione creduto e predicato per un insigne antidoto contra la peste, perchè è concorsa la sperienza ad accreditarlo per tale. Il Minderero, che ne fa de’ grandi elogi, e sperimentollo con felicità nel contagio de’ suoi giorni, stima che per le persone delicate, come i fanciulli e per le donne gravide, sia il diascordio medicamento anche più sicuro della triaca e del mitridato, siccome men calido d’essi. Debbo nondimeno avvertire che nel contagio di Palermo del 1624, 1625 e 1626 fu provato per esperienza che gli appestati guarivano più facilmente con cose rinfrescative, come cucuzze lunghe, latte, sugo di limoni, ecc., che con triache ed altre robe di sostanza ed aromatiche. Forse nel clima caldo della Sicilia saranno riusciti giovevoli tali rimedj che in altri poi non riusciranno; o pure noi crediam troppo a certi strepitosi antidoti composti, e perciò trascuriamo i semplici, che talora sono i migliori, e non badiamo ad altri metodi forse più utili. Certo il P. Filiberto Marchino attesta anch’egli che il metodo suddetto di Palermo riuscì più giovevole nella peste di Firenze del 1630. I saggi medici ne faranno le prove ne’ tempi di bisogno.

Oltre all’acqua triacale del Diemerbrochio, descritta nell’antecedente capitolo e da lui celebrata assaissimo per gli effetti da lui osservati in valersene durante la peste del suo tempo, si leggono nei libri di medicina oltre acque triacali, bezoartiche e cordiali del Sassonia, del Sennerto, del Porzio, del Quercetano, del Langio, del Bauderon, del Mattiuolo, del Platero, ecc., che tutte possono probabilmente servire, siccome ancora varj altri decotti, estratti, aceti bezoartici, apozemi, quintessenze, ecc., riferiti dall’Untzero, dal Diemerbrochio e da altri. Non la finirei mai, se volessi copiarli tutti e massimamente quei recipe che empiono le facciate de’ libri e danno da faticar ben bene agli speziali. Mi basterà di rapportarne solamente quattro altri, lodati non poco dai professori della presente materia. Il primo è una bevanda, la quale per attestato del cardinal Gastaldi giovò assaissimo nella pestilenza di Roma.

Bevanda antipestilenziale.

℞. Radici di carlina, zedoaria, angelica, scordio, dittamo cretico, scorzonera, cinnamomo, croco orientale, ana dram. 1; mirra, mastice, aloè socotrino, ana mez. dram. Facciasi polvere di tutto, la cui dose è una dramma con un’oncia di sciroppo di limoni e 3 onc. d’acqua di acetosa. Si prenda prima del sonno, essendo attissima a liberar dalla peste.

Decotto antipestilenziale.

℞. Radici di calendola, di elenio, fiori di ruta, di nepeta, di nasturzio acquatico, ana onc. 1 e mez.; radici di aristolochia fabacea onc. 1; occhi di granchio onc. 1 e mez., aceto comune di vino buono lib. 8. Si cuoca tutto, finchè se ne consumi la metà. Colato il sugo aggiungivi onc. 1 e mez. di triaca e mischia insieme. Se ne dia un buon bicchiero all’infermo, e sudi.

Aceto di Paolo Barbetta.

℞. Radici d’angelica, zedoaria, ana onc. 1; di petasitide onc. 2; foglie di ruta, di melissa, scabbiosa, fiori di calendola, ana onc. 2; noci immature tritate lib. 2; pomi di cedro freschi e tritati lib. 1. Pesta tutto insieme, e dipoi mettivi sopra aceto ottimo sino a tre quarti. Fa digestione in boccia di vetro nella rena, e poi distilla a fuoco lento sino a seccarsi, ma non a bruciarsi. Adopera questo aceto per preservativo. Che se fossi sorpreso dalla peste, allora congiungi diascordio scrup. 4; sal prunello scrup. 1; assenzio mez. scrup.; aceto suddetto, acqua di cardo santo, sciroppo di berberi, ana onc. 1. Bevi, e suda.

Condito del medesimo autore.

℞. Radici di contrajerva mez. onc., di petasitide, tormentilla, enula campana, ana dram. 2; terra sigillata, bolo armeno, ana dram. 3; polvere di corno di cervo, d’avorio, ana dram. 1; coralli rossi preparati scrupol. 4; cinnamomo acuto, dram. 2; antimonio diaforetico mez. onc. Formane condito. Per la cura prendine scrup. 1, e aggiungi tartaro vitriolato gran. 8; sale di coralli gran. 15; confezione d’alchermes mez. dram.; aceto descritto qui sopra onc. 1 e mez.; acqua di ruta quanto basta. Bevi e suda.

Il croco, o sia zafferano, può aver qualche adito ne’ rimedj antipestilenziali; ma non è da usare se non con gran parsimonia, perchè può offendere il capo, e per altro non se n’è veduto mai gran profitto. Il bere l’urina propria è stato creduto in alcuni paesi per efficace rimedio; ma le prove non l’hanno mai autenticato per tale. È stata bensì da non pochi usata e predicata anche per eccellente antidoto nella peste la pietra bezoar; e gli encomj suoi non son leggieri anche per questo conto. Ma il Sassonia, il Minderero, il Cratone, il Diemerbrochio ed altri sostengono esser ben utile questa pietra per altri morbi maligni, ma non già per quello della pestilenza; anzi asseriscono eglino di non averne mai veduto alcun buon effetto, e che si trovarono troppo burlati coloro che nel principio del male si confidarono nel solo bezoar: il perchè non ne fecero più essi medici capitale per quei tempi e mali. In Firenze l’anno 1630 morì chiunque ne prese a riserva d’un solo che si ridusse in malissimo stato. Le confezioni di alchermes e di giacinto son lodate in tempi di peste, e veggendole io usate da’ medici men creduli, penso che possa aversene qualche stima, avvertendo solo che sieno preparate senza muschio, il quale nuoce regolarmente agli appestati. Altri antidoti, ove entra polvere di smeraldo, di zaffiro e d’altre gemme, hanno gran credito presso alcuni medici; ne han poco o nulla presso altri e probabilmente con più ragione. Non è men controversa la virtù dell’unicorno e de’ medicamenti viperati, ove si tratti di domar la peste. Al sapersi però che questi ultimi in tanti altri mali son rimedj assai valorosi, pare che per la peste ancora meritino riflessione, e tanto più, perchè col loro sal volatile possono aiutare ai sudore. Del corno di cervo particolarmente bruciato o filosoficamente calcinato, leggo io presso alcuni di gran lodi anche per guarire il morbo pestilenziale; ma non veggo poi che tali encomj s’accordino colla sperienza d’altri. Oltre di che, quando il corno suddetto sia bruciato o dai vapori dell’acqua calcinato, sembra ch’esso non abbia d’avere maggior virtù che altri alcalici per assorbire, come essi dicono, le particelle velenose, ed impedire i flussi e tormini del ventre. In fine non convien credere sì facilmente ai chimici, e nè pure ad alcuni medici per altro insigni, allorchè s’empiono la bocca delle lodi di questo medicamento (lo stesso è di altri antidoti cari a loro, o da loro inventati per la peste) perciocchè altri autori ci avvisano essere la virtù sua contra il fermento pestilenziale di gran lunga minore di quel che corre la fama; e per conseguente non doversi contentare di lui solo. Se io non vo citando gli autori, non è già ch’io non gli abbia prima consultati. Alcune composizioni mediche fatte col corno di cervo e stimate potenti contra la peste, saran forse tali non per la sua, ma per la virtù d’altri ingredienti.

