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Del governo della peste e della maniera di guardarsene

DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE LIBRO PRIMO. (continued 2)

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Si stese la cura e lo zelo dei conservatori della nostra città al buon ordine delle ville del distretto in que’ fieri tempi. Pertanto con pubblica grida furono destinati per ogni villa uno o due deputati de’ meglio stanti e più abili, i quali fossero tenuti ad assister ivi, e far eseguire i seguenti ordini della sanità: cioè, che avessero tutti tanto contadini come cittadini ivi abitanti, da denunziare i morti e gl’infermi a persona destinata; che non si facesse ivi trasporto o maneggio di mobili infetti o sospetti; si provvedesse ai miserabili; si destinassero beccamorti coi dovuti riguardi; quei d’una villa non andassero a messa in altra villa; non potessero, nè anche per condurre vettovaglia alla città, partirsi dalla lor villa, senza licenza del deputato e fede del curato attestante la sanità, il quale andasse ben circospetto in farla; si vietassero conviti, giuochi, trebbi, adunanze, ecc; dovesse ogni massaro o sostituto ciascuna domenica far leggere alla chiesa i nomi e i cognomi dei morti per contagio, e de’ vivi sospetti e di chi avesse trattato con esso loro a fine di fuggirne il commercio. Con questi ed altri ordini si procurò soccorso e difesa anche al contado. E qui si ricordino i conservatori e le terre e le ville d’aver l’occhio attentissimo sopra le donne che vanno a trar la seta, chiamate da noi calderane. Da queste, che finite le lor faccende, vogliono a tutti i patti tornarsene alle lor case, fu nel 1630 disseminata la peste in varie parti delle montagne di Modena che dianzi godeano buona salute. Dai vignolesi, che continuamente battevano i propri confini, ne furono sorprese due, e impedito loro fortunatamente il passaggio, perchè da lì a poco si scopersero infette e lasciarono poi di vivere sotto una quercia, ma senza nocumento di quel paese.

CAPO VII.

Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla sperienza. Necessità e utilità dei coraggio in tali casi.

Altri utili regolamenti furono fatti e pubblicati dalla nostra città, soliti e comuni anche alle altre, per evitare sul principio e nel proseguimento della peste, il commercio co’ forestieri. In tempi tali, venendo persone da luogo infetto o sospetto, hanno i deputati ai passi e confini, senza nè pure riconoscer le fedi d’esse, da rimandarle; o se già sono entrate, gastigarle o metterle in contumacia, cioè costringerle alla quarantena o in lazzeretti o in capanne alla campagna o in case destinate a posta, facendo loro buona guardia. Per altro nei timori del male si vieta l’ingresso a persone tali sotto pena della vita; e alcuni magistrati che conoscono necessario il rigore, talvolta hanno fatto eseguire tal pena per terrore degli altri. Il permutarla e diminuirla secondo la maggiore o minor frode loro e più o men grave pericolo dello stato, si rimette alla prudenza e carità di chi comanda. Venendo poi viandanti da luoghi non infetti nè sospetti, i deputati non li lasceranno avvicinare se non quanto possano udirli e vederli, finchè sia riconosciuta la fede legittima della sanità. Nel ricever le fedi, dovranno i suddetti deputati avere in mano una canna (o altro simile strumento) e in capo ad essa pigliarle, e prima che le tocchino farle passar sopra il fuoco, quanto basti per purgarle. Venendo seco lettere, non le lascino passare, senza prima abbronzarle, purchè sieno espresse nelle fedi, e non vengano da luoghi sospetti, dovendosi in dubbio chiarire. Dee pure provvedersi ai corrieri, postiglioni e staffette, affinchè si regolino anch’essi colle leggi degli altri, e duri, finchè si può, il commercio delle lettere, ma senza pregiudizio della sanità. L’aver talvolta disputato con gran freddezza l’ingresso a certe persone o mercatanzie dubbiose, ha dato quasi miracolosamente assai tempo di scoprire ch’esse portavano seco la peste. Ferrara preservata ne vide alcuni esempi. Dee parimente provvedersi ai disordini che potrebbono recare i birri in portarsi a far le loro esecuzioni entro o fuori della città.

Sotto pena della galera e di 200 scudi, ed anche maggiore, niuno, sia forestiero, sia del paese, venendo da territorio straniero non bandito nè sospeso, possa indirettamente o furtivamente, e fuorchè per le strade destinate, entrar nello stato o distretto, e nè pure toccarne una parte, senza aver prima presentate ai confini e passi le sue fedi ai deputati. Chi poi entrasse furtivamente, venendo da paese infetto o sospetto, benchè con fede di sanità, è senz’altro già incorso nelle pene dei bandi. Trovando i contadini alcun forestiero fuori delle strade maestre, saranno obbligati, sotto pena afflittiva ed altre, ad interrogarlo ove sia indirizzato il suo viaggio; e conoscendo o dubitando che si sia divertito dalla diritta strada, o pure solamente scorgendo che non abbia fede di sanità, saran tenuti a fermarlo, ovvero, occorrendo, dovranno levargli dietro romore e condurlo immediatamente all’ufficio della sanità del passo più vicino, consegnandolo all’ufiziale. È anche da farsi rigorosissimo editto che nessuno ardisca di uscire del territorio per andare in luoghi sospesi o banditi per esca di guadagno o per altro rispetto con pensiero di ritornarsene poi segretamente nello stato.

Notizie, triviali forse per alcuni, ma certo ignote e necessarie ai più del popolo, per non essersi eglino mai trovati in sì terribili assedj, sono in buona parte le fin qui esposte. Non si può dire, nè raccomandare abbastanza cosa importi e quanto giovi in questi cimenti il guardarsi dal commercio altrui, e insin delle persone che sembrano più sane e più guardinghe. Il cardinal Gastaldi, che fu uno de’ principali regolatori di Roma nella peste del 1656, scrive che di tanti rimedi che si proponevano, non si trovò mai il meglio di quello di proibire severamente il commercio fra le persone, imperocchè troppo disavvedutamente si riceve e si comunica il contagio pestilenziale. Magnopere, dic’egli, semper institi, ut severe commercia omnia interdicerentur, experientia edoctus. Più delle amicizie giovano in tempo di contagio le nemicizie, ed è meglio trovarsi allora in prigione che poter liberamente vagare qua e là. In fatti si osservò nella peste suddetta di Roma e in quella di Modena del 1630 che non penetrò il male in alcuni conventi di religiosi, e molto meno in quei delle monache; e se cacciossi pure in due o tre, non vi fece verun progresso, ma si soffocò con gran felicità.

Sicchè (e sel ricordino bene i lettori) il morir di peste, d’ordinario non viene dal trovarsi in mezzo alla peste, e in una città o terra appestata, ma dal non sapere o dal non poter ivi schivare o ben regolare il commercio colle persone. E ciò mi fa scala ad un altro punto di grandissima importanza, che desidero ben impresso in mente di tutti. Dico pertanto che in tempi di contagio chiunque non può ritirarsi dalla città ed è necessitato a fermarsi ivi, sia perchè non ha ricovero altrove, o perchè gl’impieghi, uffizj ed interessi suoi l’obbligano a non partirsene: dee farsi animo e concepire un gran coraggio, persuadendosi che con tutto lo strepito della pestilenza egli ne potrà facilmente campare, e ne camperà coll’aiuto del Signore Iddio, in cui dee riporre la sua maggior fiducia, se userà quelle cautele e quei preservativi che s’andranno divisando.

E che ciò sia vero, non c’è il migliore argomento per provarlo che l’esperienza stessa. Egli è notissimo che chi allora può tenersi chiuso nelle sue case, fuggendo il commercio dello persone pericolose, e tenendo ben serrate e assicurate le porte sue, per l’ordinario non contrae la peste, purchè non fosse appestata l’aria tutta di quella terra o città (il che quasi mai non avviene), e purchè l’abitazione sua non sia così stretta o mal posta, che per necessità le si comunichi l’aria infetta delle camere abitate da infermi di mal contagioso. Lo stesso che accade ai monisteri, succede per gli abitanti delle case private, ogni qual volta queste case si facciano diventare come tanti monisteri di religiose. Nulladimeno perchè la necessità costringe anche la maggior parte di coloro che stanno volontariamente rinchiusi a provvedersi di cibi e d’altre cose che loro mancano, basta che usino alcune circospezioni praticate allora da tutti i saggi con buon successo. Voglio dire che stando le persone rinserrate nelle case senza uscirne, possono elle provvedersi di tutto, calando corde con una cesta o canestro o altro simile ricettacolo dalle finestre, e tirando su tanto i cibi quanto i medicamenti, utensili ed ogni altra cosa che loro occorra. Si fa star fuori di casa un servo che provvegga di tutto; che se non si ha tal comodità, non mancano persone che per pochi soldi vanno provvedendo e portando giornalmente i cibi e le altre cose a chi ne ha bisogno; e mancato un provveditore estraneo, se ne trova immediatamente un altro, perciocchè o il magistrato deputa questi vivandieri, o suppliscono i men comodi e bisognosi che allora sono molti, ingegnandosi ciascuno di vivere alle spese de’ cittadini comodi. Quali robe possano riceversi e maneggiarsi senza sospetto, e come s’abbia ad assicurar le altre, il vedremo fra poco. Sicchè il primo gran preservativo per chi può è il fuggire; e il secondo per chi non può o non dee fuggire, si è lo starsi ritirato in casa e lontano dall’altrui commercio.

C’è di più: non solamente chi si chiude fra le mura della sua casa, ma eziandio chi o per bisogno, o per uffizio ha da uscire fuori di casa e aver qualche commercio con gli altri, potrà farlo e dovrà farlo intrepidamente, purchè lo faccia colle cautele che si andranno accennando e che possono molto ben conservarlo illeso, anche se tratterà ne’ lazzeretti e con persone infette o sospette, come accade a molti uffiziali, cerusici, ecc. Sarebbe bene allora per tutti quei che escono di casa, ma certo sarà specialmente bene, anzi necessario per chi dee praticar gente ammorbata, il portare una sopravveste di tela incerata, oppure di marrocchino o d’altro cuoio sottile (queste si credono migliori di tutte), ovvero di taffettà o d’altra manifattura di seta, perchè alle vesti di lana troppo facilmente s’attaccano gli spiriti velenosi del morbo, ma non già s’attaccano se non difficilmente (per quanto vien creduto) alle incerate e a’ marrocchini, e non si possono ritener lungo tempo dalla seta spiegata. Avvertasi però che le vesti di seta non debbono esser fatte con lusso, nè con gran cannoni e piegature, ma hanno da farsi povere e piuttosto corte, avendo lasciato scritto il Mercuriale che alcuni medici nella peste di Venezia de’ suoi dì si tirarono addosso la rovina per aver nelle visite degl’infetti portate vesti lunghe e larghe, e delle pelliccie, secondo l’uso d’allora. Chi non ha seta, nè altro di meglio, usi almeno lino o canape piuttosto che lana. Alcuni hanno talvolta usato di coprir anche la faccia con una maschera, o bautta, a cui mettevano due occhi di cristallo; ma non è necessaria tanta scrupolosità. Per chi non potesse trovar incerate, nè saperne fare, stimo bene insegnarne loro la ricetta. Si fa bollire a fuoco moderato per quattro o cinque ore olio di noce, o di semenza di lino, e quando non s’abbia altro, d’uliva, mettendovi dentro per ogni libbra d’olio un’oncia di litargirio e una dramma di mastice, e dimenandolo di quando in quando con una spatola. Raffreddato che sia l’olio, si dà con pennello una mano d’esso al taffettà colorito che si vuol incerare, facendolo stare ben tirato in telaio, e mettendolo poi al sole per due o tre giorni occorrendo, tanto che sia bene asciugato. Quindi se gli dà un’altra mano d’esso olio, e si torna a far asciugare, con che si avrà senza cera il taffettà incerato, pieghevole e maneggiabile. Nella stessa guisa si potranno incerare altre tele sottili di lino. Per le tele grosse si mescola coll’olio terra d’ombra bea sottilizzata e passata per setaccio, di quel colore che si vuole. Ma per queste usano di mettere più litargirio nell’olio, cioè sino a tre once per libbra d’olio, chiudendolo in una pezza, la quale si fa stare immersa e sospesa nel suddetto olio quando bolle.

