XXXVIII
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Glauco appellossi; e, come fu sul fiore Degli anni suoi più verdi, ebbe desire Di porre in Rodi il piè; scola d'onore, E reggia d'armi e d'onorato ardire; Andovvi; e quivi giunto arco d'amore Il costrinse a provar dolce martire; Chè Melibea con suoi begli occhi il prese, E del giovine incauto il petto accese.
XXXIX
Di così fatto amor fama trascorse Sì ch'intorno a l'Egeo ciascun ne parla; Ed a l'animo mio temenza porse Non seco proponesse alfin sposarla. Mentre dunque poteva, ed era in forse La ria ventura, io destinai vietarla. Bene avea la fanciulla i pregi suoi: Ma bassi assai per adeguarsi a noi.
XL
Dunque sciolsi le vele, e fei vedermi In Rodi seco, e mie preghiere esposi, E con ragion sostenni i sensi infermi, E dolcemente a' suoi desir m'opposi. Ma mentre io vo cercando indugi e schermi, Oh de l'eterno Dio giudicj ascosi! Ecco che i miei disegni in un momento Spariti son, siccome nebbia al vento.
XLI
Venne Ottomano, e, come suol, spietato De la pace ad ogn'or troncò la speme; Onde a lui contra, il Rodïano armato Oggi è caduto, e seco Glauco insieme. Cadde, misera me! nè mi fu dato Mirarlo almeno in su quelle ore estreme, E ripor le sue membra in nobil marmi, Ed ivi, come suolsi, appender l'armi.
XLII
Ah che sul petto d'ogni onor ben degno, E sul crin d'oro e su la regia testa Sfoga l'empio Ottoman forse il disdegno, E da l'iniqua turba or si calpesta! Alma ben nata, s'oggi a te non vegno, Vedi come qua giù nulla m'arresta, Se non se quella, che per te s'aspetta, Contra il nemico rio, giusta vendetta.
XLIII
E tu, sommo Campion, che 'l mal presente Fosti dal Cielo a divietare eletto, Come affermasti; ed a ciò far possente, Ben ti confessa il sovrumano aspetto: Signor, vientene meco; io navi e gente E ciò, che 'n guerra fa mestier, prometto: Quanto può Samo, e quanto possa Scio Da' cenni pende e da l'arbitrio mio.
XIIV
Poi parentadi ed amicizie, quanti Veggonsi oggi regnar per l'onda Egea, Armi susciteranno e naviganti E Lenno e Lesbo e la discosta Eubea. Così parlando rinnovava i pianti L'odioso spirto: ei tuttavia fingea Volto a tentar con le sottil sue frodi, Che sen gisse AMEDEO lunge da Rodi.
XLV
Ed ei tenendo in cor le voci impresse De l'alto messaggier dianzi disceso, Seco non sa pensar, come cadesse Un regno, che dal Cielo era difeso. E pur costei con le sue luci istesse Videlo darsi in preda al fuoco acceso; E fra 'l sangue de' suoi spenti e dispersi Aveva in trista fuga i piè conversi.
XLVI
Fra' tai pensieri in sè medesmo ondeggia. Alfin non sa voltarsi indi a partire Che pria l'eccelso messagger non veggia. E verso il mostro ei così prende a dire: Non è regno sì forte o nobil reggia. Donna, per cui s'adeschi uman desire, Che polvere sul pian tosto non cada, Se la destra di Dio vibra la spada.
XLVII
Ha forse Rodi a la pietade eterna Con lunghe colpe sue rotto il confine, Onde il sommo Signor, ch'altrui governa, Pur con giustizia or la corregge al fine. Ma, benchè l'occhio uman poco discerna L'alto giudizio e l'azïon divine, A dritta ragïon creder conviene Ch'anco l'ira di Dio sia nostro bene.
XLVIII
Ei talor flagellando in tempi duri Di severo Signor prende sembianza, Perchè del nostro errar fatti sicuri Apprendiamo invocar la sua possanza. Or tu, reina, sollevar procuri Con arme e con tesor nostra speranza; Caduche forze; e per le vie del mondo Vuoi fornir tuoi disegni; ed io rispondo:
XLIX
Dal ciel venne messaggio; ed ei commise Ch'io quì posassi; e ch'Ottomano a terra Vedrebbe il campo, per mia man, promise, Ch'oggidì Rodi sì terribil serra. Ma, fin ch'a me ritorni, ei non permise Scender dal monte, o riprovarmi in guerra. Egli arme recherìa da soggiogarlo; E tutto questo è ver, come ti parlo.
L
Se quì dunque soccorsi abbiam sì presti, A che cercando gir forze lontane? Certo non deesi co' favor celesti Porre in bilancia le possanze umane. Ei più non ragionava. Aletto a questi Detti del gran guerrier mesta rimane; E pur con tutto ciò l'anima fiera Trar ne l'inganno alfin non si dispera.
LI
Chiaro è per sè, che dove Dio s'impiega, Non è contrasto: ma sua man possente Pur ciascun dì far meraviglie nega, Ed ama, che 'n suo pro sudi la gente. Deh! vien, Signor, dove costei ti prega; Fatti Duce de' nostri; indi repente Torna, tonando, ad Ottoman, che prende Lungo piacer de i vinti, e non t'attende.
LII
Così diss'ella; e non però commove Il gran guerrier a di là torre i passi; Chè, qual su l'Apennin quercia di Giove Contra i soffi di Borea, immobil stassi. Veggendo Aletto uscire in van sue prove, Indi sparisce rimugghiando, e fassi Fra le cresciute rabbie un foco d'ira. Ed AMEDEO con meraviglia il mira.