CANTO PRIMO
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ARGOMENTO.
Di Rodi Angel divino alla difesa AMEDEO chiama, e 'l guida in sul naviglio; Ma l'empia Aletto allor da tanta impresa De' suoi temendo l'ultimo periglio, Alla stretta città novella offesa Sveglia Ottomano a far, col suo consiglio; Ed egli di Sultana il cor piagato, La mostra vuol veder del campo armato.
I
Musa, ch'alme corone al crine adorno Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti, E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno, D'ammirabile spirto empi le menti, Di' d'AMEDEO, come da Rodi intorno Tolse il furor de le nemiche genti, Quando a' Cristiani altar porgendo aita Il feroce Ottoman trasse di vita.
II
E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero T'appresti, o CARLO, a le magion stellanti, Mentre pur sali, e nel vïaggio altiero Belle orme imprimi, odine lieto i canti; Non perchè 'l corso del real pensiero Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti; Non è mestier: così spedito, e franco Voli a le mete eterne unqua non stanco.
III
Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo, Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona Temprerà Febo al tuo sì nobil merto: Bene alto in terra d'AMEDEO risuona Il giusto affanno in guerreggiar sofferto; Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi.
IV
Chi mosse in prima, e per pietà soccorse Quei tanto afflitti, e guerreggiati regni? Il gran Batista; Egli ver Dio sen corse Forte pregando, e mitigò suoi sdegni. Per le colpe di Rodi in ira sorse, Ch'avean d'ogni pietà varcati i segni, E guardava su lei con fronte carca Di ben giusto furor l'alto Monarca.
V
Già d'acerbi guerrier tutte cosperse Avea l'aspro Ottoman piaggie, o pendici, E già sforzando le difese avverse, De le mura abbattea gli alti edifici. Ma non Giovanni rimirar sofferse Senza conforto i popoli infelici, E sperando impetrarne alcun perdono, Di Dio sen venne a l'ineffabil Trono.
VI
Ed ivi ardente, come amore invita, Parlò cosparso di pietà ben vera: Alto Dio, la cui forza alta infinita Non mai per ira i peccator dispera, Che 'n lor miseria i Rodiani aita Sperin da tua mercè per mia preghiera, Etti palese; e s'io per lor procuro, Di non spiacerne a Te son ben sicuro.
VII
Eterno Redentor, tempra i disdegni, E di tua gran bontà cresci gli esempi; Non dar popoli tuoi, non dar tuoi regni A' tuoi nemici abbominati ed empi; Quante rie ferità, quanti atti indegni Su gli aitar forniransi, e dentro i Tempi? Quante vergini piè verransi a meno? Deh Dio, deh stringi a la giustizia il freno.
VIII
Così pregando inginocchiato avante Del Signor stava a l'immortal presenza, E di vera pietà colmo il sembiante Tenta per ogni via l'alta clemenza. A quel parlar commosso il gran Tonante, Rivolse nel pensier nova sentenza, E si dispose a dispensar pietate; Poi queste fece udir voci beate:
IX
In lor gran cecità non mai per certo Fian ciechi i peccator, s'a' lor peccati Dimanderan perdon col vostro merto, O nel colmo del Ciel spirti beati; Ed oggi i Rodïan del mal sofferto Godranno il fine, e gli avversarj armati Vedran sul campo traboccar funesti; Con sì fatta pietà preghi porgesti.
X
Così diceva, ed il pensier, che chiude Nel petto eterno, a Gabriel fa chiaro; Scenda di Sciro in su l'arene ignude, Ove il grande AMEDEO vinto gittaro Di concitato mar tempeste crude, Poi ch'i navigli suoi sparsi affondaro; Indi per l'ampio mar seco sen vada, E poi di Rodi al fin gli apra la strada.
XI
Dier lode allor nel Re del mondo intenti I gran stuoli de gli Angioli, e dei Santi; E gli aurei cerchi de le stelle ardenti, E i campi eterni risonaro a i canti. Ma veste infra soavi almi concenti Fulgidi vanni a fulgido or sembianti Quel divin nunzio, e ne fornisce il tergo, Ed esce fuor del sempiterno albergo.
