CANTO VI.
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ARGOMENTO.
Vien d'Ilario AMEDEO presso al ricetto Là del Filermo fra l'orrore ombroso: Quì di matrona in simulato aspetto, Pianti versando in mesto atto e doglioso, Gli si fè incontra l'infernale Aletto; E 'l ver tenendo in falsi detti ascoso, Invan tentò con sue malizie e frodi Che gisse il gran Campion lunge da Rodi.
I
Aletto in tanto per lo giogo ombroso E del Filermo ne l'alpestro orrore Scorse AMEDEO, che di pugnar bramoso Da travagliarsi in armi attendea l'ore. Ei da l'antro selvaggio, ove nascoso La notte soggiornò, sen venne fuore A guardar, se fra l'orride foreste Scender vedeva a sè nunzio celeste.
II
Alza la fronte, e per lo ciel tal volta E per gli aerei campi il ciglio gira, Nè men tal volta de la selva folta Tra pianta e pianta intentamente mira; Nulla non vede, e via più sempre ascolta Fiero rimbombo di minaccia e d'ira, E de le trombe eccitatrici i carmi, E 'ntorno Rodi ogn'or gridarsi a l'armi.
III
Quinci ratto assalir l'infide genti Grande gli corre ardore entro a le vene. Come Leon se pascolare armenti Vede oltre al fiume ne le piaggie armene Ben l'unghie indura, e bene arrota i denti, E ben farìa sanguigne erbe ed arene; Ma pur paventa di superbia carco L'ampia riviera, che contrasta il varco.
IV
Tal fu del gran guerrier. S'avvampa in seno Di dare assalto, ed a pensar poi prende Sovra l'Angelo apparso, e' tiensi a freno, E, sofferendo, i suoi ritorni attende. Così con lenti piè l'ermo terreno Va trascorrendo, ed ora sale, or scende Fin che trova bagnar l'alpestri sponde Dolce ruscel di limpidissime onde.
V
In su la destra e su la manca riva Foltissime innalzarsi orride e dure Quercie vedeansi; e non giammai s'apriva Strada a' raggi del sol per l'ombre oscure; E di loro ogni tronco al ciel saliva Non mai percosso da villana scure, Nè mai soleasi al bello orror selvaggio Far da' pastori o da gli armenti oltraggio.
VI
E non senza ragion: quivi soggiorno Già scelse Ilario. Era costui ben chiaro Per suoi tesori, e di virtute adorno Pregi di nobiltate anco l'ornaro; Ma per far più spedito al ciel ritorno, Contra gli agi del mondo ebbe riparo A l'aspra povertate; e' in questi liti Trasse de la sua vita i dì romiti.
VII
Ei quì di vimi rusticani un tetto Per sè compose; e non usate piume, Ispide paglie gli prestavan letto, Mentre Febo nel mar chiudeva il lume: Furono i manti suoi bigio negletto; I cibi l'erba, le bevande il fiume: E di mille infelici a sè devoti, Umil pregando, egli adempieva i voti.
VIII
Mute lingue sciogliea; grazie divine; E di febbri cessò ghiacci ed ardori; Ed ad ogn'or per quelle strade alpine Apparìan zoppi, e divenìan cursori; Onde poi giunto de la vita al fine Lasciò ver sè tanto amorosi i cori, Ch'a dimostrare altrui siccome degno Fosse d'altiero onor, si fece segno.
IX
Ersero quì di bianca rupe e dura, Colonna sposta a' guardi anco lontani, Su cui del famoso uom l'aurea figura Giunte levava al cielo ambe le mani: Ma ne la base non vulgar scultura Segna le vie de gli esercizii umani, Dando a veder, ch'al gran Signor di sopra Servesi or col pensiero ed or con l'opra.
X
Vedeasi Elìa, che senza tema alcuna L'empio furor di Giesabel sopporta Sul monte; ed a nutrir l'alma digiuna Il sollecito corbo esca gli porta. In altra parte Gedeon raguna Sua gente al fiume, ed ivi a ber conforta; E de l'immenso stuol sceglie trecento, Che di prodezza dier chiaro argomento.
XI
Fisso AMEDEO ne la scolpita istoria Dal profondo del cor tragge tai detti: Felicissimi spirti, a tanta gloria Dal monarca del cielo in terra eletti. Sì parla; e tuttavia volge in memoria Le meraviglie de i divini effetti; Ed in quei marmi tien la vista intenta, Quando il mostro infernal gli si presenta.
XII
S'era l'empio Demon d'intorno tolto L'orrore, e via dal crin gli angui fischianti, E dimostrava, trasformando il volto, Di ben nobile donna atti e sembianti; Svelato il seno, e tutto il busto involto Avea tra seta di cerulei manti, D'abito fra negletta e fra pomposa: Ma sovra modo a rimirar dogliosa.