Veggo convenire i medici nell’asserire per utili in tal occasione i sali di varie erbe e massimamente quei di ruta, d’artemisia, discordio e di scabbiosa; ma più d’ogn’altro il sale di cardo santo e quel d’assenzio. Certo l’erbe stesse per parere di tutti hanno delle qualità sommamente correttive del veleno pestilenziale. Da alcuni è creduto che non sieno di men profitto che la triaca stessa contra la peste le bacche di ginepro, le quali perciò son chiamate triaca de’ Tedeschi, allorchè se ne fa estratto e se ne cava il rob, cioè il sugo inspissito. Il P. Marchino scrive che la controyerva o sia contrajerva a noi portata dalle Indie, si provò nella peste di Firenze del 1630 pel più salutare di tutti i rimedj. Ridotta in polvere si prendeva con qualche acqua creduta cordiale, o di cedro o di scorzonera; o pure distillata riusciva meglio. Presa tre o quattro volte dall’infermo, se ne vedeano mirabili effetti, mentre per sudori ed orine si scaricava la natura. Per parere d’altri è moltissimo da stimare ed usare allora l’olio di vitriuolo. La sua singolar possanza in conservare mercè del suo sanissimo acido i corpi ed umori dalla corruzione è attestata dal Sassonia, dal Mercuriale, dal Mattiuolo, dall’Augenio, dal Diemerbrochio e da assaissimi altri, di modo che stima il Minderero con altri che se venisse impedito l’uso dei medicamenti vitriolati, si resterebbe senz’armi per curare la peste. Se ne guardino però gli asmatici e gli altri che patiscono mali di petto, di reni o di vescica. Contra la peste uno de’ più famosi ed accreditati rimedj si è l’olio di scorpioni o sia olio del Mattiuolo, che preparato diversamente si chiama anche olio del Granduca. Non solamente serve a preservare dalla pestilenza, ma ancora alla cura della medesima, bagnando con esso i polsi delle tempie, mani e piedi e la region del cuore, ed anche le parti circonvicine ai buboni. È comune sentenza che quest’olio e nel morbo pestilenziale e in altri participanti di veleno, possa produrre e produca de’ mirabili effetti. Il punto sta ad averne del ben preparato e del non finto dall’avarizia e poca coscienza d’alcuni. La sua ricetta è notissima agli speziali, e si legge in varj libri. Il Rondinelli nella descrizion della peste di Firenze del 1630 e 1631 avvertì che sopra tutti gli altri antidoti avea giovato la triaca e l’olio contra veleni del Granduca, co’ quali due rimedj soli molti guarirono, e dove era la febbre non troppo ardente, l’averne dato dodici o quindici gocciole per bocca su lo sciroppo, riuscì con ottimo successo, essendo periti pochissimi di coloro che il presero. E questo basti intorno agli antidoti pestilenziali. Poco importerebbe e pochissimo gioverebbe ai più dei lettori, se volessi adunar le sentenze de’ medici intorno a tanti altri semplici e composti che son descritti come antipestilenziali, ma che non si saprebbe come o quando avessero da usarsi. Quanto più fosse il numero de’ medicamenti, tanto più sarebbono alcuni intrigati a scegliere. Convien dunque contentarsi di quelli che son creduti i migliori, e che mi sono ingegnato anch’io di raccogliere o di accennare in questa mia operetta. E mi si perdoni se ho voluto più tosto sovrabbondare in ciò, che scarseggiare, poichè non tutti hanno libri di queste materie alle mani, e può esser utile il conoscere ed aver pronte molte armi diverse per tentare di far fronte a sì gagliardo e sì strano nemico.

CAPO VII.

Metodo da tenersi nel curar gl’infetti. Sudoriferi rimedio creduto il più utile degli altri. Aforismi intorno ai sudori, e maniera di far sudare. Camere degl’infermi come s’abbiano a custodire. Quai cibi e bevande loro convengano.

Veniamo ora al metodo tenuto dai migliori medici nella cura degli appestati. Sogliono precedere in qualsivoglia peste alcuni sintomi, indicanti che uno sia già stato preso dal male. Tali sono dolori acuti di capo, vertigini, vomiti, abbattimenti di forze, una fiera ansietà, rosseggiamento d’occhi, sonnolenza, febbre, ecc., riuscendo in ciò molto diverse l’una dall’altra le pestilenze, ma riuscendo anche facile in cadauna l’accorgersene dall’esempio degli altri. Appena dunque si ha un giusto sospetto o una chiara cognizione di aver contratto il morbo, debbono il più presto che sia possibile le persone infette ricorrere all’ajuto di qualche buon sudorifero, mettendosi in letto ben coperti e procurando di promuovere il sudore. Quanto più tardi si darà di piglio a questo rimedio, tanto più difficile sarà il superar l’infezione; siccome all’incontro quanto più presto, tanto più agevolmente si potrà vincere l’interno nemico, purchè non sia di quei terribilissimi che in poche ore affogano la fiamma vitale e fanno cader morte all’improvviso le persone, come in alcune pesti è accaduto. Il perchè dee ben procurarsi di non perdere tempo, ma di venire ai sudoriferi, prima che le particelle pestilenziali abbiano onninamente infettati i fluidi e dissipati gli spiriti salutevoli, e in tempo che la natura non peranche abbattuta fa i suoi sforzi per cacciar fuori il veleno; altrimenti a poco o a nulla servirebbe poi la virtù delle medicine. Al che riflettendo anche l’Ippocrate dei latini, voglio dir Celso, in proposito della peste lasciò così scritto: Quo celerius ejusmodi tempestates corripiunt, eo maturius auxilia, etiam cum quadam temeritate, rapienda sunt.

I sudori dunque per quanto abbiamo dalla sperienza, o spontanei, o provocati sollecitamente con antidoti antipestilenziali, son creduti un potentissimo rimedio, anzi il migliore di tutti contra il morbo della peste, e forse non si troverà contagio, in cui i sudoriferi non sieno stati di giovamento, in tanto che infiniti esempj han fatto conoscere che pochissimi senza sudare e moltissimi all’incontro col sudare sono scampati da quel fierissimo tossico. Vero è che muoiono allora anche persone che pure son ricorse ai sudoriferi; ma può essere che alcuni d’essi vi sieno ricorsi troppo tardi; o che la loro immaginazione o soverchia paura gli abbia, malgrado i medicamenti, strascinati alla morte; o che sopra la loro malsana costituzione abbiano preso tal possesso i cattivi afflati del veleno che non sia rimasto campo all’operazion degli antidoti. Perciò, a riserva d’alcuni pochi medici, che forse son di coloro, i quali non altronde cercano gloria fuorchè dall’impugnare coi loro acuti raziocinj, ma non già colla sperienza alla mano, le sentenze degli altri: comune parere dei medici e spezialmente dei più accreditati, si è che speditamente si ha da far sudare chiunque è ferito dal morbo, e che da questo più che da altri rimedj si può sperar la salute. Quasi tutti gli antidoti da me rapportati ne’ due capi antecedenti hanno questa mira. Si noti pertanto che non facendo i sudoriferi idonei sudare, per lo più morranno quegl’infermi. Dove è sudore spontaneo più copioso, ivi è maggiore speranza di salute. Provocato esso ancora con medicamenti diaforetici e temperanti l’acrimonia del veleno pestilente, fa molto sperare. Per lo più esce fetente; e tal fetore può essere che sia dispiacevole al malato, ma non si sa che punto gli riesca dannoso. Allorchè l’infermo suda, il dormire sarebbe per lui nocivissimo (il che però parrà strano ad alcuni che veggono diversamente succedere in altre febbri); e però se ne guardi ben egli con gran premura, e se non altro, abbia d’intorno chi colle parole, o in altra guisa il tenga svegliato. Gioverà per tener lontano il sonno l’odore dell’aceto semplice o rosato, accostando alle narici una spugna o pezza bagnata in esso. Chi prima d’aver finito di sudare la seconda volta dorme, s’è osservato esserglisi talmente sminuite le forze che più non le ricuperò; e pochissimi si salvarono di quei che dormirono nel primo sudore. E qui mi sovviene d’aver lodato per sudoriferi la triaca, il diascordio ed altri oppiati, che pure incitano al sonno; perciò chi non avesse buoni svegliarini appresso, pensi se abbia da ricorrere a sudoriferi tali. Appresso si badi che il malato non sudi più di due o tre, o al più quattro ore, avuto riguardo alle forze maggiori o minori del corpo suo. E perciocchè dall’un canto non si può di meno che il sudore non debiliti, e sarebbe dall’altro di sommo pregiudizio, se restassero abbattute le forze dell’infermo, appena finito il tempo di sudare ed ancora, occorrendo, durante la sudatura, egli si dee rifocillare e corroborare con odori confortativi o con acque o bocconi cordiali, e con vino generoso o in altra guisa. I medici suggeriscono alcune compositioni utili a questo effetto, perchè composte d’ingredienti che resistono alla malignità, ed eccone un saggio:

Condito corroborativo.