XII
Qual se poi lungo vagheggiar l'aspetto De l'aureo sol, de le stellanti sfere, Move aquila superba aspro diletto A sanguinar l'unghie ritorte, altiere, Sù, le nubi nel ciel fende col petto, E 'n un punto quà giù l'aure leggiere, E quanto è d'aria infra la terra, e 'l polo Sembra solcar, sembra varcar d'un volo;
XIII
Tal giù si cala, e le volubil piume Rivolge intento a l'arenosa sponda, Ove tra salse, e tra cerulee spume Il procelloso Egeo Sciro circonda; Omai de l'alba rugiadosa il lume Indorava del mar l'instabil onda, Quando l'Angelo giunse a l'antro ombroso, Ove in terra AMEDEO prendea riposo.
XIV
Egli lo stuol de' suoi, che 'n mare estinto Scorse affondar ne la tempesta rea, Pianse dolente, e se medesmo; or vinto I nobili occhi in sul mattin chiudea; Quì fronte annosa, e lungo crin ritinto In molta neve il messaggier prendea, E di rigidi manti il busto involve; Lo scote, e sveglia, indi la lingua ei solve:
XV
O d'arme invitto, e più di cor gentile, Germe immortal degl'immortali Eroi, Com'è, che d'ozio neghittoso e vile Non tuo valor, non tua virtù s'annoi? Tu di vil plebe a seguitar lo stile Or volgi riposando i pensier tuoi; Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?
XVI
Allor di doglia al così dir confuso Tragge dal mesto cor lungo sospiro, E diceva AMEDEO: del vulgar uso L'anima serva a le viltà raggiro? Io vago d'ozio? che risplenda, o chiuso Stia 'l sole in mar, questa prigion sospiro? Ah che quì circonscritto odio la vita, E conto ore e momenti a la partita.
XVII
Sciolsi spirando in cielo aure serene, Del gran Sïon per adorar le mura; Ma su per queste inabitate arene Ruppe nostri sentier cruda ventura; Sì tra fere, e tra boschi il ciel mi tiene, Come tu scorgi e 'l lagrimar non cura; Così l'onor, di che sperava altiero Mio nome incoronarsi, omai dispero.
XVIII
Ma tu chi sei? che 'n sì crudel martoro Anima afflitta visitar non sdegni? Vivi mortale? od immortal fra loro, C'han pace eterna in su gli eterni regni? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro; Toglimi, o Santo, a tanti casi indegni; O perchè mia memoria indi difenda, Sì rei destin la bella Italia intenda.
XIX
Così pregava alto gemendo; allora Sparse d'eletti fior nembo giocondo L'Angelo intorno; e sè di raggi indora, Mirabil vista! entro fulgor profondo: Dice, o guerrier, del cui gran pregio ancora Memoria eterna fia sacrata al mondo, A più lieti pensier l'alma rivolta, E me messo di Dio verace ascolta.
XX
Come risorga il sol, (del mar forniti I rischi or son: non paventar sue frodi) Pensa al partir; ma ricercar quai liti Deggia partendo, di mia bocca or odi; Asia, Orïente, eserciti infiniti, Arme d'inferno, aspro guerreggian Rodi, E mille armate navi, orribil guerra, Tutto chiudono il mar, chiudon la terra.
XXI
Oppressa da furor barbari ed empi Sente omai da vicin l'ultimo pianto; Va tu colà; suoi formidabil scempi Saran del ciel cura pietosa intanto; Là fa scudo a gli altar, fa scudo ai Tempi, E di Savoia sempiterna il vanto; Così diceva; e di pietate accese L'anima fida a le sacrate imprese.
XXII
S'invola poscia il volator Divino, Qual sparisce per l'aure aureo baleno. Tende le palme, e reverente inchino Traeva gridi il cavalier dal seno: Qual celeste pietà, qual mio destino Ti veste l'ali? e giù dal ciel sereno A questo afflitto dispensar conforto Te quì possente messaggiero ha scorto?
XXIII
Deh se ne l'alto ciel fatto hai ritorno, Mio pronto cor, deh tua pietà non cele; Esponlo, prego, a' piè di Dio; col giorno, Qual tu m'impon, dispiegherò le vele; Pronto a morir, con mille rischi intorno A' cenni suoi combatterò fedele. Sì da l'antro deserto, ove ei si serra, Volgesi a Dio con le ginocchia in terra.