XIII
Cotale agli occhi del guerrier scoprirsi Determinò ne la remota sede Aletto; e di repente indi partirsi Sembiante fa, come di lui s'avvede. Ed ei, che la mirò quasi pentirsi D'avere innanzi a lui fermato il piede Volge placidi sguardi; e poi cortese In sì fatta maniera a parlar prese:
XIV
Non torcere orma, e nel tuo cor speranza Ravviva, e sgombra ogni sospetto indegno; Ferma; chè di mia destra ogni possanza Per lo scampo di Rodi a provar vegno. A questo dir non serenò sembianza; Pur d'affidarsi il rio Demon fe' segno, E quasi in aspro duol fosse sommerso Mise alta voce incontro al Ciel converso:
XV
Era vantaggio non giammai fondarsi Tuoi regii alberghi e tue superbe mura, Rodi, s'al mondo acerbamente farsi Doveano specchio di crudel ventura. O pensier di mia vita al vento sparsi! Ma quale alma qua giù vive secura? Ciascuno in terra è condannato in guai; E fora meglio non ci nascer mai.
XVI
Ecco dolenti mi s'accrescon gli anni A pianger de' miei regi il sangue morto, E bene esperta de gli umani inganni Ritrovo angoscia, ove cercai conforto. Quì per la forza de gl'interni affanni Bagna di caldi pianti il viso smorto, E tra lunghi sospir non fa parola. Ma quei tormenti il Cavalier consola:
XVII
Nobile donna, non largare il freno A' gridi, e fra i dolori asciuga il ciglio, Che per questo mortal corso terreno A ben condursi fa mestier consiglio; E se t'ingombra di terrore il seno De l'assediata Rodi il fier periglio, Esser può, che tuo pianto invan si spanda, Chè 'l gran Dio per soccorso oggi mi manda.
XVIII
Io non son nulla; ogni mio moto è tardo; E non ho spirti a la vittoria pronti: Ma per Dio l'uomo fral fassi gagliardo; E mille esempi se ne van ben conti: Dio regge il mondo; e se raggira un guardo Quetansi i venti, e son tremanti i monti, E benchè frema, l'arenose sponde Non bagna il mar, s'ei lo comanda a l'onde.
XIX
Per tanto spera. Ei più non disse. All'ora Tenne alquanto il Demon le ciglia immote, E poi gridò: se colà su dimora Alcuno Dio fra le stellanti rote, Nol so; ma se pur v'è, perchè ad ogn'ora Le preghiere di noi lascia gir vote? Forse ne l'alto egli trïonfa e regna, E noi qua giuso riguardar disdegna?
XX
Lassa da grave e da mortal ruina Sentomi tanto duramente oppressa, Che quasi al disperar fatta vicina Mi conduco a parlar fuor di me stessa: Crebbi in mezzo a' tesor; nacqui reina; Ed or d'ogni miseria in fondo messa, Per questi boschi, ovunque il piè mi mena, Fuggo de' Turchi la crudel catena.
XXI
Dunque obbrobrio a la patria, obbrobrio a gli avi Camperò schiava? o mie speranze liete, E del viver giocondo ore soavi, Ove sparite? ed a che fin giungete? Ma tu che 'n tempi sì dogliosi e gravi Per noi venivi ad arrecar quiete, Come indugiasti? e per l'Egeo ritenne Qual torbido austro tue velate antenne?
XXII
Certo il sembiante e de begli occhi ardenti I lampi e gli atti a rimirar celesti Creder mi fan, che da l'inique genti Il popol Rodïan difeso avresti; Or sei giunto ad udir gridi dolenti, E de' buon cavalier corpi funesti, Altari e chiese depredate ed arse, E lor sacre reliquie al vento sparse.
XXIII
Così ragiona ingannatore e geme, E di lagrime finte inonda il viso, E poscia batte ambe le palme insieme E nel gran cavalier tien l'occhio fiso. Egli ascoltando le querele estreme E de la terra il non temuto avviso, Alquanto i suoi pensier seco raccoglie Non certo a pieno, indi la lingua scioglie:
XXIV
Donna, se 'l tuo parlar per me s'intende, Rodi è caduta a terra; ascolto il vero? Più da' suoi cavalier non si difende? Del superbo Ottoman sostien l'impero? Quivi Aletto sue frodi a narrar prende: Ma ferma il guardo in volto al cavaliero, Ben osservando, s'ei consente o nega Credenza al ver, mentre le note spiega.