Appresso convien adoperare profumi, spugne inzuppate in liquori, ed altri preservativi de’ quali si andrà parlando di mano in mano. Si può anche passar per le contrade e far altre faccende per la città, ma badando di non toccar robe sospette e di non accostarsi a gente infetta o dubbiosa, secondo i segni ch’essa ha da portare; e sarà sempre maggior sicurezza il fidarsi poco di tutti. Dovendo parlare a tal gente, se le parli in lontananza; e pel resto degli uomini sarà anche buon consiglio il tenersi in qualche distanza da loro, e non accostarsi molto alle medesime senza necessità. Così i medici possono parlare agl’infermi con farli venire alle porte o alle finestre, intendendo lo stato loro e prescrivendo loro opportuni rimedj. Che se pur vogliono o debbono accostarsi e toccare il polso agl’infetti di morbo pestilenziale, hanno da toccarli colle dita prima bagnate nell’aceto, che porteran sempre seco, e con tener la faccia rivolta all’indietro guardarsi di non ricevere il fiato dell’infermo, usando anche un ventaglio, con cui spingano l’aria verso la persona malata, siccome ancora osservando che non ispiri vento dalla parte d’essa verso il sano. Altrettanto avran cura di fare i cerusici, uffiziali e serventi. Nè entrino in camera ove sieno infetti, se prima le finestre non saranno state aperte per buono spazio di tempo, e rinnovata e rettificata l’aria d’essa stanza con qualche profumo. Oltre a ciò sogliono alcuni chiamati a medicar infetti turarsi per quanto possono il naso e la bocca, e tutti poi si difendono il respiro (e questo basta) con la spugna inzuppata in aceto, anzi alcuni si coprono quasi tutto il volto con un panno bianco inzuppato del medesimo liquore.

Con queste diligenze e con gli altri preservativi ed ordini che accennerò intorno alla dieta, egli è certo che prudentemente si può praticare ancora con gli abitanti d’una città o terra infetta senza timore e con virile coraggio. In fatti l’esperienza (torno a dirlo) troppe volte ha fatto vedere essere convenevole e fondatissimo un tal coraggio, e potersi facilmente preservare il savio in mezzo alla peste e nel commercio degli appestati. Nel contagio di Roma dell’anno 1656 il sommo pontefice con assai cardinali stette fermo in città; e di tanti prelati e nobili che governarono allora quel popolo e tutto dì cavalcavano per la città, visitavano lazzeretti e faceano tante altre funzioni, non si sa che alcuno perisse di quel male; e pure entrò esso anche nella famiglia bassa d’alcuno di loro. Lo stesso avvenne durante la peste della nostra città nel 1630, e noi sappiamo che Marsilio Ficino, Filippo Ingrascia, Girolamo Fracastoro, Silvio de le Boe e tanti altri medici famosi si trovarono in mezzo alle pestilenze, e coraggiosamente vi assisterono senza riportarne alcun nocumento. Bernardino Cristini, cognito fra i Minori Osservanti per gli Arcani del Riverio, ed altre opere di medicina da lui pubblicate, era stato dianzi medico d’un lazzeretto in Roma nel poco fa mentovato contagio, in cui nota anche il cardinal Gastaldi che Gregorio Rossi, medico valente, praticò sempre e curò gli appestati, e non contrasse mai morbo alcuno. Il Diembrochio, celebre medico, anch’egli senza menoma lesione medicò infetti e non infetti nella pestilenza di Nimega del 1636 col metodo che diremo più a basso. Tanti altri medici che scrivono della peste, furono la maggior parte intrepidi in tempi d’essa, e non lasciarono di visitar gli appestati.

Non è degno di minor attenzione il sapere che, quantunque talvolta anche qualche principe sia morto di peste, e sia avvenuta la stessa disgrazia a dei nobili, deputati allora al governo; tuttavia le persone nobili e civili d’ordinario si preservano molto bene nelle stesse città infette, ed esercitano egregiamente i loro uffizj, nè si tengono in una volontaria prigione. Il potersi eglino nutrire di cibi sani, e l’abbondare di molti comodi e preservativi, con case larghe, vesti a posta, e senza necessità o ingordigia di toccar robe infette, serve loro di un continuo riparo contro il veleno. Se principi e nobili in tali occasioni mancarono di vita, ciò fu per un ardente zelo di carità che li fe’ troppo esporre ai pericoli per benefizio del popolo loro e della lor patria, ovvero perirono essi per poco uso del lor giudizio, e solamente in città che per la gran popolazione e strettezza rendevano indomita e stranamente comunicabile la fierezza della peste. Del resto nell’altre terre e città meno strette e meno abitate, le persone nobili, civili e comode, purchè savie, sogliono passarla netta: e ciò costa da troppe esperienze. Contro il povero volgo, e contro chiunque è costretto allora dal bisogno a non istare in riguardo, o è lusingato dalla brama d’arricchire, si suole scaricare il furor del contagio. Osservò il Rondinelli nel contagio di Firenze del 1630 come cosa degna di gran considerazione che essendo in varie case di gentiluomini entrato il male, portatovi o dalle serve o da’ servitori, non vi fu esempio che si attaccasse ai padroni, i quali pure erano stati serviti e maneggiati da chi aveva l’infezione addosso. Anche nella peste che tre anni sono afflisse cotanto la Polonia, toccò quasi tutto alla misera plebe il flagello, restando intatta la nobiltà; e ciò tuttavia si osserva in quella che sì malamente infesta le province dell’Austria, della Boemia e le circonvicine: il che però non adduco per bastante esempio agli Italiani, essendo io assai persuaso che in questi paesi più caldi la peste sia meno discreta, e ch’ella farebbe strage anche della nobiltà, se questa non usasse più riguardi di quei che si praticano in Germania. Finalmente è da osservare che in cadauna peste si trovano persone giovani e vecchie, maschi e femmine, infermicci e mal nutriti, oppur sani, robusti e nutriti bene che, quantunque vivano con appestati e tocchino le robe loro, pure non contraggono la peste a cagione della lor particolar disposizione o complessione, dotata d’un’occulta attitudine per resistere agli aliti e spiriti pestilenziali. Perciò si mirano allora tanti beccamorti, serventi, cerusici ed altri che si mantengono sani ed illesi in mezzo agli appestati. Sarebbe temerità il fidarsi o far prova di questo senza necessità; ma posta la necessità, è bene ricordarsi ancora di tale osservazione. Similmente gioverà il non dimenticarsi che tal sorta di gente, restando essa illesa dall’infezione, la può poi facilmente portare ad altri che non si guardano dal loro commercio.

Il perchè torno a dire che chi non può, o non vuol ritirarsi dalle terre e città infette, dee far coraggio: che si può molto bene anch’ivi resistere a questo nimico, purchè si mettano in opera gli avvertimenti e preservativi che ci sono insegnati da maestri di sperienza, e ch’io ho nella presente opera raccolti. Anzi aggiungerò cosa che parrà strana ad alcuni, e pure vien insegnata da chiunque tra i medici e politici ha trattato di questa materia: cioè che lo stesso aver coraggio, e il vivere allora senza paura, è un potentissimo preservativo contra la peste. Ci assicurano i medici trovatisi a questo fuoco, essere al sommo nociva la forte apprensione, e il timore che d’ordinario s’imprime allora nella maggior parte del popolo, di dover morire e di non poter fuggir questo colpo e di aver da prendere la peste ad ogni passo. Così disposti, e mal affetti gli animi e i corpi, troppo facilmente contraggono allora il mal pestilenziale; e non pochi, anche senza aver la peste, vengono a morire per paura della medesima peste; laddove all’incontro tanti altri, benchè tutto dì conversino con appestati, pure si preservano: frutto del loro coraggio, il quale non teme la vicinanza di quel male, benchè mostrino, secondo i consigli della prudenza, di temerlo col non trascurar que’ riguardi e preservativi che convengono in tali occasioni. Anche i più coraggiosi in guerra van cauti; altrimenti sarebbono non coraggiosi, ma temerarj ed audaci, e intanto il loro coraggio suol difendere essi, toccando poi le busse ordinariamente ai soli paurosi.

CAPO VIII.

Come si possa guardare dall’aria infetta. Odori preservativi, e varie ricette. Odori sottili e calidi nocivi. Maniere di purgar l’aria delle case e delle città.

Passiamo all’aria, per mezzo di cui può comunicarsi ai sani l’altrui malore. Certo è che la respirata dagli appestati, e quella che è ambiente del corpo loro, può sino alla distanza d’alcuni passi stendere il suo veleno. Perciò i sani debbono passar lontano, e tenersi lungi dalla gente infetta e sospetta; e molto più hanno da guardarsi d’entrar nelle camere, ove sieno o sieno stati infermi di mal contagioso; o entrandovi, hanno da usar le cautele dette di sopra, e l’altre che diremo trattando dell’espurgazion delle case. Ma per assicurarsi bene di non tirar col respiro l’aria infetta, chiunque esce di casa, e molto più chi ha da praticar con persone pericolose, porterà sempre seco in un vasetto, bussolotto, o palla una spugna inzuppata di aceto, o pure porterà pomi artifiziali odoriferi, e o quella o questi andrà odorando e fiutando, e non li deporrà mai, quando sia vicino a persona infetta o sospetta e alle robe loro. Da quasi tutti i corpi, anche duri, e molto più dagli animali, dai vegetabili, dai minerali, ecc., escono continui effluvj che formano un’atmosfera o circonferenza intorno a quel corpo; e però quei di gagliardo e sano odore diffondendosi all’intorno della persona, la difendono dai pestiferi, o tenendoli lontani o correggendoli.

L’aceto solo, purchè fatto di buon vino, è bastevole preservativo. Tuttavia chi può, gli accrescerà il vigore nella seguente forma.

Aceto imperiale.

Recipe radici d’angelica, d’imperatoria, di garofoli ana (cioè parti eguali, o sia di cadauna) dramme due. Soppistale leggiermente, e mettile in un vaso di grandezza mediocre, dove sia aceto ottimo e bianco se fia possibile. Chiudi bene il vaso, e agitalo, sbattendolo molte e molte volte, acciocchè gl’ingredienti si mescolino bene. Lascia il tutto in infusione per una notte sopra le ceneri calde. Di poi conservalo per gli tempi di bisogno, inzuppandone una spugna da portarsi in mano serrata nella palla, per gli buchi della quale ne tirerai spesse volte l’odore. Oltre a ciò potrai ancora con lo stesso aceto ungere le narici, i polsi delle tempia e delle mani.

Pomo o palla odorifera che preserva dalla peste.

℞. Polvere di garofoli, cannella, noci moscate ana mez. onc., storace, bengioino ana dram. 2, maggiorana, menta, salvia, ana dram. 1. Si pongano in acqua rosa, ove prima sia dissoluta gomma dragante. Se vorrai, potrai aggiungervi alquanto di muschio o di zibetto, e con questo formerai un pomo da portare in mano per odorarlo.

Avverto però qui, che per parere dei più accreditati medici servono poco, e fors’anche potrebbono nuocere in tempi di peste gli odori del muschio, dello zibetto ed altri simili di qualità, per così dire, dilatante, lussuriosa e offensiva del capo, siccome troppo sottili e calidi. L’ambra grisa dovrebbe entrare in questa classe; ma veggo molti commendarne l’uso in varie guise ne’ tempi di peste, e però non mi arrischio a condannare i pomi appellati d’ambra. All’incontro sono di un mirabil aiuto gli altri odori, per dir così, restringenti, freddi e confortativi che andrò accennando. Assaissimo in primo luogo è da stimarsi la canfora, usandola allora o per l’odore portandone in una palla bucata, o nei medicamenti. Alcuni se ne fidano più che dell’aceto. Io non direi tanto, perchè l’aceto è il re degli odori preservativi in tempo di contagio; ma dirò bene che la canfora anch’essa vien concordemente da tutti i migliori autori commendata assaissimo, siccome uno dei più potenti preservativi; e perciò si troverà qui consigliata in molte altre guise, ma coi riguardi che dirò a suo luogo. La comunità di Ferrara fa manipolar certe palle odorose di mistura particolare che son credute molto giovevoli. Ma io son d’avviso che ogni palla, purchè di gagliardo e sano odore, possa produrre il medesimo effetto; perciocchè inclino a credere che non dal semplice contatto delle robe, per chi è sano di cute, ma dal respiro del fiato per cui s’introducono i corpicciuoli pestilenziali nel corpo, soglia sempre, o per lo più venire la comunicazion della peste, e però qualunque odor grave e vigoroso che si adoperi, sia bastevole a tener lontani o a correggere gli effluvj pestilenziali.

Vogliono altri che mirabilmente serva da odorare, da tener in mano, e da ungere le narici quest’altra composizione.

Palla odorifera oliata.

℞. Olio di carabe fatto per distillazione parti due, olio di noce moscata fatto per espressione parte una, cera bianca tanta che possa tenere in corpo questi olj. Poi liquefà la cera, scalda gli olj, il tutto separatamente. Mescola dipoi insieme, lascia raffreddare, e formane palla, che o porterai in mano, o terrai chiusa in un vasetto per andarla odorando.

Altri pomi o palle preservative dalla peste, da portarsi in mano per odorarle spesso, ed anche in seno, si possono formare delle seguenti cose o di parte d’esse ben polverizzate e passate per setaccio, e impastate con gomma arabica, o dragante con olio di spica, o con acqua rosa, o altro liquore; Rose rosse, sandali bianchi e rossi, legno aloè, cinnamomo, macis, canfora, noce moscata, seme e scorze di cedro, storace, calaminta, ladano, fiori di nenufari, spodio, basilico, maggiorana, cubebe, carabe, mastice, calamo aromatico, mirra, bengioino, radici di valeriana, di tormentilla, dittamo, foglie di ruta, trementina bislavata, ecc.

