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Amedeide

AL CANTO XXIII.

Reading edition

L'argomento postovi dal Poeta dice brevemente così: «Amedeo risanato va coi Rodiani al tempio, e si rendono grazie a Dio per la vittoria.»

Le osservazioni critiche del Cav. d'Urfè sono molte, ma perchè fatte sul MS. non più rispondono in tutto al poema, qual si legge in istampa. Non piace, a cagion d'esempio, al Critico, che l'Autore faccia «predire par S.t Maurice les actions du Duc Emanuel Philibert et de V. A. (del Duca Carlo Emanuele)…. il devoit mettre la bataille de S.t Maurice, et cela d'autant plus que c'estoit S.t Maurice qui parloit.» Ora nella stampa la predizione si fa da S. Giovanni Batista; e molto convenevolmente, essendo il protettore de' Cavalieri di Rodi.

Quanto ai fatti che il Chiabrera non fece predire, e che il Critico suggerisce come degni d'essere predetti, trovasi quello de la prise de Monferrat; ma il Poeta che si godeva una pensione sulla tesoreria del Monferrato concedutagli da' Gonzaga, allora principi Sovrani di questo paese, non doveva toccare una corda così delicata, trattandosi di fatto recentissimo, con certezza di offendere il Duca del Monferrato suo benefattore.

E perciò, tralasciando quelle cose che l'Urfè vorrebbe nel poema, che sono consigli non critiche, dirò di due difetti da lui notati in quest'ultimo canto. Nella St. 6. dice il Batista ad Amedeo:

L'armi ch'avesti tu dal ciel superno Io porterolle a le magion divine, E là ne l'alto serberansi appese Per darle a' tuoi nelle più gravi imprese.

E il Critico: «Je trouve aussy que d'avoir osté les armes divines a Amedee n'est pas bien a propos, parce que jamais Dieu ne nous oste les graces qui nous l'alt que quelque nostre demerite ne precede… mais i'eusse voulu les luy laisser, et pour montrer la particuliere protection qu'il plait a Dieu d'avoir a jamais de la Maison de Savoye, ie voudroit les luy laisser sa vie durant avec promesse de mettre les armes invincibles dans la Savoye et les garder la a iamais pour la conservation et assurance des estats de ses grands et iustes successeurs.» Confesso il vero, quel ripigliarsi l'armi celesti date al Duca, non mi sembra invenzione lodevole; ma forse il Poeta non sapendo dove collocarle degnamente (chè il metterle in Savoja avrebbe potuto dispiacere a' dominj italiani della R. Casa) si volse al partito di farle trasportare colà dond'erano venute.

La censura seconda, ch'è pure l'ultima, cade sopra la chiusa del poema: i Cristiani vanno con Amedeo al tempio a render grazie all'Altissimo Iddio per vedersi liberati dal pericolo; benchè i Turchi o non siano ancora partiti dall'isola, o si trovino sulle navi vicino a Rodi. E bene osserva il Cav. d'Urfè che la vicinanza d'un nemico potente mantenendo il pensiero del pericolo, non lascia luogo ad allegrezza intera e sicura; e che perciò si doveva descrivere in primo luogo la tempesta che fece perire le navi co' Turchi fuggitivi, e poi condurre i duci, i soldati e il popolo tutto a ringraziare di tanto favore il Dio degli eserciti. Questa censura è lodevole, non solamente per la ragione addotta dal Francese, ma sì per quest'altra, che chiudendosi il poema col naufragio de' nemici, il fine ha una certa tristezza, che lascia una sensazione dolorosa negli animi gentili; dove al contrario, affondate le navi, perduti con esse i Turchi assalitori, viene il canto di grazie, l'allegrezza della vittoria, la sicurtà del paese; tutte immagini gioconde che dolcemente si spargono per l'animo del leggitore, facendogli dimenticare gli sdegni, il sangue e le rovine della guerra.

«Voila, Monseigneur, (conchiude il Cav. d'Urfè parlando al Duca) ce qui me samble de ce poeme qui a la veritè est beau et docte, mais que ie croy qui plaira plus aux savants qu'au vulgaire: aussi n'est il pas permis a tous de se servir de la masse d'Hercule…. J'ay remarqué ces choses a la haste et par le commandement qu'il a pleu a V. A. de m'en faire, parlant touttefois avec toutte sort de respect d'un si grand personnage qui est le Seigneur Chiabrera. »

Il manuscritto, dal quale abbiamo ricavato le critiche, serbasi nella Civica Biblioteca Berio, ed è copia tutta di mano del dottissimo Barone Vernazza fatta sull'originale in Torino nel 1791.

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