℞. Scorze di melaranci condite, miva di cotogni, rob di ribes rossi, ana dram. 5; polvere liberante dram. 1, magisterio di perle, confezion di giacinto, ana scrup. 2; sciroppo di limoni quanto basta: formane condito.

Bevanda ristorativa.

℞. Acqua di rose odorosissima, di acetosa, ana onc. 8; aceto di rovo ideo, aceto rosato, ana onc. 6; vin bianco odoroso lib. 1; sciroppo di limoni, giulebbe rosato, ana onc. 2; scorze di cedro esteriori fresche, minutamente tagliate onc. 1 e mez. Tutto mischiato stia in vaso di vetro, tanto che tiri ben l’odore delle scorze di cedro, e se ne diano all’infermo dopo il sudore onc. 5 ovvero 6.

Acqua ristorativa.

℞. Scorze di cedri fresche, esteriori e ben nettate dalla polpa. Bagnate con sugo di pomi, acqua rosata e vino malvatico; poi cavane secondo l’arte il liquore, che resiste alla peste, e rimette egregiamente le forze del cuore.

Sciroppo confortativo.

℞. Vino di granati acidi onc. 4; sciroppo di sugo d’acetosa onc. 3; di limoni onc. 2; di sugo di cicoria, d’agresta, ana onc. 1; giulebbe rosato onc. 1 e mez.; olio di vitriuolo quanto basta per un acido giocondo. Mischia insieme, e prendine ad ogni due ore un’oncia e mez., o mescolandovi qualche acqua cotta, formane un giulebbe da estinguer la sete.

È creduto da’ più saggi un grande errore il negar da bere o brodo caldo, o acque calde ai malati allorchè sudano, ed anche allorchè il sudore non vuol uscire, lasciando che i miseri si tormentino, e venga loro deliquio per mancanza d’umidità. Una bevanda calda e moderata fa più facilmente sudare. Se l’acqua fresca possa anch’ella convenire nel sudar che fanno gli appestati, siccome certo conviene in altre febbri, io nol trovo, nè oso determinarlo.

Quando il sudore uscisse difficilmente, consigliano alcuni che si applichi ai piedi, alle ascelle e all’anguinaia qualche sacchetto di tela di lino pieno di rena secca riscaldata, che questo aiuterà. Se il malato rigettasse col vomito i sudoriferi, si replichino due e anche tre volte; o pure in vece di bevanda se gli diano bocconi o polveri sudorifere, come sarebbe triaca, diascordio, ana scrup. 1 e mez., sale di scordio mez. scrup., olio di vitriuolo goc. 5. Mischia insieme e fanne un boccone, a cui si può aggiugnere ancora qualche grano di bezoar orientale, o scrup. 1 di confezione di giacinto senza muschio, ecc. O pure se gli dia polvere liberante scrup. 1, bezoar orientale mez. scrup., canfora gran. 2, ovvero 3, formandone polvere. Il Sydenham osservò che appena promosso alquanto il sudore, cessava la nausea; e però a chi rigettava i sudoriferi, consigliava il procurar di sudare alquanto a forza di coperte; ed appena bagnati da un poco di sudore, porgeva loro triaca, o altri sudoriferi, che erano poi molto ben ritenuti, e faceano buon effetto. Alcuni lodano il mutare spesso le camice e le lenzuola degl’infermi nel sudare e dopo aver sudato; ma altri, come il Diemerbrochio e il Barbetta, hanno osservato che i panni freschi di bucato, ed anche i chiusi lungo tempo nelle casse, sono di sommo nocumento, e a ciò attribuiscono il peggioramento, anzi la morte d’alcuni infermi. Per questo consigliano essi l’adoperar panni lini o tovaglie scaldate per asciugare il sudore, o pure il mutarsi con camice e lenzuola prima adoperate da altri; aggiungendo che il fetente sudore degli appestati loro non è punto nocivo. Io non so se così riuscirà in altre pesti; ma non sel dimentichino i medici e i lettori. Abbiamo detto altrove che il sapone e il ranno o sia lisciva, in tempi di peste si sono osservati nocivi. Participando della loro qualità i panni di bucato, non sarebbe da maravigliarsi che nocessero anch’essi. Crederei nulladimeno che si potesse rimediarvi con far prima profumare tali biancherie con solfo, mirra, o altro odore antipestilenziale e distruttivo o correttivo de’ sali lisciviali. Se non sente il malato dopo il primo sudore alleviamento, ma cresce il male, dopo alcune poche ore si ripeta, e poi si torni a ripetere il sudorifero, non dovendosi per questo desistere dagli antidoti, nè perdere il coraggio. Se dopo il secondo sudore la febbre con gli altri sintomi cresce, è pessimo segno; siccome all’incontro il sollievo suo e la diminuzione dei sintomi dopo il primo o secondo sudore, suol dare grande speranza di salute. Dopo dieci o dodici ore, e ne’ dì seguenti anche per quattro o cinque volte, secondo il bisogno, si potranno ripetere i sudoriferi. Il Barbetta loda il dare due ed anche tre volte il giorno i sudoriferi, e crede meglio il non ammettere indugio. Nelle ore frapposte si facciano pigliare all’infermo vari antidoti antipestilenziali, che anch’essi è creduto che spingano la malignità dal centro alla circonferenza. Il sudor freddo, e massimamente se grosso e vischioso, dà indizio di cattivo stato. Venendo esso poi caldo, vi resterà da sperare per l’infermo. L’esporsi dopo il sudore all’aria o al freddo, non andrà sì di leggieri esente da un gran precipizio. Dopo tali osservazioni gioverà avvertire che il sopra mentovato Sydenham riprova forte l’interrompere i sudori per paura che i malati perdano le forze, mentre quando sudano, allora eglino si sentono in vigore meglio di prima. Però egli usava di far continuare il sudore per 24 ore agl’infermi, nè voleva che si asciugassero punto, nè che mutassero camicia, anzi nè pure permetteva che questa si levasse finito il sudore, desiderando ch’ella si seccasse in dosso al malato. Imperocchè dice d’aver colla sperienza conosciuto che promovendo il sudore per sole poche ore, i sintomi dipoi tornano crudi come prima, e resta di nuovo in pericolo la vita dell’infermo, che sarebbe in salvo mediante una sudata più prolissa. Che quanto più sudavano le persone, tanto più crescevano loro le forze. Osservò ancora più volte che verso le ultime ore del sudare soleva uscire un sudore più naturale e copioso di quel primo che era tirato fuori a forza di medicamenti. Però potersi dare a chi suda brodi ed altri liquori confortativi, se ne avessero bisogno; e se verso il fine paresse che venissero meno, si dia loro un uovo da sorbire, o brodo caldo, o altro liquore congiunto a cordiali e a sudoriferi, come sarebbe sythogala alterata dalla salvia, per continuare il sudore. Finalmente dice che questo metodo gli riusciva utilissimo, avendo guarito moltissimi appestati, e che dopo averlo trovato non gliene morì alcuno. Sarà cura dei medici il farne la prova. A me basta d’averlo notato. Aggiungo che nel Ferrarese l’anno 1630, siccome abbiamo dalle Memorie stampate di quella città, fu provato che il sudare in eccesso fu il migliore d’ogni rimedio, laonde chi ebbe forze sufficienti si salvò.