Per tutte le persone e per tutti i tempi servirà l’avere una palla rotonda o come ovata, da tenersi comodamente in mano, fatta d’argento o d’avorio o di stagno o di cipresso, lauro, ginepro o d’altro legno, se si può odoroso, vota di dentro e perforata nella parte di sopra, che possa aprirsi e serrarsi, entro cui si mette ordinariamente un pezzetto di spugna nuova inzuppata in acqua rosa, malvagía, e buon aceto rosato o violato, o di ruta. Una tal palla è utile a tutti, e sbattendola alle volte sopra la palma delle mani, si possono bagnare i polsi. Altri vi aggiungono alcune delle polveri odorifere dette di sopra; o aggiustano l’aceto con ruta ed angelica, aggiungendovi tre grani di canfora; o pure pigliando la ruta fresca e agitandola con aceto, mentre si pesta nel mortajo, la pongono entro la palla. Chi non avesse palla, potrà tenere composizioni odorose fasciate dentro zendado, o tela di lino rara. E chi non potesse far altro, porti seco mazzetti di fiori ed erbe odorifere, come ruta, melissa, maggiorana, menta, salvia, absintio, origano, rosmarino, fiori d’arancio, di cedro, ninfea, basilico, timo, appio, aneto, foglie di alloro, cipresso, aranci, limoni, cotogni, ecc. Di queste cose ancora gioverà il tenerne nelle stanze. Benchè l’aceto rosato, o di ruta, sia di miglior perfezione e maggiore efficacia, tuttavia il semplice aceto, purchè fatto di vin generoso, è bastevole preservativo; e i poveri non cerchino altro, nè credano che le composizioni sieno sempre più utili perchè composte di più ingredienti. Angelo Sala prescrive con assaissime robe la ricetta per comporre un aceto bezoartico, tenuto da lui per mirabile in resistere all’infezione, con andarlo odorando. Insegna ancora un balsamo bezoartico, a cui attribuisce la medesima efficacia, coll’ungerne di quando in quando le nari, le tempia e i polsi. Io lasciando tali composizioni inventate per gli ricchi, riferirò solamente la ricetta prescritta da lui di un

Aceto preservativo per gli poveri.

℞. Grani di ginepro freschi, absintio, ruta secca ana once 4. Incenso, mirra, ana once 2. Si taglino i grani di ginepro coll’erbe minutamente, e grossamente si polverizzi il resto. S’infonda tutto in due misure d’ottimo aceto, entro d’un vaso ben serrato con sughero. Si ponga in luogo caldo, o in un cantone presso il fuoco, di modo che tal materia stia calda per due o tre giorni. Poi si sprema e si conservi per valersene ad odorarla.

Per tutti poi potrà servire quest’altra facile composizione.

Aceto rosato preservativo.

℞. Aceto rosato, acqua rosa e vin bianco ana, cioè parti eguali, e ponvi dentro carlina, genziana, radice di ruta capraria, detta giarga, manipolo, cioè pugno uno, scorze di cedro, e un poco di zedoaria. Fa bollire alquanto e stare in infusione per 6 ore; poi cola e riponi in vaso. Di questo alle occorrenze bevi spesso una gocciola, e spesso bagnati le mani e il viso, e alcuna volta con la spugna tutta la persona.

Egli è necessario difendersi il corpo, o per dir meglio il respiro, con questi ed altri odori dall’aria pericolosa ne’ tempi di peste, e sarà ancora molto giovevole e necessario il procurar la pulizia e purgar l’aria medesima nelle proprie abitazioni. Poco prima del tramontar del sole per parere di tutti egli è necessario chiuder le finestre, e non aprirle se non levato il sole; avvertendo ancora, che passando cadaveri per le strade, o potendo venir cattiva aria dalle vicine camere o case, ove sieno infetti, bisogna custodirsi bene con tener chiuse allora le finestre e gli usci pericolosi. Quindi si debbono profumar le stanze con solfo, pece, incenso, mirra, ed altri simili odori sani, benchè talvolta spiacevoli, o pure con far ivi bollire aceto, in cui sia infusa canfora, garofoli, scorze di cedri, aranci, ecc. Gioverà nella stessa guisa spruzzar le camere con aceto o con altre decozioni odorifere; siccome ancora il far ivi bruciare ed il tener ivi legni di buon odore segati, come sono il ginepro, il pino, il lauro, il cipresso, l’abete, il mirto, il rosmarino, il frassino. Alcuni usano allora di aver due camere separate, cambiandole mattina e sera, con istare nell’una, mentre purgano l’aria dell’altra; e si bagnano spesso le mani e la faccia con acqua fredda mischiata con aceto rosato, profumando ancora le vesti e asciugandole bene al fuoco. Si astengono allora dalle saponette in lavarsi, essendosi osservati de’ cattivissimi effetti di tutto il sapone, saponate e ranno, o sia liscivo, in tempi di peste. Altri procurano di rinovar l’aria e di purificarla nelle medesime camere ove stanno infetti, tenendo aperte le finestre e facendovi giocare il vento, se si può: con avvertenza però di non infettar con quell’aria pestilente le vicine camere sane.

Non è di minore importanza il tener purgata o il purgare l’aria della stessa città. A questo fine appena s’ode romor di contagio, che in ogni ben regolato governo si danno tutti gli ordini più premurosi e si fanno prontamente eseguire e mantenere per la pulizia della città, e con far nettare diligentemente le strade e piazze e ogni altro luogo dalle immondezze e da qualunque cosa fetente, e con rigorosamente proibire il gittarvene alcuna, e sopra tutto gli escrementi e le orine delle persone inferme. Si vietino i porci, le oche ed altri o uccelli o bestie immonde, e il far massa alcuna de’ letti de’ vermi da seta o delle foglie di moro, dovendosi tali puzzolenti masse, almeno di due in due giorni, portar fuori di città e ben lontano, senza permettere il gittarli in canali o canalette. Hanno scritto alcuni che dai fetidi letti de’ vermi da seta la peste di Desenzano del 1567 ed altre del Piemonte avessero origine. Lascio la verità al suo luogo, credendo io che questo possa aumentare e non cagionare una peste vera. Stimano altri che sia giovevole e preservativo in tempi di peste l’odore o sia il puzzo che esala dalle concie e fabbriche de’ corami, cordovani, ecc., siccome ancora dai maceratorj della canape; ma vien posta in dubbio una tal opinione da altre sperienze e da accreditati autori, essendosi veduto entrar molto bene in que’ luoghi o strade il contagio, e farvi forse più strage che altrove. Più facilmente s’allignano e si dilatano gli spiriti velenosi del male, quando si possono mettere in groppa a vapori e alle esalazioni del succidume e di tutte le robe marce e fetenti. S’ha eziandio da vietare il movere allora alcuna cloaca e il dar alle fiamme per la città erbacce, pagliacci e simili materie che recano cattivo odore, e tanto più se avessero servito a gente infetta o inferma, dovendosi queste portar a bruciare fuori della città, lontano almeno due miglia. Hanno anche le sagge città da usare una straordinaria diligenza per gli Ebrei, nazione d’ordinario abitante assai sporcamente, e assegnar conservatori particolari che abbiano cura della lor pulizia.

Vogliono alcuni che giovi il far allagare nei bollori della state le strade, per chi ha la comodità d’acque o fontane correnti. Anzi v’ha chi crede non inutili a purgar l’aria i tiri d’artiglierie, scrivendo Levino Lemnio, che la città di Turnai fu coi frequenti sbarri delle medesime liberata in breve da una fiera peste, pel movimento e per l’odore impresso con esse nell’aria. Che che sia di ciò, egli è ben certissimo che la polvere da archibuso bruciata co’ debiti riguardi è un profumo di somma energia ed utilità per le case; e che di un’universale ed incredibil aiuto a preservarsi dal contagio e ad espurgar le robe e a profumar le abitazioni, è il solfo, di cui perciò bisogna far buona provvisione e fidarsi non poco in tempo di peste. Anche gli antichi ne conobbero la forza antipestilenziale, essendo giunti coi profumi d’esso a liberar molte città da sì crudel nemico, e insino l’antichissimo Omero nel 22 dell’Ulissea fa chiedere ad Ulisse fuoco e solfo, ch’egli chiama medicina de’ mali, per purgar le stanze della casa.

CAPO IX.

Commercio di robe infette proibito. Necessità di prima espurgarle. Tre maniere di spurgo. Più utile e più facile quello dei profumi. Dose e metodo per profumar robe, case ed altri luoghi. Ordini rigorosi per lo spurgo, e necessità di questo rimedio.

Per l’ordinario le pesti hanno l’origine o la loro dilatazione dalle robe, cioè dalle suppellettili, panni o merci procedenti da luogo infetto o maneggiate da persone contaminate da esso morbo. Certo nessuna cosa più spaventosamente fomenta in tempi tali la carnificina degli uomini, quanto la diabolica ingordigia di tanti, che entrando nelle case derelitte per la morte de’ padroni, quindi furtivamente asportano robe infette, contaminando con ciò sè stessi, altre famiglie e talora altri dopo molto tempo. Il perchè una delle più importanti cure del governo della sanità ha da esser quella d’impedire il commercio delle merci o robe infette e sospette. Per questo, su i primi timori d’una pestilenza vicina, si proibisce l’ingresso a qualsiasi roba de’ paesi infetti, e non si ammettono le procedenti da luoghi sospetti se non dopo la quarantena, e dopo una leggittima espurgazion delle medesime, che si dee fare prima d’introdurle in città, cioè in qualche luogo eletto a questo fine fuori della città e lungi dall’abitato. E notino i magistrati, essersi più d’una volta alle porte della città sotto carra di fassine o di fieno o di paglia, trovate robe, delle quali non era permesso l’ingresso. La confiscazion d’esse e delle carra servì a benefizio de’ lazzeretti, e il gastigo per esempio degli altri. Di più convien avere particolarmente l’occhio sopra gli Ebrei, siccome gente che fa uno de’ suoi maggiori capitali il traffico e trasporto di tali robe. In Germania alcune città nè pure concedono a tal gente le fedi della sanità, perchè vogliono interdetto ogni loro commercio.

Penetrato il male nella terra o città, allora si volgerà tutto lo studio a trattenere i sani dal toccar le robe toccate dagl’infetti o sospetti. Per attestato del Rondinelli, che parla con la sperienza alla mano, siccome quello che ci ha lasciata un’utile relazione del contagio di Firenze dell’anno 1630 e 1633, se fosse possibile spuntar questa cosa, in qualunque città agevolmente si sbarberebbe il contagio; e se rimedio alcuno ci ha, è solo uno, cioè straordinario rigore contro chi nasconde i panni infetti o li vende, li compra o in altro modo li semina. Ordinare pertanto con pene rigorosissime, siccome fu fatto in Roma, ed anche nella nostra e in altre città, che nessuno senza licenza del deputato ardisca levare o far levare qualsivoglia roba da alcuna casa, monistero o altro luogo ove sia stato alcun malato o morto, ancorchè non infetto di mal contagioso. Che a niuno sia permesso l’introdurre lettere o altre robe, fuorchè per le porte aperte della città e con participazione de’ deputati, sotto pena della galera ed anche della vita, al qual castigo furono sottoposte per ordine espresso del papa ancora le persone ecclesiastiche, secolari e regolari e costituite in dignità. Che i confessori, medici, cerusici, barbieri, mammane, sospetti o esposti, e i lor servitori, i beccamorti e ogni altra persona non possano estrarre senza licenza del deputato roba di qualunque sorta dalle case o luoghi segnati per cagione di sanità, ancorchè la levassero per pagamento de’ lor crediti o per loro mercede o per limosina o per convertirla in suffragio delle anime o per iscarico della coscienza de’ padroni o per espressa commessione de’ medesimi. E qualora ne sieno state asportate, tutti, sì asportatori, come complici e consapevoli, debbano in termine di tre giorni sotto pena della vita e confiscazione, a cui sieno sottoposte d’ordine del vescovo anche le persone ecclesiastiche, darne esatta notizia al tribunal destinato, stante il troppo danno che nasce dal commercio, maneggio e traffico di robe non espurgate; con promettere l’impunità ai denunzianti, purchè non sieno già carcerati o inquisiti per tal fatto. Si dee aggiungere una proibizion rigorosa di non poter vendere, comperare, prestare e permutare senza licenza sì fatti mobili, panni e vesti usate di qualsivoglia sorta; e per ogni maggior cautela proibir l’introduzione in città di mobili e suppellettili, a riserva delle biancherie di bucato, degli arnesi di cantina, rami o altri metalli, vietando nella stessa guisa, se sarà creduto bene, il poter dare a tingere o a lavare ad altri senza licenza le suppellettili, lasciando solo che ognuno possa lavar le sue in sua casa o all’acqua corrente.