XXV
Chi superbo, diss'ella, alza la mente, E tra' mortali temerario spera, Nè sa, come qua giù fugga repente Lunge da noi felicità leggiera, Stato oggi al guerreggiar fosse presente, Ed al cader de la cittade altiera, Che fatto quinci si sarebbe esperto Come sia di ciascun lo stato incerto.
XXVI
Rodi fulgida d'or, nudrice antica D'alme guerriere, e al cui superbo grido Non reggeva giammai forza nemica, Ove ogni industria, ogni valor fea nido, Sparsa è per terra; ed avverrà, che dica Nocchier tra l'onde costeggiando il lido: L'alta reggia dì Rodi era in quel loco Quando il fier Ottoman la diede al foco.
XXVII
Signor, da' Rodïan tanta difesa Fecesi un tempo, e sì schernîr sua vita, Che stanco il Turco di fornir l'impresa Omai la speme avea quasi smarrita; Ed ecco fama vivamente intesa Fu per ciascun, ch'a noi veniva aìta: Un Italico re, franco, feroce Mosso già s'era a navigar veloce.
XXVIII
Regge il Piemonte; e tra guerrieri acciari Gode sudando; e sol di gloria ha brama; E sangue di mille avi al mondo chiari, Chiaro risplende, ed AMEDEO si chiama; Or sì fatto campion solcare i mari, Ascoltando Ottoman cantar la fama, Di prevenir suoi corsi il prese cura; Schierò le genti ed assaltò le mura.
XXIX
Non sì tosto il mattin l'ombre disperse, Che udissi all'armi. Ogni guerrier cristiano Intrepido a la morte il petto offerse, E vittoria cercò con nobil mano. Aspramente pugnossi, al fine aperse Varco ne la città l'empio Ottomano A' suoi popoli ingordi, onde repente Dentro inondò l'abbominevol gente.
XXX
Sparsero i Rodïan gemiti e pianti: Ma del rio vincitor le man spieiate Da per tutto spargean fochi fumanti, Non perdonando a le magion sacrate. Io, che nel tempio con umìl sembianti A la corte del ciel chiedea pietate, Fra 'l rimbombo de i gridi e de gli ardori, Piena di ghiaccio il cor, men venni fuori.
XXXI
Incontro un mio scudier pallido in viso, E dimando qual sia nostra ventura. Ei mi risponde: è tuo figliuolo anciso; Ottoman trïonfante entro le mura. Alla fiera novella io presi avviso Di serbar la mia vita almen sicura, E sovra legno piccioletto ignoto Ho cercato del mar seno remoto.
XXXII
Vegno qua sù, perchè minor periglio Stimai partire entro la notte ombrosa; E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio Ed il nocchier là giù m'attende e posa. Così dicendo, annuvolava il ciglio, Pianti versando, e si mostrò dogliosa, E lungamente sospirava, e come Tutta infelice disperdea le chiome.
XXXIII
A quegli atti AMEDEO cangia l'aspetto, Ed in parti diverse il pensier gira; E per qual via deggia avverarsi il detto De l'Angel sacro taciturno ammira. Ed in quel punto va seguendo Aletto Le cominciate frodi; in pria sospira, Poi dal preso cordoglio ella si scote E franca in voce fa sentir tai note:
XXXIV
Chiarissimo Signor, la cui sembianza Porge d'ogni virtute alto argomento, Poscia che ad impiegar la tua possanza Per lo stuol Rodïan stato sei lento, Odi quale per noi riman speranza; E se lo stato mio teco rammento, Ed il mio favellar vien da lontano, Non te ne caglia, ch'io non parlo in vano
XXXV
Non distante di quì lungo sentiero, Samo da non sprezzarsi, isola siede, In cui regnò d'ogni virtude altiero Argesto, e di lui nacqui unica erede; E perchè senza maschi al bello impero, Per usanza, la donna anco succede, Io di non pochi re mossi le voglie, Che gareggiando mi chiedeano a moglie.
XXXVI
Ma sovra ognun tra la sì nobil gente A' miei parenti rassembrò più degno Filippomène; ei di tesor possente In Scio già nacque, e ne godeva il regno: Vago d'aspetto, e ne le guerre ardente, E ne la pace di cortese ingegno: Nè men per sangue: eran congiunti seco I più chiari signor del popol greco.
XXXVII
Sposata io fei giocondo il cor paterno Per un figliol d'ogni bellezza adorno: Ma, lasciandolo infante, al ciel superno L'alma del genitor fece ritorno. Pur da me non per tanto ebbe governo Tal che fregi d'onor si vide intorno; E d'ogni alma virtute apprese l'arte; Benchè più forte egli donossi a Marte.