Si tengano poi ben pulite e nette le stanze degl’infermi, e ne’ primi tre o quattro dì ben chiuse (se così richiedesse il tempo) affinchè gli umori maligni possano uscire o per sudore, o per insensibil traspirazione, nè vengano serrati i pori dal freddo. Ma se il vomito, la diarrea, o altra cagione di fetore vi fosse, allora converrà per un quarto d’ora, ed una o due volte il dì, aprir qualche finestra verso settentrione o verso oriente, per dissipare la puzza. Ne’ tempi freddi si tenga continuamente ivi acceso il fuoco, diminuendolo secondochè diminuisce il freddo; e ne’ tempi caldi si lasci affatto il fuoco, e in sua vece si spargano per la camera foglie di ninfea, pimpinella, ed altre erbe odorose refrigeranti immerse in aceto non caldo. Tre o quattro fiate ciascun giorno si facciano profumi per le stanze. Finiti i tempi di sudare, potranno i malati dormire, ma con moderazione scrupolosa.

Dopo l’uso de’ sudoriferi, che avanti ad ogni altra cosa si hanno da adoperare nel principio dell’infezione, bisogna attendere a cibare e cibar bene gl’infetti. Non è questo come alcuni altri morbi. Qui si fa una gran dissipazione e corruzione di spiriti vitali; e però bisogna rimetterli, e si debbono anche sforzare allora gl’infermi a prender cibo. Chi patisce inedia allora, dà segno d’essere spedito. Conobbero ciò anche i medici antichi; anzi Ippocrate, Galeno ed Avicenna scrivono che solamente o più facilmente guariva nelle pesti chi più valorosamente mangiava e beveva. Credo nulladimeno che tutti intendano non doversi empiere spropositatamente il sacco, perchè gli eccessi sono sempre eccessi. Buon consiglio pertanto sarà il prendere allora (eccetto che nei due o tre primi giorni) il vitto con mano liberale. I cibi sieno di buon sugo, e facili a digerire, come il lesso, i brodi, e cose simili, astenendosi da tutti i pesci e da tutte le carni salate, o di porco, o molto calide, quando la necessità altrimenti non vi costringa. Ai cibi stessi gioverà aggiugnere qualche acido sano, che non solo svegli o mantenga l’appetito ai malati, ma anche resista alla putredine e alla malignità del veleno. Tali sono i sughi de’ limoni, cedri ed aranci, e l’aceto semplice, o pure rosato, o calendolato, co’ quali sarà bene andar condendo i cibi. Vengono massimamente stimati dal concorde giudizio dei medici i cedri, e credo ancora i limoni, per la loro forza antidotale, e tanto il sugo quanto i semi e la scorza loro, e specialmente l’esteriore gialla. Tagliati dunque in fette questi agrumi, possono cuocersi coi cibi, e il sugo loro mischiarsi con le bevande. Similmente saranno utili i brodi di carne bollita con acetosa, pimpinella, borraggine, melissa, radici di petrosemolo, ribes rossi, marene, cedri, limoni, aranci, cotogni, ed altre simili cose. Coi cibi non si mescoli triaca, nè altra materia disgustosa, per non far prendere loro abborrimento dai malati. Fra i medici è gran disputa se convenga e sia giovevole l’acqua in sì fatto morbo. Gli antichi tengono di sì; buona parte de’ moderni inclina al contrario. I neutrali tengono per utile la medesima, purchè sia purissima ed ottima, come appunto sono le ammirabili fontane della nostra città, celebrate dal chiarissimo nostro Ramazzini, e purchè se ne beva con parsimonia, giovando ancora l’aggiungervi un poco di sugo di cedro o limone. Non è minore fra i medici la lite se abbia a permettersi o negarsi il vino agl’infermi di pestilenza. I più saggi tengono ch’esso allora giovi, purchè di buon odore, brusco, leggiero o inacquato, e purchè moderatamente preso, e purchè non vi sia delirio o grande infiammazione. Certo la sperienza concorre ad accreditarlo nelle infermità di peste anche per un gran medicamento; e il Minderero, il Riverio, Zacuto Portoghese ne contano degli ottimi successi. Se non mancano medici che ancora in altre febbri hanno permesso l’uso moderato del vino, dicendo d’aver eglino fatto più felici e numerose cure con tal metodo, e con cibare di buoni cibi gl’infermi, che non faceano altri ai nemici di questo liquore; quanto più converrà esso nella peste, ove certo è da osservarsi che mirabilmente si ricreano gli spiriti e si ristorano le forze dei malati? Ma in Firenze si attribuì all’aver bevuto di soppiatto un po’ di vino l’essere alcuni poche ore appresso mancati di vita. Ma nè pur questa è sperienza sicura. Certo è bensì aver usato alcuni in qualche città, allorchè ai sentivano presi dalla peste, di correre ad ubbriacarsi con del buon vino, credendolo un valoroso antidoto; ma a quasi tutti è costato la vita questo spropositato ripiego. Altre bevande, acque stillate, giulebbi, conserve, ecc., sono insegnate qui dai medici. Io non credo necessario il riferirne di più.

CAPO VIII.

Buboni, carboni e petecchie; sintomi ordinari di questo morbo. Pronostici intorno ai buboni. Tre maniere di curarli. Più sicura dell’altre quella di condurli alla suppurazione. Vari empiastri utili o efficaci per maturar buboni. Metodo e medicamenti vari per finirne la cura. Uso dei vescicanti.

Allorchè il veleno pestifero co’ suoi sottilissimi spiriti, che facilmente si diffondono per l’aria, è penetrato ne’ corpi umani, regolarmente la natura pare che si sforzi di scaricarsene con tramandarli alla cute. S’ella è sì debole da non poter condurlo colà o da per sè, o aiutata dai sudoriferi o dagli antidoti antipestilenziali, il caso è spedito per l’ordinario. Tramandandolo, nasce una giusta speranza di guarigione; e tanto maggiore sarà cotale speranza, quante più gagliarda sarà la natura del corpo infetto, essendosi, come dicemmo di sopra, osservato che non pochi sono talvolta guariti anche senza medicamenti, e per valore della sola benefica loro natura. Uscito dunque sul principio il sudore, o spontaneo, o procurato dai diaforetici, non di rado restano liberi gl’infermi, quando il veleno sia debole, uscendo le sue particelle per i pori. Ma quando ciò non succeda, è solita la natura prorompere fuori in tre altre guise, cioè o coi buboni, o coi carboni, o colle petecchie. Potrebbe qui mettersi in disputa se tali tumori e macchie sieno critiche separazioni ed industriose espulsioni della natura, o pure scarichi solamente sintomatici fatti da una fissazione o stravasazione d’umori o di sangue nelle glandole o tra le fibre dei muscoli, con medicare i quali non si possa propriamente levar via il male, essendone essi un effetto e non la cagione. Ma non volendo, nè dovendo io metter bocca in tali quistioni, chiederò qui licenza di potermi valere, occorrendo, delle espressioni o degli antichi o de’ moderni, e di credere che i carboni e le petecchie sieno un segno funesto della gravezza del male, che per lo più conduce alla morte; e che i buboni possano essere una separazione fatta consigliatamente dalla natura, la quale voglia valersi degli emuntorj per isbrigarsi dai sali pestilenziali. Che che però ne sia, parleremo ora di questi ultimi tumori, che, secondo la differenza delle glandole, buboni e parotidi vengono chiamati, e presso il volgo hanno anche il nome di ghiandusse. Vengono essi o sotto le fauci e gli orecchi, o sotto le ascelle, o all’anguinaia; e la lor cura principalmente spetta ai cerusici, troppo necessari in tali congiunture, non dovendosi però disperare alcuno, quand’anche manchi l’aiuto d’essi, perchè non pochi si fanno medicare da’ parenti ed amici, ed anche possono talvolta medicarsi da sè stessi; anzi ad alcuno è accaduto che i buboni senza suppurazione (venire a cò il chiamano i nostri popolari) sieno spontaneamente svaniti con loro salute.