Essendo poi stato conosciuto anche dagli antichi che il maggior male vien dal contatto di robe e mobili infetti, una volta si bruciava una gran quantità d’esse, a fin di levar l’occasione alla gente inavvertita o maliziosa ed avara di tirar addosso a sè stessi la morte e di parteciparla ad altri. Ma perciocchè il ripiego di bruciar tante robe, oltre che riusciva di non poca afflizione e danno ai padroni e di pregiudizio ancora al pubblico, e tanto più se l’incendio si faceva entro la città per cagion degli aliti pestiferi che ne esalano, era anche cagione che tutti s’ingegnassero di nascondere e trafugar le robe infette senza espurgarle, del che non può darsi uno sproposito più pregiudiziale: furono dunque inventate espurgazioni regolate, mercè delle quali si possono conservar quasi tutte le masserizie, vesti e mobili delle case infette e sospette. Basta oggidì solamente consegnare al fuoco i pagliacci o pur le sole paglie, i guanciali, i cuscini, i cenci o sia gli stracci ed altre robe di minor conto che abbiano immediatamente servito agli appestati, siccome ancora le piume dei materassi, poichè si possono molto bene espurgar le lane e le fodere d’essi.

In tre maniere pertanto può farsi l’espurgazion delle robe. La prima si è d’esporle all’aria aperta, spiegandole e aprendole ben bene, affinchè possano giocar in esse e in tutte le lor parti per molto tempo il sole e l’aria, e battendole di quando in quando con bacchette. Ciò si dimanda sciorinare, e col Ficino e col Mercuriale credo anch’io che possano bastare venti giorni a tal sorta di spurgo; con avvertenza però, che se fosse tal tempo solamente umido o spirassero scirocchi, non sarebbe tolto ogni pericolo. La seconda è di mettere in una caldaia d’acqua bollente, e di far bollire le robe capaci, e di lavar le altre che possono sofferirlo, nell’acqua corrente, e di bagnare e pulire la superficie degli altri mobili con aceto o simili potenti antipestilenziali liquori. In Roma trovarono la forma di valersi a tal effetto di folli che nell’acqua di canale andavano coi loro martelli movendo e purgando le robe. Alle merci nuove, come lane, bombaci, sete, lini e simili, che non possono senza gran discapito bagnarsi, basterà la sciorinatura. La terza maniera è quella de’ profumi, cioè di accender materie odorose, al fumo delle quali esposte le robe infette o sospette, perdono qualunque spirito velenoso da loro contratto. Ancor questo è un costume antico, e si praticavano profumi anche nelle antiche pesti; ma se n’è fatto conoscere dipoi maggiormente l’utilità del P. Maurizio da Tolone cappuccino, che gli adoperò con grande utilità del pubblico in varie città, e massimamente in Genova nella peste del 1656 siccome abbiamo dal suo Trattato politico. Esporrò io qui il metodo suo, siccome quello che a me sembra il più facile, plausibile ed utile.

Prescrive egli tre sorte di profumi, de’ quali ecco la composizione:

Profumo per espurgare le case ed altre suppellettili grosse; e dose per comporne cento libbre.

Solfo lib. 5.

Rasa di pino lib. 5.

Antimonio crudo lib. 3.

Orpimento lib. 3.

Mirra lib. 3.

Incenso comune lib. 3.

Ladano lib. 2.

Cubebe lib. 2.

Grani di ginebro lib. 2.

Pepe lib. 4.

Zenzero lib. 4.

Cumino lib. 4.

Cipero rotondo lib. 2.

Calamo aromat. lib. 2.

Aristolochia lib. 2.

Euforbio lib. 4

Crusca o sia remolo e breno lib. 50.

Profumo più violento; e dose di cento libbre per purgare i lazzeretti, le sepolture, ed altre robe bisognose di maggior purgazione che le case.

Solfo lib. 6.

Rasa di pino lib. 6.

Orpimento lib. 4.

Antimonio lib. 4.

Arsenico lib. 1.

Assa fetida lib. 3.

Cinabro lib. 3.

Sale armoniaco lib. 3

Litargirio lib. 4.

Cumino lib. 4.

Euforbio lib. 4.

Pepe lib. 4.

Zenzero lib. 4.

Crusca lib. 50.

Profumo più soave, appellato della sanità; e dose di cento libbre.

Incenso lib. 5.

Gomma lib. 3.

Storace lib. 4.

Mirra lib. 5.

Cannella lib. 4.

Noci moscate lib. 2.

Anisi lib. 6.

Iride di Firenze lib. 6.

Ladano lib. 5.

Pepe lib. 8.

Solfo lib. 4.

Crusca lib. 46.

Tanta quantità d’ingredienti spaventerà forse alcuni e rincrescerà ad altri; ma io per me tengo essere bensì utili, ma non essere necessari molti d’essi, e bastare per li primi due profumi i principali d’essi ingredienti che sono presso a poco i sei primi. E per conto dell’ultimo profumo della sanità, dovrebbono bastarne alcuni altri, fra’ quali non si dee mai tralasciare il solfo, la cui virtù contra gli spiriti pestilenziali è di troppo momento, anzi sola basterebbe allo spurgo delle case e delle robe. Che se ancora tali aromati mancassero alla povera gente, procuri essa almeno di prendere legno o foglie e grani di cipresso e di ginepro, rosmarino, timo, lavanda, salvia, maggiorana, absintio o sia medichetto, o sia assenzio, melissa ed altre erbe simili di sano e potente odore, e ben secche le riduca in polvere, e mescolatele con un poco di solfo, ne faccia profumo. Le ragioni fisico-mediche comprovano il valor di tali profumi; e Francesco Ranchino con altri stima essere maggior l’efficacia di quei che son fetenti o velenosi; ma io lasciando tali ricerche, mi ristringo alla sperienza e all’uso, per quanto c’insegna il mentovato cappuccino.

Il profumo, dice egli, della sanità è un preservativo mirabile; e se dall’uomo, cui convenga trattar con altri ed esporsi ad evidente pericolo di restar ferito, sarà applicato a sè e alle vesti prima di partirsi di casa, non si contrarrà il veleno pestilenziale, mercè della qualità contraria impressa avanti da quel fumo, la cui virtù da me scoperta (dovea dire, ancora da me conosciuta alle prove, perchè ancora i vecchi usarono tali profumi, e il suddetto Ranchino, medico di Mompeliere ne avea fatto molto prima un Trattato a posta per lo spurgo della peste) la provarono i maestrati di Genova, i quali, benchè più fiera che mai incrudelisse la peste, ad ogni modo, uscendo per soddisfare nella città alle obbligazioni delle cariche loro, mai più per divin favore non s’infettarono. Impedirono cotali profumi che non si dessero alle fiamme tante robe, come si faceva prima con danno incredibile de’ particolari, e pericolo della stessa città per altri conti. Per mezzo d’essi non si smarrisce cosa alcuna, nè meno abbandonandosi dagli abitanti le lor case, e si toglie a’ ladri la comodità di rubare.

Questi profumi mutano l’aria delle case. Giovano, è vero, ancora i gran fuochi ne’ cortili e innanzi alle finestre; ma non s’hanno a tralasciare gl’interni delle medesime. Vero è che le robe sospette o infette, purchè possa in tutte le lor parti giocar l’aria e il sole, se vi stiano esposte per lungo tempo, si purgano abbastanza. Senza questo si coverà quel veleno e potrà far gran danno anche molti anni dopo. Più sono stimabili i profumi perchè in termine di ventiquattro ore restano purgatissime le case e i lazzeretti medesimi e insino i letti degli appestati; laddove le robe esposte all’aria han bisogno di quaranta giorni, tempo molto lungo per una purga, e sono sottoposte a vari accidenti di pioggia e ladri, e ad altri incomodi.

I profumi si fanno così. Bisogna chiuder porte, finestre e cammino; e sopra una corda distribuire e collocar le vesti infette, lenzuola, coperte, ecc., scucendole prima. Poi prese quattro o cinque libbre di fieno molto secco, e compresso ben questo fieno vi si ponga sopra tanto profumo, quanto capirà in ambe le mani unite insieme per due volte; e poscia ricoprir questo con altro poco fieno spruzzato d’aceto, acciocchè quella materia non si consumi se non a poco a poco. Si attacchi il fuoco dalla parte di sotto in due o tre luoghi del fieno, sostenendolo con bacchetta; e non si parta il profumatore, se nol vedrà ben acceso. Dopo di che si ritiri ognuno, e si chiudano le porte molto bene. Alcuni persuadono l’esporre anche dipoi le robe all’aria libera, e il maneggiarle e batterle con verghe. Sarà utile, ma non è forse necessario.

Per le robe non infette, ma sospette, basterà aprir le casse, le credenze, gli armari, le scatole, gli scrigni, ecc. Le robe preziose si potran coprire con qualche tovaglia o tela grossa, affinchè non ricevano in sè la parte più grossa e terrea del fumo. Le vesti, ove sia argento, e così i vasi d’argento patiscono notabilmente, come ancora le pitture; e però si può adoperar loro qualche leggier profumo in camera aperta, o pure esporli all’aria e al sole per quindici dì. Alle robe solamente sospette si può adoperare il solo profumo della sanità. Per l’espurgazion delle case infette è necessario il primo dei suddetti profumi, fatto il quale, si lascino per tre giorni ben chiuse la casa e le stanze; e dipoi spalancate le porte e finestre, si faccia che l’aria vi giuochi e ne scacci il cattivo odore. Si può dipoi, occorrendo, far ivi qualche soave profumo, per liberar le camere dal puzzo. Oltre a ciò è ottimo consiglio il fare, e prima e poscia, scopar ben bene tutte le stanze e insino i cammini, e in fine imbiancar di nuovo le muraglie; e credo io che gioverebbe ancora il solo bagnarle con acqua ove fosse stemperata calce viva. Certo la calce smorzata con acqua entro le camere infette, è creduta bastante col suo penetrante fumo a dissipare o consumare i semi nascosi del contagio; e la sperienza lunga ha poi fatto conoscere che il dare più d’una mano d’essa alle pareti, riesce uno spurgo delle case sicuro ed egualmente comodo a’ poveri che a’ ricchi. Deesi pur lavare il pavimento ed altri mobili delle stanze, purchè ne sieno capaci, con un forte liscivo o aceto; avvertendo di non lasciare indietro alcun ripostiglio o masserizia e mobile capace di simili lavande e sospetto d’infezione, con levar via insino le tele de’ ragni, e mandar lontano dalla casa tutte le immondezze ivi raccolte e bruciarle. Natal Conti narra che nella peste di Venezia del 1576 più di tutti gli altri giovarono dodici Grigioni, i quali tra due o al più quattro giorni, purgavano le robe contagiose; nè molti, quantunque diligentissimi perscrutatori, poterono intendere il modo da lor tenuto. Usavano diversi, spessi ed efficacissimi profumi, e praticando nelle case senza nocumento alcuno, restituirono le robe purgate ai padroni che più non ne sentirono danno. Così era vicina nell’anno 1675 a rimanere affatto spopolata per cagion della peste l’isola e città di Malta; ma chiamati colà i profumatori di Marsiglia, non diversi nell’operare dal P. Maurizio da Tolone, seppero così ben profumare case, robe e persone, che indi a poco cessò interamente quella terribile pestilenza.

Per li lazzeretti e per le sepolture, ove imprudentemente fossero stati seppelliti cadaveri d’appestati, a fine di non perderne l’uso e di levar anche i pericoli, caso che s’aprissero un giorno, usava il suddetto cappuccino il secondo de’ profumi, cioè il più violento. In Genova nella peste del 1656 purgò egli 430 tombe, ripiene sino al colmo, colla seguente ingegnosa invenzione. Fece fare un tabernacolo di legno, cioè il telaio d’una gran cassa quadrata lungo e largo dodici palmi; e fattolo tutto al di fuori coprire e foderar molto bene di tela incerata, di modo che non potesse il fumo aver uscita, lasciava nelle parti che poggiavano in terra due fenestrelle quadrate di quattro palmi l’una, acciocchè per l’una d’esse si aprisse il sepolcro e per l’altra si preparasse o presentasse il profumo. Questo telaio si andava postando sopra cadauna sepoltura; e mentre questa dall’una delle fenestrelle facilmente s’apriva, dall’altra si accendeva e spingeva dentro la composizione violenta. Ciò terminato, tutte e due subito si chiudevano; e quel terribil fumo penetrando nelle tombe, non solo soffocava e distruggeva il veleno pestilenziale, ma corrodeva e consumava i cadaveri stessi. Dopo un’ora estinto il profumo, si rimoveva il cassone dall’avello, e in esso gittata copiosa quantità di terra, e calata poi con una fune nel vacuo rimanente nuova materia da profumare ben aspersa di solfo pesto, vi si lasciava accesa, con riporre al suo luogo la pietra e suggellarla diligentemente con calcina, acciocchè il profumo di dentro purgasse ogni cosa. Dopo qualche anno si poteano liberamente aprire ed usar quelle sepolture. Ma chi abbonderà di giudizio, non avrà mai bisogno di fare espurgar le tombe, perchè in tempi di peste non permetterà che alcuno sia ivi seppellito.