XXIV
Nè così tosto a l'immortal sentiero Mosse la fulgida Alba il piè celeste, Ch'ei nel fondo del cor sveglia il pensiero, Come se stesso a la partenza appreste. Su l'erma piaggia non pervien nocchiero; Or come troncherà l'aspre foreste? Onde bipenne avrà? con quali ingegni A far naviglio tesserà quei legni?
XXV
In tanto affanno ver la terra inchine Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine Ne ritrova la via l'alma animosa; Vassene a l'aspre rupi indi vicine Là, 've le navi sue l'onda spumosa Con lungo assalto tempestando aperse, E sovra i liti le lasciò disperse.
XXVI
Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira De l'Oceàno, col pensier misura Intentamente; e benchè rotto, ei mira Che quasi in stato un battelletto dura; Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira; Poscia fornirlo, e risaldar procura Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte, Che de la vinta armata il mare ha sparte.
XXVII
Ed al fin punta in su la ripa il piede, E 'n varando il naviglio ei su v'ascende; E poi da terra allontanato il vede, Picciola vela agli aquilon distende. Ma su la poppa non veduto siede L'Angelo seco, ed al governo attende Con occhio intento, e per la fragil nave Spira su lucida onda aura soave.
XXVIII
Nè con sembiante neghittoso e lento I gran soccorsi rimirava Aletto, Mostro infernal, cui sol pena e tormento Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto: Volse il pensier per mille parti intento A sviarne il campion dal Cielo eletto, E quando ella il dispera, aspra s'ingegna Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna.
XXIX
Teme del campo a Rodi avverso, teme Del Tartareo tiranno aspri destini; Nè può mirar da le miserie estreme A sua salute i Rodïan vicini. Arsa tra queste furie ulula, e freme Livida i guardi, invenenata i crini; Nè punto cessa intra furori immensi, Che su lo strazio de Cristian non pensi.
XXX
Quinci un momento sol non spende in vano; Ma di Bostange ella vestì sembianza, E volò trasformata ad Ottomano Là sotto Rodi in ammirabil stanza: Ponsi ivi al petto l'una e l'altra mano, E reverente a la real possanza La fronte inchina, e le ginocchia piega, E con tal voce i suoi pensier dispiega:
XXXI
Perchè dal ferro, e dal travaglio oppressi Alcuna requie i tuoi guerrier ristori, Già molti dì dal guerreggiar tu cessi, E del tuo fiero cor tempri gli ardori; Rompi i riposi al campo tuo concessi, E con l'armi risveglia i tuoi furori, Risvegliali, Ottomano; ecco a gran corso Sen viene inverso Rodi alto soccorso.
XXXII
A piè de' monti, e fra quelle alpi estreme, Onde il Francese inver l'Italia scende, Regna AMEDEO, che di virtù supreme Quasi un fulgido Sol quivi risplende; Forte così, ch'ogni nemico il teme, O se spada impugnando egli contende Fuor di dorato arcione, o se con asta Su corridor spumante altrui contrasta.
XXXIII
Deggio forse narrar come possente Domò l'orgoglio de' vicin nemici, O ne i regni lontan come non lente Spiegò l'insegne a sollevar gli amici? Che più narrar degg'io? l'inclita gente Sempre in guerra ha vibrato arme felici; E questi ad emular forte s'accese Di tanti avi magnanimi l'imprese.
XXXIV
Scoterà forte il tuo sì saldo impero, Farassi appoggio a queste debil mura: Sorgi, sorgi, Ottoman; tanto guerriero Precorri armato, e trïonfar procura. Sì disse il mostro, e dileguò leggiero, Come rapido augel per l'aria pura, E sparsi i nembi, onde egli apparve adorno, Ivi stridendo se ne va dintorno.
XXXV
Grida Ottomano; e che farà quel forte? Alzi l'antenne, e quanto può s'affretti; Vengane omai; dure catene, e morte Per suo trionfo, il forsennato aspetti. Rodi sottrar da miserabil sorte? Ardir cotanto de' Cristian ne' petti? Perchè non paventar, ch'Europa cada Sotto il giusto furor di questa spada?