Notinsi dunque i seguenti pronostici lasciati a noi dal Diemerbrochio e dal Barbetta, che però, siccome fondati in non molte pesti, potrebbe darsi caso che a puntino non confrontassero con altre, non essendo per l’ordinario gli stessi i sintomi di tutti i contagi. — 1.º Quanto più presto escono i buboni pestilenziali, tanto più sogliono dare speranza di salute, mostrando una tal prontezza che c’è gagliardia nella natura. 2.º Maggiormente si avrà da sperare se usciranno senza febbre; e tutto il contrario se dopo la febbre, e molto più se dopo gran febbre. 3.º Quando i predetti tumori, e specialmente i nati sotto le orecchie e le fauci, crescano a una gran mole nello spazio di 12 o di 20 ore, e si sentano teneri a guisa d’un tumore ventoso, con infiammazione o senza, sogliono sempre essere mortali; e benchè allora i malati per qualche tempo paiano passarsela bene, pure tutti sogliono morire. 4.º All’incontro ove nel principio sieno duri e rigidi, e crescano a poco a poco, divenendo lunghi con dolor tollerabile, sarà buon segno; e massimamente se crescendo riterranno quella durezza per qualche tempo. 5.º Ma se quei buboni duri avranno un certo cerchio intorno di vario colore a guisa d’un’iride, come ancora se diventeranno lividi o neri, sarà pessimo segno. Per altro l’infiammazione grave in essi non dee spaventare il cerusico. 6.º Svanendo e ritirandosi essi al di dentro, è spedito il malato, quando però svaniscano a precipizio e duri la febbre, e la natura non si scarichi altrove. 7.º Se verranno presto alla suppurazione, daranno indizio di salute; ed anche svanendo a poco a poco senza alcuna suppurazione, purchè cessi la febbre, nulla avrà da temersene. — E qui torno a ricordare che il Sydenham, il quale tiene questi tumori per ascessi lodevoli tentati dalla natura, crede pregiudiziali i sudoriferi allora che i buboni sono usciti fuori, quasi che s’interrompa il corso preso dalla natura di scaricare gli umori o spiriti peccanti pel tumore, e perciò retrocedano i buboni colla rovina dell’infermo. Quantunque il Sydenham fosse di quelli che presero per qualche tempo le Pillole dei Tre Avverbi, pure la considerazione sua dee tenersi a mente dai medici per consultarla meglio colla sperienza, avvertendo però che il medesimo autore non sembra dipoi fare gran caso di questa paura, mentre tiene minor pericolo il promuovere i sudori per 24 ore, che il tardi aspettare la legittima maturazione delle aposteme, la quale in un affetto sì precipitoso suol riuscire molto incerta e fallace. Per altro anch’egli praticò, e con felice successo, i sudoriferi prima che nascessero tali tumori.

In tre maniere si fa la cura dei buboni pestilenziali. La prima, che si chiama per discussione, e che non so se fosse meglio appellar derivazione, vien lodata e insegnata da alcuni medici di gran nome; ed è tale: Sotto dei tumori mettono essi due o tre ventose l’una sotto l’altra, e nell’inferiore posto un vescicante, e svegliata la vescica, di là procurano di tirar fuori la materia peccante, applicando ai buboni degli emollienti caldi con pezza di lino, o del decotto di betonica, isopo, malva, meliloto, aneto, camomilla, e semi di comino e di fenicolo, applicandolo caldo al tumore con piumacciuolo di stoppa sopra, mutando tutte ad ogni ora. Se dopo il settimo giorno non isvaniscono i buboni, vengono poi ai suppuranti. Altro non dirò di questo metodo, perchè quantunque sia buono, pure dalla comune de’ medici savi non è creduto il migliore, e gioverà fermarsi ove più importa. Il secondo metodo, appellato per diversione, viene anch’esso commendato assaissimo da alcuni, e descritto nella forma seguente: Nelle parti più lontane dal cuore e meno pericolose, e specialmente in mezzo alle cosce, fanno un picciolo taglio della cute, ove mettono dentro un pezzetto di pseudoelleboro, o sia veratro nero, a cui sia levata la scorza, sovrapponendovi poi un empiastro tenace; e custodiscono per 24 ore l’infermo colle mani e coi piedi legati, finito il qual tempo, dicono che tutto il veleno è tirato colà dalla forza dell’elleboro, e che l’infermo è guarito da ogni pericolo. Angelo Sala esalta sino alle stelle questa maniera di curare i buboni, dicendo d’aver fatto dei miracoli colla radice dell’elleboro, ch’egli tiene per dotato d’una incredibil forza magnetica ed attrattiva. Ma dall’un canto noi non possiamo assicurarci che un tal rimedio faccia sì meravigliosi effetti; e dall’altro è chiaro riuscire il medesimo sì doloroso ai poveri infermi, ch’eglino sono vicini ad impazzire, nè ci vuol meno d’una forte legatura per tenerli saldi in sì aspro martirio ed ambascia. Il perchè non oserò io consigliare ad alcuno questo barbaro ripiego, siccome nè pure l’applicar tali ventose agli stessi buboni, cosa per altro lodata da alcuni riguardevoli professori di medicina, e praticata anche da taluno in Roma nella peste del 1656, perchè quantunque ciò non abbia contraria la ragione, ha però contraria la sperienza, avendo altri insigni medici osservato con vari sperimenti che tali ventose nessun buon effetto hanno prodotto, ma solamente hanno dopo di sè lasciato negl’infermi maggiore l’inquietudine, più acerba la febbre, e più smoderato il tormento del male. Si è anche avvertito non ricavarsi frutto dalle sole ventose applicate alle parti più vicine ai buboni, nè dall’applicar galline o colombi squarciati vivi ai buboni tagliati; e riuscir troppo pericolosi e dolorosi tutti i tagli fatti avanti che la materia delle aposteme e dei tumori sia venuta ad una competente suppurazione. Racconta l’Alberti d’un contadino, il quale si tagliò un bubone che gli dava intollerabil dolore all’anguinaia. Vi trovò dentro materia bianca, tenace e grossa. Tentando di tirarla fuori (nel qual tentativo sentiva eccessivo dolore) la ruppe in modo che mezza restò dentro. Tuttavia essendo egli rimaso molto sollevato dal solito cruccio, fatto buon animo, poco dipoi curò il resto, e rimase come per miracolo libero del tutto dal tormento. Nettò egli poscia e medicò da sè stesso la ferita, e serrato in pochi giorni il taglio, si trovò affatto sano. Fo menzione di questo caso non per animare alcuno a fare altrettanto, ma appunto per avvertire che questi sono pericolosi eccessi, e cure sregolate da lasciare a chi vuole con gli spasimi o affrettare, o tirarsi addosso la morte. Conchiudo colle sagge parole d’Alessandro Massaria: Sententiæ nostræ summa est, hos tumores non admodum graviter ed aspere tractandos esse, tam incipientes, quam declinantes; quum perpetuo nos oporteat operam dare, ut naturam juvemus ac foveamus, at nullo pacto ut eam magis vexemus et labefaciamus: illa namque sola et vera est morborum omnium medicatrix.

La terza maniera dunque di curare i buboni si è quella della suppurazione e maturazione, lodata e approvata da tutti, cioè di applicarvi rimedi chiamati emollienti e maturanti, i quali aiutino la concozione della materia trattenuta nel tumore, e dispongano il medesimo al taglio. Ne rapporterò qua alcuni, e massimamente de’ più facili per la povera gente.

I. Empiastro per ammollire i buboni.

℞. Butirro e trementina, e fanne mistura calda che stenderai sopra il bubone, dappoichè l’avrai prima fomentato con acqua calda per un pezzo. Tienlo poi ben coperto e caldo.

II. Ovvero ℞. Mele crudo con fior di farina di frumento. Fanne empiastro, che è buono per far maturare e rompere.

III. O pure. ℞. Butirro ben rotto con due rossi d’uovo fresco. Sbatti tutto per mezz’ora, e poi mettilo in catino grande, con acqua fresca, e lava bene quella composizione, mutando l’acqua molte volte: Quindi mettilo grosso sopra i buboni, e di sopra foglia di verze, o sia di cavoli.

IV. Altro empiastro.

℞. Rosso d’uovo duro, cotto a lesso, e si mescoli con lievito acido (levatore si chiama fra noi altri) di farina di frumento e sugna di qualunque sorta (salata o non salata non importa), o pure in luogo di sugna, si metta cipolla cotta, formandone empiastro in buona forma. Oppure fa empiastro di rosso d’uovo, zucchero e zafferano che sarà utilissimo. È anche sufficiente quello di rosso d’uovo e sale.