Già è manifesto doversi espurgar tutte le robe infette o sospette, sieno del paese o della città, sieno forestiere, nè poter queste rientrar nel commercio degli uomini e de’ padroni stessi, se non sarà preceduto lo spurgo: sopra che debbono farsi ordini rigorosissimi, con replicarli ed accrescerli, affinchè tutto venga denunziato fedelmente ai deputati, ancorchè fossero robe d’altri, e benchè rubate; nel qual caso non si procederà criminalmente contra i ladri denunzianti. In Roma, ove ogni cosa dovea portarsi agli espurgatorj e ben lontano, con quel grave incomodo che si può facilmente immaginare, ma che si può anche schivare usando i sopra insegnati profumi, i deputati allo spurgo prendeano per sè una nota di tutte le robe loro consegnate, e un’altra simile ne lasciavano ai padroni. Erano costituite gravi pene ai deputati che levassero cosa, benchè di minimo valore, portata allo spurgo: il che dee praticarsi in ogni sistema. Le gioie, danari, ori ed argenti si purgavano senza levarli dalle case dove si trovavano, e doveano subito consegnarsi ai padroni, o non essendovi essi, portarli al Monte di Pietà in credito d’essi padroni o eredi. Era vietato a tutti, ed anche agli ecclesiastici, l’entrare senza licenza negli espurgatorj, siccome luogo infetto o sospetto. Sogliono anche deputarsi religiosi per sovrastanti allo spurgo; e i medesimi assistono all’inventario delle robe, entrando anch’essi nelle case per impedire che i ministri non rubino. Sempre poi dee avvertirsi che gli espurgatori e i condottieri di robe infette o sospette non hanno da praticar con altri, e saran tenuti a portare abiti e segni distinti, siccome gente sospetta. Nella nostra città fu nel 1630 prudentemente pubblicata intimazione che i mobili e le case da espurgarsi non si potessero espurgare nè far espurgare senza l’intervento dei pubblici deputati e senza servare il modo prescritto per tal funzione; ed altrimenti facendo, dovea riputarsi nullo, e rifarsi lo spurgo. Le città ricche alle spese del pubblico fanno espurgar case e robe o almeno esentano i poveri da tale aggravio. Quantunque poi molti de’ beccamorti ed espurgatori sogliono resistere al mal contagioso, tuttavia per ogni buon fine vien loro consigliato e prescritto, allorchè hanno da entrar in case ammorbate, il prendere prima qualche antidoto e il non andarvi digiuni. Abbiano sempre la lor sopravveste di tela incerata ed anche alle mani guanti di simil materia. Entrino colà portando avanti a sè vasi di fuoco che faccia fumo. Entrati, aprano le finestre e gli usci, ritirandosi, finchè l’aria abbia fatto un poco di sventolamento, e dispersi que’ maligni vapori. Dopo di che facciano l’uffizio loro. Altri sogliono, e saggiamente entrar nelle case infette con de’ soffioni accesi, composti di polvere da fuoco, salnitro, canfora, carbone di salce, e con un poco d’acquavite, o pure con torcia da vento accesa. Per alcuni già avvezzi a trattar dimesticamente con gli spiriti pestilenziali, parran forse superflue alcune di queste precauzioni; ma pur troppo quello è un nimico da non fidarsene mai; e però anche gli espurgatori abbiano manopole, legni lunghi, graffi di ferro, mollette, forchette ed altri ordigni per maneggiare il men che potranno colle mani le robe.

A fin poi di ben comprendere la somma importanza e necessità di una esatta e fedele espurgazion delle case e robe infette, ha ciascuno da imprimersi altamente nell’animo che tali robe e case facilmente possono portar la morte a’ padroni stessi e a qualunque altra persona che le maneggi o le abiti, non solamente allorchè dura la peste, ma eziandio dappoichè essa è cessata. Quella di Roma nell’anno 1656 finì verso la metà di marzo; ma per l’occultare che suol farsi delle robe infette e non spurgate, il male ripullulò, con succedere varie morti anche per alcuni mesi dipoi, finchè, replicate le diligenze, restò esso affatto espugnato circa il principio dell’agosto. In tali casi, benchè fosse stato restituito il commercio colle terre e città confinanti, è necessario levarlo francamente di nuovo, col bandire sè stesso dai sani, così esigendo la buona politica e la carità cristiana; e s’ha poi da restituire a poco a poco la comunicazione, secondochè detterà la prudenza. In Marsilia l’anno 1649, già cessata la peste e restituito il commercio, dal contatto d’alcune vesti non ancora purgate fu riacceso il fuoco in alcuni quartieri della città, il quale con rigoroso governo fu sì valorosamente ristretto che non s’innoltrò in altre parti della città con incendio maggiore. Il che si noti ancora, per chiudere, occorrendo, quelle contrade che sole fossero infette, tentando la preservazione di quelle che fossero sane. Gli editti pubblicati in Modena l’anno 1630 fanno giustamente sospettare o credere che anche dopo il dì tredici di novembre (in cui la festa che tuttavia si fa, venne instituita, perchè in quel dì non morì alcuno di contagio) succedessero casi di peste entro la medesima città, essendo rimaso nel solo seguente gennaio affatto estinto il malore per le diligenze che si replicarono. Quello ancora che dee far più spavento, si è la sicura testimonianza di Filippo Ingrascia, celebre medico, il quale narra che finita in Palermo la peste, per cui egli tanto scrisse ed operò, questa da lì ad un anno ripullulò, e sì fieramente, come se non vi fosse stata dianzi; colpa di robe non purgate e portate colà da altri luoghi non peranche liberi dal male. Così, terminato affatto in Firenze il contagio l’anno 1631, e restituita col commercio la pubblica tranquillità, vi fu esso di bel nuovo portato da Livorno nel 1632. Come si potè il meglio fu fatto riparo a questo nuovo assalto con rimettere il lazzeretto e usar le altre diligenze, tanto che si credette con grande allegrezza della città estinto il malore. Ma sul principio del 1633 divampò esso in un più grave incendio per cagione di panni infetti venduti agli Ebrei e seminati per la città. E però anche finita la peste, bisogna invigilare a’ casi che seguono, perchè questo è un male che rifiglia. Nè per altro è credibile che si rinnovi tanto spesso in Costantinopoli e in altre città del Turco la pestilenza, se non perchè ivi troppo bestialmente si sprezzano o si trascurano gli spurghi. Il Fracastoro, Giorgio Garnero, Alessandro Benedetto, Erasmo Edeno, Mattia Untzero ed altri scrittori raccontano vari casi di robe infette che dopo molti mesi ed anche anni, tirate in luce e toccate infettarono le persone. Tralascio tanti altri esempi, bastando questi per ben concepire che grave tradimento, sì del pubblico come di sè stesso, commetta chiunque nasconde robe, vesti e masserizie infette senza i convenevoli spurghi, e quanto sia biasimevole e nociva in questo punto la negligenza o indulgenza de’ magistrati.

CAPO X.

Cautela per esentar dallo spurgo varie robe. Provvisioni per gli cani e gatti. Monete ed altri metalli se suggetti a portar infezione. Regole per le robe ed animali. Luoghi eletti pel commercio de’ commestibili, e maniera di farlo. Se si dia contagio disseminato o dilatato dalla malizia. Riflessioni intorno a’ mali effetti del terrore, e cautele.

Noteremo ora altri ricordi intorno all’infezione che può venir dalle robe, e intorno allo spurgo delle medesime. E primieramente a fin di salvarne molte dalla necessità dello spurgo, riuscirà di maggior quiete e minore incomodo del pubblico, e di sommo vantaggio de’ particolari prima che nella casa succeda accidente alcuno di peste, il levare dalle guardarobe e stanze tutti i mobili, le scritture, pitture ed ogni altra suppellettile che non servisse all’uso quotidiano o non potesse bisognare in que’ pericolosi tempi, e far tutto rinchiudere in una o più stanze con far sigillare le porte di essa o di esse camere per mano di pubblico ministro, e con sigillo del pubblico o almeno con sigillo e rogito di pubblico notaio, di maniera che nessuno possa entrarvi senza rompere quel sigillo. Operando così, qualora dipoi avvenisse disgrazia di peste in quella casa, le robe tutte ivi rinserrate s’intenderanno non suggette all’incomodo degli spurghi. In Ferrara nel 1630 fu per buona precauzione ordinato agli ufiziali del monte di pietà e a’ banchieri ebrei di mettere in luogo separato i pegni da loro presi per l’addietro, e non di confonderli coi susseguenti, bollando le stanze ove li riponevano, con sigillo e notizia del pubblico o in altra maniera che assicurasse non aver eglino dipoi maneggiate più quelle robe.

Gli animali irragionevoli possono ricevere nei loro peli o piume gli spiriti pestilenziali e portarli seco e comunicarli a chi degli uomini non si guarda, benchè eglino per l’ordinario nulla ne patiscano, essendo cosa notissima che la peste d’una spezie d’animali non suol ferire quei dell’altre spezie, ma sì ben dilatarsi e comunicarsi per mezzo ancora di chi non ne resta internamente infetto. Così all’incontro è avvenuto ed avviene nella terribil mortalità delle bestie bovine, che da tre anni in qua va devastando senza rimedio tanti territorj di Lombardia, ed entra, mentre sto scrivendo, anche nel nostro paese, con far parimente una misera strage nel regno di Napoli, nello Stato della chiesa romana, in Olanda e in altre parti dell’Europa, mentre gli uomini praticando con buoi e vacche infette senza provarne eglino danno alcuno nella persona portano via quegli alimenti velenosi e infettano disavvedutamente le stalle, proprie o d’altrui. Perciò in tempo di peste convien provvedere al pregiudizio che possono recare i cani e gatti col portare nella lor pelle alle case e persone sane l’infezione raccolta altrove, siccome ce ne assicurano Marsilio Ficino, Guglielmo Grattarolo ed altri. Sogliono perciò le ben regolate città allora far editto che si uccidano tali bestie, e il pubblico d’alcune ha talvolta pagato sei o otto giulj per cadaun cane ucciso, purchè fosse d’altri. Dovendosi nondimeno osservare che nel 1630 per essere stati ammazzati tanti gatti in Padova, fu quella città col suo territorio soggetta per gli due anni seguenti ad una mirabil quantità di sorci; parrebbe più sicuro ripiego il solamente ordinare che tutti custodissero con diligenza, anche per proprio bene, i loro gatti e cani, con facoltà poi ed ordine di ammazzar quelli che uscissero delle case e vagassero per le strade o per le case altrui. Si può esser più rigido co’ cani cittadini, perchè la lor vita regolarmente importa poco al pubblico, e sarebbe sciocchezza il volere unicamente per lusso esporre a un gran pericolo la propria e l’altrui vita.

Per poi regolarsi bene nel commercio o contatto degli altri animali e delle altre robe, si osserveranno le seguenti regole tratte da’ migliori maestri. Alcuni (e fra essi l’Ingrascia, il Mercuriale e il Diemerbrochio) tengono che l’oro, l’argento e gli altri metalli non ricevano nè serbino contagio; e il suddetto Ingrascia fa sapere agli altri medici che piglino pur le monete allegramente, mentre anch’egli faceva lo stesso insino dagli appestati, e così caldi caldi se li metteva in tasca, non avendo operato diversamente gli altri medici e cerusici del suo paese, e tutti senza infezione e danno. Certo la superficie de’ metalli per sè stessa, a cagione della lor densità e freddezza, non par capace di ritener gli spiriti velenosi della peste. Tuttavia perchè può essere attaccata qualche ruggine, feccia, untume o altra materia impura o terrea ad essi metalli, e massimamente a’ danari, e con ciò unirsi gli aliti pestilenziali, e possono i medesimi essere stati toccati dal sudore d’un infetto: per ogni maggior cautela si dee ritenere o non abbandonare la regola inveterata di purgarli, mettendoli in aceto o in acqua ben calda. Le pietre preziose anch’esse si porranno solamente in acqua, acciocchè non restino offese dall’aceto. Da altri si crede che la carta e per conseguente le lettere non contraggano nè ritengano l’infezione per cagione della lor superficie consistente e liscia. Trattandosi nondimeno di risparmiare i pericoli, s’ha da ritener la saggia cautela di profumare o bagnar coll’aceto le carte sottili da scrivere o da stampare, e di profumare i libri, ma con più diligenza; e non sarebbe se non bene il tenere, dopo i profumi, la carta grossa e i cartoni e le pergamene all’aria per molti giorni. Per conto poi delle lettere suddette, costume lodevole si è il profumarle ben bene, bagnandole anche prima con aceto, e il tagliare i pieghi affinchè entro vi penetri il profumo. Gli espurgatori di esse lettere debbono contenersi come gente sospetta, e perciò non trattar co’ sani, e hanno anch’essi da preservarsi con guanti, incerate, profumi, ecc. Le lettere che vengono da paese infetto o non si debbono ammettere, o convien aprirle e profumarle con più diligenza. Che se ne’ pieghi delle lettere si chiudesse altro che carta, s’ha da provvedervi con aprirle; avvertendo di deputare per sì geloso ufficio persone timorate di Dio, ed anche religiose che prendano giuramento di non rivelare i fatti altrui.