XXXVI
Ma pur da gli atti a reputar costretto Ch'oltramondano il messaggier si manda, Benchè rigonfio d'alterezza il petto, I gran duci del campo a se dimanda. A pena han de gli araldi inteso il detto, Che corrono ad udir ciò, ch'ei comanda, E stan dimessi ad ascoltar sue voci; Ed ei sì le formava aspre, e feroci:
XXXVII
Rodi soccorso avrà; sì per pietate Odo, ch'a' Re cristian vien che ne caglia; Ma pria giungano quì lor navi armate Certo ella ha da cader per mia battaglia; Oggi le turbe io vo' veder schierate; Come risorga il Sol vo' che s'assaglia; Non sia per gioco mia parola udita; Chi non avrà valor, non avrà vita.
XXXVIII
Quì fine ei pose a gli orgogliosi accenti; E quei dimora ivi non fanno alcuna; Ma ver l'insegne le disperse genti De' tamburi animosi il suon raguna. In tanto sul gran pian mille Sergenti Spiegano tenda di real fortuna, Di donde rimirar l'alto tiranno Debba le turbe, che schierate andranno.
XXXIX
Parte di gemme la distinse, parte D'oro e di seta, inimitabil mano, Ammirabile sì, ch'ivi con l'arte Giostrar vedeasi ogni ricchezza in vano; Di bianche perle intra zaffiri sparto Ondeggia un tranquillissimo oceàno, Che i lidi implica; e di tessuto vento Il fanno tremolar soffi d'argento.
XL
Vedeasi, alto diletto a l'altrui ciglio, Argo solcarvi; ed il drappello Acheo Travaglia i remi nel mortal periglio Per entro i golfi de l'ignoto Egeo: Canta su cetra, e di virtù consiglio A ciascun porge incoronato Orfeo; Quinci liete sen van l'antenne ardite; Guardale con stupor l'ampia Anfitrite.
XLI
Ver sì gran tenda il gran Signor s'invia; Seco Sultana a paro, a par movea; Ed Ebräin mille guerrier per via, Usata guardia, intorno lor scorgea; Purpurea vesta ad Ottoman coprìa Il busto fier, che di piropi ardea; E cinto su quegli ostri aureo risplende, Onde al fianco la spada aurea s'appende.
XLII
Di bianchissimi lin turbante altiero, Carco di gran tesor, fascia i capelli, E tremano su lui, ricco cimiero, Gemmate piume di famosi augelli. Tale in sembianza minaccioso, e fiero Gli occhi volgea per gioventù più belli, E spirava nel barbaro ornamento Per entro ad ogni cor tema e spavento.
XLIII
Ma ne l'anima altrui sol spira amori Sultana, e foco di letizia pieno; Sì vincea con la chioma i più fin'ori, E con la tersa fronte il ciel sereno; Rubin le labbra, e su la guancia fiori Avea rosati, e d'alabastro il seno; Ed in celeste fiamma i guardi accesi Con dolce asprezza a rimirar cortesi,
XLIV
Cerchio sazio di perle il crin le cinge; E ricca in pompa di dorati manti Con la candida mano un scettro stringe, Che folgora d'elettri, e di diamanti; Quinci il fiero Ottoman frena, e sospinge Solo col variar de' bei sembianti, E sol che vibri de' begli occhi un giro, Sforza di quel superbo ogni desiro.
XLV
Costei di Regi in glorïosa sorte Già nei regni di Lidia i lumi aperse, Ma poscia il Turco in guerreggiar più forte La grandezza di lor tutta disperse; Sultana allor se ne correva a morte Per involarsi a le miserie avverse; Ma quando ella la destra al ferro porse, Ottoman giunse, e sul ferir la scorse.
XLVI
A pena scorta, rimirata a pena, Siccome lampo gli passò nel core, Ed indi gli trascorse in ogni vena Fiamma immortal di non provato amore. Subito il ferro, e la man bella ei frena, E fervido consola il suo dolore, E per sua vita ritornar gioiosa Di se chiamolla imperatrice, e sposa
XLVII
Nè, se l'alba risorge, o 'l carro ardente Lava ne l'Ocean Febo dorato, Egli arso, egli anelante unqua consente Pur da se dilungarsi il viso amato; Ed oggi a riguardar l'armata gente In real seggio ei la si vuol da lato, Perchè del campo ciascun'alma inchina Volga le ciglia in lei, come in reina.