V. Altro empiastro per maturar buboni coperti di carne e duri.

℞. Foglie di malva e di verze, e cipolle di gigli bianchi, e cuoci tutto in acqua. Dappoichè saranno ben cotte e ben trite, unisci loro sugna di porco vecchia, e tanto lievito acido di farina di frumento quanto è la metà della sugna. Si ponga e mantenga caldo sopra il tumore. È rimedio attissimo anche per gli altri buboni.

VI. Altro empiastro per ammollire.

℞. Radici di giglio bianco, cipolla bianca, fichi, malavischio, o sia altea, lapazio, malva, scabbiosa parti eguali a discrezione. Con queste cose cotte si metta farina di frumento; e con sugna, butirro e un poco di triaca e di mitridato, si formi empiastro.

VII. Empiastro maturante.

℞. Radici di altea decott. lib. 1. Si tritino e si mescolino con cerotto diachilò con gomma onc. 6; grasso d’oca, midolla d’ossa di vitello, ana onc. 3; olio di camomilla, di aneto e di gigli bianchi, ana quanto basta, e fanne empiastro.

VIII. Altro empiastro del Cristini più gagliardo per ammollire que’ buboni che sembrano difficili a venire alla suppurazione.

℞. Malva, scabbiosa, ana manipol. 1; cipolla detta squilla, radice di narciso, ana onc., 2; radice d’iride mez. onc.; semi di senape, semi di bombace, ana dram. 6; lumache senza guscio num. 10; sugna di porco onc. 4; triaca, mitridato, ana onc. 1; zafferano dram. 1. Si formi empiastro.

IX. Altri empiastri suppuranti.

℞. Radici d’altea onc. 3; fiori di malva, viole, di sonco, ana manipol. 1. Fa bollir tutti,e dopo averli spremuti, aggiungi unguento di altea, di mucilagine, butirro, sugna vecchia di porco e di gallina, ana onc. 1 e mez. Mischia e fanne empiastro, adoperandolo caldo mattina e sera.

X. Ovvero ℞. Malva e radici, o cipolle di giglio bianco; e cotte bene, e tritate, se ne metta in quantità sopra il tumore.

XI. O pure ℞. sugna di porco la più vecchia che si trovi mezza libbra, e mescolata con onc. 3 di lievito, si scaldi e si metta sopra il bubone.

XII. Empiastro emolliente ed attrattivo del Diemerbrochio.

℞. Radici di gigli bianchi onc. 2; erbe ruta, malva, altea, ana manipol 1; scabbiosa manipol. 1 e mez. (quest’erba è lodatissima da tutti per maturar buboni) fiori di camomilla mez. manipol., fichi secchi polputi num. 9; acqua comune quanto basta. Si cuocano seconda l’arte, e si pestino minutissimamente nel mortaio, con aggiungervi tre o quattro bulbi, o spicchj di cipolle, prima involti in carta sorbitrice bagnata d’aceto e alquanto abbrustoliti sotto le ceneri. Poi prendi polvere di radici d’altea mez. onc.; sterco di colombi onc. 2 e mez.; lievito di pane onc. 1 e mez.; farina di frumento dram. 3. Unisci queste cose alla colatura delle precedenti, e tutto mischiato si cuoca alla forma de’ cataplasmi, a cui in fine aggiungi mele onc. 1; unguento basilicon mez. onc.; sugna d’anitra, ovvero olio di scorpioni e butirro onc. 1. I ricchi vi possono aggiungere talvolta anche un poco di triaca d’Andromaco, e i poveri alquanto della triaca de’ rustici.

XIII. Altri empiastri suppuranti.

℞. Ruta verde, rafano tagliato in fette, ana mez. manipol.; senape un cucchiaio. Cadauna cosa separatamente si pesti, e poi mischiato il tutto, si metta sopra il bubone.

XIV. Ovvero ℞. Sterco di gallina mischiato con chiaro d’uovo in forma di cataplasma. Forse è da scrivere rosso, o sia tuorlo d’uovo.

XV. O pure ℞. Corteccia di mezzo del sambuco onc. 1; farina di avena onc. 2; e fatto cuocer tutto in latte dolce a guisa di cataplasma, applicandone alle aposteme, dicono che le fa maturar presto.

XVI. O pure ℞. Lievito mez. onc., rafano onc. 1 e mez.; farina di semi di senape dram. 1; cipolla cotta sotto le ceneri dram. 2 e mez.; aglio cotto nella stessa forma dram. 1 e mez.; triaca dram 3. Mesci tutto nel mortaio, e fanne empiastro.

XVII. Ovvero ℞. Fichi secchi polputi dram. 3; polpa d’uve grosse, gomma ammoniaca, ana mez. onc.; bdellio, sagapeno, ana dram. 2 e mez.; sugo d’oppio onc. 2 e mez. Si disciolgano le gomme in aceto; poscia tutto si mescoli nel mortaio, e di sei in sei ore si muti questo empiastro.

XVIII. O pure. ℞. Fichi secchi: cuocili e pestali, o pur cipolle sotto le ceneri; poi mischia con esso loro un pochetto di butirro vecchio e di triaca, che ancor questo ha giovato a molti.

Oltre a tanti empiastri che ho qui notato per tutti, e principalmente per la povera gente, sappiasi ancora che le sole foglie di cavolo rosso unte con olio di rape, bastano a maturare i buboni coll’andarle mutando, e innumerabili in questa maniera furono ne’ tempi addietro curati. Altri presa una cipolla e scavandola alquanto vi metteano dentro un poco di triaca; poi fattala arrostire sotto le ceneri calde, la pestavano ben bene e ridottala in forma d’empiastro e mischiatavi sopra sugna di porco se ne servivano con felice successo a maturare i buboni. Alcuni stimano meglio l’aggiungervi la triaca, dappoichè la cipolla è cotta; siccome ancora credono meglio non arrostir molto la cipolla affinchè non perda la miglior sua forza. Scrive il Foresti che un chirurgo d’un lazzeretto si valea spezialmente di cipolle cotte e tritate con senape bianca frescamente macinata, o in vece di senape mischiava alquanto di triaca colle cipolle, e senz’altro spesse volte in due o tre dì, e al più in quattro i buboni restavano maturati. Non parlo qui del servirsi che fanno molti oltramontani di rimedj mercuriali, o sia argento vivo, ovvero di rospi secchi per curare i tumori pestilenziali, imperocchè il primo rimedio è stato trovato da altri sommamente dannoso o pericoloso; e l’altro non porta seco un carattere autentico che il lasci facilmente approvare. Chi volesse qui fidarsi dei chimici e spargirici, troverà lodatissimi fra essi un empiastro di Paracelso per maturar buboni, e un altro d’Angelo Sala, e finalmente uno di Paolo Barbetta, decantato assaissimo. Io per me non oserei riprovare, ma nè pur consigliare sì fatti rimedj sulla fede sola dei loro per altro celebri autori, perchè le promesse e idee di molti chimici o empirici non son diverse da quelle degli alchimisti. Nulladimeno perchè il Barbetta è medico di gran credito e scrive di non aver conosciuto empiastro più nobile ed utile del seguente, mentre posto sopra i buboni, senza far crosta ne traeva sì egregiamente gli umori maligni, che il bubone fra quattro o sei dì si levava affatto via, io il riferirò qui. L’aveva egli preso dall’Agricola e vedremo che Angelo Sala se ne era fatto bello anch’egli.

Empiastro magnetico arsenicale.

℞. Gomme sagapeno, armoniaco, galbano, magnete arsenicale, ana dram. 3; trementina di larice, cera, ana mez. onc.; olio di succino dram. 2; terra di vitriuolo dolcificata dram. 1. Disciogli le gomme in buon aceto, e spremutele per panno di lino fa che bollendo insieme di nuovo s’inspissiscano sino a prendere la prima consistenza. Poi separatamente fa liquefare la cera e la trementina, e agita tutto fuori del fuoco, finchè si riducano in forma d’unguento. Aggiungi poi le gomme, la magnete e il resto degl’ingredienti, e avrai un empiastro efficacissimo a tirar fuori ogni sorta di veleno.