I vasi di vetro coperti di paglia o vimini si purghino col profumo; se nudi, con acqua sola. Ogni sorta di panno, corde e tele, sì di seta come di lino, canapa, bambagia, e massimamente di lana, si purghi per due ore col profumo della sanità. Le piume, i peli e le pelli d’ogni animale, quando non sieno salate di fresco ed umide, sono soggette a ricevere e comunicar l’infezione; e però si debbono ben purgare o con profumi o con esporle per molto tempo all’aria e al sole. I cavalli, buoi, vitelli, muli ed altri giumenti e le capre, purchè si facciano prima transitar per acqua ovvero sieno immersi più volte in essa o lavati interamente due o tre volte con essa, potranno ammettersi, avvertendo però che vengano nudi; perchè portando capezze, corde, briglie o selle, si dovranno tali arnesi profumare o almeno lavar con lisciva o con sapone. A’ castrati ed agnelli e alle pecore, se avranno pelle, e molto più se questa sia ben lanuta, sarà necessaria maggior diligenza, per essere certo che la lana riceve e nutrisce più delle altre cose il veleno pestilenziale. I polli, i capponi, le galline e gli uccellami tutti, quando abbiano le piume, insegnano alcuni che non basti il tuffarli nell’acqua, ma che si ricerchi l’immergerli più volte nell’aceto, ovvero per più sicurezza, spogliatili delle piume, abbrostolirli; ma altri tengono che sia sufficiente una buona lavata con acqua pura.

L’uova cavate dalle ceste e poste sulla nuda terra, si prenderanno senz’altro con rimetterle in altre ceste; e lo stesso può farsi per le erbe e frutta e per le carni fresche senza pelle. Andrà nulladimeno più sicuro chi laverà con acqua robe tali. L’olio può prendersi colle nude pelli senza altra diligenza, purchè non vi si lascino corde oltre a quella che lega sufficientemente la bocca della pelle, la quale non è capace d’infezione. Il pane, vino, zucchero, i limoni, cedri e aranci, il mele, i salumi e formaggi, gli aromati, le robe medicinali, le cere e le droghe d’ogni sorta si possono ricevere liberamente, avvertendo solo di levare gli invogli, le corde, i secchi, le carte, le casse, i vasi, i barili ove fossero tali robe. Così le farine, il frumento, frumentone, o sia grano turco, e tutti gli altri grani e legumi si possono liberamente prendere, a riserva sempre de’ sacchi e d’altri simili invogli ed arnesi, che si debbono lasciare indietro o profumare o lavar con acqua secondo la loro qualità.

Ed a fine di regolar bene colle maggiori cautele possibili il commercio tra chi conduce o vende e chi ha da comperare grani, vino ed altre grasce e commestibili che abbiano detto esenti dal portar seco infezione, è da fuggirsi per quanto si può l’avvicinamento delle persone e il contatto delle vesti, de’ sacchi e d’ogni altra roba che possa, coll’aver seco la peste, pregiudicare a chi è sano. Per questo ottima regola si è il deputar certi siti e luoghi aperti, fuori, se si può mai, della città, con piantar ivi due file di cancelli o palizzate, che impediscano dall’una parte e dall’altra il passaggio e contatto de’ cittadini e paesani. Le robe vendute si depongono in terra, o sopra lenzuoli o coperte stese in terra, quando si possa, e poi vanno a prenderle i compratori. I vini ed altri liquori si vôtano da quei di fuori ne’ vasi deposti in terra dai cittadini, senza toccar punto essi vasi. Il danaro che si sborsa sarà purgato per ogni buon fine da chi il riceve, bagnandolo in aceto. E perciocchè troppo è necessario che vengano alla città le grasce o vettovaglie, e ciò dee anche farsi senza pregiudizio della salute de’ condottieri; sarà libero a questi il poter andare e venire colle loro fedi di sanità, purchè non si levino dal diritto cammino e si guardino di praticar per viaggio con genti sospette. A qualche osteria deputata in mezzo al cammino dovrà farsi la posata dai vetturali. Fuori della città saranno deputate osterie per loro soli; e si farà il commercio della roba da loro condotta ai cancelli posti fuori d’essa città, in maniera che i sani esteri non pratichino coi sospetti cittadini. Nulla si dovrà consegnare se non alla presenza de’ commissari, che invigileranno all’esecuzione degli ordini, affinchè non segua miscuglio nè contatto. I consoli o massari delle arti si troveranno ad essi cancelli per istabilire i prezzi e far tosto pagare e sbrigare i condottieri. Si vieterà ai commessari delle porte il comperare e mercantar le vettovaglie portate ai cancelli, per rivenderle poi ai bottegai, benchè per altro sia da procurare che, mancando compratori, vi sia qualche deputato il quale comperi quelle robe, affinchè si tenga viva ne’ rustici e in altre persone estere la voglia di condurne e di accrescere il mercato, e a fine ancora di spedire in breve i poverelli del contado, aspettati a man giunte dalla misera lor famigliuola con qualche soccorso.

Con queste ed altre simili precauzioni un popolo sano può aver commercio di vettovaglie con un altro infetto, senza contrarne la stessa disgrazia. E perciò, posto ancora che l’uno bandisca l’altro, si può ai confini fare una specie di mercato, quando vi sia bisogno di ricevere o comperar grasce, obbligando però tutti a non far questo commercio se non ne’ luoghi destinati e sotto gli occhi de’ deputati da ambedue le parti. In Modena fu fatto editto che niuno potesse toccar vettovaglie, frutti e simili commestibili prima d’averli pagati. Nelle città, e massimamente in quelle di gran popolazione, bisogna provvedere che tutta la gente non concorra ad un luogo solo per comperar da vivere, perchè ci vuol poco ad intendere che mescolandosi e fregandosi insieme moltissimi, alcuni pochi infetti, de’ quali ne trapela sempre fuori qualcheduno, possono appestar gli altri; pericolo a cui sono sottoposti tanto i poveri quanto i ricchi, quelli per andarvi in persona, e questi pel commercio con la servitù. Tutte le botteghe ove si vendono robe soggette a ricevere infezione e quelle dei commestibili, e così le spezierie, dovranno tener chiuse le loro porte o con rastrelli o in altra forma, di modo che niuno v’entri, ma si eseguisca la consegna delle robe o per le finestre o pei cancelli; nè si faccia adunanza entro o davanti bottega alcuna. Specialmente si usino tali riguardi alle botteghe de’ fornai e a’ macelli, o sia alle beccherie. Le stesse cautele possono proporzionatamente osservarsi nel somministrar cibi ed altre robe agl’infetti o sospetti di mal contagioso, potendosi ciò bene spesso fare senza accostarsi loro e senza toccare i loro vasi e robe. Nella peste di Roma del 1656 furono pubblicate sagge istruzioni, raccolte poi tutte dal cardinale Gastaldi nel suo Trattato della Peste, con insegnar al popolo la maniera di governarsi nel commercio delle robe e persone. Altre ne furono fatte pei deputati ai quartieri ed ai mercati fuori della città; pei medici, cerusici, speziali, osti, guardarobieri, soldati di guardia ed altri ministri de’ lazzeretti; pei deputati all’espurgazione delle case e robe infette o sospette, insegnando ancora la maniera di far tali spurghi. Così nel 1680 furono stampati in Ferrara vari ordini da osservarsi in sospetti e tempi di contagio da tutti gli uffiziali della sanità, con un editto ancora del vescovo pei conventi delle monache, mentre allora la peste di Vienna metteva molta apprensione all’Italia tutta. È degna quell’opera di essere studiata e tenuta davanti agli occhi dai maestrati delle altre città, alla prudenza de’ quali in tempo di contagio apparterrà il vedere quali e quante istruzioni s’abbiano a formare e pubblicare, secondo le forze e il sistema di ciascuna.

Hanno in oltre i maestrati da invigilare non solamente per impedire che il morbo non si comunichi e dilati inavvertentemente per lo commercio delle persone e robe infette o sospette, ma ancora per vedere che non sia esso accresciuto dalla malizia e diabolica ingordigia degli scellerati. È cosa che fa orrore, anzi può comparir tosto come incredibile, cioè che si dieno delle pesti suscitate o dilatate per via di veleni, polveri ed unzioni pestifere. Alcuni negano che ciò sia avvenuto mai o possa avvenire; ma superiori in numero e più accreditati sono quelli che l’asseriscono, e citano i casi. Raccontano essi che nella peste di Casale del 1536 furono giustiziati molti i quali in numero di 40 s’erano congiurati per moltiplicare la mortalità con unguenti e polveri pestilenziali. Niccolò Polo scrive succeduto lo stesso in Franchestein l’anno 1606. Ercole Sassonia e il celebre nostro Falloppia attestano il medesimo della peste de’ loro tempi, ed altri narrano fatta la medesima scelleraggine in diverse pesti di Ginevra, Parma, Padova e d’altre città. Non importa che io citi gli autori. Mattia Untzero nel lib. 1, cap. 17 del suo Trattato della Peste ne ha raccolto molti. Ma nessun caso è più rinomato di quel di Milano, ove nel contagio del 1630 furono prese parecchie persone che confessarono un sì enorme delitto, e furono aspramente giustiziate. Ne esiste ivi tuttavia (e l’ho veduta anch’io) la funesta memoria nella Colonna infame posta ov’era la casa di quegli inumani carnefici. Il perchè grande attenzione ci vuole affinchè non si rinnovassero più simili esecrande scene.

Tuttavia avvertano i saggi maestrati e i lettori che una tal vigilanza non degenerasse poi in superstizione e in timori ed in apprensioni spropositate, dalle quali potrebbono poi nascere altri non meno gravi disordini. Il punto è di particolare importanza, e però bisogna pesar bene e tenersi a mente anche le seguenti riflessioni: Egli è facilissimo, secondo me, che sia accaduto spesso ed accada spessissimo anche di nuovo ne’ tempi di peste ciò che veggiamo tante volte accadere nei mali straordinari o non molto usitati delle donne e de’ fanciulli del volgo, mentre con gran leggerezza s’attribuiscono quasi tutti a malie e stregherie e ad invasioni di spiriti cattivi, giungendosi anche talvolta non solo a sospettare, ma a credere streghe certe povere donne che altro delitto non hanno se non quello d’esser vecchie. Molto più senza paragone possono occorrere tali sospetti nell’inusitato ed orrendo spettacolo d’una pestilenza, al mirar tante morti, e tanti che, di sani che erano, restano all’improvviso estinti. Basta che un solo cominci a sparger voce, benchè dubbiosa e timida, che quella misera e non mai più veduta carnificina proceda da stregherie, unguenti, o polveri di veleno artefatto, affinchè tal voce prenda gambe e corpo, e diventi una indubitatissima verità in mente dei più del popolo. Il solo aver letto o inteso a dire che si danno e si sono date dilatazioni di peste per empia e crudel manifattura d’alcuni, è bastante a cagionare in molti una fiera apprensione dello stesso, e che l’apprensione gagliarda ad ogni picciol rumore od osservazione passi in ferma credenza. In que’ tempi sì calamitosi, nei quali, per attestato di chi n’ha veduta la prova, non si può dire quanto sia il terrore del popolo, passando esso insino a farne molti stolidi ed insensati, egli è troppo facile il concepir simili spaventi, e che alla fantasia sembri poi di trovar qua e là fattucchierie, e unti i martelli delle porte, o le panche o i vasi dell’acqua santa nelle chiese, e sparse polveri pestifere, e simili altre visioni.