XLVIII
Musa, che sù nel Ciel sparsa le chiome Di sempiterni raggi inclita splendi, E l'opre eccelse, che disperse e dome Non caschino, dal tempo indi difendi, Conta le squadre, e de' lor duci il nome, E di che Regni usciti a narrar prendi; Che oppressa da l'obblìo spira a fatica Quì fra' mortali la memoria antica.
XLIX
Le turbe in pria su l'ampio campo andaro, Che 'n pace avean per la Cilicia albergo, Il fianco cinte di ritorto acciaro, E l'arco in pugno, e faretrate il tergo; Non d'altro il busto, che di seta armaro; Sprezzano i Turchi luminoso usbergo, Nè portare elmo in testa han per costume; Ma tele attorte, e gran cimier di piume.
L
Diciotto insegne tremolando al vento Lo squadron folto in trapassar discioglie; A se dintorno cinque volte cento Ciascuna insegna di pedon raccoglie. Guidagli Ebreno; ei già canuto il mento Non sbandisce dal cor fervide voglie; Ma stima di guerrier vergogna e scorno L'alma spirar senza dure armi intorno.
LI
Dal genitor sì nobile arte apprese, Anima inespugnabile, superba, Ch'oltra sedeci lustri in armi spese L'etate ad onta de le rughe acerba; E sì l'asta vibrò, sì l'arco tese, Che suo nome per l'Asia anco si serba; Druso appellossi; or di lui fier non manco Ebreno appar, benchè rugoso, e bianco.
LII
Del vecchio Capitan l'orme seconda Alfange il bel, che da le belle ciglia Spande luce sì vaga, e sì gioconda, Ch'altrui d'amare, e riverir consiglia; Pel non avea, che su le guancie asconda La fresca rosa, che fiorìa vermiglia, E d'or la fronte per lo crin splendea, Che pura e tersa, e sovra gli altri ergea.
LIII
Pianse la madre il suo partire, e meno, Quasi a forza di duol, venne sua vita, Ed inondàr mille donzelle il seno Piangendo pur quella mortal partita; Ei fatto sordo, colà sciolse il freno, Ove tromba di morte a l'armi invita: Tanto eran giù nel cor sue voglie vaghe Tutte illustrarsi d'onorate piaghe.
LIV
Venti bandiere ai venti avea suo stuolo, Che, lui seguendo, di Panfilia uscìa; E trenta quel, ch'abbandonato il suolo Fertil di Licia, appresso lor sen gìa; Erane Arsace il guidator, che solo A bei raggi del sole un occhio aprìa, L'altro in battaglia incontrò notte oscura, Ed ei per gloria i danni suoi non cura.
LV
Fra la barbara turba armi non prese A seguir d'Ottoman gli aspri furori Anima di costui via più cortese, E meno amica d'adunar tesori; Nè tra 'l periglio de le dure imprese Porsero preghi con più studio i cori Per altrui scampo al ciel, nè fer devoti, Con più frequenza e con più pompa, i voti.
LVI
Ma tutti indarno, e su le piume ai venti Dissipati per aria al fin sen giro, Che per man d'AMEDEO tra i primi spenti Provò l'angoscia del mortal sospiro. Pianserlo di Chimèra i gioghi ardenti, E mesti di Limèra, ove l'udirò, Pianserlo i fonti, e scolorite in viso Il piansero le ninfe di Telmiso.
LVII
Dietro vien Caria; e rimembrava ancora Del gran Sepolcro l'immortal fatica, Onde la polve del consorte onora, Ben raro esempio, la reina antica; Turacano era il duce; a lui non fora Sembiante Orso, o Leon, ch'alpe nutrica, Tanto è fiero di spirto intra i più fieri; Ed avea cinque sopra dieci alfieri.
LVIII
Spoglia d'orrido lupo intorno il cinge Gemmata l'unghie; ed ha faretra altiera Per mirabili smalti, ove si finge Tra veneniferi angui aurea Megera; Nè sola atroce ella minaccia; Sfinge Spande ivi tosco, e fiamme alta Chimera, E con lor sembra, che latrar si scerna Il can custode de la valle inferna.