Come si faccia la magnete arsenicale, la quale manipolata che sia non è più velenosa, per quanto dicono, potendone ognuno farne prova con darne ai cani, l’impareremo più a basso da Angelo Sala. Venendo crosta ai buboni, si leverà facilmente via (e questo importa assaissimo) con una sola spatola dopo un giorno, o poco più, se unirai all’empiastro suddetto un poco d’unguento basilicon o di triaca.

Allorchè si sarà continuato per qualche giorno sopra i buboni l’uso de’ suddetti cataplasmi e cominceranno a maturarsi le materie, allora si lascino stare gli attraenti, come sono lo sterco di colombi, il lievito ecc., con adoperar poi soli maturanti. Il Diemerbrochio scrive d’essersi spesse volte servito, e con felicità, del solo seguente empiastro dal principio fino al fine della cura. ℞. Gomma galbano disciolta in aceto, empiastro oxicrocco, diachilò con gomma, ana onc. 1, mischiando tutto. Nota egli ancora di non aver medicato con gagliardi attraenti i buboni nati presso alle orecchie per ischivare il pericolo della soffocazione, avendo anche osservato che con empiastri que’ tumori in poche ore crescevano a dismisura e portavano poscia molti alla buca, e però medicava quelli con soli emollienti o con leggieri attraenti. Con gli altri non occorreva tanto riguardo. Maturati perfettamente i buboni, per lo più nè pure si rompono da per sè stessi; e però bisogna allora tagliarli o romperli con un legnetto acuto, se si può; se no, col ferro. Si facciano aprire non nella cima, ma in fondo, e nella parte più bassa affinchè la marcia più facilmente ne esca. I cauterj potenziali non son qui lodati. Consigliano alcuni medici di tagliare i buboni maligni e pestilenziali prima che sieno perfettamente maturi; e l’Ingrascia è di parere che quando coi buboni va congiunto qualche grave accidente, o febbre, che minacci rovina, allora sia meglio aprirli, benchè non maturi. Ma la sperienza ci avvisa che per lo più a tentativi sì animosi succedono fieri dolori, infiammazioni e cancrene; e però non s’ha per lo più a ricorrere, se non con gran riguardo, a queste troppo sollecite operazioni. Nella peste della nostra città del 1630 in un avvertimento pubblico fu lodato il tagliar profondamente sul principio i buboni d’umor tenero e liquido, curandoli poi con digestivi. Fu anche notificato che in quei d’umore molle sì, ma non fluido, conveniva dopo il taglio coprir le taste di corrosivi. Questi però non sono metodi da approvarsi così alla cieca. Avvisavano bensì saviamente che i buboni duri come ghiande non si doveano tagliare; altrimenti l’infermo se ne andava, e che però conveniva ungerli con olio di giglio bianco più volte, che così o si risolvevano in nulla, o si maturavano. Pare a me d’aver suggerito empiastri più gagliardi a questo effetto. Tagliati i tumori, e spremuta la marcia, si attende poi a curar la ferita, tenendovi tasta con digestivo e sopra un qualche empiastro emolliente, ungendo intorno con olio rosato. Si può far anche senza tasta, secondo il metodo stimabilissimo del Magati, ultimamente illustrato dal dottore Dionisio Andrea Sancassani, purchè la piaga stia aperta e si possa andar purgando: il che in questo caso è più necessario che nelle piaghe non pestilenti. Per un digestivo insigne vien commendato dal Diemerbrochio il seguente

Empiastro digestivo per i buboni tagliati.

℞. Scordio sottilissimamente polverizzato dram. 2; rosso d’un uovo, trementina di Venezia, mele, unguento degli apostoli, ana mez. onc. Mesci tutto.

E Silvio de le Boe scrive d’aver adoperato con buon esito, per guarire in breve essi buboni aperti il balsamo di zolfo trementinato e anisato, insieme con unguento basilicon e triaca, mettendo di più sopra esso medicamento l’empiastro diapompholygos o altro simile.

Resta ch’io dica qualche cosa dell’uso dei vescicanti nella cura dei buboni. Alcuni li riprovano con varj raziocinj; ma Ercole Sassonia, e meglio ancora di lui altri valorosi medici, hanno diffusamente risposto a tali difficoltà; e noi abbiam qui la sperienza anche del soprammentovato Diemerbrochio, il quale ha osservato mille volte che i vescicanti, purchè applicati nel primo apparir dei buboni, son riusciti di un notabilissimo giovamento, di modo che scaricandosi per la loro ferita il maligno umore a molti sono da per sè svanite quelle velenose aposteme. Il suo metodo perciò era questo. Subito che apparivano essi buboni egli applicava un vescicante alla lor parte inferiore talmente che toccasse la lor durezza. Svegliata nello spazio di otto o dieci ore la vescica, e levatala via, metteva sopra la piaga una foglia di cavolo rosso o di bieta unta con butirro vecchio o con olio di rape, acciocchè restando aperto il luogo si potessero per colà evacuare i cattivi umori. Noi abbiamo nelle nostre spezierie il cerotto vescicante. Tuttavia aggiungerò altre ricette.

I. Vescicante.

℞. Radici di piretro, semi di senape bianca, ana mez. dram.; cantaridi scrup. 1 e mez., o pure scrup. 2; mele dram. 1; lievito di pane acido dram. 1 e mez. o dram. 2; aceto rosato quanto basta. Se ne formi pasta vescicatoria.

II. Altro vescicante.

℞. Semi di senape bianca, di euforbio, ana dram. 1; radici di piretro mez. dram.; cantaridi dram. 2; ragia di pino, cera quanto basta. Si faccia pasta.

III. Vescicante del Mercuriale.

℞. Cantaridi preparate dram. 3; lievito mez. onc.; un poco d’aceto fortissimo, e mischia.

IV. Vescicante del Pareo.

℞. Cantaridi, pepe, euforbio, piretro, ana mez. dram.; lievito dram. 2; semi di senape dram. 1; un poco d’aceto, e mischia.

Silvio de le Boe scrive di non aver mai potuto avvertire qual buon effetto succeda dai vescicanti; ma giacchè non dice d’averlo veduto nè pur cattivo in tempo di peste, e gli altri ne contano molti vantaggi, pare che sia bene il valersene. Altri poi hanno usato di applicare i vescicatorj lontano dai tumori, per esempio a mezza la coscia, se questi erano all’anguinaia; ma un tal metodo non è approvato da altri intendenti che il pretendono o inutile o nocivo. Se il vescicatorio non eccita secondo il suo costume la vescica, è quasi inevitabile la morte; e ciò sia detto della cura dei buboni.

CAPO IX.

Carboni pestilenziali. Pronostici intorno ad essi. Varj metodi per curarli poco lodevoli. Maturarli e separarli, maniera più commendata dell’altre. Varj medicamenti per questo effetto, ed altri per levar via l’escara.