Da questo stravolgimento di fantasmi nasce poi un’incredibil miseria di molti che temono la morte anche dove non l’hanno da temere; e alcuni si muoiono, anche senza peste, di pura apprensione e spavento. Anzi si giunge ad imprigionar delle persone, e per forza di tormenti a cavar loro di bocca la confessione di delitti ch’eglino forse non avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici patiboli. Questa malattia dell’immaginazione è vecchia in altri simili; ed è curioso quanto abbiamo dal famoso arcivescovo e scrittore Agobardo, il quale nel libro de Grandine et tonitruis al cap. XVI narra che, insorta a’ suoi tempi, cioè nell’anno 810, la mortalità de’ buoi, quale ancor noi abbiamo provata, si ficcò nella mente a molti che tale disavventura procedesse da Grimoaldo duca di Benevento, il quale, per esser nemico di Carlo Magno imperadore, avesse mandato in Francia persone a spargere polveri micidiali pe’ campi, monti e prati. Furono presi non pochi su questo sospetto, ed alcuni ancora trucidati; e il mirabile era che taluno confessava questo delitto, senza mai porsi mente come potesse formarsi una polvere sì giudiziosa e discreta che desse morte ai soli buoi e non agli altri animali. Così Agobardo. Ma i tormenti (torno a dirlo) hanno il segreto di far confessare misfatti anche agl’innocenti. Ho trovato gente savia in Milano che avea buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi, i quali si dissero sparsi per quella città, e fecero tanto strepito nella peste del 1630. Anzi ho osservato esserne stato in dubbio lo stesso cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo allora di Milano, personaggio di santa ed immortale memoria e gran filosofo ancora, il quale fece insigni azioni durante quella pestilenza, e potè parlarne con fondamento. Fu anche più orrida la scena nella terribilissima peste del 1348, poichè, sparsa la voce che alcuni, e specialmente i Giudei, fossero quegli che con vari veleni e malie avessero introdotta e dilatata quella incredibile mortalità, furono trucidati molti Cristiani, e moltissime poi migliaia d’Ebrei per la Francia e per la Germania, di modo che lo stesso papa Clemente VI fu mosso dalla carità cristiana a soccorrere e proteggere con varie Bolle quella povera gente, al certo non rea di questo delitto. Bisogna dunque andar adagio in profferir sentenze e in avvalorar sospetti allorchè si spargono tali voci. Nel presente anno 1713 abbiamo co’ nostri occhi veduto nella nostra città che rumori, che paure e cavate di sangue abbia cagionato la voce disseminata che si mirasse di notte una fantasima per le contrade. Oh! molti la videro; ma loro la fece vedere la sola precedente apprensione e paura, la quale è un’industriosa dipintrice, massimamente in tempo di notte. Quel solo che si può credere senza veruna difficoltà essere avvenuto qualche volta e poter di nuovo avvenire, si è che qualche scellerato possa in tali occasioni valersi di veleni o d’unguenti pestiferi per incamminare all’altro mondo qualche particolare e determinata persona, la quale non avesse gran fretta o voglia d’andarvi, per isperanza di cogliere i loro danari, o saccheggiare le loro case: il che avrà anche dato motivo a più larghi e generali sospetti, e al che si dee ben por mente, invigilando specialmente alla condotta de’ beccamorti, gente ingordissima, e di chi volesse fare il medico e il cerusico allora senza le legittime licenze ed approvazioni della sua abilità e fedeltà. Per altro, che si dieno congiure di gente la quale con simili unti e veleni si metta a far morire il popolo alla rinfusa, io non m’indurrei a crederlo se non dopo una grande evidenza. La peste sola ha troppa possanza d’empiere una città di stragi, senza ricorrere ad altre incerte e straordinarie cagioni, lasciata la visibile e certa. Che se faransi ben eseguir le regole fin qui prescritte non sarà facile che alcun particolare insidj alla vita altrui, perchè tolta la comodità di poter rubare o trasportar le robe infette, sarà anche tolto il prurito di rubar prima la vita alle persone comode con falsi medicamenti e veri veleni. Dirò in fine ch’io concepisco per cosa possibile che infuriando la peste in una città, naturalmente compariscano talvolta i martelli delle porte ed altri corpi duri come unti, qualora sia umida o sciroccale l’aria, poichè la gran dissipazione e svolazzamento che allora si fa di spiriti e vapori sì da tanti infermi come da tanti cadaveri, può esser cagione che si fermi sulla superficie di alcuni corpi qualche untuosità, se pure il gran terrore non fa allora prendere per untumi la sola umettazione dell’aria e dello scirocco.

CAPO XI.

Preparamento di lazzeretti per gl’infetti e pei sospetti. Regole per luoghi tali. Danni che provengono dai lazzeretti; sequestri ed altri rigori. Precauzioni necessarie. A chi si possa permettere il sequestro. Attenzione sopra i beccamorti.

Un’altra gran cura de’ maestrati della sanità in tempo di peste ha da esser quella de’ lazzeretti, per prepararli sul principio, se già sieno fatti, o pure per costruirli, se mancassero, con provvederli di tutto il bisognevole, cioè di ministri, letti, mobili, medicamenti, vettovaglie, ecc. Sieno questi separati, se si può, dal corpo della città, ma non molto lontani, in sito d’aria buona, ed abbiano le stanze che non comunichino l’una con l’altra, acciocchè sia diviso chi abita, e ricevano aria più tosto dalla tramontana che dal mezzogiorno, dovendosi tener chiuse le finestre allorchè spirano dalle parti meridionali venti caldi, sempre mal sani, ma specialmente in tempo di peste. Abbiano fosse e mura d’intorno che impediscano ai sani il commerciare e l’accostarsi, e agl’infermi il fuggire; con due sole porte ben custodite dalle guardie, per l’una delle quali entrino gl’infermi ed escano i cadaveri, e per l’altra passino gli uffiziali e le vettovaglie. Il cimitero sia per un gran tratto distante da essi, acciocchè i suoi vapori non arrivino ad accrescer l’infezione di chi sta ne’ lazzeretti. Le case o camere degli uffiziali sieno segregate anch’esse in buona forma dalle camere degl’infetti; anzi, se mai si può, la loro abitazione sia separata affatto dallo stesso spedale, poichè, per attestato de’ saggi, ciò ajuta di molto per conservar quelli che operano in servigio degli appestati. Si provvederà d’uno o più sacerdoti che ministrino i sacramenti e celebrino la messa nella cappellina aperta da tutti i lati, la quale sarà situata in mezzo al cortile, onde gl’infermi tutti dalle loro camere possano vedere il santo sacrifizio. S’abbia ivi, se si può, un medico; ed è indispensabile l’avervi uno o più cerusici, speziale, cuochi, vivandieri, o sia provveditori del vitto, beccamorti, oste, o sia dispensiere de’ cibi, con un direttore supremo ed altri uffiziali subalterni e serventi, tanto uomini quanto donne per servigio dell’uno e dell’altro sesso, che ivi ha da essere segregato. Tali basse persone sogliono allora non difficilmente trovarsi, avvertendo eziandio che ai disubbidienti del popolo si cambia talvolta la pena da loro meritata nell’aggravio di servire ai lazzeretti: nel che però si dee camminare con pesatezza, perchè la forza è un duro maestro al ben fare. Si tenga nota del nome, cognome e parrocchia di chi vi entra e della sua morte, occorrendo, per avvisarne poi il paroco o altri uffizi, cosa da ricordarsi anche pel resto della città. Si faccia anche provvisione di molte donne lattanti, avendole pronte pei fanciulli sani, ma rimasi orfani e abbandonati per la morte de’ suoi. E in difetto di nutrici, si procurino per tempo molte capre, le quali sono ottime balie in caso di necessità, come s’è tante volte provato. Alle donne che lattano bisogna levare, immediatamente che s’ha indizio del loro male, i fanciulli, con poscia provveder cagnoline che tirino il latte loro, quando ve ne sia bisogno. Si terranno rinchiuse tali bestie come se fossero persone sospette; e infettandosi esse (il che succede) debbono tosto ammazzarsi e prontamente seppellirsi in fosse profonde.

Due lazzeretti indispensabilmente convien costituire. Il primo per gl’infetti, ove debbono condursi senza dilazione coloro che si scoprono aver segni o infermità pestilenziale; e l’altro per gli sospetti, cioè per condurvi coloro che non sono già infetti, ma hanno praticato con infetti o robe infette. Egli è una crudeltà somma l’obbligare quest’ultima sorta di persone ai lazzeretti degli appestati, perchè potendo facilmente essere elle con tutto il sospetto ben sane, la carità e giustizia esige che non si espongano al gravissimo pericolo di divenir veramente infette nel coabitar con tanti altri appestati. Se in questo secondo lazzeretto alcuno si scoprirà ferito dalla peste, si trasferisca subito all’altro degl’infetti, acciocchè non si ammorbino gli altri; e si profumi la stanza sua per renderla abitabile ad altri che sopravvengano. Chi dei sospetti dopo 20 giorni resta sano, si licenzj; e può in questo lazzeretto tenersi unita cadauna famiglia, con che però, se venisse ad ammalarsi alcuno in essa con segni d’infezione, e perciò s’avesse immediatamente da trasferire all’altro lazzeretto, debba il resto della famiglia cominciar da capo la contumacia de’ sospetti. Ma avvertasi che prima di licenziare alcuno tanto da questo quanto dall’altro lazzeretto, s’hanno di nuovo da purgare le vesti e il corpo di lui. Cioè nel lazzeretto degl’infetti, risanato che uno sia ben bene, v’ha da essere una gran caldaia d’acqua bollente in cui si purgheranno le lenzuola, i panni e le vesti che servono o hanno servito a lui, purchè sieno robe che soffrano tal purga; e si useranno i profumi coll’altre robe incapaci di sofferir la caldaia. Intanto il guarito, trattenendosi nudo in una stanza per un quarto d’ora, si laverà o lascerà lavarsi il corpo con una buona lavanda d’aceto. A chi dovrà licenziarsi dal lazzeretto de’ sospetti, basterà fare sì a lui come a’ suoi panni un leggier profumo per lo spazio di mezz’ora. Consigliano alcuni che i liberati dal male e dal chiostro degl’infetti si facciano passare per alquanti giorni a quello dei sospetti. In tutti e due i lazzeretti si faranno giornalmente dei profumi. Veggasi che anche i poveri Ebrei costituiscano per lazzeretti della lor nazione alcune case del loro ghetto colle necessarie provvisioni, ed abbiano carretta a posta che in sito determinato fuori della città conduca i loro cadaveri ad essere seppelliti. In difetto di fabbriche di pietra pei lazzaretti, si sono talvolta fatte gran file di capanne alla campagna aperta con tavole e travicelli a guisa de’ lazzeretti formali, e tutto alle spese del pubblico. Dee anche avvertirsi che i condottieri degl’infetti, siccome gente sospetta, debbono regolarsi come tutti gli altri uffiziali e serventi de’ lazzeretti nell’abitare e vestire, acciocchè ognuno fugga il commercio loro; ed essendo costoro per lo più di genio ed impiego poco diversi da’ beccamorti, sarà necessario aver sopra di loro una somma attenzione, perchè nel trasporto degl’infermi non nascano que’ disordini, che non sono rari, di violenze, di ruberie o di strapazzi a quei miseri pazienti. Chi poi potesse costituire un terzo lazzeretto per i convalescenti a fine di condurvi i risanati dalla peste, per assicurarsi meglio, farebbe un’utilissima provvisione. Ciò si è praticato e si pratica dalle città doviziose. Ma le altre appena han forza da reggere agli altri più necessari lazzeretti. Almeno si noti ciò che scrive il P. Maurizio cappuccino colle seguenti parole: Gli ammalati attuali s’hanno a separare dai convalescenti, perchè questi sono molto più facili ad infettarsi dei primi, come in Genova, Marsiglia e Tolone ed altrove ho diligentemente notato.

Null’altro dirò io intorno al governo de’ lazzeretti per non ingrossar di troppo quest’opera. La prudenza de’ maestrati supplirà facilmente a ciò ch’io tralascio; e il volume del cardinale Gastaldi risparmierà loro la fatica di pensarvi molto. Più tosto mi preme di esporre qui alcuni dei mali effetti e disordini che nascono dall’introduzione ed uso tanto dei lazzeretti quanto dei sequestri degli infetti o sospetti nelle loro case, in difetto di lazzeretti. Certo la sperienza ha fatto vedere che tali ritrovamenti, utilissimi senza fallo, quando se ne fa buon uso, accrescono, non diminuiscono i malori della peste, se sono male usati. Il perchè presso alcuni scrittori è un punto disputato forte, se talvolta sia maggiore l’utilità o il danno dei lazzeretti, sequestri ed altri simili rigorosi rimedi politici. Se crediamo a Lorenzo Candio e ad altri, nel 1478, essendo fiera la peste, furono introdotti rigori inusitati, e cominciarono circa que’ tempi a dirizzarsi lazzeretti (forse prima si mandavano gl’infetti alle sole capanne, praticate anche dipoi in alcune città), e a mettersi pena la vita per ogni minima cosa. La misera plebe spaventata e dal male e dai rimedi del male, cadeva morta per tal timore impresso vivamente nella loro immaginazione, massimamente al mirar tante morti ogni giorno. Si facevano tutto dì ripari nuovi e consigli di medici, ma senza frutto e sempre peggio. Finalmente aperti gli occhi, fu risoluto generosamente di rallentare l’austerità; laonde cominciò a declinare il male, e in breve cessò. Perciò non par buon consiglio l’usar talvolta eccessivi rigori, sostenendo alcuni essere alle volte stati più quelli che in tempi tali sono morti d’inopia e terrore senza peste, che gli altri estinti di peste vera.