LIX
Non poca gente indi vestigi imprime, Che solca i campi della Lidia, e miete; Di varia pompa ella sen va sublime, E chiaro il guardo, e le sembianze ha liete; Non perchè pria, che da l'äeree cime Suoi corsi in grembo a l'Oceàno acquete, Sen va Pattòlo intra lucente arena Torbido d'or con ammirabil vena;
LX
Ma perchè il germe de' suoi regi estinti Sultana, armata di beltà divina, I crudi orgogli d'Ottomano ha vinti, E del suo vincitor vive reina. Schiera di cigni, che d'albor dipinti I lunghi colli, in sul Caïstro affina La voce in sul mattin, sembran costoro; Sì van cantando la letizia loro.
LXI
Han per iscorta in arme otto stendardi Col nome di Giassarte a l'aura stesi, Gagliardo in guerreggiar tra' più gagliardi, Colmo di spirti in bella gloria accesi. Non son l'orme di questi a seguir tardi Gli armati, che di Misia hanno i paesi; Fur cinque mila; e li conduce Alete, Mal sempre acceso d'amorosa sete.
LXII
Popol seguìa, ch'abbandonò le rive Di Xanto, e d'Ida la selvosa altezza, Ove nude mostrar l'antiche dive Al mortal guardo l'immortal bellezza; È duce Alcasto; di costui non vive Braccio, ch'avventi stral con più certezza; Quì seco d'armi nove insegne ei mena, Nè del Xanto rivide unqua l'arena.
LXIII
Ultimi di ciascun mossero il piede Numerosi di Ponto abitatori. Questi in cura a Bostange Ottoman diede; Seco ha cinquanta Capitan minori; Bostange per età, per lunga fede Godeva in guerra i più sublimi onori, Chè là, dove Ottomano oste conduce, Sempre in vece di lui nel campo è duce.
LXIV
Scita di sangue; per virtù d'ingegno, Per lingua scaltra, per gentil sembianti, E per opra di man cotanto è degno, Ch'a tutti altri guerrier trapassa avanti. Tanti, e sì fatti fur di ciascun regno I duci sommi, e fur cotanti i fanti; Poscia nube di polve al ciel solleva Squadra, che freno a' corridor stringeva.
LXV
Gli scorge Araspe; ei lungo il mar vermiglio Ebbe culla in Arabia, almo paese, E bel fu sì, che con l'ardor del ciglio In alta fiamma la Reina accese; Quinci posto di morte in gran periglio, Lunge dal Re geloso a fuggir prese; E poscia appo Ottoman cotanto sorse Che duce in guerra i cavalieri ei scorse.
LXVI
Nè mai per selva trapassar sì fiero Centauro in caccia rimirò Tessaglia, Come ei su rapidissimo destriero Nel polveroso pian move in battaglia; Cinto di ricca spada, in atto altiero, Fea per l'aria tremar lunga zagaglia, Coperto il busto di fregiati argenti; E gli altri in campo lo seguian non lenti.
LXVII
Son mille, e tutti scelti; arcione, morso, Scudo, asta, brando di tesor cosparsi; I bei destrier, che li reggean sul dorso, Quasi nutriti d'aura, odian fermarsi; De' ferri al suon, di sì gran gente al corso, L'onda intorno del mar sembrò turbarsi, E mugghiò il grembo de le valli erbose, E le fronti de' monti alte e selvose.
LXVIII
Qual s'avvien, che Vulcan selva divori, Quando fra l'arse piante Austro discende; Mirasi il ciel sotto i dispersi ardori, Ch'orribile a veder, lunge risplende; Tal da l'armi dorate aurei splendori Il sol quì tragge, e così l'aria accende, Che fiammeggiavan di volanti lampi Le rive, i colli, le foreste e i campi.
LXIX
Sì l'oste in trapassar non men guerriera, Ch'altieramente dimostrossi adorna; E quando da mostrarsi altri non era, Verso i tetti reali il Re sen torna. Ma fin, che Febo il carro inchini a sera, La plebe i ferri ad apprestar soggiorna Dentro le tende, ed hanno i cor conversi A via più farli impiagatori, e tersi.