Più perniciosi delle finora descritte aposteme pestilenziali sono i carboni, chiamati antraci dai Greci, e formati anch’essi dal veleno della peste, il quale venendo probabilmente spinto dalla natura alla cute per via dell’arterie e della circolazione del sangue disciolto, ed ivi arrestandosi per qualche stagnazione o fissazione d’esso sangue, forma in varie parti esterne ed anche interne del corpo delle vesciche e pustole dolorosissime e infiammate che mortificando, cioè rendendo morta la carne, a poco a poco diventano dure, livide o nere. Talvolta si son vedute insino a trenta di queste fierissime pustole in un solo appestato, nascendo esse nel petto, collo, schiena, braccia, cosce, diti, ecc, ed anche internamente nelle tuniche del ventricolo e in altre viscere: nel qual ultimo caso è spedita la vita degl’infermi. Notinsi le seguenti osservazioni fatte da medici accurati: I. Se nascono carboni nelle glandule emuntorie in luogo di buboni, ciò è mortalissimo. II. Quei che vengono o nel principio del male, o poco dopo, in siti carnosi, sono lodevoli o tollerabili. III. All’incontro i nati nelle dita de’ piedi e delle mani e sopra la spina del dorso e sopra nervi, danno campo di pessimi augurj; e però questi debbono eccettuarsi dalla regola d’alcuni medici, i quali stimano tanto men pericolosi i carboncelli, quanto più escono lontani dal cuore. IV. Se hanno una certa coda, o pure se nascono tardi, è cattivo indizio; pessimo se prorompono in molta quantità, essendo ciò un effetto di maggiore e più grave copia di veleno. Il Mercuriale con altri tiene diversamente; ma il Sennerio, il Riverio, il Barbetta ed altri assaissimi confermano con troppe sperienze l’osservazione suddetta; potendosi nondimeno immaginare che tal diversità di pareri sia proceduta dal diverso carattere delle medesime pesti. V. carboni biancheggianti senza diminuzion di febbre, levano la speranza di guarire; ma se fra due o tre dì fanno un cerchio rosso all’intorno, più facilmente e più presto degli altri guariscono. VI. Se diventano molto larghi e di gran mole, come talvolta accade, riescono difficilissimi a curarsi, anzi mortalissimi se spuntano sopra qualche parte nervosa. VII. Qualora nel principio si fermano e quasi spariscono, o pure restando in vigore la febbre si seccano, predicono la rovina dell’infermo. Nella peste, che in questi medesimi giorni affligge Vienna ed altri paesi, escono buboni, ma non già carboni, segno non essere quella epidemia di gran malignità, e perciò doversene sperare la fine con la venuta del verno. Ivi il maggior benefizio si è ottenuto finora dai sudori provvocati sul principio del male coll’uso delle seguenti

Pillole antipestilenziali d’Emanuele, chiamate anche di Gesù e del general Cusani.

℞. Aloè epatico purissimo onc. 1; zafferano, mirra, ana dram. 1; zedoaria, genziana, ana scrup. 1; rabarbaro scelto dram. 2; agarico bianco dram. 1; triaca d’Andromaco, quanto una noce. Si polverizzino separatamente, poscia si mescolino in mortaio e se ne facciano pillole della grossezza d’un pisello. Per la preservativa se ne prende una ciascun giorno; per la curativa 8 o 10 in acqua, e il malato ben coperto sudi. Non è necessario l’agarico nè il rabarbaro.

In quanto alla cura de’ carboni, il cardinal Gastaldi scrive che nel contagio di Roma del 1656 nessun rimedio era più giovevole, quanto l’adoperare la scarificazione, cioè il tagliar loro d’intorno, con separare la carne morta dalla viva, e lo scarificarli anch’essi e cavar via molta copia di sangue, ungendoli poscia con unguento egiziaco, triaca ed olio di scorpioni, e finalmente ungendo l’escara, o sia la crosta, con sugna, o butirro, finch’essa cadeva. Essendosi prima trovati inutili altri rimedj, questo in fine parve il metodo più utile per curare i carboni ed anche i buboni. Nell’avvertimento stampato in Modena pel contagio del 1630 si legge che i carboni si medicavano con refrigeranti d’intorno e con empiastri in mezzo; tanto che separati dalla carne buona, si cavassero con la molletta, applicando poi in que’ fori gli ordinarj digestivi delle ferite. Oribasio, Egineta ed altri antichi e moderni consigliano anch’essi lo scarificare profondamente, ovvero il tagliarli sino alle radici con un rasoio; imperocchè temono che sia rimedio troppo debole e lento quello degli empiastri.

Il perchè secondo altri si può tagliar la crosta del carbonchio in croce, o in più tagli (quanti più se ne fanno, tanto dicono che sia meglio) profondandoli sino a toccar del vivo, ma non penetrando nel vivo per timore d’arterie, vene, nervi, ecc. Indi si ha da procurar l’uscita al sangue, sbruffandolo d’acqua salsa calda, o fomentando il luogo con ispugna bagnata nell’acqua suddetta, ma avvertendo di far uscire il sangue in quantità discreta e non troppa. Poscia si dee asciugar bene la ferita, e far entrare nei tagli zucchero candido fatto sottilissimo come fior di farina, mettendovi poi sopra qualche empiastro.

Un’altra via di debellare il carbone, è scottarlo con ferro infocato, come sarebbe testa di chiodo grande; e sarà bene aver prima levato via della grossezza della crosta ciò che si potrà levare senza dar dolore al paziente. Dee la scottatura essere tanto larga, che tutto intorno tocchi del vivo; potendosi anche scottarlo in diverse volte con ferro picciolo a parte a parte. Così ci son molti che nelle parti carnose li separano dalla carne buona con ferro tagliente, e dipoi li spiccano, operando in più volte un poco per giorno, affinchè il dolore riesca più tollerabile. Fanno il taglio in maniera che si veda la carne buona, mettendo, finchè si finisca di spiccarli, tra il buono e il cattivo della carne o zucchero candido ben sottilizzato, o rosso d’uovo con sale ben polverizzato, o pure rosso d’uovo con trementina, ovvero fili asciutti. Se vi resta del cattivo, convien porvi qualche corrosivo, o pure tagliare quel che resta sino a toccar del vivo, facendo uscire il sangue con acqua calda. Che se il carboncello è duro, alcuni lo scarnano tutto intorno assai profondamente in una o più volte; poscia legatolo bene con uno spago o simile legatura, il cavano con una pronta strappata, sicchè talvolta resta la carne netta di sotto, e talvolta ancora vi resta qualche bisogno di mondificare. Altri ancora adoperano vescicatorj e acqua forte, e altri simili aspri rimedi.

Ma si avverta che tutti i metodi finora accennati sono da lasciarsi il più che si può, non solo perchè portano degl’intollerabili dolori agl’infermi, con accrescer loro anche la febbre e la vigilia, ma ancora perchè moltissimi altri medici hanno osservato che questi sì precipitosi tagli, o rimedi crudeli, poco o nulla giovano, e conducono bene spesso più velocemente alla morte i miseri infermi. Siccome per lo contrario la sperienza ha mostrato che i carboni quanto più piacevolmente sono trattati, tanto più presto sono guariti, Tommaso Cornelio, celebre medico, in un suo Dialogo favoloso, composto alla guisa di quei di Luciano, consiglia il lasciare più tosto alla natura che il dare in mano ai medici i malati di peste; perocchè, dice egli, i medici adoperano facilmente rimedi perniciosi, facendo essi ciò che talvolta non giungerebbe a fare il morbo medesimo. Può essere che il Cornelio parli da burla; ma può anche essere che burlando egli colpisca nel vero, e che la suddetta disgrazia non si fermi nella sola malattia pestilenziale. Certo nei lazzeretti troppo spesso s’è fatta vedere la crudeltà de’ cerusici nel ricorrere al ferro infocato per curare i carboni, mentre senza badare bruciavano nervi, tendini, muscoli e vene (e l’osservò anche il Cristini nella peste di Roma del 1656), di maniera che molti non solamente morivano, ma morivano ancora martiri della cirugia per 25 o 30 bottoni di fuoco. Nè pare che si opponga a tali sperienze ciò che testè ci fece udire il cardinal Gastaldi; perchè forse quelle furono scarificazioni modeste, o pure elle cominciarono a trovarsi utili solamente nella declinazione della peste, cioè in un tempo in cui il morbo suol cedere da per sè stesso, con attribuirsi poi la gloria della guarigione ai rimedi che si usano allora: dal che mi figuro io che sieno procedute altre contrarietà, e probabilmente alcuni inganni di molti medici nell’esaltare o biasimare or questo ed ora quel rimedio. La conclusion nondimeno si è, che i tagli prima del tempo nei carboni s’hanno da abborrire, e doversi eleggere il metodo più regolare, più mite e meno pericoloso, qual è quello che ora soggiugnerò.

Presi che avrà l’infermo i sudoriferi ed altri antidoti interni, che sono creduti abili a spingere fuori il più che si può del veleno pestilenziale per i pori, ed usciti i carboni, si dee immediatamente metter loro sopra una foglia di cavolo, o sia verza rossa unta con olio di rape. Dipoi, ed anche sul principio, sarà meglio mitigare il dolore de’ carbonchi con de’ rimedi emollienti ed anodini, a fine di separar con essi la carne morta del carbone dalla vicina viva e buona. Ecco la ricetta d’uno presa dal Diemerbrochio:

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