L’invenzione de’ lazzeretti e sequestri, soggiungono essi, apre l’adito a mille ingiustizie, oppressioni e rubamenti, mentre quando non si possa convenevolmente provvedere al bisogno degl’infermi e sequestrati, è cagione che molti periscano di fame, di fetore, di doglia di cuore e disperazione, essendo i lazzeretti d’ordinario mal tenuti e mal provvisionati, e bene spesso serviti da gente empia e ladra. Il solo timore d’essere condotto colà o di essere sequestrato, fa che molti ascondano il male e conversino con gli altri; e senza medicarsi, e, quel che è peggio, senza sacramenti, se ne muoiano e facciano morir altri che alla buona hanno praticato con esso loro. Certo è che la maggior parte naturalmente abborrisce l’essere strascinato sul carro e il venir consegnato a gente non conosciuta e inumana, fra i puzzori e le schifezze di tanti ammorbati. Che se vengono nelle lor case sequestrati, niuno talora ardisce di dar loro mangiare e di medicarli, morendo perciò alcuni abbandonati e disperati, anche per mali non pestilenti, perchè nè pure i parenti osano entrare in casa di que’ meschini, per non esser poi anch’eglino sequestrati o condotti al lazzeretto. E poi, chi è d’animo sì forte che non si atterrisse e non cadesse in qualche o disperazione o passione straordinaria d’animo al vedersi per ogni picciolo motivo di male, che talvolta nè pure è di peste, levato e rapito improvvisamente, e con rigori e violenze, dal proprio letto e casa, o dalle braccia de’ suoi più cari, con pericolo ancora o perdita di tutte le robe sue (come tuttavia succede in qualche paese d’Europa), e al mirarsi portato in massa con altri ammorbati in que’ lazzeretti, che pur sono come tante beccherie, e luoghi regolati e serviti per lo più da gente di poca o niuna carità, la quale non aiuta nè consola, e se pur si risolve a soccorrere, il fa colla punta d’una lunga picca, e con roba che non sollieva, ma accresce la miseria?

E per conto degli altri usi e rigori, egli è troppo facile l’avvilirsi e il morire di spavento al vedere o sentire i ministri de’ lazzeretti e i beccamorti andare attorno con facce orribili, abiti stravaganti e voci spaventevoli, e portar via infermi e sani, vivi e morti, purchè vi sia da rubacchiare. Nè si può dire che orrore spiri il frequente suono di que’ loro campanelli. Certo si sa per relazione di persone accreditate che molti da questi e simili spaventi oppressi, senza essere appestati, vi lasciarono la vita. Perciò anche Livio narra essersi in una peste mossi i Romani a rallentar tanti rigori; il che fe’ in breve cessare la mortalità. Narrano parimente che ne’ contagi di Firenze del 1325 e 1340 fu provveduto che si levassero via certi segni funebri, certi suoni di campanelli per le strade, i quali aumentavano la mestizia e il terrore ai poveri infermi, e che si rammentassero loro i vivi e non mai i morti, con assicurarli di non muoverli dalle loro case. In Bologna nella peste del 1527 fu ritrovato in fine per miglior rimedio il levare i sequestri, e, lasciata la libertà e rimesso il commercio, permettere che tutti comprassero e vendessero: con che, tolta la strettezza, slargossi il cuore al popolo, e molti camparono che sarebbono morti. Così in Venezia una volta e in alcune terre grosse di Lombardia nel 1630 e 1631, dove moriva in quantità la povera gente, nè si sapeva più che rimedio prendere, ho letto che furono levati i sequestri, e subito que’ miseri tanto si rallegrarono, che uscendo tutti all’aria libera e andando a procacciarsi le cose necessarie, cominciarono a risanarsi la maggior parte, e cessò la mortalità.

Tali sono i sentimenti d’alcuni scrittori, ed io n’ho fatta menzione non perchè s’abbia a mutare alcuna delle regole prescritte da tanti saggi e praticate da loro, ma perchè questi disordini e danni facciano ben tenere aperti gli occhi a’ maestrati, affinchè i rimedi non diventino mali intollerabili anch’essi. Vero è che la costituzione dei lazzeretti e il rigore dei sequestri soggiacciono a diversi abusi; ma così è di tanti altri savi ritrovamenti e costumi politici, il bene de’ quali non si ha da dismettere, perchè esso non vada disgiunto per l’ordinario da molti pericoli e mali. Sicchè considerino seriamente i maestrati di prevenire e rimediare, per quanto si può, agli accennati abusi. Quando non possano provvedere di tutto il bisognevole i lazzeretti, si contentino de’ sequestri. Men male sarà, o almeno men crudeltà, il lasciare in mano alla divina Provvidenza i poveri infermi nelle case loro e fra i loro parenti, che trascinarli a morire di disperazione e di stento in lazzeretti informi e senza misericordia. Che se mancassero anche le forze per mantenere i sequestrati bisognosi, meno male sarà il permettere a tutti qualche forma di libertà, attendendo allora a regolar solamente il commercio, affinchè si distinguano e si fuggano dai sani gl’infetti e i sospetti, con obbligar questi a non camminare senza certi convenienti segnali, e coll’impedire il più e il meglio che si potrà i concorsi e miscugli delle persone; ricordandosi che è un gran vantaggio nella state e nell’autunno il guadagnar tempo con salvare la gente, poichè d’ordinario il freddo del verno suol metter fine a tante miserie. Non si nieghi ai sequestrati l’ingresso de’ medici, cerusici e sacerdoti; o pure sieno essi dalle finestre o porte ascoltati e consigliati da essi medici. Chi può curarsi in sua casa nelle debite forme, o essere inviati a’ suoi poderi, sarebbe da esaudire. Coi poverelli abbandonati e privi di scampo, e con chi sarebbe troppo di danno agli altri, e massimamente per chi abita case anguste, si venga al ripiego del lazzeretto, ma con tutti i buoni termini e carità cristiana. S’abbia cura delle loro vesti, esponendole all’aria e purgandole, e salvando loro quel che lasciano in casa e quel che vogliono portar seco, giacchè non dee essere interdetto a chi è condotto ai lazzeretti il menar seco quelle comodità o robe che a lui saranno più in grado, e di cui egli sia padrone. Si procuri di non accrescere il terrore al popolo, ma di sminuirlo per quanto sia possibile. E per questo non si suonino allora campane a morto, nè si lascino mirare ai fanciulli, alle donne, ai melanconici le carrette dei cadaveri, nè altri funesti spettacoli. Consentono tutti i medici che sia di un singolar pregiudizio alla sanità in tempi sì fatti il timore e lo spavento. Una divota allegria può recare allora un giovamento incredibile. Del pari si procurerà, per quanto si può, di destinar ministri fedeli e serventi caritativi e timorati di Dio alla cura degli infermi ne’ lazzeretti ed altrove; e vi sia soprintendente il quale ogni dì faccia la visita con informarsi dalla bocca propria di ognuno se hanno avuto i medicamenti destinati, e come si portino gli astanti messi per loro servizio, i quali non saranno allora presenti, per correggerli o scacciarli occorrendo. E torno a dire che si abbia una rigorosa avvertenza sopra gli andamenti de’ beccamorti e de’ condottieri degl’infermi, nè mai si permetta che chi è solamente sospetto sia condotto ai lazzeretti degl’infetti, quando non meritasse, per essere caduto in pena, d’essere forzato a fermarsi colà per servire agl’infermi. Non si portino sullo stesso carro infetti e sospetti ai lazzeretti; non insieme morti e semivivi alla sepoltura: queste sono crudeltà indegne d’uomini, non che di cristiani. Nella peste di Milano del 1576, cioè a’ tempi di S. Carlo, accadde questo caso. Fu portato dallo spedale, o sia lazzeretto di S. Gregorio un uomo non peranche morto di peste alla sepoltura, confuso con gli altri. Stette egli tutta la notte in una massa di que’ cadaveri. Passando la mattina per quelle bande il sacerdote che portava il viatico agli appestati, il povero uomo per gran desiderio di quel divino cibo, si alzò in ginocchioni tutto pieno d’allegrezza e d’ansietà, e con quella voce che potè, siccome spirante, chiese la santa comunione. Avendogliela volontieri data il sacerdote, ed avendola egli ricevuta con somma venerazione e tenerezza, da lì a poco in quel luogo tutto consolato se ne morì. Alessandro Benedetto racconta d’una nobil matrona portata inavvertentemente alla fossa, creduta già morta. Licostene, l’Ildano, il Crafizio, il Diemerbrochio riferiscono altri simili casi accaduti nelle pesti de’ loro tempi. Adunque raccomandare e invigilare, affinchè non si commettano somiglianti errori o barbarie dai beccamorti, soliti in qualche luogo a portar via i poveri agonizzanti, o tuttavia spiranti, con quell’indegno pretesto che tal gente si può contare per morta. Alcuni già tenuti per estinti, si sono riavuti ed hanno ricuperata la vita e la salute. E perciocchè talvolta accade che alcuni cerusici o per ignoranza o per poca diligenza mandano al lazzeretto persone inferme, ma non di contagio, perciò fatti depositare gl’infermi in un lettuccio prima d’introdurli, e ben visitati da’ cerusici del lazzeretto alla presenza del religioso, se vi troverà che sieno appestati, loro si dieno ivi i sacramenti, e poscia entrino; o pure, scoperti infermi d’altro male, si mandino al luogo de’ sospetti.

Nelle città opulente e capaci di far grossissime spese per la salute del popolo suo, tutto può venir ben fatto, e non seguiranno tanti disordini, cagionati per lo più dal voler certi buoni fini senza aver anche buoni mezzi per arrivarvi. Ed eseguendosi le leggi fin qui accennate, i lazzeretti, sequestri ed altri rigori torneranno tutti in vantaggio del popolo. L’altre città o terre debbono regolarsi come possono il meglio. Almeno procurino di formare un lazzeretto per gli appestati, poichè alle persone solamente sospette si può provvedere in caso di bisogno con ben regolati sequestri, e senza lazzeretto a posta. Nella nostra città l’anno 1630 tre erano gli spedali degl’infermi, cioè uno a S. Lazzaro, un altro nelle Sgarzerie e il terzo nelle Stimmate, tutti e tre mantenuti alle spese del pubblico. Si lasciavano nelle loro abitazioni le persone comode, e molte altre che aveano case capaci per separar gl’infermi e i sospetti dai sani, restando proibito che nè essi infetti o sospetti, nè chi loro serviva potessero praticar con altri, e venendo obbligato al sequestro medesimo chiunque avesse conversato con esso loro. I poveri e alcuni altri, secondo la prudenza dei conservatori e deputati, si mandavano ai lazzeretti. Nella peste di Roma sul principio si camminò con gran rigore; e il condurre irremissibilmente ai lazzeretti anche i cittadini più comodi, fece che gli altri furono più ritirati dal conversare e più cauti dal contagio. Ma non istettero molto ivi a permettere che restassero in casa propria, per far ivi la contumacia, le persone civili o agiate, purchè con rigorosa separazione dai sani. Altrettanto è da fare in altre simili funeste congiunture, asserendo ancora accreditati scrittori che basta rinserrare i sospetti nelle loro case, con profumar bene le medesime e le robe loro, e con visita giornaliera dei medesimi rinchiusi, facendoli venire alle porte o finestre, per chiarirsi se alcuno si fosse di nuovo ammalato. Dopo quindici dì trovandosi eglino tutti sani, si può dar loro la libertà. Certo i profumi serviranno di gran rimedio e di risparmio di molte altre spese ed incomodi. Morto che sia di peste alcuno, profumandosi la sua stanza colle robe ivi poste o che abbiano servito a lui, possono ivi abitar fra non molti giorni altre persone; e potendo i sospetti sequestrati in essa casa abitar altre stanze, non c’è necessità precisa di forzarli ad uscire, giacchè il soccorso dei profumi può liberar quelle stanze e le robe loro dai vapori pestilenziali che per disavventura vi fossero penetrati. Vero è che in Firenze nel 1630, essendosi osservato che il lasciar fare la quarantena nelle case ove era morto alcuno di peste, riusciva di gran nocumento ai sani, perciò fu risoluto da lì innanzi di condurli tutti al lazzeretto de’ sospetti; ma il danno procedeva dalle anguste e pestilenti stanze: al che ci è rimedio, come s’è detto, e massimamente per chi ha case larghe e abbonda di comodità. Ivi medesimamente ripullulato il contagio nel 1633, vinse il parere di chi consigliava il contentarsi dei soli sequestri nelle case proprie degl’infetti; ma conosciuto da lì a non so quanti giorni che si andava di male in peggio, si aprì di nuovo il lazzeretto, non ostante l’abborrimento che vi aveva il povero volgo, e se ne provò in breve buono effetto. In Ferrara nel 1630 fu preparato per lazzeretto il monistero di S. Giorgio degli Olivetani, ed altre città si sono pure servite d’altri conventi in sì estremo bisogno.

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